Zanelli Andrea Liceo scientifico La traccia 2012-2013 IDENTITA’ NEUROPLASTICA Come lo studio del cervello è in grado di risolvere il problema dell’identità dell’uomo. Indice Introduzione introduzione Questo lavoro ha lo scopo di legare due grandi argomenti che quest’anno ho avuto la possibilità di approfondire: la Neuroplasticità e la questione dell’identità relativistica di ogni individuo. Nel corso del quinto anno ho potuto approfondire molti campi della conoscenza e questo mi ha permesso di accrescere il mio sapere e di identificare gli aspetti della realtà che amo studiare e conoscere, ciò che parla di me e mi caratterizza. La neuroplasticità è l’argomento di cui tratterò nella prima parte di questo lavoro approfondendo in termini scientifici ed in forma impersonale cosa si intende con questo inaspettato termine. L'idea di affrontare questo tema è nata in seguito alla lettura del saggio di Jonah Lynch Il profumo dei limoni, che tratta del rapporto dei giovani con la modernità caratterizzata dalle nuove tecnologie. Di per sé ciò che Lynch prova a dimostrare, ossia che l’avvento dei social network e di internet comporta un annullamento del valore dei rapporti con la realtà e con l’altro, non riguarda in alcun modo ciò di cui scriverò, ma l’autore durante un’argomentazione ha introdotto il concetto di neuroplasticità descrivendolo brevemente e aprendo in me la porta del desiderio di scoprire di più sulle neuroscienze. La scoperta della passione per la scienza del cervello è stata chiaramente un’occasione di crescita, di ricerca e di approfondimento. Contemporaneamente lo studio di Pirandello durante le ore di Italiano mi ha permesso di trovare in questo autore qualcuno capace di esplicitare in modo molto efficace una delle questioni che mi interroga di più: la condizione d’indeterminazione (o indeterminatezza?) dell’uomo. Per l’autore la visione relativistica della realtà coincide anche con l’essenza stessa di ogni individuo. Chi è in grado di identificarmi con totale precisione? Cosa mi definisce? La ricerca dell’identità della persona è una tematica fondamentale per me perché molte volte mi domando chi sono veramente, cosa mi definisce, per cosa vengo riconosciuto dai miei amici e perché alcune persone mi vogliono bene. Tramite la neuroplasticità tenterò di dimostrare che il cervello umano e la mente stessa si modificano rapidamente ogni giorno a seconda delle necessità che abbiamo, delle abitudini, delle esperienze che facciamo, della cultura in cui siamo immersi e a seconda del periodo storico in cui viviamo. Ma quindi, se l’uomo varia fisiologicamente e a livello spirituale di giorno in giorno, come può essere definito? Ha forse ragione Pirandello nel sostenere che ognuno di noi è identificato da ogni altra persona in maniera diversa da come lui stesso si identifica? CAPITOLO 2 Neuroplasticità Un team di neuroscienziati, tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio degli anni Settanta del ‘900, riprendendo intuizioni di scienziati loro predecessori, giunsero a una serie di scoperte inaspettate. Innanzitutto riuscirono a dimostrare che «il cervello modifica la propria struttura, a livello di ciascuna funzionalità specifica, perfezionando i propri circuiti in modo da adattarli più efficacemente al compito da svolgere di volta in volta» come riferisce Norman Doidge, noto neuroscienziato e autore del saggio The Brain that change itself, da cui questa trattazione prende spunto. Riuscirono a vedere, inoltre, che, se alcune porzioni cerebrali subivano un danno, in determinate circostanze altre avrebbero potuto sostituirle. (controllerei posizione virgole) L'idea che il cervello potesse essere plastico è stata a lungo fortemente criticata e ostacolata da buona parte della comunità scientifica che, al contrario, concepiva tale organo come una macchina immutabile, un computer che possedeva i cavi ben saldati nelle proprie connessioni. Negli anni '60, però, venne dimostrato che il cervello era un computer a dir poco speciale, una macchina che aveva la straordinaria capacità di “ricablare”, secondo necessità, i propri cavi nelle varie connessioni. Per indicare questa proprietà fondamentale del cervello fu introdotto il termine di neuroplasticità: neuro sta per neuroni (le cellule che compongono il cervello ed il sistema nervoso in generale); plastico significa “modificabile, flessibile, mutevole”. In proposito Norman Doidge racconta: «all'inizio molti scienziati non osavano utilizzare il termine di neuroplasticità nelle loro pubblicazioni, e il fatto che sostenessero una nozione tanto fantasiosa non era visto di buon occhio dai loro colleghi. Nonostante ciò quei ricercatori non desistettero e ottennero un graduale capovolgimento della dottrina del cervello immutabile». Negli anni, infatti, fu possibile dimostrare che: 1) i bambini non sempre posseggono dalla nascita le abilità mentali che mostrano quando vanno a scuola; 2) un cervello danneggiato può riorganizzarsi in modo che, quando una parte smette di funzionare, un’altra la sostituisca; 3) quando muoiono le cellule cerebrali possono essere sostituite; 4) il pensiero, l’apprendimento e l’azione possono “attivare” o “disattivare” i geni, modellando così l’anatomia cerebrale e il nostro comportamento. «Si tratta senza dubbio di una delle scoperte più straordinarie del novecento», suggerisce Doidge. Prove a favore della neuroplasticità – definizione empirica Il “neurologo dinamico” - così chiamato (chi? Non lo hai ancora detto) da Doidge per i suoi studi neuroplastici - che ha supportato la teoria della neuroplasticità in modo più consistente fu Mezernich che lavorò nell’Università di Chicago in California per il progetto della fondazione National Institute of Child Health and Human Development fra il 1972 e il 2006. In particolare egli fu il primo ad utilizzare le capacità pastiche del cervello per curare malattie ritenute incurabili (sua è l'invenzione di un particolare impianto cocleare che permette a bambini affetti da sordità congenita di sentire. L’apparecchio viene inserito nell’orecchio del paziente e, a seconda delle onde sonore che capta, invia dei segnali elettrici alla regione cerebrale relativa all’udito. Quest’ultima si deve modificare affinché possa riconoscere il segnale nuovo e possa associarlo ad un suono specifico). Mezernich giunse a dimostrare che il cervello stesso poteva modificare le proprie connessioni mappando l'attività cerebrale dei suoi pazienti (cioè individuando l’area cerebrale in cui erano rappresentate le varie parti del corpo e dove venivano elaborate le rispettive attività) e provando ad intervenire sulle mappe cerebrali stesse (che sono organizzate topograficamente: la mappa segue la medesima disposizione delle parti corporee. Per esempio il dito indice nel corpo si trova tra il dito pollice e il medio; ecco lo stesso accade nelle mappe cerebrali: la mappa dell’indice è posta tra la mappa del pollice e quella del medio). Mezernich, con l'ausilio di (doppio spazio) particolari elettrodi che rilevavano l’attivazione nervosa di pochissimi neuroni per volta, riuscì a scoprire che le mappe cerebrali di un individuo non erano né immutabili né universali e che i loro confini e le loro dimensioni variavano da individuo a individuo. In particolare Mezernich condusse un esperimento tanto semplice quanto radicale cercando di studiare le mappe dei cervelli di alcune scimmie adulte. La mano di una scimmia, come quella umana ha tre nervi: radiale, mediano e ulnare. Il secondo comunica al cervello gli impulsi esterni risentiti dal centro della mano, gli altri due dai lati (vedi figura 1). Mezernich inibì il nervo che ha il compito di portare i segnali provenienti dal centro della mano al cervello di una scimmia. Quando pochi mesi più tardi mappò il cervello del mammifero notò che l’area dei neuroni, adibiti alla ricezione degli impulsi provenienti dal centro della mano, non si attivava se questo veniva stimolato. Ciò che lo colpì fu il fatto che quella mappa cerebrale si attivava nel momento in cui ad essere stimolati erano i lati della mano. Doidge spiega che: «L’esperimento dimostrò che se il nervo mediano veniva reciso, gli altri nervi, ancora percorsi dagli impulsi elettrici, prendevano il controllo della porzione di mappa inutilizzata. Quando si tratta di assegnare le zone per l’elaborazione degli input sensoriali, le mappe celebrali entrano in competizione tra loro per quelle preziose risorse, secondo il principio USE IT OR LOSE IT». Figura 1 Il “periodo critico” infantile – testimonianza di neuroplasticità Più o meno in contemporanea alle scoperte di Mezernich, negli anni Sessanta, David Hubel e Torsten Wiesel (in fotografia), premi nobel e professori ad Harvard, micro-mapparono la corteccia visiva di alcuni piccoli gattini. In questo modo arrivarono a scoprire che parti diverse della corteccia cerebrale, e non solo una precisa regione, elaboravano le linee, gli oggetti, l’orientamento e il movimento degli oggetti percepiti tramite la vista. Inoltre scoprirono l’esistenza di un “periodo critico”, dalla terza all’ottava settimana di vita, in cui il cervello dei neonati doveva ricevere stimoli esterni per potersi sviluppare normalmente. Per comprendere meglio quanto osservato i due neuroscienziati fecero un altro esperimento: cucirono la palpebra di un gattino appena nato e qualche mese più tardi la riaprirono e procedettero alla mappatura cerebrale delle aree di interesse. Notarono che: a) l’area celebrale visiva micromappata non rispondeva ai segnali provenienti dall’occhio a cui era stata impedita la vista nei mesi precedenti alle misurazioni; b) la regione del cervello in questione non era rimasta inattiva, anzi, aveva iniziato a rielaborare i dati visivi provenienti dall’occhio aperto, “come se il cervello non avesse voluto sprecare nemmeno una parte della corteccia sensoriale e avesse trovato un modo per “ricablarsi”. In questo modo David Hubel e Torsten Wiesel furono in grado di mettere in evidenza la capacità plastica del cervello. Secondo Norman Doidge: “La scoperta del periodo critico divenne uno dei risultati più celebri nel campo della biologia nella seconda metà del Novecento. Ben presto gli scienziati mostrarono che anche lo sviluppo di altri sistemi cerebrali richiedeva degli stimoli ambientali.” Più tardi si giunse alla straordinaria scoperta che ciascun sistema neuronale possedeva un diverso periodo critico e che in questo lasso di tempo la parte neuronale coinvolta era particolarmente plastica e propensa alla crescita. Un esempio è l’area del cervello adibita al linguaggio che possiede un periodo critico che incomincia durante i primi anni di vita e termina con la pubertà. Questo spiega perché sia molto difficile imparare una lingua e la sua corretta dizione superato tale periodo e perché altre lingue non vengano elaborate nella stessa regione cerebrale in cui viene elaborata la lingua madre. Un secondo esempio può riguardare il periodo critico del comportamento. A tale scopo si consideri il simpatico esperimento eseguito dall’austriaco Lorenz che, dopo aver scoperto che gli anatroccoli si legavano per tutta la vita ad un essere vivente se questi venivano esposti alla sua presenza nel periodo critico, pensò bene di diventare la “mamma neuronale” di indifesi anatroccoli. I piccoli oltre a legarsi affettivamente a lui lo seguivano in ogni spostamento. La conseguenza fondamentale della scoperta di questo “periodo” si ebbe quando fu possibile sfruttare, in medicina, la sua esistenza. Doidge commenta questo fatto straordinario dicendo che: “Grazie alla scoperta di Hubel e Wiesel, i bambini affetti da cataratta congenita non avrebbero più dovuto rassegnarsi alla cecità: ora venivano sottoposti a chirurgia correttiva in età molto precoce, ossia durante il periodo critico, in modo che il cervello potesse ricevere la luce necessaria per stabilire le connessioni fondamentali". È importante, però, sottolineare che, terminato il periodo critico, le mappe formatesi diventano “competitive” quindi difficili da ricablare pur essendo il cervello plastico e sempre modificabile. I principi della neuroplasticità A questo punto ci si domandò come fosse possibile che le mappe potessero formarsi e come una cellula neuronale potesse decidere a quale mappa appartenere. Alcuni esperimenti di cui si parlerà in seguito testimoniarono che il criterio per cui neuroni si uniscono a formare una mappa consiste nel fatto che, per compiere un’azione comune, questi si attivano in modo sincrono, come afferma il primo principio della neuroplasticità: “neuroni che si attivavano insieme e nello sesso momento si legano fra loro per formare un’ unica mappa”. Oggi i neuroscienziati riassumono questa scoperta cosi: “neuroni che non si attivano insieme non si legano far loro a formare una mappa – oppure – neuroni non sincronizzati non si connettono fra loro”. Compreso il criterio per cui neuroni si uniscono a formare una mappa sorge spontaneo il desiderio di comprendere in che modo le mappe si riorganizzano topograficamente e come possano esserci utili. Una disposizione topografica emerge poiché molte delle nostre attività quotidiane implicano delle sequenze ripetute secondo un ordine fisso a cui ci si abitua e nelle quali ci si specializza. Si consideri un esempio banale e quotidiano per comprendere il concetto: quando si raccoglie un oggetto delle dimensioni di una mela solitamente viene afferrato dapprima con il pollice e con l‘indice e poi con le altre dita. Dal momento in cui le due dita prensili toccano l’oggetto simultaneamente, inviano segnali sensoriali insieme, portando cosi il cervello a collegare le due mappe coinvolte. La mappa del pollice verrà posta vicina a quella dell’indice e questa verrà posta vicina a quella del medio nel momento in cui il terzo dito ad afferrare la mela sarà proprio il medio. Di conseguenza segnali che tendono ad arrivare a distanza di tempo come i segnali inviati da pollice e mignolo corrisponderanno a mappe più lontane tra loro poiché neuroni che non si attivano simultaneamente non si legano fra loro. Il sistema nervoso e le sue componenti Per approfondire è necessario chiarire che il sistema nervoso è suddivisibile in due parti specifiche. Una parte è caratterizzata dal sistema nervoso centrale: comprende organi l'encefalo e il midollo spinale ed è il centro di comando di tutto il sistema. La seconda parte invece è il sistema nervoso periferico che ha l’importante compito di inviare i segnali provenienti dal sistema centrale alla periferia e viceversa. E' importante specificare che si era già a conoscenza del fatto che il sistema periferico fosse plastico, infatti, nervi recisi si rigeneravano e guarivano da sé. Le cellule caratteristiche del sistema nervoso sono i neuroni. In ognuna di queste cellule è possibile distinguere tre parti. I dendriti sono microscopici recettori, ramificati attorno al corpo cellulare, che hanno il compito di ricevere i segnali chimici rilasciati da altri neuroni facendoli convergere al corpo cellulare. Quest’ultimo provvede alla vita della cellula attraverso i suoi organelli e ne conserva il DNA. L’assone è una sorta di cavo elettrico che ha il compito di trasmettere, ad altissime velocità, l’impulso elettrico recepito dai dendriti ai neuroni seguenti. L’assone è ricoperto da una sostanza isolante, la guaina mielinica, composta da cellule di Schwann ed ha una lunghezza variabile (da lunghezze microscopiche nel cervello a più di un metro nel caso del nervo sciatico). Ogni neurone può ricevere un segnale eccitatorio che permette alla cellula di inviare a sua volta il messaggio: più segnali eccitatori riceve più è probabile che il messaggio venga inviato; oppure un segnale inibitorio che impedisce alla cellula di propagare l’impulso nervoso. Affinché il segnale venga propagato è necessario che percorra l’intero assone e che venga convertito in segnale chimico in seguito al rilascio di un neurotrasmettitore nello spazio sinaptico, ossia nello spazio microscopico presente tra un neurone e il successivo. Il neurotrasmettitore a questo punto raggiunge i recettori sui dendriti del neurone adiacente, eccitandoli o inibendoli. Quando si dice che i neuroni si ricablano autonomamente si intende dire che le alterazioni sinaptiche rinforzano e aumentano il numero di connessioni interneuronali oppure le indeboliscono e diminuiscono. Mappe celebrali preesistenti Pascual-Leone, noto scienziato “neurodinamico” e professore di neurologia alla Harvard Medical School dal 1997, giunse ad un'ulteriore scoperta straordinaria, notando che l’alterazione di percorsi prestabiliti e la massiccia riorganizzazione plastica potevano verificarsi con una velocità inaspettata. Pascual-Leone venne a conoscenza di una scuola per ciechi dove gli insegnanti effettuavano corsi preparatori durante i quali venivano bendati per giorni per favorirne l’immedesimazione. Nel giro di una settimana il loro tatto e la loro capacità di valutare lo spazio erano diventati estremamente più sensibili. Questi insegnanti erano in grado di distinguere le marche delle motociclette dal rombo dei motori o gli oggetti davanti a loro dall’eco. Allo stesso tempo, però, trovavano una notevole difficoltà nel ritornare a vedere facendo fatica e sentendosi profondamente disorientati, a sostegno di quanto afferma il principio neuroplastico: “learned not use”. Il noto neuroscienziato bendò cosi alcune persone per cinque giorni e mappò il loro cervello. Egli mostrò che bastavano due giorni perché la corteccia visiva iniziasse a elaborare i segnali tattili e sonori. Questa scoperta mise lo scienziato a dura prova: com'era possibile, infatti, che in soli due giorni il cervello si potesse riconfigurare in modo tanto radicale quando i nervi che vengono messi in cultura crescono al massimo 1 mm al giorno? La corteccia visiva avrebbe potuto iniziare ad elaborare così rapidamente gli altri sensi solo se le connessioni a tali fonti fossero già state predisposte. Pasqual-Leone intuì cosi il possibile continuo smascheramento di percorsi preesistenti. Il cervello umano è capace di riorganizzarsi così rapidamente perché le singole regioni cerebrali non sono necessariamente impegnate nell’elaborazione di un senso in particolare. Noi possiamo, cosa che facciamo comunemente, utilizzare aree del cervello per molti scopi diversi. Neuroplasticità dell’immaginazione Il solo atto dell’immaginazione attiva milioni di neuroni e di conseguenza le aree celebrali che riguardano la vista, il tatto o il suono. Pascual-Leone asserì: ”Tutto ciò che la mente immateriale immagina lascia delle tracce materiali. Ogni pensiero altera lo stato fisico delle sinapsi cerebrali a livello microscopico. Quando immaginiamo, per esempio, le nostre dita che si muovono lungo la tastiera di pianoforte modifichiamo i dendriti nel nostro cervello fisico.” Un esempio empirico che testimonia la verità di quest’ultima osservazione può essere quello di Guan Yue e Kelly Cole i quali mostrarono che immaginare di usare i muscoli li rinforza realmente. Lo studio prevedeva di formare due gruppi di persone, il primo faceva esercizio puramente fisico, il secondo doveva limitarsi a immaginarlo. Ad entrambi i gruppi era stato richiesto di allenare il muscolo di un dito, dal lunedì al venerdì, per un mese. Il primo gruppo eseguiva serie di 15 contrazioni con una pausa di 20 secondi tra una serie l’altra. Il secondo gruppo si limitava immaginare di far la stessa cosa contemporaneamente immaginando una voce che gridava loro: “più forte, più forte, più forte!”. Al termine dello studio i soggetti che avevano fatto esercizio fisico avevano aumentato la forza muscolare del 30%, come ci si poteva aspettare. I soggetti che lo immaginavano invece aumentarono la forza muscolare del 22%. La spiegazione risiede nei motoneuroni cerebrali che programmano il movimento. Nicholeis e Chapin sperimentavano questa capacità neuronale su di un ratto. Al piccolo animale era stato insegnato a premere una barra per ottenere dell’acqua. Un giorno i due scienziati scollegarono la barra dall’apparato idraulico e inserirono degli elettrodi nel cervello del topo. Il roditore assetato schiacciò la barra e non ottenendo nulla in cambio continuò a schiacciare. Gli elettrodi elaborarono i segnali del cervello che consistevano nell’immaginazione dello schiacciare la barra. Il computer allora ogni volta che riceveva il segnale dagli elettrodi rilasciava l’acqua. Il topo quindi comprese che per ottenere l’acqua non gli era più necessario schiacciare la barra infatti gli bastava immaginare di farlo. Neurotrasmettitori - cause di neuroplasticità Più approfonditamente si cerchi ora di comprendere cosa avviene a livello microbiologico affinché le connessioni neuronali si consolidino e aumentino le possibilità che il segnale giunga a destinazione. La ricompensa ottenuta dopo una buona azione, per esempio, permette ai neuroni di consolidarsi: il cervello, percependo l’azione svolta come giusta, tende a renderla abitudinaria rilasciando, attraverso i neuroni dei particolari neurotrasmettitori. La dopamina rinforza il premio contribuendo a generare un senso di soddisfazione nell’individuo. L’acetilcolina aiuta il cervello a prolungare i neuroni, a direzionarli e a rinforzare la memoria. Rita Levi Montalcini, donna ebrea italiana, durante il periodo fascista giunse a scoperte straordinarie. Lavorando con Hamburger a St. Louis notò che le fibre nervose dei pulcini crescevano più rapidamente in presenza di tumori provocati da topi. La Montalcini ipotizzò che il cervello potesse secernere una sostanza attraverso i neuroni che fosse in grado di far crescere i nervi stessi quindi isolò la proteina responsabile di questo fenomeno e la chiamò “fattore di crescita del sistema nervoso” o NGF (nerve grouth factor). Per questa scoperta ricevette il premio Nobel. Uno dei fattori di crescita venne chiamato BDNF (brain-derived neutropic factor), questo gioca un ruolo fondamentale nel rinforzare i cambiamenti neuroplastici prodotto dal cervello durante il periodo critico. BDNF svolge quattro azioni fondamentali: 1. Quando si svolge un'azione che richiede l’attivazione simultanea di più neuroni questi rilasciano BDNF. Tale fattore permette di consolidare i neuroni e le loro connessioni affinché in futuro si possano attivare in maniera efficace ed affidabile. 2. Promuove la crescita della sottile guaina mielinica che avvolge ogni neurone contribuendo all’accelerazione del segnale. 3. Durante il periodo critico attiva il nucleo basale, ossia una regione celebrale che permette di concentrare l’attenzione su un solo particolare; permette la differenziazione delle mappe e fa si che i cambiamenti si verifichino senza sforzo. È, quindi, il sistema neurochimico che pone il cervello in una condizione di estrema flessibilità. 4. Contribuisce alla chiusura del periodo critico. In questo modo il nucleo basale conclude il periodo di apprendimento spontaneo e potrà essere riattivato solo quando si verificherà qualcosa di profondo e importante. CAPITOLO 3 A questo punto della discussione è chiaro che la ricerca neuroplastica ha mostrato che qualunque attività mappata (fisica, sensoriale, relativa all’apprendimento, al pensiero e all’immaginazione) modifica il cervello fisiologicamente e di conseguenza cambia la mente ed il pensiero. Le idee e le attività culturali non fanno eccezione. Il cervello umano, cosi come il pensiero stesso, è soggetto a continue e rapide modifiche. Ogni giorno i neuroni possono creare connessioni cerebrali totalmente diverse rispetto al mese, alla settimana o al giorno precedente. L’uomo, dunque, è in continuo mutamento. Jean Jack Russeau, ignaro dei concetti di neuroplasticità, ipotizzando che il cervello fosse capace di crescere e migliorare (come un muscolo in seguito ad un allenamento), definì questo “continuo mutamento” come un processo progressista di “Perfectabilitè” ossia come un miglioramento continuo della condizione umana che avrebbe portato alla perfezione al termine del corso della storia. Che l’uomo sia soggetto a profondi mutamenti è un dato di fatto. La questione, però, apre molte domande di origine filosofica. Uno dei quesiti principali che possono sorgere nel cuore dell’uomo è come possa identificarsi come essenza. Da cosa si è definiti? Luigi Pirandello, drammaturgo e narratore (Agrigento, 1867 - Roma 1936), propone una visione dell’identità umana particolare e molto approvata nella società odierna. Lo scrittore italiano cerca di far capire ai propri lettori che l’identità vincolante di un individuo è puramente relativa in accordo al relativismo conoscitivo di cui l’autore si fa promotore. Sembra che nessuno possa definire l’altro in maniera oggettiva, ma sempre secondo particolari effimeri, e spesso fastidiosi, che in realtà non lasciano emergere l’anima dell’Io e la vera essenza in cui quest’ultimo si riconosce. Il tema è presentato in maniera eccelsa nel capolavoro Pirandelliano “Il fu Mattia Pascal” che racconta della drammatica vicenda di Adriano Meis che, dopo infiniti tentativi di cambiare la propria identità anagrafica, fisica e legale, comprende che la stessa è fonte di sofferenza e vincolo unico dell’anima sulla vita terrena. In un altro romanzo Pirandello racconta di come l’uomo venga visto da chi lo circonda in mille modi diversi, secondo sfaccettature diverse. In “Uno, nessuno e centomila” si racconta la storia di Vitangelo Moscarda, chiamato dalla moglie Gengè (un soprannome relativo che dovrebbe definirlo). Vitangelo un giorno si trova di fronte allo specchio e la moglie gli porta all’attenzione il fatto che il suo naso pende verso destra: una scoperta banale, che però racchiude in sé una grande drammaticità. L’altro si è accorto di un difetto che il protagonista ignorava scoprendo così di non essere identificabile come “uno”, ma come “centomila” ossia come il numero degli sguardi con cui gli altri lo riconoscono. L’inetto Moscarda dapprima sentirà una forte rabbia e poi cercherà di distruggere tutte le maschere che gli altri gli han inevitabilmente messo addosso. Anche Ungaretti, poeta italiano nato nel 1988, mette a tema la fondamentale questione dell’identità dell'uomo, pur facendolo in maniera profondamente diversa rispetto all’autore precedente. Dal punto di vista di Ungaretti l’identità consiste nella memoria delle azioni, delle abitudini, dei fatti e dei posti che appartengono al passato proprio di ogni individuo. Nella sua poesia "I fiumi" viene espressa al meglio la concezione Ungarettiana, dal punto di vista letterario, e Bergsoniana, dal punto di vista filosofico, di identità. I FIUMI Cotici il 16 agosto 1916 […] Questo è l’Isonzo E qui meglio Mi sono riconosciuto Una docile fibra Dell’universo Il mio supplizio È quando Non mi credo In armonia Ma quelle occulte Mani Che m’intridono Mi regalano La rara Felicità Ho ripassato Le epoche Della mia vita Questi sono I miei fiumi Questo è il Serchio Al quale hanno attinto Duemil’anni forse Di gente mia campagnola E mio padre e mia madre. Questo è il Nilo Che mi ha visto Nascere e crescere E ardere d’inconsapevolezza Nelle estese pianure Questa è la Senna E in quel suo torbido Mi sono rimescolato E mi sono conosciuto Questi sono i miei fiumi Contati nell’Isonzo […] I fiumi rappresentano il passato, i luoghi e i relativi ricordi del poeta, a partire dalle sue origini rappresentate nel ricordo del fiume Serchio per giungere alla sua condizione presente dove i fiumi del suo passato affluiscono nell’Isonzo: il fiume che lo definisce alla perfezione e raccoglie la memoria del suo passato e delle sue azioni. Affrontando il problema dell'identità da un punto di vista neuroplastico è possibile sostenere l'ipotesi di Ungaretti. Non ho capito il collegamento tra quanto hai detto prima e quel che viene adesso (o meglio l'ho capito, ma non è esplicitato e non conoscendo la poesia Fiumi nella sua spiegazione, non sono in grado di inserirlo!!!) L’uomo definito in quanto tale Il primo affluente universale dell’identità potrebbe riguardare la natura dell’uomo. Sarebbe interessante comprendere cosa lo distingue a livello cerebrale dagli altri animali, per esempio, che possiedono anch’essi un cervello altamente plastico. È da notare che altri animali, come gli scimpanzé, dispongono di forme rudimentali di cultura e possono sia produrre utensili sia insegnarne l’utilizzo corretto alla prole, oppure svolgere elementari forme simboliche; si tratta tuttavia di funzioni molto limitate. Il neuroscienziato Robert Sapolsky fa notare che la risposta risiede in una variazione genetica piccolissima: l’uomo, infatti, condivide il 98% del DNA con lo scimpanzé. Con un progetto chiamato “genoma umano” gli scienziati hanno permesso di individuare il 2% dei geni differenti ed è risultato che uno di questi determina proprio il numero di neuroni che verranno prodotti dal corpo durante la vita. Fondamentalmente il processo di creazione dei neuroni è uguale nell’uomo e nello scimpanzé, ma anche nelle lumache, infatti, nell’embrione il cervello nasce da una cellula la quale si duplicherà a formare due cellule figlie che si duplicheranno a loro volta e così via. La differenza sta nel determinare il momento in cui il processo di produzione dei neuroni debba arrestarsi. Se l’uomo in media raggiunge circa i cento miliardi di cellule cerebrali la duplicazione, dei neuroni negli animali si interrompe prima. Ciò che ci identifica umani, dal punto di vista neuroscientifico, quindi, è proprio il numero di possibili interazioni tra neuroni. Il neuroscienziato Edelman Gerald sottolineò che la sola corteccia umana ha 30 miliardi di neuroni ed è in grado di stabilire un milione di miliardi di connessioni sinaptiche. Edelman scrive “se considerassimo il numero di possibili circuiti neurali, avremmo a che fare con numeri iperastronomici: del tipo 10 seguito da un milione di zeri”. Questi numeri a dir poco straordinari spiegano, tra l’altro, il perché il cervello sia l’oggetto più completo e complicato che si conosca e perché sia capace di cambiamenti costanti e massicci a livello microstrutturale, oltre a svolgere comportamenti mentali diversi. La condizione sociale Il secondo grande affluente in questione riguarda la condizione sociale in cui vive l’individuo e con cui si deve rapportare efficacemente. Una ricercatrice svedese, Anna Gislen, studiò la particolarità di un popolo che abita un gruppo di isole di un arcipelago tropicale situato al largo della costa occidentale della Tailandia che non ha 0 nulla a che vedere con la condizione di generale benessere in cui galleggia il mondo occidentalizzato. La popolazione in questione viene chiamata ”la tribù dei nomadi di mare”. Questi nomadi, spostandosi prevalentemente via acqua, prima ancora di imparare a camminare, sanno nuotare perfettamente e vivono più di metà della loro vita sulle barche in mare aperto, dove spesso nascono e muoiono. La tribù sopravvive coltivando vongole e cetrioli di mare. È noto che i bambini nuotano anche fino a 10 metri di profondità per raccogliere il cibo e sanno regolare ed abbassare la frequenza cardiaca per sfruttare al meglio l’ossigeno immagazzinato prima dell’immersione. Ma ciò che è ancora più straordinario, ai fini della trattazione, è che possono vedere con chiarezza sott’acqua, anche a grandi profondità e senza occhiali protettivi, cosa che la parte degli esseri umani non può fare perché la luce, in quelle condizioni, non raggiunge la retina come dovrebbe a causa della rifrazione. Anna Gislen ha studiato la capacità dei nomadi del mare di leggere manifesti sott’acqua, anche di piccole dimensioni e si è resa conto che gli appartenenti a questo popolo hanno imparato a controllare la forma del cristallino e della pupilla restringendola fino al 22 percento. Si tratta di una scoperta incredibile perché, tendenzialmente, la pupilla umana in acqua si ingrandisce automaticamente. E' stato dimostrato che le capacità dei nomadi del mare non sono il frutto di una dote genetica (adattamento all'ambiente), ma che sono legate ad una plasticità del sistema nervoso. La ricercatrice, infatti, è riuscita ad insegnare, con successo, anche a bambini svedesi a restringe la propria pupilla in acqua con un particolare processo neuroplastico. no non aveva controllato il dna Sempre restando nel tema della condizione sociale è affermabile che l’immigrazione, argomento per altro molto discusso in questo periodo storico a livello politico ed economico, mette a dura prova il cervello plastico. Il processo di apprendimento di una cultura nuova è un'esperienza additiva e consiste nell’imparare nuove cose man mano che si acquisiscono informazioni. La plasticità può essere anche di tipo sottrattivo e può implicare che si eliminino delle informazioni riguardanti il passato o, comunque, riguardanti la propria cultura d’origine secondo il principio “use it or lose it” di cui si è parlato nella prima parte di questo lavoro. → si ma il principio dell’andare in bici rimane lo stesso, devo girare i pedali… si perderanno la reattività alla guida, la contemporaneità delle azioni, frenerò con un secondo di ritardo, inclinerò la bici in modo poco professionale… Ogni volta che il cervello sperimenta una nuova cultura e ne fa uso ripetuto, deve perdere qualche struttura neuronale perché la plasticità è competitiva. Patricia Kuhl, della University of Washington, ha condotto degli studi sulle onde cerebrali dimostrando che i bambini sono in grado di captare ogni frequenza e ogni differenza di suono fra le migliaia di lingue della nostra specie. Nel momento in cui si interrompe il periodo critico e la corteccia uditiva si consolida, facendo perdere al bambino la capacità di riconoscere diversi suoni, i neuroni "inutili" vengono adoperati per altri compiti. La mappa cerebrale del linguaggio verrà dominata dal linguaggio della cultura e del contesto sociale d’appartenenza. Un bambino giapponese a sei mesi è in grado di distinguere la “r” e la ”l” , ma ad un anno non è più in grado di farlo. Le differenze culturali sono persistenti, quando apprendiamo la nostra cultura madre e questa viene consolidata nelle connessioni neurali ci apparterrà in maniera tale da identificarsi come una seconda natura. 1 Il periodo storico e i media Il passaggio successivo definisce sempre più in particolare l’individuo. L’affluente di cui si parlerà nel seguente paragrafo ha la pretesa di affermare che un individuo può senz’altro esser definito dal periodo storico in cui vive. In termini neuroplastici si intende che il cervello di un uomo del XX secolo è profondamente diverso da quello di un uomo vivente nell’epoca dell’antico Egitto. Pur avendo potenzialmente la stessa struttura, il cervello di un bambino europeo possiede moduli cerebrali (mappe che agiscono contemporaneamente) profondamente diversi dai moduli dei bambini viventi al tempo degli uomini identificati come cacciatori-raccoglitori (così definiti a causa delle loro capacità di procurarsi il cibo attraverso l’arte della caccia e la raccolta di bacche e frutti). Le varie fasi di mutamento neuroplastico nel corso della storia sono paragonabili semplicemente in ciascuna azione che un bambino compie nell’imparare a leggere. L’umanità, trentamila anni fa, imparò a disegnare sulle pareti delle caverne, un linguaggio che richiedeva la formazione e il consolidamento dei legami tra le funzioni visive (che elaborano immagini) e le funzioni motorie (che muovono la mano). Questa fase venne eseguita circa 5000 anni fa quando vennero inventati i geroglifici ossia immagini stilizzate che venivano usate per rappresentare gli oggetti. Ora va? Più avanti le immagini geroglifiche vennero modificate e convertite in vere e proprie lettere permettendo, così, lo sviluppo del primo alfabeto fonetico usato per rappresentare suoni piuttosto che immagini visive. Questo cambiamento implicò una mutazione neuroplastica, poiché richiese il consolidamento delle connessioni neurali adibite all’elaborazione delle immagini delle lettere, il loro suono ed il loro significato e le funzioni motorie legate, per esempio, al movimento compiuto dagli occhi per leggere lungo la pagina. Doidge scrive: ”le attività culturali distintive danno origine a circuiti cerebrali specifici che non esistevano nei nostri antenati”, Mezernich inoltre suggerisce che: ”il nostro cervello è diverso da quello da quello di tutti gli uomini prima di noi. Il nostro cervello viene modificato a livello sostanziale, dal punto di vista fisico e funzionale, ogni volta che impariamo una nuova capacità o sviluppiamo una nuova abilità. Alle moderne specializzazioni si associano cambiamenti di grande portata”. Paradossalmente si è notato che esistono dei moduli tipici per la lettura, ma che ognuno usa aree diverse per leggere – un'evidenza fisica per cui l’attività culturale conduce a strutture cerebrali modificate. Anche i media riorganizzano il cervello: la cultura occidentale ha inglobato in sé l’atto del guardare la televisione come un’abitudine cerebrale. Questo fatto ha cambiato, cambia e sta cambiando profondamente gli individui a tal punto da definirli perfino a livello neuroplastico. Inoltre sembra esser collegato all’insorgenza di problemi cerebrali negli infanti e, in minor parte, negli adulti. Si è verificata infatti, grazie ad un esperimento effettuato dello psicologo Joel Niggs, che la possibilità di sviluppare gravi difficoltà nell’attenzione e nell’apprendimento aumenta del 10% nei bambini entro i sette anni per ogni ora di TV guardata al giorno. Circa vent’anni dopo la diffusione della televisione, gli insegnanti di scuola elementare iniziarono a notare che i loro allievi erano diventati più irrequieti e avevano sempre maggiori difficoltà di concentrazione. Marshal McLuhan intuì che i media modificano il cervello a prescindere dal loro 2 contenuto. Egli dimostrò che nei bambini che giocavano per molte ore ai videogiochi di guerra veniva rilasciata molta più dopamina del normale, creando nel loro cervello un sentore di assuefazione e di ricompensa, stimolando così il consolidamento delle mappe del cervello con la conseguente espressione di dipendenza cronica da videogame. La forma del messaggio televisivo (tagli, montaggio, zoom, carrellate, rumori improvvisi) altera il cervello. La televisione e la modalità di trasmissione per esprimere concetti e messaggi influiscono sulla risposta fisiologica del corpo e una delle conseguenze è che la frequenza cardiaca diminuisce per 4 o 6 secondi. L’uomo questi presentavano buon così si obliqua ad un nuovo livello di attenzione e di assegnamento delle informazioni.???? Il prezzo da pagare per l’assuefazione mediatica nei ragazzi, ma in questo caso anche negli adulti (che leggono meno rispetto ai loro padri), è una maggiore difficoltà nel mantenere attivo il pensiero durante una lettura complicata, nel mantenere alto il livello d’attenzione, nel sostenere una conversazione complessa o nell'ascoltare le lezioni. Inoltre sembra che la concezione di spazio e tempo venga abolita perché gli stessi sistemi elettronici, che mettono in contatto istantaneamente luoghi lontanissimi, hanno lo stesso funzionamento elettronico dei nostri neuroni. Il cervello ha adottato il sistema dei media come un’estensione alle proprie capacità ed ha potuto farlo proprio perché il principio di funzionamento dei due sistemi citati è lo stesso. Conclusione Il cervello dell’uomo subisce delle modifiche in continuazione a causa della propria natura plastica. L’Io è considerabile come il “bambino” presente sostenuto dal “padre” passato. Un passato che lo identifica e che è considerabile come l’insieme degli affluenti, per rimanere nella metafora Ungarettiana, che per un motivo o per l’altro si sono immessi nel flusso principale. Gli affluenti più imponenti saranno quelli che riguardano ambiti più universali e che definiscono l’uomo in base alla propria cultura, al proprio contesto storico e sociale, in base al modo in cui i media lo condizionano. Gli affluenti minori, ma i più particolari e caratteristici, riguarderanno le libere scelte di ogni giorno, gli affetti, le piccole azioni abitudinarie e anche le necessità fisiologiche. A sostegno di queste affermazioni è stato dimostrato che quando si invecchia la plasticità declina, diventa sempre più difficile per chiunque cambiare in risposta al mondo esterno, anche se lo si desidera. Sembra quasi che il cervello stesso tenti di identificare il passato dell’uomo, evitando ulteriori modifiche e di rafforzare gli argini del fiume dell’Io per evitare l’immissione di nuovi affluenti identificativi. È come se l’uomo venisse definito dalle modifiche neuroplastiche che lo hanno caratterizzato durante tutta la sua intera vita: si trovano sempre più piacevoli gli stimoli che ci sono familiari, si cerca di consolidare i rapporti con persone che hanno i nostri stessi punti di vista, ecc. La ricerca mostra che tendiamo a dimenticare o ad ignorare le informazioni che non soddisfano le nostre concezioni: con il passare del tempo, quindi, sembra che l'individuo abbia la tendenza a preservare le proprie strutture interiori. La stimata idea Pirandelliana di relativismo conoscitivo applicata all’identità sembrerebbe non trovare supporto a livello fisiologico. Appare invece più interessante la posizione di Ungaretti che 3 trova fondamento anche a livello neurale. Ciò che ci definisce sono proprio i fiumi che appartengono al nostro passato e confluiscono nel nostro fiume presente. Ciò che ci definisce sono proprio i mutamenti neuroplastici che appartengono alla nostra memoria e consolidandosi ci definiscono. BIBLIOGRAFIA: N. DOIDGE, Il cervello infinito, Saggi Ponte alle grazie, Milano, 2011 J. LYNCH, Il profumo dei limoni, SITOGRAFIA: 4