Cooperazione ed Economia dello Sviluppo Parte prima L’economia dello sviluppo Capitolo 1 Lo sviluppo........................................ Pag. 8 1. Introduzione all’economia dello sviluppo: oggetto di studio ed origini. - 2. Lo “sviluppo” nella storia del pensiero economico. - 3. Crescita economica e sviluppo. - 4. Significato del termine sviluppo e sue principali accezioni. - 5. Sviluppo economico degli anni Duemila e successiva crisi mondiale. Capitolo 2 Il sottosviluppo............................. Pag. 22 1. Le origini storiche del sottosviluppo. - 2. Il sottosviluppo nell’era del capitalismo. - 3. Le caratteristiche dei Paesi sottosviluppati. - 4. Sottosviluppo: uno sguardo al presente. Capitolo 3 Le teorie economiche dello sviluppo...... Pag. 33 1. Introduzione: i paradigmi di crescita. - 2. Il modello di crescita di Harrod e Domar. - 3. Critiche al modello di crescita di Harrod e Domar. - 4. Il modello di Lewis. - 5. Limiti del modello di Lewis. - 6. Le teorie della dipendenza. - 7. Le teorie neoclassiche: il modello di Solow. - 8. La recente teoria dello sviluppo e della crescita endogena. Capitolo 4 Le variabili dello sviluppo.............. Pag. 50 1. Quadro generale dei fattori di sviluppo. - 2. La crescita demografica e la trappola malthusiana. - 3. Il progresso tecnico.­- 4. Il capitale umano. - 5. Il commercio internazionale. - 6. La distribuzione del reddito. - 7. Le istituzioni. Edizioni Simone - Vol. 44/7 Compendio di Cooperazione ed Economia dello Sviluppo Parte primaL’economia dello sviluppo Capitolo 1 Lo Z sviluppo Sommario Z 1. Introduzione all’economia dello sviluppo: oggetto di studio ed origini. - 2. Lo “sviluppo” nella storia del pensiero economico. - 3. Crescita economica e sviluppo. - 4. Significato del termine “sviluppo” e sue principali accezioni. - 5. Sviluppo economico degli anni Duemila e successiva crisi mondiale. 1.Introduzione all’economia dello sviluppo: oggetto di studio ed origini A) Concetto L’economia dello sviluppo, nata come ramo dell’economia politica, poi affermatasi come disciplina autonoma, ha come oggetto di studio le economie meno sviluppate, analizzando in particolare la loro evoluzione e trasformazione nonché gli squilibri esistenti tra queste e le economie più avanzate. Tale settore di studi, partendo da un’analisi empirica dei fattori che determinano il processo di sviluppo, si sofferma sui meccanismi economici, sociali, politici ed istituzionali (sia pubblici che privati) che ne sono alla base e mira all’elaborazione di teorie e modelli improntati alla determinazione di politiche e pratiche che, a livello nazionale ed internazionale, possano consentire il passaggio da una condizione di sottosviluppo ad una di sviluppo per un conseguente miglioramento degli standard di vita delle popolazioni del cd. “Terzo Mondo” (1). Gli economisti dello sviluppo ricorrono, per le loro ricerche, a metodi matematici propri dell’economia classica (quantitativi e qualitativi) senza, però, trascurare l’impatto dei fattori sociali e politici. Per questo motivo l’economia dello sviluppo è inquadrata nella più ampia categoria di discipline che compongono i “Development Studies”. B) Sviluppo storico La povertà diffusa e il divario tra ricchi e poveri rappresenta un problema politico di ogni tempo: il sistema tributario dell’antica Roma prevedeva che una parte delle entrate fosse destinata al mantenimento della plebe; l’Inghilterra del Settecento tutelava (1) L’espressione «Terzo Mondo» è stata coniata nel 1952 dall’economista e sociologo francese Alfred Sauvy per riferirsi ai Paesi meno sviluppati parafrasando l’espressione «Terzo Stato» utilizzata dall’abate Emmanuel Joseph Sieyès in occasione della Rivoluzione francese (1789); quest’ultima faceva riferimento al ceto dei borghesi, degli operai e dei contadini nell’Ancien Régime, ossia a quegli strati sociali che, pur costituendo la quasi totalità della popolazione, vedevano riconoscersi un peso politico pressoché ininfluente nella Francia prerivoluzionaria, dominata dai due ceti del clero e della nobiltà. Capitolo 1 Lo sviluppo Z9 anche i ceti più poveri, così come le politiche sociali attuate nella seconda metà dell’Ottocento dalla Germania bismarckiana; il più antico concetto di solidarietà sviluppato da tutte le grandi religioni è direttamente collegabile al dovere morale di aiutare gli individui e i gruppi sociali meno fortunati. Sebbene, quindi, la consapevolezza dell’esistenza di individui, comunità e popoli ricchi e poveri non sia sorta nell’età contemporanea, solo dopo la seconda guerra mondiale (1945) l’economia dello sviluppo ha assunto i caratteri di autonoma disciplina. Con l’inizio del processo di decolonizzazione e in seguito all’adesione dei nuovi Stati alle Organizzazioni internazionali, infatti, si è accentuato il divario tra pochi Paesi ricchi e il resto del mondo e sono emerse, con maggior evidenza, le problematiche connesse all’attuale “gap” mondiale. Nella seconda metà degli anni Quaranta e Cinquanta del XX secolo si sono diffusi i concetti di “sviluppo” e “sottosviluppo” così che la disciplina ha assunto importanza crescente con l’aspirazione di influenzare le politiche di sviluppo nazionali ed internazionali. Tale aspirazione, in realtà, non si è tradotta in risultati concreti di rilievo: dopo il primo decennio degli anni Duemila fare il punto delle politiche mondiali e dei risultati che ha importato il processo di “sviluppo” porta a conclusioni deludenti… i poveri in tutto il mondo sono sensibilmente aumentati ed è emersa chiara la prevalente matrice politica alla base delle varie iniziative intraprese in questo settore, a dispetto delle intenzioni solidali e di crescita globale emerse già dal secondo dopoguerra. 2.Lo “sviluppo” nella storia del pensiero economico A) Introduzione Prima dell’affermazione dell’“economia dello sviluppo” come disciplina autonoma, le problematiche legate allo sviluppo e alle sue cause non sono stati del tutto ignorate dagli economisti. Adam Smith, che con la pubblicazione dell’Indagine sopra la natura e le cause della ricchezza delle Nazioni (1776), è considerato il padre della moderna teoria economica, affronta il tema dello sviluppo introducendo argomentazioni ancora attuali e tenute presenti dai moderni studiosi. Lo stesso interesse si riscontra in altri economisti classici come Ricardo e Malthus; solo con l’affermazione del paradigma neoclassico l’attenzione alle problematiche connesse allo sviluppo va scemando. Nel corso degli anni cambia il significato che si dà allo sviluppo (e, di conseguenza anche ai fattori che lo determinano) dal momento che per lungo tempo esso viene identificato e confuso con il fenomeno della crescita economica e con la sola crescita del Prodotto Nazionale Lordo (PNL). Questa identificazione tra i due concetti (sviluppo = crescita economica) è oggi da considerarsi semplicistica e, comunque, superata. 10 Z Parte prima L’economia dello sviluppo Diamo di seguito un excursus nella storia del pensiero economico in relazione all’evoluzione del concetto di sviluppo. B) Gli economisti classici (Smith, Malthus e Ricardo) Gli economisti classici concentrano la propria analisi sui meccanismi di produzione, incremento e distribuzione della ricchezza delle nazioni partendo dalla considerazione che ogni società è divisa in classi e che la dimensione storica, sociale ed istituzionale non è separabile da quella economica. L’attenzione degli studiosi è, così, concentrata non sul singolo individuo, ma sulla classe o categoria economica di appartenenza. Secondo Adam Smith (1723-1790), lo sviluppo trova il suo fondamento nella divisione del lavoro, che si distingue in produttivo ed improduttivo. Il lavoro manifatturiero, “che aggiunge valore a quello della materia cui è applicato”, è da considerarsi produttivo. Il lavoro svolto da altre categorie di prestatori come, ad esempio, domestici, impiegati pubblici, professionisti, “che non si fissa in un oggetto”, è, al contrario, da considerarsi improduttivo. Secondo lo studioso scozzese mentre i lavoratori spendono il loro salario per la sussistenza e le rendite dei proprietari terrieri vengono utilizzate sia per il sostentamento che per l’acquisto di beni di lusso, sono esclusivamente gli imprenditori capitalisti che, dopo aver soddisfatto i loro bisogni economici, investono il restante sovrappiù in nuove attività che portano ad impiegare lavoratori produttivi, innescando così un processo di crescita globale. In altre parole, l’ipotesi sviluppata dall’autore è che l’accumulazione del capitale sia condizionata dalla preferenza per il risparmio che contraddistingue le classi ricche, in particolare quella imprenditoriale. Il capitale, infatti, non solo permette di accrescere la produttività del lavoro, ma anche di aumentare il numero di lavoratori produttivi facilitando il progresso e l’aumento della produzione nazionale. La divisione del lavoro (2), tipica dei sistemi produttivi avanzati, accresce sia la produttività del lavoro stesso, riducendo i costi di produzione, sia il volume complessivo dei profitti, degli investimenti, della domanda e dei salari. Si innesca in tal modo un circolo virtuoso di crescita che conduce all’arricchimento di un Paese. Smith rispetto ai suoi predecessori rappresenta un grande innovatore perché per la prima volta considera la ricchezza di un Paese in termini di prodotto pro capite e non di ricchezza del sovrano o di prodotto aggregato, individuando quali fattori di crescita (ritenuti tali anche dalla successive teorie economiche): — l’impiego del capitale risparmiato nell’occupazione di lavoratori produttivi; — il capitale umano; — il progresso tecnico. (2) È data dalla specializzazione del lavoratore in una particolare fase del processo produttivo: quanto più una operazione viene scissa nelle sue componenti elementari affidate ai singoli operai, tanto più il lavoratore preposto diviene esperto, specializzato e rapido abbassando, così, i costi di produzione. Da tale assioma successivamente è nato il sistema della “catena di montaggio” introdotto nelle moderne industrie da Henry Ford. Capitolo 1 Lo sviluppo Z 11 In una visione ottimistica del futuro, nella sua monumentale opera Indagine sopra la natura e le cause della ricchezza delle Nazioni Smith postula che l’ampliamento del mercato internazionale determini anche lo sviluppo dei popoli precedentemente oggetto di sfruttamento da parte dei ricchi Paesi europei. Smith, dunque, sebbene sia sostenitore del libero mercato, non nega l’importanza dell’intervento delle istituzioni nel processo di sviluppo. Come Smith anche Malthus (1766-1834) nel Saggio sul principio della popolazione (1798) fonda i suoi studi sul convincimento circa il potere delle istituzioni nel determinare la crescita di un Paese. La visione di Malthus però è più pessimistica: gli investimenti, sostenuti dall’accumulazione degli imprenditori, generano inizialmente una crescita della produzione che induce sì ad un incremento della domanda di lavoro e, di conseguenza, ad un aumento dei salari, ma tale maggiore disponibilità economica dei lavoratori innesca un processo di crescita demografica a cui segue un innalzamento del prezzo dei beni necessari che fanno diminuire il potere d’acquisto reale del salario. La miseria degli strati sociali più deboli deriverebbe, pertanto, dal fatto che la popolazione tende ad aumentare più rapidamente dei mezzi di sussistenza, ossia da un livello di produzione insufficiente rispetto alla domanda. Uno dei rimedi suggeriti da Malthus era quello di favorire, soprattutto fra i poveri, una limitazione volontaria delle nascite. Un altro economista classico che apporta un notevole contributo alle moderne teorie dello sviluppo è David Ricardo (1772-1823). L’autore londinese ritiene nella sua opera più famosa Principi dell’economia politica e della tassazione (1817) che la distribuzione del reddito tra capitalisti, lavoratori e proprietari terrieri ha conseguenze importanti per lo sviluppo di un Paese. La crescita dipende dall’accumulazione di capitale, determinato, a sua volta, dal livello di profitto dei capitalisti e dalle incidenze delle imposte su di esso. Come nell’analisi smithiana, infatti, anche in quella ricardiana gli imprenditori costituiscono il motore dell’economia in quanto reinvestono i loro profitti per creare ulteriore ricchezza, mentre la parte di reddito nazionale spettante ai lavoratori è fissata al salario di sussistenza e i redditieri spendono completamente quello che percepiscono in consumi improduttivi. Il profitto, in particolare, è rappresentato dal reddito totale meno le rendite ed i salari. Nel corso del processo di sviluppo con l’aumentare della popolazione cresce la domanda di beni alimentari. Una domanda crescente, in una società chiusa, cioè non aperta al commercio con l’estero, può essere soddisfatta solo mettendo a coltivazione terre progressivamente meno fertili e/o più lontane dai mercati, con la conseguenza che su tali terreni il rapporto produzione/materie prime impiegate risulta più oneroso. La concorrenza tra gli imprenditori agricoli (fittavoli) per accaparrarsi le terre migliori dapprima genera e poi fa aumentare le rendite da corrispondere ai proprietari terrieri. In sostanza, la messa a coltura di terre sempre meno fertili provoca un continuo aumento delle rendite (cd. rendite ricardiane) che, muovendosi in contrapposizione ai 12 Z Parte prima L’economia dello sviluppo profitti dei fittavoli, ostacolano la crescita economica portando il sistema economico ad un livello stazionario. Da quanto appena detto si comprende anche la posizione di Ricardo contro i dazi posti sui beni agricoli e la sua idea che l’importazione di cereali stranieri costituisse un sistema sicuro per annullare gli effetti, poc’anzi descritti, relativi alla crescita della popolazione. C) La teoria marxista Più complessa ed articolata è la teoria economica di Marx (1818-1883) che, ponendosi in posizione critica nei confronti degli altri economisti classici, condivide con essi il concetto di “sovrappiù”. Il filosofo di Treviri concentra la sua attenzione sullo sviluppo di una determinata modalità di produzione che influenza l’intera organizzazione della società e dell’economia e sulla quale si fonda il cd. “sistema capitalistico”. Anche Karl Marx ritiene che la società sia divisa in classi e che le mutazioni socioeconomiche derivino da una costante conflittualità tra le stesse (la cd. lotta di classe): secondo Marx, se una classe sociale assume un ruolo dominante, un’altra, portatrice di interessi di natura opposta, ne insidierà il potere fino a diventare essa stessa classe dominante e ad avere, a sua volta, una classe emergente come propria antagonista. Nel momento storico in cui Marx elabora le sue argomentazioni la classe dominante è quella dei capitalisti industriali, titolari dei mezzi di produzione, a cui si contrappone quella dei proletari, che dispongono solo della propria forza-lavoro (ossia della capacità di lavorare). I capitalisti investono il proprio capitale nella produzione di beni, corrispondendo un salario ai proletari; il valore delle merci è dato dal lavoro impiegato per la loro produzione, ma in realtà esse vengono vendute ad un prezzo maggiore rispetto ai salari pagati affinché il capitalista possa trarne un profitto: la differenza tra il salario e il prezzo della merce, che Marx chiama plusvalore, è dunque lucrata dall’imprenditore, e costituisce l’aspetto più evidente dello sfruttamento dei lavoratori che caratterizza il sistema capitalistico. Marx individua, rispetto ai suoi predecessori, altri fattori di sviluppo dell’economia capitalista quali il progresso scientifico, la moneta e il commercio internazionale. Come Smith, non ignora il divario tra i Paesi industrializzati e quelli colonizzati, ma ritiene che il colonialismo, malgrado tutto, debba essere considerato necessario, anzi fattore storicamente e temporaneamente indispensabile di crescita economica, in grado di innescare nelle economie arcaiche tecniche produttive più avanzate. D)I neoclassici, Schumpeter e Keynes Alla fine del XIX secolo, con l’affermazione delle teorie economiche neoclassiche, lo studio dello sviluppo e delle problematiche ad esso legate assume scarso rilievo. Tratti comuni alla scuola neoclassica sono l’individualismo metodologico, ossia la convinzione che i fenomeni economici siano sempre riconducibili alle scelte degli individui (l’attenzione non è più concentrata, dunque, sulle classi sociali), e il nuovo principio secondo cui il valore di un prodotto non è legato alla quantità di lavoro in Capitolo 1 Lo sviluppo Z 13 esso incorporato, come avevano affermato i classici, né risiede solo nell’utilità attribuita dal consumatore all’ultima unità acquistata o consumata (cd. utilità marginale), come sostenuto dai marginalisti, ma dipende contemporaneamente dal costo di produzione e dall’utilità che i consumatori gli attribuiscono. Per i neoclassici le istituzioni, i rapporti sociali e il contesto storico non influenzano l’economia, in relazione alla quale è così possibile formulare leggi e teorie universali, valide cioè oltre il tempo e lo spazio. Non crede, invece, nell’esistenza di leggi esatte e immutabili Joseph Schumpeter (1883-1950), che rappresenta una figura ibrida nel panorama delle scienze economiche e sociali. Discostandosi dai neoclassici, Schumpeter affronta il problema dello sviluppo nella sua Teoria dello sviluppo economico, ritenendolo un elemento tipico del processo economico capitalistico e affermando che esso non è semplice crescita economica, ma trasformazione profonda del sistema, che investe anche le scelte del singolo, i rapporti sociali e i metodi di produzione. Fondamentali per lo sviluppo sono le figure carismatiche del produttore-innovatore, ossia di colui che è capace di introdurre innovazioni tecnologiche nel processo produttivo, e del banchiere, che con altrettanto intuito e senso di lungimiranza ha il compito di selezionare, tra tutte le richieste di finanziamenti, quelle riferite a innovazioni maggiormente improntate al successo. Le precedenti teorie vengono parzialmente superate, a partire dalla prima metà del XX secolo, dal pensiero di John Maynard Keynes (1883-1946) che, seppure nelle sue opere principali non si occupi direttamente di sviluppo, risulta determinante per il contributo dato alla nascita di questo moderno ramo dell’economia. Gli investimenti, che egli ritiene importanti per la crescita del reddito nazionale, dai suoi successori saranno considerati determinanti per innescare o sostenere il processo di sviluppo anche dei Paesi arretrati. Allo stesso modo l’insuperato economista britannico richiama l’attenzione alla fondamentale importanza delle politiche macroeconomiche e dell’intervento pubblico per compensare gli squilibri del mercato. L’interventismo dello Stato nell’economia, in particolare, influenzerà i primi programmi di sviluppo del dopoguerra (1945). 3.Crescita economica e sviluppo A) Le definizioni Prima di addentrarsi nello studio della materia è opportuno chiarire due concetti fondamentali spesso confusi e ricondotti ad un unico significato. Nel linguaggio comune, ma anche in quello economico, il termine sviluppo è spesso usato come sinonimo di crescita. La crescita economica rappresenta solo una dimensione del più complesso fenomeno dello sviluppo in quanto si limita a generare un aumento della produzione e/o del reddito. 14 Z Parte prima L’economia dello sviluppo Lo sviluppo, invece, oltre alla crescita come ora descritta comporta anche cambiamenti strutturali, istituzionali e qualitativi, derivanti dall’espansione delle capacità produttive di un sistema economico. Per sviluppo, dunque, si intende l’insieme dei processi di trasformazione di tipo economico, sociale ed istituzionale capaci di condurre verso una condizione di vita migliore rispetto a quella vissuta in precedenza. La crescita, da sola, è condizione necessaria, ma non sufficiente perché si generi lo sviluppo: un aumento del Prodotto Interno Lordo (PIL) di un dato Paese non comporta automaticamente un miglioramento economico e sociale per i singoli se, ad esempio, ad esso non si accompagna anche un incremento del Benessere Interno Lordo (BIN), inteso come somma del benessere dei singoli cittadini e risultante da una molteplicità di fattori (efficienza nei servizi, igiene ambientale etc.). Il diverso significato dei due termini crescita e sviluppo risulta più evidente ed immediato alla luce dell’analogia con il corpo umano: “la crescita interessa gli aggregati principali, come l’altezza o il peso, mentre lo sviluppo implica cambiamenti nelle capacità funzionali, di coordinazione fisica, di capacità di apprendimento o di adattamento ai mutamenti” (Herrick e Kindleberger). B) I modelli economici Il diverso significato attribuito ai termini “crescita” e “sviluppo” dà luogo alla creazione di modelli della teoria economica tra loro difformi: — i modelli di crescita economica prendono in considerazione un numero limitato di prodotti e fattori produttivi (tra questi ultimi natura, capitale, lavoro etc.); inoltre tutte le relazioni sono espresse in termini matematici e sono empiricamente verificabili (ROMANO). Questi modelli sono alla base degli studi economici compiuti tra gli anni Quaranta e Cinquanta e sono stati impiegati per analizzare le condizioni che possono assicurare, per esempio, la crescita del PIL in sistemi economici già sviluppati in quanto elaborati guardando all’evoluzione storica di tali contesti; — i modelli di sviluppo economico ricorrono a variabili non immediatamente quantificabili, come, ad esempio, la povertà o i rapporti tra città e campagna, il benessere collettivo, e si rivelano più idonei a cogliere globalmente le peculiarità delle diverse condizioni del Terzo Mondo. Per poter studiare lo sviluppo è necessario innanzitutto circoscrivere l’oggetto di cui si intende osservare il mutamento, che deve riferirsi ad un’entità concreta (e non a un modello astratto), come un Paese o una regione. Bisogna poi fissare determinati criteri di misurazione, che differiscono a seconda delle diverse teorie economiche e, infine, valutare il punto di arrivo che si vuole raggiungere stimolando il processo di sviluppo. Capitolo 1 Lo sviluppo Z 15 4.Significato del termine “sviluppo” e sue principali accezioni Dal momento che, come già accennato in precedenza, lo sviluppo è un concetto più ampio e complesso rispetto a quello di crescita, che oltre a grandezze puramente economiche (PIL, reddito pro capite etc.) si riferisce anche ai mutamenti sociali e istituzionali all’interno di un sistema economico, il tentativo di individuare una definizione unanimemente accettata non ha condotto a risultati soddisfacenti. In Economia tre sono i principali significati che vi si possono attribuire. A) Lo sviluppo come fattore di crescita del Prodotto Nazionale Prima degli anni Settanta lo sviluppo è stato visto solo come un semplice fenomeno di crescita del Prodotto Nazionale Lordo (PNL) o del Prodotto Interno Lordo (PIL), dunque ancora seguendo una prospettiva di analisi che identificava lo sviluppo con la crescita economica, in particolare con la crescita del reddito nazionale (MONTALBANO-TRIULZI). La misurazione dello sviluppo limitato a tali indicatori mostra evidenti punti di incompletezza perché non è in grado di valutare con precisione la situazione globale (politica, sociale ed conomica) dei “Paesi sottosviluppati”, caratterizzati da un’economia “informale” o “sommersa” che, come tale, non è misurabile da detti indici. PNL e PIL, inoltre, perdono di attendibilità ed efficacia se vengono utilizzati per confrontare Stati con strutture socioeconomiche non omogenee. Gli eventi storici confermano tali limiti: negli anni Cinquanta e Sessanta, infatti, la crescita economica di alcuni Stati del Terzo Mondo non è stata accompagnata da un miglioramento delle condizioni di vita della popolazione, né sono diminuite la povertà, le ineguaglianze o la disoccupazione. Al PIL ed al PNL si affianca un altro indicatore di sviluppo, il Prodotto pro capite, che indica l’ammontare di produzione o reddito assegnabile ad ogni abitante di un dato Paese. Tale criterio, pur permettendo una visione più realistica del potere di acquisto di ogni singolo individuo, presenta, come gli altri strumenti di misurazione, alcuni gravi inconvenienti: — il Prodotto, o Reddito pro capite, essendo una misura media della ricchezza prodotta da una nazione, non consente di assumere informazioni reali in relazione ai diversi strati della popolazione. Negli anni Cinquanta con il predominio della teoria del trickle down (sgocciolamento) si pensava che gli iniziali benefici della crescita economica, prima a vantaggio di pochi, si sarebbero poi estesi indistintamente a tutta la popolazione; — nei Paesi in via di sviluppo (PVS) i dati censuari e, in generale, gli studi statistici inerenti alla popolazione rischiano di essere imprecisi e incompleti e presentano spesso margini di errore molto ampi; — come per il PIL ed il PNL, il Prodotto pro capite non tiene conto della produzione destinata all’autoconsumo e/o derivante dall’economia informale ove spesso assume un carattere rilevante non quantificabile; 16 Z Parte prima L’economia dello sviluppo — il Reddito pro capite è generalmente espresso in un’unità monetaria comune che è il dollaro USA; quando espresso in moneta nazionale, è riportato al tasso di cambio ufficiale. I valori così ottenuti però sono influenzati dalle politiche economiche degli Stati sottosviluppati, che possono fissare (es.: per favorire le esportazioni) un tasso di cambio ufficiale diverso da quello effettivo di mercato; da ciò può derivare una sopravvalutazione o più spesso una sottovalutazione del valore della moneta nazionale. Si noti, inoltre, che il tasso di cambio dipende dall’offerta e domanda di moneta determinato dai movimenti di capitale e dagli scambi di merci (tradable) sul mercato mondiale (VOLPI): ne deriva che il reddito pro capite espresso in dollari è generalmente sottostimato per i Paesi meno avanzati (PMA) dato che si tiene conto solo dei prezzi delle merci e servizi oggetto di commercio internazionale. Se il reddito di un Paese del Terzo Mondo è espresso in dollari, tale reddito, in assenza di fattori compensativi, finisce con risultare statisticamente più povero di quanto lo sia realmente. Per ovviare a quest’ultimo inconveniente, la Banca Mondiale (BM) e l’Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU) hanno promosso l’international Comparison Program (ICP), finalizzato ad individuare metodi che rendano le stime relative ai diversi Paesi più aderenti alla realtà nel momento in cui le si confronta a livello internazionale. L’ICP, tenendo conto della media ponderata dei prezzi di 151 categorie di beni, dà vita ad una nuova unità di valore artificiale, chiamata dollaro internazionale, cui viene attribuito pari potere d’acquisto (PPA) in tutti i Paesi. Esso indica la quantità di beni che la moneta locale può acquistare nel Paese invece che il numero di dollari acquistabili sul mercato internazionale. Utilizzando il dollaro PPA per misurare il reddito pro capite il divario tra Paesi ricchi e poveri si riduce rispetto alla stessa misurazione espressa in dollari USA. Gli indicatori a cui si è fatto cenno confermano che la crescita economica rappresenta solo una dimensione dello sviluppo, ma non consentono di rilevare gli effettivi miglioramenti delle condizioni di vita di una popolazione (questi ultimi valutabili solo attraverso ulteriori parametri quali la scolarizzazione, il progresso tecnologico, il quoziente di mortalità etc.). Nonostante ciò, PIL, PNL e Reddito pro capite continuano ad essere tra gli indicatori di sviluppo più usati nelle statistiche internazionali perché ritenuti estremamente sintetici e di immediato valore esplicativo e comparativo: essi, inoltre, consentono una visione generale del divario che separa i Paesi ricchi da quelli poveri, fornendo un quadro complessivo sull’andamento della crescita di uno Stato nel corso del tempo. Il passaggio delle singole economie da “tradizionali” a “monetarie” aumenta la veridicità di tali indicatori. B) Lo sviluppo come modernizzazione o cambiamento strutturale (Rostow) Il concetto di sviluppo coincide in molti punti con quello di modernizzazione, proprio delle scienze sociali, se viene identificato con il cambiamento strutturale, ossia con Capitolo 1 Lo sviluppo Z 17 il passaggio da un’economia tradizionale, caratterizzata da agricoltura e artigianato come attività prevalenti, modesto impiego di capitale, produzione finalizzata all’autoconsumo e rudimentale sistema creditizio, ad un’economia moderna, tipica dei Paesi sviluppati. Una delle più note teorie strutturaliste è la “Teoria degli stadi di sviluppo” elaborata negli anni Sessanta da Walt Withman Rostow (1916-2003). Il noto economista e sociologo, nel suo volume The stages of Economic Growth, afferma che lo sviluppo rappresenta un processo evolutivo unidirezionale, nel corso del quale, attraverso cinque diverse fasi (stages), ogni Paese passa (o passerà) da una situazione originaria di sottosviluppo ad una successiva di pieno sviluppo (VOLPI): — il primo stadio, tipico delle società tradizionali, è caratterizzato dalla presenza di un’economia di sussistenza, vale a dire dall’assenza di un settore industriale e da scarsa produttività del lavoro; — il passaggio al secondo stadio, detto di transizione, si ha quando la società o un gruppo di individui che la compongono, spinti da motivazioni economiche o sociali, desiderosi di incrementare il proprio guadagno, cominciano a cimentarsi in attività commerciali; — si passa alla terza fase, di decollo, solo se la società investe in un buon sistema di istruzione, emana leggi certe, può contare su un accettabile sistema bancario e finanziario. Completata la fase di transizione, secondo Rostow, in meno di cinquant’anni un Paese può assistere al suo decollo economico, contrassegnato da un’espansione della crescita economica a tutti i settori e dall’avvenuto passaggio da un’economia tradizionale ad una moderna; — segue la fase dell’economia matura (quarto stadio), ove la società, la struttura produttiva e le istituzioni consentono uno sviluppo che si autoalimenta: si affermano nuovi settori (banche, quaternario), si assiste ad un miglioramento degli standard di vita per la maggioranza della popolazione; — l’apice del processo di modernizzazione viene raggiunto, però, solo nel quinto stadio, che si identifica con la società moderna, l’età del benessere, caratterizzata da elevata produzione, consumi di massa e continua crescita economica (VOLPI). Rostow espone, così, una panoramica a 360 gradi dell’economia europea e della sua transizione verso la modernizzazione, evidenziando l’importanza di una serie di precondizioni allo sviluppo: per giungere ad una situazione di crescita autosostenuta (che caratterizza la fase di decollo), infatti, occorrono “non solo un aumento della quota di risorse dedicate agli investimenti, ma anche (…) un quadro istituzionale, politico e sociale capace di sostenere adeguatamente tali investimenti, nonché la presenza di buone regole di condotta pubblica” (MONTALBANO-TRIULZI). Non mancano però voci critiche: tale teoria non spiega quali siano i meccanismi che permettono il passaggio da uno stadio all’altro, inoltre è difficile pensare che il pro- 18 Z Parte prima L’economia dello sviluppo cesso di sviluppo possa procedere automaticamente e in maniera lineare in ogni Paese e, soprattutto, si tratta di un modello che tiene conto dell’esperienza di sviluppo delle sole economie occidentali. Lo studioso non valuta, infine, che i PVS presentano realtà strutturali ed assetti istituzionali diversi dalla realtà dell’Europa Occidentale, mentre la sua teoria presuppone un’unicità del percorso di sviluppo; ciò spiega perché essa oggi non incontra più i favori della dottrina. C) Lo sviluppo come fattore di miglioramento della qualità della vita: l’HDI La crescita economica non rappresenta il fine ultimo che le società sottosviluppate devono raggiungere, ma solo un mezzo per realizzare diversi e più articolati obiettivi. L’aumento del reddito e di altre grandezze economiche, infatti, deve tradursi in un più significativo miglioramento delle condizioni di vita della popolazione, ossia in un fenomeno non meramente quantitativo; misurare tale miglioramento, con ciò definendo lo sviluppo in termini di standard di vita, si rivela pertanto un’operazione complessa. Negli anni Settanta si affermò la teoria dei Basic Needs (bisogni essenziali), secondo cui sviluppo significa innanzitutto soddisfacimento dei bisogni primari per l’intera collettività: la crescita economica deve innanzitutto garantire a tutti gli individui le minime quantità di cibo, acqua potabile, vestiario per coprirsi e ripararsi dal freddo, un alloggio, l’accesso alla sanità e all’istruzione. Il principale limite di tale teoria è l’impossibilità di trovare degli indici di misurazione oggettivi: i bisogni, infatti, variano da persona a persona e sono diversi a seconda dell’ambiente (sociale, geografico etc.) in cui l’individuo vive. Il Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo (United Nations Development Program, UNDP) si propone di superare tale limite ed analizzare in maniera comparativa lo sviluppo socio-economico su scala mondiale: nel suo annuale Human Development Report classifica i Paesi membri dell’Organizzazione in base ad un Indice di Sviluppo Umano (Human Development Index, HDI). Tale indice è composto da tre indicatori elementari: — il PIL pro capite espresso in dollari PPA; — la speranza di vita alla nascita; — il livello di istruzione. Ancora oggi numerose indagini statistiche finalizzate alla misurazione dello sviluppo continuano a tener conto degli indicatori classici come il prodotto pro capite, ma ad esso affiancano altri indicatori di tipo politico e sociale. Capitolo 1 Lo sviluppo Z 19 Tabella 1.1 – I 30 Paesi con il più alto indice di sviluppo umano Paesi Norvegia Australia Paesi Bassi Stati Uniti Nuova Zelanda Canada Irlanda Liechtenstein 1990 0,844 0,873 0,835 0,870 0,828 0,857 0,782 -- 2000 0,913 0,906 0,882 0,897 0,878 0,879 0,869 -- 2005 0,938 0,918 0,890 0,902 0,899 0,892 0,898 -- 2011 Basso livello di sviluppo umano: 0,0 ≤ HDI ≤ 0,50 0,943 0,929 Medio livello di sviluppo umano: 0,51 ≤ HDI ≤ 0,79 0,910 0,910 Alto livello di sviluppo umano: 0,80 ≤ HDI ≤ 1,00 0,908 0,908 0,908 0,905 Germania Svezia Svizzera Giappone Hong Kong Islanda Corea Danimarca Israele Belgio Austria Francia Slovenia Finlandia Spagna Italia Lussemburgo Singapore Repubblica Ceca Regno Unito Grecia Emirati Arabi Uniti 0,795 0,816 0,833 0,827 0,786 0,807 0,742 0,809 0,802 0,811 0,790 0,777 -0,794 0,749 0,764 0,788 --0,778 0,766 0,690 0,864 0,894 0,873 0,868 0,824 0,863 0,830 0,861 0,856 0,876 0,839 0,846 0,805 0,837 0,839 0,825 0,854 0,801 0,816 0,833 0,802 0,753 0,895 0,896 0,890 0,886 0,850 0,893 0,866 0,885 0,874 0,873 0,860 0,869 0,848 0,875 0,857 0,861 0,865 0,835 0,854 0,855 0,856 0,807 0,905 0,904 0,903 0,901 0,898 0,898 0,897 0,895 0,888 0,886 0,885 0,884 0,884 0,882 0,878 0,874 0,867 0,866 0,865 0,863 0,861 0,846 Fonte: Human Development Report Maggio 2011 Approfondimento n. 1: Calcolo dell’Indice di Sviluppo Umano (HDI) L’Indice di Sviluppo Umano (Human Development Index, HDI) è stato formulato dall’economista pakistano Mahbub ul-Haq nel 1990 con il supporto, tra gli altri, del Premio Nobel per l’economia Armartya Sen, e dal 1993 viene utilizzato dallo United Nations Development Program (UNDP) come indicatore del grado di sviluppo dei Paesi che sia sì immediato e sintetico, ma tenga conto di altre variabili oltre a quella meramente economica. Il grado di sviluppo viene espresso attraverso un valore numerico compreso tra 0 (minimo grado di sviluppo umano) e 1(massimo grado di sviluppo umano). 20 Z Parte prima L’economia dello sviluppo Si arriva a tale valore attraverso un calcolo matematico che dal 2010 prende in considerazione tre dimensioni: — una vita lunga e sana, misurata dall’aspettativa di vita (AV) alla nascita; — l’accesso all’istruzione, misurato dagli anni medi di istruzione (AMI) e dagli anni previsti di istruzione (API); — uno standard di vita dignitoso, misurato dal reddito nazionale lordo pro capite (RNLpc) in termini di PPA in dollari USA. Gli indici relativi a tali dimensioni vengono calcolati nel modo seguente: — indice di aspettativa di vita (IAV) = AV - 20 MAX - 20 IAMI $ IAPI -0 — indice di istruzione (II) = MAX - 0 — indice di reddito (IR) = ln ^ R N L pc h - ln ^ M IN h ln ^ M A X h - ln ^ M IN h MAX e MIN indicano, rispettivamente, i valori massimi e minimi relativi alla dimensione considerata, mentre IAMI (Indice anni medi di istruzione) e IAPI (Indice anni previsti di istruzione) sono pari a: IAMI = AMI - 0 MAX - 0 IAPI = API - 0 MAX - 0 L’HDI è calcolato come media geometrica degli indici IAV, II e IR secondo la formula: H DI = 3 IA V $ II $ IR Tabella 1.2 – Elenco dei Paesi con il più basso indice di sviluppo umano Paesi Haiti Mauritania Lesotho Uganda Togo Comore Zambia Gibuti Ruanda Benin Gambia Sudan Costa d’Avorio Malawi Afghanistan Zimbabwe 1990 0,397 0,353 0,470 0,299 0,368 -0,394 -0,232 0,316 0,317 0,298 0,361 0,291 0,246 0,425 2000 0,421 0,410 0,427 0,372 0,408 -0,371 -0,313 0,378 0,360 0,357 0,374 0,343 0,230 0,372 2005 0,429 0,432 0,417 0,401 0,419 0,428 0,394 0,402 0,376 0,409 0,384 0,383 0,383 0,351 0,340 0,347 2011 0,454 0,453 0,450 0,446 0,435 0,433 0,430 0,430 0,429 0,427 0,420 0,408 0,400 0,400 0,398 0,376 Fonte: Human Development Report Maggio 2011 Paesi 1990 2000 2005 2011 Etiopia Mali Guinea- Bissau Eritrea Guinea Rep. Centr. Africana Sierra Leone Burkina Faso Liberia Chad Mozambico Burundi Niger Rep. Dem. del Congo -0,204 ---- 0,274 0,275 ---- 0,313 0,319 0,340 -0,326 0,363 0,359 0,353 0,349 0,344 0,310 0,306 0,317 0,343 0,241 ---0,200 0,250 0,193 0,252 -0,306 0,286 0,245 0,245 0,229 0,306 0,302 0,300 0,312 0,285 0,267 0,265 0,336 0,331 0,329 0,328 0,322 0,316 0,295 0,289 0,224 0,260 0,286 Capitolo 1 Lo sviluppo Z 21 5.Sviluppo economico degli anni Duemila e successiva crisi mondiale Tra il 2003 e il 2007 i PVS hanno registrato una crescita economica ad un ritmo annuale di circa il 7%, contro il 2,7 dei Paesi industrializzati. Tale crescita è stata più decisa e marcata nei grandi giganti asiatici (Cina e India), di medie proporzioni nel Sudamerica e nelle zone caraibiche, di quasi nessun effetto nell’Africa Sub-Sahariana. I Paesi emergenti, al contrario di quelli meno avanzati (PMA), sono stati oggetto di eccezionali investimenti esteri da parte di attori e Paesi terzi, che hanno portato ad una grande espansione del commercio internazionale, accompagnata da significativi flussi di rimesse degli emigrati. Dopo il 2007, però, ridottisi o venuti meno movimenti e flussi di ricchezza (calo inizialmente legato alla crisi dei mutui negli Stati Uniti), e con l’ulteriore crisi USA del settembre 2008, è iniziato un periodo di recessione globale che ha colpito, in modo particolare, i Paesi europei. La crisi è proseguita anche negli anni successivi, aggravata dal collasso di alcune istituzioni finanziarie d’oltreoceano (es.: Lehman Brothers) e, a partire dal 2009, da una riduzione dei crediti bancari alle imprese che ha drasticamente ridimensionato la capacità produttiva di queste ultime. Ciò ha inciso negativamente, a sua volta, sulla domanda e sui consumi dei privati, e generato bolle speculative che hanno ulteriormente depresso i mercati dei Paesi industrializzati considerati da sempre la locomotiva del sistema economico mondiale. Tale instabilità ha finora toccato solo marginalmente i Paesi asiatici (Cina e India), benché anche nel loro caso si stia recentemente verificando un rallentamento della crescita economica, mentre i PVS hanno duramente risentito del contraccolpo subendo drastiche riduzioni delle esportazioni, caduta della domanda interna e aumenti dei prezzi di prima necessità.