Capitolo terzo Il Piano del lavoro Cronologia Il Piano del lavoro fu una grande novità nel panorama politico economico italiano del dopoguerra: per la prima volta un soggetto politico che non fosse un partito avanzava una proposta economica complessiva capace di investire e cambiare l’intera economia italiana. Il Piano non fu un documento redatto e proposto tout court al governo e al Parlamento per una eventuale approvazione, ma piuttosto un’elaborazione collettiva che impegnò, oltre al sindacato, decine di tecnici ed accademici e al tempo stesso migliaia di lavoratori e sindacalisti nei territori, intersecandosi con le lotte contro la chiusura delle fabbriche e le occupazioni delle terre nel Mezzogiorno. È possibile individuare brevemente una cronologia degli eventi che portarono alla sua formulazione: il Piano fu proposto per voce del segretario generale Giuseppe Di Vittorio al Congresso di Genova nell’ottobre 1949; il ruolo di coordinamento dell’elaborazione fu assegnato all’Ufficio studi della CGIL diretto da Vittorio Foa e Bruno Trentin, mentre, nei mesi successivi, le strutture territoriali del sindacato procedettero ad una ricognizione dei bisogni infrastrutturali delle Province e dei Comuni di loro competenza. Sulla base di queste informazioni vennero promosse Conferenze provinciali e regionali in cui venivano esposte le criticità del tessuto produttivo, con particolare attenzione al settore agricolo e a quello idroelettrico, ed erano evidenziati gli interventi necessari affinché l’economia di quelle zone potesse tornare a crescere. Nel febbraio del 1950 ebbe luogo la Conferenza economica nazionale, nella quale il Piano fu esposto analiticamente affrontando 61 sia il problema del suo finanziamento, sia le linee guida degli interventi nei tre settori indicati come fondamentali: bonifiche ed agricoltura, industria idroelettrica, edilizia popolare e civile. La necessità o meno di un intervento «massiccio» dello Stato nell’economia e l’abbandono di una strategia monetaria volta esclusivamente a eliminare ogni rischio d’inflazione divennero i principali temi della discussione politica di quei mesi, tanto che anche esponenti di primo piano, come Fanfani e La Pira, della Democrazia Cristiana, partito che allora deteneva la maggioranza assoluta dei seggi in Parlamento, si schierarono per un intervento più coraggioso per ridurre la disoccupazione di massa. La mobilitazione della CGIL a sostegno del Piano crebbe, dando origine anche ad una nuova forma di protesta, gli scioperi al contrario, cioè manifestazioni in cui operai, contadini e disoccupati si dedicavano alla costruzione di opere di pubblica utilità, come strade e canali, oppure mettevano a coltura campi abbandonati nei latifondi, rendendo concreta l’offerta del sindacato di collaborare alla realizzazione del Piano. Sempre in quest’ottica vanno ricordati il lavoro di tecnici e operai della FIAT che, a Torino in piena autonomia, progettarono e realizzarono un prototipo di automobile, la «Vetturetta», che anticipò nelle sue linee guida di progettazione la FIAT 500, e quello dei lavoratori delle Officine Reggiane, che misero in produzione un trattore per riconvertire la produzione bellica di carri armati del loro stabilimento divenuto a rischio di chiusura. Infine, proprio per rendere esplicite le possibilità di espansione sottese al Piano per i settori industriali, nel giugno del 1950 la CGIL promosse a Milano un convegno nazionale che ne illustrò i potenziali sviluppi positivi, in particolare per i settori siderurgico, meccanico, chimico e cementiero. Il Congresso di Genova Il 4 ottobre 1949, a Genova, avviandosi alla conclusione della relazione che aprì il secondo congresso nazionale della CGIL, il segretario generale Giuseppe Di Vittorio annunciò l’elaborazione di un «Piano economico costruttivo» che la Confederazione proponeva al governo e al paese per uscire della grave crisi economica in cui l’Italia versava. 62 La premessa da cui partì la sua esposizione era l’enorme disoccupazione che affliggeva il paese: «In Italia abbiamo circa due milioni di disoccupati. Abbiamo almeno un altro milione di lavoratori ad orario ridotto e più di un milione di braccianti che lavorano solo saltuariamente»1. A fronte di ciò il sindacato riteneva assolutamente insufficienti o dannose le politiche economiche e monetarie adottate dal governo: la rigorosa politica monetaria attuata per mantenere stabile il cambio della lira nei confronti delle altre valute era considerata un freno eccessivo alla ripresa dell’economia2. La proposta della CGIL, senza presentarsi come una pianificazione dell’intera economia o del sistema industriale, pose l’accento su tre settori considerati fondamentali per lo sviluppo economico: il settore idroelettrico, l’edilizia e l’agricoltura che ai tempi occupava ancora più della metà dei lavoratori italiani. Essa prevedeva la formazione di tre enti nazionali, uno per ogni settore di intervento: l’ente preposto allo sviluppo dell’energia idroelettrica avrebbe dovuto costruire nuove centrali e prendere in gestione quelle esistenti, qualora le società private non avessero adempiuto ai loro obblighi di aumentare la produzione con sufficienti investimenti, come era previsto nei contratti di concessione stipulati. Il secondo era l’ente per la bonifica, l’irrigazione e la trasformazione fondiaria, che doveva provvedere simultaneamente ad aumentare le terre coltivabili e la loro resa, estremamente bassa nelle zone dominate dal latifondo, e a redistribuire la terra dando il la ad una vera e propria riforma agraria. Il terzo infine era l’ente per l’edilizia popolare che avrebbe dovuto sopperire alla patologica mancanza di abitazioni, scuole, ospedali ed edifici pubblici che caratterizzava ampie zone del paese3. Nelle previsioni di Di Vittorio il Piano, realizzabile in tre o quattro anni, avrebbe potuto dare lavoro direttamente a circa 600 o 700 mila disoccupati, e fin da subito furono fatte notare le potenzialità anti-cicliche che aveva in sé: il Piano avrebbe elevato «le capacità di 1 Di Vittorio G., Relazione introduttiva al II Congresso Nazionale CGIL, in AA.VV., La CGIL, Dal patto di Roma al Congresso di Genova, vol. VI, CGIL, Roma, 1952, p. 52. 2 Cfr. ibidem. 3 Cfr. ivi, pp. 54-55. 63 acquisto della grande massa del popolo, aprendo nuovi orizzonti alle nostre possibilità di sviluppo e di vita»4. Il problema del finanziamento fu subito chiaro ai proponenti: la prima stima delle risorse necessarie fu di duemila miliardi e mezzo di lire da suddividere in tre anni5, una cifra rilevante, pari a circa il 25% del PIL italiano dell’epoca, o meglio l’8% per tre anni; Di Vittorio, a nome della Confederazione, dichiarò la disponibilità dei lavoratori a farsi carico di una parte dei costi per il bene della Nazione: Io dichiaro qui […] che nella misura in cui il nostro piano […] sarà messo in applicazione e attuato con tutte le misure e gli sforzi che esso comporta, per questa opera di bene, di risanamento, di progresso, tutto il proletariato italiano, i lavoratori salariati e stipendiati di tutte le categorie, malgrado le loro condizioni di miseria saranno felici di fare nuovi sacrifici6. Il terzo giorno del congresso vide intervenire sul tema del Piano del lavoro Vittorio Foa, delegato al congresso dalla FIOM, la federazione dei metalmeccanici, di Torino. Al termine del congresso, Foa sarebbe entrato nella Segreteria confederale per dirigere l’Ufficio studi, l’organo preposto all’elaborazione del Piano. Anch’egli fece emergere i caratteri di solidarietà e responsabilità che animavano il Piano: il Piano è un richiamo alla responsabilità del governo e della classe dirigente del nostro paese, […] un appello all’unità, che deve trovare forma concreta nel paese, perché quelle che sono spesso aspirazioni vaghe, o un senso di malcontento generico, diventino coscienza della necessità dell’azione e della lotta7. Proseguendo nel suo ragionamento, Foa chiarì quale era il nocciolo duro del Piano che si apprestava ad elaborare, vale a dire la scarsità degli investimenti e la necessità di un intervento dello Stato ove l’iniziativa privata fosse insufficiente: 4 Ivi, p. 56. Ibidem. 6 Ivi, p. 57. 7 Foa V., Intervento al II Congresso nazionale CGIL, in AA.VV., La CGIL. Dal patto di Roma al Congresso di Genova, cit., pp. 128-129. 5 64 Noi vogliamo una politica degli investimenti, pubblici e privati, che non sia regolata dai criteri del profitto immediato ma da quelli dell’utilità generale per il massimo impiego della mano d’opera. Un esempio fra mille: l’industria meccanica, che è alla base dello sviluppo civile di un popolo, e che fra quelle che per ogni unità di capitale associa la massima quantità di mano d’opera, è assetata di finanziamenti, ma i finanziamenti non vengono in misura sufficiente perché, almeno in linea di massima, i profitti della meccanica non sono così alti come quelli che si possono trovare in speculazioni all’interno e all’estero […]. Quando il compagno Di Vittorio ha detto che gli investimenti elettrici sono mancati proprio per la ragione dei criteri speculativi che presiedono alla politica degli investimenti in Italia, egli ha messo il dito nella piaga. La questione dell’elettricità è di primissima importanza ma al di là di questa sta il problema generale degli investimenti, nella loro scelta e nella loro quantità, problema che condiziona il livello della produzione e del consumo […] anche quando le aziende sono organicamente sane e suscettibili di sviluppo, ma si vogliono liquidare perché non forniscono profitti ugualmente certi ed ingenti come altri settori speculativi. Per gli investimenti produttivi lottano da tempo i lavoratori. La lotta contro i licenziamenti non è solo la lotta per la vita fisica dei lavoratori è anche la lotta per lo sviluppo della produzione8. Foa delineò in maniera netta una proposta di espansione della produzione che facesse leva sia sugli investimenti sia sui consumi, pubblici e privati, indispensabili per ravvivare un mercato interno ridotto ai minimi termini, in cui la stagnazione di ogni settore era sistematicamente collegata all’impoverimento degli altri: Quando affrontiamo il problema delle aree depresse illustratoci da Di Vittorio, il problema delle opere necessarie perché in migliaia di comuni si raggiunga un minimo di vita civile, il problema della redenzione della nostra terra improduttiva, noi avvertiamo che perché questo problema possa essere avviato a soluzione, non basta il fatto che esso sia economicamente e moralmente giustificato, bisogna che la soluzione sia strettamente legata alle lotte dei lavoratori organizzati dell’industria e dell’agricoltura, e in modo particolare alle lotte dell’industria per lo sviluppo della produzione. Per esempio, quando riscontriamo che nell’Italia del Sud tanti comuni sono senza telefono e contemporaneamente vediamo una fabbrica di materiale telefonico, un’azienda tecnicamente brillante ed economicamente solida come la O.L.A.P. che sta per andare in malo8 Ivi, p. 130. 65 ra per la volontà di gruppi monopolistici italiani e stranieri, ci rendiamo conto che il problema dell’occupazione operaia nella zona industriale è strettamente legato allo sviluppo delle opere pubbliche produttive e della trasformazione agraria nelle zone più depresse […]. Solo attraverso la creazione di mercati di sbocco all’interno e all’estero è possibile mantenere e sviluppare un’alta occupazione nei settori chimico, metallurgico e tessile. Solo attraverso una produzione di massa, a bassi costi, di prodotti industriali è possibile arrivare ad opere pubbliche su vasta scala ed alla trasformazione fondiaria. Si tratta di uno stretto rapporto reciproco. L’Ufficio Studi della CGIL ha in corso uno studio interessante sull’andamento relativo ai prezzi industriali e ai prezzi agricoli dal quale risulta che negli ultimi tempi il rapporto fra i due sistemi di prezzi si è spostato nel senso che il volume dei prezzi industriali si è elevato rispetto al volume dei prezzi agricoli, ciò significa una ulteriore depressione nel campo dell’agricoltura. Se si analizzano i settori industriali in cui si è verificato questo aumento comparativo dei prezzi vediamo che si tratta principalmente dei prezzi delle macchine agricole e dei prodotti industriali che stanno alla base del rinnovamento agricolo. E allora vediamo come il problema della difesa dell’occupazione industriale ed anzi del suo sviluppo e quello dello sviluppo della produzione e dell’occupazione in agricoltura sono fra loro strettamente legati. Nell’atto quindi che chiediamo lavori pubblici, bonifiche e trasformazioni fondiarie dobbiamo avere coscienza che il problema fondamentale resta lo sviluppo e l’ampliamento della produzione industriale che vi è collegata9. La sintesi del suo ragionamento può essere ravvisata nelle parole che pronunciò poco dopo: Questo è veramente un punto di fondo nella politica confederale. Impostare una politica di investimenti con la partecipazione di lotta dei lavoratori interessati, alla radice della produzione ed alla radice del consumo10. Il Piano divenne il cardine della proposta economica della CGIL come ribadito anche nella mozione conclusiva del congresso: Allo scopo di avviare a soluzione i problemi più assillanti della nazione e dare un impulso all’economia, che permetta di assorbire un gran numero di disoccupati ed assicurare le condizioni per una effettiva elevazione del 9 Ivi, p. 131. Ivi, p. 132. 10 66 reddito nazionale e del tenore di vita del popolo, la CGIL propone al paese un Piano economico costruttivo di immediata attuazione11. Fu rovesciata la logica stessa delle battaglie in difesa dei posti di lavoro: non più la semplice difesa dalla smobilitazione postbellica delle grandi industrie nel Nord Italia o le lotte contro gli agrari nel Meridione, ma una proposta complessiva capace di imprimere una svolta alla stagnazione dell’economia nazionale. Gli interventi previsti dal Piano del lavoro A partire dalle relazioni tenute dai tecnici alla Conferenza nazionale di Roma si possono delineare, per ogni settore, l’analisi della situazione di partenza a disposizione della CGIL e le linee guida delle proposte. Il settore elettrico A tenere la relazione sull’industria energetica fu il professor Henry Molinari, docente di impianti industriali presso il Politecnico di Milano, esponente di spicco del Partito socialista milanese, e fautore di uno sviluppo industriale guidato dall’intervento statale nei settori ad alta intensità di capitale. Egli evidenziò come la produzione energetica, per la quasi totalità di derivazione idroelettrica, nei primi anni del dopoguerra fosse insufficiente: Già nel 1938 se gli impianti esistenti erano teoricamente in grado, per la potenza installata, di far fronte alle richieste, in realtà si trovava in difficoltà quando condizioni idrogeologiche sfavorevoli riducevano la possibilità di acqua dei serbatoi e la produzione di energia fluente. Mancava sin da allora quel coefficiente di sicurezza che dovrebbe rappresentare almeno il 15% della potenzialità effettiva degli impianti. A causa delle condizioni belliche, dell’arresto della costruzione di nuovi impianti, le condizioni si sono aggravate e la produzione si è dimostrata nettamente insufficiente ed erogata con grande irregolarità12. 11 Mozione conclusiva II congresso nazionale CGIL, in AA.VV., La CGIL. Dal patto di Roma al Congresso di Genova, cit., p. 218. 12 Molinari H., Relazione sui problemi dell’energia elettrica, in AA.VV., Conferenza Economica Nazionale per il Piano del lavoro, CGIL, Roma, 1950, p. 121. 67