1 CAPITOLO 1: La linguistica è lo studio scientifico del linguaggio

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1 CAPITOLO 1: La linguistica è lo studio scientifico del linguaggio umano. tutti usiamo un
linguaggio che chiameremo linguaggio naturale o umano. ad. ex il linguaggio dei computer, il
linguaggio dei fiori... sono tutti sistemi di comunicazione che servono per trasmettere informazioni
da un individuo, emittente, ad un altro, ricevente. i linguaggi sono identici nella loro funzione cioè
nel fatto di permettere la comunicazione ma non è detto che siano identici nella loro struttura. La
struttura del linguaggio umano è specifica e solo la specie umana ha la capacità di acquisire il
linguaggio umano. La linguistica è lo studio scientifico del linguaggio umano dunque. Lo studio
scientifico deve formulare ipotesi generali che spieghino molti fatti particolari, queste ipotesi inoltre
devono essere fatte in modo chiaro: ciò vale anche per la linguistica. La linguistica è una disciplina
descrittiva infatti che deve spiegare, usando leggi generali, ciò che effettivamente si dice. ogni
lingua inoltre presenta una varietà d'uso, ogni varietà ha delle caratteristiche proprie che vanno
conosciute per poter utilizzare tale varietà nei contesti appropriati. L'indicazione delle forme buone
o meno buone è comunque compito della grammatica normativa invece la linguistica vuole
investigare i meccanismi che stanno alla base del comportamento linguistico degli esseri umani. Il
linguaggio umano è discreto mentre il linguaggio di molte specie animali [ex. api) è continuo. è
discreto nel senso che i suoi elementi si distinguono per l'esistenza di limiti definiti. ad esempio [p]
e [b] hanno un effetto di contrasto netto, non esistono dunque entità intermedie tra p e b. nei sistemi
continui invece è sempre possibile specializzare sempre più il segnale: la danza delle api ha questa
caratteristica. inoltre,una delle caratteristiche del linguaggio umano è quella di poter formulare un
numero alto di segni, cioè di entità dotate di significante e significato mediante un numero molto
limitato di elementi, i fonemi, che non hanno significato ma hanno la capacità di distinguere
significati. questa caratteristica è chiamata doppia articolazione ed è assente nei linguaggi degli
animali. un'altra differenza è che i sistemi di comunicazione animale sono caratterizzati da un
numero finito di segni; le parole di origine umana invece non sono un insieme finito poiché se ne
possono creare sempre di nuove, e, nel nostro parlare quotidiano facciamo uso di frasi nuove create
sul momento. A questa capacità contribuisce il meccanismo della ricorsività che permette di
costruire frasi nuove inserendo in una frase data,un'altra frase. partiamo da una frase semplice:
"Maria mi ha colpito" usando un verbo come "dire", possiamo trasformare questa in una frase
complessa, cioè formata da una frase principale e una frase dipendente: "I ragazzi dicono che Maria
mi ha colpito" anche questa seconda frase può diventare dipendente da un verbo come credere: "I
vicini credono che i ragazzi dicano che Maria mi ha colpito" ecc... Un altro modo per formare frasi
complesse di lunghezza indefinita e ricorrere all'uso della congiunzione e. Il limite alla lunghezza
delle frasi non esiste in linea di principio ma c'è un contrasto tra la capacità potenziale di produrre
frasi infinite e la possibilità effettiva di realizzare tali frasi: c'è contrasto tra competenza ed
esecuzione. Sono gli esseri umani gli unici a poter acquisire un sistema di comunicazione
caratterizzato dal fenomeno della ricorsività. I tentativi fatti nel 1960 circa per insegnare ad alcuni
gorilla una lingua 2 umana confermano questa tesi. Le scimmie non parlavano perché la loro
anatomia non lo permetteva perciò si ricorse al linguaggio gestuale. Le scimmie mostrarono però di
non saper ricorrere alla ricorsività. Inoltre cominciavano a comunicare solo dopo che erano state
stimolate a farlo. Abbiamo dunque visto che il linguaggio umano è caratterizzato da discretezza e
ricorsività. il linguaggio dell'informatica tuttavia è caratterizzato da queste due stesse proprietà ma
si differenzia dal linguaggio umano. La differenza sta nella dipendenza dalla struttura. ex. "La
donna che i ragazzi dicono che mi ha colpito è Maria" il verbo "ha colpito" è alla terza persona
singolare e si accorda con il nome "donna" che non è immediatamente vicino ad esso, cosa
necessaria per il linguaggio informatico. Il nome "ragazzi" è più vicino al verbo "ha colpito" ma se
trasformassimo "ha colpito" in "hanno colpito" la frase risulterebbe agrammaticale: "*La donna che
i ragazzi dicono che mi hanno colpito è Maria" dove l'asterisco indica le combinazioni di parole che
sono agrammaticali. Tenendo conto che la linguistica è una disciplina descrittiva, agrammaticale
non significa scorretto ma malformato per un parlante nativo di una determinata lingua. il senso
intuitivo di grammaticalità rappresenta una caratteristica essenziale della competenza dei parlante
nativo di una lingua!!! Le relazioni tra parole all'interno di una frase non sono determinate dalla
loro successione ma sono dipendenti dalla struttura. Con linguaggio intendiamo la capacità di
sviluppare un sistema di comunicazione dotato delle caratteristiche appena accennate. Con lingua
intendiamo la forma specifica che questo sistema di comunicazione assume nelle varie comunità. Le
lingue sono differenti ma entro limiti ben definiti, ossia quelli del linguaggio come capacità umana
specifica. Bacone, filosofo medievale, diceva che la grammatica è unica nella sostanza anche se
varia accidentalmente. nel '800 si pensava invece che non ci fosse nulla in comune a tutte le lingue
del mondo. nel 1950 circa si tornò invece sulla posizione di Bacone. gli universali linguistici, ossia
gli elementi comuni a tutte le lingue sono ad esempio la ricorsività e la dipendenza dalla struttura.
una caratteristica che distingue le varie lingue è l'ordine delle parole o meglio l'ordine degli
elementi principali della frase. in italiano abbiamo soggetto-verbo-oggetto ma in arabo ad esempio
verbosoggetto-oggetto. esistono dunque degli universali linguistici e delle proprietà che
caratterizzano soltanto alcune lingue. CAPITOLO 2: sin dalla nascita siamo circondati da atti
linguistici. una lingua è un sistema articolato su più livelli e dunque un "sistema di sistemi". i livelli
linguistici sono 4: quello dei suoni, fonologia, quello delle parole, morfologia, quello delle frasi,
sintassi, quello dei significati, semantica. Le unità di ogni livello sono interdipendenti. La
linguistica privilegia la lingua come espressione orale piuttosto che scritta perché ad esempio il
bambino impara prima a parlare che a scrivere, la lingua cambia nel tempo prima ad un livello orale
infatti gli alfabeti sono spesso in ritardo rispetto all'evoluzione delle lingue. In una lingua è
fondamentale la capacità distintiva dei suoni. ad esempio la vocale [a] si oppone alla vocale [e] in
parole come "manto", "mento". se pronuncio però ad esempio la parola "mano" 12 volte avrò ad
esempio 12 "a" diverse dal punto di vista fisico [altezza tonale, lunghezza...): vi è quindi un livello
astratto dove vi è una /a/ e poi questa /a/ si può realizzare in n modi diversi. 3 c'è dunque un livello
nel quale ciò che conta è l'opposizione tra i vari suoni e poi c'è un livello concreto in cui c'è molta
varietà che dipende da come sono atteggiati gli organi della fonazione in quel momento. esiste così
un livello astratto della lingua nel quale i fenomeni sono pertinenti! "Langue" e "parole": Saussure
creò una serie di distinzioni come quelle tra sincronia e diacronia, rapporti associativi e rapporti
sintagmatici, tra significante e significato e tra langue e parole. la "parole" è un'esecuzione
linguistica realizzata da un individuo, è un atto individuale. Un individuo A può produrre dei suoni
concreti, un atto di "parole", che è individuale. Ma un individuo non possiede tutta la lingua; questa
infatti preesiste agli individui e sopravviverà ad essi. Vi è dunque una lingua della collettività,
astratta: la "langue". la "langue" è il sistema di riferimento collettivo. Codice e messaggio: Jakobson
distingue tra codice e messaggio. il codice è un insieme di potenzialità ed è astratto. un messaggio
invece viene costruito sulla base delle unità fornite dal codice ed è un atto concreto. anche le lingue
umane funzionano così: ad esempio a livello del codice esistono unità come /p,n,e,a/ e queste unità
astratte possono combinarsi per formare dei messaggi come dei non messaggi: a.pane,pena b. eanp,
eapn a. rispettano le regole con cui tali unità devono essere messe insieme in italiano mentre b. sono
dei non messaggi. Competenza ed esecuzione: Chomsky fa questa distinzione. La competenza è
tutto ciò che l'individuo sa della propria lingua, l'esecuzione è tutto ciò che l'individuo fa, è un atto
di realizzazione e dunque concreto. La competenza è profondamente diversa dalla "langue":
quest'ultima è sociale e trascende l'individuo mentre la competenza è individuale e ha sede nella
mente dell'individuo. competenza è l'insieme delle conoscenze linguistiche che un parlante ha. E
sono tantissime! procediamo per livelli: 1 - competenza fonologica: un parlante italiano sà che i
suoni [p,n,a,e] sono suoni della sua lingua ma che suoni come [pf] non lo sono. un parlante sa anche
in qualche modo che se una parola in italiano inizia con tre consonanti, la prima deve essere [s]. Sa
che se deve fare il plurale di "amico" cambia automaticamente il suono [k] di amico nel suono [t] di
amici. ecc.. 2 - competenza morfologica: un parlante italiano sa che in italiano le parole finiscono di
norma per vocale, sa che due parole in tutto uguali tranne che per l'accento hanno significati diversi
[ex. àncora/ancòra). conosce bene il vocabolario della propria lingua, sa formare parole nuove ex.
da "lucido" sà formare "extralucido": cioè sa che a partire da parole semplici si possono formare
parole complesse. > conosce le parole della propria lingua e le distingue da forme che non solo
della propria lingua, sa distinguere tra parole possibili ma non esistenti e parole non possibili. > sa
formare parole complesse a partire da parole semplici ma sa che non è sempre possibile applicare lo
stesso meccanismo ex da "veloce" "*disveloce". > ad una parola come "libro" si possono
aggiungere molti suffissi "valutativi" ex. librone, libresco... ma lo stesso non può avvenire per una
parola come "balcone" ex. ?balconone, *balconesco > sa costruire composti ma questi non si
possono formare da due parole qualsiasi ex. "uomo civetta" "uomo scimmia" funzionano ma non
esiste "*uomo matita"! 4 > sa che i termini di un composto non si possono invertire liberamente. ad
esempio capostazione/*stazionecapo un parlante quindi conosce le parole della propria lingua,
alcuni aspetti della loro struttura e i meccanismi per formare parole complesse. 3 - competenza
sintattica: i parlanti conoscono le regole della sintassi, possono formare vari tipi di frase. A partire
da una frase dichiarativa semplice si può formare una frase interrogativa ad esempio. un parlante ha
conoscenze sintattiche molto sottili. certe operazioni sintattiche sono possibili con certe strutture
frasali ma non con tutte. 4 - competenza semantica: i parlanti di una lingua sanno riconoscere il
significato delle parole e delle frasi e sanno istituire molti tipi di relazioni semantiche tra le parole
ex. relazioni di sinonimia, antonimia. I parlanti sanno distinguere diversi tipi di ambiguità, sanno
che esistono determinati rapporti tra le parole. Tutto ciò fa parte della grammatica dei parlanti intesa
come un insieme di conoscenze che sono immagazzinate nella mente. Il bambino costruisce una
grammatica a partire da dei dati che sono chiamati dati linguistici primari. una lingua è un codice e
un codice è costituito fondamentalmente da due livelli: le unità di base e le regole che combinano le
unità. Le regole combinano le unità più piccole per formare le unità più grandi. comunque tutte le
possibilità non vengono realizzate e ciò vale non solo per il lessico e per i suoni ma anche per la
morfologia e la sintassi. ad esempio le unità di suono [p-a-n-e] possono essere combinate solo in
due dei 24 modi possibili: pane e pena e non ad es. nape. In un atto linguistico, i suoni vengono
disposti in una sequenza lineare diventando così una catena parlata. [In quest'operazione i suoni si
influenzano l'un l'altro ex. la "n" di canto è foneticamente diversa dalla "n" di anfora. ) Questi
rapporti vengono definiti rapporti sintagmatici e si hanno tra elementi che sono "in praesentia", cioè
co-presenti. in una parola come "stolto" tra la [s] e la vocale [o] c'è il suono [t]. al posto di [t] però
possono comparire altri suoni tra [s] e [o]. i suoni che possono comparire in un certo contesto
intrattengono tra loro dei rapporti di tipo paradigmatico, ma sono rapporti "in absentia": cioè se
realizzo [t] non posso realizzare gli altri. Rapporti paradigmatici e sintagmatici non riguardano solo
i suoni. ex. a. questo mio amico b. queste mie amiche vi sono rapporti sintagmatici tra la "o" di
"questo", la "o" di "mio" e la "o" di "amico". vale lo stesso per la "e" di b. c. il libro d. questo libro
e. quel libro Tra "il", "questo","quel" vi sono rapporti paradigmatici. In definitiva qualsiasi unità
della lingua, intrattiene rapporti sintagmatici con le forme vicine ma anche rapporti paradigmatici
con le unità assenti che avrebbero potuto essere realizzate in quel dato punto. Le lingue possono
cambiare nel corso del tempo. lo studio del cambiamento linguistico è detto diacronico ed è lo
studio di un fenomeno attraverso il tempo. Una lingua può essere studiata anche escludendo il
fattore tempo. In questo caso si parla di studio sincronico. Un fenomeno sincronico è un 5 rapporto
tra elementi simultanei, un fenomeno diacronico è la sostituzione di un elemento con un altro nel
corso del tempo. Una parola è segno e un segno è l'unione di un significato e un significante. il
significante è la forma sonora mentre il significato è la rappresentazione mentale del segno, il
concetto. il segno ha varie proprietà tra cui: a) - la distintività: ad esempio il segno "notte" si
distingue dal segno "botte" o dai segni "lotte"... b) - la linearità: il segno si estende nel tempo, se
orale, e nello spazio, se è scritto. ciò implica una successione, un prima e un dopo. Ad esempio "al"
ha un significato diverso da "la" così come "rami" ha un significato diverso da "mira". c) l'arbitrarietà: il segno è arbitrario nel senso che non esiste alcuna legge di natura che imponga di
associare al significante [libro] il significato "libro". L'associazione tra il significato e il significante
deriva da una specie di accordo sociale convenzionale. ci sono eccezioni all'arbitrarietà del segno
costituite soprattutto da forme onomatopeiche per esempio "sussurrare". nel corso del tempo
l'evoluzione cui sono soggette le lingue può eliminare però la motivazione del segno ex. il latino
"pipio", piccione, era onomatopeico ma l'italiano "piccione" ha perso la motivazione originaria. i
segni possono essere sia linguistici che non linguistici. Un vestito nero (significante) può voler dire
lutto (significato). Mentre i segni linguistici sono tipicamente lineari, quelli non linguistici non sono
lineari: in un cartello di divieto di accesso non è importante se è stata realizzata prima la parte in
rosso o quella in bianco. La disciplina che studia i segni in generale è la semiotica. Per Jakobson
sono 6 le componenti necessarie per un atto di comunicazione linguistica: parlante; ciò di cui si
parla cioè il referente; il messaggio; il canale attraverso cui passa la comunicazione; il codice;
l'ascoltatore. Il referente è ciò cui l'atto linguistico rimanda cioè la realtà extra-linguistica invece il
canale è di norma l'aria ma può essere anche una linea telefonica ecc... a ciascuna di queste
componenti Jakobson fa corrispondere una funzione linguistica: 1) La funzione emotiva è quella
che riguarda il parlante e si realizza quando il parlante esprime stati d'animo, quando il parlare è più
inteso a esprimere che a comunicare qualcosa a terzi. 2) La funzione referenziale è informativa,
neutra. Ex. una frase come "il treno parte alle sei". Riguarda il referente. 3) La funzione fàtica si
realizza quando vogliamo controllare se il canale è aperto e funziona regolarmente. Espressioni
come "mi senti?" "ci sei?" spiegano bene questa funzione. Riguarda il canale. 4) La funzione
metalinguistica si realizza quando il codice viene usato per parlare del codice stesso. Riguarda il
codice. 5) La funzione poetica si realizza quando il messaggio che il parlante invia all'ascoltatore è
costruito in modo da costringere l'ascoltatore a ritornare sul messaggio stesso per apprezzarne il
modo in cui è formulato. se il parlante ha costruito un messaggio del tipo "nel mezzo del cammin di
nostra vita", l'ascoltatore dovrà sospendere la funzione referenziale e tornare sul messaggio per
decifrarlo, per capire come è costruito. [cosa vuol dire "nel mezzo del cammin di nostra vita"?).
Riguarda il messaggio. 6) La funzione conativa si realizza sottoforma di comando o esortazione
rivolta all'ascoltatore perché modifichi il suo comportamento. Riguarda l'ascoltatore. ogni tipo di
testo realizza prevalentemente una delle funzioni di Jakobson: un manuale di chimica per esempio
realizzerà soprattutto la funzione referenziale, le liriche di Petrarca la funzione emotiva... ~ In Italia
si parla una lingua ufficiale che è l'italiano e una quantità enorme di dialetti. Un parlante porta 6 con
sé una certa patina che ne denuncia la provenienza. si parla di italiani regionali. Esistono tre grandi
italiani regionali: quello del Nord, quello del centro, e quello del sud. L'italiano regionale è una
varietà di italiano parlata in un'area corrispondente ad una delle tre principali aree geografiche
dell'Italia. L'italiano regionale costituisce un tramite tra il dialetto e l'italiano standard. ogni lingua è
inoltre stratificata sia socialmente che geograficamente. La stratificazione è la seguente: italiano
scritto italiano parlato formale italiano parlato informale italiano regionale dialetto di koinè dialetto
del capoluogo di provincia dialetto locale Il parlato informale è quello che usiamo nelle situazioni
non controllate, è piuttosto rapido e conterrà molti regionalismi. Il dialetto di koinè identifica una
regione dialettale. In uno stesso luogo possono coesistere diversi registri linguistici e i parlanti
possono passare dall'uno all'altro. Una lingua è stratificata in registri stilistici. molto importante
sottolineare che un dialetto è un sistema linguistico a tutti gli effetti. La differenza tra lingua e
dialetto è solo una differenza socio-culturale. Qualcuno pensa che siano esistite lingue primitive con
sistemi fonologici... poco sviluppati e che da queste lingue si siano evolute le lingue complesse. In
realtà lingue di questo tipo non sono attestate. Altri invece pensano che vi siano lingue per
eccellenza "logiche" ex. greco. In realtà tutte le lingue hanno una loro logica interna. CAPITOLO 3:
Le lingue sono circa 6000 al mondo. Il numero aumenta se consideriamo i vari dialetti. alcune
lingue sono parlate da milioni di persone, altre da poche centinaia. è possibile fare una
classificazione delle lingue ad esempio dal punto di vista dei parlanti. Un'organizzazione, la
Linguasphere, ha proposto sulla base del numero dei parlanti un indice di classificazione secondo
10 ordini di grandezza che vanno da 9 [lingua con più di un miliardo di parlanti) a 0 [lingue
estinte).La lingua più parlata è il cinese mandarino.L'italiano appartiene all'ordine di grandezza 7
con più di 10 milioni di parlanti ma meno di 100 milioni. Non è particolarmente significativo dal
punto di vista linguistico classificare le lingue in base al numero dei parlanti. Alcune lingue sono
più vicine tra loro che non a certe altre. Esistono 3 modalità di classificazione per stabilire questa
vicinanza: genealogica, tipologica, areale. Si dice che due lingue fanno parte dello stesso
raggruppamento genealogico se derivano da una stessa lingua originaria ex. lingue romanze. A loro
volta le lingue romanze fanno parte di una unità genealogica più ampia, quella delle lingue
indoeuropee, che costituiscono una famiglia linguistica. La famiglia è l'unità genealogica massima.
Le unità genealogiche di livello inferiore alla famiglia sono chiamate gruppi: quindi una famiglia
linguistica contiene abitualmente diversi gruppi che a loro volta si articolano in sottogruppi o rami e
così via. Si dice che due lingue sono tipologicamente correlate se manifestano una o più
caratteristiche comuni. quindi visto che l'inglese e il cinese manifestano alcune caratteristiche
comuni, possono essere considerate tipologicamente correlate. una lingua può essere
tipologicamente correlata ad un'altra per quanto riguarda determinate caratteristiche e correlata ad
una terza per quanto riguarda altre 7 caratteristiche. Il punto di vista areale coglie quelle affinità che
si creano fra lingue genealogicamente irrelate ma che hanno sviluppato caratteristiche strutturali
comuni in quanto sono parlate in una stessa area geografica. In casi di questo genere si dice che le
lingue formano una lega linguistica. ad esempio le lingue della lega balcanica hanno delle
caratteristiche comuni. È difficile stabilire che più lingue derivano tutte dalla stessa lingua. Il
problema c'è quando non vi è alcuna lingua attestata che possa essere ritenuta la lingua originaria di
un determinato gruppo di lingue. Le famiglie linguistiche più studiate sono le seguenti: I - famiglia
indoeuropea II - famiglia afro-asiatica: Africa settentrionale, medio oriente, Africa orientale. A
questa famiglia appartengono l'egiziano antico, l'arabo e l'ebraico. III - famiglia uralica: Europa
orientale e Asia centrale e settentrionale. a questa famiglia appartengono il finlandese o finnico,
l'estone e l'ungherese. IV - famiglia sino-tibetana: a questa appartengono il cinese mandarino, il
tibetano e il lolo-birmano. V - famiglia nigerkordofaniana: comprende la maggioranza delle lingue
parlate nelle nazioni africane a sud del Sahara. VI - famiglia altaica: comprende altre lingue
dell'Asia centrale come il mongolo e il turco. altre famiglie linguistiche sono: quella dravidica,
quella austro-asiatica e quella austronesiana. Vi sono poi altre famiglie linguistiche minori che
comprendono un numero limitato di lingue. vi sono infine anche lingue isolate di cui non è
dimostrabile la parentela con altre ad ex. il basco. nella prima metà del '900 il danese Pedersen
avanzò l'ipotesi che la famiglia indoeuropea, afro-asiatica, nigerkordofaniana e uralica potessero far
parte di un'unica grande famiglia detta nostratica. Dei primi decenni del '800 si scoprì che un'antica
lingua dell'India, il sanscrito, ed alcune lingue europee come il latino e greco erano
genealogicamente apparentate. Nel 1830 per indicare questa famiglia linguistica fu coniato il
termine indoeuropeo. La famiglia indoeuropea si suddivide nei seguenti gruppi e sottogruppi: 1) gruppo indo-iranico, suddiviso in due sottogruppi: indiano ed iranico. All'indiano appartengono
varie lingue antiche, ex. vedico, sanscrito; e moderne derivate dai cosiddetti dialetti pracriti
ex.hindi, urdu. L'iranico è suddiviso in due rami: lingue iraniche occidentali e lingue iraniche
orientali. Tra le lingue antiche del ramo occidentale ricordiamo il persiano antico e l'avestico; tra le
lingue moderne ricordiamo il persiano moderno e il curdo. 2) - gruppo tocario:è rappresentato da
due lingue estinte indicate come "tocario A" e "tocario B" documentate da alcuni testi risalenti al
primo millennio dopo Cristo 3) - gruppo anatolico:comprende le lingue diffuse nel secondo e nel
primo millennio a.C. nell'Anatolia o Asia minore e oggi estinte: quella più documentata è l'ittita. 4)
- il gruppo armeno è rappresentato da una sola lingua, l'armeno, attestato sino dal quinto secolo d.C.
5) - il gruppo albanese è rappresentato da una sola lingua attestata dal XV d.C. 6) - il gruppo slavo
diviso in tre sottogruppi: slavo orientale, comprendente russo bielorusso e ucraino; slavo
occidentale, comprendente polacco ceco slovacco; slavo meridionale comprendente bulgaro
macedone serbo-croato e sloveno. Le prime attestazioni delle lingue slave sono i testi religiosi in
antico slavo ecclesiastico che risalgono al IX secolo d.C. 7) - il gruppo baltico comprende il lituano
e il lettone e varie lingue oggi estinte tra cui il prussiano antico. Le prime attestazioni di queste
lingue risalgono al XVI secolo 8) - il gruppo ellenico rappresentato da una sola lingua, il greco le
cui prime attestazioni risalgono al 8 secondo millennio a.C. 9) - il gruppo italico che si divide in due
sottogruppi: italico orientale e italico occidentale. L'italico orientale, comprendente alcune lingue
dell'Italia antica come l'osco, l'umbro e il sannita, si è estinto mentre l'italico occidentale comprende
il latino attestato dalle 600 a.C. circa che ha dato origine alle lingue romanze. Le lingue romanze
ufficiali sono: il portoghese, lo spagnolo, il francese, l'italiano e il romeno. Altre lingue romanze
che hanno un riconoscimento ufficiale regionale sono il galego, il catalano e le diverse varietà del
ladino. Di grande importanza è anche il provenzale fondamentale nel medioevo. 10) - il gruppo
germanico diviso in tre sottogruppi: germanico orientale, germanico settentrionale e germanico
occidentale. L'unica lingua attestata sufficientemente del sottogruppo orientale è il gotico, oggi
estinto. Il sottogruppo settentrionale comprende le lingue nordiche cioè lo svedese, il danese, il
norvegese, l'islandese e il feroico. Il sottogruppo occidentale si divide in due rami: anglo-frisone e
neerlando-tedesco. Al primo appartengono il frisone e inglese; al secondo appartengono l'olandese e
il tedesco. a questi vanno aggiunti l'afrikaans, varietà di olandese parlato dai coloni di origine
olandese in Sudafrica e lo yiddish, dialetto tedesco proprio degli ebrei di Germania. 11) - il gruppo
celtico oggi è sostanzialmente confinato alle isole britanniche. Si divide in due sottogruppi: gaelico
e britannico. Al primo appartiene l'irlandese e il gaelico di Scozia, al secondo appartiene il cimrico
o gallese, il cornico e il bretone. Non tutte le lingue genealogicamente parenti si collocano in una
stessa entità geografica e una stessa entità geografica non contiene soltanto lingue
genealogicamente parenti. Una unità politica non corrisponde necessariamente ad unità linguistica:
una stessa lingua può essere la lingua ufficiale di paesi diversi e uno stesso paese può avere più
lingue ufficiali. Due lingue sono tipologicamente correlate se manifestano uno o più caratteristiche
comuni. Queste sono state prima ricercate nella struttura delle parole e poi in quella dei gruppi di
parole e delle frasi. Si parla quindi di una tipologia morfologica e di una tipologia sintattica.
Tipologia morfologica: i tipi morfologici tradizionalmente riconosciuti sono: isolante, agglutinante,
flessivo [distinto in un sottotipo analitico e in un sottotipo sintetico) e polisintetico o incorporante. il
tipo isolante è caratterizzato da una mancanza quasi totale di morfologia: i nomi non si distinguono
per caso per esempio; i verbi non presentano differenze di persona... per indicare le relazioni tra le
parole si fa uso dell'ordine delle parole stesse e di alcune particelle. Le particelle sono utilizzate ad
esempio per indicare se un verbo indica un evento passato o se un nome è singolare o plurale. Una
lingua isolante è il cinese. L'inglese e il cinese potrebbero essere raggruppati insieme dal punto di
vista tipologico perché anche in inglese la maggior parte delle parole semplici sono invariabili ad
esempio gli aggettivi, mentre la differenza tra singolare e plurale è data unicamente dall'aggiunta di
una -s finale. L'inglese presenta molte caratteristiche di una lingua isolante. il tipo agglutinante:
ogni parola contiene tanti affissi quante sono le relazioni grammaticali che devono essere indicate.
il turco è un esempio di lingua agglutinante. Ad esempio dato una parola come "kus" cioè uccello,
ad essa si possono aggiungere il suffisso indicante il plurale -lar e, dopo di esso, un suffisso che
indica i casi diversi dal nominativo. ex. singolare plurale nominativo kus kus-lar accusativo kus-i
kus-lar-i ... il tipo flessivo: le diverse relazioni grammaticali sono espresse da un unico suffisso. ex.
latino. Facciamo un esempio per capire la differenza con il tipo agglutinante: 9 La parola latina
corrispondente al turco "kus" è "avis". nel ablativo plurale il turco usa "kus-lar-dan" mentre il latino
"av-ibus". Quindi la parola latina ha un unico suffisso che esprime contemporaneamente i significati
"ablativo" e "plurale" mentre nella parola turca ciascuno di questi due significati è espresso da un
suffisso autonomo! Altra caratteristica delle lingue flessive è quella di poter indicare le diverse
funzioni grammaticali mediante la variazione della vocale radicale della parola. ad esempio in
italiano faccio rispetto a feci. Questo fenomeno è noto col nome di flessione interna ed è molto
diffuso nelle lingue indoeuropee e semitiche. A differenza delle lingue indoeuropee, nelle lingue
semitiche la flessione interna non si applica soltanto a un numero limitato di verbi ma è un
procedimento regolare. Per questo motivo per le lingue semitiche si parla di un tipo introflessivo. in
italiano inoltre oltre alle forme del tipo "uscii" sono possibili anche altre forme di passato come
"sono uscito" mentre il latino esiste solo la forma "exii": c'è differenza tra sottotipo analitico e
sottotipo sintetico. Il sottotipo analitico può realizzare le relazioni grammaticali anche mediante più
parole mentre il sottotipo sintetico concentra tale espressione in una sola parola. il tipo polisintetico:
una sola parola può esprimere tutte le relazioni che in italiano, ad esempio, sono espresse da
un'intera frase. È vero però che se alcune lingue in base a certe caratteristiche dovrebbero essere
collocate in un tipo, per altre caratteristiche dovrebbero invece appartenere ad un altro. l'inglese per
esempio presenta fenomeni di flessione interna proprio delle lingue flessive ma anche fenomeni
delle lingue agglutinanti [lonely + ness) e incorporanti ["horseriding", andare a cavallo)! In poche
parole non esistono tipi puri. Tipologia sintattica: si è sviluppata dal 1960 circa grazie a Greenberg.
Si basa sull'osservazione che esistono correlazioni sistematiche tra l'ordine delle parole nella frase e
in altre combinazioni sintattiche. È chiamata anche tipologia dell'ordine delle parole. Le
combinazioni sintattiche analizzate sono: § - la presenza in una lingua di preposizioni (Pr) o di
posposizioni (Po). ad esempio il giapponese usa posposizioni: dice cioè "cena dopo" e non "dopo
cena" per esempio. § - la posizione del verbo rispetto al soggetto e all'oggetto nella frase
dichiarativa. Sono possibili sei ordini: SVO,SOV,VSO,VOS,OSV,OVS. solo i primi tre sono molto
attestati mentre il quinto non è attestato da nessuna lingua. § - l'ordine dell'aggettivo (A) rispetto al
nome (N) che esso modifica: in alcune lingue troviamo AN, in altre NA. § - l'ordine del
complemento di specificazione, genitivo (G) rispetto al nome (N) che modifica: troviamo GN ma
anche NG. Esistono correlazioni sistematiche tra l'ordine delle parole in questi quattro tipi di
costruzioni appena elencati: troviamo per esempio VSO/Pr/NG/NA: se la lingua presenta l'ordine
VSO, allora usa preposizioni, colloca il genitivo dopo il nome e l'aggettivo dopo il nome. Si parla di
implicazione poiché se esiste ad esempio l'ordine VSO ciò implica che si useranno i pronimi, il
genitivo dopo il nome... Le formule come VSO/Pr/NG/NA sono per questo chiamate universali
implicazionali. La differenza logica fondamentale sembrerebbe confermare che le lingue con ordine
VO sono preposizionali e collocano sia il genitivo che l'aggettivo prima del nome, mentre le lingue
OV sono posposizionali e collocano il genitivo e l'aggettivo prima del nome. In realtà questa legge
non è assoluta. non è sempre facile inoltre definire se una lingua è SVO,VSO o SOV. Si è però
riuscito a individuare i 10 principi che spiegavano le eccezioni. Si è visto che le lingue SOV a volte
presentano l'aggettivo dopo il nome e a volte prima di esso. Si è creata per questo una implicazione
più complessa: se una lingua presenta l'ordine SOV, allora è posposizionale, e, se colloca l'aggettivo
prima del nome, allora colloca il genitivo prima del nome. ~ Sistemi di scrittura: i più antichi
risalgono a tre millenni prima di Cristo. I primi sistemi sono elaborati degli egizi e dai Sumeri: sono
del tipo ideografico o meglio logografico. Gli altri tipi di scrittura sono il tipo sillabico e il tipo
alfabetico. nel tipo ideografico ad ogni simbolo (ideogramma) corrisponde un concetto concreto o
astratto. Spesso però i simboli ideografici assumono valore solo fonetico per il "principio del
rebus". Per esempio la parola "rondine" in egiziano era indicata col disegno di una rondine e veniva
pronunciata "wr". Anche la parola "grande" veniva pronunciata "wr" e nei testi scritti il disegno
della rondine può indicare sia il sostantivo "rondine" quando l'aggettivo "grande". L'utilizzazione
fonetica del simbolo ideografico determinò il passaggio dal sistema di scrittura ideografico al
sistema sillabico. Nei sistemi sillabici, determinati segni passarono a indicare determinati gruppi di
suoni cioè determinate sillabe: ad esempio nel sumerico "bocca" si pronunciava "ka" e quindi il
segno per "bocca" fu utilizzato in varie parole in cui ricorreva la sillaba "ka".l'adozione di un
sistema sillabico riduce molto il numero dei segni. l'invenzione del sistema di scrittura alfabetico è
attribuito ai Fenici ma fu elaborato da diverse popolazioni semitiche nel secondo millennio a.C.. I
Fenici trasmisero solo l'idea dell'alfabeto ai greci. Nei sistemi alfabetici solitamente ad ogni suono
corrisponde un segno ma questo principio ideale comunque non sempre viene rispettato. ex
l'italiano "chiesa" ha 5 suoni ma 6 segni. Questa non perfetta corrispondenza è dovuta al fatto che le
lingue mutano nel tempo ma il modo di scriverle non tiene dietro a questi mutamenti. I greci
costruirono un loro alfabeto adattando alla propria lingua quello fenicio. Dall'alfabeto greco deriva
l'alfabeto latino ma anche l'alfabeto cirillico. Ovviamente se due lingue usano lo stesso sistema di
scrittura non significa che siano apparentate. CAPITOLO 4: un suono è un fatto fisico. Di tutti i
suoni che possiamo produrre, solo una piccola parte fanno parte di una lingua in senso stretto. Ogni
lingua ha un suo inventario di suoni (fonemi) e ogni lingua ha regole proprie per combinare questi
suoni in sillabe e parole. I fonemi possono influenzarsi l'un l'altro e per rendere conto di questo le
lingue dispongono di regole fonologiche. La disciplina che studia la produzione dei suoni è detta
fonetica articolatoria. Vi è poi la fonetica acustica che studia la natura fisica del suono. C'è poi la
fonetica uditiva che studia l'aspetto della ricezione del suono da parte dell'ascoltatore. Fonetica
articolatoria: un suono è prodotto dall'aria che viene emessa dei polmoni, questa attraversa la
laringe e incontra le corde vocali. Dopo la faringe, l'aria giunge alla cavità orale e fuoriesce dalla
bocca. Se l'aria fuoriesce solo dalla bocca avremo suoni orali, se invece il velo palatinio resta inerte,
l'aria fuoriesce anche dalla cavità nasale e avremo suoni nasali. per classificare un suono sono
necessari tre parametri: modo di articolazione, punto di articolazione e sonorità. I vari organi della
fonazione possono essere posizionati in modi diversi nella produzione di un suono: i vari assetti che
gli organi assumono producendo un suono sono detti modo di articolazione. 11 Il flusso d'aria
necessario per produrre un suono può essere modificato in diversi punti dell'apparato vocale:
ognuno di questi punti è chiamato punto di articolazione. La sonorità infine è data dalle vibrazioni
delle corde vocali: se vibrano avremo un suono sonoro, se non vibrano avremo un suono sordo.
l'Alfabeto Fonetico Internazionale [IPA) risponde all'esigenza fondamentale di usare gli stessi
simboli per gli stessi suoni in tutte le lingue del mondo! I suoni possono essere classificati in tre
classi maggiori: consonanti, vocali e semiconsonanti o approssimati. Nella produzione di una vocale
l'aria non incontra ostacoli e le vocali sono quasi sempre sonore. Per produrre una consonante l'aria
o viene momentaneamente bloccata ex. [b] o deve attraversare una fessura molto stretta ex. [f]. Le
consonanti possono essere sia sorde che sonore. Le semiconsonanti condividono proprietà delle
vocali e delle consonanti. Le vocali, le semiconsonanti, le liquide e le nasali formano la classe delle
sonoranti. tutti i suoni non sonoranti si chiamano ostruenti. Le sonoranti sono tutte sonore. Il flusso
d'aria necessario per produrre le ostruenti invece incontra ostacoli. I suoni dell'italiano: guardando
la tabella se in una casella vi sono due suoni, il suono a sinistra è il suono sordo quello a destra, il
sonoro. Se in una casella vi è un solo suono si tratta di un suono sonoro. Da sapere le definizioni dei
suoni. Per esempio: p occlusiva, bilabiale, sorda z fricativa, alveolare, sonora... il suono [] in
italiano, si trova solo in prestiti per lo più di origine francese. Consonanti dell'italiano: i diversi
modi di articolazione servono per produrre le consonanti: occlusive: il suono è prodotto tramite una
occlusione momentanea dell'aria cui fa seguito una specie di esplosione. Sono [p,b,t,d,k,g] fricative:
l'aria deve passare attraverso una fessura stretta producendo una fricazione. Si possono prolungare
nel tempo. Sono [f,v,s,z,] affricate: iniziano con un'articolazione di tipo occlusivo e terminano con
un'articolazione di tipo fricativo. Sono [ts,dz,t,d] nasali: il velo palatino lascia passare l'aria
attraverso la cavità nasale. Sono [m,m,n, ,] laterali: la lingua si posiziona contro i denti e l'aria
fuoriesce dai due lati della lingua stessa. L'italiano ha due laterali [l],[ ] vibranti: c'è vibrazione o
dell'apice della lingua o dell'ugola. L'italiano ne ha una [r] approssimanti: sono suoni in cui gli
organi articolatori vengono avvicinati ma senza contatto. Le approssimanti dell'italiano sono le
semiconsonanti [j] e[w].in italiano [i] e [u] sono semiconsonanti quando sono seguite da una vocale
tonica: ad esempio "piede" si trascriverà [pjde], sono semivocali quando seguono una vocale tonica:
ad esempio "pausa" si trascriverà [pauza]. L'italiano usa sette punti di articolazione: bilabiali: il
suono è prodotto tramite l'occlusione di entrambe le labbra [p,b,m] labiodentali: il suono deve
attraversare una fessura che si forma appoggiando gli incisivi superiori al labbro inferiore [f,v]
dentali: la parte anteriore della lingua tocca la parte interna degli incisivi [t,d] alveolari: la parte
anteriore della lingua tocca agli alveoli [n,l,] o si avvicina agli alveoli [s,z,ts,dz] 12 palato-alveolari:
la parte anteriore della lingua si avvicina agli alveoli e ha il corpo arcuato [,t,d] palatali o anteriori:
suoni prodotti con la lingua che si avvicina al palato [ , ,j] velari o posteriori: suoni prodotti con la
lingua che tocca il velo palatino [k,g,w] Vocali dell'italiano: per classificare le vocali che si basa
sull'altezza della lingua, sull'avanzamento o l'arretramento della lingua, sull'arrotondamento o meno
delle labbra e sulla realizzazione di questi movimenti in modo teso o rilassato. Se la lingua assume
una posizione alta si produrranno suoni come [i] o [u], se assume una posizione bassa si
produrranno suoni come [a]. Se la lingua è in posizione avanzata si produrrà una [i] o una [e], se in
posizione arretrata una [u] o una [o]. Se le labbra sono arrotondate si produrranno vocali come [u] o
[o], se non sono arrotondate si produrranno [i] ed [e]. In italiano le vocali [e] ed [o] possono essere
sia semiaperte che semichiuse e vi è una sola [a]. il sistema è così eptavocalico che da luogo a un
triangolo: anteriore alte (chiuse) medio-alte (semichiuse) medio-basse (semiaperte) basse (aperte)
centrale posteriore i u e o a Il sistema è eptavocalico per alcuni italiani regionali come il toscano. Vi
sono delle aree, come la Sicilia, dove il sistema ha solo cinque vocali. i alta, anteriore, non
arrotondata e medio-alta, anteriore, non arrotondata medio-bassa, anteriore, non arrotondata a bassa,
centrale, non arrotondata medio-bassa, posteriore, arrotondata o medio-alta, posteriore, arrotondata
u alta, posteriore, arrotondata Le consonanti possono combinarsi insieme e formare dei nessi
consonantici. La loro combinazione è soggetta a restrizioni. Io posso fare in italiano [pr] ma non per
esempio [gv]. Alcune combinazioni possibili in posizione interna di parola non sono possibili in
posizione iniziale. Per esempio [r+p] è possibile in posizione interna (arpa) ma non in posizione
iniziale. In italiano se una parola inizia con tre consonanti, la prima deve essere una [s]. La
combinazione di vocali e approssimanti in una medesima sillaba da luogo ai dittonghi che possono
essere ascendenti [approssimante seguita da vocale accentata ex. fienile, quasi) o discendenti
[vocale accentata seguita da approssimante ex. cauto, noi). esistono anche trittonghi ex. miei [mji].
La combinazione di due vocali appartenenti a sillabe diverse da luogo a uno iato. Nell'italiano ci
sono incoerenze del sistema grafico. Un sistema è coerente quando a un suono corrisponde un segno
e viceversa. in italiano invece troviamo: a. due simboli diversi per un solo suono. ex. cuore/quando
[k] b. due suoni diversi scritti con lo stesso simbolo. ex. sera/rosa [s] e [z] c. due simboli per un solo
suono o tre simboli per un solo suono. ex. che [k] o aglio [ ] 13 Il simbolo dell'alfabeto "c" sta per
due suoni diversi [t] e [k]... vi sono simboli dell'alfabeto che non sempre rappresentano un suono: il
simbolo "i" può rappresentare una vocale alta anteriore o può stare per la semiconsonante palatale
ma può anche essere solo grafico. ex. in scienza [ntsa] la "i" è solo grafica. I suoni possono essere
semplici per esempio [t,d,k,t,dz] o geminati [tt,dd,kk,tt,ddz].La lunghezza si indica con due punti e
dunque scriveremo [t:,d:,k:,t:,d:z]. il simbolo IPA per l'accento è ['] e si colloca prima della sillaba
accentata. scriverò dunque ['kaza], [lam'pjone], [intimi'ta]. sui monosillabi l'accento può non essere
segnato. Da ricordare che in IPA non esistono le maiuscole e gli apostrofi. p.85: esercitarsi nella
scrittura fonetica! MOLTO IMPORTANTE Nelle trascrizioni è importante indicare vari tipi di
confine: quello di sillaba, quello di morfema e quello di parola. Il morfema è l'unità più piccola
dotata di significato. Il confine di sillaba viene di norma rappresentato con un punto (.). ex.
ot.to.bre, ve.lo.ce.men.te Il confine di morfema è rappresentato con il simbolo (+). ex. ottobre,
veloce+mente, bar+ista Il confine di parola è rappresentato con il simbolo (#) e marca l'inizio e la
fine della parola. ex. #ieri#, #ottobre# Mentre la fonetica si occupa dell'aspetto fisico dei suoni, la
fonologia si occupa della funzione linguistica dei suoni. L'unità di studio della fonetica è dunque il
fono, l'unità di studio della fonologia è il fonema. la fonologia cerca di scoprire quali siano i fonemi
di una lingua, se cioè a una differenza di suono corrisponde una differenza di significato. ex. [kalo]
e [karo] hanno significati differenti mentre tra [karo] e [kaRo] c'è solo differenza di suono perché
[R] rappresenta la "r moscia" la fonologia cerca di scoprire come i suoni si combinano insieme. In
italiano posso creare [tr] ma non [r] ad esempio cerca di scoprire come i suoni si modificano in
combinazione. Per esempio il prefisso "s-" diventa sonoro se seguito da un fonema sonoro:
"sregolato" [z]regolato Per riuscire a individuare i fonemi si ricorre alle coppie minime. Un suono
ha una sua distribuzione, ha cioè alcuni tipi di contesti in cui può comparire. Per esempio [r] in
italiano può comparire tra due vocali, dopo [t]... Tra i suoni che l'apparato fonatorio può produrre,
ogni lingua ne sceglie un certo numero da usare: questi suoni saranno allora detti foni, cioè suoni
del linguaggio articolato. I foni hanno valore linguistico quando sono distintivi. Così ex. [p] e [t]
non sono solo suoni dell'italiano ma contribuiscono a formare coppie minime, cioè coppie di parole
che si differenziano solo per un suono nella stessa posizione!!! ex carpa/carta. Due foni che abbiano
valore distintivo sono detti fonemi. Una fonema è un segmento fonico che: 1) - ha una funzione
distintiva 2) - non può essere scomposto in una successione di segmenti di cui ciascuno abbia una
tale funzione 3) - è definito solo dai caratteri che abbiano valore distintivo per esempio l'aspirazione
è possibile in italiano ma non è pertinente, non ha cioè carattere distintivo. [in hindi invece
l'aspirazione è pertinente) 14 il fonema è una unità astratta che si realizza in foni. I fonemi sono
rappresentati tra barre oblique ex. /t/ mentre i foni tra parentesi quadre ex. [t]. Il fonema quindi è
una unità che si colloca ad un livello astratto, a livello di "langue" mentre i foni si collocano a
livello concreto, di "parole". I suoni intercambiabili sono quelli che possono apparire nel medesimo
contesto, i suoni non intercambiabili sono quelli che non possono comparire nel medesimo contesto.
Per stabilire se due foni abbiano valore distintivo, Trubeckoj [1939], ha proposto una serie di
regole. 1° - quando due suoni ricorrono nelle medesime posizioni e non possono essere scambiati
fra loro senza con ciò mutare il significato delle parole o renderle irriconoscibili, allora questi due
suoni sono realizzazioni fonetiche di due diversi fonemi. ex. varo - faro 2° - quando due suoni della
stessa lingua compaiono nelle medesime posizioni e si possono scambiare fra loro senza causare
variazione di significato della parola, questi due suoni sono soltanto varianti fonetiche facoltative di
un unico fonema. ex. rema - Rema [R] uvulare 3° - quando due suoni di una lingua, simili dal punto
di vista articolatorio, non ricorrono mai nelle stesse posizioni, essi sono due varianti combinatorie
dello stesso fonema. ex. naso - ancora ([nazo] - [akora] La linguistica statunitense ha utilizzato
invece le nozioni di distribuzione contrastiva e distribuzione complementare. quando due foni
possono comparire nello stesso contesto e si ottengono così due parole di senso diverso, allora i due
foni sono in distribuzione contrastiva ed i due foni sono realizzazioni di due fonemi diversi. Quando
invece due foni non possono mai ricorrere nello stesso contesto, ma il fono X ricorre in una certa
serie di contesti e il fono Y ricorre in un'altra serie, allora, se questi due foni sono foneticamente
simili, si tratta di due allofoni dello stesso fonema. Allofoni: ad esempio in italiano [z] ricorrere
prima di consonante sonora e tra due vocali, [s] altrove. il solo fonema /s/ si realizza come [s] in
certi contesti e come [z] in altri. gli allofoni sono prevedibili perché sono legati ad un determinato
contesto. Varianti libere: se due suoni foneticamente simili si possono trovare nello stesso contesto,
ci sono due possibilità. O danno luogo a due parole con significato diverso o il significato non
cambia. Nel primo caso i due foni sono realizzazioni di due fonemi diversi, nel secondo caso sono
varianti libere. se dico [rema] o [Rema] cioè con una [r] vibrante, [r] e [R] sono varianti libere. I
fonemi di una lingua intrattengono tra loro dei rapporti di opposizione. Trubeckoj ha studiato le
opposizioni fonologiche: a) - una opposizione è bilaterale quando la base di comparazione è propria
solo nei membri dell'opposizione, altrimenti è multilaterale: ad esempio bilaterale è l'opposizione
tra /p/ e /b/ in italiano perché la base di comparazione (occlusiva bilabiale) è propria solo di questi
due fonemi. L'opposizione tra /p/ e /k/ è invece multilaterale dato che in italiano c'è almeno un altro
occlusiva sorda (/t/). b) - ci sono poi opposizioni privative o non privative. Questa opposizione
riguarda quelle coppie di fonemi in cui si potrebbe dire che un fonema ha le proprietà x e l'altro
fonema ha tutte le proprietà x più un'altra proprietà. ad esempio /p/ è priva della sonorità mentre /b/
ha tutto quello che ha /p/ più la sonorità. 15 Il termine dell'opposizione che ha una proprietà in più è
detto marcato. l'opposizione tra /p/ e /k/ non è privativa ma equipollente perché la bilabialità di /p/
equivale alla velarità di /k/. c) - ci sono infine le opposizioni costanti e quelle neutralizzabili. Quelle
costanti, sono opposizioni che funzionano in tutti contesti, mentre quelle neutralizzabili in certi
contesti non funzionano. in olandese ad esempio il contrasto tra /t/ e /d/ funziona in posizione
iniziale e interna di parola ma non funziona in posizione finale dove si trova sempre [t]. Le
opposizioni privative hanno costituito la base per lo sviluppo di una teoria nota con il nome di
binarismo, dovuta a Jakobson: ogni elemento linguistico si differenzia dagli altri per una serie di
scelte binarie. ogni fonema può essere analizzato in un insieme di tratti distintivi che definiscono
quel fonema in opposizione a tutti gli altri. alcuni tratti distintivi sono: - sillabico, arrotondato, alto,
basso, arretrato per le vocali. - sillabico, sonoro, nasale... per le consonanti. Se il fonema ha un
determinato tratto lo si designa con il segno "+", se ne è privo con il segno "-". Regole fonologiche:
una regola fonologica collega una rappresentazione astratta (fonematica) ad una rappresentazione
concreta (fonetica). Una regola fa si che una data unità cambi con un'altra in un determinato
contesto. La forma è tipicamente la seguente: AB/___C cioè A diventa B nel contesto C. un
esempio pratico: k t/___+i cioè [k] diventa [t] prima di [i] preceduto da un confine di morfema. una
velare sonora semplice o geminata viene palatalizzata in una affricata semplice o geminata prima
della vocale palatale [i]: g(:)d(:)/___+i dove le parentesi tonde indicano facoltatività. La nasale
dentale /n/ diventa una nasale bilabiale davanti a /p,b,m/: p nm/___ b m le parentesi tonde e graffe
possono combinarsi. Per esempio: i g(:) d(:)/___+ e Una regola fonologica può essere formulata sia
ricorrendo ai fonemi, sia utilizzando i tratti distintivi. Ad esempio la sibilante resta sorda davanti a
consonante sorda [t,p,k,f] ma diventa sonora davanti a consonante sonora. Dato che tutti i suoni
della regola che ne risulterebbe sono sonori basta cogliere ciò che hanno in comune cioè la sonorità
che è un tratto distintivo: s [+ sonoro]/___ [+cons] [+sonoro] i cambiamenti non sono liberi ma
sono soggetti a restrizioni cioè le regole sono motivate e operano una ristretta serie di cambiamenti.
Possono: i A) cambiare dei tratti ex. kt/___+ e B) inserire segmenti. Ad esempio in italiano può
essere inserita una [i] dopo consonante e prima di una parola che inizia con [s] seguita da
consonante: in storia > inistoria 16 C) cambiare l'ordine dei segmenti. Le regole che cambiano
l'ordine dei segmenti sono note con il nome di "metatesi". In italiano non sono produttive e si
ritrovano quasi esclusivamente nei lapsus ex. dico "cimena" invece di "cinema" D) cancellare
segmenti. Ciò è molto diffuso: ex. vino+aio > vinaio non *vinoaio. V Ø/___+V dove "V" sta per
vocale [-accento] Assimilazioni: totali, parziali, progressive, regressive. È totale quando il segmento
che causa l'assimilazione rende il segmento assimilato totalmente uguale al primo. È parziale se il
segmento che causa l'assimilazione cambia l'altro segmento solo parzialmente. L'assimilazione è
progressiva quando il segmento che causa l'assimilazione è a sinistra del segmento che si assimila.
L'assimilazione è regressiva quando il segmento che causa l'assimilazione è a destra del segmento
che cambia. ex. assimilazione totale regressiva: i[n+r]agionevole > i[rr]agionevole assimilazione
parziale regressiva: in+probabile > improbabile ci sono anche assimilazioni di tipo diacronico che
caratterizzano ad esempio il passaggio dal latino all'italiano: factum > fatto esistono anche casi di
assimilazione a distanza: questo fenomeno si dice metafonesi: ex. nero > niri "nero/neri" in umbro
meridionale è ancora un tipo di assimilazione a distanza l'armonia vocalica: le vocali entro un
determinato dominio, si assimilano per un particolare tratto o per più tratti: ad esempio nel turco, la
vocale del suffisso flessivo plurale si armonizza alla vocale più vicina della parola cui si aggiunge:
adam+lar "uomo + Pl" o ev+ler "casa + Pl" La differenza tra metafonesi e armonia vocalica sta nel
fatto che nella prima sono le vocali postoniche a influenzare le vocali toniche mentre nell'armonia
vocalica è il contrario. La dissimilazione è invece il fenomeno contrario: una segmento cambia tratti
per distinguersi da segmenti del suo contesto: ex. peregrinus > pellegrino "r...r > ll...r" Infine ci
sono le regole shandi ["fusione") che si manifestano tra la fine di una parola e l'inizio di quella
seguente. una di queste regole è il raddoppiamento fono sintattico che caratterizza per esempio il
toscano (che ffai?). La sillaba: rappresenta una unità costituita da uno o più foni agglomerati intorno
a un picco di intensità. La sillaba minima è costituita in italiano da una vocale, il nucleo sillabico.
Questo può essere preceduto da un attacco e seguito da una coda. Il nucleo più coda costituiscono la
rima. La sillaba ha una struttura interna di questo tipo: sillaba attacco rima nucleo c coda o n (condurre) 17 tr o n (tron-co) L'attacco può essere costituito da una o più consonanti e il nucleo può
essere costituito da un dittongo ad esempio p-ie-de. una sillaba è aperta o libera se è priva di coda
cioè finisce in vocale altrimenti è detta chiusa o implicata. in alcune lingue il nucleo può essere
costituito da sonoranti come [r,l,n,m]. L'aplologia prevede la cancellazione della sillaba in
composizione: ad esempio eroico-comico > eroicomico, esente+tasse > esentasse si cancella la
sillaba finale di parola prima di una parola che inizia con una sillaba con attacco uguale. Fatti
soprasegmentali: la parola [kane] ad esempio è costituita da quattro segmenti [fonemi): /k//a//n//e/.
La fonologia basata sui segmenti è di tipo segmentale. Vi sono però fenomeni che oltrepassano il
segmento: sono soprasegmentali appunto. Essi sono la lunghezza, l'accento, l'intonazione e il tono.
la lunghezza è relativa alla durata temporale con cui vengono realizzati i suoni. Non tutti i suoni
hanno la stessa durata. In alcune lingue come il latino la lunghezza vocalica ha valore distintivo. In
italiano è la lunghezza consonantica ad essere distintiva invece. esistono lingue dove non è
distintiva nè la lunghezza vocalica né quella consonantica. accento: è una proprietà delle sillabe.
Una sillaba tonica è più prominente di una sillaba atona perché realizzata con maggiore intensità.
L'accento può essere contrastivo. Solo nelle lingue con accento non fisso esso può avere funzione
distintiva e dar quindi luogo a coppie minime. Una parola inoltre può avere più di un accento: ad
esempio in "capostazione" vi è un accento primario sulla "o" di "stazione" e uno secondario sulla
"a" di "capo". L'accento primario si marca in apice ['], quello secondario in pedice [,]. intonazione:
l'altezza dei suoni non è uniforme, ci sono picchi e avvallamenti. L'intonazione ha rilevanza
sintattica. Le dichiarative hanno una curva melodica con andamento finale discendente, mentre le
interrogative hanno andamento finale ascendente. tono: una sillaba può essere pronunciata con
altezze di tono diverse. Vi sono lingue dove a differenza di altezza di pronuncia corrispondono
variazioni di significato. Sono le lingue tonali. le lingue tonali si raggruppano in tre aree
linguistiche: lingue amerinde, lingue africane, lingue della famiglia sino-tibetana. Le lingue
differiscono tra loro sia per l'inventario dei fonemi e degli allofoni che per le regole fonologiche. Ad
esempio in inglese ci sono più fricative che in italiano... CAPITOLO 5: Morfologia è lo studio delle
parole e delle varie forme che una parola può assumere. Le parole possono essere semplici o
complesse. Le parole complesse sono le parole derivate che possono essere prefissate o suffissate e
le parole composte. Le parole semplici e complesse possono poi essere flesse. Struttura interna:
appartiene alle parole complesse ma non alle parole semplici. Morfologia è concepita come lo
studio della struttura interna delle parole. oggi alla morfologia è affidato un compito complesso cioè
dar contro a tutte le conoscenze che un parlante grado della propria lingua. Il parlante conosce il
genere delle parole sa come formare forme complesse e il grado di complessità che una parola può
raggiungere. Nozione di parola: 18 Parole: unità del linguaggio umano istintivamente presenti alla
consapevolezza dei parlanti. Abbiamo a che fare con parole quotidianamente e in italiano non
sembrano esservi problemi per l'identificazione delle parole. Ma ciò che conta come parola in
lingua non è detto che valga anche per le altre lingue. Ex. puer/il ragazzo. Le diversità tra le lingue
rende difficoltoso definire le parole. Criteri per definire una parola: sono molti ma quasi tutti
inadeguati. A)è parola ciò che è compreso tra due spazi bianchi. questa definizione di parola è
semplice e sembra molto efficace ma ha un limite di applicazione: può funzionare solo per le lingue
dotate di scrittura non per le lingue che le sono sprovviste. B) sono parole le unità della lingua che
possano essere usate da sole cioè possono formare un enunciato (`domani' in risposta a ` quando?')
Soluzioni: a)non è possibile definire la nozione di parola una volta per tutte. Distinzione di varie
accezioni di parola a seconda del punto di vista a partire dal quale si considera quest'oggetto. La
nozione fonologica non coincide con la nozione di parola morfologica o di parola sintattica. Da un
punto di vista fonologico per esempio "telefonami" è una parola sola ma sintatticamente è costituita
da più unità: "telefona a me". b) considerare le parole come unità che non possano essere interrotte,
o meglio al cui interno non si può inserire dell'altro materiale linguistico. ( lat. `sentis', qui non
posso inserire nulla ; it. `tu senti', qui si tra "tu" e "senti"). c) assumiamo che nella maggior parte dei
casi un parlante nativo abbia intuizioni corrette su cosa siano le parole e che sappia identificarle in
un discorso. Tema, radice e forma di citazione: Ex. "amare" è la forma di citazione che troviamo sui
vocabolari chiamata anche lemma. Questa forma rappresenta tutte le forme flesse che il verbo può
avere. Le entrate nel dizionario, i lemmi, non sono forme flesse, sono sempre le forme di citazione.
Convenzionalmente per l'italiano la forma di citazione è la seguente: 1. il verbo è all'infinito, mentre
per le altre lingue vige una tradizione diversa. 2. nome: maschile o femminile singolare 3. aggettivo:
maschile singolare o la forma unica di maschile/femminile per gli aggettivi a due uscite ex. bello,
felice. Differenza importante: tra un dizionario e un testo. In un testo compaiono forme flesse
mentre in un dizionario compaiono forme di citazioni o lemmi. Lemmatizzazione:operazione che
porta dalle forme flesse ai lemmi. Ex. "amavo" > "amare" Tema e radice: importante è questa
distinzione in un verbo. Nel verbo "amare" si toglie la desinenza flessiva "re" e resta "ama" che è il
tema del verbo. Il tema stesso si può analizzare come una radice "am" e una vocale tematica `a'. Le
vocali tematiche dell'infinito italiano sono tre: a, e, i . ex. contare, temere, sentire Le classi di
parole: Le parole della lingua sono state tradizionalmente raggruppate in classi, o parti del discorso
dette anche categorie lessicali. Secondo le grammatiche scolastiche nell'italiano le parti del discorso
sono: 19 nome, verbo, aggettivo, pronome, articolo, preposizione, verbo, , congiunzione,
interiezione. Alcune di queste parole assumono desinenze diverse a seconda delle altre parole con
cui si combinano. Le classi di parole che assumono forme diverse sono in italiano: nomi, verbi,
aggettivi, articoli, pronomi. Sono perciò detti anche parte del discorso variabili. Le altre parti del
discorso invece sono invariabili. Altra distinzione è quella tra parole aperte e chiuse: le prime sono
quelle a cui si possono sempre aggiungere nuovi membri, le seconde sono formate da un numero
finito di membri che non può essere aumentato. Classi aperte: nomi, verbi, aggettivi e avverbi. Le
interiezioni costruiscono un caso un po' particolare, forse è possibile pensare che nuove interazioni
possano essere formate per esempio usando come interiezioni parole appartenenti ad altre classi.
Comunque questo elenco delle nove parti del discorso non è valido per delle lingue del mondo.
alcune parti come l'articolo manca in tante lingue, ma ci sono anche parti del discorso universali
cioè presenti in tutte le lingue: nome e verbo, probabilmente lo sono. Problema: quali sono i criteri
in base ai quali si dice che una determinata parola è un nome, un verbo o un aggettivo? I criteri
tradizionali sono di tipo semantico cioè basati sul significato. Il nome designa delle entità e degli
oggetti; i verbi designano delle azioni o dei processi. Esistono però delle parole come `descrizione',
`nascita' che non designano oggetti ma piuttosto processi. Viceversa è abbastanza strano dire che
verbi come ` sapere' `conoscere' indicano azioni: piuttosto designano degli stati. Si può supporre che
le parole siano immagazzinate nella memoria dei parlanti ed è plausibile che le parole siano
immagazzinate nella memoria insieme alla loro categoria lessicale. Le parti del discorso possa
essere perciò riconosciute in base a criteri puramente distribuzionali. I nomi, verbi... saranno definiti
in base alle altre classi di parole assieme a cui possono o non possono ricorrere. La definizione
precisa delle varie parti in termini distribuzionali è un'operazione complessa ma necessaria.
Categorie e sottocategorie: nomi: ci sono dei tratti che suddividono la categoria del nome, in altre
sottocategorie del nome: +umano [persona),-umano [non è nome di persona) -comune [equivale a
proprio) astratto [equivale a concreto). Il tratto [+/- numerabile] divide i nomi in nomi che possono
essere contati, come il libro e nomi che non possono essere contati cioè nomi massa come zolfo. i
nomi non numerabili non hanno il plurale ma se ce l'hanno, questo ha significato particolare o
idiosincratico ex. "la rottura della acque". Verbi: sottocategorizzati in transitivi o intransitivi,
regolari o irregolari, possono avere una costruzione progressiva ex. "sto leggendo" o verbi, detti
stativi che non possono avere questa costruzione ex. "*sto sapendo la risposta". Tutte queste
informazioni categoriale e subcategoriali sono fondamentali. Se consideriamo nomi propri come
"Gianni", nomi comuni come "bambino", nomi di animali come "coniglio"... si constaterà che
ognuno di essi può comparire assieme a certi suffissi ma non a tutti. conclusione: la categoria e i
tratti specificati nel lessico sono informazioni importanti per il 20 funzionamento dell'apparato
morfologico di una lingua. tutte le informazioni associate ad una determinata parola nella sua
presentazione lessicale servono per il funzionamento dei processi morfologici che possono
riguardare quella parola. Morfema: definizione: la più piccola parte di una lingua dotata di
significato. è un segno linguistico, costituito da un significante ed un significato. Ci sono morfemi
lessicali e morfemi grammaticali. Lessicale cioè non dipende dal contesto. Ci sono poi forme che
esprimono soprattutto delle funzioni grammaticali e ricevono significato dal contesto in cui
compaiono. osservazione: a. la distinzione tra morfemi lessicali morfemi grammaticali non è
sempre netta; b. la frequenza di queste classi di morfemi nei testi si avvicina al 50% cioè molto
spesso un'alternanza perfetta tra morfemi lessicali e morfemi grammaticali. Morfemi liberi e legati:
definizione: a. liberi sono quelli che possono ricorrere da soli in una frase ex. bar, virtù, ieri; b.
legati sono quelli che non possono ricorrere del soli in una frase e che per poterlo fare si devono
aggiungere a qualche altra unità. Parola e morfema: Le parole "boys" "libri" sono composte da due
morfemi sono cioè bimorfemiche. Generalmente in inglese le parole semplici sono
monomorfemiche, in italiano generalmente nomi ed aggettivi semplici sono bimorfemici, mentre i
verbi regolari sono trimorfemici. Morfema e allomorfi: definizione: morfema designa propriamente
una unità astratta che è rappresentata a livello concreto da un allomorfo. La distinzione è parallela a
quella che in fonologia esiste tra fonema e allofono. Generalmente un morfema è rappresentato da
un solo allomorfo ma ci sono casi in cui un morfema può essere è rappresentato da più allomorfi. È
l'esempio della formazione delle plurale inglese. esempio: graficamente il plurale regolare in inglese
è marcato con una `s' o `es'; ma foneticamente ci sono tre realizzazioni diverse [s][z][Iz] ognuno di
questi tre allomorfi compare in contesti definiti e in quei contesti gli altri allomorfi non possono
comparire. Si dice che i tre allomorfi hanno distribuzione complementare. esempio di allomorfia in
italiano: articolo maschile. Flessione, derivazione e composizione: definizione: la derivazione, la
composizione, la flessione sono i processi morfologici più comuni che possono modificare le parole
semplici. A) Derivazione: raggruppa tre processi diversi, è caratterizzata dall' aggiunta di un affisso,
cioè una forma legata ad una forma libera. PREFISSO: quando l'affisso si aggiunge a sinistra della
parola > PREFISSAZIONE SUFFISSO: quando l'affisso si aggiunge a destra della parola >
SUFFISSAZIONE. 21 INFISSO: quando l'affisso si aggiunge in mezzo alla parola >
INFISSAZIONE. Ex. fortunato > sfortunato; dolce > dolcemente; kuhbil `coltello' > kuhkabil `del
coltello' [ulwa, lingua del Nicaragua) B) composizione forma nuove parole a partire da due esistenti
C) flessione si aggiungono alla parola di base informazioni relative a: genere, numero, caso, tempo,
modo, diatesi, persona. La flessione di parole derivate e composte non è diversa quanto a desinenze
da quella delle parole semplici. Morfologia come processo: Una categoria lessicale ad esempio il
verbo può nascere come tale o diventare verbo attraverso vari processi. Ex. N > V magnete >
magnetizzare Aspetto dinamico della morfologia: esistono diverse modalità che possono portare
alla categoria del verbo ad esempio. La parola "indubitabilmente": a. è un avverbio dal punto di
vista categoriale b. costruzione: dall'aggettivo indubitabile viene aggiunto e il suffisso mente c.
l'aggettivo indubitabile è a sua volta scomponibile in prefisso: in, aggettivo: dubitabile, ,
quest'ultimo costruito a sua volta dal verbo "dubitare" più il suffisso bile. conclusione: la parola
"indubitabilmente" è stata costruita attraverso una serie di processi ognuno dei quali ha portato ad
una nuova categoria: verbo, aggettivo, aggettivo, avverbio. questo aspetto di formazione si chiama
dinamico. Composizione: Ci concentriamo sul risultato, oppure sul processo. "capostazione":
formato da due nomi: capo e stazione. Intrattengono un certo tipo di relazione grammaticale e
semantica cioè si tratta del `capo della stazione' e non della `stazione del capo'... Non tutte le
combinazioni però portano a risultati accettabili. Ex. *luce-interrogazione Costituenti: elementi
costitutivi dei composti. La combinazione di categorie uguali non da sempre, come risultato, la
stessa categoria. Ex. Verbo + Verbo > Nome: "Saliscendi" Problema: capire attraverso quali vie
sono state formate le parole. Differenze: a. tra composizione e derivazione: la composizione
combina due forme libere, la derivazione combina una forma libera ed una forma legata. b. tra
prefissazione e suffissazione: à la prefissazione aggiunge un morfema legato a sinistra della parola,
la suffissazione aggiunge un morfema legato a destra della parola. 22 à la prefissazione non cambia
la categoria lessicale della parola cui si aggiunge mentre la suffissazione di norma la cambia. à La
suffissazione può operare cambiamenti di categoria o di sottocategoria. Ex. N > V con il suffisso izzare: atomo > atomizzare Conclusione dell'esempio: A. in derivazione ogni categoria lessicale
maggiore (N,V,A) può diventare qualsiasi altra categoria lessicale maggiore. B. Questa
generalizzazione esclude le preposizioni sia come categoria di entrata sia come categorie di uscita.
Gli aggetti possono anche diventare avverbi. La sua suffissazione in italiano di norma cambia la
posizione dell'accento della parola di base, mentre di norma con la prefissazione questo non
avviene. Ex. da "onesto": "disonesto" e "onestà" Infissazione: è un processo che consiste
nell'inserimento di un infisso all'interno di parola, processo poco diffuso in italiano. Tipico infisso
italiano potrebbe essere isc che compare in una voce come `finisco' ma non in una voce come
`finiamo'. L'italiano dispone però di infissi prodotti per la formazione di parole nuove, non ci
occuperemo di infissazione. Altri processi: Conversione, reduplicazione, parasintesi: sono processi
che non consistono veramente nella aggiunta di un morfema a una base. Conversione: cambiamenti
di categoria senza che sia stato aggiunto alla base un affisso manifesto. In inglese dal nome "water"
[acqua) si è formato il verbo "to water" che significa "innaffiare". Reduplicazione: raddoppiamento
di un segmento e può essere parziale o totale. Può riguardare sia la flessione che la derivazione ma
anche la composizione. Parasintesi: può essere sia verbale che aggettivale. Una forma è
paresintetica quando è formata da una base più un prefisso ed un suffisso, ma dove la sequenza
"prefisso+ base" non è una parola dell'italiano e dove nemmeno la sequenza "base+ suffisso" lo è.
Cioè per esempio "in-giall-ire" esiste ma non esistono ne "*ingiallo" nè "*giallire". Processi di
formazione di parola più rari sono quello che porta a retroformazioni ex. il verbo inglese "edit" da
"editor", e la formazione di ideofoni ex. "glu glu" "bang". Allomorfia e il suppletivismo:
Suppletivismo: avviene in una serie morfologicamente omogenea. Si trovano radicali diversi che
intrattengono evidenti rapporti semantici senza evidenti rapporti formali. Caso emblematico:
suppletivismo della flessione del verbo "andare", per le radici and- e va(d)Il suppletivismo si trova
non solo nella flessione ma in tutto il dominio della formazione della parola. Ex. l'aggettivo di
"acqua" è "idrico" Un'entrata complessa può arrivare a comprendere diverse unità, per esempio in
italiano può capitare che accanto alla voce principale, siano elencate altre forme suppletive,una
greca e l'altra latina. Anche qui c'è una distribuzione complementare degli affissi. Avrò: cavall+eria,
equ+estre, ipp+ico. 23 Suppletivismo può essere sia forte che debole. È forte quando vi è
un'alternanza dell'intera radice, debole quando tra i membri della coppia vi è una base comune
riconoscibile e la differenza è di singoli segmenti fonologici. Ex Arezzo/aretino. C'è difficoltà a
distinguere tra suppletivismo forte e debole. Parole semplici e parole complesse: In sintassi si
distinguono frasi complesse e frasi semplici. Una distinzione simile è anche per le parole come
"ieri", "sempre", "ogni": sono parole che non possono essere ulteriormente analizzate sul piano
morfologico, perché ogni segmentazione non porta ad unità morfologicamente riconoscibili. Parole
invece come capostazione, possono essere ulteriormente analizzate: capo+ stazione. Le parole
semplici sono date, costituiscono il lessico dei parlanti invece quelle complesse sono formate
tramite regole morfologiche. La morfologia deve rendere conto della formazione di tutte le parole
complesse. Per quel che riguarda la sintassi non esistono frasi date, elencate nel lessico. La sintassi
deve, al contrario della morfologia, costruire tutte le frasi, da quelle più semplici a quelle più
complesse con l'eccezione delle cosiddette frasi fatte che hanno significati idiosincratici ex. "fare di
tutte le erbe un fascio"... Parole suffisate: i suffisi dell'italiano possono essere raggruppati in grandi
categorie, queste possono anche incrociarsi. Ci sono ad es. i suffissi deverbali: questa classe
comprende i suffissi che formano nomi da verbi. Tali suffissi formano nomi d'azione o deverbali
astratti che in certi casi possono concretizzarsi e diventare nomi risultato, cioè nomi concreti, non
astratti. Ex. da "zione" avremo nomi deverbali astratti: ammirazione, inibizione; nomi risultato:
costruzione. Lo stesso nome può fungere come nome d'azione come nome risultato. Ci sono poi
suffissi che formano nomi agentivi [+umano] (ed a volte strumentali [-umano], [- astratto]): ad
esempio da "-aio" un nome agentivo è "giornalaio"; da "-tore" avremo un agentivo "colonizzatore"
o uno strumentale "contatore". C'è poi la classe dei suffissi valutativi, che è formata dai cosiddetti
diminutivi, accrescitivi, peggiorativi, vezzeggiativi. Ex. ino,-one... I valutativi sono molto numerosi
e produttivi in italiano, al contrario di quanto avviene in inglese. I suffissi possono essere rivali ed
in questo caso si spartiscono le base cui posso aggiungersi. Parole prefissate: i prefissi dell'italiano
sono molti ad es. ante-, con- infra-... Sui 53 prefissi elencati, le categorie privilegiate della
prefissazione sono i nomi, 45, e gli aggettivi,42. Segue il verbo con 28 casi. I prefissi che si
aggiungono a una sola categoria lessicale sono 12. In 19 casi i prefissi si possono aggiungere a due
sole categorie, nome e aggettivo per 15 casi, aggettivo e verbo per quattro casi. Un prefisso può
aggiungersi a tutte e tre le categorie in 19 casi. L'elenco dei prefissi dell'italiano: A. è una lista
approssimativa dei prefissi ITALIANI; B. non si sono incluse forme prefissali molto specifiche; C.
non sono incluse tutte le varianti possibili. D. non tutti prefissi elencati sono ugualmente produttivi
E. Le costruzioni, mimi+ nome, in+ aggettivo, sono molto produttive. 24 F. in altri casi la
produttività della costruzione è legata a linguaggi settoriali come quello della medicina. In altri casi
le costruzioni apparentemente possibili per esempio ri+ aggettivo o non sono produttive o hanno
struttura interna diversa da quella richiesta. Morfologia e significato: La formazione delle parole
consta di una parte formale e di una parte semantica. Ex. vino+aio = persona che vende il vino -aio:
il significato delle diverse parole consta in una parte fissa, persona che vende, e una parte variabile
cioè l'oggetto che si vende. Ex. vino La parte fissa è la parte di significato interrotta dal suffisso,
mentre la parte variabile corrisponde al nome di base. Si può arrivare una parafrasi unica se
formuliamo il significato utilizzando delle variabili: "persona che vende N", dove N è la base.
questa parafrasi può essere applicata nel numero di parole in aio. non a tutte però. per esempio
orologiaio è colui che vende orologi ma li ripara anche o addirittura li fabbrica: la parafrasi quindi
non è ancora abbastanza generale e andrà quindi modificata così: "persona che svolge un'attività
connessa con N". si noti che in altre occasioni a significati diversi possono corrispondere suffissi
diversi: ad esempio giornalaio è colui che vende i giornali mentre giornalista è chi li scrive. Esiste
anche una serie di forme in aio dove la parafrasi non è quella della `persona che vende N', ma
`luogo pieno di' ex. pollaio. Il suffisso bile ha un significato passivo: ex."osservabile" è "colui che
può essere osservato". Possiamo riassumere ciò in una parafrasi: "che può essere X-ato", dove X è
un verbo transitivo. La semantica di una parola complessa è trasparente o composizionale, vale a
dire che significato della parola complessa si può ricavare dal significato degli elementi
componenti. Ciò è vero quando la regola è produttiva mentre una parola che permane a lungo nel
lessico può acquistare significati idiomatici non più desumibili degli elementi che costituiscono. ad
esempio con una parola come "tavolaccio" non significa soltanto un "pessimo tavolo" ma si
riferisce al "giaciglio del prigioniero", significato, questo, che non si può desumere dai due
costituenti tavolo e accio. nella formazione delle parole la semantica svolge anche un altro ruolo: i
vari suffissi selezionano uno dei significati della base. Il verbo "tentare" ha un significato `cercare
di corrompere' ma anche il significato `cercare di riuscire'. Ogni suffisso che si aggiunge a questo
verbo seleziona un significato ed uno solo della base. Tentare tentazione tentativo tentatore Sign. 1
+ + Sign. 2 + Composti dell'italiano: viene mostrata una lista delle possibilità combinatorie della
composizione in italiano. Ex. categorie dei costituenti N+P V+N P+V categoria del composto N
esiste produttivo esempi no si si si no *abitosenza scolapasta contraddire Non tutte le combinazioni
sono possibili. Si può concludere che la composizione in italiano forma essenzialmente nomi,
tranne in due casi e cioè quando il composto è formato da due aggettivi o quando 25 il composto è
formato da un aggettivo di colore più nome ex. giallo oro. testa dei composti: si consideri un
composto come camposanto. La sua struttura può essere rappresentata [[campo]N+ [santo]A]N
come si vede il composto ha la stessa categoria lessicale, cioè il nome, di uno dei suoi costituenti, il
nome campo. Diremo che campo è la testa del composto e che la categoria N del composto deriva
dalla testa. In altre parole, camposanto E' UN nome perché campo E' UN nome. È da campo che la
categorie nome viene passata a tutto il composto. Identificare la testa del composto è importante
perché è dalla testa che derivano al composto una serie di proprietà. Per individuare la testa di un
composto si può applicare il test `E' UN'. Questo vale sia per quanto riguarda la categorie lessicale
che per quel che riguarda la semantica. Se al composto, "capostazione" si applica il test `E' UN' la
risposta non è chiara, perché sia "capo" che "stazione" sono nomi. Ma "stazione " è un nome [maschile] e [-animato] mentre "capostazione" è [+maschile] e [+animato] come "capo"! "capo" sarà
dunque la testa del composto. Se la categoria lessicale non basta dunque, si può ricorrere ai tratti
sintattico-semantici. Un costituente è la testa di un composto, quando tra tale costituente e tutto il
composto vi è identità sia di categoria che di tratti sintattico-semantici. Una testa deve essere sia
testa categoriale che testa semantica. Vi sono lingue in cui le teste dei composti può essere
identificata `posizionalmente'. per esempio inglese, si dice comunemente che ` la testa è a destra'.
Ex. "overdose" La categorie lessicale di tutto il composto è sempre uguale alla categoria del
costituente a destra. In italiano la situazione è più complessa. I dati sembrano suggerire che in
italiano la testa del composto può essere sia destra che a sinistra. ma non è così. analizzando i dati
più da vicino si noterà ad esempio che il composto "gentiluomo" presenta un ordine marcato [si dice
un uomo gentile, non un gentile uomo) e non è più produttivo in italiano! Concluderemo pertanto
che la regola sincronica produttiva per la formazione dei composti in italiano contemporaneo genera
composti con testa a sinistra, come "pescecane". Composti e sintagmi: non è facile distinguere tra
composti e sintagmi. Faremo riferimento solo a questi due criteri: inseribilità di materiale lessicale e
trasparenza ai processi sintattici. Un composto è una parola e la parola è caratterizzata dal fatto che
non è interrompibile: non si può cioè inserire del materiale lessicale all'interno di una parola.
Applicando questo criterio, costruzioni come ferro da stiro (*ferro pesante da stiro), sembrano
essere dei composti. Il secondo criterio riguarda il fatto che i costituenti di un composto non sono
visibili alle normali regole della sintassi. Ex. * questa [[lava]+[piatti]] è costosa ma non li lava bene
Altri tipi di composti: le lingue del mondo presentano una grande varietà di tipi di composti. Vi
sono composti formati con forme legate e costruzioni `multiparole'. ecco alcuni esempi: a.
Composti neoclassici sono formati da due forme legate di origine perlopiù greca o latina o da una
forma libera più una forma legata; ex. antropo+fago, dieta+logo. 26 b. Composti incorporati
derivano da un sintagma costituito da un verbo seguito da un SN oggetto. L'incorporazione consiste
nella formazione di un verbo composto il cui primo costituente è il SN oggetto. Di norma il nome
incorporato nel verbo è l'oggetto, come si vede nell'esempio del nahuatl, in una lingua uto-azteca
parlata in Messico. Ni-naca-qua = "io carne-mangio" In genere il nome incorporato è l'oggetto
diretto ma talvolta anche complementi obliqui come gli strumentali possono essere incorporati. c.
Composti sintagmatici :tipo di composto che si trova in inglese e in afrikaans ed è chiamato così in
quanto sembra più di origine sintattica che morfologica, ex. "an [ate too much] headache" "un mal
di testa (da) mangiato troppo" d. Composti reduplicati : composti reduplicati in `spagnolo'. Si tratta
di composti costituiti dalla stessa parola ripetuta ed hanno in genere un significato intensivo o
iterativo. Ex. "duermeduerme" "dorme-dorme" e. Composti troncati: in russo vi sono composti che
vengono formati per troncamento o del primo costituente o di entrambi. Ex. "zarabotnaja plata" >
"zar-plata" In questi composti si concatenano delle sottoparti dei due costituenti un po' come le
cosiddette parole-macedonia tipo motel [da motor e hotel). Composizione e flessione: La flessione
dei nomi composti è un aspetto piuttosto irregolare della morfologia e non sempre si riescono ad
identificare delle regolarità senza eccezioni. Un nome composto è formato da parola1 + parola2.
teoricamente la flessione dei nomi composti può presentare alcune possibilità. I casi possibili sono
pertanto i seguenti a. flessione alla fine del composto ex. mezzogiorni b. flessione dopo la prima
parola del composto dove la prima parola è la testa ex. capistazione c. flessione dopo entrambe le
parole ex. cassepanche d. composti senza flessione cioè composti invariabili ex. tritacarne e.
flessione della sola parola 2 ex. portalettere f. flessione della sola parola 1 dove la prima parola non
è la testa ex. *scuolebus. Non si realizza Osservazione: è importante assicurarsi che i composti in
esame siano produttivi perché è solo per questi si può costruire una regola. si può dire che i
composti produttivi oggi sono quelli del tipo dell'esempio b., cioè composti con testa a sinistra e
flessione della sola testa. Nel corso del tempo i composti tendono a perdere trasparenza nel qual
caso la testa diventa meno identificabile e il composto, percepito come privo di struttura interna,
viene flesso secondo la regola generale di flessione dell'italiano, vale a dire a destra. Composti
endocentrici, composti esocentrici, e composti `dvandva': tutti i composti sono endocentrici, cioè
hanno una testa. In realtà non tutti i composti hanno una testa per es. "dormiveglia". In questi casi si
dice che il composto è esocentrico. Ex. portalettere osservazione: non vi è identità tra il nome lettere
e il nome portalettere, in quanto il primo è non animato, femminile, plurale. Il secondo è animato,
maschile, singolare. Il nome lettere non può essere quindi la testa del composto che è dunque un
composto esocentrico. Anche per questo esempio è facile verificare la mancata corrispondenza tra
categoria e tratti del costituente nominale categorie e tratti dell'intero composto. Esiste un terzo tipo
di composti chiamati `dvandva' dalla tradizione grammaticale sanscrita detti anche 27 composti di
coordinazione. Questi hanno due teste, sono formati da due costituenti che sono entrambi teste sia
categoriali che semantiche. Ex.cassapanca. Regole di riaggiustamento: quando le regole
morfologiche combinano due forme libere o una forma libera più una forma legata la sequenza che
ne risulta può essere o perfettamente normale, o può necessitare di piccoli riaggiustamenti
fonologici. Ex. vino+aio = vinaio Servono quindi regole di aggiustamento che cancellino la vocale
finale della prima parola. Sono regole di riaggiustamento anche quelle che riaggiustano la vocale
finale di parola in composizione con una forma legata: se la forma legata è di origine greca, la
vocale finale di parola diventa "o", se è latina la vocale finale di parola diventa "i". Altre regole
guardano i casi di allomorfia ex. amico/amici o sporadici casi di inserimento. CAPITOLO 6: Ci
sono due accezioni di lessico: a. lessico mentale dei parlanti b. prende la forma del dizionario o
vocabolario, realizzato dai lessicografi. Questo è meno adeguato alle conoscenze grammaticali e
lessicali dei parlanti. Lessico si oppone a grammatica come "memorizzato" si oppone a "costruito
tramite regole", perché le parole di una lingua sono memorizzate mentre le frasi sono costruiti
tramite regole ma non memorizzate. Infatti una parola semplice non è costruita con regole. Va: a.
memorizzata b. ricordata c. ripescata quando serve. Secondo questa scala: morfema> parola>
sintagma> frase, tutti morfemi di una lingua devono essere memorizzati, molte parole devono esser
memorizzate, quasi tutti i sintagmi sono costruiti tramite regole, tutte le frasi sono costruite tramite
regole. Questa è una semplificazione, che serve per risolvere il problema. Il lessico mentale: è una
sottocomponente della grammatica dove sono immagazzinate tutte le informazioni che i parlanti
conoscono relativamente alle parole della propria lingua. Per lessico mentale intendiamo la
conoscenza delle parole prese ad una ad una ma anche le conoscenze relative al funzionamento
delle parole dei complessi rapporti tra le varie parole, tra varie classi di parole... Ogni parlante è in
grado di fare una lista di nomi concreti, verbi, aggettivi...; è facile constatare che esista un lessico
mentale. Ognuno di noi ha un proprio dizionario mentale. Il lessico implica conoscenze molto
profonde da parte dei parlanti che coinvolgono: a. attività cognitive dovute alla scolarizzazione
[riconoscimento, comprensione, produzione, lettura, scrittura delle parole, collegamenti tra le varie
unità e rapporti semantici come sinonimia, antinomia) b. conoscenze che riguardano il
funzionamento delle parole una volta estratte dal lessico e collocate all'interno di frasi. Alle parole
sono associate informazioni complesse perché possano funzionare morfologicamente,
sintatticamente, semanticamente. esempio: `amare' è etichettato come [+ regolare], mentre un verbo
come `cuocere' è etichettato come 28 un verbo [- regolare] perché il suo participio passato è `cotto' e
non *cuociuto. I parlanti hanno anche conoscenze relative a come si traducono i suoni di una parola
nella grafia del proprio alfabeto. Da un punto di vista linguistico il problema dell'accesso al lessico
richiede risposte relative a come gli esseri umani hanno accesso alle conoscenze lessicali e come
tali conoscenze devono essere rappresentate. Un problema su cui si discute tuttora molto per quel
che riguarda la rappresentazione delle parole nel lessico è se le parole sono rappresentate
effettivamente con un lemma solo o se questo debba essere rappresentato insieme a tutte le sue
forme flesse e a tutte le sue forme derivate. Modalità con cui gli esseri umani hanno accesso al
lessico, ci sono diversi modelli: uno di questi si suppone che alle parole si acceda tramite i primi
suoni delle parole stesse; se sentiamo la parola `Baltimora' prima si attiverebbero tutte le parole che
iniziano con [b], poi con [ba], poi con [bal]. Altro problema riguarda il fatto se il riconoscimento
delle parole avviene solo sulla base dell'input fonetico o se vi è anche ausilio di informazioni
contestuali sintattiche e semantiche. Dizionari: un dizionario non è un tentativo di descrivere la
competenza lessicale di un parlante perché contiene un numero altissimo di parole in larga parte
sconosciuto ad ognuno di noi. Un dizionario corrisponde al livello della langue, è insieme delle
parole usate da tutta una comunità linguistica. Può essere anche molto di più di questo perché in un
dizionario c'è molta diacronia e vi si conservano parole che appartengono a fasi precedenti della
lingua e che pertanto non sono più in uso. Struttura di un dizionario: a. è costituito da entrate
lessicali o lemmi, non parole flesse. Si devono lemmatizzare le parole, b. è costruito a partire da
`corpora' per lo più scritti. Esempio: tutto ciò che è stato scritto da Dante. Il lemma nel dizionario
viene evidenziato in neretto, segue la trascrizione fonetico fonologica, l'etimologia, e la definizione
della categoria lessicale. Ci sono poi esempi e rare eccezioni di significato. c. ci sono molte parole,
più di quelle che un parlante nativo possiede, ma si deve sottolineare che un dizionario possiede
meno di quello che un parlante nativo sa. Un dizionario è sempre arretrato sia rispetto ai neologismi
che sorgono continuamente sia rispetto ai significativi nuovi che le parole possono assumere.
Importante è la distinzione tra dizionario e enciclopedia. un dizionario è una lista di parole che
contiene informazioni sulla natura e sull'uso delle parole,1'enciclopedia contiene informazioni su
tutto lo scibile umano. Mentre il dizionario definisce conoscenze soprattutto di tipo linguisticolessicale, l'enciclopedia definisce le nostre conoscenze del mondo. Un esempio: la preposizione `a' I
dizionari hanno lo scopo principale di rappresentare le conoscenze lessicali dei parlanti, contengono
moltissime forme obsolete, di origine dialettale, di uso letterario eccetera..... I dizionari moderni
differenziano tra i vari livelli di uso e, in alcuni casi rendano accessibili informazioni molto e
elaborate. Esempio di `a' indica: a. Spazio 29 b. c. d. e. f. g. h. i. Tempo Passaggio Termine
Strumento moda e stile prezzo vantaggio causa. Funzione di: a. relativa b. predicativa c. limitativa
d. distributiva e. causale o finale f. condizionale g. temporale h. inizio di azione i. agentiva Forma
locuzioni: a. sostantive b. preposizionali c. avverbiali d. congiuntive. Questi usi fanno parte delle
conoscenze lessicali implicite dei parlanti, si ricordi anche che una grammatica o un dizionario non
possono essere effettivamente adeguate rispetto le conoscenze dei parlanti. Il lessico mentale è
costituito anche dalle istruzioni per l'uso sintattico naturalmente. Lessicalizzazioni: Le entrate nel
dizionario sono parole semplici non flesse. Gli altri tipi di parole vengono invece costruiti tramite le
regole della morfologia. in un dizionario però non ci sono solo parole semplici ma anche altre unità
tra cui le forme lessicalizzate e le sigle. In un dizionario devono trovare posto tutte le forme
imprevedibili che non si possono spiegare in modo regolare, forme cioè che non vengono formate
tramite regole e che pertanto hanno forme e significati idiosincratici. Si troveranno anche le
cosiddette lessicalizzazioni dette anche costruzioni polirematiche. Ex.: espressioni idiomatiche
come "tagliare la corda". Ma anche unità originariamente frasali come "nontiscordardimè".
Grammaticalizzazione: processo per cui una unità perde il suo significato lessicale e ne acquisisce
uno grammaticale, come il suffisso dell'italiano -mente, che è oggi è un suffisso mentre in latino era
una parola. Sigle e abbreviazioni: Le sigle sono il risultato dei procedimenti di formazione di parola
non prevedibili. Si tratta di processi di morfologia minore. Nella maggioranza dei casi si tratta di
cancellazioni. Ex. "prof.", "TV" 30 acronimo: si forma a partire dalle lettere iniziali di ogni parola
del sintagma di partenza, è un processo che si può formare anche sulla base di sillabe iniziali. Ex:
CGIL Altri processi sono all'origine di parole come `POLFER' da `polizia ferroviaria', sono
formazioni chiamate parole-macedonia, o incroci e derivano dall'abbreviazione di parti di parole.
Particolarità: mentre a `prof.' è stata sottratta -essoressa, che non è unità morfologica, in "spiega"
[da "spiegazione") la parte cancellata è -zione, che è unità morfologica. Stratificazione del lessico: il
lessico di ogni lingua è stratificato, nel senso che è costituito da vari strati. Lo strato [+ nativo] è
quello centrale di una lingua data, quello [-nativo] definisce gli strati periferici che spesso riflettono
le vicende storiche. L'italiano ha diversi strati non nativi come testimoniano le voci di origine latina
ad esempio. Le distinzioni sono rilevanti perché affissi diversi possono scegliere strati lessicali
diversi. Per esempio nell'inglese un tratto che ha molta importanza è il tratto: [+/- latino].
L'invasione normanna nel XI sec. ha comportato l'imponente irruzione nell'inglese di voci lessicali
di origine romanza. Ad esempio suffissi inglesi sensibili al tratto latino sono: -ity che si aggiunge a
parole marcate come il [+ latino] ma non a parole marcate come [- latino]. Di solito radici native si
aggiungono ad affissi nativi e radici dotte ad affissi dotti. La selezione "di strato" non è sempre
esclusiva ma esistono anche forme miste. I tratti di strato sono rilevanti per il lessico delle maggiori
lingue europee. 3.1. stratificazione dell'italiano lo strato [- nativo] dell'italiano è costituito da prestiti
e da calchi. Sia prestiti che calchi sono forme di interferenza tra sistemi linguistici diversi e
riguardano la produzione di una data parola da una lingua di partenza ad una lingua di arrivo. Se la
riproduzione è di struttura morfologica, sintattica o semantica avremo un calco strutturale o
semantico; se la riproduzione è più centrata sul significante avremo un prestito. I calchi sono
chiamati anche "prestiti semantici" e rappresentano trasposizioni di modelli morfologici o sintattici
della lingua di origine a quella di arrivo. Per esempio retroterra viene dal tedesco Hinterland. Tra i
prestiti si possono distinguere quelli adatti e quelli non adatti. Adattati: sono parole entrate a far
parte del lessico italiano in epoche remote ed hanno una forma fonetica che non identifica che la
loro origine è straniera. Ad esempio: complimento, alfiere. Sono però parole italiane a tutti gli
effetti ed un criterio per verificare l'ingresso definitivo di una parola nel lessico della lingua è di
controllare se può dar luogo a derivazione. Non adatti: prestiti che conservano una forma estranea
alle regole fonologiche dell'italiano. La sola forma fonologica non è sempre una spia di estraneità
infatti parole come "leader" che terminano in consonante mostrano di essere integrate nel sistema
morfologico dell'italiano dato che danno luogo a parole derivate come `leaderino'. In italiano
dominano oggi prestiti dall'inglese, ma vi sono anche prestiti dal francese, tedesco, spagnolo. In
ogni lingua convivono moltissimi strati e così un esame accurato del lessico italiano rivelerà la
presenza di voci russe, giapponesi, arabe, ebraiche, turche. Un dizionario contiene anche 31 molta
storia della lingua ed ha lemmi che si dispongono lungo il corso dei secoli. Un dizionario riflette
stratificazioni di uso e di registro stilistico. Il DISC identifica i livelli d'uso: antico, antiquato,
dialettale, letterario, non comune, regionale. E diversi registri stilistici: familiare, gergale, ironico,
popolare, scherzoso, spregiativo, volgare. Categorie introdotte dai dizionari più recenti: a.
fondamentale b. di alta disponibilità c. di alta frequenza Un dizionario è anche il risultato della
somma di vari glossari settoriali. Ci sono lemmi che sono specifici di determinati settori. Ex.
aeronautica, agricoltura... Dizionari specialistici: Diverse tipi di dizionari: 1. monolingui , scopo
principale è dare definizioni 2. bilingue, fornire una traduzione di un termine da una lingua all'altra
3. plurilingui, dove si trovano corrispondenza tra diverse lingue 4. etimologici, che tracciano la
storia delle parole dalle origini alla contemporaneità 5. sinonimi e contrari 6. neologismi 7.
elettronici 8. inversi 9. di frequenza e concordanze Dizionari elettronici: I 3 dizionari consultati
sono: DISC, Zingarelli, DM. I dizionari elettronici su CD-ROM permettono una serie di funzioni
importanti: · ricerca di lemmi · ricerca di più lemmi con caratteristiche comuni · caratteri speciali:
di solito hanno il punto interrogativo che sostituisce un carattere e l'asterisco che sostituisce un
numero indeterminato di caratteri · operatori logici ex. "e"... per fare ricerche incrociate · possibilità
di creare dizionari personalizzati, salvare e stampare liste di parole · sillabazione dei lemmi ·
ottenere forme flesse con indicazione degli ausiliari per i verbi · trovare sinonimi e contrari ·
arrivare ad un lemma a partire da una forma flessa · ascoltare la pronuncia delle parole, soprattutto
quelle straniere o di cui vi è incertezza nella pronuncia. Giochi: Molti dizionari di supporto
elettronico accanto alle ricerche più tipiche prevedono un settore giochi. Un gioco linguistico è
strumento di conoscenza di una lingua. Tipi di giochi: anagrammi 32 rime palindromi, cioè parole
che rimangono le stesse anche se scritte al contrario bifronti, cioè parole che diventano altre parole
diverse se scritte al contrario omografi, cioè parole uguali per la forma scritta ma distinte per
significato `scarti' quando da una forma data viene tolta una lettera alla volta e vengono cercate tutte
le forme possibile anagrammando le lettere rimanenti Dizionari inversi: invertono il principio di
ordinare le parole in ordine alfabetico, ordinano cioè le parole a partire dall'ultima lettera. Se per
due parole l'ultima lettera è uguale si passa alla lettera immediatamente precedente e così via. Ex.
l'ordinamento sarà: epoca, estensione, estate, rubacuori, antico, valoroso. È un principio di
ordinamento che vale per dizionari inversi, questo tipo dizionari è importante perché fa ricerche in
ambito linguistico, perché ordinando le parole partire a da destra permette di tener liste di parole
che terminano con le stesse lettere quindi anche con lo stesso suffisso. Tramite questo dizionari si
può vedere anche la rima. Dizionari di frequenza: nell'epoca degli elaborati elettronici è
concettualmente semplice pensare di raccogliere mezzo milione di parole e chiedere all'elaboratore
di disporle o in ordine alfabetico o in ordine di frequenza. Queste imprese, che si rivelano molto
complesse, sono state realizzate per l'italiano dal LIF e dal LIP. 1. LIF cioè "lessico di frequenza
della lingua italiana contemporanea" presenta circa 5000 lemmi che sono presentati in ordine
alfabetico e in ordine di frequenza. una proprietà molto interessante di questo dizionario è che sono
stati spogliati testi diversi come testi teatrali, romanzi, copioni cinematografici, periodici, sussidiari.
La parola ricorre più spesso in testi letterari nei sussidiari nei romanzi che ne copioni
cinematografici e nei periodici. La seconda parte è una lista dei lemmi in ordine di frequenza. LIF, e
sostiene che le prime 100 parole più frequenti arrivano a coprire il 60% di qualsiasi testo che per le
prime 1000 l'85% e le prime 4000 il 97%. Nell'affrontare una lingua straniera converrà dunque
cercare di tener conto di questa proprietà statistica dei vocabolari. 2. LIP: "lessico di frequenza
dell'italiano parlato", di dimensioni simili a quelle del LIF ma raccoglie campioni di parlato in
quattro città, Milano, Firenze, Roma, Napoli in quattro blocchi da 125.000 occorrenze ciascuno. Il
parlato raccolto è di varia natura, comprende vari tipi di interazioni linguistiche: scambi faccia a
faccia, conversazioni telefoniche, dibattiti... E' stato costruito per poter essere confrontato con il
LIF. Si constata che il vocabolario del parlato per il 97% è costituito da parole ben radicate nel
suolo italiano. Il parlato si rivela relativamente povero dal punto di vista lessicale rispetto allo
scritto. Dunque un buona lista di frequenza della lingua scritta è in grado di dare conto anche delle
forme più frequenti nel parlato. Concordanze: non sono propriamente dizionari ma sono piuttosto le
liste dei contesti in cui una determinata parola appare. Oggi si possono elaborare piuttosto
facilmente ricorrendo ad ausili elettronici. Si possono ad esempio cercare le concordanze della
Divina Commedia per le forme "amor" e "amore". Le concordanze sono utilissimi strumenti di
analisi testuale e oggi si possono ottenere con molta facilità grazie a software specializzati.
Particolare importanza riveste il contesto: di solito per la poesia 33 il contesto è il verso, per la
prosa una riga, ma si possono ovviamente tenere contesti più ampi. CAPITOLO 7: La
grammaticalità di una frase è indipendente dal suo senso. per esempio posso dire: "il cerchio
quadrato suona la cornamusa" anche se non ha alcun significato, è grammaticale. La sintassi studia i
motivi per cui certe combinazioni sono ben formate mentre altre no. esistono combinazioni di
parole che comprendono più frasi ma anche combinazioni di parole più piccole di una frase, ossia i
gruppi di parole o sintagmi. La sintassi studia ovviamente tutto questo. La valenza: determinati
verbi devono essere accompagnati da un determinato numero di parole, mentre altri ne richiedono
un numero diverso. I verbi, come gli elementi chimici, hanno bisogno di essere accompagnati da un
numero determinato di altri elementi perché la frase sia formata in modo adeguato. Come gli
elementi chimici quindi hanno una valenza detta valenza verbale. un verbo come catturare è
bivalente mentre camminare è monovalente. gli elementi che sono richiesti obbligatoriamente dai
vari verbi sono detti argomenti: ad esempio nella frase " il poliziotto catturò il ladro" "il poliziotto"
e "il ladro" sono gli argomenti del verbo. i verbi possono essere: verbi avalenti: non sono
accompagnati da alcun argomento. Ex. piove. Verbi monovalenti: sono per esempio i verbi
intransiti come morire, parlare. verbi bivalenti: sono per esempio i verbi transitivi come piantare,
catturare. verbi trivalenti: sono i verbi cosiddetti "di dire" e "di dare": per esempio "il professore ha
detto ai ragazzi di fare silenzio" In una frase possono essere presenti comunque molti altri elementi.
Posso aggiungere elementi facoltativi che sono chiamati circostanziali, essi non sono obbligatori
come gli argomenti. I circostanziali hanno una maggiore possibilità di movimento all'interno della
frase. I gruppi di parole: La funzione di argomento o di circostanziale può essere svolta
indifferentemente da una parola sola o da un gruppo di parole. Esistono criteri che permettono di
individuare questi gruppi di parole. > uno di questi criteri è quello del movimento: le parole che
fanno parte di uno stesso gruppo si spostano insieme all'interno della frase. per esempio nella frase:
"a mezzanotte il poliziotto catturò il ladro", "a mezzanotte" è un gruppo di parole e non posso dire:
"*Mezzanotte, il poliziotto catturò il ladro a" > un altro criterio è quello della enunciabilità in
isolamento: dato un contesto opportuno, le parole che formano il gruppo possono essere pronunciate
da sole. Ad esempio: "Chi ha catturato il ladro?" una risposta grammaticale è "il poliziotto". > il
criterio della coordinabilità parte dal presupposto che le parole appartengono a classi diverse e che
quindi non tutte le parole di qualunque classe sono intercambiabili l'una con l'altra. ciò vale anche
per i gruppi di parole. Per esempio non posso dire " *a mezzanotte e il poliziotto catturò il ladro". "a
mezzanotte " e "il poliziotto" non sono coordinabili perché appartengono a due tipi diversi di gruppi
di parole. "a mezzanotte" è costruito intorno ad una proposizione "a", mentre "il poliziotto" è
costruito intorno a un nome, "poliziotto". l'elemento che svolge la funzione di "a" in "a mezzanotte"
e di "poliziotto" in "il poliziotto" è chiamato testa del gruppo di parole. i gruppi come "a
mezzanotte", visto che la loro testa è 34 una preposizione, sono detti sintagmi preposizionali (sigla:
SP) e i gruppi come "il poliziotto", visto che lo loro testa è un nome, sono chiamati sintagmi
nominali (sigla:SN). altri tipi di sintagmi sono: sintagmi verbali (sigla: SV) e sintagmi aggettivali
(sigla: SA). Un esempio di sintagma verbale è "legge il giornale" mentre un esempio di sintagma
aggettivale è "molto buono". La struttura interna dei sintagmi è rappresentata con i diagrammi ad
albero chiamati anche indicatori sintagmatici. Art. = articolo, N = nome, V = verbo, P =
preposizione ex. SV V SN Art. catturò N il ladro Questi diagrammi sono utili per rappresentare la
struttura gerarchica delle frasi. Si può usare anche la rappresentazione detta a parentesi etichettate.
Quindi posso rappresentare: [SV[VcatturòV][SN[Art.ilArt.][NladroN]SN]SV] La rappresentazione
della struttura sintagmatica permette di disambiguare strutture ambigue. i sintagmi sono i costituenti
della frase: essi possono essere costituiti da altri sintagmi, fino alle singole parole, che sono i
costituenti ultimi della sintassi. i sintagmi più semplici sono quelli costituiti dalla sola testa che è
l'unico elemento la cui presenza è necessaria. Dal punto di vista della struttura sintagmatica due
frasi come "Gianni passeggia" e "il figlio di mio cugino attraversa la strada con calma" sono
perfettamente identiche perché entrambe costituite da un sintagma nominale e da un sintagma
verbale. 1)"Gianni legge questi libri" 2)"La lettura di questi libri migliora la mente" F SN SV V SN
A Gianni legge N questi libri 35 F SN SV SN Art. SP V N Art. P lettura N SN A La SN di N questi
libri migliora la mente In 2) SN è molto più complesso di quello in 1). i SV invece sono costituiti in
modo analogo cioè da un V e da un SN. In generale quando il verbo è bivalente esso è la testa di un
SV che contiene almeno un SN che possiamo chiamare il complemento oggetto. il soggetto di 2) è
un SN che contiene un altro SN e un SP che è costituito dalla preposizione "di" e da un altro SN. L'
SN "questi libri" è lo stesso che funge da complemento oggetto nel SV di 1). SN "questi libri" è il
complemento del N "lettura" in 2) come è il complemento del V "leggere" in 1). Questa è
un'importante analogia tra la struttura dei SV e quella dei SN la cui testa è un nome, come "lettura",
derivato da un verbo, come "leggere".tuttavia in 2) non si riesce rappresentare bene il fatto che
"questi libri" è il complemento di "lettura" allo stesso modo in cui "questi libri" è complemento di
"legge" in 1). il complemento è presente in tutti e quattro i tipi di sintagmi che abbiamo esaminato:
SN, SV, SP, SA. in 2) l'SN "questi libri" è introdotto dalla preposizione "di" che è il complemento
del N "lettura". Questa relazione tra testa e complemento può essere rappresentata con un sintagma
di livello intermedio tra la testa "lettura" e l'intero SN "la lettura di questi libri". Per rappresentare
questa categoria di livello intermedio si può usare il simbolo N con una barra sovrapposta, N'. La
categoria N' si combina poi con l'articolo "la" per formare il SN "la lettura di questi libri": SN Art.
N' N SP P SN A N' N 36 la lettura di questi libri Anche il dimostrativo "questi" svolge la stessa
funzione dell'articolo "la" in "la lettura": "questi" è in rapporto paradigmatico con l'articolo "i" ["i
libri", "questi libri" ma non "* i questi libri"). sia gli articoli che i dimostranti svolgono la funzione
di specificatore del SN. quindi diremo che nel SN "la lettura di questi libri", "la" è lo specificatore,
"lettura" la testa e "questi libri" il complemento. l'intero SN (specificatore, testa e complemento)
può anche essere rappresentato come N'' (leggi: "N due barre"); la testa più il complemento sono
rappresentati come N'; la sola testa come N. come i SN, anche i SV, i SA e i SP hanno uno
specificatore,una testa e un complemento. Possiamo esprimere mediante un'unica formula questa
analogia di struttura tra i quattro sintagmi, utilizzando la lettera X che può stare per una qualunque
delle categorie N,V,A e P, e le "barre" per indicare i vari livelli strutturali del sintagma, o livelli di
proiezione: il livello più basso è quello costituito dalla sola testa e si indica con X; il livello
immediatamente superiore è costituito dalla testa più il complemento e si indica con X'; il livello
più alto è costituito dallo specificatore e da X' e si indica con X''. otteniamo così lo "schema Xbarra": X'' Spec(ificatore) X' X Comp(lemento) Le frasi: - " a mezzanotte, il poliziotto catturò il
ladro davanti alla casa che aveva appena svaligiato" Non tutti i gruppi di parole che chiamiamo frasi
esprimono un senso compiuto ad esempio "che aveva appena svaligiato" e non tutte le espressioni
di senso compiuto sono gruppi di parole ad esempio "Gianni!" ha senso compiuto. la differenza che
esiste tra i gruppi di parole chiamati "frasi" e gli altri tipi di gruppi di parole è che solo le frasi sono
composte di soggetto e predicato. Il rapporto soggetto/predicato è un rapporto di dipendenza
reciproca. La testa, abbiamo visto, è l'unico elemento necessario del gruppo di parole: non c'è
dipendenza reciproca tra testa e gli altri elementi che chiameremo modificatori, perchè la testa può
esserci anche senza i modificatori, mentre i modificatori non possono esserci senza testa. prendiamo
due espressioni: - l'albero è verde - l'albero verde La prima è una frase, la seconda un sintagma
nominale. Un'espressione come "*l'albero è", è sentita come malformata. Se dico invece "l'albero" è
perfettamente ben formato mentre "verde" non lo è: questo accade perché la prima delle due
espressioni contiene la testa del gruppo, mentre la seconda contiene solo il modificatore. ciò che è
sempre necessario è la presenza di una struttura soggetto/predicato che può realizzarsi in modi
diversi. I gruppi di parole di tipo frasale si distinguono dagli altri tipi gruppi di parole perché
contengono una struttura predicativa cioè un soggetto e un predicato. Esistono tre tipi di entità che
sono genericamente chiamate "frasi": 1)- espressioni di senso compiuto che sono gruppi di parole
con struttura predicativa. ex.l'albero è 37 verde 2)- espressioni di senso compiuto che non sono
gruppi di parole e non hanno una struttura predicativa. ex. Gianni! 3)- strutture predicative che non
sono espressioni di senso compiuto. ex."che aveva appena svaligiato". Intendiamo proposizione
come equivalente a "frase con struttura predicativa". Tipi di frasi: una frase può essere semplice o
complessa. Quella semplice non contiene altre frasi, quella complessa si. Il rapporto tra le frasi
semplici che costituiscono una frase complessa può essere di coordinazione o di subordinazione.
nella frase: " Gianni è partito e Maria è rimasta a casa", le due frasi sono coordinate. Nella frase "a
mezzanotte, il poliziotto catturò il ladro davanti alla casa che aveva appena svaligiato"; "a
mezzanotte, il poliziotto catturò il ladro davanti alla casa" è la frase principale e " che aveva appena
svaligiato" e la frase subordinata. La frase principale in questo caso è una frase indipendente. Le
frasi indipendenti sono sempre principali ma non sempre le frasi principali sono anche indipendenti.
Ad esempio in "Gianni crede che Paolo abbia mentito" "Gianni crede" è principale ma non
indipendente. Le frasi semplici possono essere classificate in base a: dipendenza, modalità, polarità,
diatesi e segmentazione. - Dipendenza: le frasi possono essere principali o dipendenti - Modalità: le
frasi possono essere dichiarative, interrogative, imperative ed esclamative. La distinzione è di tipo
puramente sintattico e può non coincidere con il valore semantico o pragmatico. sono due i tipi
fondamentali di frase interrogativa: Le interrogative "si-no" che richiedono solo una risposta si o no
e le interrogative wh-, la cui sigla è ricavata dalle lettere iniziali dei pronomi interrogativi
dell'inglese. queste ultime interrogative richiedono di specificare una determinata persona, cosa...
per esempio: chi è partito? - Il punto di vista della polarità distingue le frasi affermative delle frasi
negative. - Il punto di vista della diatesi distingue invece frasi attive delle frasi passive. - Il punto di
vista della segmentazione oppone due tipi di frasi come le seguenti: 1) non avevo mai letto questo
libro 2) questo libro, non lo avevo mai letto L'elemento "questo libro" è collocato nella prima
posizione nella seconda fase ed è separato dal resto della frase con una pausa. La seconda frase è
dunque divisa in due segmenti. In particolare questo caso è un esempio di frase segmentata detta
dislocata a sinistra. Un altro tipo di frase segmentata è per esempio: "Gianni ho visto ieri, non
Paolo". Questa è una fase focalizzata perché la parola Gianni è pronunciata con un innalzamento di
tono. ci sono poi le frasi a tema sospeso, dislocate a destra e scisse. La caratteristiche delle frasi
segmentate è che un determinato sintagma si trova in una posizione messa in rilievo rispetto agli
altri. Ovviamente una frase non è solo dichiarativa, o solo principale, o solo affermativa... ma
appartiene ad un determinato tipo per ciascuno dei vari punti di vista. Per ciascuno dei punti di vista
discussi ora esiste una corrispondenza sistematica tra frasi di un determinato tipo e frasi di un
determinato altro: per esempio alla dichiarativa corrisponde un interrogativa sì-no che differisce
dalla dichiarativa soltanto per l'intonazione. A questo tipo di corrispondenza sistematica tra frasi di
tipo diverso si dà il nome di trasformazioni. Le corrispondenze tra frasi attive e frasi passive sono
che: il complemento oggetto della frase attiva è il soggetto alla corrispondente passiva, il soggetto
della frase attiva non deve essere espresso 38 obbligatoriamente nella fase passiva e, se è espresso,
assume sempre la forma di un sintagma preposizionale la cui testa è "da". Nelle frasi interrogative
wh- un argomento del verbo non compare nella stessa posizione della dichiarativa corrispondente,
ma all'inizio della frase. Se una frase interrogativa è complessa questo ha l'effetto che un argomento
può trovarsi in una frase semplice diversa da quella in cui si trova il verbo a cui è collegato. - Mario
ha comprato il giornale - Gianni mi ha detto che Mario ha comprato il giornale La prima frase è
semplice e se vogliamo porre una domanda su che cosa ha comprato Mario avremo l'interrogativa
wh-: "cosa ha comprato Mario?" in cui il secondo argomento del verbo "comprare" è rappresentato
dal pronome interrogativo "cosa". La seconda invece è una frase complessa e la frase interrogativa
corrispondente è: "cosa ha detto Gianni che Mario ha comprato?". Qui il verbo "comprare" si trova
nella frase dipendente. Non c'è limite alla distanza alla quale si possono trovare il pronome
interrogativo e il verbo cui esso è collegato nella interrogativa wh-.si possono creare frasi come:
"cosa ha detto Gianni che Pietro crede che Mario abbia comprato?". Frasi come questa però
difficilmente ricorreranno nell'esecuzione ma appartengono alla competenza dei parlanti italiani.
Queste frasi sono costruibili in base al meccanismo della ricorsività. secondo Chomsky ad un
determinato livello, quello astratto, i vari sintagmi si troverebbero in determinate posizioni e,
successivamente, si muoverebbero nella posizione in cui concretamente li percepiamo. si parla di
movimento e di livello di rappresentazione. Nella frase seguente il simbolo "t" indica la posizione di
"cosa" prima di tale spostamento e l'indice "i" sottoscritto a "cosa" e a "t" indica che i due elementi
sono collegati l'uno all'altro: cosai ha detto Gianni e Pietro crede che Mario abbia comprato ti? il
movimento appare limitato nel senso che può trovare degli ostacoli lungo il suo percorso. Per
esempio considerando due frasi come: - Pietro crede che invaderanno quel paese - Pietro ha
l'opinione che invaderanno quel paese Le frasi interrogative wh- corrispondenti sono: - quale paesei
Pietro crede che invaderanno ti? - *quale paesei Pietro ha l'opinione che invaderanno ti? La seconda
frase è agrammaticale. Il nome "opinione", al contrario del verbo "credere", blocca il movimento
del sintagma "quel paese" dalla sua posizione nel livello astratto a quella nel livello concreto. È una
spiegazione complessa e non entriamo nei dettagli. Se ci troviamo di fronte a frasi dipendenti che
rappresentano degli argomenti del verbo della frase principale parliamo di frasi dipendenti
argomentali. Esistono però oltre agli argomenti, i circostanziali quindi avremo anche frasi
dipendenti circostanziali. esistono alcuni tipi di frasi circostanziale: temporale ex. quando Gianni è
arrivato, Maria era già partita da un pezzo; causale, finale, consecutiva, condizionale, concessiva e
comparativa. i circostanziali sono facoltativi. Vediamo ora di esaminare i tipi possibili di frasi
argomentati: - frasi come "che Paolo abbia mentito" sono chiamate oggettive o completive. Esistono
anche alcuni tipi di nomi che possono avere degli argomenti per esempio nomi come "fatto", "idea"
in frasi come "il fatto che i soldati si siano comportati così..." La frase posta in corsivo è una frase
completiva nominale. - Frasi come "che la terra giri intorno al sole" in frasi come " che la terra giri
intorno al sole è noto da molto tempo" sono dette frasi soggettive. 39 - un ultimo tipo di frasi
dipendenti argomentali è costituito dalle cosiddette interrogative indirette: "Gianni non sa chi
partirà domani" oltre alle dipendenti argomentali e circostanziali esistono le frasi relative. esse
possono essere restrittive ex. gli studenti che non si sono iscritti all'appello non possono sostenere
l'esame; o appositive ex. Gianni, che non si è iscritto all'appello, non può sostenere l'esame. Nel
primo caso infatti si indica solo il sottoinsieme di quelli che non si sono iscritti, nel secondo si
aggiungono alcune informazioni sul conto di Gianni. spesso è difficile distinguere tra relative e
completive nominali. Per identificare la distinzione si fanno considerazioni derivanti dalla teoria
della valenza. Una frase relativa si distingue da una completiva nominale perché l'elemento che la
introduce svolge anche la funzione di argomento del verbo della frase relativa stessa. Le frasi poi
possono anche essere esplicite o implicite. Le esplicite sono le frasi dipendenti che contengono un
verbo di modo finito, sono implicite quelle che contengono un verbo di modo non finito. Per molto
tempo si è pensato che la frase fosse una categoria priva di testa, o esocentrica, al contrario degli
altri tipi di sintagmi che sono invece dotati di testa, endocentrici. da poco tempo si è cominciato
però a proporre una struttura endocentrica anche per le frasi. Il punto di partenza è che la testa della
frase sia la flessione del verbo, ciò può sembrare strano anche perché già sappiamo che né il
predicato né il soggetto possono essere la testa della frase. Tuttavia si deve distinguere il contenuto
lessicale del verbo della sua flessione. Il contenuto lessicale di un verbo come passeggiare è che si
tratta di un verbo monovalente che significa camminare lentamente... ed è identico per qualunque
modo, tempo ecc. La flessione invece è identica per qualunque altro tipo di verbo sia esso
monovalente, bivalente o trivalente. Il verbo ad un livello astratto è disgiunto dalla flessione quindi.
La flessione è un morfema libero a livello astratto mentre è un morfema legato solo a livello
concreto! Una frase come: "Gianni passeggia" la posso rappresentare così. FLESS'' SN (=N'') N'
FLESS' FLESS N SV (=V'') V' V Gianni III Sing. passeggiare 40 Ind. Pres. Il soggetto è lo
specificatore di FLESS'' e il predicato è il complemento. Un'opera di trasformazione porterà poi il
verbo passeggiare ad amalgamarsi con i tratti "terza persona singolare indicativo presente" della
testa FLESS. Ma come si fa a questo punto a rappresentare una interrogativa wh- per esempio o che
posizione si deve assegnare agli elementi che introducono le frasi dipendenti come "che" o "di"? si
è pensato che le posizioni di tali elementi siano al di fuori del nucleo predicativo della frase. Per
rappresentare ciò si considera il sintagma FLESS'' come complemento di un'altra categoria detta
COMP cioè complementatore che a sua volta è la testa di un altro sintagma, il sintagma del
complementatore. Lo schema è il seguente sempre seguendo la notazione X-barra: COMP''
specificatore COMP' COMP FLESS'' SN (=N'') FLESS' FLESS SV (=V'') Questo tipo di struttura si
estende però anche alle frasi principali. In alcune lingue anche alcune frasi principali sono
introdotte da complimentatori. Lingue come italiano vedono la realizzazione del complementatore
solo a livello astratto. Soggetto e predicato: solitamente si dice che il soggetto è la persona o la cosa
che fa l'azione,o, nelle frasi di forma passiva, che la subisce. ma la definizione del soggetto come
autore di un'azione si dimostra valida solo per certi tipi di frasi e certi tipi di verbi. In definitiva si
può definire il soggetto come quell'argomento che ha obbligatoriamente la stessa persona e lo stesso
numero del verbo. Le definizioni tradizionali non distinguono i diversi livelli di analisi della frase
cioè i livelli sintattico, semantico e comunicativo. La definizione proposta, cioè che il soggetto è
l'argomento che ha obbligatoriamente la stessa persona e lo stesso numero del verbo, individua il
soggetto come entità sintattica. La definizione del soggetto come colui che compie l'azione si
colloca invece a livello semantico. Definire il soggetto come ciò di cui si parla si basa sull'analisi
dell'aspetto comunicativo della frase! Si deve distinguere dunque. È meglio limitarsi ad usare i
termini soggetto e predicato per riferirsi alle nozioni del livello sintattico. A livello semantico si
parlerà di agente per il soggetto e di azione per il predicato oppure nelle frasi che non esprimono
un'azione si parlerà di stato. In queste ultime frasi al soggetto sintattico daremo, dal punto di vista
semantico, l'etichetta di esperiente. A livello comunicativo, al posto di soggetto, useremo tema e, al
posto di predicato, rema. categorie flessionali: Le desinenze delle parti del discorso variabili
esprimono le diverse categorie flessionali: per esempio il genere, il numero... Queste categorie
flessionali si oppongono alle categorie lessicali, cioè alle parti del discorso. Per esempio due parole
come "bello" e "bella" appartengono alla stessa categoria lessicale, quella degli aggettivi, ma sono
diverse dal punto di vista della categoria flessionale del genere. Se due 41 parole hanno le stesse
categorie flessionali si parla di accordo. Se invece una parola ha una data categoria flessionale
perché questa le è assegnata da un'altra parola con categorie flessionali diverse, si parla di reggenza.
L'italiano ha due generi. Varie lingue hanno più di due generi. Non c'è una corrispondenza esatta tra
la categoria naturale del sesso e la categoria linguistica del genere. Il genere è indicato non soltanto
nel nome testa di un sintagma nominale ma anche negli altri elementi del sintagma che devono
accordarsi con esso! Anche il numero è una categoria linguistica che ha un rapporto soltanto
indiretto con la corrispondente categoria della realtà. In lingue come il greco esistono tre numeri
grammaticali: il singolare, il plurale e il duale utilizzato per indicare tipiche coppie di oggetti ad
esempio gli occhi. Altre lingue hanno un'espressione morfologica propria anche per il triale, cioè
per indicare terne di oggetti. anche il numero manifesta il fenomeno dell'accordo in italiano. Le
persone grammaticali sono tre: colui che parla, prima persona, colui a cui ci si rivolge, seconda
persona, colui di cui si parla ma non entra nel dialogo, terza persona. i verbi impersonali sono tutti
alla terza persona pur non avendo un soggetto che indichi una persona ex. piove. per quanto
riguarda la prima persona del plurale, essa può indicare sia i parlanti che gli ascoltatori, oppure i
parlanti ma non gli ascoltatori: nel primo caso si parla di noi inclusivo, nel secondo di noi esclusivo.
in latino l'ordine delle parole non ha la funzione di indicare i diversi argomenti. Alcuni studiosi
chiamano casi le relazioni tra i vari sintagmi nominali ed il verbo, indipendentemente dal fatto che
esse siano manifestate da una variazione morfologica della parola, come il latino, oppure con altri
mezzi, come in italiano. il latino dà un'espressione morfologica al caso, in questo caso si parla di
casi morfologici. anche l'italiano ha un numero limitato di casi morfologici nel sistema dei pronomi
personali. Genitivo: "l'esposizione della dottrina" e "la ferita di Achille" possono essere parafrasate
con: 1)la dottrina espone qualcosa 2)qualcuno espone la dottrina 3)Achille ha ferito qualcuno
4)qualcuno ha ferito Achille in 1) e 3) il nome che nel sintagma nominale era al genitivo è il
soggetto, in 2) e 4) è l'oggetto diretto: nel primo caso si parla di genitivo soggettivo, nel secondo di
genitivo oggettivo. Occorre distinguere tra tempo in senso cronologico [presente, passato e futuro) e
tempo in senso grammaticale. esistono lingue che non distinguono i tempi grammaticali, il verbo
qui ha sempre un'unica forma e le indicazioni temporali sono date da particelle. Non c'è inoltre
corrispondenza assoluta tra il tempo cronologico e il tempo grammaticale. Ad esempio in "sarà pur
vero quello che mi hai raccontato ma io lo ritengo incredibile", il futuro grammaticale "sarà" non si
riferisce a qualcosa che deve ancora accadere. una frase come "Gianni è partito" contiene
un'espressione di tempo. Questa frase può essere enunciata in un determinato momento
cronologico: lo chiameremo momento dell'enunciazione. Il momento dell'enunciazione è sempre il
presente (in senso cronologico). Al tempo stesso, la frase ci dice che un determinato evento è
avvenuto in un momento diverso da quello dell'enunciazione: lo chiameremo momento dell'evento.
il momento dell'evento in " Gianni è partito" è anteriore rispetto al presente. In determinati frasi
viene indicato anche un momento di riferimento diverso dal momento 42 dell'enunciazione e da
quello dell'evento. Ad esempio: - quando Gianni era già partito da tempo, Pietro finalmente arrivò il
verbo della frase dipendente indica un evento anteriore al momento di riferimento, che è quello del
verbo della frase principale. Il concetto di momento di riferimento permette di distinguere il futuro
anteriore dal futuro semplice perché il primo dei due tempi fa entrare in gioco un momento di
riferimento. La categoria dell'aspetto ci permette di distinguere fra tre tempi del passato:
l'imperfetto, il passato prossimo e il passato remoto. Si parla di aspetto imperfettivo per l'imperfetto
e per il passato prossimo e remoto si parla di aspetto perfettivo, cioè compiuto. in una frase come:
"l'anno scorso, Gianni scriveva un libro" io non so se il libro è stato terminato mentre se dico
"l'anno scorso, Gianni ha scritto/scrisse un libro" so che il libro è stato terminato. il passato
prossimo descrive un evento passato i cui effetti sussistono ancora nel presente, il passato remoto
descrive un evento passato che non ha più alcun rapporto con il presente. Si dice quindi che il
passato prossimo è compiuto mentre il passato remoto è aoristico. Il modo è l'espressione
dell'atteggiamento del parlante rispetto all'evento descritto dal verbo: per esempio l'indicativo
esprime la pura e semplice constatazione di un fatto. ci sono poi i modi non finiti: infinito,
participio e gerundio che si contrappongono ai modi finiti. la finitezza consiste nel fatto che mentre
l'indicativo, il congiuntivo e il condizionale distinguono tre persone e due numeri, questa
distinzione non esiste per i modi non finiti. la scelta del modo e del tempo della frase dipendente è
determinata dal verbo della frase principale. Questi fenomeni sono noti con il termine latino di
consecutio temporum. si distingue infine tra discorso diretto e discorso indiretto. CAPITOLO 8:
allo studio del significato delle espressioni linguistiche sì dal nome di semantica e allo studio del
loro uso si dà il nome di pragmatica. è importante la nozione di verità: comprendere il significato di
una frase è comprendere la condizione in cui essa risulta vera e comprendere il significato di una
parola è comprendere il contributo che essa dà alle condizioni di verità di una frase. Le frasi sono
descrizioni di frammenti della realtà, se sono vere, mentre non descrivono nulla, se sono false. La
definizione del significato basata sulla nozione di verità può andare bene sia per le dichiarative ma
anche per le interrogative e le imperative. ma il significato non è solo un rapporto tra linguaggio e
realtà. il primo problema è dato dalla mancanza di corrispondenza globale tra i significati delle varie
lingue: ad esempio la parola inglese "wood" può significare sia "legno" che "bosco". Non esistono
comunque lingue più precise di altre ma ogni lingua si riferisce alla realtà in modo diverso!
Esistono delle relazioni tra espressioni linguistiche che qualunque parlante nativo di una
determinata lingua può cogliere senza alcun bisogno di far entrare in gioco il rapporto tra lingua e
realtà. Per esempio un parlante dell'italiano sa che la frase "Gianni è scapolo" equivale alla frase
"Gianni non è sposato" e se si dice "Gianni è scapolo, ma è sposato" si cade in contraddizione, e
tutto questo anche senza sapere se nella realtà Gianni è effettivamente sposato oppure no. l'esempio
tra "scapolo" e "non sposato" è una relazione di sinonimia. se invece per esempio io non sono in
grado di riconoscere un airone cinerino, tuttavia posso dire con grande sicurezza una frase vera
come "l'airone cinerino è un animale". La relazione tra "airone cinerino" e "animale" è di iponimia.
inoltre io posso utilizzare le espressioni linguistiche in modo non letterale: ad esempio se un
locandiere mi dice "vuole uscire?" perché mi comporto in modo maleducato, certamente se
rispondo "si" dovrò anche uscire. La frase è usata in senso non letterale, ha cioè la forma di una
domanda ma è 43 un modo sfumato di esprimere un ordine! Le lingue naturali possono usare frasi
in senso letterale o non letterale: queste possibilità sono un esempio di fenomeno pragmatico. Se io
dico " il gatto è un animale domestico" con la parola "gatto" mi riferisco ai gatti in quanto specie ma
se dico "il gatto dorme sulla poltrona" mi riferisco a un gatto determinato. Nel primo caso la parola
gatto si riferisce ad una specie, nell'altro a un singolo individuo. La parola inglese "wood" esprime
il significato di due parole italiane distinte "legno" e "bosco" e la parola italiana "dita" esprime il
significato di due parole inglesi distinte "fingers" e "toes". La realtà è la stessa ma il modo in cui le
due lingue ce la presentano è diverso. Una stessa realtà può essere presentata in modo diverso anche
all'interno di una sola lingua. Ad esempio la città indicata dal nome "Roma" è la stessa di quella
indicata dal sintagma "la capitale d'Italia": tuttavia queste espressioni non sono sempre
intercambiabili infatti non posso dire "Roma è Roma" mentre se dico "Roma è la capitale d'Italia"
ho un importante informazione. È necessario distinguere tra la realtà indicata dal linguaggio e il
modo in cui tale realtà è indicata cioè in questo caso tra la città di Roma e le due espressioni
"Roma" e "la capitale d'Italia". Il modo di indicare la realtà mediante espressioni del linguaggio è
chiamato significato, mentre la realtà denotata da queste espressioni è chiamata riferimento. Le
diverse lingue possono riferirsi all'identica realtà esprimendo i significati in modo diverso. Altri
studiosi usano, invece di riferimento, denotazione. Per altri si deve distinguere tra denotazione che
riguarda l'uso del lessema in quanto tale e riferimento che riguarda l'uso del lessema in una frase
determinata. un grande problema è quello di cercare di capire quale realtà sia denotata da parole
come "ippogrifo" o da nomi astratti come "deduzione" o da parole come "e", "o". Una prima
soluzione è pensare che queste parole abbiano solo significato ma non denotazione e riferimento:
sono comprese solo dalle connessioni che intrattengono con altre parole. Un'altra soluzione
considera che il nostro linguaggio non si riferisce solo agli oggetti del mondo reale ma anche a una
pluralità di mondi possibili ex. "ippogrifo". Per quanto riguarda invece le parole astratte, il nostro
linguaggio si comporta come se esse avessero lo stesso tipo di riferimento delle parole concrete.
Alcuni lessemi hanno la proprietà di essere ambigui, cioè di poter avere più di un significato. Ad
esempio una parola come "esecuzione" ha due significati "realizzazione di un'opera" e "messa in
atto della pena di morte"; la parola "vite" può significare "pianta dell'uva" o "chiodo filettato".
questi esempi presentano due ambiguità diverse: nel caso di "esecuzione" c'è una certa relazione tra
i due valori del sintagma infatti l'esecuzione di una condanna a morte è sempre la realizzazione di
un atto, un'opera. Nel caso di vite invece ci si riferisce a due entità molto diverse. L'ambiguità di
lessemi come esecuzione rappresenta un caso di polisemia mentre l'ambiguità di lessemi come vite
rappresenta un caso di omonimia. Un lessema polisemico presenta più significati ma tutti collegati
l'uno all'altro in qualche modo. Quando i significati che il termine in questione può assumere sono
molto vicini l'uno all'altro ma sono comunque diversi il dizionario li esplicita. Questa diversità è
causata dalle diverse combinazioni sintattiche in cui alcune classi di parole possono ricorrere. Un
esempio di questo tipo di polisemia: - Gianni si è dimenticato di aver chiuso la porta [l'ha chiusa) Gianni si è dimenticato di chiudere la porta [non l'ha chiusa) Il significato di "dimenticare" è simile
ma non identico nella primo esempio la frase dipendente "di aver chiuso la porta" comunica
fattività. Gianni ha chiuso la porta cioè. alcuni verbi poi comunicano una presupposizione di
esistenza se sono seguiti da determinati complementi. ex - Gianni ha cotto le uova 44 - Gianni ha
cotto una frittata nella prima le uova esistevano anche prima che Gianni le cuocesse. Nella seconda
Gianni, cuocendo, ha prodotto qualcosa di nuovo. esistono poi alcune parole che assumono un
numero indefinito di significati diversi a seconda dei differenti contesti. ex. l'aggettivo "buono" ex.
buon ragazzo, buon pianista, buon libro Metafora e metonimia: per metafora si intende l'uso traslato
di una parola sulla base di una parziale somiglianza tra il significato "fondamentale" e il significato
traslato. Ad esempio il doppio significato di vite può essere spiegato come un'estensione metaforica
del significato di pianta a quello di utensile: la filettatura della vite utensile assomiglia al viticcio
della pianta di vite. La metonimia consiste nell'estendere il significato della parola ad un altro
significato connesso al primo per contiguità. Ad esempio "mano" ha il significato fondamentale di
"arto" ma poiché è con tale arto ad esempio che si gioca a carte, ecco che "mano" è venuto ad
assumere questo ulteriore significato. Più lessemi possono avere lo stesso significato: si parla di
sinonimia. Il fenomeno opposto è l'antonimia cioè l'espressione di due significati opposti da parte di
due lessemi ex. "bianco" rispetto a "nero", "sposato" rispetto a "scapolo". "bianco" e "nero"
ammettono l'esistenza di entità intermedie, "grigio"; invece "sposato" e "scapolo" non ammettono
entità intermedie. per specificare: le relazioni antonimiche del primo tipo sono esempi di significati
contrari, quelle del secondo di significati contraddittori. i vari lessemi possono anche essere inclusi
nel significato di altre lessemi o includere il significato di altri lessemi. ex. "uccello" include il
significato di "animale" mentre è incluso nel significato di "airone". Nel primo caso si parla di
iponimia [uccello è iponimo di animale), nel secondo di iperonimia [uccello è iperonimo di airone).
Nel 1975 circa si è cercato di rappresentare in modo esplicito le relazioni di significato con un
sistema di simboli che faceva uso della nozione di tratto semantico, modellata su quella di tratto
distintivo. ad esempio un dato lessema è caratterizzato dal tratto [+ organismo vivente] o [organismo vivente]. È molto difficile comunque proporre un inventario finito dei tratti semantici. Il
significato di una frase è il risultato della combinazione dei significati delle parole che la
compongono: si parla di un principio di composizionalità. È vero però che le frasi contengono
qualcosa di più rispetto al significato dei singoli elementi e alcune combinazioni di parole hanno un
significato non ricavabile da quello delle singole parole da cui sono costituite. in questo secondo
caso si parla di lessicalizzazioni: il significato di espressioni lessicalizzate come "tagliare la corda"
non deriva dalla composizione dei significati delle parole da cui sono formate. In molti casi però il
principio di composizionalità funziona. Si riescono così ad analizzare le parole come "e", "o". "e"
"o" "se" e parole analoghe sono delle congiunzioni cioè combinano parole o frasi, in quest'ultimo
caso, producono delle frasi complesse e sono quindi dette connettivi proposizionali o frasali. una
frase semplice è vera o falsa: il significato dei connettivi frasali è illustrato dall'effetto che essi
hanno sulla verità o la falsità delle frasi complesse che contribuiscono a formare. Una frase come
"oggi piove e non piove" è falsa e una frase come "oggi piove o non piove" è certamente vera. Una
frase complessa formata tramite il connettivo "e" è vera solo se le frasi semplici che la compongono
sono tutte vere. Una frase complessa formata tramite il connettivo "o" è vera solo se almeno una
delle frasi semplici da cui è formata è vera. La frase "oggi piove e non piove" è un esempio di
contraddizione, la frase "oggi piove o non piove" è un esempio di tautologia. 45 Oltre alle
tautologie e alle contraddizioni anche altri tipi di frasi possono essere giudicate veri o falsi su base
puramente linguistica. Se si dice: 1) Titti è un canarino ed è un uccello > linguisticamente vera 2)
Titti è un canarino e non è un uccello > linguisticamente falsa il valore di verità è determinato non
solo del significato del connettivo "e" ma anche da quello delle parole "canarino " e "uccello". Un è
canarino è necessariamente uccello. Frasi come la seconda, la cui verità o falsità è determinabile
unicamente sulla base del significato dei connettivi frasali "e" dei lessemi in esse contenuti,
rappresentano casi di analiticità. esistono anche casi in cui determinate frasi non sono né vere né
false: - l'attuale re di Francia è calvo - l'attuale re di Francia non è calvo non possono essere
entrambe vere ovviamente. Ma sono entrambe false perché non esiste attualmente nessun re in
Francia. Entrambe le frasi presuppongono la verità che: - attualmente c'è un re in Francia questa
nuova frase è presupposizione delle altre due. La presupposizione è quella frase che deve essere
vera perché le frasi che la presuppongono possano avere un valore di verità. Dato che in questo caso
la frase è falsa le prime due non sono né vere né false ma inappropriate. Altri esempi di frasi la cui
verità o falsità è determinabile in base al loro significato sono quelle contenenti i cosiddetti
quantificatori cioè parole come tutti, nessuno... nella frase: - ogni ragazzo ama la sua ragazza può
significare sia che ogni ragazzo ama una ragazza differente oppure che ogni ragazzo ama la ragazza
di un ragazzo determinato. Nel primo caso si dice che il possessivo "sua" è legato dal quantificatore
"ogni", mentre nel secondo caso si dice che il possessivo è libero. nella frase passiva corrispondente
a quella analizzata però è molto difficile interpretare "sua" come legato: - la sua ragazza è amata da
ogni ragazzo in questo caso "sua" precede "ogni". il possessivo è dentro la portata del quantificatore
nella prima, ma non lo è nella fase passiva. - Gianni dice che Francesco lo ha ingannato - Gianni
dice che Francesco ha ingannato solo se stesso i pronomi che queste due frasi contengono
appartengono a due categorie diverse: "lo" è pronome personale, "se stesso" è un pronome
riflessivo. Quindi una pronome personale non può essere legato entro la frase semplice in cui si
trova mentre un pronome riflessivo deve essere legato. L'uso del linguaggio umano consiste
nell'esecuzione di determinati atti: - locutori: pronunciare determinati sintagmi o parole proposizionali: fare riferimento a determinate entità e predicazione di proprietà in merito ad esse illocutori: per constatazioni, ordini, consigli... - perlocutori: cercare di produrre un determinato
effetto sul nostro interlocutore ad esempio fargli compiere un'azione in ogni atto linguistico tutti
questi tipi di atti sono compresenti. l'unico tipo di atto che non si realizza sempre è quello
proposizionale infatti esistono espressioni che non sono predicative per esempio "Gianni!", "Ahi!"
46 Vi sono relazioni diverse tra questi tipi di atti. Ad esempio: uno stesso atto illocutorio può
corrispondere ad atti proposizionali diversi: dicendo "Gianni ha telefonato" o "la terra è rotonda"
compio due atti proposizionali diversi, perché diversi sono i miei riferimenti e le proprietà che
predico di essi ma il mio atto illocutorio è identico, cioè in entrambi i casi un'asserzione. poi uno
stesso atto proposizionale può comparire in diversi atti illocutori ecc... Performativi: un tipo
particolare di atti illocutori sono quelli con i verbi performativi. ex. "prometto di partire", "questa
corte dichiara l'imputato innocente", "mi scuso di essermi comportato così". con questi verbi cioè io
non mi limito a parlare ma compio un'azione, ad esempio nella prima frase quella di promettere.
L'uso performativo non è confinato ai verbi. ad ex. "Rigore!" detto da un arbitro di calcio, modifica
l'andamento della partita. Perché l'enunciazione di una frase abbia un effetto performativo non è
sufficiente che tale frase contenga verbi come promettere. Se tali verbi sono usati al passato il loro
valore cambia. ex. "ieri ho promesso a Paolo di partire". In questo caso il verbo descrive un
determinato atto compiuto dal soggetto della frase. Si parla di uso constatativo di questi verbi in
questi casi. In linguaggio naturale può essere usato non letteralmente. Secondo Grice, la
conversazione è regolata da massime raggruppate in quattro categorie: quantità, qualità, relazione e
modalità. Quantità: fornisce l'informazione necessaria, né troppa né troppo poca Qualità: sii
veritiero Relazione: sii pertinente, fornisci soltanto informazioni pertinenti alla conversazione
Modalità: evita ambiguità, sii breve e ordinato a volte si violano alcune di queste massime perché il
parlante non ha usato espressioni nel loro significato letterale ma ha voluto trasmettere un altro
significato. Si realizza così una implicatura conversazionale. Non si usa il termine implicazione
perché non sempre le implicature della nostra conversazione nel linguaggio naturale corrispondono
a quelle che i logici definiscono implicazioni. se io dico "qualche studente ha superato l'esame"
entra in gioco la massima della quantità. Ma se io sapessi che in realtà tutti gli studenti hanno
superato l'esame e nonostante ciò dicessi che "qualche" studente l'ha superato violerei tale massima,
non fornirei l'informazione necessaria. Il mio interlocutore, che pensa che io parli seguendo le
massime, trae l'implicatura che qualche studente non ha superato l'esame. Mi sto comportando in
modo inappropriato dal punto di vista pragmatico. Supponiamo che Gianni, di cui mi fidavo molto,
mi abbia giocato un brutto tiro. Parlando della faccenda con una terza persona, che conosce la
situazione, dico: "Ah, Gianni è davvero un amico!". In questo caso ho violato la massima della
qualità perché non sono stato veritiero ma la conversazione funziona perché io ho trasmesso
l'implicatura che ciò che dico non va inteso nel suo significato letterale. questo è un caso di un uso
retorico o figurato del linguaggio, la figura in questione è quella dell'ironia qui. CAPITOLO 9: una
lingua è stratificata sia verticalmente che orizzontalmente. Avremmo variazioni diastratiche,
stratificazione sociale; diatopiche, differenze dialettali; diafasiche, variazioni del livello di
formalità; diamesiche,variazioni dipendenti dal mezzo usato per comunicare. La sociolinguistica ha
affrontato queste tematiche. La linguistica teorica ha come oggetto principale di studio il linguaggio
umano come capacità; la ? a 47 i u sociolinguistica invece tende a tenere conto di dati più vicini alle
varie situazioni comunicative ed ha come oggetto principale di studio l'uso effettivo della lingua. La
linguistica teorica pone al centro il cosiddetto "parlante nativo idealizzato" che ha una perfetta
competenza della propria lingua. Anche la sua comunità linguistica è idealizzata e si considerano
più gli aspetti di omogeneità che di differenziazione. In realtà i parlanti reali fanno errori e
conoscono le regole da usare correttamente nelle varie situazioni (competenza comunicativa), la
comunità linguistica è stratificata linguisticamente e socialmente e non è omogenea. Ciò che
interessa maggiormente i linguisti sono le differenze e la loro rilevanza sociale. In definitiva la
teoria del linguaggio cerca di descrivere le strutture del linguaggio umano, la sociolinguistica
descrive l'uso che gli esseri umani fanno di queste strutture nella realtà. La sociolinguistica
contemporanea nasce da un'ipotesi: la variazione libera non esiste. La variazione libera non è
veramente libera perché tutte le volte che esistono due modi diversi di dire una cosa, vuol dire che
vi è una scelta e che tale scelta può essere correlata a fattori sociali. Dunque la variazione libera è
correlata con fattori sociali. I modi diversi di dire una stessa cosa non riguardano solo la fonologia
ma riguardano tutti i livelli linguistici: ad esempio la sintassi "non me lo dire/non dirmelo". il
campo di studio della sociolinguistica contemporanea è l'isola di Martha's Vineyard. L'isola, nel
1962, era abitata da pescatori anglofoni e da immigrati portoghesi e indiani. i continentali con la
loro presenza vacanziera determinavano uno stravolgimento dell'economia dell'isola. Il fenomeno
osservato è stato chiamato centralizzazione di [a].questo fenomeno. Riguardava la pronuncia
centralizzata di /a/ cioè che invece di [haus] house, si sentiva una pronuncia del tipo [hus]. [a]
veniva realizzata più al centro nella direzione di [].ovviamente le due pronunce [haus] e [hus] erano
un caso di variazione libera. solitamente le variazioni finiscono nel nulla ma a volte acquisiscono un
senso in questo caso diventano una variabile cioè una variazione cui si può attribuire un significato
sociale. Le variabili devono essere frequenti cioè devono occorrere anche nel linguaggio spontaneo,
strutturali cioè integrate nel sistema e stratificate cioè con distribuzione asimmetrica negli strati
sociali. Nel caso analizzato, registrata la variazione [haus]/[hus] si tratta di stabilire se è una
variazione occasionale o se è una variabile. Fu somministrato un questionario ad un campione di
parlanti e furono effettuate registrazioni. Il questionario fu sottoposto a diversi gruppi sociali e ai
diversi gruppi etnici presenti sull'isola. si consideri lo spazio fonetico la [a] e [] in questo modo: []
[a] 5 4 3 2 1 Ø Ogni parlante può realizzare la /a/ più o meno centralizzata: se dice [a] il grado di
centralizzazione è zero. per semplificare la percezione si è modificato lo schema dividendolo in soli
3 gradi: [] 5 4 2 48 [a] 3 2 1 Ø 1 Ø Ci si accorse che i vari contesti linguistici possono influenzare il
fenomeno della centralizzazione. I dati mostrarono che i portatori del massimo grado di
centralizzazione erano i pescatori maschi di circa 35 anni. Questo gruppo di persone condivideva un
giudizio di valore positivo nei confronti dell'isola e nutriva una forte avversione alle incursioni
estive dei turisti: il significato della centralizzazione era nato dunque per identificare il gruppo dei
nativi avversi agli estranei. all'interno del quadro della sociolinguistica si è sviluppata la nozione di
regola variabile, regole cioè che si applicano con diversa frequenza col variare di date circostanze
linguistiche o extralinguistiche. Comunità linguistica: è insieme di tutte le persone che parlano una
determinata lingua o varietà linguistica e ne condivido le norme d'uso. La comunità è da
considerarsi stratificata. Repertorio linguistico: è l'insieme dei codici e delle varietà che un parlante
è in grado di padroneggiare all'interno del repertorio linguistico più ampio della comunità cui
appartiene. Classi sociali diverse hanno repertori linguistici diversi. Quando un parlante dispone di
più varietà è facile che passi dall'una all'altra: questi passaggi sono chiamati code switching.
Competenza comunicativa: riguarda la capacità che i parlanti hanno di utilizzare la lingua nei modi
che sono appropriati alle varie situazioni. È un fatto individuale. Quando parliamo, abbiamo
intenzione di comunicare con il nostro interlocutore. Accanto a questa funzione che è stata chiamata
di "rappresentazione" ce n'è un'altra che è quella di "presentazione":parlando, presentiamo noi stessi
e diamo un gran numero di informazioni su di noi. Riveliamo il sesso, l'età, la provenienza
geografica, la nostra istruzione, la nostra salute... La sociologia del linguaggio porta l'attenzione più
alla società rispetto alla sociolinguistica che è una scienza più linguistica. La sociologia del
linguaggio è lo studio della società in rapporto con lingua. Un problema attuale di sociologia del
linguaggio è quale debba essere la lingua della nuova Europa comunitaria. Una volta decisa la
lingua si stanzieranno fondi per l'insegnamento della stessa ma, dal momento che probabilmente si
prenderà la strada che favorirà il plurilinguismo passivo, i finanziamenti andranno in altre direzioni.
Anche la messa a punto di un ortografia per una lingua che prima era solo orale è un problema di
sociologia del linguaggio. Etnografia della comunicazione: il linguaggio è considerato come uno dei
sistemi simbolici di una società e anche come uno strumento di trasmissione e mantenimento degli
schemi sociali. L'interazione verbale è il luogo principale della trasmissione degli schemi culturali e
quindi l'etnografia della comunicazione studia l'uso del linguaggio nelle interazioni verbali della
vita quotidiana di date comunità linguistiche. I temi tipici sono ad esempio: che cosa rappresenta il
silenzio, come si presentano le scuse, come si esprime accordo o disaccordo... Il potere di una
persona su un'altra implica una relazione asimmetrica. Le lingue possono esprimere questa con i
pronomi di cortesia ex. Lei/Voi di contro ai pronomi della solidarietà ex. tu. Vi sono relazioni
asimmetriche dove un parlante usa il pronome di cortesia e l'altro risponde con il pronome della
solidarietà, ma vi sono relazioni simmetriche dove i parlanti usano reciprocamente il pronome di
cortesia o il pronome della solidarietà. 49 Date due varietà X e Y è difficile stabilire se esse sono
due varietà diverse di una stessa lingua o due lingue diverse. Alcuni criteri per stabilire se sono due
varietà diversi di una stessa lingua sono i seguenti: 1)- di tipo diacronico e cioè se la parlata in
questione, X, deriva dalla stessa lingua da cui deriva Y 2)- comprensione reciproca 3)- criterio
lessicostatistico: se X e Y condividono l'80% del lessico allora sono varietà linguistiche di una sola
lingua 4)- criterio lessicostatistico ma misurato su altri livelli linguistici come la morfologia 5)presenza o meno di una letteratura se accanto alle considerazioni linguistiche aggiungiamo altri
criteri di carattere sociolinguistico come la sovraregionalità, varietà come sardo e friulano non sono
"lingue". Da ricordare che l'italiano di oggi non è che un dialetto diventato lingua nazionale.
L'italiano deriva dal toscano ma nella sua forma scritta, infatti fenomeni come la gorgia toscana non
ci sono in italiano. La dialettologia è lo studio dei dialetti e ha avuto storicamente due aspetti
principali: la dialettologia diacronica e la geografia linguistica. La prima è lo studio per esempio
dell'evoluzione dal latino ad un determinato dialetto. La geografia linguistica ha prodotto gli atlanti
linguistici che riportano varie parole delle varie aree geografiche e le confrontano. L'Atlante più
famoso è quello di Gilleron. Dialetti in Italia: una delle prime classificazioni dei dialetti si deve a
Dante. che nel "De vulgari eloquentia" individuò 14 dialetti divisi dalla linea appenninica: 7 ad est e
7 a ovest. anche oggi le classificazioni sono di tipo geografico ma la divisione è tra dialetti
settentrionali, toscani e centro-meridionali. i dialetti settentrionali comprendono i dialetti galloitalici e quelli veneti. ha una posizione a sè il toscano. i dialetti centro-meridionali sono l'umbromarchigiano centrale, l'abruzzese-molisano, il romanesco e l'aquilano, il pugliese settentrionale e il
materano, il campano, il calabrese settentrionale e il potentino; quelli meridionali estremi sono il
salentino, il calabrese meridionale e il siciliano. Importante è la linea La Spezia-Rimini che divide i
dialetti settentrionali da quelli centro-meridionali. Vi sono fenomeni linguistici che compaiono
esclusivamente a nord di questa linea come per esempio: - lo scempiamento delle consonanti
lunghe: lat. ANNUM> piem. lomb. emil. [an] - la sonorizzazione delle sorde intervocaliche: lat.
FRATELLUM> lomb. [fra'del] - l'esistenza delle vocali cosiddette turbate come [y] fenomeni
invece che si ritrovano a sud della linea sono ad esempio: - il raddoppiamento sintattico [ak 'kasa] la pronuncia sorda della sibilante intervocalica ['kasa] - l'assimilazione totale progressiva del nesso
consonantico ND in [nn]: lat. MUNDUM> ['monno] è ovvio che questi dialetti presentano
caratteristiche comuni ma anche molto diversificate. Per esempio il toscano ha fenomeni tipici come
il passaggio da [t] a [] e da [d] a [] o la "gorgia toscana" cioè l'indebolimento con il passaggio a
fricative delle occlusive sorde in posizione intervocalica. in Italia si parlano anche un certo numero
di lingue straniere (alloglossia) come il francese, il tedesco, il catalano... in una stessa area possono
essere presenti due varietà linguistiche. A seconda del rapporto che hanno queste due varietà si
parla di bilinguismo o diglossia. Bilinguismo c'è quando tutti gli parlanti padroneggiano le due
varietà. 50 Diglossia quando le due varietà sono usate in modo complementare e una varietà ha uno
statuto socio-culturale più alto dell'altra. in Italia le situazioni possono incrociarsi per dare quattro
possibilità come disse Fishman nel 1972: a)- bilinguismo con diglossia: competenza sia dell'italiano
che del dialetto ma divisione degli ambiti funzionali di italiano e dialetto b)- diglossia senza
bilinguismo: competenza dell'italiano limitata alle classi sociali "alte" e per il resto diffusione del
dialetto c)- bilinguismo senza diglossia: competenza di italiano e dialetto senza che gli ambiti
funzionali delle due varietà siano del tutto differenziati d)- né bilinguismo né diglossia: è presente
solo in piccole comunità isolate senza differenziazioni sociali Lingue pidgin e lingue creole: una
lingua pidgin è occasionale e nasce tra due gruppi che devono comunicare. Tali lingue derivano da
una mescolanza di elementi indigeni e della lingua sovraimposta modificati da fenomeni di
semplificazione. Il lessico è ridotto e si privilegia la paratassi. La morfologia subisce riduzioni.
molti dei pidgin si estinguono con la fine dei rapporti di lavoro che li hanno fatti emergere ma se
questi continuano nasce una lingua creola che diventa più complessa. Le lingue creole sono parlate
da circa 20 milioni di persone e soprattutto hanno base francese. può esserci un continuum post-
creolo quando il creolo va verso la fusione con una lingua standard. sta diventando importante lo
studio dei pidgin per i loro meccanismi di nascita e di apprendimento. CAPITOLO 10: La
spiegazione che vedeva la nascita della varietà delle lingue dall'episodio della torre di Babele, a
partire dall'ebraico, continuò fino al Rinascimento. È con l'inizio del '800 però che lo studio della
parentela genealogica delle lingue e del loro mutamento nel tempo assume l'aspetto che lo
caratterizza ancora oggi. Si parla di linguistica storica. si iniziò a distinguere tra lingue originarie e
origine del linguaggio. Si iniziò a studiare le parole delle lingue originarie ricostruendole sulla base
della comparazione delle lingue da esse derivate. Non si studiava più l'origine del linguaggio e ciò è
sancito dall'atto di fondazione della Società Linguistica di Parigi nel 1866. [Oggi si pensa che
l'origine del linguaggio sia dovuta all'aumento del peso del cervello nell'homo sapiens.) Non
esistono lingue più primitive di altre. La linguistica storica del '800 rinunciava a qualsiasi ipotesi
catastrofista per spiegare il mutamento linguistico. [ad esempio Flavio Biondo nel '400 pensava che
l'italiano fosse nato per effetto delle invasioni barbariche mentre Leonardo Bruni pensava che
italiano fosse sempre esistito). Dante aveva già individuato la causa dei cambiamenti linguistici nel
semplice scorrere del tempo. In effetti è così, ogni generazione apprende la propria lingua dalla
generazione precedente ma agisce sulla lingua stessa. Queste differenze si notano a distanza di
secoli. Il metodo comparativo: si confrontano le lingue per scoprire se sono genealogicamente
apparentate. Bisogna stare attenti a non cadere in errore, se due lingue hanno qualche parola che si
somiglia infatti, non significa che siano apparentate, può trattarsi semplicemente di un fenomeno di
prestito. si deve limitare il confronto tra due lingue a quelle parti del vocabolario di una lingua che
sono native. Tra queste parti possiamo scegliere le parole indicanti ad esempio i nomi di parentela
come "padre". per applicare il metodo comparativo si devono individuare una serie di
corrispondenze sistematiche tra fonemi e morfemi in 51 determinate lingue ossia che a determinati
fonemi e morfemi in una lingua corrispondono determinati altri fonemi e morfemi in un'altra lingua.
Ciò significa che due parole corrispondenti in due lingue possono essere anche formate da fonemi
tutti diversi, e quindi avere un aspetto molto diverso, eppure avere la stessa etimologia. Per
dimostrare l'esistenza di queste corrispondenze si deve mostrare che esse non si limitano ad una
parola sola ma si estendono ad altre parole del "vocabolario nativo". Si deve anche ricostruire il
cammino che ha portato dalla parola nella lingua originaria alla parola nelle due lingue apparentate.
La comparazione tra due lingue richiede quindi di ripercorrerne la storia. Per questo si parla di
linguistica storico-comparativa. Il procedimento permette di stabilire qual'è l'antenato comune più
vicino di determinate lingue, nonché gli antenati più remoti. Se non è attestata si può anche
ricostruire la lingua originaria sulla base della comparazione tra le lingue. Per le lingue germaniche
si parla di proto-germanico per esempio. Da ricordare bene che la comparazione non si effettua tra
parole ma tra fonemi o morfemi di lingue diverse. Per lingue non attestate come il proto-germanico
si deve tener presente che ogni ricostruzione linguistica è un'ipotesi. Dal confronto di lingue più
strettamente apparentate si ricostruisce una lingua originaria. La comparazione dei vari gruppi
linguistici ci permette poi di ricostruire la lingua originaria dell'intera famiglia per esempio
l'indoeuropeo. L'immagine della famiglia linguistica indoeuropea ha la forma di un albero
genealogico. GUARDA FOTOCOPIA La rappresentazione delle lingue indoeuropee nella forma di
albero genealogico fu proposta per la prima volta dal tedesco Schleicher. Questa immagine però, se
presa alla lettera, esclude che ci possano essere interferenze tra lingue dopo la loro separazione
dall'antenato comune: i rami dell'albero non hanno punti di contatto infatti. Ciò è drasticamente
confutato dai fatti, infatti l'interferenza tra le lingue è un fatto continuo. Non vengono inoltre
rappresentate le caratteristiche che alcuni gruppi hanno in comune. Questo stato di cose suggerì un
modello alternativo a quello dell'albero genealogico, la cosiddetta teoria delle onde: i vari fenomeni
linguistici si distribuirebbero come le onde in uno specchio d'acqua in modo che alcuni fenomeni
linguistici si estenderebbero fino a un certo punto, altri fino ad un altro, altri si incrocerebbero e così
via. Alle linee che determinano l'estensione dei vari fenomeni viene dato il nome di isoglosse. Da
vari decenni comunque l'immagine dell'albero genealogico e della teoria delle onde sono
considerate complementari. Il testo fornisce un esempio di ricostruzione a partire dal sanscrito,
greco, latino, gotico irlandese delle parole "fratello" e "padre" in indoeuropeo. Molto importanti
sono le fonti scritte più antiche. All'insieme di corrispondenze sistematiche tra occlusive nelle
lingue germaniche da un lato e nelle altre lingue indoeuropee dall'altro si dà tradizionalmente il
nome di "legge di Grimm" chiamata anche mutazione consonantica germanica. Il un mutamento
fonetico e le leggi fonetiche: il sistema fonologico dell'italiano contiene sette fonemi vocalici. In
latino i fonemi vocalici si distinguevano per lunghezza. Questa distinzione andò perduta e fu
sostituita dalla distinzione di posizione della lingua in senso verticale. 1 52 i e a o u Uno dei
mutamenti fonetici più importanti della storia della lingua inglese è il cosiddetto "great vowel shift"
verificatosi nel '500 e che segna il passaggio dall'inglese medio all'inglese moderno: - le vocali
lunghe alte dell'inglese medio sono diventate dittonghi: "five" che si pronunciava [fi:v] cominciò ad
essere pronunciato [faiv] - le vocali lunghe medie dell'inglese medio sono diventate vocali alte: "
foot" viene pronunciato [fu:t] e non più [fo:t] - le vocali medio basse dell'inglese medio sono
diventate vocali medie: "goat" che si pronunciava [g :t] cominciò ad essere pronunciato [gout] La
grafia è rimasta identica a quella dell'inglese medio. si è iniziato a parlare di legge fonetica perché i
mutamenti sembrano operare con regolarità. Ci sono molte eccezioni però. I propugnatori della
nozione di legge fonetica, i Neogrammatici, all'inizio del 1900 sostenevano che il mutamento
fonetico era privo di eccezioni, e quindi in quanto tale soggetto a leggi, ma nella misura in cui
procede meccanicamente. Essi quindi riconoscevano tutte le eccezioni alle leggi fonetiche ma
riconoscevano anche che il procedere meccanico dei mutamenti veniva spesso a interferire con altri
fattori. Le eccezioni alle leggi fonetiche si possono distinguere in due grandi gruppi: Nel primo
collochiamo le eccezioni dovute all'effetto di altri fattori, rispetto alla legge fonetica in questione,
sull'aspetto fonetico assunto dalla parola che ha subito il mutamento. Nel 1876 Verner formulò
questa legge: nel passaggio dall'indoeuropeo alle lingue germaniche, le occlusive sorde diventano
prima fricative sorde; tali fricative sorde, oltre all'originaria fricativa indoeuropea /s/, diventano
sonore se l'accento le segue mentre rimangono sorde se l'accento le precede. L'eccezione alla legge
di Grimm è spiegabile come effetto dell'intervento di un'altra legge. L'effetto di un'altra legge
spiega anche le eccezioni al mutamento del sistema vocalico dal latino all'italiano ossia il fatto che
dal latino "lingua" per esempio abbiamo l'italiano "lingua" senza trasformazione della /i/ breve
latina in /e/. Questo fenomeno è detto anafonesi: la /e/ tonica italiana si è trasformata in /i/ davanti a
nasale velare e a laterale palatale. Ciò si è verificato solo nel toscano. Anche il contesto fonetico
può interferire con l'effetto di una legge fonetica. Analogia: crea forme nuove sul modello di forme
esistenti. È un fenomeno morfologico i cui effetti sembrano creare eccezioni alle leggi fonetiche. Si
rappresenta una creazione analogica come risultato dell'applicazione di una proporzione. Per
esempio: parlare : parlatore = sviolinare : x il "quarto proporzionale" x è la forma "sviolinatore".
Capita spesso che una forma costruita per analogia entri in concorrenza con un'altra forma derivata
da un mutamento fonetico regolare. In italiano per esempio la desinenza della prima persona
singolare dell'imperfetto indicativo è -o. Ma dovrebbe essere -a. La -o si è formata per analogia con
la desinenza della prima persona del presente che è in -o appunto. Contaminazione: a differenza
dell'analogia non è riscrivibile secondo lo schema del quarto proporzionale. La contaminazione
nasce quando gli elementi che costituiscono una forma si mescolano 2 53 a quelli di un'altra forma.
Per esempio la parola italiana greve è da ricondurre a una forma latina *greve(m) sviluppatasi per
contaminazione di grave(m) "grave" con leve(m) "lieve". Assimilazione: factum>fatto
Dissimilazione: arborem>albero Metatesi: crocodilus>coccodrillo Aplologia: lat. stipendium da
*stipi-pendium, composto da stips "piccola moneta" e pendere "pagare" Nel secondo gruppo di
fenomeni abbiamo l'introduzione in una lingua di parole nuove per effetto del contatto con altre
lingue. Una parola può entrare in una lingua per il prestito da un dialetto molto simile ad essa. I
prestiti possono esserci tra due lingue sullo stesso piano, tra una lingua morta e una lingua parlata e
tra un dialetto e una lingua standard. Un fenomeno che riguarda i rapporti tra il latino e l'italiano è
quello dei cosiddetti allotropi cioè due parole italiane derivate dalla stessa parola latina ma entrate
nella lingua italiana per due vie diverse ossia per mutamento fonetico regolare e per prestito. Si
parla di "derivazione popolare" e "derivazione dotta". Non tutte le parole di una lingua sono
conformi alle leggi fonetiche. Le leggi fonetiche hanno una validità limitata nel tempo e nello
spazio per cui non possono essere paragonate alle leggi delle scienze naturali. Le leggi fonetiche
sono delle determinazioni di corrispondenze sistematiche tra suoni in fasi storiche diverse di una
stessa lingua. Mutamento morfologico: il fenomeno dell'analogia è uno dei meccanismi
fondamentali di mutamento morfologico per la nascita di parole nuove. Il fenomeno della
retroformazione è quello per cui una determinata parola sembra essere la base di una parola derivata
mentre in realtà il processo è il contrario: la parola apparentemente derivata è quella base, mentre
quella apparentemente base è quella derivata. In italiano per esempio "arrivo" deriva da "arrivare" e
non viceversa. Il fenomeno della grammaticalizzazione fa si che un determinato lessema viene a
trasformarsi in un morfema legato. Per esempio gli avverbi in -mente. -mente è l'ablativo della
parola latina "mens" e il latino "sincera mente" significava "con mente sincera". Lentamente la
parola "mente" ha cominciato ad essere percepita come un suffisso aggiunto. Il fenomeno della
ricategorizzazione ad esempio riguarda il passaggio dal sistema dei generi del latino a quello
dell'italiano. L'italiano possiede solo due generi, i nomi neutri sono diventati maschili. Mutamento
sintattico: anche la formazione del passato prossimo romanzo può essere considerata un caso di
grammaticalizzazione: il verbo latino "habere" ha assunto un valore equivalente a quello di un puro
morfema grammaticale, cioè quello di indicare il passato. Il morfema "ho" in "ho cantato" è libero.
Nel VI secolo d.C. troviamo costruzioni che vanno verso il passato prossimo. Gli articoli italiani si
sono formati con il fenomeno della ricategorizzazione. Infatti questi derivano da espressioni che in
latino appartenevano ad altre categorie: "illum" e "illam" erano pronomi dimostrativi che hanno
dato origine agli articoli determinativi il, lo, la... "unum" e "unam" erano dei numerali in principio.
Un mutamento sintattico verificatosi nella storia della lingua inglese riguarda i verbi modali come
ad ex. can/could. Questi verbi in una frase interrogativa o negativa assumono la stessa funzione che,
con 54 altri verbi, assume il verbo "to do". Il verbi modali si comportano come i verbi ausiliari
inglesi. Nel latino classico l'ordine prevalente era quello con il verbo dopo il complemento oggetto.
Il latino è dunque una lingua OV. L'italiano è una lingua VO. Il latino però non manifesta in modo
netto tutte le caratteristiche del tipo OV e quindi non si potrebbe parlare di un completo
cambiamento tipologico realizzatosi nel mutamento sintattico dal latino all'italiano. Tuttavia, in
termini almeno di rafforzamento dell'ordine VO un simile cambiamento non può essere negato.
Mutamento lessicale e semantico: un mutamento semantico è un mutamento nel modo di indicare la
realtà: per esempio la parola latina "plebs" indicava inizialmente la "popolazione" e,
successivamente, diventando l'italiano "pieve", ha cominciato ad indicare il gruppo di fedeli che
facevano capo ad una chiesa rurale e poi è passata a indicare la chiesa rurale stessa!!! Per indicare la
popolazione si è ricorsi al termine "plebe" di origine dotta. Un primo tipo di mutamento semantico è
il restringimento del significato di una parola. il latino "fortuna" significava "sorte" in generale, poi
ha assunto il significato più ristretto di "buona sorte". Il fenomeno contrario è l'ampliamento di
significato. Il latino "caballus" che significava "cavallo da lavoro" è poi passato ad indicare il
cavallo in generale, soppiantando "equus". Un mutamento semantico per metafora è il caso
dell'italiano "capire", che deriva dal latino "capere", il cui significato originario è "afferrare
concretamente" e poi "afferrare con la mente", "capire" appunto. Un mutamento semantico per
metonimia è quello dal latino bucca(m) [guancia) al significato di "bocca". La metonimia è la
creazione di nuovo significato per contiguità con quello precedente. Un caso di sineddoche (una
parte per il tutto) è quello dell'inglese "stove" che significa "stufa" ma che deriva da una parola che
significava "stanza riscaldata". Un caso di iperbole, cioè passaggio da un significato più forte a uno
più debole, è quello del francese ètonner ("stupire") che deriva dal latino *extonare cioè "colpire
con il tuono". La litote è il passaggio da un significato più debole ad uno più forte. Il significato di
una parola può anche mutare per degenerazione o per innalzamento. Per esempio l'italiano
"facchino" deriva probabilmente da un termine arabo che degenerando passò ad indicare "portatore
di pesi" appunto. L'innalzamento può essere esemplificato dalla parola "ministro" che significava
inizialmente "servo" e, successivamente "capo di un ministero". Un altro fattore di mutamento
semantico è la trasformazione di nomi propri in nomi comuni. Per esempio da "Caesar" deriva il
russo "zar".
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