n. 8 Biografie cani

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I Cani di Pompei
Menade
“Mi chiamo Menade, ho appena compiuto un anno, e come ogni sacerdotessa del dio del vino vivo
davanti alla casa del mio unico sposo: Bacco. Sono nera e lucida come la notte. Quando danzo alle
stelle per lui piena del suo nettare . Quando la mia coda sia allunga nell’aria come una cometa
ebbra. Poi, dopo aver ululato la mia passione alla luna, eccolo apparire. E lui, il mio Dio, mi fa
danzare e mi sussurra nelle orecchie pelose tutto il suo ardire. Per questo ho imparato la fedeltà
assoluta, l’allegria. Per questo posso dare la felicità e la mia passione ad ogni umano che la
chiederà.
Odone
Mi hanno trovato nei granai del Foro mentre divoravo una bella pizza gonfiata dal grano d’oro
delle nostre messi campane. Sono Odone, commercio in essenze e belletti. La mia mamma,
Setterina Patrizia macchiata di nero e bianco, ci allattava in mezzo ai prati di Pompei, dove fiori e
campanule deliziavano il nostro olfatto di cuccioli. E il profumo è entrato nelle nostre vite. Per
questo il mio manto, lucido e setoso, sarà la gioia di chi vorrà tenermi per sempre con lui.
Polibia
A Pompei nel quartiere delle Terme antiche dove mi aggiro liberamente mi chiamano Polibia. Ho
due anni e, come i Polibii che si rispettano, sono una schiava liberta, e quando posso prediligo
quest’area di caldi umidi e di acque che gonfiano il mio pelo e rilassano le mie povere zampe
stanche di lavoro. I miei amici canini a Pompei dicono che sono magica perché, d’improvviso una
mattina, la mia coda si è svegliata con una spennellatura bianca. Non sanno la verità. Una notte alle
terme ero immersa caldamente nelle vasche, quando, sul cocchio di porporina avvolto da una
nuvola di fumo, si è palesato Apollo Bellissimo, impennato e grande fusto. Ma anche molto
arrabbiato di trovare una schiava liberta e pelosa nelle sue acque preferite. Così, furioso, mi ha
acchiappato per la coda scaraventandomi fuori dalla vasca. E l’incontro con quella mano divina mi
ha riempito di luce il pizzo della coda.
Palutus
Ero un cucciolo timido. Avevo paura di stare in società nella moltitudine canifera di Pompei.
Pensavo che gli amici pelosi trovassero goffa la mia andatura un po’ dondolante e troppo
femminile il candore della mia tunica. Pardon della mia pelliccia. Allora ho deciso che mi sarei
chiamato Plautus (plotus nel vecchio lessico umbro vuol dire non a caso “dalle grandi orecchie”) e
che sarei stato io a divertirmi, conquistando il favore di tutti i quadrupedi pulciosi del sito. Così,
ispirandomi al grande scrittore che porto nel nome, ho scritto una commedia su misura per i cani
di Pompei. Due cortigiane chiamate Bacchidi, bellissime, chiome di seta, ingioiellate come
imperatrici, arrivano a Pompei e incontrano davanti alla mensa ponderaria un certo Plautus (il
sottoscritto). Innamorate del suo manto bianco, delle grandi orecchie e del naso signorile a
tartufo, decidono di adottarlo e di prenderlo con loro nel loro palazzo di Napoli con fontane,
meraviglie e 100 ettari di parco. Quando stanno per caricarlo sulla loro littorina, Plautus abbaia
tre volte e subito, da ogni vicolo della Pompei perduta, ecco schizzare code festose, nasi e musi
felici. Tutti vogliosi di partire per Napoli (ma anche per Roma, Firenze o Milano) per cercare e
trovare nuovi padroni da amare.
Per cominciare una nuova vita.
Non dimenticate i cani di Pompei
A cura di Stella Pende, scrittrice, giornalista e animalista
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