Capitolo quarto L`equilibrio perfetto Con rammarico dei collezionisti

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Capitolo quarto
L’equilibrio perfetto
Con rammarico dei collezionisti le serie complete di incisioni sono sempre più rare. Quando
riescono ad acquistarne una, raramente i commercianti sanno resistere alla tentazione di
smembrarla. Anche se il prezzo di mercato di un album completo è spesso molto alto, non è mai
paragonabile a quanto possono realizzare vendendo i fogli singoli. Per certi soggetti in modo
particolare. Potere appendere alla parete una coppia di vedute del Meyer sembra una delle
aspirazioni più urgenti di chi possiede una casa in montagna. In bianco e nero, o colorite a
tempera, le tavole del Meyer, prese una per una, sono suggestive. La data di pubblicazione ne fa,
oltretutto, quasi degli incunaboli del fiume di immagini di montagna che si rovescerà sul
mercato a partire dalla metà del diciannovesimo secolo.
Ma soltanto come le ha concepite l’autore, tutte insieme, in serie, ordinate secondo la logica del
percorso diventano un’opera straordinaria, probabilmente senza uguali nella storia
dell’iconografia alpestre. Si dice che le montagne avvicinino l’uomo all’assoluto. È per questo
che il sentimento del sublime si è aggrappato spesso a rocce scoscese, si è tuffato nella spuma
delle cascate, ha pattinato sui ghiacciai, si è accovacciato tra le nubi che coprono la vetta di
picchi vertiginosi.
Le immagini di Meyer viceversa avvicinano le montagne all’uomo, esattamente come la strada
che rappresentano con puntiglio e fedeltà. Sono una specie di elegia alla capacità dell’uomo di
sedurre la natura senza ferirla. Sono la testimonianza del punto più alto di equilibrio raggiunto
tra la volontà umana di dominio e il rispetto della forma e del corpo della natura. Non solo la
strada del Donegani (le strade del Donegani, perché le strade sono due, la strada dello Spluga e
la strada dello Stelvio, come due sono gli album del Meyer) aiuta, completa, indirizza in modo
armonioso la trasformazione del paesaggio per renderlo più gradevole, più agevole all’esperienza
dell’uomo, ma lo fa con il legno stesso dei boschi, con la stessa pietra delle rocce che scava,
perfora, rimodella, lo fa soprattutto con la forza, con l’energia di esseri umani che hanno scelto
di vivere o che arcaiche vicende storiche ha costretto a vivere tra quelle montagne. È per
questo equilibrio miracoloso che su quella strada il pittore Meyer può incontrare all’uscita di
una galleria una donna che scende tranquilla con il fardello in bilico sulla testa e un bambino
attaccato alla sottana. È per questo che un viandante, deposto il suo sacco, appoggiato a
parapetto, può voltare le spalle al baratro per parlare tranquillamente con un altro viandante,
solitario come lui, che ha incrociato sul cammino.
Eppure il secolo del ferro, dell’orgoglio del potere dell’uomo sulla natura, compie venticinque
anni. L’anno che verrà, il 1826, quando Meyer licenzierà già la seconda edizione dell’album
delle nuove strade dei Grigioni, con un frontespizio meno severo, con una grafica più
accattivante, nelle acque del Lario, il primo battello a vapore sfiderà in velocità la diligenza per
Coira, umilierà con gli sbuffi di fumo che escono dai suoi camini la vele quadre delle gondole
lariane che trasportano placidamente e silenziosamente sulle acque del lago gli uomini e le
merci. E i politecnici d’Europa già laureeranno nuovi ingegneri pronti a progettare eleganti
ponti di ferro capaci di scavalcare voragini, locomotive in grado di trainare convogli su
pendenze impensate, marchingegni più efficaci dei picconi per forare la roccia, per scavare
gallerie. Il perfetto equilibrio tra ingegno umano e armonia naturale comincerà a essere
compromesso dal delirio di onnipotenza, giustificato dalla retorica del lavoro redentore e
ovattato dai fumi delle ciminiere.
Se il viaggio di ritorno da Milano a Coira non era durato che trentasei ore, il viaggio di andata
era stato molto più lungo. Per due mesi Meyer aveva camminato sulle nuove strade, aveva
scavalcato il passo di San Bernardino per scendere a Bellinzona, aveva dormito nelle case
cantoniere, si era accompagnato alle carovane di muli carichi di merci che scendevano verso
l’Italia. Più volte aveva incrociato il tiro a tre della diligenza di Coira, identica a quella
disegnata sul manifesto dell’hotel Reichman di Milano, e carrozze padronali, e carretti, e cavalli.
In trentadue immagini Meyer ritrae una strada e racconta il suo viaggio. Isolata dalla sequenza
ogni immagine è una veduta. Ma in ogni veduta, in quasi ogni veduta, è la strada, sono i
viandanti, a tenere la scena. La strada è in primo piano, perché è da lì che l’artista vuole che
l’osservatore entri nel paesaggio, si inoltri nelle valli, salga per gradini sinuosi sui colli.
Qualcuno ha notato che Meyer ha trascurato qualche ponte importane, qualche veduta
spettacolare. È tra i primi, se non il primo a ritrarre il paesaggio dal punto di vista della strada. I
suoi occhi sono sgombri dai luoghi comuni imposti dall’imagérie turitistica, non vede, non può
vedere quello che le immagini canoniche insegneranno a vedere ai turisti. L’album che ha
progettato non è un insieme di vedute, ma la storia di un viaggio. Spesso sulla strada ci sono due
viandanti. E’ difficile identificarli, stabilire se sono le stesse persone, ma non è difficile
immaginare che interpretino la parte dell’artista e del suo compagno di cammino. In una tavola,
intitolata Dall’interno della terza galleria nel vallone della neve verso l’albergo di Spadalunga ,
che appartiene però a un altro album, a un’altra strada, compaiono due figurine in primo piano.
Come la figura di un celebre quadro di Caspar David Friedrich, Il viaggiatore sopra il mare di
nebbia, voltano le spalle a chi osserva la scena. Ma non osservano il paesaggio dall’alto di una
roccia. Dietro di loro c’è la penombra della galleria, davanti a loro c’è la quinta di una parete di
rocce brulle creata dalla fantasia cubista della tettonica. In fondo un montagna si azzurra sotto
un cielo ingombro di nembocumuli.
Delle due figurine, una, seduta su un masso, con lo zaino in spalla e il cilindro in testa, indica
lontano qualcosa nascosto dalla quinta di sinistra. Non è il dottor Ebel, perché il dottor Ebel, per
cause di forza maggiore, non parteciperà al secondo viaggio. L’altra figura, che in piedi
raggiunge appena l’altezza della figura seduta (quanto sarà stato alto Meyer?), schizza su un
blocco quello che il compagno gli indica. Chi sfoglierà l’album non vedrà mai quello che l’artista
sta disegnando. Vedrà il pittore che ha deposto il suo sacco ai piedi del parapetto, vedrà il
mulattiere e il mulo incamminati sulla strada che con il solito andamento a scalone sale sulla
montagna sullo sfondo, assottigliandosi progressivamente, finché l’occhio non riuscirà più a
distinguerla. I contrafforti ad arco che sostengono la carreggiata, il solido parapetto di pietra
conferiscono al paesaggio un senso di sicurezza e di tranquillità che nulla hanno a che fare con il
baratro di Friedrich.
Meyer racconta la storia del suo viaggio con lo stesso spirito di ottimismo con cui gli scrittori
della sua terra raccontano in quegli anni la vita semplice e ricca di affetti di quei montanari
fortunati cui la sorte ha risparmiato le tempeste della vita delle città di pianura. Perfino la
montagna, che talvolta con la sua terribilità presenta il conto dei doni che offre, è stata
pacificata dal sapiente e rispettoso intervento dell’ingegnere Donegani. Questa storia Meyer
non la racconta con le parole, ma con le immagini.
I cultori dei fumetti, sempre alla ricerca di antenati nobili, sono risaliti fino a Rodolphe Töpfner,
il soave scrittore e pittore svizzero, che con le sue storie raccontate per immagini ha preceduto
gli antenati nobili ottocenteschi, l’Heinrich Hoffmann di Pierino Porcospino e il Wilhelm
Busch dei birichini Max und Moritz. Se volessero, senza defraudare del primato la cultura
svizzera, cercare ancora più lontano nel tempo, potrebbero adottare come progenitore proprio
Meyer, che nei suoi album ha raccontato, con grande economia di mezzi, l’avventura di un
artista alla scoperta di un nuovo mondo e di un nuovo gusto, in cui la sua storia professionale si
intreccia con la grande storia d’Europa e con le piccole storie dei personaggi che incontra:
montanari che della strada compiono un breve tratto, dal bosco al villaggio, da un villaggio
all’altro; mulattieri che da soli o in carovana scavalcano i passi per alimentare il ricco
commercio tra la valle del Reno e del Po; postiglioni che da un capolinea all’altro trasportano le
missive e i passeggeri che per affari o per diletto viaggiano in diligenza da Milano a Coira e
viceversa, da Milano al Tirolo e viceversa.
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