Un green new deal di Gianni Mattioli e Massimo Scalia E’ da anni, da quando Quale Energia è rinata nel suo elegante look antico, che, improvvisandoci economisti, insistiamo periodicamente sulla colossale occasione che i drammatici sconvolgimenti climatici forniscono per una completa ridefinizione dell’economia. Ci sembrava più che sufficiente a dover determinare un radicale mutamento di rotta il predicament of mankind (ricordate l’obiettivo di A limit to growth?) ad essi sotteso. Né era un’idea poi così peregrina se, nel corso del tempo, il carattere non lineare e caotico dei cambiamenti climatici – siamo stati, proprio su questa rivista, i primi apostoli di Abrupt Climate Change – ha fatto breccia nella comunità scientifica mondiale (gli statement del 2005 e del 2006 rivolti direttamente ai G8, ignorati dalla stampa e dalla politica italiana) e ha indotto i grandi decisori politici a inserire come priorità nell’agenda le politiche energetiche e economiche in grado di far fronte all’effetto serra e alle sue conseguenze, in una sequenza per alcuni aspetti esaltante. Dal rapporto Stern del novembre 2006 ai tre 20% sanciti dalla UE nel marzo 2007 all’inclusione di quelle politiche come priorità programmatica in tutte le campagne elettorali di grande rilievo. Al fattore clima si è aggiunto, con accelerazione impressionante, il fattore economia. L’immondo crollo finanziario globale che travolge nella sua melma irresponsabile buona parte dell’economia mondiale, e temiamo che gli effetti non siano finiti, obbliga ormai le menti più aperte a rivedere l’approccio generale all’economia. Lasciamo stare gli accenti forse un po’ ingenui con cui auspicavamo nell’ultimo numero di QE una “nuova Bretton Woods”, sta di fatto che Barack Obama, a capo dell’Amministrazione del Paese più potente del mondo, ha deciso un green new deal come primo e fondante punto di risposta alla crisi economica. Tra poche settimane il piano sarà a punto con maggior dettaglio, ma vediamo le cifre avanzate e le conseguenze. Gli occupati previsti nel settore delle rinnovabili – non meno di 2 milioni e mezzo – vanno a ricoprire i posti di lavoro persi negli US in tutti i settori per la crisi economica, i 150 miliardi di dollari di investimenti pubblici attiveranno un’almeno pari capacità privata. In termini macroeconomici questo vuol dire che da qui al 2020 gli States, titolari di poco meno di un quinto del PIL mondiale, si addosserebbero circa la metà degli investimenti previsti dallo scenario cosiddetto “più favorevole” (quello col picco delle emissioni globali di CO2 al 2015). Il green deal di Obama non ha luogo nel vuoto. E’ ormai esplicita la competizione di Francia, Regno Unito e Germania per la leadership dell’innovazione tecnologica del 20-20-20, con Spagna e Danimarca tutt’altro che al balcone ad assistere. Non è azzardato pensare che entro il 2009 anche la Cina punterà con decisione la barra nella stessa direzione. Il livello di investimenti prevedibile è superiore a quello americano. Complessivamente, al traguardo 2012 di Kyoto non sarebbe una sorpresa se la realtà avrà superato lo scenario “più favorevole” e se l’economia avrà ripreso fiato perché si starà muovendo lungo una nuova e diversa rotta. E l’Italia? Il governo si muove (?) in direzione opposta, rivelando proprio su questo terreno il suo carattere più passatista e propriamente reazionario. Il maggior partito d’opposizione, percorso dai riflessi condizionati delle risposte economiche “classiche”, ha proiettato al più qualche gradevole spot, ma non c’è traccia che voglia fare del green new deal un terreno di confronto e di scontro con il governo, proprio lì dove maggiormente si apprezzerebbe, e sarebbe più incisiva, la differenza. Innovazione, progetti e colossali investimenti indirizzati dalla mano pubblica su tutte le attività di risparmio energetico e di produzione di energie rinnovabili. Un’iniziativa forte e in qualche modo corale, globale, per contrastare gli squilibri economici e gli sfasci della globalizzazione finanziaria fuori controllo, il loro male morale e sociale. Il coinvolgimento dei grandi paesi emergenti. Per dare, finalmente, energia, acqua e cibo ai poveri del mondo. Erano gli auspici che rivolgevamo la volta scorsa per il nuovo anno. Terreno impervio e difficilissimo, ma qualche cosa, nel mondo, sta davvero cambiando. E li fa sembrare un po’ meno utopistici.