east - numero39

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Anche l’Islam indiano
celebra il Ramadan
RELIGIONI
L’Islam in India non è religione di Stato. Il governo di Delhi, per quanto laico, è sempre stato più incline all’induismo. Anzi, nei decenni passati, la negligenza delle istituzioni ha facilitato gli scontri diretti tra le
istanze estremistiche di tutte le confessioni. Indù,
musulmani, sikh e, in alcuni casi, buddhisti hanno
sparso sangue in uguale misura per far prevalere
il proprio credo. Oggi, però, sembra che il governo
federale abbia trovato una possibile quadratura
del cerchio.
testo e foto di Antonio Picasso
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a ricchezza di questa terra è data dalle nostre tradizioni, che si sposano con la parola di Allah». Sakineh
non osa alzare lo sguardo dai suoi lavori domestici. Però
parla con decisione. Il suo inglese è cadenzato dalla pronuncia gutturale della lingua kashmira, così ruvida rispetto all’hindi e all’urdu. «La nostra è una famiglia che
rispetta valori che voi occidentali avete abbandonato da
tempo». Quindi si scioglie in un forte abbraccio alla madre, la quale si limita a rispondere con un timido sorriso.
La padrona di casa appare in imbarazzo per questa spontaneità della figlia messa a nudo di fronte a un estraneo
che osserva la loro quotidianità. Ramadan in Kashmir: alle volte è il caso di metter da parte le questioni politiche e
le violenze che ne scaturiscono. Questa terra è in continua
ebollizione. Tuttavia, per comprenderla a fondo è utile riflettere sulla sua identità e su quella che è la vita domestica del popolo kashmiro.
Quella degli Sheikh è una famiglia musulmana come
tante altre. I lutti si intrecciano ai sacrifici. Da ciò sgorga
una percepibile fierezza. Il padre è mancato circa quindici anni fa. Una morte naturale. Episodio raro in Kashmir,
dove molti uomini sono morti combattendo. Il defunto
capofamiglia ha lasciato sulle spalle dell’unico figlio maschio, allora dodicenne, l’onere di lavorare per mantenere la madre e le sue tre sorelle.
Per la prima è impossibile trovare un lavoro: non è pensabile che una vedova esca dal suo focolare. Le ragazze
sono destinate a un matrimonio combinato. «Non possiamo allontanarci dalle nostre usanze», commenta Zahoor,
27 anni, tanta decisione, ma, ogni tanto, un velo di tristezza. «Mi sento solo. Ma non posso far altro. Cosa direbbe
la gente se una delle mie sorelle lavorasse? Che io non sono in grado di mantenerla. Ecco cosa direbbero!» Non è
il Corano a congelare questo mondo, bensì un insieme di
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tradizioni e resistenze psicologiche, il tutto fondato sulla convinzione di percorrere la strada giusta.
«Voi non siete più così affettuosi!», aggiunge Sakineh.
Sakineh: come quella donna rinchiusa nelle carceri iraniane perché si è opposta al regime degli ayatollah. Finita nel dimenticatoio delle notizie scadute. Dev’essere il
nome a dar forza a chi lo porta. Questa giovane kashmira
infatti ha appena 19 anni, il suo destino è scritto nelle pagine delle usanze secolari del suo mondo. Potrebbe abbandonarsi all’indolenza, come avviene per molte sue
coetanee a Srinagar: accettare quel che la famiglia decide
per lei – casa, matrimonio, figli e nient’altro. Invece, difende la sua identità. Sconcerta, però, come la sua battaglia sia in nome di quella stessa rigidità culturale di cui
in Occidente si pensa che le donne islamiche siano vittime. «È giusto che la mia famiglia sia favorevole al mio matrimonio. Come potrei portare in casa di mia madre una
persona che lei non apprezza?» Eppure qualcosa si muove: «Quello che non potrò accettare è andarmene da casa
mia. Perché dev’essere sempre la sposa ad abbandonare
i propri genitori e a spostarsi in un mondo che non conosce? Mio fratello è d’accordo con me: sarà il mio sposo a
venire qui. Così potrò stare sempre con mia madre». Saeast . europe and asia strategies
kineh alza gli occhi e mostra un sorriso deciso. I matrimoni combinati restano, sono le donne a volerlo. Tuttavia,
le ragazze stanno acquisendo lentamente un diritto di parola che, per le loro madri, era inimmaginabile.
Il Kashmir, ma più in generale l’Islam indiano, è un
mondo a sé. La cultura locale si intreccia con quella del
Subcontinente. Ma non è indiana. Il Corano viene osservato, ma non pedissequamente come nel vicino Pakistan.
A
l di là della lotta per l’autodeterminazione, l’intreccio di culture e confessioni religiose ha imposto all’Islam di adeguarsi al cosmopolitismo che è proprio dell’India. Il mese di Ramadan, la festa più sacra per i musulmani, è vissuto in maniera elastica. Entrando nelle case, durante le ore più calde della giornata, si incontra sempre qualcuno che si nasconde per sorseggiare una tazza
di chai – il tè bollito direttamente con il latte – oppure a
fumare furtivamente una sigaretta. Tutto di soppiatto: ufficialmente il digiuno va rispettato. «Questa è la volontà
di Allah», spiegano tra una boccata e l’altra. Poi, verso le
sette di sera, il muezzin proclama l’iftar, l’interruzione
del digiuno quotidiano. La gente corre velocemente a casa per festeggiare. Le luci delle abitazioni si accendono e
numero 39 . dicembre 2011
dalle cucine si propaga un profumo di spezie. Quella vita che, apparentemente, si era interrotta con il sorgere del
sole, torna a pullulare sotto le stelle. Del resto, è difficile
obbedire a canoni tanto rigidi. Il calore monsonico di Delhi e il forte sole delle regioni settentrionali sono un ostacolo: chi lavora non può permettersi una restrizione come il digiuno per tutto il giorno.
Le contraddizioni interne alla comunità islamica del
Subcontinente – 160 milioni di persone – si intrecciano
con la difficile convivenza con le altre confessioni.
L’Islam in India non è religione di Stato. Il governo di Delhi, per quanto laico, è sempre stato più incline all’induismo. Anzi, nei decenni passati, la negligenza delle istituzioni ha facilitato gli scontri diretti tra le istanze estremistiche di tutte le confessioni. Indù, musulmani, sikh e, in
alcuni casi, buddhisti hanno sparso sangue in uguale misura per far prevalere il proprio credo. Oggi, però, sembra che il governo federale abbia trovato una possibile
quadratura del cerchio. Merito, sul lungo periodo, della
tradizione democratica introdotta dalla dinastia GandhiNehru. Le autorità del Jammu Kashmir e di altri Stati federati, a maggioranza musulmana, rispettano il Ramadan.
Questo permette una maggiore coincidenza con l’opinio129
ne pubblica. Si prenda il caso Deoband: centro universitario di studi islamici, secondo solo all’ateneo cairota di
al Azhar, è sotto la giurisdizione delle autorità federate
dell’Uttar Pradesh. L’università è divenuta il faro ideale
dell’ortodossia sunnita di tutta l’Asia centro-meridionale. Tuttavia, nel Kashmir e nel Punjab si è radicata la tradizione sufi, la corrente mistica del Corano, osteggiata e
perseguitata dagli stessi deobandi. I poeti del passato e i
cantanti di oggi sono un mito per le nuove generazioni.
Nel novembre 2009, un anno dopo il massacro di
Mumbai, l’ateneo di Deoband ha ripudiato ufficialmente la violenza come strumento di proselitismo. Si è trattato di una presa di posizione inaspettata, in quanto,
spesso, lo stesso centro di studi è stato indicato come una
delle fonti di ispirazione ideologica della lotta talebana
in Afghanistan. Negli anni Novanta infatti, la coincidenza di prospettive fra le idee deobandi e il wahabismo – la
corrente religiosa che ispira il conservatorismo della monarchia saudita – ha portato entrambe le scuole di pen130
siero ad appoggiare il movimento talebano. Puritanesimo e fondamentalismo sono stati utilizzati come giustificazione ideologica dagli studenti armati afghani per
combattere e annientare qualsiasi manifestazione takfir
(‘empia’). Tuttavia, Deoband è un mito più per gli analisti occidentali che per l’opinione pubblica locale. Il supposto centro del fondamentalismo non è quello che si
crede che sia. I musulmani indiani la conoscono appena. C’è chi l’ha sentita nominare, mentre alcuni non sanno neppure localizzarla sulla carta geografica. «Ha una
università? Non lo sapevo».
Il 31 agosto, il giorno dell’Eid – che decreta la fine del
digiuno – i ragazzi di Srinagar si recano alla moschea per
la preghiera collettiva. Vestiti di bianco e con uno zucchetto di lino in testa – come da precetto – si stringono in
fraterni abbracci. Fanno loro da cornice i turbanti variopinti e le barbe allisciate di alcuni sikh. In questo mondo
di guerra che cova sotto la cenere, si assiste a inaspettate
scene di tolleranza.
Il Kashmir, lembo di terra che anela all’indipendenza
e per il quale India e Pakistan si fronteggiano da decenni,
è capace di offrire una tale spontaneità. «Ma è appunto
questa la nostra ricchezza!», commenta Syed Ali Geelani, grande vecchio dell’indipendenza kashmira. Quest’uomo di oltre 90 anni non ha fatto altro nella vita che
contrastare l’India. «Non in nome del Corano, ma per l’indipendenza di tutti i kashmiri». Sebbene aggiunga: «Certo, da Allah non possiamo che trarre la giusta ispirazione per la nostra causa». Tuttavia, è difficile trovare un leader religioso islamico in India tanto incongruente come
Geelani. A maggio sua è stata l’opposizione più strenua
all’uccisione di Osama bin Laden. «Avrebbero dovuto arrestarlo e processarlo. Era un uomo che credeva nel Corano». Dichiarazioni, queste, che l’anziano mullah vuol
far arrivare in maniera gentile. Così, nel rispetto della proverbiale ospitalità asiatica, viene servito un vassoio colmo di dolciumi e del tè. «Gradisca pure», dice accompagnando le parole con un gesto di apertura delle mani.
«Noi digiuniamo, ma non imponiamo l’Islam a nessuno».
R
amadan in Kashmir: in questo lembo del Subcontinente, a un passo dalla frontiera con il Pakistan, il
mese sacro è vissuto in nome della pace. È la società civile a chiederlo. E lo esprime nella maniera più aperta. La
notte tra il 27 e il 28 agosto tutte le moschee hanno celebrato la funzione più lunga dell’anno musulmano: otto
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ore ininterrotte di preghiera. Nella moschea di Madjid a
Srinangar, Mirwaiz Umar Farooq, guida spirituale dell’Islam kashmiro ha invocato la pace.
Ma non ha mancato di ricorrere a quel concetto di “libertà e autodeterminazione”, che ha ben poco di liturgico. Le autorità indiane lo hanno lasciato parlare. Tuttavia, gli abbracci e i sorrisi dei giovani contrastano con lo
schieramento di militari in assetto antisommossa per le
strade: libertà di parola e di preghiera, ma controllo armato della quotidianità.
«Questo è il problema», prosegue Geelani. «Le loro restrizioni draconiane sono una catena per tutti». L’anziano leader è agli arresti domiciliari. «Non posso nemmeno andare in moschea a pregare!» D’altro canto, omette
di dire che è proprio dai luoghi di culto che il suo messaggio di lotta viene trasmesso alle nuove generazioni di
potenziali mujaheddin.
L’occidentale, girando nelle strade di Srinagar, viene
coinvolto in lunghe conversazioni, con il fine di portarlo
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da un lato a sostenere la causa politica, dall’altro alla conversione. «L’Islam è l’unica via per la conquista del paradiso. Non ci sono altre strade. Una persona potrà essere
la migliore del mondo, ma finché non abbraccia il Corano non può sperare nella salvezza». Mette quasi imbarazzo la serenità con cui uno studente della madrasa locale,
su un autobus stracolmo e sgangherato, approccia il discorso. La barba è lunga e gli abiti sono candidi. I suoi colleghi di scuola lo ascoltano affascinati. La sua voce, bassa ma delicata, stride con il traffico della città. L’inglese è
perfetto. Gli altri passeggeri del pullman osservano la scena in silenzio. Non è facile staccarsi da un tentativo di
proselitismo tanto pressante.
«Restiamo legati ai valori più antichi, ma la struttura è
in evoluzione». Le riflessioni di Sakineh stordiscono ulteriormente dopo quella mezz’ora di tentato lavaggio del
cervello da parte del giovane ulema. Entrambi figli di un
Islam censurato da Delhi, perché ritenuto fondamentalista, ma in cammino verso chissà quale trasformazione.
.
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