“Fiatone – io e la bicicletta” “Svergognata”

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24o Albanoarte Teatro Festival 2014/15
Sabato 18 Ottobre ore 21
Luna e GNAC Teatro
“Fiatone – io e la bicicletta”
Di e con Michele Eynard e Federica Molteni
Regia Carmen Pellegrinelli
disegno luci Adriano Salvi - suoni Pierangelo Frugnoli
Produzione Luna e GNAC teatro/Residenza Teatrale Initinere
Selezionato per NEXT 2013 - Laboratorio delle Idee - Regione Lombardia
Italo è un normale automobilista urbano. Ogni giorno va al lavoro in macchina e torna
dal lavoro in macchina, contribuendo ad alimentare l’Eterno Ingorgo. Non c’è nulla di
sbagliato in questo. È semplicemente la Normalità. Poi un giorno tutto cambia. Per un
incredibile scherzo del destino, dall’oggi al domani, l’automobile gli è preclusa…
qualsiasi automobile. Mai più automobili per i propri spostamenti. Che fare? Coi mezzi
pubblici è un delirio. Ma in cantina è sepolta una vecchia bicicletta…
Uno spettacolo per raccontare il percorso di formazione di un ciclista urbano, uno che
adotta la bicicletta come principale mezzo di trasporto, con qualsiasi tempo e su
qualsiasi tragitto, per necessità e poi per scelta, sfidando un tracciato di viabilità urbana
pensato solo per il traffico automobilistico, e duellando con una cultura urbana in cui l’auto è data semplicemente per scontata. I
due mondi opposti, gli opposti profili psicologici, e gli opposti punti di vista sulle Questioni della Vita, quello dell’automobilista e
quello del ciclista, tra ingorghi, piste ciclabili, forature, salite e discese, infrazioni e intemperie, vengono a collidere comicamente
attraverso le tappe di questa esperienza di cambiamento. Italo incarna un processo di cambiamento che sta avvenendo con
velocità diverse in tutti i paesi occidentali. Un processo inevitabile e speriamo non troppo traumatico: il tramonto dell’automobile
come mezzo prioritario per il trasporto urbano. E come tutti i processi inevitabili anche questo non parte da una presa di
coscienza ma da una necessità fisica. Il “Fiatone” del titolo lo si ritrova in pieno in uno spettacolo che sposta sul piano del gioco
fisico tutti i rivoluzionamenti mentali che il passaggio dall’auto alla bicicletta comporta. Il corpo riscoperto, con le sue fragilità, le
sue necessità, la sua fatica e la sua esultanza è il protagonista assoluto di questa storia..
Un’educazione sentimentale alla bicicletta, alla riscoperta del tempo, di sé, della fatica, del proprio corpo e di
ciò che ci circonda.
Sabato 25 Ottobre ore 21
Evento organizzato in collaborazione con Easy Share Finance Srl
“Svergognata”
Atto unico di e con Antonella Questa
Regia Francesco Brandi
Coreografie Magali B. “Compagnie Madeleine&Alfred” - Disegno luci Erika Borella - organizzazione Serena Sarbia
Produzione Compagnia LaQ-Prod in collaborazione con Teatro Comunale di Fontanellato (PR) e Ass. Cult.
Progetti&Teatro
Chicca è una donna per bene con una bella casa, un marito, due figli, la filippina... una vita perfetta!
Fino a quando una mattina scopre dal cellulare del marito messaggi e foto osé scambiati con decine di “svergognate”...
L’immagine della famiglia perfetta crolla in un instante.
Cosa fare per recuperare il matrimonio? Far finta di niente,
salvando le apparenze oppure reagire cercando di diventare
una “svergognata”? Tra i consigli delle amiche e i giudizi
della madre, Chicca è pronta a tutto pur di riconquistare lo
sguardo del marito su di sé. Un incontro inaspettato riuscirà
invece a farle aprire gli occhi, portandola a conquistare un
nuovo sguardo su se stessa. Con il linguaggio comico che la
contraddistingue, Antonella Questa torna sola in scena
dando voce e corpo a più personaggi, per raccontare quanto
la schiavitù dell'immagine e la desiderabilità sociale ci
distraggano dalle vere potenzialità sopite in ognuno di noi!
“Sempre strepitosa Antonella Questa! ...Bellissimo!
Ancora una donna in crisi... qui il tema del
tradimento... Con la sua comicità brillante
attraversa problematiche autentiche... riuscendo a
riconsegnare una preziosa dignità alla donna... Uno spettacolo veloce, intenso, ilare... un’infinità di azioni dal
carattere coreografico... Bravissima!” (Valeria Ottolenghi, Gazzetta di Parma)
Sabato 1 Novembre ore 21
Compagnia “F. Barcella” – S. Paolo d’Argon
“Niente sesso siamo Inglesi”
Commedia in 2 atti in bergamasco di Anthony Marriot e & Allistair Foot - Con Mirko Bena, Elisa Facagni, Alessandra
Acerbis, Matteo Vismara, Armando Salemi, Luigi Signorelli, Angelo Sana, Alice Barzan, Rosi Signorelli, Mariangela Belotti
Regia Davide Bellina
Assistenti di scena Piera Signorelli, Mariangela Belotti - Scene Claudio Speranza, Tomaso Bena Trucco Cinzia Sangaletti
Costumi Piera Signorelli, Anna e Mirella Parsani - Assistenza tecnica Tomaso Bena, Daniele Brignoli, G.Battista Vismara,
Fulvio Cavallini, Albino Trapletti, Remo Allieri, Gino Moretti - Coreografie Francesco Lauro
Produzione Compagnia Teatrale “F. Barcella” per concessione della Concessionari Associati Srl (Roma)
Portato in scena ininterrottamente nel West End dal 1971 al 1987
con il record di 6761 rappresentazioni consecutive, “Niente sesso,
siamo inglesi” è tra i più duraturi successi nella storia del moderno
teatro inglese. E nel 1973 Cliff Owen ne diresse anche una divertente
trasposizione cinematografica. In Italia la commedia scritta da
Marriott e Foot fu portata in scena, per tre stagioni consecutive nella
fortunata edizione di Garinei & Giovannini. Una commedia
spumeggiante e scanzonata, che intende scardinare la facciata di
perbenismo e apparenze che caratterizzava la società britannica del
tempo.
Uno stimato direttore di banca riceve un pacco pieno di fotografie
pornografiche. Il caso innesca un’esilarante serie di fraintendimenti,
equivoci ed errori che coinvolge, a partire dalla famiglia del
protagonista, l’intera piccola comunità urbana. Il meccanismo è piuttosto semplice, quasi elementare: uno sbaglio che mette in
moto un’inarrestabile catena di scatole cinesi che si aprono e si chiudono a discapito degli inconsapevoli protagonisti.
Incontenibile e brillante ritmo per un dialetto bergamasco che nell’interpretazione di questa compagnia teatrale,
da anni amica di Albanoarte, non mancherà di strappare applausi.
Sabato 8 Novembre ore 21 fuori abbonamento
Teatro & Dintorni
“A pelle”
Atto unico di Patrizio Cigliano - Con Giulio Foglieni e Aquilina Gaini - Presentazione Giovanna Garattini - Consulenza
regia e musicale Simone Tabaldi - luci e assistenza tecnica Daniel Dossena
Produzione Compagnia Teatrale “Teatro & Dintorni” di Bolgare
“A pelle” è una storia senza tempo, senza luogo, senza convenzioni. È la
storia d’amore di tutti. Di tutti coloro che la cercano da sempre. Di tutti
quelli che non l’hanno ancora trovata. Di coloro che sono felici perché
hanno accanto il compagno di una vota, la compagna di sempre. Non è
una storia “trasgressiva”. Non è una storia scandalistica. Non ruba dalla
cronaca quotidiana. Non c’è violenza, né fisica né mentale. Non è una
storia “estrema”. È una storia d’amore. Una bella storia d’amore che
come quasi tutte le storie d’amore, finisce male. Ma non perché si è
traditi, né perché si è stanchi. Semplicemente perché la vita finisce e
prima che accada è bello poter fare un bilancio di una bella storia
d’amore e rendersi conto che ne è valsa davvero la pena. La pena di
sopportare anche le piccole insofferenze quotidiane che la convivenza
inevitabilmente genera, perché in fondo non era affatto una pena. Era la
vita. La serena e turbolenta vita di una coppia. “A pelle” è un’allegoria,
tutto è simbolico, a partire dai nomi dei protagonisti che riecheggiano la prima coppia apparsa sulla terra, da quello che la storia
ci ha tramandato. È la storia di una vita insieme, attraverso una buona metà di secolo. È il resoconto di un amore profondo,
sincero, goliardico, difficile, meraviglioso. E le numerose, vibranti, scene di combattimento sono la lotta per la vita, per la
memoria, per la freschezza di un amore che non è invecchiato con gli anni. La lotta di chi si difende perché vuole restare e di chi
aggredisce perché vuole che l’altro resti, perché se il corpo ha una data di fine, il sentimento resta nelle cose, negli odori, nelle
canzoni, finché tutto sarà finito, e finché non resterà neanche una persona a garantire la memoria. “A pelle” fa piangere perché è
una bella storia d’amore senza tempo, senza luogo e perché tutti noi vorremmo avere una storia che sia senza tempo e senza
luogo.
Sabato 8 Novembre ore 22,15 fuori abbonamento
gruppo teatrale albanoarte
“L’abbraccio – Storie imperfette”
Atto unico di Isabella Burgo - Con Eleonora Tironi, Roberto Zambetti, Eleonora Zambetti, Luca Bronzino, Vitalba Foderà,
Federica Rosati, Enrico Diluviani, Claudio Carissimi, Adriana Vismara, Gianfranco Biava, Enzo Sciamé, Clementina
Rizzetti, Maria Manzoni, Fede Zenoni, Luciana Magri, Lino Zenoni, Aldo Ponti
Regia Isabella Burgo
Tecnici luci/audio Davide Ghisalberti, Matteo Bosatelli, Carlo Gustinetti
Produzione Albanoarte Teatro
Un viaggio attraverso la storia di uomini e donne in un mondo intriso di relazioni e ricco di emozioni. Ognuno con la sua storia, il
suo passato, le sue esperienze incontra ed affronta l’altro nella speranza di poter compensare il proprio bisogno d’amore. E
proprio di un viaggio si tratta, di una partenza verso l’ignoto ma un ignoto che ci attrae, ci incuriosisce, ci appaga e ci trattiene
...nonostante tutto;ma prima di partire è necessario chiedersi: chi sono, cosa sento, cosa voglio e dove voglio andare. Un viaggio
che malgrado le difficoltà e le delusioni possiamo decidere di vivere con gioia e speranza, coraggio e fedeltà. Molto è stato scritto
nella letteratura sulle emozioni che da sempre guidano gli uomini e le donne, sin dall’Antica Grecia, gli autori descrivevano nelle
loro tragedie l’avvicendarsi di dolori, tradimenti, passioni: storie lontanissime da un punto di vista cronologico ma vicine da un
punto di vista dei sentimenti. William Shakespeare ha composto opere memorabili narrando sempre delle gioie e dei tormenti
dell’anima umana… “La ricchezza del mio cuore è infinita come il mare, così profondo il mio amore:più te ne do, più ne ho,
perché entrambi sono infiniti”. Sin da piccoli uomo e donna, maschio e femmina s’incontrano, si guardano e si studiano. All’inizio
preferiscono evitarsi per stare con i propri simili, poi con il passare del tempo l’interesse decisamente cambia: esplodono passioni
e irresistibili attrazioni, tormenti e turbamenti. L’innamoramento fa decollare la coppia in un mondo tutto loro che li avvolge, e
rende reciprocamente l’uno essenziale e indispensabile all’altro finché …ci si risveglia e vediamo l’altro per quello che realmente
è, con pregi e difetti: l’amore si complica ma non per questo è meno vero, anzi. Costruiamo una famiglia, cresciamo a volte
insieme, ed altre invece si prendono strade
diverse. Ad ognuno le sue scelte e la sua storia,
imperfetta. Eppure in questa nostra
imperfezione c’è per tutti qualcosa di
magnificamente perfetto. Non siamo soli.
(Isabella Burgo)
Due compagnie raccontano l’umanità
nella sua dimensione più fragile e
intima. Due spettacoli ritratto dell’Amore
ma anche dell’amore…
Sabato 15 Novembre ore 21
In sinergia con “Molte fedi sotto lo stesso cielo” Acli Bergamo.
Teatro dell’Argine
“Un bès - Antonio Ligabue”
Atto unico di e con Mario Perrotta
Collaborazione alla regia Paola Roscioli - Collaborazione alla ricerca Riccardo Paterlini - foto Luigi Burroni Organizzazione Stefano Salerno
Produzione Teatro dell’Argine in collaborazione con Teatro Sociale di Gualtieri, Comune di Gualtieri,
Associazione Olinda, dueL
Il Progetto Ligabue è realizzato nell’ambito di “Viavai – Contrabbando culturale Svizzera-Lombardia” un programma di
scambi binazionali promosso dalla Fondazione svizzera per la cultura Pro Helvetia e realizzato in partenariato con i
cantoni Ticino e Vallese, la città di Zurigo, la Fondazione Ernst Göhner. Con il patrocinio degli Assessorati alla Cultura
della Regione Lombardia e del Comune di Milano
Premio Ubu 2013 come Migliore Attore Protagonista
Premio Hystrio-Twister miglior spettacolo 2013/14 votato dal pubblico
“Un bès... Dam un bès, uno solo! Che un giorno diventerà
tutto splendido. Per me e per voi”.
Provo a chiudere gli occhi e immagino: io, così come
sono, con i miei 40 passati, con la mia vita - quella che so
di avere vissuto - ma senza un bacio, neanche uno. Mai.
Senza che le mie labbra ne abbiano incontrate altre,
anche solo sfiorate. Senza tutto il resto che è comunione di
carne e di spirito, senza neanche una carezza. Mai.
E allora mi vedo - io, così come sono - scendere per
strada a elemosinarlo quel bacio, da chiunque, purché
accada.
Ecco, questo m’interessa oggi di Antonio Ligabue: la sua
solitudine, il suo stare al margine, anzi, oltre il margine oltre il confine - là dove un bacio è un sogno,
un’implorazione senza risposte che dura da tutta una vita.
Voglio avere a che fare con l’uomo Antonio Ligabue, con il Toni, lo scemo del paese. Mi attrae e mi spiazza la coscienza che aveva
di essere un rifiuto dell’umanità e, al contempo, un artista, perché questo doppio sentire gli lacerava l’anima: l’artista sapeva di
meritarlo un bacio, ma il pazzo intanto lo elemosinava. Voglio stare anch’io sul confine e guardare gli altri. E, sempre sul confine,
chiedermi qual è dentro e qual è fuori.
Il progetto si sviluppa in tre movimenti e ruota intorno alla figura di Antonio Ligabue e al suo rapporto con i luoghi che segnarono
la sua esistenza e la sua creazione artistica: la Svizzera, dove nacque e visse fino ai diciotto anni; il territorio di Gualtieri (RE),
sulle rive del Po; le sponde reggiane e mantovane dello stesso fiume Po, dove produsse gran parte dei suoi quadri e delle sue
sculture. Nel progetto c’è il bisogno forte di raccontare il conflitto a tre tra lo “svizzero” Antonio Ligabue, il suo paesaggio
interiore e il paese di Gualtieri sulle rive del Po. Da qui la necessità di rimettere al centro della mia attenzione la marginalità
(dopo averla esplorata a fondo nel progetto sull’emigrazione italiana), concentrarmi ancora una volta sulla parola “confine” e
sulle sue implicazioni.
Indagare Ligabue significa indagare il rapporto di una comunità con lo “scemo del paese”, da tutti temuto e tenuto a margine,
ma significa anche accettare lo spostamento che provoca una nuova visione delle cose, una visione “folle”, che mette a rischio gli
equilibri di chi osserva, costringendolo a porsi la classica domanda: chi è il pazzo? Infine e oltre ogni considerazione razionale, mi
trovo “costretto” a seguire una personalissima attrazione, ancestrale direi, per l'animale Antonio Ligabue, quella zona bestiale e
pura che lui ha così tenacemente cercato nella sua opera, restituendola a noi con una violenza insuperata. Tre spettacoli in tre
anni ma, soprattutto, un progetto “articolato”: laboratori in oltre 70 scuole italiane e svizzere, 2 documentari, mostre,
collaborazioni con compagnie italiane e straniere, seminari e fasi di studio in Italia, Svizzera e Belgio, coinvolgimento di decine di
artisti di ogni forma d'arte, traduzione e messa in scena in francese e tedesco di alcuni capitoli del progetto. (Mario Perrotta)
Nel mese di luglio il Comitato storico-scientifico per gli anniversari di interesse nazionale della Presidenza del
Consiglio dei Ministri ha attribuito al Progetto Ligabue, ideato da Mario Perrotta per il 50esimo anniversario della
morte del pittore Antonio Ligabue, il riconoscimento onorifico di evento di interesse nazionale.
“Perrotta evoca lo stato di straziante solitudine che segna Ligabue nel suo vagare fra gli argini del Po. L’attore
si inventa una straordinaria maschera verbale, un delirio ossessivo – tanto più intenso in quanto lui, pugliese,
lo scandisce in una febbrile parlata emiliana – che getta una luce livida sullo sguardo che il mondo rivolge al
diverso, al non-omologabile, seppure artista geniale” (Renato Palazzi, Il Sole 24 ore)
Sabato 22 Novembre ore 21 fuori abbonamento
Evento organizzato in collaborazione con F.lli Ardenghi – New Air Srl
Claudio Lauretta
“Mister Voice”
Spettacolo comico di imitazioni e musica di e con Claudio Lauretta - con la
“convinta” partecipazione del M° Sandro Picollo
Produzione Bravi Bene Bis!
Imitatore, Attore, Comico visto a “Striscia la Notizia”, “Markette”, “Chiambretti
Night”, “Glob” e “Zelig”. Camaleontico e trasformista, con una formidabile mimica
facciale ha dato vita alle sue personalissime imitazioni di Di Pietro, Pozzetto, Vissani,
Bossi, Celentano, Zucchero, Sgarbi e tantissimi altri. Sua la voce dello Spot tormentone
del “12.40” in onda su tv e radio nazionali. Fa parte del cast fisso di “Ciao Belli” in
onda tutti i giorni dalle 13 alle 14 su Radio Deejay.
Claudio Lauretta si esibisce nello show “Mister Voice” tenendo sempre alta l’attenzione
dello spettatore, il quale, rimane sbalordito della grande presenza scenica dell’artista
che alterna in sequenza, monologhi, imitazioni e canzoni, accompagnato da un
talentuoso chitarrista dalla verve comica irresistibile: il Maestro Sandro Picollo che
recita la parte di quello, che in quel momento,vorrebbe essere altrove.
Direttamente da Zelig, Radio Deejay, Chiambretti Night e Striscia la Notizia, un imitatore che non ha eguali.
Uno One Man Show che non tradirà le attese per una serata all’insegna del Cabaret... quello buono!
Sabato 29 Novembre ore 21 fuori abbonamento
Scuola Je Danse
“Danzare è parlare in silenzio”
Spettacolo di danza in 2 atti - Coreografie Ghislaine Crovetto, Chiara Noris, Mariasole Ceroni, Davide Attuati, Ermanna
C. Mandelli, Anna Zevolli, Claudia Giannini, Laura De Fabianis, Alessandro Musitelli, Francesca Marelli, Clio Barcella
Video Enzo Mologni - Tecnici luci/audio Matteo Bosatelli, Davide Ghisalberti, Carlo Gustinetti
Direttrice artistica Ghislaine Crovetto
Produzione Scuola Je Danse
Come poter raccontare in sintesi un libro mitico perché celeberrimo, studiato a Scuola o reso immortale dal mondo del cinema o
dell’arte? Ma soprattutto come poterlo narrare a tutti, in una sola lingua comprensibile a qualsiasi straniero? Sicuramente non
utilizzando l’esperanto o la ben più difficile
lingua dei segni… ma quest’ultima ci viene in
aiuto. Il linguaggio internazionale della
Danza, del movimento di ogni singolo
muscolo del corpo umano all’insegna della
grazia o dell’energia, serve in questo
spettacolo per entrare in punta di piedi nel
mondo della letteratura. Le maestre ed i
maestri della Scuola Je Danse interpretano
con coreografie realizzate per l’occasione,
capolavori come: Don Chisciotte della
Mancha, It, Il ritratto di Dorian Gray, Il
Signore degli Anelli, Il Giornalino di
Giamburrasca, 1984, ecc. ecc.
Je Danse: coreografie che sposano la
letteratura, poesia del corpo, fantasia
per un linguaggio veramente globale.
Domenica 1 Febbraio 2015 ore 15 fuori abbonamento
In collaborazione con “Centro Polivalente” Albano S.A.
Compagnia Dialettale “I Spolveriner de Gorlagh”
“Fiur… dulur e… soddisfasiù”
Commedia in 3 atti di Renato Bonalda adattata da Aldo Beretta - Con Angelo Barcella, Giusj Airoldi, Paolo Testa, Carla
Brevi, Angela Testa, Livia Manzoni, Luciano Foresti, Flavia Oberti, Luigi Patelli, Fabrizio Epis, Pietro Zappella, Grazia
Savoldi, Osvaldo Locatelli - Scene Claudio Testa
Regia Aldo Beretta
Teodoro diventato fiorista suo malgrado con i vivai lasciati in
eredità alla moglie, con molto sacrificio ha dato agiatezza alla
famiglia, la quale invece sempre a parer suo non lo
corrisponde e non lo gratifica minimamente… Un’immane
tragedia con il conseguente avvicendarsi di clienti e
conoscenti porteranno Teodoro a cambiare la sua idea.
La Compagnia dialettale di Gorlago compie il 15° anno di
recite. Il tutto inizia nel 1999 con la rappresentazione della
commedia “La medesina miraculusa” più per gioco che con
l’intento vero e proprio di fondare una vera e propria compagnia teatrale, invece poi tramutatasi in un’irrefrenabile voglia di
“divertire divertendosi”. Così facendo con la regia di Annarosa Bombardieri sono state messe in scena in concomitanza della fiera
di S. Andrea in Gorlago tantissime commedie.
Dal 2004 la regia passa nelle mani di Aldo Beretta e la tradizione continua con testi in lingua e dialetti diversi per poi essere
tradotti in vernacolo bergamasco. Il nome dalla compagnia non è scelto a caso, difatti si rifà al ricordo di un vecchio lavoro svolto
da dei compaesani Gorlaghesi del secolo scorso che andando di corte in corte per tutta la Lombardia, vendevano l’antesignano
dei detersivi e cioè la polvere di marmo delle cave di Zandobbio. Partendo da questo presupposto e siccome anche il dialetto è
tradizione e ricordo, la simbiosi è apparsa perfetta da subito. Come gli antichi “Spolveriner” anche i nostri attori hanno portato
per tutta la provincia i loro spettacoli, riscuotendo sempre ottimi consensi di critica e di pubblico..
In collaborazione con “Centro Polivalente” Albano S.A. un divertente pomeriggio con il dialetto.
Sabato 7 Febbraio ore 21
Evento organizzato in collaborazione con Rizzetti Immobiliare
La Corte Ospitale
“Sex-machine”
di e con Giuliana Musso e con “Igi” Gianluigi Meggiorin
Regia Massimo Somaglino
collaborazione al soggetto Carla Corso - suono e luci Claudio Poldo Parrino - distribuzione e organizzazione Miriam
Paschini
Produzione La Corte Ospitale
Premio della Critica 2005 (Ass. Naz. Critici Teatro)
Un’attrice ed un musicista danno voce ed anima a sei
personaggi che, visti in sequenza, formano un quadro di
contemporanea umanità, complessa, multiforme, ridicola,
sincera. Dino, pensionato, nostalgico delle case chiuse.
Vittorio, agente di commercio, il cliente perfetto. Monica,
mamma di Cristian, castigatrice dei costumi. Silvana, una
professionista. Igor, ventenne, magazziniere, un arlecchino
appassionato di lap-dance. Sandro, imprenditore
nordestino, fallito. Hanno tutti in comune due cose:
appartengono alla cultura del nord-est e trovano
soddisfazione ai loro bisogni e ragione alle loro paure nel
variegato e complesso mondo dei rapporti sessuali a
pagamento.
Una chitarra Gibson semiacustica è suonata dal vivo e senza sosta. La musica offre allo
spettatore spazio per ascoltare ciò che non si può raccontare, è sostegno e
contrappunto alla rivelazione dei personaggi, insegue, precede, provoca e rivela il
lavoro di improvvisazione di Giuliana Musso. A ciascun personaggio corrisponde un
ambiente musicale e le canzoni - tutte originali - concorrono alla drammaturgia dello
spettacolo.
Le prostitute si possono chiamare in molti modi: donnine allegre, lucciole, belle di
notte, puttane, troie, bagasce, battone, mignotte, zoccole, meretrici, fallofore, sex
workers... I clienti si chiamano clienti.
Mentre quella delle prostitute è una categoria numericamente ristretta, indagabile ed
indagata, dei clienti non si sa nulla, non si indaga, nulla viene messo in discussione.
Perché i clienti siamo noi.
Sex-machine ovvero del bisogno di ricerca di sesso altro. Andare a puttane non è una
malattia ma se lo fosse sarebbe un’epidemia.
Devono parlare gli uomini: abbiamo bisogno di sapere del loro grande amore per le
prostitute e del loro simultaneo disprezzo per queste donne. La prostituta e i suoi
clienti sono i soggetti del più grande paradosso dei nostri tempi. Mentre il mercato si
espande e la domanda di sesso mercenario cresce, crescono gli abusi, i crimini, e si
concretizza, sotto forma di leggi dello Stato, la voglia di ridurre la libertà delle donne e
di limitare il loro diritto ad esercitare con dignità e sicurezza il loro mestiere.
Sex-machine ci parla di sesso e potere. Nella grande macchina del sesso ci siamo tutti, e per tutti la potenza si misura in denaro,
anche a letto. Lui è pulito: paga. Lei è sporca: guadagna. Lui si vanta con gli amici o con gli elettori. Lei si deve giustificare.
Sex-machine è la macchina delle libertà. Perché grazie a Dio oggi lo possiamo fare dove, come e con chi vogliamo. E più liberi
siamo e più andiamo a farlo di nascosto, con donne che non conosciamo e che spesso libere non sono. I rapporti sessuali a
pagamento in Italia sono - ogni giorno - più di 25.000. Quasi 10 milioni di rapporti all’anno esprimono in modo chiaro ed
inequivocabile un bisogno di sesso che i rapporti gratuiti e reciproci o non possono o non sanno soddisfare.
“Sex-machine è un colpo basso, che viene su dritto dagli inferi dei desideri da soddisfare di nascosto e poi
negare. Viaggio notturno di pulsioni voraci e violente, ritratto a più voci sul sesso a pagamento, dove Giuliana si
inoltra tutta sola, più maschile che femminile, appoggiandosi (appena il tempo di riprendere fiato) agli accordi
di chitarra di Igi Meggiorin che punteggiano il suo assolo multiplo. ...l’ingranaggio implacabile della Giuliana Sexmachine ti scuote nel profondo. Macchina del sesso, ma soprattutto formidabile macchina da teatro”
(Rossella Battisti, L’Unità)
Sabato 21 Febbraio ore 21 - Domenica 22 Febbraio ore 15
Evento organizzato in collaborazione con Montello Spa
Teatro l’Idea di Sambuca di Sicilia
“Il muro del silenzio - Studio per una tragedia siciliana”
Atto unico tratto dal libro di Paolo Messina - Con Bruno di Chiara, Antonino Faranna, Alberto Lanzafame, Viviana
Lombardo, Paolo Pintabona, Ada Simona Totaro
Regia Paolo Mannina
Scena e tecnica Antonio di Prima
Produzione Teatro Comunale L’Idea in collaborazione con Cantieri Teatrali Zabut e Teatro Garibaldi alla
Kalsa di Palermo
[…] Eccomi, sola, qui tra questi muri, che non hanno braccia da
tendermi se cado, ma sono sicuri, almeno, mi proteggono... Qui, sola,
io, come cieca. E i miei figli fuori, in campagna, dove ogni foglia
d'albero è un orecchio attento (...) e loro fuori, allo scoperto. Me li
sento morire tutti i giorni all’alba non appena saltano quella soglia e
spariscono. Per qualche ora? Per sempre? Non è neanche un anno che
porto questo lutto e la minaccia torna a prendermi per i capelli […]
In queste parole d’apertura del dramma, traboccanti di struggente
angoscia per il destino dei figli è inciso a caratteri di fuoco il destino
finale di una tragedia annunciata. A pronunciarle, nel monologo
d’apertura, prologo alla “tragedia”, è una madre in lutto, vedova di
mafia. Dopo, l’assassinio del marito, morto in un agguato mafioso
perché ha osato opporsi alle pretese di un boss, a causa di un vile ricatto che le impone di abbandonare la terra, la casa in cui
vive e partire con i figli, innalza attorno a sé un invalicabile muro di silenzio, nascondendo loro la verità sull’assassinio padre. E’ il
suo estremo tentativo di proteggerli che però le si rivelerà fatale. Infatti dopo l’uccisione di Neli, il più piccolo dei figli, per mano
del boss, spinta da un comprensibile desiderio di vendetta armerà involontariamente le loro mani scatenando una faida cruenta e
fatale. Solo Antonio studia diritto e crede nella giustizia che si affida alla legge, sopravvive alla strage: è lui infatti ad incarnare il
logos che attraverso la parola rischiara di luce le tenebre di una realtà fatta di morti, assassini e vendette. Egli rappresenta difatti
la speranza di un cambiamento, di una possibile alternativa sana al sopruso e alla violenza del potere mafioso.
Il Muro di silenzio di Paolo Messina, poeta e drammaturgo palermitano morto nel 2011 e ingiustamente dimenticato, è la prima
opera sulla mafia della letteratura italiana. Rappresentata per la prima volta in Italia nel 1961 e ripresa due anni dopo con un
cast di attori formidabili Paola Borboni, Giammaria Volontè e Carla
Gravina nei ruoli da protagonisti. Il dramma rappresentato per
l’Europa ottenne straordinario consenso di critica e pubblico. Nel
1965 fu trasmesso dalla BBC di Londra, l’anno successivo
rappresentato a Oslo. Ma dopo il successo la pièce teatrale venne
messa da parte e dimenticata: la Rai la giudicò non adatta al suo
pubblico. Non doveva essere facile in quegli anni parlare di Mafia né
tanto meno denunciare la contiguità tra illegalità e legalità,
rappresentando una storia limite in cui la soglia che separa l’agire
mafioso dall’agire della vittima, seppure a difesa dei propri interessi,
è estremamente sottile: i ruoli si confondono e le vittime finiscono
per agire come i carnefici.
La protagonista del Muro di Silenzio, difatti, è una Madre, come tante madri, attanagliata dalla paura di perdere i figli: ma nel
tentativo di proteggerli alla fine finisce per armarne le mani innescando un meccanismo di morti a catena.
Questo “studio per una tragedia siciliana”, come recita il sottotitolo, indaga appunto le possibilità di rappresentare in teatro una
storia d’altri tempi che qui assurge a dramma storico, a tragedia della Sicilia.
Il nucleo narrativo originario che mette in scena le lacerazioni intime di una madre ricattata da un boss e minacciata della morte
dei figli, straripa oltre il confine del testo stesso portando il racconto al di qua del palcoscenico, dalla parte degli attori che sono
dunque alle prese con uno studio teatrale sulla mafia. Così la rappresentazione si fa indagine e ricerca circa le possibilità di
raccontare e interpretare una storia d’altri tempi, dai contenuti, però, universali: niente scene ma solo un universo scenografico
simbolico e rarefatto, segnato da confini geometrici e muri virtuali, da linee d’ombra che gli attori attraversano costantemente per
entrare e uscire dal personaggio e dalla vicenda rappresentata.
La scena che sembra un campo di calcio è essenziale, scarnificata, come la storia che gli attori raccontano; quasi a voler suggerire
la distanza abissale che separa la Sicilia di oggi, da quell’universo protomafioso in cui il limite tra l’agire criminale da un lato,
legalità e giustizia dall’altro era ancora opaco e confuso. Un racconto in retrospettiva che, come in un gioco di specchi, porta a
riflettere sull’oggi.
Un testo “necessario” da mettere in scena; che risponde ad una reale necessità espressiva e al tempo stesso
culturalmente e socialmente “utile”. Uno spettacolo che denuncia chiaramente la cultura della connivenza
mafiosa.
Sabato 28 febbraio ore 21
Evento organizzato in collaborazione con TEP Energy Solution
Promo Music e Teatro Stabile del Friuli-Venezia Giulia
“Magazzino 18”
Uno spettacolo di e con Simone Cristicchi
scritto con Jan Bernas
Regia Antonio Calenda
musiche e canzoni inedite di Simone Cristicchi
musiche di scena e arrangiamenti Valter Sivilotti registrate dalla FVG Mitteleuropa
Orchestra
Produzione Promo Music e Teatro Stabile del Friuli-Venezia Giulia
Premio Le Maschere del Teatro 2014 migliori autori di musiche
Al Porto Vecchio di Trieste c’è un “luogo della memoria” particolarmente toccante.
Racconta di una pagina dolorosissima della storia d’Italia, di una vicenda
complessa e mai abbastanza conosciuta del nostro Novecento. Ed è ancor più
straziante perché affida questa “memoria” non a un imponente monumento o a
una documentazione impressionante, ma a tante piccole, umili testimonianze che
appartengono alla quotidianità. Una sedia, accatastata assieme a molte altre, porta un nome, una sigla, un numero e la scritta
“Servizio Esodo”. Simile la catalogazione per un armadio, e poi materassi, letti, stoviglie, fotografie, poveri giocattoli, altri oggetti,
altri numeri, altri nomi… Oggetti comuni che accompagnano lo scorrere di tante vite: uno scorrere improvvisamente interrotto
dalla Storia, dall’esodo.
Con il trattato di pace del 1947 l’Italia perdette vasti territori
dell’Istria e della fascia costiera, e quasi 300 mila persone
scelsero – davanti a una situazione intricata e irta di
lacerazioni – di lasciare le loro terre natali destinate ad essere
jugoslave e proseguire la loro esistenza in Italia. Non è facile
riuscire davvero a immaginare quale fosse il loro stato
d’animo, con quale sofferenza intere famiglie
impacchettarono tutte le loro poche cose e si lasciarono alle
spalle le loro città, le case, le radici. Davanti a loro difficoltà,
povertà, insicurezza, e spesso sospetto.
Simone Cristicchi è rimasto colpito da questa scarsamente
frequentata pagina della nostra storia ed ha deciso di
ripercorrerla in un testo che prende il titolo proprio da quel
luogo nel Porto Vecchio di Trieste, dove gli esuli – senza casa
e spesso prossimi ad affrontare lunghi periodi in campo profughi o estenuanti viaggi verso lontane mete nel mondo – lasciavano le
loro proprietà, in attesa di poterne in futuro rientrare in possesso: il Magazzino 18.
Coadiuvato nella scrittura da Jan Bernas e diretto dalla mano esperta di Antonio Calenda, Cristicchi partirà proprio da quegli
oggetti privati, ancora conservati al Porto di Trieste, per riportare alla luce ogni vita che vi si nasconde: la narrerà schiettamente
e passerà dall’una all’altra cambiando registri vocali, costumi, atmosfere musicali, in una koinée di linguaggi che trasfigura il
reportage storico in una forma nuova, che forse si può definire “Musical-Civile”. E sarà evocata anche la difficile situazione degli
italiani “rimasti” in quelle terre, o quella gravosa dell’operaio monfalconese che decide di andare in Jugoslavia, o del prigioniero
del lager comunista di Goli Otok. Lo spettacolo sarà punteggiato da canzoni e musiche inedite di Cristicchi, eseguite dal vivo.
Il “musical civile” che ha avuto il merito indiscutibile di portare all’attenzione del grande pubblico il dramma
del confine orientale d’Italia e dei giuliano-dalmati, un risultato che nessun’altra iniziativa artistica o di onesta
memoria storica, nel passato recente, era riuscita a raggiungere.
Sabato 7 Marzo ore 21 - Domenica 8 Marzo ore 15
Evento organizzato in collaborazione con Acs Dobfar Spa
Uno Sguardo sulla Lirica
“L’elisir di calciatori e poliziotti”
Opera lirica tratta da “L’elisir d’amore” di Gaetano Donizetti a cura di Giacomo Agosti ed Emanuele de Filippis - con
cast in via di definizione - Al Pianoforte M° Emanuele de Filippis
Regia Giacomo Agosti
Assistente alla regia Marco Velli - Tecnici luci/audio Davide Ghisalberti, Matteo Bosatelli, Carlo Gustinetti
Coproduzione Associazione Culturale “Il Nuovo Mondo” e Albanoarte Teatro
Un calcio al pallone che arriva in teatro dalla porta rimasta aperta.
Il mio Elisir comincia così: un’intrusione violenta nella musica di Donizetti.
Calciatori e poliziotti sono accomunati dalla tipologia di gambe, non troppo alte e muscolose.
Nel quartetto a cui voglio ridurre l’opera di Donizetti, Belcore – il pretendente – deve essere
un poliziotto. Dulcamara un arbitro. Nemorino, un calciatore dilettante.
A lui, quali che siano, l’onore delle gambe.
Resta Adina.
Cuore femminile, contesa da tutta Albano.
Il palcoscenico del suo piccolo teatro inclinato mi ha conquistato subito, come un elisir
rappresentato dalla vecchia pellicola peplum rimasta nel proiettore.
Vorrei rimetterne in moto una che senza travestire un’opera immortale, mettesse a nudo ciò
che amo. (Giacomo Agosti)
La lirica per la prima volta in Albanoarte, ideata da un regista che ne sa
cogliere gli aspetti più moderni.
Sabato 14 Marzo ore 21
Generazione disagio
“Dopodiché - stasera mi butto”
Di e con Enrico Pittaluga, Graziano Sirressi, Alessandro Bruni Ocaña, Luca Mammoli
Regia Riccardo Pippa
Disegni Duccio Mantellassi e Niccolò Masini- organizzazione Roberta Ursino
Produzione Proxima Res
Record di incassi e presenze di pubblico al “Torino Fringe Festival 2014” - Spettacolo vincitore del
concorso “Giovani Realtà del Teatro 2013” - Menzione speciale della giuria al premio “Scintille 2013” di
Asti teatro 35 e al premio nazionale “Intransito – teatro Akropolis 2013”
Sappiamo chi sei. Tu sei un disagiato. Lo sai tu e lo sappiamo
anche noi. Sappiamo quante energie sprechi per non farlo vedere.
Fratello disagiato, basta: Il disagio non è un ostacolo sulla strada,
il disagio è la strada. Non cercare di cambiare te stesso. Non
cercare di apparire migliore. Accettati come sei: pigro, inetto,
inconcludente, dispersivo, vile. Noi ti vogliamo bene così. Non
preoccuparti: elimineremo assieme ogni senso di colpa, ogni residuo
di frustrazione. Noi siamo qui per aiutarti. Siamo portatori di un
messaggio universale che si esprime attraverso la pratica delle tre
d: Distrazione, Disinteresse, Disaffezione. Stringi la mano che ti
porgiamo. Il futuro è nostro. Grandi giorni di festa si avvicinano. Noi siamo la Generazione Disagio. E ce ne sbattiamo il cazzo.
Lo sappiamo che la vita è dura, che c’è crisi, che c’è lo spread. E allora? Dopodiché? Cosa
vogliamo fare? Un nuovo partito che entra in Parlamento?!? La rivoluzione? Morire per
difendere un albero in Turchia? No!
E allora cosa ci rimane? Il suicidio? Sì! Ma per ridere!
Gioca anche tu a Dopodiché: riversa i tuoi problemi su un personaggio del gioco e portalo al
suicidio. I tuoi problemi moriranno con lui e la mattina dopo il tuo quotidiano cucchiaino di
merda sarà più dolce. Dopodiché: l’emozione di vincere, perdendo la vita! Lo spettacolo
Dopodiché è un cinico e spassoso gioco dell’oca che mira all’annullamento.
Le tematiche di disagio generazionale, crisi e voglia di cambiamento vengono trattate con
un gioco di ribaltamento paradossale, invece di risolvere i problemi o lottare per un mondo
migliore il pubblico viene invitato a scaricare tutti i suoi problemi su un attore che è un
giocatore-pedina e che si contenderà con gli altri la possibilità di arrivare per primo alla
casella finale: quella del suicidio. Varie prove e imprevisti faranno avanzare o indietreggiare i
personaggi su un tabellone, anche grazie all’aiuto del pubblico dal vivo.
Originalità della proposta e qualità interpretativa nell’affrontare i temi del
disagio generazionale con inventiva, comicità e leggerezza, senza trascurare
profondità e amarezza.
Sabato 21 e 28 Marzo ore 21 - Domenica 29 Marzo ore 15
Evento organizzato in collaborazione con BCC Credito Cooperativo di Ghisalba, Fil. Albano S.A.
gruppo teatrale albanoarte
“La fortuna di chiamarsi Abdul”
Commedia in 2 atti di Isacco Milesi - Con Adriana Vismara, Gianfranco Biava, Claudio Carissimi, Clementina Rizzetti,
Robert Ediogu, Maria Manzoni, Fede Zenoni, Lino Zenoni, Luciana Magri, Luigi Vismara
Regia Isacco Milesi
Scene Isacco Milesi, Roberto Zambetti - Canzone originale di Isacco Milesi cantata da Robert Ediogu - Tecnici luci/audio
Davide Ghisalberti, Matteo Bosatelli, Carlo Gustinetti
Produzione Albanoarte Teatro
C’è poco da essere fortunati nel chiamarsi Abdul, giovane di colore, di religione islamica, fuggito dalla fame e dall’atrocità della
guerra che imperversa nella sua Nigeria. Non sempre è fortuna, ritrovarsi poi in una città come Milano, nel tentativo di costruirsi
un futuro dignitoso tra problemi d’integrazione in una cultura diversa, spesso ostile e razzista, sopravvivendo con lavori precari o
illegali per aiutare a distanza la famiglia, mantenere se stessi, gli studi ed onorare l’affitto, non puntualmente pagato, del
monolocale che divide con otto compagni extracomunitari. Infatti arriva l’ennesimo sfratto. Da qui inizia la nostra commedia. Nel
tentativo di recuperare una borsa d’indumenti lasciata nel vecchio appartamento, Abdul verrà a contatto con i nuovi inquilini:
una famiglia molto particolare tormentata da problemi esistenziali. Un diplomatico in fuga perenne dalla moglie schizoide,
morbosamente attaccata all’unico figlio costretto a sua volta a nasconderle l’esistenza della fidanzata.
Approfittando della loro ospitalità (non gli par vero: vitto e
alloggio gratis, guardaroba compreso), verrà coinvolto
pienamente nei loro dubbi freudiani, dalle loro tragiche ed
esilaranti bugie ed imprevedibili trasformismi. Benché molto
lontani dal suo modo di essere, egli cercherà di comprenderne
i tormenti e con incredibile leggerezza, forte della “corazza”
che la vita gli ha costruito addosso, riuscirà perfino a risolverli
in un clima quasi fiabesco. È del tutto normale che l’uomo,
per sopravvivere, fin dalle sue origini abbia dovuto
confrontarsi con altri popoli e stili di vita. In altri secoli gente
africana ha aiutato ed ospitato civiltà europee in difficoltà.
Oggi a me, domani a te! I problemi d’impatto culturale e
razziale dovuti ai flussi migratori sono certamente molti e reali
e la paura di chi non si conosce ci fa assumere spesso posizioni
di difesa se non di rifiuto. “L’immigrato non è un mostro da
abbattere, ma una persona da conoscere”. Non conviene farci le guerre, ma affrontare insieme le difficoltà giorno dopo giorno. La
fortuna di Abdul e degli altri personaggi sta in questo loro incontro: nell’opportunità di conoscersi e capirsi nelle rispettive
diversità che sono risorse e ricchezze nell’interesse e nel bene di tutti. (Isacco Milesi)
La produzione 2014/15 di Albanoarte Teatro è una divertente commedia ricca di equivoci scritta dalla penna
felice di Isacco Milesi
Prezzi
“Niente sesso siamo Inglesi” - “A pelle / L’abbraccio” - “Danzare è parlare in silenzio” - “Fiur… dulur e… soddisfasiù” - “La
fortuna di chiamarsi Abdul”: singolo spettacolo: 8 € – riduzione 6 € (oltre 65 anni) – 3 € (fino a 18 anni)
“Fiatone” - “Svergognata” - “Mister Voice” - “Sex-machine” - “Il muro del silenzio” - “L’elisir di calciatori e poliziotti” “Dopodiché stasera mi butto”: singolo spettacolo: 10 € – 3 € (fino a 18 anni)
“Un bès - Antonio Ligabue”: 12 € – 3 € (fino a 18 anni)
“Magazzino 18”: 15 € – 3 € (fino a 18 anni)
Abbonamento 10 spettacoli: 60 €
“Fiatone” - “Svergognata” - “Niente sesso siamo Inglesi” - “Un bès - Antonio Ligabue” - “Sex-machine” - “Il muro del silenzio”
- “L’elisir di calciatori e poliziotti” - “Dopodiché stasera mi butto” - “Magazzino 18” - “La fortuna di chiamarsi Abdul”
Prevendita presso la biglietteria del teatro: ogni Sabato ore 16.00/17.00 (da 11/10 a 29/11 – da 31/01 a 28/03 2015)
Prenotazioni tramite e-mail a [email protected] o telefonicamente ai numeri 035.582557 (orari di apertura
biglietteria/teatro) oppure 333.9238879 (anche tramite sms indicante spettacolo, giorno, nome e cognome, quantità biglietti).
I biglietti prenotati devono essere ritirati dalle ore 16.00 alle ore 17.00 del Sabato relativo allo spettacolo (per
l’evento della Domenica fa fede il Sabato precedente). Le prenotazioni non ritirate saranno rimesse in vendita ad
apertura biglietteria un’ora prima dello spettacolo.
Info: [email protected] - www.albanoarte.it - Diventa nostro amico: www.facebook.com/albanoarteteatro
Teatro don Bosco: Via Don Schiavi – Albano Sant’Alessandro 24061 (Bergamo)
Albanoarte Teatro Festival
EVENTI COLLATERALI 2015
Gennaio/Febbraio 2015
Isacco Milesi
“Innumerevoli Spazi”
Mostra Antologica dal 1968 al 2014
Ex-Municipio di Albano S.A.
Cresciuto nell’ambito della pittura figurativa, aprendosi agli stimoli di
correnti come la transavanguardia alla fine degli anni ’70, implicazioni
simboliche, concentrandosi semplicemente sul colore, espresso, nella sua
purezza, reso attivo nella costruzione di veri e propri cosmi, privi di
qualsiasi evento narrativo, costituendosi loro stessi come evento pittorico.
C’è l’abbandono del dramma, delle contrapposizioni forti, ma non del
sogno e delle sue intime energie, che invece sopravvivono e che
conquistano l’interezza del campo. Oltre l’apparente presenza
decorativa, c’è quindi un orizzonte di riflessione e di contemplazione,
sempre presente, insieme alla freschezza del colore nell’esperienza
artistica d’Isacco.
Ogni lavoro non è in sé concluso, ma costituisce parte di un processo più
ampio e sempre aperto; per Milesi è importante la comunicazione
continua con il colore in tutte le sue accezioni, e con gli altri materiali
(carta, cartone, porte di legno, lamiere, metalli, materiali di recupero,
ecc.); è importante il lavoro all’aperto, in una dimensione che non
prevede quindi spazi chiusi; è un lavoro che “tende ad uscire”
naturalmente dai suoi confini, e che vuole comprendere al proprio
interno la dimensione del fare (e del farsi dell’opera). Il passaggio, concretizzatosi poi negli ultimi dieci anni di lavoro, non è un
ritorno indietro, alle forme d’astrazione degli anni ’50, ma è una scelta maturata nell’ambito dell’esperienza del gruppo
“Pantarei”, che ha fatto della contaminazione culturale e della concreta relazione con il pubblico la propria realtà di ricerca. Da
qui nasce questa nuova stagione artistica, caratterizzata da una libertà nell’uso e nella manipolazione dei materiali più vari. Si
potrebbe dire che l’orizzonte simbolico si sia spostato progressivamente dal corpo, messo in scena in ambienti dal sapore
metafisico, agli oggetti reali, vissuti, trasformati dal colore in nuove entità sognanti ed aperte.
Lo studio in cui lavora Isacco Milesi non è uno spazio chiuso, nascosto, inaccessibile, ma è innanzitutto un cortile, quindi uno
spazio d’incontro. Dopo una chiacchierata con lui, si comincia a capire come tutto ciò che si sta vedendo e vivendo faccia parte
dell’opera: dal cartone utilizzato da base per raccogliere gli spruzzi di colore eccedenti, alla luce che in quel momento si raccoglie
nel luogo di lavoro; è un processo di sensibilità, d’emotività e per questo non programmabile. L’immediatezza dei colori ad acqua
si presta bene, a comporre forme agili, non indirizzate, forme libere. È intenzione dell’artista che l’insieme porti ad una
sensazione di serenità, di meraviglia. Gli oggetti quotidiani, anche quelli più insignificanti, acquistano valenza poetica, ovvero
riprendono a parlare, a dire qualcosa di nuovo: lamiere lacerate vengono curate, riprendono a respirare; pezzi di carta e cartone
compongono superfici che mettono l’occhio dello spettatore a proprio agio. Le tele sono invece lo spazio in cui tutta questa
volontà si slega dall’oggetto: in queste esiste semplicemente la pittura. (Matteo Rubbi)
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