Capire la Fisica Livello intermedio . Quest’opera è stata rilasciata con licenza Creative Commons Attribuzione - Non commerciale - Condividi allo stesso modo 3.0 Italia. Per leggere una copia della licenza visita il sito web http://creativecommons.org/licenses/by-nc-sa/3.0/it/ o spedisci una lettera a Creative Commons, PO Box 1866, Mountain View, CA 94042, USA. Andrea de Capoa 28 novembre 2017 Introduzione all’opera 1.1 Scheda 1 una nuova versione viene pubblicata. Le schede poco chiare o didatticamente meno valide vengono via via sostituite. Il tutto per creare un’opera dinamica in continuo miglioramento dove le esperienze didattiche precedenti saranno sempre la base per la scrittura delle schede future. La nascita di questo progetto Questo libro nasce come conseguenza di un mio disagio personale nell’utilizzare i libri di testo presenti attualmente in commercio. Sebbene molti di essi siano validi, una serie di fattori li rendono comunque difficili da utilizzare con quel livello di efficacia che vorrei in una mia classe. Vi elenco brevemente qui di seguito a quali fattori mi riferisco ed in che modo questo libro si ripropone di risolvere tali problematiche 4. I libri di testo spesso non si concentrano nel modo opportuno sugli esercizi. Lo studio di un concetto è solo il primo passo per l’apprendimento della fisica. La vera competenza sta nel sapere richiamare alla mente quel concetto nel momento in cui esso è necessario. Lo studio di un concetto di teoria è un apprendimento passivo in cui semplicemente immagazzino delle informazioni. Il passo successivo è saper richiamare tali infomazioni ed utilizzarle in modo opportuno per raggiungere un obiettivo. La risoluzione di un esercizio deve avere questo scopo. A quest’opera è associato un libro di esercizi svolti, la cui spiegazione è di fatto una lezione di fisica in cui lo studente viene guidato nel ragionamento che lo porta al risultato finale. 1. Nessuno di essi è esente da errori, sia semplici refusi, che errori di calcolo, che errori di concetto. Ammesso che nemmeno io sono esente da errori, quest’opera è distribuita gratuitamente online; sono in grado di correggere un errore in pochi minuti, ricompilare il libro e pubblicare la versione corretta in pochissimo tempo. Se tutti gli utilizzatori del libro vorranno segnalare la presenza di un qualunque tipo di errore, essi contribuiranno a mantenere l’opera sempre corretta sotto ogni punto di vista. 2. Nessuno di essi è in grado di adattarsi al livello degli alunni o della tipologia di scuola in cui viene utilizzato. Questo libro è una lunga collezione di schede, ognuna delle quali tratta di un singolo specifico argomento. Parti diverse dello stesso argomento possono inoltre essere scritte su schede differenti. Lo stesso argomento può infine essere ripetuto su schede differenti ma trattato ad un livello di complessità più o meno maggiore e con l’utilizzo strumenti matematici più o meno avanzati. Un corso di studi di fisica, per questo libro, corrisponde ad una determinata sequenza di schede ordinate secondo un’opportuna propedeuticità. A seconda del tipo di scuola, del livello della classe o del livello del singolo alunno, si potranno scegliere le ooportune schede e adattare di conseguenza il libro al livello richiesto dal docente o possibile per lo studente. 1.2 La struttura a schede Ogni scheda un argomento! La struttura del libro è tutta qui. Le schede sono ovviamente connesse tra loro; alcune sono approfondimenti di altre, alcune sono legate da una relazione di propedeuticità. Un corso di fisica corrisponde ad una certa sequenza di schede scelte dal docente in funzione del livello del corso di studi. 1.3 La struttura di una scheda Ogni singola scheda vuole fornire tutto il supporto necessario allo studente per comprendere il concetto in questione. Oltre alla classica spiegazione scritta tipica di ogni libro, le schede sono affiancate da un video, pubblicato su Youtube, contenente la spiegazione degli stessi concetti. Sono inoltre possibili dei collegamenti a file di Geogebra, o di qualunque altro software didattico, così come collegamenti a materiale didattico esterno a quest’opera. Infine in ogni scheda potrete trovare rifermenti ad esercizi svolti, sull’argomento trattato nella scheda. 3. I libri di testo spesso cambiano edizione o diventano obsoleti. I nuovi libri o le nuove edizioni spesso sono differenti senza essere migliori. Nessuno dei libri attualmente di mia conoscenza sono libri in continua e perenne evoluzione e crescita. Se vengo a conoscenza di un nuovo e più efficace metodo di spiegazione di un certo concetto, tale novità entra immediatamente nel libro ed 2 3 1.4 Scheda1. Introduzione all’opera Lo stato dell’arte In questo momento l’opera è ancora al suo esordio. Molte schede devono essere scritte e le schede presenti devono essere migliorate e completate. se mi scriverete all’email [email protected] potrete indicarmi quali schede ritenete sia più utile sviluppare, correggere, sostituire, ampliare, ecc. ecc. Vi sarò grato dell’aiuto che vorrete fornire. Mappa delle schede Il Sistema Intenazionale di Misura [5] Libro I: Introduzione alla fisica Autore: Andrea de Capoa Gli Scalari [4] I0001 Scheda 2 I Versori [10] Sul baricentro: I0006, D0010, I0020 Grandezze Fisiche Derivate [6] I Vettori [9] La Distribuzione di Massa [22] I0003, I0004, I0005, I0017 I0002, I0007, I0008, I0009, I0011, I0018 Sistemi di riferimento [12] Le Leggi Fisiche [7] Il metodo Scientifico [8] Libro II: Cinematica 23 Lug 2017 4 5 Scheda2. Mappa delle schede C0008, C0008a, C0010, C0014, C0034, C0039, C0042, C0043, C0046 Moto armonico [20] Moto parabolico [17] Libro III: Dinamica Libro II: Cinematica Moti Periodici e orologi [18] M.R.U. e M.U.A. [14] Grandezze cinematiche [13] Grandezze: C0013, C0013a Velocità media: C0001, C0007, C0030, C0031, C0033 Sistemi: C0019, C0020, C0040, C0041 Grafici SpazioTempo [15] C0029, C0029a, C0029b Grafici VelocitàTempo [16] C0044a Moto Circolare Uniforme [19] M.U.A.: C0003, C0009, C0011, C0016, C0017, C0023, C0025, C0026, C0036, C0037, C0037a M.R.U.: C0002, C0005, C0006, C0012, C0018, C0021, C0022, C0022a, C0024, C0027, C0028, C0032, C0035, C0038 M.U.A. e M.R.U.: C0004 6 Scheda2. Mappa delle schede D0043 [Con F = k∆l] D0048, D0050 [Con F = k∆l e attrito] D0049 Moto su di un piano inclinato [29] D0042, D0044, CD0005, CD0007 [Con moto armonico] CD0006 [31] D0035 [Con F = k∆l] D0025, D0045 Forza di Archimede: D0002, D0013, D0014, D0019, D0020, D0021 Forza di gravità: ID0001, D0040, D0041 [Con 2 F = m Vr ] C0018, D0031, CD0004 Legge di Gravitazione Universale [30] Forza di gravità e di Archimede [25] Forza Peso [28] Reazioni vincolari [33] Forza elastica [26] [Con Fg = mg] D0004, D0005, D0008, D0033, D0036, D0037, 2 D0046 [Con F = m Vr ] D0022 D0001, D0038 [Con Fg = mg] D0003, D0039, CD0001 2 [Con F = m Vr e Con Fg = mg] D0047, CD0002 Forza di attrito [27] Libro III: Dinamica Analisi di singole forze I tre principi della dinamica [23] D0024 Primo principio: D0015 Secondo principio: [Con Fg = mg] D0006, D0034, D0052 Libro XI: Relatività ristretta Libro IV: Leggi di conservazione Pressione [24] Momento di una forza [32] Equilibrio rototraslazionale: D0007, D0016, D0026, D0027, D0029, D0030 [Con F = mg] D0009, D0028, D0032 [Con F = mg e F = k∆l] D0012 [Con 2 F = m Vr e Con Fg = mg] CD0003 7 Scheda2. Mappa delle schede L0001, L0009, L0011, L0013, L0014, L0021, L0031, L0032, DL0001, DL0002, DL0003, DL0012 Macchine Semplici [39] [carrucole] D0023 Libro VIII: Fenomeni ondulatori Energia e Lavoro [36] Libro IV: Leggi di conservazione Forze Conservative ed Energia Potenziale [37] Quantità di moto [34] Conservazione dell’energia totale [38] TeoriaDegliUrti [40] Libro V: Fluidodinamica Libro VI: Calorimetria Momento angolare [??] LP0001, P0001 L0002, L0003, L0004, L0005, L0006, L0007, L0008, L0010, L0012, L0015, L0016, L0017, L0018, L0019, L0020, L0022, L0023, L0024, L0025, L0026, L0027, L0028, L0029, DL0004, DL0011 Il moto di un pianeta [31] Libro IX: Elettromagnetismo F0007 [30] Libro V: Fluidodinamica La conservazione della portata [43] F0002, F0003 Il principio di Pascal [42] Il principio di Bernoulli [44] F0001, F0004, F0005, F0008, F0012 [Con il MUA] CF0001 F0006, F0009, F0010, F0011 8 Scheda2. Mappa delle schede Libro VI: Calorimetria Q0020, Q0022 Q0002, Q0012, Q0013, Q0016, Q0021, Q0021a, Q0023, LQ0031, LQ0002 La temperatura [47] Riscaldamento [48] Q0005, Q0011, Q0019 Q0004, Q0008, Q0014, Q0024 Dilatazione termica [49] Q0001, Q0003, Q0006, Q0009, Q0010, Q0017, Q0018, Q0026, Q0029, Q0030, Q0031, Q0032 Libro VII: Termodinamica Stati della materia [46] Conduzione termica [51] Q0025 Transizioni di fase [50] Q0007, Q0027, Q0028 Esperimenti di Calorimetria [101] 9 Scheda2. Mappa delle schede T0011, T0012, T0001, T0007, T0008, T0020, T0021, T0022, T0026, T0026a, T0026b, T0026c, T0027, T0028, DT0001, DT0002 [Con Bernoulli] FT0001 [Con ∆Q = cs m∆T ] QT0001 T0005 T0006, T0010, T0013, T0014, T0015, T0016, T0017, T0018, T0019 [Con ∆Q = cs m∆T ] QT0002, QT0003, QT0004, QT0005, QT0006 [Con U = mgh] LT0001 Libro VII: Termodinamica Legge dei gas perfetti e trasformazioni termodinamiche [54] Primo principio della termodinamica [53] Ciclo di Carnot [56] Distribuzione di Maxwell [55] Entropia [61] T0002, T0003, T0004, T0009, T0025 T0023 Ciclo Diesel [58] Ciclo Otto [57] Ciclo rettangolare [60] Ciclo di Stirling [59] 10 Scheda2. Mappa delle schede Libro VIII: Fenomeni ondulatori O0001, O0012, O0027 Fibre ottiche [74] Riflessione e rifrazione [65] Le lenti [72] O0002, O0008, O0009, O0016 O0003, O0011, O0013, O0014, O0015, O0018, O0019, O0020, O0029 [Con Bernoulli] O0025 Diffrazione [67] Dispersione [70] Arcobaleno [73] Onde e fenomeni ondulatori [63] Diffusione [69] O0005, O0010, O0017 Intensità di un’onda [64] Interferenza [66] O0004, O0006, O0007, O0026 Effetto Doppler [71] Risonanza [68] O0030 Libro XII: Introduzione alla meccanica quantistica 11 Scheda2. Mappa delle schede E0003, E0003a, E0005, E0009, DE0002 [Con ∆Q = cs m∆t] EQ0001 Modelli Atomici 02 [94] E0011 Forza di Coulomb [76] Modelli Atomici 01 [80] Elettrizzazione [81] E0018 E0001, E0008 Corrente di spostamento [85] Effetto Punta [82] Campo Magnetico [77] Forza Magnetica [78] E0012 Magnetismo nella Materia [79] Induzione elettromagnetica [84] Libro IX: Elettromagnetismo Circuitazione di un campo [83] Libro X: Elettrotecnica E0002, E0004, E0006, E0010, E0013, E0014, E0015, E0016, E0017 Libro X: Elettrotecnica Corrente elettrica [86] Circuiti elettrici Ohmici [88] Leggi di Ohm [87] Circuiti RC [89] Circuiti RL [90] R0001 Libro XI: Relatività ristretta Relatività ristretta [91] 12 Scheda2. Mappa delle schede H0001, H0002 Libro XII: Introduzione alla meccanica quantistica Introduzione alla fisica moderna [96] Modello atomico di Bohr [95] O0023 Effetto fotoelettrico [93] O0022 Radiazione di corpo nero [92] Il CERN [97] Libro XIII: Laboratorio I0010, I0012, I0012a, I0013, I0014, I0015, I0016, I0019, Lab0001 Libro XIII: Laboratorio Errori di misura [99] Errori di misura e distribuzione gaussiana [100] Realizzazione di un’esperienza di laboratorio [103] Relazione di laboratorio [104] Parte I Introduzione alla fisica 13 Mappe sulle grandezze fisiche Scheda 3 Sistema Internazionale di misura Massa M [kg] [kilogrammi] Tempo t [s] [secondi] Lunghezza L [m] [metri] Intensita di corrente I [A] [Ampere] Temperatura T [K] [gradiKelvin] Intensita luminosa [cd] [Candela] Quantità di sostanza [mol] [mole] Baricentro ~xB Momento di Inerzia I [kg · m2 ] grandezze derivate densità ρ = M V kg [ 3] m Volume V [m3 ] Superficie S [m2 ] Sistemi di riferimento 11 Autore: Andrea de Capoa 26 Gen 2017 14 Gli scalari 4.1 Scheda 4 comuni prefissi è riportato in tabella 4.1. Se voglio dire 1000 metri dirò 1 kilometro e cioè 1000 m = 1 km Cos’è uno scalare Chiamiamo uno scalare una quantità del tipo L = 10 metri. Questa scrittura significa che una qualche grandezza fisica, che chiamo L, vale 10 metri. Essa è costituita da una parte numerica 10 seguita dalla sua unità di misura metri. Ogni volta che rappresentiamo una grandezza fisica scalare, la dobbiamo scrivere sempre con accanto la sua Fig. 4.1: Guarda il video youunità di misura. E’ sempre possibile esprimere la tu.be/jAWfWqjF9VQ stessa grandezza fisica con una differente unità di misura purché la nuova unità di misura rappresenti una grandezza fisica omogenea con quella precedente. Nell’esempio seguente tutte le grandezze indicate sono tra loro omogenee e rappresentano lo stesso identico scalare. Prefisso tera giga mega kilo etto deca deci centi milli micro nano pico 7 km = 7000 m = 700000 cm Simbolo T G M k h da d c m µ n p Valore 1012 109 106 103 102 101 10−1 10−2 10−3 10−6 10−9 10−12 mille miliardi un miliardo un milione mille cento dieci un decimo un centesimo un millesimo un milionesimo un miliardesimo un millesimo di miliardesimo ma anche Tabella 4.1: Alcuni multipli e sottomultipli per le unità di misura 7 km = 11, 2 M igliaterrestri = 7, 4041 · 10−16 anniluce Ovviamente in tutti questi esempi la parte numerica cambia; visto che lo scalare è sempre lo stesso, ovviamente cambia anche l’unità di misura. 4.2 4.3 Conversioni di unità di misura Immaginiamo di convertire in metri la quantità ∆S = 10 km oppure in ore la quantità ∆t = 90 min. Il procedimento da seguire prevede i seguenti passaggi, rappresentati poi di seguito: Prefissi per le unità di misura Visto che lo stesso scalare lo posso scrivere in molti modi diversi, quale è meglio utilizzare? di sicuro è meglio utilizzare il più comodo, per esempio quello con la parte numerica più facile da maneggiare nelle operazioni. Nessuno rappresenterebbe la propria altezza in kilometri o la distanza tra Sole e Terra in millimetri, perchè quello scalare avrebbe la parte numerica troppo piccola o troppo grande per essere utilizzata con facilità. Per questo motivo sono stati introdotti opportuni prefissi (multipli e sottomultipli) posizionati davanti all’unità di misura con lo scopo di poter scrivere gli scalari in una forma adatta agli utilizzi che se ne intendiamo fare. L’elenco dei più 1. Riscrivere la parte numerica lasciandola immutata. 2. Al posto delle unità di misura che compaiono riscrivere il loro equivalente nella nuova unità di misura: al posto di km scrivo 1000 15 Fig. 4.2: Guarda il video youtu.be/Ctirc_0CGeo 16 Scheda4. Gli scalari metri (infatti in un kilometro ci sono 1000 metri) 12 km = 12 · 1000 m = 12000 m h (infatti per scrivere l’equivalente di un minuto devo e al posto di min scrivo 60 prendere un’ora e dividerla per 60) 90 min = 90 · h = 1.5 h 60 3. Eseguire le operazioni del caso sui numeri rimasti Nel caso che la conversione sia più complessa il procedimento in realtà non cambia. Osserviamo nel dettaglio quanto segue: la parte numerica viene copiata uguale, la linea di frazione viene copiata uguale, al posto di km scrivo 1000 m che rappresenta la quantità equivalente espressa un metri, al posto di h (ore) scrivo la quantità equivalente in secondi e cioè 3600 s. 1000 m m km = 130 = 36.11 130 h 3600 s s Analogamente avremo: 130 4.4 ogni misura, é assolutamente molto importante che voi prima annotiate su carta la vostra ipotesi e solo successivamente la verifichiate con lo strumento di misura. • Prendete in considerazione un qualunque oggetto ed indovinate quale sia la sua massa. Successivamente, usando una bilancia, misurate la sua reale massa e confrontate i risultati ottenuti con quelli da voi ipotizzati. Annotate con cura la vostra ipotesi e il risultato della misura, e provate a dare un giudizio delle vostre capacità. Per ogni misura, é assolutamente molto importante che voi prima annotiate su carta la vostra ipotesi e solo successivamente la verifichiate con lo strumento di misura. • Cercate i valori dei record mondiali di salto in alto e salto in lungo. Per il primo fate un piccolo segno sul muro all’altezza corrispondente, mentre per gli altri due segnate a terra due punti alla distanza corrispondente. Vi renderete subito conto di quanto sia difficile battere tali record! • Misurate la lunghezza media dei vostri passi. • Provate a chiudere gli occhi per un periodo di un minuto. Riapriteli e controllate quanto tempo è effettivamente passato. kg kg 1000 g g = 130 = 130 = 0, 13 3 3 m m·m·m 100 cm · 100 cm · 100 cm cm Capire gli scalari Un modo per prendere confidenza con questi argomenti è quello di collegarli con il mondo che ci circonda; provate a fare quanto indicato qui di seguito • Prendete in considerazione un qualunque oggetto ed indovinate quali siano le sue dimensioni (altezza, larghezza, profondità). Successivamente, usando un righello, misurate le reali dimensioni di quell’oggetto e confrontate i risultati ottenuti con quelli da voi ipotizzati. Annotate con cura la vostra ipotesi e il risultato della misura, e provate a dare un giudizio delle vostre capacità. Per Autore: Andrea de Capoa 17 Feb 2016 Il Sistema internazionale di misura 5.1 Misurare un intervallo di tempo consiste nello scegliere un fenomeno periodico (che si ripete uguale dopo un certo intervallo di tempo) e contare quante volte tale fenomeno periodico si ripete nell’intervallo di tempo che si vuole misurare. Con poco costruisci tutto Tutte le grandezze fisiche si dividono in grandezze fondamentali e grandezze derivate. Le grandezze fondamentali sono soltanto sette, e sono elencate in tabella 5.1. Esse costituiscono il Sistema Internazionale di Misura. Tutte le altre grandezze possono essere costruite con una combinazione opportuna di quelle fondamentali, come per esempio una velocità che, essendo espressa in metri diviso secondi m s sono una combinazione delle grandezze fondamentali lunghezza e tempo. Scheda 5 Gli orologi migliori a nostra disposizione sono gli orologi atomici. In un orologio atomico al cesio, un cristallo di quarzo viene fatto oscillare in accordo con la radiazione elettromagnetca (anch’essa un fenomeno periodico) emessa dagli atomi di cesio in particolarissime condizioni. Tale emissione è un fenomeno dalle proprietà molto stabili e precise, riprese dall’oscillazione del cristallo di quarzo e poi utilizzate per la misura del tempo e per la definizione della sua unità di misura: il secondo. Fig. 5.1: Guarda il video youtu.be/hQhH0ODWzN0 Grandezza fisica unità di misura simbolo Intensità di corrente elettrica Intensità luminosa Lunghezza Massa Quantità di sostanza Temperatura termodinamica Intervallo di tempo ampere candela metro chilogrammo mole kelvin secondo A cd m kg mol K s Il secondo è definito come la durata di 9192631770 periodi della radiazione corrispondente alla transizione tra due livelli iperfini, da (F=4, MF=0) a (F=3, MF=0), dello stato fondamentale dell’atomo di cesio-133. 5.3 Lunghezza Una lunghezza è la distanza tra due punti dello spazio. Il concetto di lunghezza è necessario per poter definire le dimensioni di un oggetto, la sua posizione rispetto ad un punto o rispetto ad altri oggetti. Esso è anche il punto di partenza per poter definire superfici e volumi. L’unità di misura di una lunghezza è il metro che è definito nel seguente modo: Tabella 5.1: Il Sistema Internazionale di Misura Un metro è definito come la distanza percorsa dalla luce nel vuoto in un 1 intervallo di tempo pari a 299792458 di secondo. 5.2 Intervallo di tempo: la durata Questa definizione viene dal fatto di voler definire una lunghezza a partire dal valore della velocità della luce. La velocità della luce è infatti c = 299792458 m s ed ha la particolare caratteristica di avere sempre lo stesso valore in ogni istante e per qualunque osservatore. Avendo prima definito in modo indipendente cosa sia un secondo, ecco che è adesso possibile definire il metro. Tutti noi abbiamo un’idea intuitiva di cosa sia un intervallo tempo e sappiamo che lo misuriamo con un cronometro; non banale è però dare una definizione precisa di cosa sia un intervallo di tempo lungo ∆t = 1secondo dove il secondo è l’unità di misura del tempo nel Sistema Internazionale. 17 18 Scheda5. Il Sistema internazionale di misura 5.4 Massa La massa è la quantità di materia di cui è fatto un corpo e per misurarla usiamo una bilancia. L’unità di misura della massa è il kilogrammo. Il kilogrammo è la massa di un particolare cilindro di altezza e diametro pari a 0, 039 m di una lega di platino-iridio. Tale cilindro è depositato presso l’Ufficio internazionale dei pesi e delle misure a Sèvres, in Francia. L’errore più comune che si fa quando si comincia a studiare fisica è quello di confondere la massa di un oggetto con il suo peso. Massa e peso sono due concetti completamente differenti; senza anticipare la definizione di peso, è comunque sufficiente pensare che se prendo una persona di massa m = 80 kg, la quantità di materia di cui è fatto sarà sempre la stessa sia che si trovi sulla Terra, sia che si trovi sulla Luna, sia che si trovi a bordo della Stazione Spaziale Internazionale; al contrario il suo peso è maggiore sulla Terra rispetto che sulla Luna, mentre è nullo sulla Stazione Spaziale. Se siamo immersi nell’acqua pesiamo di meno... ma di certo la quantità di materia di cui siamo fatti è sempre la stessa. 5.5 La Temperatura Tutti sappiamo che un oggetto può essere più o meno caldo. Il concetto di temperatura è infatti comunemente conosciuto essendo parte della nostra esperienza quotidiana. Dire che un oggetto è caldo oppure è freddo si riferisce soltanto alla nostra sensazione nel caso in cui tocchiamo l’oggetto, e non si riferisce ad una misura esatta della sua temperatura che si esegue con uno strumento chiamato termometro. Come per tutte le grandezze fisiche avremo che esistono differenti unità di misura della temperatura, di cui le principali sono i gradi Celsius, i gradi Fahrenheit, e i gradi Kelvin. 5.5.1 Le differenti scale di temperatura La scala Celsius è stata inventata ponendo la temperatura del ghiaccio fondente pari a Tf us−H2 O = 0◦ C e la temperatura dell’acqua che bolle in condizioni standard pari a Teboll−H2 O = 100◦ C . Analogamente la scala Fahrenheit è stata inventata ponendo la temperatura del ghiaccio fondente pari a Tf us−H2 O = 32◦ F e la temperatura dell’acqua in ebollizione in condizioni standard pari a Teboll−H2 O = 212◦ F . La più importante scala di temperature, quella da utilizzare in fisica, è però quella dei gradi Kelvin. Essa è identica alla scala Celsius a meno del valore dello zero. La temperatura del ghiaccio fondente è pari a Tf usione−ghiaccio = 273, 15K . In questa scala, non esistono temperature negative. 5.6 L’angolo Un libro di matematica definisce il radiante come l’angolo il cui arco sotteso in una circonferenza misura quanto il raggio della L=r circonferenza. l α= r α = 1 rad Tutti noi siamo abituati ad unsare i gradi sesagesimali per misurare un angolo, per r cui dividiamo l’angolo giro in 360 gradi, ogni grado in 60 primi ed ogni primo in 60 seFig. 5.2: α = 1 radiante è l’angolo per cui la lunghezza dell’arco è uguale al raggio. condi. Sebbene questo possa avere un certo vantaggio nella vita quotidiana, risulta invece complicato nello studio scientifico che preferisce invece un’unità di misura che permetta di utilizzare il sistema decimale. L’unità di misura del radiante è di fatto un numero puro, visto che è definito come il rapporto tra due lunghezze. Considerando adesso che la circonferenza ha lunghezza C = 2πr, risulta evidente che l’angolo giro misura α = 360◦ = 2π . Autore: Andrea de Capoa 17 Feb 2016 Grandezze fisiche derivate Scheda 6 Utilizzando le grandezze fisiche fondamentali del Sistema Internazionale di Misura, è possibile costruirsi tutte le altre grandezze fisiche utilizzate per studiare i fenomeni naturali. Tali grandezze le definiamo di conseguenza grandezze fisiche derivate. Non c’è limite al numero di grandezze fisiche derivate che possiamo costruirci; qui di seguito ne studiamo alcune. Altre grandeze verranno poi introdotte più avanti. 6.1 6.3 La densità di un oggetto è il rapporto tra massa e volume di quell’oggetto. ρ= m V Questa grandezza fisica non dipende da quanto l’oggetto sia grande, ma soltanto dal materiale di cui è fatto. La densità indica infatti quanto la maFig. 6.2: Guarda il video youteria dell’oggetto è compatta dentro di esso. Tantu.be/ifIDPfAZaBc to più i singoli atomi hanno massa e tanto più sono vicini tra loro, tanto più quel materiale è denso. Superficie Se pensate ad una qualunque figura geometrica, la sua superficie è quella parte di piano delimitata dal bordo di tale figura geometrica. Se pensate ad un solido, la sua superficie è quella parte dello spazio che fa da separazione tra l’oggetto ed il mondo circostante. L’unità di misura di una superficie è il m2 , infatti una superficie si ottiene elevando al quadrato una lunghezza. 6.2 Densità Volume Il volume di un oggetto è lo spazio occupato dal materiale di cui è fatto. Un volume si misura in m3 , infatti un volume si ottiene elevando al cubo una lunghezza. Una unità di misura alternativa per il volume è il litro, dove 1 litro = 1 dm3 Fig. 6.1: Guarda il video youParlando di volume è importante non confondertu.be/CwW05sUMJcA lo con la capacità di un contenitore. Quest’ultima è il volume dello spazio vuoto all’interno del contenitore. Autore: Andrea de Capoa 19 17 Feb 2016 Le leggi fisiche Scheda 7 un fattore α la base, l’altezza risulta moltiplicata di un fattore α1 , quindi la relazione tra base ed altezza è una relazione di proporzionalità inversa. Immaginiamo adesso un cilindro1 il cui volume lo si calcola moltiplicando l’area di base per l’altezza V = πr2 · h Una legge fisica è una reazione matematica tra grandezze fisiche che descrive un fenomeno fisico 7.1 Capire una legge fisica E’ sufficiente riscriverla nella forma Cerchiamo di capire cosa sia una legge fisica attraverso alcuni esempi presi dalla geometria. Prendiamo ad esempio la formula del perimetro del quadrato di lato L h= V πr2 per vedere che tra l’altezza del cilindro ed il lato vi è una relazione di proporzionalità quadratica inversa. P =4·L Non leggete questa formula come la formula per calcolare il perimetro del quadrato bensì come la relazione che intercorre tra P ed L per un quadrato. Se scrivessi la formula come P L= 4 scriverei assolutamente la stessa formula, solo adattata ad una forma utile per calcolare il lato del quadrato. In questo caso la relazione è una relazione di proporzionalità diretta in quanto moltiplicando una delle due grandezze di un fattore α anche l’altra grandezza risulta moltiplicata dello stesso fattore α. Prendiamo adesso la formula dell’area del quadrato A = L2 Tra L ed A vi è una relazione di proporzionalità quadratica diretta in quanto moltiplicando di un fattore α il lato, l’area risulta moltiplicata di un fattore α2 . Prendiamo adesso la formula dell’area del rettangolo che calcoliamo moltiplicando la base con l’altezza A=b·h 1 Per visualizzare bene questo esempio potete pensare alle lattine di una qualunque bibita. Tutte hanno un volume costante V = 33 cl ma alcune hanno la base più grande e di conseguenza l’altezza minore. Se immaginiamo di mantenere costante l’altezza, allora si vede chiaramente che tra l’area e la base vi è una proporzionalità diretta. Se immaginiamo di mantenere costante la base, allora si vede chiaramente che tra l’area e l’altezza vi è una proporzionalità diretta. Se immaginiamo di mantenere costante l’area, allora quando moltiplicando di Autore: Andrea de Capoa 20 17 Feb 2016 Il metodo scientifico 8.1 Scheda 8 Le parole di Feynmann 8.2 Il metodo scientifico Adesso vorrei sintetizzare queste semplici parole nei concetti chiave che uno studente dovrebbe comprendere, scheatizzati in fig.8.2. Seguite le frecce dello schema per comprendere il significato dei singoli passaggi. La scoperta di una legge fisica avviene in tre passaggi: Il video qui proposto è in lingua inglese, sottotitolato in italiano. A lato ho trascritto i sottotitoli 1. inventiamo una legge, 2. eseguiamo un esperimento, ”Ora vediamo come si fa a scoprire una nuova legge. In generale, il procedimento per scoprire una nuova legge è questo: per prima cosa tiriamo ad indovinare... Fig. 8.1: Guarda il video younon ridere, è proprio così che facciamo; poi calcoliamo tu.be/5KcpqLk78YA le conseguenze della nostra intuizione per vedere quali circostanze si verificherebbero se la legge che abbiamo immaginato fosse giusta; infine confrontiamo i risultati dei nostri calcoli con la natura, con gli esperimenti, con l’esperienza, con i dati dell’osservazione, per vedere se funziona. Se non è in accordo con gli esperimenti... è sbagliata. In questa piccola affermazione c’è la chiave della scienza. Non importa quanto bella sia la tua intuizione, non importa quanto intelligente sia la persona che l’ha formulata, o quale sia il suo nome: se non è in accordo con gli esperimenti... è sbagliata, è tutto qui. Ora, immaginate di aver avuto una buona intuizione e di aver calcolato che tutte le conseguenze della vostra premessa sono in accordo con gli esperimenti, la teoria è giusta? No, semplicemente non si è potuto dimostrare che sia sbagliata, perchè in futuro, un numero maggiore di esperimenti potrebbe scoprire qualche discrepanza e la teoria si rivelerebbe sbagliata. E’ per questo che le leggi di Newton per il moto dei pianeti sono rimaste valide per così tanto tempo: ha ipotizzato la legge della gravitazione e con questa ha calcolato i moti dei pianeti e li ha confrontati con gli esperimenti, e ci sono volute diverse centinaia di anni prima che un minuscolo errore nel moto di mercurio fosse osservato. Durante tutto quel tempo nessuno era stato in grado di dimostrare che la teoria fosse sbagliata, e poteva essere considerata temporaneamente giusta, ma non può mai essere dimostrata giusta perchè le osservazioni di domani possono svelare che quello che credevamo giusto era in realtà sbagliato. Per cui non abbiamo mai la certezza di essere nel giusto, possiamo essere sicuri solo di esserci sbagliati. ” 3. utilizziamo la legge per provare a predire come avverà un certo fenomeno fisico, e confrontiamo la nostra previsione con i risultati degli esperimenti. Se le nostre previsioni sono in contrasto con gli esperimenti, allora la legge è sbagliata; in caso contrario non possiamo però dire che la legge sia giusta perché potrebbero in futuro esserci nuovi esperimenti che dicono che la legge è sbagliata. Inventiamo una legge Facciamo un esperimento La legge Forse la legge Si è giusta è in accordo con esso ? No La legge è sbagliata Fig. 8.2: Uno schema del metodo scientifico. Come potete vedere non esiste la possibilità di affermaere che una certa legge è giusta; inoltre è sempre necessaria una verifica sperimentale di qualunque legge. Autore: Andrea de Capoa 21 17 Feb 2016 I vettori 9.1 Scheda 9 Cos’è un vettore 9.2 Operazioni con i vettori I vettori sono degli oggetti matematici necessari per descrivere alcune grandezze fisiche per le quali non è sufficiente uno scalare. Definito cosa sia un vettore ed a che cosa serva, vediamo adesso quali operazioni possiamo fare con essi. Un vettore è rappresentato graficamente con una freccia. Il punto dal quale facciamo partire la freccia lo chiamiamo punto di applicazione del vettore. 9.2.1 Somma di vettori La somma di due vettori è un’operazione che prende due vettori e da come risultato un terzo vettore ~c = ~a + ~b Fig. 9.1: Guarda il video youLe caratteristiche che definiscono un vettore tu.be/j4xqbBirZqY sono tre: una riguarda il valore della grandezza fisica, le altre due riguardano la sua orientazione nello spazio. che si ottiene con il metodo del parallelogrammo o con il metodo punta-coda Ecco uno schema per eseguire la regola del parallelogramma: 1. modulo: il valore della grandezza fisica e rappresentato dalla lunghezza della freccia Metto la penna sulla punta del primo vettore e traccio una retta parallela al secondo vettore. ~a 2. direzione: la retta sulla quale si trova la freccia ~b 3. verso: indicato dalla punta della freccia; per ogni direzione sono possibili solo due versi Metto la penna sulla punta del secondo vettore e traccio una retta parallela al primo vettore. ~ per esempio, non è sufficiente Per descrivere la grandezza fisica spostamento ∆S, dire di quanti metri mi sposto, ma devo anche indicare lungo quale linea mi sposto e, fissata la linea, in quale dei due versi. Solo con queste tre informazioni posso descrivere completamente uno spostamento. Verso ~a ~b Le due rette si intersecano in un punto. Il vettore somma è il vettore che parte dal punto di applicazione ed arriva nel punto di intersezione delle due rette. ~c ~a ~b Direzione Punto di applicazione Il modulo del vettore somma non dipende solo dai moduli dei due vettori di partenza, ma dipende anche dall’angolo che c’è tra i due vettori. Se non conosciamo l’angolo non possiamo fare alcun tipo di affermazione. E’ facile calcolare quanto valga il modulo del vettore somma in tre casi particolari: Modulo 22 23 Scheda9. I vettori • se i due vettori sono paralleli e nello stesso verso: il modulo del vettore somma sarà la somma dei moduli dei vettori di partenza c = a + b • se i due vettori sono paralleli ma con versi opposti: il modulo del vettore somma sarà la differenza dei moduli dei vettori di partenza c = a − b • se i due vettori sono a 90◦ : il modulo del vettore somma lo trovo applicando il teorema di pitagora ad uno dei due triangoli che si formano dalla regola del √ parallelogrammo c = a2 + b2 9.2.3 Scomposizione di un vettore Dato un vettore ~c e due direzioni r ed s, la scomposizione di un vettore sungo le due direzioni date consiste nel trovare i due vettori ~a sopra r e ~b sopra s tali che ~c = ~a + ~b Dato un vettore e due assi che passino dal suo punto di applicazione, è sempre possibile ricavare su quegli assi i due vettori, chiamati componenti del vettore, che sommati insieme danno il vettore in questione. 1. Dato un vettore e due direzioni... ~c 9.2.2 Prodotto di uno scalare per un vettore Il prodotto di uno scalare per un vettore è un’operazione che prende uno scalare k ed un vettore ~a e da come risultato un vettore w ~ = k~a che ha stessa direzione di ~a, verso concorde o discorde a seconda che k sia positivo o negativo e modulo pari al modulo di ~a moltiplicato per il valore di k in valore assoluto. Il prodotto di uno scalare per un vettore si esegue graficamente disegnando un nuovo vettore che rispetto al primo ha la stessa direzione, lo stesso ~a verso se lo scalare è positivo e verso opposto se lo scalare è negativo, modulo differente pari al valore dello scalare per il modulo del primo vettore. Per cui da−2~a to un vettore ~a, il vettore 2~a avrà lo stesso verso e la stessa direzione ma sarà lungo il doppio; il vettore −2~a avrà la stessa direzione, verso opposto e lunghezza doppia. 4. Metto adesso la penna sulla punta del vettore ~c e traccio una retta parallela al secondo asse. Essa incontra il secondo asse in un punto. ~c 2. Metto la penna sulla punta del vettore ~c e traccio una retta parallela al primo asse. Essa incontra il secondo asse in un punto. ~c ~a 5. Sono ora in grado di disegnare la seconda componente ~b: dal punto di applicazione del vettore fino al punto trovato. ~c 2~a 3. Sono ora in grado di disegnare la prima componente ~a: dal punto di applicazione del vettore fino al punto trovato. ~c ~a ~a ~b 24 Scheda9. I vettori Guardate il seguente video e cercate di riconoscere le operazioni con i vettori che sono state eseguite. Provate poi ad inventare voi degli esercizi da fare sulle operazioni tra vettori. 9.2.5 Il prodotto vettoriale è un’operazione che prende due vettori e come risultato da un vettore ~c = ~a × ~b Fig. 9.2: 9.2.4 Prodotto vettoriale di due vettori Guarda il video youtu.be/4Z5zilM8ozw Prodotto scalare di due vettori Il prodotto scalare è un’operazione che prende due vettori ~a e ~b, e da come risultato da uno scalare C = ~a · ~b dato dal prodotto del modulo del primo vettore per il modulo del secondo vettore per il coseno dell’angolo compreso tra i due vettori. le cui caratteristiche saranno: • Direzione perpendicolare ai due vettori dati; • Modulo pari al prodotto dei moduli dei due vettori per il seno dell’angolo compreso: | ~c |=| ~a | · | ~b | · sin α • Verso indicato dalla regola della mano destra: posizionate a 90◦ pollice, indice e medio della mano destra; orientate il pollice nel verso del primo vettore, l’indice nel verso del secondo vettore, il medio indicherà il verso del terzo vettore. Il valore dello scalare risultato dell’operazione si calcola moltiplicando i moduli dei due vettori ed il coseno dell’angolo compreso tra essi. Se l’angolo tra i due vettori è minore di 90◦ il prodotto scalare è positivo; se l’angolo tra i due vettori è maggiore di 90◦ il prodotto scalare è negativo; se i due vettori sono perpendicolari il prodotto scalare vale zero. C = ~a · ~b C =| ~a | · | ~b | · cos γ ~c ~b γ ~a ~b γ Fig. 9.3: Prodotto vettoriale di due vettori: dato un vettore ~a ed un vettore ~b ottengo ~c = ~a × ~b. Il vettore ~c è ~a Risulta quindi evidente che il risultato dell’operazione dipende dall’angolo tra i due vettori. perpendicolare sia al vettore ~a, sia al vettore ~b. Autore: Andrea de Capoa 17 Feb 2016 I versori 10.1 Scheda 10 Cos’è un versore Un versore è un vettore di modulo pari a 1 (senza unità di misura). 10 y Un vedrsore è utile per indicare una direzione ed un verso ed il suo utilizzo spesso semplifica i conti. Immaginiamo di avere un vettore F~ di cui indichiamo il modulo con la lettera f . utilizzando i versori possiamo scrivere F~ = 5~u 8 ~u F~ = f · ~u 6 dove il versore ~u è un vettore che ha la stessa direzione e verso del vettore F~ . Nella figura è rappresentato a titolo di esempio un vettore di modulo |F~ | = f = 5 indicato utilizzando il versore ~u. 4 3~j 10.2 F~ = 4~i + 3~j Versori su di un piano cartesiano 2 Ogni vettore è facilmente rappresentabile su di un piano cartesiano utilizzando i versori associati ai due assi cartesiani. L’asse delle x è identificato dal versore ~i. L’asse delle j è identificato dal versore ~j. Ogni vettore sul piano cartesiano sarà una combinazione lineare dei versori ~i e ~j. ~j 4~i ~i −2 2 4 x 6 8 10 −2 Fig. 10.1: La somma di vettori su di un grafico cartesiano rappresentata utilizzando i versori dei due assi cartesiani. Autore: Andrea de Capoa 5 Nov 2016 25 26 Scheda10. I versori 10 y ~ =E ~ + F~ = 6~i + 8~j G 8 6 ~ = 2~i + 5~j E 4 F~ = 4~i + 3~j 2 ~j ~i −2 x 2 4 6 8 10 −2 Fig. 10.2: La somma di vettori su di un grafico cartesiano rappresentata utilizzando i versori dei due assi cartesiani. Parte II Cinematica 27 Mappe di cinematica Scheda 11 3 Grandezze cinematiche I Moti Sistemi di riferimento ~ Posizine S Vm = Moto vario ∆Stot ~ ∆ttot Vm = Intervallo di tempo ∆t Moto armonico ~a = −k · ~x Moto del pendolo 21 Dic 2016 28 Legge di composizione delle velocità Accelerazione ~ ∆V ~a = ∆t Accelerazione angolare ∆~ ω α ~ = ∆t Moto parabolico Moto rettilineo uniforme ~ = cost V ∆S = V · ∆t Moti periodici Autore: Andrea de Capoa Velocità angolare ~ = ~r × ω V ~ ∆θ ω = ∆t ~tot ∆S ∆ttot Moto uniformemente accelerato ~a = cost ∆S = 21 ·a·∆t2 +Vi ·∆t ∆V = a · ∆t Periodo e frequenza 1 ν = T Velocità ~ ~ = ∆S V ∆t Spostamento ~ ∆S Moto elicoidale Moto circolare uniforme 2 a = Vr ; V = ωr ν = T1 ; ω = 2πν Sistemi di riferimento Scheda 12 Un sistema di riferimento serve per poter indicare quale sia la posizione di un oggetto e descriverne il movimento. 12.1 12.2 Muoversi significa cambiare posizione; se per indicare una posizione serve un sistema di riferimento, allora questo è necessario anche per descrivere il movimento di un oggetto. La scelta del sistema di riferimento può influire moltissimo sulla descrizione del movimento. Punto di riferimento e assi cartesiani Se provate ad indicare la posizione di un qualunque oggetto intorno a voi vedrete che per poter dire dove sta siete sempre costretti a fare riferimento ad un qualche altro oggetto. Ciò rispetto al quale vi riferite si chiama punto di riferimento. Provate adesso ad indicare dove si trova un certo punto rispetto a quello di riferimento. Noterete che direte frasi come per esempio: si trova tre metri in avanti e due a destra. Per poter descrivere la posizione di un secondo punto rispetto al primo, avete bisogno di alcune direzionei (avandi-indietro, destra-sinistra, alto-basso) sulle quali indicare delle distanze. Queste direzioni si chiamano assi cartesiani. In figura 12.1 vengono mostrati dei punti in un sistema di assi cartesiani. Attenzione: il sistema di riferimento non serve per far esistere i punti, ma solo per poter dire dove sono. L’esempio del treno Se mi trovo su di un treno che viaggia, io vedo i miei bagagli fermi di fronte a me; gli stessi bagagli, visti da una persona fuori dal treno, si stanno muovendo insieme al treno. Quei bagagli sono fermi o si muovono? Dire che i bagagli sono fermi, e dire che si muovono, sono due frasi entrambe vere in due sistemi di riferimento differenti. Nel sistema di riferimento della persona sul treno i bagagli sono fermi; contemporaneamente nel sistema di riferimento della persona fuori dal treno i bagagli si muovono. L’esempio del tavolo Se non siete ancora convinti provate a guardare il tavolo davanti a voi: è fermo? Sono sicuro che avete detto di si. Siete sicuri? Sono sicuro che avete detto di si. Pensate adesso che il tavolo, insieme a tutti gli oggetti sul pianeta, sta girando intorno al Sole! Quindi il tavolo si muove? Si. Nel sistema di riferimento della Terra il tavolo è fermo; contemporaneamente nel sistema di riferimento del Sole, quel tavolo si muove. 0.5 z 0 −0.5 −1 Sistemi di riferimento e movimento L’esempio della stazione Pensate a quando siete in stazione, su di un treno in attesa della partenza. Il treno e fermo e la stazione è ferma. Di solito il vostro cervello vi fa ragionare mettendovi nel sistema di riferimento del treno. Nel momento della partenza, per pochissimi istanti, avete la certezza di vedere la stazione muoversi. La cosa dura poco, fino a quando il vostro cervello non vi riporta nel sistema di riferimento della stazione, nel quale la stazione è ferma ed il treno si sta muovendo (dalla parte opposta di dove prima si muoveva la stazione). Dire che la stazione è ferma, e dire che si muove, sono due frasi entrambe vere in due sistemi di riferimento differenti. 1 −0.5 0 x 0 0.5 1 −1 y Fig. 12.1: Punti in tre dimensioni. Gli assi cartesiani ci permettono di indicare, tramite delle coordinate, la posizione di ogni singolo punto. 29 30 Scheda12. Sistemi di riferimento Attenzione a non cadere nell’errore di dire che in realtà è la stazione che è ferma. . . non è vero! In realtà la stazione è contemporaneamente ferma nel sistema di riferimento del pianeta Terra, e in movimento nel sistema di riferimento del treno. 12.3 Videolezioni Vi invito, per meglio comprendere il concetto di sistema di riferimento, a vedere i seguenti due video: Fig. 12.2: Guarda il video youtu.be/DejaKlkaVc0 Autore: Andrea de Capoa 17 Feb 2016 Grandezze cinematiche Scheda 13 Per descrivere il movimento di un oggetto utilizziamo alcune grandezze fisiche che nelle prossime sezioni andiamo a spiegare. 13.2 13.1 La descrizione di un qualunque movimento inizia in un certo istante e finisce in un istante successivo. Il tutto dura un certo intervallo di tempo ∆t, misurato in secondi e calcolabile come: Posizione e Spostamento Intervallo di tempo Muoversi vuol dire cambiare posizione. Cosa sia la posizione di un oggetto lo abbiamo visto quando abbiamo parlato di sistemi di riferimento. ∆t = tf − ti dove ti è l’istante iniziale dell’intervallo e tf l’istante finale. Uno spostamento è definito come una variazione di posizione, cioè la differenza tra la posizione finale dell’oggetto e la posizione iniziale dell’oggetto. 13.3 ~=S ~f − S ~i ∆S La velocità di un oggetto è definita come il rapporto tra lo spostamento effettuato da un oggetto e l’intervallo di tempo impiegato ad effettuare quello spostamento. Lo spostamento è una grandezza vettoriale e la sua unità di misura è il metro. 13.1.1 Spostamento e distanza percorsa ~ ~ = ∆S V ∆t La distanza percorsa è la lunghezza pel percorso, dal punto di partenza a quello di arrivo. Spostamento e distanza pecorsa sono due concetti molto differenti. Il primo tiene solamente conto della distanza tra i due punti, di partenza e di arrivo, e non dipende dal percorso seguito per muoversi; il secondo è invece una caratteristica del percorso scelto. Immaginiamo, come mostrato in figura 13.1, ~i fino di muoverci da un punto di partenza S ~f lungo il percorso inad un punto di arrivo S dicato dalla curva rossa. La lunghezza di tale curva è la lunghezza del percorso, mentre la ~=S ~f −S ~i è il valore lunghezza del vettore ∆S dello spostamento. Velocità La velocità di un oggetto è una grandezza vettoriale; non basta dire quanto forte stai andando, ma devi anche dire su quale direzione ti muovi e in quale verso. 13.3.1 Velocità media e istantanea • La definizione di velocità data in precedenza deve però essere approfondita. Così come è stata scritta si basa su di un intervallo di tempo di lunghezza non specificata. Se tale intervallo di tempo ha una lunghezza determinata, allora la definizione è quella della velocità media nell’intervallo di tempo in questione. Questo significa che non possiamo avere informazioni su quale sia stata la velocità negli istanti all’inteno dell’intervallo ∆t, ma abbiamo solo informazioni su un valore medio tenuto durante l’intervallo ∆t. • Fig. 13.1: Nel muoversi dal punto S~i al pun~f un corpo ha seguito il percorso tracciato to S ~ in rosso. Il corpo compie uno spostamento ∆S. La lunghezza del percorso L è in questo caso più lunga del valore dello spostamento. Se poi immaginiamo di rendere quell’intervallo di tempo sempre più piccolo, tanto piccolo da non essere quasi nullo e poterlo definire un istante, allora parleremo di velocità istantanea, e cioè di velocità in un certo istante. 31 32 13.4 Scheda13. Grandezze cinematiche Accelerazione L’accelerazione è una grandezza vettoriale con modulo, direzione e verso, definita come una variazione di velocità nel tempo. ~a = ~ ∆V ∆t La sua unità di misura è sm2 . Ogni volta che Fig. 13.2: Guarda il video un’accelerazione agisce su di un oggetto ne conyoutu.be/pZ-jen14BI4 segue che cambia nel tempo la velocità di quell’oggetto. Attenzione anche alle parole: chiamiamo accelerazione una variazione del vettore velocità, non un aumento del suo modulo. Se cambia anche una sola delle caratteristiche del vettore velocità (modulo, direzione o verso) allora c’è stata un’accelerazione. 13.4.1 Capire l’accelerazione Capire cosa sia un’accelerazione1 significa capire in che modo un oggetto cambia la sua velocità quando su di esso viene applicata un’accelerazione. Cominciamo con l’analizzare tre casi particolari nei quali l’angolo tra l’accelerazione e la velocità è rispettivamente 0◦ , 90◦ e 180◦ . Attenzione a non farvi trarre in inganno dalle figure... l’accelerazione non si somma mai alla velocità! Sono grandezze non omogenee. L’accelerazione genera un ~ = ~a · ∆t; la velocità finale la si trova facendo vettore ∆V Accelerazione parallela alla velocità. Quando l’angolo tra accelerazione e velocità è 0◦ significa che i due vettori hanno stessa direzione e verso. In questo caso il vettore velocità mantiene costante la direzione ed il verso, ma aumenta il valore del modulo. Accelerazione antiparallela alla velocità. Quando l’angolo tra accelerazione e velocità è 180◦ significa che i due vettori hanno stessa direzione ma verso opposto. In questo caso il vettore velocità mantiene costante la direzione ed il verso, ma diminuisce il valore del modulo. Accelerazione perpendicolare alla velocità. Quando l’angolo tra accelerazione e velocità è 90◦ significa che i due vettori sono perpendicolari. In questo caso il vettore velocità mantiene costante il modulo ma varia la sua direzione. ~f = V ~ i + ∆V ~ =V ~i + ~a · ∆t V 1 Per provare a visualizzare un’accelerazione potete per cominciare pensare all’accelerazione come ad una spinta. Sebbene ciò non sia propriamente corretto, capirete studiando il primo principio della dinamica come questo possa comunque fornire una conoscenza intuitiva corretta. Autore: Andrea de Capoa 17 Feb 2016 ~f V ~i V ~a Prima Dopo ~i V ~f V Prima Dopo ~a ~i V ~f V Prima ~a Dopo Moto rettilineo uniforme e uniformemente accelerato 14.1 Moto rettilineo uniforme 14.2 ~ = Il moto rettilineo uniforme è un moto con il vettore velocità costante: V costante Scheda 14 Moto uniformemente accelerato Il moto uniformemente accelerato è il moto con accelerazione costante: ~a = costante Questo vuol dire che modulo, direzione e verso della velocità sono costanti e quindi non cambiano mai. Ne consegue che in questo moto l’accelerazione è nulla: Questo vuol dire che modulo, direzione e verso dell’accelerazione sono costanti e quindi non cambiano mai. Essendoci un’accelerazione, allora la velocità dell’oggetto che si muove cambia in continuazione. Le equazioni del moto sono: ∆S = ~a = 0 Se non cambia mai la direzione della velociFig. 14.1: Guarda il video youtà, allora l’oggetto deve muoversi sempre lungo la tu.be/LMMTZTwZPKY stessa retta e non può fare delle curve. Ogni curva implica un cambio della direzione, quindi un cambio della velocità e quindi un’accelerazione non nulla. Nel muoversi lungo una linea retta, l’oggetto non tornerà mai indietro perché è costante il verso. Tornare indietro implica infatti un’inversione del vettore che di per se è una variazione ed implica quindi un’accelerazione. Un oggetto che si muova di moto rettilineo uniforme avrà sempre lo stesso valore della velocità. Questo significa che l’oggetto percorrerà spazi uguali in tempi uguali. Per calcolarci quanto spazio percorre possiamo utilizzare la formula: 1 · a · ∆t2 + Vi · ∆t 2 ∆V = a · ∆t In queste due equazioni voglio sottolineare il significato di Vi : essa è la velocità iniziale dell’oggetto. Visto che ∆t è un intervallo di tempo, ovviamente ha un inizio ed una fine, quindi Vi è la velocità che ha l’oggetto nell’istante in cui inizia l’intervallo di tempo preso in considerazione. 14.2.1 ∆S = V · ∆t Fig. 14.2: Guarda il video youtu.be/QducxjKp_UU La caduta dei gravi Ogni oggetto sul pianeta subisce l’accelerazione di gravità che ha sempre lo stesso valore, è sempre verticale e sempre verso il basso. Il vettore accelerazione di gravità è quindi un vettore costante. Un oggetto che cade, in assenza di attrito con l’aria, subisce quindi un’accelerazione costante e si muove quindi di moto uniformemente accelerato. Fig. 14.3: Guarda il video Se guardate ora le equazioni del movimento noteyoutu.be/m7lm7u-JomY rete che non contengono il valore della massa dell’oggetto che si muove... questo significa che il valore della massa non influisce sul 33 34 Scheda14. Moto rettilineo uniforme e uniformemente accelerato movimento dell’oggetto. Osservate questo video girato dagli astronauti dell’apollo sulla Luna. Autore: Andrea de Capoa 17 Feb 2016 Grafici spazio-tempo Scheda 15 trascorso. Questo valore sul grafico corrisponde alla pendenza della curva disegnata. Una curva ripida indica che l’oggetto ha fatto tanta strada in poco tempo e quindi ha avuto una grande velocità. Una linea orizzontale rappresenta di conseguenza un oggetto fermo con velocità V = 0 Un grafico spazio-tempo rappresenta il moto di un oggetto lungo un certo percorso lineare. 15.1 Sugli assi cartesiani 15.4 In un grafico spazio-tempo l’asse delle ascisse indica il trascorrere del tempo e l’asse delle ordinate indica la distanza percorsa dall’origine. Supponiamo che il moto di un oggetto sia descritto indicando con x = 0 m il punto di partenza dell’oggetto, e con t = 0 s l’istante di partenza di un oggetto1 . La posizione dell’oggetto nel tempo sarà indicata da un punto di coordinate (t, x) che indicano istante per istante la distanza dell’oggetto dall’origine del sistema di riferimento. Grafici di esempio Vediamo adesso alcuni grafici di esempio attraverso i quali meglio comprendere quanto scritto fino ad ora. 8 S(km) 6 15.2 Lettura del movimento Il movimento dell’oggetto al passare del tempo è quindi indicato dal movimento del punto nel grafico. Tale punto si sposterà sempre verso destra a causa dello scorrere del tempo, in alto se l’oggetto si muove in avanti lungo il suo percorso, in basso se torna indietro lungo il suo percorso, e rimane ad altezza costante se l’oggetto è fermo (mantiene infatti costante la sua distanza dall’origine). 4 2 t(h) 15.3 Lettura della velocità 1 La velocità dell’oggetto è definita dalla formula 3 4 5 6 7 8 9 10 Fig. 15.1: Questo grafico rappresenta il moto di un corpo che percorre in avanti tre kilometri in tre ore, successivamente percorre in avanti un kilometro in due ore, poi rimane fermo per due ore ed infine torna al punto di partenza nelle successive due ore. In tutto ha viaggiato nove ore ed ha percorso quattro kilometri in avanti e quattro indietro. Dalle pendenze delle linee si nota che il corpo ha viaggiato alle velocità di V1 = 1 km , V2 = 0, 5 km , V3 = 0 km h h h e V4 = −2 km nei rispettivi quattro tratti di strada. h ∆S V = ∆t Questo significa che per conoscere la velocità media dell’oggetto in un certo intervallo di tempo devo dividere tutto la distanza percorsa con l’intervallo di tempo 1 Ovviamente l’unità di misura 2 di distanza e tempo può essere qualunque e non necessariamente metri Autore: Andrea de Capoa e secondi 35 30 Gen 2017 36 Scheda15. Grafici spazio-tempo 8 S(km) 6 4 2 t(h) 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 Fig. 15.2: Questo grafico rappresenta il moto di un corpo che percorre in avanti quattro kilometri in due ore, successivamente rimane fermo tre ore, poi torna indietro di due kilometri in due ore ed infine rimane fermo successive due ore. In tutto ha viaggiato nove ore ed ha percorso quattro kilometri in avanti e due indietro. Dalle pendenze delle linee si nota che il corpo ha viaggiato alle velocità di V1 = 2 km , V2 = 0 km , V3 = −1 km e V4 = 0 km nei h h h h rispettivi quattro tratti di strada. Grafici velocità-tempo Scheda 16 Questo significa che per conoscere l’accelerazione media dell’oggetto in un certo intervallo di tempo devo dividere la variazione di velocità con l’intervallo di tempo trascorso. Questo valore sul grafico corrisponde alla pendenza della curva disegnata. Una curva ripida indica che l’oggetto ha cambiato di molto la velocità in poco tempo e quindi ha avuto una grande accelerazione. Una linea orizzontale rappresenta di conseguenza un oggetto che viaggia con velocità costante V = cost Ogni volta che il grafico presenta una line retta, significa che la variazione di velocità è direttamente proporzionale al tempo trascorso, e questo implica un moto uniformemente accelerato. Un grafico velocità-tempo rappresenta l’andamento del moto di un oggetto lungo un certo percorso lineare. 16.1 Sugli assi cartesiani In un grafico velocità-tempo l’asse delle ascisse indica il trascorrere del tempo e l’asse delle ordinate indica la velocità assunta in ogni istante. Supponiamo che il moto di un oggetto sia descritto indicando con Vi = 0 m s la velocità iniziale dell’oggetto, e con t = 0 s l’istante in cui noi azioniamo il nostro cronometro1 . La velocità dell’oggetto nel tempo sarà indicata da un punto di coordinate (t, V ) che indicano istante per istante la velocità dell’oggetto. 16.2 16.4 Grafici di esempio Vediamo adesso un grafico di esempio attraverso il quale meglio comprendere quanto scritto fino ad ora. Lettura del movimento L’andamento del moto dell’oggetto al passare del tempo è quindi indicato dal movimento del punto nel grafico. Tale punto si sposterà sempre verso destra a causa dello scorrere del tempo, in alto se l’oggetto aumenta la sua velocità, in basso se diminuisce la sua velocità, e rimane ad altezza costante se l’oggetto mantiene costante la sua velocità muovendosi di moto rettilineo uniforme. Valori positivi rappresentano un movimento in avanti; valori negativi rappresentano un movimento indietro. 16.3 Lettura dell’accelerazione L’accelerazione dell’oggetto è definita dalla formula a= ∆V ∆t 1 Ovviamente l’unità di misura di velocità e tempo può essere qualunque e non necessariamente metri al secondo e secondi Autore: Andrea de Capoa 37 30 Gen 2017 38 Scheda16. Grafici velocità-tempo 8 V ( km h ) 6 4 2 t(h) 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 −2 Fig. 16.1: Questo grafico rappresenta il moto di un corpo che subisce un’accelerazione costante in avanti per tre ore; poi si muove in avanti a velocità costante per tre ore; successivamente accelera all’indietro per due ore arrivando a fermarsi e quindi a muoversi all’indietro; per un’ora ha viaggiato di moto rettilineo uniforme all’indietro per poi accelerare in avanti rallentando il suo movimento all’indietro fino a fermarsi. In tutto ha viaggiato nove ore. Dalle pendenze delle linee si nota che il corpo ha viaggiato con accelerazioni il cui modulo è a1 = 1 km , a2 = 0, h2 km a3 = 2 km e a = 0 ed a = 1 nei rispettivi quattro tratti di strada. 4 5 2 2 h h Moto parabolico 17.1 Scheda 17 6 Moto parabolico 5 Il moto parabolico è una combinazione del moto rettilineo uniforme e del moto uniformemente accelerato su due assi perpendicolari tra loro. 4 3 Il moto parabolico è un moto nel piano. Questo significa che prese due direzioni perpendicolari tra loro, mentre l’oggetto si muove lungo uno dei due assi, contemporaneamente si muove anche lungo l’altro asse. Immaginate di camminare a velocità costante e contemporaneamente lanciare un oggetto verticalmente in aria: tale oggetFig. 17.1: Guarda il video to, mentre si muove come voi in orizzontale di youtu.be/xfLZ2Y0FM-k moto rettilineo uniforme, contemporaneamente si muove di moto uniformemente accelerato in verticale. Le equazioni saranno quindi: 2 1 ∆Sx 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 Fig. 17.2: Traiettoria di un proiettile che si muove di moto parabolico. In arancione è rappresentato il vettore 1 2 ∆Sy = 2 ay · ∆t + Viy · ∆t velocità, sempre tangente alla traiettoria del proiettile. In blu la componente orizzontale della velocità: visto che in orizzontale il moto è rettilineo uniforme, allora il vettore è costante. In rosso la componente verticale della velocità: visto che in verticale è moto uniformemente accelerato, allora il vettore velocità varia nel tempo. ∆Vy = ay · ∆t ∆Sy ∆Sx = Vx · ∆t In queste equazioni, l’indice y indica il movimento dell’oggetto sull’asse verticale e l’indice x indica il movimento sull’asse orizzontale. A partire dalle equazioni del moto possiamo ricavare diverse informazioni aggiuntive: gittata, massima altezza, tempo di volo1 . Tempo di volo 17.1.1 Moto di un proiettile Dalla prima equazione, imponendo che lo spostamento su y sia nullo, otteniamo gli intervalli di tempo corrispondenti ai punti in cui il proiettile si trova al livello del Se trascuriamo le forze di attrito, un proietile che si muove subisce unicamente l’accelerazione di gravità che è costante con direzione verticale. In verticale il suo moto sarà quindi uniformemente accelerato in verticale e rettilineo uniforme in orizzontale. In figura 17.2 viene rappresentata tale traiettoria. 1 Quanto scritto in questo paragrafo non è da studiare a memoria. Sforzatevi di capire invece in che modo le informazioni riportate sono state ricavate, in modo da poter ricalcolarvi le stesse formule in qualunque momento. 39 40 Scheda17. Moto parabolico suolo 1 0 = ay · ∆t2 + Viy · ∆t 2 1 0 = ∆t · ay · ∆t + Viy 2 da cui otteniamo due soluzioni che corrispondono all’istante di partenza e all’istante in cui il proiettile impatta al suolo. ∆t = 0 i ∆tf = − 2Viy Di conseguenza la gittata diventa ∆Sx−max = − ∆Sx−max = − Massima altezza raggiunta Il punto di massima altezza viene raggiunto a metà del tempo di volo Viy a Tale intervallo di tempo corrisonde ad uno spostamento in verticale ∆Sy = Viy2 1 Viy ay · 2 − Viy · 2 ay ay 1 Viy2 ∆Sy = − · 2 ay Gittata La gittata, cioè la massima distanza raggiunta dal proiettile, la si calcola conoscendo il moto rettilineo uniforme in orizzontale ∆Sx−max = Vix · ∆tf = − 2Vix Viy ay Le due componenti della velocità iniziale, tenendo conto che tale vettore è inclinato rispetto all’orizzontale di un angolo α, sono V = V · cos α ix i Viy = Vi · sin α Vi2 sin(2α) ay Tale gittata assume il valore massimo per un angolo α = 45◦ ay ∆tm = − 2Vi2 cos(α) sin(α) ay Autore: Andrea de Capoa 17 Feb 2016 Moti periodici e orologi 18.1 Scheda 18 del pendolo, gli orologi da polso a molla utilizzano il moto periodico delle oscillazioni di quella molla, gli orologi elettrici utilizzano le oscillazioni (quindi un moto periodico) indotte dal passaggio della corrente elettrica in un cristallo di quarzo. Moto periodico e misura del tempo Un movimento si definisce periodico quando si ripete uguale dopo un certo periodo di tempo T . Un oggetto che si muove di moto circolare uniforme percorre sempre la stessa traiettoria circolare ritrovandosi dopo un intervallo di tempo fisso, nello stesso punto, con la stessa velocità e con la stessa accelerazione. Lo stesso accade per esempio con l’oscillazione di un pendolo o di un oggetto appeso ad una molla. Definiamo frequenza (indicata con ν) il numero di periodi al secondo ν= 1 T La frequenza è quindi il numero di volte in cui il moto si ripete ogni secondo. 18.2 La misura del tempo La misura di un intervallo di tempo consiste nel contare quante volte un certo moto periodico si ripete in quell’intervallo di tempo. Per sottolineare il concetto precedente consideriamo cosa siano il giorno, l’anno, le lune: il giorno è la durata del moto periodico della Terra intorno al suo asse; l’anno è la durata del moto periodico della Terra intorno al Sole; le lune (pensate agli indiani americani nei film western) sono la durata del moto periodico della Luna intorno alla Terra. 18.3 Orologi Gli orologi (o più esattamante cronometri) sono strumenti che contano quante volte un certo moto periodico si ripete: gli orologi a pendolo utilizzano il moto periodico Autore: Andrea de Capoa 41 11 Giu 2017 Moto circolare uniforme 19.1 Scheda 19 La frequenza è il numero di cicli del moto periodico fatti dall’oggetto ogni secondo. Definizione Un oggetto si muove di moto circolare uniforme quando: • il modulo della velocità è costante 19.2 La velocità angolare Per indicare nel modo migliore quanto velocemente gira un oggetto devo fare riferimento alla velocità angolare. Se immaginate una ruota ruotare intorno al suo asse, punti sulla ruota a distanze differenti dal centro si muovono con velocità differenti; tanto più sono distante dal centro di rorazione, tanto più devo muovermi veloce se voglio percorrere un giro nello stesso tempo di un punto posto vicino all’asse di rotazione. Tutti i punti della ruota, cioè, hanno la stessa velocità angolare; e per averla devono viaggiare a velocità differenti. La velocità angolare ω è definita come una variazione di angolo δα nel tempo • il modulo dell’accelerazione è costante • il vettore velocità è perpendicolare al vettore accelerazione Ne consegue che un oggetto che si muove di moto rettilineo uniforme segue una traiettoria circolare con raggio r e accelerazione: V2 r Sappiamo che in un qualunque movimento il vettore velocità è sempre perpendicolare alla traFig. 19.1: Guarda il video youtu.be/iettoria. In questo caso l’accelerazione è sempre v25CUFTS1o perpendicolare alla velocità e quindi è sempre rivolta verso il centro della traiettoria circolare. L’accelerazione è quindi detta centripeta. Una volta compiuto un giro intero della circonferenza, il movimento si ~ V ripete uguale ed è quindi un moto periodico. il tempo per fare un giro intero della circonferenza è detto perio~a do. Essendo il modulo della velocità un valore costante, possiamo scrivere che il tempo impiegato a fare un giro, detto periodo, vale a= T = Fig. 19.2: Vettori nel moto circolare uniforme L’inverso del periodo è detta frequenza: ν= ω= ∆α ∆t L’angolo percorso in un giro è appunto un angolo giro di 360◦ che misurato in radianti vale 2π Se consideriamo un intervallo di tempo pari ad un periodo, e teniamo conto della definizione di frequenza avremo che ω= 2π = 2πν T Come la velocità lineare, anche la velocità angolare è un vettore. La direzione del vettore velocità angolare è l’asse di rotazione, mentre il verso indica se la rotazione avviene in senso orario o antiorario. 2πr V 1 T Autore: Andrea de Capoa 42 17 Feb 2016 Moto armonico 20.1 Scheda 20 Di conseguenza possiamo defi1 e la pulnire la frequenza ν = T sazione ω = 2πν. In particolare la pulsazione è proprio il parametro che incontriamo nella definizione dell’accelerazione del moto armonico. Ipotizzando di cominciare a misurare il tempo nell’istante in cui l’oggetto si trova alla massima distanza dal punto di equilibrio, avremo che la legge orario del moto e l’equazione per la velocità del corpo sono: ∆S = A cos 2π ∆t T V = − 2πA sin 2π ∆t . Definizione Il moto di un oggetto si dice armonico quando tra accelerazione e spostamento vale la seguente relazione: ~ ~a = −ω 2 ∆S cioè quando abbiamo un’accelerazione di richiamo, direttamente proporzionale allo spostamento dell’oggetto e sempre rivolta dalla parte opposta. Il moto armonico è un moto periodico che possiamo descrivere come un’oscillazione intorno ad un punto di equilibrio. Quando l’oggetto si sposta da quel punto di equilibrio l’accelerazione è tale da richiamarlo in modo da farlo tornare verso il punto di equilibrio. Il valore del parametro ω dipende in generale dalla natura della forza di richiamo e dalle caratteristiche dell’oggetto che oscilla. Un esempio di moto armonico è quello che si ottiene facendo oscillare un oggetto attaccato ad una molla. Se inizialmente la molla è a riposo, sull’ogetto non agisce alcuna forza. Spostanzo l’oggetto di una ~ = A, la molla lo tirequantità |∆S| rà dalla parte opposta a tale spostamento. Nel momento in cui lasciamo l’oggetto comincia il suo moto armonico. Di quel movimento A saFig. 20.1: Un oscillatore armonico creato utilizzando una rà l’ampiezza, cioè la massima distanmolla. Sono rappresentate la forza di richiamo e la velocità za dell’oggetto dal punto di equilidel corpo in due istanti del moto: nel primo l’oggetto accelera verso il punto di equilibrio; nel secondo l’oggetto rallenta brio. Essendo il moto armonico un in quanto si sta allontanando dal punto di equilibrio. moto periodico, possiamo definire il periodo T del moto come la durata di un’oscillazione completa. T F~ T ~ V F~ Fig. 20.2: L’oggetto attaccato alla molla sta oscillando di moto armonico. In arancione è rappresentata la forza che esercita la molla; in blu la velocità dell’oggetto. ~ V Autore: Andrea de Capoa 43 17 Feb 2016 Parte III Dinamica 44 45 46 Scheda21. Mappe di dinamica Mappe di dinamica Scheda 21 Legge di conservazione del momento angolare Forze apparenti e sistemi di riferimento non inerziali Primo principio ~ ~ = cost Ftot = 0 ⇔ V Momento angolare ~ = ~r × P~ L Quantità di moto ~ P~ = m · V Secondo principio F~ = m · ~a ~ F~ = ∆∆tP Legge di conservazione della quantità di moto Terzo principio F~ab = −F~ba Principi della dinamica Legge di gravitazione universale M ·m F = G 2 r forza di gravità Momento di una forza ~ = ~r × F~ M forze centripete V2 F = m r Tipi di forze F~ [N ewton] forze conservative forza elastica ~ F~el = −k ∆l forza di Archimede F~Arc = ρf · Vf s · g forze viscose ~ F~ = −αV sulla superficie di un pianeta Fg = m · g radente statico Fa = µs Fschiaccia radente dinamico Fa = µd Fschiaccia forza di attrito volvente Fa = µv Fschiaccia viscoso Fa = C1 · V + C2 · V 2 47 Scheda21. Mappe di dinamica Risoluzione di un problema di equilibrio Disegno tutte le forze Equilibrio traslazionale Equilibrio rotazionale Per ogni asse, orizzontale e verticale, scrivo l’equazione dell’equilibrio traslazionale: F~tot = 0 Metto il punto di rotazione (su di una forza che non conosco) Metto le formule e risolvo Per ogni forza scrivo il relativo momento indicando se orario o antiorario Scrivo l’equazione dell’equilibrio ~ tot = 0 rotazionale M Metto le formule e risolvo Autore: Andrea de Capoa 26 Gen 2017 La distribuzione di massa Scheda 22 Ogni oggetto è fatto di materia. Due elementi molto importanti per avere informazioni su come la massa dell’oggetto è disposta sono il baricentro ed il momento di inerzia metri 9 kg 10 8 6 kg 6 22.1 Il baricentro di un corpo 4 2 Di un corpo o di un sistema di corpi è utile definire un punto detto baricentro. Tale punto ha proprietà particolari ed è quindi qui utile darne una definizione. Il baricentro di un sistema di corpi è un punto geometrico che definisce quale sia il centro del sistema tenendo conto della distribuzione delle masse. Li doce c’è più massa si avvicina la posizione del baricentro. Per poterne calcolare la posizione è necessario prendere in considerazione un’opportuno sistema di riferimento. In tale sistema la posizione del baricentro sarà la media, pesata sui valori delle masse, delle posizioni delle masse stesse. Per cui Xb = Yb = −10 −8 −6 −4 −2 Yb = 4 6 8 10 metri −2 −4 −6 7 kg −8 −10 m1 x1 + m2 x2 + m3 x3 + ... + mn xn m1 + m2 + m3 + ... + mn Fig. 22.1: Nella figura sono rappresentate tre masse posizionate rispettivamente in posizione (10;10), (-10;7), (4;-7) misurate in metri e aventi rispettivamente massa di 9 kg, 6 kg e 7 kg. In rosso è rappresentata la posizione del baricentro del sistema. In nero è indicato il centro geometrico del sistema. m1 y1 + m2 y2 + m3 y3 + ... + mn yn m1 + m2 + m3 + ... + mn Nella figura 22.1 il baricentro è stato calcolato nel seguente modo: Xb = 2 ripetiamo l’operazione per un secondo punto; il baricentro si trova sull’intersezione delle due rette trovate. 9 kg · 10 m − 6 kg · 10 m + 7 kg · 4 m = 2, 64 m 9 kg + 6 kg + 7 kg 9 kg · 10 m + 6 kg · 7 m − 7 kg · 7 m = 3.77 m 9 kg + 6 kg + 7 kg Se abbiamo invece un corpo rigido, il discorso si dovrebbe ripetere per ognuna delle molecole che costituiscono il corpo. La posizione del baricentro dipenderà quindi dalla geometria del corpo stesso e non è detto che il baricentro sia un punto che si trova all’interno dell’oggetto. Ovviamente, però, non è possibile procedere in questo modo per trovare la posizione del baricentro. Sperimentalmente si può agire nel seguente modo: prendiamo il corpo rigido e appendiamolo per un suo qualunque punto, e tracciamo sul corpo una retta verticale che passa per tale punto; 48 49 22.2 Scheda22. La distribuzione di massa Il momento di inerzia di un corpo camente1 . In caso contrario per il calcolo del momento di inerzia ci si può servire di due teoremi: il teorema degli assi paralleli ed il teorema degli assi perpendicolari. Il momento di inerzia di un oggetto è una grandezza scalare definita rispetto ad un particolare asse di rotazione. Preso un oggetto puntiforme di massa m ad una distanza r dall’asse di rotazione, il momento di inerzia è definito dalla quantitá I = m · r2 Qualora l’oggetto non sia puntiforme, ogni molecola che lo compone si troverà ad una distanza differente dall’asse di rotazione, per cui il momento di inerzia dell’oggetto sarà la somma dei momenti di inerzia delle singole i − esime molecole dell’oggetto contenente n molecole. I= n X mi · ri2 22.2.1 Momenti di inerzia di figure geometriche note I mimenti di inerzia di figure geometriche solide che supponiamo avere tutte massa m, oltre che dall’asse di rotazione scelto , dipenderanno dalla massa e dalle grandezze che descrivono la loro geometria. i=1 Figura geometrica A Momento di inerzia Il momento di inerzia della sfera è ovviamente sempre lo stesso per qualunque asse di rotazione che passi per il centro della sfera. Per una sfera piena avremo r O I= mi 2 2 mr 5 Per un guscio sferico (con tutta la massa sulla superficie della sfera) avremo ri I= 2 2 mr 3 Fig. 22.2: Nella figura sono rappresentate due piccole porzioni di un oggetto che sta ruotando intorno ad un suo asse, indicando con ri le loro distanze dall’asse e con mi le loro masse. Il momento di inerzia di tutto l’oggetto sarà la somma dei momenti di inerzia di tutte le piccole porzioni del oggetto. Se l’oggetto ha una forma geometrica regolare, e viene calcolato rispetto ad un suo asse di simmetria, allora questo conto è semplice e può essere eseguito analiti- 1 All’indirizzo web http://en.wikipedia.org/wiki/List_of_moments_of_inertia trovate i valori dei momenti di inerzia di alcune figure solide 50 Scheda22. La distribuzione di massa Figura geometrica Momento di inerzia Figura geometrica Momento di inerzia Il momento di inerzia del cilindro cavo è r I= Il momento di inerzia del cilindro pieno è I= h rmin rmax 1 2 mr 2 Da notare che non dipende dall’altezza del cilindro, infatti se immaginiamo di tagliare il parallelepipedo con piani perpendicolari all’asse di rotazione, otteniamo sempre sezioni della stessa forma geometrica. h 1 2 2 m rmax + rmin 2 Notiamo come nel caso che il raggio minore tenda a diventare uguale al raggio maggiore rmin − > rmax alora si ottiene il momento di inerzia di un tubo cilindrico (con tutta la massa sulla superficie del cilindro e senza le superfici di base). Avremo quindi che tutte le molecole si trovano alla stessa distanza r dall’asse di rotazione, quindi I = mr2 Figura geometrica h b a Momento di inerzia Per un parallelepipedo non serve analizzare diversi assi di simmetria, in quanto possiamo utilizzare la stessa formula semplicemente dando i nomi a, b, e h sempre rispettivamente ai valori dei lati di base e dell’altezza. Il momento di inerzia del parallelepipedo pieno è 1 m a2 + b2 I= 12 Da notare che non dipende dall’altezza del parallelepipedo; come per il cilindro se immaginiamo di tagliare il parallelepipedo con piani perpendicolari all’asse di rotazione, otteniamo sempre sezioni della stessa forma geometrica. Autore: Andrea de Capoa 17 Feb 2016 I tre principi della dinamica Introduciamo adesso per la prima volta il concetto di forza, quello che fino ad ora avevate in modo intuitivo quando parlavate di spinte. Il concetto di forza è interamente definito dai tre principi della dinamica, proposti da Newton nel 1687. Nello studiare quanto segue, non cercate semplicemente di ricordarli, o saperli ripetere, ma cercate piuttosto di comprendere il loro significato e capire in che modo essi descrivono molti dei fenomeni che accadono intorno a voi. 23.1 Scheda 23 23.1.1 Equilibrio traslazionale Il primo principio della dinamica permette di enunciare il concetto di equilibrio traslazionale. Un oggetto è in equilibrio traslazionale se la somma di tutte le forze che agiscono su di esso è nulla F~tot = 0 Fig. 23.1: Guarda il video youtu.be/hevrh7nQMoE 23.2 Secondo principio Che le accelerazioni siano la conseguenza di una forza ce lo dice il primo principio; stabilito questo, chiediamoci: “se spingo un corpo, quanto varrà l’accelerazione che ne consegue?” Il fattore di proporzionalità tra la forza totale e l’accelerazione subiti da un corpo è la massa di quel corpo. F~ = m~a Primo principio Un corpo rimane nel suo stato di quiete o di moto rettilineo uniforme se e solo se la somma di tutte le forze che agiscono su di esso è nulla. Il valore dell’accelerazione dipende dalla massa del corpo. A parità di forza subita, oggetti con piccola massa subiranno una grande accelerazione, e oggetti con grande massa subiranno una piccola accelerazione. ~ = cost ⇔ F~tot = 0 V Se vedo un oggetto che si muove con velocità costante, allora posso affermare che la forza complessiva su di esso è nulla; allo stesso modo se la forza complessiva è nulla allora posso affermare che l’oggetto non sta cambiando la sua velocità. Le forze non sono ciò che fa muovere gli oggetti... le forze sono ciò che fa cambiare la velocità degli oggetti. É sbagliato affermare che un oggetto si sta muovendo perché qualcuno lo spinge; anche se nessuno spinge l’oggetto, esso può sempre muoversi di moto rettilineo uniforme con velocità costante! Se invece vedo che l’oggetto cambia la sua velocità, cioè sta subendo un’accelerazione, allora posso affermare che qualcuno l’ha spinto! 23.3 Terzo principio Se su di un corpo A agisce una forza dovuta alla presenza di un corpo B, sul corpo B agirà una forza uguale ed opposta dovuta alla presenza del corpo A. F~ab = −F~ba Per vederlo con un semplice esperimento Prendete un chiodo di ferro ed una calamita: tutti sapFig. 23.2: Guarda il video youpiamo che se teniamo la calamita in mano essa attiratu.be/ox4q3XD91eo il chiodo, ma è sicuramente altrettanto vero che, se teniamo il chiodo fermo in mano, esso attira la calamita. Nell’esperienza quotidiana questo avviene molto spesso: quando nuotiamo spingiamo Nel rileggere il primo principio notate inoltre che esso parla di velocità costante; il caso di un oggetto che rimane fermo rientra in questa definizione, in quanto un oggetto che rimane fermo ha una velocità che non cambia e vale sempre V = 0 m s . 51 52 Scheda23. I tre principi della dinamica indietro con le braccia per poter andare avanti; quanto saltiamo spingiamo in basso con le gambe per poter andare in alto; quando camminiamo spingiamo indietro con le gambe per andare avanti; se diamo una spinta a qualcuno noi subiamo come diretta conseguenza una spinta indietro. Se lascio cadere una penna, essa cade perchè subisce la forza di gravità (verso il basso) generata dal pianeta; il terzo principio ci insegna che anche la penna sta facendo una forza sul pianeta, e che tale forza è uguale (ha lo stesso valore) e opposta (diretta verso l’alto). Autore: Andrea de Capoa 17 Feb 2016 Pressione 24.1 Scheda 24 Definizione Immaginiamo di premere contro della neve fresca, sempre con la stessa forza, ma in tre modi differenti: la prima volta con il palmo della mano aperto, la seconda con il pugno chiuso e la terza volta con la mano piatta ma immersa nella neve di punta. L’esperienza vi dirà che, nonostante la forza fatta sia sempre la stessa, la capacità di penetrare nella Fig. 24.1: Guarda il video youneve non è la stessa. Ciò che cambia è che la forza tu.be/I1oqX6uby7A che fate viene distribuita su superfici differenti. La pressione è una grandezza scalare definita come il rapporto tra la forza perpendicolare fatta su di una superficie ed il valore della superficie stessa. P = Fig. 24.2: Guarda il video youtu.be/JoDvQdChocA F⊥ S Quando facciamo una forza su di un oggetto che preveda di doverlo toccare, tale forza si distribuisce su tutta la superficie di contatto; se tale superficie è grande, ogni centimetro quadrato della superficie subisce una piccola forza e quindi la pressione sull’oggetto è piccola. 24.2 Video di esempio Fig. 24.3: Guarda il video youtu.be/uV8c7p9JDhw É possibile dormire su di un letto di chiodi? I chiodi hanno una punta, chiamata in modo tale in quanto la sua superficie è molto piccola. Se il chiodo viene premuto su di un oggetto, od in modo equivalente un oggetto viene premuto contro un chiodo, la pressione che consegue sarà necessariamente grande. Ma se un oggetto lo premiamo non su uno, ma su moltissimi chiodi, la superficie di contatto sarà grande e la pressione di conseguenza piccola. la risposta alla domanda iniziale è si: è possibile dormire su di un letto di chiodi se i chiodi sono tantissimi. Guardate i seguenti video, ma attenzione: non ci provate perchè se sbagliate a calcolare il numero minimo di chiodi necessari potreste farvi molto male! Autore: Andrea de Capoa 53 17 Feb 2016 Forza di gravità e forza di Archimede 25.1 dove F è la forza di Archimede1 , ρ indica la densitá del fluido, V il volume di fluido spostato (tanto più immergo l’oggetto tanto più fluido sposto) e g è l’accelerazione di gravità. Questo principio vale sia per tutti i fluidi, cioè sia per i liquidi che per i gas. Ognuno di noi è immerso nell’aria, perciò riceve una spinta verso l’alto pari al peso dell’aria spostata. Forza di gravità La forza di gravità è quella che ci attrae verso il basso o, più precisamente, verso il centro della Terra. Ogni volta che un oggetto si trova sulla superficie di un pianeta subiamo una forza verso il basso descritta dalla formula seguete, dove Fg è la forza di gravità, m la massa dell’oggetto e g l’accelerzione di gravità. Scheda 25 25.2.1 Il problema del galleggiamento Se studiamo lo schema di forze che agisce su di un oggetto immerso in un fluido possiamo chiederci in quali casi l’oggetto galleggi. Le forze alle quali è sottoposto sono la forza di gravità verso il basso e la forza di Archimede verso l’alto; a seconda di quale sia la forza maggiore avremo che l’oggetto andrà a fondo o salirà in superficie per poi galleggiare. Se confrontiamo le formule delle due forze vediamo che, scrivendo la forza di gravità come Fig. 25.1: Guarda il video youtu.be/vOKL3vcfxfg Fg = mg Per il pianeta Terra il valore dell’accelerazione di gravità è g = 9, 8 sm2 . Se voi avete una massa di 60 kg allora in questo momento venite attratti verso il basso da una forza Fg = mg = ρogg Vogg g dove con ρogg intendo indicare la densità media dell’oggetto, otteniamo kg m m Fg = mg = 60 kg · 9, 8 2 = 58, 8 2 = 58, 8 N ewton s s ρogg Vogg = ρf luido Vf luidospostato Il valore dell’accelerazione di gravità è una costante per il pianeta Terra; se andiamo su di un altro pianeta esso cambia, perché dipende dalla massa del pianeta e dalle sue dimensioni. 25.2 Se si prende in considerazione un oggetto completamente immerso in un liquido, per cui Vogg = Vf luidospostato , allora il confronto tra le due forze si riduce a confrontare le densità dell’oggetto e del fluido. Gli oggetti la cui densità media sia superiore a quella dell’acqua andranno a fondo, gli altri saliranno in superficie. Se le due densità sono uguali allora l’oggetto rimarrà fermo nel punto in cui è stato messo. Consideriamo tre palline di circa egual volume, una da ping-pong di massa m = 3g, una di legno di massa m = 26g, e una da golf di massa m = 46g, immerse nell’acqua. Come si può vedere nella figura 25.2 sia la pallina da ping-pong che quella di legno galleggiano, ma visto che quella di legno ha più massa ed è più pesante, deve subire una spinta di Archimede maggiore e quindi deve spostare più acqua Forza di Archimede Un oggetto immerso in un fluido subisce una spinta verso l’alto pari al peso del fluido spostato. Questo é l’enunciato della legge di Archimede che spiega come mai alcuni oggetti, se immersi in un fluido, galleggiano. La formula per la forza di Archimede é: 1 La formula indicata vale nel caso in cui possiamo confondere il concetto di peso con il concetto di forza di gravità sulla superficie di un pianeta. Questa formula deriva da questa assunzione, ma in realtà il principio parla di “peso” FArchimede = ρf luido Vf luidospostato g 54 55 Scheda25. Forza di gravità e forza di Archimede immergendosi di più rispetto a quanto non si immerga la pallina da ping-pong. La pallina da golf invece, pur immergendosi completamente, son subisce una spinta di archimede sufficiente per poter galleggiare. Ci aspettiamo inoltre che la pallina da ping-pong sposti in volume Vf luidospostato = 3 cm3 e che quella di legno sposti in volume Vf luidospostato = 26 cm3 . Tenendo conto delle incertezze sperimentali, le immagini in figura 25.2 confermano tale previsione. (a) Livello iniziale del- (b) La pallina da ping- (c) La pallina di legno (d) La pallina da golf l’acqua pong galleggia galleggia non galleggia Fig. 25.2: Oggetti diversi galleggiano in modo differente o non galleggiano affatto. Il liquido nel quale le palline sono immerse è acqua con l’aggiunta di un colorante rosso. Autore: Andrea de Capoa 17 Feb 2016 Forza elastica 26.1 Scheda 26 26.2.1 L’aggettivo elastico Ogni materiale elastico, se troppo deformato, perde le sue proprietà elastiche e non ritorna più della sua forma originaria. Chiamo Campo di elasticità quell’insieme di deformazioni che non modificano le proprietà elastiche dell’oggetto. Un oggetto viene detto elastico quando, se deformato, tende a tornare della sua forma iniziale. Se prendiamo una molla e la tiriamo con la mano, ovviamente la deformiamo; la molla cercherà di riprendere la sua forma iniziale e per fare questo eserciterà sulla mano una forza. Quella forza viene detta forza elastica. 26.3 Modulo di Young Anche un filo di metallo, se posto in trazione, si allunga. In realtà un qualunque materiale compresso o posto in trazione si deforma leggermente in campo elastico. Se prendiamo un oggetto di lunghezza L e sezione S ed applichiamo perpendicolarmente a tale sezione una forza F , allora la sua lunghezza cambierà di un fattore ∆L ∆L e lo sforzo, in questo caso una compressione Definendo la deformazione = L F semplice, σ = , possiamo definire il Modulo di Young come S Fig. 26.1: Guarda il video youTutti i materiali, entro certi limiti magari anche tu.be/02nommN6u6c molto stretti, sono dotati di una certa elasticità. Alcuni, come per esempio le molle, possono essere deformati molto senza che perdano le loro caratteristiche elastiche. 26.2 Campo di elasticità Y = Le molle e la legge di Hooke cioè σ F ·L A · δL Il modulo di Young è una caratteristica del materiale di cui è fatto l’oggetto. Consideriamo una molla ed immaginiamo di allungarla. La forza che la molla farà dipenderà dal tipo di molla e dall’allungamento della stessa Y = Fel = K · ∆l dove K è la costante elatica della molla e dipende soltanto dal tipo di molla e dalle sue caratteristiche quali per esempio la sua lunghezza, lo spessore, il materiale, la temperatura, ecc.; ∆l è invece l’allungamento della molla. Se scriviamo la stessa formula in forma vettoriale avremo ~ F~el = −K · ∆l Il meno sta ad indicare che il vettore Forza esercitata dalla molla è sempre opposto al vettore allungamento. La molla spinge dalla parte opposta di dove viene allungata! Autore: Andrea de Capoa 56 17 Feb 2016 Forza d’attrito Scheda 27 l’altra. Il valore di tale forza dipende da come sono fatte le due superfici, ma anche dalla forza con cui le due superfici sono schiacciate una contro l’altra. Le forze di attrito sono forze che si oppongono sempre al movimento di un oggetto, sia che l’oggetto sia fermo, e quindi lo mantengono fermo, sia che l’oggetto si muova, e quindi lo rallentano. Una forza di attrito quando un oggetto si muove in un fluido la chiamiamo attrito viscoso); una forza di attrito quando due superfici strisciano una contro l’altra la chiamiamo attrito radente; una forza di attrito quando un oggetto rotola su di una superficie la chiamiamo attrito volvente. 27.1 Fad = µd Fschiaccia dove Fad è la forza d’attrito radente dinamico, µd il coefficiente d’attrito dinamico e Fschiaccia la forza che preme le due superfici a contatto una contro l’altra. ~v (velocità) Forza d’attrito radente statico F~a (attrito) Parliamo di forza di attrito radente statico solo per oggetti fermi. Consideriamo un oggetto fermo su di un tavolo e proviamo a spostarlo facendolo strisciare sul tavolo: sicuramente devo applicare all’oggetto una certa forza; ma se la forza che applico è troppo piccola l’oggetto sta fermo. Quando la forza che applico supera una certa soglia, allora l’oggetto comincia a muoversi. La forza di attrito radente statica è la forza che si oppone alla spinta subita dall’oggetto; ha un valore massimo oltre il quale l’oggetto sicuramente si muove. Questo valore massimo dipende dal tipo di superfici che strisciano una contro l’altra e da quanto è grande la forza che schiaccia queste superfici una contro l’altra. F~g (schiaccia) Fig. 27.1: Un oggetto su di un piano si sta muovendo verso destra. Necessariamente si genera una forza di attrito opposta alla direzione del moto, causata dallo strisciare dell’oggetto sul piano, proporzionale alla forza che schiaccia l’oggetto contro il piano (in questo esempio la forza di gravità) e dal tipo di superfici che strisciano. Il coefficiente di attrito dinamico è sempre minore del coefficiente di attrito statico Fas = µs Fschiaccia µd < µs Il coefficiente µs è chiamato coefficiente di attrito statico ed è un numero senza untà di misura, che dipende unicamente dai materiali di cui sono fatte le due superfici che strisciano. La forza che schiaccia Fschiaccia è quella forza che preme le due superfici una contro l’altra. la grandezza delle superfici che strisciano tra loro non è rilevante. 27.2 27.3 Forza d’attrito volvente Parliamo di forza di attrito olvente ogni volta che un oggetto rotola su di un altro. Anche questa volta, come per l’attrito radente dinamico, l’attrito dipende dal tipo di superfici e dalla forza che le schiaccia una contro l’altra. Il coefficiente di attrito dipende però anche dal raggio della ruota che sta rotolando. Forza d’attrito radente dinamico Parliamo di forza di attrito radente dinamico per oggetti in movimento. La forza di attrito radente dinamico si ha sempre quando due superfici stanno strisciando una contro l’altra; tale forza fa rallentare il movimento e quindi è sempre opposta al vettore velocità. L’attrito radente è quindi una forza che si oppone sempre allo spostamento dell’oggetto, ed è causato dallo strisciare di due superfici una contro Fav = µv Fschiaccia dove Fav è la forza d’attrito volvente, µv il coefficiente d’attrito volvente e la Fschiaccia è la forza che preme le due superfici a contatto una contro l’altra. Il coefficiente di 57 58 Scheda27. Forza d’attrito attrito volvente è sempre minore del coefficiente di attrito dinamico µv < µd < µs 27.4 Forza d’attrito viscoso Un oggetto che si muove immerso in un fluido subisce una forza d’attrito. Tale forza dipende dalla velocità V dell’oggetto, e da due coefficienti che dipendono sia dal tipo di fluido che dalla forma e dal materiale dell’oggetto, che dal modo con cui il fluido scorre intorno all’oggetto, secondo la seguente formula F = α1 V + α2 V 2 Una più dettagliata trattazione dell’attrito viscoso esula per il momento dagli scopi di queste dispense. Facciamo solo alcune importanti considerazioni: 1. Sicuramente l’attrito aumenta all’aumentare della velocità dell’oggetto, per cui i valori di α1 e α2 sono entrambi positivi. 2. L’attrito aumenta all’aumentare della densità del fluido (per questo motivo muoversi nell’acqua è sicuramente più faticoso che muoversi nell’aria) 3. L’attrito aumenta all’aumentare delle dimensioni dell’oggetto (questo è il motivo per cui le auto sportive le fanno basse ed i paracadute li fanno grandi) 4. L’attrito aumenta se la forma dell’oggetto è tale da generare vortici dietro di esso al suo passaggio (per questo motivo è molto importante la forma degli oggetti) Autore: Andrea de Capoa 17 Feb 2016 Forza peso 28.1 Scheda 28 La forza per sorreggere l’oggetto vale Definizione T = Fg − FArc Il peso di un oggetto è pari e opposto alla forza che devo fare per sorreggerlo. m kg m − 1000 3 · 0, 000127 m3 · 9, 8 2 ∼ 8, 6 N s2 m s Il valore della forza T è pari al peso P dell’oggetto, dove ora P = 8, 6 N , meno di quanto pesava appoggiato sul tavolo. T = mg − ρf Vf s g = 1 kg · 9, 8 Questa è una definizione molto semplice... vediamo di capirla illustrando nelle sezioni seguenti una serie di esempi specifici. Ovviamente il peso di un oggetto, essendo una forza, si misura in Newton. 28.2 28.4 Un oggetto in un sistema accelerato 28.4.1 Un oggetto che ruota Un oggetto su di un tavolo Immaginate di avere un oggetto di ferro di massa m = 1 kg appoggiato su di un tavolo. Se trascuriamo l’effetto dell’aria, sull’oggetto agisce la forza di gravità F~g verso il basso. Per sorreggere l’oggetto il tavolo deve fare una forza T~ verso l’alto, pari alla forza di gravità. Immaginate di far ruotare un oggetto di ferro di massa m = 1 kg appeso ad una catena. La frequenza con cui ruota vale ν = 2 Hz ed il raggio del cerchio che percorre vale r = 1 m. Esso subisce la forza di gravità verso il basso e la forza centrifuga verso l’esterno del percorso circolare. Le due forze sono quindi perpendicolari tra loro ed entrambe contribuiranno a creare il peso dell’oggetto. La catena che sorregge l’oggetto, esprime una forza, corrispondente al peso dell’oggetto, pari alla somma delle due T = Fg m T = mg = 1 kg · 9, 8 2 = 9, 8 N s In questo caso il peso P dell’oggetto vale P = 9, 8 N . forze precedenti. 28.3 Un oggetto immerso nell’acqua T = Fg2 + Fc2 q = 2 2 (mg) + (2mπν) m 2 2 + (2 · 1 kg · 3, 14 · 2 Hz) ∼ 15, 9 N s2 Il valore della forza T è pari al peso P dell’oggetto, dove ora P = 15, 9 N , più di quanto pesava appoggiato sul tavolo. In questo caso è anche utile notare che il peso dell’oggetto non è parallelo alla forza di gravità. Il peso agisce lungo la catena; l’inclinazione della catena è poi determinata dai valori delle due forze di gravità e centrifuga. Immaginate di avere un oggetto di ferro di massa m = 1 kg appoggiato sul fondo di una piscina piena d’acqua. In questo caso il fondo della piscina fa una forza T~ che sorregge l’oggetto. Le altre forze che agiscono sono la forza di gravità F~g verso il basso e la forza di Archimede F~A verso l’alto. Il volume dell’oggetto di ferro vale V = r q T = m 1 kg = = 0, 000127m3 = 127 cm3 kg ρf 7874 m 3 28.4.2 59 1 kg · 9, 8 La caduta libera 60 Scheda28. Forza peso Immaginiamo un oggetto in un ascensore che si sta muovendo con accelerazione ~a verso il basso. Una persona all’interno subisce la sola forza di gravità F~g verso il basso, mente il pavimento dell’ascensore sorregge la persona ed esprime quindi una forza T~ verso l’alto pari al peso della persona. Per il secondo principio della dinamica avremo che Fg − P = ma P = Fg − ma = mg − ma = m (g − a) Se a = 0 ad indicare che l’ascensore si muove con velocità costante, allora la persona ha un peso coincidente con la forza di gravità. Se a < 0 ad indicare che l’ascensore accelera verso l’alto, allora la pesona ha un peso superiore alla forza di gravità che subisce. Se a > 0 ad indicare che l’ascensore accelera verso il basso, allora la pesona ha un peso inferiore alla forza di gravità che subisce. Questo è esattamente quello che si prova in ascensore quando saliamo. All’inizio l’ascensore parte verso l’alto e per un istante ci sentiamo più pesanti; successivamente durante il tragitto l’ascensore viaggia a velocità costante e noi percepiamo il nostro consueto peso; infine l’acensore si ferma ed in quell’istante ci sentiamo più leggeri. Nel caso che l’acensore sia in caduta libera, avremo che ~a = ~g per cui risulta che il peso della persona sia rigorosamente nullo. Questo è anche il caso di un astronauta in orbita intorno alla Terra, infatti l’astronauta in orbita si trova nella stessa situazione fisica della caduta libera. Autore: Andrea de Capoa 3 Mag 2016 Moto su di un piano inclinato 29.1 Scheda 29 Una prima considerazione ~v R Quando studiate la fisica del moto di un oggetto lungo un piano inclinato, cercate di ricordare che non c’è nulla da studiare! In questa scheda semplicemente applichiamo concetti e principi già studiati nelle precedenti schede. IN questa scheda impariamo ad applicare dei principi generali ad una situazione particolare, per cui dopo aver studiato la scheda non saprete più cose di quante ne sapevate prima, ma sarete più abili ad utuilizzare le conoscenze già aquisite. F~gk F~g⊥ 29.2 θ Il piano inclinato Scomponendo la forza di gravità lungo le due linee principali del sistema ci si rende conto che la forza di gravità, contemporaneamente, spinge l’oggetto lungo il piano inclinato e lo schiaccia contro di esso. La reazione vincolare del piano inclinato semplicemente si adegua alla forza che schiaccia l’oggetto contro il piano. Questo significa che lungo la direzione perpendicolare al piano inclinato la forza totale è nulla, mentre rimane diversa da zero la forza totale parallela al piano inclinato. La componente della forza di gravità parallela al piano inclinato è ~v R Fgk = Fg · sin(θ) F~g θ quella perpendicolare al piano inclinato, uguale alla reazione vincolare del piano, vale Rv = Fg⊥ = Fg · cos(θ) Immaginiamo un piano inclinato senza attrito che formi un angolo α con l’orizzontale, ed un oggetto di massa m posto sul piano. In una situazione come questa l’oggetto subisce soltanto due forze: la forza di gravità e la reazione vincolare del piano inclinato. La forza di gravità esiste per il fatto che l’oggetto ha massa. La reazione vincolare esiste in quanto la forza di gravità schiaccia l’oggetto contro il piano inclinato. Per poter capire bene cosa stia davvero succedendo è necessario studiare la situazione lungo le sue due linee principali: quella del piano inclinato e quella perpendicolare al piano inclinato. 29.3 Il moto sul piano inclinato Abbiamo appena visto che sull’oggetto agisce una forza totale diretta lungo la direzione del piano inclinato, ed il cui valore dipende dalla forza di gravità e dall’inclinazione del piano, entrambi costanti. Quindi l’accelerazione che subisce il corpo è costante ed il corpo si muove di moto rettilineo uniformemente accelerato. 61 62 29.4 Scheda29. Moto su di un piano inclinato Il piano inclinato in presenza di attrito Qualora il corpo strisci sul piano inclinato, bisogna semplicemente aggiungere allo schema delle forze la forza di attrito il cui valore è direttamente proporzionale alla forza che schiaccia l’oggetto contro il piano inclinato. Fa = µFg⊥ = µFg sin θ ~v R F~a F~gk F~g⊥ Autore: Andrea de Capoa 17 Feb 2016 θ Legge di gravitazione universale 30.1 Scheda 30 dove g è l’accelerazione di gravità di quel pianeta. Per un oggetto sulla superficie del pianeta Terra, la legge di gravitazione universale ci dice: La forza di gravità Tra due oggetti di massa M1 ed M2 posti ad una distanza r si genera una forza di gravità attrattiva data dalla formula F =G F =G dove MT è la massa della Terra, ed RT è il raggio della Terra. confrontando le due equazione otteniamo MT g=G 2 RT M1 · M2 r2 dove G è detta costante di gravitazione universale. Essa è una delle costanti fondamentali del nostro universo e vale Se eseguite i conti otterrete il valore dell’accelerazione di gravità sulla Terra. N m2 G = (6, 67684 ± 0, 00080) · 10−11 kg 2 30.2 Energia potenziale gravitazionale Visto che la forza di gravità è conservativa, esiste una energia potenziale gravitazionale la cui formula è M ·m U = −G r Due oggetti, solo per il fatto che hanno massa, si attraggono a causa della forza di gravità. tale forza ha un raggio di azione infinito, il che significa che non importa quanto i due oggetti siano distanti, essi si attrarranno per la forza di gravità! La misura della costante di gravitazione universale è stata fatta utilizzando la bilancia di CavenFig. 30.1: Guarda il video youdish. Essa è realizzata con due masse ai lati di una tu.be/uUGpF3h3RaM sbarra appesa ad un filo. Mettendo altre masse vicine a quelle appese al filo si può vedere che il filo subisce una torsione. Tale torsione evidenzia la presenza della forza di gravità. 30.1.1 MT · m RT2 L’accelerazione di gravità di un pianeta La forza di gravità che un oggetto di massa m subisce sulla superficie di un pianeta (ad esempio la Terra) è data dalla formula Autore: Andrea de Capoa F = mg 63 17 Feb 2016 Il moto di un pianeta 31.1 Scheda 31 5 Le basi Energia Distanza Innanzi tutto bisogna dire che un pianeta orbita intorno al sole solo grazie alla forza di gravità. Il sole attira il pianeta ed il pianeta attira il sole. Per quanto possa sembrare strano orbitare e cadere sono lo stesso concetto, come mostrato in modo efficace dal video 31.1. 2 4 6 12 14 16 18 20 −10 Tenendo conto che sia l’energia totale del sistema che il suo momento angolare si conservano, avremo che Etot = 1 M ·m mV 2 − G = cost 2 r L = m · V · r · sen(α) = cost da cui V = Etot = Energia e momento angolare L m · r · sen(α) 1 L2 M ·m −G 2 m · r2 · sen2 (α) r La funzione rappresentata in figura 31.2 rappresenta l’andamento dell’energia totale di un oggetto in orbita in funzione della distanza tra i due corpi e dell’angolo tra il vettore velocità ed il vettore posizione del corpo in orbita. Per un corpo in orbita l’energia totale deve essere una costante; quindi, stabilita quale sia l’energia totale del corpo, definendo l’angolo tra la velocità del corpo e la sua posizione possiamo determinare le due possibili posizioni del corpo nello spazio. Se per esempio ci chiediamo a quale distanza minima e massima si possa trovare il corpo in orbita, è sufficiente imporre α = 90◦ e tracciare sul grafico una retta orizzontale rappresentante l’energia totale del sistema. Dalle intersezioni si risale alle due distanze che verranno effettivamente occupare dal corpo. L’energia potenziale gravitazionale di un oggetto di massa m che orbita intorno ad uno di massa M è U = −G 10 −5 La comprensione profonda delle caratteristiche del moto di un pianeta intorno al Sole passa necesFig. 31.1: Guarda il video yousariamente dalla comprensione delle leggi di contu.be/QTOCG4mKLQI servazione dell’energia meccanica e di conservazione del momento angolare. Storicamente fu Keplero il primo che descrisse il moto di un pianeta attraverso la tre leggi da lui formulate. Tali leggi di fatto contengono al loro interno la legge di conservazione del momento angolare e la formula per la forza di gravità che, per le sue caratteristiche, è una forza conservatica e quindi implica la legge di conservazione dell’energia meccanica. 31.2 8 M ·m r nella quale, per convenzione, assumiamo che l’oggetto ha energia potenziale gravitazionale nulla quando si trova ad una distanza infinita dall’altro oggetto. 64 65 Scheda31. Il moto di un pianeta 5 Energia Distanza 2 4 6 8 10 12 Alcune considerazioni Come potrete osservare, qualunque angolo si consideri tra la velocità del corpo e il suo vettore posizione, se l’energia totale del sistema è negativa, allora avremo sempre una posizione di minima distanza ed una di massima distanza. Se invece l’energia totale del sistema è positiva, il corpo non orbiterà, ma dopo essere arrivato nella posizione di minima distanza, si allontanerà indefinitamente. −5 Etot = 1 L2 M ·m −G 2 2 2 m · r · sen (α) r −10 Fig. 31.2: L’energia totale di un oggetto in orbita intorno ad un’altro, in funzione della loro distanza per un particolare angolo tra il vettore velocità ed il vettore posizione del corpo in orbita. 5 Energia Distanza −1 1 2 3 4 5 −5 −10 Fig. 31.3: Le intersezioni della curva con la linea orizzonatle indicano le due possibili distanze del corpo. Autore: Andrea de Capoa 17 Feb 2016 Momento di una forza 32.1 Scheda 32 Definizione 32.2 Equilibrio rotazionale Il primo principio della dinamica, applicato in una situazione nella quale, invece di parlare di traslazione parliamo di rotazione, permette di enunciare il concetto di equilibrio rorazionale. Immaginiamo di applicare una forza su di un oggetto che sia tenuto fermo in un punto e libero di ruotare intorno a quel punto. La forza che applichiamo tenderà a far ruotare l’oggetto. La capacità di farlo ruotare dipenderà non solo da quanto la forza è intensa, ma anche dalla distanza tra il punto di rotazione e la linea della forza. La grandezza fisica che descrive questo è il momento di una forza. Un oggetto è in equilibrio rotazionale se la somma di tutti i momenti che agiscono su di esso è nulla ~ tot = 0 M ~ = ~r × F~ M Il momento di una forza è quindi un vettore perpendicolare a ~r e a F~ ; può avere verso orario o antiorario; il suo modulo vale M =F ·b dove b è chiamato braccio ed è la distanza del punto di rotazione dalla direzione della forza. ~r b F~ Fig. 32.1: Momento di una forza. Autore: Andrea de Capoa 66 17 Feb 2016 Reazioni vincolari 33.1 Scheda 33 Definizione Una reazione vincolare è una forza che adatta il suo valore allo scopo di mantenere un oggetto in equilibrio traslazionale Immaginiamo di avere un bicchiere vuoto appoggiato su di un tavolo: la forza di gravità lo tira verso il basso ma il bicchiere rimane fermo. La forza totale che agisce sull’oggetto è nulla visto che l’oggetto rimane fermo, quindi il tavolo sta facendo una forza verso l’alto pari alla forza di gravità subita dal bicchiere. Se adesso riempiamo il bicchiere con dell’acqua, la forza di gravità che agisce su di esso aumenta, in quanto è aumentata la massa del bicchiere. Il bicchiere rimane fermo, quindi la forza totale sul bicchiere è ancora nulla. Questo si spiega ammettendo che la forza fatta dal tavolo è aumentata in modo tale da far si che la forza totale rimanesse zero. Detto in modo poco scientifico, i vincoli sono cose che tengono fermi gli oggetti... quindi sono ciò che rende pari a zero la forza totale su tali oggetti. Come in tutte le situazioni reali esistono dei limiti; in particolare con i vincoli esiste un limite massimo alla forza fatta dal vincolo, oltre il quale tale vincolo si rompe. Autore: Andrea de Capoa 17 Feb 2016 67 Parte IV Leggi di conservazione 68 Quantità di moto 34.1 Scheda 34 La quantità di moto 34.2 Una grandezza fisica particolarmente importante per descrivere una grande quantità di fenomeni è la quantità di moto ~q. Essa è una grandezza vettoriale legata alla massa ed alla velocità di un oggetto. Conservazione della quantità di moto Immaginiamo di studiare un sistema isolato nel quale ci siano molti oggetti tra i quali agiscono delle forze. Tali forze sono tutte interne al sistema, per cui se un oggetto esercita una forza su di un secondo oggetto, per il terzo principio della dinamica, all’interno del mio sitema vedrà anche la forza uguale e contraria che il secondo oggetto esercita sul primo. In formule scriverò La quantità di moto di un oggetto è definita come il prodotto della massa dell’oggetto per la sua velocità F~1 = −F~2 ~ ~q = mV Riscrivedo ora queste forze come variazioni di quantità di moto nel tempo otterremo La quantità di moto di un oggetto è quindi una grandezza vettoriale che ha stessa direzione e verso della velocità dell’oggetto. L’unità di misura della quantità di moto è quindi kg·m s 34.1.1 ∆~q1 ∆~q2 =− ∆t ∆t ∆~q2 ∆~q1 + =0 ∆t ∆t Forza e quantità di moto Partendo dal secondo principio della dinamica possiamo scrivere: da cui ~) ∆V ∆(mV ∆~q F~ = m~a = m = = ∆t ∆t ∆t Una forza corrisponde quindi ad una variazione di quantità di moto nel tempo. Analogalmente possiamo affermare che ∆~q1 + ∆~q2 =0 ∆t ∆~qtot =0 ∆t ∆~qtot = 0 F~ · ∆t = ∆~q Questo significa che l’effetto di una forza applicata per un certo intervallo di tempo causa una variazione di quantità di moto nel tempo. La grandezza In un sistema isolato la quantità di moto totale si conserva. I~ = F~ · ∆t viene chiamata Impulso. Chiamo forza impulsiva una forza, generalmente molto intensa, che agisce per un brevissimo arco di tempo. Un esempio di forza impulsiva lo possiamo vedere negli sport che si praticano con una palla: ogni volta che colpiamo tale palla applichiamo una forza molto intensa per il brevissimo intervallo di tempo pari alla durata del colpo. Autore: Andrea de Capoa 69 17 Feb 2016 Mappe sull’energia Scheda 35 41 Legge di conservazione dell’energia totale Etoti = Etotf Energia cinetica traslazionale 1 Ec = m · V 2 2 Tipi di energie [Joule] Energia cinetica rotazionale 1 Ecr = I · ω 2 2 Modi di scambiare energia U = m·g·h Energia potenziale gravitazionale Energia potenziale elastica 1 V = k · ∆l2 2 Energia potenziale elettrostatica q1 · q2 U = −K r Lavoro ~ ∆L = F~ · ∆S Joule Calore ∆Q Joule Potenza [W att] ∆E P = ∆t Autore: Andrea de Capoa 21 Dic 2016 70 m F = ·g F = M· G m r2 U = −G M ·m r Energia e Lavoro 36.1 Scheda 36 Definendo I come il momento d’inerzia dell’oggetto esteso, calcolabile in linea di principio come la somma dei momenti di inerzia di ogni singola particella dell’oggetto, otteniamo l’energia cinetica rotazionale dell’oggetto Energia cinetica Un oggetto che si muove ha energia cinetica solo per il fatto che si sta muovendo. ~ vale L’energia cinetica Ec di un oggetto di massa m che si muove con velocità V 1 2 Iω 2 Anche in questo caso il valore di I dipende non solo dalla forma e dalla massa dell’oggetto, ma anche dal suo asse di rotazione. Ecr = 1 Ec = m V 2 2 Come si vede dalla formula l’energia cinetica dipende dalla massa dell’oggetto e dal quadrato della sua velocità. L’unità di misura di una qualunque energia è il Joule kg · m2 Joule = s2 36.2 36.3 Se osserviamo un oggetto fermo, non è difficile affermare che la sua energia cinetica è zero. Questo perchè il baricentro dell’oggetto ha velocità Vb = 0 e rispetto al baricentro la velocità di rotazione vale ω = 0. Le singole molecole di cui è fatto l’oggetto però non sono ferme, ma si buovono con una velocità che dipende dalla temperatura dell’oggetto. La somma di tutte le energie cinetiche delle molecole, nel sistema di riferimento dell’oggetto fermo, è detta Energia Interna dell’oggetto. Energia cinetica rotazionale Prendiamo in considerazione una particella di massa mi che si muove di moto circolare uniforme con velocità Vi , raggio ri e velocità angolare ω. Ovviamente la sua energia cinetica potrà essere scritta, tenendo in considerazione le equazioni del moto circolare uniforme, come Ecr−i 36.4 1 1 = mi Vi2 = m ri2 ω 2 2 2 1 Ii ω 2 2 Nel caso della rotazione di un oggetto esteso, l’energia cinetica rotazionale dell’oggetto sarà la somma dell’energia cinetica rotazionale di ognuna delle sue molecole; visto però che tutte le molecole dell’oggetto hanno la stessa velocità angolare potremo scrivere Ecr−i = X1 2 Ii ω 2 = Il Lavoro di una forza Immaginiamo di avere un oggetto che si sposta da un punto A ad un punto B sotto l’azione di una forza. Il lavoro fatto da una forza su di un oggetto che si sposta da un punto A ad un punto B è definito come il prodotto scalare della forza per lo spostamento dell’oggetto. Se applico una forza costante F~ su di un oggetto e questo si sposta effettuando ~ allora il lavoro effettuato sarà: uno spostamento ∆S La quantità Ii = mi ri2 è definita momento d’inerzia della particella rispetto all’asse di rotazione. In questo modo possiamo scrivere l’energia cinetica della particella dovuta alla rotazione della stessa come Ecr = Energia interna ~ = F · ∆S · cos(α) L = F~ × ∆S É importante notare che quando l’angolo tra i due vettori è di 90◦ (cioè i due vettori sono perpendicolari) allora il coseno dell’angolo vale zero ed il lavoro fatto dalla forza è nullo. Una forza perpendicolare allo spostamento non fa lavoro. Se invece la forza avesse verso opposto allo spostamento (cioè l’angolo tra i due vettori 1 X ( Ii )ω 2 2 71 72 Scheda36. Energia e Lavoro F~ 36.5 α ~ ∆S Fig. 36.1: In figura è schematicamente rappresentato un oggetto sottoposto ad una forza F~ , e che compie uno ~ La forza forma un angolo α con lo spostamento, ed il lavoro compiuto dalla forza è indicato nella spostamento ∆S. formula rappresentata. La Potenza Precedentemente abbiamo parlato del lavoro fatto da una forza. Se applico una forza ad un oggetto mentre si sposta, allora compio su quell’oggetto un lavoro e quindi gli fornisco (o tolgo) energia. Il concetto di potenza è legato alla rapidità con la quale fornisco del lavoro ad un oggetto. La potenza è infatti definita come il rapporto tra il lavoro fatto su di un oggetto e l’intervallo di tempo nel quale questa energia è stata data. fosse di 180◦ ) allora il coseno dell’angolo varrebbe −1 ed il lavoro della forza sarebbe negativo. Il lavoro di una forza opposta allo spostamento è negativo. In altre parole, soltanto la componente della forza che sia parallela allo spostamento può compiere un lavoro. 36.4.1 P = Il teorema dell’energia cinetica Immaginiamo di applicare una forza costante F~ ad un oggetto di massa m, e sup~ nella stessa direzione e nello stesso poniamo che esso si sposti di una quantità ∆S verso della forza. Il Lavoro fatto dalla forza può essere calcolato come ∆V ∆S = m(Vf − Vi )Vmedia ∆t Visto che stiamo considerando una forza costante, possiamo affermare che il moto dell’oggetto è uniformemente accelerato; per questo motivo possiamo scrivere L = F · ∆S = ma∆S = m L = m(Vf − Vi )Vmedia = m(Vf − Vi ) = (Vf + Vi ) = 2 1 1 mVf2 − mVi2 = Ecf − Eci 2 2 L = ∆Ec In altre parole il lavoro fatto dalla forza ha incrementato l’energia cinetica dell’oggetto. Se la forza fosse stata opposta allo spostamento, il lavoro sarebbe stato negativo e di conseguenza lo sarebbe stata la variazione di energia cinetica dell’oggetto. Autore: Andrea de Capoa 17 Feb 2016 ∆E ∆t Forze conservative ed Energia Potenziale 37.1 37.1.1 Forze conservative + L00B→A L’Energia potenziale gravitazionale Quanto detto in questo paragrafo vale nel caso di oggetti che si trovino vicino alla superficie del pianeta. Consideriamo un oggetto qualunque: esso ha una energia potenziale gravitazionale dovuta alla sua posizione. L’energia potenziale gravitazionale U per un oggetto di massa m ad una altezza h dalla superficie della Terra vale Una forza è definita conservativa quando il lavoro che compie lungo un percorso chiuso è pari a zero. Tipici esempi di forze conservative sono la forza di gravità e la forza elastica; un tipico esempio di forza non conservativa è la forza d’attrito. Immaginiamo un oggetto che si muova sotto l’azione di una forza conservativa lungo un percorso chiuso che lo porti da un punto A ad un punto B e successivamnte lo porti indietro dal punto B al punto A seguendo una strada differente. Visto che il lavoro lungo il percorso chiuso deve valere zero, avremo L0A→B Scheda 37 U = mgh Come si vede dalla formula il valore dell’energia potenziale dipende dalla massa dell’oggetto, dalla sua altezza dal suolo e dal valore dell’accelerazione di gravità che per il pianeta Terra vale g = 9, 81 sm2 . Se un oggetto ha una massa di 5 Kg e si trova ad una altezza di 10 metri dal suolo allora la sua energia potenziale gravitazionale varrà 490 Joule (fate i conti e verificate la loro esattezza). Su di un diverso pianeta cambia il valore di g. =0 da cui L0A→B = −L00B→A L0A→B = L00A→B Immaginiamo di portare un oggetto da un’alterzza hA ad un’alterrza hB differente e calcoliamo il lavoro della forza di gravità; questo conto ci permetterà di capire come mai l’energia potenziale gravitazionale ha quella formula. Questa equazione dice che qualunque percorso si scelga il lavoro della forza conservativa per andare da A a B deve essere sempre uguale, indipendentemente dal percorso scelto. LA→B = −mg∆h = mghA − mghB = −(UB − UA ) = −∆U L’indipendenza dal percorso ci permette di definire una grandezza U detta energia potenziale che dipende solo dalla posizione dell’oggetto. in questo modo per le forze conservative varrà 37.1.2 L’energia potenziale elastica Una molla a riposo, che non venga ne compressa ne estesa, ha energia potenziale elastica nulla. Se la stessa molla la si comprime o la si estende, essa acquista energia potenziale elastica proporzionale all’estensione o alla compressione rispetto alla lunghezza a riposo della molla. L’energia potenziale elastica Uel immagazzinata da una molla con costante elastica k e compressa (o estesa) di una lunghezza ∆l rispetto alla posizione a riposo varrà LA→B = UA − UB = −∆U Tenendo anche presente il teorema dell’energia cinetica, possiamo quindi interpretare questo risultato dicendo che il lavoro di una forza conservativa trasforma energia potenziale gravitazionale in energia cinetica. L’Energia potenziale è l’energia che un oggetto ha in potenza e che potrebbe essere trasformata in energia cinetica da una forza che fa lavoro. Esistono moltissimi tipi differenti di energia potenziale, una per ogni tipo di forza conservativa. Vel = 73 1 k(∆l)2 2 74 Scheda37. Forze conservative ed Energia Potenziale N viene compressa di ∆l = 0, 2 metri, Se una molla con costante elastica k = 30 m l’energia potenziale elastica immagazzinata dalla molla vale Vel = 0, 6 Joule (fate i conti e verificate la loro esattezza). 37.1.3 Altre forme di energia potenziale A seconda dei vari casi che di volta in volta si analizzano, ogni oggetto può immagazzinare energia in molte forme; un oggetto ha energia in base alla temperatura a cui si trova, in base ai legami chimici tra le varie molecole o atomi, in base ai legami tra i costituenti degli atomi, ecc. Sarà compito di chi analizza un certo sistema capire quali tipi di energia devono essere considerati per una corretta descrizione del fenomeno. Autore: Andrea de Capoa 17 Feb 2016 Legge di conservazione dell’energia totale 38.1 nuove ed opportune forme di energia. Nel caso di uno spostamento in presenza di attrito, parte dell’energia cinetica dell’oggetto in moto viene convertita in calore e quindi dovrà aggiungere nel bilancio energetico anche questa forma di energia. Le parole di Feynmann C’è un fatto, o se volete una legge, che governa i fenomeni naturali sinora noti. Non ci sono eccezioni a questa legge: per quanto ne sappiamo è esatta. La legge si chiama conservazione dell’energia, ed è veramente una idea molto astratta, perché è un principio matematico: dice che c’è una grandezza numerica, che non cambia qualsiasi cosa accada. Non descrive un meccanismo, o qualcosa di concreto: è solo un fatto un po’ strano: possiamo calcolare un certo numero, e quando finiamo di osservare la natura che esegue i suoi giochi, e ricalcoliamo il numero, troviamo che non è cambiato... [Richard Feynmann, Le Lezioni di Feynmann, VolI] 38.2 Scheda 38 ∆Etot = ∆U + ∆Ec + ∆Q = 0 38.3 Trasformazione dell’energia Ogni volta che su di un oggetto agisce una forza e quell’oggetto si muove allora quella forza ha compiuto un lavoro sull’oggetto. Se quel lavoro è positivo allora vuol dire che quella forza ha dato energia cinetica all’oggetto trasformando una qualche energia potenziale; al contrario se il lavoro è negativo vuol dire che quella forza ha sottratto energia cinetica all’oggetto convertendola in una qualche energia potenziale. Legge di conservazione dell’energia totale La legge di conservazione dell’energia è uno dei concetti più importanti nell’analisi di un fenomeno fisico. In un sistema isolato (che quindi non ha alcuno scambio con l’esterno) la quantità totale di energia è costante. Questo significa che non importa quali o quante trasformazioni subisca l’energia presente nel sistema, la sua quantità complessiva è sempre costante. Se ci limitiamo a considerare l’energia meccanica (per cui ci limitiamo alle forze conservative ed assumiamo che non ci siano forze non conservative) la dimostrazione di questo principio è semplice, infatti per un qualunque oggetto, nello spostarsi da un punto A ad un punto B avremo sempre che Un esempio Per capire bene in che modo l’energia si trasforma da una sua forma all’altra analizziamo adesso una particolare situazione nella quale un peso si trova sulla cima di un piano inclinato e poi scende lungo il piano inclinato per arrivare contro una molla posta al fondo del percorso. 1. Un oggetto si trova fermo ad una certa altezza: ha energia potenziale gravitazionale; non ha energia cinetica. Nella molla al fondo del percorso non è immagazzinata energia. LA→B = −∆U = ∆Ec da cui ricaviamo hi ∆U + ∆Ec = 0 θ ∆Etot = 0 2. L’oggetto sta rotolando verso il basso: sta trasformando la sua energia potenziale gravitazionale in energia cinetica. Nella molla al fondo del percorso non è immagazzinata energia. In un caso più generale, nel quale siano presenti ogni tipo di forza, il principio di conservazione dell’energia continua a essere valido, semplicemente introducendo 75 76 Scheda38. Legge di conservazione dell’energia totale hi θ hi ~i V ~i V θ 3. Adesso l’oggetto si muove in orizzontale al fondo della discesa. Ha trasformato tutta la sua energia potenziale gravitazionale in energia cinetica. Non variando più la sua altezza, non varia nemmeno la sua energia cinetica. Nella molla al fondo del percorso non è immagazzinata energia. 7. L’oggetto, una volta fermo, ha convertito tutta la sua energia cinetica in energia potenziale gravitazionale raggiungendo la massima altezza. hi θ hi ~i V θ 4. L’oggetto è arrivato a comprimere la molla. Sta convertendo energia cinetica in energia potenziale elastica. l’oggetto quindi rallenta fino a fermarsi e comprime la molla fino ad un valore massimo. hi θ 5. La molla, raggiunta la sua massima compressione, comincerà adesso a restituite all’oggetto energia cinetica perdendo energia potenziale elastica. La molla riprenderà la lunghezza iniziale. hi θ ~i V 6. L’oggetto ricomincia a salire lungo il piano inclinato. Perde energia cinetica per trasformarla in energia potenziale gravitazionale. Autore: Andrea de Capoa 17 Feb 2016 Macchine semplici Scheda 39 L = mg(hf − hi ) = mg∆h Una macchina semplice è uno strumento che permette di fare del lavoro esercitando una piccola forza. Il lavoro che facciamo noi applicando una forza F~ dipende però dalla lunghezza del piano inclinato, infatti Ogni volta che spostiamo un oggetto esercitando direttamente su di esso una forza, compiamo un certo lavoro. Utilizzando una macchina semplice, noi riusciamo ad ottenere per l’oggetto lo stesso spostamento e lo stesso lavoro, ma esercitando una forza minore lungo un percorso maggiore. Le macchine semplici che tratteremo sono: il piano inclinato, la leva, la carrucola e il torchio idraulico. 39.1 F · ∆S = mg∆h ⇒ F = mg∆h ∆S Per cui, tanto più lungo è il piano inclinato, tanto minore è la forza da impiegare al fine di fare una certa quantità di lavoro. ∆S ∆h F~ Il piano inclinato Fig. 39.2: Il piano inclinato Immaginate di dover spingere un oggetto lungo un piano inclinato per sollevarlo di una certa altezza. Ammettendo che sul piano inclinato l’attrito sia nullo, è evidente che sarà molto più facile sollevare l’oggetto spostandolo lungo il piano inclinato che non sollevare lo stesso ogFig. 39.1: Tavola sulle macchine semplici dalla getto lungo un percorso verticale. Il Cyclopaedia di Chambers del 1728. lavoro necessario per spostare l’oggetto dipende soltanto dalla massa dell’oggetto stesso e dal dislivello da coprire. Infatti, per la legge di conservazione dell’energia totale, avremo che 39.2 La leva Una leva è un’asta con un perno fisso intorno al quale l’asta ruota. Il perno non è nel centro dell’asta; per questo motivo, in una condizione di equilibrio, la forza fatta ad un estremo dell’asta non è uguale alla forza fatta sull’altro estremo dell’asta. F b1 = Fg b2 ⇒ F = Fg b2 b1 Qualunque lavoro venga fatto su di un oggetto posizionato sul lato corto della sbarra, sarà uguale al lavoro fatto dalla forza posizionata sul lato lungo. La forza fatta sul lato lungo è però sempre più piccola dell’altra, e di qui il concetto di macchina semplice. L + mghi = mghf 77 78 Scheda39. Macchine semplici b2 b1 F~ F~g T~ Fig. 39.3: La leva T~ 39.3 39.4 F~ La carrucola Una carrucola è un oggetto costituito da una ruota con una scanalatura sui bordi per permettere il passaggio di una corda. La ruota è libera di ruotare intorno al suo perno centrale. Il punto chiave per comprenderne il funzionamento sta nel notare che la forza esercitata dal filo è sempre doppia in quanto il filo è avvolto intorno alla ruota. A bilanciare tale forza è la reazione del perno che, di conseguenza, sarà doppia rispetto alla tensione del filo. Montando una carrucola o più carrucole avremo che la forza necessaria a tenere in equilibrio un peso è minore della forza esercitata dal peso stesso. In figura 39.4, facendo una forza T~ sulla corda, tale forza si propaga su tutta la corda. Sulla carrucola mobile, la corda esercita due forze verso l’alto, bilanciate dalla forza F~ verso il basso. La forza T~ risulta quindi la metà della forza F~ . r T~ ∆s T~ T~ T~ m m ∆h F~g F~ F~g Fig. 39.4: Un sistema a carrucola mobile. Il torchio idraulico Per questo paragrafo vedi 42.1.1. Fig. 39.5: Guarda il video youtu.be/zM5riV9kQJ0 Autore: Andrea de Capoa 17 Feb 2016 Teoria degli urti Scheda 40 La legge di conservazione della quantità di moto, applicata a questo caso, ci permette di scrivere m1 Vi1 + m2 Vi2 = (m1 + m2 )Vf Tutti sappiamo che se due oggetti si dirigono uno contro l’altro, si urtano e poi proseguono il loro moto con direzioni e velocità differenti. Studiare un urto tra due corpi significa, conoscendo le masse e le velocità iniziali dei corpi, prevedere quali saranno le velocità finali dei corpi. dove m è la massa degli oggetti, V è la loro velocità prima dell’urto e Vf la velocità dei due oggetti dopo che si sono attaccati. In questo modo sono in grado di calcolare la velocità finale del blocco m1 Vi1 + m2 Vi2 Vf = m1 + m2 Per studiare un urto ci serviamo della legge di conservazione della quantità di moto e della legge di conservzione dell’energia totale scritte nella sequeste forma: P~ + P~ = P~ + P~ i1 i2 f1 f2 Eci + Eci = Ecf + Ecf + ∆Q 1 2 1 2 Calcolando poi l’energia cinetica del sistema prima e dopo l’urto porriamo avere una stima del calore liberato durante l’urto dove i vari termini delle equazioni indicano le quantità di moto iniziali e finali dei due oggetti, le esergie cinetiche iniziali e finali dei due oggetti e la quantità di calore liberata durante l’urto. ∆Q = Ecf − Eci = Noi studieremo due situazioni estreme: la prima riguarda gli urti completamente anelastici nei quali si ha la massima dispersione di calore; la seconda riguarda gli urti completamente elastici nei quali non c’è dispersione di calore. In entrambi i casi ci limitiamo a trattare problemi monodimensionali, nei quali supponiamo che gli oggetti siano puntiformi e si muovano unicamente su di una linea1 . 40.1 40.2 1 1 1 m1 m2 (m1 + m2 )Vf2 − m1 Vi21 − m2 Vi22 = ... = Vi Vi 2 2 2 m1 + m2 1 2 Gli urti elastici In un urto elastico non si ha dispersione di calore ∆Q = 0 I due oggetti dopo l’urto non rimarranno attaccati. Per descrivere questo tipo di urti dovremo impostare un sistema di due equazioni, la prima riguardante la conservazione della quantità di moto e la seconda riguardante la conservazione dell’energia. Il modo più comodo di risolvere il problema rimane però quello di mettersi nel sistema di riferimento nel quale uno dei due oggetti (per esempio quello con indice 2) sia fermo. Avremo quindi: Gli urti completamente anelastici In un urto completamente anelastico i due oggetti rimarranno attaccati ed avranno la stessa velocità finale. In tali urti si ha la massima dispersione di energia sotto forma di calore ∆Q 6= 0 ( I due oggetti che urtano tra loro dopo l’urto rimarranno attaccati e si muoveranno quindi con la stessa velocità. m1 Vi1 = m1 Vf1 + m2 Vf2 m1 Vi21 = m1 Vf21 + m2 Vf22 dove m indica la massa degli oggetti, V indica la velocità degli oggetti; con gli indici i intendo i valori delle grandezze prima dell’urto e con gli indici f i valori delle grandezze dopo l’urto. Risolvendo questo sistema per trovare i valori di V1f e V2f otteniamo 1 Un urto su di un piano viene trattato esattamente in modo analogo, semplicemente imponendo la legge di conservazione della quantità di moto separatamente per entrambi gli assi cartesiani del sistema di riferimento sul piano. 79 80 Scheda40. Teoria degli urti ( 40.2.1 Vf1 = Vf2 = m1 −m2 m1 +m2 Vi1 2 m1 m1 +m2 Vi1 Casi particolari di urti elastici I due oggetti hanno la stessa massa Nel caso di due oggetti con la stessa massa, otteniamo ( Vf1 = 0 Vf2 = Vi1 Questo significa che l’oggetto colpito parte con la stessa velocità che aveva l’altro, il quale, dopo l’urto, si ferma. L’oggetto fermo ha una massa molto maggiore di quello in moto Se l’oggetto colpito, inizialmente fermo, ha una massa enormemente maggiore di quello che lo colpisce, per cui possiamo del tutto trascurare la massa dell’altro oggetto, otteniamo ( Vf1 = −Vi1 Vf2 = 0 Questo significa che l’oggetto colpito non si sposta, mentre l’altro torna indietro con la stessa velocità che aveva inizialmente. L’oggetto fermo ha una massa molto minore di quello in moto Se l’oggetto colpito ha una massa molto minore, e quindi trascurabile, rispetto a quello che lo colpisce, otteniamo ( Vf1 = Vi1 Vf2 = 2 Vi1 Questo significa che l’oggetto colpito parte con una velocità doppia rispetto a quella che aveva inizialmente l’altro oggetto. L’altro oggetto invece procede nel suo moto senza cambiare la sua velocità. Autore: Andrea de Capoa 17 Feb 2016 Parte V Fluidodinamica 81 Mappe di fluidodinamica Scheda 41 Legge di conservazione dell’energia 35 Principio di Bernoulli + ρgh + P = cost 1 2 2 ρV Fluidi incomprimibili ρ = cost Legge di conservazione della portata S · V = cost Principio di Pascal Autore: Andrea de Capoa 21 Dic 2016 82 fluidi fermi Legge di Stevin ∆P = −ρg∆h Il principio di Pascal 42.1 Scheda 42 Il principio di Pascal Prendiamo un fluido in una situazione di quiete. Il principio di Pascal afferma che: La pressione esercitata su di una parte della superficie di un fluido si trasmette invariata su ogni porzione della superficie del fluido stesso. Questo significa che se in un punto del fluido esercitiamo una pressione, questa pressione si trasmetterà attraverso il fluido su tutte le pareti che lo contengono. Ogni superficie del fluido, quindi, eserciterà su tali pareti una forza ad essa perpendicolare causata dalla pressione che inizialmente abbiamo esercitato. Possiamo vedere questo se imFig. 42.1: Guarda il video youtu.be/maginiamo di mettere un palloncino all’interno di _l8_sD4NFA un contenitore pieno di un liquido. Se aumentiamo la pressione del liquido premendo sulla sua superficie, vedremo il palloncino rimpicciolirsi a causa dell’aumento di pressione. 42.1.1 F~grande Il torchio idraulico Fig. 42.2: La forza esercitata sul lato stretto dell’apparato genera una pressione che corrisponde ad una grande forza sul lato largo dell’apparato. Questo poiché la pressione esercitata dall’esterno si trasmette identica in tutti i punti del fluido. Abbiamo detto che se in un punto di un fluido applico una pressione, essa si trasmette invariata in ogni punto del fluido. Se applico quindi una piccola forza su di una piccola superficie del fluido, la pressione che si trasmette permetterà di avere una grande forza su di una grande sezione della superficie del fluido. Questo permette di costruire dispositivi in grado di esercitare grandi forze in certi punti del fluido come conseguenza dell’applicazione di piccole forze in altri punti del fluido. Questo principio viene illustrato in figura 42.2. Autore: Andrea de Capoa F~piccola 17 Feb 2016 83 La conservazione della portata 43.1 Scheda 43 Portata di un tubo La portata di un tubo è la quantità di fluido (intesa come volume di fluido) che 3 attraversa quel tubo nell’unità di tempo. Essa si misura, a seconda dei casi, in ms . 43.2 l2 = v2 · ∆t Portata per fluidi incomprimibili Per fluidi incomprimibili intendiamo fluidi la cui densità non cambia. Una certa quantità di fluido, con un determinato volume, avrà sempre lo stesso volume. Se in un certo intervallo di tempo entra in un tubo una certa quantità di fluido, allora in un diverso punto del tubo la stessa quantità di fluido deve uscire. Questo concetto è rappresentato in Fig. 43.1: Guarda il video youfigura 43.2. tu.be/6bbXsASWK5M Il volume della parte di liquido nella parte stretta del tubo è quindi uguale al volume del liquido nella parte larga del tubo. l1 = v1 · ∆t S2 S1 Fig. 43.2: Il liquido che scorre nella parte stretta del tubo passa poi nella parte più larga cambiando velocità. I due volumi di liquido devono essere uguali a causa dell’incomprimibilità del liquido. V1 = V2 da cui S1 · l1 = S2 · l2 dove S è la sezione del tubo e l il percorso fatto dal liquido in un tempo ∆t viaggiando alla velocità v. Avremo quindi S1 · v1 · ∆t = S2 · v2 · ∆t Autore: Andrea de Capoa S1 v1 = S2 v2 Questa indicata è la legge di conservazione della portata Q = S · v valida per tutti i fluidi incomprimibili che scorrono in un tubo. Questa legge può essere commentata dicendo che, essendo il liquido incompressibile, in un tubo il liquido scorre tanto più velocemente quanto più piccola è la sezione del tubo. 84 17 Feb 2016 Il principio di Bernoulli 44.1 Scheda 44 Dove P è la pressione del fluido, ρ la sua densità. La pressione in un certo volume di fluido può infatti essere vista come la quantità di energia interna per unità di volume. Se controlliamo le unità di misura di ognuno di questi tre termini possiamo constatare che si tratta di un’energia per unità di volume, cioè Joule m3 . Allora l’equazione di Bernoulli può essere letta come la legge di conservazione dell’energia per unità di volume, cioè afferma che un particolare volume di fluido mantiene costante la sua energia, supponendo tale volume costante. L’equazione di Bernoulli Immaginiamo adesso di seguire il movimento di un certo volume di fluido incomprimibile. Durante il suo movimento vale di sicuro la legge di conservaziuone dell’energia. Applicando tale legge, trascurando ogni effetto dovuto alle forze di attrito, otteniamo l’equazione seguente: v~2 1 Fig. 44.1: Guarda il video youmv 2 + mgh + Uint = cost tu.be/XrAbLKiuZ7c 2 dove v è la velocità del fluido, g l’accelerazione di gravità e h l’altezza a cui si trova il fluido. In quest’equazione il primo termine rappresenta l’energia cinetica del fluido, intesa come l’energia legata al movimento del baricentro. Questo termine considera il fluido come se tutta la sua massa fosse concentrata nel baricentro, e non tiene conto dell’energia cinetica legata al movimento delle singole molecole intorno al baricentro. Il secondo termine rappresenta l’energia potenziale gravitazionale del fluido. Il terzo rappresenta invece l’energia interna del fluido, cioè l’energia cinetica legata al movimento delle singole molecole intorno al baricentro del fluido. Dividere l’energia cinetica del fluido nella somma dell’energia cinetica del baricentro più l’energia interna è necessario in quanto misurare la prima non è complicato, mentre per misurare la seconda dovrei conoscere con precisione massa e velocità di tutte le molecole del fluido. Dal momento che trattiamo fluidi incomprimibili, allora la massa di fluido considerata ha anche un volume costante; posso quindi dividere l’equazione per il volume del fluido ottenendo: S2 v~1 S1 h1 h2 Fig. 44.2: Il liquido che scorre nella parte stretta del tubo passa poi nella parte più larga cambiando velocità. I due volumi di liquido devono essere uguali a causa dell’incomprimibilità del liquido. 44.1.1 La legge di Stevin Se applichiamo l’equazione di Bernoulli in un caso in cui il fluido sia fermo, cosa otteniamo? 1 2 2 mv mgh Uint + + = cost V V V ottenendo l’equazione di Bernoulli Immaginiamo di trovarci immersi in un fluido fermo e spostarci da un punto A ad un punto B a differente profondità. L’equazione di bernoulli diventa: 1 2 ρV + ρgh + P = cost 2 85 Fig. 44.3: Guarda il video youtu.be/SGVEECG23Q4 86 Scheda44. Il principio di Bernoulli Autore: Andrea de Capoa 17 Feb 2016 PB + ρghB = PA + ρghA nella quale sono stati annullati i termini legati alla velocità del fluido. Con semplici passaggi si ottiene PB − PA = ρghA − ρghB PB − PA = −(ρghB − ρghA ) ∆PA→B = −ρg∆hA→B che è appunto la legge di Stevin. Essa afferma che tanto più vado in profondità in un fluido, tanto maggiore sarà la pressione che sento, in base anche alla densità del fluido. 44.1.2 Il tubo di Venturi Come varia la pressione in un condotto orizzontale di sezione variabile? Se applichiamo l’equazione di Bernoulli ad un condotto orizzontale ed otilizziamo poi la legge della portata otteniamo quanto segue, dove indichiamo con S1 e S2 i valori delle sezioni del condotto in due suoi punti distinti. 1 1 P1 + ρv12 = P2 + ρv22 2 2 In questa equazione i termini con l’altezza sono stati semplificati in quanto le due altezze sono uguali essendo il tubo orizzontale.. 1 1 S2 P1 + ρv12 = P2 + ρv12 12 2 2 S2 1 1 S2 P1 − P2 = − ρv12 + ρv12 12 2 2 S2 1 S2 ∆P = − ρv12 1 − 12 2 S2 Da questa equazione si vede chiaramente che all’aumentare della velocità del fluido si crea una differenza di pressione tra due punti del tubo con sezioni differenti. Fig. 44.4: un tubo di Venturi nel quale sta scorrendo dell’acqua. E’ possibile notare come l’altezza delle due colonnine d’acqua sia differente, a dimostrare che la pressione nei due punti del condotto Ú differente. Parte VI Calorimetria 87 Mappe di calorimetria Scheda 45 Calore fornito ∆Q Temperatura T Trasporto di calore ∆Q S = ρ· · ∆T ∆t l ∆T ∆T Teq =0 6= 0 Transizione di fase ∆Q = Qlat · m Riscaldamento ∆Q = cs · m · ∆T Equilibrio termico cs1 m1 T1i + cs2 m2 T2i = cs1 m1 + cs2 m2 Dilatazione termica lineare ∆l = λ · li · ∆T Dilatazione termica superficiale e volumica ∆S = 2λ · Si · ∆T ∆V = 3λ · Vi · ∆T Autore: Andrea de Capoa 03 Dic 2016 88 Stati della materia 46.1 Scheda 46 utilizzato per spezzare i legami tra le molecole; la temperatura del materiale rimane costante. Stati della materia La materia si trova in tre stati: Solido, Liquido, Gassoso. La differenza sta nel come le molecole o gli atomi della sostanza in questione sono legati tra loro. Solidi I solidi hanno forma e volume propri; le molecole sono molto legate tra loro e non sono libere di muoversi attraverso il materiale Fig. 46.1: Guarda il video youtu.be/I9jqUUbeuog Liquidi I liquidi hanno volume propro ma assumono la forma del contenitore; le molecole sono legate tra loro, ma con legami sufficientemente deboli da permettere alle molecole di muoversi attraverso il materiale. gas I gas assumono sia il volume che la forma del contenitore che li contiene; le molecole non sono legate tra loro (a meno di debolissimi legami che in genere possono essere trascurati) e sono libere di muoversi attraverso il materiale 46.2 Cambiamenti di stato Ogni materiale, a temperature ben precise, può passare da uno stato ad un altro. Il cambiamento di stato avviene perchè i legami tra le molecole si spezzano o si formano. Per esempio alla temperatura T = 0◦ C il ghiazzio fonde. Nella fusione, dando calore i legami tra le molecole del solido si spezzano e il materiale diventa liquido; al contraFig. 46.2: Guarda il video yourio quando abbiamo acqua liquida alla temperatutu.be/rC3CloIZHtA ra T = 0◦ C, togliendo calore i legami tra le molecole si formano ed il liquido diventa solido. Durante la transizione di fase il calore è Autore: Andrea de Capoa 89 17 Feb 2016 La Temperatura Scheda 47 ne consegue che l’ampiezza di un grado Kelvin sia uguale all’ampiezza di un grado centigrado. La temperatura di un oggetto indica l’energia cinetica media delle molecole di cui è fatto quell’oggetto. 47.1.3 Ogni oggetto è infatti fatto di molecole, le quali si muovono all’interno dell’oggetto, fossanche per vibrare intorno ad punto di equilibrio. Visto che per l’energia cinetica di una particella esiste un limite inferiore pari a zero, allora esiste un limite inferione anche per la temperatura. 47.1 conversioni di temperature Per come sono state determinate le due scale di temperatura bisogna stare attenti quando si eseguono le conversioni di unità di misura. Se devo convertire due intervalli di temperatura, la conversione è ∆T = 1 K = 1 ◦ C Le scale di temperatura Se devo invece convertire il valore di una temperatura allora Le due principali scale di temperatura che studiamo sono la scala dei gradi centigradi1 e la scala dei gradi Kelvin. Per creare una scala di temperature è necessario determinare due punti fissi sulla scala. 47.1.1 t = 300 K = 26, 85 ◦ C I gradi centigradi Per determinare la scala dei gradi centigradi si è presa prima la temperatura di fusione del ghiaccio è si è stabilito in modo arbitrario che tale valore corrispondeva a Tf us = 0◦ C; successivamente si è presa la temperatura di ebollizione dell’acqua è si è stabilito in modo arbitrario che tale valore corrispondeva a Teb = 100◦ C. Con queste due affermazioni è di fatto stata inventata questa scala di temperatura. 47.1.2 I gradi Kelvin Stabilito che il concetto stesso di temperatura prevede l’esistenza di un limite inferiore al suo valore, allora risulta sicuramente più efficace l’utilizzo della scala di temperatura dei gradi Kelvin. Essa infatti stabilisce che il valore minimo di temperatura sia Tmin = 0 K corrispondente al valore Tmin = −273, 15 ◦ C. inoltre stabilisce che il valore della temperatura di fuzione del ghiaccio sia Tf us = 273, 15 K e che il valore della temperatura di ebollizione dell’acqua sia Teb = 373, 15 K. essendoci anche qui 100 gradi di differenza tra le due temperature di transizione dell’acqua, 1 La Autore: Andrea de Capoa scala dei gradi centigradi è altrimenti chiamata scala Celsius dal nome del fisico che la creò. 90 17 Feb 2016 Riscaldamento Riscaldare un oggetto significa aumentarne la temperatura; raffreddare un oggetto significa diminuirne la temperatura. Per ottenere questo dobbiamo dare o togliere del calore all’oggetto. Se diamo del calore all’oggetto, questo calore aumenta l’energia interna dell’oggetto e quindi ne aumenta la temperatura. 48.1 Scheda 48 Tf = cs1 Ti1 + cs2 Ti2 cs1 + cs2 Qualora vengano messi a contatto molti oggetti con temperature differenti, allora la formula sopra scritta diventa Tf = Fig. 48.1: Guarda il video youtu.be/sjsoUnjBeEM cs1 Ti1 + cs2 Ti2 + ... + csn Tin cs1 + cs2 + ... + csn dove n è un generico indice che indica il numero di oggetto messi a contatto. Calore e temperatura Dimostrazione Immaginiamo di avere due oggetti di massa m1 ed m2 , calore specifico cs1 e cs2 , temperatura Ti1 e Ti2 . Mettendo i due oggetti a contatto essi si scambieranno calore. Il calore in ingresso nell’oggetto più freddo sarà uguale ma con segno opposto rispetto al calore in uscita dall’oggetto più caldo. Per cui avremo Di quanto la temperatura aumenti quando forniamo del calore dipende dal tipo di materiale e dalla sua massa secondo la seguente formula: ∆Q = cs m∆T dove ∆Q indicha il calore fornito al corpo, ∆T la sua variazione di temperatura, m la sua massa e cs il suo calore specifico. Il calore specifico è un parametro che dipende solo dal tipo di materiale di cui è fatto l’oggetto. La grandezza C = cs m è detta capacità termica di quel particolare corpo. Nel caso in cui stiamo dando calore la grandezza ∆Q sarà positiva; viceversa sarà negativa. L’unità di misura del calore è il Joule o la caloria = 4,186 Joule. ∆Q1 + ∆Q2 = 0 Fig. 48.2: Guarda il video youtu.be/xr_ftQWMVOQ cs1 m1 ∆T1 + cs2 m2 ∆T2 = 0 cs1 m1 (Tf − Ti1 ) + cs2 m2 (Tf − Ti2 ) = 0 cs1 m1 Tf − cs1 m1 Ti1 + cs2 m2 Tf − cs2 m2 Ti2 = 0 Tf · (cs1 m1 + cs2 m2 ) − cs1 m1 Ti1 − cs2 m2 Ti2 = 0 48.2 Tf = Scambi di calore ed equilibrio termico Cosa succede se metto a contatto due oggetti con temperatura differente? Ciò che succede è che del calore passa dall’oggetto più caldo (che quindi si raffredda) all’oggetto più freddo (che quindi si riscalda); questo avviene fino a quando i due oggetti raggiungono la stessa temperatura e sono quindi in equilibrio termico. Per calcolare quale sia la temperatura di equilibrio che verrà raggiunta dai due corpi possiamo utilizzare la seguente formula: Autore: Andrea de Capoa 91 17 Feb 2016 cs1 m1 Ti1 + cs2 m2 Ti2 cs1 m1 + cs2 m2 Dilatazione termica Scheda 49 Quando scaldiamo un oggetto solido o liquido, esso aumenta il suo volume. Le molecole dell’oggetto, agitandosi, occupano infatti più spazio. Questo è un fenomeno molto piccolo, e quindi difficilmente visibile ad occhio nudo. 49.1 Dilatazione lineare Fig. 49.3: Guarda il video youtu.be/pfdy2R3Ixu4 49.2 Dilatazione superficiale e volumetrica A seconda della forma dell’oggetto può essere necessario parlare di dilatazione termica superficiale o volumetrica, essendo necessario calcolarci di quanto aumenta la superficie od il voume di un oggetto. Le formule per farlo sono: Fig. 49.1: Guarda il video youtu.be/rDvg8eaMdbY ∆S = 2λS0 ∆T L’aumento del volume dell’oggetto è dovuto all’aumento di ognuna delle tre dimensioni dell’oggetto. Prendiamo per esempio una sbarra di lunghezza l; di quanto aumenterà la lunghezza della sbarra quando viene scaldata? La formula che descrive questo fenomeno è ∆l = λl0 ∆T ∆V = 3λV0 ∆T Per meglio comprendere il fenomeno guardate l’immagine in figura 49.4 dove ∆l è l’allungamento della sbarra, l0 la lunghezza iniziale della sbarra, ∆t la variazione di temperatura e λ il coefficiente di dilatazione termica lineare tipico del materiale dell’oggetto. Il valore di tale coefficiente è dell’ordine di grandezza di 1 10−6 K , cioè le dimensioni dell’oggetto scaldato aumentano di un milionesimo per ogni grado di variazione di temperatura. Nei seguenti video viene mostrato come misurare il coefficiente di dilatazione lineare dei metalli (a) La sfera, fredda, è sufficientemente piccola da passare nel foro (b) La sfera, calda, è troppo grande per poter passare nel foro Fig. 49.4: Una sfera di metallo, riscaldata, si dilata. Fig. 49.2: Guarda il video youtu.be/9l41WAjrAa4 92 93 Autore: Andrea de Capoa Scheda49. Dilatazione termica 17 Feb 2016 Transizioni di fase Scheda 50 Se diamo o togliamo calore ad un corpo quando ci troviamo ad alcune precise temperature tipiche di ogni materiale, succede che quel corpo subisce una transizione di fase e cambi quindi stato. I tre stati in cui si può trovare la materia sono lo stato solido, liquido e gassoso. Un qualunque passaggio tra uno stato e l’altro si dice transizione di fase. Nella tabella 50.1 sono indicate le transizioni di fase esistenti. Stato iniziale → Stato finale Solido → Liquido Solido → Gassoso Liquido → Gassoso Gassoso → Liquido Gassoso → Solido Liquido → Solido ne. Questo avviene perchè il calore fornito viene utilizzato per rompere (o formare) i legami tra le molecole e quindi non può essere impiegato per variare la temperatura del materiale. Da un punto di vista microscopico, infatti, le differenze tra i tre stati dipendono dall’intensità dei legami molecolari tra le varie molecole della sostanza. In un solido i legami sono molto forti, tali da vincolare le molecole in una ben precisa posizione le une rispetto alle altre; in un liquido i legami sono meno forti, e le molecole sono libere di muoversi all’interno del liquido; in un gas i legami sono stati spezzati e le molecole sono libere di allontanarsi indefinitamente le une dalle altre. Fig. 50.1: Guarda il video youtu.be/aH4vm84KJFk Transizone di fase Fusione Sublimazione Evaporazione Condensazione Brinamento Solidificazione Tabella 50.1: Tabella delle transizioni di fase esistenti Ma quanta energia mi serve per far compiere una transizione di fase ad un certo quantitativo di materia? Per ogni transizione di fase esiste un parametro tipico di J ogni materiale detto calore latente. La sua unità di misura è Kg . Questa grandezza mi dice quanta energia devo fornire ad ogni kilogrammo di materiale per fare avvenire una certa transizione di fase. Per cui, per ogni materiale, avremo un calore latente di fusione ed un calore latente di ebollizione. Il calore necessario alla transizione di fase sarà quindi: ∆Qf usione = Qlatente−f usione · m ∆Qeboll. = Qlatente−eboll. · m Mentre forniamo calore ad un materiale e questo sta subendo una transizione di fase, la temperatura del materiale rimane sempre costante durante tutta la transizio- Autore: Andrea de Capoa 94 17 Feb 2016 Conduzione termica 51.1 Scheda 51 esso. Se tocchiamo un oggetto freddo, la sensazione che stiamo provando significa: il calore esce velocemente dal nostro corpo. Se tocchiamo un oggetto caldo la sensazione che stiamo provando significa: il calore esce lentamente dal nostro corpo o addirittura vi entra. La velocità con cui il calore entra o esce dal nostro corpo dipende certo dalla temperatura dell’oggetto toccato, da dipende anche dal materiale di cui è fatto. I metalli sono ottimi conduttori di calore, mentre il legno è un ottimo isolante termico... ecco perchè i due oggetti che avete prima toccato vi sembra che abbiano la stessa temperatura. La teoria Il calore si muove all’interno dei materiali. La velocità con la quale si muove dipende da fattori quali il materiale, la forma e la temperatura. Immaginiamo di avere una sbarra di lunghezza l e sezione S e che tra i due estremi della sbarra ci sia una differenza di temperatura ∆T . Il calore si muove dal lato più caldo verso il lato più freddo della sbarra; la quantità di calore che nell’unità di tempo passa da una parte all’altra della sbarra la calcoliamo Fig. 51.1: Guarda il video youtu.be/SGaXGaU5qN8 51.3 Un semplice esperimento ∆Q S = ρ ∆T ∆t l dove ρ è la conducibilità termica tipica del materiale di cui è fatta la sbarra, e è la potenza trasmessa attraverso la sbarra. ∆Q ∆t Fig. 51.3: Guarda il video youtu.be/Jfqp6rZLc4Y 51.2 La sensazione di caldo e freddo Guardatevi intorno e trovate un oggetto di metallo ed uno di legno. Toccateli. Troverete che l’oggetto di metallo è freddo e quello di legno è più caldo. Se ora provate a misurare la loro temperatura troverete che i due oggetti hanno la stessa temperatura! del resto è ovvio che abbiano la stessa temperatura in quanto sono in equilibrio termico con l’aria che Fig. 51.2: Guarda il video youli circonda e con gli oggetti con cui sono a contatto, tu.be/vqDbMEdLiCs e noi sappiamo che gli oggetti a contatto raggiungono la stessa temperatura. Ma allora perchè abbiamo la percezione di due temperature differenti? Il fatto è che il nostro corpo non è un termometro e non misura la temperatura degli oggetti; il nostro corpo misura la velocità con cui il calore esce da Autore: Andrea de Capoa 95 17 Feb 2016 Parte VII Termodinamica 96 Mappe di termodinamica Scheda 52 Energia interna U Calore fornito δQ Lavoro fatto δL Primo principio della termodinamica ∆U = δQ − δL Temperatura T Legge dei gas perfetti P ·V = N ·K·T Isoterma ∆T = 0 ∆U = 0 Trasformazioni termodinamiche Volume V Pressione P Isocora ∆V = 0 δL = 0 Trasformazioni cicliche δL η = δQass Isobara ∆P = 0 δL = P · ∆V Secondo principio della termodinamica η < 1 Adiabatica δQ = 0 Terzo principio della termodinamica ∆S ≥ 0 Autore: Andrea de Capoa Entropia δQ ∆S = T 19 Dic 2016 97 U = n N KT 2 Primo principio della termodinamica 53.1 Videolezione 53.4 Scheda 53 Il lavoro fatto da un gas Ogni gas preme sulle pareti del contenitore che lo contiene, cioè esercita su di esse una forza. Se le pareti si spostano, allora tale gas di conseguenza fa un lavoro. Se il gas aumenta il suo volume, ne consegue che il gas cede del lavoro al mondo esterno; se il gas diminuisce il suo volume, il gas riceve del lavoro dall’esterno. δL ←→ ∆V Fig. 53.1: Guarda il video youtu.be/KzwaYi0CtNs 53.2 53.5 L’energia interna di un gas Un gas può essere quindi pensato come un contenitore di energia interna. Un gas può però anche cedere o ricevere energia, sia sotto forma di lavoro che sotto forma di calore. Se il gas riceve energia, la sua energia interna aumenterà, mentre se il gas cede energia la sua energia interna diminuirà. Un gas è fatto di molecole che si muovono, e le molecole hanno massa. Questo vuol dire che le molecole di ogni gas hanno energia cinetica. La somma delle energie cinetiche di tutte le molecole del gas la chiamiamo energia interna del gas e la indichiamo con la lettera U U= n X 1 i=1 2 Definiamo la grandezza δQ come il calore che entra nel gas. Se il calore uscisse dal gas δQ avrebbe un valore negativo. mi Vi2 Definiamo la grandezza δL come il lavoro che esce dal gas. Se il lavoro entrasse nel gas δL avrebbe un valore negativo. Visto che la temperatura è un indice dell’energia cinetica media delle molecole, l’energia interna del gas è di conseguenza direttamente legata alla temperatura del gas. per cui se cambia l’energia interna del gas, di conseguenza cambia la temperatura del gas Detto questo possiamo affermare il primo principio della termodinamica ∆U ←→ ∆T 53.3 Il primo principio ∆U = δQ − δL che possiamo leggere come: La variazione dell’energia interna di un gas è ugale a tutto il calore che entra meno tutto il lavoro che esce1 . Questa formula comunque altro non è se non la legge di conservazione dell’energia applicata ad una trasformazione termodinamica di un gas. Principio zero Un principio fondamentale della termodinamica è che il calore si muove sempre dagli oggetti più caldi verso gli oggetti più freddi. Per questo motivo, se un gas è più caldo del suo contenitore, gli cederà calore; se è più freddo riceverà calore da esso. 1 δQ e δL sono stati scritti con la delta minuscola per un motivo preciso che per il momento è fuori dagli scopi di questa scheda 98 99 Autore: Andrea de Capoa Scheda53. Primo principio della termodinamica 17 Feb 2016 Legge dei gas e trasformazioni termodinamiche 54.1 Esso altro non è se non un diagramma cartesiano con i valori di pressione e volume sui due assi. Un 1.5 punto all’interno del grafico definisce in modo univoco un valore di pressione e di volume, e quindi, per 1 il nostro gas, anche di temperatura. In figura 54.1 è rappresentato il 0.5 piano di Clapeyron; le linee puntinate all’interno del piano rappresenV tano stati nei quali il gas ha sem0.5 1 1.5 2 pre la stessa temperatura. Tanto Fig. 54.1: il piano di Clapeyron più la linea in questione è lontana dall’origine degli assi, tanto maggiore è la temperatura a cui corrisponde. La legge dei gas perfetti 2 Consideriamo un gas, per esempio l’aria contenuta in una stanza chiusa. Quali grandezze fisiche dovrò utilizzare per definire lo stato fisico in cui si trova quel gas? Cominciamo a considerare le seguenti quattro: • il volume V • la pressione P • la temperatura T • il numero di molecole N L’insieme dei valori di queste quatto grandezze definisce lo stato fisico in cui si trova quel gas. L’esperienza quotidiana ci dice che se facciamo variare una di queste grandezze, automaticamente una o più di una delle altre cambia di conseguenza. La legge fisica che lega insieme le quattro variabili dei gas sopra citate è la legge dei gas perfetti 54.3 P Trasformazioni termodinamiche Si dice trasformazione termodinamica un qualunque cambiamento dei valori delle variabili del gas. Tale cambiamento corrisponde nel piano di Clapeyron in uno spostamento del punto che rappresenta lo stato del gas. Ogni trasformazione termodinamica è sempre causata da uno scambio di energia tra il gas ed il mondo esterno. Noi studieremo quattro tipi di trasformazioni: isocore, isobare, isoterme ed adiabatiche. P ·V =N ·K ·T Joule è la costante di Boltzmann. dove K = 1, 3806488(13) · 10−23 Kelvin Questa si chiama legge dei gas perfetti in quanto vale per quei gas fatti di particelle puntiformi che non hanno alcuna interazione tra di loro. I gas reali non sono certo così fatti, ma nella maggior parte dei casi ci si avvicinano tanto da poter essere considerati perfetti. 54.2 Scheda 54 Lo stato di un gas Una volta fissato il numero di molecole di cui è composto il gas che stiamo studiando, il suo stato è identificato dalle restanti tre: volume, pressione e temperatura. Definiti pressione e volume si può dedurre il valore della temperatura. Un ottimo modo per rappresentare lo stato in cui si trova un il gas è quello di utilizzare il piano di Clapeyron. 54.3.1 Fig. 54.2: Guarda il video youtu.be/NQ3JWLhCb4g Isocore Una trasformazione isocora è una trasformazione a volume costante. Nel piano di Clapeyron è rappresentata da una linea verticale. All’aumentare della pressione aumenterà la temperatura in modo direttamente proporzionale. 100 101 Scheda54. Legge dei gas e trasformazioni termodinamiche 2 2 P 1.5 1.5 1 1 0.5 0.5 P V 0.5 1 1.5 V 2 0.5 Fig. 54.3: trasformazione isocora 54.3.2 Isobare Una trasformazione isobara è una trasformazione a pressione costante. Nel piano di Clapeyron è rappresentata da una linea orizzontale. All’aumentare del volume aumenterà la temperatura in modo direttamente proporzionale. Isoterme Una trasformazione isoterma è una trasformazione a temperatura costante. Nel piano di Clapeyron è rappresentata da un ramo di iperbole equilatera riferita agli asintoti. All’aumentare della pressione diminuirà il volume in modo inversamente proporzionale. 54.3.4 Adiabatiche Una trasformazione adiabatica è una trasformazione in cui non avvengono scambi di calore. Nel piano di Clapeyron è rappresentata da una curva un po’ più ripi- 1.5 2 Fig. 54.4: trasformazione isobara da dell’isoterma. All’aumentare della pressione diminuirà il volume. Nella realtà una trasformazione adiabatica può essere realizzata facendo trasformare il gas tanto velocemente da non dargli il tempo di scambiare calore con il mondo esterno. 54.3.5 54.3.3 1 Come ragionare con i gas perfetti Per affrontare un qualunque problema sulle trasformazioni termodinamiche è possibile utilizzare la mappa concettuale in figura 54.7. Gli elementi che servono per eseguire i ragionamenti sono pochi: 1. la legge dei gas perfetti 2. il primo principio della termodinamica 3. il concetto per cui la temperatura di un gas è direttamente legata all’energia interna del gas 102 Scheda54. Legge dei gas e trasformazioni termodinamiche 2 2 P 1.5 1.5 1 1 0.5 0.5 P V 0.5 1 1.5 V 2 0.5 Fig. 54.5: trasformazione isoterma 4. il concetto per cui il gas cede lavoro all’esterno se si espande e lo riceve dall’esterno se si comprime Tutto ruota intorna a due gruppi di tre variabili: 1. pressione, volume e temperatura 1.5 2 Fig. 54.6: trasformazione adiabatica 3. se conoscete le variazioni di due variabili tra pressione, volume e temperatura, allora avrete informazioni sulla terza variabile utilizzando la legge dei gas perfetti 4. se conoscete i movimenti di energia legati a due delle tre variabili energetiche (energia interna, lavoro scambiato, calore scambiato), allora avrete informazioni sulla terza variabile utilizzando il primo principio della termodinamica 2. energia interna, lavoro scambiato e calore scambiato In base alle informazioni che avete i ragionamenti da fare di volta in volta sono pochi e semplici: 1. se avete informazioni sulla temperatura del gas automaticamente ricavate informazioni sulla sua energia interna e viceversa 2. se avete informazioni sul volume del gas automaticamente ricavate informazioni sullo scambio di lavoro, e viceversa 1 Autore: Andrea de Capoa 17 Feb 2016 103 Scheda54. Legge dei gas e trasformazioni termodinamiche Fig. 54.7: Una mappa concettuale per affrontare ogni problema sulle principali trasformazioni dei gas perfetti. Distribuzione Maxwell Boltzmann 55.1 Il concetto Abbiamo visto che la temperatura di un gas è legata all’energia cinetica media delle molecole del gas e quindi alla loro velocità quadratica media. Se affermiamo che un certo gas ha una certa temperatura, di fatto stiamo definendo un valore per l’energia cinetica media delle molecole. Conoscere il valore medio dell’energia cinetica delle molecole, non significa però conoscere il valore dell’energia cinetica di ogni singola molecola. Se la media dell’energia cinetica ha un certo valore, l’energia cinetica di ogni singola molecola può essere molto differente. Per cui, qualunque sia il valore dell’energia cinetica media delle molecole, ci saranno comunque molecole con poca energia e molecole con molta energia. 55.2 Scheda 55 1 0.8 La distribuzione delle velocità Tbassa 0.6 Se prendiamo un gas, ogni molecola ha una certa energia cinetica e quindi una certa velocità. Alcune molecole, viaggeranno piano, altre molto veloci. Conoscere la distribuzione delle velocità, significa conoscere, per ogni valore di velocità, quante molecole viaggiano a quella velocità. la distribuzione in questione si chiama distribuzione di Maxwell-Boltzmann la cui equazione è Tmedia 0.4 Talta 0.2 m 32 −mv 2 1 dn = 4π v 2 e 2kT N dv 2πkT In figura 55.1 è rappresentata tale distribuzione per tre diversi valori di temperatura. Come si può vedere, per ogni valore di temperatura le molecole del gas possono avere molti differenti valori di velocità e quindi di energia cinetica. Per ogni valore di temperatura del gas, l’unico valore sicuro è quello dell’energia cinetica media delle molecole. Autore: Andrea de Capoa 1 dn N dv v 2 4 6 Fig. 55.1: Distribuzione maxwellinana delle velocità. 17 Feb 2016 104 8 Il ciclo di Carnot 56.1 Scheda 56 2 Trasformazioni cicliche P 1.8 Una trasformazione è detta ciclica se, partendo da un ben definito stato di pressione, volume e temperatura, arrivo dopo un certo tempo nello stesso stato di pressione, volume e temperatura. Non importa quale sia il percorso seguito, ma conta solo che il punto di partenza e quello di arrivo coincidano. In figura 56.1 vediamo un esempio di un ciclo termodinamico di Carnot. Immaginate lo stato del gas che percorre tale ciclo in senso orario. 2 1.6 P a 1.4 1.5 1.2 1 1 d 0.8 0.5 0.5 1 1.5 b 0.6 V 0.4 2 c Adesso, per capire l’utilità e le caFig. 56.1: Un esempio di un ciclo termodinamico ratteristiche dei cicli termodinamici, cominciamo con l’analizzare un ben preciso ciclo termodinamico: il ciclo di Carnot. 0.2 V 0.2 0.4 0.6 0.8 1 1.2 1.4 1.6 1.8 2 Fig. 56.3: Il ciclo di Carnot: il gas subisce una espansione isoterma (a) ad alta temperatura Talta ; successivamente una espansione adiabatica (b) che lo porta alla temperatura inferiore Tbassa , poi una compressione isoterma (c) alla temperatura Tbassa , ed infine una compressione adiabatica (d) che lo riporta alla temperatura Talta . 56.2 Il ciclo di Carnot 1. Durante la prima trasformazione, l’espansione isoterma (a), il gas ha energia interna costante (∆Ua = 0). Ne consegue che il lavoro fatto dal gas è uguale al calore assorbito δLa = δQass ad alta temperatura. Il ciclo di Carnot è una particolare trasformazione ciclica composta da due trasformazioni isoterme e due trasformazioni adiabatiche come mostrato in figura 56.3. Per studiare tale ciclo è necessario analizzare i flussi di energia tra il gas e l’esterno; prendiamo come punto di partenza per l’analisi lo stato che ha maggiore pressione, minore volume e maggiore temperatura. 2. Durante la seconda trasformazione, l’espansione adiabatica (b), il gas non scambia calore con l’esterno (δQb = 0). Quindi il lavoro fatto verso l’esterno fa diminuire l’energia interna del gas, raffreddandolo ∆Ub = −δLb . Fig. 56.2: Guarda il video youtu.be/xUsKuyw0_6A 3. Durante la terza trasformazione, la compressione isoterma (c), il gas non cambia la sua energia interna (∆Uc = 0). Ne consegue che il lavoro ricevuto du105 106 Scheda56. Il ciclo di Carnot rante la compressione è uguale al calore ceduto a bassa temperatura δLc = δQced . 4. Durante la quarta trasformazione, la compressione adiabatica (d), il gas non scambia calore con l’esterno (δQd = 0). Ne consegue che il lavoro ricevuto durante la compressione farà aumentare l’energia interna e la temperatura: ∆Ud = −δLd . 56.3 Il rendimento di un ciclo Durante tutto il ciclo del calore e del lavoro vengono scambiati con il Sorgente ad alta temperatura mondo esterno, alla fine del ciclo l’energia interna del gas non è però δQa cambiata, perchè lo stato finale del gas è uguale a quello iniziale. In particolare del calore è stato assorδL bito ad alta temperatura; una parte di quel calore è stata poi ceduta al δQc mondo esterno a bassa temperatura. Se andiamo poi a considerare tutto il lavoro fatto e ricevuto nelle quatPozzo a bassa temperatura tro trasformazioni, troveremo che la parte di calore assorbito che non è Fig. 56.4: In un ciclo di Carnot viene prelevato dall’estata poi ceduta a bassa temperatusterno del calore ad una alta temperatura, trasformato una ra, è stata in realtà trasformata in parte di esso in lavoro disperdendo come conseguenza del lavoro fatto verso il mondo esterno. calore ad una temperatura più bassa. L’immagine 56.4 mostra quale sia stato il flusso di energia durante un intero ciclo di Carnot. Questo è un concetto generale valido per ogni ciclo termodinamico che venga percorso in senso orario: sempre verrà assorbito del calore ad alta temperatura, sempre una parte di quel calore viente trasformato in lavoro e sempre la parte rimanente viene ceduta a bassa temperatura. Un ciclo termodinamico serve infatti a trasformare del calore in lavoro. Un ciclo termodinamico è tanto migliore quanto maggiore è la percentuale di calore assorbito che viene trasformata in lavoro. Tale percentuale viene chiamata rendimento ed è definita come: η= δLf atto δQassorbito La formula precedente è la definizione generale di rendimento, la quale, applicata ad ogni specifico ciclo, assume poi forme diverse. In particolare per il ciclo di Carnot, il calcolo del rendimento fornisce la seguente formula: η =1− 56.4 Tbassa Talta Secondo principio della termodinamica Il secondo principio della termodinamica è stato enunciato con due formulazioni differenti che si è dimostrato in seguito essere del tutto equivalenti. Esse vanno sotto il nome di principio di Kelvin e principio di Clausius. Il principio di Kelvin afferma che è impossibile realizzare una trasformazione ciclica che trasformi integralmente una certa quantità di calore in lavoro. Questo implica quindi che il rendimento di un ciclo sia sempre minore di 1. Non importa quanto calore assorbi, non riuscirai mai a trasformarlo tutto in lavoro. Il principio di Clausius afferma che è impossibile che una macchina, agendo separatamente dall’ambiente esterno, trasferisca del calore da un corpo che si trova a temperatura minore ad uno che si trova a temperatura maggiore. Questo significa che è impossibile che una certa macchina sposti del calore da un luogo freddo in uno caldo senza utilizzare del lavoro per poterlo fare. il calore si sposta naturalmente da luoghi caldi verso luogi freddi; per spostarlo nel verso contrario è necessario che la macchina termica in questione utilizzi del lavoro dall’esterno. 56.4.1 La qualità dell’energia Se analizziamo in dettaglio gli scambi di energia in un ciclo termodinamico, succede sempre che del calore viene assorbito ad alta temperatura, ed una parte di esso viene 107 Scheda56. Il ciclo di Carnot ceduto a bassa temperatura. La differenza è stata trasformata in lavoro. La nostra capacità di estrarre del lavoro dal calore assorbito, cioè il rendimento del ciclo, è tanto più alta quanto più alta è la temperatura a cui assorbo il calore e quanto più bassa è la temperatura a cui lo cedo. Il calore assorbito ad alta temperatura possiamo definirlo molto pregiato; estraendo da esso l’energia in assoluto più pregiata che esiste, il lavoro, ciò che rimane e che scartiamo è calore ceduto a bassa temperatura che possiamo definire poco pregiato. Luogo ad alta temperatura δQc δL δQa Luogo a bassa temperatura Fig. 56.5: In un ciclo frigorifero un po’ di lavoro viene utilizzato per poter spostare del calore da un luogo a temperatura bassa in un luogo a temperatura alta. 56.5 Cicli frigoriferi I cicli termodinamica di cui abbiamo parlato sono tutti percorsi in senso orario. Se li eseguiamo in senso antiorario avremo che tutti i passaggi di energia avverranno anche loro al contrario. Il gas riceverà quindi una piccola quantità di lavoro e lo utilizzerà per spostare del calore da un luogo freddo verso un luogo caldo. In natura questo non avviemne mai spontaneamente, ecco perchè c’è bisogno di un certo quantitativo di lavoro per riuscire a farlo. Autore: Andrea de Capoa 17 Feb 2016 Il ciclo Otto 57.1 Scheda 57 1. Durante la prima trasformazione, la compressione adiabatica (a), il gas riceve lavoro dall’esterno aumentando la sua energia interna (∆Ua > 0; δLa < 0 ). Ne consegue che il volume del gas diminuisce e la temperaura aumenta. Questa è la fase in cui il pistone comprime la miscela di aria e benzina e la prepara per la combustione. Le trasformazioni del ciclo Il ciclo Otto è una particolare trasformazione ciclica composta da due trasformazioni adiabatiche e due trasformazioni isocore come mostrato in figura 57.1. Questo ciclo è quello utilizzato per far funzionare i motori a quattro tempi delle automobili. 2 2. Durante la seconda trasformazione, il riscaldamento isocoro (b), il gas riceve calore (δQb > 0) e ne consegue un aumento di energia interna e quindi di temperatura. Questa è la fase in cui la candela infiamma la benzina. La combustione produce il calore che scalda il gas tanto velocemente che il pistone non ha avuto il tempo di spostarsi, mantenendo quindi il volume del gas costante. P 1.8 1.6 1.4 3. Durante la terza trasformazione, l’espansione adiabatica (c), il gas diminuisce la sua energia interna (∆Uc < 0) con la conseguente produzione di lavoro δLc > 0. Questa è la fase in cui il gas espandendosi spinge il pistone e fa muovere l’automobile. 1.2 1 4. Durante la quarta trasformazione, il raffreddamento isocoro (d), il gas cede calore all’esterno (δQd < 0) diminuendo la sua energia interna e la sua temperatura ∆Ud < 0. In questa fase si aprono le valvole e si eguaglia la pressione della miscela combusta alla pressione atmosferica. Il gas verrà espulso dal cilindro attraverso i tubi di scarico e poi una nuova miscela di aria e benzina verrà introdotta nel cilindro. 0.8 b c 0.6 0.4 0.2 a d V 0.2 0.4 0.6 0.8 1 1.2 1.4 1.6 1.8 2 Fig. 57.1: Il ciclo Otto: il gas subisce una compressione adiabatica (a), successivamente un riscaldamento isocoro (b), poi una espansione adiabatica (c), infine un raffreddamento isocoro (d). Per studiare tale ciclo è necessario analizzare i flussi di energia tra il gas e l’esterno; prendiamo come punto di partenza per l’analisi lo stato che ha maggiore volume e minore pressione (il vertice n basso a destra). Questo è il momento nel quale nel motore, all’interno del cilindro e a contatto con il pistone, si trova una miscela di aria e benzina. Autore: Andrea de Capoa 108 17 Feb 2016 Il ciclo diesel 58.1 Scheda 58 lavoro dall’esterno aumentando la sua energia interna (∆Ua > 0; δLa < 0 ). Ne consegue che il volume del gas diminuisce e la temperaura aumenta. Le trasformazioni del ciclo Il ciclo diesel è una particolare trasformazione ciclica composta da due trasformazioni adiabatiche, una trasformazione isocora ed una isobara come mostrato in figura 58.1. Questo ciclo è quello utilizzato per far funzionare i motori diesel delle automobili. 2 2. Durante la seconda trasformazione, l’espansione isobara (b), il gas riceve calore (δQb > 0) e ne consegue sia un aumento di energia interna sia una produzione di lavoro (∆Ub > 0; δLb > 0 ). 3. Durante la terza trasformazione, l’espansione adiabatica (c), il gas diminuisce la sua energia interna (∆Uc < 0) con la conseguente produzione di lavoro δLc > 0. P 1.8 4. Durante la quarta trasformazione, il raffreddamento isocoro (d), il gas cede calore all’esterno (δQd < 0) diminuendo la sua energia interna e la sua temperatura ∆Ud < 0. 1.6 b 1.4 1.2 1 0.8 c 0.6 a 0.4 0.2 d V 0.2 0.4 0.6 0.8 1 1.2 1.4 1.6 1.8 2 Fig. 58.1: Il ciclo diesel: il gas subisce una compressione adiabatica (a), successivamente una espansione isobara (b), poi una espansione adiabatica (c), infine un raffreddamento isocoro (d). Per studiare tale ciclo è necessario analizzare i flussi di energia tra il gas e l’esterno; prendiamo come punto di partenza per l’analisi lo stato che ha maggiore volume e minore pressione (il vertice n basso a destra). Autore: Andrea de Capoa 1. Durante la prima trasformazione, la compressione adiabatica (a), il gas riceve 109 17 Feb 2016 Il ciclo di Stirling 59.1 Scheda 59 ). Ne consegue che il volume del gas diminuisce mentre la temperaura rimane costante. Le trasformazioni del ciclo Il ciclo di Stirling è una particolare trasformazione ciclica composta da due trasformazioni isoterme e due trasformazioni isocore come mostrato in figura 59.1. 2 2. Durante la seconda trasformazione, il riscaldamento isocoro (b), il gas riceve calore (δQb > 0) e ne consegue un aumento di energia interna e quindi di temperatura. P 3. Durante la terza trasformazione, l’espansione isoterma (c), il gas riceve calore dall’estermo (∆Qc > 0) con la conseguente produzione di lavoro δLc > 0. 1.8 1.6 4. Durante la quarta trasformazione, il raffreddamento isocoro (d), il gas cede calore all’esterno (δQd < 0) diminuendo la sua energia interna e la sua temperatura ∆Ud < 0. 1.4 1.2 1 0.8 b c 0.6 0.4 0.2 a d V 0.2 0.4 0.6 0.8 1 1.2 1.4 1.6 1.8 2 Fig. 59.1: Il ciclo di Stirling: il gas subisce una compressione isoterma (a), successivamente un riscaldamento isocoro (b), poi una espansione isoterma (c), infine un raffreddamento isocoro (d). Per studiare tale ciclo è necessario analizzare i flussi di energia tra il gas e l’esterno; prendiamo come punto di partenza per l’analisi lo stato che ha maggiore volume e minore pressione (il vertice in basso a destra). 1. Durante la prima trasformazione, la compressione isoterma (a), il gas riceve lavoro dall’esterno cedendo una eguale quantità di calore (∆Ua = 0; δQa < 0 Autore: Andrea de Capoa 110 17 Feb 2016 Il ciclo rettangolare 60.1 Scheda 60 voro dall’esterno e diminuisce la sua energia interna (∆Ua < 0; δLa < 0 ). Ne consegue che il volume del gas e la sua temperaura diminuiscono. Le trasformazioni del ciclo Il ciclo rettangolare è una particolare trasformazione ciclica composta da due trasformazioni isobare e due trasformazioni isocore come mostrato in figura 60.1. 2 2. Durante la seconda trasformazione, il riscaldamento isocoro (b), il gas riceve calore (δQb > 0) e ne consegue un aumento di energia interna e quindi di temperatura. P 3. Durante la terza trasformazione, l’espansione isobara (c), il gas aumenta la sua energia interna (∆Uc > 0) con la conseguente produzione di lavoro δLc > 0. 1.8 1.6 4. Durante la quarta trasformazione, il raffreddamento isocoro (d), il gas cede calore all’esterno (δQd < 0) diminuendo la sua energia interna e la sua temperatura ∆Ud < 0. 1.4 1.2 c 1 0.8 b 0.6 d 0.4 0.2 a V 0.2 0.4 0.6 0.8 1 1.2 1.4 1.6 1.8 2 Fig. 60.1: Il ciclo rettangolare: il gas subisce una compressione isobara (a), successivamente un riscaldamento isocoro (b), poi una espansione isobara (c), infine un raffreddamento isocoro (d). Per studiare tale ciclo è necessario analizzare i flussi di energia tra il gas e l’esterno; prendiamo come punto di partenza per l’analisi lo stato che ha maggiore volume e minore pressione (il vertice n basso a destra). Questo è il momento nel quale nel motore, all’interno del cilindro e a contatto con il pistone, si trova una miscela di aria e benzina. Autore: Andrea de Capoa 1. Durante la prima trasformazione, la compressione isobara (a), il gas riceve la111 22 Mar 2017 Entropia Scheda 61 è irreversibile, infatti non vedrete mai accadere che il gas di una stanza ritorni sopntaneamente tutto nell’altra. L’entropia è una variabile di stato di un gas, la cui comprensione non è banale ma è fondamentale per capire l’evoluzione di un sistema fisico complesso. 61.1 Prendiamo il secondo esempio e vediamo cosa succede all’entropia del sistema1 . L’oggetto caldo cede una certa quantità di calore all’oggetto freddo; quindi Definizione di entropia L’Entropia di un gas, che indichiamo con la lettera S è definita dall’equazione ∆S = δQf = −δQc δQ T dove δQc è il calore ceduto dall’oggetto caldo ed ha valore negativo, e δQf è il calore assorbito dall’oggetto freddo ed ha valore positivo. Sappiamo inoltre che la temperatura dell’oggetto caldo è maggiore di quella dell’oggetto freddo La variazione di entropia in un gas è quindi data dal rapporto tra il calore scambiato dal gas e la temperatura a cui viene scambiato. Tc > Tf 61.2 Irreversibilità di una trasformazione Ne consegue che δQf δQc >− Tf Tc Alcuni fenomeni fisici accadono sponteneamente in natura, altri devono essere indotti tramite un lavoro fatto dall’uomo. Vediamo tre semplici esempi: δQf δQc + >0 Tf Tc Utilizzando adesso la definizione di entropia • Pensiamo ad un pendolo ideale in assenza di attrito: ci aspettiamo che se il pendoolo scende e poi risale, compiendo mezza oscillazione, di sicuro poi effettuerà il percorso esattamente opposto per ritornare esattamente al punto di partenza. Il fenomeno è sicuramente reversibile, in quanto può accadere spontaneamente in entrambe le direzioni. ∆Sf + ∆Sc = ∆Stot > 0 L’entropia totale di un sistema fisico in cui avvengono trasformazioni irreversibili aumenta sempre • Immaginiamo un oggetto caldo messo a contatto con un oggetto freddo; quello caldo cede calore a quello freddo fino a quando non raggiungono la stessa temperatura. Questo fenomeno è irreversibile; noi non vedremo mai accadere spontaneamente il contrario. Se vogliamo che di due oggetti a contatto con la stessa temperatura uno scaldi l’altro, dobbiamo assere noi che, con del lavoro, lo facciamo accadere. 1 Anche se nell’esempio non parlo di gas, l’entropia è comunque un concetto che può essere applicato. Concedetemi in questa scheda di non essete troppo rigoroso ed approfondito per preservare quella semplicità di ragionamento necessaria per farvi comprendere un principio generale molto complesso. • Immaginate due stanze di casa vostra separate da una porta, ed immaginate che in una stanza ci sia aria e nell’altra il vuoto. Se aprirete la porta il gas si muoverà da una stanza all’altra riempiendo entrambe le stanze. Il fenomeno Autore: Andrea de Capoa 112 17 Feb 2016 Parte VIII Onde 113 Mappe sui fenomeni ondulatori Scheda 62 Caratteristiche di un’onda Onde Lunghezza d’onda λ[metri] Velocità V [m s ] Onde meccaniche / E.M. Arcobaleno Onde longitudinali / trasversali Effetto Doppler V = λ·ν Periodo T [secondi] Frequenza ν = T1 1 Hz = secondi Ampiezza A[metri] Intensità ∆E I = S · ∆t Assorbimento Onde stazionarie Dispersione V = V (λ) Diffusione Ottica geometrica Rifrazione sin i Vi = sin r Vr Interferenza Battimenti complanarità fenomeni ondulatori Diffrazione Riflessione i = i0 legge dei punti coniugati 1 1 1 = + f p q Autore: Andrea de Capoa fattore di ingrandimento f G = f −p onde superficiali Ia · ra = Ib · rb Attenuazione onde in un volume Ia · ra2 = Ib · rb2 complanarità 26 Gen 2017 114 Onde e fenomeni ondulatori Scheda 63 Le onde sono delle perturbazioni che si propagano nello spazio. Luce e suono ne sono due esempi. 63.1 In un’onda trasversale l’oscillazione è perpendicolare alla direzione di propagazione dell’onda; in un’onda longitudinale l’oscillazione è parallela alla direzione di propagazione dell’onda. Definizione Immaginiamo di lanciare un sasso in uno stagno: vedremo delle onde di forma circolare, che, propagandosi, diventano sempre più grandi. Osservando il fenomeno, notiamo inoltre che, al passaggio dell’onda, le molecole dell’acqua non si muovono in avanti, ma soltanto in basso e in alto. Le molecole dell’acqua compiono cioè un’oscillazione in torno ad un punto di equilibrio fisso. In un’onda le uniche cose che si propagano in avanti sono l’energia e la quantità di moto. 63.1.1 Fig. 63.1: Guarda il video youtu.be/Rbuhdo0AZDU Onde meccaniche ed elettromagnetiche Un’onda in uno stagno è un’onda meccanica, in quanto l’onda è un’oscillazione delle molecole dell’acqua sulla quale l’onda stessa si propaga. Allo stesso modo il suono è un’onda meccanica, in quanto ad oscillare sono le molecole dell’aria. Per questo motivo, senza il materiale nel quale l’onda si propaga, l’onda stessa non esiste. Fig. 63.2: Guarda il video youtu.be/CswoSQC_NX0 Un’onda è detta meccanica, quando è data dall’oscillazione delle molecole del materiale nel quale si propaga. 63.1.3 Le variabili con cui descrivo le onde sono: la lunghezza d’onda, la frequenza, l’ampiezza, il periodo, la velocità, l’intensità. Un diverso tipo di onde sono le onde elettromagnetiche, come per esempio la luce. Ad oscillare è un campo elettromagnetico e non il materiale entro cui si propaga l’onda, per cui le onde elettromagnetiche possono propagarsi nel vuoto. • λ: la lunghezza d’onda è la distanza tra un picco ed il picco successivo. • ν: la frequenza è il numero di oscillazioni al secondo. L’unità di misura è l’Hertz: Hz = 1s In un’onda elettromagnetica ad oscillare è un campo elettromagnetico. 63.1.2 Variabili dell’onda • A: per un’onda meccanica l’ampiezza è la massima distanza delle molecole dal punto di equilibrio della loro oscillazione. In un’onda elettromagnetica è il massimo valore del campo elettrico o magnetico. Onde trasversali e longitudinali Prendiamo ad esempio un’onda meccanica; le molecole del materiale, all’arrivo dell’onda, oscillano intorno ad un punto di equilibrio. La linea sulla quale oscillano può essere parallela o perpendicolare alla direzione di propagazione dell’onda. • T : il periodo è la durata di una oscillazione completa. 115 116 Scheda63. Onde e fenomeni ondulatori • V : la velocità dell’onda è il numero di metri percorsi ogni secondo. • I: l’intensità dell’onda è la quantità di energia che ogni secondo incide su un ∆E metro quadrato di superficie I = S·∆t λ ~ V A Fig. 63.3: Variabili di un’onda. Autore: Andrea de Capoa 17 Feb 2016 Intensità di un’onda Scheda 64 Parlando di onde in tre dimensioni, l’intensità I di un’onda è definita come l’energia ∆E che incide su di una certa superficie S in un certo intervallo di tempo ∆t ∆E S · ∆t La sorgente di un’onda nell’intervallo di tempo ∆t emette una certa quantità di energia ∆E. In un’onda in tre dimensioni questa energia è distribuita sulla superficie sferica dell’onda. Man mano che l’onda si propaga in avanti, la superficie sperica in questione aumenta; la stessa energia ∆S si distribuisce su superfici sempre maggiori e di conseguenza l’intensità dell’onda diminuisce man mano che l’onda di propaga. Consideriamo la sorgente di un’onda sferica, e chiediamoci come cambia l’intensità dell’onda per due osservatori posti a distanza r1 ed r2 dalla sorgente. Dal momento che una sfera ha una superficie S = 4πr2 e che l’energia ∆E dell’onda è costante durante la propagazione, avremo che I= I1 · S1 · ∆t = I2 · S2 · ∆t da cui I1 · r12 = I2 · r22 Autore: Andrea de Capoa 17 Feb 2016 117 Riflessione e Rifrazione Scheda 65 Ogni volta che un’onda passa da un materiale ad un’altro accadono due fenomeni distinti: l’onda si divide in due onde, la prima ritorna indietro, mentre la seconda prosegue nel nuovo materiale. L’onda che ritorna indietro è l’onda riflessa e parliamo del fenomeno della riflessione; l’onda che prosegue nel nuovo materiale è detta onda rifratta e parliamo del fenomeno della rifrazione. I fenomeni di riflessione e rifrazione avvengono nel momento in cui l’onda incide sulla superficie di separazione tra i due materiali. L’angolo con cui l’onda incide su tale superficie è detto angolo di incidenza ed è l’angolo compreso tra il raggio dell’onda e la perpendicolare alla superficie di separazione. Molto importante: 65.1 Riflessione Facciamo riferimento alla figura 65.1: il raggio riflesso forma con la perpendicolare alla superficie di separazione, un angolo i0 uguale all’angolo di incidenza i i0 = i 65.2 Il raggio dell’onda, il raggio riflesso, il raggio rifratto e l’asse perpendicolare alla superficie di separazione sono tutte rette sullo stesso piano Rifrazione Quando un’onda passa da un mezzo nel quale viaggia alla velocità Vi in un mezzo nel quale la velocità è Vr avremo che conseguentemente cambia la lunghezza d’onda rimanendo invariata la frequenza. Una diretta conseguenza è che, incidendo sulla superficie di separazione tra due materiali, cambia la direzione di propagazione dell’onda; con riferimento alla figura 65.1 avremo che sin(i) Vi = sin(r) Vr i i0 65.2.1 (65.1) Riflessione totale Prendiamo un’onda che si propaga da un materiale in cui viaggia lenta in un materiale in cui viaggia più veloce; in questo caso, dall’equazione 65.1 avremo che l’angolo di rifrazione sarà maggiore dell’angolo di incidenza. Vi aria Vr acqua Chiamiamo angolo limite l’angolo di incidenza corrispondente ad un angolo di rifrazione pari a 90◦ . r Se un’onda incide con un angolo maggiore dell’angolo limite, il raggio rifratto non può esistere e di conseguenza esiste solo il raggio riflesso; questa situazione viene definita riflessione totale, in quanto tutta l’energia dell’onda viene riflessa. Fig. 65.1: Riflessione e rigrazione di un’onda nel momento di incidenza sulla superficie di separazione tra due 65.3 materiali che a titolo di esempio abbiamo indicato come aria e acqua nei quali l’onda viaggia con velocità Vi e Vr . 118 Videolezioni 119 Scheda65. Riflessione e Rifrazione Fig. 65.2: Guarda il video youtu.be/ccmbt-if9kY Fig. 65.3: Guarda il video youtu.be/k7ohfaMmTKg Autore: Andrea de Capoa 17 Feb 2016 Fig. 65.4: Guarda il video youtu.be/nqCQBA2r4DQ Interferenza 66.1 Scheda 66 punti, detti nodi, che rimangono fermi e non oscillano, ed altri, detti ventri, la cui oscillazione è massima. Il fenomeno dell’interferenza Quando in uno stesso punto ci sono contemporaneamente due o più onde differenti, l’onda complessiva presente in quel punto indurrà oscillazioni pari alla somma algebrica delle oscillazioni indotte dalle singole onde. Questo significa, come mostrato in figura 66.1 che se le onde inducono oscillazioni nello stesso verso, l’oscillazione risultante sarà molto ampia e parleremo di interferenza costruttiva; nel caso contrario, oscillazioni opposte tendono a cancellarsi e parleremo di interferenza distruttiva. Fig. 66.2: Guarda il video youtu.be/ic73oZoqr70 Interferenza Ampiezza (m) 2 Fig. 66.3: Guarda il video youtu.be/3BN5-JSsu_4 0 66.2.1 Se una corda bloccata agli estremi sta vibrando, la vibrazione sarà un’onda stazionaria con due nodi coincidenti con gli estremi della corda. Questo vuol dire che la lunghezza della corda deve necessariamente essere un multiplo intero della semilunghezza d’onda. λ l=n 2 −2 −10 −5 0 metri 5 Onde stazionarie su corde bloccate agli estremi 10 Fig. 66.1: Due onde presenti nello stesso luogo; l’onda complessiva che effettivamente vediamo, disegnata in nero, rappresenta la somma algebrica delle due onde. 66.3 66.2 Il fenomeno dei battimenti Il fenomeno dei battimenti è dato dall’interferenza di onde con stessa ampiezza ma frequenza leggermente differente. Il risultato è un’onda di frequenza pari alla media delle frequenze delle due onde Onde stazionarie Un’onda stazionaria è data dall’interferenza di due onde identiche che viaggiano in direzione opposta. Su una corda si vede bene che le onde stazionarie hanno alcuni 120 Fig. 66.5: Guarda il video you- 121 Scheda66. Interferenza iniziali, e di ampiezza di valore che oscilla nel tempo. L’oscillazione del valore dell’ampiezza è legata alla differenza tra le frequenze delle due onde iniziali. Il fenomeno dei battimenti, per un’onda sonora, si manifesta con un suono di volume che varia nel tempo, come mostrato nel video 66.5. λ = 2l λ=l λ= 2l 3 λ= l 2 λ= 2l 5 Fig. 66.4: Onde stazionarie su di una corda fissata ai due estremi. Autore: Andrea de Capoa 17 Feb 2016 122 Scheda66. Interferenza Interferenza Ampiezza (m) 2 0 −2 −40 −20 0 metri 20 40 Fig. 66.6: Rappresentazione grafica del fenomeno dei battimenti. Diffrazione 67.1 Scheda 67 Il fenomeno Quando un’onda attraversa una fenditura di dimensioni paragonabili alla sua lunghezza d’onda, il fronte d’onda diventa circolare. Immaginate un’onda con il fronte d’onda lineare, per esempio le onde del mare; immaginate adesso che tali onde passino attraverso lo spazio tra due file di scogli; dopo tale passaggio vedrete che il fronte d’onda dell’onda assumerà forma circolare. Fig. 67.1: Immagine di un fenomeno di diffrazione fotografato nella cittadina marittima di Termoli. Fig. 67.2: Guarda il video youtu.be/BH0NfVUTWG4 Autore: Andrea de Capoa 17 Feb 2016 123 Risonanza 68.1 Scheda 68 Il fenomeno Quando un’onda incide contro un oggetto, tale oggetto comincia ad oscillare. L’oscillazione avrà la stessa frequenza dell’onda incidente, ma ampiezza molto maggiore. Il fenomeno avviene solo se la frequenza dell’onda incidente è uguale ad una delle frequenze di risonanza dell’oggetto. Fig. 68.1: Guarda il video youtu.be/fuLpeRPCTfc Autore: Andrea de Capoa 17 Feb 2016 124 Diffusione 69.1 Scheda 69 Il fenomeno Quando un’onda interagisce con un oggetto, se l’oggetto non è riflettente o trasparente, allora tale onda viene assorbita e riemessa in tutte le direzioni. Se immaginiamo per esempio un raggio di luce laser che incide su di un muro, sappiamo tutti che chiunque nella stanza è in grado di vedere il puntino luminoso del laser sul muro. Questo vuol dire che la luce laser che incide contro il muro, viene riemessa dal muso in tutte le direzioni, diventando quindi visibile a chiunque nella stanza. Autore: Andrea de Capoa 17 Feb 2016 125 Dispersione 70.1 Scheda 70 Il fenomeno La dispersione è quel fenomeno derivante dalla dipendenza, dalla frequenza dell’onda, della velocità dell’onda in un certo materiale. Noi sappiamo che un raggio luminoso, quando cambia materiale nel quale si propaga, automaticamente cambia velocità e quindi devia dalla sua traiettoria; se la velocità del raggio luminoso dipendesse soltanto dal materiale, ogni colore devierebbe nello stesso modo; in realtà l’indice di rifrazione di un materiale ha una leggera dipendenza dalla frequenza della luce che lo attraversa; per questo motivo il fenomeno della rifrazione avviene in modo differente a seconda del colore della luce. Un fascio di luce bianca, formato cioè dalla combinazione di tutti i colori, nel passaggio da un materiale all’altro verrà separato in tutte le sue componenti di colore, in quanto ogni colore devierà dalla sua traiettoria in modo differente. Questa dipendenza del fenomeno della rifrazione dalla frequenza della luce incidente è detto dispersione. Fig. 70.1: Gif animata che spiega la dispersione della luce Autore: Andrea de Capoa 17 Feb 2016 126 Effetto Doppler 71.1 Scheda 71 Il fenomeno λo = L’effetto Doppler è un fenomeno per il quale data una sorgente che emette un’onda di una determinata frequenza, un osservatore percepisce una frequenza differente a seconda del moto della sorgente e dell’osservatore relativamente al mezzo in cui l’onda si propaga. da cui Vo νo = ν 1 + V 71.2.1 Se l’osservatore è in moto Consideriamo il caso di un osservatore in moto verso una sorgente ferma rispetto al mezzo di propagazione dell’onda: avremo che i vari fronti d’onda verranno raggiunti dall’osservatore ad intervalli di tempo inferiori rispetto al caso di un osservatore fermo. L’osservatore percepirà quindi un’onda di maggiore frequenza e quindi minore lunghezza d’onda. λ λ = V + Vo V 1+ Fig. 71.1: Guarda il video youtu.be/4mUjM1qMaa8 Vo V Se la sorgente è in moto Consideriamo il caso di un osservatore fermo ed una sorgente in moto rispetto al mezzo di propagazione: avremo che i vari fronti d’onda sono creati in punti differenti istante per istante. Tali fronti d’onda saranno più ravvicinati tra loro davanti alla sorgente, ottenendo così per l’osservatore la percezione di un’onda di minore lunghezza d’onda e Fig. 71.2: Guarda il video youquindi maggiore frequenza. Tali fronti d’onda satu.be/Gz8JxhosvW8 ranno più lontani tra loro dietro alla sorgente, ottenendo così per l’osservatore la percezione di un’onda di maggiore lunghezza d’onda e quindi minore frequenza. Detto T il periodo dell’onda, cioè l’intervallo temporale tra l’emissione di due creste successive dell’onda, allora la lunghezza d’onda percepita da un osservatore che vede la sorgente venirgli incontro sarà Detto T il periodo dell’onda, cioè l’intervallo temporale tra l’emissione di due creste successive dell’onda, il periodo To sarà To = Lo stesso ragionamento lo si può ripetere per un osservatore che si stia allontanando dalla sorgente, ottenendo Vo νo = ν 1 − V In questa scheda chiameremo λ, ν, T e V le variabili riferite all’onda emessa dalla sorgente; chiameremo λo , νo e T0 le variabili dell’onda percepita dall’osservatore. Chiameremo poi Vs e Vo rispettivamente la velocità della sorgente e dell’osservatore rispetto al mezzo di propagazione dell’onda. 71.2 λ 1 + VVo moltiplicando per V otterremo quindi1 λo = λs − Vs · T = λs − Vs · 1 Attenti al fatto che V = λν è un’equazione riferita alle onde in cui i termini sono grandezze fisiche dell’onda in questione. In questa formula quindi il termine di velocità sarà sempre la velocità dell’onda, indipendentemente da chi misura tali grandezze. Vs λo = λ · 1 − V 127 λ V 128 Scheda71. Effetto Doppler Vs · T St=0 Vs · (2T ) λo St=T St=0 St=T λo λo St=2T Quando la sorgente si muove ad una velocità maggiore di quella dell’onda che produce, si genera un fenomeno molto particolare detto onda d’urto. Tutta l’energia dell’onda è localizzata su di una superficie conica che vede come vertice la sorgente. L’ampiezza dell’angolo del cono dipende dal rapporto tra la velocità della sorgente e la velocità dell’onda. Nel video qui a fianco è possibile visualizFig. 71.4: Guarda il video youzare tale fenomeno. L’aereo ha generato un’onda tu.be/SKlLgbvF1Bw sonora di pressione tale da condensare il vapore acqueo presente nell’aria. Lo stesso fenomeno è il motivo dello schiocco di una frusta. I video qui di seguito mostrano molto bene come si forma un’onda d’urto, data dalla somma di tutte le onde emesse dalla sorgente in momenti differenti. Fig. 71.3: Nel caso la sorgente si muova più lentamente dell’onda, la lunghezza d’onda percepita dall’osservatore in quiete è la distanza rappresentata in blu. Essa sarà uguale alla lunghezza d’onda dell’onda emessa dalla sorgente meno la distanza percorsa dalla sorgente in un periodo dell’onda. La circonferenza rappresenta la posizione del fronte d’onda dopo un periodo dell’onda. Nella seconda immagine è rappresentata la situazione dopo due periodi quando sono stati già emessi due fronti d’onda. Fig. 71.5: Guarda il video youtu.be/35goU1SlAXE e quindi νo = ν 1 − VVs Fig. 71.6: Guarda il video youtu.be/uHJ4_dW3890 Lo stesso ragionamento lo si può ripetere per l’osservatore dietro la sorgente ottenendo ν νo = 1 + VVs Onde d’urto Autore: Andrea de Capoa 21 Nov 2017 129 Scheda71. Effetto Doppler C α = 90◦ Vo · ∆t sin β = Vs · ∆t A V0 Vs B Fig. 71.7: Nel caso la sorgente si muova più velocemente di quanto non viaggi l’onda, avremo la formazione di onde d’urto. Lo schema geometrico di questo fenomeno fisico è rappresentato in figura. In rosso lo spostamento dell’onda in un certo intervallo di tempo ∆t. In blu lo spostamento della sorgente nello stesso intervallo di tempo. L’angolo in B dipende quindi dal rapporto tra le velocità dell’onda e della sorgente. Le lenti Scheda 72 Analizzeremo in questa scheda come una lente sferica si comporta con i raggi luminosi che l’attraversano e quindi come crea le conseguenti immagini. Una lente è un oggetto di vetro che, avendo un indice di rifrazione maggiore di quello dell’aria, devia i raggi luminosi. In questa scheda ci liFig. 72.1: Guarda il video youmitiamo per semplicità a trattare delle lenti sferitu.be/7BQnCyutdWs che, cioè di lenti formate da due superfici sferiche simmetriche rispetto ad un asse centrale detto asse ottico della lente. Tratteremo inoltre solo lenti sottili, cioè lenti il cui spessore è tanto piccolo da poter essere considerato trascurabile. Distinguiamo tra due tipi di lenti: le lenti convergenti e le lenti divergenti rappresentate nelle figure 72.2 e 72.3. Fig. 72.2: Lenti convergenti. Una lente si dice convergente quando devia il percorso di un raggio luminoso parallelo all’asse ottico della lente indirizzandolo verso un punto detto fuoco della lente • Il secondo è il raggio che passa per il centro della lente e prosegue non deviato. Nel punto in cui i due raggi si incontrano, li si forma l’immagine. Qualora i raggi luminosi non si incontrassero, allora si incontrano dalla parte opposta i prolungamenti dei raggi luminosi; li dove si incontrano si forma l’immagine. Una lente si dice divergente quando devia il percorso di un raggio luminoso parallelo all’asse ottico della lente indirizzandolo come se provenisse da un punto detto fuoco della lente 72.2 Mettendo un oggetto davanti ad una lente, i raggi luminosi che partono da esso, attraversano la lente e generano un’immagine dell’oggetto. Chiamiamo p la distanza dell’oggetto dalla lente, q la distanza dell’immagine dalla lente ed f la distanza focale della lente. Per costruire l’immagine di un oggetto generata da una lente dobbiamo seguire il percorso di due raggi luminosi che partono dall’oggetto. La distanza del fuoco della lente dal centro della lente è detta distanza focale. 72.1 Immagine generata da una lente divergente Immagine generata da una lente convergente Mettendo un oggetto davanti ad una lente, i raggi luminosi che partono da esso, attraversano la lente e generano un’immagine dell’oggetto. Chiamiamo p la distanza dell’oggetto dalla lente, q la distanza dell’immagine dalla lente ed f la distanza focale della lente. Per costruire l’immagine di un oggetto generata da una lente dobbiamo seguire il percorso di due raggi luminosi che partono dall’oggetto: • Il primo è il raggio parallelo all’asse ottico, il quale attraverserà la lente e verrà deviato come se provenisse dal fuoco. • Il secondo è il raggio che passa per il centro della lente e prosegue non deviato. Nel punto in cui il raggio che passa per il centro ed il prolungamento dell’altro raggio si incontrano, li si forma l’immagine. • Il primo è il raggio parallelo all’asse ottico, il quale passerà per il fuoco. 130 131 Scheda72. Le lenti F F f p q Fig. 72.4: Costruzione dell’immagine di una lente convergente. Con F sono indicati i fuochi della lente, con f la Fig. 72.3: Lenti divergenti. 72.2.1 La legge dei punti coniugati distanza focale, con p la distanza dell’oggetto dalla lente, con q la distanza dell’immagine dalla lente. In questo caso l’immagine risulta invertita e reale. Se adesso osservate l’immagine 72.7 vedrete che i segmenti lungghi h e h0 sono due cateti di due triangoli rettangoli simili, per cui posso scrivere La posizione dell’oggetto, del fuoco e dell’immagine sono legate tra loro dalla legge dei punti coniugati 1 1 1 = + f p q dove f è la distanza focale, p è la distanza dell’oggetto dal centro della lente, e q è la distanza dell’immagine dal centro della lente. 72.2.2 Il fattore di ingrandimento G=− Utilizzando poi la legge dei punti couniugati avremo G=− h0 h q f h0 =− = h p f −p Il fattore di ingrandimento dipende quindi dalla distanza focale della lente e dalla distanza dell’oggetto dalla lente. SE il fattore di ingrandimento viene negativo, significa che l’immagine viene capovolta. Abbiamo visto che l’immagine generata da una lente può essere sia più grande che più piccola. Se indichiamo con h la dimensione dell’oggetto e con h0 la dimensione dell’immagine, il fattore di ingrandimento è definito come G=− h0 q =− h p Autore: Andrea de Capoa 17 Feb 2016 132 Scheda72. Le lenti q F F f h p F Fig. 72.5: Costruzione dell’immagine di una lente convergente. Con F sono indicati i fuochi della lente, con f la distanza focale, con p la distanza dell’oggetto dalla lente, con q la distanza dell’immagine dalla lente. L’immagine risulta dritta e virtuale. F h’ f p q Fig. 72.7: Calcolo dell’ingrandimento ottenuto con l’utilizzo di una lente. I due triangoli evidenziati in rosso sono triangoli simili, in quanto hanno l’angolo al vertice uguale e sono entrambi rettangoli. F F q p f Fig. 72.6: Costruzione dell’immagine di una lente divergente. Con F sono indicati i fuochi della lente, con f la distanza focale, con p la distanza dell’oggetto dalla lente, con q la distanza dell’immagine dalla lente. L’immagine risulta dritta e virtuale. L’arcobaleno 73.1 Scheda 73 Osservare un arcobaleno 73.2 Tutti voi avete sicuramente visto un arcobaleno, ma probabilmente pochi di voi lo hanno guardato. Provate per esempio a leggere le seguenti domande riguardanti gliarcobaleni, e dite a quante di queste sapete rispondere. Il principio di base L’arcobaleno si forma quando la luce del sole attraversa una goccia d’acqua. Come mostrato in fig.73.1, ogni singolo raggio luminoso entra nella goccia d’acqua in accordo con le regole della riflessione e rifrazione della luce; esso si propaga all’interno della stessa, per poi uscirne con un angolo differente rispetto alla direzione di provenienza. 1. Il rosso si trova all’interno o all’esterno? 2. Quanto vale il suo raggio (espresso in gradi)? i 3. Quanto vale la sua lunghezza? φ r 4. Quanto vale la sua ampiezza (espressa in gradi)? r r δ 5. E’ più luminosa la parte interna o esterza dell’arco? 6. In quali momenti della giornata lo possiamo osservare? r 7. In quale direzione lo possiamo osservare (Nord - Sud - Ovest - Est)? 8. Quanti archi ci sono? i (a) Dove si trova il secondo? (b) Il rosso del secondo arco si trova all’interno o all’esterno? (c) Quanto vale il raggio del secondo arco? Fig. 73.1: Percorso di un raggio luminoso attraverso una goccia d’acqua. (d) Quanto vale l’ampiezza del secondo arco? Indicati con i l’ingolo di incidenza della luce sulla superficie della goccia d’acqua, con r il relativo angolo di rifrazione, e con δ l’ampiezza della deviazione del raggio luminoso rispetto alla sua direzione di provenienza, tale angolo può essere facilmente calcolato e si ottiene 9. La luce dell’arcobaleno è polarizzata? 10. Qual è la direzione della polarizzazione? 11. La luce è molto o poco polarizzata? δ = 180 + 2i − 4r 133 134 Scheda73. L’arcobaleno Tenendo conto che l’indice di rifrazione dell’acqua è circa n = 1, 336, se andiamo a calcolare il valore dell’angolo δ in funzione dell’angolo di incidenza i della luce, scopriamo che l’angolo δ ha un valore minimo di circa δmin ∼ 138◦ , e di conseguenza l’angolo φ ha un valore massimo di circa φmax ∼ 42◦ . Teniamo anche in considerazione che il problema che stiamo analizzando ha simmetria cilindrica; esso è infatti identico per qualunque rotazione attorno all’asse, parallelo alla direzione della luce incidente, e che passa attraverso il centro della goccia d’acqua. Angolo di incidenza i Angolo di rifrazione r Deviazione del raggio δ 0◦ 10◦ 20◦ 30◦ 40◦ 50◦ 60◦ 70◦ 80◦ 90◦ 0◦ 7, 5◦ 14, 8◦ 22, 0◦ 28, 7◦ 35, 0◦ 40, 4◦ 44, 7◦ 47, 4◦ 48, 4◦ 180, 0◦ 170, 0◦ 160, 8◦ 152, 0◦ 145, 2◦ 140, 0◦ 138, 4◦ 141, 2◦ 150, 4◦ 166, 4◦ Fig. 73.2: La luce che attraversa una goccia d’acqua ritorna indietro all’interno di un cono la cui ampiezza cambia a seconda del valore dell’indice di rifrazione dell’acqua differente per ogni colore. Tabella 73.1: Andamento del valore dell’angolo di deviazione della luce, in funzione dell’angolo di incidenza, quando un raggio luminoso attraversa una goccia d’acqua. E’ stato assunto n = 1, 336 quale indice di rifrazione dell’acqua. Se immaginiamo adesso un fascio di luce che investe tutta la goccia d’acqua, avremo tanti raggi luminosi paralleli che incidono sulla goccia d’acqua con tutti gli angoli di incidenza possibili. Ne segue che la luce che esce dalla goccia d’acqua dopo una riflessione all’interno della stessa, esce tornando indietro verso la fonte di luce, formando un cono dell’ampiezza di circa 42◦ rispetto all’asse della luce incidente. Andiamo adesso a considerare il fatto che l’indice di rifrazione dell’acqua è differente a seconda che si tratti di luce rossa o luce blu. Di conseguenza il valore φmax è differente per i due colori ed il cono della luce di ritorno ha un’ampiezza differente. In particolare avremo che nrosso = 1, 331 → φmax ∼ 42, 4◦ nblu = 1, 343 → φmax ∼ 40, 7◦ All’interno del cono della luce blu ci saranno quindi tutti i colori e di conseguenza vedremo luce bianca; al contrario all’esterno del cono di luce rossa non ci sarà luce. Intuite facilmente che l’arcobaleno lo si vede nella zona compresa tra i due coni. Bisogna comunque sotolineare che, se andiamo a calcolare l’intensità luminosa della luce di ogni singolo colre, troviamo che la maggiore intensità luminosa si trova 135 Scheda73. L’arcobaleno proprio sul bordo di tale cono. E’ questo il motivo per cui i colori ci appaiono così nettamente separati. Fig. 73.4: Un osservatore, se ha alle spalle il sole all’orizzonte, e di fronte a se un temporale, vede un arcobaleno. In particolare se guarda ad angoli grandi non vede la luce proveniente dalle goccioline d’acqua, se guarda ad angoli piccoli vede luce bianca, se guarda ad angoli intorno ai 42◦ vele i colori dell’arcobaleno. Fig. 73.3: Il cono di luce emesso da una singola giccia d’acqua, se proiettato su di uno schermo, darebbe un’immagine di questo tipo. Immaginiamo ora (vedi fig.73.4) che il sole si trovi alle nostre spalle esattamente al livello dell’orizzonte, e che di fronte a noi ci sia un temporale, o più in generale una zona d’aria con miliardi di goccioline d’acqua in sospensione. I raggi luminosi, incontrando le goccioline d’acqua formerebbero i coni di luce precedentemente descritti nella nostra direzione. Se osserviamo in una direzione a più di 42◦ rispetto all’asse dei raggi luminosi non arriva luce colorata ai nostri occhi. Se osserviamo in una direzione a meno di 42◦ rispetto all’asse dei raggi luminosi arriva ai nostri occhi luce bianca. Per direzioni intorno ai 42◦ osserviamo luce colorata. Immaginiamo adesso che il sole si sollevi sull’orizzonte; la nostra ombra ci fornisce la misura dell’inclinazione dei raggi luminosi. L’asse che passa dai nostri occhi ed arriva alla punta della nostra ombra rappresenta proprio l’asse centrale dell’arcobaleno. I 42◦ di ampiezza dell’arcobaleno di devono sempre calcolare rispetto a questo asse. Ne segue di conseguenza che quando il sole sorge, dalla parte opposta l’arcobaleno scende. Una volta che il sole supera l’inclinazione di 42◦ allora l’arcobaleno necessariamente scompare. L’esatto opposto capita quindi al tramonto: mentre il sole scende verso l’orizzonte, l’acobaleno sorge dalla parte opposta. 73.3 L’arco secondario Se osservate bene l’arcobaleno, vedrete anche un secondo arco, più grande del primo, anche se di intensità inferiore. Per spiegare l’esistenza di questo secondo arco è sufficiente considerare non il raggio luminoso che all’interno della goccia d’acqua subisce una riflessione, ma quello che ne subisce due. Ricalcolando quindi gli angoli φmax per il colore rosso e per il colore blu, avremo che nrosso = 1, 331 → φmax ∼ 50, 4◦ nblu = 1, 343 → φmax ∼ 53, 5◦ 136 Scheda73. L’arcobaleno Visto che la riflessione avviene ad un angolo che differisce di soli 3◦ dall’angolo di Brewster, la luce riflessa deve necessariamente essere fortemente polarizzata, e quindi lo sarà la luce dell’arcobaleno che noi vediamo. Per essere più precisi la luce dell’arcobaleno è polarizzata al 90% circa. Questo significa che se olete vedere un arcobaleno non dovete indossare occhiali da sole polarizzati! 73.5 La risposta alle domande Siamo adesso in grado di rispondere alle prime otto domande presentate all’inizio del capitolo. Fig. 73.5: Rispetto alla figura 73.4 adesso il sole si è sollevato sull’orizzonte. I raggi luminosi arrivano inclinati, 1. Il rosso si trova all’interno o all’esterno? Visto che per osservare la luce rossa devo sollevare lo squardo di un angolo maggiore rispetto a quello che devo fare per la luce blu... il rosso si trova all’esterno. e l’asse che passa dai nostri occhi fino alla punta della nostra ombra è proprio l’asse centrale dell’arcobaleno. 2. Quanto vale il suo raggio (espresso in gradi)? Il suo raggio nella parte centrale è di circa 41◦ Notate che adesso è il rosso a generare un cono di luce più stretto e quindi i colori dell’arcobaleno risultano essere in sequenza invertita rispetto a quella dell’arco primario. 3. Quanto vale la sua lunghezza? La sua lunghezza dipende dalla porzione di arco che si trova sopra il livello del terreno. Esso è massimo all’inizio del sorgere del sole ed alla fine del suo tramonto. 73.4 Polarizzazione dell’arcobaleno La luce bianca che entra nella gocciolina d’acqua subisce una riflessione all’interno di essa. Di tutta la luce che esce dalla gocciolina, quella che va poi a formare l’arcobaleno è quella che esce con un angolo φmax che abbiamo visto essere (vedi tab.73.1) di circa 40◦ . L’angolo di Brewster per un raggio luminoso che passa dall’acqua all’aria si calcola nel seguente modo: tan(θbr ) = 1 naria = nacqua 1, 33 θbr = 37◦ 4. Quanto vale la sua ampiezza (espressa in gradi)? L’ampiezza dipende dalla differenza degli angoli che formano il rosso ed il blu: circa 1, 7◦ . Bisogna però precisare che il sole non è una sorgente luminosa puntiforme. IL fatto che il sole abbia una dimensione nel cielo di circa 0, 5◦ fa si che l’arcobaleno risulti un po’ più ampio esattamente di una quantità pari alla dimensione angolare del sole nel cielo. 5. E’ più luminosa la parte interna o esterza dell’arco? La luce rifratta dalle goccioline d’acqua è tutta contenuta all’interno del cono delimitato dall’arcobaleno... quindi la parte interna di esso è molto più luminosa. 6. In quali momenti della giornata lo possiamo osservare? L’arcobaleno può essere osservato solo se il sole si trova a meno di 42◦ sopra l’orizzonte... quindi alla mattina ed alla sera. 137 Scheda73. L’arcobaleno 7. In quale direzione lo possiamo osservare (Nord - Sud - Ovest - Est)? L’arcobaleno può essere osservato solo se si guarda in direzione opposta a quella del sole... verso est la sera e verso ovest la mattina 8. Quanti archi ci sono? Ci sono due archi: il primario ed il secondario. (a) Dove si trova il secondo? Il secondo si trova all’esterno del primo. (b) Il rosso del secondo arco si trova all’interno o all’esterno? I colori dell’arco secondario sono invertiti rispetto a quelli dell’arco primario. (c) Quanto vale il raggio del secondo arco? Il raggio medio dell’arco secondario è circa 52◦ 73.6.2 Diffrazione su gocce d’acqua A volte capita di osservare un arcobaleno quando siamo su di un aereoplano e guardiamo l’ombra dell’aereoplano. Questo fenomeno è dovuto a goccioline d’acqua estremamente fini ed al fenomeno della diffrazione della luce. In questo caso il fenomeno non è legato alla legge di Snell come nel caso comunemente conosciuto. La spiegazione di questo fenomeno è però decisamente troppo complessa per gli scopi di questo libro. Il raggio di tale arcobaleno dipende dalla dimensione delle goccioline d’acqua; esso è tanto maggiore quanto più piccole sono tali goccioline. (d) Quanto vale l’ampiezza del secondo arco? L’ampiezza dell’arco secondario è di circa 3◦ a cui bisogna però aggiungere circa 0, 5◦ a causa delle dimensioni non puntiformi del sole. 9. La luce dell’arcobaleno è polarizzata? Si, la luce dell’arcobaleno è polarizzata. 10. Qual è la direzione della polarizzazione? La luce dell’arcobaleno è polarizzata su di un piano tangente all’arcobaleno stesso. 11. La luce è molto o poco polarizzata? La luce dell’arcobaleno è fortemente polarizzata. 73.6 Altri arcobaleni 73.6.1 Rifrazione in cristalli di ghiaccio Il fenomeno dell’arcobaleno è anche osservabile a causa della rifrazione della luce nei piccoli cristalli di ghiaccio presenti nell’alta atmosfera. Visto l’indice di rifrazione del ghiaccio, l’ampiezza di tale arcobaleno è di circa 22◦ . A differenza di quello generato dalle goccioline d’acqua, per vedere questo arcobaleno bisogna guardare nella direzione della fonte luminosa. Non si vede facilmente perchè guardando nella direzione del sole l’intensità luminosa è tale da bruciarci la retina e renderci ciechi. Una soluzione può essere quella di guardare nella direzione della luna, la cui luminosità non è altrettanto rischiosa per la salute dei nostri occhi. Autore: Andrea de Capoa 17 Feb 2016 Fibre ottiche Scheda 74 L’angolo γm definisce quindi il massimo valore che può assumere l’angolo di ingresso della luce nella fibra ottica, definendo di conseguenza l’ampiezza del cono di accettazione della luce. L’angolo γm è detto angolo di accettazione e la grandezza NA = sin γm è detta apertura numerica della fibra. Una fibra ottica è un dispositivo in grado di trasmettere un segnale luminoso al suo interno, lungo il suo asse. Rispetto ai segnali elettrici che viaggiano lungo un filo di rame, le fibre ottiche permettono di trasmettere una più elevata quantità di dati con una minore perdita di potenza. Una fibra ottica è costituita da un nucleo centrale con indice di rifrazione n1 ed un mantello esterno con indice di rifrazione n2 < n1 . Il tutto è poi avvolto in un rivestimento protettivo. 74.1 74.1.2 Modi di propagazione Di tutti gli angoli di ingresso accettabili, in realtà solo alcuni valori discreti sono effettivamente possibili. La condizione di propagazione implica infatti che la luce non esca dalla fibra ottica e che quindi il campo elettrico agli estremi della fibra sia identicamente nullo. Questo implica di conseguenza che la propagazione del segnale avvenga solo se perpendicolarmente alla direzione di propagazione si formino onde stazionare identificate da un numero intero. Indicando con M ∈ N il numero dei modi di propagazione presenti nella fibra, si ricava che Propagazione della luce all’interno della fibra Il principio di funzionamento di base che permette alla fibra di contenere il raggio luminoso al suo interno è quello della riflessione totale. Ogni volta che il raggio luminoso incide sulla superficie di separazione tra nucleo e mantello, subisce una riflessione totale e rimane quindi all’interno del nucleo. Qualora questo non avvenisse, il raggio liuminoso si dissiperebbe all’interno del mantello. π 2 d2 NA2 2λ2 Nel caso di una fibra ottica monomodale avremo M = 1; in caso contrario avremo una fibra multimodale. M= 74.1.1 Angolo di accettazione L’angolo di incidenza della luce sul mantello, dipenderà dall’angolo di ingresso della luce all’interno della fibra ottica. Sappiamo dalla teoria sulla riflessione totale che per l’angolo limite vale la relazione n2 sin α = (74.1) n1 Al tempo stesso , per il raggio di luce nel punto di ingresso all’interno della fibra ottica vale la relazione π sin γm = n1 sin( − α) 2 nella quale si è posto l’indice di rifrazione dell’aria naria ∼ 1. Utilizzando la 74.1 otteniamo π sin γm = n1 sin( − α) 2 sin γm = n1 cos(α) p sin γm = n1 1 − sin2 α s q n2 sin γm = n1 1 − 22 = n21 − n22 n1 74.1.3 Dispersione modale A seconda del percorso fatto dalla luce all’interno della fibra ottica, la componente della velocità lungo l’asse di propagazione è differente tra i vari raggi luminosi. Due raggi luminosi che entrano contemporaneamente nella fibra ne possono uscire quindi sfasati di un certo intervallo di tempo. Il massimo sfasamento che si può avere avviene quando confrontiamo il raggio luminoso che entra nella fibra con un angolo γ = 0, la cui velocità lungo l’asse della fibra è massima, con il raggio luminoso la cui velocità lungo l’asse della fibra è minima in quanto entra nella fibra con un angolo γ = γm pari all’angolo di accettazione della fibra. Le velocità delle due onde lungo l’asse della fibra saranno c n2 cn2 Vx,min = V0 sin α = · = 2 n1 n1 n1 c Vx,max = V0 = n1 138 139 Scheda74. Fibre ottiche Conoscendo la lunghezza L della fibra, possiamo calcolare gli intervalli di tempo necessari a percorrerla L Ln1 Tmin = = Vx,max c 2 L Ln 1 = Tmax = Vx,min n2 c Infine possiamo ricavare il ritardo dell’onda più lenta rispetto a quella con velocità massima ∆T = Tmax − Tmin = La presenza di impurità di qualunque tipo, purchè di dimensioni paragonabili alla lunghezza d’onda del segnale luminoso, crea fenomeni di diffusione. A partire dall’impurità la luce viene diffusa in tutte le direzioni, la maggior parte delle quali non è compatibile con il corretto propagarsi del segnale. Alcuni raggi si perdono nel mantello; altri tornano indietro a formare un eco. La potenza dissipata per questo fenomeno è inversamente proporzionale alla quarta potenza della lunghezza d’onda Ln21 Ln1 Ln1 − = (n1 − n2 ) n2 c c n2 c Si può osservare che tale ritardo dipende dalla differenza tra gli indici di rifrazione del nucleo e del mantello. Ecco perchè nella realizzazione di una fibra ottica vengono scelti materiali i cui indici di rifrazione siano molto simili tra loro. 74.1.4 Attenuazione per diffusione P = k λ4 Attenuazione per le curvature della fibra Curvando la fibra ottica, alcuni raggi luminosi non incidono più sul mantello con un angolo superiore all’angolo limite, e quindi si perdono nel mantello. Dispersione cromatica Perdite dovute all’interconnessione di fibre Sappiamo che l’indice di rifrazione di un materiale dipende dalla lunghezza d’onda della luce che lo attraversa secondo la legge empirica n=A+ B λ2 con A e B parametri. Se la luce utilizzata nella fibra è monocromatica, questo fenomeno non è rilevante; se invece il segnale è policromatico, formato da un insieme di lunghezze d’onda all’interno di un intervallo ∆λ, avremo che il ritardo temporale tra il raggio più veloce ed il più lento sarà proporzionale all’intervallo ∆λ. Tale ritardo è detto ritardo di gruppo. 74.1.5 Fenomeni di attenuazione Il segnale luminoso, durante il suo propagarsi lungo la fibra, può perdere potenza a causa di vari fenomeni. Se la perdita di potenza è troppo alta, il segnale non arriva al fondo della fibra. Quando il segnale luminoso passa da un materiale con indice di rifrazione n0 ad uno con indice di rifrazione n1 parte della luce viene riflessa. La riflettanza, definita come il rapporto tra intensità luminosa riflessa e incidente, vale I1 = r= I0 n1 − n0 n1 + n0 2 74.2 Fibre monomodali e multimodali 74.2.1 Fibre monomodali Una fibra monomodale è tanto stretta che solo il primo modo di propagazione è possibile, quello parallelo all’asse della fibra. Esse presentano una bassissima attenuazione del segnaleed una lunga durata nel tempo. 140 74.2.2 Scheda74. Fibre ottiche Fibre multimodali In una fibra multimodale, differenti raggi luminosi seguono differenti percorsi che sono caratterizzati da differenti lunghezze. Avendo l’accorgimento di costruire la fibra con indice di rifrazione del nucleo decrescente dall’asse centrale verso l’esterno, avremo che i raggi luminosi che percorrono più strada sono anche quelli che si muovono più velocemente, diminuendo in modo sensibile il fenomeno della dispersione modale. Autore: Andrea de Capoa 9 Giu 2016 Parte IX Elettromagnetismo 141 142 Scheda74. Fibre ottiche Magnetismo: concetti di base Una carica Q che si muove dentro un campo magnetico subisce una forza ~ ×B ~ F~ = QV Una carica elettrica q che si muove emette un campo magnetico Circuitazione del campo magnetico I ~ = µ0 i+?? ~ · dl B ~ ~ = µ0 q V × ~ur B 4π r2 Flusso del campo magnetico I ~ =0 ~ · dS B Γ Ω e s iu Moto di una carica in un campo magnetico Forza subita da un filo Campo magnetico generato un filo: ~ ×B ~ F~ = i∆l ~ ~ = µ0 i ∆l × ~ur B 4π r2 Momento torcente su di una spira Forza tra due fili percorsi da corrente ~ m ~ = iS Magnetizzazione della materia: magneti artificiali, ciclo di isteresi, ferro-paradia-magnetismo F = µ0 i1 i2 L 2π d Magneti naturali R ~ dB Campo magnetico di un filo rettilineo infinito B= µ0 i 2π R Campo magnetico al centro di una spira B= µ0 I 2 R Campo magnetico di un solenoide B = µ0 ni ee lin p m ca i d h oc Mappe sull’elettromagnetismo Carica elettrica Scheda 75 Campo Elettrico ~ = K Q · ~ur E r2 Legge di conservazione della carica elettrica Campo Magnetico ~ ~ = µ Q V × ~ur B 4π r2 75 Onde elettromagnetiche circuitazione del campo elettrico I ~ ~ · d~l = − dΦ(B)S E dt Γ Forza elettrostatica ~ F~ = q · E Forza magnetica ~ ×B ~ F~ = q · V Equazioni di Maxwell circuitazione del campo magnetico I ~ ~ · d~l = µi − µ dΦ(E)S B dt Γ flusso I del campo elettrico ~ · dS ~ = qint E S 75 143 flusso Idel campo magnetico ~ · dS ~ = 0 B S 144 Scheda75. Mappe sull’elettromagnetismo Corrente elettrica ∆Q i = ∆t Seconda legge di Ohm L R = ρ· S Prima legge di Ohm ∆V = R · i Circuiti elettrici Ohmici Resistenze in parallelo 1 1 1 = + Req R1 R2 Somma di resistenze Primo principio di Kirchoff nodi n X iα = 0 Resistenze in serie Req = R1 + R2 75 α=1 Condensatori piani S C = d Condensatori Q C = V Condensatori in parallelo Ceq = C1 + C2 Somma di condensatori Condensatori in serie 1 1 1 = + Ceq C1 C2 Autore: Andrea de Capoa 26 Gen 2017 Circuiti RC Secondo principio di Kirchoff maglie n X ∆Vα = 0 α=1 75 Forza di Coulomb 76.1 Scheda 76 La carica elettrica Una delle caratteristiche fondamentali della materia è la carica elettrica. Essa può essere positiva o negativa, ma soprattutto vale la legge di conservazione della carica elettrica. Q+ In un sistema isolato la carica elettrica complessiva è costante Q− L’unità di misura della carica elettrica è il Coulomb. 76.2 La forza di Coulomb Fig. 76.1: Campo elettrico di una singola carica positiva (a sinistra) o negativa (a destra). Tra due cariche elettriche Q1 e Q2 , poste ad una certa distanza r, si genera una forza, attrattiva tra cariche di segno opposto e repulsiva tra cariche di segno uguale. Tale forza è detta anche Forza di Coulomb. F =K la costante K = 9 · 109 76.3 N m2 C2 76.4 Q1 · Q2 r2 Linee di campo Le linee di campo, utili per raffigurare un campo, sono linee sempre tangenti al vettore campo. è detta costante di Coulomb. Il campo elettrico Come tutte le interazioni a distanza, anche la forza di Coulomb avviene tramite l’emissione di un campo. ~ in ogni punto dello spazio. Una carica elettrica Q emette un campo elettrico E Fig. 76.2: Linee di campo per due cariche uguali e di stesso segno e per due cariche opposte e di stesso segno. ~ = K Q ~ur E r2 dove r è la distanza del punto in questione dalla carica. Il campo elettrico è una grandezza vettoriale, il cui verso è sempre dalla parte opposta della carica per cariche positive, e dalla stessa parte rispetto alle cariche negative. Vale il principio di sovrapposizione, per cui se ci sono più cariche, il campo elettrico in un punto è la somma vettoriale dei campi elettrici delle singole cariche. 76.4.1 Linee di campo di un dipolo elettrico Un dipolo elettrico è un sistema costituito da due cariche elettriche di segno opposto poste ad una certa distanza. Nel seguente video sono mostrate le linee di campo di un dipolo elettrico 145 146 Scheda76. Forza di Coulomb Fig. 76.3: Guarda il video youtu.be/bG9XSY8i_q8 76.5 La forza Elettrostatica La forza di Coulomb si genera tra due cariche elettrice; la formula, così com’è scritta, non spiega però il reale meccanismo con il quale tale forza si genera. Abbiamo detto che ogni carica elettrica emette un campo elettrico; la forza nasce dall’interazione delle cariche elettriche con il campo elettrico generato da altre cariche. Per cui, dato ~ ed una carica q, la forza che la carica q subisce vale: un campo elettrico E ~ F~ = q · E La forza non nasce dall’interazione diretta tra le due cariche, ma tra l’inderazione diretta tra una carica ed il campo generato da quell’altra. F~ ~ E q− ~ E q+ F~ Fig. 76.4: Forza subita da una carica elettrica a causa del campo elettrico in cui è immersa. Autore: Andrea de Capoa 17 Feb 2016 Campo magnetico 77.1 Scheda 77 Il campo magnetico 77.2 Una carica che si muove emette un campo magnetico in ogni punto dello spazio intorno alla carica. Campi magnetici e correnti elettriche Una corrente elettrica è un movimento di cariche elettriche. Ogni volta che attacchiamo una batteria ad un filo generiamo una corrente elettrica e quindi un campo magnetico. Nei video 77.1 e 77.2 si vede bene come un filo percorso da corrente generi un campo magnetico in quanto fa muovere l’ago di una bussola. ~ ~ = µ0 q V × ~ur B 4π r2 ~ è il campo magnetico che la particella di carica q che viaggia alla velocità dove B ~ crea nel punto indicato dal versore ~ur ed alla distanza r dalla carica. Il campo B ~è V un vettore risultato di un prodotto vettoriale che coinvolge la velocità della carica... quindi il campo magnetico prodotto da una carica in moto è sempre perpendicolare alla velocità della carica. Fig. 77.1: Guarda il video youtu.be/T2k3OMTYHBc Questo è il concetto di base sulla causa che genera un campo magnetico. Importante notare come l’andamento del campo in funzione della distanza dalla carica che lo genera sia ∝ r12 esattamente come avveniva per il campo elettrico. Visto che una corrente elettrica è in generale definita come la quantità di carica che attraversa una certa superficie in un certo intervallo di tempo i = ∆q ∆t , se immaginiamo di avere un pezzetto di filo di lunghezza ∆l, questa stessa legge può essere espressa come il campo magnetico generato da una corrente elettrica che percorre un piccolissimo tratto di lunghezza ∆l Fig. 77.2: Guarda il video youtu.be/IW9HUXIjbyE Ammettendo che tutte le cariche siano uguali e che viaggino con la stessa velocità, il campo magnetico di tutte le cariche, complessivamente indicate con ∆q, che contribuiscono a generare la corrente è 77.3 ~ ∆t × ~ur V ∆q µ ~ = 0 B 4π ∆t r2 Campo magnetico di un filo percorso da corrente Un filo percorso da corrente contiene ovviamente delle cariche elettriche che si muovono, e quindi emette un campo magnetico. Tale campo magnetico deve essere in ogni punto perpendicolare al filo, e le linee di campo saranno sempre dei cerchi concentrici con il filo. Il verso del campo magnetico dovrà essere in accordo con la regola della mano destra. da cui ~ ~ = µ0 i ∆l × ~ur B 4π r2 147 148 Scheda77. Campo magnetico L’angolo ϕ = π2 − α . Definiamo dϕ l’angolo sotto il quale viene visto il segmento dl dal punto P . Avremo che dl · sin α = dϕ r 2 sin α = cos ϕ z 1 r= R cosϕ Il contributo al campo magnetico dovuto al singolo segmento dl sarà quindi 0 1 −1 0 0 1 x dB = −1 y Integrando µ0 i B= 4πR Fig. 77.3: Linee di campo magnetico di un filo. A seconda che la corrente elettrica scorra nel filo verso l’alto od il basso, le linee di campo saranno orientate in senso orario o antiorario. 77.3.1 µ0 i cos ϕdϕ 4πR Z π 2 cos φdϕ = −π 2 π µ0 i |sin ϕ|−2 π 2 4πR da cui B= La legge di Biot-Savart µ0 i 2π R ... a partire dalla corrente ... a partire dal teorema di Ampére Calcoliamoci il valore del campo magnetico emesso da un filo, percorso da una corrente i, rettilineo e di lunghezza infinita, in un punto P a distanza R dal filo. Per farlo considereremo il filo come una infinita successione di segmenti di filo di lunghezza infinitesima d~l. Per i conti seguenti faremo riferimento alla figura 77.4. Il campo magnetico di ognuno di tali segmenti è ~ = dB µ0 d~l × ~ur i 4π r2 Chiamando α l’angolo tra il segmanto di filo d~l ed il vettore ~r, il valore del campo magnetico sarà dB = µ0 i d~l sin α 4π r2 Osserviamo innanzi tutto che per motivi di simmetria il campo deve essere necessariamente solo dipendente da R. Se ci calcoliamo la circuitazione del campo magnetico lungo un percorso intorno al filo, circolare di raggio R e che chiameremo γcr , otteniamo (in assenza di campi elettrici il cui flusso varia nel tempo) I ~ · d~l = µ0 i B γcr da cui, essendo B costante in quanto sempre calcolato a distanza R dal filo, otteniamo B · 2πR = µ0 i ed infine B= µ0 i 2πR 149 77.3.2 Scheda77. Campo magnetico Campo magnetico nel centro di una spira circolare ... a partire dalla corrente Calcoliamoci il valore del campo magnetico emesso da un filo, percorso da una corrente i, circolare di raggio R nel suo centro. Per farlo considereremo il filo come una infinita successione di segmenti di filo di lunghezza infinitesima d~l. Il contributo del singolo segmento è ~ = dB µ0 d~l × ~ur i 4π r2 Considerato che r = R = cost è costante, che ~ur ⊥ d~l, e che dϕ = centro della circonferenza sotteso dal segmento dl, avremo che µ0 i B= 4πR Z dl R i è l’angolo al 2π dϕ 0 P µ0 i B= 2R R φ dφ r dl Fig. 77.4: Schema di ragionamento per ricavare la legge di Biot-Savart. Autore: Andrea de Capoa 17 Feb 2016 Forza magnetica 78.1 Scheda 78 La forza magnetica ~ dentro Una carica Q che si muove con velocità V ~ subisce una forza un campo magnetico B ~ ×B ~ F~ = QV Dalla formula risulta evidente che la forza magnetica è sempre perpendicolare alla velocità della carica, e di conseguenza è sempre una forza di tipo Fig. 78.1: Guarda il video youcentripeto e non fa mai lavoro. Nel video 78.1 si tu.be/7YHwMWcxeX8 vede bene come avvicinando una calamita ad un flusso di elettroni in movimento, essi subiscono una forza. 78.1.1 ~ V Moto in un campo magnetico uniforme F~m Come si muove una carica elettrica che entra in un campo magnetico uniforme? Visto che la forza magnetica è sempre perpendicolare alla velocità della particella, allora il movimento deve essere un moto circolare uniforme Fig. 78.2: Moto di una carica elettrica a causa del campo magnetico in cui è immersa. Autore: Andrea de Capoa 17 Feb 2016 150 Magnetismo nella materia 79.1 Calamite 79.1.1 Calamite naturali Scheda 79 Una calamita naturale è un oggetto che genera naturalmente un campo magnetico. Un campo magnetico è generato dal movimento di una carica; in un magnete le cariche che si muovono sono gli elettroni che girano intorno agli atomi. Ogni elettrone, girando intorno al suo atomo, genera un piccolo campo magnetco. In un oggetto ci sono miliardi di atomi; se gli elettroni girano tutti orientati nello stesso modo, allora i campi magnetici che generano tendono a sommarsi tra loro, generando un forte campo magnetico, quello che la calamita mostra. Se gli elettroni ruotano in modo disordinato, allora il campo magnetico complessivo sarà molto piccolo o nullo, e non avremo nessuna calamita. 79.1.2 Calamite artificiali Per creare una calamita partendo da un comune pezzo di ferro è necessario orientare il movimento degli elettroni all’interno dell’oggetto in modo che tutti i piccoli campi magnetici che essi producono si sommino tra loro. L’unico modo è quello di immergere l’oggetto in un campo magnetico esterno; ogni singolo elettrone, muovendosi, subisce quindi una forza magnetica. tale forza fa ruotare i singoli elettroni in modo che si orientino tutti nello stesso modo, ottenendo così una calamita. Anche togliendo il campo magnetico esterno, l’orientamento degli elettroni rimane e l’oggetto mantiene le sue proprietà magnetiche. Autore: Andrea de Capoa 17 Feb 2016 151 Modelli atomici Scheda 80 Tutta la materia che ci cinrconda è formata da 118 tipi diversi di atomi. Per molto tempo si è pensato che questi fossero gli elementi fondamentali costituenti la materia... adesso sappiamo che hanno invece una struttura interna. In questa scheda analizziamo nel dettagli tale struttura. 80.1 Forza elettromagnetica Tra le particelle con carica elettrica agisce la forza elettromagnetica: cariche di segno uguale si respingono e cariche di segno opposto si attraggono. Il raggio di azione di tale forza è infinito. L’intensità di tale forza dipende dal valore delle cariche elettriche e dal quadrato della loro distanza I costituenti dell’atomo F =K Q1 · Q2 r2 dove K è la costante di Boltzmann, Q1 e Q2 le cariche delle due particelle, r è la distanza tra le due particelle. Forza forte La forza forte agisce tra protoni e neutroni (ma anche tra protoni e protoni, e tra neutroni e neutroni) ed è sempre attrattiva. É estremamente più intensa della forza elettromagnetica, ed ha un raggio di azione estremamente limitato. Fig. 80.1: Guarda il video youtu.be/ICYhoVfB29c 80.1.1 Particelle Forza debole Tale forza agisce su protoni e neutroni nel nucleo causando la radioattività di alcuni elementi. Ogni atomo è costituito da tre tipi di particelle: protoni, neutroni ed elettroni. I protoni hanno carica elettrica positiva Qp = +1, 6 · 10−19 C e massa Mp = 1, 673 · 10−27 kg, i neutroni hanno carica elettrica nulla e massa Mp = 1, 675·10−27 kg, infine gli elettroni hanno carica elettrica negativa Qe = −1, 6 · 10−19 C e massa Me = 9, 1 · 10−31 kg. Più che imparare a memoria questi numeri è utile rendersi conto di quanto segue. Forza gravitazionale La carica dell’elettrone è uguale alla carica del protone ma di segno opposto. La massa del protone è simile alla massa del neutrone ed è 1836 volte maggiore della massa dell’elettrone. La forza di gravità agisce tra due masse, e quindi anche tra le particelle dell’atomo. Le masse delle particelle sono però talmente piccole che tale forza è del tutto trascurabile; tenerne conto per comprendere le caratteristiche di un atomo sarebbe un errore. 80.1.2 80.1.3 Forze tra le particelle Un principio fondamentale Ogni particella del nostro universo ha una doppia natura onda-corpuscolo. Viene chiamato dualismo onda-corpuscolo è ci dice che, nel nostro caso gli elettroni, hanno Tra le particelle che costituiscono l’atomo agiscono tutte le quattro forze fondamentali presenti in natura: 152 153 Scheda80. Modelli atomici sia il comportamento tipico di una particella, sia il comportamento tipico di un’onda. Vuol dire che tutti i fenomeni fisici che riguardano le particelle (come per esempio gli urti) e tutti quelli che riguardano le onde (come per esempio l’interferenza) riguardano tutte le particelle dell’atomo. Questo avrà una conseguenza diretta sulla struttura elettronica degli atomi. 80.2 Struttura dell’atomo Tanto più sono distanti dal nucleo tanto più la loro energia è grande. Assumiamo che la loro traiettoria sia circolare; visto che l’elettrone ha un comportamento ondulatorio, tale onda deve richiudersi perfettamente su se stessa, quindi la circonferenza dell’orbita deve essere un multiplo intero della lunghezza d’onda. Questo significa che solo le orbite della giusta lunghezza sono ammissibili. Di qui il concetto di livello energetico, per cui tutti gli elettroni sono disposti su ben precisi livelli energetici. Nel passare da un livello all’altro ogni elettrone cede o riceve energia. Ogni livello energetico possiede un ben determinato numero di orbitali (ce ne sono di quattro tipi: s, p, d, f) ed ogni orbitale può contenere al massimo due elettroni. 80.3 Fig. 80.2: Guarda il video youtu.be/r3SocKj-SXg 80.2.1 Il nucleo Protoni e neutroni sono raggruppati insieme a formare il nucleo dell’atomo. La sua dimensione è dell’ordine di grandezza di 10−14 metri e contiene quasi tutta la massa dell’atomo. I protoni si respingono tra loro, ma la forza forte, molto più intensa, agendo tra tutte le particelle del nucleo, le tiene insieme. La forza forte, avendo un raggio di azione ristretto, non riesce però a tenere insieme le particelle del nucleo se ci sono troppi protoni a respingersi (la forza di repulsione tra essi, sebbene più debole, agisce tra tutti i protoni del nucleo). I neutroni hanno in questo caso un ruolo importante; pur non avendo niente a che fare con la forza elettromagnetica, tenendo distanziati i protoni indeboliscono la forza di repulsione tra essi. 80.2.2 Struttura elettronica Le leggi della fisica che descrivono il movimento degli elettroni intorno al nucleo sono di gran lunga troppo complicate per essere descritte in questa scheda; ci limiteremo a coglerne solo gli aspetti essenziali. Gli elettroni ruotano intorno al nucleo. la tavola periodica degli elementi La tavola periodica raggruppa gli elementi chimici a seconda delle loro proprietà chimiche. Tali proprietà sono però conseguenza della struttura elettronica dell’atomo, quindi la tavola periodica di fatto riflette quanto scritto nel paragrafo 80.2.2. In particolare, le proprietà chimiche dipendono da quanti elettroni ci sono sull’ultimo livello energetico (quello più esterno), quindi la tavola periodica di fatto mostra la configurazione degli elettroni nell’ultima orbita. Nel dettaglio: • Ogni riga rappresenta elementi i cui elettroni estermi occupano un diverso livello energetico; idrogeno ed elio hanno gli elettroni esterni sul primo livello energetico, il carbonio ha il primo livello completo e gli altri elettroni riempiono il secondo, l’oro ha gli elettroni esterni nel sesto livello avendo già completamente riempito i primi cinque livelli energetici. • Tutti gli elementi chimici nella stessa colonna hanno nell’ultimo livello lo stesso numero di elettroni e quindi comportamenti chimici simili • L’ordine di riempimento degli orbitali è sempre lo stesso: prima l’s, poi l’f quando c’è, poi il d quando c’è, poi il p. Oltre a leggere quanto scritto, guarda anche questo video: 154 Scheda80. Modelli atomici Fig. 80.3: Guarda il video youtu.be/ZARY-1zECnk Autore: Andrea de Capoa 17 Feb 2016 Elettrizzazione Scheda 81 trarrà sempre il lato più vicino dell’oggetto inizialmente neutro, e respingerà sempre, ma più debolmente, l’altro lato. Guardate questo video per approfondire l’argomento. Elettrizzare un oggetto significa fare in modo che la sua carica elettrica complessiva non sia nulla. Gli oggetti in natura sono neutri, in quanto fatti di atomi che contengono elettroni e protoni in numero uguale. Se però diamo o togliamo ad un oggetto degli elettroni, esso non sarà più neutro ma avrà carica elettrica. Esistono tre modi per farlo: per strofinio, per contatto e per induzione. 81.1 Elettrizzazione per strofinio Fig. 81.1: Guarda il video youtu.be/nFtV2tyxsx0 Prendiamo due oggetti isolanti neutri e strofiniamoli tra loro. L’energia dovuta allo strofinio permette ad alcuni elettroni di saltare da un oggetto all’altro. Dopo questo passaggio, uno degli oggetti avrà carica positiva in quanto ha perso elettroni; l’altro oggetto avrà carica negativa in quanto ha ricevuto elettroni. La carica elettrica nei due oggetti sarà uguale in valore, ma di segno opposto. 81.2 81.3.1 Deviazione di un getto d’acqua Se avviciniamo una bacchetta elettricamente carica (ad esempio carica positivamente) ad un getto l’acqua vedremo che il getto viene deviato dal suo percorso. Elettrizzazione per contatto Prendiamo due oggetti di materiale conduttore, uno carico ed uno neutro. Quando i due oggetti sono messi a contatto gli elettroni liberi dentro di essi sono liberi di spostarsi da un oggetto all’altro. Se l’oggetto inizialmente carico era negativo, allora gli elettroni in eccesso si muovono verso l’oggetto neutro, rendendolo anch’esso carico negativamente. Se l’oggetto inizialmente carico era positivo, allora gli elettroni liberi nell’oggetto neutro, si muoveranno verso l’oggetto positivo rendendolo un po’ meno positivo, e rendendo l’oggetto neutro anch’esso positivo. Dopo l’elettrizzazione i due oggetti avranno la carica elettrica dello stesso segno. 81.3 Fig. 81.2: Guarda il video youtu.be/g9GU3XpiepM Elettrizzazione per induzione Quando avvicino un oggetto carico ad un oggetto neutro, induco nell’oggetto neutro uno spostamento degli elettroni. Gli elettroni, spostandosi nel materiale, generano in esso una distribuzione di carica non omogenea. l’oggetto, seppur complessivamente neutro, avrà un lato positivo ed un lato negativo. L’oggetto inizialmente carico at- Autore: Andrea de Capoa 155 17 Feb 2016 Effetto Punta Scheda 82 In questa scheda descriviamo l’effetto punta, cioè un fenomeno di elettrizzazione per cui la densità di carica sulla superficie di un conduttore aumenta al diminuire del raggio di curvatura di tale superficie. Visto che il campo elettrico sulla superficie di un conduttore è direttamente proporzionale alla densità di carica, al diminuire del raggio di curvatura della superficie aumenta anche il campo elettrico in prossimità della superficie. E1 r1 = E2 r2 Anche il campo elettrico in prossimità della superficie del conduttore è inversamente proporzionale al raggio di curvatura della superficie. Il fenomeno si chiama effetto punta ed è grazie a questo fenomeno che funzionano i parafulmini! Infatti in prossimità della punta del parafulmine il campo elettrico è molto intenso e la carica statica presente in atmosfera si scarica sul parafulmine con grande facilità. Costruiamoci un modello Immaginiamo di avere due sfere conduttrici cariche di raggio r1 ed r2 unite da un filo conduttore. r1 + + + + + + + + + + + + + + r2 + + + + + + + + Nella condizione di equilibrio elettrostatico avremo che i potenziali delle due sfere saranno uguali V1 = V2 Sapppamo che il potenziale di una ditribuzione di cariche su di una superficie di Q una sfera è V = 4πr , quindi Q1 Q2 = 4πr1 4πr2 Introduciamo la densità superficiale di carica σ = Q S = Q 4πr 2 ed avremo σ1 r1 σ2 r2 = Da questi conti vediamo come le densità di carica sulle due sfere siano inversamente proporzionali ai raggi delle due sfere. Consideriamo adesso il campo elettrico in prossimità delle due sfere. Sappiamo che esso dipende dalla densità superficiale di carica, per cui E = σ e quindi Autore: Andrea de Capoa 156 28 Set 2017 Sulla Circuitazione di un campo vettoriale 83.1 Scheda 83 L’energia potenziale Definizione di circuitazione L’integrale Un campo vettoriale F~ si definisce conservativo quando la circuitazione del campo lungo un qualunque percorso chiuso Γ è nulla I ~ =0 F~ · dl Z Il teorema dell’energia cinetica L’integrale Z ~ + F~ · dl Z B ~ − F~ · dl Aγ1 Z ~ =0 F~ · dl Z γ2 Z B ~ =0 F~ · dl Aγ2 B ~ = F~ · dl Aγ1 Z • γ1 ~ F~ · dl A ~ F~ · dl Z B = A ~ dV ~ = m · dl dt Z B A ~ · dV ~ = 1 mV 2 mV 2 B = A (83.2) dove Ec è detta Energia cinetica del corpo. Pertanto il lavoro della forza sul corpo, mentre questo si muove dal punto A al punto B, corrisponde ad una variazione dell’energia cinetica del corpo stesso. In questi passaggi è stato utilizzato il secondo principio della dinamica F~ = m~a ~ sia effettivamente lo spostamento infinitesimo fatto dal corpo di ed assunto che dl massa m sotto l’azione della forza F~ , per cui Quindi il risultato dell’integrale da A verso B è sempre lo stesso indipendentemente dal percorso seguito. Tale risultato deve quindi dipendere soltanto dal punto di partenza e di arrivo. Il lemma di Poincaré ci dice che deve quindi esistere una funzione U (~x) definita in ogni punto dello spazio per cui B ~ = U (A) − U (B) = −∆U F~ · dl A 83.1.1 B 1 1 = mVB2 − mVA2 = Ec (B) − Ec (A) = ∆Ec 2 2 B Aγ2 Z ~ F~ · dl è di fatto il lavoro della forza lungo un percorso dal punto A al punto B. Avremo quindi A Bγ2 Aγ1 B A Γ Z (83.1) ha le dimensioni di un’energia e la funzione U è detta Energia potenziale. Questa semplice definizione ha un’importante conseguenza. Immaginiamo un generico percorso chiuso Γ che da un punto A porti in un punto B lungo un certo tragitto γ1 e poi nuovamente in A lungo un differente tragitto γ2 . Se il campo F~ è conservativo, allora possiamo scrivere I ~ =0 F~ · dl B ~ = U (A) − U (B) = −∆U F~ · dl A Γ Z B ~ =V ~ · dt dl Un caso particolare: il campo di forze Abbiamo quindi limitato i nostri conti matematici ai soli percorsi che la particella effettivamente può percorrere sotto l’azione della forza F~ in base anche alle condizioni iniziali di posizione e velocità. Se il campo di cui stiamo parlando fosse un campo di forze, allora avremo una serie di interessanti conseguenze. 157 158 Scheda83. Sulla Circuitazione di un campo vettoriale La legge di conservazione dell’energia che di fatto è la seconda legge di Kirchoff. Unendo insieme le equazioni 83.1 e 83.2 avremo la legge di conservazione dell’energia per un corpo immerso in un campo di forze F~ conservativo. La seconda legge di Kirchoff è solo un caso particolare della legge di Faraday U (A) − U (B) = Ec (B) − Ec (A) La legge di Kirchoff viene violata ogni volta che ci sono flussi di campi magnetici variabili nel tempo, calcolati attraverso una generica superficie di cui la maglia del circuito ne è il contorno. U (A) + Ec (A) = U (B) + Ec (B) Etot (A) = Etot (B) Questo ci fa capire che una forza conservativa di fatto trasforma energia potenziale in energia cinetica, in modo tale che l’energia totale rimanga costante. 83.1.2 Un caso particolare: il campo elettrico Una delle quattro equazioni di Maxwell è ~ ~ = − dΦ(B)Ω ~ · dl E dt Γ I ~ Ω è il dove Ω è una generica superficie aperta di cui Γ ne è il contorno, e Φ(B) flusso del campo magnetico sulla superficie Ω. Questo ci dice che il campo elettrico NON è conservativo e non esiste alcuna funzione di cui esso ne è il gradiente. Dal momento che la forza elettrica differisce dal campo elettrico solo per una costante ~ ne segue che non esiste alcuna energia potenziale associata al campo di F~ = q E forze di un campo elettrico. Il campo elettrico diventa conservativo solo se il termine legato al flusso del campo magnetico è nullo ~ Ω dΦ(B) =0 dt Un circuito elettrico RLC Prendiamo in considerazione un circuito RLC con una resistenza, un condensatore ed un’induttanza ed applichiamo la legge di Faraday. Assumiamo che il filo sia un conduttore ideale con resistenza nulla. La differenza di potenziale ai capi di un generatore è ∆V0 , ai capi di una resistenza è ∆VR = R · i, ai capi di un condensatore è ∆VC = Q C . Il campo elettrico all’interno dell’induttanza è ∆VL = 0. Il risultato della circuitazione del campo elettrico lungo il percorso chiuso identificato dal filo di conduttore in accordo con la legge di Faraday deve essere −L dt . i + − Ri + −∆V0 + Ri + di Q + 0 = −L C dt Γ 0 Q C − − + L’ultimo termine non è la differenza di potenziale ai capi dell’induttanza, ma è il risultato della circuitazione del campo elettrico, che in presenza di flussi di campi magnetici variabili nel tempo, non è nulla. Un circuito elettrico e la seconda legge di Kirchoff Per un circuito puramente Ohmico, non abbiamo campi magnetici e quindi, calcolando la circuitazione del campo elettrico lungo il circuito, abbiamo Z ~ =0 ~ · dl E ∆V0 Autore: Andrea de Capoa 17 Feb 2016 Induzione Elettromagnetica Scheda 84 da rappresentare una terna sinistrorsa, e che i vettori sono tra loro perpendicolari, possiamo scrivere ∆V = −vBl Per spiegare il fenomeno dell’induzione elettromagnetica bisogna fare riferimento all’equazione di Maxwell ~ ~ = − dΦ(B)Ω ~ · dl E dt Γ Il campo elettrico non è conservativo, per cui la circuitazione del campo non è nulla. Prendiamo ad esempio un certo percorso Γ e prendiamo una qualunque superficie Ω che abbia Γ come contorno. Se attraverso Ω abbiamo un flusso del campo magnetico che cambia nel tempo, allora lungo Γ avremo un campo elettrico indotto e quindi una forza elettromotrice indotta. Pur senza la presenza di alcun generatore, è presente una differenza di potenziale. Se su tale percorso sono presenti cariche elettriche, avremo come conseguenza una corrente elettrica. Il segno meno indica che il verso della forza elettromotrice indotta è tale da generare correnti che a loro volta generano campi magnetici il cui flusso si deve opporre alla variazione del flusso del campo magnetico iniziale. I 84.1 ∆V = − (v · ∆t)Bl ∆t ∆V = − ∆V = − D.d.p indotta dal movimento di un conduttore Immaginiamo una sbarra conduttrice che si muove con velocità v all’interno di un campo magnetico costante. Gli elettroni di conduzione presenti nella sbarra subiranno una forza magnetica. Man mano che gli elettroni si accumulano ad una delle estremità della sbarra e che cariche positive si accumulano all’altra estremità della sbarra, avremo che gli elettroni risentono anche di un campo elettrico che su di essi esercita una forza opposta a quella del campo magnetico. Gli elettroni rimarranno in equilibrio quando ~ = e~v × B ~ = F~m F~e = eE Moltiplicando scalarmente per il vettore ~l indicante la lunghezza della sbarra, avremo ~ · ~l = ~v × B ~ · ~l E Consideriamo adesso il prodotto triplo a destra dell’uguale. Esso rappresenta il volume con segno individuato dai tre vettori. Dal momento che l’ordine dei vettori è tale Autore: Andrea de Capoa 159 17 Feb 2016 B∆S ∆t ∆ΦS (B) ∆t Corrente di spostamento Scheda 85 condensatore piano di capacità1 Immaginiamo di avere un percorso chiuso Gamma nello spazio che concatena un filo percorso da una corrente elettrica i. Chiamiamo Ω una qualunque superficie che abbia Γ come contorno. Supponiamo che in tale regione di spazio dia presente un campo elettrico. La circuitazione del campo magnetico lungo il percorso Γ sarà I C = 0 Il campo elettrico nel condensatore è infatti ~ ~ = µ0 i − µ0 0 dΦ(E)Ω ~ · dl B dt E= Q Q = C ·l 0 S Il flusso del campo elettrico sulla superficie Ω0 è Questa equazione ci dice che se abbiamo un flusso di campo elettrico che varia nel tempo, esso ha di fatto le caratteristiche di una corrrente elettrica. 85.1 S l Φ(E)Ω0 = Q 0 derivando adesso rispetto al tempo e ricordando che i = dQ , abbiamo dt Natura della corrente di spostamento dΦ(E)Ω0 i = dt 0 Immaginiamo due fili conduttori collegato alle due piastre di un condensatore. Se della corrente elettrica si muove su uno dei due fili, avremo un accunulo di cariche elettriche su di una piastra del condensatore e di conseguenza un accumulo di cariche elettriche opposte sull’altra piastra del condensatore. Tra le due piastre del condensatore avremo quindi un campo elettrico. Prendiamo adesso un percorso Γ circolare intorno al filo e consideriamo la superficie Ω piana da esso racchiusa. La circuitazione del campo magnetico lungo Γ sarà I ~ = µ0 i ~ · dl B da cui i − 0 dΦ(E)Ω0 =0 dt che indicheremo come i = is dove dΦ(E)Ω0 dt In ingresso nel condensatore abbiamo una corrente elettrica; in uscita da esso dobbiamo avere una corrente uguale. Dal momento che non possiamo avere un passaggio materiale di cariche elettriche, la corrernte elettrica tra le due piastre è rappresentata dalla corrente di spostamento dovuta alla variazione nel tempo del flusso del campo elettrico tra le armature del condensatore. is = 0 in quanto non c’è nessun campo elettrico intorno al filo. Considerando invece la superficie Ω0 che ha sempre come contorno Γ ma che attraversa il condensatore, allora per la circuitazione del campo magnetico avremo che nessuna corrente elettrica viene concatenata. Se l’equazione di Ampére-Maxwell non contenesse un termine legato al campo elettrico avremmo l’assurdo si avere due risultati diversi per la circuitazione lungo la stessa linea. Per la superficie Ω0 la circuitazione lungo Γ deve dare I ~ ~ = µ0 0 dΦ(E)Ω ~ · dl B dt 1 vedi Al variare della corrente elettrica nel filo, varia infatti la carica sul condensatore e varia di conseguenza il campo elettrico nel condensatore. Immaginiamo un 89.2 Autore: Andrea de Capoa 160 17 Feb 2016 Parte X Elettrotecnica 161 Corrente elettrica Scheda 86 Una corrente elettrica è definita come la quantità di carica che attraversa una certa superficie in un certo intervallo di tempo i= 86.1 ∆Q ∆t Corrente in un conduttore Applicando una differenza di potenziale agli estremi di un conduttore, vedremo scorrere in esso una corrente elettrica. Nel conduttore gli elettroni della banda di conduzione, che sono liberi di muoversi all’interno del conduttore passando da un’atomo ad un altro, si muoveranno a formare una corrente elettrica. Immaginiamo un conduttore cilindrico, come un filo. La quantità di carica che nell’unità di tempo attraversa la sezione del filo è quella contenuta nel volume di un cilindro si area di base S ed altezza ∆l = vm · ∆t dove v è la velocità media degli elettroni nel conduttore. ∆q = n · e · S · vm · ∆t dove e è la carica dell’elettrone ed n è la densità di elettroni di conduzione all’interno del conduttore. Dividendo per ∆t avremo i = n · e · S · vm vm = i n·e·S Per un conduttore di rame n = 8, 4 · 102 8 m13 attraversato da una corrente i = 1 A e della sezione S = 1 mm2 la velocità media degli elettroni è vm = 7, 4 · 10−5 Autore: Andrea de Capoa m s 17 Feb 2016 162 Leggi di Ohm 87.1 Scheda 87 R1 Prima legge di Ohm a Prendiamo una qualunque resistenza di valore R che colleghi tra loro due punti a e b; la differenza di potenziale ∆Vba = Vb − Va tra quei due punti equivale al prodotto della resistenza per l’intensità di corrente che la attraversa a + ∆V Resistenze in parallelo Due resistenze si dicono in parallelo quando ai loro estremi c’è la stessa differenza di potenziale. b R1 87.2 b resistenza complessiva risulta essere R12 = R1 + R2 87.2.2 i − R2 Fig. 87.2: Le resistenze R1 ed R2 sono in serie. La corrente che passa da R1 passa poi tutta anche da R2 . La ∆V = R · i R i Resistenze in serie e in parallelo a i1 i b R2 i2 Fig. 87.3: Le resistenze R1 ed R2 sono in parallelo. Le resistenze R1 ed R2 hanno ai loro estremi la stessa differenza di potenziale ∆V . La resistenza complessiva risulta essere calcolabile con la formula La corrente i che entra nel circuito si divide nelle due correnti i1 e i2 Fig. 87.1: Guarda il video youtu.be/6D7Uduf_Vv4 87.2.1 1 R12 = 1 R1 + 1 . R2 La resistenza complessiva si ottiene con la seguente formula 1 1 1 = + Rtot R1 R2 Resistenze in serie Due resistenze si dicono in serie quando sono attraversate dalla stessa intensità di corrente; tutta la corrente che attraversa la prima resistenza attraversa poi la seconda resistenza 87.2.3 La resistenza complessiva si ottiene sommando le resistenze tra loro Resistenze ne in serie ne in parallelo Attenzione a non credere che se due resistenze non sono in serie allora sono in parallelo o viceversa... non è vero. Nel circuito in figura 87.4 le resistenze R1 ed R2 non sono ne in serie ne in parallelo. Rtot = R1 + R2 163 164 Scheda87. Leggi di Ohm potenziale ad un altro, ed in particolare da un’energia potenziale minore verso una maggiore; chiamando ∆V la differenza di potenziale agli estremi del generatore e ∆q la quantità di carica elettrica che lo attraversa, il generatore fornisce un’energia R2 R1 ∆E = ∆q · ∆V R3 a b Dividendo entrambi i termini per il tempo ∆t avremo Fig. 87.4: Nel circuito in figura le resistenze R1 ed R2 non sono ne in serie ne in parallelo. La resistenza R2 P = è infatti in parallelo con l’insieme delle resistenze R1 ed R3 che tra loro sono in serie e che chiameremo R13 = R1 + R3 ∆E ∆q = ∆V ∆t ∆t P = ∆V · i 87.4.2 Fig. 87.5: Guarda il video youtu.be/j67PEauo2Sk 87.3 Potenza dissipata Se tra gli estremi di una resistenza abbiamo uan differenza di potenziale ∆V , abbiamo visto che la potenza a disposizione della resistenza è P = ∆V · i; ma utilizzando la legge di Ohm possiamo scrivere P = ∆V i = Ri · i Seconda legge di Ohm Un filo di materiale conduttore ha una sua resistenza. Essa dipende dal materiale, dalla sezione del filo e dalla sua lunghezza R=ρ l S dove ρ è la conducibilità elettrica del materiale, l la lunghezza del filo ed S la sua sezione. 87.4 Potenza ed effetto Joule 87.4.1 Potenza generata In un circuito elettrico l’energia fornita alle cariche elettriche dal generatore viene successivamente dissipata dalle stesse sotto forma di calore quando attraversano delle resistenze. Ogni singola carica che attraversa il generatore passa da un valore di P = Ri2 Il meccanismo con cui tale energia viene dissipata è il seguente. Gli elettroni di conduzione, muovendosi, urtamo gli ioni del reticolo cristallino del conduttore, e nell’urto gli trasferiscono dell’energia. Tale energia fa vibrare tali ioni, e questo corrisponde ad un aumento di temperatura. Autore: Andrea de Capoa 17 Feb 2016 Circuiti elettrici Ohmici Scheda 88 La stessa cosa la possiamo fare nell’altro ramo del circuito Un circuito elettrico ohmico è formato da uno o più generatori, ognuno dei quali introduce tra due punti del circuito una differenza di potenziale ed una serie di resistenze, tutti collegati tra loro da dei conduttori. La corrente elettrica si muoverà all’interno di tutto il circuito nel verso che porta dai valori di potenziale più alti verso i valori di potenziale più bassi. La legge di Ohm parla però solo di differenze di potenziale tra due punti. Per poter conoscere i valori dei potenziali in ogni singolo punto del circuito è necessario fissare un sistema di riferimento, un punto a potenziale VT = 0 V olt che chiameremo terra. 88.1 i2 = Conoscendo adesso la corrente i2 possiamo calcolarci la differenza di potenziale ∆V2 agli estremi della resistenza R2 ∆V2 = R2 · i2 Analogalmente possiamo calcolarci la differenza di potenziale ∆V3 agli estremi della resistenza R3 . Noterete che ∆V = ∆V2 + ∆V3 Per conoscere il valore del potenziale nei punti a, b e T , procediamo come segue. Il potenziale nel punto di terra vale zero per definizione VT = 0 V olt. Seguendo il ramo del generatore, vediamo che la batteria aumenta il potenziale in modo da farci scrivere Va = VT + ∆V Circuiti con un generatore Vediamo adesso come analizzare un circuito elettrico che contenga soltanto un generatore ed una serie di resistenze. Prendiamo ad esempio il circuiro in figura 88.1 e chiediamoci quanto valgono le correnti i, i1 e i2 . Per prima cosa ci calcoliamo la resistenza totale del circuito. La resistenza R1 è in parallelo con l’insieme delle resistenze R2 ed R3 che tra loro sono in serie e che chiameremo Seguendo adesso il secondo ramo possiamo scrivere R23 = R2 + R3 Vb = Va + ∆V2 In questo modo abiamo calcolato tutte le variabili del circuito. Ovviamente questo è solo un esempio... provate a ripetere gli stessi procedimenti su circuiti analoghi La resistenza totale Rtot la troveremo quindi con la formula 1 1 1 = + Rtot R1 R23 Con la resistenza totale trovo la corrente in uscita dalla batteria i= ∆V R23 ∆V Rtot 88.2 Circuiti con molti generatori e leggi di Kirchoff 88.2.1 Struttura del circuito Se nello stesso circuito ci sono due o più generatori, per analizzarlo abbiamo bisogno dei due principi di Kirchoff. Prendiamo per esempio il circuito in figura 88.2 ed osserviamone la struttura. Esso è composto da tre rami tra di loro uniti in due nodi denominati a e b. In ogni ramo è segnato il verso della corrente che vi circola. Questa struttura mi permette di suddividere il circuito in elementi chiamati nodi e maglie. I nodi sono i punti a e b, cioè i punti in cui tre o più rami si uniscono. Le maglie sono percorsi chiusi all’interno del circuito che coinvolgono due o più rami; nel circuito in La corrente i si divide in i1 ed i2 e potremo quindi scrivere che i = i1 + i2 La differenza di potenziale agli estremi della resistenza R1 è la stessa della batteria, quindi possiamo scrivere ∆V i1 = R1 165 166 Scheda88. Circuiti elettrici Ohmici Va b + ∆V2 R2 R1 R3 − i2 R1 ∆V i ∆V3 i1 R2 Vb + R3 − VT Fig. 88.1: La resistenza R1 è in parallelo con l’insieme delle resistenze R2 ed R3 che tra loro sono in serie. figura 88.2 possiamo individuare tre maglie: quella fatta dai rami 1 e 2, quella fatta dai rami 2 e 3, quella fatta dai rami 1 e 3. 88.2.2 Equazioni di maglie e nodi Per ogni nodo e per ogni maglia è possibile scrivere la corrispondente equazione. L’equazione dei nodi si ricava affermando che la somma delle correnti in ingresso è uguale alla somma delle correnti in uscita. Consideriamo il circuito di esempio in figura 88.2 Per il nodo a avremo ∆V1 ∆V3 i2 i1 i3 a Fig. 88.2: Per analizzare questo circuito sono necessari i principi di Kirchoff. zero. Per la maglia formata dai rami 1 e 2 possiamo scrivere ∆V1 − R1 i1 − R2 i2 = 0 Per la maglia formata dai rami 2 e 3 possiamo scrivere ∆R2 i2 − R3 i3 − ∆V3 = 0 Per la maglia formata dai rami 1 e 3 possiamo scrivere ∆V1 − R1 i1 − R3 i3 − ∆V3 = 0 i2 = i1 + i3 e per il nodo b avremo i1 + i3 = i2 Noterete che in questo caso le due equazioni coincidono. L’equazione delle maglie si ricava affermando che la differenza di potenziale tra un punto e lo stesso punto raggiunto dopo aver percorso una maglia, deve essere Per ottenere queste equazioni si parte da un punto a caso della maglia (per esempio il punto a) e si percorre la maglia scrivendo tutte le variazioni di potenziale incontrate fino a ritornatre nel punto di partenza. Nuovamente non tutte queste equazioni sono tra di loro indipendenti, in quanto la terza si ottiene dalla somma delle prime due. Ad ogni modo l’analisi completa del circuito si otterrà considerando tutte le equazioni tra di loro indipendenti, che in 167 Scheda88. Circuiti elettrici Ohmici questo caso saranno tre: ( 88.3 i2 = i1 + i3 ∆V1 − R1 i1 − R2 i2 = 0 ∆R2 i2 − R3 i3 − ∆V3 = 0 Videolezioni Consiglio anche la visione di questi video Fig. 88.3: Guarda il video youtu.be/g73iv9oA5i0 Autore: Andrea de Capoa Fig. 88.4: Guarda il video youtu.be/oixDUHYWmpA Fig. 88.5: Guarda il video youtu.be/Sx0OzrPgpko 17 Feb 2016 Circuiti RC 89.1 Scheda 89 R Condensatori Un condensatore è un dispositivo costituito da due piastre conduttrici separate da uno strato di isolante. Accumulando carica elettrica Q+ su una delle due piastre, si accumula carica elettrica di segno opposto Q− sull’altra. Tra le due piastre si genera quindi un campo elettrico. La differenza di potenziale tra le due piastre dipenderà dalla geometria del condensatore attraverso un parametro C detto capacità del condensatore, e dalla quantità di carica accumulata ∆V = ∆V C i(t) Q C Fig. 89.1: Un circuito RC con in serie un generatore di tensione continua, una resistenza ed un condensatore. 89.2 Condensatore piano Nelcaso che le due piastre del condensatore siano piane, separate da un dielettrico con costante dielettrica relativa r , di superficie S e distanti tra loro d, avremo che C = 0 r 89.3 −R S d i di =− dt RC di dt =− i RC Carica e scarica di un condensatore Immaginiamo di avere un circuito formato da un generatore di tensione continua ∆V , una resistenza R ed un condensatore C inizialmente scarico, tutti e tre in serie. Quando chiudiamo il circuito il condensatore comincia a caricarsi. Indichiamo con Q(t) la carica presente sul condensatore all’istante t. Indichiamo con i(t), o per brevità i la corrente che circola nel circuito all’istante t. Calcolando la circuitazione del campo elettrico, non essendoci campi magnetici nella nostra ipotesi, avremo che: ∆V − R · i − di i − =0 dt C Z i(t) i(0) 1 di =− i RC t Z dt 0 Il condendatore è inizialmente scarico per cui nel solo istante iniziale esso non influisce sul valore della corrente che dall’equazione del circuito risulra essere i(0) = ∆V R Risolvendo l’integrale avremo quindi Q =0 C Derivando rispetto al tempo avremo ln i(t) − ln i(0) = − 168 t RC 169 Scheda89. Circuiti RC ln t i(t) =− i(0) RC 1 % 0.9 0.8 t i(t) = i(0)e− RC 0.7 ed infine 0.6 0.5 ∆V − t e RC (89.1) R La quantità τ = RC è detta costante di tempo del circuito e da una stima dei tempi di carica e di scarica del condensatore. Osservando l’equazione 89.1 si vede che nell’istante iniziale comincia a circolare della corrente elettrica come se il condensatore non ci fosse. Man mano che il condensatore si carica, esso mette nel circuito una differenza di potenziale opposta a quella del generatore, che come conseguenza dinminuisce la corrente che circola nel circuito. Nel circuito smetterà di circolare corrente quando il condensatore sarà completamente carico ed avrà quindi immagazzinato tutta l’energia possibile. La carica accumulata nel condensatore si troverà i(t) = 0.4 0.3 0.2 0.1 t(τ ) 0.5 1.5 2 2.5 3 3.5 4 Fig. 89.2: Un circuito RC con in serie una resistenza ed un condensatore: in rosso la corrente che passa nel circuito durante la carica del condensatore; in blu la quantità di carica presente nel condensatore. L’asse dei tempi è indicato in unità della costante di tempo del circuito, τ . L’asse verticale è indicato in percentuale del valore massimo della randezza indicata. 89.4 ∆V − t dQ = e RC dt R 1 Energia immagazzinata in un condensatore Calcoliamoci la circuitazione del campo elettrico per il circuito in figura 89.1. Avremo ∆V − t dQ = e RC dt R ∆V − Ri − ed integrando Z Q(t) Q(0) Z ∆V − t dQ = t e RC dt R 0 per cui t Q(t) = Q(0) − V Ce− RC Per le condizioni al contorno abbiamo che il condensatore nell’istante iniziale è carico con Q(0) = V C e quindi t Q(t) = V C 1 − e− RC In modo del tutto analogo si trova la curva di scarica del condensatore. Q =0 C La potenza emessa e dissipata dai vari elementi del circuito sarà ∆V i − Ri2 − Q i=0 C La potenza formita dal generatore viene quindi in parte dissipata dalla resistenza ed in parte accumulata nel condensatore. La potenza accumulata nel condensatore è quindi dU Q dQ = Pc = dt C dt Istante dopo istante nel condensatore si accumula quindi un’energia dU = Pc dt = 1 QdQ C 170 Scheda89. Circuiti RC quindi l’energia presente nel condensatore sarà U= 1 2 Q 2C che possiamo anche scrivere come ∆V U= 89.5 1 C∆V 2 2 i(t) Energia del campo elettrico L’energia accumulata nel condensatore può anche essere scritta in funzione del campo elettrico presente 1 U = CE 2 l2 2 1 S 1 1 U = 0 E 2 l2 = 0 E 2 · S · l = 0 E 2 · Vol 2 l 2 2 La densità di energia del campo elettrico è quindi 1 dU = 0 E 2 dt 2 L’energia racchiusa nel condensatote è quindi racchiusa nel la regione di spazio in cui è presente il campo elettrico da esso generato. 89.6 C Fig. 89.3: Un circuito con un generatore di tensione alternata ed un condensatore. Deriviamo rispetto al tempo e poi dividiamo per R otteniamo 1 V0 ω cos (ωt) − i=0 R RC Per cui i = V0 Cω cos (ωt) π i = V0 Cω sin ωt + 2 Questo significa che tensione e corrente risultano sfasati; in particolare la corrente è in anticipo rispetto alla tensione di una fase φ = π2 . Chiamando reattanza la 1 quanrità Xc = ωC avremo Condensatori in corrente alternata i= Consideriamo adesso un circuito con un condensatore alimentato da un generatore di tensione alternata di frequenza ω, per cui ∆V (t) = V0 sin ωt . Ipotizziamo che la resistenza del circuito sia nulla. L’equazione del circuito è sempre ∆V (t) − Q =0 C Autore: Andrea de Capoa 17 Feb 2016 π V0 sin ωt + Xc 2 171 Scheda89. Circuiti RC 1 0.8 0.6 0.4 0.2 t(τ ) 50 100 150 200 250 300 350 −0.2 −0.4 −0.6 −0.8 −1 Fig. 89.4: Un circuito capacitivo in corrente alternata. Andamento di tensione e corrente; in blu la tensione applicata, in rosso la corrente che circola. Circuiti RL 90.1 Scheda 90 Tale campo genera un flusso Autoinduzione Φ(B) = µ0 Immaginiamo di dare tensione ad un generico circuito elettrico e di vedere in esso circolare della corrente. Questa corrente elettrica genera un campo magnetico che a sua volta genera un flusso attraverso la superficie che ha il circuito stesso come contorno. Dal momento che assumiamo che la forma del circuito elettrico sia costante, allora il flusso del campo magnetico sarà proporzionale alla corrente elettrica che lo attraversa. Per cui N2 Si l e quindi abbiamo una differenza di potenziale indotta ∆V = −µ0 N 2 di S l dt Confrontando questa equazione con la definizione di induttanza abbiamo Φ = Li Lsol = µ0 dove il parametro L è detto autoinduttanza del circuito. L è un parametro definito positivo, quindi all’aumentare della corrente avremo un flusso che aumenta nel tempo. Dal momento che il segno del flusso dipende dall’orientamento della superficie attraversata dal campo, allora il vettore superficie deve essere destrorso rispetto al verso della corrente. 90.3 N2 S l Carica e scarica di un’induttanza Immaginiamo di avere un circuito formato da un generatore di tensione continua ∆V , una resistenza R ed un’induttanza L tutti e tre in serie. Inizialmente l’interruttore è aperto e non circola corrente. Quando chiudiamo il circuito l’induttanza genera una differenza di potenziale indotta che si oppone al generatore. Indichiamo con i(t), o per brevità i la corrente che circola nel circuito all’istante t. Il valore dell’induttanza di un circuito elettrico dipende quindi dalla geometria del circuito stesso. Se la corrente nel circuito varia nel tempo, allora nel circuito ci sarà una differenza di potenziale indotta dΦ(B) di ∆Vi = − = −L dt dt R la quale sarà ovviamente orientata in verso opposto alla tensione che ha generato la corrente nel circuito. 90.2 Il solenoide ∆V Induttanza di un solenoide Per considerare casi reali, il modo più semplice di avere un grande valore di induttanza nel circuito è quello di introdurre nel circuito una bobina od un solenoide. Sappiamo infatti che quando in un solenoide (lunghezza l e numero di spire N ) scorre una corrente i, allora in esso abbiamo un campo magnetico B = µ0 L i(t) N i l Fig. 90.1: Un circuito RL con in serie un generatore di tensione continua, una resistenza ed un’induttanza. 172 173 Scheda90. Circuiti RL Carcolando la circuitazione del campo elettrico avremo che la somma di tutte le differenze di potenziale compresa anche la f.e.m. autoindotta deve essere nulla: ∆V − R · i + ∆Vai = 0 ∆V − R · i − L L di =0 dt di = ∆V − R · i dt L di = dt R VR − ·i % 0.9 0.8 0.7 Integrando avremo 0.6 Z i(t) i(0) L R di = V R −i Z t dt 0 Le condizioni al contorno ci dicono che all’istante iniziale la corrente che circola nel circuito è nulla i(0) = 0, quindi V V L ln − i(t) − ln =t − R R R da cui 1 V R − ·i(t) V R 0.5 0.4 0.3 0.2 −R Lt =e 0.1 R R 1 − i(t) = e− L t V R V · 1 − e− L t R La corrente bel circuito parte da un valore nullo per poi crescere fino al valore massimo possibile i = VR che si ha quando l’induttanza ha immagazzinato tutta L l’energia possibile. La quantità τ = è chiamata costante di tempo del circuito. R Visto che la corrente cresce esponenzialmente, bastano poche unità di τ per poter considerare l’induttanza completamente carica. In modo del tutto analogo si trova la curva di scarica dell’induttanza. t(τ ) 0.5 1 1.5 2 2.5 3 3.5 4 i(t) = Fig. 90.2: Un circuito RL con in serie una resistenza, un’induttanza ed un generatore di tensione continua: in rosso la corrente che passa nel circuito durante la carica del condensatore. L’asse dei tempi è indicato in unità della costante di tempo del circuito, τ . L’asse verticale è indicato in percentuale del valore massimo della grandezza indicata. 174 Scheda90. Circuiti RL 90.4 Energia immagazzinata nell’induttanza Consideriamo sempre il circuito in figura 90.1. L’equazione del circuito è ∆V − R · i − L di =0 dt che moltiplicando per la corrente diventa ∆V i − R · i2 − Li Induttanze in corrente alternata Consideriamo adesso un circuito con un’induttanza alimentata da un generatore di tensione alternata di frequenza ω, per cui ∆V (t) = V0 sin ωt . Ipotizziamo che la resistenza del circuito sia nulla. di =0 dt Il primo termine è la potenza erogata dal generatore. Il secondo termine indica la potenza dissipata dalla resistenza per effetto Joule. L’ultimo termine indica la potenza assorbita dall’induttanza ed è il termine che adesso ci interessa. l’energia immagazzinata nell’induttanza in un infinitesimo intervallo di tempo dt sarà dU = Li 90.5 di · dt dt ∆V L i(t) e quindi l’energia immagazzinata nell’induttanza è Fig. 90.3: Un circuito con un generatore di tensione alternata ed un’induttanza. 1 U = Li2 2 L’equazione del circuito è sempre Energia immagazzinata in un solenoide Immaginiamo di avere l’induttanza del circuito tutta causata dalla presenza di un solenoide. U= ∆V (t) − L 1 N2 2 1 2 N 2l 2 1 2 µ0 Si = µ Si = B Vol 2 l 2µ0 0 l2 2µ0 Troviamo quindi che l’energia immagazzinata nel solenoide si trova nel volume in cui è presente il campo magnetico. Questo significa cche la densità di energia del campo magnetico è dU 1 2 = B dVol 2µ0 di =0 dt V0 sin ωt = L di dt V0 sin(ωt)dt = di L Soluzione dell’equazione sarà i(t) = V0 π sin ωt − ωL 2 175 Scheda90. Circuiti RL 1 0.8 0.6 0.4 0.2 t(τ ) 50 100 150 200 250 300 350 −0.2 −0.4 −0.6 −0.8 −1 Fig. 90.4: Un circuito capacitivo in corrente alternata. Andamento di tensione e corrente; in blu la tensione applicata, in rosso la corrente che circola. Questo significa che tensione e corrente risultano sfasati; in particolare la corrente è in aritardo rispetto alla tensione di una fase φ = π2 . Chiamando reattanza la 1 quanrità Xc = ωC avremo i= Autore: Andrea de Capoa 17 Feb 2016 V0 π sin ωt − XL 2 Parte XI Relatività ristretta 176 177 Scheda90. Circuiti RL Dilatazione dei tempi ∆t0 = γ∆t Principio di costanza della velocità della luce: c = cost Trasformate di Lorentz: v t0 = γ t − 2 x c x0 = γ (x − vt) y0 = y 0 z =z Contrazione delle distanze ∆x0 = 1 ∆x γ Composizione delle velocità u0 = u−v 1 − uv c2 (nel caso unidimensionale) Invarianza di s2 e simultaneità degli eventi Teoria della relatività s2 = ∆x2 − c2 ∆t2 Principio di relatività: le leggi fisiche sono invarianti a seguito di un cambio tra sistemi di riferimento inerziali Definizione di massa inerziale: m= r m0 1− v2 c2 La massa come manifestazione di energia confinata m= E c2 Relazione tre energia, massa a riposo ed impulso di una particella E 2 = m20 c4 + p2 c2 Relatività ristretta 91.1 Scheda 91 Vediamo adesso cosa misura l’osservatore sull’astronave. Egli vede l’impulso luminoso partire dalla sua nave, e percorrere il tragitto di andata e ritorno verso la seconda nave. Egli afferma che la durata dell’evento è Postulati di partenza La teoria della relatività ristretta si basa su due principi fondamentali: 1. il principio di relatività ristretta: Le leggi fisiche hanno la stessa formulazione in tutti i sistemi di riferimento inerziali ∆t = 2d c (91.1) 2. il principio di costanza della velocità della luce: la luce ha sempre la stessa velocità in tutti i sistemi di riferimento inerziali Nei paragrafi successivi vedremo quali siano le dirette conseguenze dell’applicazione di questi due principi. Indicheremo con c la velocità della luce, con v la velocità relativa dei due sistemi di riferimento in questione, β la quantità β= v c e γ la quantità γ=r 1 1− 91.2 v2 c2 Dilatazione dei tempi Immaginiamo due astronavi nello spazio che si muovono con velocità v rispetto ad un asteroide vicino1 . le due astronavi si muovono parallelamente e in linea retta mantenendo, stando una sopra all’altra, una distanza d tra loro. Sulla prima astronave uno strumento emette un impulso luminoso verso la seconda astronave; sulla seconda astronave uno specchio riflette l’impulso luminoso e lo rimanda verso la prima astronave. Due osservatori misurano la durata del fenomeno; uno si trova dentro l’astronave che emette il segnale; l’altro si trova sull’asteroide. Entrambi gli osservatori misurano la durata del fenomeno. La durata del fenomeno che asi vuole misurare è definita come l’intervallo di tempo trascorso tra due eventi: la partenza dalla prima astronave dell’impulso luminoso e il ritorno alla stessa astronave di tale impulso luminoso. 1 Visitate Fig. 91.1: Nel sistema di riferimento dell’astronave la luce percorre due volte la distanza tra le due astronavi. il sito http://tube.geogebra.org/student/m1196931 178 179 Scheda91. Relatività ristretta v 2 02 ∆t c2 v2 ∆t02 1 − 2 = ∆t2 c L’osservatore sull’astronave può inoltre calcolare quanto dura lo stesso fenomeno per l’osservatore sull’asteroide, in moto rispetto alle due astronavi. Per il secondo osservatore l’impulso luminoso, mentre si muove tra le due astronavi, contemporaneamente si muove in avanti insieme alle due astronavi. Il percorso fatto dalla luce è adesso sicuramente più lungo, ma sappiamo anche la luce lo percorre sempre alla stessa velocità c. ∆t02 = ∆t2 + ∆t02 = 1 v2 1− 2 c ∆t0 = r ∆t2 1 v2 1− 2 c ∆t ∆t0 = γ∆t (91.3) L’intervallo di tempo ∆t è definito tempo proprio in quanto è stato misurato nel sistema di riferimento in cui i due eventi misurati avvengono nel punto in cui si trova l’osservatore. il secondo osservatore, che si trova sull’asteroide e che vede le astronavi in movimento, misura un intervallo di tempo più lungo di un fattore γ che sappiamo essere sempre maggiore di 1. Questo fenomeno è comunemente chiamato dilatazione dei tempi. 91.3 Fig. 91.2: Nel sistema di riferimento dell’asteroide la luce percorre un percorso molto più lungo che nel precedente caso. La durata del fenomeno risulterà quindi: r 2 0 ∆t = 1 d2 + v 2 ∆t02 4 c Eseguendo alcuni passaggi r 0 ∆t = 4d2 v2 + 2 ∆t02 2 c c (91.2) Contrazione delle distanze Consideriamo adesso il caso in cui si voglia misurare la distanza tra due punti A e B. Consideriamo un osservatore O0 che vede i due punti dello spazio fermi rispetto a lui, ed un secondo osservatore O che O0 vede muoversi a velocità v dal punto A al punto B. Quando l’osservatore O0 raggiunge il punto A, aziona il suo cronomretro; quando raggiunge il punto B ferma il suo cronometro. La misura della distanza tra A e B verrà eseguita attraverso una misura del tempo trascorso tra due eventi: il raggiungimento del punto A ed il raggiungimento del punto B da parte chell’osservatore O0 . Per questa persona l’intervallo di tempo misurato tra i due eventi è il tempo proprio, cioè è l’intervallo di tempo che passa tra due eventi che vengono visti accadere nello stesso luogo. La distanza da lui misurata sarà ∆S = v · ∆t 180 Scheda91. Relatività ristretta Allo stesso modo, un secondo osservatore fermo rispetto ai due punti A e B misurerà una distanza ∆S 0 = v · ∆t0 ed utilizzando le trasformate di Lorentz ∆S 0 = v · γ∆t = γ∆S Per cui ∆S 0 = γ∆S il che significa che la distanza tra i due punti misurata dalla persona ferma rispetto a tali punti è maggiore, di un fattore γ, della stessa distanza misurata dalla persona in movimento rispetto ai due punti. Questo fenomeno è comunemente chiamato contrazione delle distanze. Fig. 91.3: La distanza tra due punti viene misutara misurando quanto tempo impiega una persona a muoversi dal punto A el punto B conoscendo la sua velocità. 91.4 Da Galileo a Lorentz Il modo classico di passare da un sistema di riferimento ad un’altro è quello di utilizzare le trasformate di Galileo mostrate dalle equazioni 91.4 per un sistema in moto rispetto ad un’altro con velocità v lungo l’asse x t0 = t x0 = x − vt (91.4) y0 = y 0 z =z Queste di fatto rappresentano una traslazione dell’origine degli assi lungo l’asse del movimento. In ogni istante l’osservatore in moto vedrà gli eventi accadere in punti diversi dello spazio, ma verrà sempre preservato l’istante in cui essi accadono e la distanza spaziale tra loro. Queste trasformazioni violano il principio di costanza della velocità della luce, quindi non sono corrette. Appare infatti chiaro che la misura di intervalli di tempo e di lunghezze è in realtà profondamente influenzata dal movimento. Questo è direttamente causato dal fatto che la velocità della luce è costante in tutti i sistemi di riferimento. Il modo corretto per passare da un sistema di riferimento ad un altro è quindi quello di utilizzare le trasformate di Lorentz che rispettano il primo principio su cui si basa la teoria della relatività. Tali trasformate erano già state scritte prima del lavoro di Einstain, ma fu lui che ne comprese il profondo significato. Le trasformate di Lorentz, indicate dalle equazioni 91.5, per passare da un sistema di riferimento inerziale ad un altro che si muove con velocità v lungo l’asse x, sono: v t 0 = γ t − 2 x c x0 = γ (x − vt) (91.5) y0 = y 0 z =z Come potete vedere i valori dei tempi e delle posizioni in un sistema di riferimento dipendono sia dai tempi che dalle posizioni nell’altro sistema di riferimento. Dati due eventi, osservatori differenti misureranno sia intervalli di tempo che distanze spaziali differenti. 91.4.1 Invarianza della distanza spaziotemporale Dati due eventi A(xa ; ta ) e B(xb ; tb ) che per un certo osservatore accadono in due generici punti dello spazio ed in due generici istanti nel tempo, la quantità s2 = ∆x2 − c2 ∆t2 risulta invariante sotto l’azione delle trasformate di Lorentz. Infatti se consideriamo un secondo osservatore che vede gli stessi due eventi in punti differenti ed in istanti 181 Scheda91. Relatività ristretta differenti A(x0a ; t0a ) e B(x0b ; t0b ) avremo che 2 2 2 s0 = ∆x0 − c2 ∆t0 = 2 2 = (x0a − x0b ) − c2 (t0a − t0b ) = 2 2 = [γ (xa − vta ) − γ (xb − vtb )] − c2 γ ta − cv2 xa − γ tb − cv2 xb = 2 2 = γ 2 [(xa − xb ) − v (ta − tb )] − γ 2 c2 (ta − tb ) − cv2 (xa − xb ) = 2 2 = γ 2 [∆x − v∆t] − γ 2 c2 ∆t − cv2 ∆x h= i 2 = γ 2 ∆x2 − 2v∆x∆t + v 2 ∆t2 − γ 2 c2 ∆t2 − 2 cv2 ∆x∆t + vc4 ∆x2 = h i 2 = γ 2 ∆x2 − 2v∆x∆t + v 2 ∆t2 − γ 2 c2 ∆t2 − 2v∆x∆t + vc2 ∆x2 = h i 2 = γ 2 ∆x2 + v 2 ∆t2 − c2 ∆t2 − vc2 ∆x2 = i h 2 2 = γ 2 1 − vc2 ∆x2 − c2 1 − vc2 ∆t2 = 2 = γ 2 1 − vc2 ∆x2 − c2 ∆t2 = = ∆x2 − c2 ∆t2 = = s2 La distanza spaziotemporale è invariante per tutti gli osservatori. Possiamo adesso distinguere tre casi: • Se tale distanza è positiva, essa è definita di tipo spazio; nemmeno ciò che viaggia alla velocità della luce può passare dall’evento A all’evento B perchè la loro distanza nello spazio è maggiore del percorso che può fare la luce nell’intervallo di tempo tra i due eventi. • Se la distanza è nulla, allora è definita di tipo luce; solo ciò che viaggia alla velocità della luce può collegare i due eventi. • Se la distanza è negativa allora è definita di tipo tempo; anche oggetti dotati di massa (e che quindi viaggiano a velocità inferiori a quelle della luce) possono collegare i due eventi. Nel primo caso i due eventi non sono causalmente connessi; questo significa che nessuno dei due eventi potrà mai essere la causa di quell’altro. Osservatori diversi potranno vedere i due eventi accadere in un ordine temporale differente, senza che venga violato il principio di causa ed effetto. Nel secondo e terzo caso i due eventi sono causalmente connessi e le trasformazioni di Lorentz preservereranno l’ordine temporale degli eventi in modo da non violare il principio di causa ed effetto. Questo discorso ci fa comprendere che la velocità della luce è in realtà qualcosa di molto più profondo legato alla struttura dello spazio-tempo; essa è infatti la velocità della causalità, cioè la massima velocità a cui le infomazioni posso viaggiare attraverso lo spazio per connettere differenti eventi in un rapporto di relazione causa-effetto. Possiamo quindi descrivere la nostra realtà come un insieme di eventi ognuno dei quali accade in un certo punto dello spazio ed in un certo istante nel tempo, che, sebbene differenti per i vari osservatori, rimangono comunque tali da preservare le loro relazioni causali. 91.5 Legge di composizione delle velocità Dalle trasformate di Lorentz possiamo ricavarci la legge di composizione delle velocità. Consideriamo due osservatori, il primo O in quiete ed il secondo O0 in moto rispetto al primo con velocità v. Immaginiamo un oggetto che si muove rispetto ad O con una velocità u. Ci chiediamo a quale velocità u0 si muove l’oggetto rispetto ad O0 . Limitiamoci per semplicità al caso unidimensionale. Partendo dalle trasformate di Lorentz e differenziando avremo: dt0 = γ dt − v dx c2 dx0 = γ (dx − vdt) La velocità u0 si otterrà dividendo la seconda equazione con la prima u0 = dx0 (dx − vdt) = v dt0 dt − 2 dx c Dividendo sopra e sotto per dt (u − v) u0 = vu 1− 2 c 182 Scheda91. Relatività ristretta Con questa equazione è possibile calcolarsi la velocità con cui l’oggetto viene visto muoversi dall’osservatore O0 .2 91.6 91.6.1 Quantità di moto relativistica e principi della dinamica Ridefinendo la massa, dobbiamo ridefinire di conseguenza anche la quantità di moto ed i principi della dinamica Massa relativistica (91.6) p~ = m~v = m0 γ~v Il primo postulato della relatività impone che tutte le leggi fisiche abbiano la stessa formulazione per tutti gli osservatori inerziali. Se consideriamo per esempio la seconda legge della dinamica F~ = m · ~a, significa che un diverso osservatore inerziale, misurando una diversa forza, una diversa massa e una diversa accelerazione, deve comunque poter scrivere F~ 0 = m0 · a~0 , senza essere costretto a cambiare la formulazione della legge fisica. La legge in esempio, però, invariante solo per le trasformazioni di Galileo, che di fatto non coinvolgono ne la massa dei corpi ne la loro accelerazione, ma non per le trasformazioni di Lorentz. Per risolvere questo problema, e rendere tale formula invariante sotto le trasformate di Lorentz, la soluzione è quella di ridefinire la massa dei corpi nel seguente modo m= r m0 v2 1− 2 c Per quanto riguarda i tre principi della dinamica, il secondo verrà riscritto in termini di variazione dell’impulso nel tempo, mentre il terzo viene sostituito con la legge di conservazione dell’impulso. ~ = cost F~ = 0 ⇔ V d~ p (91.7) F~ = dt ∆~ p=0 91.6.2 Energia cinetica relativistica Per il teorema dell’energia cinetica avremo che il lavoro per portare un corpo dal punto A al punto B è: = γm0 B Z ~= F~ · dS L= A La quantità m0 è la massa invariante del corpo, quella misurata nel sistema di riferimento in cui è in quiete. il che dimostra che il fotone viene visto viaggiare alla stessa velocità anche da parte di O0 . d~ p ~ · dS = dt B Z B d~ p· A B A Z B L = m0 v 2 dγ + m0 Z A γ~v d~v 1 v 2 = c2 1 − 2 γ v dv = c2 B A Adesso, utilizzando la formula che definisce γ: da cui ~ dS dt d(γ~v ) · ~v A avremo che Z d(γm0~v ) · ~v = m0 L= a titolo di esempio che O0 e l’oggetto in questione si muovano, visti da O, uno contro l’altro con velocità v = 0, 1c e u = −0.1c. Otterremo che Significa che O0 vede l’oggetto venirgli addosso ad una velocità che è un po’ meno della somma Galileiana delle due velocità. Se poi supponiamo che l’oggetto sia un fotone che si dirige verso O0 e che quindi viaggi a velocità u = −c, avremo che (−c − v) = −c u0 = 1 + vc c2 B A Z 2 Immaginiamo (−0, 1c − 0, 1c) = −0, 19802c u0 = 2 1 + 0,01c c2 Z 1 dγ γ3 183 Scheda91. Relatività ristretta L = m0 c2 Z B A 1 1− 2 γ dγ + m0 c2 Z B A Se in una certa regione di spazio è localizzata dell’energia, allora noi percepiamo la presenza di tale energia come massa. In generale questo è vero non solo nel caso dell’energia cinetica, ma per qualunque forma di energia. 1 dγ γ2 L = m0 c2 (γB − γA ) 91.6.4 Relazione tra energia ed impulso Per il teorema dell’energia cinetica il lavoro di una forza esterna corrisponde alla variazione di energia cinetica del corpo, per cui Con semplici passaggi, dividendo tra loro l’equazione 91.6 e 91.8, e riutilizzando la definizione di γ si ottiene la relazione L = m0 γB c2 − m0 γA c2 = ∆Ec E 2 = p2 c2 + m20 c4 Consideriamo il caso di un oggetto inizialmente fermo; avremo che vA = 0 allora γA = 1. Innfatti (91.9) p2 = m2 γ 2 v 2 0 E 2 = m2 γ 2 c4 0 2 Ec = m0 c2 (γ − 1) Questa è l’espressione per l’energia cinetica di un corpo; quando il corpo è fermo la sua energia cinetica è nulla esattamente come nel caso classico, ma l’espressione di questa grandezza differisce dal caso classico. 91.6.3 Energia totale relativistica Abbiamo visto dai conti precedenti che l’energia cinetica di una particella risulta essere pari alla differenza tra due termini, il primo identificabile con l’energia totale della particella in movimento, il secondo identificabile con l’energia della particella a riposo. L’energia totale associata ad una certa particella con massa a riposo m0 sarà quindi E = mc2 (91.8) Questa equazione ci dice che la massa di una particella e la sua energia sono due quantità equivalenti. La massa è il modo in cui si manifesta l’energia localizzata in una certa regione di spazio. da cui, moltiplicando la prima per c , si ottiene p2 c2 = m2 γ 2 v 2 c2 0 E 2 = m2 γ 2 c4 0 e quindi, sottraendo la prima dalla seconda, abbiamo E 2 − p2 c2 = m20 γ 2 c2 c2 − v 2 2 c2 − v 2 2 2 2 2c E − p c = m0 2 1 − vc2 2 c2 − v 2 2 2 2 2c E − p c = m0 1 2 2 c2 (c − v ) E 2 − p2 c2 = m20 c4 Da cui abbiamo l’equazione 91.9. Questa equazione mette in relazione, per ogni particella, la sua energia ed il suo impulso. E’ di particolare interesse applicare tale equazione alla luce che ha massa a riposo nulla. Questa equazione ci dice che la luce ha comunque impulso in quanto ha energia. Dal momento che la luce ha impulso, fenomeni come la riflessione della luce implicano una variazione dell’impulso nel tempo e quindi una forza. La luce che si riflette su di uno specchio o che viene assorbita da un corpo nero, esercita su di esso una forza. 184 Autore: Andrea de Capoa Scheda91. Relatività ristretta 17 Feb 2016 Parte XII Meccanica quantistica 185 Radiazione di corpo nero Scheda 92 Cosa vuol dire nero? 92.1 Noi vediamo un oggetto solo quando la luce lo illumina e la luce da esso diffusa arriva ai nostri occhi. Se un oggetto assorbe tutte le frequanze luminose tranne il rosso, allora diciamo che quell’oggetto è di colore rosso, in quanto la luce che arriva ai nostri occhi è rossa. Se un oggetto diffonde tutte le frequanze luminose, allora noi diciamo che quell’oggetto è bianco. Un oggetto è nero quando assorbe tutta la radiazione luminosa incidente su di essoa . a L’esempio che ho fatto parla di luce visibile solo per utilizzare concetti comunemente noti nella vita quotidiana, ma il concetto deve essere in realtà inteso come esteso all’intero spettro elettromagnetico. 92.2 Emissione di corpo nero 92.2.1 Spettro della radiazione Consideriamo un corpo nero ad una determinata temperatura costante. Se esso assorbe radiazione luminosa, deve necessariamente riemettere la stessa quantità di energia per poter mantenere la temperatura costante. L’emissione di energia avviene tramite emissione di radiazione elettromagnetica secondo uno spettro di lunghezze d’onda di equazione ben determinato. R(λ, T ) = 92.2.2 Fig. 92.1: L’andamento delle curve di Planck per il corpo nero. In ascissa la lunghezza d’onda, in ordinata l’intensità della radiazione. con σ detta costante di Stefan-Boltzmann 1 2hc2 hc λ5 e λKT −1 σ= Legge di Stefan-Boltzmann 92.2.3 2K 4 π 5 15c2 h3 Legge di Wien La potenza totale emessa dal corpo nero è proporzionale alla quarta potenza della temperatura. Tanto più il corpo è caldo, tanta più energia emette, ogni secondo, sotto forma di radiazione elettromagnetica. Se adesso guardiamo per quale valore di lunghezza d’onda avviene la massima emissione di energia avremo che P = σT 4 T λmax = b 186 187 Scheda92. Radiazione di corpo nero con b detta costante dello spostamento di Wien b = 2.8977685(51) · 10−3 mK 92.3 La spiegazione del fenomeno La teoria classica dell’elettromagnetismo non è in grado di dare una spiegazione alla radiazione di corpo nero. Come si vede in figura 92.1, la curva corrrispondente alla previsione classica è completamente differente dalla spiegazione, in accordo con i dati sperimentali, data da Plank. Per ottenere il corretto spettro della radiazione, Max Plank ipotizzò che la radiazione elettromagnetica potesse essere emessa ed assorbita dal corpo nero, unicamente in quanti di energia il cui valore era dipendente dalla frequenza della radiazione E = hν dove E è l’energia del singolo quanto di radiazione, ν è la sua frequenza e h è la costante di Plank h = 6, 62606957(29) · 10−34 J · s Autore: Andrea de Capoa 17 Mag 2016 Effetto fotoelettrico 93.1 Scheda 93 Il fenomeno 93.2 Considerazioni sul fenomeno La spiegazione di questo fenomeno è possibile solo attraverso l’ipotesi dell’esistenza del fotone, la particella associata alla radiazione elettromegnetica di energia dipendente dalla frequenza. Nell’ipotesi classica di un’onda elettromagnetica non quantizzata, tale fenomeno non sarebbe spiegabile. Mandando un’onda elettromagnetica contro un materiale (tipicamente un metallo), è possibile estrarre da esso un elettrone. L’energia dell’elettrone emesso dipenderà dal tipo di materiale e dalla frequenza della radiazione elettromagnetica incidente. La luce è fatta di particelle chiamate fotoni; l’energia del singolo fotone è Eγ = hν come ipotizzato da Max Plank nella spiegazione dello spettro di radiazione del corpo nero. Detta ψ l’energia di legame dell’elettrone all’interno del materiale, l’energia cinetica dell’elettrone emesso sarà Ecin = hν − ψ Questa formula ci dice che l’energia dell’elettrone emesso non dipende dall’intensità dell’onda elettromagnetica incidente; se la frequenza dell’onda incidente non è tale per cui il singolo fotone sia in grado di estrarre l’elettrone, allora tale elettrone non può essere estratto, indipendentemente dalla quantità totale di energia incidente. Ogni elettrone può assorbile un singolo fotone; se quel singolo fotone ha sufficiente energia, allora l’elettrone viene estratto, altrimenti no. Aumentando l’intensità dell’onda elettromagnetica, si aumenta ilnumero di fotoni incidenti sul metallo, non l’energia del singolo fotone che è invece determinata dalla sola frequenza dell’onda. Fig. 93.1: L’energia cinetica dell’elettrone emesso da una lamina di zinco in funzione della frequenza dlla luce incidente. Per frequenze al di sotto di un certa frequenza di soglia, l’elettrone non viene emesso. Se adesso scriviamo l’energia di legame dell’elettrone nella forma ψ = hν0 definiamo la frequenza di soglia ν0 olytre la quale una radiazione luminosa è in grado di estrarre un elettrone da un determinato materiale. L’energia cinetica dell’elettrone emesso risulta quindi Ecin = h (ν − ν0 ) Autore: Andrea de Capoa 188 26 Mag 2016 Modelli Atomici 94.1 Scheda 94 verificò che tali raggi erano costituiti sempre dalle stesse particelle, identificate con l’elettrone, indipendentemente dal metallo da cui venivano estratte. Thomson ne dedusse che tali particelle dovevano essere quindi costituenti di base degli atomi di qualunque sostanza. Modello atomico di Democrito La prima ipotesi dell’esistenza degli atomi fu formulata da Democrito nell’antica Grecia semplicemente immaginando un oggetto indivisibile. La stessa parola a-tomo significa non-divisibile. Tale modello era più che altro un’ipotesi e non la conseguenza di una ricerca scientifica, in quanto a quei tempi non esistevano le capacità tecniche per fare una tale ricerca. Dovranno passare molti secoli Fig. 94.1: Un atomo nel prima che le conoscenze tecnologiche possano essere tamodello di Democrito li da indagare sulla struttura della materia a dimensioni dell’ordine di grandezza del nanometro. 94.2 Modello atomico di Thomson 94.2.1 Struttura 94.3 L’esperimento di Rutherford ha permesso di capire che la quasi totalità della massa dell’atomo è contenuta in un volume estremamente piccolo al centro del volume occupato dall’atomo. Il modello atomico proposto da Rutherford descrive l’atomo in analogia ad un piccolo sistema planetario nel quale gli elettroni negativi ruotano intorno ad un nucleo centrale positivo. Le dimensioni del diametro di tale nucleo sono state stimate essere minori di circa un fattore 104 . Il modello atomico di Thomson descrive l’atomo come una sfera carica positivamente con all’interno un certo numero di elettroni carichi negativamente. Questo tipo di modello è stato definito modello a panettone in analogia con un panettone nel quale l’uvetta all’interno rappresenta gli elettroni nell’atomo. Tutta la massa dell’atomo è uniformemente distribuiFig. 94.2: Un atomo nel modello ta sul volume occupato; questo ha come conseguendi Thomson za che la densità dell’atomo sia relativamente bassa. Esperimenti successivi dimostreranno che questa previsione del modello è falsa. 94.2.2 Modello atomico di Rutherford 94.3.1 Fig. 94.3: Un atomo nel modello di Rutherford Esperimento di Rutherford La scoperta dell’esistenza di un nucleo all’interno dell’atomo che contiene quasi tutta la massa dell’atomo stesso ed ha un diametro diecimila volte minore di quello dell’atomo, è stata ottenuta con l’esperimento di Rutherford. Ruterford mandò delle particelle α contro una sottile lamina d’oro. Tali particelle , formate da due protoni e due neutroni, hanno un diametro diecimila volte più piccolo di quello di un atomo ed una massa pari a quella dell’atomo di elio. Cosa ci si aspettava di vedere? Credendo che l’atomo fosse una sfera tutta piena di materia, la sua densità risultava molto bassa; visto che le particelle alpha sono molto piccole e molto dense lo avrebbero attraversato in linea retta senza essere deviate (un po’ come sparare un proiettile di fucile contro un cuscino di piume). Quello che però accadde è che alcune particelle venivano deviate, mentre altre addirittura tornavano indietro. L’unica spiegazione possibile è che la massa dell’atomo non sia uniforme- Formulazione del modello Thomson fornulò il suo modello studiando i raggi catodici, flussi di particelle cariche estratte da metalli sottoposti all’azione di forti differenze di potenziale. Thomson 189 190 Scheda94. Modelli Atomici mente distribuita al suo interno, ma concentrata in un nucleo molto piccolo al suo interno. Vi consiglio di guardare i seguenti video per capire meglio ed approfondire l’argomento. Fig. 94.4: Guarda il video youtu.be/5pZj0u_XMbc Fig. 94.5: Guarda il video youtu.be/s4rTK3MkmE8 Fig. 94.6: Guarda il video youtu.be/jaqujJOFsRA 94.3.2 Problematiche aperte In un tale modello atomico rimangono però aperte due problematiche: la prima riguardo alla stabilità degli atomi stessi, la seconda relativa agli spettri di assorbimento ed emissione degli atomi. Vediamole adesso nel dettaglio tali problematiche. Esse verranno poi superate con il modello atomico di Bohr. • Un elettrone che orbita intorno ad un nucleo sta ovviamente subendo un’accelerazione centripeta. Ne consegue che deve emettere energia sotto forma di radiazione elettromagnetica detta radiazione di sincrotrone. La conseguente perdita di energia porterebbe l’elettrone su orbite con raggi sempre minori, fino a collassare sul nucleo. Il fatto stesso che la materia come la conosciamo è stabile, implica che gli atomi di cui è costituita siano stabili. • Un elettrone che cambia il livello orbitale su cui orbita, emette energia sotto forma di onde elettromagnetiche. Nel modello di Rutherford ogni possibile orbita ed ogni possibile livellpo energetico sono ammessi, e di conseguenza gli elettroni sono in grado di assorbire ed emettere radiazione di ogni possibile frequenza. Gli spettri di emissione ed assorbimento degli atomi, invece, mostrano chiaramente che la luce è assorbita ed emessa con spettri a righe, ad indicare che solo ed unicamente fotoni di fissata energia possono essere assorbiti od emessi. 191 94.4 Scheda94. Modelli Atomici Modello atomico di Bohr Il modello atomico di Bohr introduce nel modello dell’atomo il concetto di dualismo onda-corpuscolo, in particolare introducendo la quantizzazione del momento angolare dell’elettrone su di orbite circolari centrate nel nucleo. Questo dava spiegazione sia della stabilità degli atomi, sia degli spettri di emissione ed assorbimento degli stessi, superando i problemi ancora irrisolti dal modello di Rutherford. Per una trattazione più approfondita vedi la scheda 95 Autore: Andrea de Capoa 17 Giu 2017 Fig. 94.7: Un atomo nel modello di Bohr Modello atomico di Bohr 95.1 Scheda 95 2. L’elettrone dovremme essere in grado di assorbire ed emettere radiazione elettromagnetica di qualunque frequenza. Dal momento che il raggio dell’orbita dell’elettrone nel modello di Rutherford può assumere qualunque valore in modo continuo, allora esso può avere qualunque valore di energia e quindi, nel passare da un’orbita ad un’altra può assorbire ed emettere radiazione elettromegnetica di qualunque energia. Mappa della scheda Utilizza questa mappa per studiare questa scheda. I contenuti spiegati nelle varie sezioni sono qui organizzati allo scopo di rendere più agevole lo studio. Quantizzazione del momento angolare Orbite circolari Entrambe queste previsioni risultano false. E’ ovvio che le orbite degli elettroni non collassano sui nuclei, perchè altrimenti la materia come la conosciamo non esisterebbe. E’ ovvio dall’analisi degli spettri di emissione ed assorbimento degli atomi che gli elettroni all’interno degli atomi possono scambiare energia soltanto in modo discreto. Modello atomico di Bohr Calcolo del raggio dell’orbita 95.3 Il modello atomico di Bohr 1. ipotizza che gli elettroni occupino orbite circolari intorno al nucleo Calcolo dell’energia dell’orbita Spiegazione degli spettri atomici 95.2 L’idea di base 2. introduce il dualismo onda-corpuscolo associando ad un elettrone di impulso p~ una lunghezza d’onda λ = hp Spiegazione della stabilità degli atomi Dal momento che l’elettrone ha un comportamento ondulatorio, allora per evitare che l’elettrone faccia interferenza distruttiva con se stesso è necessario che, lungo l’orbita, l’onda dell’elettrone si richiuda perfettamente su se stessa. Nella figura 95.1 è mostrato graficamente il significato di tale relazione. Matematicmente questo comporta che Problematiche sul modello di Rutherford Il modello atomico di Rutherford, sebbene sia stato un passo in avanti significativo rispetto al modello di Thomson, presenta due problemi non trascurabili. 2πr = nλ 1. L’elettrone dovrebbe collassare sul nucleo. L’elettrone che ruota intorno al nucleo è una carica accelerata e come tale emette radiazione di sincrotrone. Perdendo energia, la sua orbita deve avvicinarsi sempre più al nucleo fino a collassare su di esso. con n∈N (95.1) Sostituendo la lunghezza d’onda associata all’elettrone in questa relazione otteniamo h h 2πr = n cioè 2πr = n p mV 192 193 Scheda95. Modello atomico di Bohr gi. Cominciamo con l’affermare che, essendo l’orbita circolare, la forza centripeta necessaria è data dalla forza di Coulomb tra l’elettrone ed il nucleo e− n=5 m V2 Ze2 =K 2 rn rn da cui n 2 ~2 KZe2 = mrn3 rn2 P+ e− n=6 n2 ~2 n 2 ~2 = KZme2 KZme2 Il raggio dell’orbita è quindi quantizzato secondo il numero quantico n ∈ N Analogalmente anche l’energia dell’elettrone risulta quantizzata. L’energia dell’elettrone è data dalla somma della sua energia cinetica e dell’energia potenziale elettrostatica. Per cui 1 Ze2 En = mV 2 − K 2 rn rn = En = Ze2 n 2 ~2 −K 2 2mrn rn Sostituendo il valore del raggio dell’orbita avremo Fig. 95.1: In nero due orbite ammesse nel modello di Bohr nei casi con n = 5 ed n = 6; in rosso un’orbita intermedia non ammessa. da cui V = En = En = nh n~ = 2πmr mr o analogalmente nh = n~ 2π Quest’ultima relazione mostra in modo esplicito, per orbite circolari, come l’equazione 95.1 implichi la quantizzazione del momento angolare dell’elettrone. Avendo assunto che le orbite degli elettroni siano circolari, e considerando un elettrone che ruota intorno ad un nucleo con numero atomico Z, il raggio dell’orbita dell’elettrone, corrispondente all’intero n, sarà ottenibile con i seguenti passag- n2 ~2 4π 2 K 2 Z 2 m2 e4 Ze2 KZme2 − K 8mπ 2 n4 ~4 n 2 ~2 K 2 Z 2 me4 Z 2 e4 K 2 m − 2n2 ~2 n2 ~2 En = − mV r = Autore: Andrea de Capoa 17 Mag 2016 K 2 Z 2 me4 1 · 2 2~2 n Introduzione alla fisica moderna Scheda 96 Un percorso che dalla Grecia di duemila anni fa ci porta alla scoperta della struttura di base di cui è fatta tutta la materia del nostro universo. Un secondo passo importante fu fatto da Democrito, il quale ipotizzò che tutta la materia fosse fatta da elementi costituenti indivisibili, che chiamò atomi. Più che una ricerca scientifica, quella di democrito fu un’ipotesi che a quei tempi non c’era modo di verificare sperimentalmente. Quest’idea rimase comunque valida per molti secoli; gli alchimisti prima ed i chimici successivamente, studiarono le Fig. 96.2: Democrito caratteristiche dei vari elementi chimici e dei loro composti, identificando in essi gli atomi di democrito. 96.1 Poche semplici domande • Come mai il vapore aqueo, l’acqua del mare ed il ghiaccio hanno proprietà tanto differenti? in fondo sono tutti e tre fatti di sola acqua! • Come mai i diamanti di un anello e la grafite della mina di una matita hanno proprietà tanto differenti se sono fatte tutte e due dello stesso elemento, il carbonio? • Cos’è il fuoco? • Perchè nel mondo vediamo che esistono centinaia di migliaia di sostanze differenti? • Perchè attraverso l’aria posso muovermi ma non posso attraversare un muro? Tutte queste sono domande la cui risposta può essere data solo se studiamo com’è fatta la materia nei suoi costituenti di base. Studiando le particelle elementari di cui è fatta tutta la materia, e studiando il modo con cui esse interagiscono, possiamo capire il comportamento della materia intorno a noi. 96.2 Empedocle e Democrito Il primo tentativo di spiegare in modo semplice la moltitudine di sistanze presenti in natura fu fatto da Empedocle ai tempi della Grecia antica. Egli identificò nei quattro elementi acqua, acqua, terra e fuoco gli elementi costituenti Fig. 96.1: Empedocle di ogni cosa. Non era un’idea tanto assurda, visto che ha identificato proprio quattro degli stati in cui si può trovare la materia: liquido, gas, solido e plasma. Fig. 96.3: I quattro elementi 194 195 96.3 Scheda96. Introduzione alla fisica moderna gallio e ed il germanio; ma permise anche di prevederne le proprietà chimiche prima ancora della loro scoperta. Newton Fu Isaac Newton che per primo formalizzò i principi della dinamica e con la formulazione della legge di gravitazione universale F =G M ·m r2 diede una descrizione per quel tempo molto accurata della forza di gravità. La forza di gravità che fa cadere gli oggetti sulla Terra non era, in linea di principio la stessa Fig. 96.4: Newton forza che fa muovere i pianeti intorno al Sole. Newton per primo dimostrò invece il contrario ed unificò la descrizione della forza di gravità sulla Terra con la descrizione della forza di attrazione tra corpi celesti, riportando entrambe alla stessa natura: la forza gravitazionale. La tavola periodica rappresentava gli elementi chimici rappresentando in colonna gli elementi con proprietà chimiche analoghe; percorrendo le colonne dall’alto verso il basso si ottenevano elementi sempre più massivi e sempre più instabili. Contando inoltre gli elementi sulla proma riga essi sono 2 = 2 · 1; sulla seconda e sulla terza sono 8 = 2 · (1 + 3); sulla quarta e sulla quinta sono 18 = 2 · (1 + 3 + 5); sulla sesta e sulla settima sono 32 = 2 · (1 + 3 + 5 + 7). Il fatto che gli elementi fossero organizzabili in una struttura ordinata che rispecchiava analogie nelle caratteristiche chimiche e fisiche e ricorrenze matimatiche ben definite, fece supporre che doveva esserci una qualche struttura interna che desse ragione di tali analogie. Ulteriori progressi nella descrizione della forza grafitazionale saranno poi fatti con Albert Einstain e la sua teroia della relatività generale. 96.4 Mendeleev Lo studio della chimica e delle differenti reazioni chimiche che potevano avvenire tra differenti composti, ha permesso di sviluppare l’idea di Democrito, ed identificare poco più di 100 differenti elementi chimici. Attraverso la loro combinazione potevano essere spiegate le caratteristiche di tutte le sostanze chimiche conosciute. Fu Mendeleev che nel 1869 propose di rappresentare tutti gli elementi chimici in uno schema ordinato che adesso chiamiamo tavola periodica degli elementi. La rappresentazione di tutti gli elementi conosciuti in tale schema non solo permise di prevedere la scoperta di tre elementi chimici al tempo sconosciuti, quali lo scandio, il Fig. 96.6: Tavola periodica Fig. 96.5: Mendeleev 196 96.5 Scheda96. Introduzione alla fisica moderna Rutherford L’esperimento di Ruterford per la prima volta dimostrò l’esistenza di una struttura interna agli atomi. Utilizzando particelle α, le cui dimensioni sono diecimila volte minori di quelle degli atomi, potè indagare la struttura interna degli atomi. Nonostante il nome dato da Democrito, l’atomo non era più indivisibile, ma aveva una struttura interna. Con le informazioni di Rutherford e le informazioni sui decadimenti radioattivi, fu breve il passo per arrivare a comFig. 96.7: Rutherford prendere che la totalità degli elementi chimici è spiegabile utilizzando unicamente tre paticelle: protoni, neutroni ed elettroni. A questo punto tutta la materia era descritta da queste tre particelle e da due forze: la forza di gravità e l’elettromagnetismo. 96.6 Nuove particelle La capacità di costruire le prime camere a nebbia permise la possibilità di osservare i raggi cosmici e questo fu il primo passo che portò alla scoperta del positrone, del muone e di molte altre particelle. Queste particelle lasciavano una traccia all’interno del rivelatore; dall’analisi di quella traccia era possibile risalire ai valori di carica elettrica e di massa, e quindi all’identificazione della particella. Fig. 96.8: La scoperta del positrone, la prima particella di antimateria osservata. Non solo sempre nuove particelle venicano scoperte, ma si osservavano anche i loro decadimenti. Le particelle ad un certo punto della loro vita, decadono lasciando il posto ad altre particelle. La scoperta di nuove particelle, dei loro decadimenti, dell’antimateria, e di tutta una serie di fenomeni legati alle particelle, ha portato i ficisi ad approfondire la ricerca tramite la costruzione degli acceleratori di particelle. prima dell’era degli acceleratori, la fonte primaria di particelle erano i raggi cosmici. All’aumentare delle energie richieste, i raggi cosmici sono sempre più rari, ed era quindi necessario poter produrre le particelle in modo controllato nei laboratori. Lo scopo degli acceleratori era quello di produrre nuove particelle, creandone la massa a partire dall’energia cinetica data alle particelle iniziali, secondo l’equazione E = mc2 . La conseguenza dell’utilizzo degli acceleratori è stata la scoperta di letteralmente centinaia di nuove particelle, anch’esse soggette a regole ed analogie esattamente come succedeva per gli elementi chimici. Risultava quindi evidente che un nuovo livello di semplificazione doveva essere raggiunto. 197 Scheda96. Introduzione alla fisica moderna menti mostrarono come la luce si comportasse, a seconda dei vari casi, a volte come un’onda ed a volte come una particella. Questa fu una delle scoperte che portarono alla formulazione della meccanica quantistica, nella quale le particelle erano descritte da funzioni di probabilità di misurare, se osservate, determinate caratteristiche. Allo stesso modo, come la luce, che è ovviamente un fenomeno ondulatorio, mostra comprtamenti di particella, analogalmente le particelle mostrano comportamenti di onda. Fu il fisico Louis de Broglie che associò ad ogni particella una lunghezza d’onda legata all’impulso della particella ed alla costante di Plank λ= 96.8 Fig. 96.9: La scoperta della particella 96.7 Ω− Il dualismo onda-corpuscolo Fig. 96.10: La radiazione di corpo nero Nei primi anni del novecendo lo studio della radiazione di corpo nero da parte di Heisemberg, lo studio dell’effetto Compton da parte del fisico A. H. Compton, e lo studio dell’effetto fotoelettrico da parte di Albert Einstain, furono la base della meccanica quantistica, la quale descriveva i fenomeni naturali in un modo completamente differente da quanto precedentemente fatto fino ad allora con la meccanica Newtoniana. In particolare questi tre esperi- h p l’ipotesi dei quark Nel 1964 Murray Gell-Mann e George Zweig ipotizzarono che tutte le particelle potessero essere descritte come combinazioni di tre sole particelle fondamentali che chiamarono quark. All’aumentare delle energie degli acceleratori, si disponeva quindi di particelle di lunghezza d’onda sempre minore e quindi in grado di indagare Fig. 96.12: Un la struttura interna dei protoni, analogalmente a quanto fece Ruprotone therford con gli atomi. Gli esperimenti evidenziarono all’interno del protone una struttura composta da tre particelle. Le tre particelle sono estremamente legate tra loro, tanto che per separale l’energia necessaria sarebbe tale da creare nuova materia prima ancora che le particelle si separino. 96.9 Le forze come scambio di particelle La scoperta della natura corpuscolare della luce ed il collegamento della luce con l’elettromagnetismo apre le porte alla formulazione di una descrizione dell’elettromagnetismo come una interazione che avviene a causa dello scambio di un fotone tra due cariche elettriche. L’idea che un’interazione sia di fatto lo scambio di una particella, si ripropone anche per le altre interazione fondametali. La forza elettromagnetica è descritta dallo scambio di un fotone; l’interazione debole, causa dei de- 198 Scheda96. Introduzione alla fisica moderna la cui individuazione, nel 2012, ha permesso di avere la prima verifica sperimentale della teoria di Higgs. 1 st standard matter 12 fermions (+12 anti-fermions) increasing mass → ±1 1 91.2 GeV W± Z 1/2 1 1 5 bosons (+1 opposite charge W ) Fig. 96.15: Il modello Standard con il bosone di Higgs. gravitational force (mass) 80.4 GeV 0 weak nuclear force (weak isospin) γ photon 1/2 ντ τ neutrino 1 −1 < 18.2 MeV 1/2 H Higgs electromagnetic force (charge) tau r 1.777 GeV lo g gluon 1/2 strong nuclear force (color) co µ neutrino bottom τ 1/2 νµ 1/2 −1/3 /B −1 < 190 keV νe spin G R/ muon 4.7 GeV 1/2 outside standard model 125.1 GeV charge colors mass b 1/2 µ 1/2 /B 105.7 MeV −1 G s strange R/ −1/3 1/2 2/3 top /B Peter 95 MeV G R/ Per descrivere anche la massa delle particelle, Peter Higgs nel 1964 avanzò l’ipotesi dell’esistenza di un campo scalare che pervade tutto l’universo e con il quale le particelle interagiscono. La differente massa delle varie particelle sarebbe la conseguenza di come queste interagiscono con il campo di Higgs. Come per tutti i campi, al campo di Higgs corrisponde un bosone Higgs /B Fig. 96.14: G Tutta la materia e tre delle quattro interazioni fondamentali sono spiegate da sedici particelle. Quello che ancora non veniva spiegato era la massa delle singole particelle. Il modello standard descrive infatti tutte le particelle come puntiformi senza coinvolgere la loro massa. −1/3 /B 6 leptons (+6 anti-leptons) Il modello standard e il bosone di Higgs 1/2 < 2 eV e neutrino 96.10 charm e electron 173.2 GeV Goldstone bosons generation force carriers t 1/2 d 511 keV cadimenti, è mediata dai bosoni W ± e Z0 ; l’interazione forte è mediata da particelle chiamate gluoni. Queste particelle, insieme a quelle costituenti della materia, entrano in un’unica teoria delle particelle chiamata Modello standard. c G R/ 4.8 MeV 2/3 R/ up down Fig. 96.13: un’interazione tra particelle consiste in uno scambio di un bosone /B G 6 quarks (+6 anti-quarks) u 3 rd unstable matter 1.28 GeV 2/3 R/ 2.3 MeV 2nd graviton 199 96.11 Scheda96. Introduzione alla fisica moderna 96.12 Sviluppi futuri Se adesso guardiamo la struttura dello schema del modello standard, troviamo delle analogie con quanto già succedeva nella tavola periodica. Le GUT Nel modello standard manca la descrizione quantistica dell’interazione gravitazionale. Il motivo è che rispetto alle tre precedenti, l’interazione gravitazionale è estremamente debole e mal si concilia con le precedenti. Inoltre, l’attuale descrizione della forza di gravità, data dalla teoria della relatività generale di Einstain, non prevede alcun tipo di quantizzazione. Probabilmente la descrizione quantistica della forza di gravità avviene ad energie ancora troppo grandi per i nostri acceleratori e non possiamo ancora esplorare tale fenomeno. Muovendosi dall’alto verso il basso nello schema del modello standard otteniamo particelle dalle differenti caratteristiche; metre muovendosi in orizzontale sullo schema le particelle hanno caratteristiche simili (come per esempio la carica elettrica o il numero barionico). Muovendoci in orizzontale, inoltre, il modello standard prevede particelle sempre più massive e sempre più instabili. Fig. 96.16: Struttura della materia, dai com- Nella tavola periodica questo avveniva in modo simile, per cui muovendosi in orizzontale sullo schema si avevano colonne di elementi chimici con propriètà chimiche analoghe, mentre muovendosi sullo schema dall’alto verso il basso si ottenevano elementi sempre più massivi e sempre più instabili. posti, agli atomi, alle particelle, ai quark, alle stringhe. Per questo motivo molti fisici avanzano l’ipotesi che esista un nuovo livello di semplificazione che descriva tutte le particelle del modello standard utilizzando un numero minore di elementi. Di qui l’ipotesi dell’esistenza di particelle fondamentali dette prioni o teorie delle stringhe che descrivono ogni particella come divers stati di oscilazione di oggetti chiamati stringhe. Tutte queste sono belle idee, ma non esiste ancora alcuna indicazione sperimentale della loro veridicità. Fig. 96.17: Il modello GUT di grande unificazione 96.13 L’oscillazione dei neutrini Di tutte le particelle del modello standard i neutrini giocano un ruolo particolarmente importante. Sono particelle che interagiscono molto poco con la materia, basti pensare che la stragrande maggioranza di loro attraversa in mostro pianeta senza minimamente interagire con esso. Non conosciamo il valore della loro massa, in 200 Scheda96. Introduzione alla fisica moderna quanto questa è tanto piccola da essere paragonabile agli errori di misura dei nostri strumenti. Sappiamo però che essi hanno una massa in quanto si è visto che essi cambiano sapore quando viaggiano per lunghe distanze. 96.14 Nascita ed evoluzione dell’universo In un fascio composto interamente da neutrini del muone νµ dopo un certo periodo di tempo è possibile trovare neutrini ντ della particella τ . Per vedere questo i ricercatori del CERN hanno prodotto fasci di Fig. 96.18: Il decadimento del pione muoni utilizzando il decadimento di pioni. Il fascio di neutrini è stato prodotto in modo tale da essere diretto esattamente verso i laboratori INFN del Gran-Sasso dove è stato possibile rilevarli. Al Gran-Sasso hanno osservato diverso neutrini ντ all’interno del fascio di neutrini νµ provenienti dal CERN. Fig. 96.20: Storia dell’universo: da wikipedia: Una rappresentazione grafica dell’espansione dell’universo, in cui due dimensioni spaziali non sono rappresentate. Le sezioni circolari della figura rappresentano le configurazioni spaziali in ogni istante del tempo cosmologico. La variazione di curvatura rappresenta l’accelerazione dell’espansione, iniziata a metà dell’espansione e tuttora in corso. L’epoca inflazionaria è contraddistinta dalla rapidissima espansione della dimensione spaziale sulla sinistra. La rappresentazione della radiazione cosmica di fondo come una superficie, e non come un cerchio, è un aspetto grafico privo di significato fisico. Analogamente in questo diagramma le stelle dovrebbero essere rappresentate come linee e non come punti. Fig. 96.19: Il percorso dei neutrini dal CERN al Gran Sasso Lo studio delle particelle elementari ci ha permesso di comprendere i meccanismi di funzionamento delle stelle, dalla loro fomazione ed evoluzione fino alla loro morte; gli stessi principi ci hanno permesso di avere un modello dell’evoluzione dell’universo dai primi istanti di vita fino ai giorni nostri. L’osservazione delle galassie lontane ha infatti permesso di determinare che tutte le galassie si stanno all’ntanando 201 Scheda96. Introduzione alla fisica moderna da noi con una velocità proporzionale alla loro distanza da noi. Questo fatto è stato interpretato come un’espansione dell’universo stesso, piuttosto che un movimento delle galassie all’interno dell’universo. Questa espansione, ripercorsa indietro nel tempo, ci porta ad una contrazione dell’universo fino alle dimensioni di un punto singolare. nel fare questo percorso al contrario nel tempo, le conoscenze ottenute in laboratorio ci hanno permesso di comprendere ciò che accadde in passato fino al tempo t = 10−32 s. Ciò che accadde prima è ancora fuori dalla nostra portata. a perdersi nello spazio. In modo analogo per il nostro universo, la presenza di massa determina la presenza di energia potenziale gravitazionale e quindi la tendenza a rallentare l’espandsione; la presenza di energia cinetica determina invece la tendenza ad aumentare il ritmo dell’espansione. Per determinare il futuro del nostro universo è determinante sapere quanta massa e quanta energia ci siano dentro di esso. 96.15 La materia oscura Lo studio della rotazione delle stelle intorno alle galassie è concettualmente piuttosto semplice. Il movimento delle stelle intorno al nucleo della galassia è un moto circolare la cui forza centripeta è data dall’attrazione gravitazionale tra le stelle della galassia stessa. Fig. 96.21: Mappa della radiazione cosmica di fondo. Ciò che accadrà invece nel futuro è molto più incerto. L’universo potrebbe espandersi all’infinito raffreddandosi sempre di più; potrebbe invece espandersi asintoticamente stabilizzandosi verso un determinato valore del suo volume, o riprendere a contrarsi verso una sorta di BigBang al contrario. Un fatto cruciale per determinare quale sarà l’evoluzione del nostro universo, è determinare quanta massa e quanta energia siano presenti. In un’analogia con il lancio di un satellite intorno alla Terra, se l’energia potenziale gravitazionale del satellite predomina sull’energia cinetica dello stesso, allora il satellite è destinato a ricadere sulla superficie. Se l’energia cinetica è superiore all’energia potenziale gravitazionale, allora il satellite è destinato Fig. 96.22: velocità di rotazione delle stelle intorno alla galassia M33. 202 Osservando quindi la luce proveniente dalle stelle è quindi possibile conoscere la loro posizione e la loro velocità, ed è quindi possibile predire il loro movimento intorno al centro della galassia. I dati sperimentali però sono in netta contraddizione con le previsioni teoriche. Dai dati risulta evidente che c’è molta più massa presente nella galassia di quanta siamo effettivamente di grado di vedere. Si stima che la materia visibile nel nostro universo è poi solo il 5% del totale. Il restante viene chiamato materia oscura. Determinare la natura della materia oscura, oltre che farci progredire nella conoscenza del nostro universo , può darci informazioni sull’evoluzione futura dello stesso, nonchè aprire nuove finestre sulle leggi di fisica fondamentali. Scheda96. Introduzione alla fisica moderna Il CERN Scheda 97 Una breve descrizione dell’acceleratore più grande del mondo 97.1 Un concetto basilare Una delle formule più famose della storia della fisica è E = mc2 che stabilisce un semplice principio: l’equivalenza tra massa ed energia. 97.2 Perchè accelerare le particelle? Fig. 97.1: Schema di accelerazione lineare Molte delle particelle che studiamo nel modello standard hanno masse molto grandi. Per poterle creare e di conseguenza studiere, dovremo partire da energie molto grandi. Per questo motivo prendiamo delle particelle e gli forniamo energia cinetica. 97.3 97.4 Come avvengono le collisioni? Per avere un numero di collisini sufficiente a generare un numero significativo di eventi, è necessario far collidere un numero molto alto di particelle. Come accelero una particella? In un esperimento a bersaglio fisso le particelle sono raggruppate in fascio che va ad incidere contro un bersaglio fisso. Molta dell’energia è racchiusa nel centro di massa e non può essere utilizzata nell’esperimento. In un esperimento di tipo collider, due fasci vengono fatti scontrare uno contro l’altro; l’energia del centro di massa è nulla e tutta l’energia può essere utilizzata per creare nuova materia. L’accelerazione di una particella avviene in quanto essa viene immersa in un campo elettrico. Negli acceleratori lineari è sufficiente questo, ma per raggiungere energie sempre più alte avrei bisogno di acceleratori sempre più lunghi. Il passaggio agli acceleratori circolari permette di accelerare le particelle ad ogni loro giro; è sufficiente vincolarli a muoversi su di un percorso circolare immergendoli in un campo magnetico. 97.5 L’accelerazione di un fascio di particelle è però complicata dal fatto che le particelle non hanno tutte la stessa identica velocità, e mentre le accelerano non rimengono necessariamente insieme. Ecco perchè all’interno del fascio particelle diverse devono essere accelerate in modo differente per poter rimanere impacchettate nel fascio. Cosa misuro quando rilevo una particella? Rivelare una particella che vive pochi miliardesi mi secondo e poi decade, significa rivelare i prodotti del suo decadimento. Dall’analisi dei prodotti possiamo capire le caratteristiche della particella iniziale. 203 204 Scheda97. Il CERN 97.6 L’analisi dei dati L’analisi dei dati consiste principalmente nel verificare l’esistenza di un picco nel numero di eventi che presentano un determinato schema nel numero e nel tipo di particelle del decadimento. Fig. 97.2: Schema del rivelatore CMS 97.5.1 Prima fase: tracking La prima fase della rivelazione delle particelle consiste nel sapere con precisione la loro carica elettrica e il loro impulso. Il modo di ottenere queste informazioni è quello di osservare il percorso che queste particelle fanno immerse in un campo magnetico. 97.5.2 Seconda fase: I calorimetri Diversi stadi di calorimetri misurano infine l’energia totale delle particelle. Alcuni calorimetri sono specifici per i protoni; altri per gli adroni carichi o neutri; altri per gli elettroni; altri per i fotoni. A seconda di quale rivelatore registra l’energia della particella ho quindi anche informazione su quale sia la particella. Fig. 97.3: Analisi del numero di eventi che presentano un decadimento in µ+ µ− Fig. 97.4: Decadimento di un tauone 205 Scheda97. Il CERN Fig. 97.5: Traccia di un decadimento che ha generato due muoni 206 Scheda97. Il CERN Fig. 97.6: La creazione del bosone di Higgs, a seconda del tipo di decadimento analizzato. Parte XIII Laboratorio 207 Mappe sull’attività di laboratorio Tipologie di errori statistici sistematici Propagazione degli errori Errori di misura Propagazione gaussiana P ∂y 2 2 2 σy = i ∂x σxi i assoluti relativi Ea Er = M is Tecniche di misura Misure cumulate T = Tnn Ea = Ea−n n Autore: Andrea de Capoa Scheda 98 6 Apr 2017 208 Misure ripetute T = Tmedio min Ea = Tmax −T 2 Somma di grandezze Ea+ = Ea1 + Ea2 Prodotto di grandezze Er· = Er1 + Er2 Errori di misura Scheda 99 Vedi anche il video: 23, 2 mm < d < 23, 3 mm d = 23, 25 mm ± 0, 05 mm Cos’è cambiato? Utilizzando uno strumento molto migliore, è stato possibile eseguire la misura con un livello di incertezza assoluta molto minore. Se con il righello potevo solo guardare i millimetri e non potevo dire nulla al di sotto del millimetro, con il calibro posso fare affermazioni anche al livello del ventesimo di millimetro. La misura precedente non è sbagliata, semplicemente è più incerta: le due misure, infatti, sebbene diano valori differenti, sono in realtà in perfetto accordo. Fig. 99.1: Guarda il video youtu.be/x15bIfYlhys 99.1 Il valore della misura e l’errore assoluto Prendiamo un righello e misuriamo il diametro di una moneta da 1 euro. Come potete vedere in figura 99.2, si può solo affermare che il diametro d vale un numero compreso tra 23 mm e 24 mm, visto che il bordo della moneta è posto tra le due stanghette corrispondenti a tali misure. 99.1.1 Cifre significative In tutte le misure precedenti sono state scritte un numero di cifre dopo la virgola in base al valore dell’errore assoluto sulla misura. Se l’errore assoluto riguardava la prima cifra dopo la virgola, allora la misura è stata scritta con una sola cifra dopo la virgola. Se l’errore assoluto riguardasse la terza cifra dopo la virgola, allora la misura deve essere scritta con tre cifre dopo la virgola anche se queste cifre sono degli zeri. Per cui sono corrette le seguenti misure: 23 mm < d < 24 mm Utilizzando un semplice righello noi non possiamo dire nulla di più preciso. Il risultato finale della nostra misura sarà (99.2) L = 8, 34 m ± 0, 02 m L = 8, 345 m ± 0, 002 m Fig. 99.2: Misura del diametro di una moneta L = 8, 3450 m ± 0, 0002 m utilizzando un righello. d = 23, 5 mm ± 0, 5 mm In questo modo soltanto l’ultima cifra dopo la virgola è incerta, mentre tutte le altre sono esatte. Scrivendo ogni misura in questo modo possiamo introdurre il concetto di cifre significative. Il numero di cifre significative in una misura è pari al numero di cifre del numero con esclusione degli zeri che si trovano davanti alla prima cifra non nulla. Le seguenti misure hanno rispettivamente tre, quattro e cinque cifre significative. Ovviamente se cambiassimo unità di misura non cambierebbe il numero di cifre significative della misura. (99.1) La grandezza 23, 5 mm è il valore della misura; la grandezza 0, 5 mm è detta errore assoluto sulla misura. Entrambe hanno la loro unità di misura. Se adesso ripetiamo la stessa misura utilizzando uno strumendo migliore, come per esempio un calibro ventesimale, il valore della misura del diametro della stessa moneta risulta essere 209 210 Scheda99. Errori di misura M = 8, 34 kg ± 0, 02 kg M = 8, 340 kg ± 0, 002 kg M = 0, 083450 kg ± 0, 000002 kg 99.1.2 Errori di misura Se prima abbiamo visto che ad ogni misura va associata un’incertezza a seconda di come è fatto lo strumento di misura, introduciamo adesso altri due fattori che influiscono in modo molto significativo sul risultato della misura. Essi sono detti errore statistico ed errore sistematico. Errore sistematico L’errore sistematico è un errore dovuto alla qualità degli stumenti utilizzati o al metodo di misura seguito. Generalmente questo tipo di errore è sempre per eccesso o per difetto. Immaginate di pesarvi su di una bilancia che inizialmente non ha la lancetta che punta bene sullo zero, ma, senza che voi siate saliti, segna un kilogrammo; risulta evidente che chiunque salga su quella bilancia misura la sua massa ottenendo un valore di un kilogrammo più grande del valore corretto. Analogalmente se utilizzate un righello senza preoccuparvi di far coincidere lo zero con l’inizio del segmento da misurare, otterrete nuovamente un valore non corretto. Se misurate un intervallo di tempo con un cronometro che ritarda, otterrete un valore inferiore rispetto al valore corretto. Per loro natura tali errori sono in linea di principio riconoscibili ed è possibile correggerli; in tal caso non creano problemi alla misura. Spesso però non è facile individuare la presenza di un errore sistematico, richiando quindi di non cancellarlo ed ottenere misure non corrette. Errori sistematici possono essere anche dovuti al metodo di misura utilizzato. Immaginiamo di misurare la profondità di un pozzo misurando in quanto tempo un sasso, lasciato cadere nel pozzo, raggiunge il fondo dello stesso. Per farlo faremo partire il cronometro quando lasciamo cadere il sasso, e fermiamo il cronometro quando sentiamo il rumore del sasso che tocca il fondo. L’intervallo di tempo che intendevamo misurare è quello che impiega il sasso a cadere; quello che effettivamente abbiamo misurato è però un po’ più lungo, in quanto il suono dell’impatto del sasso impiega un certo tempo ad arrivare al nostro orecchio. Errore accidentale In un processo di misura, anche ammettendo di aver corretto tutti gli errori sistematici, esistono tutta una serie di fattori che non sono sotto il nostro diretto controllo. Se immaginiamo di misurare la durata del rosso ad un semaforo con un cronometro, scopriremo che, ripetendo la misura molte volte, non otteniamo sempre lo stesso valore, ma otteniamo invece misure che oscillano tra un minimo ed un massimo che distano tra loro qualche decimo di secondo. Perchè? Scegliendo un cronometro con una sensibilità di un centesimo di secondo, ed ammettendo che il circuito elettronico che regola la temporizzazione del semaforo abbia anch’esso incertezze dell’ordine del centesimo di secondo, la fonte di un tale errore deve essere cercata nel metodo di misura. Quando facciamo partire il cronometro e quando lo fermiamo noi introduciamo un errore dovuto alla prontezza dei nostri riflessi; nell’azionare il cronometro, a volte lo facciamo troppo presto, a volte troppo tardi, quindi ogni volta otteniamo valori differenti, sbagliati per eccesso o per difetto, anche misurando sempre la stessa cosa. Per questo motivo il tipo di errore che facciamo lo chiamiamo errore accidentale. Per sua natura l’errore statistico è meno problematico dell’errore sistematico, sebbene esso non possa essere cancellato o corretto, è però più facilmente riconoscibile e può essere facilmente ridotto, anche se non può mai essere cancellato. 99.1.3 Misure ripetute Stabilito che ripetendo tante volte la stessa misura ci si aspetta di ottenere sempre risultati leggermente differenti, in accordo con quanto indicato dall’errore assoluto, cosa possiamo affermare riguardo al risultato della misura dopo un certo numero di prove effettuate? Per rispodendere a questa domanda cominciamo col considerare che è ragionevole pensare che gli errori accidentali capitino con eguale probabilità sia per difetto che per eccesso. Ci si aspetta quindi che due o più errori accidentali, sommati tra loro, tenderanno statisticamente a cancellarsi. La questione si risolve quindi affermando che il valore della misura corrisponde al valor medio delle misure effettuate. Per cui, su un numero n di misure xi avremo 211 Scheda99. Errori di misura x1 + x2 + x3 + ... + xn Xm = n In questo modo gli errori accidentali tenderanno a cancellarsi tra loro permettendomi di trovare il valore cercato. Dobbiamo adesso stimare quale sia l’errore assoluto da assegnare alla misura così ricavata. Una prima stima la si può ottenere valutando la differenza tra la maggiore e la minore delle misure effettuate per cui xmax − xmin Ea = 2 99.1.4 Precisione ed errore relativo Definiamo la precisione della misura utilizzando l’errore relativo della misura, definito come il rapporto tra l’errore assoluto ed il valore della misura. Ea M isura che nel caso delle misure 99.1 e 99.2 diventa Er = Er1 = Er2 0, 5 mm ' 0, 0213 = 2, 13% 23, 5 mm 0, 05 mm = ' 0, 00215 = 0, 215% 23, 25 mm da cui risulta evidente che la seconda misura è molto più precisa. Notate che l’errore relativo non ha una unità di misura, quindi è possibile confrontare la precisione di misure fatte su grandezze fisiche non omogenee. Per esempio se scriviamole seguenti due misure M = 1, 3 kg ± 0, 1 kg d = 23, 5 mm ± 0, 5 mm calcolandone gli errori relativi avremo ErM = 0, 1 kg ' 0, 077 = 7, 7% 1, 3 kg 0, 5 mm ' 0, 0213 = 2, 13% 23, 5 mm da cui si vede facilmente che la misura più precisa è quella del diametro della moneta. Non importa se le due misure siano una di massa e l’altra di lunghezza: i due errori relativi sono omogenei e possono essere confrontati. Erd = 99.1.5 Valutazione dell’errore su misure indirette Immaginiamo di avere un oggetto di forma rettangolare e di misurare con un righello la base e l’altezza di quel rettangolo. Immaginiamo che le due misure siano le seguenti: h = 150 cm ± 3 cm; Er = 2% b = 200 cm ± 6 cm; Er = 3% Il semiperimetro del rettangolo si calcola sommando le due misure e sommando gli errori assoluti sulle misure. p = 350 cm ± 9 cm L’errore assoluto sulla somma o sulla differenza di misure è pari alla somma degli errori assoluti sulla misura. Il perimetro del rettangolo si calcola moltiplicando per 2 il valore del semiperimetro 2p = 700 cm ± 18 cm L’errore assoluto sul prodotto di un numero per una misura è pari al prodotto di tale numero per l’errore assoluto sulla misura. L’area del rettangolo si calcola moltiplicando le due misure e sommando gli errori relativi sulle misure. Ovviamente è necessario calcolare prima l’errore relativo e poi quello assoluto. A = 30000 cm2 ± 1500 cm2 ; Er = 5% L’errore relativo sul prodotto o sulla divisione di misure è pari alla somma degli errori relativi sulle misure. 212 Autore: Andrea de Capoa Scheda99. Errori di misura 17 Feb 2016 Distribuzione Gaussiana Scheda 100 Cosa succede se facciamo tante misure ripetute della stessa grandezza fisica? Sicuramente non otterremo mai lo stesso valore; possiamo comunque chiederci se i valori che otteniamo saranno molto vicini al valore corretto della misura, oppure possiamo chiederci quanto sia probabile ottenere un valore distante dal valore corretto pur avendo eseguito bene l’esperimento. Per rispondere a queste domande dobbiamo innanzi tutto mettere su di un grafico i risultati di uno stesso esperimento eseguito un numero molto alto di volte. In questa scheda mostriamo i risultati di un esperimento nel quale abbiamo misurato il valore del periodo di oscillazione di un pendolo un numero molto alto di volte. 100.1 T 3,0 3,1 3,2 3,3 3,4 3,5 3,6 3,7 3,8 3,9 La distribuzione Gaussiana n◦ 0 0 0 0 0 0 2 18 35 87 T 4,0 4,1 4,2 4,3 4,4 4,5 4,6 4,7 4,8 4,9 n◦ 144 244 357 468 498 556 534 420 350 219 T 5,0 5,1 5,2 5,3 5,4 5,5 5,6 5,7 5,8 5,9 n◦ 151 65 39 8 3 0 0 0 0 0 Tabella 100.1: Dati sperimentali raccolti in classi dell’ampiezza di 0, 1 s. Per ogni valore riportato dal cronometro, nella seconda colonna della tabella viene riportato il numero di volte che tale valore è stato visto comparire sul cronometro. In totale sono state fatte 4213 misure. La media delle misure viene Tmed = 4, 5 s; la varianza delle misure vale σT = 0, 3 s Immaginiamo di eseguire un numero molto alto di volte la misura del tempo di oscillazione di un pendolo. Come sappiamo non otteremo sempre lo stesso valore; nella tabella 100.1 sono riportati i valori ottenuti misurando il periodo di oscillazione dello stesso pendolo per 4213 volte. Come potete osservare la maggior parte delle volte il valore ottenuto si avvicina molto alla media, e solo poche volte si ottengono valori molto diversi dal valore media. Possiamo dire che tanto più un valore è distante dal valore atteso, tanto meno è probabile che tale valore venga ottenuto in una misura. Se mostriamo i dati su di un grafico, dove sulle ascisse mettiamo il valore misurato e sulle ordinate il numero di volte che tale valore è stato ottenuto, vediamo che il disegno che otteniamo ha una forma a campana che ha una funzione matematica ben precisa ed è chiamata gaussiana. La curva gaussiana è definita da due parametri: il valore medio e la varianza. Il valore medio altro non è se non la media di tutti i dati sperimentali ottenuti; la varianza è un parametro legato a quanto la curva si allarga e quindi a quanto i dati risultano lontani dal valore medio. Per la gaussiana di questo esperimento avremo che 100.2 Il risultato della singola misura Chiediamoci: se noi eseguissimo un’altra misura, quale valore ci attendiamo che venga? Sicuramente potrebbe venire un qualunque valore, ma sarà più probabile che venga un valore vicino al valore medio, e sarà meno probabile che venga un valore distante dal valore medio. Data la curva gaussiana che è stata ottenuta a seguito dei dati dell’esperimento, avremo che il valore della misura ed il corrispondente errore assoluto dovranno essere scritti nel seguente modo: T = 4, 5 s ± 0, 3 s Tmed = 4, 5 s che considerando le caratteristiche della curva gaussiana significa: ho il 68, 3% di probabilità che la prossima misura venga compresa tra un minimo di 4, 2 s ed un massimo di 4, 8 s σT = 0, 3 s 213 214 Scheda100. Distribuzione Gaussiana Se non sono soddisfatto della mia affermazione e voglio dire qualcosa di più sicuro anche se meno preciso allora posso raddoppiare l’errore assoluto e dire Autore: Andrea de Capoa 17 Feb 2016 T = 4, 5 s ± 0, 6 s che considerando le caratteristiche della curva gaussiana significa: ho il 95, 5% di probabilità che la prossima misura venga compresa tra un minimo di 3, 9 s ed un massimo di 5, 1 s Se non sono soddisfatto della mia affermazione e voglio dire qualcosa di ancora più sicuro anche se molto meno preciso allora posso triplicare l’errore assoluto e dire T = 4, 5 s ± 0, 9 s che considerando le caratteristiche della curva gaussiana significa: ho il 99, 7% di probabilità che la prossima misura venga compresa tra un minimo di 3, 6 s ed un massimo di 5, 4 s Anche in quest’ultimo caso ci sarà comunque la possibilità per quanto piccola, che la prossima misura venga al di fuori dell’intervallo atteso. 100.3 Il risultato delle misure ripetute Il discorso fatto fin’ora riguarda il risultato ottenuto ripentendo una singola misura. Le considerazioni fatte e le previsioni scritte riguardno quindi cosa succederebbe se ripetessimo la singola misura. Se però vogliamo rispondere alla domanda: "quanto vale il periodo di oscillazione di quel pendolo?" allora ci stiamo riferendo al valore della media di quelle misure. Il nostro set di dati contiene 4213 misure; è intuitivo immaginare che un secondo set di 4213 dati, sebbene i dati possano essere molto differenti, produrrà comunque un valor medio estremamente vicino a quello precedente. Se il risultato di una singola misura di T ha incertezza σT allora il risultato del calcolo della media T di N misure ha incertezza σT = √σTN 0,3 s Nel nostro esempio σT = √4213=0,0046 cioè circa 65 volte minore. s Il vantaggio nel ripetere tante volte una misura consiste quindi nel diminuire l’incertezza sulla media di tutte le singole misure. 600 n 500 400 300 200 100 T 3.5 4 4.5 5 5.5 6 Fig. 100.1: Rappresentazione dei dati sperimentali: essi si distribuiscono con la forma di una gaussiana. Esperimenti di calorimetria 101.1 101.1.1 Scheda 101 Misura del coefficiente di dilatazione termica lineare Er−∆l = 1 ◦C = 0, 042 = 4, 2% 24 ◦ C 5 ◦C = 0, 067 = 6, 7% Er−Tf = 75 ◦ C Calcoliamo adesso la variazione di temperatura della sbarra Er−Ti = Apparato sperimentale Per questa misura disponiamo di: • Una sbarra cava di alluminio ∆T = Tf − Ti = 51◦ C • Un bollitore per produrre vapore acqueo Ea−∆T = 1◦ C + 5◦ C = 6◦ C 6◦ C = 0, 118 = 11, 8% 51◦ C Possiamo adesso calcolare il coefficiente di dilatazione lineare • Un termometro Er−∆T = • Un comparatore (precisione 0, 01 mm; portata 10 mm λ= • Un tubo in gomma Con il bollitore produciamo vapore acqueo e, utilizzando il tubo in gomma, lo facciamo passare all’interno della sbarra cava. Il vapore scalderà la sbarra che, come conseguenza, si allungherà. Con il termometro misuriamo prima la temperatura iniziale della sbarra (coincidente con la temperatura dell’ambiente), e successivamente la temperatura dell’acqua calda in uscita dalla sbarra; con il comparatore misuriamo l’allungamento della sbarra. Assumiamo che la temperatura della sbarra riscaldata sia uguale alla temperatura dell’acqua che esce dalla sbarra. 101.1.2 0, 01 mm = 0, 015 = 1, 5% 0, 67 mm ∆l 1 = 26, 3 · 10−6 li ∆T K Er−λ = 0, 2% + 1, 5% + 11, 8% = 13, 5% 1 K I conti relativi alle righe successive della tabella sono del tutto analoghi. Ea−λ = λ · Er−λ = 3, 6 · 10−6 101.1.3 Conclusioni Abbiamo misurato il coefficiente di dilatazione lineare dell’alluminio ottenendo un valore compatibile con quello riportato nelle tabelle ufficiali. Dati sperimentali e loro elaborazione In tabella 101.1 sono mostrati scritti in nero i dati sperimentali presi in laboratorio. Scritti in blu sono i valori delle varie grandezze fisiche calcolati a partire dai dati sperimentali. Consideriamo la prima riga della tabella dei dati. Cominciamo con il calcolare gli errori relativi di tutte le misure. Er−li = 1 mm = 0, 002 = 0, 2% 500 mm Autore: Andrea de Capoa 215 17 Feb 2016 216 Scheda101. Esperimenti di calorimetria n◦ 1 li [mm] 500 ± 1 Er−li [mm] 0, 2% Ti [ C] 24 ± 1 ◦ Er−Ti [◦ C] 4, 2% Tf [ C] 75 ± 5 ◦ Er−Tf [◦ C] 6, 7% ∆l [mm] 0, 67 ± 0, 01 Er−δl [mm] 1, 5% ∆T [◦ C] 51 ± 6 Er−δT [◦ C] 11, 8% λ 1 [K ] −6 26, 3 · 10 ± 3, 6 · 10−6 Er−lambda 1 [K ] 13, 5% Tabella 101.1: Dati sperimentali: li è la lunghezza iniziale della sbarra; Ti è la temperatura iniziale della sbarra; Tf è la temperatura finale della sbarra; ∆l è l’allungamento della sbarra. Con questi dati abbiamo calcolato la variazione di temperatura della sbarra ∆T ed il coefficiente di dilatazione lineare λ. Esperimenti di meccanica 102.1 Verifica del secondo principio della dinamica 102.1.1 Apparato sperimentale Scheda 102 Questo dato andrà confrontato con il valore misurato utilizzando la rotaia senza attrito. La rotaia misura i due istanti di tempo ta e tb nei quali il carrello attraversa la loro posizione. Per cui, per passare dalla posizione del primo sensore alla posizione del secondo sensore il carrello impiega un periodo di tempo Per questa misura disponiamo di: • Una rotaia senza attrito ∆t = tb − ta • Un carrello che scorra sulla rotaia tirato da un pesino in caduta. Chiameremo M la massa del carrello e m la massa del pesino Possiamo inoltre misurare la velocità del carrello negli istanti nei quali raggiunge la posizione dei sensori l Va = ∆ta • Due sensori a fotocellula ed un multitimer (misuratore di tempi ed intervalli di tempo sulla base dei segnali dei sensori Vb = Il pesino, cadendo, tira il carrello. Il carrello con una linguetta di metallo lunga l = 4 cm = 0, 04 m aziona il sensore; il multitimer registra l’istante nel quale il sensore viene azionato e l’intervallo di tempo che impiega la linguetta del carrello ad azionare il sensore. Il carrello ha quindi fatto uno spostamento lungo l nel tempo ∆t misurato dallo strumento. 102.1.2 Con questi dati siamo in grado di misurare l’accelerazione effettivamente avuta dal carrello ∆V amisurata = ∆t I due valori di accelerazione ottenuti dovranno essere in accordo, altrimenti la legge è falsa. Scopo e svolgimento Lo scopo dell’esperienza è verificare la correttezza del secondo principio della dinamica: Ftot = mtot · a 102.1.3 Dati sperimentali e loro elaborazione In tabella 102.1 sono mostrati scritti in nero i dati sperimentali presi in laboratorio. Scritti in tabella 102.2 sono i valori delle varie grandezze fisiche calcolati a partire dai dati sperimentali. Consideriamo la prima riga della tabella dei dati. La massa totale del sistema vale Mtot = M + m = 392 g ± 1 g; Er = 0, 3% Per fare questo prima di tutto calcoliamo l’accelerazione che dovrebbe avere il carrello considerando la precedente legge. Dal momento che usiamo una rotaia sulla quale il carrello può viaggiare con un attrito trascurabile, non terremo conto delle forze di attrito. L’unica forza che agisce lungo la linea del moto del carrello è la forza di gravità sul pesino Fg = mg. il sistema in movimento è però costituito dal pesino e dal carrello, entrambi che si muovono con la stessa accelerazione, per cui Adesso possiamo calcolarci l’accelerazione attesa del sistema aattesa = Fg = (M + m) · a aattesa = l ∆tb m m m g = 0, 625 2 ± 0, 002 2 ; Er = 0, 3% M +m s s Adesso ci possiamo calcolare l’accelerazione effettivamente misurata dallo strumento. Cominciamo con l’intervallo di tempo impiegato dal carrello per andare da m ·g M +m 217 218 Scheda102. Esperimenti di meccanica un sensore all’altro ∆t = tb − ta = 0, 606 s ± 0, 002; Er = 0, 3% Le velocità a cui andava il carrello nei punti in cui sono stati posizionati i sensori sono l = 0, 526 s ± 0, 007 s; Er = 1, 3% Va = ∆ta Vb = l = 0, 909 s ± 0, 021 s; Er = 2, 3% ∆tb Quindi la variazione di velocità è stata ∆V = Vb − Va = 0, 383 m m ± 0, 028 ; Er = 7, 2% s s Siamo adesso in grado di calcolare l’accelerazione misurata dallo strumento. amisurata = ∆V ∆t m m ± 0, 048 2 ; Er = 7, 5% s2 s I conti relativi alle righe successive della tabella sono del tutto analoghi. amisurata = 0, 632 102.1.4 Conclusioni Come si può vedere dalla tabella 102.2 l’accelerazione attesa del sistema è in perfetto accordo con l’accelerazione misurata dallo strumento, quindi non abbiamo elementi per affermare che il secondo principio della dinamica sia falso. 219 Scheda102. Esperimenti di meccanica n◦ m [g] 25 25 1 3 M [g] 367 ± 1 367 ± 1 g [ sm2 ] 9, 807 ± 0, 001 9, 807 ± 0, 001 l [m] 0, 04 0, 04 ta [m] 0, 838 ± 0, 001 0, 847 ± 0, 001 tb [s] 1, 444 ± 0, 001 1, 454 ± 0, 001 ∆ta [s] 0, 076 ± 0, 001 0, 076 ± 0, 001 ∆tb [s] 0, 044 ± 0, 001 0, 044 ± 0, 001 Tabella 102.1: Dati sperimentali: m è la massa del pesino; M è la massa del carrello; g è l’accelerazione di gravità; l è la lunghezza della linguetta di metallo che oscura la fotocellula del sensore;ta e tb sono i due istanti nei quali il carrello passa dai due sensori; ∆ta e ∆tb sono gli intervalli di tempo impiegati dai carrelli per percorrere una distanza l quando arrivano ai due sensori. Dove l’errore non è segnato è perchè il valore ha un’incertezza sperimentale del tutto trascurabile, in quanto misure di grandezze di oggetti creati in laboratori specializzati con strumentazioni di precisione ordini di grandezza superiori alle nostre. n◦ 1 2 m aattesa = m+M g m [ s2 ] 0.625 ± 0.002 0.625 ± 0.002 ∆t [s] 0, 606 ± 0, 002 0, 607 ± 0, 002 Va [m s ] 0, 526 ± 0, 007 0, 526 ± 0, 007 Vb [m s ] 0, 909 ± 0, 021 0, 909 ± 0, 021 ∆V [m s ] 0, 383 ± 0, 028 0, 383 ± 0, 028 amisurata [ sm2 ] 0, 632 ± 0.048 0, 631 ± 0.048 Tabella 102.2: Prima elaborazione: misura dell’accelerazione del sistema delle due masse ottenuta dallo strumento. ∆t è l’intervallo di tempo impiegato dal carrello a spostarsi dal primo sensore al secondo; Va e Vb sono le due velocità del carrello in prossimità dei due sensori; δV è la variazione di velocità avuta dal carrello da un sensore all’altro; a è l’accelerazione del sistema. 220 102.2 102.2.1 Scheda102. Esperimenti di meccanica Determinazione della legge per calcolare il periodo del pendolo Apparato sperimentale Per questa esperienza disponiamo di: 1. un metro per misurare delle lunghezze (portata: 3 metri; sensibilità: 1 mm) 2. un cronometro per misurare il periodo del pendolo (sensibilità: 0, 01 s) 3. del filo per costruire pendoli di differenti lunghezze 4. un pesino da appendere al filo per realizzare un pendolo. 102.2.3 s T =a· Scopo il moto del pendolo è un moto periodico. Vogliamo in questa esperienza determinare la legge per calcolare il periodo di un pendolo di lunghezza nota. 102.2.2 alla radice quadrata del rapporto tra la lunghezza del pendolo e l’acc elerazione di gravità. Svolgimento Per prima cosa cerchiamo di determinare quali sono le grandezze fisiche determinanti per calcolare il periodo di un pendolo. In linea di principio potremmo considerare la massa del pesino, la lunghezza del pendolo, l’accelerazione di gravità, l’angolo di partenza. Con due semplici esperimenti possiamo escudere la massa del pesino e l’angolo di partenza. Per escludere l’importanza della massa è infatti sufficiente prendere un determinato pendolo di lunghezza fissa e misurare i periodi di oscillazione di masse differenti attaccate allo stesso filo. Come si può notare il periodo del pendolo non cambia qualunque sia la massa applicata al filo. Allo stesso modo possiamo procedere per escludere l’angolo di partenza, perlomeno per piccoli valori dell’angolo. Rimangono quindi la lunghezza del pendolo e l’accelerazione di gravità. l’unico modo di costruire una formula in modo tale che le unità di misura siano consistenti è quello di scrivere che il periodo del pendolo è proporzionale l g Non ci rimane adesso che fare un esperimento per misurare il valore di a. Facendo la formula inversa per ricavare a avremo r g a=T· l Basterà eseguire molte misure contemporanee di T e l ed avremo di conseguenza molte misure del valore di a desiderato. Nella tabella 102.3 sono mostrati i dati sperimentali ed una loro prima elaborazione. n◦ 1 2 3 4 l [m] 0.897 ± 0.001 1.080 ± 0.001 1.766 ± 0.001 2.190 ± 0.001 T [s] 2, 04 ± 0, 20 2, 00 ± 0, 20 2, 61 ± 0, 20 2, 92 ± 0, 20 g [ sm2 ] 9, 807 ± 0, 001 9, 807 ± 0, 001 9, 807 ± 0, 001 9, 807 ± 0, 001 a=T· pg l 6, 35 6, 03 6, 14 6, 17 Tabella 102.3: Misura del periodo e della lunghezza di un pendolo al fine di determinare la formula per calcolare il periodo del pendolo in funzione della sua lunghezza. Il risultato per il valore di a risulta quindi essere a = 6.17 ± 0.16 Calcoli teorici che esulano dal programma di studio delle scuole superiori, che il valore corretto per piccole oscillazioni di un pendolo è ateorico = 2 π = 6, 28 perfettamente in linea con i risultati del nostro esperimento. 221 Autore: Andrea de Capoa Scheda102. Esperimenti di meccanica 17 Feb 2016 Realizzazione di un’esperienza di laboratorio Verificare una teoria Scopo dell’esperienza 103.1 Scheda 103 Considerazioni preliminari Un’esperimento di qualunque genere, per avere valore, deve essere ripetibile. Deve cioè poter essere eseguito nello stesso identico modo da altre persone in modo che esse possano confermare la validità del metodo e delle conclusioni. Descrivere un fenomeno Eseguire una misura 103.2 Formule e concetti relativi alla singola misura Scopo dell’esperienza La corretta e precisa definizione dello scopo dell’esperienza è il punto centrale dell’esperienza stessa. Ogni singola azione svolta durante l’esperimento deve essere finalizzata alla realizzazione dello scopo. Quelle che saranno le conclusioni dell’esperienza dovranno essere perfettamente attinenti a quanto dichiarato nello scopo. Tipicamente gli scopi di un’esperienza possono essere tre: Contesto teorico Previsione teorica dei risultati • misura di una certa grandezza fisica Descrizione dei materiali • verifica di una determinata previsione teorica Descrizione degli strumenti • descrizione di un fenomeno Se misuriamo una grandezza fisica semplicemente otterremo il suon valore con la relativa incertezza; se verifichiamo una legge, confronteremo che una certa previsione teorica sia in accordo con il risultato di una misura; infine se descriviamo un fenomeno fisico allora indichiamo l’andamento del valore di una grandezza fisica al variare di un’altra. Descrizione della procedura sperimentale Analisi dei dati 103.3 Valutazione degli errori sistematici Fisica dell’esperienza Prima di procedere con le misure, è necessario inquadrare il contesto teorico all’interno del quale tale misura si svolge. Si parlerà quindi dei concetti e delle formule che hanno a che fare con la misura che si vuole effettuare. Qualora lo scopo dell’esperienza sia la verifica sperimentale di una certa legge, allora sarà necessario svolgere tutti i calcoli necessari per predirre il risultato della misura prima che questa venga effettuata. Conclusioni 222 223 103.4 Scheda103. Realizzazione di un’esperienza di laboratorio Descrizione del materiale utilizzato Ogni singolo oggetto, sia un materiale o uno strumento di misura, deve essere indicato e descritto all’interno dell’esperienza nel seguente modo: l’errore di misura tramite opportuna propagazione degli errori1 . Nel caso di misure ripetute, non sarà necessario ripetere tutti i conti per ogni singola misura, ma è possibile effettuare i conti una sola volta per un set di misure e poi utilizzare un foglio di calcolo elettronico. 1. di ogni materiale deve essere indicata la quantità, indicando il metodo di misura e le relative incertezze sperimentali 103.7 2. di ogni stumento di misura utilizzato, indicare portata e precisione dello strumento. Le conclusioni dell’esperienza altro non sono che la certificazione che il risultato finale dell’analisi dei dati conferma lo scopo dell’esperienza dichiarato inizialmente. 103.5 Conclusioni Realizzazione dell’esperienza Ogni singola azione svolta deve essere documentata; chi legge la relazione dell’esperienza deve poter eseguire gli stessi vostri gesti per verificarne la correttezza. Ogni misura effettuata deve essere accompagnata dall’incertezza sperimentale (consiglio di indicare sia errore assoluto che relativo). Qualora ci siano misure ripetute, esse dovranno essere indicate all’interno di un’opportuna tabella. In particolare dovrà essere posta attenzione a spiegare il motivo di tutti quegli accorgimenti studiati per ottenere misure con un’incertezza sperimentale statistica minima, e quali sono stati studiati per minimizzare od evitare eventuali errori sistematici. Effettuate le misure necessarie per la realizzazione dell’esperienza, dovranno essere valutate tutte le possibili fonti di errori sistematici e verificato, anche solo con una stima di ordini di grandezza, che la loro portata sia trascurabile rispetto agli errori di misura ottenuti sulle grandezze misurate. 103.6 Analisi dei dati Con l’analisi dei dati si intende l’esecuzione di tutti quei conti necessari per arrivare, partendo dalle misure effettuate, all’ottenimento dello scopo dell’esperienza. Di ogni grandezza fisica calcolata a partire dalle misure effettuate, è importante stimare 1 A seconda del livello di conoscenze matematiche di chi svolge l’esperienza la gestione degli errori potrà essere fatta con tecniche matematiche più o meno evolute. Autore: Andrea de Capoa 12 Maggio 2016 Relazione di laboratorio Scheda 104 In questa scheda vi spiego come realizzare una relazione di laboratorio. Qualunque relazione facciate, è opportuno seguire questo schema, che potrete adattare alla specifica esperienza fatta, ma che non potrete stravolgere nelle sue linee essenziali. La relazione è realizzata da una certa sequenza di punti fissi che dovranno essere sviluppati nel giusto ordine. Tali punti sono costituiti dalle sezioni indicate di seguito e spiegate una ad una. 104.1 104.5 I dati sperimentali raccolti dovranno sempre essere elencati all’interno di una tabella. Ogni colonna della tabella deve indicare una grandezza fisica che avete misurato. ogni volta che ripetete una stessa misura dovete indicarlòa in una nuova riga della tabella. 104.6 Scopo dell’esperienza 104.7 La fisica dell’esperienza Conclusioni Eseguita l’analisi dei dati sperimentali, siete pronti per indicare le conclusioni, che dovranno ovviamente essere perfettamente attinenti a quanto avete scritto nello scopo dell’esperienza. In questa sezione bisogna enunciare, in modo sintetico, quali concetti teorici verranno utilizzati per lo svolgimento dell’esperienza. Se ci sono dei conti teorici da svolgere, questo è il punto giusto per indicarli. 104.3 Analisi dei adti sperimentali Con i dati sperimentali si fanno dei conti per verificare lo scopo dell’esperienza. I conti vanno chiaramente indicati e, per i conti ripetuti più volte, i risultati vanno indicati in una tabella. Per prima cosa bisogna identificare lo scopo che ci siamo prefissati di raggiungere. Questo è molto importante, in quanto ogni singola azione fatta dovrà essere finalizzata al raggiungimento dello scopo dell’esperienza 104.2 Dati sperimentali Materiale utilizzato In questa sezione bisogna elencare la totalità del materiale utilizzato, facendo particolare attenzione ad evidenziare quali strumenti di misura sono stati usati, indicando, per ognuno di esso, portata e sensibilità dello strumento. 104.4 Procedimento In questa sezione dovete descrivere con precisione la sequenza delle azioni svolte, permettendo così a chiunque di poterla ripetere. Autore: Andrea de Capoa 224 17 Feb 2016 Parte XIV Esercizi svolti 225 Esercizi di Base 105.1 Scheda 105 Quanto è grande la cavità che ci deve essere all’interno del cubo di piombo? [I0020] [2 4 ] Un oggetto è fatto da due cubi di lato L = 80 mm di legni g g differenti, rispettivamente di densità ρ1 = 0, 7 cm 3 e ρ2 = 0, 5 cm3 . I due cubi sono attaccati per una delle facce. Indica su di un opportuno sistema di riferimento dove si trova il baricentro dell’oggetto. Operazioni con gli scalari [I0001] [1 22 ] Esegui le somme indicate qui di seguito, scegliendo a tuo piacimento l’unità di misura del risultato tra le due già presenti. • 4 hm + 300 m = • 2 m3 + 40 dm3 = • 3 hm + 5 cm = • 45 l + 50 dl = • 3 m + 18 mm = • 45 l + 50 cl = 2 2 • 9 km + 10 hm = • 8 dl + 2 cl = • 9 m2 + 200 cm2 = • 7 kg + 400 g = • 9 m2 + 5 dm2 = • 3 kg + 3 hg = • 12 km3 + 78 hm3 = • 3 g + 55 mg = • 8 m3 + 15 cm3 = • 3 h + 5 min = • 3 min + 2 sec = 105.2 • 3 h + 5 sec = Eseguire una misura [I0010] [1 1 ] Misurate con un righello lo spessore di una moneta da 1 euro [I0012] [2 5 ] Hai misurato con un righello il diametro di base e l’altezza di un cilindro ottenendo d = 20 mm ± 1 mm e h = 50 mm ± 1 mm. Quanto vale il volume? Quanto vale l’errore assoluto sul volume? [I0012a] [2 5 ] Hai misurato con un righello i tre spigoli di un parallelepipedo, ottenendo a = 20 mm ± 1 mm, b = 40 mm ± 1 mm, e h = 10 mm ± 1 mm. Quanto vale il volume? Quanto valgono gli errori assoluto e relativo sul volume? [I0013] [1 3 ] Hai misurato con un cronometro la durata dell’oscillazione di un pendolo ottenendo i seguenti risultati: T0 = 12, 4 s, T1 = 12, 3 s, T2 = 12, 3 s, T3 = 12, 6 s, T4 = 12, 6 s, T5 = 12, 2 s, T6 = 12, 4 s. Quanto vale il periodo di oscillazione di quel pendolo? Quanto vale l’errore assoluto sulla misura? Quanto vale l’errore relativo sulla misura? [I0014] [2 6 ] Hai misurato con un righello la base e l’altezza di un rettangolo ottenendo b = 10, 0 cm ± 0, 1 cm e h = 5, 0 cm ± 0, 1 cm. Indicando in modo corretto gli errori di misura, calcola l’area ed il perimetro del rettangolo. [I0015] [2 7 ] Un cilindro graduato contiene un volume Vi = 250 cm3 ± 1 cm3 di acqua. Dopo averci immerso un oggetto di massa m = 1, 12 kg ± 0, 01 kg, il cilindro segna un volume Vf = 375 cm3 ± 1 cm3 . Calcola volume e densità dell’oggetto. [I0016] [1 2 ] Se stai misurando il periodo T di un pendolo utilizzando un cronometro (portata P = 10 h; precisione E = 0, 01 s) azionato dalla tua mano, quanto vale l’errore di misura che fai sulla singola misurazione? Come puoi fare, facendo solo una misura, a migliorare la precisione della misura fino a Ea = 0, 02 s [I0019] [1 2 ] Un libro di 500 pagine, misurato con un righello, è spesso h = 3, 5 cm ± 0, 1 cm. Quanto è spessa ogni singola pagina? Calcola l’errore assoluto e relativo sulla misura della singola pagina. [I0001] [2 5 ] Ti tro- m • 36 km h + 30 s = kg g • 25 m 3 + 12 cm3 = g·cm • 2 kg·m s2 + 5 s2 = • 8 kg·m + 5 g·km = s h [I0003] [1 4 ] In un bicchiere vengono versati un volume VH2 O = 50 cm3 di kg acqua ed un volume Vo = 50 cm3 di olio. L’acqua ha una densità ρH2 O = 1 dm 3 e g l’olio ha una densità ρo = 0, 8 cm3 . Quanto volume di liquido si trova nel bicchiere? Quanta massa di liquido si trova nel bicchiere? [I0004] [1 2 ] Un oggetto di cui non conosciamo il materiale, occupa un volume V = 8, 75 dm3 ed ha la stessa massa di un blocco di ferro che occupa un volume VF e = 3 dm3 . Calcola la massa kg e la densità del materiale. La densità del ferro è ρF e = 7, 874 dm [I0005] [1 3. 3 2 ] Un cilindro graduato contiene un volume Vi = 250 cm di acqua. Dopo averci kg immerso un oggetto di rame di densità ρogg = 8, 92 dm 3 , il cilindro segna un volume 3 Vf = 375 cm . Calcola volume e massa dell’oggetto. [I0006] [1 2 ] Tre libri sono posizionati uno sull’altro. I libri hanno rispettivamente massa m1 = 1 hg, m2 = 2 hg, m3 = 3 hg ed hanno tutti lo stesso spessore d = 3 cm. A che altezza si trova il baricentro del sistema? [I0017] [1 3 ] Due cubi di lato l = 10 cm, uno di argento (di densità ρAg = kg kg 10, 5 dm 3 ) e l’altro di piombo (di densità ρP b = 11, 3 dm3 ), hanno la stessa massa. 226 227 Scheda105. Esercizi di Base vi su Marte. Hai misurato con un righello la lunghezza di un pendolo ottenendo L = 98, 5 cm ± 0.5 cm. Hai poi misurato cinque volte il periodo di oscillazione del pendolo ottenendo i valori indicati in tabella. Quanto vale l’accelerazione di gravità di Marte? T1 105.3 3,23 s 3,22 s 3,22 s 3,23 s 3,24 s Operazioni con i vettori [I0002] [1 2 ] Dati due vettori ~a e ~b rispettivamente di moduli a = 12 e b = 16, disegnateli in modo tale che la loro somma sia un vettore ~c il cui modulo valga c = 28. Ripetete l’esercizio in modo tale che c = 4; c ∼ 10; c = 20; c ∼ 24. [I0007] [1 2 ] Esegui le operazioni indicate con i vettori ~a e ~b: ~b ~b ~b ~a ~a ~c = ~a + ~b [I0008] [1 ~a ~c = 2~a − ~b ~c = 3~a − 2~b 2 ] Disegna il vettore che annulla i due vettori disegnati qui di seguito ~b ~b ~b ~a [I0009] [1 ~a 1 ] Scomponi i seguenti vettori lungo le direzioni indicate ~a [I0011] [1 2 ] Disegna, e calcolane il valore, il vettore F~3 che annulla la somma dei vettori F~1 e F~2 di valore rispettivamente F1 = 1, 5 kN e F2 = 800 N posti perpendicolari tra loro. [I0018] [1 2 ] Una barca attraversa un fiume muovendosi in diagonale con velocità V = 10 m s . La barca si muove quindi contemporaneamente lungo la direzione del fiume con velocità Vx = 8 m s e lungo la direzione tra le due sponde. Con quale velocità si sta avvicinando alla sponda opposta? Disegna tale vettore. Esercizi di Cinematica 106.1 Scheda 106 (b) Un oggetto viene fatto cadere dal tetto di una casa partendo da fermo. Se arriva a terra dopo un tempo ∆t = 3 s, quanto è alta la casa? [h = 44, 1 m] Grandezze cinematiche [C0013] [1 1 ] Se mi muovo in avanti di ∆S1 = 600 m, e poi a destra di ∆S2 = 800 m, quanti metri ho percorso? Di quanti metri mi sono spostato rispetto al punto di partenza? Disegna i due spostamenti e lo spostamento totale. [C0013a] [1 1 ] Se mi muovo verso nord di ∆S1 = 600 m, e poi verso est di ∆S2 = 300 m, ed infine verso sud di ∆S3 = 200 m, quanti metri ho percorso? Di quanti metri mi sono spostato rispetto al punto di partenza? Disegna i tre spostamenti e lo spostamento totale. 106.2 (c) Un oggetto viene fatto cadere dentro un pozzo partendo da fermo. Se arriva al fondo del pozzo dopo un tempo ∆t = 4 s, quanto è profondo il pozzo? [h = 78, 4 m] 3. Moto circolare uniforme (a) Un oggetto ruota con una frequenza ν = 4 Hz lungo un percorso circolare di raggio r = 2 m. Quale accelerazione centripeta subisce? [ac = 1263, 3 sm2 ] Esercizi banali [C0015ban] [0 9 ] Esercizi banali di Cinematica: (b) Un oggetto si muove di moto circolare uniforme con velocità V = 50 m s lungo un percorso circolare di raggio r = 2 m. Con quale velocità angolare ω si sta muovendo? Quanto tempo impiega a fare un giro? [ω = 25 rad s ; ∆t = 0, 25 s] 1. Moto rettilineo uniforme (a) Quanto spazio percorre in un tempo ∆t = 70 s un oggetto che si muove con velocità costante V = 80 m s ? [∆S = 5600 m] (c) Un pilota di Formula1 subisce in curva accelerazioni laterali di circa 4g. Se sta facendo curve ad una velocità V = 150 Km h , quanto vale il raggio della curva? [r = 44, 3 m] (b) Quanto spazio percorre in un tempo ∆t = 70 s un oggetto che si muove con velocità costante V = 80 Km h ? [∆S = 1555, 6 m] (c) Quanto tempo impiega un pallone da calcio ad arrivare in porta se calciato ad una velocità V = 25 m s da una distanza ∆S = 30 m? Ipotizziamo che il pallone viaggi sempre alla stessa velocità lungo il suo tragitto. [∆t = 1, 2 s] 106.3 Sistemi di riferimento [C0019] [1 1 ] Un ascensore con dentro una persona comincia la sua corsa in salita partendo con accelerazione a = 2 sm2 . Quanto vale l’accelerazione complessiva subita dalla persona? [atot = 11, 8 sm2 ] [C0020] [1 1 ] Se in macchina eseguo una frenata con accelerazione a = 6 sm2 , quanto vale e verso dove e diretta l’accelerazione totale che subisco? [at = 11, 5 sm2 ; in diagonale verso il basso.] 2. Moto uniformemente accelerato (a) Quanto spazio percorre in un tempo di ∆t = 5 s un oggetto che si muove con un’accelerazione costante a = 2 sm2 e che parte con una velocità iniziale Vi = 5 m s nella stassa direzione e nello stesso verso dell’accelerazione? [∆S = 50 m] 228 229 Scheda106. Esercizi di Cinematica [C0040] [1 1 ] Una persona si trova su di un ascensore. Se l’ascensore si muove con un’accelerazione a = 2 sm2 verso l’alto, quale accelerazione complessiva percepisce la persona? [C0041] [1 1 ] Una persona si trova su di un ascensore. Se l’ascensore si muove con un’accelerazione a = 2 sm2 verso il basso, quale accelerazione complessiva percepisce la persona? 106.4 Moto rettilineo uniforme [C0001] [1 3 ] Un’automobile viaggia alla velocità costante V1 = 120 km h per un tempo ∆t1 = 2 h; successivamente si ferma per un tempo ∆t = 1 h, ed infine riparte viaggiando alla velocità costante V2 = 90 km h per un tempo ∆t2 = 4 h. A quale velocità media ha viaggiato l’automobile? [C0002] [2 1 ] Un’automobile viaggia alla velocità costante V1 = 120 km h e deve superare un camion che viaggia alla velocità costante V2 = 90 km . Sapendo che h il camion è lungo l2 = 11 m e che la macchina è lunga l1 = 4 m, quanto tempo dura il sorpasso? [C0005] [1 2 ] Un atleta sta correndo una gara sulla distanza L = 10000 m viaggiando a velocità costante V = 5 m s Se ha già corso per un tempo ∆t = 8 min quanto gli manca al traguardo? [C0006] [2 3 ] In una partita di calcio un attaccante si dirige verso il portiere avversario con velocità costante V1 = 6 m s ; il pallone si trova tra i due giocatori e si muove verso il portiere con velocità Vp = 2 m s ; il portiere si muove verso il pallone alla velocità V2 = 5 m . La distanza tra l’attaccante ed il pallone è ∆S1 = 4 m; la s distanza tra il pallone ed il portiere è ∆S2 = 8 m. Chi arriva prima a prendere il pallone? [C0007] [1 3 ] Una persona percorre un tragitto lungo ∆Sa = 100 m in un tempo ∆ta = 20 s; successivamente si ferma per un intervallo di tempo ∆tb = 10 s e successivamente un tragitto ∆Sc = 50 m in un tempo ∆tc = 25 s. A quale velocità media ha viaggiato nel primo tratto ∆Sa ? A quale velocità media ha viaggiato nel secondo tratto ∆Sc ? A quale velocità media ha viaggiato complessivamente? [C0012] [1 2 ] Due automobili stanno percorrendo a velocità costante due strade che si incrociano. La prima automobile dista dall’incrocio ∆S1 = 600 m e sta viaggiando ad una velocità V1 = 30 m s . La seconda automobile dista dall’incrocio ∆S2 = 800 m. A quale velocità deve viaggiare la seconda macchina affinchè si scontri con la prima? [C0018] [1 5 ] Un’auto da corsa alla fine di una gara dista dal traguardo ∆S1t = 600 m e viaggia a velocità costante V1 = 80 m s ; una seconda auto dista dal traguardo ∆S2t = 500 m e viaggia a velocità costante V2 = 50 m s . Chi vince la gara? Dopo quanto tempo l’auto più veloce sorpassa quella più lenta? Quando l’auto che vince taglia il traguardo, a che distanza dal traguardo si trova l’auto che perde? [∆t1 = 7, 5 s;∆t2 = 10 s;Vince la prima auto; ∆tsorp = 3, 33 s; d = 125 m] [C0021] [1 3 ] Una moto si muove con velocità costante V1 = 72 km h inseguendo un’auto che si muove con velocità costante V2 = 54 km . Sappiamo che in un certo h istante iniziale l’auto ha ∆t = 10 min di vantaggio sulla moto. Quanti metri di distanza ci sono tra l’auto e la moto all’istante iniziale? Dopo quanto tempo la moto raggiunge l’auto? [C0022] [1 1 ] Due lepri si rincorrono rispettivamente alla velocità costante m V1 = 5 m s e V2 = 3 s , e distano inizialmente ∆S = 12 m. Dopo quanto tempo il più veloce raggiunge il più lento? [C0022a] [1 1 ] Due lepri, distanti tra loro ∆S = 12 m, corrono una verso m l’altra con velocità costanti V1 = 5 m s e V2 = 3 s . Dopo quanto tempo si scontrano? [C0024] [1 4 ] Giorgio percorre ∆S1 = 7 hm e successivamente si muove m per un tempo ∆t1 = 3 min viaggiando alla velocità V1 = 4 . Marco percorre una s distanza ∆S2 = 0, 6 M iglia e successivamente si muove per un tempo ∆t2 = 0, 1 h m viaggiando alla velocità V2 = 2 . Chi ha percorso più strada? s [C0027] [1 2 ] Un atleta corre una gara alla velocità costante V = 4 m s . Sapendo che al traguardo manca ∆S2 = 3800 m, e che la gara è iniziata da ∆t = 5 min, quanti metri è lunga tutta la gara? [C0028] [1 3 ] Su di un campo da calcio rettangolare di dimensioni l = 100 m e h = 70 m, Marco e Luigi si muovono da un vertice del rettangolo a quello opposto. Marco si muove lungo il perimetro, mentre Luigi si muove lungo la diagonale del campo. Sapendo che Marco corre alla velocità VM = 6 m s e che Luigi corre più lento 230 Scheda106. Esercizi di Cinematica alla velocità VL = 5 m s , chi arriva prima? [C0030] [1 3 ] Una bicicletta viaggia per un tempo ∆t1 = 2 h alla velocità km V1 = 20 km h e successivamente per un tempo ∆t2 = 3 h alla velocità V2 = 30 h . Quale velocità media ha tenuto? [C0031] [1 4 ] Un ciclista affronta una salita lunga ∆S1 = 10 km ad una velocità media Vm1 = 10 m s e la successiva discesa lunga ∆S2 = 30 km in un tempo ∆t2 = 40 min. In quanto tempo ha percorso il tratto in salita? Quale velocità media ha tenuto in discesa? Quale sull’intero percorso? m [∆ts = 1000 s; Vmd = 12, 5 m s ; Vmd = 11, 76 s .] [C0032] [1 1 ] Dopo quanto tempo si scontrano due auto, entrambe che viaggiano una contro l’altra alla velocità costante V = 80 km h , se distano tra loro ∆S = 2 km? [C0033] [1 3 ] Un ciclista affronta una salita lunga ∆S1 = 21 km ad una velocità media Vm1 = 7 m s e la successiva discesa lunga ∆S2 = 30 km ad una velocità media Vm2 = 15 m . In quanto tempo ha percorso il tratto in salita? In quanto tempo s ha percorso il tratto in discesa? Quale velocità media ha tenuto sull’intero percorso? [∆t1 = 3000 s; ∆t2 = 2000 s; Vm = 10, 2 m s .] [C0035] [1 1 ] Un atleta corre una gara lunga ∆Stot = 10000 m alla velocità V =4m s . Sapendo che al traguardo manca ∆S2 = 4000 m, da quanto tempo la gara è iniziata? [C0038] [2 3 ] Un treno sta percorrendo a velocità costante V = 160 km h la linea ferroviaria Torino-Milano. All’istante ti = 900 s il treno si trova a Si = 40 km dal punto di partenza. Scrivi la legge oraria del moto. Dove si troverà il treno all’istante t1 = 1800 s ? Dove si troverà quando sarà trascorso in tempo ∆t = 1, 5 h dopo l’istante t1 ? 106.5 Moto uniformemente accelerato [C0004] [2 5 ] Una automobile, partendo da ferma, percorre un tratto di strada ∆S1 muovendosi per un tempo ∆t1 = 10 s con un’accelerazione a = 1, 2 sm2 . Successivamente percorre un tratto di strada ∆S2 con velocità costante per un tempo ∆t2 = 30 s. Quanto è lungo il tratto di strada complessivamente percorso dalla macchina? A quale velocità media ha viaggiato la macchina? [C0009] [2 2 ] Un oggetto si trova ad una certa altezza e viene sparato verso l’alto con una velocità iniziale Vi = 4 m s . Sapendo che arriverà a terra dopo un tempo ∆t = 2 sec, quanto si trovava in alto? [C0011] [2 4 ] Un’auto ha velocità Vi = 108 km h e comincia a rallentare fino km alla velocità Vf = 72 h . La frenata dura ∆t = 4 sec. Calcola l’accelerazione subita dall’auto e indicane il verso. Quanta strada ha fatto l’auto durante la frenata? [C0016] [2 4 ] Due oggetti vengono lanciati uno verso il basso e l’altro verso l’alto, entrambi con una velocità iniziale Vi = 5 m s . Se entrambi arrivano a terra dopo un tempo ∆t = 4 s, quanto si trovavano in alto? [ha = 98, 4 m; hb = 58, 4 m] [C0017] [2 3 ] Un pallone viene lanciato verso l’alto con una velocità iniziale Vi = 10 m s . Dopo quanto tempo non si è spostato? [∆t = 2, 04 s] [C0025] [2 4 ] Un oggetto viene lanciato verso l’alto da un’altezza hi = 30 m con una velocità iniziale Vi = 5 m s . Dopo quanto tempo arriva a terra? [∆t = 3 s] [C0026] [2 2 ] Un oggetto viene lasciato cadere, partendo da fermo, in un pozzo, e ne tocca il fondo dopo un tempo ∆t = 2 s. Quanto è profondo il pozzo? [C0036] [2 4 ] Un’automobile sta viaggiando alla velocità Vi = 36 km h e comincia a frenare con accelerazione costante a = 0.5 sm2 . Dopo quanto tempo si ferma? Quanto spazio ha percorso da quando ha cominciato a frenare? [∆t = 20 s; ∆S = 100 m.] [C0034] [2 3 ] Un fucile spara un proiettile orizzontalmente con velocità Vix = 200 m s ; il bersaglio si trova 2 cm sotto la linea di tiro e viene colpito nel centro. Quanto si trova distante il bersaglio? [∆Sx = 12, 78 m] [C0037] [2 2 ] Un oggetto si sta inizialmente muovendo alla velocità Vi = 10 Esso subisce un’accelerazione costante a = 2 sm2 nella stessa direzione della velocità ma con verso opposto, per un tempo ∆t = 3 s. Quale sarà la sua velocità finale? m s . 231 Scheda106. Esercizi di Cinematica [C0037a] [1 2 ] Un oggetto si sta inizialmente muovendo alla velocità Vi = 10 Esso subisce un’accelerazione costante a = 2 sm2 nella stessa direzione della velocità e con lo stesso verso, per un tempo ∆t = 3 s. Quale sarà la sua velocità finale? m s . 106.6 Moto parabolico [C0003] [2 3 ] Un fucile spara orizzontalmente un proiettile con velocità iniziale Vix = 800 m s contro un bersaglio posto alla distanza ∆Sx = 400 m. A quanti centimetri sotto la linea di tiro viene colpito il bersaglio? vale il modulo della variazione di velocità? Quanto tempo ha impiegato il proiettile a raggiungere il punto di massima altezza? [C0042] [2 3 ] Un cannone spara un proiettile con una velocità iniziale Vi = m 500 m s ; nel punto di massima altezza il proiettile ha velocità Vh = 300 s . Quanto vale il modulo della velocità Vf del proiettile al momento dell’impatto al suolo? Quanto vale il modulo della variazione di velocità? Quanto tempo ha impiegato il proiettile a raggiungere il punto di impatto al suolo? [C0043] [2 3 ] Un cannone spara orizzontalmente un proiettile con una velocità iniziale Vix = 100 m s . Quanto vale il modulo della velocità Vf del proiettile dopo un tempo ∆t = 15 s? [C0008] [2 3 ] Un fucile spara orizzontalmente un proiettile alla velocità iniziale Vix = 800 m s contro un bersaglio alla distanza ∆Sx = 160 m. Di quanti centimetri sotto la linea di tiro la pallottola colpirà il bersaglio? (Si trascuri l’effetto dell’attrito con l’aria) [C0046] [2 4 ] Un proiettile viene lanciato dal tetto di un palazzo, con una velocità iniziale Vi = 15 m s inclinata verso l’alto rispetto all’orizzontale di un angolo ◦ α = 30 , verso un palazzo di uguale altezza distante ∆Sx = 40 m. Quanti metri sotto al tetto viene colpito il secondo palazzo? [C0008a] [2 3 ] Un fucile spara un proiettile orizzontalmente con velocità Vix = 800 m s ; il bersaglio viene colpito ∆Sy = 19, 6 cm sotto la linea di tiro. Quanto si trova distante il bersaglio? (Si trascuri l’effetto dell’attrito con l’aria) 106.7 [C0010] [2 4 ] Un tennista durante il servizio colpisce orizzontalmente la pallina all’altezza hi = 2 m imprimendole una velocità iniziale Vix = 30 m s . Sapendo che la rete nel punto più alto è alta hr = 1, 07 m e che tale rete si trova alla distanza ∆Sx = 11, 89 m dalla riga di fondo, calcola a quanti centimetri da terra la pallina passa sopra la rete. Lettura di grafici del moto [C0029] [1 4 ] Un corpo si muove come indicato dal seguente grafico spazio-tempo. Indica: la massima distanza dal punto di partenza, il numero di ore complessivo in cui è stato fermo, la velocità media complessiva, la velocità massima. [C0014] [2 3 ] Un cannone spara orizzontalmente un proiettile da una posta~ix = 200 m . Dopo un tempo zione rialzata, con una velocità iniziale orizzontale V s ∆t = 2 s colpisce il suo bersaglio. Quanto distante si trova il bersaglio in linea orizzontale? Quanto più in basso rispetto all’altezza del cannone? [∆Sx = 800 m; ∆Sy = 19, 6 m] 8 S(km) [C0034] [2 3 ] Un fucile spara un proiettile orizzontalmente con velocità Vix = 200 m s ; il bersaglio si trova 2 cm sotto la linea di tiro e viene colpito nel centro. Quanto si trova distante il bersaglio? 1 [C0039] [2 2 ] Un cannone spara un proiettile con una velocità iniziale Vi = m 500 m s ; nel punto di massima altezza il proiettile ha velocità Vf = 300 s . Quanto 6 4 2 t(h) 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 [C0029a] [1 4 ] Un corpo si muove come indicato dal seguente grafico spaziotempo. Indica: la massima distanza dal punto di partenza, il numero di ore complessivo in cui è stato fermo, la velocità media complessiva, la velocità massima. 232 Scheda106. Esercizi di Cinematica 8 S(km) 6 4 2 t(h) 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 [C0029b] [1 4 ] Un corpo si muove come indicato dal seguente grafico spaziotempo. Indica: la massima distanza dal punto di partenza, il numero di ore complessivo in cui è stato fermo, la velocità media complessiva, la velocità massima. 8 S(km) 6 4 2 t(h) 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 [C0044a] [2 5 ] Un corpo si muove come indicato dal seguente grafico velocitàtempo. Indica: la velocità massima, il numero di ore in cui l’oggetto ha velocità costante, l’accelerazione massima, la distanza percorsa, la velocità media. 8 V ( km h ) 6 4 2 t(h) 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 11 Esercizi di Dinamica 107.1 [D0024] [1 Scheda 107 (d) Una macchina di massa m = 800 kg sta facendo una curva di raggio r = 20 m ad una velocità V = 50 m s . Quale forza centrifuga spinge l’auto verso l’esterno della curva? [Fc = 10000 N ] Teoria ed esercizi banali 7 ] Domande di teoria di dinamica 1. Principi della dinamica (e) Una moto da corsa di massa m = 100 kg viaggia alla velocità V = 70 Km h lungo una curva di raggio r = 50 m. Quanto vale la forza centripeta che subisce la moto? [Fc = 756, 17 N ] (a) Se vedo un oggetto che si muove sempre con la stessa velocità ~v , quale forza agisce su di lui? (b) Se vedo un oggetto che cambia la sua velocità ~v , quale ne è stata la causa? 2. Calcolo di Momenti di una forza (c) Se spingo un oggetto con una forza F~ , quale forza subisco? (a) Una forza F = 500 N viene applicata ad una distanza r = 2 m da un punto fisso e formante un angolo α = 90◦ con la retta che unisce il punto fisso ed il punto di applicazione della forza. Quanto vale il momento di quella forza? [M = 1000 N m] (d) Guardando un oggetto, da cosa capisco se sta subendo una forza oppure no? (e) Se su di un oggetto non agisce alcuna forza, posso dire che è sicuramente fermo? (b) Una forza F = 100 N viene applicata ad una distanza r = 3 m da un punto fisso e formante un angolo α = 30◦ con la retta che unisce il punto fisso ed il punto di applicazione della forza. Quanto vale il momento di quella forza? [M = 150 N m] (f) Se un oggetto è fermo, posso dire che su di lui agisce una forza totale nulla? (g) Se su di un oggetto agisce una forza totale nulla, posso dire che è fermo? [D0017ban] [1 18 ] Esercizi banali di Dinamica: (c) Una forza F = 50 N viene applicata ad una distanza r = 3 m da un punto fisso e formante un angolo α = 180◦ con la retta che unisce il punto fisso ed il punto di applicazione della forza. Quanto vale il momento di quella forza? [M = 0 N m] 1. Calcolo di forze (a) Quanto vale la forza di gravità che agisce su di una macchina di massa m = 800 kg? [Fg = 7840 N ] (d) Ad un pendolo con asta, senza massa, di lunghezza l = 30 cm è appeso un oggetto di massa m = 10 kg. Il pendolo è inclinato di un angolo α = 45◦ rispetto alla verticale. Quanto vale il momento della forza di gravità che agisce sull’oggetto? [M = 20, 8 N m] (b) Quanto vale la forza di Archimede che agisce su di un oggetto di densità g 3 ρ = 0, 7 cm 3 e di volume V = 5 cm completamente immerso nell’acqua? [FArch = 0, 049 N ] (c) Se una molla esercita una forza F = 100 N e la vedo accorciarsi di ∆l = 2 cm, quanto vale la costante elastica di quella molla? N [k = 50 cm ] (e) Immaginate una sbarra orizzontale senza peso con un perno nel suo centro. La sbarra è libera di ruotare intorno al suo centro. Applicate sul lato 233 234 Scheda107. Esercizi di Dinamica destro della sbarra una forza F1 = 300 N verso il basso ad una distanza b1 = 10 cm dal perno. Applicate ora una seconda forza F2 = 60 N verso il basso sul lato sinistro della sbarra ad una distanza b2 = 30 cm dal perno. Applicate ora una terza forza F3 = 10 N verso il basso sul lato destro della sbarra ad una distanza b3 = 40 cm dal perno. Indica quanto valgono e in quale verso fanno ruotare: il momento della forza F1 , il momento della forza F2 , il momento della forza F3 , il momento totale applicato sulla sbarra. [M1−o = 30 N m; M2−a = 18 N m; M3−o = 4 N m; Mtot−o = 16 N m.] (f) Su di una sbarra verticale, che come punto fisso la sua estremità inferiore, viene applicata orizzontalmente una forza F1 = 10 N verso destra ad un’altezza h1 = 2 m. Una seconda forza orizzontale F2 = 30 N viene applicata verso sinistra ad un’altezza h2 = 70 cm. Quanto vale il momento della prima forza? Quanto vale il momento della seconda forza? Quanto vale il momento totale applicato alla sbarra? [M1−o = 20 N m; M2−a = 21 N m; Mtot−a = 1 N m] 107.2 Baricentro [D0010] [1 2 ] Tre cubi omogenei di lato l = 10 cm e di massa m1 = 9 kg, m2 = 5 kg, m3 = 2 kg, sono posti nell’ordine uno sopra all’altro. A quale altezza si trova il baricentro del sistema? 107.3 Forze [D0001] [2 6 ] Un blocco di massa m = 20 kg fermo su un piano orizzontale con coefficiente di attrito statico µstatico = 3 viene spinto verso destra. Esso comincia a muoversi sotto l’azione di una forza F con un’accelerazione totale atot = 5 sm2 . Quanto vale il coefficiente di attrito dinamico tra il piano orizzontale e l’oggetto? 1. Calcola la forza di gravità che agisce sull’oggetto. 2. Calcola la massima forza di attrito statico che può agire sull’oggetto. 3. Quanto vale la forza che fa cominciare a muovere l’oggetto? 4. Quale forza totale subisce l’oggetto mentre si muove? 5. Quanto vale la forza di attrito dinamico sull’oggetto 6. Quanto vale il coefficiente di attrito dinamico tra il piano e l’oggetto? [D0002] [1 4 ] Quale percentuale del volume di una statuetta di legno di g densità ρ = 0, 7 cm 3 rimane immersa nell’acqua quando galleggia? [D0006] [2 3 ] Una slitta di massa m1 = 0, 12 kg scivola senza attrito su un piano orizzontale tirato da un filo di massa trascurabile che, passando attraverso una carrucola, è a sua volta attaccato ad un peso di massa m2 = 0, 02 kg. Tale peso viene tirato verso il basso dalla forza di gravità. Con quale accelerazione si muove il sistema? [D0014] [1 1 ] Se un oggetto di volume V = 9 cm3 galleggia sull’acqua immerso per i 23 del suo volume, quanto vale la forza di Archimende che agisce su di kg lui? [ρacqua = 1 dm 3] [D0019] [1 2 ] Quanto vale la forza di gravità che agisce su di un oggetto di kg 3 ferro (ρF e = 7, 874 dm 3 ) di volume V = 5 dm ? [Fg = 386, 22 N ] [D0020] [1 3 ] Un oggetto di massa m = 100 kg e volume V = 5 dm3 si trova kg sul fondo di una piscina piena di acqua (ρacqua = 1 dm 3 ). Quanto vale la densità dell’oggetto? Quanto valgono la forza di gravità e la forza di Archimede che agiscono sull’oggetto? Se sollevo l’oggetto con una forza F2 = 2000 N , con quale forza totale l’oggetto si muove? kg [ρogg = 20 dm 3 ; Fg = 980 N ; FArc = 49 N ; Ftot = 1069 N ;] [D0021] [1 6 ] Una statua d’oro (m = 19, 3 kg ; V = 1 dm3 ) viene lanciata in kg mare (ρH2 O −mare = 1, 02 dm 3 ). Calcola la densità dell’oro. Calcola la forza di gravità, di Archimede e totale che agiscono sulla statua. Se attacco alla statua un pallone di massa mp = 1, 7 kg e volume Vp = 40 dm3 , quanto vale la forza totale sulla statua? kg [ρAu = 19, 3 dm 3 ; Fg = 189, 1 N ; FA = 10 N ; P = 179, 1 N ; F = 204, 1 N ↑] 235 [D0022] [1 2 ] Un oggetto di massa m = 500 g si muove di moto circolare uniforme di raggio r = 20 cm ad una velocità V = 4 m s attaccato ad una molla di N costante elastica k = 10 cm . Quanto vale la forza centrifuga che tira la molla? Di conseguenza, di quanto si è allungata la molla? [Fc = 40 N ; ∆l = 4 cm] [D0038] [1 1 ] Un oggetto del peso di Fp = 40 N si sposta su di un piano orizzontale con coefficiente di attrito dinamico µd = 0, 02, sotto l’azione di una forza F = 20 N nella direzione del moto. Qual è la forza totale che agisce su di esso? [D0039] [1 1 ] Un oggetto di massa m = 2 kg si sposta su di un piano orizzontale con coefficiente di attrito dinamico µd = 0, 2, sotto l’azione di una forza F = 20 N nella direzione del moto. Qual è la forza totale che agisce su di esso? [D0042] [2 2 ] Sapendo che la massa di Marte vale M = 6, 39 · 1023 kg ed il suo raggio vale R = 3390 km, calcola il valore dell’accelerazione di gravità di Marte. Come cambierebbe tale accelerazione se avessimo un pianeta "X" di raggio doppio e con il doppio della massa? [D0044] [3 4 ] In quale punto, sulla linea tra la Terra e la Luna, deve essere messo un satellite affinchè subisca a causa dei due corpi celesti una forza di gravità complessiva nulla? [D0051] [3 4 ] Una navicella spaziale di forma cilindrica con altezza h = 10 m e massa m2 = 500 kg è in orbita intorno alla Terra. La base inferiore si trova ad una distanza d = 408 km dal centro della Terra (di raggio RT = 6371 km e massa MT = 5, 97219 · 102 4 kg). Quanto pesa un oggetto di massa m1 = 1 kg su tale base? [ID0001] [1 3 ] A due chiodi messi alla stessa altezza viene legata una corda. Al centro della corda viene appeso un oggetto. La corda assume quindi una forma a V. Sulla corda c’è una tensione T = 1700 N ; La componente orizzontale di tale forza vale Tx = 1500 N . Quanto vale la massa dell’oggetto? [CD0001] [2 7 ] Per un tempo ∆t = 4 s, un oggetto di massa m = 20 kg viene spinto partendo da fermo da una forza F = 100 N strisciando su di un piano con coefficiente di attrito dinamico µd = 0, 1 . Successivamente F~ si annulla. 1. Quanto valgono la forza di gravità e di attrito che agiscono sull’oggetto? 2. Quanto valgono la forza totale che spinge l’oggetto e la sua accelerazione? Scheda107. Esercizi di Dinamica 3. Quanto spazio avrà percorso e a quale velocità sta viaggiando alla fine dell’intervallo di tempo? 4. Con quale accelerazione si muove quando F~ si annulla, e dopo quanto tempo si ferma? [CD0002] [1 3 ] In un giorno di sole, un’automobile sta percorrendo una curva di raggio r = 48 m. Sapendo che il coefficiente di attrito tra la gomma e l’asfalto asciutto vale µ = 0, 6, a quale velocità massima può viaggiare senza uscire di strada? In caso di pioggia, il coefficiente di attrito scende fino al valore µ = 0, 4; a quale velocità deve scendere l’autista per rimanere in strada? [CD0003] [2 4 ] Un ciclista con la sua bicicletta ha una massa complessiva m = 60 kg e nel rettilineo (nel quale la bicicletta è in posizione verticale) il suo baricento si trova ad un’altezza h = 100 cm da terra. Il ciclista affronta poi una curva ad una ◦ velocità V = 10 m s inclinato di un angolo di α = 30 rispetto alla verticale. Quanto vale il momento della forza di gravità che tende a far cadere la bicicletta? Quanto vale il momento della forza centrifuga che mantiene in equilibrio il ciclista? Quanto vale il raggio della curva che sta facendo? [ Mf g = 294 N m; Mf c = −294 N m; r = 17, 7 m] [CD0004] [1 2 ] Un ragazzo fa roteare un mazzo di chiavi con una frequenza ν = 4 Hz; il raggio del cerchio percorso dalle chiavi è lungo r = 0, 2 m, a quale velocità angolare ruotano le chiavi? Se le chiavi hanno una massa m = 0, 1 kg, quanto vale la forza che mette in tensione il cordino? [ω = 25, 13 rad s ; F = 12, 6 N ] [CD0005] [2 2 ] Caronte, satellite di Plutone, ruota intorno ad esso con un’orbita circolare di raggio r = 19571 km in un tempo T = 6, 3872 giorni. Quanto vale la massa di Plutone? [CD0006] [2 2 ] Immaginate di scavare un tunnel che attraversi tutto il pianeta Terra passando per il suo centro. Ipotizziamo che la Terra sia una sfera perfetta ed omogenea. Se lasciamo cadere un oggetto nel tunnel, di che tipo di moto si muoverà? [CD0007] [2 2 ] Un satellite artificiale viaggia su di un’orbita circolare ad un’altezza h = 500 km dalla superficie terrestre. Determinare la velocità ed il periodo del’orbita. 236 107.4 Scheda107. Esercizi di Dinamica Equilibrio [D0003] [2 3 ] Un oggetto si muove su di un piano orizzontale con velocità costante, sotto l’azione di una forza F = 100 N . Se il coefficiente di attrito tra il piano e l’oggetto vale µd = 1, 5 quanto vale la massa dell’oggetto? [D0004] [2 2 ] Un oggetto di ferro di massa m = 2 kg è appeso ad una molla di N e contemporaneamente viene tirato verso il basso da una costante elastica k = 10 cm calamita che esercita una forza magnetica Fm = 50 N . Visto che l’oggetto è fermo, di quanto si è allungata la molla? [D0005] [1 2 ] Un oggetto di massa m = 2 kg è appeso ad una molla di N costante elastica k = 10 cm . Di quanto si allunga la molla? [D0007] [2 4 ] Una sbarra orizzontale è libera di ruotare intorno ad un perno centrale. Essa è sottoposta all’azione di tre forze: una forza F1 = 30 N verso il basso posta ad una distanza b1 = 30 cm dal perno sul suo lato sinistro, una forza F2 = 10 N verso il basso posta ad una distanza b2 = 30 cm dal perno sul suo lato destro, ed una forza F3 = 40 N verso il basso posta ad una distanza b3 sul suo lato destro. Calcola quanto valgono la distanza b3 e la reazione vincolare Rv del perno affinché la sbarra possa rimanere ferma. [D0008] [1 3 ] Un vaso di massa trascurabile contenente V = 15 dm3 di acqua kg di mare (ρ = 1, 03 dm 3 ) è appeso al soffitto con una molla di costante elastica k = N 100 m . Di quanto si allunga la molla? [D0009] [2 4 ] Due persone stanno sollevando una trave di forma irregolare, di massa m = 50 kg e lunga l = 2 m tenendola per i suoi estremi. Il baricentro della trave si trova a d = 70 cm da uno degli estremi della trave stessa. Quanto valgono le forze fatte dalle due persone? [D0012] [2 5 ] Una sbarra di ferro lunga l = 2 m il cui baricentro si trova a d = 50 cm da uno degli estremi, viene appoggiata su due molle poste agli estremi della sbarra, le quali si schiacceranno della stessa quantità ∆l = 6 cm. Sapendo che N la prima molla ha costante elastica k1 = 1000 cm , quanto vale la costante elastica dell’altra molla e quanto vale la massa della sbarra? kg [D0013] [1 3 ] Un cubo di ferro di densità ρF e = 7874 m 3 , e di lato l = 20 cm kg si trova sul fondo di una piscina piena di acqua di densità ρH2 O = 1000 m 3 . Qual è la minima forza necessaria per sollevarlo dal fondo della piscina? [D0015] [1 1 ] Un ciclista di massa m = 60 kg corre in pianura alla velocità costante V = 35 km h . Se le forze d’attrito con l’aria hanno un valore Fa = 500 N , quanto vale la forza in avanti che il ciclista fa spingendo sui pedali? Spiegane il perchè. Quanto vale l’accelerazione con la quale si muove la bicicletta? [D0016] [2 4 ] Una sbarra orizzontale di massa trascurabile è inchiodata nel suo centro. Due forze di intensità F1 = F2 = 20 N vengono applicate alla sbarra verso il basso rispettivamente alla distanza b1 = 20 cm a sinistra e b2 = 30 cm a destra del centro. Dove devo applicare una forza F3 = 2 N veso il basso in modo da ottenere equilibrio rotazionale? Quanto vale e verso dove è diretta la reazione vincolare del chiodo? [D0018] [2 1 ] A quale velocità minima deve andare una motocicletta per fare il giro della morte su di una pista circolare di raggio r = 10 m? [V = 9, 9 m s ] [D0023] [1 2 ] Una carrucola sta sorreggendo un oggetto di massa m = 6 kg. L’oggetto è attaccato all’asse centrale della carrucola ed entrambi i capi della corda intorno alla carrucla vengono tirati verso l’alto. Quanto vale la tensione sul filo che tiene la carrucola? [T = 29, 4 N ] [D0025] [1 4 ] Un palloncino è legato con una molla di costante elastica k = N 5 cm al fondo di una piscina e quindi tenuto fermo sotto l’acqua. Sapendo che il suo volume è V = 1 dm3 e che la sua massa è m = 400 g, di quanto si allunga la molla? [D0026] [2 6 ] Una sbarra orizzontale è realizzata unendo quattro cubi di lato l = 10 cm e di masse rispettivamente m1 = 1 kg, m2 = 2 kg,m3 = 3 kg,m4 = 4 kg. La sbarra è sorretta da due fili attaccati nel centro del primo e del quarto oggetto. Calcola il baricentro della sbarra e le forze F1 ed F2 che devono fare i due fili affinchè la sbarra stia ferma. [D0027] [1 2 ] Una sbarra orizzontale è tenuta ferma da un chiodo nel suo centro. Sula lato sinistro, ad una distanza b1 = 18 cm viene applicata una forza F1 = 30 N verso il basso. Sul lato destro, ad una distanza b2 = 12 cm viene applicata una forza F2 verso il basso. Quanto vale la forza F2 per tenere ferma la sbarra? [D0028] [2 4 ] Una trave di legno di massa m = 2 kg e di lunghezza l = 1 m 237 Scheda107. Esercizi di Dinamica è sorretta ai bordi da due persone. Sulla trave si trova un ogetto di massa m2 = 1 kg ad una distanza b1 = 20 cm dal bordo sinistro della trave. Quanto valgono le forze che fanno le due persone? [F1 = 11, 76 N ; F2 = 17, 64 N ] kg 3 ρF e = 7874 m 3 e volume VF e = 2 dm o ad allungare una molla di costante elastica N dalla lunghezza li = 10 cm alla lunghezza lf = 15 cm? k = 30 cm [D0029] [2 4 ] Una trave orizzontale di massa m = 10 kg e lunga l = 200 cm è libera di ruotare attorno ad un perno fisso posto nella sua estremità sinistra. La trave viene tirata verso il basso da una forza F1 = 100 N posta ad una distanza b1 = 30 cm dal perno. Una forza F2 viene poi applicata al fondo della trave per equilibrarla e non farla ruotare. La reazione vincolare del perno fisso tiene la trave in equilibrio traslazionale. Quanto valgono e verso dove sono diretti i momenti della forza F1 e della forza di gravità? Quanto deve valere e in quale verso deve essere diretto il momento della forza F2 ? Calcola la forza F2 ed il valore della reazione vincolare. [M1−or = 3000 N cm; Mg−or = 9800 N cm; M2−an = 12800 N cm; F2 = 64 N verso l’alto; Rv = 132 N verso l’alto.] [D0035] [1 4 ] Se vuoi mantenere un sasso sott’acqua senza che tocchi il fondo, devi fare una forza verso l’alto o verso il basso? Disegna le forze sull’oggetto e motiva la tua risposta. Immagina adesso di fare la stessa cosa con un pallone di plastica, devi fare una forza verso l’alto o verso il basso? Disegna le forze sull’oggetto e motiva la tua risposta. [D0030] [2 3 ] Una trave orizzontale lunga l = 2 m è libera di ruotare attorno ad un perno fisso posto nella sua estremità sinistra. La trave viene tirata verso il basso da una forza F1 = 100 N posta ad una distanza b1 = 30 cm dal perno e da una forza F2 = 200 N posta ad una distanza c = 40 cm dalla prima forza. Una forza F3 viene poi applicata al fondo della trave per equilibrarla e non farla ruotare. Calcola la forza F3 . [D0031] [1 4 ] In una giostra dei seggiolini tenuti da una catena si muovono di moto circolare uniforme in orizzontale con frequenza ν = 0, 25 Hz descrivendo un cerchio di raggio r = 3 m. Una persona seduta nel seggiolino ha una massa m = 70 kg. Quanta forza deve fare la catena per sorreggere quel seggiolino? [D0032] [2 4 ] Immaginate di tenere in mano un sasso di massa m = 1 kg mentre tenete l’avambraccio fermo in posizione orizzontale. Il sasso si trova ad una distanza b1 = 30 cm dal gomito. Il muscolo bicipite, che esprime una forza verso l’alto, è attaccato all’avambraccio ad una distanza b2 = 5 cm dal gomito. Quanto vale la forza di gravità sul sasso? Quanto vale la forza che deve fare il muscolo per sorreggere il sasso? Quale forza agisce sul gomito? [ Fg = 9, 8 N ; F2 = 58, 8 N ; Rv = 49 N . ] [D0033] [1 2 ] Faccio più fatica a sorreggere un oggetto di ferro di densità [D0034] [2 2 ] Ad una macchina di Atwood sono appese due masse m1 = 2 kg ed m2 = 5 kg. Con quale accelerazione si muove il sistema? N [D0036] [1 1 ] Ad una molla di costante elastica k = 50 m viene appeso un oggetto di massa m = 4 kg. Di quanto si allunga la molla? [∆l = 0, 784 m] [D0037] [1 2 ] Su di una macchina sale una persona di massa m = 80 kg. Di quanto si abbassa la macchina se le quattro molle su cui poggia hanno costante N ? elastica k = 100 cm [∆l = 1, 96 cm] [D0040] [1 2 ] Un pendolo di massa m = 300 g viene tirato in orizzontale da una forza F = 6 N . Quanto vale la tensione del filo che sorregge il peso? [D0041] [3 3 ] Un pendolo di massa m = 700 g e di lunghezza L = 2 m viene tirato in orizzontale da una forza F = 8 N . Quanto vale la tensione del filo che sorregge il peso? Di quanto si solleva il peso? [D0043] [1 4 ] Una sfera rotola su di un piano inclinato, senza strisciare e con velocità costante. Sapendo che la reazione vincolare del piano vale Rv = 17 N e che le forze di attrito valgono Fa = 9, 8 N , calcolate la massa della sfera ed il coefficiente di attrito del piano. [D0045] [1 2 ] Un’automobile di massa m = 800 kg si appoggia su quattro N ammortizzatori di costante elastica k = 100 cm . Di quanto vengono compressi tali ammortizzatori a causa del peso dell’automobile? [∆l = 19, 6 cm] [D0046] [2 3 ] A due molle identiche, montate in serie, di massa m = 0, 2 kg N e costante elastica K = 2 cm è appeso un oggetto di massa M = 1 kg. Di quanto si allungano complessivamente le due molle? 238 Scheda107. Esercizi di Dinamica [D0047] [1 3 ] Una macchina di massa m = 800 kg sta facendo una curva di raggio r = 20 m su asfalto bagnato e con le gomme lisce. Tra l’asfalto e le ruote il coefficiente di attrito è µ = 0, 2. Quanto vale la forza di gravità che agisce sulla macchina? Quanto vale l’attrito dell’auto sull’asfalto? A quale velocità massima può andare la macchina per non uscire di strada? [Fg = 7840 N ; Fa = 1568 N ; Vmax = 6, 261 m s ] [D0048] [2 4 ] Un oggetto di massa m = 2 kg si trova fermo su di un piano inclinato senza attrito, inclinato di θ = 30◦ rispetto all’orizzontale, bloccato tramite N un cavo inestensibile ad una molla di costante elastica k = 5 cm . Di quanto si allunga la molla? [D0049] [3 5 ] Un oggetto di massa m = 2 kg si trova fermo su di un piano inclinato. Il piano ha un coefficiente di attrito statico µs = 0, 1 ed è inclinato di θ = 30◦ rispetto all’orizzontale. L’oggetto è bloccato tramite un cavo inestensibile ad N una molla di costante elastica k = 5 cm . Di quanto si allunga la molla? [D0050] [2 2 ] Un oggetto di massa m = 2 kg si trova su di un carrello posizionato fermo su di un piano inclinato inclinato di θ = 30◦ rispetto all’orizzontale. Il sistema inizialmente è fermo. L’oggetto è appoggiato ad una molla di costanN te elastica k = 5 cm , parallela al piano inclinato. θ Di quanto si allunga la molla quando si lascia il carrello libeo di muoversi? 107.5 Secondo principio della dinamica [D0052] [2 2 ] Un ascensore si muove verso l’alto con accelerazione a = 2 sm2 . Una persona di massa m = 70 kg si trova al suo interno in piedi sopra una bilancia. Qunto peso segna la bilancia? Esercizi sulle leggi di conservazione 108.1 Scheda 108 Energia [L0001] [1 3 ] Un oggetto di massa m = 50 kg viaggia ad una velocità Vi = 10 m s . Ad un certo punto viene spinto da una forza F = 100 N per una distanza ∆S = 24 m nella stessa direzione e nello stesso verso del movimento. 1. Quanto lavoro ha fatto la forza? Quel lavoro è negativo o positivo? 2. Quanta energia cinetica ha l’oggetto all’inizio e dopo l’azione della forza? [L0007] [1 7 ] Un proiettile di massa m = 15 g viene sparato da un fucile in diagonale verso l’alto posizionato al livello del suolo. Al momento dello sparo riceve una spinta F = 100 N per un tragitto ∆S = 60 cm pari alla lunghezza della canna del fucile. Quando arriva nel punto di massima altezza ha ancora una velocità Vf = 20 m s . trascuriamo gli effetti dell’attrito con l’aria. 3. A quale velocità finale viaggia l’oggetto? [L0002] [1 2 ] Se lascio cadere un oggetto inizialmente fermo da un’altezza hi = 8 m, con quale velocità arriverà a terra? [L0003] [1 2 ] Se lascio cadere un oggetto di massa m = 1 kg inizialmente fermo da un’altezza hi = 8 m, e arriva a terra con una velocità Vf = 10 m s ; quanta energia si è dissipata sotto forma di calore a causa dell’attrito con l’aria? [L0004] [1 1 ] Un oggetto di massa m = 500 kg si sta muovendo su di un piano orizzontale con velocità iniziale Vi = 10 m s . Gradualmente rallenta a causa m delle forze di attrito fino alla velocità Vf = 4 s . Quanta energia è stata dispersa sotto forma di calore? [L0005] [1 2 ] Un oggetto si sta muovendo in salita su di un piano inclinato con attrito, con una velocità iniziale Vi = 10 m s . Gradualmente rallenta fino a fermarsi. Sapendo che l’oggetto si è sollevato, rispetto all’altezza iniziale, fino all’altezza hf = 3 m e che il calore generato dalle forze di attrito è stato Q = 2 J, quanto vale la massa dell’oggetto? [L0006] [1 4 ] Un blocco di pietra di massa m = 40 kg scivola lungo una discesa partendo con una velocità iniziale Vi = 5 m s . All’inizio si trovava all’altezza hi = 10 m per poi scendere fino all’altezza hf = 2 m. 1. Quanto lavoro ha ricevuto il proiettile al momento dello sparo? 2. Trascura la variazione di energia potenziale dovuta al percorso della pallottola all’interno del fucile; quanta energia cinetica ha il proiettile in uscita dalla canna del fucile? 3. Quanta energia cinetica ha il proiettile nel punto di massima altezza? 4. Quanta energia potenziale gravitazionale ha il proiettile nel punto di massima altezza? 5. A quale altezza è arrivato il proiettile? [L0008] [1 4 ] Un oggetto di massa m = 5 kg ha inizialmente un’energia potenziale gravitazionale Ui = 100 J e sta cadendo con una velocità Vi = 10 m s . Cadendo a terra, cioè fino ad un’altezza hf = 0 m, l’oggetto ha colpito e compresso una molla, N inizialmente a riposo, di costante elastica k = 200 cm . Quando la molla raggiunge la sua massima compressione l’oggetto è nuovamente fermo. 1. Calcola le energie cinetica e potenziale gravitazionale iniziali del blocco. 2. Quanta energia cinetica finale avrebbe il blocco se non ci fosse attrito? 1. A quale altezza si trova inizialmente l’oggetto? 3. Se l’energia cinetica finale del blocco fosse metà di quella iniziale, quanta energia si è persa a causa delle forze d’attrito? 2. Quanta energia cinetica ha l’oggetto inizialmente? 239 240 3. Quanta energia potenziale gravitazionale ha l’oggetto quando arriva a terra? 4. Quanta energia potenziale elastica ha la molla inizialmente? 5. Quanta energia cinetica ha l’oggetto alla fine del suo movimento? 6. Quanta energia potenziale elastica ha immagazzinato la molla nel momento di massima compressione? 7. Di quanto si è compressa la molla? [L0009] [1 2 ] Un motore di potenza P = 2 kW solleva un oggetto di massa m = 500 kg da un’altezza hi = 2 m fino ad un’altezza hf = 32 m. Quanto tempo ci impiega? [L0010] [1 2 ] Un tuffatore salta dalla piattaforma alta hi = 10metri. Con quale velocità l’atleta entra in acqua? [Vf = 14 m s ] [L0011] [1 2 ] In quanto tempo un motore di potenza P = 30 W può sollevare un oggetto di massa m = 4 kg di un’altezza ∆h = 5 m? [∆t = 6, 53 s] [L0012] [1 2 ] Quale altezza raggiunge un oggetto lanciato da terra verticalmente verso l’alto con una velocità iniziale V0 = 25 m s ? [hf = 31, 9 m] [L0013] [1 3 ] Un’automobile di massa m = 1000 kg rallenta in uno spazio m ∆S = 50 m dalla velocità Vi = 20 m s fino alla velocità Vf = 10 s . Quanto valgono le energie cinetiche iniziale e finale dell’automobile? Quanto lavoro hanno fatto le forze d’attrito? Quanto valgono le forze d’attrito? [L0014] [1 4 ] Esercizi banali: 1. Quanto lavoro viene fatto su di un oggetto che si é spostato di ∆S = 50 m rallentato da una forza d’attrito F = 100 N ? [L = −5000 J] 2. Quanto lavoro compie la forza centripeta che fa muovere un oggetto di moto circolare uniforme? [L = 0 J] Scheda108. Esercizi sulle leggi di conservazione 3. Quanto consuma una lampadina di potenza P = 150 W tenuta accesa per un tempo ∆t = 2 h? [∆E = 300 J] 4. Per quanto tempo deve funzionare un motore di potenza P = 2000 W per poter fornire un’energia ∆E = 500 J? [∆t = 0, 25 s] [L0015] [1 5 ] Un pallone di massa m = 0, 4 kg si trova ad una altezza hi = 1 m da terra e viene calciato verticalmente verso l’alto alla velocità Vi = 15 m s . 1. Quanta energia cinetica e quanta energia potenziale gravitazionale ha il pallone all’inizio? 2. Qanto vale l’energia totale che ha quel pallone? 3. Quanta energia cinetica e quanta energia potenziale gravitazionale ha il pallone nel punto di massima altezza? 4. A quale altezza arriva il pallone? 5. Se il pallone avesse avuto una massa doppia a quale altezza sarebbe arrivato? . [Eci = 45 J; Ui = 3, 9 J; Etot = 48, 9 J; Ecf = 0 J; Uf = 48, 9 J; hf = 12, 5 m; Alla stessa altezza.] [L0016] [1 2 ] Un proiettile viene sparato in aria con la velocità iniziale Vi = 100 m s . Trascurando l’effetto dell’aria, a quale altezza arriverebbe il proiettile? [hf = 510 m] [L0017] [1 2 ] Un pendolo formato da un filo di lunghezza l = 1 m ed una massa legata al fondo, viene inclinato in modo da sollevare la massa di ∆h = 10 cm, e viene tenuto inizialmente fermo. Con quale velocità il pendolo viaggerà quando la massa avrà raggiunto la sua minima altezza? [L0018] [1 2 ] Di quanto viene compressa una molla di costante elastica k = N 100 m se a comprimerla è un oggetto di massa m = 49 kg lanciato orizzontalmente alla velocità Vi = 10 m s ? [∆l = 7 cm] 241 [L0019] [1 3 ] Su di una catapulta viene posizionata una pietra di massa m = N 30 kg, comprimendo di ∆l = 50 cm una molla di costante elastica k = 6000 m . 1. Quanta energia potenziale elastica è immagazzinata nella molla? 2. Con quanta energia cinetica la pietra viene lanciata? 3. A quale velocità viaggia la pietra nel momento in cui viene lanciata? . [V = 750 J; Eci = 750 J; Vi = 7, 07 m s .] [L0020] [1 4 ] Un oggetto di massa m = 5 kg ha inizialmente un’energia potenziale gravitazionale Ui = 100 J e sta cadendo con una velocità Vi = 10 m s . Cadendo a terra, cioè fino ad un’altezza hf = 0 m, l’oggetto ha colpito e compresso una molla, N inizialmente a riposo, di costante elastica k = 200 cm . Quando la molla raggiunge la sua massima compressione l’oggetto è nuovamente fermo. 1. A quale altezza si trova inizialmente l’oggetto? 2. Quanta energia cinetica ha l’oggetto inizialmente? 3. Quanta energia potenziale gravitazionale ha l’oggetto quando arriva a terra? 4. Quanta energia potenziale elastica ha la molla inizialmente? 5. Quanta energia cinetica ha l’oggetto alla fine del suo movimento? 6. Quanta energia potenziale elastica ha immagazzinato la molla nel momento di massima compressione? 7. Di quanto si è compressa la molla? . [hi = 2, 04 m; Eci = 250 J; Uf = 0 J; Vi = 0 J; Eci = 0 J; Vel−f = 350 J; ∆l = 3, 5 cm.] [L0021] [1 2 ] Quanta energia devo dare ad un oggetto di massa m = 2 kg che si muove con velocità Vi = 10 m s per fargli raddoppiare la velocità? Scheda108. Esercizi sulle leggi di conservazione [L0022] [1 4 ] Un proiettile di massa m = 15 g viene sparato da un fucile in diagonale verso l’alto posizionato al livello del suolo. Al momento dello sparo riceve una spinta F = 100 N per un tragitto ∆S = 60 cm pari alla lunghezza della canna del fucile. Quando arriva nel punto di massima altezza ha ancora una velocità Vf = 20 m s . Quanto lavoro ha ricevuto il proiettile al momento dello sparo? Trascura la variazione di energia potenziale dovuta al percorso della pallottola all’interno del fucile; quanta energia cinetica ha il proiettile in uscita dalla canna del fucile? Quanta energia cinetica ha il proiettile nel punto di massima altezza? Quanta energia potenziale gravitazionale ha il proiettile nel punto di massima altezza, se trascuriamo l’attrito con l’aria? A quale altezza è arrivato il proiettile? [L = 60 J; Eci = 60 J; Ecf = 3 J; Uf = 57 J; hf = 388 m] [L0023] [1 3 ] Un corpo di massa m = 2 kg, sulla cima di una collina, viaggia con velocità iniziale Vi = 10 m s ed ha un’energia potenziale gravitazionale Ui = 1000 J. Frenato dalle forze d’attrito, arriva in fondo alla collina ad altezza hf = 0 m con una velocità finale Vf = 20 m s . Di quante volte è aumentata l’energia cinetica (raddoppiata, triplicata, quadruplicata)? Quanta energia si è trasformata in calore? [L0024] [3 5 ] Ad una molla, di lunghezza a riposo L0 = 20 cm e costante N , viene appeso un oggetto di massa m = 100 g. Dalla posizione di elastica k = 10 m equilibrio raggiunta, l’oggetto viene sollevato di ∆x = +5 cm. Lasciato libero, fino a quale altezza minima si abbassa? [L0025] [1 4 ] Un oggetto cade da una certa altezza. Trascuriamo l’effetto dell’aria. Rispondi alle seguenti domande: • Come variano l’energia potenziale gravitazionale e l’energia cinetica dell’oggetto? Come varia l’energia totale dell’oggetto? Consideriamo adesso il caso della presenza dell’aria. • In che modo la forza di attrito interviene sulle trasformazioni energetiche del fenomeno in questione? Vale ancora la legge di conservazione dell’energia totale? [L0026] [1 4 ] Un elastico inizialmente fermo, di massa m = 40 g e costante N elastica k = 5 cm , si trova all’altezza hi = 2 m e viene lanciato verso l’alto. L’energia necessaria è data dall’elastico stesso essendo stato allungato di ∆l = 10 cm. 242 Scheda108. Esercizi sulle leggi di conservazione 1. Quanta energia potenziale elastica è immagazzinata nell’elastico? 108.2 2. Quanta energia cinetica avrà l’elastico nel punto di massima altezza? [P0001] [1 2 ] Un oggetto che ha massa m1 = 50 kg viaggia ad una velocità V1 = 11 m s . Ad un certo punto urta contro un oggetto di massa m2 = 100 kg che viaggia nel verso opposto ad una velocità V2 = 1 m s . Nell’urto di due oggetti rimangono attaccati. A quale velocità finale si muove il blocco? 3. Calcola l’energia potenziale gravitazionale e l’altezza che avrà l’elastico nel punto di massima altezza? . [V = 2, 5 J; Ecf = 0 J; U = 3, 284 J; hf = 8, 38 m.] [L0027] [1 2 ] Un atleta di salto con l’asta durante la sua corsa viaggia ad una velocità Vi = 9 m s , quanto salterebbe in alto se riuscisse a convertire tutta la sua energia cinetica in energia potenziale gravitazionale? [hf = 4, 13 m] [L0028] [1 2 ] Un oggetto di massa m = 4 kg si muove senza attrito su di un piano orizzontale con la velocità V = 5 m s . Ad un certo punto l’oggetto incontra una molla comprimendola di ∆l = 0, 2 m. Quanto vale la costante elastica della molla? N [k = 2500 m ] [L0029] [2 3 ] Un oggetto di massa m = 2 kg viene lasciato cadere da una certa altezza. Arrivato a terra, penetra nel terreno per un tratto d = 0, 5 m. Assumendo che le forze di attrito con il terreno abbiano un valore medio Fa = 500 N , da quale altezza è caduto l’oggetto? [L0031] [1 2 ] Un blocco di cemento di massa m = 500 kg è tenuto da una gru ad un’altezza hi = 10 m e poi appoggiato dentro un pozzo ad una profondità hf = −5 m sotto il livello del terreno. Di quanto è variata l’energia potenziale gravitazionale dell’oggetto a causa del suo spostamento? [L0032] [2 2 ] Ad una macchina di Atwood senta attrito sono appesi due corpi di massa m1 = 2 kg e m2 = 3 kg. Il corpo più leggero è inizialmente fermo appoggiato a terra, mentre quello più pesante si trova a h = 2 m da terra. Con quale velocità il più pesante toccherà terra? [DL0052] [4 3 ] Un oggetto è posto sulla cima di una superficie semisferica. Esso comincia a scivolare senza attrito lungo tale superficie. In quale punto esso si stacca dalla suprficie? 108.3 Quantità di moto Complessivi [CDL0001] [1 3 ] Un’auto viaggia a velocità costante per un tratto di strada ∆S = 600 m, spinta da una forza costante F = 500 N per un tempo ∆t = 20 s. Come potresti spiegare perché l’auto viaggia a velocità costante? Quanto vale la potenza espressa dal motore in quell’intervallo di tempo? [CDL0002] [2 2 ] Un’auto di massa m = 800 kg, partendo da ferma, viene spinta da una forza costante F = 500 kN per un tempo ∆t = 3 s. Quanto vale la potenza espressa dal motore? [DL0001] [2 3 ] Un corpo striscia con velocità iniziale Vi = 20 m s su di un piano con coefficiente di attrito µd = 0.5. Quale velocità avrà dopo aver percorso ∆S = 30 m. [DL0002] [2 5 ] Disegna lo schema di un sistema di sollevamento a carrucola mobile per sollevare un peso di massa m = 10 kg. Indica il valore della forza F~ che devi esercitare sull’estremità del cavo e lo spostamento ∆S dell’estremità del cavo, sapendo che la massa si solleva di ∆h = 20 cm. [DL0003] [3 5 ] Un pendolo di massa m = 900 g e lunghezza L = 1 m viene tirato in orizzontale da una forza F = 10 N . Quanto vale la tensione del filo che sorregge il peso? Di quanto si solleva il peso? Quanta energia viene fornita al peso per sollevarlo? [DL0011] [2 3 ] Un pendolo semplice è realizzato con una corda di lunghezza l = 2 m con all’estremità una massa m = 2 kg. Tale pendolo sta oscillando attaccato ad un chiodo all’altezza hc = 3 m. Il massimo valore dell’altezza raggiunta dal pendolo è hi = 1, 4 m. Sapendo che la corda può sopportare al massimo una tensione Tmax = 30 N , il pendolo si romperà? 243 [DL0012] [1 4 ] Un’auto di massa m = 500 kg rallenta dalla velocità Vi = km 252 km h fino alla velocità Vf = 108 h in uno spazio ∆S = 100 m. Quanta energia cinetica ha l’auto prima e dopo la frenata? Quanto lavoro ha fatto la forza d’attrito delle ruote con l’asfalto? Calcola la forza e l’accelerazione d’attrito. [Eci = 1225 kJ; Ecf = 225 kJ; L = −1000 kJ; Fa = 10 N ; a = 0, 02 sm2 ] [LP0001] [3 4 ] Un oggetto di massa m1 = 50 kg viaggia ad una velocità V1 = 11 m s lungo un piano inclinato senza attrito. Inizialmente l’oggetto si trova all’altezza hi = 5 m da terra. Alla fine del piano inclinato si sposta in orizzontale fino a quando urta contro un oggetto di massa m2 = 100 kg inizialmente fermo. Nell’ urto di due oggetti rimangono attaccati. Con quale velocità viaggeranno dopo l’urto? Scheda108. Esercizi sulle leggi di conservazione Esercizi di Fluidodinamica 109.1 Scheda 109 foro, di dimensione trascurabile rispetto alla superficie della base del contenitore. Con quale velocità l’acqua esce dal foro? [Vf = 2, 21 m s ] Legge di conservazione della portata [F0002] [1 2 ] In un tubo di sezione S1 = 10 cm2 scorre dell’acqua con veloci2 tà V1 = 3 m s . Questo tubo ha una strozzatura nel centro, di sezione S2 = 4 cm . Quanto vale la portata del tubo? Quanto vale la velocità con cui l’acqua scorre nella strozzatura? [F0003] [1 2 ] Il letto di un canale di irrigazione è profondo h1 = 2 m e largo l1 = 10 m, e l’acqua al suo interno scorre con una velocità V1 = 0, 2 m s ; se in un certo tratto la profondità e la larghezza del canale si dimezzano, a quale velocità scorrerà l’acqua in questo secondo tratto? Quanto vale la portata del canale? 109.2 [CF0001] [3 5 ] Un contenitore cilindrico è riempito di liquido fino ad un’altezza H = 50 cm. Ah un’altezza h = 25 cm è praticato un foro piccolo rispetto alla sezione del cilindro. A quale distanza dal cilindro cade il liquido? 109.3 Legge di Stevin kg [F0006] [3 2 ] Un tubo a forma di U contiene acqua ( ρH2 O = 1000 m 3 ) nella kg sezione di sinistra e olio ( ρolio = 800 m3 ) nella sezione di destra. I liquidi sono fermi. Sapendo che la colonna di olio ha un’altezza ∆h = 20 cm, di quanti centimetri la colonnina di olio si trova più in alto della colonnina di acqua? Principio di Bernoulli [F0001] [2 3 ] In un tubo orizzontale di sezione S1 = 10 cm2 scorre dell’acqua ad una velocità V1 = 8 m s con una pressione P1 = 150000 P a. Ad un certo punto la sezione del tubo aumenta fino al valore S2 = 16 cm2 . Quanto valgono la velocità e la pressione dell’acqua nella parte larga del tubo? [F0004] [2 2 ] Un vaso cilindrico di sezione S1 = 10 cm2 contiene dell’acqua fino ad un certo livello. Nel vaso viene applicato un foro di sezione S2 = 1 mm2 ad un’altezza ∆h = 40 cm inferiore al livello dell’acqua. Con quale velocità V2 esce l’acqua dal foro? [F0005] [2 3 ] Un tubo orizzontale di sezione S1 = 10 cm2 è percorso da acqua alla pressione P1 = 150000 P a che si muove alla velocità V1 = 8 m s . All’altra estremità del tubo la pressione vale P2 = 169500 P a. Con quale velocità l’acqua esce dal tubo? Quale sezione ha il tubo in uscita? kg [F0008] [2 3 ] Un tubo orizzontale in cui scorre acqua ( ρH2 O = 1000 m 3 ), ha 2 una sezione iniziale S1 = 100 cm . Successivamente il tubo si stringe diventando di sezione S2 = 60 cm2 . La pressione nel tratto iniziale del tubo vale P1 = 400000 P a, mentre nella sezione più stretta vale P2 = 300000 P a. Quanto valgono le due velocità dell’acqua nei due tratti del tubo? [F0012] [1 2 ] Un contenitore cilindrico viene riempito d’acqua fino all’altezza hi = 30 cm dal fondo. All’altezza hf = 5 cm dal fondo viene praticato un piccolo [F0009] [1 3 ] Un subacqueo si trova immerso nelle acque ferme di un lago alla profondità h1 = −20 m rispetto al livello del mare. La pressione atmosferica vale Patm = 100000 P a. A quale pressione si trova? A quale profondità deve arrivare per raddoppiare la pressione a cui si trova? [F0010] [2 4 ] In un cilindro verticale versiamo del mercurio, dell’acqua e dell’olio. La colonnina di mercurio è alta LHg = 5 cm; la colonnina di acqua è alta LH2 O = 20 cm e la colonnina di olio è alta Lolio = 15 cm. La pressione atmosferica vale Patm = 100000 P a. Trovate la pressione sul fondo della colonna di liquido. kg kg le densità dei liquidi utilizzati valgono: ρolio = 800 m 3 ; ρH O = 1000 m3 ; ρHg = 2 kg 13579 m 3. [F0011] [1 1 ] Sapendo che un sottomarino in immersione sta subendo una pressione P = 280000 P a, a quale profonditá si trova rispetto alla superficie? [h = −17, 33 m] 109.4 Principio di Pascal [F0007] [1 2 ] Le due sezioni di un torchio idraulico valgono rispettivamente S1 = 50 cm2 ed S2 = 5 cm2 . Sapendo che sulla sezione maggiore viene appoggiato un 244 245 peso di massa m = 50 kg, quale forza devo fare sulla seconda sezione per mantenere l’equilibrio? Scheda109. Esercizi di Fluidodinamica Esercizi di Calorimetria 110.1 [Q0020] [1 Scheda 110 (c) Quanta energia mi serve per innalzare la temperatura di un oggetto di ferro fino alla temperatura Tf = 350 K sapendo che ha una massa m = 10 kg e che si trova ad una temperatura Ti = 300 K? [∆Q = 2200 J] Domande di teoria 4 ] 1. Cos’è il calore? Cos’è la temperatura di un oggetto? 2. Capacità termica 2. Come varia la temperatura di un corpo durante una transizione di fase? (a) Un oggetto di ferro di massa m1 = 2 kg alla temperatura iniziale T1i = 300 K viene messo a contatto con un oggetto di rame di massa m2 = 3 kg alla temperatura iniziale T2i = 320 K. Qual’è la capacità termica dei due oggetti? J J [CF e = 880 K ;CCu = 1140 K .] 3. Cosa succede alle molecole di una sostanza durante una transizione di fase? 4. Cosa può succedere ad una sostanza solida se le forniamo calore? [Q0022] [1 4 ] 1. Cosa succede se mettiamo due corpi, con temperatura differente, a contatto tra loro? Perchè? 3. Temperatura di equilibrio 2. Le molecole di un oggetto possono rimanere ferme? (a) Quale temperatura raggiungono un oggetto di argento di mAg = 0, 1 kg alla temperatura iniziale Ti,Ag = 350 K ed un oggetto d’oro di mAu = 0, 2 kg alla temperatura iniziale Ti,Au = 400 K messi a contatto? [Teq = 376, 2 K] 3. Se fornisco energia ad un corpo e lo vedo fondere, come è stata utilizzata quell’energia? 4. Esiste un limite inferiore alla temperatura che può avere un oggetto? Quale? 110.2 [Q0015] [1 (b) Un oggetto di ferro di massa m1 = 2 kg alla temperatura iniziale T1i = 300 K viene messo a contatto con un oggetto di rame di massa m2 = 3 kg alla temperatura iniziale T2i = 320 K. Quale temperatura di equilibrio raggiungeranno i due oggetti? [Teq = 311, 3 K.] Esercizi banali 17 ] Esercizi banali di: 1. Riscaldamento 4. Transizioni di fase (a) Che massa ha un oggetto di rame se dandogli un calore ∆Q = 1000 J la sua temperatura aumenta di ∆T = 20 K? [m = 131, 6 g] (a) Quanta energia serve per far fondere una massa m = 20 kg di ghiaccio alla temperatura di fusione? [∆Q = 6700 kJ] (b) Quanta energia mi serve per innalzare la temperatura di un oggetto di ferro di ∆T = 50 K sapendo che ha una massa m = 10 kg e che si trova ad una temperatura Ti = 300 K? [∆Q = 2200 J] (b) Quanta energia serve per far fondere una massa m = 10 kg di rame alla temperatura di fusione? [∆Q = 2058 kJ] 246 247 Scheda110. Esercizi di Calorimetria (c) Quanta energia serve per far bollire una massa m = 5 kg di acqua alla temperatura di ebollizione? [∆Q = 11360 kJ] 110.3 Riscaldamento (b) Di quanto si accorcia una sbarra d’oro della lunghezza iniziale li = 10 cm se diminuiamo la sua temperatura di ∆T = 10 K? [∆l = −1, 4 · 10−5 m] [Q0001] [2 3 ] Quanta energia mi serve per innalzare la temperatura di un oggetto di ferro di ∆T = 50 K sapendo che ha una massa m = 10 kg e che si trova ad una temperatura Ti = 300 K? Se la temperatura iniziale fosse stata Ti = 1800 K sarebbe servita più energia? [rispondi indicando anche il perchè] [Q0002] [1 2 ] Quale potenza ha un fornelletto che sta scaldando una massa m = 5 kg di acqua da un tempo ∆t = 60 s facendone aumentare la temperatura di ∆T = 50 K, sapendo che quell’acqua si trovava inizialmente alla temperatura Ti = 20◦ C? [Q0013] [1 1 ] Un oggetto di materiale sconosciuto e di massa m1 = 5 kg alla temperatura iniziale Ti1 = 350 K viene messo a contatto con un oggetto dello stesso materiale e di massa m2 = 30 kg alla temperatura iniziale Ti2 = 300 K. Quale temperatura di equilibrio raggiungeranno i due oggetti? [Teq = 307, 14 K] (c) Di quanto si allunga una sbarra di rame di lunghezza iniziale li = 30 cm se aumentiamo la sua temperatura di ∆T = 30 K? [∆l = 1, 53 · 10−4 m] [Q0016] [2 2 ] Un fornelletto di potenza P = 1000 W sta scaldando una massa m = 5 kg di acqua facendone aumentare la temperatura di ∆T = 45 K. Quanto tempo ci impiega? (d) Quanta energia devo dare ad una massa m = 50 kg di oro che si trovano alla temperatura T = 3129 K per farle compiere la transizione di fase? [∆Q = 84850 kJ] 5. Dilatazione termica (a) Di quanto si allunga una sbarra d’oro della lunghezza iniziale li = 10 cm se aumentiamo la sua temperatura di ∆T = 20 K? [∆l = 2, 8 · 10−5 m] (d) Di quanto devo scaldare una sbarra di rame di lunghezza iniziale li = 20 m per allungarla di ∆l = 1, 7 mm? [∆T = 0, 5 K] (e) Di quanto può aumentare la temperatura di una sbarra di ferro di lunghezza iniziale li = 10 m se non voglio che la sua lunghezza aumenti di più di 1 millimetro? [∆T = 8, 33 K] 6. Trasmissione del calore (a) Una finestra rettangolare di vetro spesso l = 3 mm è larga b = 0, 5 m e alta h = 1, 2 m. Se dentro casa c’è una temperatura Tin = 26◦ C e fuori una temperatura Tout = 12◦ C, quanta energia passa attraverso quella finestra W . ogni ora? La conducibilità termica del vetro è ρ = 1 K·m [∆Q = 30240 kJ] [Q0021] [1 2 ] Due oggetti dello stesso materiale, di massa m1 = 5 kg ed m2 = 15 kg, e con temperature T1 = 300 ◦ C e T2 = 500 ◦ C, vengono messi a contatto. Senza fare calcoli, cosa puoi dire della temperatura che raggiungeranno? Perchè? [Q0021a] [1 2 ] Due oggetti dello stesso materiale, di massa m1 = 5 kg ed m2 = 15 kg, e di temperatura T1 = 500 ◦ C e T2 = 300 ◦ C, sono messi a contatto. Senza fare calcoli, cosa puoi dire della temperatura che raggiungeranno? [Q0023] [1 2 ] Un oggetto di ferro alla temperatura iniziale Ti1 = 350 K viene messo a contatto con un oggetto di rame alla temperatura iniziale Ti2 = 300 K. Quale temperatura di equilibrio raggiungeranno i due oggetti, sapendo che hanno la stessa massa? [LQ0001] [2 3 ] Un corpo ferro di massa m = 20 kg si trova in una piccola piscina, fermo ed immerso nell’acqua, all’altezza dal fondo hi = 50 cm. Nella piscina ci sono m2 = 50 kg di acqua. La piscina è termicamente isolata dal mondo esterno. Ad un certo punto l’oggetto comincia a cadere verso il fondo della piscina fino a fermarsi sul fondo. Di quanto si scalda l’acqua della piscina? [LQ0002] [2 2 ] Un corpo di ferro ha massa m = 20 kg e temperatura iniziale 248 Scheda110. Esercizi di Calorimetria Ti = 400 K. Esso striscia, fino a fermarsi, su di un piano orizzontale, con una velocità iniziale Vi = 4 m s . Ammettendo che tutto il calore prodotto sia utilizzato per scaldare il corpo, di quanto aumenta la sua temperatura? 110.4 Transizioni di fase [Q0007] [1 1 ] Un blocco di ferro solido di massa m = 50 kg si trova alla temperatura di fusione. Quanto calore devo fornire se voglio fondere una percentuale p = 10% del blocco di ferro? [Q0027] [1 2 ] Le temperature di fusione e di ebollizione del ferro sono: Teb−F e = 3023 K; Tf us−F e = 1808 K. Indicate se le seguenti sostanze sono solide, liquide o gassose. • 10 kg di ferro a T = 1600 K; 20 kg di ferro a T = 1890 ◦ C • 20 kg di ferro a T = 1600 ◦ C; 10 kg di ferro a T = 3023 K [Q0028] [1 3 ] Rispondi alle seguenti domande. 1. Perché l’alchool etilico bolle alla temperatura di circa Teb−1 = 80◦ C mentre l’acqua bolle alla temperatura di Teb−2 = 100◦ C 2. Se prendo una certa massa di ferro alla temperatura T = 1600 K, è solida, liquida, gassosa o plasma? Spiega perchè. 3. Se prendo dell’acqua alla temperatura T = 327 K, essa è solida, liquida, gassosa o plasma? Spiega perchè. 110.5 Dilatazione termica [Q0004] [1 2 ] Due sbarre di eguale lunghezza li = 3 m, una di ferro e l’altra di alluminio, vengono scaldate di ∆T = 50 K. Ammettendo che nessuna delle due raggiunga il punto di fusione, di quanto una risulterà più lunga dell’altra? [Q0008] [3 2 ] Di quanto devo scaldare una sbarra di alluminio di lunghezza iniziale lAl−i = 2000 mm ed una sbarra di ferro di lunghezza iniziale lF e−i = 2001 mm affinchè raggiungano la stessa lunghezza? [∆T = 38, 5 K] [Q0024] [2 3 ] Un termometro a mercurio è costituito da una piccola ampolla che contiene mercurio. Da tale ampolla esce un tubicino di sezione S = 0, 2 mm2 . La quantità totale di mercurio nel termometro è m = 30 g. Inizialmente il termometro si trova a Ti = 20 ◦ C. Il coefficiente di dilatazione termica 1 volumetrico del mercurio è δ = 0, 18 · 10−3 K . Di quanti millimetri sale il livello del mercurio nel tubicino se in una giornata calda siamo a Tf = 35 ◦ C 110.6 Conducibilità termica [Q0025] [1 2 ] Una stufa elettrica mantiene in una stanza una temperatura Tint = 24 ◦ C, mentre all’esterno la temperatura è Text = 4 ◦ C. Il calore si disperde attraverso W una finestra di vetro (ρvetro = 1 m·K ) rettangolare (b = 1, 5 m e h = 1, 8 m) spessa e l = 3 mm. Il costo dell’energia è C = 0, 18 kW h ; quanto costa riscaldare la stanza per un tempo ∆t = 3 h? 110.7 Complessivo [Q0003] [2 2 ] Quanta energia serve per innalzare la temperatura di m = 10 kg di acqua dal valore iniziale Ti = 80 ◦ C fino al valore finale Tf = 130 ◦ C? [Q0005] [2 3 ] Una sbarra di ferro di massa m = 15 kg, lunga li = 3 m alla temperatura Ti = 1600 K viene immersa in una vasca riempita con una massa mH2 O = 100 kg d’acqua alla temperatura TH2 O = 300 K. Di quanto si accorcia la sbarra? [Q0006] [3 4 ] Ad un oggetto di ferro di massa m = 2kg, alla temperatura iniziale Ti = 600 K vengono forniti ∆Qtot = 2000 kJ di calore. Quanti kilogrammi di ferro riesco a fare fondere? [Q0009] [2 2 ] Quanta energia mi serve per portare una massa m = 5 kg di ferro dalla temperatura Ti = 2000 ◦ C alla temperatura Tf = 4000 ◦ C? [∆Q = 35710 kJ] [Q0010] [2 2 ] Quanta energia mi serve per portare una massa m = 5 kg di acqua dalla temperatura Ti = 20 ◦ C alla temperatura Tf = 130 ◦ C? 249 [∆Q = 13662300 J] [Q0011] [2 2 ] Quanta energia serve per far allungare di ∆l = 0, 1 mm una sbarra di alluminio di lunghezza li = 200 cm e massa m = 0, 5 kg? [∆Q = 900 J] [Q0012] [1 2 ] In quanto tempo un forno della potenza P = 500 W può far aumentare di ∆T = 20 K la temperatura di una massa m = 20 kg di acqua? [∆t = 3348, 8 s] [Q0014] [2 1 ] Posso scaldare una sbarra di ferro della lunghezza li = 50 cm e che si trova alla temperatura Ti = 350 K per farla allungare fino alla lunghezza lf = 50, 1 cm? [Q0017] [3 2 ] Ad una sbarra di ferro di massa m = 50 kg alla temperatura Ti = 1500 K forniamo ∆Q = 12000 kJ di energia. Quanti kilogrammi di ferro riusciamo a far fondere? [Q0018] [3 2 ] Un pezzo di ferro di massa m = 5 kg alla temperatura Ti = 1600 K viene immerso in un volume V = 2 litri di acqua liquida alla temperatura di ebollizione. Quanta massa di acqua diventerà vapore? [m = 1, 19 kg] [Q0019] [2 2 ] Una sbarra di ferro di massa m = 15 kg, lunga li = 2 m alla temperatura Ti = 1600 K viene immersa in una vasca riempita con mH2 O = 100 kg d’acqua alla temperatura TH2 O = 300 K. Di quanto si accorcia la sbarra? [∆l = 0, 031 m] [Q0026] [2 3 ] Fornendo ∆Q = 3000 kJ an un oggetto di piombo alla temperatura iniziale Ti = 280 K, riesco a portarlo alla temperatura di fusione e fonderlo interamente. Quanta massa di piombo liquido mi trovo alla temperatura di fusione? [Q0028] [1 3 ] Rispondi alle seguenti domande. 1. Perché l’alchool etilico bolle alla temperatura di circa Teb−1 = 80◦ C mentre l’acqua bolle alla temperatura di Teb−2 = 100◦ C 2. Se prendo una certa massa di ferro alla temperatura T = 1600 K, è solida, liquida, gassosa o plasma? Spiega perchè. 3. Se prendo dell’acqua alla temperatura T = 327 K, essa è solida, liquida, gassosa o plasma? Spiega perchè. [Q0029] [2 3 ] Ad un oggetto di ferro di massa m = 5 kg, ed alla temperatura T = 300 K, fornisco una quantità di calore ∆Q = 4400 J. Di quanto aumenta il Scheda110. Esercizi di Calorimetria suo volume? [Q0030] [3 4 ] In un contenitore termicamente isolato sono presenti una massa mg = 500 g di ghiaccio alla temperatura Tig = 0◦ C ed una massa mv = 600 g di vapore acqueo alla temperatura Tiv = 100◦ C. Calcola la temperatura di equilibrio del sistema e quanto vapore rimane. [Q0031] [3 4 ] Una sbarra di ferro di massa m = 3 kg alla temperatura Ti−f erro = 800 K viene fatta raffreddare per immersione in una vasca d’acqua alla temperatura Ti−acqua = 300 K. Quale quantità minima di acqua devo usare per raffreddare il ferro senza che l’acqua cominci a bollire? [T0024] [3 3 ] In un contenitore termicamente isolato sono presenti una massa mg = 500 g di ghiaccio alla temperatura Tig = 0◦ C ed una massa mv = 600 g di vapore acqueo alla temperatura Tiv = 100◦ C. Calcola la temperatura di equilibrio del sistema e quanto vapore rimane. Esercizi di Termodinamica 111.1 Scheda 111 9. In un gas, durante una trasformazione isocora, al diminuire della temperatura: X) il gas fa lavoro; Y) il riceve lavoro; Z) il gas diminuisce la sue energia interna; W) la press. I Gas [T0001] [2 2 ] Se un certo quantitativo di gas che si trova alla temperatura T1 = 380 K compie una trasformazione isobara passando da un volume V1 = 10 cm3 ad un volume V2 = 20 cm3 , quale temperatura ha raggiunto? [T0002] [1 14 ] 10. In un gas, durante una trasformazione ciclica: X) il volume aumenta; Y) il volume diminuisce; Z) il volume rimane invariato; W) il volume può aumentare e diminuire per ritornare al valore iniziale. 1. Da dove prende energia un gas che compie lavoro durante una espansione isobara? X) dal suo interno; Y) dall’esterno; Z) dal lavoro che compie; W) la produce. 11. Un ciclo di carnot è composto da: X) due isoterme e due isocore; Y) due isocore e due adiabatiche; Z) due isoterme e due adiabatiche; W) quattro isoterme. 12. Una trasformazione ciclica è una trasformazione in cui: X) il gas si muove di moto circolare uniforme; Y) il gas non scambia calore con l’esterno; Z) gli stati iniziale e finale della trasformazione coincidono; W) Gli stati iniziale e finale della trasformazione cambiano ciclicamente. 2. In un gas, durante una trasformazione isocora, al diminuire della temperatura: X) il volume aumenta; Y) il volume diminuisce; Z) il volume rimane invariato; W) il volume puó aumentare quanto diminuire. 3. C’è scambio di calore durante una compressione adiabatica? X) si; Y) no; Z) forse; W) a volte. 13. Il rendimeno di un qualunque ciclo termodinamico è dato dal: X) lavoro fatto fratto calore assorbito; Y) lavoro fatto più calore assorbito; Z) lavoro fatto meno calore assorbito; W) solo lavoro fatto. 4. Il gas cede calore durante una compressione isobara? X) si; Y) no; Z) forse; W) a volte. 14. In un gas, durante una trasformazione isobara, al diminuire della temperatura: X) il volume aumenta; Y) il volume diminuisce; Z) il volume non varia; W) il volume sia aumenta che diminuire. 5. Da dove prende energia un gas che compie lavoro durante una espansione adiabatica? X) dal suo interno; Y) dall’esterno; Z) dal lavoro che compie; W) la produce. [T0003] [1 12 ] 1. Il rendimeno di un qualunque ciclo termodinamico è: X) minore o uguale a 1; Y) maggiore o uguale a 1; Z) uguale a 1; W) nessuna delle precedenti. 6. Di un gas, durante una trasformazione adiabatica, cambia: X) solo il volume; Y) solo la temperatura; Z) solo la pressione; W) Sia il volume che temperatura che pressione. 2. La legge dei gas perfetti: X) non contiene il volume del gas; Y) non contiene la temperatura del gas; Z) non contiene l’energia interna del gas; W) non contiene la pressione del gas. 7. In un gas, durante una trasformazione isoterma, al diminuire della pressione: X) il volume aumenta; Y) il volume diminuisce; Z) il volume rimane invariato; W) il volume può aumentare quanto diminuire. 3. Di un gas, durante una trasformazione isocora, non cambia: X) il volume; Y) la temperatura; Z) la pressione; W) l’energia interna. 8. In un gas, durante una trasformazione adiabatica, al diminuire della pressione: X) il volume aumenta; Y) il volume diminuisce; Z) il voume rimane invariato; W) il volume può aumentare quanto diminuire. 4. Di un gas, durante una trasformazione isoterma, non cambia: X) la temperatura; Y) il volume; Z) la pressione; W) l’energia interna. 250 251 Scheda111. Esercizi di Termodinamica 5. Di un gas, durante una trasformazione isobara, non cambia: X) il volume; Y) la temperatura; Z) la pressione; W) l’energia interna. 6. Il rendimeno di un ciclo di Carnot: X) è sempre maggiore di 1; Y) dipende solo dalla temperatura finale del gas; Z) dipende dalle temperature a cui viene scambiato il calore; W) dipende solo dalla temperatura iniziale del gas. 7. Quando un gas riceve del lavoro dall’esterno? 8. Disegna un ciclo di Carnot, indicandone le trasformazioni e i flussi di energia durante ogni trasformazione. 9. C’è scambio di calore durante una espansione isoterma? Quel calore entra nel gas o esce? 7. Il calore scambiato ad alta temperatura, rispetto a quello scambiato a bassa temperatura è: X) più pregiato; Y) meno pregiato; Z) egualmente pregiato; W) dipende dai casi. 10. Come cambia la temperatura di un gas durante una compressione adiabatica? e durante un’espansione adiabatica? 8. Per aumentare la tempratura di un gas è sufficiente: X) comprimerlo; Y) farlo espandere; Z) aumentarne la pressione; W) aumentarne l’energia interna. 11. Da dove prende energia un gas che compie lavoro durante una espansione adiabatica? 9. Per aumentare l’energia interna di un gas è sufficiente: X) comprimerlo; Y) fargli compiere una trasformazione isocora; Z) farlo espandere; W) fargli compiere una espansione isobara. 12. Da dove prende energia un gas che compie lavoro durante una espansione isoterma? 10. Un gas compie sicuramente del lavoro se: X) viene compresso; Y) si espande; Z) si scalda; W) nessuna delle precedenti. 11. C’è scambio di calore durante una compressione isoterma? X) si; Y) no; Z) forse; W) a volte. [T0004] [1 18 ] 1. Da quale variabile di stato dipende l’energia interna di un gas? 2. In quali modi posso fornire energia ad un gas? 3. Come varia l’energia interna di un gas durante una trasformazione isoterma? Perchè? 4. Durante una espansione il gas compie o riceve lavoro? e durante una compressione? 5. Quanto calore scambia un gas durante una trasformazione adiabatica? 6. Quando un gas fa lavoro verso l’esterno? 13. In una trasf. isocora: δL =?∆U =? Se il gas cede calore, da dove prende quell’energia? Che conseguenza ha questo sulla temperatura? 14. In una trasf. isoterma: ∆U =?δL =? Da dove viene presa l’energia per compiere lavoro? 15. In una trasf. adiabatica: δQ =?∆U =? Da dove viene presa l’energia per compiere lavoro? 16. Cos’è il rendimento di un ciclo? Quanto vale per il ciclo di Carnot? Disegna il diagramma che descrive il flusso di calore da una sorgente ad alta temperatura ad una a bassa temperatura durante un ciclo termodinamico. Modifica quel diagramma per descrivere un ciclo frigorifero. 17. Il calore scambiato ad alta temperatura è più o meno pregiato di quello scambiato a bassa temperatura? Perchè? 18. Cosa rappresenta la superficie dell’area delimitata da una trasformazione ciclica in un diagramma Pressione-Volume? 252 [T0005] [1 2 ] Un gas compie un ciclo termodinamico formato da due isobare e due isocore. Il ciclo comincia con un’espansione isobara che parte dallo stato A(3 m3 ; 8 atm); successivamente abbiamo un raffreddamento isocoro; la compressione isobara inizia invece dallo stato B(5 m3 ; 3 atm); infine un riscaldamento isocoro. Quanto lavoro ha fatto il ciclo? [T0006] [1 5 ] Un ciclo termodinamico assorbe calore δQass ad alta temperatura, cede calore δQced a bassa temperatura, e cede lavoro δL. Il tutto è fatto con un certo rendimento η. Esegui i seguenti esercizi: 1. Sapendo che δQass = 5000 J e che δQced = 3500 J, quanto valgono δL ed η? Scheda111. Esercizi di Termodinamica [T0010] [1 2 ] Un ciclo di Carnot assorbe δQass = 1000 J alla temperatura T1 = 1000 K e cede calore alla temperatura T2 = 400 K. Quanto lavoro viene prodotto? [δL = 600 J] [T0011] [1 6 ] Un gas subisce una trasformazione termodinamica. Le variabili coinvolte in tale trasformazione sono sei: la variazione di pressione, la variazione di volume, la variazione di temperatura, la variazione di energia interna, il lavoro scambiato, il calore scambiato. Sapendo se sono positive, negative o nulle due di queste, trova se sono positive, negative o nulle tutte le altre. le varie coppie di informazioni da cui devi partire sono elencate qui sotto. 2. Sapendo che δQass = 5000 J e che δL = 2000 J, quanto valgono δQced ed η? 1. Riscaldamento isobaro 3. Sapendo che δL = 5000 J e che η = 0, 4, quanto valgono δQass e δQced ? [T0007] [2 2 ] Durante una trasformazione isocora, un gas alla pressione iniziale Pi = 25000 P a passa da una temperatura Ti = 380 K ad una temperatura Tf = 450 K; quale pressione Pf ha raggiunto? [Pf = 29605 P a] [T0008] [2 2 ] Durante una trasformazione isoterma, un gas alla pressione iniziale Pi = 25000 P a passa da un volume Vi = 10 cm3 ad un volume Vf = 20 cm3 ; quale pressione Pf ha raggiunto? [Pf = 12500 P a] [T0009ban] [1 5 ] Esercizi banali: 1. Quanto lavoro fa un gas a pressione P = 5000 P a in una espansione isobara passando da un volume Vi = 50 m3 ad un volume Vf = 66 m3 ? [L = 80 kJ] 2. Una macchina termica funziona seguendo un ciclo di Carnot tra una temperatura T1 = 500◦ K ed una inferiore T2 = 300◦ K. Quanto vale il rendimento della macchina? [η = 20%] 3. Un gas, espandendosi, produce un lavoro δL = 500 J assorbendo contemporaneamenre una quantitá di calore δQ = 300 J. Di quanto é variata la sua energia interna? [∆U = −200 J] 2. Riscaldamento isocoro 3. Riscaldamento adiabatico [T0012] [1 6 ] Un gas subisce una trasformazione termodinamica. Le variabili coinvolte in tale trasformazione sono sei: la variazione di pressione, la variazione di volume, la variazione di temperatura, la variazione di energia interna, il lavoro scambiato, il calore scambiato. Sapendo se sono positive, negative o nulle due di queste, trova se sono positive, negative o nulle tutte le altre. le varie coppie di informazioni da cui devi partire sono elencate qui sotto. 1. Espansione isobara 2. Espansione isoterma 3. Espansione adiabatica [T0013] [1 4 ] 1. In quanti e quali modi un gas può scambiare energia con il mondo esterno? 2. Cos’è una trasformazione ciclica? 3. Cosa succede, dal punto di vista energetico, durante una trasformazione ciclica? 253 Scheda111. Esercizi di Termodinamica 4. Perchè la società umana ha bisogno delle trasformazioni cicliche? 5. Cosa posso dire sul valore del rendimento di una trasformazione ciclica? [T0014] [1 4 ] Domande di teoria 1. In quanti e quali modi un gas può scambiare energia con l’esterno? [T0017] [1 3 ] Domande di teoria 1. Del gas compresso esce molto velocemente da una bomboletta e si espande. Che tipo di trasformazione termodinamica subisce tale gas? Perché? 2. Del gas viene compresso molto lentamente dentro una bomboletta. Che tipo di trasformazione termodinamica subisce tale gas? Perché? 2. A cosa serve una trasformazione ciclica? 3. Perchè la società umana ne ha bisogno? 4. Elenca le strategie utili a risolvere i problemi energetici dell’umanità. 5. Quali variabili descrivono lo stato fisico di un gas? Quale formula le lega tra loro? [T0015] [1 [T0018] [2 5 ] Un ciclo termodinamico assorbe calore δQass ad alta temperatura, cede calore δQced a bassa temperatura, e cede lavoro δL. Il tutto è fatto con un certo rendimento η. Esegui i seguenti esercizi: 3 ] Domande di teoria 1. Se scaldo una pentola chiusa con un coperchio, che tipo di trasformazione sta facendo il gas all’interno? Perchè? 2. Un subacqueo si immerge in apnea scendendo di ∆h = −30 m. Che tipo di trasformazione fa l’aria nei suoi polmoni? Percè? 3. Un ciclo termodinamico assorbe una quantità di calore ∆Qass = 500 J ad alta temperatura, e produce lavoro con un rendimento η = 20 %. Quanto lavoro ha prodotto? Quanto calore cede a bassa temperatura? [T0016] [1 3. Un ciclo termodinamico cede una quantità di calore ∆Qced = 500 J a bassa temperatura, e produce ∆L = 200 J di lavoro. Quanto vale il rendimento del ciclo? Quanto calore viene assorbito ad alta temperatura? 3 ] Domande di teoria 1. Una nebulosa nello spazio si comprime a causa della forza di gravità. Che tipo di trasformazione termodinamica fa? Perché? 2. Un frigorifero raffredda l’aria al suo interno. Che tipo di trasformazione termodinamica subisce tale aria? Perché? 3. Un ciclo termodinamico assorbe una quantità di calore ∆Qass = 500 J ad alta temperatura, e produce ∆L = 200 J di lavoro. Quanto vale il rendimento del ciclo? Quanto calore viene ceduto a bassa temperatura? 1. Sapendo che δQass = 5000 J e che η = 0, 2, quanto valgono δL e δQced ? 2. Sapendo che δL = 4000 J e che δQced = 6000 J, quanto valgono δQass ed η? 3. Sapendo che δQced = 8000 J e che η = 0, 2, quanto valgono δQass e δL? [T0019] [2 2 ] Quant’è la minima quantità di lavoro che bisogna utilizzare, con un ciclo di Carnot, per sottrarre δQ = 180 J da un gas alla temperatura Tb = −3◦ C e spostarlo in un ambiente alla temperatura Ta = 27◦ C. [T0020] [2 4 ] Una g massa m = 560 g di azoto gassoso (P M = 28 mole ) si trova alla temperatura iniziale Ti = 270 K. Essa è contenuta in un cilindro metallico di sezione S = 1000 cm2 e di altezza h = 1 m. A quale pressione si trova il gas? Se la temperatura aumenta di ∆T = 30 ◦ C, a quale pressione arriva il gas? [T0021] [3 3 ] Un contenitore è separato da una sottile paratia in due volumi uguali nei quali sono contenuti due gas, rispettivamente alla pressione PiA = 1, 5 · 105 P a e PiB = 3, 3 · 105 P a. Assumendo che il contenitore sia mantenuto a temperatura costante e che i due gas siano in equilibrio termico con il contenitore, quale pressione si avrà all’interno del contenitore dopo la rimozione della paratia di separazione? [T0022] [3 4 ] Un contenitore è separato da una sottile paratia in due volumi uguali nei quali sono contenuti due gas, rispettivamente ossigeno O2 alla pressione PiA = 1, 4 · 105 P a e idrogeno H2 254 Scheda111. Esercizi di Termodinamica alla pressione PiB = 2, 8 · 105 P a. Assumendo che il contenitore sia mantenuto alla temperatura costante T = 200 ◦ C e che i due gas siano in quilibrio termico con il contenitore, quale pressione si avrà all’interno del contenitore dopo la rimosione della paratia di separazione? Quale pressione si avrà poi dopo che un dispositivo elettrico fa scoccare una scintilla attraverso la miscela di idrogeno e ossigeno? [T0023] [4 4 ] Un gas monoatomico (γ = 53 ) fa una trasformazione dallo stato {TA = 300 K; PA = 100000 P a; VA = 3 m3 } allo stato {TB = 400 K; PB = 200000 P a; VB = 2 m3 } Calcolate la variazione di entropia. domande: [T0025] [1 4 ] Rispondi alle seguenti 1. In quale direzione si muove naturalmente il calore? In che modo possiamo invertire tale direzione? 2. Indica quali relazioni valgono, tra le variabili energetiche dei gas, durante le trasformazioni: espansione adiabatica, riscaldamento isocoro e compressione isoterma. Scrivile ed enunciane il significato. 3. Perchè un gas ideale esercita sempre una certa pressione sulle pareti del contenitore che lo racchiude? 4. Lo pneumatico di un’automobile, una volta gonfiato fino ad un certo livello, non aumenta più il suo volume. Perchè immettendo altra aria al suo interno aumenta la pressione? [T0026] [2 5 ] Disegna un ciclo termodinamico formato da due isoterme e due isocore. Indica per ogni trasformazione se gli scambi di calore e di lavoro sono in uscita od in ingresso nel gas. Indica per ogni trasformazione se l’energia interna del gas aumenta o diminuisce. [T0026a] [2 5 ] Disegna un ciclo termodinamico formato da due isoterme e due adiabatiche. Indica per ogni trasformazione se gli scambi di calore e di lavoro sono in uscita od in ingresso nel gas. Indica per ogni trasformazione se l’energia interna del gas aumenta o diminuisce. [T0026b] [2 5 ] Disegna un ciclo termodinamico formato da due adiabatiche, una isobara ed un’isocora. Indica per ogni trasformazione se gli scambi di calore e di lavoro sono in uscita od in ingresso nel gas. Indica per ogni trasformazione se l’energia interna del gas aumenta o diminuisce. [T0026c] [2 6 ] Disegna un ciclo termodinamico formato da due adiabatiche e due isocore. Indica per ogni trasformazione se gli scambi di calore e di lavoro sono in uscita od in ingresso nel gas. Indica per ogni trasformazione se l’energia interna del gas aumenta o diminuisce. [T0027] [2 2 ] Alla partenza di un viaggio, quando la temperatura è Ti = 15◦ , le ruote di un’auto sono gonfiate alla pressione Pi = 2 atm. Dopo molti kilometri le ruote si sono scaldate fino alla temperatura Tf = 45◦ . Quale pressione hanno raggiunto? [T0028] [2 3 ] Un frigorifero ha una porta di superficie S = 1, 5 m2 . Inizialmente spento e aperto, l’aria al suo interno ha una temperatura Ti = 22◦ . Una volta in funzione l’aria al suo interno raggiunge la temperatura Tf = 4◦ . Con quale forza la porta viene schiacciata conto il frigorigero e tenuta chiusa? [DT0001] [1 5 ] Un contenitore cilindrico è chiuso in verticale da un pistone mobile di massa m = 1 kg e di superficie S = 1 dm3 . All’inizio il contenitore è alto hi = 3 dm. Nel contenitore è presente un gas perfetto alla temperatuta T = 27◦ C. Quante molecole ci sono nel gas? Se sul pistone appoggiamo un peso di massa M = 19 kg, mantenendo costante la temperatura del gas, quanto risulterà alto il contenitore alla fine? [DT0002] [1 2 ] Un contenitore cilindrico è chiuso in verticale da un pistone mobile di massa m = 10 kg e di superficie S = 2 dm2 . Il contenitore è alto h = 4 dm. Nel contenitore è presente un gas perfetto alla temperatuta T = 27◦ C. Quante molecole ci sono nel gas? [FT0001] [2 3 ] Un subacqueo con capacità polmonare Vi = 5 dm3 sta per andare a hf = −30 m di profondità sul livello del mare. Quanti litri d’aria si troverà nei polmoni a quella profondità? [LT0001] [2 5 ] Una macchina termica funziona con un ciclo di Carnot tra le temperature Tb = 20◦ C e Ta = 600◦ C. Tale macchina brucia una massa m = 100 g di benzina dal potere calorifico C = J 43, 6 · 106 kg , per sollevare un peso M = 10 kg. Di quanto si riesce a sollevare tale peso? [QT0001] [2 4 ] In un contenitore di ferro chiuso, di massa mF e = 1 kg, ci sono maria = 3 kg di aria. La temperatura iniziale del ferro è Ti−F e = 10 ◦ C, e quella dell’aria è Ti−aria = 30 ◦ C. Il calore specifico dell’aria a volume costante è P J cs−aria = 0, 72 kgK . Calcola il rapporto tra le pressioni finale ed iniziale x = Pfi al 255 raggiungimento dell’equilibrio termico. [QT0002] [3 5 ] Una centrale elettrica di potenza P = 500 M W funziona con un ciclo termodinamico di rendimento η = 0, 35. Per raffreddarla viene utilizzato un piccolo fiume dal quale si preleva una portata d’acqua C = 5 · 104 kg [QT0003] [2 3 ] s . Di quanto si scalda quell’acqua? Una macchina termica di rendimento η = 0, 2 viene utilizzata come frigorifero per raffreddare una massa m = 2 kg di acqua dalla temperatura iniziale Ti = 20 ◦ C alla temperatura finale Tf = 4 ◦ C. Quanto lavoro impiega? [QT0004] [2 3 ] Una macchina termica di rendimento η = 0, 2 viene utilizzata come frigorifero per raffreddare una massa m = 2 kg di acqua dalla temperatura iniziale Ti = 20 ◦ C alla temperatura finale Tf = −18 ◦ C. Quanto lavoro impiega? [QT0005] [3 5 ] Una macchina termica di rendimento η = 0, 2 e potenza P = 100 W viene utilizzata come frigorifero per raffreddare una massa m = 2 kg di acqua dalla temperatura iniziale Ti = 20 ◦ C alla temperatura finale Tf = 4 ◦ C. Quanto tempo ci impiega? [QT0006] [3 4 ] Una macchina termica di rendimento η = 0, 2 e potenza P = 100 W viene utilizzata come frigorifero per raffreddare una massa m = 2 kg di acqua dalla temperatura iniziale Ti = 20 ◦ C alla temperatura finale Tf = −18 ◦ C. Quanto tempo ci impiega? Scheda111. Esercizi di Termodinamica Esercizi sui fenomeni ondulatori 112.1 [O0011] [1 Scheda 112 2. Che differenza c’è tra riflessione e diffusione? Teoria 3. In quale istante avviene la riflessione di un’onda? 4 ] 4. Nel fenomeno della riflessione, perchè non cambia la velocità dell’onda? 1. Cos’è un’onda? [O0028] [1 4 ] Rispondi alle seguenti domande: 2. Indica la differenza tra onde trasversali ed onde longitudinali 3. Indica la differenza tra onde meccaniche ed onde elettromagnetiche 1. Quali fenomeni fisici vengono utilizzati dalle lenti e dagli specchi per il loro funzionamento? 4. Disegna un’onda ed indicane tutte le variabili che la descrivono 2. Come si forma un’onda stazionaria? [O0019] [1 3. Per quale motivo se una persona si sta allontanando da noi, sentiamo la sua voce di un volume minore? 4 ] Rispondi alle seguenti domande: 1. Quali differenze ed analogie ci sono tra la luce visibile, i gaggi X con cui fai una lastra e le onde radio per le telecomunicazioni? 4. In che modo cambia il suono di una sirena se tale sirena si sta avvicinando od allontanando da noi? Per quale motivo? 2. Perchè d’estate preferisco indossare vestiti bianchi e non neri? 3. Come mai d’estate in generale le temperature sono alte, mentre d’inverso in generale le temperature sono basse? 112.2 4. Qual’è la principale differenza tra la luce diffusa da un muro e la luce riflessa da uno specchio? [O0020] [1 [O0025] [4 5 ] In un tubo a forma di "U" aperto da entrambi i lati è presente dell’acqua. Inizialmente la differenza di livello dell’acqua nei due bracci del tubo è ∆hi = 10 cm. Il tubo è pieno di acqua per una lunghezza L = 1 m. Inizialmente l’acqua è ferma. Calcolate la frequenza con cui il livello dell’acqua comincerà ad oscillare all’interno del tubo. 3 ] Rispondi alle seguenti domande. 1. Indica quale grandezza fisica dell’onda determina: il colore della luce visibile; la luminosità della luce visibile; il volume di un suono; la tonalità del suono? 112.3 2. Con un puntatore laser indico un punto su di un muro. Tutti nella stanza vedono quel punto. Sto parlando di un fenomeno di riflessione o di diffusione? Perchè? Riflessione e rifrazione [O0003] [1 1 ] L’eco di un forte urlo viene percepito dalla persona che ha urlato dopo un intervallo di tempo ∆t = 0, 2 s. Sapendo che il suono in aria viaggia alla velocità Vs = 344 m s , quanto è distante la parete sulla quale il suono si è riflesso? [O0012] [1 1 ] Un raggio di luce passa dall’aria all’acqua con un angolo di incidenza i = 45◦ . L’indice di rifrazione dell’aria è naria = 1, 0003, mentre quello dell’acqua è nH2 O = 1, 33. Con quale angolo di rifrazione il raggio entra nell’acqua? 3. Descrivi un fenomeno fisico in cui sia presente l’effetto Doppler. [O0027] [1 Oscillazioni 4 ] Rispondi alle seguenti domande: 1. Come determini la direzione del raggio riflesso in una riflessione? 256 257 Scheda112. Esercizi sui fenomeni ondulatori [O0029] [1 1 ] Una nave manda un impulso sonar verso il basso per misurare la profondità del fondale. L’impulso torna alla nave dopo un tempo ∆t = 1, 2 s. Sapendo che il suono in acqua viaggia alla velocità Vs = 1400 m s , quanto è profondo il fondale? [O0015] [1 2 ] Un raggio di luce verde (ν = 6 · 1014 Hz) attraversa perpendicolarmente una lastra di vetro con indice di rifrazione n = 1, 4. Sapendo che la lastra di vetro è spessa d = 3 mm, quante oscillazioni compie il raggio luminoso nell’attraversare tale lastra? 112.4 [O0018] [1 2 ] Sapendo che gli indici di rifrazione di aria e acqua sono rispettivamente na = 1, 00029 e nH2 O = 1, 33 calcola lo spessore di aria che un raggio di luce deve attraversare per impiegare lo stesso tempo che impiegherebbe ad attraversare uno spessore ∆LH2 O = 20 cm. Interferenza e risonanza [O0005] [1 2 ] Quanto vale la terza frequenza di risonanza su di una corda, fissata ai due estremi, lunga l = 6 m, sulla quale le onde viaggiano alla velocità V = 50 m s ? Disegna l’onda sulla corda. [O0010] [1 2 ] Calcola la velocità di un’onda su una corda fissata ai due estremi e lunga l = 12 m, sapendo che la quinta frequenza di risonanza è ν5 = 9 Hz? Disegna l’onda sulla corda. [O0017] [2 2 ] Un’asticella lunga l = 150 cm, oscilla con un’estremo fisso l’altro libero. La velocità di un’onda nell’asticella è V = 24 m s . Calcola la terza frequenza di risonanza dell’asticella. 112.5 Propagazione [O0004] [1 1 ] Un suono emesso da un altoparlante viene percepito da una persona ad una distanza r1 = 20 m con un’intensità I1 = 120 mJ2 s . con quale intensità verrà invece percepito da una persona alla distanza r2 = 30 m? [O0006] [1 1 ] Un suono emesso da un altoparlante viene percepito da Andrea ad una distanza rA = 20 m con un’intensità IA = 120 mJ2 s . Marco si trova alla distanza d = 5 m da Andrea, sulla line tra Andrea e l’altoparlante. Con quale intensità il suono verrà percepito da Marco? [O0007] [1 1 ] Un suono emesso da un altoparlante viene percepito da Andrea ad una distanza rA = 20 m con un’intensità IA = 120 mJ2 s . Dietro ad Andrea il suono prosegue ed incontra un muro alla distanza d = 40 m dalla sorgente, riflettendosi su di esso e raggiungendo nuovamente Andrea. Con quale intensità Andrea sente il suono riflesso? [O0026] [1 1 ] Una lampadina ad incandescenza di potenza P = 100 W emette luce in maniera isotropa. Se viene posta al centro di una stanza cubica di lato L = 7 m. Quanta energia arriverà in un tempo ∆t = 10 min sul soffitto della stanza? 112.6 Ottica geometrica [O0001] [1 1 ] Calcola l’angolo limite per riflessione totale per un raggio luminoso che passa dall’acqua all’aria. Gli indici di rifrazione di acqua e aria sono rispettivamente nH2 O = 1.33 e naria ∼ 1 [O0002] [1 3 ] Costruisci l’immagine di un oggetto generata da una lente sferica convergente, sia nel caso che l’oggetto si trovi tra la lente ed il fuoco, sia nel caso che si trovi oltre il fuoco. [O0008] [1 2 ] Un oggetto è posto ad una distanza da una lente sferica convergente tale per cui l’immagine generata risulta di dimensioni doppie rispetto all’oggetto. Sapendo che la distanza focale della lente vale f = 30 cm, a quale distanza dalla lente si trova l’oggetto? [O0009] [1 2 ] Un oggetto è posto di fronte ad una lente convergente ad una distanza p = 20 cm. La distanza focale della lente è f = 15 cm. A quale distanza dalla lente si forma l’immagine? Quanto vale il fattore di ingrandimento? [O0016] [1 1 ] Costruisci l’immagine di un oggetto generata da una lente sferica divergente. Indica se l’immagine è dritta e se è reale. 258 Scheda112. Esercizi sui fenomeni ondulatori 112.7 [O0021] [1 Ottica applicata 6 ] Rispondi alle seguenti domande. 1. Immaginiamo di irradiare la superficie di un metallo con un fascio di luce monocromatica. L’energia dei singoli fotoni è E = 5, 0 · 10−19 J. Il lavoro di estrazione è Ψ = 3, 6 · 10−19 J. Quale delle seguenti affermazioni è vera? (a) Dal metallo non escono elettroni (b) Dal metallo escono elettroni con energia cinetica nulla (c) Dal metallo escono elettroni con energia cinetica Ec = 1, 4 · 10−19 J (d) Dal metallo escono elettroni con energia cinetica Ec = 6, 4 · 10−19 J 2. In una fibra ottica monomodale un segnale viene attenuato man mano che si propaga lungo la fibra stessa. Quale di questi fattori NON determina un’attenuazione del segnale? (a) La presenza di impurità all’interno della fibra (b) La presenza di curve nel percorso della fibra (c) La presenza di interconnessioni tra fibre (d) La scelta dei valori degli indici di rifrazione del nucleo e del mantello della fibra 3. Un raggio luminoso passa da un materiale con indice di rifrazione n1 = 1, 41 verso un materiale con indice di rifrazione n2 . Affinchè possa esserci riflessione totale quali delle seguenti affermazioni è vera? (a) n2 sia minore di n1 (b) n2 sia maggiore di n1 (c) n2 sia uguale a n1 (d) n2 può assumere qualunque valore. 4. Riguardo ai fenomeni della fluorescenza e della fosforescenza, indica quale delle seguenti affermazioni è FALSA: (a) Il fenomeno della fluorescenza non ha la stessa durata del fenomeno della fosforescenza (b) Entrambi i fenomeni iniziano con il salto energetico di un elettrone da un livello energetico inferiore ad uno superiore. (c) A differenza della fluorescenza, il fenomeno della fosforescenza coinvolge anche le cariche elettriche del nucleo dell’atomo. (d) In entrambi i fenomeni la radiazione luminosa emessa ha energia inferiore della radiazione eccitante iniziale [O0024] [2 10 ] Una fibra ottica immersa in aria ha le seguenti caratteristiche: diametro del nucleo dc = 50 µm, indice di rifrazione del nucleo n1 = 1, 527, diametro del mantello dm = 125 µm, indice di rifrazione del mantello n2 = 1, 517. Nella fibra si propagano segnali luminosi di lunghezza d’onda λ = 1300 nm. Determinare il numero dei modi di propagazione ed il cono di accettazione. Indicare in modo sintetico perchè la presenza di più modi di propagazione determina una attenuazione del segnale e come dovrebbe essere modificata la fibra per renderla monomodale. 112.8 Effetto fotoelettrico [O0022] [2 4 ] Da una lastra di zinco irradiata con luce ultravioletta, vengono estratti degli elettroni. Il lavoro di estrazione degli elettroni dallo zinco è L = 6, 84 · 10−19 J. Calcolare il valore della frequenza di soglia della radiazione incidente. Calcolare inoltre la velocità degli elettroni estratti da una radiazione incidente di lunghezza d’onda λ = 271 nm 112.9 Atomo di Bohr [O0023] [1 5 ] Dopo aver brevemente illustrato le caratteristiche del modello atomico di Bohr, calcolare la frequenza della radiazione emessa da un atomo corrispondente alla terza riga della serie di Balmer. Esercizi di Elettromagnetismo 113.1 Scheda 113 q+ Elettromagnetismo [E0001] [2 3 ] Due sfere con carica elettrica C = 10 µC sono poste alla distanza d = 30 cm. Calcolare la forza con la quale le sfere si respingono quando sono in quiete e quando si muovono parallelamente con velocità costante V = 90000 km s . −9 [E0003] [1 2 ] Due protoni si trovano alla distanza d = 2 · 10 m; tra loro si trova un elettrone posto alla distanza r1 = 8 · 10−10 m. Quanto vale la forza complessiva che agisce sull’elettrone? q+ q− q+ q+ [E0003a] [1 2 ] Un protone ed un nucleo di elio si trovano alla distanza d = 2 · 10−9 m; tra loro si trova un elettrone posto alla distanza r1 = 8 · 10−10 m dal protone. Quanto vale la forza complessiva che agisce sull’elettrone? Fig. 113.1: Figura esercizio E0008 [1 2 ] Un elettrone si muove con un’energia E = 3000 eV perpendicolarmente al campo magnetico terrestre B = 50 µT . Quanto vale la forza magnetica che subisce? [E0018] [2 3 ] Sono dati quattro lunghi fili conduttori A, B, C e D percorsi da una corrente i = 10 A e disposti tra loro parallelamente; essi sono perpendicolari ad un piano (per esempio quello del tuo foglio). I quattro fili intersecano il piano in quattro punti disposti ai vertici di un quadrato di lato l = 5 m, come mostrato in figura. Le correnti di A e B escono dalla superficie, quelle dei fili C e D entrano nella superficie. Calcolare il campo magnetico prodotto dai quattro fili nel punto centrale del quadrato. [E0005] [2 3 ] Quattro cariche elettriche si trovano ai vertici di un quadrato di lato l = 2 m. tre di queste valgono Q+ = +8 µC ed una Q− = −8 µC. Quanto vale il campo elettrico nel centro del quadrato? Quanto vale la forza che agirebbe su di una carica q = 2 µC posta nel centro del quadrato? [E0007] [1 2 ] Disegna sul ~ uniforme verso destra ed uno magnetico uniforme tuo foglio un campo elettrico E ~ verticale entrante nel foglio. Disegna adesso un elettrone che si muove parallelo B al vostro foglio e verso l’alto. A quale velocità deve andare affichè si muova con velocità costante? [E0008] [1 2 ] Quattro cariche elettriche identiche, tutte positive del valure q = 4 µC si muovono sul tuo foglio, come mostrato in figura, lungo un percorso circolare di raggio r = 10 cm e con velocità V = 10 m s . Quanto vale e dove è diretto il campo magnetico che generano nel centro della spira? Quanto vale la forza magnetica che subisce una carica negativa che entra perpendicolarmente al tuo foglio? [E0009] [1 4 ] Due cariche elettriche Q1 = 4µC e Q2 = −4µC si trovano su di una linea orizzontale alla disanza d = 2 m. Sulla stessa linea, ad altri due metri dalla carica negativa, una carica di prova q3 = −2µC. Quanto vale il campo elettrico totale sulla carica q3 ? Quanto vale la forza che subisce la carica q3 . [E0011] [1 1 ] Tre sfere conduttrici identiche hanno carica elettrica rispettivamente Q1 = 12 µC e Q2 = Q3 = 0. La prima sfera sarà messa a contatto con la seconda e poi da essa separata. La seconda spera sarà infine messa a contatto con la terza e poi separata. Quale sarà la carica elettrica della terza sfera? [E0012] A B D C [E0019] [3 5 ] Sono dati quattro lunghi fili conduttori A, B, C e D percorsi da una corrente i = 10 A e disposti tra loro parallelamente; essi sono perpendicolari ad un piano (per esempio quello del tuo foglio). I quattro fili intersecano il piano 259 260 Scheda113. Esercizi di Elettromagnetismo in quattro punti disposti ai vertici di un quadrato di lato l = 5 m, come mostrato in figura. Le correnti di A e B escono dalla superficie, quelle dei fili C e D entrano nella superficie. Calcolare il campo magnetico prodotto dai quattro fili nel punto medio del segmento CD. A B Q Fig. 113.2: Figura esercizio DE0010 [DE0022] [3 4 ] Due sfere di massa m = 15 g, elettrizate con la stessa carica Q, sono appese con due fili entrambi lunghi l = 20 cm. nella condizione di equilibrio tali fili formano un angolo θ = 60◦ . Quanto vale la carica elettrica sulle due sfere? 113.2 D M C [E0020] [3 3 ] Un lungo filo orizzontale trasporta una corrente i = 60 A. Un kg secondo filo costituito di rame (densità ρ = 8930 m 3 ), avente il diametro d = 3, 00 mm e percorso da una corrente, è mantenuto sospeso in equilibrio sotto il primo filo. Se i due fili si trovano a una distanza di h = 5, 0 cm, determina il verso di circolazione e l’intensità della corrente che percorre il secondo filo affinchè esso rimanga in sospensione sotto il primo filo. [E0021] [3 3 ] Un solenoide indefinito è costituito di 800 spire per metro di lunghezza e ha un diametro d = 20, 0 cm. All’interno del solenoide un protone si muove di moto spiraliforme con velocità di modulo V = 2, 00 · 105 m s e direzione inclinata di un angolo α = 30◦ rispetto all’asse del solenoide. Calcola la minima intensità di corrente che deve circolare nel solenoide se si vuole che il protone lo percorra senza mai urtare le sue pareti. [CE0001] [2 2 ] Quanto vale il raggio della traiettoria circolare di un elettrone che entra perpendicolarmente in [CE0002] [2 2 un campo magnetico B = 10−6 T alla velocità V = 90000 m s ? ] Quanto vale la velocità con cui si muove un elettrone all’interno di un atomo di idrogeno? [DE0010] [1 1 ] Due cariche elettriche uguali, con eguale carica elettrica e massa, di carica Q = 4µC si trovano alla disanza d = 2 m. Quale massa devono avere affinchè l’attrazione gravitazionale tra loro equilibri la repulsione elettrostatica? 2 2 [K = 9 · 109 NCm2 ; G = 6, 67 · 10−11 Nkgm2 ] Q Elettrotecnica [E0002] [2 7 ] Un circuito elettrico è formato da due resistenze R2 = 6 Ω ed R3 = 12 Ω in parallelo, messe in serie con altre due resistenze R1 = 6 Ω ed R4 = 2 Ω. il circuito è alimentato da un generatore ∆V = 24 V olt. Calcola le differenze di potenziale agli estremi di ogni resistenza e la corrente elettrica che le attraversa R1 i1 R2 ∆V i2 i4 R3 i3 R4 Fig. 113.3: Figura esercizio E0002 [E0004] [2 5 ] Un circuito elettrico, alimentato da un generatore ∆V = 24 V olt, è formato dalle resistenze R1 = 6 Ω in serie con il parallelo tra R2 = 8 Ω ed R3 = 4 Ω. Calcola la corrente elettrica che attraversa ogni resistenza ed i potenziali nei punti A, B e T [E0006] [2 15 ] Dato il circuito elettrico in figura, determinarne il funzionamento per ogni configurazione degli interruttori. Le resistenze hanno valore R0 = 36 Ω, R1 = 12 Ω, R2 = 6 Ω, R3 = 18 Ω; ∆V = 240 V . [A seconda di come so- 261 Scheda113. Esercizi di Elettromagnetismo − ∆V3 R3 − i2 + VB ∆V2 t0 + t2 VA R2 + t1 i1 VT R1 R0 VA ∆V2 i0 R2 ∆V − i2 i R1 ∆V i1 Fig. 113.4: Figura esercizio E0004 ∆V3 i no messi gli interruttori dovere calcolare le correnti elettriche in tutti i rami, ed i valori del potenziale nei punti A e B.] [E0010] [1 2 ] Un impianto elettrico è alimentato da una tensione ∆V = 220 V . Per rispettare il contratto di fornitura, l’alimentazione viene staccata quando nel circuito entra una corrente maggiore di Imax = 15 A. Se nella casa sono accesi una lavatrice di potenza Plav = 1, 5 kW , due stufe elettriche di potenza Ps = 700 W ed un televisore di potenza Pt = 200 W , quante lampadine da Pl = 30 W possono ancora accendere? [E0013] [1 4 ] Una lampadina di resistenza R1 = 48 Ω è montata in serie con una seconda resistenza R2 . Il circuito è alimentato con una batteria ∆V = 12 V olt. Quanto deve valere R2 affinchè la potenza dissipata dalla lampadina sia P1 = 2 W ? [E0014] [1 4 ] Una lampadina da 24 V ; 6 W è collegata ad una batteria con dei cavi elettrici di rame di resistività ρ = 0, 17 · 10−7 Ωm e di sezione S = 0, 1 mm2 . Il circuito è alimentato con una batteria ∆V = 24 V olt. Quanto deve essere lungo il filo affinche la potenza dissipata dalla lampadina sia P = 5 W ? [E0015] [1 3 ] Due lampadine identiche R = 120 Ω sono alimentate da un generatore di tensione ∆V = 12 V . Calcola la corrente che le attraversa nel caso siano montate in serie e nel caso siano montate in parallelo. In quale caso le lampadine risulteranno più luminose? [E0016] [1 3 ] Nel ramo di circuito in figura, viene montata una lampadina di resistenza R = 6 Ω; le tensioni sui due morsetti sono VA = 28 V e e VB = 4 V . Il costo dell’energia è C = 0, 18 . Quanto spendo per tenere la kW h VB + R3 − VT Fig. 113.5: Esercizio: E0006 lampadina accesa un tempo ∆t = 4 h ? Quanta carica elettrica ha attraversato la resistenza in questo intervallo di tempo? R i VA VB Fig. 113.6: Figura esercizio E0016 [E0017] [2 6 ] Nel circuito in figura R0 = 4 kΩ, R1 = 3 kΩ, R2 = 4 kΩ, R3 = 2 kΩ, ∆V = 12 V , VT = 0 V . Calcola la resistenza totale Rtot , la corrente i in uscita dal generatore, il valore di tensione VA nel punto A. Verificato che VA = 4 V , calcola poi le correnti i1 e i2 nei due rami senza il generatore, e il valore di tensione VB nel punto B. [EQ0001] [2 2 ] Un riscaldatore elettrico è fatto da resistenza R = 10 Ω alimentata da una differenza di potenziale costante ∆V = 24 V olt. Se immersa in una 262 Scheda113. Esercizi di Elettromagnetismo R0 R2 VA R1 ∆V i i2 VB R3 i1 VT massa m = 2 kg di acqua, in quanto tempo la scalda di ∆T = 20 K? [Comincia con il calcolare quanta energia deve essere data all’acqua e a disegnare il circuito del riscaldatore.] Esercizi di Relativita 114.1 Scheda 114 4 Introducendo la massa relativistica di un corpo si arriva a formulare una delle più famose leggi fisiche mai enunciate. Enunciala e spiegane il significato. Domande di Teoria 1. [R0001] [2 15 ] 4 Introducendo la massa relativistica di un corpo si arriva a formulare una relazione tra energia e impulso di una particella. Enuncia e ricava tale legge. (a) Quali sono i due principi su cui si fonda la teoria della relatività ristretta e in che modo essi determinano tale teoria? (b) Sappiamo che con le trasformate di Lorentz la luce ha sempre la stessa velocità in tutti i sistemi di riferimento. Mostra a partire dalle trasformate di Lorentz tale affermazione. 2 Posso utilizzate la teoria della relatività per passare dal mio sistema di riferimento ad uno in accelerazione ridpetto al mio? Giustifica la risposta 2 Cosa si intende per intervallo di tempo proprio tra due eventi? (c) Oltre alla velocità della luce, quale grandezza fisica è invariante sotto l’azione delle trasformate di Lorentz? 1 Perchè un atomo di idrogeno ha meno massa di un protone ed un elettrone separati? (d) Ridefinendo la massa, si è arrivati a comprenderne la vera natura. Qual è tale natura e come si è arrivati a comprenderla? 1 Perchè un protone ha più massa della somma della massa dei singoli quark? (e) Cosa si intende per dilatazione dei tempi e contrazione delle distanze? 2. [R0002] [2 1 In quale sistema di riferimento la massa di una particella assume valore minimo? 49 ] 2 Nel sistema di riferimento della stazione, un treno in movimento lungo L = 83 m viene colpito simultaneamente da due fulmini ai suoi due estremi. Quanto vale la distanza spazio-temporale s tra i due eventi nel sistema di riferimento dei passeggeri del treno? Giustifica la risposta. 4 Su quali principi fondamentali si fonda la teoria della relatività ristretta? In che modo essi determinano la teoria? 4 L’esperimento del treno colpito da due fulmini: in cosa consiste e quale fenomeno vuole spiegare? 2 Un muone, vive mediamente a riposo un tempo di circa τ = 2, 2 µs Quanta strada percorre quel muone, nel sistema di riferimento del laboratorio, sapendo che viaggia alla velocità v = 0, 99 c? 4 Dimostra l’invarianza della distanza spazio-temporale tra due eventi sotto l’azione delle trasformate di Lorentz 4 Le trasformate di Lorentz non preservano necessariamente la sequenza temporale degli eventi. Approfondisci questo concetto in relazione alla distanza spazio-temporale tra quei due eventi. 2 Quanto vale l’energia cinetica di un muone (m0 = 105, 66 Mc2ev che viaggia alla velocità v = 0, 9c? 4 Spiega, ricavandone l’equazione, il fenomeno della dilatazione dei tempi. 4 Spiega, ricavandone l’equazione, il fenomeno della contrazione delle distanze. 114.2 4 Dopo aver ricavato la legge di composizione delle velocità, dimostra che le trasformate di Lorentz mantengono invariata la velocità della luce. 263 Risposte Esercizi di Meccanica quantistica 115.1 [H0001] [2 Scheda 115 12. Nell’esperimento delle due fessure si vede che gli elettroni che attraversano la coppia di fessure formano sullo schermo di rivelazione una figura di interferenza. Esattamente quali sono le due cose che hanno interferito tra loro? Domande base di Teoria 19 ] Rispondi alle seguenti domande. 1. Cos’è un corpo nero? 13. In quale modo la meccanica quantistica descrive un sistema fisico? 2. Nomina alcuni fenomeni fisici che hanno condotto alla quantizzazione delle onde elettromagnetiche 14. Considera un sistema fisico formato da una particella che si muove verso uno schermo dotato di quattro differenti fessure e lo attraversa. Cosa posso affermare sullo stato fisico della particella, riguardo alla fessura che ha attraversato? 3. Quale idea innovativa è stata introdotta da Max Plank per spiegare lo spettro di radiazione di corpo nero? 4. Cosa accomuna la descrizione della radiazione di corpo nero e dell’effetto fotoelettrico? 15. Considera un sistema fisico formato da una particella che si muove verso uno schermo dotato di quattro differenti fessure e lo attraversa. Se misuro la posizione della particella per sapere da quale fessura effettivamente passa, cosa succede allo stato fisico della particella? 5. Nell’effetto fotoelettrico troviamo l’equazione E = hν − φ. Indica il significato di ognuno dei quattro termini presenti. 16. Considera una particella che attraversa una fessura di larghezza L. Il fatto che la particella abbia attraversato la fessura è una misura della sua posizione? 6. Ipotizziamo di far incidere un’onda elettromagnetica di determinata intensità e frequenza, sulla superficie di un metallo, e di non vedere alcun elettrone in uscita dal metallo. Cosa devo fare, e perchè, al fine di riuscire ad estrarre un elettrone dal metallo? 17. Considera una particella che attraversa una fessura di larghezza L, ed immaginate di stringere tale fessura. cosa succede alla componente dell’impulso lungo tale fessura? 18. In meccanica quantistica si parla di sovrapposizione di stati. E’ corretto affermare che se uno stato fisico è rappresentato dalla sovrapposizione dello stato A e dello stato B, con funzione d’onda φ = φA + φB allora significa che noi non sappiamo in quale stato si trova il sistema, e solo dopo aver fatto una misura possiamo sapere in quale dei due stati si trovava effettivamente il sistema prima della misura? 7. Descrivi sinteticamente quali problematiche presenta il modello atomico di Rutherford. 8. Quale idea di base permette di spiegare gli spettri a righe di emissione e assorbimento degli atomi? 9. Come si giustifica il fatto che, ipotizzando orbite circolari, il raggio dell’orbita di un elettrone intorno al nucleo è proporzionale a n2 con n ∈ N? 19. Cosa afferma il principio di indeterminazione di Heisemberg? 10. Quale semplice equazione mostra un legame tra il comportamento corpuscolare ed ondulatorio di una particella? 11. Perchè nell’esperimento delle due fessure misurare da quale fessura passa l’elettrone fa sparire la figura di interferenza sullo schermo? 264 265 115.2 Scheda115. Esercizi di Meccanica quantistica Risposte Problema di: Meccanica quantistica - H0001 Testo [H0001] [2 19 ] Rispondi alle seguenti domande. 1. Cos’è un corpo nero? 2. Nomina alcuni fenomeni fisici che hanno condotto alla quantizzazione delle onde elettromagnetiche 3. Quale idea innovativa è stata introdotta da Max Plank per spiegare lo spettro di radiazione di corpo nero? 4. Cosa accomuna la descrizione della radiazione di corpo nero e dell’effetto fotoelettrico? 5. Nell’effetto fotoelettrico troviamo l’equazione E = hν − φ. Indica il significato di ognuno dei quattro termini presenti. 6. Ipotizziamo di far incidere un’onda elettromagnetica di determinata intensità e frequenza, sulla superficie di un metallo, e di non vedere alcun elettrone in uscita dal metallo. Cosa devo fare, e perchè, al fine di riuscire ad estrarre un elettrone dal metallo? 7. Descrivi sinteticamente quali problematiche presenta il modello atomico di Rutherford. 8. Quale idea di base permette di spiegare gli spettri a righe di emissione e assorbimento degli atomi? 9. Come si giustifica il fatto che, ipotizzando orbite circolari, il raggio dell’orbita di un elettrone intorno al nucleo è proporzionale a n2 con n ∈ N? 10. Quale semplice equazione mostra un legame tra il comportamento corpuscolare ed ondulatorio di una particella? 11. Perchè nell’esperimento delle due fessure misurare da quale fessura passa l’elettrone fa sparire la figura di interferenza sullo schermo? 12. Nell’esperimento delle due fessure si vede che gli elettroni che attraversano la coppia di fessure formano sullo schermo di rivelazione una figura di interferenza. Esattamente quali sono le due cose che hanno interferito tra loro? 13. In quale modo la meccanica quantistica descrive un sistema fisico? 14. Considera un sistema fisico formato da una particella che si muove verso uno schermo dotato di quattro differenti fessure e lo attraversa. Cosa posso affermare sullo stato fisico della particella, riguardo alla fessura che ha attraversato? 15. Considera un sistema fisico formato da una particella che si muove verso uno schermo dotato di quattro differenti fessure e lo attraversa. Se misuro la posizione della particella per sapere da quale fessura effettivamente passa, cosa succede allo stato fisico della particella? 16. Considera una particella che attraversa una fessura di larghezza L. Il fatto che la particella abbia attraversato la fessura è una misura della sua posizione? 17. Considera una particella che attraversa una fessura di larghezza L, ed immaginate di stringere tale fessura. cosa succede alla componente dell’impulso lungo tale fessura? 18. In meccanica quantistica si parla di sovrapposizione di stati. E’ corretto affermare che se uno stato fisico è rappresentato dalla sovrapposizione dello stato A e dello stato B, con funzione d’onda φ = φA + φB allora significa che noi non sappiamo in quale stato si trova il sistema, e solo dopo aver fatto una misura possiamo sapere in quale dei due stati si trovava effettivamente il sistema prima della misura? 19. Cosa afferma il principio di indeterminazione di Heisemberg? Spiegazione Queste sono domande di teoria... l’unico modo per rispondere correttamente è aver studiato. 266 Scheda115. Esercizi di Meccanica quantistica mente questo non accade in quanto la materia, per come la conosciamo, esiste. Svolgimento 1. Definisco corpo nero un qualunque sistema fisico in grado di assorbire ogni radiazione elettromagnetica incidente. (b) Potendo, nel modello di Rutherford, assumere valori di energia in modo continuo, l’elettrone può assorbire ed emettere radiazione elettromagnetica di qualunque energia. L’analisi degli spettri di emissione ed assorbimento mostrano invece che la radiazione viene assorbita ed emessa in valori discreti. Ogni elemento assorbe ed emette fotoni solo in determinate frequenze. 2. Lo spettro di emissione del corpo nero, l’effetto fotoelettrico e l’effetto Compton 3. L’idea di Plank consiste nell’ipotizzare che la radiazione elettromagnetica scambi energia solo in quantità discrete in funzione della frequenza della radiazione. L’energia dei singoli pacchetti energetici è data da E = hν 4. La descrizione della radiazione di corpo nero e dell’effetto fotoelettrico sono accomunate dal descrivere l’energia del fotone come E = hν 5. Nell’equazione E = hν − φ E rappresenta l’energia cinetica dell’elettrone emesso, h è la costante di plank, ν è la frequenza della radiazione incidente, φ è l’energia di estrazione dell’elettrone dal metallo. 6. Se non vedo elettroni estratti dalla superficie del metallo significa che l’energia dei singoli fotoni legati alla radiazione elettromagnetica non è sufficientemente elevata. Aumentare l’intensità dell’onda non risolve il problema in quanto significherebbe aumentare il numero di fotoni. Ciò che bisogna fare è aumentare la frequenza della radiazione in modo che aumenti l’energia del singolo fotone E = hν 7. Nel modello atomico di Rutherford gli elettroni ruotano intorno ad un nucleo centrale e non ci sono vincoli sull’energia, e di conseguenza sul raggio dell’orbita, che tale elettrone può avere. Le problematiche di tale modello sono principalmente due: (a) L’elettrone intorno al nucleo si muove di moto accelerato e quindi deve emettere radiazione di sincrotrone; l’elettrone perderebbe in tal caso energia e diminuirebbe il raggio dell’orbita fino a collassare sul nucleo. Ovvia- 8. Gli spettri di emissione ed assorbimento a righe sono giustificati dal fatto che gli elettroni in un atomo si trovano su livelli energetici discreti e ben determinati. Gli elettroni emettono/assorbono energia passando da un’orbita ad un’altra e quindi da un’energia ben determinata ad un’altra. L’energia della radiazione emessa/assorbita è pari alla differenza di energia tra le orbite dell’elettrone prima e dopo l’assorbimento/emissione della radiazione. 9. Il raggio dell’orbita è quantizzato in quanto l’elettrone può trovarsi solo su orbite la cui circonferenza sia pari ad un numero intero di volte la lunghezza d’onda1 2πrn = nλ con n ∈ N 10. Ad ogni particella è associabile una lunghezza d’onda λ, detta lunghezza d’onda di De Broglie, dipendente dall’impulso p della particella λ= h p 11. Nell’esperimento delle due fessure, la figura di interferenza si forma grazie alla presenza contemporanea di due stati fisici, ognuno dei quali rappresentante l’eletrone che passa in una determinata fessura, che interferiscono tra loro. Nel misurare in quale fessura passa l’elettrone, noi lo facciamo transire in uno stato fisico in cui è presente solo uno dei due stati, quindi non è più possibile alcun fenomeno di interferenza. 1 Qui la domanda va completata indicando tutti i passaggi matematici utilizzati. 267 Scheda115. Esercizi di Meccanica quantistica 12. Nell’esperimento delle due fessure gli elettroni coinvolti si trovano in uno stato fisico di sovrapposizione dello stato di elettrone che attraversa la prima fessura e dello stato di elettrone che attraversa la seconda fessura. I due stati sono contemporaneamente presenti e possono interferire tra loro. 13. In meccanica quantistica un sistema fisico è descritto da una funzione d’onda. Eseguendo una misura su tale stato fisico, con la funzione d’onda possiamo ricavare la probabilità di ottenere per tale misura un determinato risultato. L’evoluzione nel tempo di tale stato fisico è descritta dall’equazione di Schrodinger applicata alla funzione d’onda di tale stato fisico. 14. Non avendo eseguito alcuna misura di posizione, la particella si trova in uno stato fisico dato dalla sovrapposizione di quattro differenti stati fisici, ognuno che descrive la particella che passa da una determinata fessura. Indichiamo con a, b, c, d le quattro fessure. Assumendo che la probabilità di passare da ogni fessura sia equivalente, la funzione d’onda della particella sarà 1 1 1 1 ψ = ψa + ψb + ψc + ψd 2 2 2 2 15. Prima della misura lo stato fisico della particella è la sovrapposizione di quattro stati, ognuno che descrive la particella passante per una determinata fessura 17. Far passare una particella attraverso una fessura equivale a misurarne la posizione con una certa incertezza proporzionale alla larghezza della fessura. Stringendo la fessura, diminuisce l’incertezza sulla misura della posizione, e di conseguenza, per il principio di indeterminazione di Heisemberg, aumenta l’incertezza sulla misura contemporanea della componente dell’impulso lungo il piano della fessura. 18. No, quanto affermato nella domanda non è corretto. Per come è posta la domanda, infatti, sembra che la particella si trovi sempre o nello stato A o nello stato B, e sembra che il concetto di sovrapposizione sia legato alla nostra ignoranza sull’effettivo stato della particella. In realtà se uno stato fisico è descritto dalla sovrapposizione di due stati, entrambi gli stati sono effettivamente contemporaneamente presenti; è solo a seguito di una nostra misura che lo stato transisce verso uno solo dei due stati che prima si sovrapponevano. 19. Il principio di indeterminazione di Heisemberg afferma che esistono coppie di grandezze fisiche tali per cui non è possibile misurarle contemporaneamente con arbitraria precisione. Se per esempio consideriamo la posizione e l’impulso di una particella, il prodotto delle loro incertezze di misura sarà sempre ∆x∆p ≥ 1 1 1 1 ψ = ψa + ψb + ψc + ψd 2 2 2 2 Misurare la posizione della particella fa transire lo stato fisico in uno degli stati che descrivono la particella che passa da una determinata fessura. Ipotizzando che il risultato della misura sia che la particella è passata dalla fessura a, la funzione d’onda della particella sarà ora ψ = ψa 16. Se affermo che in un certo istante una particella ha attraversato una determinata fessura, di fatto sto dicendo che sapevo dove si trovava, quindi di fatto ho effettuato una misura della sua posizione. Visto che la fessura ha una lunghezza L, allora la misura presenta un’incertezza sulla posizione pari a ∆x = L 2 Autore: Andrea de Capoa 27 Mag 2016 h 4π Esercizi non risolti Scheda 116 La soluzione e spiegazione dei seguenti esercizi verrà scritta al più presto. [C0045] [2 4 ] Un’automobile esce da un parcheggio partendo da ferma con una accelerazione costante. Contemporaneamente un camion le si sta avvicinando, e si trova d = 30 m dietro di lei viaggiando alla velocità Vc = 20 m s . Con quale accelerazione deve muoversi l’auto per non essere tamponata dal camion? [DP0001] [2 4 ] Un pattinatore di massa M = 80 kg è in piedi sul ghiaccio e lancia orizzontalmente una pietra di massa m = 2 kg con velocità iniziale Vi = 10 m s . Di quanto si sposterà se il coefficiente di attrito dinamico tra i pattini ed il ghiaccio è µd = 0.02 ? [LP0001] Un oggetto di massa m1 = 2 kg, che si muove con una velocità V1 = 4 m s , urta orizzontalmente con un secondo oggetto di massa m2 = 5 kg fermo appeso ad un cavo. Nel caso di urto anelastico, di quanto si solleva il sistema dopo l’urto? [LP0002] Un oggetto di massa m1 = 2 kg, che si muove con una velocità V1 = 4 m s , urta orizzontalmente con un secondo oggetto di massa m2 = 5 kg fermo appeso ad un cavo. Nel caso di urto elastico, di quanto si solleva il sistema dopo l’urto? [O0030] [2 2 ] Nell’immagine è raffigurato un aereoplano che supera la barriera del suono. Si vede chiaramente il cono di vapore acqueo condensato corrispondente alla superficie dell’onda d’uro. Calcola la velocità dell’aereo sapendo che il cono dell’onda d’urto ha un angolo al vertice α = 120◦ . 268 Parte XV Matematica per la fisica 269 Matematica per la fisica 117.1 Scheda 117 Moltiplicando per la stessa quantità sia a destra che a sinistra di un’equazione, l’equazione rimane vera. Introduzione La matematica è la lingua con la quale si parla di fisica, ed è quindi molto importante. In questa scheda mi limito ad approfondire solo alcuni semplici aspetti utili per affrontare lo studio della fisica di base, senza pretendere di essere rigorosissimi nelle affermazioni.. 117.2 117.3 Esempi di formule inverse Secondo principio della dinamica F =m·a Equazioni di primo grado Voglio trovare m, quindi divido per a Ogni formula di fisica è di fatto un’equazione. Nella maggior parte dei casi saranno equazioni di primo grado, che si risolvono semplicementre trovando quella che spesso chiamiamo formula inversa. Per trovare la formula inversa di una data formula bisogna isolare la variabile che si vuole trovare e per farlo soltanto due tipi di azioni possono essere svolte: sottrarre o sommare, oppure moltiplicare o dividere. Consiglio di capire e provare a ripetere gli esempi riportati nella sezione 117.3 117.2.1 F m·a = a a F =m a Oppure, se voglio trovare a divido per m m·a F = m m Sottrarre o sommare F =a m Se a=b Legge di conservazione dell’energia allora anche 1 1 mVi2 + mghi = mVf2 + mghf 2 2 a+c=b+c Sommando la stessa quantità sia a destra che a sinistra di un’equazione, l’equazione rimane vera. 117.2.2 Voglio trovare hi , per cui prima sottraggo da ambo i membri 1 1 1 1 mVi2 + mghi − mVi2 = mVf2 + mghf − mVi2 2 2 2 2 Moltiplicare o dividere mghi = Se a=b 1 1 mVf2 + mghf − mVi2 2 2 ed ora divido ambo i membri allora anche mghi = mg a·c=b·c 270 1 2 2 mVf + mghf − 21 mVi2 mg 271 Scheda117. Matematica per la fisica e semplificamdo ottengo hi = 1 2 2 Vf + ghf − 12 Vi2 g Se invece voglio trovare Vi allora 1 1 mVi2 + mghi −mghi = mVf2 + mghf −mghi 2 2 raggi-vettore definiti dall’angolo che formano con la verticale. Il raggio-vettore verticale verso l’alto rappresenta un angolo di zero gradi. Gli angoli si contano crescenti in senso orario1 . Come vedete in figura, la lunghezza dei segmanti colorati indica il valore di seno, coseno, tangente e cotangente dell’angolo α: sen(α), cos(α), tg(α), ctg(α). Conseguenza della definizione è che 1 1 mVi2 = mVf2 + mghf − mghi 2 2 e successivamente divido ambo i membri 1 2 2 mVi 1 2m Vi2 = = −1 < cos(α) < 1 + mghf − mghi 1 2m 1 2 2 mVf s Vi = 1 2 2 mVf −1 < sen(α) < 1 + mghf − mghi sen2 (α) + cos2 (α) = 1 La tangente dell’angolo è definita come 1 2m 1 2 2 mVf tg(α) = sen(α) cos(α) + mghf − mghi 1 2m La cotangente dell’angolo è definita come ctg(α) = Legge di conservazione della portata cos(α) sen(α) Si Vi = Sf Vf Per trovare Vi divido ambo i membri Si Vi Sf Vf = Si Si Vi = Sf Vf Si 117.4 Funzioni trigonometriche 117.5 La circonferenza trigonometrica Le funzioni trigonometriche sono definite a partire dalla circonferenza trigonometrica. La circonferenza trigonometrica ha raggio r = 1. Su di essa indichiamo dei 1 La circonferenza così definita viene utilizzata in topografia... cambiarne il significato, quella usata negli altri campi scientifici. Autore: Andrea de Capoa 17 Feb 2016 leggermente diversa, ma senza 272 Scheda117. Matematica per la fisica tg(α) ctg(α) sin(α) cos(α) α Fig. 117.1: la circonferenza trigonometrica con indicate le funzioni trigonometriche. 273 Scheda117. Matematica per la fisica Indice 1 2 I Introduzione all’opera 1.1 La nascita di questo progetto 1.2 La struttura a schede . . . . 1.3 La struttura di una scheda . 1.4 Lo stato dell’arte . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . Mappa delle schede 2 2 2 2 3 Introduzione alla fisica 7 21 I vettori 22 9.1 22 9.2.2 Prodotto di uno scalare per un vettore . . . . . . . . . . . . . . . . . . 23 9.2.3 Scomposizione di un vettore . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 23 9.2.4 Prodotto scalare di due vettori . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 24 9.2.5 Prodotto vettoriale di due vettori . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 24 . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . Il Sistema internazionale di misura 5.1 Con poco costruisci tutto . . . . . . . . . 5.2 Intervallo di tempo: la durata . . . . . . 5.3 Lunghezza . . . . . . . . . . . . . . . . . 5.4 Massa . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 5.5 La Temperatura . . . . . . . . . . . . . . 5.5.1 Le differenti scale di temperatura 5.6 L’angolo . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 17 17 17 17 18 18 18 18 Grandezze fisiche derivate 6.1 Superficie . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 6.2 Volume . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 6.3 Densità . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 19 19 19 19 Le leggi fisiche 7.1 Capire una legge fisica . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 20 20 9.2 Cos’è un vettore . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 13 . . . . . . . . Il metodo scientifico . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 22 15 15 15 15 16 . . . . 21 8.2 22 Gli scalari 4.1 Cos’è uno scalare . . . . . . . 4.2 Prefissi per le unità di misura . 4.3 Conversioni di unità di misura 4.4 Capire gli scalari . . . . . . . . . . . . Le parole di Feynmann . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . Somma di vettori . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 4 . . . . 21 8.1 Operazioni con i vettori . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 14 . . . . Il metodo scientifico 9.2.1 Mappe sulle grandezze fisiche 6 9 4 3 5 8 10 I versori II 25 10.1 Cos’è un versore . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 25 10.2 Versori su di un piano cartesiano . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 25 Cinematica 27 11 Mappe di cinematica 28 12 Sistemi di riferimento 29 12.1 Punto di riferimento e assi cartesiani . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 29 12.2 Sistemi di riferimento e movimento . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 29 12.3 Videolezioni . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 30 13 Grandezze cinematiche 31 13.1 Posizione e Spostamento . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 31 13.1.1 Spostamento e distanza percorsa . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 31 13.2 Intervallo di tempo . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 31 13.3 Velocità . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 31 13.3.1 Velocità media e istantanea . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 31 13.4 Accelerazione . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 32 274 Scheda117. Matematica per la fisica 13.4.1 Capire l’accelerazione . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 14 Moto rettilineo uniforme e uniformemente accelerato 32 III 33 21 Mappe di dinamica 45 22 La distribuzione di massa 48 14.1 Moto rettilineo uniforme . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 33 14.2 Moto uniformemente accelerato . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 33 14.2.1 La caduta dei gravi . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 33 15 Grafici spazio-tempo 35 15.1 Sugli assi cartesiani . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 35 15.2 Lettura del movimento . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 35 15.3 Lettura della velocità . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 35 15.4 Grafici di esempio . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 35 16 Grafici velocità-tempo 37 Dinamica 22.1 Il baricentro di un corpo . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 44 48 22.2 Il momento di inerzia di un corpo . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 49 22.2.1 Momenti di inerzia di figure geometriche note . . . . . . . . . . . . . . 49 23 I tre principi della dinamica 51 23.1 Primo principio . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 51 23.1.1 Equilibrio traslazionale . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 51 23.2 Secondo principio . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 51 23.3 Terzo principio . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 51 16.1 Sugli assi cartesiani . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 37 16.2 Lettura del movimento . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 37 24.1 Definizione . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 53 16.3 Lettura dell’accelerazione . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 37 24.2 Video di esempio . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 53 16.4 Grafici di esempio . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 37 24 Pressione 25 Forza di gravità e forza di Archimede 17 Moto parabolico 53 54 39 25.1 Forza di gravità . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 54 17.1 Moto parabolico . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 39 25.2 Forza di Archimede . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 54 17.1.1 Moto di un proiettile . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 39 25.2.1 Il problema del galleggiamento . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 54 18 Moti periodici e orologi 41 26 Forza elastica 56 18.1 Moto periodico e misura del tempo . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 41 26.1 L’aggettivo elastico . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 56 18.2 La misura del tempo . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 41 26.2 Le molle e la legge di Hooke . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 56 18.3 Orologi . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 41 26.2.1 Campo di elasticità . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 56 26.3 Modulo di Young . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 56 19 Moto circolare uniforme 42 19.1 Definizione . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 42 19.2 La velocità angolare . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 42 20 Moto armonico 20.1 Definizione . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 27 Forza d’attrito 27.1 Forza d’attrito radente statico . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 57 57 27.2 Forza d’attrito radente dinamico . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 57 43 27.3 Forza d’attrito volvente . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 57 43 27.4 Forza d’attrito viscoso . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 58 275 Scheda117. Matematica per la fisica 28 Forza peso 59 35 Mappe sull’energia 70 36 Energia e Lavoro 71 28.1 Definizione . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 59 28.2 Un oggetto su di un tavolo . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 59 28.3 Un oggetto immerso nell’acqua . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 59 36.1 Energia cinetica . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 71 28.4 Un oggetto in un sistema accelerato . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 59 36.2 Energia cinetica rotazionale . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 71 28.4.1 Un oggetto che ruota . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 59 36.3 Energia interna . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 71 59 36.4 Il Lavoro di una forza . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 71 36.4.1 Il teorema dell’energia cinetica . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 72 61 36.5 La Potenza . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 72 28.4.2 La caduta libera . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 29 Moto su di un piano inclinato 29.1 Una prima considerazione . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 61 29.2 Il piano inclinato . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 61 29.3 Il moto sul piano inclinato . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 61 37.1 Forze conservative . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 73 29.4 Il piano inclinato in presenza di attrito . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 62 37.1.1 L’Energia potenziale gravitazionale . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 73 37.1.2 L’energia potenziale elastica . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 73 37.1.3 Altre forme di energia potenziale . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 74 30 Legge di gravitazione universale 63 30.1 La forza di gravità . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 63 30.1.1 L’accelerazione di gravità di un pianeta . . . . . . . . . . . . . . . . . . 63 30.2 Energia potenziale gravitazionale . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 63 31 Il moto di un pianeta 64 31.2 Energia e momento angolare . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 64 32.1 Definizione . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 32.2 Equilibrio rotazionale . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 33 Reazioni vincolari 33.1 Definizione . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 38 Legge di conservazione dell’energia totale 64 31.1 Le basi . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 32 Momento di una forza 37 Forze conservative ed Energia Potenziale Leggi di conservazione 34 Quantità di moto 75 38.1 Le parole di Feynmann . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 75 38.2 Legge di conservazione dell’energia totale . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 75 38.3 Trasformazione dell’energia . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 75 39 Macchine semplici 77 39.1 Il piano inclinato . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 77 66 39.2 La leva . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 77 66 39.3 La carrucola . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 78 39.4 Il torchio idraulico . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 78 66 67 67 40 Teoria degli urti 40.1 Gli urti completamente anelastici . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . IV 73 68 79 79 40.2 Gli urti elastici . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 79 40.2.1 Casi particolari di urti elastici . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 80 69 34.1 La quantità di moto . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 69 34.1.1 Forza e quantità di moto . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 69 34.2 Conservazione della quantità di moto . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 69 V Fluidodinamica 41 Mappe di fluidodinamica 81 82 276 Scheda117. Matematica per la fisica 42 Il principio di Pascal 83 51 Conduzione termica 95 42.1 Il principio di Pascal . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 83 51.1 La teoria . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 42.1.1 Il torchio idraulico . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 83 51.2 La sensazione di caldo e freddo . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 95 51.3 Un semplice esperimento . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 95 43 La conservazione della portata 84 43.1 Portata di un tubo . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 84 43.2 Portata per fluidi incomprimibili . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 84 44 Il principio di Bernoulli 95 85 VII Termodinamica 96 52 Mappe di termodinamica 97 53 Primo principio della termodinamica 98 44.1 L’equazione di Bernoulli . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 85 44.1.1 La legge di Stevin . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 85 53.1 Videolezione . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 44.1.2 Il tubo di Venturi . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 86 53.2 L’energia interna di un gas . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 98 53.3 Principio zero . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 98 53.4 Il lavoro fatto da un gas . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 98 53.5 Il primo principio . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 98 VI Calorimetria 45 Mappe di calorimetria 87 88 54 Legge dei gas e trasformazioni termodinamiche 98 100 89 54.1 La legge dei gas perfetti . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 100 46.1 Stati della materia . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 89 54.2 Lo stato di un gas . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 100 46.2 Cambiamenti di stato . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 89 54.3 Trasformazioni termodinamiche . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 100 46 Stati della materia 54.3.1 Isocore . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 100 47 La Temperatura 90 54.3.2 Isobare . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 101 47.1 Le scale di temperatura . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 90 54.3.3 Isoterme . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 101 47.1.1 I gradi centigradi . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 90 54.3.4 Adiabatiche . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 101 47.1.2 I gradi Kelvin . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 90 54.3.5 Come ragionare con i gas perfetti . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 101 47.1.3 conversioni di temperature . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 90 55 Distribuzione Maxwell Boltzmann 104 91 55.1 Il concetto . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 104 48.1 Calore e temperatura . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 91 55.2 La distribuzione delle velocità . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 104 48.2 Scambi di calore ed equilibrio termico . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 91 48 Riscaldamento 56 Il ciclo di Carnot 105 92 56.1 Trasformazioni cicliche . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 105 49.1 Dilatazione lineare . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 92 56.2 Il ciclo di Carnot . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 105 49.2 Dilatazione superficiale e volumetrica . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 92 56.3 Il rendimento di un ciclo . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 106 49 Dilatazione termica 56.4 Secondo principio della termodinamica . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 106 50 Transizioni di fase 94 56.4.1 La qualità dell’energia . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 106 277 Scheda117. Matematica per la fisica 56.5 Cicli frigoriferi . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 107 57 Il ciclo Otto 108 57.1 Le trasformazioni del ciclo . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 108 58 Il ciclo diesel 110 59.1 Le trasformazioni del ciclo . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 110 60 Il ciclo rettangolare 111 60.1 Le trasformazioni del ciclo . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 111 61 Entropia 112 61.1 Definizione di entropia . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 112 61.2 Irreversibilità di una trasformazione . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 112 VIII Onde 62 Mappe sui fenomeni ondulatori 63 Onde e fenomeni ondulatori . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 120 120 120 120 120 109 58.1 Le trasformazioni del ciclo . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 109 59 Il ciclo di Stirling 66 Interferenza 66.1 Il fenomeno dell’interferenza . . . . . . . . . . . . . . . 66.2 Onde stazionarie . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 66.2.1 Onde stazionarie su corde bloccate agli estremi 66.3 Il fenomeno dei battimenti . . . . . . . . . . . . . . . . 113 67 Diffrazione 123 67.1 Il fenomeno . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 123 68 Risonanza 124 68.1 Il fenomeno . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 124 69 Diffusione 125 69.1 Il fenomeno . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 125 70 Dispersione 126 70.1 Il fenomeno . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 126 71 Effetto Doppler 71.1 Il fenomeno . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 71.2 Se l’osservatore è in moto . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 71.2.1 Se la sorgente è in moto . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 127 127 127 127 72 Le lenti 72.1 Immagine generata da una lente convergente 72.2 Immagine generata da una lente divergente . 72.2.1 La legge dei punti coniugati . . . . . . 72.2.2 Il fattore di ingrandimento . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 130 130 130 131 131 73 L’arcobaleno 73.1 Osservare un arcobaleno . . . . . . . . 73.2 Il principio di base . . . . . . . . . . . . 73.3 L’arco secondario . . . . . . . . . . . . 73.4 Polarizzazione dell’arcobaleno . . . . . 73.5 La risposta alle domande . . . . . . . . 73.6 Altri arcobaleni . . . . . . . . . . . . . . 73.6.1 Rifrazione in cristalli di ghiaccio 73.6.2 Diffrazione su gocce d’acqua . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 133 133 133 135 136 136 137 137 137 114 115 63.1 Definizione . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 115 63.1.1 Onde meccaniche ed elettromagnetiche . . . . . . . . . . . . . . . . . . 115 63.1.2 Onde trasversali e longitudinali . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 115 63.1.3 Variabili dell’onda . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 115 64 Intensità di un’onda 117 65 Riflessione e Rifrazione 118 65.1 Riflessione . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 118 65.2 Rifrazione . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 118 65.2.1 Riflessione totale . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 118 65.3 Videolezioni . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 118 . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 278 Scheda117. Matematica per la fisica 74 Fibre ottiche 138 79 Magnetismo nella materia 151 74.1 Propagazione della luce all’interno della fibra . . . . . . . . . . . . . . . . . . 138 79.1 Calamite . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 151 74.1.1 Angolo di accettazione . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 138 79.1.1 Calamite naturali . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 151 74.1.2 Modi di propagazione . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 138 79.1.2 Calamite artificiali . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 151 74.1.3 Dispersione modale . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 138 74.1.4 Dispersione cromatica . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 139 80 Modelli atomici 152 74.1.5 Fenomeni di attenuazione . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 139 80.1 I costituenti dell’atomo . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 152 74.2 Fibre monomodali e multimodali . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 139 80.1.1 Particelle . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 152 74.2.1 Fibre monomodali . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 139 80.1.2 Forze tra le particelle . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 152 74.2.2 Fibre multimodali . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 140 80.1.3 Un principio fondamentale . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 152 80.2 Struttura dell’atomo . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 153 IX Elettromagnetismo 141 80.2.1 Il nucleo . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 153 80.2.2 Struttura elettronica . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 153 75 Mappe sull’elettromagnetismo 143 76 Forza di Coulomb 145 80.3 la tavola periodica degli elementi . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 153 81 Elettrizzazione 155 76.1 La carica elettrica . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 145 81.1 Elettrizzazione per strofinio . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 155 76.2 La forza di Coulomb . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 145 81.2 Elettrizzazione per contatto . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 155 76.3 Il campo elettrico . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 145 81.3 Elettrizzazione per induzione . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 155 76.4 Linee di campo . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 145 81.3.1 Deviazione di un getto d’acqua . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 155 76.4.1 Linee di campo di un dipolo elettrico . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 145 76.5 La forza Elettrostatica . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 146 77 Campo magnetico 147 82 Effetto Punta 156 83 Sulla Circuitazione di un campo vettoriale 157 77.1 Il campo magnetico . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 147 83.1 Definizione di circuitazione . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 157 77.2 Campi magnetici e correnti elettriche . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 147 83.1.1 Un caso particolare: il campo di forze . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 157 77.3 Campo magnetico di un filo percorso da corrente . . . . . . . . . . . . . . . . 147 83.1.2 Un caso particolare: il campo elettrico . . . . . . . . . . . . . . . . . . 158 77.3.1 La legge di Biot-Savart . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 148 77.3.2 Campo magnetico nel centro di una spira circolare . . . . . . . . . . . 149 84 Induzione Elettromagnetica 159 84.1 D.d.p indotta dal movimento di un conduttore . . . . . . . . . . . . . . . . . . 159 78 Forza magnetica 150 78.1 La forza magnetica . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 150 78.1.1 Moto in un campo magnetico uniforme . . . . . . . . . . . . . . . . . . 150 85 Corrente di spostamento 160 85.1 Natura della corrente di spostamento . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 160 279 X Scheda117. Matematica per la fisica Elettrotecnica 161 86 Corrente elettrica 162 86.1 Corrente in un conduttore . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 162 87 Leggi di Ohm 87.1 Prima legge di Ohm . . . . . . . . . . . . . . 87.2 Resistenze in serie e in parallelo . . . . . . . 87.2.1 Resistenze in serie . . . . . . . . . . . 87.2.2 Resistenze in parallelo . . . . . . . . 87.2.3 Resistenze ne in serie ne in parallelo 87.3 Seconda legge di Ohm . . . . . . . . . . . . 87.4 Potenza ed effetto Joule . . . . . . . . . . . . 87.4.1 Potenza generata . . . . . . . . . . . 87.4.2 Potenza dissipata . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 163 163 163 163 163 163 164 164 164 164 88 Circuiti elettrici Ohmici 88.1 Circuiti con un generatore . . . . . . . . . . . . 88.2 Circuiti con molti generatori e leggi di Kirchoff 88.2.1 Struttura del circuito . . . . . . . . . . . 88.2.2 Equazioni di maglie e nodi . . . . . . . . 88.3 Videolezioni . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 165 165 165 165 166 167 89 Circuiti RC 89.1 Condensatori . . . . . . . . . . . . . . . . . . 89.2 Condensatore piano . . . . . . . . . . . . . . 89.3 Carica e scarica di un condensatore . . . . . 89.4 Energia immagazzinata in un condensatore 89.5 Energia del campo elettrico . . . . . . . . . . 89.6 Condensatori in corrente alternata . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 168 168 168 168 169 170 170 . . . . . 172 172 172 172 174 174 90 Circuiti RL 90.1 Autoinduzione . . . . . . . . . . . . . . 90.2 Il solenoide . . . . . . . . . . . . . . . . 90.3 Carica e scarica di un’induttanza . . . . 90.4 Energia immagazzinata nell’induttanza 90.5 Induttanze in corrente alternata . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . XI Relatività ristretta 176 91 Relatività ristretta 91.1 Postulati di partenza . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 91.2 Dilatazione dei tempi . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 91.3 Contrazione delle distanze . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 91.4 Da Galileo a Lorentz . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 91.4.1 Invarianza della distanza spaziotemporale . . . . . . . 91.5 Legge di composizione delle velocità . . . . . . . . . . . . . . 91.6 Massa relativistica . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 91.6.1 Quantità di moto relativistica e principi della dinamica 91.6.2 Energia cinetica relativistica . . . . . . . . . . . . . . . 91.6.3 Energia totale relativistica . . . . . . . . . . . . . . . . 91.6.4 Relazione tra energia ed impulso . . . . . . . . . . . . XII . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . Meccanica quantistica 92 Radiazione di corpo nero 92.1 Cosa vuol dire nero? . . . . . . . . 92.2 Emissione di corpo nero . . . . . . 92.2.1 Spettro della radiazione . . 92.2.2 Legge di Stefan-Boltzmann 92.2.3 Legge di Wien . . . . . . . 92.3 La spiegazione del fenomeno . . . 178 178 178 179 180 180 181 182 182 182 183 183 185 . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 186 186 186 186 186 186 187 93 Effetto fotoelettrico 188 93.1 Il fenomeno . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 188 93.2 Considerazioni sul fenomeno . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 188 94 Modelli Atomici 94.1 Modello atomico di Democrito . . 94.2 Modello atomico di Thomson . . 94.2.1 Struttura . . . . . . . . . . 94.2.2 Formulazione del modello 94.3 Modello atomico di Rutherford . 94.3.1 Esperimento di Rutherford . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 189 189 189 189 189 189 189 280 Scheda117. Matematica per la fisica 94.3.2 Problematiche aperte . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 190 XIII Laboratorio 207 94.4 Modello atomico di Bohr . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 191 95 Modello atomico di Bohr 98 Mappe sull’attività di laboratorio 208 99 Errori di misura 209 192 95.1 Mappa della scheda . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 192 95.2 Problematiche sul modello di Rutherford . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 192 99.1 Il valore della misura e l’errore assoluto . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 209 95.3 L’idea di base . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 192 99.1.1 Cifre significative . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 209 99.1.2 Errori di misura . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 210 96 Introduzione alla fisica moderna 194 96.1 Poche semplici domande . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 194 96.2 Empedocle e Democrito . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 194 96.3 Newton . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 195 96.4 Mendeleev . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 195 96.5 Rutherford . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 196 96.6 Nuove particelle . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 196 96.7 Il dualismo onda-corpuscolo . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 197 96.8 l’ipotesi dei quark . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 197 96.9 Le forze come scambio di particelle . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 197 96.10Il modello standard e il bosone di Higgs . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 198 96.11Sviluppi futuri . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 199 96.12Le GUT . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 199 96.13L’oscillazione dei neutrini . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 199 96.14Nascita ed evoluzione dell’universo . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 200 96.15La materia oscura . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 201 97 Il CERN 203 97.1 Un concetto basilare . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 203 97.2 Perchè accelerare le particelle? . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 203 99.1.3 Misure ripetute . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 210 99.1.4 Precisione ed errore relativo . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 211 99.1.5 Valutazione dell’errore su misure indirette . . . . . . . . . . . . . . . . 211 100Distribuzione Gaussiana 213 100.1La distribuzione Gaussiana . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 213 100.2Il risultato della singola misura . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 213 100.3Il risultato delle misure ripetute . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 214 101Esperimenti di calorimetria 215 101.1Misura del coefficiente di dilatazione termica lineare . . . . . . . . . . . . . . 215 101.1.1 Apparato sperimentale . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 215 101.1.2 Dati sperimentali e loro elaborazione . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 215 101.1.3 Conclusioni . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 215 102Esperimenti di meccanica 217 102.1Verifica del secondo principio della dinamica . . . . . . . . . . . . . . . . . . 217 102.1.1 Apparato sperimentale . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 217 102.1.2 Scopo e svolgimento . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 217 97.3 Come accelero una particella? . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 203 102.1.3 Dati sperimentali e loro elaborazione . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 217 97.4 Come avvengono le collisioni? . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 203 102.1.4 Conclusioni . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 218 97.5 Cosa misuro quando rilevo una particella? . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 203 102.2Determinazione della legge per calcolare il periodo del pendolo . . . . . . . . 220 97.5.1 Prima fase: tracking . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 204 102.2.1 Scopo . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 220 97.5.2 Seconda fase: I calorimetri . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 204 102.2.2 Apparato sperimentale . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 220 97.6 L’analisi dei dati . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 204 102.2.3 Svolgimento . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 220 281 Scheda117. Matematica per la fisica 103Realizzazione di un’esperienza di laboratorio 222 103.1Considerazioni preliminari . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 222 103.2Scopo dell’esperienza . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 222 103.3Fisica dell’esperienza . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 222 103.4Descrizione del materiale utilizzato . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 223 103.5Realizzazione dell’esperienza . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 223 103.6Analisi dei dati . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 223 103.7Conclusioni . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 223 104Relazione di laboratorio 224 107Esercizi di Dinamica 107.1Teoria ed esercizi banali . . . . . . 107.2Baricentro . . . . . . . . . . . . . . 107.3Forze . . . . . . . . . . . . . . . . 107.4Equilibrio . . . . . . . . . . . . . . 107.5Secondo principio della dinamica . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 233 233 234 234 236 238 108Esercizi sulle leggi di conservazione 239 108.1Energia . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 239 108.2Quantità di moto . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 242 108.3Complessivi . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 242 104.1Scopo dell’esperienza . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 224 104.2La fisica dell’esperienza . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 224 104.3Materiale utilizzato . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 224 104.4Procedimento . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 224 104.5Dati sperimentali . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 224 109Esercizi di Fluidodinamica 109.1Legge di conservazione della portata 109.2Principio di Bernoulli . . . . . . . . . 109.3Legge di Stevin . . . . . . . . . . . . . 109.4Principio di Pascal . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 244 244 244 244 244 110Esercizi di Calorimetria 110.1Domande di teoria . . 110.2Esercizi banali . . . . 110.3Riscaldamento . . . . 110.4Transizioni di fase . . 110.5Dilatazione termica . 110.6Conducibilità termica 110.7Complessivo . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 246 246 246 247 248 248 248 248 104.6Analisi dei adti sperimentali . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 224 104.7Conclusioni . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 224 XIV Esercizi svolti 105Esercizi di Base 225 226 105.1Operazioni con gli scalari . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 226 105.2Eseguire una misura . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 226 . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 105.3Operazioni con i vettori . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 227 106Esercizi di Cinematica 228 106.1Grandezze cinematiche . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 228 106.2Esercizi banali . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 228 106.3Sistemi di riferimento . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 228 106.4Moto rettilineo uniforme . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 229 106.5Moto uniformemente accelerato . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 230 106.6Moto parabolico . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 231 106.7Lettura di grafici del moto . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 231 111Esercizi di Termodinamica 250 111.1I Gas . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 250 112Esercizi sui fenomeni ondulatori 112.1Teoria . . . . . . . . . . . . . 112.2Oscillazioni . . . . . . . . . . 112.3Riflessione e rifrazione . . . 112.4Interferenza e risonanza . . . 112.5Propagazione . . . . . . . . . 112.6Ottica geometrica . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 256 256 256 256 257 257 257 282 Scheda117. Matematica per la fisica 112.7Ottica applicata . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 258 112.8Effetto fotoelettrico . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 258 112.9Atomo di Bohr . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 258 113Esercizi di Elettromagnetismo 113.1Elettromagnetismo 259 115.2Risposte . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 265 116Esercizi non risolti XV 268 Matematica per la fisica 269 . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 259 113.2Elettrotecnica . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 260 114Esercizi di Relativita 263 114.1Domande di Teoria . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 263 114.2Risposte . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 263 115Esercizi di Meccanica quantistica 115.1Domande base di Teoria 264 . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 264 117Matematica per la fisica 117.1Introduzione . . . . . . . . . . . 117.2Equazioni di primo grado . . . . 117.2.1 Sottrarre o sommare . . . 117.2.2 Moltiplicare o dividere . 117.3Esempi di formule inverse . . . 117.4Funzioni trigonometriche . . . . 117.5La circonferenza trigonometrica . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . 270 270 270 270 270 270 271 271