Gaetano Pelella La giurisdizione interna della Camera dei deputati tra principi costituzionali e principi sopranazionali. L’autodichia alla prova della Convenzione europea dei diritti dell’uomo 1 - Introduzione; 2 - Gli organi giudicanti interni della Camera dei deputati. Origini storico-giuridiche; 2.1 - Il regolamento per la tutela giurisdizionale dei dipendenti. La Commissione giurisdizionale per il personale e la Sezione giurisdizionale dell’Ufficio di Presidenza; 2.2 - La giurisprudenza del periodo pre-repubblicano che negava la giurisdizione del giudice comune sugli atti di amministrazione degli organi parlamentari; 2.3 - La giurisprudenza del periodo repubblicano. In particolare, gli orientamenti della Corte costituzionale; 2.4 - Il regolamento per la tutela giurisdizionale relativa agli atti di amministrazione della Camera dei deputati non concernenti i dipendenti; 3 - Il dibattito giurisprudenziale attuale sull’autodichia; 3.1 - La giurisprudenza della Corte di cassazione; 3.1.1 - La giurisprudenza della Corte di cassazione nei casi in cui ha riconosciuto sussistente l’autodichia; 3.1.2 - La giurisprudenza della Corte di cassazione nei casi in cui non ha riconosciuto sussistente l’autodichia; 3.2 - La giurisprudenza dei giudici di merito e del Consiglio di Stato; 4 - L’autodichia della Camera alla prova della Convenzione europea dei diritti dell’uomo; 4.1 - Premessa; 4.2 - Sull’applicabilità dell’articolo 6, § 1, della Convenzione europea dei diritti dell’uomo alle controversie della Camera con i propri dipendenti; 4.3 - Le principali critiche all’autodichia della Camera dei deputati avanzate in sede europea; 4.3.1 - L’ipotizzata mancanza di una disciplina «con legge» dei giudici domestici; 4.3.2 - L’asserita mancanza di indipendenza dei giudici domestici; 4.3.3 - L’ipotizzato difetto di terzietà dei giudici domestici; 4.4 - Le ragioni che ancora inducono a ritenere compatibile l’autodichia con l’articolo 6 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo; 4.4.1 - Sulla presenza di uno scopo legittimo; 4.4.2 - Sulla sussistenza di un rapporto di ragionevole proporzione tra i mezzi impiegati e lo scopo perseguito; 5 - Conclusioni. 1 - Introduzione Affrontare le delicate problematiche connesse al tema dell’autodichia della Camera dei deputati – con ciò intendendosi, in questa sede, quel Il_Parlamento_della_Repubblica_14_Tomo_I.indd 237 18/02/13 07:23 238 Gaetano Pelella particolare fenomeno giuridico secondo il quale sono gli organismi interni alla Camera stessa (istituiti e disciplinati da appositi regolamenti), e non la magistratura comune, a giudicare in via esclusiva e definitiva i ricorsi avverso gli atti e i provvedimenti adottati dall’Amministrazione, presentati dai dipendenti o dai terzi (1) – comporta, oggi più che mai, la necessità di prendere atto dell’esistenza di due blocchi interpretativi nettamente contrapposti: l’uno, di carattere dottrinale, che, salvo rarissime eccezioni (2), ritiene concordemente che l’autodichia, in quanto forma di “giurisdizione domestica”, contrasti con una molteplicità di disposizioni costituzionali e sopranazionali concernenti i diritti fondamentali dell’uomo e la giurisdizione (e in special modo, con gli articoli 24, 108, 111 e 113 della Costituzione e con gli articoli 6 e 13 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo) (3); e l’altro, di origine giurisprudenziale, che, in particolare dopo la pronuncia della celeberrima sentenza della Corte costituzionale n. 154 del 23 maggio 1985, ha sempre sostanzialmente riconosciuto – sia pure con sfumature e precisazioni di tenore diverso – la legittimità degli organi dell’autodichia e delle procedure da essi seguite, in ragione della necessità di salvaguardare l’indipendenza e l’autonomia dell’istituzione parlamentare dalla possibile ingerenza di altri poteri dello Stato (4). Lungi, però, dall’esaurirsi nella semplice presa d’atto di due orientamenti ermeneutici contrastanti, le cui rispettive, approfondite argomentazioni sono state nel tempo già scandagliate a fondo da parte di autorevoli autori e corti giudicanti, la tematica in esame ha recentemente acquisito una particolare rilevanza ed attualità in considerazione di due elementi di novità particolarmente significativi. Il primo consiste nel progressivo “espandersi”, per espressa previsione regolamentare, della giurisdizione interna non solo della Camera dei deputati, ma anche del Senato della Repubblica: giurisdizione che non è più limitata, secondo tradizione, alle sole controversie con i dipendenti o con gli ex dipendenti che lamentano la lesione di situazioni giuridicamente rilevanti di norma legate al loro status giuridico ed economico – nonché alle contestazioni promosse dai candidati ai concorsi banditi per l’assunzione di personale di ruolo e non di ruolo –, ma che oramai si estende alla cognizione dei ricorsi avverso tutti gli atti amministrativi adottati dalle Amministrazioni delle predette Istituzioni, anche se presentati da soggetti ad esse estranei. Così – come si avrà modo di precisare oltre –, sono state “attratte” alla giurisdizione interna le impugnative concernenti le procedure di gara per l’affidamento di appalti pubblici (5), i dinieghi di accesso agli atti amministrativi (6), Il_Parlamento_della_Repubblica_14_Tomo_I.indd 238 18/02/13 07:23 La giurisdizione interna della Camera dei deputati 239 il versamento di emolumenti ai deputati (7), il trattamento dei dati personali (8), il versamento di corrispettivi dovuti a consulenti esterni da parte di organi parlamentari (9). Il secondo elemento, che costituisce senz’altro un’assoluta novità nel panorama del dibattito dottrinale e giurisprudenziale sulla questione, è rappresentato dal recente deposito di alcuni ricorsi presso la Corte europea dei diritti dell’uomo (CEDU) da parte sia di dipendenti della Camera, che pretendevano il pagamento di talune indennità previste solo dalle leggi statali e non dai regolamenti camerali, sia di soggetti ad essa estranei, che avevano impugnato l’atto di esclusione da un concorso per l’assunzione di assistenti parlamentari. Come si avrà modo di approfondire nei paragrafi che seguono, i ricorsi in questione mirano a “colpire al cuore” l’autodichia degli organi costituzionali, ed in particolare della Camera dei deputati, in quanto contestano che le istanze giudicanti interne possano definirsi – come richiede l’articolo 6, § 1, della Convenzione europea dei diritti dell’uomo e come oramai esige anche l’articolo 111 della Costituzione, il cui testo è stato modificato dalla legge costituzionale n. 2 del 1999 – «indipendenti, imparziali e costituite dalla legge» e, dunque, che esse possano essere qualificate come organi «giurisdizionali», innanzi ai quali poter svolgere un «giusto processo». A parere di molti degli “addetti ai lavori”, l’attivazione di rimedi presso le corti di giustizia internazionali rappresenta l’unico strumento per rimeditare dalle fondamenta questo antico istituto e per vagliarne la compatibilità con i principi fondamentali dell’ordinamento, posto che la magistratura italiana, ivi compresa la Corte di cassazione – dopo la pronuncia della citata sentenza della Corte costituzionale n. 154 del 1985 – ha sempre dichiarato inammissibile la questione di legittimità costituzionale delle norme dei regolamenti parlamentari che istituiscono e disciplinano il sistema dell’autodichia, riproponendo – talvolta, invero, con formule tralatizie – l’oramai consolidato “dogma” (sancito appunto dalla predetta sentenza del giudice delle leggi) secondo il quale i regolamenti parlamentari, non rientrando formalmente tra gli atti citati dall’articolo 134, primo alinea, della Costituzione, non sono soggetti al sindacato di legittimità costituzionale da parte della Consulta. Occorre notare, in effetti, che i giudici italiani non hanno più sollecitato alcuna nuova valutazione della problematica in parola da parte della Corte costituzionale (la cui ultima pronuncia sul tema, dunque, risale a circa ventitré anni fa) né, d’altra parte, hanno affrontato le controversie sottoposte alla loro cognizione tenendo conto delle molteplici critiche provenienti Il_Parlamento_della_Repubblica_14_Tomo_I.indd 239 18/02/13 07:23 240 Gaetano Pelella quasi unanimemente dalla dottrina. In particolare, poi, quasi nessuna delle sentenze adottate in materia ha valutato la compatibilità del sistema dell’autodichia con i principi convenzionali e comunitari sul «giusto processo». D’altra parte, può altresì evidenziarsi come i due rami del Parlamento non abbiano deciso di sollevare conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato, di cui all’articolo 134, secondo alinea, della Costituzione, nei confronti dell’autorità giudiziaria comune nei casi, anche recenti, in cui questa ha affermato la sussistenza della giurisdizione del giudice amministrativo o ordinario in relazione alla cognizione di particolari tipi di controversie – diverse da quelle riguardanti il personale dipendente – concernenti appunto la Camera e il Senato (10). Di qui l’inevitabilità, ad avviso di chi scrive, dell’ “approdo” ad un giudice sopranazionale, la Corte europea dei diritti dell’uomo, che finora non si è mai occupata del tema, e a cui, peraltro, è oggi possibile accedere in modo relativamente semplice: il ricorso è, infatti, proponibile direttamente dalla singola persona fisica che ritenga di essere vittima di una violazione da parte di uno Stato contraente, senza alcuna necessità di un previo filtro da parte della magistratura nazionale (cfr. articolo 34 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo). L’atto introduttivo del giudizio, poi, può essere scritto in italiano ed inviato alla Corte con semplice raccomandata. Infine, salvo diversa richiesta delle parti, il processo prosegue e si conclude, per prassi, esclusivamente mediante la presentazione di memorie scritte, senza necessità di dibattito orale in udienza presso la sede di Strasburgo. Tale novità desta particolare interesse, poiché il giudice europeo non è condizionato dagli assiomi ermeneutici maturati nel tempo in sede nazionale e, soprattutto, non è limitato, quanto all’ambito della sua giurisdizione, da una disposizione quale quella contenuta nell’articolo 134, primo alinea, della Costituzione, che ha sinora giustificato l’inammissibilità del sindacato giurisdizionale sui regolamenti parlamentari. L’orientamento della Corte europea, pertanto, sarà sicuramente di grande importanza per le sorti dell’autodichia: se i ricorsi verranno respinti, infatti, il sistema di giustizia interna della Camera troverà un nuovo e fondamentale pilastro sul quale ulteriormente consolidarsi; diversamente, occorrerà meditare sulle ipotesi di riforma del sistema, nel solco dei principi e dei rilievi che verranno indicati (11). Nel frattempo, lo scopo che questo scritto si prefigge di raggiungere è quello non solo di riepilogare sinteticamente, anche in una prospettiva volta ad individuarne le origini storiche, le norme che disciplinano gli organi Il_Parlamento_della_Repubblica_14_Tomo_I.indd 240 18/02/13 07:23 La giurisdizione interna della Camera dei deputati 241 giudicanti interni della Camera – messe peraltro a confronto con quelle previste dagli altri organi costituzionali che, nel tempo, hanno maturato un’esperienza analoga (Senato, Corte costituzionale e Presidenza della Repubblica) – ma anche di evidenziare i principali arresti giurisprudenziali in materia intervenuti negli ultimi dieci anni e, soprattutto, quello di sottolineare quali siano le ragioni per cui, ad avviso di chi scrive, è ancora possibile ritenere – proprio grazie alla disamina della giurisprudenza della Corte di giustizia dell’Unione europea, nonché della Corte europea di Strasburgo, e sia pure nella consapevolezza dell’esistenza di aspetti fortemente problematici che dovrebbero comunque far riflettere sull’opportunità di talune riforme – che l’autodichia sia sostanzialmente compatibile con le esigenze fondamentali del «giusto processo», così come espresse dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo e ribadite dalla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea proclamata a Nizza il 7 dicembre 2000 (12). 2 - Gli organi giudicanti interni della Camera dei deputati. Origini storicogiuridiche Per una più agevole lettura delle problematiche che saranno esposte nei paragrafi che seguono, pare opportuno riepilogare sinteticamente quali sono le istanze interne alla Camera dei deputati, cui è demandata la risoluzione delle controversie con i dipendenti e con i terzi, nonché le ragioni storicogiuridiche per cui esse sono nate. 2.1 - Il regolamento per la tutela giurisdizionale dei dipendenti. La Commissione giurisdizionale per il personale e la Sezione giurisdizionale dell’Ufficio di Presidenza Per quanto concerne gli organi che giudicano sulle controversie con i dipendenti – nonché con i candidati ai concorsi per l’assunzione a contratto e nei ruoli della Camera – è noto che solo il 28 aprile 1988, con deliberazione dell’Ufficio di Presidenza resa esecutiva con decreto del Presidente n. 420 del 16 maggio successivo, è stato approvato il regolamento per la tutela giurisdizionale dei dipendenti (d’ora in avanti RTG), che ha istituito un’istanza di primo grado, la Commissione giurisdizionale per il personale (cfr. articolo 3), ed un’altra di secondo grado, la Sezione giurisdizionale dell’Ufficio di Il_Parlamento_della_Repubblica_14_Tomo_I.indd 241 18/02/13 07:23 242 Gaetano Pelella Presidenza (cfr. articolo 6), la quale – salvo che il Presidente della Camera ritenga che, per la particolare rilevanza delle questioni controverse, l’esame del ricorso debba essere rimesso al plenum dell’Ufficio di Presidenza (cfr. articolo 6-bis, comma 2) (13) – giudica in appello in via definitiva. Coerentemente con quanto statuisce l’articolo 24 della Costituzione, il citato regolamento prevede che i dipendenti della Camera dei deputati, in servizio o in quiescenza – nonché, come detto, i partecipanti alle procedure concorsuali per l’accesso ai ruoli – possano presentare ricorso per la tutela dei propri diritti e interessi legittimi contro gli atti ed i provvedimenti, anche di carattere generale, adottati dall’Amministrazione (cfr. articoli 1 e 2), nonché contro i provvedimenti degli organi della Camera aventi contenuto di atto politico o di alta amministrazione (cfr. articolo 2, comma 2). In tale ultimo caso, però, gli atti sono impugnabili solo per incompetenza, violazione di legge o di regolamento e non, come avviene in via generale (cfr. articolo 2, comma 1), per eccesso di potere. La Commissione giurisdizionale per il personale è nominata con decreto del Presidente della Camera ed è composta di sei membri scelti, mediante sorteggio, da un elenco di deputati in carica (in possesso di particolari requisiti tecnici, come l’essere magistrato, professore universitario in materie giuridiche, avvocato), formato sulla base di liste di venti deputati designati, rispettivamente, dal Presidente della Camera, dal Segretario generale nonché, d’intesa tra loro, dalle organizzazioni sindacali (cfr. articolo 3, comma 2). In modo analogo vengono nominati tre membri supplenti. Il presidente della Commissione è designato dal Presidente della Camera tra i componenti della Commissione stessa (cfr. articolo 3, comma 3). Diversamente, la Sezione giurisdizionale dell’Ufficio di Presidenza è presieduta dal Presidente della Camera ed è composta da altri quattro membri, nominati dall’Ufficio di Presidenza medesimo tra i propri componenti, su proposta del Presidente. Allo stesso modo vengono nominati due membri supplenti (cfr. articolo 6, comma 1-ter). Non è prevista la necessità del possesso di particolari requisiti tecnico-professionali, come invece accade per i membri della Commissione giurisdizionale. Può altresì notarsi che, in via di prassi, finora sempre confermata, il Presidente della Camera, all’inizio di ogni legislatura, delega stabilmente un Vicepresidente a presiedere detto organo di appello. Le procedure seguite per la trattazione dei ricorsi, come si avrà modo di dire più approfonditamente nei paragrafi che seguono, ricalcano in larga misura quelle seguite dai TAR e dal Consiglio di Stato, tant’è che l’arti- Il_Parlamento_della_Repubblica_14_Tomo_I.indd 242 18/02/13 07:23 La giurisdizione interna della Camera dei deputati 243 colo 9 RTG espressamente dispone che, per quanto non previsto da detto regolamento, valgono, in quanto applicabili, le norme di procedura di cui alla legge n. 1034 del 1971 (Istituzione dei Tribunali amministrativi regionali) ed al regio decreto n. 642 del 1907 (Regolamento per la procedura dinnanzi alle sezioni giurisdizionali del Consiglio di Stato). Ciò che in questa sede è interessante evidenziare è che il regolamento per la tutela giurisdizionale dei dipendenti fu approvato nel 1988 al chiaro scopo di colmare un vuoto di tutela giurisdizionale che si era venuto a creare nel tempo proprio ai danni dei dipendenti dell’organo costituzionale. Infatti, da un lato, il Regolamento generale ed il regolamento dei servizi e del personale contemplavano esclusivamente una modalità di definizione sostanzialmente amministrativa delle controversie, demandata in ultima istanza all’Ufficio di Presidenza, e, dall’altro, i giudici comuni negavano la propria giurisdizione sulle medesime controversie, mentre la Corte costituzionale avallava, con orientamenti interpretativi maturati già prima della pronuncia della famosa sentenza n. 154 del 1985, tali forme di esenzione dalla giurisdizione medesima. Nei capoversi che seguono si intende, appunto, illustrare come si è formato e consolidato nel tempo l’indirizzo della giurisprudenza che ha sancito il difetto della giurisdizione del giudice comune in relazione ai ricorsi presentati dai dipendenti degli organi costituzionali e che, di fatto, ha “imposto” l’adozione di istanze e di procedure giurisdizionali interne a detti organi, finalizzate alle risoluzione delle relative controversie. 2.2 - La giurisprudenza del periodo pre-repubblicano che negava la giurisdizione del giudice comune sugli atti di amministrazione degli organi parlamentari In proposito, è opportuno innanzitutto ricordare che, già prima dell’avvento della Repubblica e dell’istituzione della Corte costituzionale, era pacifico in giurisprudenza e nell’ambito della dottrina maggioritaria l’indirizzo ermeneutico secondo il quale il Consiglio di Stato fosse sfornito di giurisdizione sui ricorsi presentati avverso gli atti di amministrazione delle Camere e, segnatamente, su quelli concernenti il personale dipendente. Con la prima sentenza che si occupò della questione (la n. 415 del 9 novembre 1898), la IV sezione del Consiglio di Stato, adita da un tale architetto Parboni per contestare l’esclusione dalla procedura per l’aggiudicazione dell’incarico di progettazione della nuova aula della Camera dei deputati, dichiarò inammissibile il ricorso sulla base del rilievo che «all’atto impu- Il_Parlamento_della_Repubblica_14_Tomo_I.indd 243 18/02/13 07:23 244 Gaetano Pelella gnato manca il carattere dell’atto amministrativo ai sensi dell’articolo 24 della legge 2 giugno 1889». (14) La richiamata disposizione, infatti – riprodotta poi nell’articolo 22 del testo unico n. 639 del 1907 e, da ultimo, nell’articolo 26, primo comma, del testo unico n. 1054 del 1924 – attribuiva al giudice amministrativo la decisione «sui ricorsi per incompetenza, violazione di legge o per eccesso di potere contro atti e provvedimenti di un’autorità amministrativa o di un corpo amministrativo deliberante, che abbiano per oggetto un interesse d’individui o di enti morali giuridici, quando i ricorsi medesimi non siano di competenza dell’autorità giudiziaria (...)». Al medesimo orientamento si attenne la stessa IV sezione del Consiglio di Stato, investita del ricorso di un dipendente della Camera in materia di rapporto di impiego, allorché, con la decisione n. 490 del 12 agosto 1927, accolse l’eccezione di improponibilità del ricorso medesimo. In questa occasione, la motivazione del giudice amministrativo fu davvero completa ed esauriente: per la sua rilevanza e per l’influenza che essa ha avuto nel tempo sugli orientamenti interpretativi del giudice amministrativo, se ne riportano di seguito ampi passaggi. Nel definire quali atti siano suscettibili di ricorso in questa sede la legge ebbe presente non già il punto di vista materiale del contenuto degli atti stessi bensì quello formale degli organi da cui essi promanano: e tali organi sono precisamente quelli che costituiscono nel loro insieme il potere esecutivo in senso lato, gli organi, singoli o collegiali, diretti e indiretti dello Stato, per mezzo dei quali questo esplica la sua funzione amministrativa, quella attività cioè che è intesa al soddisfacimento degli interessi collettivi di difesa, d’ordine e di benessere sociale che esso comprende nei suoi fini. Per giudicare quindi della competenza del Collegio e della proponibilità del gravame secondo l’articolo 26, occorre considerare la natura dell’organo che ha emesso l’atto impugnato. Questo principio che già chiaramente emerge dalla stessa lettera della legge trova piena rispondenza e conferma nelle ragioni che hanno determinato la creazione dell’istituto di giustizia amministrativa. Come appare da tutta l’elaborazione dottrinale che portò alla riforma attuale con la legge 31 marzo 1889, n. 5992, e dai lavori parlamentari a questa relativi, la IV sezione del Consiglio di Stato fu istituita, come organo nel seno stesso dell’Amministrazione, per la difesa di quegli interessi che, lesi da un’autorità amministrativa, erano dalla legislazione del 1865 (la quale sopprimendo i tribunali del contenzioso amministrativo aveva deferito alla cognizione degli organi del potere giudiziario soltanto le violazioni del diritto civile e politico) imperfettamente tutelati col ricorso gerarchico e col ricorso straordinario al Re. Il nuovo e più completo rimedio fu creato ad integrazione di quello preesi- Il_Parlamento_della_Repubblica_14_Tomo_I.indd 244 18/02/13 07:23 La giurisdizione interna della Camera dei deputati 245 stente: epperò le autorità a cui si ebbe riguardo dalla legge del 1889 furono sempre quelle che, secondo il precedente sistema, erano reputate organicamente e formalmente amministrative, ossia le autorità del potere esecutivo, e gli atti impugnabili innanzi al nuovo organo amministrativo furono quei medesimi e non altri avverso i quali per l’innanzi erano consentiti i ricorsi non contenziosi. Ora, ciò posto, se non è dubbio che la Camera dei deputati è un organo dello Stato, è però altrettanto certo che quest’organo attende ad una funzione ben diversa e distinta da quella attribuita agli organi del potere esecutivo. Le Camere legislative sono organi della attività di legislazione, non dell’attività di amministrazione dello Stato; e per quanto riguarda il modo di esercizio di questa loro funzione, esse hanno riconosciuta dall’articolo 61 dello Statuto fondamentale del Regno assoluta indipendenza dal potere esecutivo; né alcuna legge esiste che abbia, successivamente, limitato questo loro diritto di provvedere con piena autonomia alla loro organizzazione e alla loro gestione patrimoniale. Le deliberazioni della Camera dei deputati prese sia con l’intervento collegiale dei suoi componenti sia per mezzo dei suoi organi interni (uffici di Questura, Consigli di Presidenza e via dicendo) attengono all’esercizio di quel diritto e sono intese al fine di esercitare in modo migliore la funzione che della Camera è propria, non già al conseguimento di quegli scopi di attività giuridica e sociale nell’interesse generale, cui attendono per la loro specifica attribuzione, gli organi amministrativi dello Stato. Perciò la Camera dei deputati, anche in questi casi, non muta la sua natura di organo legislativo né, perché compia atti che per il loro contenuto sono amministrativi in senso sostanziale, può mai considerarsi autorità amministrativa. Donde segue che tali atti, insindacabili amministrativamente, nemmeno possono a termini dell’articolo 26, più volte ricordato, essere denunziati al Consiglio di Stato per un eventuale annullamento (15). Come può notarsi dalla lettura degli stralci della sentenza in parola, la IV sezione del Consiglio di Stato, facendo propria la dottrina classica secondo cui può essere qualificato come «atto amministrativo» solo quello che sia non solo oggettivamente ma anche soggettivamente tale, arrivava ad escludere il sindacato giurisdizionale degli atti adottati dalle due Camere legislative, non potendo queste essere ascritte, sotto il profilo soggettivo, nel novero delle autorità amministrative o dei corpi amministrativi deliberanti. A tale esito ermeneutico si perveniva in forza della diffusa convinzione – condivisa dalla maggioranza degli studiosi dell’epoca (16) – che la Camera ed il Senato, anche quando adottavano atti sostanzialmente amministrativi, non potessero essere ricondotti, per la loro posizione di organi costituzionali autonomi, al circuito del potere esecutivo facente capo in ultima analisi al Il_Parlamento_della_Repubblica_14_Tomo_I.indd 245 18/02/13 07:23 246 Gaetano Pelella Re, perché, di conseguenza, da esso avrebbero dovuto subire gli (inammissibili) controlli previsti per tutte le autorità amministrative dipendenti dal Governo: in primo luogo, quello derivante dall’istituto del ricorso straordinario al Re (oggi corrispondente al ricorso straordinario al Presidente della Repubblica); e, in secondo luogo, proprio quello del Consiglio di Stato in sede giurisdizionale che – occorre sottolinearlo – prima della emanazione della Costituzione repubblicana del 1948 non era pacificamente concepito come un giudice indipendente ed imparziale, ma, più diffusamente, come «un Tribunale che rimane nella sfera del potere esecutivo, da cui prende la materia e le persone che lo devono mettere in atto», nonché come «un corpo deliberante che il potere esecutivo forma con elementi scelti nel suo seno a sindacatore dei suoi atti per mantenere la sua azione nei limiti della legalità», (cosí si esprimeva il Crispi, proponente del disegno di legge istitutivo della IV sezione del Consiglio di Stato) (17). La preoccupazione di fondo che dunque animava la scienza giuridica dell’epoca era prevalentemente quella di evitare che le Assemblee legislative potessero essere in qualche modo condizionate – anche solo limitatamente in ordine all’esercizio delle prerogative di autorganizzazione interna – dal potere esecutivo (comprensivo di tutte le sue articolazioni autoritative) e, segnatamente, dal Sovrano. Diversamente, deve sottolinearsi che analogo timore non era sentito con riguardo ai tribunali ordinari, poiché non si dubitava che, nel caso – ritenuto in verità piuttosto residuale – di lesione di «diritti civili e politici» (cioè, di diritti soggettivi) da parte degli organi parlamentari nei confronti di soggetti terzi a questi estranei, la relativa controversia dovesse essere devoluta alla giurisdizione ordinaria (18). In definitiva, dunque, il sistema di tutela delle posizioni giuridiche soggettive dei cittadini venutosi a creare in quell’epoca appariva nel suo complesso coerente: fermo restando, infatti, che – a seguito dell’approvazione della legge sul contenzioso amministrativo del 1865 n. 2248, allegato E, come noto ancora oggi vigente – tutte le materie nelle quali si facesse «questione di un diritto civile o politico», cioè di un diritto soggettivo, erano devolute alla giurisdizione ordinaria (cfr. articolo 2), la cognizione delle controversie concernenti gli interessi legittimi, invece, veniva affidata – in assenza di una giurisdizione amministrativa in senso stretto, quale poi sarebbe stata delineata compiutamente dalla Costituzione repubblicana – a “giudici” interni agli apparati che avevano adottato il provvedimento censurato e cioè al Consiglio di Stato, per gli atti amministrativi del potere esecutivo, e agli Il_Parlamento_della_Repubblica_14_Tomo_I.indd 246 18/02/13 07:23 La giurisdizione interna della Camera dei deputati 247 Uffici di Presidenza delle Camere, per gli atti di amministrazione posti in essere dalle Istituzioni parlamentari. 2.3 - La giurisprudenza del periodo repubblicano. In particolare, gli orientamenti della Corte costituzionale Anche dopo l’avvento della Repubblica e della Costituzione entrata in vigore il 1° gennaio 1948 – che aveva completamente ridisegnato l’assetto dei rapporti tra poteri dello Stato e configurato la magistratura come ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere, pur qualificando ambiguamente il Consiglio di Stato come organo di tutela di giustizia «nell’amministrazione» (cfr. articolo 100, primo comma) – il supremo giudice amministrativo (cfr. sez. IV, decisione n. 504 del 1950) ripropose considerazioni analoghe a quelle espresse nella citata sentenza del 1927 ed affermò il difetto dell’elemento soggettivo richiesto per l’ammissibilità di un ricorso giurisdizionale amministrativo contro gli atti delle Camere del Parlamento: «l’Assemblea legislativa ed il suo Presidente – affermavano i magistrati di Palazzo Spada – non cessano di essere organi del potere legislativo, anche quando compiono atti di mera amministrazione. Al principio fondamentale della divisione dei poteri nello Stato di diritto fa riscontro la separazione e l’individuazione dei rispettivi organi. Di guisa che l’attività di organi legislativi, anche quando non ha per oggetto l’esercizio delle funzioni legislative, non immuta alla sua natura in funzione di quella per avventura diversa dei singoli provvedimenti». Può poi ricordarsi che, a livello di legislazione positiva, era stato nel frattempo approvato il testo unico delle leggi sulla Corte dei conti (r. d. n. 1214 del 1934), che all’articolo 3, primo comma, attribuiva esplicitamente alle sezioni riunite della Corte stessa la competenza a decidere, in forma contenziosa, in prima e ultima istanza sui reclami del personale dello stesso organo contabile concernenti la nomina e le vicende comunque attinenti al rapporto di lavoro. Come noto, tali disposizioni – abrogate poi dalla legge n. 425 del 1984 – superarono successivamente il vaglio di costituzionalità della Corte costituzionale che, con la sentenza n. 135 del 1975, dichiarò infondata la questione di legittimità costituzionale, sollevata in relazione agli articoli 3 e 108 della Costituzione, concernente proprio le norme istitutive della giurisdizione domestica. In quell’occasione la Consulta, dopo aver affermato la legittimità della persistenza di un giudice speciale costituito prima dell’entrata in vigore della Il_Parlamento_della_Repubblica_14_Tomo_I.indd 247 18/02/13 07:23 248 Gaetano Pelella Costituzione – quale doveva ritenersi la Corte dei conti – risolse il problema dell’indipendenza e dell’imparzialità del giudice richiamando l’applicabilità degli istituti processuali dell’astensione e della ricusazione, in caso di coincidenza personale tra coloro che hanno adottato i provvedimenti amministrativi impugnati dal personale e i giudici chiamati ad esercitare l’autodichia. A conferma del clima complessivo che preparava l’inevitabile approvazione dei regolamenti per la tutela giurisdizionale interna della Camera, deve segnalarsi che la Corte costituzionale – cui peraltro la legge n. 87 del 1953 aveva attribuito la competenza esclusiva a giudicare sui ricorsi dei propri dipendenti (cfr. articolo 14, comma 3) (19) – ancor prima della pronuncia della nota sentenza n. 154 del 1985, che ha affrontato in modo sia pure indiretto il tema dell’autodichia, aveva già in altre occasioni avallato la legittimità di talune forme di deroghe alla giurisdizione riconosciute a favore degli organi costituzionali. Ad esempio, nella sentenza n. 66 del 1964, il giudice delle leggi rigettò un conflitto di attribuzione sollevato dalla Regione siciliana nei confronti dell’autorità giudiziaria (amministrativa), che aveva dichiarato la propria giurisdizione sulle controversie aventi ad oggetto l’espletamento di procedure concorsuali bandite da detta Regione e, in generale, l’organizzazione interna dei propri dipendenti. In detta pronuncia, la Corte costituzionale respinse la tesi della Regione Sicilia secondo la quale quest’ultima avrebbe goduto di una posizione costituzionale identica a quella delle due Camere del Parlamento e, conseguentemente, di identiche prerogative. «L’Assemblea siciliana – affermava infatti la Regione ricorrente – è un corpo politico che al pari del Parlamento esplica un’attività politica estrinsecantesi nella emanazione di atti legislativi aventi efficacia identica a quella dei corrispondenti atti dello Stato; e – aggiungeva – in base a norma costituzionale (l’articolo 4 dello statuto siciliano), essa ha lo stesso potere di regolamento che comprende, così come per le Camere, non solo la potestà di organizzazione delle funzioni e degli uffici, ma anche il sindacato sugli atti che violino le norme poste nell’esercizio di quel potere». La motivazione della sentenza escluse, tuttavia, tale asserita equiparazione e affermò che la particolare posizione di autonomia costituzionalmente riconosciuta all’Assemblea regionale siciliana non è equiparabile alla posizione delle Camere, in quanto solo a queste va riconosciuta «la sovranità che resta attributo dello Stato». Dopo aver quindi esaminato le speciali prerogative attribuite alle Camere, ed evidenziato che alle regioni non si applica tutto il Il_Parlamento_della_Repubblica_14_Tomo_I.indd 248 18/02/13 07:23 La giurisdizione interna della Camera dei deputati 249 compiuto ed ampio sistema di garanzie previsto dagli articoli 64, 66 e 68 della Costituzione, la Corte osservò che proprio dalla mancanza di tale sistema di guarentigie è agevole dedurre «la dimostrazione che il sistema costituzionale non ha inteso attribuire all’Assemblea regionale quelle stesse prerogative che spettano al Parlamento», tra cui appunto quella dell’autodichia. Giova poi, in questa sede, ricordare alcune decisioni con cui la Consulta ha individuato nei caratteri comuni della Presidenza della Repubblica, del Parlamento e della Consulta stessa le ragioni che legittimano la sottrazione dei loro atti di spesa al controllo della Corte dei conti. Nella sentenza n. 143 del 1968, tali caratteri comuni furono individuati nella posizione di assoluta indipendenza, ai vertici dell’ordinamento, dei tre organi in questione. Da questa posizione la Corte fece discendere la necessità di garantire l’indipendenza stessa degli organi supremi mediante l’esenzione dal controllo, nel caso da essa esaminato, di tipo contabile. Questo orientamento trovò ulteriore svolgimento nella sentenza n. 110 del 1970, nella quale la Consulta escluse che l’esenzione dal giudizio contabile della Corte dei conti – prevista a favore degli atti di spesa degli organi costituzionali sopra richiamati – potesse estendersi agli agenti contabili del Consiglio regionale della Sardegna: anche questa decisione affermò che «deroghe alla giurisdizione – sempre di stretta interpretazione – sono ammissibili soltanto nei confronti di organi immediatamente partecipi del potere sovrano dello Stato, e perciò situati ai vertici dell’ordinamento, in posizione di assoluta parità». L’importante sentenza n. 129 del 1981 chiuse questa serie di decisioni nelle quali il giudice delle leggi ha tentato di definire un «regime fondamentalmente comune a tutti gli organi costituzionali». La decisione scaturiva da un conflitto di attribuzione sollevato dalle Camere e dal Presidente della Repubblica avverso la richiesta – avanzata ai Tesorieri dei tre organi ricorrenti – di presentazione dei bilanci relativi alle gestioni dell’ultimo triennio. La Corte considerò innanzitutto il regime degli apparati serventi degli organi costituzionali, investiti della richiesta della Corte dei conti, rilevando che, a fronte di una disciplina alquanto frammentaria della materia, sussistono vere e proprie «consuetudini costituzionali» risalenti fino all’epoca dello Statuto albertino che hanno perpetrato una prassi ininterrotta di esenzione contabile a favore delle Camere, dei Tesorieri della Real Casa prima e della Presidenza della Repubblica nella fase successiva. Alcune affermazioni della sentenza, poi, assumono particolare rilievo in relazione specificamente alla potestà di esercizio della giustizia domestica, Il_Parlamento_della_Repubblica_14_Tomo_I.indd 249 18/02/13 07:23 250 Gaetano Pelella specie allorquando si sostiene che l’autonomia degli organi costituzionali comprende, oltre al potere di disciplinare «l’assetto ed il funzionamento dei loro apparati serventi, il momento applicativo delle norme stesse, incluse le scelte riguardanti la concreta adozione delle misure atte ad assicurarne l’osservanza». Con la nota sentenza del 23 maggio 1985 n. 154, la Corte costituzionale consolidò definitivamente il proprio orientamento sull’autodichia delle Camere, dichiarando inammissibile la questione di legittimità costituzionale degli articoli 12, comma 1, e 12, comma 3, rispettivamente del Regolamento della Camera e di quello del Senato, sollevata nel 1977 dalle sezioni unite civili della Corte di cassazione con riferimento agli articoli 24, 101, 108 e 113 della Costituzione. Il nucleo delle argomentazioni contenute nelle ordinanze di rimessione concerneva l’esclusione della tutela giurisdizionale e della sua effettività in relazione alle posizioni giuridiche soggettive dei dipendenti delle Camere ed il venir meno della terzietà, dell’indipendenza e dell’imparzialità del giudice interno, dal momento che gli Uffici di Presidenza delle Camere stesse erano chiamati a giudicare «in causa propria» su provvedimenti da loro stessi adottati. Le ordinanze esaminavano anche la posizione delle Camere alla luce dell’applicazione, nel Regolamento, del principio della separazione dei poteri, desumendone che l’equilibrio dei soggetti destinatari della sovranità e l’emersione della funzione di indirizzo politico comportano forme di cooperazione e di «reciproco controllo proprio per quel che concerne le funzioni primarie». È noto che la sentenza della Consulta non entrò nel merito della questione se i Regolamenti parlamentari, nella parte in cui istituiscono gli organi dell’autodichia, siano conformi ai principi costituzionali – ed in particolare se essi siano compatibili col diritto di difesa e col diritto ad avere accesso ad un giudice indipendente ed imparziale –, in quanto ritenne preliminarmente di non poter sindacare la legittimità dei Regolamenti medesimi, non rientrando questi ultimi tra gli atti menzionati dall’articolo 134, primo alinea, della Costituzione. La pronuncia tuttavia si segnala – ed a buon titolo è diventata la “pietra miliare” sulla quale si è successivamente fondato l’intero impianto della giurisdizione domestica delle Camere – per il fatto di aver qualificato a chiare lettere il Parlamento come il centro del sistema democratico configurato dall’ordinamento costituzionale italiano e come organo di immediata espressione della sovranità popolare, cui pertanto va garantita una «indipendenza guarentigiata» da qualsiasi altro potere. Il_Parlamento_della_Repubblica_14_Tomo_I.indd 250 18/02/13 07:23 La giurisdizione interna della Camera dei deputati 251 È interessante al riguardo notare che, mentre nei decenni precedenti la preoccupazione principale che emergeva, in particolare dalle pronunce del Consiglio di Stato, menzionate in precedenza, era quella di garantire la massima indipendenza delle Camere parlamentari, non tanto dagli organi giurisdizionali, quanto piuttosto dal potere esecutivo, in epoca successiva, invece, l’esigenza più volte sottolineata dalla Corte costituzionale, in special modo con la decisione del 1985, è stata quella di garantire l’assoluta autonomia ed indipendenza degli organi costituzionali da qualsiasi altro potere dello Stato, ivi compreso, evidentemente, quello giudiziario (20). Il regolamento per la tutela giurisdizionale dei dipendenti, dunque, veniva approvato nel 1988 nella chiara consapevolezza di dovere offrire ai dipendenti della Camera una modalità di garanzia giurisdizionale, altrimenti negata dalle corti “esterne”, che tuttavia si adattasse alle necessità, altrettanto preminenti, di salvaguardia dell’autonomia e dell’indipendenza dell’organo costituzionale (21). 2.4 - Il regolamento per la tutela giurisdizionale relativa agli atti di amministrazione della Camera dei deputati non concernenti i dipendenti Osservazioni parzialmente diverse vanno, invece, svolte in relazione alle circostanze esistenti al momento dell’approvazione, da parte dell’Ufficio di Presidenza, del regolamento per la tutela giurisdizionale relativa agli atti di amministrazione della Camera dei deputati non concernenti i dipendenti (deliberazione n. 155 del 22 giugno 1999, resa esecutiva con decreto del Presidente n. 1099 in pari data). Si ricorda che detto regolamento è stato approvato in esecuzione dell’articolo 12, comma 3, lettera f), del Regolamento generale della Camera, il quale – a seguito delle modifiche apportate dall’Assemblea il 16 dicembre 1998 – espressamente delega l’Ufficio di Presidenza ad adottare i regolamenti e le altre norme concernenti «i ricorsi e qualsiasi impugnativa, anche presentata da soggetti estranei alla Camera, avverso gli altri atti di amministrazione della Camera medesima». Come intuibile dalla denominazione stessa, il citato atto normativo estende espressamente la giurisdizione degli organi giudicanti interni ai ricorsi presentati da terzi avverso gli atti sostanzialmente amministrativi adottati dalla Camera (ad esclusione dei partecipanti ai concorsi per l’accesso ai ruoli che restano ancora soggetti al regolamento per la tutela giurisdizionale dei dipendenti). Si tratta, essenzialmente, delle Il_Parlamento_della_Repubblica_14_Tomo_I.indd 251 18/02/13 07:23 252 Gaetano Pelella impugnative presentate dalle imprese concorrenti alle gare d’appalto, anche se in base alla concreta esperienza applicativa, nell’ambito di dette controversie sono state ricompresse, come già anticipato, anche quelle concernenti i dinieghi di accesso agli atti amministrativi, il versamento di emolumenti ai deputati, il trattamento dei dati personali, il versamento di corrispettivi a consulenti esterni di organi parlamentari. In base alle nuove disposizioni, è stato istituito un nuovo organo giudicante di primo grado, denominato Consiglio di giurisdizione, che è composto da tre deputati in carica (e da tre supplenti) scelti dal Presidente della Camera tra coloro che sono in possesso di particolari requisiti professionali (l’essere magistrati, avvocati, professori universitari in materie giuridiche). La procedura seguita per la decisione dei ricorsi, come si chiarirà meglio oltre, ricalca essenzialmente quella seguita innanzi ai tribunali amministrativi regionali. Benché le osservazioni storico-giuridiche riferite a proposito dell’origine del regolamento per la tutela giurisdizionale dei dipendenti valgano anche a proposito del nuovo regolamento e benché l’approvazione di quest’ultimo fosse sostenuta dalla diffusa convinzione di riempire un «vuoto di tutela» e di «completare il sistema delle garanzie giurisdizionali della Camera» (22), occorre tuttavia segnalare che la giurisprudenza amministrativa anteriore all’approvazione di tale nuovo regolamento era oscillante in ordine al riconoscimento della giurisdizione sui ricorsi presentati dai concorrenti alle gare d’appalto avverso gli atti amministrativi adottati dalle Istituzioni parlamentari. Infatti, a differenza di quanto ritenuto dai giudici in ordine alla giurisdizione sulle controversie con i dipendenti e con gli aspiranti tali (i c.d. rapporti di lavoro in fieri), la magistratura amministrativa aveva in precedenza più volte affermato la propria competenza a decidere sui ricorsi sollevati dalle imprese nell’ambito dello svolgimento delle procedure d’appalto bandite dagli organi costituzionali (23)�. Deve però osservarsi che, a seguito dell’approvazione del nuovo regolamento per la tutela giurisdizionale relativa agli atti di amministrazione della Camera dei deputati non concernenti i dipendenti – che peraltro dispone l’obbligo di riassunzione presso il Consiglio di giurisdizione, entro sessanta giorni a pena di inammissibilità, dei ricorsi pendenti innanzi a qualsiasi autorità al momento delle sua entrata in vigore – la giurisprudenza amministrativa si è completamente allineata alle direttive sancite dalla sentenza della Corte costituzionale n. 154 del 1985 e, preso atto dell’entrata in vigore del nuovo regolamento parlamentare e sul presupposto della insindacabilità di Il_Parlamento_della_Repubblica_14_Tomo_I.indd 252 18/02/13 07:23 La giurisdizione interna della Camera dei deputati 253 quest’ultimo, ha cominciato a dichiararsi carente di giurisdizione, almeno per quanto concerne la cognizione delle controversie con la Camera (24). Diversamente, lo stesso giudice amministrativo ha continuato – fino al 2006, come si vedrà – a ritenere sussistente la propria giurisdizione in ordine alle controversie riguardanti gli atti di amministrazione del Senato adottati in occasione dello svolgimento di gare di evidenza pubblica, in considerazione dell’assenza di un esplicito atto di normazione regolamentare interna di quel ramo del Parlamento che attraesse espressamente dette controversie nell’ambito dell’autodichia (25). Anche nel caso del Senato, tuttavia, a seguito della approvazione da parte del Consiglio di Presidenza di quell’Istituzione del regolamento sulla tutela giurisdizionale relativa ad atti e provvedimenti amministrativi non concernenti i dipendenti o le procedure di reclutamento avvenuta il 12 dicembre 2005, lo stesso giudice amministrativo, prendendo atto dell’introduzione di tale innovativa normativa, ha riconosciuto l’avvenuta estensione dell’ambito dell’autodichia del Senato anche alle procedure di evidenza pubblica (26). 3 - Il dibattito giurisprudenziale attuale sull’autodichia Gli orientamenti giurisprudenziali attuali in materia di autodichia sono caratterizzati da un notevole rafforzamento delle prerogative della giurisdizione domestica e da un consolidamento definitivo dei principi stabiliti dalla Corte costituzionale nella sentenza n. 154 del 1985. Tali principi sono stati, peraltro, sviluppati in un’altra importante pronuncia della Corte costituzionale, la n. 379 del 1996, che – pur se resa nell’ambito di un conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato scaturito da una vicenda del tutto peculiare (27) – si presenta ricca di rilevanti affermazioni volte a stabilire il confine tra autonomia del Parlamento e principio di legalità e di giurisdizione. In tale arresto la Consulta, che si riferiva espressamente ai comportamenti dei deputati posti in essere nello svolgimento di attività parlamentare tipica, ha messo in evidenza la particolare «capacità qualificatoria» del Regolamento parlamentare, da cui conseguirebbe che gli istituti da questo esaustivamente disciplinati non farebbero venire in considerazione altri paradigmi aventi qualificazioni legislative diverse, interferenti o concorrenti. Tali paradigmi, infatti, «sono destinati a cedere di fronte al principio di autonomia delle Camere e al preminente valore di libertà del Parlamento che quel principio Il_Parlamento_della_Repubblica_14_Tomo_I.indd 253 18/02/13 07:23 254 Gaetano Pelella sottende e che rivendica la piena autodeterminazione in ordine all’organizzazione interna e allo svolgimento dei lavori». Da tali riflessioni, ad avviso della Corte, deriverebbe una sorta di consequenzialità tra disciplina esaustiva da parte dei Regolamenti parlamentari ed esclusione della giurisdizione statale. Nei capoversi che seguono, saranno sintetizzate le più recenti linee di tendenza della giurisprudenza ordinaria ed amministrativa concernenti la giurisdizione domestica delle Camere. 3.1 - La giurisprudenza della Corte di cassazione 3.1.1 - La giurisprudenza della Corte di cassazione nei casi in cui ha riconosciuto sussistente l’autodichia Nell’ultimo decennio, la Corte di cassazione – che, ai sensi dell’ultimo comma dell’articolo 111 della Costituzione, è il giudice della giurisdizione – si è dimostrata, salvo talune eccezioni che saranno ricordate, il più fedele custode dei principi fissati dalla Corte costituzionale nella sentenza n. 154 del 1985. Per di più, nelle recenti pronunce che si sono occupate del tema, essa ha rafforzato la portata di talune precedenti affermazioni, che, pur tenendo ferma la linea dell’inammissibilità del ricorso straordinario ex articolo 111 della Costituzione sulle decisioni del giudice domestico e pur ribadendo l’insindacabilità, ai sensi dell’articolo 134, primo alinea, della Costituzione, dei Regolamenti parlamentari, avevano a chiare lettere negato la possibilità di qualificare le istanze giudicatrici interne alle Camere come veri e propri organi giurisdizionali. Ad esempio, la sentenza delle sezioni unite civili n. 317 del 1999, ribadita integralmente nel 2002 con la sentenza n. 16267, escludeva l’ammissibilità del ricorso, ai sensi dell’articolo 111 della Costituzione (28), avverso le decisioni definitive della Sezione giurisdizionale dell’Ufficio di Presidenza della Camera, in quanto riteneva quest’organo privo della natura giurisdizionale. Questa natura, in effetti – chiariva la Corte – «deriva da un dato minimo indefettibile, che è costituito dalla terzietà del giudice ed è invece assente, per definizione, in ogni caso di giurisdizione domestica, in cui, come quello in esame, ancorché non vi sia un’integrale identità tra l’organo che ha emanato, deliberato o proposto il provvedimento e quello che ne giudica a seguito del ricorso di un dipendente, sussiste comunque la commistione tra il giudice e Il_Parlamento_della_Repubblica_14_Tomo_I.indd 254 18/02/13 07:23 La giurisdizione interna della Camera dei deputati 255 la parte, che nella specie è determinata dalla presenza istituzionale del Presidente dell’Assemblea e di componenti dell’Ufficio di Presidenza, secondo le ricordate disposizioni del Regolamento della Camera e delle relative norme di attuazione, istitutive della Sezione giurisdizionale». Le «sentenze» censurabili ex articolo 111 della Costituzione, dunque – ribadiva la Suprema Corte – «non sono ravvisabili nei casi in cui debba, come nella specie, essere individuato un non-giudice nell’organo dal quale esse provengano, ancorché deputato alla gestione contenziosa degli interessi in conflitto». In effetti, nella fattispecie, la Corte di cassazione era stata investita di un caso che costituisce il punto veramente critico della autodichia della Camera dei deputati e cioè dell’ipotesi – per la verità alquanto rara, come si avrà modo di dire in seguito – in cui la Sezione giurisdizionale dell’Ufficio di Presidenza debba giudicare della legittimità di un atto adottato in precedenza dallo stesso Ufficio di Presidenza (29). Benché dubitasse della terzietà dell’organo giudicante, la Corte di legittimità confermò tuttavia integralmente gli insegnamenti della Consulta espressi nella sentenza n. 154 del 1985. Essa, infatti, ribadì: a) l’insindacabilità dei Regolamenti parlamentari ex articolo 134, primo alinea, della Costituzione (e dunque l’inammissibilità della censura di illegittimità costituzionale); b) la preminenza dell’interesse primario di garantire l’assoluta autonomia ed indipendenza degli organi costituzionali da qualsiasi altro potere; c) il rischio che l’assoggettamento delle decisioni giustiziali, emesse dagli organi interni alla Camera, al controllo di legittimità ex articolo 111 della Costituzione possa creare quell’interferenza che proprio l’istituita sottrazione alla giurisdizione ordinaria ed amministrativa ha invece inteso prevenire. Con la successiva sentenza n. 11019 del 2004, le sezioni unite della Corte hanno ribadito integralmente la “dottrina” della sentenza n. 154 del 1985 pronunciata dalla Corte costituzionale ed hanno fortemente mitigato le affermazioni sull’assenza della natura giurisdizionale degli organi di autodichia, in precedenza sostenute nella sentenza n. 317 del 1999. Più in particolare, detta sentenza ribadisce innanzitutto (in conformità a molteplici precedenti; cfr. sent. n. 1993 del 1992) che l’ambito di operatività dell’autodichia, così come delineata dai Regolamenti parlamentari, comprende non soltanto i rapporti di lavoro dei dipendenti della Camera già costituiti, ma anche quelli in fieri, e quindi anche i procedimenti concorsuali diretti all’assunzione dello stesso personale (30). Se, infatti – afferma la Corte – «l’autonomia del Parlamento può essere lesa qualora altri poteri si ingeriscano nei rapporti che intrattiene con i suoi dipendenti, con pari Il_Parlamento_della_Repubblica_14_Tomo_I.indd 255 18/02/13 07:23 256 Gaetano Pelella ragione tale lesione può prodursi qualora si ammetta che organi estranei al Parlamento giudichino sui rapporti in fieri. La determinazione dei criteri di scelta dei propri dipendenti e le procedure di ammissione sono, infatti, espressione di quella stessa autonomia riconosciuta ai due rami del Parlamento sui rapporti costituiti con i propri dipendenti». In secondo luogo, il giudice di legittimità evidenzia la necessità di configurare gli atti di esercizio della prerogativa dell’autodichia, e cioè le decisioni adottate per la risoluzione delle controversie con i propri dipendenti e con i terzi, come inerenti esse stesse strettamente all’organizzazione ed al funzionamento delle Camere, con connotati di insindacabilità esterna uguali a quelli dei Regolamenti parlamentari: non tanto, quindi, come privilegi connessi al rispetto, al prestigio ed al decoro dei titolari delle relative potestà, quanto perché strumentali all’autonomo esercizio delle funzioni di questi. Pertanto – afferma la Corte – «rispetto alle citate decisioni si impone in non minore misura l’esigenza che tale esercizio non sia in alcun modo condizionato dall’intervento di altri poteri, i quali potrebbero indebolire quell’indipendenza che costituisce condizione essenziale per il pieno sviluppo della libera azione degli organi predetti: e questa e non altra è la ratio sottesa alla norma regolamentare che riserva alla cognizione della Camera le controversie suddette». La sentenza n. 11019 del 2004 si segnala, tuttavia, soprattutto per aver affermato che il nuovo testo dell’articolo 111 della Costituzione – introdotto dalla legge costituzionale n. 2 del 1999 – laddove fa esplicito riferimento alla necessaria terzietà ed imparzialità del giudice ed alla regola del «giusto processo», non impone un mutamento del tradizionale orientamento interpretativo giurisprudenziale sull’autodichia (31). Al riguardo, infatti, la suprema Corte ha affermato che la nuova formulazione dell’articolo 111 della Costituzione «non scalfisce affatto le garanzie di indipendenza del Parlamento» e mantiene pur sempre «alcune aree di esenzione o di delimitazione del sindacato di legittimità proprio della Cassazione». Tali affermazioni assumono particolare rilievo ai fini della qualificazione della natura degli organi dell’autodichia, sol che si pensi che per la Cassazione sarebbe stato “semplice” confermare l’orientamento espresso nella precedente sentenza n. 317 del 1999 e conseguentemente negare l’applicabilità dell’articolo 111 della Costituzione sulla base dell’asserito difetto della natura giurisdizionale dell’istanza parlamentare giudicante. La Corte, invece, ha nell’occasione affermato, in contrasto col menzionato precedente, che la sottrazione al generale sindacato di legittimità non postula necessariamente l’estraneità Il_Parlamento_della_Repubblica_14_Tomo_I.indd 256 18/02/13 07:23 La giurisdizione interna della Camera dei deputati 257 degli organi dell’autodichia dall’ordinamento giurisdizionale disciplinato nella parte II, titolo IV, della Carta costituzionale, nel cui esclusivo ambito opera il disposto dell’articolo 111 della Costituzione. In conformità, invece, ad un suo arresto passato (cfr. sentenza n. 2861 del 1986), la Cassazione ha ritenuto sostanzialmente ammissibile ipotizzare che il sistema di autodichia possa essere ricondotto ad un concetto di «giurisdizione speciale», legittimo ai sensi della VI disposizione transitoria della Costituzione; e ciò, però, «più che per l’intrinseca natura del sistema stesso, per la ragione che tra i due contrapposti orientamenti interpretativi – quello che nega ogni giudice e quello che accorda un giudice – può apparire opportuna la scelta del secondo, siccome suscettivo di offendere meno gravemente – e cioè, eventualmente, soltanto sotto i profili della indipendenza, terzietà e imparzialità, nonché della difesa e del contraddittorio – i precetti costituzionali contenuti negli articolo 24 e 113 della Costituzione». Con la successiva sentenza n. 14085 del 2004 – l’ultima che, allo stato, si è pronunciata sul tema – le sezioni unite della Corte di cassazione arrivano a qualificare esplicitamente come «giurisdizionali» gli organi giudicanti interni delle Camere. Tale aggettivo, peraltro, non è “sfuggito” accidentalmente dalla penna dell’attento estensore, ma viene ribadito in vari passi della decisione, che, non a caso, si conclude sì con la conferma dell’impugnata sentenza di appello, ma con la correzione della motivazione in punto di declaratoria sulla giurisdizione: non difetto «assoluto» di giurisdizione, come aveva statuito la Corte d’appello, ma carenza (relativa) di giurisdizione dell’autorità giudiziaria ordinaria ed amministrativa in favore di quella «speciale» del giudice domestico. Al di là, comunque, di tali aspetti definitori, la decisione n. 14085 del 2004 è di particolare rilevanza per aver sostanzialmente esteso l’ambito applicativo dell’autodichia ad un’ipotesi non espressamente prevista dai Regolamenti parlamentari, sull’evidente presupposto che la giurisdizione domestica costituisca un precipitato indefettibile dell’autonomia e dell’indipendenza degli organi parlamentari. Nella fattispecie, la Suprema Corte ha ritenuto, infatti, che spetti alle Camere giudicare al proprio interno sulla richiesta di equa riparazione avanzata da coloro che abbiano ritenuto superata la ragionevole durata del processo svoltosi, o in corso di svolgimento, presso gli organi dell’autodichia: competenza, questa, che la legge n. 89 del 2001 (c.d. legge Pinto), in attuazione di quanto sollecitato dalla giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell’uomo, ha invece attribuito alle corti d’appello comuni. In proposito, la Cassazione ha affermato che «l’accertamento sul Il_Parlamento_della_Repubblica_14_Tomo_I.indd 257 18/02/13 07:23 258 Gaetano Pelella superamento o meno, da parte del giudizio svoltosi davanti agli organi giurisdizionali interni, del termine ragionevole di durata comporta quel sindacato sull’attività del Parlamento e quel rischio di interferenza che la previsione dell’autodichia ha inteso evitare a garanzia della “indipendenza guarentigiata nei confronti di ogni altro potere”». Alle Camere, dunque, spetta ora il compito di approvare un apposito regolamento che, come ha già fatto la cosiddetta legge Pinto per i procedimenti di competenza degli organi giurisdizionali statali, disciplini le condizioni, i termini e la procedura di presentazione dei ricorsi per ottenere l’equa riparazione per l’eccessiva durata dei processi. 3.1.2 - La giurisprudenza della Corte di cassazione nei casi in cui non ha riconosciuto sussistente l’autodichia Le categorie di controversie in cui la Corte di cassazione non ha riconosciuto sussistente la giurisdizione domestica degli organi interni delle Camere sono sostanzialmente tre: quelle intercorrenti tra i deputati ed i propri assistenti personali; quelle concernenti i gruppi parlamentari, quando questi agiscono come soggetti privati (al di fuori, dunque, delle prerogative ad essi assegnate dai Regolamenti parlamentari); quelle che riguardano le contestazioni sui piani di ripartizione dei rimborsi per spese elettorali che, ai sensi della legislazione vigente, vengono erogati ai partiti politici in occasione dello svolgimento di campagne referendarie e di elezioni politiche, amministrative ed europee. Fatte salve le prime due fattispecie, in relazione alle quali è pacifica l’opinione, condivisa anche da parte degli organi costituzionali interessati, per cui la giurisdizione spetti all’autorità giudiziaria ordinaria (32), particolarmente delicata appare la questione dell’individuazione della giurisdizione sulle controversie concernenti atti della Camera relativi alla erogazione dei rimborsi elettorali ai partiti politici, in relazione alle spese sostenute per le campagne elettorali per il rinnovo del Parlamento nazionale, dei consigli regionali, del Parlamento europeo e per quelle referendarie (cfr. l. n. 157 del 1999). Come noto, la questione è stata risolta dalle sezioni unite della Cassazione (sentenza n. 136 del 1999) nel senso che la giurisdizione spetti al giudice ordinario e non agli organi interni della Camera. In particolare, la Suprema Corte ha ritenuto che l’articolo 4 della legge n. 195 del 1974 – secondo cui le eventuali controversie sull’approvazione dei piani di ripartizione dei contri- Il_Parlamento_della_Repubblica_14_Tomo_I.indd 258 18/02/13 07:23 La giurisdizione interna della Camera dei deputati 259 buti elettorali sono affidate agli Uffici di Presidenza della Camera e del Senato – va interpretato nel senso non già della introduzione di una nuova forma di autodichia, bensì della previsione di un rimedio interno non preclusivo della facoltà, per il partito politico, di adire successivamente l’autorità giudiziaria ordinaria a tutela del proprio diritto a quella contribuzione. Gli argomenti addotti in tal senso dalla Cassazione ruotano attorno a due assunti fondamentali: a) ogni ipotesi di autodichia, siccome costituente deroga al principio della tutela giurisdizionale ex articolo 24 della Costituzione, dovrebbe essere espressamente prevista da norme costituzionali; b) ciò non avverrebbe nel caso in questione, nel quale la riserva all’Ufficio di Presidenza delle decisioni sulle controversie è invece stabilita da un legge ordinaria (articolo 4 della l. n. 195 del 1974). Le tesi sostenute dalla Cassazione in questa pronuncia non sembrano, però, pienamente coerenti con quelle assunte in altre decisioni della stessa Corte, nonché con quelle della Corte costituzionale, e perciò non appaiono decisive ai fini di un consolidamento definitivo di tale orientamento. In primo luogo, può notarsi come nella quasi totalità delle pronunce che hanno ritenuto legittima la giurisdizione interna degli organi camerali, la Cassazione, rifacendosi in pieno agli orientamenti espressi dalla Corte costituzionale nella sentenza n. 154 del 1985, ha evidenziato, in assoluto, la necessità che agli organi parlamentari, in quanto espressione immediata e diretta della sovranità popolare, sia sempre garantita l’indipendenza da ogni altro potere, anche a prescindere da un’esplicita previsione dei Regolamenti parlamentari. Inoltre, se è vero, come afferma la Cassazione, che si è in presenza, nella fattispecie, di atti adottati dall’Ufficio di Presidenza nell’esercizio di un compito (quello di distribuzione dei rimborsi per le spese elettorali) che gli è stato attribuito dalla legge, è altrettanto vero che tale scelta legislativa non implica affatto un’estraneità di detti atti alla disciplina dei Regolamenti parlamentari interni, né una sottrazione dei medesimi al regime parlamentare proprio degli atti dell’Ufficio di Presidenza. Pertanto, specie alla luce di quanto affermato dalla Corte costituzionale circa la tendenziale coincidenza tra ambiti coperti dal diritto parlamentare ed insindacabilità giurisdizionale esterna (cfr. la citata sentenza n. 379 del 1996), costituisce un forte argomento a favore del riconoscimento dell’autodichia anche in tale fattispecie il fatto che, al di là della previsione legislativa del rimborso delle spese elettorali, la relativa attività delle Camere è ampiamente disciplinata dai Regolamenti parlamentari (pur se formalmente Il_Parlamento_della_Repubblica_14_Tomo_I.indd 259 18/02/13 07:23 260 Gaetano Pelella diversi da quello generale di cui al primo comma dell’articolo 64 della Costituzione), sia per quanto riguarda la procedura di ripartizione dei contributi tra i partiti e le formazioni politiche, sia per quanto riguarda la loro erogazione, sia per quanto riguarda anche la loro fase contenziosa (33). Pertanto, anche nel caso come quello in questione, non può escludersi che l’attribuzione di compiti e funzioni alle Camere anche da parte della legge comporti naturaliter un’attrazione dei conseguenti atti degli organi delle Camere stesse nel comune regime di insindacabilità giurisdizionale esterna che degli atti di quegli organi è proprio, in quanto conseguente ai principi di indipendenza ed autonomia del Parlamento. 3.2 - La giurisprudenza dei giudici di merito e del Consiglio di Stato Delle linee di tendenza della più recente giurisprudenza di merito e del Consiglio di Stato già si è riferito alla fine del paragrafo precedente, dove si è evidenziato che anche tali magistrature appaiono in linea con le “direttive” delineate nel tempo dal giudice delle leggi e dal giudice della giurisdizione. Può solo osservarsi al riguardo – come d’altra parte già prima sottolineato – che la giurisprudenza amministrativa, a differenza di quella della Corte di cassazione e della stessa Corte costituzionale, non ha finora inteso l’autodichia come un predicato indispensabile ed automatico dell’autonomia regolamentare costituzionalmente riconosciuta alle Camere del Parlamento (34). Essa, infatti, si è dimostrata disponibile a “cedere” la sua giurisdizione solo nelle ipotesi espressamente previste dai Regolamenti parlamentari. Così, solo di recente – e cioè, solo a seguito dell’approvazione da parte della Camera e del Senato di apposti regolamenti concernenti la tutela giurisdizionale degli atti amministrativi non concernenti i dipendenti – il giudice amministrativo ha pacificamente ammesso il proprio difetto di giurisdizione in ordine alle controversie in materia di gare d’appalto. E anzi, salvo la presenza di anodini obiter dicta (35), lo stesso giudice amministrativo, in alcune recenti pronunce, ha esteso al massimo la portata dell’autodichia degli organi costituzionali. In un primo caso, il Consiglio di Stato (36) ha negato che gli atti amministrativi degli organi costituzionali (Senato, Camera e Presidenza della Repubblica) siano soggetti al rimedio straordinario del ricorso al Presidente della Repubblica, disciplinato dagli articoli 8 e seguenti del decreto del Presidente della Repubblica n. 1199 del 1971, in quanto «nel sistema delineato dalla Il_Parlamento_della_Repubblica_14_Tomo_I.indd 260 18/02/13 07:23 La giurisdizione interna della Camera dei deputati 261 Costituzione repubblicana le amministrazioni degli organi costituzionali, ed in particolare quelle delle Camere del Parlamento e della Presidenza della Repubblica, sono sicuramente distinte ed autonome dagli apparati amministrativi dipendenti dal Governo e dagli altri enti pubblici». Da ciò quindi consegue che «non è consentito esperire nei confronti degli atti degli organi costituzionali i normali rimedi amministrativi, quali il ricorso straordinario al Capo dello Stato, previsti avverso gli atti dei suddetti apparati». In un’altra pronuncia riguardante la Camera dei deputati, il TAR del Lazio, sezione I, con sentenza n. 5462 del 2007, ha declinato la propria giurisdizione a favore di quella interna della Camera stessa. Si trattava di una controversia avente ad oggetto la legittimità del recesso di questo ramo del Parlamento da un contratto con una ditta che era risultata già aggiudicatrice di un appalto di servizi. Tale pronuncia si segnala soprattutto in considerazione del fatto che il giudice ha senz’altro dichiarato inammissibile il ricorso sulla base della riscontrata presenza del già citato regolamento che ha istituito il Consiglio di giurisdizione, senza indagare sulla natura giuridica del recesso che – in quanto avvenuto in una fase successiva all’aggiudicazione ed alla stipulazione del contratto con l’impresa vincitrice – poteva essere considerato come atto negoziale e non amministrativo, e a fronte del quale non era irragionevole riconoscere la sussistenza di diritti soggettivi in capo alla controparte. In senso ancora espansivo della portata della giurisdizione domestica degli organi costituzionali, va segnalata, da ultimo, una recente decisione adottata dal TAR del Lazio, la n. 6875 del 2007 – che può definirsi quantomeno “atipica” –, con cui il giudice amministrativo ha declinato la propria giurisdizione a favore degli organi di autodichia istituiti presso la Presidenza della Repubblica, in tema di controversie instaurate nei confronti della Presidenza della Repubblica stessa da parte dei propri dipendenti (37). La sentenza in questione va contro un consolidato orientamento della Corte di cassazione e dello stesso Consiglio di Stato, che in più di un’occasione hanno invece affermato la giurisdizione del giudice amministrativo in materia (38). Ma ciò che risulta paradossale è che essa fonda le proprie conclusioni proprio sui precedenti delle citate Corti, che peraltro vengono pedissequamente richiamati senza sottoporli a revisione interpretativa. In buona sostanza, nella fattispecie, il TAR del Lazio prende atto della emanazione dei decreti del Presidente della Repubblica nn. 81 e 89 del 1996, che hanno istituto organi giudicanti interni sul contenzioso con i dipendenti, e, in considerazione del fatto che le controversie sottoposte al suo esame sono Il_Parlamento_della_Repubblica_14_Tomo_I.indd 261 18/02/13 07:23 262 Gaetano Pelella insorte in data successiva al 1° gennaio 1997, nega la propria giurisdizione, senza effettuare alcuna riflessione circa la natura giuridica di tali decreti e circa la loro idoneità ad istituire legittimamente organi di giurisdizione domestica. Fino alla pronuncia di detta sentenza, invece, risultava consolidata la regola per cui gli atti amministrativi adottati dalla Presidenza della Repubblica fossero soggetti al controllo giurisdizionale dell’autorità giudiziaria comune. Come infatti affermato dal Consiglio di Stato, «i regolamenti approvati dal Presidente della Repubblica sull’ordinamento interno del Segretariato e in generale sui propri dipendenti sono privi di fondamento diretto in norme o principi costituzionali, atteso che il potere regolamentare è attribuito dall’articolo 3 della legge n. 1077 del 1948. In altri termini, diversamente da quanto accade per le due Camere parlamentari, provviste di autodichia ai sensi dell’articolo 64 della Costituzione, gli atti amministrativi adottati dalla Presidenza della Repubblica, siano essi regolamentari o adottati in forma regolamentare, non sono sorretti da alcun fondamento costituzionale (implicito o espresso), trovando la loro fonte nel citato articolo 3 della l. n. 1077 del 1948, al quale quindi non va attribuita una valenza meramente ricognitiva, bensì una natura attributiva del potere regolamentare. Con l’ulteriore corollario che gli atti in questione – alla pari di ogni altro atto amministrativo – sono soggetti al sindacato giurisdizionale del giudice amministrativo» (39). 4 - L’autodichia della Camera alla prova della Convenzione europea dei diritti dell’uomo 4.1 - Premessa Nei paragrafi precedenti si è avuta occasione di evidenziare come l’istituzione delle giurisdizioni interne delle Camere, così come delineate dai Regolamenti parlamentari concernenti il contenzioso instaurato dal personale dipendente e dai terzi, siano sostanzialmente accettate ed avallate dalla giurisprudenza costituzionale, di legittimità e di merito. È noto, però, che gli studiosi che si sono occupati della materia si mostrano fortemente critici nei confronti dell’autodichia. Tali critiche non sono mai state particolarmente approfondite dalla giurisprudenza, la quale, facendosi scudo della tesi dell’insindacabilità dei Regolamenti parlamentari enunciata Il_Parlamento_della_Repubblica_14_Tomo_I.indd 262 18/02/13 07:23 La giurisdizione interna della Camera dei deputati 263 dalla Corte costituzionale nella sentenza n. 154 del 1985, ha di fatto reso sempre più granitica nel tempo l’impalcatura della giurisdizione domestica, senza sottoporla ad una più moderna revisione alla luce delle recenti riforme costituzionali e dell’affermarsi sempre più incalzante di principi giuridici enunciati da convenzioni internazionali. In quest’ottica, appare decisamente rilevante e chiaramente innovativa la scelta di taluni dipendenti della Camera dei deputati, e di altri cittadini che sono stati esclusi da una procedura concorsuale per l’ammissione ai ruoli di questo stesso ramo del Parlamento, di adire la Corte europea dei diritti dell’uomo al fine di valutare la compatibilità dell’autodichia con i principi fissati dall’articolo 6, § 1, della Convenzione europea dei diritti dell’uomo (CEDU), a mente della quale «ogni persona ha diritto che la sua causa sia esaminata equamente e in un tempo ragionevole da parte di un tribunale indipendente ed imparziale, costituito dalla legge, che deciderà (...) in ordine alle controversie sui suoi diritti ed obbligazioni di natura civile». La novità di tale iniziativa, mai peraltro sinora intrapresa, risiede nel fatto che la Corte europea, che verosimilmente si pronuncerà entro la primavera del 2009, affronterà le problematiche sottoposte al suo esame senza quei condizionamenti storici e dogmatici che la magistratura italiana ha inevitabilmente subìto nel tempo, ma solo sulla base della propria giurisprudenza in materia, che non ha mancato, in diverse occasioni, di dichiarare incompatibili con la Convenzione istituti giuridici fortemente consolidati negli Stati convenuti (40). È noto che la Corte di Strasburgo non può annullare i provvedimenti amministrativi o gli atti sottoposti alla sua valutazione e, quindi, neppure le pronunce che la Sezione giurisdizionale dell’Ufficio di Presidenza della Camera ha adottato in via definitiva sulle controversie che in sede nazionale hanno dato origine ai ricorsi. Tuttavia, qualora venisse riscontrata una violazione della Convenzione, tale Corte, oltre a poter disporre il pagamento di un’equa riparazione in termini monetari a favore delle «vittime» della violazione stessa (v. articolo 41 CEDU), potrebbe in astratto indicare in sentenza le misure strutturali di carattere generale che lo Stato convenuto deve porre in essere, ai sensi di quanto previsto dall’articolo 46 CEDU, per ovviare definitivamente ai deficit segnalati (41). Paradossalmente, nel giudizio innanzi alla Corte europea dei diritti dell’uomo, la Camera dei deputati è rappresentata e difesa dal Governo italiano, cioè proprio da quel potere dello Stato nei confronti del quale le Camere legislative hanno storicamente rivendicato la massima indipendenza. Il_Parlamento_della_Repubblica_14_Tomo_I.indd 263 18/02/13 07:23 264 Gaetano Pelella Altrettanto paradossalmente, le decisioni della Corte impegneranno direttamente solo il Governo, che però, nel sistema costituzionale italiano, non può certo imporre modifiche regolamentari al Parlamento. 4.2 - Sull’applicabilità dell’articolo 6, § 1, della Convenzione europea dei diritti dell’uomo alle controversie della Camera con i propri dipendenti Prima di valutare nel merito quali siano le principali censure indirizzate all’autodichia della Camera, alla luce della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, pare doveroso evidenziare che la Corte di Strasburgo dovrà preliminarmente verificare, nei casi concretamente sottoposti al suo esame, se l’articolo 6, § 1, di detta Convenzione, possa ritenersi applicabile alle controversie concernenti questo ramo del Parlamento ed i suoi dipendenti o aspiranti tali. Infatti, come chiaramente si evince dal dato testuale dell’art. 6, § 1, CEDU, condizione indefettibile affinché possano invocarsi le garanzie previste dalla predetta norma, e, in definitiva, la sua stessa applicabilità, è che tra le parti siano controversi diritti ed obbligazioni «di natura civile». Da tale inciso la giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell’uomo ha costantemente dedotto che, «in linea di principio, le questioni riguardanti il reclutamento, la carriera e la cessazione di attività dei pubblici funzionari – a differenza di quelle relative ai salariati di diritto privato – fuoriescono dalla sfera di azione del citato art. 6, § 1, CEDU» (42). In tali ipotesi, infatti, sostiene il giudice europeo, vengono esercitate funzioni tipicamente pubblicistiche da parte dell’amministrazione interessata. Da ciò consegue, ad avviso della Corte, che le eventuali controversie che ne derivano non hanno natura «puramente patrimoniale» o «essenzialmente patrimoniale», ma «mettono in discussione principalmente le prerogative discrezionali dell’amministrazione», con la conseguenza che viene meno quel «carattere civile» delle medesime che costituisce presupposto indispensabile ai fini dell’applicazione dell’art. 6, § 1, CEDU (43). Occorre tuttavia segnalare che, nei tempi più recenti, la giurisprudenza della Corte europea ha subìto notevoli evoluzioni in materia, in verità non sempre chiare e lineari, che tendono a limitare sempre più incisivamente, ma non ad eliminare completamente, le ipotesi in cui non possano ritenersi applicabili alle controversie del pubblico impiego le garanzie sul giusto processo previste dall’articolo 6 della citata CEDU. Il_Parlamento_della_Repubblica_14_Tomo_I.indd 264 18/02/13 07:23 La giurisdizione interna della Camera dei deputati 265 Così, nella sentenza Pellegrin c. Francia dell’8 dicembre 1999, il giudice di Strasburgo, nel tentativo di individuare un parametro preciso che consenta di distinguere le pretese di natura civilistica, rientranti nel campo di applicazione dell’articolo 6 CEDU, e quelle di natura pubblicistica, che invece non beneficerebbero delle garanzie della norma medesima, è pervenuto all’adozione di un «criterio funzionale», fondato sulla natura delle funzioni e delle responsabilità esercitate dall’impiegato pubblico che ha intentato una controversia contro l’amministrazione di provenienza. Avvalendosi di tale criterio, la Corte ha affermato che «sono sottratte al campo applicativo dell’articolo 6, § 1, le sole controversie dei pubblici funzionari il cui impiego è caratterizzato da attività specifiche della pubblica amministrazione, nella misura in cui questa agisce come detentrice della potestà pubblica incaricata della salvaguardia degli interessi generali dello Stato o di altre collettività pubbliche» e ha indicato come esempi tipici quelli delle Forze armate e della Polizia: donde l’esigenza di considerare, di volta in volta, se l’impiego del singolo funzionario «implichi – tenuto conto della natura delle funzioni e delle responsabilità che comporta – una partecipazione diretta o indiretta» all’esercizio di quella potestà ed a funzioni volte alla tutela di quegli interessi. Resterebbe comunque inteso che «le controversie in materia di pensioni rientrano tutte nell’ambito dell’articolo 6, § 1, poiché una volta collocato a riposo, l’impiegato ha rotto il vincolo che lo univa all’amministrazione», cosicché a quel punto «egli si trova, ed a maggior ragione si trovano i suoi aventi causa, in una situazione del tutto paragonabile a quella di un salariato di diritto privato». Più recentemente, la Grande Camera della Corte (sentenza del 19 aprile 2007, Vilho Eskelinen ed altri c. Finlandia), nel tentativo – forse non pienamente riuscito (44) – di individuare un criterio che chiarisca con maggiore certezza, e più incisiva severità, quali siano le controversie degli impiegati pubblici sottratte al campo di applicazione dell’articolo 6, § 1, CEDU, ha affermato che: a) la Corte «riconosce la giuridica rilevanza dell’interesse dello Stato a limitare l’accesso ad un tribunale per talune categorie di lavoratori» e che «spetta innanzitutto agli Stati contraenti – ed in particolare ai Parlamenti nazionali, e non alla Corte stessa – identificare espressamente i settori della funzione pubblica che implicano l’esercizio di prerogative discrezionali inerenti alla sovranità dello Stato, di fronte alle quali l’interesse individuale deve cedere»; b) «affinché lo Stato convenuto possa invocare innanzi alla Corte lo statuto di funzionario di un ricorrente allo scopo di rendere inapplicabili le garanzie di cui all’art. 6 CEDU, devono sussistere Il_Parlamento_della_Repubblica_14_Tomo_I.indd 265 18/02/13 07:23 266 Gaetano Pelella due condizioni. In primo luogo, il diritto interno dello Stato interessato deve avere espressamente escluso l’accesso ad un tribunale, trattandosi appunto di impiego o di categoria di dipendente pubblico. In secondo luogo, è necessario che detta deroga sia fondata su motivi oggettivi di interesse dello Stato. Affinché l’esclusione dal tribunale sia giustificata – prosegue la Corte – non è sufficiente però che lo Stato affermi che il funzionario in questione sia partecipe dell’esercizio del potere pubblico, ma è necessario, inoltre, che dimostri che l’oggetto della lite sia connesso all’esercizio dell’autorità statale o rimetta in discussione il legame speciale di fiducia e lealtà che sussiste tra lo Stato stesso e l’interessato» (45). Qualunque sarà l’orientamento della Corte – che, come visto, sarà basato sull’analisi della natura delle funzioni pubbliche effettivamente esercitate dai ricorrenti e sulla tipologia delle controversie concretamente instaurate – sembra comunque improbabile che possa ipotizzarsi per il futuro, anche in una prospettiva di riforma del sistema, un differente trattamento processuale per i dipendenti della Camera in considerazione dei compiti concretamente svolti e dell’oggetto delle liti che occasionano i ricorsi. Come sarà ulteriormente evidenziato in seguito, infatti, tale ipotetico differente trattamento violerebbe il principio di uguaglianza di cui all’articolo 3 della Costituzione, e comunque risulterebbe di difficile se non di impossibile attuazione pratica. 4.3 - Le principali critiche all’autodichia della Camera dei deputati avanzate in sede europea Per venire all’esame nel merito delle questioni poste – che, per la loro portata generale, trascendono le specifiche controversie concretamente sottoposte all’esame della Corte europea dei diritti dell’uomo – occorre evidenziare che i ricorsi presentati al giudice di Strasburgo ripropongono le più rilevanti censure che tradizionalmente vengono avanzate nei confronti delle giurisdizioni domestiche degli organi costituzionali, e cioè: a) la mancata istituzione (e la correlativa assenza di disciplina) ad opera della «legge»; b) l’asserito deficit di «indipendenza» e di «imparzialità» dei giudici interni, in quanto questi giudicherebbero «in causa propria». In questa prospettiva, in definitiva, gli organi parlamentari ai quali è affidata la decisione delle controversie non potrebbero essere considerati giudici in senso stretto, in quanto essi difetterebbero dei caratteri minimi ed essenziali propri della funzione Il_Parlamento_della_Repubblica_14_Tomo_I.indd 266 18/02/13 07:23 La giurisdizione interna della Camera dei deputati 267 giurisdizionale, così come individuati dall’articolo 6, § 1, della CEDU, nonché dall’articolo 111 della Costituzione. 4.3.1 - L’ipotizzata mancanza di una disciplina «con legge» dei giudici domestici Come sopra anticipato, tra gli argomenti principali che vengono prospettati a sostegno della illegittimità delle giurisdizioni interne degli organi costituzionali vi è quello secondo cui tali istanze giudicanti non sarebbero istituite e disciplinate dalla «legge», cioè da un atto approvato dai due rami del Parlamento, che è l’organo statale massimamente rappresentativo della volontà popolare. Ciò sarebbe in contrasto con gli articoli 25, 108 e 111 della Costituzione� (46), che prevedono una riserva assoluta (e, nel caso dell’articolo 111, addirittura rinforzata) di legge, nonché con il citato articolo 6, § 1, della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, che pure prevede l’obbligo che il giudice sia «costituito per legge». A riguardo, infatti, non solo si evidenzia che nessuna legge statale disciplina l’istituzione ed il funzionamento dei giudici parlamentari, ma si sottolinea altresì che gli organi dell’autodichia sono in realtà previsti dai soli Regolamenti parlamentari cosiddetti minori – cioè quelli adottati dall’Ufficio di Presidenza – che non sono assistiti dalle garanzie che l’articolo 64, primo comma, della Costituzione impone per l’adozione del Regolamento generale, che viene approvato a maggioranza assoluta dei deputati che compongono l’Assemblea. Fermo restando, infatti, che è l’articolo 12, comma 6, del Regolamento generale medesimo a sancire la competenza dell’Ufficio di Presidenza a «giudicare in via definitiva» sui ricorsi presentati da dipendenti o da terzi, sono poi in realtà i citati regolamenti per la tutela giurisdizionale del 1988 e del 1998 a prevedere l’istituzione della Commissione giurisdizionale del personale, del Consiglio di giurisdizione e della Sezione giurisdizionale dell’Ufficio di Presidenza e a disciplinarne la composizione, le funzioni e le norme di procedura. Ancorché meritevoli della massima considerazione, dette critiche, però, non tengono conto del fatto che, pur non essendo atti formalmente legislativi, i regolamenti parlamentari, compresi quelli cosiddetti minori approvati dall’Ufficio di Presidenza, sono tuttavia considerati dalla giurisprudenza costituzionale (cfr. Corte costituzionale sent. n. 154 del 1985, cit.) e ordinaria (cfr. Corte di cassazione, SS.UU. n. 317 del 1999 e n. 11019 del 2004, cit.), nonché da autorevole dottrina (47)�, fonti normative di rango primario, che, Il_Parlamento_della_Repubblica_14_Tomo_I.indd 267 18/02/13 07:23 268 Gaetano Pelella come la legge formale, sono subordinate alla sola Costituzione e non sono disapplicabili da parte del giudice. Sembra, dunque, potersi affermare che tali regolamenti dispongano dello stesso valore della legge, in quanto idonei ad innovare il diritto oggettivo nello stesso modo in cui potrebbe farlo una legge formale ed in quanto addirittura atti a sostituirsi a quest’ultima nella disciplina di determinate materie ad essi riservate dalla Costituzione (c.d. principio della riserva di competenza). A tali considerazioni deve, inoltre, aggiungersi il rilievo per cui le norme procedurali applicate dagli organi giudicanti interni sono in larghissima parte ispirate alle leggi concernenti i procedimenti innanzi ai tribunali amministrativi regionali e al Consiglio di Stato (l. n. 1034 del 1971 e r.d. n. 1054 del 1924), cui l’articolo 9 del regolamento per la tutela giurisdizionale dei dipendenti espressamente rinvia. Deve, poi, sottolinearsi che la stessa giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell’uomo, quando ammette che possano sussistere limitazioni all’accesso ad un tribunale, afferma che queste debbano essere previste dal «diritto nazionale» o dall’«ordinamento interno»(48): formule queste che sembrano essere compatibili con la menzionata concezione dei regolamenti parlamentari, a maggior ragione se si considera che essi sono comunque espressione di un’Assemblea parlamentare elettiva o, comunque, di un organo politico sufficientemente rappresentativo della volontà popolare, in quanto, in forza dell’articolo 5, comma 3, del Regolamento generale, «nell’Ufficio di Presidenza devono essere rappresentati tutti i gruppi parlamentari esistenti all’atto della sua elezione». Viene dunque confermato che, anche nella fattispecie, l’esercizio delle funzioni giurisdizionali trova legittimazione nella volontà dell’organo espressione della sovranità popolare. Inoltre, che sia necessaria una “interpretazione elastica” del concetto di legge è confermato dal fatto che i sistemi di common law sono basati essenzialmente su norme di tipo consuetudinario o giurisprudenziale, che, in caso di diversa opzione ermeneutica, di tipo restrittivo, inevitabilmente risulterebbero per definizione contrastanti con una molteplicità di disposizioni della Convenzione che contengono espresse riserve «di legge». Per altro aspetto, infine, va segnalato che l’interpretazione del regolamento parlamentare come fonte di rango primario si concilia perfettamente con la nozione di legge, più volte individuata dalla Corte europea dei diritti dell’uomo, che l’ha intesa, in senso lato, come qualsiasi testo normativo accessibile, conoscibile e sufficientemente prevedibile quanto ai suoi contenuti ed Il_Parlamento_della_Repubblica_14_Tomo_I.indd 268 18/02/13 07:23 La giurisdizione interna della Camera dei deputati 269 alle conseguenze applicative e non, in senso stretto, come disposizione legislativa adottata dal Parlamento (cfr., ex plurimis, sentenza del 17 febbraio 2004 Maestri c. Italia, che ha considerato sufficientemente satisfattiva del principio di legalità, e cioè della necessaria previsione di una «base legale» giustificante la limitazione della libertà di associazione di cui all’articolo 11 della CEDU, una circolare del Consiglio superiore della magistratura che prevedeva il divieto per i magistrati di iscriversi alla massoneria). 4.3.2 - L’asserita mancanza di indipendenza dei giudici domestici Intervenuta in diverse occasioni sull’argomento – in special modo per affrontare la problematica dell’indipendenza dei giudici speciali – la Corte costituzionale ha affermato che tale indipendenza va cercata piuttosto nei modi con i quali si svolge la funzione che non in quelli concernenti la nomina dei membri (sentenza n. 1 del 1967), e che per aversi l’indipendenza dell’organo occorre che questo sia immune da vincoli i quali comportino una soggezione formale o sostanziale da altri, che vi sia inamovibilità e possibilità di sottrarsi alle risultanze emergenti dagli atti di ufficio della stessa amministrazione (sentenze n. 121 del 1970 e 128 del 1974). Si è poi anche affermato, a proposito degli estranei alle magistrature che appartengano a sezioni specializzate, che essi ben possono essere voci di determinati interessi specifici, purché, una volta assunti alla carica e chiamati a riflettere sugli interessi generali del settore, risultino sottratti a situazioni di soggezione verso l’ente di provenienza, sì da consentire la obiettiva applicazione della legge (sentenza n. 108 del 1962). Analogamente, la Corte di Strasburgo definisce l’indipendenza, in negativo, come assenza di legami tra il giudice e le parti – e più specificamente come mancanza di subordinazione funzionale o di servizio tra essi – e, in positivo, come la sussistenza di un sistema di garanzie tale da tutelare il giudice da qualsivoglia «pressione esterna» (49). Alla luce di questi parametri può rilevarsi quanto segue. Scontata l’autonomia nei confronti del potere esecutivo – come ovvio, data la forma di governo parlamentare italiana –, deve evidenziarsi che non esiste alcuna forma di subordinazione, né di dipendenza funzionale o di servizio tra il deputato-giudice e l’organo parlamentare, né, tanto Il_Parlamento_della_Repubblica_14_Tomo_I.indd 269 18/02/13 07:23 270 Gaetano Pelella meno, con l’Amministrazione della Camera che, come si vedrà, è formalmente parte nei processi innanzi agli organi di giurisdizione interna. Per altro aspetto, va sottolineato che né i giudici di primo grado, né quelli di appello possono temere conseguenze pregiudizievoli per il loro status, per la loro carriera o per lo svolgimento delle proprie funzioni a causa dell’esercizio dei compiti giurisdizionali loro attribuiti: essi, infatti, non possono essere rimossi (50 ), non possono subire sanzioni disciplinari, non possono essere chiamati a rispondere delle opinioni espresse e dei voti dati e non possono subire menomazioni nelle proprie prerogative parlamentari. Per certi aspetti, dunque, essi godono di forme di autonomia e di indipendenza più spiccata rispetto ai magistrati comuni. 4.3.3 - L’ipotizzato difetto di terzietà dei giudici domestici La questione relativa alla sussistenza della terzietà del giudice domestico rappresenta, in assoluto, la problematica più rilevante dell’autodichia degli organi costituzionali. Essa, poi, assume contorni particolarmente delicati e spinosi per la Camera dei deputati che, a differenza del Senato (51), fa coincidere il giudice di appello, che si pronuncia «in via definitiva» sui ricorsi presentati dai dipendenti e dai terzi, con l’organo di massimo vertice di direzione politica della Camera stessa, e cioè con l’Ufficio di Presidenza ovvero, nei casi previsti dai menzionati regolamenti per la tutela giurisdizionale del 1988 e del 1998, con una frazione di esso, qual è la Sezione giurisdizionale dello stesso Ufficio. Come è noto, ad avviso della maggioranza della dottrina, ripresa peraltro anche da alcune pronunce della giurisprudenza (52), la terzietà del foro domestico sarebbe irrimediabilmente compromessa dal fatto che i giudici, nominati all’interno della compagine dei deputati in carica, andrebbero a decidere sulle controversie in cui la Camera è una delle parti in causa. Tale affermazione, pur se contenente spunti problematici meritevoli di particolare considerazione, deve essere tuttavia precisata ed in parte ridimensionata. Occorre infatti evidenziare, innanzitutto, che, nella prassi applicativa, a risultare «parte resistente» nei ricorsi presentati dai dipendenti e dai terzi, e quindi ad essere parte processuale nelle cause innanzi al foro domestico, è l’Amministrazione della Camera, legalmente rappresentata dal Segretario Il_Parlamento_della_Repubblica_14_Tomo_I.indd 270 18/02/13 07:23 La giurisdizione interna della Camera dei deputati 271 generale che ne costituisce il vertice (giusta quanto prevede l’articolo 7, comma 4, lettera h), del regolamento dei servizi e del personale) e non l’Istituzione politica, che è invece rappresentata dal Presidente della Camera, ai sensi dell’articolo 8 del Regolamento generale (53). Tale prassi risulta, peraltro, coerente col fatto che ad adottare gli atti amministrativi impugnati dai ricorrenti sono, di regola, i Servizi amministrativi facenti parte dell’Amministrazione della Camera, ed in special modo, com’è naturale: a) il Servizio del personale, che normalmente adotta i provvedimenti di stato giuridico ed economico relativi ai dipendenti in servizio ed in quiescenza, nonché gli atti concernenti le procedure concorsuali (che sono devoluti alla competenza della Commissione giurisdizionale per il personale); b) il Servizio amministrazione, che emana i provvedimenti relativi alle procedure di evidenza pubblica (devoluti, invece, alla competenza del Consiglio di giurisdizione). In questa prospettiva, può dunque rilevarsi che in particolare i deputati che compongono la Commissione giurisdizionale ed il Consiglio di giurisdizione, pur essendo incardinati nell’Istituzione della Camera, non partecipano in alcun modo, né direttamente, né indirettamente, alla formazione degli atti amministrativi oggetto di impugnazione da parte di dipendenti o di terzi, e pertanto possono ritenersi sufficientemente equidistanti e sereni nell’approccio alle controversie sottoposte alla loro cognizione. Deve poi segnalarsi come, per i giudici di entrambi gli organi giudicanti, valgono pacificamente le regole sull’astensione e sulla ricusazione di cui agli articoli 51 e seguenti del codice di procedura civile non solo in virtù del generale rinvio alle norme processuali statali operato dalla normativa interna, ma anche in quanto espressamente richiamate dai regolamenti per la tutela giurisdizionale (cfr. articolo 3, comma 4, del regolamento del 1988, e articolo 2, comma 4, del regolamento del 1998) (54). Osservazioni più problematiche vanno, invece, svolte con riferimento alla posizione dei membri giudicanti facenti parte della Sezione giurisdizionale, e più in generale dell’Ufficio di Presidenza, il quale, stante il disposto dell’articolo 12, comma 6, del Regolamento generale, è il titolare della funzione giudicante d’appello sui ricorsi presentati dai dipendenti e dai terzi. Fermo restando, infatti, che anche nei confronti di tali deputati-giudici sono esperibili i rimedi dell’astensione e della ricusazione che consentono di salvaguardare quella che la Corte europea definisce l’imparzialità in senso soggettivo, intesa come assenza di «pregiudizi» o di «partiti presi» desumibili dal comportamento del singolo magistrato (55), deve verificarsi, invece, se Il_Parlamento_della_Repubblica_14_Tomo_I.indd 271 18/02/13 07:23 272 Gaetano Pelella possa ritenersi garantita quella che la stessa Corte europea ritiene sia un’altra essenziale caratteristica del giudice, e cioè l’imparzialità intesa in senso oggettivo come terzietà funzionale dell’organo (56). Ebbene, se la risposta a tale questione può essere di norma positiva, in particolare nelle ipotesi in cui l’organo di appello deve giudicare sulla legittimità di un provvedimento che i suoi membri non hanno in alcun modo contribuito a formare, in quanto di competenza esclusiva dell’Amministrazione, notevoli dubbi possono invece insorgere in alcuni casi specifici in cui, invece, l’Ufficio di Presidenza debba vagliare atti che esso stesso, o taluni dei suoi componenti, ha in precedenza approvato. Tale evenienza si può verificare, ad esempio, nelle ipotesi in cui l’Ufficio di Presidenza compia attività amministrativa, ad esempio in occasione: della nomina e della revoca del Segretario generale, dei Vicesegretari generali e dei Capi Servizio (cfr. articoli 7, 8 e 9 del regolamento dei servizi e del personale); dell’approvazione dei bandi di concorso ex articolo 51 del citato regolamento dei servizi; dell’autorizzazione al distacco di dipendenti presso altri enti pubblici (articolo 86 del regolamento citato); dell’adozione del provvedimento di dispensa dal servizio di dipendenti, per motivi di salute o di insufficiente rendimento (articolo 89 del regolamento citato). Senza contare, poi, il caso in cui siano i deputati Questori, che sono membri di diritto dell’Ufficio di Presidenza, ad adottare atti amministrativi successivamente impugnati in sede giurisdizionale (ad esempio, i bandi per le prove di qualificazione ex articolo 55 del regolamento dei servizi e del personale). Il rischio di commistione tra giudice e parte può inoltre verificarsi qualora vengano impugnati dai ricorrenti i regolamenti cosiddetti minori e, in generale, le delibere normative, che sono approvati dall’Ufficio di Presidenza in virtù della potestà “legislativa” esclusiva attribuita dall’articolo 12 del Regolamento generale nelle materie da esso previste (57). Si consideri, inoltre, che tale rischio risulta significativamente acuito da due circostanze e cioè: a) dal fatto che, soprattutto dopo la pronuncia della sentenza n. 154 del 1985 della Corte costituzionale, non appare ipotizzabile sollevare questione di legittimità costituzionale innanzi alla Consulta delle norme contenute in tali regolamenti; b) è orientamento costante degli organi di giurisdizione interna che neppure in sede di autodichia possano essere annullati o disapplicati gli atti aventi contenuto normativo approvati dall’Ufficio di Presidenza, in quanto fonti di rango primario (58), che però, in tal modo, restano completamente sottratti ad ogni tipo di sindacato giurisdizionale. Il_Parlamento_della_Repubblica_14_Tomo_I.indd 272 18/02/13 07:23 La giurisdizione interna della Camera dei deputati 273 In tali evenienze, la terzietà dell’organo giudicante appare dunque oggettivamente limitata. Nella logica sinora storicamente seguita, tuttavia, si tratta di un’attenuazione necessaria: infatti, il compito specifico dell’Ufficio di Presidenza della Camera, come legittimato dall’articolo 63 della Costituzione, si risolve in quello di autogoverno di questo ramo del Parlamento. In tal senso, disponendo anche di potestà normativo-legislative, esso svolgerebbe il ruolo di reductor ad unitatem nelle scelte rilevanti per la vita interna della Camera, nel senso che ad un unico soggetto apicale verrebbero attribuite la decisione e la responsabilità finale di tali scelte. Tuttavia, benché sussistano motivazioni di carattere storico-costituzionale che giustificano il modello sinora adottato, sembra comunque opportuno riflettere sulla possibilità di riformare la configurazione del giudice di appello in senso più garantista e moderno, che tenga conto delle più evolute sensibilità in tema di diritto di difesa e di giusto processo, come d’altra parte hanno fatto più recentemente altri organi costituzionali come il Senato e la Presidenza della Repubblica (59). Particolarmente utile, a tale scopo, sembra essere il già citato modello del giudice di appello del Senato, il Consiglio di garanzia, che è composto da cinque senatori, nominati dal Presidente del Senato tra esperti in materie giuridiche, per i quali è prevista l’incompatibilità con la carica di membro del Consiglio di Presidenza. In tal senso, sembrerebbe pertanto opportuno procedere ad una riforma dell’articolo 12, comma 6, del Regolamento della Camera ed alle conseguenti modifiche di quelle disposizioni degli articoli dei regolamenti di tutela giurisdizionale concernenti la composizione del giudice di appello. 4.4 - Le ragioni che ancora inducono a ritenere compatibile l’autodichia con l’articolo 6 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo Benché appaiano oramai necessari alcuni “aggiornamenti” all’impalcatura normativa del giudice di appello, e ancorché l’istituto dell’autodichia risulti decisamente recessivo nelle esperienze costituzionali di altri paesi (60), può ancora ritenersi che la limitazione all’accesso alla magistratura statale comune, di cui al titolo IV della Costituzione italiana, a favore del giudice parlamentare interno della Camera sia compatibile con l’articolo 6, § 1, della CEDU. Il_Parlamento_della_Repubblica_14_Tomo_I.indd 273 18/02/13 07:23 274 Gaetano Pelella Non va in proposito dimenticato, al riguardo, che la stessa giurisprudenza della Corte europea ammette limitazioni al diritto di accesso a un giudice garantito dal citato articolo 6, purché venga perseguito uno scopo legittimo e sussista un rapporto di ragionevole proporzione tra i mezzi impiegati e lo scopo perseguito (61). Ad esempio, la stessa Corte europea dei diritti dell’uomo – in altro filone giurisprudenziale concernente la verifica della legittimità dell’immunità giurisdizionale di un’organizzazione internazionale – premesso che «l’articolo 6, § 1, della Convenzione esige che sia garantito l’accesso ad un organo giurisdizionale, ma non necessariamente ad un tribunale nazionale», ha ritenuto compatibile col medesimo articolo 6 una procedura di definizione interna delle controversie tra Agenzia spaziale europea e propri dipendenti, reputata equivalente rispetto ad una comune procedura giurisdizionale, in quanto garantiva in modo ragionevole, efficace e concreto la protezione dei diritti previsti dalla Convenzione (62). Nei capoversi che seguono, sarà evidenziato perché, secondo l’orientamento tradizionale storicamente consolidatosi, l’istituzione di giudici interni agli organi costituzionali persegue uno scopo legittimo e contempli un rapporto di ragionevole proporzione tra i mezzi impiegati e lo scopo perseguito. 4.4.1 - Sulla presenza di uno scopo legittimo Come sottolineato nei paragrafi precedenti, la ratio delle norme sull’autodichia è, da sempre, stata individuata nell’esigenza di garantire massimamente l’autonomia e l’indipendenza del Parlamento dai condizionamenti esterni provenienti da ogni altro potere statuale, compresa la magistratura. In particolare nell’ordinamento repubblicano, la necessità di preservare tale indipendenza del Parlamento, sia pure entro precisi limiti fissati dalla Costituzione del 1948, costituisce il precipitato giuridico della forma di governo delineata nella Carta fondamentale che – nonostante le più recenti riforme apportate al titolo V della Costituzione e malgrado le evoluzioni ordinamentali ed istituzionali in senso europeistico – pone ancora al centro del sistema costituzionale il Parlamento medesimo e lo rende l’istituzione caratterizzante l’intero ordinamento. Più che in ogni altro Paese, infatti, l’organo di diretta ed immediata espressione della sovranità popolare gode di una speciale “primazia” rispetto agli altri poteri: oltre ad approvare le leggi statali, esso concede e revoca la fiducia al Governo; nomina Il_Parlamento_della_Repubblica_14_Tomo_I.indd 274 18/02/13 07:23 La giurisdizione interna della Camera dei deputati 275 il Presidente della Repubblica e lo mette in stato d’accusa in caso di alto tradimento o attentato alla Costituzione; nomina un terzo dei giudici costituzionali; nomina un terzo dei componenti del Consiglio superiore della magistratura. Secondo il tradizionale orientamento, per garantire adeguata autonomia ed indipendenza agli organi parlamentari appare indispensabile limitare il sindacato giurisdizionale anche sull’attività degli uffici amministrativi interni di tali organi, in quanto tale attività, direttamente o indirettamente, risulta strumentale all’esercizio delle funzioni parlamentari tipiche (quella legislativa, di indirizzo e di controllo del Governo, di indagine, di inchiesta, di nomina dei membri di importanti organi costituzionali e di autorità indipendenti). In tale prospettiva, pertanto, l’intervento di poteri esterni che incidesse su detta attività di supporto, ovvero sulle persone concretamente addette allo svolgimento di essa, turberebbe, in modo diretto o indiretto, il libero espletamento delle stesse funzioni parlamentari� (63). È doveroso, tuttavia, soggiungere al riguardo, in una prospettiva attenta a registrare nuove sensibilità giuridico-costituzionali, che, dopo la riforma del 1998, il testo attualmente vigente dell’articolo 12, comma 3, lettera e), del Regolamento generale espressamente contempla la categoria delle «attività non direttamente strumentali all’esercizio delle funzioni parlamentari». Dal che potrebbe da taluno ritenersi l’assoggettabilità alla giurisdizione comune delle controversie relative a dette attività, data l’impossibilità, per definizione parlamentare stessa, di interferire con lo svolgimento delle funzioni istituzionali. In proposito, deve tuttavia evidenziarsi che, per un verso, tale tesi contrasterebbe inevitabilmente con il principio della parità di trattamento giurisdizionale spettante indistintamente a tutti i dipendenti della Camera e, per altro verso, che sarebbe impossibile definire a priori, tra le tante eventuali controversie che in astratto potrebbero vedere convenuta la Camera, quella tra esse che incida meno significativamente sullo svolgimento dell’attività parlamentare da devolvere al giudice comune. Senza contare, poi, l’incertezza di individuare il giudice competente a statuire in via definitiva sulla giurisdizione (64)�. Di qui, l’inevitabilità dell’assegnazione al giudice interno di tutte le controversie concernenti l’Amministrazione camerale, non essendo ragionevolmente individuabile alcuna alternativa intermedia. Il_Parlamento_della_Repubblica_14_Tomo_I.indd 275 18/02/13 07:23 276 Gaetano Pelella 4.4.2 - Sulla sussistenza di un rapporto di ragionevole proporzione tra i mezzi impiegati e lo scopo perseguito Posto, dunque, che le disposizioni sull’autodichia sembrano perseguire un fine legittimo e salvaguardare un interesse meritevole di tutela anche secondo l’ordinamento giuridico convenzionale, pare lecito ritenere – ancor di più se verranno portate a termine quelle riforme sulla configurazione del giudice di appello di cui si è detto in precedenza – come gli strumenti all’uopo impiegati siano in rapporto di ragionevole proporzione rispetto allo scopo avuto di mira ed alle limitazioni richieste ai cittadini interessati. Secondo il tradizionale orientamento, l’autodichia rappresenta un ineliminabile strumento a tutela dell’autonomia normativa e dell’indipendenza del Parlamento, posto che, se il momento applicativo delle norme emanate dall’organo parlamentare fosse rimesso al giudizio (potenzialmente di annullamento) di un potere esterno, l’autonomia e l’indipendenza stesse sarebbero inevitabilmente dimezzate. Appare, però, importante soprattutto evidenziare che la menzionata proporzione risiede nel fatto che agli interessati è comunque consentito accedere ad un tribunale che giudica le controversie sulla base di norme processuali e sostanziali – e si avvale di strutture amministrative di supporto – del tutto simili a quelle previste dal comune ordinamento giudiziario (65). Il relativo assetto configura, infatti, in particolare dopo le riforme regolamentari degli anni 1988 e 1993, i caratteri propri dell’attività giurisdizionale, piuttosto che quelli della definizione amministrativa delle controversie. In particolare si evidenzia: l’esistenza della piena garanzia del contraddittorio tra le parti (che possono farsi assistere da avvocati del foro), attraverso non solo la predisposizione di memorie giudiziali, ma anche la discussione orale in udienza; la presenza di termini di prescrizione e di decadenza, per la proposizione dei relativi ricorsi, in sostanziale allineamento a quelli del diritto esterno; la possibilità di attivare strumenti di tutela cautelare (c.d. sospensiva, anche di tipo propulsivo (66)) sia in primo grado che in appello; la considerevole semplificazione degli adempimenti di rito, cui corrisponde una notevole riduzione delle nullità processuali; la possibilità, da parte del giudice, di nominare un consulente tecnico di ufficio (67) e di ammettere l’escussione di testimoni (68); la possibilità di attivare il giudizio di ottemperanza ed il potere di nomina da parte del giudice di un commissario ad acta (69). Le relative strutture amministrative sono, inoltre, organizzate secondo il parametro funzionale delle cancellerie giudiziarie, assicurano la quotidiana Il_Parlamento_della_Repubblica_14_Tomo_I.indd 276 18/02/13 07:23 La giurisdizione interna della Camera dei deputati 277 apertura al pubblico ed applicano una prassi ispirata alla trasparenza ed al dialogo con l’esterno. Occorre, poi, sottolineare come l’ordinamento giuridico camerale agevola notevolmente la presentazione di ricorsi da parte di dipendenti ed estranei sol che si pensi che: a) il deposito del ricorso è completamente gratuito, nel senso che esso non è soggetto né a tasse, né a imposte, né a contributi fiscali comunque denominati; b) il dipendente non ha l’obbligo di stare in giudizio tramite un avvocato, ma può patrocinare da solo o con l’aiuto di un rappresentante sindacale o di un altro dipendente da lui designato (cfr. l’art. 5, co. 3, RTG, per la Commissione giurisdizionale, e l’art. 6-bis, co. 9, RTG, per la Sezione giurisdizionale) (70); c) le notificazioni degli atti nei confronti dei controinteressati avvengono ad opera (e con spese a carico) della Segreteria degli organi di tutela giurisdizionale; d) per un consolidato e mai contestato orientamento interpretativo di tutti i giudici interni, il ricorrente non è mai condannato al pagamento delle spese di giudizio, anche se soccombente. 5 - Conclusioni Si è più volte sottolineato fin dall’inizio del presente scritto che l’autodichia della Camera – ma, naturalmente, il discorso investe direttamente anche la giurisdizione interna degli altri organi costituzionali – si trova oggi a dover affrontare la sfida più impegnativa degli ultimi decenni. Per la prima volta, infatti, una Corte internazionale, la Corte europea dei diritti dell’uomo, dovrà valutare la compatibilità dell’impianto e della disciplina del giudice domestico con il «diritto di accesso ad un giudice terzo ed imparziale» e con i principi del «giusto processo». Più in generale, può evidenziarsi inoltre che – dati i consolidati orientamenti giurisprudenziali in materia, che sono stati ricordati nei paragrafi precedenti – per la prima volta delle norme contenute in Regolamenti parlamentari saranno sottoposte ad un sindacato giurisdizionale di merito, senza che se ne possa invocare l’inammissibilità di rito. Tale circostanza assume un particolare rilievo in considerazione del fatto che sono attualmente in corso di definizione i rapporti tra ordinamento convenzionale della CEDU ed ordinamento giuridico nazionale, in special modo a seguito della adozione, da parte della Corte costituzionale, delle recenti sentenze nn. 348 e 349 del 2007 (71). Il_Parlamento_della_Repubblica_14_Tomo_I.indd 277 18/02/13 07:23 278 Gaetano Pelella Secondo l’interpretazione contenuta nelle predette decisioni, non sarebbe possibile riferire all’ordinamento convenzionale europeo né il parametro costituzionale offerto dall’articolo 10 della Costituzione né quello previsto dall’articolo 11 della medesima Carta fondamentale, non essendo individuabile con riferimento alle specifiche norme convenzionali in esame «alcuna limitazione della sovranità nazionale». Ne consegue, ad avviso della Consulta, che non è consentita la disapplicazione del diritto interno in caso di contrasto con il diritto della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, invece ammessa in ipotesi di conflitto del diritto nazionale con quello comunitario. In tale prospettiva, il parametro costituzionale di riferimento deve quindi essere individuato nell’articolo 117 della Costituzione che prevede il dovere del legislatore ordinario di rispettare gli obblighi internazionali, «con la conseguenza che la norma nazionale incompatibile con la norma della CEDU e dunque con gli “obblighi internazionali” di cui all’articolo 117, primo comma, viola per ciò stesso tale parametro costituzionale». Esclusa, quindi, un’efficacia diretta delle norme convenzionali, l’assetto dei rapporti tra la CEDU e l’ordinamento giuridico interno dovrebbe essere configurato nel modo seguente. I giudici nazionali sono i «giudici comuni della Convenzione», mentre la Corte europea dei diritti dell’uomo assicura uniformità di interpretazione delle disposizioni convenzionali negli ordinamenti degli Stati contraenti, posto che, alla luce dell’articolo 32 CEDU, dette disposizioni vivono così come chiarite dalla Corte di Strasburgo. Quindi, i giudici nazionali debbono interpretare la norma interna in modo conforme alla disposizione internazionale (e quindi, all’interpretazione datane dalla Corte di Strasburgo) e, ove vi sia un dubbio sulla compatibilità della norma interna con la disposizione convenzionale interposta, i giudici nazionali non possono disapplicare la norma nazionale, ma devono investire la Corte costituzionale della relativa questione di legittimità con riferimento al parametro dell’articolo 117, per contrasto, insanabile in via interpretativa, della disposizione nazionale da applicare con i precetti della CEDU. Ancora nella logica delineata dalla Corte costituzionale, a questa spetta dunque sancire l’eventuale contrasto delle norme nazionali con i principi della CEDU dopo aver previamente vagliato se le stesse norme convenzionali, nell’interpretazione data dalla Corte di Strasburgo, garantiscono una tutela dei diritti fondamentali almeno equivalente al livello assicurato dalla Costituzione italiana. Il che si traduce, per la Corte costituzionale, nel dovere di «verificare la compatibilità della norma CEDU, nell’interpretazione del Il_Parlamento_della_Repubblica_14_Tomo_I.indd 278 18/02/13 07:23 La giurisdizione interna della Camera dei deputati 279 giudice cui tale compito è stato espressamente attribuito dagli Stati membri, con le pertinenti norme della Costituzione. In tal modo, risulta realizzato un corretto bilanciamento tra l’esigenza di garantire il rispetto degli obblighi internazionali voluto dalla Costituzione e quella di evitare che ciò possa comportare per altro verso un vulnus alla Costituzione stessa» (sent. n. 349, diritto, par. 6.2). Per tornare ai ricorsi avverso l’autodichia della Camera concretamente sottoposti all’esame della Corte europea, senza voler azzardare un pronostico sul possibile esito degli stessi, può solo evidenziarsi che, anche nell’ipotesi in cui fossero mosse censure al sistema giurisdizionale interno di questo ramo del Parlamento, appare ben difficile che il giudice di Strasburgo, al di là del riconoscimento dell’equa soddisfazione di cui all’articolo 41 della Convenzione, possa direttamente disporre l’adozione di misure strutturali. Infatti, a prescindere dal fatto che sembra improbabile che la Corte europea voglia interferire drasticamente su un meccanismo tanto delicato che riguarda un organo costituzionale sovrano, occorre ricordare come l’adozione di specifiche riforme normative sia stata imposta solo in occasione di violazioni seriali. Considerato, tuttavia, che l’attuale sistema non consente per ora al giudice comune di riconoscere efficacia diretta alle norme CEDU negli ordinamenti giuridici nazionali e che la Corte costituzionale ritiene ancora insindacabili i Regolamenti parlamentari, eventuali rilievi all’autodichia indicati dalla Corte europea potrebbero costituire per la Camera occasione da non perdere per aggiornare alcuni degli aspetti della giurisdizione interna – come quello concernente la composizione del giudice di appello – che appaiono ancora legati ad impostazioni costituzionali oramai in larga parte superate. Note (1) Non saranno quindi contemplate in questo scritto le problematiche relative alla c.d. verifica dei poteri, cioè al giudizio sui titoli di ammissione dei parlamentari e delle sopraggiunte cause di ineleggibilità ed incompatibilità, di cui all’articolo 66 della Costituzione. Il_Parlamento_della_Repubblica_14_Tomo_I.indd 279 18/02/13 07:23 280 Gaetano Pelella (2)Cfr. A.M. Sandulli, «Spunti problematici in tema di autonomia degli organi costituzionali e di giustizia domestica nei confronti del loro personale» in Giurisprudenza italiana, 1977, I, p. 1831 ss.. (3) Cfr. C. Mortati, Istituzioni di diritto pubblico, vol. I, Cedam, Padova, 1975; V. Crisafulli, «Osservazioni sul nuovo Regolamento generale della Corte costituzionale», in Giurisprudenza costituzionale, 1966, p. 362; N. Occhiocupo, «Autodichia», in Enciclopedia giuridica Treccani, IV, Roma, 1988; S.P. Panunzio, «Sindacabilità dei regolamenti parlamentari, tutela giurisdizionale degli impiegati delle Camere e giustizia politica nello Stato costituzionale di diritto», in Giurisprudenza costituzionale, 1978, p. 256 ss.; P. Di Muccio, «Nemo iudex in causa propria: la politica ed il diritto nella tutela giurisdizionale delle Camere», in Foro amministrativo 1977, I, p. 3047 ss.; G.G. Floridia F. Sorrentino, «Interna corporis», in Enciclopedia giuridica Treccani, XVII, Roma 1989; E. Lehner, «“Regolamento per la tutela giurisdizionale relativo agli atti di amministrazione della Camera non concernenti i dipendenti” vs. “Giusto processo”, precettività della Costituzione e primato del diritto comunitario», in Giurisprudenza costituzionale, 2002, p. 471 ss. (4) Le sentenze in materia di autodichia saranno dettagliatamente indicate nei paragrafi che seguono. (5) V. il regolamento per la tutela giurisdizionale degli atti di amministrazione della Camera non concernenti i dipendenti, approvato con deliberazione dell’Ufficio di Presidenza del 22 giugno 1999. (6) V. articolo 8 del regolamento per l’accesso agli atti e ai documenti amministrativi della Camera dei deputati, approvato con deliberazione dell’Ufficio di Presidenza del 30 luglio 1997. (7) Ad esempio quelli riguardanti l’assegno vitalizio (cfr., da ultimo, Sezione giurisdizionale sentenza n. 1 del 2008). (8) Cfr. articolo 4 del regolamento recante «Normativa in tema di protezione dei dati personali», approvato dall’Ufficio di Presidenza con deliberazione del 26 ottobre 2004, n. 208. (9) Cfr. decreto del presidente del Consiglio di giurisdizione del 25 marzo 2003. (10) Si pensi, ad esempio, all’ordinanza cautelare emessa dal TAR per il Lazio, sez. III-ter, del 22 febbraio 1996, n. 188, in cui fu affermata la giurisdizione del g.a. in relazione ad una controversia insorta tra la Camera ed una ditta in occasione dello svolgimento di una procedura di gara a licitazione privata per l’affidamento di un appalto di servizi. A causa di tale pronuncia, l’Ufficio di Presidenza decise di sottoporre all’Assemblea la proposta di sollevare conflitto di attribuzione innanzi alla Consulta nei confronti del TAR per il Lazio (Cfr. Bollettino degli Organi collegiali del 16 aprile 1996, n. 26), ma, a quanto consta, detta deliberazione non ebbe alcun seguito. Si rifletta, ancora, sulle note sentenze delle sezioni unite civili della cassazione nn. 136 e 204 del 1999, con cui è stata affermata la giurisdizione del giudice ordinario sulle contestazioni riguardanti atti della Camera relativi alla erogazione di contributi finanziari a partiti politici, a titolo di concorso per le spese sostenute per l’elezione dei consigli regionali (ex l. n. 659 del 1981). Anche in tale occasione, pur essendosi aperto un intenso dibattito interno, si è deciso, almeno per il momento, di soprassedere sulla possibilità di reinvestire la Corte costituzionale della questione circa l’ambito di estensione dell’autodichia, benché sussistessero serie ragioni per contestare quanto affermato dalla Cassazione. (11) Nelle more della pubblicazione del presente scritto è intervenuta, dopo la discussione in udienza pubblica tenutasi a Strasburgo il 2 dicembre 2008, l’attesa sentenza della Corte europea che è stata pubblicata sul sito della Corte medesima (www.echr.coe.int) il 28 aprile 2009. Di tale sentenza, dunque, si dà conto solo nella presente nota, rimandando ad un approfondimento futuro il commento di tale fondamentale arresto giurisprudenziale, le cui conclusioni risultavano peraltro già ampliamente anticipate nei paragrafi 4 e 5 del testo (al riguardo, sia consentito di rinviare a G. Pelella, «Si consolida l’autodichia parlamentare dopo il vaglio della Corte europea dei diritti dell’uomo», in Rassegna parlamentare n. 4 del 2009, pp. 1077 - 1097). Con tale pronuncia la Corte: Il_Parlamento_della_Repubblica_14_Tomo_I.indd 280 18/02/13 07:23 La giurisdizione interna della Camera dei deputati 281 a) ha rigettato le eccezioni di improcedibilità dei ricorsi sollevate dal Governo italiano (e dalla Camera dei deputati) sulla base dell’asserita inapplicabilità ai ricorrenti delle garanzie di cui all’articolo 6, § 1, della Convenzione; b) ha affermato, con ciò accogliendo alcune richieste dei ricorrenti, che nei casi esaminati vi è stata violazione dell’articolo 6, § 1, della Convenzione – e più precisamente delle prescrizioni sull’equo processo concernenti la necessaria indipendenza ed imparzialità oggettiva dell’organo giudicante – nella misura in cui, a livello nazionale, le controversie intentate dai ricorrenti sono state decise, in via definitiva, dalla Sezione giurisdizionale dell’Ufficio di Presidenza della Camera dei deputati, i cui componenti sono tutti membri dell’Ufficio di Presidenza medesimo, che è competente a disciplinare le principali questioni amministrative della Camera e che, nelle fattispecie esaminate, aveva adottato alcuni atti impugnati dai ricorrenti medesimi; c) ha ritenuto che la constatazione della violazione dell’articolo 6, § 1, della Convenzione costituisca di per sé un’equa soddisfazione ai sensi dell’articolo 41 della Convenzione; d) ha quantificato in 10.000 euro le somme che lo Stato italiano deve rimborsare a ciascuno dei sette ricorrenti in relazione alle spese processuali sostenute per la procedura innanzi alla Corte stessa. Benché siano state accolte le istanze dei ricorrenti e sebbene appaia indispensabile oramai una riforma della composizione del giudice di appello interno della Camera dei deputati, la sentenza in esame contiene rilevantissime affermazioni che, di fatto, consolidano notevolmente la legittimità dell’autodichia e, più specificamente, la compatibilità di quest’ultima rispetto ai principi fondamentali del giusto processo. In particolare, infatti, la Corte ha sostenuto che: a) la Commissione giurisdizionale per il personale e la Sezione giurisdizionale dell’Ufficio di Presidenza della Camera svolgono funzioni sostanzialmente giurisdizionali, posto che essi decidono le controversie loro sottoposte con pienezza di giurisdizione e secondo procedure organizzate, di modo che le loro decisioni sono vincolanti tanto per l’Amministrazione quanto per i ricorrenti (v. § 74 della sentenza); b) non può essere messo in discussione il potere della Camera dei deputati e degli altri organi costituzionali di istituire un sistema giudiziario interno e di regolamentare in modo autonomo la tutela giurisdizionale dei rispettivi dipendenti, nonché i rapporti giuridici con i terzi. Infatti, né l’articolo 6, § 1, né alcuna altra disposizione della Convenzione obbligano gli Stati e le loro istituzioni a conformarsi ad uno specifico ordinamento giudiziario. Al riguardo, la Corte rammenta la propria giurisprudenza secondo la quale, con il termine «tribunale», l’articolo 6, § 1, della Convenzione non vuole necessariamente riferirsi ad una giurisdizione di tipo classico, integrata alle strutture giudiziarie ordinarie del Paese (v. § 91); c) non può essere imposto agli Stati un modello costituzionale precostituito che regoli in un modo o in un altro i rapporti e le interazioni tra i differenti poteri statali. Pertanto, la scelta del legislatore italiano di preservare l’autonomia e l’indipendenza del Parlamento, riconoscendo ad esso l’immunità rispetto alle giurisdizioni comuni, non può costituire in sé oggetto di contestazione innanzi alla Corte (v. § 91); d) il fatto che gli organi di giurisdizione interna della Camera siano istituiti e disciplinati da regolamenti parlamentari minori, e non dalla legge statale, soddisfa l’esigenza della necessaria «base legale» richiesta dall’articolo 6, § 1, della Convenzione, in quanto si tratta di atti facilmente accessibili e comprensibili (v. § 98 e 99); e) pur essendo condivisibili le censure dei ricorrenti in ordine alla composizione del giudice di appello della Camera dei deputati (formato interamente da membri dell’Ufficio di Presidenza), non può dubitarsi dell’indipendenza degli organi di giurisdizione interna per il solo fatto che i componenti di questi ultimi siano scelti tra i deputati in carica (v. § 104). (12) La Carta dei diritti fondamentali – da ultimo proclamata solennemente a Strasburgo dal Parlamento europeo, dal Consiglio e dalla Commissione (12 dicembre 2007) – a seguito della ratifica Il_Parlamento_della_Repubblica_14_Tomo_I.indd 281 18/02/13 07:23 282 Gaetano Pelella del Trattato di Lisbona, avrà anche formalmente lo stesso valore giuridico dei Trattati comunitari (cfr. articolo 6 del Trattato sull’Unione, come modificato dal citato Trattato di Lisbona). In questa sede può notarsi che l’articolo 47 di tale Carta riproduce sostanzialmente quanto previsto dai citati articoli 6 e 13 della CEDU. (13) Non vi sono allo stato precedenti in cui l’Ufficio di Presidenza abbia deciso nel suo plenum su ricorsi in appello. Si segnala, tuttavia, un recente caso in cui la Sezione giurisdizionale dell’Ufficio di Presidenza ha sottoposto alla valutazione del Presidente della Camera l’opportunità, ai sensi di quanto previsto dall’articolo 6-bis, comma 2, del regolamento per la tutela giurisdizionale dei dipendenti, di devolvere ex post al plenum dell’Ufficio una controversia già sottoposta alla cognizione della Sezione e in relazione alla quale erano già state effettuate alcune udienze (v. decreto del Presidente della SGUP n. 1 del 12 marzo 2008). Tale rinvio, motivato dalla particolare delicatezza delle questioni di diritto trattate, è stato effettuato in analogia a quanto la legge consente al Presidente del Consiglio di Stato in relazione a controversie già assegnate alle sezioni semplici (v. articolo 45 del r.d. n. 1054 del 1924). Con provvedimento adottato dal Presidente della Camera nella XVI legislatura, tuttavia, è stata confermata la competenza della Sezione giurisdizionale, che si è poi definitivamente pronunciata nel merito della controversia (cfr. sent. n. 1 del 2009). (14)In Foro Italiano, 1898, III, p. 101. Tale decisione risultava conforme ai precedenti della giurisprudenza del Consiglio di Stato francese che, già tempo addietro, si era espresso in termini analoghi. La decisione stessa, tuttavia, pur apparendo nella sostanza conforme ai principi generali regolatori della materia, fu criticata dal Mortara, ad avviso del quale si sarebbe più correttamente dovuto esplicitare che l’atto oggetto del ricorso non fosse un «atto o provvedimento di autorità amministrativa o di corpo amministrativo deliberante ai sensi dell’articolo 24», e che pertanto la ragione di escludere il sindacato di legittimità derivava non dalla qualità dell’atto, ma da quella dell’organo da cui emanava (cfr. Mortara, Commentario del Codice e delle leggi di procedura civile, Milano, 1924, vol. II, n. 548, in nota). Su posizioni nettamente diverse – e per certi aspetti più avanzate, in quanto anticipatrici dell’intenso dibattito dottrinale che successivamente si sviluppò attorno alla questione del sindacato sugli «atti amministrativi delle autorità non amministrative» – fu il Lessona, il primo a commentare la sentenza in esame (v. Foro Italiano, 1898, III, p. 105 ss.). Tale autore, infatti, sostenne che la Camera ed il Senato, quando provvedono all’amministrazione interna, sono corpi amministrativi deliberanti e, se ledono interessi di individui violando la legge, i relativi provvedimenti sono impugnabili innanzi al Consiglio di Stato. (15) CdS, sezione IV, decisione del 12 agosto 1927 (in Foro Italiano, 1928, III, p. 45 ss.). (16) V. S. Romano, «Gli atti di un ramo del Parlamento e la loro pretesa impugnabilità dinnanzi alla IV Sezione del Consiglio di Stato», in Il Circolo giuridico 1899, p. 77 ss.; G. Arangio Ruiz, Istituzioni di diritto costituzionale, Torino, 1913, pp. 407 e 408; O. R anelletti, Le guarentigie amministrative e giurisdizionali della Giustizia nell’amministrazione, Milano 1930, pp. 91 e 488. (17) Atti del Parlamento italiano, Senato del Regno, Sessione 1887-1888. Documenti. Stamp. n. 6. (18) In dottrina, v. G. Cristofanetti. «Se vi siano atti amministrativi del Senato e della Camera dei deputati impugnabili avanti alla IV sezione del Consiglio di Stato», in La legge, 1899, I, p. 33 ss.; C. Finzi, L’autonomia amministrativa ed economica delle Assemblee legislative, Camera dei deputatiSegreteria generale, Roma, seconda ristampa del 1980, p. 167. In giurisprudenza, può ricordarsi la causa intentata nei confronti della Camera dei deputati dagli architetti Talamo e Mannajuolo, decisa in senso favorevole ai ricorrenti prima dalla Corte di cassazione di Roma con sentenza del 28 giugno 1904 (in Giurisprudenza Italiana, 1904, I, 1, p. 889) e poi, definitivamente, dalla corte di appello di Roma con sentenza dell’11 dicembre 1905. Nella specie, la Camera dopo aver bandito un concorso per la costruzione di una nuova Aula ed avere approvato in Comitato segreto la relazione della Commissione che presceglieva appunto il progetto presentato dai citati professionisti, aveva respinto il disegno di legge che stanziava i fondi per l’esecuzione del progetto stesso. Di qui, da parte degli autori del progetto, una domanda giudiziale di risarcimento danni. In questa occasione la Camera fu condannata, in via definitiva dalla corte d’appello di Roma, al pagamento ai predetti architetti Il_Parlamento_della_Repubblica_14_Tomo_I.indd 282 18/02/13 07:23 La giurisdizione interna della Camera dei deputati 283 della somma di lire 84.898, 24 (somma che fu stanziata dal Governo, su richiesta del Presidente della Camera). (19) Con deliberazione del 16 dicembre 1999, la Corte costituzionale ha approvato un nuovo regolamento che disciplina compiutamente, in sostituzione di quello precedente approvato nel 1960, i «ricorsi in materia di impiego» presentati dai suoi dipendenti (pubblicato in G.U., n. 28 del 4 febbraio 2000). Tale regolamento affida la decisione su dette controversie ad un collegio composto dai tre giudici più anziani della Corte che non facciano parte dell’Ufficio di Presidenza, né della Commissione di disciplina. Per espressa previsione regolamentare la giurisdizione in esame è esclusiva, nonché di merito in materia di sanzioni disciplinari. Sono previste modalità atte a garantire il diritto di difesa e il contraddittorio tra le parti. Sull’eventuale appello giudica la Corte in composizione ordinaria, senza la partecipazione dei giudici che hanno adottato la sentenza di primo grado. (20) Dopo la sentenza n. 154 del 1985 della Consulta, anche la Corte di cassazione ne ha sempre ribadito i suoi fondamentali principi (Cfr. Cassazione, SS.UU., n. 2862 del 1986; Cassazione, SS.UU., n 6241 del 1988; Cassazione, SS.UU., n. 1993 del 1992; Cassazione, SS.UU., n. 317 del 1999; Cassazione, SS.UU., n. 16267 del 2002; Cassazione, SS.UU., n. 11019 del 2004; Cassazione, SS.UU., n. 14085 del 2004; Cassazione, SS.UU., n. 11623 del 2006). (21) La suesposta necessità era avvertita da tempo già nelle massime sedi interne della Camera sol che si pensi che l’on. Lucifredi, nella seduta antimeridiana del 2 febbraio 1971, in occasione della discussione della riforma del Regolamento parlamentare, disse tra l’altro: «Io ritengo che è soltanto in base al sopravvivere di una tradizione che non ha più ragion d’essere se gli impiegati ed i funzionari del Parlamento sono privi di quelle garanzie costituzionali che l’articolo 113 Cost. esige nei confronti di tutti i cittadini. Non è certo un problema da affrontare in questa sede; però mi permetto di approfittare di questa occasione per esprimere la mia ferma convinzione che a ciò si debba arrivare, cioè che si deve arrivare ad una forma di tutela giurisdizionale in favore dei dipendenti di questa Camera» (tratto dal volume Il nuovo Regolamento della Camera, edito dalla Camera dei deputati, Roma 1975, p. 266). (22) In proposito, v. i chiari interventi in tal senso da parte dell’on. Mario Tassone e dell’on. Alberto Lembo in occasione della discussione delle modifiche agli articoli 12 e 62 del Regolamento generale (Atti parlamentari Camera, XIII legislatura, Discussioni, LXXXI, sedute del 14 e 16 dicembre 1998). (23) Si pensi alla già citata ordinanza del TAR del Lazio, sez. III-ter, del 22 febbraio 1996 n. 188 – in relazione alla quale come, detto, l’Ufficio di Presidenza della Camera ipotizzò di sollevare conflitto di attribuzione – che affermò la giurisdizione del giudice amministrativo sulla base del rilievo che la Camera, quando svolge procedure di gara per l’affidamento di appalti pubblici, deve essere considerata alla stessa stregua di una normale amministrazione pubblica, e come tale sottoposta alla normativa comunitaria e statale in materia. Nello stesso senso e sempre in sede cautelare, si v. CdS., sez. IV, ordinanza 21 ottobre 1998, n. 1699; CdS, sez. IV, ordinanza n. 1589 del 1995. Non mancavano, però, pronunce in senso abdicativo della giurisdizione: cfr. TAR Lazio, sez. I, ordinanza del 25 settembre 1997, n. 2475; TAR Lazio, sez. I, ordinanza del 15 luglio 1998 n. 2121. (24) Cfr. TAR del Lazio, sez. I, sentenza 21 dicembre 1999, n. 3863; TAR del Lazio, sez. I, sentenza n. 698 del 4 febbraio 2000; TAR del Lazio, sez. I, sentenza n. 1030 dell’11 febbraio 2006; TAR del Lazio, sez. I, sentenza n. 5462 del 6 giugno 2007. (25) Si v. TAR Lazio, sez. I, n. 1030 del 2006, confermato da CdS, sez. IV, n. 3008 del 2007, che così si esprime: «Va da sé che rispetto all’impugnativa di un atto di gara d’appalto indetta dalla Camera vi è difetto di giurisdizione del giudice amministrativo sussistendo ai sensi del relativo regolamento, la competenza a giudicare degli organi interni (...). Viceversa, una norma di analogo tenore, estensiva del potere di autodichia anche al contenzioso instaurato da terzi avverso atti diversi da quelli relativi ai dei dipendenti, rebus sic stantibus, non è dato rinvenire nel Regolamento del Senato, sicché, allo stato, la giurisdizione domestica in tale ambito deve ritenersi limitata alle controversie relative allo status giuridico ed economico dei dipendenti nonché a quelle vertenti sull’esclusione da una procedura concorsuale volta alla costituzione di un rapporto di impiego. Di conseguenza il Il_Parlamento_della_Repubblica_14_Tomo_I.indd 283 18/02/13 07:23 284 Gaetano Pelella contenzioso che, come quello in esame, è stato instaurato da un extraneus ed è relativo ad altri atti [si trattava di un provvedimento di non ammissione ad una gara d’appalto di servizi, n.d.r.] non può che rientrare che nella giurisdizione di un giudice “esterno” al Senato della Repubblica». (26) Cfr. TAR del Lazio, sez. I, n. 4784 del 2007. Si noti, al riguardo, come tale regolamento del Senato non ha istituito, come alla Camera, un nuovo organo giudicante, ma ha devoluto la cognizione delle controversie in materia di appalto alla stessa Commissione contenziosa competente per i ricorsi dei dipendenti, sia pure con una diversa integrazione. Tale Commissione, infatti, è composta, di base, da tre senatori (nominati dal Presidente del Senato tra senatori esperti in materie giuridiche amministrative e del lavoro), ma, mentre per le controversie con i dipendenti e con i concorrenti ai concorsi per l’accesso ai ruoli essa è integrata da un consigliere parlamentare e da un dipendente nominato dal Presidente del Senato nell’ambito di una terna eletta da tutti i dipendenti, invece, per quanto attiene ai ricorsi presentati dai terzi, relativamente agli appalti, essa è completata da altri due membri, nominati dal Presidente del Senato tra magistrati a riposo delle supreme giurisdizioni amministrative o ordinarie, avvocati con almeno venti anni di esercizio o professori universitari in materie giuridiche. (27) Il conflitto era stato sollevato dalla Camera dei deputati nei confronti del tribunale di Roma, sezione giudice delle indagini preliminari, che, ritenendo non applicabile l’articolo 68, primo comma, della Costituzione, aveva deciso di dar seguito al procedimento penale avviato dal pubblico ministero nei confronti di due deputati indagati per i reati di falsità ideologica commessa dal pubblico ufficiale in atti pubblici (479 c.p.) e sostituzione di persona (494 c.p.) – caso dei c.d. deputati-pianisti. Nella seduta del 16 febbraio 1995, tali deputati, infatti, avevano votato in luogo di altri colleghi non presenti in Aula. (28) Come noto, tale disposizione prevede il controllo giurisdizionale di legittimità da parte della Cassazione su tutte le «sentenze», intendendosi per tali, secondo una prassi interpretativa costituente oramai diritto vivente, tutti i provvedimenti a contenuto decisorio incidenti su diritti soggettivi ed idonei al giudicato. (29) Si trattava di un ricorso promosso da un gruppo di dipendenti che contestava la legittimità di una deliberazione dell’Ufficio di Presidenza del 1980, che aveva disposto l’inquadramento funzionale-retributivo iniziale della categoria professionale cui essi appartenevano al primo livello anziché, come da loro auspicato, al secondo. (30) La controversia, in effetti, aveva avuto origine dall’esclusione dalla prova orale di taluni candidati al concorso per assistente parlamentare. (31) In effetti, nessuna altra sentenza ha mai affrontato esplicitamente la nevralgica questione della compatibilità dell’autodichia con il nuovo testo dell’articolo 111 della Costituzione. (32) Per quanto riguarda le controversie dei gruppi parlamentari, v. Cass., SS.UU., ord. n. 3335 del 2004, che ha riconosciuto la giurisdizione del giudice ordinario in ordine alla contestazione originata dalla domanda di pagamento di somme a titolo di compenso per prestazioni professionali eseguite su incarico di un gruppo parlamentare. Per quanto invece concerne i c.d. portaborse, v. Cass., SS.UU., sent. n. 5234 del 1998, che ha riconosciuto la giurisdizione del giudice del lavoro per le controversie intentate dal collaboratore di un deputato nei confronti di quest’ultimo, posto che nella fattispecie, come normalmente avviene in questi casi, tra ai due era stato instaurato un rapporto di lavoro secondo gli schemi contrattuali dell’articolo 2222 c.c. (contratto d’opera professionale), mentre la Camera ne era rimasta completamente estranea. (33) Si v. regolamenti di attuazione della legge 10 dicembre 1993, n. 515, recante disciplina delle campagne elettorali per le elezioni alla Camera dei deputati ed al Senato della Camera e del Senato, adottati rispettivamente il 26 ed il 21 luglio 1994. (34) In questo senso v., però, anche Cass., SS.UU., n. 12614 del 1998 – in cui viene riconosciuta la giurisdizione amministrativa in ordine alle controversie della Presidenza della Repubblica con i propri dipendenti (su cui v. infra). In base a detta pronuncia, che in verità non è stata più ripresa nelle decisioni successive della suprema Corte, «nell’attuale assetto costituzionale è lecito dubitare che Il_Parlamento_della_Repubblica_14_Tomo_I.indd 284 18/02/13 07:23 La giurisdizione interna della Camera dei deputati 285 l’autodichia costituisca un necessario attributo implicato dalla posizione di autonomia ed indipendenza degli organi costituzionali. E ciò sia perché siffatta potestà implicita non sembra desumibile dal principio della separazione dei poteri, che, nel vigente ordinamento costituzionale non è assoluto, nel senso di assicurare l’indifferenza e l’impenetrabilità assoluta tra i vari organi e le rispettive funzioni primarie, ma è attuato mediante forme di reciproco controllo (...). Sia soprattutto perché la tutela giurisdizionale costituisce principio cardine dell’ordinamento, atteso che la Costituzione assicura a “tutti” la tutela giurisdizionale dei propri diritti ed interessi legittimi, sicché le limitazioni a tale regola generale devono essere espressamente previste (e sorrette da adeguata giustificazione)». (35) Ci si riferisce a CdS, sezione IV, n. 3008 del 2007, in cui i giudici di Palazzo Spada, pur non essendo stata sollevata apposita eccezione, confermano incidentalmente in appello la giurisdizione del g.a. su una controversia concernente una procedura d’appalto espletata dal Senato antecedentemente all’approvazione delle nuove disposizioni regolamentari del 2005 riguardanti il contenzioso sugli appalti. In proposito, il Consiglio di Stato afferma che la sentenza di primo grado «risulta sostanzialmente corretta per la sua coerenza con la giurisprudenza della Corte di giustizia delle Comunità europee, che con la sentenza 17 settembre 1998 in C-323/96, ha rilevato come le direttive sugli appalti pubblici si applichino anche nei confronti del potere legislativo, da qualificare come amministrazioni aggiudicatrici». La menzionata asserzione, per quanto limitata ad un obiter dictum, se analizzata con attenzione, contiene un principio rivoluzionario, cioè quello secondo cui l’autodichia sarebbe contrastante con la giurisprudenza della Corte di giustizia, almeno in materia di appalti. Dal che il giudice italiano potrebbe anche dedurre il potere di disapplicare la norma (parlamentare) contrastante, in virtù del noto principio del primato del diritto comunitario inaugurato a partire dalla celebre sentenza della Corte di Lussemburgo del 15 luglio 1964, in c. 6/64, Costa c. Enel (in tal senso si veda chiaramente E. Lehner, Regolamento per la tutela giurisdizionale ... cit., p. 508 ss.). Il riferimento alla sentenza della Corte di giustizia del 17 settembre 1998 (Commissione c. Regno del Belgio), tuttavia, non appare conferente. In tale decisione, infatti, il giudice europeo si era limitato soltanto ad affermare che gli organi legislativi (nella specie il Vlaamse Raad, cioè il Parlamento fiammingo) devono ritenersi assoggettati alle normative comunitarie in materia di appalto, come ogni altro ente pubblico. Ciò che, peraltro, costituisce principio indiscusso nell’operare quotidiano delle Amministrazioni degli organi costituzionali e, segnatamente, della Camera dei deputati. Nulla, però, la Corte di giustizia aveva detto in ordine alla necessità che fosse un giudice statale nazionale, piuttosto che un’altra istanza giudicante, a dover decidere sulle relative controversie. (36) V. CdS, sez. I, parere del 28 giugno 2000 (n. sez. 1248-bis/89). (37) È noto che con i decreti del Presidente della Repubblica nn. 81/N del 24 luglio 1996 e 89/N del 9 ottobre 1996 sono stati istituiti, all’interno della Presidenza della Repubblica, organi giudicanti interni sui ricorsi presentati dai dipendenti. Tali disposizioni prevedono l’istituzione di: un «Collegio giudicante», competente in primo grado, che è composto da un consigliere di Stato, da un consigliere della corte d’appello e da un referendario della Corte dei conti (designati rispettivamente dai Presidenti del Consiglio di Stato, della corte d’appello e della Corte dei conti) e da due dipendenti della Presidenza della Repubblica (di cui uno designato dal Segretario generale e l’altro sorteggiato nell’ambito di una terna eletta da tutti i dipendenti); e di un «Collegio di appello», competente in secondo grado, che è composto da un presidente di sezione del Consiglio di Stato, da un consigliere di Cassazione e da un consigliere della Corte dei conti (designati rispettivamente dai Presidenti del Consiglio di Stato, della Corte di cassazione e della Corte dei conti). (38) Cfr. Cass., SS.UU., n. 2979 del 1979; Cass., SS.UU., n. 3422 del 1988; Cass., SS.UU., n. 12614 del 1998; CdS, sez. IV, n. 178 del 1997. (39) CdS, sez. IV, n. 178 del 1997. (40) Per limitarsi ad un recente esempio che riguarda la legislazione italiana, si pensi allasentenza 6 marzo 2007 (ricorso n. 43662/98) – causa Scordino ed altri c. Italia – che ha demolito l’istituto della espropriazione indiretta, di risalente origine giurisprudenziale e poi codificato dall’articolo 43 del D.P.R. n. 327 del 2001 (Testo unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia Il_Parlamento_della_Repubblica_14_Tomo_I.indd 285 18/02/13 07:23 286 Gaetano Pelella di espropriazione per pubblica utilità), che, ad avviso della Corte, viola il principio di legalità, in quanto esso, da un lato, non è in grado di assicurare un sufficiente grado di certezza nei rapporti giuridici e, dall’altro, determina conseguenze imprevedibili o arbitrarie per i soggetti interessati. Al riguardo, la Corte ha sostenuto che l’istituto in parola permette (inammissibilmente) all’amministrazione pubblica di occupare un terreno (anche sulla base di autorizzazione successivamente annullata o persino in mancanza, ab initio, del titolo abilitativo), di trasformarlo irreversibilmente e conseguentemente di acquisirlo al suo patrimonio, senza mai adottare alcun atto formale che dichiari il passaggio della proprietà. In assenza di tale atto che formalizzi l’espropriazione, l’elemento che permette di trasferire ufficialmente al patrimonio pubblico il bene occupato e di assicurare una definitiva certezza giuridica è rappresentato dalla sola decisione del giudice che constata l’illegalità del comportamento dell’amministrazione (41) Tale prassi si fonda su una precisa scelta del Comitato dei ministri del Consiglio d’Europa che, nell’ambito delle misure tendenti a garantire l’effettività del meccanismo stabilito dalla CEDU, ha adottato la risoluzione del 12 maggio 2004 (Res(2004)3) – da valutare nel contesto di un significativo aumento del carico di lavoro della Corte europea dei diritti dell’uomo a causa di una serie di ricorsi presentati a seguito di violazioni strutturali e ripetitive – sulle sentenze che riscontrano problemi strutturali negli ordinamenti nazionali. Questa risoluzione, dopo aver sottolineato l’intento di aiutare gli Stati ad individuare sia i problemi strutturali che le necessarie misure di esecuzione, ha invitato la Corte «à identifier dans les arrêts où elle constate une violation de la Convention ce qui, d’après elle, révèle un problème structurel sous-jacent et la source de ce problème, en particulier lorsqu’il est susceptible de donner lieu à de nombreuses requêtes, de façon à aider les Etats à trouver la solution appropriée et le Comité des Ministres à surveiller l’exécution des arrêts». (42) Cfr. sent. 26 novembre 1992, Francesco Lombardo c. Italia, par. 17; sent. 24 agosto 1993, Massa c. Italia, par. 26; sent. 17 marzo 1997, Neigel c. Francia, par. 43 ss. (43) Cfr. sent. 2 settembre 1997, De Santa c. Italia, par. 18; sent. 2 settembre 1997, Nicodemo c. Italia, par. 18; sent. 24 agosto 1998, Benkessiouer c. Francia, parr. 29-30. (44) Tale valutazione è confermata dall’opinione dissenziente di quattro giudici, ad avviso dei quali i nuovi e più restrittivi criteri indicati nella sentenza non servono a fare chiarezza, ma creeranno alla Corte maggiori difficoltà interpretative in occasione delle future pronunce. (45) Nelle osservazioni difensive, presentate dal Governo italiano innanzi alla Corte europea dei diritti dell’uomo nei casi riguardanti la Camera, è stata sostenuta l’inapplicabilità, ai casi di specie, dell’articolo 6, § 1, CEDU proprio sul rilievo per cui alcuni impieghi pubblici comportano una missione di interesse generale, nonché una compartecipazione all’esercizio della funzione pubblica e della sovranità dello Stato. Dal che consegue che lo Stato stesso ha un legittimo interesse ad esigere da tali impiegati uno speciale legame di lealtà e di fiducia. (46) In particolare, si evidenzia che l’articolo 108 della Costituzione prescrive che «le norme sull’ordinamento giudiziario e su ogni magistratura sono stabilite con legge» e che «la legge assicura l’indipendenza dei giudici speciali». (47) Cfr. S. P. Panunzio, «Sindacabilità dei regolamenti parlamentari, tutela giurisdizionale degli impiegati delle Camere e giustizia politica nello Stato costituzionale di diritto», in Giurisprudenza costituzionale, 1978, I, p. 258 ss.; V. Crisafulli, Lezioni di diritto costituzionale, II, Giuffrè, Milano, 1984, p. 136 ss. (48)V. Corte europea dei diritti dell’uomo, Grande Camera, Vilho Eskelinen ed altri c. Finlandia, del 19 aprile 2007, parr. 61 - 62. (49) In tal senso, v. sentenza 25 febbraio 1997, Findlay c. Regno Unito, par. 73. (50) È interessante notare come la sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo del 28 giugno 1984, Campbell e Fell c. Regno Unito, ha evidenziato che non è necessaria un’espressa statuizione legislativa a tutela dell’inamovibilità, essendo sufficiente un suo riconoscimento di fatto, in presenza delle altre condizioni a tutela dell’indipendenza. Il_Parlamento_della_Repubblica_14_Tomo_I.indd 286 18/02/13 07:23 La giurisdizione interna della Camera dei deputati 287 (51) Il giudice di appello al Senato è costituito da cinque senatori nominati dal Presidente del Senato, sentito il Consiglio di Presidenza, tra esperti in materie giuridiche, amministrative e del lavoro (e con la qualifica di magistrato, avvocato o professore universitario di diritto). È espressamente prevista la incompatibilità con la carica di componente del Consiglio di Presidenza (cfr. articolo 75 del Testo unico delle norme regolamentari dell’Amministrazione riguardanti il personale del Senato della Repubblica). (52) V., in particolare, P. Di Muccio, «Nemo iudex in causa propria ...» cit., p. 3050 ss.; E. Lehner, Regolamento per la tutela giurisdizionale ... cit., p. 479 ss.. In giurisprudenza, v. Cass. SS.UU. n. 317 del 1999, cit. (53) Un esempio in cui la Camera dei deputati è parte nel processo come Istituzione politica, e come tale è rappresentata dal Presidente, si rinviene nei giudizi per conflitti di attribuzione tra poteri dello Stato, di cui all’articolo 134, secondo alinea, della Costituzione. (54) Al riguardo, esistono precedenti nei quali singoli componenti della Sezione giurisdizionale si sono astenuti dal giudicare su controversie nelle quali potessero esser interessati in ragione di altre loro competenze: ad esempio, la sentenza n. 17 del 2003, pronunciata con l’astensione del vicepresidente Alfredo Biondi, il quale presiedeva anche la commissione del concorso al quale si riferiva la controversia. Così come un recente caso di astensione si è verificato nella causa P. c. Amministrazione della Camera, in cui l’udienza innanzi alla Commissione giurisdizionale, in origine tenuta in data 13 novembre 2007, è stata ripetuta l’11 dicembre 2007, innanzi al medesimo collegio giudicante in diversa composizione, a seguito dell’astensione, per ragioni personali, dell’on. Crapolicchio. (55) Cfr. Corte europea dei diritti dell’uomo, seduta plenaria, 24 maggio 1989, Hauschildt c. Danimarca, che evidenzia come esista una sorta di presunzione circa l’imparzialità soggettiva del giudice e che la prova contraria va offerta analizzando i convincimenti personali manifestati dal giudice in occasione dello svolgimento del processo a lui affidato (56) Cfr. sent. 28 ottobre 1998, Castillo Algar c. Spagna. (57) Si noti che questo costituisce uno dei casi concretamente sottoposto all’esame della Corte europea dei diritti dell’uomo, in cui i ricorrenti, dipendenti della Camera, avevano impugnato innanzi alle istanze interne il Protocollo integrativo del regolamento di amministrazione e contabilità della Camera, approvato dall’Ufficio di Presidenza, nella parte in cui esso non prevede la corresponsione dei c.d. incentivi di progettazione di cui all’articolo 18 della l. n. 109 del 1994. In proposito, può segnalarsi un significativo precedente della Corte europea dei diritti dell’uomo (sentenza del 28 settembre 1995, Procola c. Lussemburgo) in cui è stato esaminato il caso relativo ad un ricorso deciso dal Consiglio di Stato del Lussemburgo, i cui componenti, per quattro quinti, avevano preso parte, come consulenti del Governo, all’elaborazione del regolamento impugnato. In quella occasione, la Corte di Strasburgo aveva concluso che la confusione di attività consultive e giurisdizionali sulle stesse questioni è tale da mettere in forse l’imparzialità strutturale dell’organo, in quanto i suoi componenti possono sentirsi legati alla precedente decisione o almeno poter sembrare di esserlo, il che è sufficiente a far legittimamente dubitare dell’imparzialità del soggetto giudicante. A sostegno di tale conclusione, la Corte richiama la nozione di indipendenza e di imparzialità «oggettiva», sottolineando come sia elemento determinante che il giudice ispiri fiducia ai cittadini e che i dubbi ed i sospetti di parzialità della parte nei suoi confronti siano «obiettivamente giustificati». (58) Cfr. Consiglio di garanzia del Senato del 12 giugno 1990; Consiglio di Giurisdizione della Camera n. 1 del 17 novembre 1999; Sezione giurisdizionale dell’Ufficio di Presidenza n. 34 del 25 novembre 2004. (59) Si noti, in proposito, che eventuali modifiche in materia dovranno necessariamente intervenire attraverso un’espressa novella non solo dei regolamenti minori sulla tutela giurisdizionale, ma anche del Regolamento generale, posto che è quest’ultimo ad individuare nell’Ufficio di Presidenza il giudice di appello sui ricorsi presentati dai dipendenti e dai terzi. (60) Ad esempio, in Francia, la peculiarità dello stato giuridico del personale degli organi parlamentari non ha impedito che il sistema di tutela dei lavoratori evolvesse nel tempo verso la limita- Il_Parlamento_della_Repubblica_14_Tomo_I.indd 287 18/02/13 07:23 288 Gaetano Pelella zione dei poteri unilaterali delle amministrazioni parlamentari e verso la cognizione dei tribunali amministrativi sulle controversie concernenti i dipendenti del Parlamento, qualificati dalla legge come «funzionari dell’amministrazione statale» (cfr. art. 8 dell’ord. n. 58-1100 del 17 novembre 1958, come modificata dalla legge n. 83-362 del 13 luglio 1983). Analogamente, in Germania, i dipendenti del Parlamento sono soggetti alla disciplina generale dettata dal Bundesamtgesetz del 1953 (cfr. articolo 176, a tenore del quale «I dipendenti del Bundestag, del Bundesrat e del Bundesverfassungsgericht sono funzionari dello Stato»); non sono pertanto previste per le relative controversie forme di giurisdizione in deroga al diritto comune. Nel Regno Unito, dove l’autonomia amministrativa degli organi costituzionali si fonda in gran parte, come è tipico di quell’ordinamento, sulla consuetudine costituzionale, entrambe le assemblee legislative sono dotate di un organo collegiale politico di direzione amministrativa (la House of Commons Commission ai Comuni, la Select Committee of the House of Lords Offices presso la Camera alta), competente in materia di stato giuridico e di trattamento economico del personale. Dinnanzi a queste Commissioni è facoltà dei dipendenti presentare ricorso avverso i provvedimenti delle amministrazioni, mentre per talune fattispecie (licenziamento, collocamento a riposo) le vertenze individuali possono essere sottoposte ad un collegio arbitrale previsto dalla disciplina generale del pubblico impiego (Civil Service Board). Eccettuate le vie di ricorso interno e la risoluzione arbitrale di talune controversie, non sono previste forme di giurisdizione domestica per il personale parlamentare, che può adire il giudice ordinario competente per materia (Industrial Tribunal). In Spagna, lo Estatuto de Personal de las Cortes Generales dispone, all’articolo 50, comma 3, che le decisioni in materia di personale adottate dagli organi ed uffici di ciascuna Camera sono ricorribili, nel caso di provvedimenti emanati dai Segretari generali, dinnanzi all’Ufficio di Presidenza della singola Camera. A tenore della medesima disposizione (comma 5) «nelle materie regolate dal presente articolo si applica con carattere suppletivo la legge regolatrice del procedimento amministrativo comune» (ley n. 30/1992); secondo l’interpretazione datane in dottrina, la regola va intesa nel senso che, una volta esauriti i ricorsi interni, contro gli atti delle amministrazioni parlamentari sia ammesso il ricorso del dipendente dinnanzi ai tribunali amministrativi. In Belgio, a seguito della riforma del 1999, la cognizione delle controversie tra il personale parlamentare e le relative amministrazioni (come anche tra queste e i terzi) è devoluta alla giurisdizione amministrativa. Infine, in Finlandia costituisce corollario del rango costituzionale del Parlamento che i suoi dipendenti non possano impugnare le decisioni concernenti il rapporto di lavoro, potendo essi unicamente presentare ricorsi all’interno dell’amministrazione parlamentare e in ultima istanza all’Ufficio di Presidenza; per contro, i rapporti giuridici instaurati con i terzi sono soggetti alla giurisdizione ordinaria. (61) Cfr. sentenza del 21 febbraio 1975, Golder c. Regno Unito; sentenza del 21 settembre 1994 Fayed c. Regno Unito; sentenza del 4 dicembre 1995, Bellet c. Francia; sentenza del 18 febbraio 1999, Waite e Kennedy c. Germania; sentenza dell’8 marzo 2007 Arma c. Francia; sentenza del 26 luglio 2007, Hirschhorn c. Romania; nonché la gia citata sentenza della Grande Camera del 19 aprile 2007, Vilho Eskelinen ed altri c. Finlandia. (62) V. sentenza del 18 febbraio 1999, Waite e Kennedy c. Germania, in part. paragrafi 58 e ss. (63) Basti pensare ai poteri cautelari e di annullamento del giudice amministrativo e a quelli cautelari e di reintegrazione del giudice ordinario (cfr. artt. 21 della l. 1034 del 1971; 700 c.p.c.; 28 della l. n. 300 del 1970, il c.d. Statuto dei lavoratori). E, d’altra parte, proprio in questa logica, l’articolo 62, quarto comma, del Regolamento generale della Camera, che rappresenta una “norma di chiusura” in materia, stabilisce che tutti «gli atti ed i provvedimenti di enti ed organi estranei alla Camera, la cui esecuzione debba aver luogo all’interno di sedi o locali della Camera medesima o che comunque abbiano ad oggetto tali sedi o locali ovvero documenti, beni o attività di essa, non possono in alcun modo essere eseguiti se non previa autorizzazione del Presidente, che ne valuta gli effetti sulle attività istituzionali della Camera». Il_Parlamento_della_Repubblica_14_Tomo_I.indd 288 18/02/13 07:23 La giurisdizione interna della Camera dei deputati 289 (64) Tale giudice dovrebbe essere individuato nella Corte di cassazione ai sensi dell’articolo 362 c.p.c., in forza del quale «possono essere impugnate con ricorso per cassazione (...) le decisioni in grado d’appello o in unico grado di un giudice speciale per motivi attinenti alla giurisdizione del giudice stesso». (65) D’altra parte, come già nel testo rilevato, l’articolo 9 del Regolamento per la tutela giurisdizionale espressamente rinvia alle comuni norme processuali statali applicabili ai processi innanzi ai tribunali amministrativi regionali ed al Consiglio di Stato. Più in generale, può poi osservarsi che gli organi giurisdizionali interni esercitano le proprie funzioni attenendosi ai principi di diritto ed ai canoni ermeneutici utilizzati dalla magistratura comune nell’applicazione della legislazione statale. Al riguardo può rammentarsi l’intervento dell’on. Deodato (già membro della Sezione giurisdizionale nella XIV legislatura e già magistrato amministrativo) nella seduta alla Camera del 20 giugno 2002, che così si esprimeva: «L’esercizio di questa funzione [cioè della giurisdizione domestica, n.d.r.] viene svolto in costante sintonia con l’ordinamento della Repubblica, ed anche questo è bene ribadirlo, tenendo conto di tutte le evoluzioni giurisprudenziali, civile, amministrativa e segnatamente anche costituzionale, e con quel carattere di terzietà (ed anche questo è opportuno che venga rimarcato) che strutturalmente la connota a tutti i livelli degli organi, nell’ambito del peculiare contesto normativo e organizzativo dell’organizzazione parlamentare». Si noti, infine, come sia costante l’orientamento della Corte di giustizia della Comunità europea (ora, dell’Unione europea), secondo il quale le caratteristiche proprie di un organo giurisdizionale, oltre a risiedere nell’imparzialità e nell’indipendenza, consistono anche nel «potere di decidere le controversie sulla base di norme giuridiche e all’esito di un procedimento giuridicamente regolato» (sentenza del 29 aprile 1988 Belilos c. Svizzera). (66) Come in taluni casi è accaduto in occasione di controversie concernenti concorsi, in cui il giudice, tramite ordinanza cautelare, ha ammesso il candidato con riserva alle successive fasi concorsuali rinviando la decisione sul merito. (67) Come talvolta è accaduto nel giudizio sulle c.d. cause di servizio dei dipendenti. (68) V. ord. n. 1 del 2009 della Commissione giurisdizionale, resa nell’ambito di una controversia riguardante il riconoscimento della dipendenza di un infortunio da causa di servizio. (69) Cfr. sentenze della Commissione giurisdizionale per il personale nn. 1 e 2 del 2004. (70) Diversamente, nel caso di ricorso presso il Consiglio di giurisdizione sussiste l’obbligo del patrocinio di un avvocato iscritto all’albo. (71) Le sentenze nn. 348 e 349 del 2007 riguardano la materia dell’espropriazione, affrontata dalla prima sentenza per il profilo della quantificazione dell’indennità di esproprio e, dalla seconda, per il profilo del risarcimento da espropriazione illegittima. Con la sentenza n. 348 la Corte costituzionale si è pronunciata sulla questione di legittimità costituzionale dell’art. 5-bis del decreto-legge 11 luglio 1992, n. 333, recante misure urgenti per il risanamento della finanza pubblica, convertito, con modificazioni, dalla legge 8 agosto 1992, n. 359. La questione era stata sollevata dalla Corte di cassazione, per violazione degli artt. 111, primo e secondo comma, e 117, primo comma, della Costituzione, in relazione, rispettivamente, all’art. 6 della CEDU e all’art. 1 del Protocollo n. 1 CEDU, con riferimento alla norma che prevede che l’indennità di espropriazione dei suoli edificabili sia determinata con un criterio di calcolo fondato sulla media tra il valore dei beni e il reddito dominicale rivalutato. Di tale criterio, successivamente trasfuso nell’attuale art. 37 del D.P.R. n. 327 del 2001, il suddetto articolo prevede l’applicazione ai giudizi in corso alla data dell’entrata in vigore della legge n. 359 del 1992. Detta sentenza ha, da un lato, constatato che il criterio dichiaratamente provvisorio previsto dall’art. 5-bis era divenuto definitivo ad opera dell’articolo 37 del decreto del Presidente della Repubblica 8 giugno 2001, n. 327 e, dall’altro, ha rilevato che la condizione della sfavorevole congiuntura economica che aveva indotto nel 1993 la stessa Corte a ritenere le suddette disposizioni non incompatibili con la Costituzione (sentenza n. 283), non poteva protrarsi all’infinito, «confe- Il_Parlamento_della_Repubblica_14_Tomo_I.indd 289 18/02/13 07:23 290 Gaetano Pelella rendo sine die alla legislazione una condizione di eccezionalità che, se troppo prolungata nel tempo, perde tale natura ed entra in contraddizione con la sua stessa premessa». Perciò, constatato che la vigente disciplina dell’indennità di esproprio che prevede «un’indennità oscillante, nella pratica, tra il 50 ed il 30 per cento del valore di mercato del bene non supera il controllo di costituzionalità in rapporto al “ragionevole legame” con il valore venale, prescritto dalla giurisprudenza della Corte di Strasburgo e coerente, del resto, con il “serio ristoro” richiesto dalla giurisprudenza consolidata di questa Corte», la sentenza perviene alla declaratoria di incostituzionalità dell’art. 5-bis, commi 1 e 2, del decreto-legge n. 333 del 1992, e, in via consequenziale dell’art. 37, commi 1 e 2, del D.P.R. 8 giugno 2001, n. 327. Con la sentenza n. 349, la Corte costituzionale si è pronunciata sulle questioni di legittimità costituzionale del medesimo art. 5-bis, sollevate con riferimento al comma 7-bis che stabilisce che «in caso di occupazioni illegittime di suoli per causa di pubblica utilità, intervenute anteriormente al 30 settembre 1996, si applicano, per la liquidazione del danno, i criteri di determinazione dell’indennità di cui al comma 1, con esclusione della riduzione del 40 per cento. In tal caso l’importo del risarcimento è altresì aumentato del 10 per cento. Le disposizioni di cui al presente comma si applicano anche ai procedimenti in corso non definiti con sentenza passata in giudicato». La sentenza, nel dichiarare l’illegittimità costituzionale dell’art. 5-bis, comma 7-bis, del decreto-legge n. 333 del 1992, convertito, con modificazioni, dalla legge n. 359 del 1992, introdotto dall’art. 3, comma 65, della legge n. 662 del 1996, afferma che tale disposizione «non prevedendo un ristoro integrale del danno subìto per effetto dell’occupazione acquisitiva da parte della pubblica amministrazione, corrispondente al valore di mercato del bene occupato, è in contrasto con gli obblighi internazionali sanciti dall’art. 1 del Protocollo addizionale alla CEDU». Il_Parlamento_della_Repubblica_14_Tomo_I.indd 290 18/02/13 07:23