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IN GIARDINO
VIMAX MAGAZINE FEBBRAIO
76
2012
di Luciano Di Tizio
FILOSOFIA
DEL “NATURALE”
Ritornare alle origini, lasciar fare alla natura.
Non solo si può: spesso regala splendide sorprese
FINO a non troppi decenni fa era quasi impossibile girare al di fuori dei centri urbani senza incontrare prima o poi uno
stagno, un laghetto, una zona umida, una pozza. Erano insomma frequentissime, in Italia come in gran parte d’Europa,
le raccolte d’acqua naturali. Poi, dagli anni ’50 del secolo scorso, la cosiddetta “bonifica delle zone umide” (non sempre e non tutte malsane, come invece è stato a lungo ripetuto), accompagnata da una devastante cementificazione,
ha profondamente modificato il paesaggio rurale oltre che quello urbano: molti corsi d’acqua, persino fiumi con una
discreta portata, sono stati incanalati, se non addirittura intubati e sepolti, e molti stagni sono stati interrati.
Tra parentesi: le alluvioni e le frane che sempre più spesso tormentano varie zone d’Italia sono almeno in parte prodotte anche da questi sciagurati tentativi di modificare l’ambiente naturale senza tenere in giusto conto i suoi equilibri e le
sue complesse dinamiche e necessità. Del resto, che l’uomo piuttosto che adattare se stesso al mondo nel quale vive
preferisca cercare di piegarlo alle proprie esigenze è storia vecchia: dall’1 ottobre 1878, con l’annuncio ufficiale della
conclusione dei lavori di bonifica, è definitivamente scomparso in Abruzzo il lago Fucino, che già dall’epoca degli antichi romani era stato prosciugato una prima volta. Se siamo riusciti a cancellare dalla faccia della terra quello che era
per estensione il terzo lago d’Italia, figuriamoci se ci formalizziamo a far sparire un laghetto.
BACINI ARTIFICIALI. Tutta questa chiacchierata semplicemente per dire che in tutta Europa, a cominciare dai Paesi del
Nord e via via ovunque, accanto a chi gli stagni li cancellava reputandoli evidentemente fastidiosi c’è stato anche chi,
invece, ha cominciato a realizzarne di nuovi. Sia per necessità (le nostre campagne sono costellate di laghetti d’irrigazione, che fungono da riserve d’acqua per la stagione arida) sia per senso estetico e per passione. Questi ultimi, per
ovvie ragioni, sono quelli che più ci interessano.
I bacini artificiali realizzati dagli appassionati possono essere a grandi linee suddivisi (ci appoggiamo, per queste definizioni, all’autorità di numerosi autori, tra gli altri Bernd Degen che ha firmato I laghetti in giardino della Askoll, e Hermann
Berg, autore di Il laghetto, edito dalla Primaris) in “ornamentali” e “naturali”. I primi, dei quali ci occuperemo in un prossimo articolo, sono quelli classici, deputati all’allevamento di pesci d’affezione e/o alla coltivazione di piante da fiore, e
che possono a loro volta essere suddivisi in “naturali” e “tecnologici” secondo il minore o maggiore uso che si fa
dell’attrezzatura tecnica oggi disponibile per il settore pond.
I secondi, più simili agli invasi di irrigazione, rappresentano invece una scelta ben più radicale, volta al ripristino
e/o al miglioramento dell’ambiente
più che all’allevamento di questa o
quella specie di flora o di fauna. Oggi
ci occupiamo, come dichiarato sin
dal titolo, di questo particolare e
importante tipo di laghetto.
UN ANGOLO DI UN GRANDE LAGO (NELLA FOTO QUELLO DI IDRO, IN PROVINCIA DI BRESCIA) PUÒ FARE DA ECCELLENTE MODELLO PER UN LAGHETTO “NATURALE”
MINIMO INTERVENTO UMANO. Anche il
laghetto naturale è in ogni caso una
realizzazione artificiale, perché è
costruito dall’appassionato o da chi
lavora a pagamento per lui. E anche
il laghetto “naturale” ha bisogno dell’indispensabile aiuto del negoziante,
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