LA FILOSOFIA IN HEGEL

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LA FILOSOFIA IN HEGEL
(dall’Abbagnano)
E’” l’idea che pensa se stessa” e “ la verità assoluta e intera” (Enciclopedia), cioè il momento in cui
l’Assoluto acquista coscienza di sé in forma concettuale. La filosofia ha in comune i suoi oggetti
con la religione “perché oggetto di entrambe è la verità, e nel senso altissimo della parola – in
quanto cioè Dio, e Dio solo è la verità”, anche se essa, a differenza della religione “manifesta
l’esigenza di mostrare la necessità del suo contenuto”. In quanto “considerazione pensante degli
oggetti”, la filosofia ha come scopo supremo e fine specifico la dimostrazione della razionalità del
reale: “Comprendere ciò che è, è il compito della filosofia, poiché ciò che è, è la ragione. Di
conseguenza essa risulta simile alla nottola di Minerva, che “inizia il suo volo soltanto sul far del
crepuscolo”, cioè quando la realtà è già bell’e fatta. Essa deve dunque mantenersi in pace con la
realtà, e rinunciare alla pretesa assurda di determinarla e guidarla. Deve soltanto portare nella forma
del pensiero, cioè elaborare in concetti, il contenuto reale che l’esperienza le offre, dimostrandone,
con la riflessione, l’intrinseca razionalità. Vista in rapporto all’epoca in cui sorge, essa può essere
definita come “il proprio tempo appreso in pensieri”.
LA FILOSOFIA IN MARX
(dall’Abbagnano)
Secondo Marx l’esito del giustificazionismo speculativo hegeliano (per il quale ciò che è razionale è
reale) è un giustificazionismo politico, che facendo la corte ai fatti conduce alla accettazione delle
istituzioni statali vigenti, puntellando ideologicamente la reazione.
Invece si tratta di cogliere il “movimento reale” della storia, aldilà delle rappresentazioni
ideologiche che ne hanno velato da sempre la struttura effettiva e le concrete forze motrici, dato che
(XI tesi su Feuerbach) “I filosofi hanno soltanto diversamente interpretato il mondo; si tratta ora di
trasformarlo”.
Per Marx è ideologia qualunque falsa, mistificante rappresentazione della realtà, che sostituisce alla
comprensione oggettiva dei rapporti reali tra gli uomini una immagine deformata di essi. Occorre
svelare aldilà della ideologia la verità sulla storia, mediante il raggiungimento di un punto di vista
obiettivo sulla società, che permetta di descrivere ciò che gli uomini sono realmente. Questo
programma comporta la distruzione della vecchia filosofia idealistica e l’inaugurazione di una
nuova “scienza”, in relazione a cui la filosofia viene ad assumere l’ufficio strumentale di “sintesi
dei risultati più generali che è possibile astrarre dall’esame dello sviluppo storico degli uomini”
(l’Ideologia Tedesca)..
Inoltre, in forza della sua concezione materialistica della storia, Marx ritiene che le dottrine
filosofiche (in quanto sovrastruttura) non debbano idealisticamente essere ritenute realtà a sé stanti,
ma come espressioni più o meno dirette dei rapporti che definiscono la struttura di una certa società
storica. Le vere forze motrici della storia non sono infatti di natura spirituale, come pensavano
perlopiù i filosofi precedenti, bensì di natura socio economica.
LA MORTE DI DIO IN NIETZSCHE E LE SUE CONSEGUENZE
(dall’Abbagnano)
Espressione mediante cui N. allude al venir meno di tutte le certezze assolute che hanno sorretto gli
uomini attraverso i millenni, come stabili punti di riferimento, capaci di esorcizzare” lo sgomento
provocato dal flusso caotico e irrazionale delle cose”. Con la morte di Dio la critica della morale
tradizionale e del cristianesimo trova il suo apice, poiché Dio è il simbolo di ogni prospettiva oltre
mondana ed antivitale, e quindi la più antica delle bugie vitali, la nostra “più lunga menzogna”,
espressione di una paura di fronte all’essere. Tale vicenda viene presentata da N. come un evento in
corso, del quale l’uomo-folle (il filosofo-profeta) scorge lucidamente l’accadere, ma di cui
l’umanità non ha ancora preso coscienza. L’accettazione della morte di Dio rappresenta il
presupposto necessario della transizione dell’uomo al superuomo, nel momento in cui si trova a
superare il senso di vertigine e di smarrimento che subentrano al venir meno di certezze assolute, e
si appresta a divenire dio lui stesso per apparire degno della grandezza della azione più
grande.”Morti sono tutti gli dei, ora vogliamo che il superuomo viva” (CPZ)
Morte di Dio e avvento del superuomo sono espressione di un nichilismo “radicale”.
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