Roberto Albonetti - Direttore Generale Università Ricerca e Open

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“Un obiettivo senza un piano è solo un desiderio” è il sottotitolo di questi Stati
generali.
Ma come dice Mike Tyson - uno che se ne intende- “Tutti hanno un piano,
finché non prendono un pugno in faccia”.
I pugni in faccia sono i cambiamenti continui della realtà, che smontano i
nostri progetti e ci spingono a ripensarli totalmente. Viviamo in un mondo in
cui una strategia fatta 6 mesi fa non va più bene, le condizioni cambiano, le
innovazioni continue rivoluzionano il contesto, si aprono nuove strade e
servono modelli di business adeguati e strumenti a servizio di questo
continuo processo di ricerca e innovazione che investe le imprese, le
università, i centri di ricerca, gli ospedali, ma anche la cittadinanza nel suo
complesso. Oltre, ovviamente, alla pubblica amministrazione.
L’innovazione oggi è sempre più spesso esito di processi collaborativi che
modificano dal basso le idee, i prodotti, gli strumenti: è la logica dell’open
innovation, in base alla quale dobbiamo ripensare le nostre strategie e le
nostre azioni.
Non significa che i piani non servono più, anzi, servono anche più di prima,
per dare ordine e assicurare la governance di un sistema complesso e
mutevole.
Ma il fattore determinante diventa il timing, il tempo, la capacità di
osservare il contesto, monitorare gli interventi in tempo reale, valutare le
politiche e ripensarle perché rispondano al bisogno effettivo.
Un modello di business come Airbnb ha avuto successo perché ha colto un
bisogno nato in un contesto molto preciso, quello della recessione, che
vedeva la ricerca di alloggi a minor prezzo e la disponibilità dei proprietari a
affittarli per avere entrate aggiuntive. Allo stesso modo Youtube non è stato il
primo progetto di condivisione video via internet, ma ha colto il tempo giusto,
il momento in cui si era diffusa la banda larga ed erano nati software che
rendevano visione e condivisione semplici e immediate.
Bisogna quindi leggere “i segni dei tempi”. Il nostro contesto attuale ci parla di
un sistema economico che è stato centrifugato dalla crisi, ma che ora riparte
su fondamenti e asset di sviluppo completamente diversi dal passato. I settori
più avanzati e gli imprenditori di avanguardia sono già partiti da tempo: basta
pensare che il farmaceutico, senza dubbio uno degli ambiti a più alto tasso di
innovazione, negli ultimi due anni ha incrementato i propri investimenti in
ricerca di oltre il 19%.
In Lombardia il 68% degli investimenti in ricerca e sviluppo è generato dalle
imprese, il 18% dalle Università. Sono loro il cuore dell’innovazione. Occorre
offrire un sistema di governance che sostenga e incrementi gli investimenti
privati in ricerca e innovazione e renda strutturale e costante la
collaborazione tra università, centri di ricerca pubblici e privati e mondo
produttivo. Questo è il momento favorevole per farlo, sia per il contesto
macroeconomico sia perché siamo ancora in una fase iniziale del ciclo di
programmazione dei fondi strutturali.
I 120 milioni di euro che abbiamo dedicato alle aggregazioni tra PMI,
grandi imprese e organismi di ricerca sono un contributo in questa
direzione, ma devono inserirsi in una strategia ad ampio raggio, che individui
anche strumenti diversi, alternativi ai bandi, ad esempio attraverso la
sperimentazione di accordi negoziali per la ricerca e l’innovazione che
coinvolgano imprese e università, o attraverso lo sviluppo e il superamento
dei nodi che ancora rallentano uno strumento potenzialmente molto
competitivo come l’appalto pre-commerciale.
Un punto su cui lavorare è certamente il sostegno allo start up di imprese
fortemente innovative, oltre che di spin off: significa introdurre strumenti
innovativi di finanziamento, promuovere l’intervento di capitali privati,
sostenere i processi di trasferimento tecnologico, mettere a disposizione
spazi e laboratori condivisi, officine della ricerca e dell’innovazione. Su alcuni
di questi temi sono già in costruzione partnership sia con il livello nazionale
(Agenzia Digitale italiana, MISE e MIUR) sia con il Fondo Europeo degli
Investimenti.
Un secondo fattore che oggi risulta completamente cambiato rispetto al
passato è la geografia.
La Lombardia ha un’incidenza delle spese in ricerca e sviluppo sul PIL pari a
circa l’1,3%. In termini assoluti 4,4 miliardi di euro, il 22% del totale nazionale.
Ma probabilmente oggi l’ottica nazionale non è quella più adeguata per
considerare il tema dell’innovazione. Ci sono molti esempi di sistemi
fortemente innovativi sviluppati a livello locale, regionale e sovraregionale. Se
prendiamo come riferimento l’Italia nord-occidentale la Lombardia produce il
60% degli investimenti in ricerca e sviluppo di quest’area, che sicuramente
presenta elementi comuni su cui lavorare in modo integrato. Ma ancor di più,
se ragioniamo in un’ottica di Macroregione alpina – un’area che coinvolge
48 entità regionali in 7 Paesi diversi – vediamo che la spesa in ricerca e
sviluppo è pari al 2,7% del PIL.
Sono immense le potenzialità di politiche di innovazione condivise a livello di
macroregione alpina. Una prima sperimentazione potrebbe riguardare
l’estensione del progetto Open Innovation, che è una infrastruttura intelligente
a servizio dell’innovazione e che in questa logica può essere allargata,
modificata, arricchita.
L’innovazione modifica i confini, ma non in modo lineare. In alcuni casi li
annulla – le comunicazioni digitali sono un esempio sotto gli occhi di tutti – in
altri li accentua – pensiamo alle miriadi di servizi strettamente locali che sono
stati resi possibili e accessibili dalla tecnologia (le varie forme di sharing
economy, social innovation, ecc). In ogni caso li cambia, perciò servono
infrastrutture adeguate a questi nuovi confini variabili, infrastrutture sia
materiali che immateriali.
In queste settimane si è molto parlato del post expo e di come svilupparlo in
ottica di innovazione. Anche qui, la geografia è fondamentale: non si tratta
solo di realizzare ottimi progetti sul sito Expo, ma di fare dell’intero territorio
regionale un hub di innovazione sulla scia di quanto avvenuto con Expo.
Expo è stata una sorta di città di circa 100/200mila abitanti completamente
smart. Noi dobbiamo sviluppare la stessa logica a livello regionale: da smart
city a smart region.
Un tema decisivo per raggiungere questo obiettivo sono gli Open Data. Ogni
giorno la nostra società produce volumi impressionanti di dati, anche la
stessa Pubblica amministrazione ha numerose e aggiornate banche dati. La
sfida è conoscere, interpretare, diffondere questi dati ed utilizzarli per dare
strumenti di decisione e servizi ai cittadini, oltre che per monitorare e valutare
le politiche pubbliche.
Questa considerazione ci introduce al terzo fattore strategico per
l’innovazione, il capitale umano: oggi abbiamo i dati ma spesso non
abbiamo le persone formate per analizzarli e tradurli.
Sviluppare le nuove competenze è indispensabile, lo ha capito bene il
Presidente Obama, che ha lanciato in America un programma a tappeto per
insegnare il coding nelle scuole. La formazione del capitale umano è un tema
che parte dalla scuola primaria e arriva fino alla valorizzazione dei ricercatori,
alla necessità di attirare e trattenere le migliori competenze e di mettere a
sistema l’incredibile patrimonio di conoscenze che il sistema accademico e
quello produttivo generano. Per farlo, occorre sfruttare di più e meglio le
opportunità offerte dall’Unione Europea (Horizon, Cosme, Connecting) e
promuovere anche programmi integrati con il Fondo Sociale Europeo.
Queste tre coordinate – tempo, spazio, persone – ci restituiscono una mappa
del sistema della ricerca, dell’innovazione e della competitività
completamente diversa da un passato anche recente. Servono, pertanto,
anche regole diverse da quelle che sono esistite finora.
Occorre abbandonare i confini settoriali, che non hanno più ragione di
esistere; occorre sperimentare forme nuove semplificate di relazione tra PA,
Università e imprese; occorre ripensare anche la contrattazione e le regole di
ingaggio dei ricercatori, sia nel pubblico che nel privato.
L’innovazione ha sempre una carica distruttiva, oltre che costruttiva:
dobbiamo definire uno spazio almeno sperimentale in cui tutte queste novità
possano esprimersi ed evolversi, senza essere soffocate da vincoli
inadeguati al contesto attuale. Il progetto di legge su ricerca e innovazione
che prenderà forma nei prossimi mesi vuole essere uno strumento a
sostegno di questo nuovo modo di intendere la pubblica amministrazione e il
suo ruolo di sostegno ai processi di cambiamento in atto. Grazie.
Roberto Albonetti
Direttore Generale Università, Ricerca e Open Innovation
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