2. CRONOTIPOLOGIA DELL`EDILIZIA ABITATIVA, di

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2. CRONOTIPOLOGIA DELL’EDILIZIA ABITATIVA
Durante il lavoro di ricognizione delle emergenze architettoniche sia nella Rocca che nel borgo
è emerso come, accanto ad un certo numero di
ridotte strutture murarie in cui l’unico dato rilevabile era il tipo di tecnica costruttiva, vi fossero invece altre tracce in elevato (aperture, elementi strutturali etc.) riconducibili a precise tipologie edilizie. Da questa constatazione è nata
l’idea del presente capitolo che ha come obiettivo quello di circoscrivere le caratteristiche di una
sequenza cronologica di tipi di architettura civile e pubblica con funzione abitativa e difensiva,
contestualizzando in questo modo singole evidenze difficilmente trattabili separatamente e raccogliendo in maniera sintetica, per facilitarne la
lettura, dati già parzialmente trattati nei capitoli
dedicati alla descrizione delle attività dello scavo e dell’abitato.
Sin da una veloce lettura del capitolo risulterà
evidente la maggiore ricchezza di informazioni
riguardo ai tipi edilizi presenti nella Rocca, dovuta alla possibilità di analizzare al meglio evidenze materiali di una certa consistenza. Ugualmente tra i tipi individuati nel borgo sono assenti gli esempi più semplici di abitazioni private in pietra, ovvero quelle derivate dalla diretta
evoluzione della capanna lignea a pianta rettangolare, registrabili in maggior numero all’interno di insediamenti abbandonati ma in questo
contesto urbano non riconoscibili perché sottoposti a continui rifacimenti che ne hanno definitivamente cambiato le caratteristiche strutturali
originarie.
In vari casi archi in situ o costruiti con cunei di
riutilizzo inseriti però in paramenti intonacati o
all’interno di consistenti rifacimenti, rappresentano una piccola spia dell’attività edilizia di un
certo periodo ma non costituiscono un’evidenza valida per la costruzione di una sequenza cronotipologica delle aperture a se stante, proprio
a causa della mancanza di elementi datanti assoluti.
La tipologia che presentiamo ha quindi un valore parziale, nel senso che quelle individuate risultano oggi le uniche evidenze materiali registrabili e non sono quindi esemplificative della
totalità di quelle presenti in origine a Campiglia. Il lavoro deve quindi essere semplicemente
interpretato come un tentativo di riconnettere
l’attività edilizia alla storia dell’abitato, compiendo un primo piccolo passo verso la realizzazione di un atlante a più ampio respiro territoriale.
Per omegeneità di stesura i tipi abitativi evidenziati sono stati raggruppati, come per i tipi di
tecnica muraria, in gruppi analogamente rapportabili alle principali fasi storiche dell’abitato: primo incastellamento (secc.X-XI), secondo incastellamento (XII sec.), età comunale (XIII-XIV
secc.).
Gruppo I (secc. X-XI)
Tipo A (Fig. 1): Alla prima metà del X secolo gli
abitanti dell’area sommitale vivevano all’interno di capanne costruite interamente in legno ed
argilla pressata mista a ramaglie (tecnica muraria I). Si può ipotizzare che le capanne avessero
un perimetro rettangolare o leggermente ‘a barca’ ottenuto piantando a distanze non regolari
(tra gli 0.67 e 1.87 m) pali di legno del diametro
circolare medio di 25-35 cm.
Un allineamento interno di buche fa ipotizzare
la presenza di pali necessari per il sostegno del
tetto, presumibilmente a due falde. Il mancato
ritrovamento di materiali legati alle possibili coperture (lastrine di ardesia, coppi in laterizio etc.)
è la testimonianza indiretta dell’uso, a questo
scopo, di materiali deperibili come ramaglie e
paglia. Dei resti delle tre capanne appartenenti
a questa tipologia, nel caso di quella meglio leggibile, l’andamento delle buche di palo suggerisce una misura del lato lungo intorno a 9 metri,
mentre per l’allineamento interno si può supporre una lunghezza di 8.53 m. In tutti i casi
esaminati le capanne sono sempre mancanti dell’altro lato perimetrale lungo. Presupponendo
quindi un’unica fila di pali a sostegno del tetto
si può ipotizzare la larghezza della struttura intorno ai 4 m con una superficie abitabile di circa
36 mq. All’interno di questo unico, grande ambiente potevano esserci ulteriori divisioni con tramezzi in legno o altro materiale deperibile, come
farebbe ipotizzare l’evidenza di buche di palo di
piccole dimensioni (0.15/0.19 m di diam.) rinvenute internamente alla capanna individuata
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Fig. 1 – Tipo A, prima metà X secolo. Planimetria interpretata dell’area sommitale con capanne risalenti alla
prima metà del X secolo.
nell’area 4000. Il piano di calpestio era costituito da terra battuta. L’esiguità dei resti dei livelli
pavimentali rinvenuti non permette di ipotizzare eventuali annessi all’interno della capanna,
come ad esempio focolari etc.
Dal momento che la struttura architettonica non
presenta particolari e ricercate soluzioni tecniche è ipotizzabile che i costruttori fossero gli stessi abitanti che si rifornivano della materia prima
direttamente nelle aree boschive immediatamente circostanti l’insediamento.
La stessa tipologia della capanna trova numerosi confronti in più ambiti territoriali, relativi ad
archi cronologici anche precedenti a questo1. Il
1
Oltre a tracce di strutture lignee di cui però non è possibile per il momento risalire alla forma dell’edificio, come
quelle rinvenute nella vicina rocca di Suvereto, CUTERI
1990, nel castello di Rocchette Pannocchieschi (comunicazione personale di Francesca Grassi e Maddalena Belli
che ringrazio) o nel sito di Miranduolo, NARDINI 2002, il
riferimento più calzante riferibile a questo periodo per
l’area interna della Toscana centro-meridionale è con il
villaggio fortificato di Montarrenti, in cui capanne totalmente in legno a pianta rettangolare poste sempre ai margini del pianoro sommitale, furono più volte ricostruite
in un arco cronologico compreso tra l’VIII ed il X secolo,
CANTINI 1998-99; una grande struttura rettangolare interpretata come longhouse e datata al IX secolo è stata
riportata in luce nello scavo di Poggio Imperiale, VALENTI
1999, mentre nel sito di Terrazzana è stata identificata
una capanna, antecedente l’XI secolo, di cui è stata stimata la superficie abitabile in 12 mq, QUIRÓS C ASTILLO
1999, p. 53. Per ulteriori riferimenti ad altri esempi di
edilizia in legno presenti nell’intera penisola si veda l’ar-
riferimento più immediato in questa area costiera è comunque rappresentato dal gruppo di capanne riportate in luce nell’insediamento di Scarlino databili tra IX e X secolo2.
Le analogie con Scarlino si ritrovano anche nella localizzazione delle stesse strutture, poste sempre con il lato lungo ai margini del pianoro sommitale, in modo probabilmente da lasciare uno
spazio aperto al centro dell’agglomerato.
Tipo B (Fig. 2): Poco meno di un centinaio di
anni più tardi, nella prima metà dell’XI secolo,
in una delle fasi di ridefinizione dell’abitato sommitale, le capanne in legno furono sostituite da
altre costruite con materiali misti (tecnica muraria tipo II). In queste nuove strutture, a parte
l’utilizzo della pietra insieme al legno, la planimetria non si distacca molto dalle precedenti su
cui tra l’altro furono ricostruite ricalcandone parzialmente il perimetro. La forma è ancora rettangolare con dimensioni considerevoli, comprese per i lati lunghi tra 7.60 e 8.95 m e una larghezza variabile tra i 4 ed i 6.50 m, pari ad una
superficie abitativa compresa tra i 35 ed i 40 mq.
Il tetto a doppio spiovente in materiali deperibili poteva essere sostenuto da una singola o dop-
chivio curato da Fronza in VALENTI 1996 ed i capitoli con
relativa bibliografia dedicati alle tipologie costruttive ed
ai materiali da costruzione in GALETTI 1998.
2
FARINELLI , FRANCOVICH 2000, pp. 49-51.
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c
a
d
b
Fig. 2 – Tipo B, prima metà XI secolo: a, panoramica dell’area di scavo 7000. Con la freccia sono indicati i
resti della base in muratura della capanna; b, planimetria interpretata della stessa capanna, in grigio scuro è
ricostruito l’ipotetico andamento dell’originale perimetro; c-d, una delle buche di palo provviste di corona
prima e dopo lo scavo del suo riempimento.
pia fila parallela di pali interni. A differenza però
della fase precedente i diametri di questi pali erano inferiori di circa 10 cm (diametro oscillante
tra i 18 ed i 23 cm) ma l’alloggio era rinforzato
da una sorta di corona composta da argilla e terra dal diametro compreso tra i 33 ed i 42 cm.
Forse non a caso la capanna con doppia fila di
pali interni e quindi con un maggiore spazio abitabile si trovava nella porzione del pianoro dove
nella prima metà del XII secolo fu costruito il
primo edificio totalmente in pietra. Malgrado i
reperti associabili alla fase di vita ed abbandono
di questa struttura non denotino nessun segno
socialmente rappresentativo rispetto a quelli legati all’altra capanna, è forse proprio nelle dimensioni di quest’ultima che si può intravedere
un primo elemento distintivo legato allo status
dei suoi abitanti.
Questo tipo di struttura, che trova uguali confronti sempre nel sito di Scarlino ed in altri del
territorio toscano3, è l’unica testimonianza materiale ricollegabile alla prima attestazione scritta del castello di Campiglia, datata al 1004, che
lo indica già saldamente sotto il controllo dei
3
Oltre a Scarlino, FARINELLI, FRANCOVICH 2000, ancora
una volta il riferimento più importante è con il sito di
Montarrenti dove le capanne rettangolari a struttura mista databili sempre tra fine X ed XI secolo, sono poste
anziché sul pianoro sommitale (dove invece si trovano
edifici ancora totalmente in legno) nell’abitato dislocato
sulle sottostanti pendici, CANTINI 1998-99 La presenza di
scaglie lapidee trovate nel fondo di capanna nel sito di
valle Caulla (PT) fa ipotizzare la presenza anche in questo caso di una capanna a struttura mista databile tra IX
e X secolo, QUIRÓS C ASTILLO 1999, p. 52. Rapportabili a
periodi non anteriori al X secolo sono anche alcune strutture individuate in Lunigiana, a Monte Zignago, MAN NONI 1994, pp. 211-213. Per il catalogo di strutture miste riferibili a periodi anteriori al X secolo si rimanda
ancora all’archivio di Fronza in VALENTI 1996 ed a CAGNANA 1994 per una rassegna delle strutture in materiali
misti liguri rapportabili anche ai secoli centrali del medioevo.
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a
b
c
Fig. 3 – Tipo C, prima metà XII secolo: a, planimetria dell’edificio con indicazione e foto del pilastro;
b, ricostruzione dell’edificio; c, lato sud dell’edificio.
Della Gherardesca, definendo senza dubbio per
questa fase la stessa committenza.
Riguardo ai saperi dei costruttori è evidente
un’importante evoluzione legata all’utilizzo della pietra nel basamento della capanna. Si trattava sempre però di nozioni costruttive limitate,
dal momento che le pietre erano poste in opera
irregolarmente, senza segni di lavorazione, legate tra loro con un impasto di terra ed argilla.
Conoscenze che riconducono ancora una volta
all’operato degli stessi abitanti sui quali però
l’episodio costruttivo dell’edificazione della struttura in pietra legata da malta (vedi tec. III del
precedente paragrafo) avvenuto meno di un cinquantennio prima, doveva comunque avere lasciato un segno4. La particolare usanza di preparare delle ‘corone’ di rivestimento ai pali portanti è poi anch’essa sintomatica di una circolazione di conoscenze esterne che crearono appunto una cesura con le caratteristiche delle prece4
Questa struttura in pietra, pur rappresentando un’importante spia nell’ambito dei processi produttivi, non è
stata associata a nessuna tipologia abitativa data l’esiguità dei lacerti murari rinvenuti.
denti capanne in legno. La realizzazione delle
strutture fu comunque legata ad un processo produttivo economicamente non molto impegnativo, in particolare per quanto riguarda l’approvvigionamento delle materie prime sempre reperite in loco. Le pietre in calcare siliceo grigio utilizzate nel basamento provengono infatti dallo
stesso sottosuolo su cui poggia la Rocca o da fronti
di cava posti nelle immediate circostanze. Stessa
considerazione vale sia per il legno delle armature portanti, recuperato nelle vicine aree boschive, sia per l’argilla utilizzata come legante.
Come nel caso della precedente tipologia anche
per queste capanne la localizzazione e la forma
dell’intero insediamento non subirono variazioni di sorta, con l’allineamento delle strutture lungo i margini del pianoro sommitale.
Gruppo II (XII-p.m.XIII secolo)
Tipo C (Fig. 3): Alla prima metà del XII secolo,
costruito nella porzione sud-est del pianoro sommitale, risale il primo esempio di edilizia totalmente in pietra (edificio A). L’edificio fu com-
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missionato dai Della Gherardesca, nel momento
di generale ridefinizione dell’assetto abitativo di
buona parte del castello.
Si tratta di un’edificio a perimetro quadrangolare leggermente trapezoidale, con il lato lungo
(misurato esternamente) di 13.50 m, quello corto di 10 m ed una superficie abitabile interna
intorno ai 75.19 mq per piano. Il carattere difensivo della struttura, evidenziato dal notevole
spessore dei muri (1.35/1.40 m, con fondazioni
a riseghe decrescenti) costruiti adottando la tecnica IV (vedi la sua descrizione nel capitolo I di
questa sezione) e dalla presenza di sole feritoie
lungo i lati nord, est ed ovest, si attenua nel lato
sud, quello rivolto verso il borgo5. Qui si apre
l’unica entrata al piano terra dell’edificio sopraelevata di circa 3 m rispetto alla quota di calpestio esterno. Gli stipiti della porta (alti 1.75 m)
furono realizzati con conci perfettamente squadrati (tecnica tipo V) di calcare siliceo grigio alternati ad altri in travertino. Nell’arco a tutto
sesto, con luce intorno ad 1.75 m, internamente
furono utilizzati conci in travertino, esternamente conci in calcare grigio furono alternati ad altri in calcare bianco a grana fine con cui furono
realizzati anche i cardini. La presenza di buche
quadrangolari non passanti poste ai lati dell’arco fa ipotizzare l’esistenza di una tettoia protettiva in legno. Data l’altezza dell’apertura, posta
molto più in alto rispetto al piano di calpestio
esterno, è probabile che quest’ultima fosse raggiungibile attraverso una scala lignea o grazie ad
un passaggio in legno appoggiato ad una rampa
in muratura, come si vede nella ricostruzione.
Questa seconda ipotesi appare più plausibile perché un tale sistema di accesso poteva consentire
l’entrata anche di eventuali animali nell’edificio.
L’interno era suddiviso in due piani con un probabile soppalco nel sottotetto: il livello terreno,
di passaggio forse destinato a magazzino6, il piano superiore con caratteristiche prettamente residenziali. Il solaio che divideva i due livelli era
interamente di legno. Data l’ampiezza, per il suo
sostegno i costruttori pensarono ad un sistema
di ancoraggio centrale, costituito da un pilastro
in pietra (1.12×1.21 m) che dal piano terra si
elevava sino all’ultimo piano terminando con due
5
Per la lettura stratigrafica di questo edificio vedi BIANcap. I.2, sez. II.
Ricordiamo che, a causa dell’asportazione dei depositi
interni all’edificio in età contemporanea, le stratigrafie
indagate, pertinenti solo le fasi di vita precedenti all’impianto della struttura ed ad un primo livellamento in funzione dei nuovi piani di calpestio, non contenevano dati
sufficienti per ipotizzare le differenti attività svolte al piano terreno.
CHI ,
6
archi a tutto sesto necessari per sostenere anche
la copertura. Le travi principali lungo i lati lunghi poggiavano su di un sistema di mensole in
pietra di forma semicircolare di maggiore
(0.25×0.40 m) o minore (0.25×0.30 m) dimensione. Il piano superiore, a cui si accedeva attraverso una scala in legno (di cui non sono state
però trovate tracce materiali) era illuminato sempre sul lato sud da una porta finestra larga circa
0.80 m., provvista di stipiti in calcare palombino grigio (altezza 1.75 m). Al di sopra degli stipiti si trova un architrave in calcare sormontato
da un arco a tutto sesto con imposte soprastanti
la stessa architrave, provvisto di lunetta dello
stesso materiale. I conci dell’arco sono in calcare bianco alternati ad altri di calcare grigio. Le
stesse caratteristiche strutturali si ripetono nella
vicina finestra, sempre con architrave ed arco a
tutto sesto, larga 0.50 m provvista di stipiti alti
1.10 m. Dalla porta-finestra si accedeva ad un
ballatoio esteso su tutta la lunghezza del lato,
sostenuto da pali inseriti in buche passanti lo
spessore del muro, necessarie in caso di pericolo
per estrarre i sostegni ed eliminare il ballatoio.
Come per l’accesso, anche il ballatoio era protetto da un tetto in legno, di cui ancora oggi sono
leggibili gli alloggiamenti.
Sempre a questo piano, sul lato interno nord una
finta finestra tamponata sormontata da arco a
tutto sesto, nascondeva l’alloggio dei servizi
igenici. Nel davanzale della finta finestra era infatti tagliata una cavità di forma circolare da cui
i liquami fluivano, attraverso un condotto ricavato nello spessore della muratura, nello spazio
esterno antistante il lato nord. In corrispondenza del foro di uscita era posta una lastra di ardesia inclinata per favorire il flusso dei liquidi.
In base alle caratteristiche architettoniche della
struttura, ad un’altezza intorno ai 12 m si trovava la copertura a terrazza, di cui oggi resta parziale traccia, sostenuta proprio dagli archi di scarico del pilastro centrale.
L’utilizzo esclusivo della pietra come materiale da
costruzione coincise sicuramente con un maggiore impegno economico da parte della committenza. La presenza di determinate caratteristiche architettoniche in un orizzonte tecnologico sino ad
allora limitato a strutture in materiale deperibile
o miste è sicuramente indicativa della chiamata
di maestranze con un elevato grado di specializzazione. A loro si deve il progetto dell’intera struttura, l’organizzazione di un più complesso cantiere e la realizzazione di alcune parti dell’edificio come i pezzi destinati alle aperture o singoli
elementi quali le mensole, tutti caratterizzati da
una buona squadratura della pietra (tecnica tipo
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V, vedi precedente capitolo). A questi si affiancarono lapicidi con minore esperienza (a seguito
degli specialisti o forse reperiti ed istruiti in loco)
a cui fu affidato il compito di preparare i conci
dei paramenti murari che si distinguono appunto
per una meno accurata lavorazione della pietra
(vedi tecnica tipo IV, precedente capitolo).
Se poi l’utilizzo del locale calcare silicio grigio,
estratto nelle immediate vicinanze di Campiglia,
ridusse i costi relativi alla realizzazione dei muri
portanti, l’uso del travertino proveniente da
Palmentello (Venturina) e del calcare bianco estratto invece da Monte Rombolo, località più lontane dal centro, è indicativo di costi maggiori legati
a trasporti e attività di cava a maggior raggio.
Il dato più singolare relativo a questa tipologia,
maggiormente indicativo di un’importante circolazione di maestranze di alto livello tecnico,
riguarda però proprio la scelta delle caratteristiche architettoniche dell’edificio. Nel territorio
campigliese ed in quelli limitrofi, relativi all’area
grossetana come alla Bassa ed Alta Val di Cecina, non sono infatti attualmente individuabili
complessi architettonici confrontabili con questo, che rimane tutt’oggi una sorta di unicum
nell’area costiera e dell’immediato entroterra.
La struttura con la sua altezza piuttosto ridotta
(11/12 m), la maggiore estensione della planimetria (circa 80 mq) ed i suoi elementi difensivi
ma anche residenziali potrebbe essere classificata come “casa-forte” ed unita ad altri esempi
presenti soprattutto nella Toscana settentrionale7 rapportabili però a contesti cronologici più
tardi8. Un esame attento delle altre caratteristiche riporta però a confronti molto più complessi
di ambito extra-regionale. Le stesse dimensioni,
la presenza di due grandi spazi abitativi senza divisioni intermedie, di un pilastro in pietra a sostegno dei solai lignei, di un’entrata sopraelevata
e di una terrazza come copertura, avvicina molto
questo edificio a quelli presenti nella Francia nordoccidentale comunemente definiti donjons9.
I donjons si diffondono in questa area della Francia a partire dai primi decenni dell’XI secolo divenendo le più rappresentative dimore di espo-
7
A riguardo si veda REDI 1989, p. 175.
8
Tra questi, per somiglianza con l’edificio della Rocca
ricordiamo il complesso signorile di Codiponte, databile
al XIV secolo, come l’edificio principale del castello della Verrucola, REDI 1989, p. 175.
9
Il termine dongione non deve essere confuso con quello
che tra XII e XIII secolo compare in molti documenti
relativi a castelli dell’Italia settentrionale, dove è riferito
non ad un singolo edificio ma ad un ridotto fortificato
contenente più costruzioni di pertinenza signorile, SET TIA 1984a, pp. 375-384, S ETTIA 1984b.
nenti aristocratici locali con ampi possedimenti
rurali10.
Queste architetture, sempre di forma quadrangolare, potevano avere misure variabili da un massimo di 33 m per lato ad un minimo di 14 m. Tra
gli elementi comuni vi era sempre una porta di
ingresso sopraelevata tra i tre ed i cinque metri e
la scansione interna solitamente in tre piani costituiti da una grande sala e distinti in un fondo cieco, un vero e proprio livello abitativo, un primo
piano destinato al personale della casa o agli addetti alla guardia. I diversi pavimenti potevano
essere sorretti da volte in muratura o sovente da
strutture in legno, frequentemente agganciate a
pilastri centrali in pietra terminanti con archi di
scarico su cui poggiava la terrazza della copertura. Fin dai primi esempi oggi analizzabili, come
nel caso del dongione di Montbazon costruito nella prima metà dell’XI secolo11, questi erano spesso provvisti di contrafforti angolari o centrali.
Questo modello edilizio ebbe molta fortuna diffondendosi in Inghilterra a seguito della conquista normanna, in Palestina come conseguenza delle
crociate ed in Spagna12.
La conquista normanna dei territori meridionali
della nostra penisola portò anche in Sicilia questa
tipologia che ritroviamo nei suoi elementi essenziali in alcune strutture fortificate databili al XII
secolo, caratterizzate sempre da un’estesa planimetria (lato lungo oscillante tra gli 8.50 ed i 24
m) dalla presenza di entrate sopraelevate, da volte in muratura o lignee sostenute da muri divisori
interni e tramezzature che, a differenza della maggioranza dei tipi francesi, spesso dividevano in
piccoli ambienti gli ampi spazi dei diversi piani13.
Le particolarità dell’edificio presente a Campiglia
trovano però degli immediati confronti in un territorio più vicino, ovvero la Liguria ed in particolare con l’ambito urbano genovese. A Genova infatti, in tempi differenziati sono state studiate le
strutture relative al mastio vescovile di S. Silvestro14. Si tratta di una costruzione a pianta quadrata (11×11 m di lato) originariamente provvista di due piani e dotata forse di tetto a doppio
spiovente. Malgrado non sia possibile ricostruire
10
A tale proposito si veda la monografia sui dongioni di
CHATELAIN 1973 e il più ampio lavoro sui castelli francesi
di MESQUI 1993.
11
MESQUI 1993, p.108, tomo I.
12
Si veda a proposito delle architetture difensive legate
ai crociati e ad i loro modelli di riferimento KENNEDY 1994.
13
Vedi MAURICI 1992, pp.176-184, in particolare per la
descrizione dei dongioni di Burgio, di Paternò, Adrano e
Motta S. Anastasia.
14
ANDREWS, PRINGLE , CARTLEDGE 1978; MANNONI, POLEGGI
1974.
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Fig. 4 – Tipo D, seconda metà XII secolo. Planimetria interpretata dell’edificio. Sulla destra rielaborazione
della ricostruzione delle architetture. La muratura a scarpa è il risultato di un intervento successivo non in fase
con le strutture originarie.
il sistema di divisione dei piani interni, sappiamo
però che la struttura era provvista di una apertura sopraelevata con la quale si raggiungeva il primo piano attraverso una scala in muratura esterna e di due contigue aperture al piano terreno.
Una recente rilettura dei paramenti murari permette di datare questa struttura alla seconda metà
dell’XI secolo15, rilevando per questo edificio una
stretta parentela con i dongioni francesi. Stretta
parentela che si ritrova anche più tardi, in un’altra costruzione sempre avvicinabile ad un dongione e databile alla prima metà del XIII secolo,
rinvenuto al di sotto delle strutture di Palazzo
Ducale16.
Quale sottile linea lega quindi questi diversi
ambiti territoriali e chi progetto l’edificio A di
Campiglia?
In mancanza di qualsiasi aggancio con le fonti
scritte e solo in base ai confronti materiali, in
questo caso è veramente arduo individuare con
esattezza la provenienza delle maestranze e l’ori-
gine delle loro conoscenze. Pur cercando a riguardo di mantenere una certa cautela, si può
però ipotizzare che il tramite con il territorio
maremmano sia stata proprio Pisa che nel XII
secolo manteneva rapporti commerciali e politici con tutti i luoghi dove sono attestati i primi
dongioni: dalla Sicilia17, alla Siria e Palestina, alla
Francia del Sud, con particolare riferimento alla
Linguadoca 18 , confinante con il Poitu e il
Limousin dove si trovano le tracce più antiche
di questa tipologia edilizia.
Tipo D (Fig. 4): Come per il precedente caso,
anche questo tipo è rappresentato da un unico
esempio che con molta probabilità costituì però
un importante modello per l’edilizia residenziale del borgo nei decenni successivi. Nella seconda metà del XII secolo, nella porzione sud-ovest
dell’area sommitale, all’edificio A sopradescritto, fu aggiunta infatti una nuova architettura in
pietra. I committenti furono ancora una volta la
locale famiglia aristocratica dei Della Gherarde-
15
17
16
CAGNANA 1997.
BOATO, VARALDO, GROTTIN 1992.
18
BERTI 1997.
TANGHERONI 1996, pp. 177-179.
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sca che in questo modo ampliarono il loro complesso residenziale. Per la forma e le caratteristiche architettoniche questo edificio è stato comunemente definito “palazzo”, termine che in
realtà troviamo rammentato solo nelle fonti scritte più tarde in riferimento ad un edificio sommitale, in un atto stipulato dai Della Gherardesca nel 125219.
L’edificio, oggi parzialmente distrutto dalla costruzione dell’acquedotto di età contemporanea,
aveva un perimetro rettangolare con il lato lungo
(misure esterne) di 16.50 m e quello corto di 9.20
m, con una superficie abitabile interna di 116.25
mq per piano ed un’altezza complessiva intorno
agli 11-12 metri. I muri perimetrali costruiti con
tecnica muraria tipo IV e VI, di notevole spessore (1 m circa) erano provvisti di fondazioni
controterra con riseghe decrescenti nella parte
immediatamente superiore il piano di calpestio.
L’edificio era provvisto di due piani. Il piano terra, illuminato, perlomeno nel lato ovest (l’unico
ancora parzialmente leggibile) da una feritoia (1
m di altezza×0.70 m di larghezza) era utilizzato
prevalentemente come ripostiglio o magazzino.
Nell’angolo sud-ovest del palazzo, in prossimità
della feritoia, una seconda apertura a forma rettangolare, quasi tamponata nella parte esterna
ma provvista di un piccolo foro inferiormente
ed un piano di lastre di ardesia discendente verso l’esterno, può essere interpretata come un punto di scarico delle acque bianche.
Il piano terra era diviso dal vero e proprio piano
residenziale con un solaio in legno. Data l’ampiezza della superficie interna, anche in questo
caso è ipotizzabile la presenza perlomeno di due
pilastri in pietra per l’aggancio delle travi portanti il solaio, poggiate invece lungo i muri perimetrali su di un sistema di mensole a sezione
quadrata (0.20×0.20 m). I resti di una struttura
quadrangolare con un lato di 1 m, purtroppo
quasi totalmente distrutta dalla fossa di fondazione dell’acquedotto, confermerebbero l’ipotesi
dell’originaria presenza di un pilastro e, di conseguenza, anche di un secondo posto a poca distanza dal primo per il sostegno dei piani pavimentali. Questi pilastri nel corso del XIII seco19
In base allo spoglio delle fonti scritte riferite a strutture materiali del territorio fatto dalla Ceccarelli in questa
pubblicazione, risulta che questa sia la più antica menzione del termine palazzo rispetto a quelle che troviamo
nella seconda metà del XIII e nella prima metà del successivo riferite ad edifici presenti in altri centri incastellati, vedi infra CECCARELLI , Cap. I.5, t. I. In generale nei
documenti, sino al XIII secolo con palatium solitamente
si faceva riferimento ad edifici sede di un dignitario pubblico (vescovo, conte etc.), vedi CECCARELLI infra, GULLINO
1987, pp. 88-89, SETTIA 1984a, pp. 384-390.
lo, a seguito dell’esigenza forse di più sicuri appoggi, furono sostituiti da uno spesso muro,
posto sempre al centro dello spazio interno.
Delle caratteristiche del piano nobile, per l’esiguità dei resti materiali, sappiamo ben poco. Il
lato ovest era comunque illuminato da una bifora sormontata da un arco a tutto sesto. Ai lati
dell’apertura, sul paramento interno, si trovavano due nicchie rettangolari (0.60×0.55 m;
0.70×0.65 m) utilizzate probabilmente come
piccoli ripostigli dagli abitanti.
Il tetto era a doppio spiovente costruito con lastre di ardesia di medie e grandi dimensioni, con
il colmo parallelo ai lati lunghi. Un parapetto in
muratura poggiato lungo i muri perimetrali creava una sorta di piccolo camminamento intorno
alle falde del tetto, utilizzabile in caso di attacco
militare come punto di difesa ma anche per la
stessa manutenzione della copertura. Resti di un
piano di appoggio in pietra, addossato esternamente al lato perimetrale nord, sono forse la traccia delle originarie scale in muratura che portavano all’entrata al primo piano. Un’altra apertura forse, sempre su questo lato, consentiva un
accesso separato al piano terreno.
Come nel caso della precedente tipologia, anche questo edificio costituisce nel territorio esaminato ed in quelli limitrofi un unicum non avendo nessun confronto plausibile con strutture coeve. Nell’area costiera come anche nell’interno
in questo periodo le residenze dei locali signori
erano nella quasi totalità infatti ancora rappresentate da torri con minore o maggiore perimetro. In questo panorama un’eccezione è costituita
dai due grandi edifici signorili del castello di Scarlino (9×15/ 12×26 m di perimetro), costruiti nel
corso del XII secolo ma di cui non sono ancora
state messe a fuoco, per mancanza soprattutto
di indizi materiali, le caratteristiche architettoniche20. Nelle ricostruzioni sinora proposte uno
di questi edifici è a due piani con tetto a doppio
spiovente in coppi e l’altro si caratterizza per la
presenza di un cortile interno21.
Solo in tempi più tardi, dalla seconda metà del
XIII secolo in poi si cominciano ad individuare
edifici che per ampiezza e caratteristiche costruttive possono essere definiti palazzi, come nel caso
di quello del castello di Montemassi o di Rocca
Silvana, databili tra la fine del XIII secolo e la
prima metà di quello successivo22.
20
PARENTI 1990.
FRANCOVICH, F ARINELLI 2000, p. 52.
22
Per ambedue gli edifici citati vedi BIANCHI, DE LUCA,
GUIDERI 2000 e BIANCHI et alii 1999.
21
730
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Ancora una volta quindi la ricerca di confronti
diretti con questa tipologia ci riporta a Genova
dove a seguito delle indagini archeologiche nel
chiostro dei Canonici di S.Lorenzo è stata individuata una grande struttura a pianta rettangolare (24×7 m) formata da due livelli ed un probabile sottotetto23. La copertura oltreché da un
tetto provvisto di due falde in lastre di pietra
scistosa prevedeva, come nel caso del palazzo
campigliese, la presenza di un parapetto in muratura. Delle originarie aperture si conserva all’altezza del primo piano una stretta monofora
ad arco. Sempre a questo livello nei paramenti
interni si trovano due nicchie necessarie per riporre gli oggetti domestici. Le analogie con il
nostro palazzo si ritrovano anche nell’esistenza
di una stretta feritoia poco sopra la risega di fondazione interpretata dagli archeologi come un
punto per il deflusso delle acque bianche.
In base ai reperti trovati, per l’edificio è stata
proposta una datazione tra la metà ed il terzo
quarto dell’XI secolo. Per le sue particolarità architettoniche e monumentali la struttura è stata
interpretata come il palazzo vescovile della città
e la sua mole allungata trova pochi riferimenti
nell’area centro-settentrionale della nostra penisola. Un confronto puntuale è stato invece individuato con il palazzo episcopale di Beauvais,
datato alla metà del XII secolo. Un altro confronto è poi individuabile a Pistoia nel palazzo
dei Vescovi che nella sua prima fase di fine XI,
inizio XII secolo presenta delle interessanti analogie sia con l’edificio genovese sia con il palazzo di Campiglia nelle caratteristiche planimetriche e nella soluzione del tetto a doppia falda con
camminamento di ronda24.
Dall’analisi stratigrafica degli elevati si deduce la
particolarità della prassi costruttiva delle maestranze, che realizzarono il palazzo in più fasi distanziate da archi temporali variabili riconoscibili grazie alla presenza di cesure di accrescimento
verticali25 secondo modalità operative proprie
anche in alcuni cantieri di chiese liguri26. Le diverse tecniche murarie adottate indicano inoltre
la presenza di lapicidi specializzati che produssero conci perfettamente squadrati destinati a parti
delle aperture o porzioni del paramento murario
e muratori, a cui invece si deve la realizzazione di
conci con una meno accurata finitura.
Rispetto alla precedente tipologia bisogna inol-
23
24
25
26
CAGNANA 1997.
RAUTY 1980, PP. 93-97.
Vedi infra BIANCHI , cap. I.3 sez. II.
A proposito si veda CAGNANA 1995-97.
tre ricordare che il palazzo sorse negli stessi decenni in cui un consistente gruppo di maestranze, dirette da un maestro-scultore con influssi
nella sua opera pisano-lucchesi, lavorava alla pieve di S. Giovanni27. La presenza anche nella pieve di cesure di accrescimento verticali, come dello
stesso sistema di ponteggi autoportanti e medesima divisione del lavoro tra lapicidi e muratori
fa supporre che alcune delle maestranze impegnate nella pieve avessero preso parte anche alla
costruzione del palazzo. Nulla quindi esclude
ancora una volta la derivazione di questi costruttori dall’ambito urbano pisano, ricco di influenze e stimoli, se non addirittura una loro originaria provenienza dal territorio ligure o perlomeno una buona conoscenza dei modi di costruire
propri di questa regione.
Tipo E (Fig. 5): Pochi decenni dopo la costruzione del palazzo, i Della Gherardesca, intorno
alla metà del XIII secolo, decisero, con l’ultimo
importante investimento edilizio, di ampliare ulteriormente l’area abitabile della zona sommitale. A causa dei limiti spaziali imposti dalla conformazione dell’area i nuovi edifici si addossarono al preesistente palazzo. Adiacente al lato
nord venne costruito un edificio a perimetro
pseudo-rettangolare (11×8 m circa) con una superficie abitabile di 38.50 mq, sulle cui caratteristiche a causa dei ridotti resti materiali si possono fare ben poche ipotesi.
Addossato al lato sud del palazzo fu invece edificata (tec.muraria tipo VII) una struttura turriforme di limitato perimetro (6.50×6.60 m, superficie abitabile 18.15 mq per livello) ma molto sviluppata in verticale28. L’edificio, provvisto
di spessi muri perimetrali (1.30 m circa) posati
in fosse di fondazione con riseghe decrescenti,
aveva un fondo cieco di notevole altezza (5 m)
utilizzato come “butto” dagli abitanti dei piani
superiori. Il butto era diviso dal primo piano con
una volta a botte in conci di travertino, dotata
probabilmente di una botola da cui si poteva discendere nel fondo cieco. Al primo piano sul lato
est vi era l’accesso principale di cui si conserva
solo uno stipite (h 1.70 m) e parte dell’arco a tutto sesto (ipotetica ampiezza della luce dell’arco
1.50 m). Dal momento che l’entrata era posta a
più di tre metri dalla quota di calpestio esterna,
fu ideato un dado in muratura addossato esternamente all’edificio da cui partiva una scala in le-
27
Vedi infra il contributo di BELCARI, B IANCHI cap. III.2,
sez. V.
28
Per la lettura stratigrafica di questi elevati vedi BIANCHI , cap. I.3, sez. II.
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Fig. 5 – Tipo E, prima metà XIII secolo.
gno che consentiva la salita sino all’apertura. Sul
lato sud, all’altezza sempre di questo piano si apriva invece una porta-finestra (h stipite 1.70 m,
ampiezza dell’arco non determinabile) da cui si
accedeva ad un ballatoio esterno, la cui presenza è testimoniata dall’esistenza di più buche di
alloggiamento passanti lo spessore della muratura, necessarie per sostenere la struttura.
I resti materiali evidenziano l’esistenza di un ulteriore piano diviso ancora da una volta a botte
in conci di travertino. Questo livello sul lato sud
era illuminato, come nel piano sottostante, da
una finestra di cui resta parte dello stipite e da
un’altra apertura di maggiori dimensioni sul lato
ovest, di cui rimane ancora traccia in una ridotta porzione di stipite.
Il crollo, all’altezza del fondo cieco, dei muri perimetrali nord ed ovest non consente di formulare molte ipotesi riguardo alla presenza di altri elementi architettonici. È comunque plausibile supporre l’assenza di aperture sul lato nord, direttamente poggiato al palazzo, mentre se ne può ipotizzare la presenza su quello ovest, dove tra l’al-
tro addossata al fondo cieco fu costruita contemporaneamente una cisterna funzionale alle esigenze idriche degli abitanti di questo edificio. Riguardo invece allo sviluppo in elevato della costruzione, l’evidenza di spessi muri e di ben due volte in
muratura a sostegno dei primi solai, porta a supporre l’esistenza perlomeno di altri due piani alleggeriti forse nel loro carico con la realizzazione
di solai lignei anziché in muratura, arrivando ad
un altezza totale ipotizzabile intorno ai 35-40 m.
A differenza delle due precedenti, questa tipologia rientra in una più ampia casistica di edifici
con struttura turriforme che trova numerosi confronti in questo come nei territori circostanti.
Se il rimando più diretto è alla torre sommitale
nel castello di Rocca San Silvestro, costruita quasi
un secolo prima con caratteristiche propriamente
difensive29, i numerosi elementi architettonici so29
La torre di San Silvestro è infatti caratterizzata da un
ridotto perimetro legato alla principale funzione dell’edificio dove probabilmente alloggiavano solo militari addetti al controllo del territorio BIANCHI 1995.
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pradescritti legati anche ad una funzione propriamente residenziale oltreché difensiva, avvicinano questo edificio a strutture quasi coeve,
come la torre del castello di Donoratico o di poco
successive, come quella del castello di Montemassi30, in cui la progettazione dell’edificio fu
sicuramente influenzata dai cambiamenti strutturali subiti dagli edifici turriformi di alcuni ambiti urbani quali quello pisano o senese31.
Rispetto alle torri perlomeno della fascia costiera bisogna comunque notare in questo caso un
utilizzo precoce dei solai voltati in muratura,
segno evidente della perizia dei costruttori appartenenti ad un ambiente tecnico come quello
campigliese ormai caratterizzato da una vasta circolazione di saperi che dovevano sicuramente
avere formato nuove maestranze specializzate.
L’utilizzo di una tecnica muraria “di passaggio”,
disancorata in parte dalle precedenti opere edilizie ma ancora differente da quelle utilizzate nel
coevo ampliamento del borgo e caratterizzata da
una approssimata finitura della pietra (tipo VII,
per la sua accurata descrizione si veda il capitolo dedicato alle tecniche murarie) potrebbe essere indicativa di un numero ridotto di lapicidi
che utilizzarono invece un più vasto gruppo di
muratori locali.
Gruppo III (s.m. XIII - p.m. XIV sec.)
Tipo F (Fig. 6): Come per gli edifici della Rocca
precedentemente descritti, anche questo tipo individuato invece tra le strutture del borgo, è rappresentato da un unico esempio. Si tratta di una
costruzione riportata incidentalmente in luce durante lavori negli ambienti posti al di sotto della
chiesa di S. Lorenzo. Di questo edificio, a causa
dei continui rifacimenti succedutisi nel corso dei
secoli, non si sono conservati nella loro totalità
tutti gli elementi originari.
Quelli però ancora registrabili evidenziano la presenza di un grande ambiente a pianta rettango30
La torre di Donoratico, provvista di un fondo cieco e
di tre livelli divisi da solai lignei con copertura sommitale a volta in laterizio è databile agli ultimi decenni del
XII secolo, BIANCHI , FRANCOVICH 2000; la torre di Montemassi invece fu costruita nel corso della seconda metà
del XIII secolo ed è composta da due piani divisi da volte
in muratura, BIANCHI , DE L UCA, GUIDERI 2000.
31
In città è infatti attestato il passaggio tra XII e XIII
secolo, dai volumi chiusi e con poche aperture delle prime torri a quelli caratterizzati da più ampie finestre e
porte. Passaggio legato ai cambiamenti politici ed economici in atto nelle differenti società urbane. Per Pisa si veda
REDI 1991, per Siena PARENTI 1996, per il territorio senese-valdelsano M ENNUCCI 1993-94, per Volterra F URIESI
2001.
lare costruito addossato ad un precedente muro
databile per tecnica muraria al pieno XII secolo.
Le misure del lato lungo (prese internamente all’edificio) sono di 14.10 m per una larghezza di
7.20 m, con quindi una superficie abitabile pari
a 101.52 mq per piano. I muri, di notevole spessore, costruiti adottando la tecnica muraria tipo
VIII (vedi capitolo in questa sezione dedicato alla
cronotipologia delle tecniche) erano provvisti di
riseghe decrescenti. Sul lato lungo sud-est si aprivano due feritoie, mentre i rifacimenti riguardanti gli altri lati non permettono supposizioni
sulla presenza di eventuali altre aperture. Il solaio che copriva questo ambiente e che lo divideva da un probabile piano superiore, a carattere forse prettamente residenziale, era in origine
ligneo e data l’ampiezza veniva sostenuto tramite un sistema di tre pilastri in pietra (1.30×0.80
m) posti regolarmente a 2.50 m di distanza l’uno
dall’altro. Le vicende edilizie più tarde (a seguito della costruzione della chiesa) che comportarono il rifacimento del solaio ad una quota più
bassa con volte in muratura, ebbero come conseguenza il taglio parziale dei pilastri nella loro
altezza originaria (che similmente a quelli del tipo
C e D, dovevano arrivare sino alla copertura,
vedi infra) proprio per creare un piano di appoggio delle stesse volte. L’abbassamento di quota
del solaio provocò inoltre la scomparsa od obliterò le tracce di eventuali mensole in pietra lungo i lati lunghi, complementari al sistema dei pilastri per l’aggancio delle travi del solaio ai perimetrali dell’edificio. A seguito di questi eventi è
quindi difficile ipotizzare l’originaria altezza e
suddivisione interna totale dell’edificio, che però
vista l’ampiezza del perimetro non doveva svilupparsi oltre i due piani.
La presenza di feritoie al piano terreno e lo spessore dei muri conferiscono a questa architettura
residenziale anche un carattere difensivo. Ciò poteva essere determinato dalla sua stessa posizione, ai margini del borgo quasi a ridosso del nuovo circuito murario urbano.
È evidente comunque per questa tipologia l’immediato confronto con il palazzo della Rocca a
cui si avvicina sia per la planimetria sia per l’uso
di pilastri a sostegno del solaio ligneo. Se questi
elementi si rifanno quindi a precedenti esperienze
di cantiere lo stesso non può dirsi per la tecnica
muraria adottata che richiama invece parametri
dimensionali e di finitura legati all’apertura di
nuove cave e alla presenza forse di una nuova
circolazione di maestranze.
Nessun documento od altre evidenze materiali
riportano questo tipo di edificio ad eventuali
committenze specifiche. Le dimensioni, la cura
733
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a
c
b
Fig. 6 – Tipo F, seconda metà XIII secolo: a, uno dei pilastri per il sostegno dei solai; b, le due feritoie;
c, planimetria dell’ambiente, in grigio sono segnate le originarie strutture.
nella sua realizzazione e la presenza di tracce di
intonaco dipinto a rivestimento dei pilastri, portano ad inserirlo tra gli esempi di architettura
civile o privata di un certo rilievo. Proprio i caratteri stilistici dei dipinti sull’intonaco32, la tecnica adottata e i rapporti stratigrafici con le murature più tarde, indicherebbero per questo tipo
una datazione alla seconda metà del XIII secolo.
Tipo G (Fig. 7): Deboli tracce di un organismo
comunale di cui non si conoscono le caratteristiche sono ipotizzabili a Campiglia già dalla seconda metà del XII secolo, ma è solo nel corso
di quello successivo che il comune acquisì una
sua precisa identità33 dotandosi anche del suo
principale edificio rappresentativo: il palazzo comunale. Del palatium communis si parla già in
un atto del 1253 da cui si deduce che questo era
provvisto di un piano superiore dove in un primo tempo trovò sede la curia del Comune e che
in seguito fu abitato dal Capitano34. La prima
attestazione dell’edificio è pertinente con la sua
data di costruzione al 1246, come attesta un’iscri-
32
Per l’analisi dei dipinti sull’intonaco si ringrazia Riccardo Belcari per la preziosa consulenza.
33
Vedi a riguardo il contributo di CECCARELLI , cap. I.5.6,
t. I.
34
CECCARELLI cap. I.5. t.1.
zione presente su di una mensola esterna in cui
si ricorda il possibile committente tale Gentilis
Rossus de casa Berithi identificabile forse con un
ufficiale inviato dal Comune di Pisa35.
Il palazzo fu edificato poco distante dal limite
della prima cerchia muraria che chiudeva il castello di XII secolo, lungo una delle principali
arterie del borgo che dalla porta S. Antonio conducevano alla piazza principale.
L’edificio a pianta leggermente trapezoidale non
era di grandi dimensioni, il fronte principale misurava esternamente 9 m, mentre il fabbricato si
estendeva in profondità per circa 10 m, con una
superficie abitabile per piano di 52 mq. I muri,
costruiti con tecnica muraria di tipo VIII (si veda
per la descrizione il relativo capitolo in questa
sezione) erano dotati di uno spessore intorno a
1.30 m. L’accesso all’interno del piano terreno
avveniva attraverso due aperture larghe rispettivamente 2.57 e 2.62 m, con stipiti in calcare siliceo estratto localmente, di altezza variabile in relazione al dislivello della quota del terreno su cui
era impostato l’edificio. Gli stipiti erano sormontati da archeggiature a tutto sesto impostate su
35
CECCARELLI, cap. I.3.I.5 t. I, e per l’edizione dell’epigrafe si veda il contributo di TEDESCHI cap. III in questa
sezione. Per la lettura stratigrafica dell’edificio BIANCHI,
cap. I.2 sez. V.
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Fig. 7 – Tipo G, metà XIII secolo. Il Palazzo Pretorio in un immagine prima dell’intervento di restauro. Sulla destra
il prospetto del fronte stradale con evidenziate in grigio le parti di muratura risalenti all’originario impianto.
mensole in bardiglio grigio proveniente dalla località di Campo alle Buche o in calcare rosso
ammonitico estratte dalle cave di Caldana. Materiali utilizzati insieme al calcare bianco anche negli archi con l’evidente obiettivo di movimentare
il cromatismo di questi elementi architettonici.
L’interno del piano terra era costituito da un
unico ambiente diviso dal piano superiore attraverso un solaio ligneo, agganciato ai muri perimetrali tramite un sistema di mensole in pietra a
sezione quadrata, ancora parzialmente visibili
malgrado i successivi rifacimenti. L’esistenza di
un primo piano, riportata anche dai documenti,
è attestata oltreché dall’individuazione di lacerti
di muratura coeva nella parte superiore dei muri
perimetrali, anche dalla presenza di una monofora all’altezza dell’attuale primo livello del lato
perimetrale ovest (1.12 m di larghezza) in origine forse sormontata da un arco oggi scomparso,
tamponata a seguito dell’ampliamento del palazzo su quel versante in età moderna.
Il palazzo, che rappresenta un precoce esempio
di edificio pubblico nel panorama toscano36, fu
36
Per una sintesi a riguardo di questa tipologia edilizia si
veda REDI 1990 e UBERTI 1995. Per i confronti con il ter-
progettato da mestranze sicuramente influenzate nella scelta dei moduli planimetrici come in
quella delle caratteristiche architettoniche da modelli propri delle architetture civili pisane37. Non
dimentichiamo inoltre che in quegli anni Campiglia era popolata da un alto numero di cantieri legati sia all’ampliamento della cinta muraria
sia alla costruzione di edifici privati a loro volta
sempre fortemente influenzati da modelli edilizi
pisani (si veda a proposito la descrizione delle
successive tipologie).
La costruzione del palazzo deve pertanto essere
vista non come un episodio isolato ma inserito
all’interno di un più ampio programma che comportò sicuramente la circolazione di un gruppo
consistente di maestranze impiegate su più cantieri che si approvvigionavano alle medesime cave
ed erano legate fra loro proprio dall’adozione
della stessa tecnica edilizia come dalla scelta di
simili tipologie abitative.
Nel caso del palazzo il maggiore impegno ecoritorio limitrofo si veda il palazzo comunale di Suvereto,
costruito sempre nel corso del XIII secolo, sui resti di
una preesistente casa-torre e analogamente localizzato nelle immediate vicinanze della prima cinta urbana, CUTERI
1990.
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nomico della committenza è sicuramente testimoniato dalla ricerca anche in cave lontane dall’abitato di materiali più pregiati come il bardiglio
o il calcare rosso ammonitico.
Tipo H (Fig. 8): A questo tipo corrispondono ben
16 esempi di edifici distribuiti all’interno del borgo, lungo le arterie principali ma anche in corrispondenza della viabilità secondaria. Per le caratteristiche architettoniche, di seguito descritte, si
tratta di edilizia residenziale privata anche se nessun documento coevo ci aiuta a mettere meglio a
fuoco il tipo di committenza che possiamo comunque ritenere legata alla sempre più sviluppata classe medio-alta campigliese, composta da notai, medici artigiani, allevatori, mercanti ed un
ristretto gruppo di nobiles38. Nella maggioranza
degli esempi, a causa dell’impossibilità di effettuare un sopralluogo e soprattutto per le successive modifiche strutturali avvenute nel corso dei
secoli, risulta difficile ipotizzare lo sviluppo interno degli edifici esaminati. In tutti i casi è stato
di conseguenza effettuato un esame del fronte stradale e in base al rilievo planimetrico si sono ipotizzate le misure complessive dell’edificio.
Il tipo si caratterizza per la presenza sempre di
due pilastri in pietra angolari che dal suolo si
innalzavano sino all’altezza della copertura. In
due casi con fronte stradale più ampio, è ipotizzabile l’esistenza di un ulteriore pilastro di scarico posto in posizione mediana rispetto agli altri
due. I pilastri erano costruiti in calcare bianco
siliceo estratto localmente, con conci ben squadrati e spianati sebbene non sottoposti a successivi processi di rifinitura superficiale. Nei sedici
esempi esaminati la larghezza dei pilastri è molto simile, oscillante tra 0.56 e 0.60 m, quindi
con una variazione di soli 4 cm. Solo in pochi
casi sui 16 esaminati i pilastri si sono conservati
nella loro intierezza ed è stato quindi possibile
registrare con una certa attendibilità alcuni dati
riguardanti ad esempio la distanza intercorrente
tra di loro o l’ampiezza dell’intero fronte principale. Su sette casi si è quindi registrata un’oscillazione della distanza tra i due elementi strutturali compresa tra i 3 ed i 5 m, mentre l’ampiezza
del fronte stradale in 4 casi era di 6 m, in 3 compreso tra i 4.10 e 4.87 m, in un caso misurava 5
m. e nei due esempi provvisti di un pilastro al
centro era ipotizzabile intorno agli 11 m. Ad un
fronte tutto sommato abbastanza limitato corrispondeva una profondità in genere piuttosto rilevante compresa tra 7 e 11 m.
37
38
Per tali confronti vedi REDI 1991.
Si veda a tale proposito CECCARELLI infra, cap. I.5, t. I.
Fig. 8 – Tipo H, seconda metà XIII-inizio XIV
secolo. Un esempio di casa a pilastri appartenente
a questa tipologia. Nella foto sono evidenziate in
grigio le originarie strutture. A destra ricostruzione
dell’edificio fotografato.
Solo in pochi casi oltre al fronte stradale erano
visibili gli altri lati dell’edificio, solitamente addossati e spesso con un pilastro in comune con
quelli degli edifici adiacenti, secondo un modello distributivo comune ad ambiti urbani che presentavano queste tipologie edilizie39.
Nei pilastri non sono stati mai rilevati alloggiamenti in fase che portassero ad ipotizzare la presenza di ballatoi esterni in legno. Solo in un caso,
di cui si conserva solo uno dei pilastri angolari è
ancora visibile una mensola in pietra necessaria
per l’appoggio della trave portante del primo
solaio ligneo interno. È ipotizzabile che, similmente ad altri esempi di questa tipologia abitativa presenti in altri contesti territoriali, lo spazio
compreso tra i due pilastri fosse chiuso con sporti
in legno, nei secoli successivi sostituiti invece da
un vero e proprio apparato murario.
Nessun sistema di pilastri angolari era chiuso da
archi di scarico alla sommità o all’altezza dei primi piani. Il confronto con uguali architetture pre39
Per il caso pisano si veda REDI 1991.
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senti a Pisa e il tipo di tecnica muraria utilizzata
portano a datare questa tipologia edilizia ad un
arco cronologico compreso tra la seconda metà
del XIII secolo ed i primi decenni di quello successivo40.
Tipo I (Fig. 9): Anche in questo caso si tratta sempre di edilizia abitativa privata che si caratterizza
per la presenza di pilastri portanti in pietra. A
differenza però della precedente, a questa tipologia sono rapportabili solo 3 esempi in cui ai due
pilastri angolari se ne aggiunge uno posto al centro e dove in corrispondenza della originaria quota
del primo solaio i pilastri sono chiusi da archi in
pietra a tutto sesto. I tre esempi corrispondono
ad edifici posti in luoghi di rilievo del borgo: la
piazza principale e una delle vie prospicienti il
palazzo Pretorio. L’accuratezza di lavorazione e
finitura dei conci in calcare siliceo estratto in loco,
in un caso rifiniti a bugnato rustico, denota un
certo investimento di capitale da parte della committenza. La larghezza dei pilastri è leggermente
più grande di quella del precedente tipo oscillando tra 0.80 e 1.01 m e, nel caso delle due abitazioni poste con il fronte sulla piazza, sono individuabili delle cavità di forma quadrata sui pilastri
che possono fare ipotizzare la presenza di strutture lignee esterne. Se in questi esempi la distanza tra i pilastri varia tra 2.50 e 3.50 m, la misura
dell’intero fronte principale oscilla tra 7 e 7.50
m, con una profondità intorno ai 9 m.
Come per la precedente tipologia è ipotizzabile
che la chiusura della spazio tra un pilastro e l’altro avvenisse tramite sporti lignei.
I confronti con tipologie coeve di ambito urbano, come la tecnica muraria adottata (tipo VIII,
vedi sopra) spingono a datare questo tipo alla
seconda metà del XIII secolo41.
Tipo L: A questa tipologia appartengono esempi
di abitazioni private a pianta rettangolare poste
nella piazza del borgo o lungo le vie principali di
cui rimangono spesso ridotti lacerti del fronte
40
Questa tipologia di casa a pilastri è raffrontabile con il
tipo IV appartenente alla classe B delle case a pilastri di
Pisa così come sono state classificate da Redi in REDI 1991,
pp. 217-226. A Pisa infatti si contano numerosi esempi di
case provviste di pilastri non chiusi in sommità da archi di
scarico, sprovvisti di buche per il sostegno di ballatoi e di
incastri per gli architravi dei solai. Le case, solitamente
poste lungo le arterie principali sono in genere dotate di
misure molto simili a quelle campigliesi, con una planimetria sviluppata in profondità (tra i 6 ed i 13.5 m) contro un
fronte stradale di limitata ampiezza (tra i 4.5 ed i 5 m). Il
tipo viene datato ad un periodo compreso tra la metà del
XII secolo e la seconda metà del successivo.
41
Questa tipologia è ancora direttamente raffrontabile
con il tipo IV, classe B, individuato da REDI 1991 a Pisa e
descritto nella precedente nota a cui si rimanda.
principale parzialmente leggibili che comunque
attestano la presenza di murature piene senza archi di scarico laterali. Tra questi quello meglio conservato è appunto il caso di un edificio presente
nell’attuale piazza della Repubblica costruito sempre con la stessa tecnica delle case a pilastri (tipo
VIII) sul cui fronte principale all’altezza del primo piano sono leggibili due monofore sormontate da arco a tutto sesto sempre in calcare.
In mancanza di precisi elementi architettonici datanti possiamo collocare la tipologia oscilante tra
la seconda metà del XIII secolo e la prima metà
di quello successivo.
Tipo M (Fig. 10): A questa tipologia sono ascrivibili tre esempi situati lungo la via principale
che dalla piazza conduceva alla porta sud “a
Mare” o di S. Lorenzo, costeggiando appunto la
chiesa omonima.
L’elemento che accomuna questi tre casi è la presenza di grandi aperture di accesso ai livelli terreni.
Nel primo esempio, provvisto di due porte, la
prima misura 2.50 m di larghezza con un’altezza complessiva di circa 3 m, mentre la seconda
pur mantenendo la stessa altezza ha una larghezza
minore (1.70 m). Ambedue sono dotate di arco
a tutto sesto con cunei dentati. Se la misura dell’intero fronte stradale è intorno agli 8 m più
difficile, a causa dei successivi rifacimenti, è ipotizzare l’esatta dimensione della profondità probabilmente oscillante tra i 12-13 m.
Dell’edificio sono inoltre leggibili seppure parzialmente altre caratteristiche proprie dei piani
superiori, dove si aprivano all’altezza del primo
e secondo piano bifore o trifore sormontate da
archetti in pietra.
Il secondo esempio è situato nello spazio immediatamente adiacente il lato perimetrale nord di
quello appena descritto, cui si appoggiava attestando quindi una cronologia relativa di posteriorità costruttiva.
Si tratta di un corpo di fabbrica costituito da due
unità abitative costruite contemporaneamente e
dotate degli stessi elementi architettonici. I successivi e pesanti interventi di restauro di età contemporanea purtroppo rendono illeggibili i piani
superiori del fronte stradale principale, mentre
per fortuna sono ancora ben individuabili le caratteristiche del piano terreno. Qui si apriva un
sistema di doppie aperture dotate di misure molto simili. A due aperture di maggiori dimensioni
(2.70 m in un caso, 2.30 nell’altro, alte circa 3 m)
sormontate da arco ribassato in calcare, era affiancata una porta di minore ampiezza (1 m in
ambedue i casi) provvista invece di un arco a tutto sesto comprensivo di alcuni cunei dentati.
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Fig. 9 – Tipo I, seconda metà XIII-inizio XIV secolo. Sulla sinistra esempio di edifici appartenenti a questa
tipologia situati sulla piazza principale. A destra una loro ricostruzione grafica.
Fig. 10 – Tipo M, seconda metà XIII-inizio XIV secolo.
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Le due unità abitative erano divise da un muro
interno e comunicavano tra loro attraverso una
porta interna larga circa 0.80 m, sopraelevata
circa 1.30 m dall’originario piano di calpestio,
corrispondente di fatto a quello attuale. Il sopralluogo all’interno della prima delle due unità
abitative, recentemente restaurata in occasione
dell’apertura di un’enoteca, oltre all’individuazione della porta di comunicazione, a causa delle trasformazioni successive, non ha permesso
però di cogliere altri elementi collegabili a possibili ulteriori divisioni o l’ipotetico sistema degli originari solai.
La presenza di coppie di grandi porte di entrata
al piano terreno è sovente messa in connessione
con l’esistenza a questo livello di botteghe. A Radicondoli (SI) dove sono registrabili edifici con
doppie e grandi aperture al piano terreno, analogamente presenti a Monteguidi e Mensano posti nell’Alta Val di Cecina, una delle due porte
avrebbe immesso nella casa del commerciante,
mentre l’altra consentiva l’accesso diretto nella
bottega42. In tutti e tre i casi toscani citati, databili tra la fine del XIII secolo e l’inizio di quello
successivo, le botteghe sono connesse con le attività dei commercianti di lana.
A Montecatini Alto Valdinievole all’interno dell’originario insediamento fortificato sono state
individuate sei di queste strutture, databili tra
XII e XIII secolo, caratterizzate in genere da
grandi aperture in facciata affiancate da un’altra
più piccola43, come nel caso del secondo esempio campigliese.
Analogamente simili esempi, sempre databili tra
XII e XIII secolo, sono riscontrabili anche a Pisa
dove la piccola porta era necessaria per accedere alle scale che permettevano di salire ai piani
superiori privati del commerciante, mentre attraverso l’apertura più grande si entrava nella
bottega44.
La presenza quindi a Campiglia di tre botteghe
contigue poste non a caso in prossimità della
piazza principale, lungo uno dei più importanti
assi viari, porta ad ipotizzare in questa area del
borgo una sorta di piccolo quartiere artigianale.
Fondi di proprietà di eventuali mercanti dediti
al commercio della lana non devono del resto
stupire nel contesto economico campigliese dove
è comunque attestata la presenza di importanti
allevatori e di un gran numero di capriovini destinati sia alla macellazione sia allo sfruttamento
della lana45.
I confronti con le architetture sopracitate e la
stessa presenza delle botteghe all’interno del
borgo ampliato nel corso del XIII secolo, porta
a datare questa tipologia tra la seconda metà del
XIII secolo ed i primi decenni del successivo.
GIOVANNA BIANCHI
43
QUIRÓS C ASTILLO 1999, p. 120.
REDI 1986, p. 648.
45
Si veda a tale proposito infra CECCARELLI I.5 e CASTIGLIONE cap. II.1, t. I. Per l’analisi dei resti ossei animali rinvenuti nella Rocca e rapportabili al XIII e XIV secolo, si veda
invece il contributo di SALVATORI cap. IX, sez. III, t. II.
44
42
Per le architetture di Radicondoli si veda CUCINI 1990
pp. 400-401, che trova per queste dei confronti con le
botteghe della lana presenti a Gubbio. Per Mensano e
Monteguidi si veda AUGENTI 1995, p. 58.
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