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GALILEO GALILEI E LA CHIESA

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Galileo e la Chiesa
DALL’ITALIA
È IL 22 giugno 1633. Un vecchio malfermo è in ginocchio davanti al tribunale dell’Inquisizione romana. È
uno scienziato, uno dei più celebri dell’epoca. Le sue convinzioni sono il risultato di lunghi anni di studio e
ricerca. Eppure, per avere salva la vita, è costretto a rinnegare quello che sa essere vero.
Il suo nome è Galileo Galilei. Il “caso Galileo”, come viene chiamato da molti, ha suscitato e continua a
sollevare ancor oggi, dopo quasi 370 anni, dubbi, quesiti e contrasti, la cui eco ha lasciato una traccia
indelebile nella storia della religione e della scienza. Perché tanto scalpore? Perché alcuni anni fa il “caso
Galileo” è tornato alla ribalta? Si è trattato veramente di una “frattura tra scienza e fede”, come è stato
detto?1
Galileo è considerato da molti il “padre della scienza moderna”. Era matematico, astronomo e fisico. Fu uno
dei primissimi a usare il cannocchiale per studiare i cieli, e interpretò ciò che vide per sostenere un’idea che
all’epoca era ancora molto controversa: la terra ruota intorno al sole, e quindi il nostro pianeta non è il centro
dell’universo. Non meraviglia che a volte Galileo sia considerato il fondatore del moderno metodo
sperimentale.
Quali sono alcune delle scoperte e invenzioni di Galileo? Come astronomo, scoprì fra l’altro i satelliti di
Giove, le fasi di Venere, che la Via Lattea è composta di stelle e che sulla luna ci sono montagne. Come
fisico studiò le leggi relative alla caduta dei gravi e al pendolo. Inventò vari strumenti tra cui il compasso
geometrico, una specie di regolo calcolatore, e, in base ad alcune informazioni provenienti dall’Olanda,
realizzò il cannocchiale che gli aprì l’universo stellare.
Ma l’annoso conflitto con le gerarchie ecclesiastiche trasformò la vita di questo illustre scienziato in un
dramma: il “caso Galileo”. Come ebbe inizio e perché?
Il conflitto con Roma
Già alla fine del XVI secolo Galileo aveva aderito alla teoria copernicana secondo cui è la terra a girare
intorno al sole e non viceversa. Questo è chiamato sistema eliocentrico (che ha come centro il sole). Quando
nel 1610 con l’uso del cannocchiale scoprì corpi celesti fino ad allora mai osservati, Galileo si convinse di
aver trovato una conferma della correttezza del sistema eliocentrico.
Come afferma il Grande Dizionario Enciclopedico UTET, Galileo non si accontentava di fare queste
scoperte. Voleva convincere “le più alte personalità dell’epoca (prìncipi e cardinali)” che la teoria
copernicana corrispondeva a verità. Accarezzava la speranza che con l’aiuto di amici influenti avrebbe
potuto superare la diffidenza della Chiesa e avere persino il suo appoggio.
Nel 1611 Galileo si recò a Roma, dove incontrò alti esponenti del clero ai quali fece osservare col
cannocchiale le sue scoperte astronomiche. Ma, contrariamente alle sue aspettative, nel 1616 subì un breve
processo.
I teologi dell’Inquisizione romana definirono la tesi eliocentrica “filosoficamente stupida e assurda e
formalmente eretica, in quanto contraddiceva in molti punti la dottrina della Sacra Scrittura sia nel senso
letterale che nell’interpretazione unanime dei santi Padri e dei Dottori”.2
Galileo incontrò il cardinale Roberto Bellarmino, considerato il massimo teologo cattolico dell’epoca e
chiamato “il martello degli eretici”, che lo ammonì formalmente ad abbandonare le sue opinioni sul sistema
eliocentrico.
Davanti al tribunale dell’Inquisizione
Pur agendo con prudenza, Galileo non aveva rinunciato a sostenere la tesi copernicana. Diciassette anni
dopo, nel 1633, comparve davanti al tribunale dell’Inquisizione. Il cardinale Bellarmino era morto, ma ora il
suo principale oppositore fu il papa Urbano VIII, che nel passato gli era stato favorevole. Questo processo,
come hanno scritto alcuni, fu uno dei più famosi e ingiusti dell’antichità, al pari di quelli di Socrate e di
Gesù.
Cosa provocò il processo? Galileo scrisse un libro intitolato Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo,
tolemaico e copernicano, che sosteneva l’eliocentrismo. Lo scienziato fu invitato a presentarsi in tribunale
nel 1632, ma essendo ammalato e quasi settantenne rinviò il viaggio. Si recò a Roma l’anno successivo, dopo
che fu minacciato di essere messo ai ferri e trasportato con la forza. Per ordine del papa fu sottoposto a
stringenti interrogatori e minacciato di tortura.
Se questo vecchio ammalato sia stato effettivamente torturato è questione controversa. Come si legge nella
sentenza di condanna, Galileo fu sottoposto a “rigoroso esame”. Italo Mereu, storico del diritto italiano,
dichiara che questa è un’espressione tecnica del tempo per indicare la tortura. Altri studiosi concordano su
questa interpretazione.
Fatto è che la sentenza fu pronunciata il 22 giugno 1633 in un austero salone davanti ai componenti
dell’Inquisizione. Galileo fu riconosciuto colpevole di “aver tenuto e creduto dottrina falsa e contraria alle
Sacre e divine Scritture, ch’il Sole . . . non si muova da oriente ad occidente, e che la Terra si muova e non
sia centro del mondo”.
Non volendo divenire un martire, Galileo fu costretto ad abiurare. Dopo la lettura della sentenza, l’anziano
scienziato, inginocchiato e vestito da penitente, dichiarò solennemente: “Abiuro, maledico e detesto li
suddetti errori e eresie [le teorie copernicane], e generalmente ogni e qualunque altro errore, eresia e setta
contraria alla Santa Chiesa”.3
Secondo una tradizione popolare, non confermata però da alcun documento, Galileo dopo l’abiura avrebbe
colpito la terra col piede esclamando in segno di protesta: “Eppur si muove”. Qualche commentatore afferma
che l’umiliazione di aver rinnegato le sue conquiste scientifiche angustiò lo scienziato fino alla morte.
Condannato al carcere, la pena gli fu commutata negli arresti domiciliari perpetui nella sua casa, dove,
divenuto cieco, visse isolato da tutti.
Un conflitto tra fede e scienza?
Molti hanno concluso che la vicenda è una prova dell’incompatibilità fra religione e scienza. In effetti nel
corso dei secoli il “caso Galileo” ha allontanato molti dalla religione, facendo credere che essa sia per sua
natura una minaccia al progresso scientifico. Le cose stanno realmente così?
In effetti papa Urbano VIII e i teologi dell’Inquisizione romana condannarono la tesi copernicana asserendo
che era contraria alla Bibbia. Gli accusatori di Galileo facevano riferimento alla frase di Giosuè “Sole,
fermati”, che secondo la loro interpretazione doveva intendersi letteralmente. (Giosuè 10:12, CEI) Ma la
Bibbia contraddice davvero la teoria copernicana? Niente affatto.
Il contrasto stava fra la scienza e un’interpretazione ovviamente errata delle Scritture. Questo era il pensiero
di Galileo, che scrisse a un allievo: “Se bene la Scrittura non può errare, possono non di meno errare i
suoi interpetri et expositori, in varii modi: tra i quali uno sarebbe gravissimo et frequentissimo, quando
volessero fermarsi sempre sul puro senso litterale”.4 Qualsiasi serio studioso della Bibbia non può che essere
d’accordo.*
Galileo fece di più. Sostenne che due libri, la Bibbia e il libro della natura, essendo opera di un unico Autore,
non potevano contraddirsi. Comunque aggiunse che non si poteva “con certezza asserire che tutti l’interpetri
parlino inspirati divinamente”.5Probabilmente questa critica implicita all’interpretazione ufficiale della
Chiesa fu considerata provocatoria e indusse l’Inquisizione romana a condannare lo scienziato. Come osava
un laico interferire nelle prerogative ecclesiastiche?
Diversi studiosi, riferendosi al “caso Galileo”, hanno sollevato dubbi sull’infallibilità della Chiesa e del papa.
Il teologo cattolico Hans Küng scrive che “numerosi ed indiscutibili” errori del “magistero ecclesiastico”, tra
cui “la condanna di Galilei”, hanno messo in discussione il dogma dell’infallibilità.6
Galileo riabilitato?
Nel novembre del 1979, a un anno dalla sua elezione, Giovanni Paolo II auspicò il riesame del “caso
Galileo” che, ammise, “ebbe molto a soffrire . . . da parte di uomini e organismi di Chiesa”. Tredici anni
dopo, nel 1992, una commissione nominata dallo stesso papa affermò che “alcuni teologi contemporanei di
Galileo non hanno saputo interpretare il significato profondo, non letterale, delle Scritture, quando queste
descrivono la struttura fisica dell’universo creato”.7
In realtà non furono soltanto alcuni teologi a criticare la tesi eliocentrica. Il papa Urbano VIII, che ebbe un
ruolo di primo piano nel processo, insisté recisamente che Galileo smettesse di minare l’insegnamento
tradizionale sostenuto per secoli dalla Chiesa, secondo cui la terra è il centro dell’universo. Questo non era
un insegnamento biblico, ma aristotelico.
A conclusione del laborioso riesame del caso da parte della commissione, il Papa definì la condanna di
Galileo “una decisione avventata ed infelice”.8 Una riabilitazione dello scienziato? “Parlare, come qualcuno
fa, di riabilitazione di Galilei è assurdo”, è stato scritto, “perché di fronte alla storia il condannato non è
Galilei ma il tribunale ecclesiastico”.9 Lo storico Luigi Firpo affermò che “non spetta ai persecutori
riabilitare le loro vittime”.10
La Bibbia è “una lampada che risplende in luogo tenebroso”. (2 Pietro 1:19) Galileo la difese da
un’interpretazione errata, mentre la Chiesa, sostenendo una tradizione che la metteva in cattiva luce, fece
tutto l’opposto.
Il 21 febbraio 1632 fu pubblicato a Firenze il "Dialogo di Galileo Galilei Linceo, dove ne i congressi di
quattro giornate, si discorre sopra i due massimi sistemi del mondo, tolemaico e copernicano", opera che
pose il suo autore in rotta di collisione con la Chiesa esponendolo a una grave accusa, quella di divulgare una
teoria errata che contravveniva alla Bibbia ponendo il sole e non la terra al centro dell'universo.
Con il primo interrogatorio del grande scienziato, il 12 aprile 1633 la Santa Inquisizione dava inizio al
processo per eresia di Galilei, reo di aver aggirato l'ordine della censura ecclesiastica di non trattare l'ipotesi
copernicana pubblicando il suo Dialogo sopra i massimi sistemi.
Il filmato contiene immagini di fiction che illustrano la vita e le scoperte di Galileo relative al movimento
della Terra intorno al Sole. A causa del suo appoggio alle teorie copernicane, Galileo è costretto a recarsi a
Roma davanti al Sant’Uffizio, per difendere la sua posizione. Nel 1623 il Cardinale Maffo Barbieri, amico ed
estimatore dello scienziato, diventa Papa col nome di Urbano VIII. Convinto del momento propizio per
promulgare le sue idee e le sue corrette convinzioni scientifiche, Galileo scrive un libro nel quale i sostenitori
della teoria aristotelica argomentano con i copernicani. La voce fuori campo illustra brevemente il contenuto
del libro sottolineando come Galileo attribuisse agli argomenti copernicani maggior solidità ed esattezza.
L’aristotelico Simplicio veniva dichiarato vincitore della disputa, nonostante il lettore avesse già capito in
realtà la serietà degli argomenti portati dal copernicano, anche perché quest’ultimo parlava in italiano,
mentre Simplicio si esprimeva in latino. A causa di questa opera e delle sue idee, nel 1633 Galilei viene
processato e minacciato di tortura. In seguito egli rinnega le sue idee scientifiche e sceglie di vivere agli
arresti domiciliari nella sua casa di Firenze, restando sempre convinto della validità delle sue scoperte
astronomiche. Solo nel 1983 Galilei è stato riabilitato dalla Chiesa cattolica, che oggi riconosce la validità
della sue scoperte.
Stephen hawking
Stephen Hawking, il più grande astrofisico vivente morto mercoledì a Cambridge, “era un uomo colpito e
interrogato dalle domande ultime e chissà, forse pure tormentato da queste”, dice al Foglio Marco Bersanelli,
docente di Astronomia e Astrofisica all’Università statale di Milano e autore tra le altre cose de Il grande
spettacolo del cielo (Sperling & Kupfer, 2016). “Hawking, nel corso degli anni, ha variato la sua posizione in
merito all’esistenza o meno di Dio, ma le domande ultime le ha sentite eccome, almeno a giudicare da
quanto frequentemente si sia fatto coinvolgere da questa sfida. In certe occasioni disse che era ateo, in altre
che non era religioso nel modo convenzionale”. Ecco il punto, prosegue Bersanelli: “In fondo, il sentire
queste domande dalle quali non ci si può liberare è il seme della dimensione religiosa, è l’origine di tutto. Il
suo approccio scientifico è sempre stato così, teso costantemente alle domande più radicali, alle questioni più
estreme, dallo studio dei buchi neri alle condizioni iniziali dell’universo fino alla natura ultima delle leggi
della fisica. Il suo sguardo tendeva di continuo all’origine delle istanze decisive e in ciò colgo la dimensione
inevitabilmente religiosa che c’è nel motore della sua ricerca”. Hawking, “è sempre stato spinto ad andare
oltre ciò che è il limite e l’apparente, un esempio di grande energia e capacità umana e scientifica”.
Fiero di essere nato esattamente trecento anni dopo la morte di Galileo – spesso ricordava divertito la
coincidenza di date, 8 gennaio 1942 (la sua nascita) e 8 gennaio 1642 (la morte dello scienziato italiano) –
era membro della Pontificia accademia delle Scienze. E proprio a Galileo si riferì dieci anni fa Benedetto
XVI, quando davanti alla plenaria dell’accademia – presente Hawking – disse che “anche Galileo vedeva la
natura come un libro il cui autore è Dio” e che per “svilupparsi ed evolvere, il mondo deve prima esistere” e
deve cioè “essere creato dal primo Essere che è tale per sua stessa essenza”. Secondo Bersanelli “in Hawking
come in altri scienziati, questa contrapposizione tra Dio, l’esistenza di Dio, il mistero ultimo da una parte e la
lettura scientifica del mondo deriva da una svista filosofica. Cioè deriva sostanzialmente dall’aver ridotto
Dio a una sorta di mago munito di bacchetta magica che con un colpo dà il via all’universo. E’ l’idea della
creazione intesa unicamente come un istante iniziale che mette in moto questo grande meccanismo che poi
procede con le leggi fisiche. Hawking – prosegue l’astrofisico italiano – tende a individuare Dio con questa
pura causa iniziale, ma così facendo poi risulta abbastanza facile mettere in crisi un tale Dio, che viene
ridotto a qualcosa di ben diverso dal Dio della tradizione giudaico-cristiana. Dio, nella nostra tradizione, non
è un meccanico che costruisce una macchina e poi esce di scena. Dio è padre e un padre non lo è soltanto nel
momento del concepimento. E’ un rapporto che si distende nel tempo. Credo quindi che risieda proprio in
questa idea ridotta e incompleta della natura del mistero di Dio l’origine della contrapposizione tra il mistero
divino e le letture scientifiche conseguenti. E Hawking ha giocato molto su questo, cercando e in qualche
caso anche trovando modelli cosmologici a sostegno delle sue tesi, sul fatto che dal punto di visto teorico
non è sempre necessario avere un inizio del tempo. Ma il problema è domandarsi da dove proviene l’esserci
delle cose, da dove viene questo istante, da dove viene il mio io. Questo è l’essere creati: io non mi faccio da
me. Ogni cosa (se dotata di coscienza) dovrebbe domandarsi da dove proviene. La creazione – aggiunge
Marco Bersanelli – non è relegata al Big bang, a quel momento in un lontanissimo passato. La creazione
avviene sempre, anche ora”. C'era anche Stephen Hawking tra i sessanta scienziati che hanno partecipato alla
plenaria della Pontificia Accademia delle Scienze. Papa Francesco li ha incontrati per riflettere sull'impatto
delle conoscenze scientifiche sulla società umana e il suo ambiente. Ha dichiarato: "Non siamo i custodi di
un museo e dei suoi capolavori che dobbiamo spolverare ogni mattina, ma i collaboratori della conservazione
e dello sviluppo dell’essere e della biodiversità del pianeta, e della vita umana in esso presente". Sul profilo
Instagram del pontifice è stata anche pubblicata una fotografia-simbolo della giornata: uno scatto con il fisico
britannico Stephen Hawking, noto per i suoi importanti studi sui buchi neri e l'origine dell'universo.
Città del Vaticano – Due anni fa, l’ultima volta che Stephen Hawkins è stato ospitato dal Papa per prendere
parte ad una conferenza nella Casina Pio V, sulla sommità del colle vaticano dove ha sede l’Accademia
pontificia delle scienze alla quale apparteneva come membro stabile da oltre 40 anni, disse che la sua teoria
sull’origine dell’universo si era basata sul lavoro di un sacerdote belga e professore di fisica all’università di
Lovanio, George Lamaitre (1894-1966). «E’ lui il padre del big bang, fu lui il primo a proporre il modello di
un universo il cui inizio fu infinitamente denso» precisò. In quella occasione erano presente quasi tutti i
Premi Nobel dell’accademia, tra questi anche David Baltimore (biologia), Arber Werner (microbiologia),
Robert Betzig ( fisica), Claude Cohen (fisica), Youan Lee-Tseh (chimica).
Hawking affrontava il tema della sostenibilità e dell’impatto della conoscenza scientifica e tecnologica nella
società umana e nell’ambiente. Anche in quella circostanza lo scienziato evitò qualsiasi riferimento al
concetto di un Dio creatore. «Il suo rapporto con l’idea di Dio era in stretta connessione con il suo essere
scienziato ma non era ateo» afferma il Cancelliere della pontificia accademia delle scienze, monsignor
Marcelo Sanchez Sorondo, testimone privilegiato degli incontri con gli ultimi due pontefici, Bergoglio e
Ratzinger. «Da Benedetto XVI volle farsi benedire, esistono anche delle bellissime fotografie. A Ratzinger
disse che era venuto in Vaticano apposta per approfondire il tema del rapporto tra scienza e fede,che
all'epoca era al centro di una enciclica» ricorda Sorondo. Con Papa Francesco, invece, il saluto fu limitato
alle condizioni in cui si trovava Hawking due anni fa. «Francesco era contento di conoscerlo, gli diede il
benvenuto con tanto affetto».
In diverse circostanze lo scienziato si è dichiarato ateo ma questa tesi non convince monsignor Sanchez
Sorondo. “Egli diceva che Dio non si può mettere in relazione alle cose che non si possono spiegare e in ogni
caso non lo metteva in relazione all’origine dell’universo. Il suo approccio a questo argomento era
positivista. Era contrario all’idea di un Dio che viene coinvolto ogni volta che non si può spiegare qualcosa.
Di sicuro non voleva dare una spiegazione alla cosmologia religiosa perche’ diceva che l’origine di tutto e’
un problema filosofico, non scientifico. Affermava: ’Io devo dare una spiegazione alle cose che
vedo’. Questo approccio purtroppo e’ stato inteso dai giornalisti come una professione di ateismo. Un po'
riduttivo. Ma io non credo fosse ateo, sia per la fedelta’ verso l’Accademia sia per l’interesse per il dialogo
con i Pontefici». Paolo VI fu il primo Papa con il quale ebbe un rapporto diretto, all'epoca era un
giovanissimo professore e Montini lo volle premiare con una medaglia e lodarlo per le ricerche fatte.
Ma Stephen Hawking si dichiarava anche ateo. Quindi ecco alcuni dei suoi pensieri più interessanti sulla
morte, l’aldilà e Dio.
Lo scienziato aveva una visione pragmatica di quello che succede al cervello e al corpo dopo la morte:
“Considero il cervello come un computer che smetterà di funzionare quando le sue componenti
cederanno. Non esiste paradiso o aldilà per i computer rotti; quella è una favoletta per le persone che hanno
paura del buio”.
Hawking ha invocato il nome di Dio nel suo autorevole libro “A Brief History of Time”, scrivendo che se i
fisici riuscissero a trovare una “teoria del tutto” – cioè, un’unica spiegazione di come funziona l’universo –
vedrebbero “la mente di Dio”. Ma in interviste e scritti successivi, come The Grand Design del 2010, che
scrisse insieme a Leonard Mlodinow, Hawking ha chiarito che non si stava riferendo ad un creatore in senso
tradizionale.
In The Grand Design scriveva: “La creazione spontanea è la ragione per la quale esiste qualcosa invece che
il niente, per la quale esiste l’universo, per la quale noi esistiamo. Non è necessario invocare Dio per
accendere la miccia e far partire l’universo”. E dopo la pubblicazione del libro, Hawking spiegava: “Dio è
il nome che le persone danno alla ragione di esistere. Ma io penso che la ragione siano le leggi della
fisica piuttosto che qualcuno con cui si possa avere una relazione personale. Un Dio impersonale”.
E ancora: “Prima di comprendere la scienza, è naturale credere che Dio abbia creato l’universo. Ma ora la
scienza offre una spiegazione più convincente. Quello che intendo per “conosceremmo la mente di Dio” è
che conosceremmo tutto quello che Dio conoscerebbe, se ci fosse un Dio, che non c’è. Io sono ateo”.
Anche se Hawking rifiutava la concezione convenzionale di Dio o di un creatore, fondamentalmente credeva
che l’universo e la vita avessero un significato: “Ricordatevi di guardare verso le stelle e non giù verso i
vostri piedi. Cercate di dare un senso a ciò che vedete e ponetevi delle domande su ciò che fa esistere
l’universo. Siate curiosi. E per quanto la vita possa sembrare difficile, c’è sempre qualcosa che potete fare
per farcela”.
LONDRA - L'universo ha bisogno di un Creatore? "No". La perentoria risposta arriva dal professor Stephen
Hawking, l'astrofisico più famoso del mondo, considerato da molti l'erede di Newton, del quale ha per così
dire ereditato la prestigiosa cattedra all'università di Cambridge. In un nuovo libro che esce in questi giorni,
l'autore del best-seller internazionale Dal Big Bang ai buchi neri sostiene, sulla base di nuove teorie, che
"l'universo può essersi creato da sé, può essersi creato dal niente" e dunque "non è stato Dio a crearlo".
La sua affermazione occupava ieri tutta la prima pagina del Times di Londra, come una sfida, l'ennesima,
della scienza alla religione. "Così come Darwin ha smentito l'esistenza di Dio con la sua teoria
sull'evoluzione biologica della nostra specie", commenta Richard Dawkins, biologo difensore dell'ateismo,
"adesso Hawking la nega anche dal punto di vista della fisica". Nel suo libro più famoso, l'astrofisico aveva
cercato di spiegare che cosa accadeva "prima" del Big Bang, ossia prima che nascesse il tempo, lasciando il
quesito irrisolto. Il capitolo conclusivo conteneva un ragionamento che alcuni interpretarono come l'idea che
Dio non fosse incompatibile con una comprensione scientifica dell'universo: scoprire cosa c'era prima Big
Bang, arrivare a una "completa teoria" dell'universo - scriveva Hawking - "sarebbe il più grande trionfo
della ragione umana, perché a quel punto conosceremmo la mente di Dio".
Ma nella sua nuova opera, intitolata The Grand Design (Il grande disegno o progetto) e scritta insieme al
fisico americano Leonard Mlodinow, lo scienziato offre la risposta: anziché essere un evento improbabile,
spiegabile soltanto con un intervento divino, il Big Bang fu "una conseguenza inevitabile delle leggi della
fisica". Scrive Hawking: "Poiché esiste una legge come la gravità, l'universo può essersi e si è creato da solo,
dal niente. La creazione spontanea è la ragione per cui c'è qualcosa invece del nulla, il motivo per cui esiste
l'universo, per cui esistiamo noi". Nel libro, lo studioso predice inoltre che la fisica è vicina a formulare "una
teoria del tutto", una serie di equazioni che possono interamente spiegare le proprietà della natura, la scoperta
considerata il Santo Graal della fisica dai tempi di Einstein.
E' tuttavia la sua asserzione che Dio non ha creato l'universo, e dunque non esiste, a suscitare eco e
polemiche. "Se uno ha fede", osserva il professor George Ellis, docente di matematica applicata alla
University of Cape Town, "continuerà a credere che sia stato Dio a creare la Terra, l'Universo o perlomeno
ad accendere la luce, a innescare il meccanismo che ha messo tutto in moto, prima del Big Bang o del
presunto nulla che lo ha preceduto". Ma il campo dell'ateismo accoglie la pubblicazione del libro di Hawking
come una vittoria della ragione e della scienza, da celebrare a due settimane dalla visita in Inghilterra di papa
Benedetto XVI, che non sarà per niente d'accordo con Hawking.
Nel nuovo libro, l'astrofisico rivela che il riferimento alla "mente di Dio" nel suo precedente volume sul Big
Bang era stato male interpretato. Hawking non ha mai creduto che scienza e religione fossero conciliabili.
"C'è una fondamentale differenza tra la religione, che è basata sull'autorità, e la scienza, che è basata su
osservazione e ragionamento", conclude. "E la scienza vincerà perché funziona".
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