Sussidio della Lectio - Centro Giovanile Antonianum

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Lectio divina mensile al Centro Giovanile Antonianum
2° incontro (18.11.2007)
Mosè e l’uscita dal regno del benessere e della falsa libertà
1. Il contesto storico di questi racconti: i lunghi rapporti con l’Egitto durante il regno
d’Israele. Il tempo dell’esilio e la speranza di un nuovo esodo nel Secondo Isaia.
2. Il contesto narrativo: tra la discesa in Egitto e il ritorno nella terra dei padri
3. Tre piste di riflessione:
a. Cosa rappresentano Egitto e Faraone
b. La figura di Mosè
c. La dinamica battesimale
Sussidio n° 1 – Testi biblici (oltre a Es 1,1–15,21)
Is 30,1–5
1 Guai a voi, figli ribelli
- oracolo del Signore che fate progetti da me non suggeriti,
vi legate con alleanze che io non ho ispirate
così da aggiungere peccato a peccato.
2 Siete partiti per scendere in Egitto
senza consultarmi,
per mettervi sotto la protezione del faraone
e per ripararvi all’ombra dell’Egitto.
3 La protezione del faraone sarà la vostra vergogna
e il riparo all’ombra dell’Egitto la vostra confusione.
4 Quando i suoi capi saranno giunti a Tanis
e i messaggeri avranno raggiunto Canès,
5 tutti saran delusi di un popolo che non gioverà loro,
che non porterà né aiuto né vantaggio
ma solo confusione e ignominia.
Sal 136,10–15
10 Percosse l’Egitto nei suoi primogeniti:
perché eterna è la sua misericordia.
11 Da loro liberò Israele:
perché eterna è la sua misericordia;
12 con mano potente e braccio teso:
perché eterna è la sua misericordia.
Is 31,1–3
1 Guai a quanti scendono in Egitto per cercar
aiuto,
e pongono la speranza nei cavalli,
confidano nei carri perché numerosi
e sulla cavalleria perché molto potente,
senza guardare al Santo di Israele
e senza cercare il Signore.
2 Eppure anch’egli è capace di mandare sciagure
e non rinnega le sue parole.
Egli si alzerà contro la razza dei malvagi
e contro l’aiuto dei malfattori.
3 L’Egiziano è un uomo e non un dio,
i suoi cavalli sono carne e non spirito.
Il Signore stenderà la sua mano:
inciamperà chi porta aiuto e cadrà chi è aiutato,
tutti insieme periranno.
13 Divise il mar Rosso in due parti:
perché eterna è la sua misericordia.
14 In mezzo fece passare Israele:
perché eterna è la sua misericordia.
15 Travolse il faraone e il suo esercito nel mar
Rosso: / perché eterna è la sua misericordia.
Eb 11,23–29
23 Per fede Mosè, appena nato, fu tenuto nascosto per tre mesi dai suoi genitori, perché videro che il
bambino era bello; e non ebbero paura dell’editto del re.
24 Per fede Mosè, divenuto adulto, rifiutò di esser chiamato figlio della figlia del faraone, 25 preferendo
essere maltrattato con il popolo di Dio piuttosto che godere per breve tempo del peccato. 26 Questo
perché stimava l’obbrobrio di Cristo ricchezza maggiore dei tesori d’Egitto; guardava infatti alla
ricompensa.
27 Per fede lasciò l’Egitto, senza temere l’ira del re; rimase infatti saldo, come se vedesse l’invisibile.
28 Per fede celebrò la pasqua e fece l’aspersione del sangue, perché lo sterminatore dei primogeniti non
toccasse quelli degli Israeliti.
29 Per fede attraversarono il Mare Rosso come fosse terra asciutta; questo tentarono di fare anche gli
Egiziani, ma furono inghiottiti.
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2° incontro (18.11.2007)
Dt 34,10–12
10 Non è più sorto in Israele un profeta come Mosè - lui con il quale il Signore parlava faccia a faccia - 11
per tutti i segni e prodigi che il Signore lo aveva mandato a compiere nel paese di Egitto, contro il faraone,
contro i suoi ministri e contro tutto il suo paese, 12 e per la mano potente e il terrore grande con cui Mosè
aveva operato davanti agli occhi di tutto Israele.
Dt 18,15
15 Il Signore tuo Dio susciterà per te, in mezzo a te, fra i tuoi fratelli, un profeta pari a me; a lui darete
ascolto.
Sussidio n° 2 – Geografia dell’“autosufficienza” dell’uomo e geografia della grazia
(F.ROSSI de GASPERIS Prendi il libro e mangia, EDB, Bologna 1998, pp. 102–105)
Il racconto biblico enfatizza la dimensione teologica e religiosa della servitù egiziana ancor più di quella sociopolitica ed economica, e denuncia l’idolatria come la radice della condizione di alienazione in cui versa in Egitto
la discendenza di Abramo, Isacco e Giacobbe. Difatti, per mezzo di Mosè e Aronne il Signore, il Dio d’Israele,
farà chiedere al faraone: « Lascia partire il mio popolo perché mi celebri una festa nel deserto!» (Es 5,1.3). La
richiesta di questo “servizio cultico e liturgico” scandisce insistentemente tutto il periodo delle “dieci piaghe”
(cf. Es 4,23; 7,16.26; 8,4.16.21.23-25; 9,1.13; 10,3.8.24-26; 12,31. Cf. 3,12.18 ; ecc.).
La richiesta iniziale prevede un viaggio di tre giorni nel deserto (Es 3,18; 5,3; 8,23). In realtà, uscire
definitivamente dall’Egitto per non rivedere mai più gli egiziani (Es 14,13) trasformerà gli israeliti, da una massa
di schiavi residenti e sottomessi, in un popolo libero, nomade, come i suoi padri, peregrinante nel deserto per
quarant’anni (Dt 8,2.4; 29,4-5; Sal 95,10; Ne 9,21; ecc.).
Perché, però, per il servizio liturgico e sacrificale del Signore bisogna uscire dalla condizione ordinaria di vita e
andare nel deserto? Durante l’estenuante tira e molla delle dieci piaghe, il faraone obietterà a Mosè e ad Aronne:
«“Andate a sacrificare al vostro Dio nel paese!”. Ma rispose Mosè: “Non è opportuno far così perché quello che
noi sacrifichiamo al Signore, nostro Dio, è abominio per gli egiziani. Se noi facciamo un sacrificio abominevole
agli egiziani sotto i loro occhi, forse non ci lapideranno? Andremo nel deserto, a tre giorni di cammino, e
sacrificheremo al Signore, nostro Dio, secondo quanto egli ci ordinerà!”» (Es 8,21-23).
A prima vista, questa risposta di Mosè sembra manifestare rispetto per la cultura e il rituale egiziano, differente
da quelli d’Israele. La pastorizia nomadica – occupazione propria e originaria dei patriarchi – non era ben vista
dagli egiziani, popolazione residenziale agricola e cittadina (cf. Gen 46,32 – 47,6). Montoni, capri, tori erano,
inoltre, animali sacri per gli egiziani, e dunque la loro immolazione rituale non poteva essere sopportata. In
realtà, non senza una certa ironia, Mosè tocca un punto cruciale della polemica anti-idolatrica. Per la Bibbia,
l’Egitto – come già Sodoma e Gomorra – è un paese-simbolo spirituale del peccato e dell’idolatria, luogo di
alienazione spirituale per il popolo di Dio (cf. Gen 18,20-21; 19,1-29; Dt 28,68; 32,32-33; Ger 23,14; Os 8,13;
9,6; 11,5.8; Ap 11,8; ecc.), a causa della confusione tra le divinità, gli esseri umani, gli animali (coccodrilli,
serpenti, lucertole, rane, scarabei... ), gli astri il sole... , e le cose create (cf. Sap 11,15-16; 12,23-27; 15,14-19;
ecc.). Nel loro culto dei morti gli egiziani celebravano persino, come una promozione, il transito dalla
condizione umana a quella animale. L’Egitto pretendeva di dare uno statuto di normalità religiosa e di
civilizzazione progredita a quel “caos” da cui il vero Dio aveva fatto uscire la creazione bella e buona delle
origini, distinguendo, separando, distribuendo nomi e ruoli secondo la natura specifica di ciascuna cosa (cf. Gen
1,1 – 2,4a). Dove tutto è divinizzato e dove Dio diventa una componente del mondo umano, non c’è più posto
per il vero, unico Dio. Nella risposta di Mosè al faraone traspare, perciò, l’ironia bruciante della fede yahwista:
“Quelli che voi, egiziani, adorate come dèi, per noi, figli d’Israele, sono vittime da sacrificare all’unico Signore,
nostro Dio!”.
Una componente importante della confusione idolatrica che caratterizza l’Egitto può essere il Nilo, il grande
fiume che lo attraversa per migliaia di chilometri, scendendo verso il Mediterraneo. Più esattamente, si può dire
che il Nilo generi l’Egitto, che esiste e sussiste tutto intorno al fiume, dal momento che, appena ci si allontana
dalle sue rive o dal suo delta, si incontra l’assolato e desolato deserto africano. Le acque del fiume “assicurano
dal basso” la sopravvivenza dell’Egitto, che gravita tutto intorno a esse, dando vita a un agglomerato indistinto di
popolazione umana e animale. Intorno al Nilo si può vivere bene anche senza piogge, che in Egitto sono
scarsissime. Concentrata lungo le rive rigogliosissime dell’immenso corso d’acqua – che si impone al paese e lo
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“rassicura” quasi come un’onnipresente e benefica divinità – è nata una delle più superbe civilizzazioni e una
delle grandi potenze imperiali del mondo antico. L’Egitto, sul Nilo in Africa – come Babele, nella Mesopotamia
tra il Tigri e l’Eufrate – simboleggiano, per l’uomo biblico, l’autosufficienza arrogante del potere mondano,
tentato di proiettare e di prolungare l’impronta e la somiglianza del mondo terreno – una stretta, ibrida,
mescolanza di vita vegetale, umana, e soprattutto animale – non solo sul regno dei morti, ma persino sul mondo
divino.
Una lettura teologica negativa della geografia egiziana si riconosce, per esempio, in Dt 11,8-17. L’Egitto è un
paese piatto, dove l’israelita gettava il seme e poi lo irrigava con l’acqua del fiume perenne e monotono, presente
già lì (cf. Sap 11,6), che egli utilizzava “dal basso”, azionando una ruota idraulica mossa con il piede. Il paese
che il Signore ha giurato di dare in dono ai patriarchi e alla loro discendenza è, invece,
«un paese di monti e di valli, beve l’acqua della pioggia che viene dal cielo; paese del quale il Signore tuo Dio ha
cura (doresh) e sul quale si posano sempre gli occhi del Signore tuo Dio dal principio dell’anno sino alla fine».
Geografia dell’immanenza e geografia della trascendenza; geografia dell’apparente “autosufficienza” dell’uomo
e geografia della grazia che viene dall’alto; geografia del fatalismo e geografia della preghiera (per ottenere la
pioggia). Questo testo mostra chiaramente la strettissima connessione tra terra e parola, supposta dalla
rivelazione divina al popolo della Bibbia. Contro ogni spiritualismo disincarnato, che pretenderebbe di sradicare
la relazione con Dio dal quadro reale dell’esistenza degli uomini, la salvezza di Dio si iscrive nella vita degli
uomini non solo come storia, ma pure come geografia. Il culto di Dio e la comunione fraterna suppongono una
terra, un modo di rapportarsi all’ambiente. Non su qualunque terra si può rendere culto al Signore, ma solamente
su quella alla quale egli ha destinato il suo popolo: una terra che, finalmente, si rivelerà come segno e
sacramento del Figlio (cf. Gv 4,19-26; Rm 8,29-30; ecc.). /…/
L’Egitto, nella contemplazione teologica che la Bibbia fa della geografia terrestre, dettatale dalla vicenda storica
d’Israele, è insomma il paese di tutti i riduzionismi di Dio al mondo, come pure di tutte le divinizzazioni del
creato. Da un paese del genere bisogna uscire. La chiamata che Dio rivolge al suo popolo è la stessa che egli
aveva fatta ad Abramo: “Vattene, parti, esci... (lekh-lekha: Gen 12,1) e trasferisciti in un altro paese che Dio ti
dona e che diventi, perciò, segno del donatore, dove la tua vita possa trascorrere come una liturgia di riconoscenza e di rin-graziamento!”. La lezione spirituale di questo cambiamento di geografia è chiara. Ci sono
situazioni dalle quali – divenendo esse occasioni prossime di peccato – bisogna uscire, tagliando risolutamente il
male alla radice (cf. Mt 5,29-30; 18,6-9; Mc 9,42-49; Lc 17,1-3; ecc.). Certo, il “taglio geografico, ambientale e
sociologico” avrà sempre un’estensione limitata e relativa, dal momento che non si potrà uscire completamente
dal mondo (cf. 1 Cor 5,9-13). Bisognerà, però, sempre guardarsi dal male e dal maligno (Mt 6,13; Gv 17,15), ed
è anche vero che in determinate stagioni spirituali – e specialmente agli inizi di una “conversione” di vita – una
rinuncia radicale e una separazione fisica da certi ambienti e da determinate frequentazioni mondane si impone a
chi voglia obbedire seriamente al Signore con i fatti, e non solo a parole o in teoria.
Sussidio n° 3 – Le dinamiche della notte della paura
(C.M. MARTINI, Vita di Mosè, Borla 1992, 64–69)
«Il primo punto consiste in un tentativo di commento di Es. 14, soprattutto ai vv. 10–14: “quando il faraone fu
vicino, gli Israeliti alzarono gli occhi ed ecco gli Egiziani muovevano il campo dietro di loro. Allora gli Israeliti
ebbero grande paura: Siamo perduti!” Ecco perché parlo di “notte del terrore”.
Per cercare di capire meglio che cosa sia avvenuto quando gli Israeliti furono presi dalla “grande paura”, ho
costruito un piccolo midrash, al modo dei rabbini; si tratta di un raccontino molto semplice, che chiamo il
“midrash della tenda”. Immaginiamo la scena. La notte cala molto presto nel deserto; ora siamo all’inizio della
notte. A qualche centinaio di metri si sente il va e vieni delle onde del mare, a sinistra si vede l’accampamento
degli Ebrei. Si accendono i primi fuochi; tutti sono affaccendati, gesticolano, raccolti in piccoli capannelli gli
uomini discutono; c’è qualcosa di grave nell’aria: un momento di tragedia si sta avvicinando; qualcuno corre nel
campo lontano, ritorna, porta notizie. L’eccitazione cresce.
Noi ci avviciniamo all’accampamento e chiediamo spiegazioni. Ci viene indicata una grande tenda al centro del
campo: ci avviciniamo alla tenda e cerchiamo di vedere cosa sta avvenendo là dentro. C’è un uomo pallido,
ansimante, senza parole; intorno a lui altri uomini con lunghe barbe e i pugni tesi. Capiamo che quell’uomo deve
essere Mosè e gli altri gli anziani d’Israele. Cosa fa Mosè? E lì, sta zitto, sembra quasi paralizzato. E gli anziani
d’Israele che fanno? Parlano, gridano, inveiscono, come fanno gli orientali quando si adirano.
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2° incontro (18.11.2007)
Parlano gli anziani d’Israele
Cerchiamo di capire cosa dicono. Uno dice: “Ecco, Mosè, dove ci hai portato! Ti abbiamo creduto, pensavamo
che Dio ti avesse parlato; e invece siamo qui a morire come topi: o ci gettiamo in mare e moriamo annegati, o ci
lasciamo uccidere dal faraone. Ecco dove siamo: è la fine per Israele!”. Un altro si alza e dice: “credevamo che
tu, Mosè, fossi cambiato; ti conoscevamo imprudente e cocciuto, ma credevamo che il deserto ti avesse giovato.
Invece sei rimasto proprio uguale a quello che eri e ci hai fatto di nuovo precipitare nel disastro”. Un terzo:
“fratelli, ascoltatemi: noi abbiamo delle armi (infatti dice il v. 16 del cap. 13: “gli Israeliti ben armati uscirono
dal paese d’Egitto”); E’ vero che gli Egiziani sono potentissimi, ma se andremo contro di loro, almeno
chiuderemo la nostra storia gloriosamente. Moriamo da eroi e diamo lode al Signore, cadendo con le armi in
pugno!”. Un quarto, più venerabile degli altri, dice: “fratelli, ascoltatemi: ho molta esperienza nella vita.
Conosco bene Mosè e non ho avuto molta fiducia in lui nemmeno quando è tornato; capivo che era un
visionario. Tuttavia ascoltatemi: il faraone, lo conosco, non è cattivo; inoltre ha bisogno di noi, quindi non ha
nessuna intenzione di sterminare il nostro popolo, ma anzi ha tutto l’interesse di reintegrarci nella nostra
situazione. Siamo umili e non tentiamo Dio: la nostra posizione è insostenibile. Mandiamo un’ambasceria al
faraone; Mosè non si faccia proprio vedere; vadano invece alcuni dei nostri uomini saggi a dirgli: “Abbiamo
peccato, riaccoglici, siamo pronti a tornare indietro: ci siamo fidati di quest’uomo che ci ha ingannati”. Poi il
tono di questo vecchio si fa più suadente, più forte: “fratelli, ascoltatemi: il faraone significa la sicurezza, la
pace, il pane per i nostri figli; non rigettate quest’offerta, non siate pazzi!”. Un altro si alza a dire: “E se
veramente Dio avesse parlato a Mosè? Cosa faremo? Andremo contro Dio?”. Ma un altro lo contraddice: “No,
non è possibile, Dio non può abbandonare il suo popolo. La nostra situazione è disperata: come può Dio volere la
nostra disperazione?”.
Ecco cosa succede in quella tenda. Da una parte c’è Mosè; dall’altra c’è il faraone con le sue minacce, ma anche
con le sue promesse e con ciò che egli significa di ragionevole e giusto accomodamento alle complesse
situazioni dell’esistenza. In mezzo ci sono gli anziani, divisi tra Mosè e il faraone. In questo momento sembra
davvero che le azioni del faraone salgano, mentre solo pochi osino difendere quelle di Mosè!
Quale dei due?
Riflettendo su questa scena, mi chiedo ancora una volta: “Chi è il faraone e chi è Mosè?”. Chi è il faraone? Il
faraone rappresenta una vita accomodante e accomodata: una vita che tiene conto dei compromessi necessari per
garantire una certa quiete. Una vita in cui si salvano capra e cavoli. Una vita nella quale mantengo la mia
professione di fede, la mia confessione cristiana, esteriormente, però mi aggiusto in modo che questo genere di
vita non sia troppo compromettente. Perciò mi adatto ad una certa esteriorità e a certe sicurezze, che in ogni caso
mi salvano. Insomma, il faraone rappresenta qui l’accomodamento della tranquillità mondana, che è un
equilibrio ottenuto attraverso un sapiente dosaggio di sequela del Signore e di una certa sicurezza a cui non
rinunzio. Sto nel giusto mezzo: in fondo il faraone è ragionevole, accetterà questo compromesso e ci lascerà ogni
tanto sacrificare nel deserto. Questo faraone rappresenta davvero la tentazione di ogni uomo di questo mondo. E
qui ciascuno potrebbe riflettere su cosa significhi per lui questo faraone del ragionevole compromesso, della
ragionevole quiete.
Ma chi è Mosè? Mosè è l’insicurezza della sequela di Gesù: quella insicurezza sulla quale il Signore sembra
insistere quasi pungendo e provocando le persone che si fanno avanti. C’è tanta gente di buona volontà che vuole
seguire Gesù, ma Gesù li affronta con durezza: “uno scriba gli si avvicinò e disse: ‘Maestro, ti seguirò ovunque
tu andrai’. Gli rispose Gesù: ‘le volpi hanno le loro tane, gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell’uomo
non ha dove posare il capo’. E un altro discepolo gli disse: ‘Signore permettimi di andare prima a seppellire mio
padre’. Ma Gesù gli disse: ‘seguimi e lascia i morti seppellire i loro morti’” (Mt. 8,19s.). Gesù diventa
provocante, quasi volesse offendere le persone. E’ come Mosè al Mar Rosso, che propone a Israele una scelta
dura e netta, priva di ogni sicurezza.
La sfida della nostra fede
Mosè rappresenta quell’insicurezza della sequela di Gesù che riguarda coloro i quali accettano la sfida di una
vita evangelica, dato che questa, come vita evangelica, è schiaffo per il mondo e schiaffo per i nostri tentativi di
salvarci costruendoci degli angoli di tranquillità. E’ la sfida della fede da cui siamo punti fortemente tutte le volte
che ci troviamo in ambienti nei quali siamo in pochi o quasi soli, a credere, e ci sorge la domanda: “Ma come?
Tutti gli altri si fanno la loro vita comoda, cercando di godersela quanto possono, ed io devo sacrificarmi così?
Ma perché?”.
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2° incontro (18.11.2007)
Il fatto è che la gente cerca istintivamente di star bene, di godere e di riuscire a sistemarsi, procurandosi la
maggior quantità di beni di ogni genere, a proprio uso e consumo. La sfida della fede si fa più chiara proprio
quando ci si trova tra persone per le quali conta solo questa vita e noi soli continuiamo a credere che non c’è solo
questa vita; allora ci sentiamo soli, quasi abbandonati, strani. E’ la sfida della fede, che ci punge di fronte agli
increduli, quando questi fanno massa, fanno opinione, fanno ambiente, fanno potenza. Questa è la sfida di Mosè!
Per capire meglio l’impatto di questa sfida, vi ricordo la scena evangelica descritta in Mt.27,39–44, che può
essere meditata anche alla luce di questo episodio di Mosè. Gesù è in croce, deriso ed oltraggiato: “E quelli che
passavano di là lo insultavano scuotendo il capo e dicendo: ‘Tu che distruggi il tempio e lo ricostruisci in tre
giorni, salva te stesso. Se tu sei Figlio di Dio, scendi dalla croce’. Anche i sommi sacerdoti con gli scribi e gli
anziani lo schernivano: ‘ Ha salvato gli altri e non può salvare se stesso. E’ il Re di Israele? Scenda ora dalla
croce e gli crederemo. Ha confidato in Dio, lo liberi Lui ora, se gli vuol bene. Ha detto infatti: sono Figlio di
Dio’”. In fondo come negare che i sacerdoti e gli anziani hanno delle buone ragioni, quando dicono di Gesù:
“Ecco come è andato a finire! E lui voleva che la gente gli credesse: meno male che noi abbiamo impedito
questa follia; come poteva essere Dio con lui, se poi è finito così? Noi sapevamo cosa bisognava dire alla gente;
anzi, gli avevamo detto di starsene tranquillo, ma non ne ha voluto sapere!”. Con tali accuse Mosè, come Gesù,
viene esposto alla massima contraddizione: Dio non è con lui, ma è con noi!».
Sussio 4° – La Pasqua esodica, modello di ogni atto liberazione
(L. MAZZINGHI, Il libro dell’esodo. Catechesi Diocesi di Firenze 2004–2005, 53)
«Cercheremo di sintetizzare il senso della Pasqua d’Israele e il suo legame con la Pasqua di Cristo. Dobbiamo
prima di tutto ricordare come, leggendo l’intero testo dell’Antico Testamento, scopriamo in esso il ricordo della
celebrazione di sette feste di Pasqua, ciascuna delle quali sottolinea un momento particolarmente importante
della storia d’Israele.
La prima Pasqua è evidentemente quella narrata in Es 12-13 ed è la celebrazione dell’uscita dall’Egitto.
La seconda Pasqua è quella narrata in Num 9,1-5 ed è la Pasqua che gli israeliti celebrano nel deserto, un anno
dopo la partenza dall’Egitto, ormai giunti ai piedi del Sinai, dove hanno ricevuto da Dio la Legge.
La terza Pasqua ci è descritta in Gs 5,11-12; questa celebrazione segna un’altra tappa fondamentale della storia
di Israele: l’ingresso nella terra di Canaan.
La quarta Pasqua è narrata invece in 2Cr 30,1-27 e coincide con la riforma religiosa che avrebbe attuato il re
Ezechia nel 721 a.C., subito dopo la distruzione del regno del Nord da parte degli assiri.
La quinta Pasqua è presentata in 2Re 23,21-23 e coincide con la celebrazione pasquale fatta secondo il rito
introdotto dalla riforma del re Giosia, nel 622 a.C., momento vitale della storia di Israele che ha segnato la vita
del popolo in chiave ormai apertamente monoteistica.
La sesta Pasqua è quella di cui parla Esd 6,19-22 ed è la celebrazione fatta dopo il ritorno degli israeliti
dall’esilio a Babilonia.
La settima Pasqua è la Pasqua ideale, annunziata per il futuro dal profeta Ezechiele (Ez 45,18-24) e ripresa, in
questa stessa chiave, dal libro della Sapienza (Sap 18,5-25).
In questo modo, la celebrazione pasquale diviene modello di ogni atto di liberazione narrato nella Scrittura, un
segno che accompagna gli eventi più importanti della storia di Israele. Si comprende così quanto la Pasqua sia
davvero sentita come qualcosa che, in ogni tempo, continua ad accadere per me e per noi, come si esprime rabbi
Gamaliel, il maestro di Paolo, in un celebre testo della Mishna:
Di generazione in generazione è un dovere per l’uomo considerarsi come se lui stesso fosse uscito dall’Egitto.
poiché è detto: e tu racconterai a tuo figlio in quel giorno dicendo: in vista di tutto questo il Signore agì per me
quando io uscii dall’Egitto. Non solo i nostri padri egli salvò ma anche noi stessi, in loro, egli salvò (...). Ecco
perché abbiamo il dovere di ringraziare e lodare, cantare e celebrare, elevare ed esaltare, magnificare, lodare e
benedire colui che fece per i nostri padri tutti questi segni: che ci portò dalla schiavitù alla libertà, dal lutto alla
festa, dalla tristezza alla gioia, dalla schiavitù alla redenzione. (Pesahim X,5)
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