Dott.ssa Maria Rosaria Juli Comportamento Alimentare

Pubblicato su Psichiatria Danubina volume 24, Suppl.1, pp 97-102, 2014:
“The presence of depression in women who are victims of violence. The
experiences of Anti Violence centers in the region of Calabria”.
Consultabile su pubmed
Dott.ssa Maria Rosaria Juli
Psicologo Clinico – Psicoterapeuta - Specialista in Disturbi del
Comportamento Alimentare
L’incidenza della depressione nelle donne vittime di violenza. L’esperienza dei
centri Antiviolenza nella Regione Calabria.
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Sommario
Come emerge da ricerche accreditate dall’Onu, la violenza subita dal partner, dal marito o da altri
familiari è la principale causa di morte o di invalidità per le donne tra i 15 ed i 44 anni. L’OMS ha
inoltre evidenziato che almeno una donna su cinque subisce un pestaggio o uno stupronel corso
della vita. La violenza di genere è senza dubbio un fenomeno ampiamente diffuso su scala mondiale
indipendentemente dalla loro etnia, religione, classe sociale, grado di istruzione. Si tratta di una
esperienza traumatica che produce effetti diversi a seconda del tipo di violenza subita e della
persona che ne è vittima. Esiste un rapporto stretto di causa ed effetto fra violenza e stato di salute
della donna. Sono infatti rilevanti gli effetti primari legati alle conseguenze delle violenze fisiche
dirette sul corpo e gli effetti secondari legati ai danni psicofisici per l’esposizione ripetuta e le
situazioni di impatto traumatico. Le conseguenze sulla salute possono essere di diversa natura,
Fisiche, Psicologiche e Comportamentali, Sessuali e Riproduttive, fino alla Morte. Le prime
importanti conseguenze Psicologiche sono il Disturbo Depressivo e l’Ansia.
L’obiettivo di questo studio è stato quello di analizzare, attraverso la somministrazione di test
diagnostici, le modalità dei legami dei soggetti da una parte, l’attaccamento e le relazioni dall’altra;
in pratica tentare di evidenziare se esiste una stretta relazione tra un Disturbo Depressivo e la
Violenza subita.
Metodo: 20 donne di età compresa tra i 23 ed i 50 anni che hanno subito diverse forme di
violenza, estratte casualmente e seguite dai tre centri Antiviolenza della Regione Calabria.
Risultati: L’Ansia da Separazione spiega l’attuale tratto Depressivo che non è la Depressione
conseguente alla violenza, ma è dovuta alla mancanza di fiducia in se stessi, difficoltà ad
individuarsi e progettare per la propria vita. Tali difficoltà si instaurano nella donna attraverso un
invischiamento relazionale con il suo partner, infatti ciò che è emerso è l’instaurarsi di un
Attaccamento Insicuro.
Discussione: Le donne che hanno subito violenza sono soggetti traumatizzati, che non hanno
superato il trauma, pertanto vulnerabili al dolore. Nelle relazioni che hanno instaurato si sono
sentite responsabili per quanto hanno subito (senso di colpa, mancanza fiducia in se stessa,
difficoltà a separarsi); negando l’Ansia da Separazione sono rimaste invischiate il una relazione
violenta. Il termine Ansia da Separazione denota un aspetto del comportamento, considerata come
una forma patologica così come chiarisce il DSM V (anche negli adulti); infatti è presente l’Ansia
di Separazione che si manifesta con ansia estrema e i soggetti che ne soffrono si legano di più al
partner e/o ai genitori che sono la causa stessa del sintomo. Questo disagio è legato all’infanzia,
perciò l’evidenza suggerisce che c’è una stretta relazione tra ciò che si è vissuto in quella epoca e la
vita adulta.
Conclusione: Le donne vittime di violenza, devono superare l’Ansia di Separazione che si è
instaurata a seguito dei traumi, questi ultimi se non elaborati coincidono con la vergogna ed il senso
di colpa. Ciò sarà possibile con un valido supporto Psicologico/Psicoterapico ed a volte anche
farmacologico per accompagnarle e sostenerle verso una nuova prospettiva di vita.
Parole chiave: violenza e depressione nelle donne.
Introduzione
In Italia i dati relativi alla violenza contro le donne non sono irrilevanti: la violenza
domestica, associata o meno a situazioni di disagio familiare, colpisce donne, anziane
e ragazze minorenni. Stupri, molestie, stalking, offese, minacce, violenza psicologica
subita sia in contesti familiari che exstradomestici, rappresentano ulteriori
manifestazioni di una emergenza sociale. Fino ad ora il problema è stato sottostimato,
probabilmente perché l’ambiente familiare è un ambito considerato privato ed
inviolabile. La società italiana predilige ancora quella visione tradizionalista secondo
cui i “panni sporchi si lavano in famiglia”, una concezione che persiste spesso anche
nell’ottica della vittima la quale preferisce tacere. Violenza sulle donne e
femminicidio non si possono combattere soltanto con le leggi, ma serve una radicale
trasformazione culturale e sociale. E’ essenziale lavorare sulla prevenzione, sulla
normativa a tutela delle vittime, ma il rispetto deve essere insegnato innanzi tutto in
famiglia ed a scuola. Nel 2007 l’ ISTAT definisce la violenza di genere come “male
nascosto” della nostra società; del resto il fenomeno non è solo italiano, ma attraversa
anche se con modalità diverse, tutto il mondo. Le statistiche ufficiali ci consegnano
dati allarmanti da qualsiasi punto di osservazione: dai maltrattamenti, alle violenze, al
femminicidio. Basti pensare che solo nel 2013 le donne uccise sono state 177, ad oggi
(Novembre 2014) sono 180. Spesso i comportamenti violenti sono messi in atto da
una persona in relazione intima con la donna: partner, convivente, ex partner o altri
membri del gruppo familiare. Nella quasi totalità dei casi le violenze non sono
denunciate, il sommerso è elevatissimo e il silenzio sul fenomeno è assordante.
Questo delitto è riconosciuto oggi dalla Comunità Internazionale come una
violazione fondamentale dei diritti umani, è una violenza di genere: violenza del
genere maschile sul genere femminile. Il Consiglio d’Europa ha dichiarato che la
violenza domestica è la principale causa di morte e invalidità per le donne di età
compresa tra i 16 e i 44 anni, con una incidenza maggiore di quella provocata dal
cancro o dagli incidenti automobilistici (Consiglio d’Europa, 2002). Da alcuni anni
l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha lanciato un allarme sui rischi che
le donne corrono a causa della violenza maschile le cui conseguenze rappresentano
un problema gravissimo per la loro salute. L’OMS ha infatti evidenziato come questa
sia un fattore eziologico e di rischio in una serie di patologie di rilevanza per la
popolazione femminile: patologie mentali, ginecologiche e gastroentereologiche.
Metodologia
L’obiettivo di questo studio è stato quello di analizzare, attraverso la
somministrazione di test diagnostici le modalità dei legami dei soggetti da una parte,
l’attaccamento e le relazioni dall’altra. Nello specifico, sono stati presi in esame
quattro aspetti fondamentali: i traumi subiti con l’utilizzo dell’Inventario delle
esperienze traumatiche (TEC), gli stili di attaccamento con la Relationship
Questionnaire (RQ), l’ansia di separazione con l’Adult Separation Anxiety (ASA-27)
e la Depressione con la Hamilton Rating Scale for Depression (HDRS). Il campione
esaminato non presenta le caratteristiche di un vero e proprio disegno di ricerca
sperimentale, sia per numerosità che per appaiamento dei soggetti reclutati, ma si
riferisce piuttosto a donne seguite da me personalmente nel lavoro clinico e
riabilitativo e pertanto assume una valenza esclusivamente esplorativa e del tutto
pioneristica.
Ciononostante i risultati esposti che seguono hanno mostrato interessanti spunti di
riflessione, sebbene siano necessari ulteriori indagini e un significativo aumento della
numerosità del campione per poter concludere una generalizzazione dei dati finora
estrapolati.
Descrizione del campione
Il campione utilizzato in questo lavoro sono 20 donne, tutte vittime di violenza di
genere nelle sue più svariate forme: violenza psicologica, violenza fisica, abuso
sessuale, violenza verbale, violenza economica, stalking. Le donne hanno età
compresa tra i 23 ed i 50 anni, estratte casualmente all’interno dei centri antiviolenza
della Regione Calabria, dove a seguito di ciò che hanno subito hanno la possibilità di
ripristinare la propria inviolabilità e di riconquistare la propria libertà, nel rispetto
della riservatezza e dell’anonimato. Ai soggetti è stata somministrata una batteria
testologica all’interno dei centri nel trimestre Gennaio – Marzo 2014.
Strumenti
La batteria di test psicodiagnostici somministrata alle donne fa riferimento allo stile
di attaccamento delle loro relazioni, ai traumi subiti durante le fasi della vita, all’ansia
di separazione ed alla eventuale presenza di un tratto depressivo attuale. Qui di
seguito verrà riportata una breve descrizione dei test utilizzati e delle variabili da essi
indagate.
(ASA – 27): è uno strumento self – report checklist autosomministrato con scala
likert da 0 a 3; i 27 items si riferiscono a sintomi che il soggetto avrebbe potuto
manifestare nell’età adulta (oltre i 18 anni) ordinate per intensità in merito all’ansia di
separazione. Ogni risposta può variare da 0 a 3 per cui le possibilità di risposta
possono essere: «mai», «qualche volta»; «abbastanza spesso», «molto spesso»;
(TEC) Traumatic Exsperience checklist: è una scala likert che va da 1 a 5
(nessuno, poco, abbastanza, molto, moltissimo); il test misura 29 tipi di trauma a che
età è avvenuto il trauma e soprattutto l’impatto che ha avuto psicologicamente sul
soggetto. I 29 tipi di trauma riguardano: trascuratezza, problemi psichiatrici familiari,
lutti precoci, lutti, esperienze di guerra, grave malattia, minaccia alla propria vita,
divorzio dei genitori, divorzio personale, dolore fisico, esperienze di guerra, vittime
di guerra di seconda generazione, essere testimone di un trauma, trascuratezza
emotiva, abuso emotivo, abuso fisico, punizioni bizzarre, molesti sessuali, abuso
sessuale.
(RQ) Relationship Questionnaire: Self- report misura l’attaccamento, più
precisamente quattro forme di attaccamento o stili di relazione: Sicuro, Insicuro –
Distanziante, Insicuro –Preoccupato, Insicuro – Timoroso. Molto usato in ambito di
ricerca nell’attaccamento, la seconda parte è caratterizzata da una scala likert (da 1 a
7) e ci fornisce una valutazione delle caratteristiche delle modalità dell’intimacy, dei
legami del soggetto, per cui da una parte l’attaccamento dall’altra le relazioni.
(HDRS) Scala di Hamilton per la depressione: la scala inventata da Hamilton nel
1960, fornisce un modo semplice per valutare quantitativamente la gravità delle
condizioni della persona e per documentare le modificazioni di tali condizioni. E’
composta da 21 item, generalmente i primi 17 sono considerati quelli nucleari della
depressione ed è su questi che di solito viene definito il cut – off di gravità che può
essere così schematizzato:
≥ 25 depressione grave; 18 – 24 depressione moderata; 8 – 17 depressione lieve; ≤7
assenza di depressione. Poiché il punteggio totale non può essere considerato
espressione della gravità della depressione, ma piuttosto, data l’eterogeneità degli
item, della sua pervasività, vengono generalmente utilizzati i punteggi nei fattori.
Risultati
Dalla somministrazione dei test sono emersi diversi indicatori, in particolare tutte le
donne hanno subito violenza durante la loro infanzia e pre – adolescenza, in età
compresa tra 6 mesi e 20 anni. Su 20 donne, la violenza maggiormente subita è
l’abuso emotivo, segue la trascuratezza emotiva, 7 hanno subito punizioni bizzarre,
A seguito di violenza subita 6 donne dichiarano di non aver ricevuto supporto, 8
dichiarano di averne ricevuto poco, solo 5 donne hanno ricevuto molto supporto.
Il campione è stato suddiviso in 5 categorie ottenute attraverso analisi dei cluster
gerarchica (metodo K-medie) sui 27 TEC, operazione necessaria per aumentare la
variabilità interna del campione.
Dalle analisi delle frequenze, come dimostra la fig. 1, emerge che: il 5% delle donne
non è depresso, il 60% ha una depressione lieve, il 25% depressione moderata ed il
10% soffre di una grave depressione.
In merito all’attaccamento risulta che:
il 45% delle donne ha un attaccamento
Distanziante, il 35% Timoroso, il 15% Preoccupato, il 5% Sicuro, figura 2.
L’ansia di separazione è presente nell’80% delle donne .
Fig.1
Fig 2
Discussione
Le conseguenze della violenza sulla salute femminile possono essere dirette o
indirette. Le conseguenze dirette sono quelle derivanti ad esempio a seguito di una
aggressione fisica, quelle indirette sono scatenate dallo stress e mediate dal
malfunzionamento del sistema immunitario e possono colpire qualsiasi organo o
funzione. Le conseguenze sanitarie della violenza sono state individuate dall’OMS
nei danni fisici (comprese le lacerazioni, le fratture ed i danni agli organi interni), le
disabilità temporanee e permanenti, le gravidanze indesiderate, i problemi
ginecologici (infiammazione delle ovaie e dell’utero, infezioni vaginali, dolore
mestruale, dolore pelvico, irregolarità del ciclo mestruale), le malattie sessualmente
trasmesse (compreso l’AIDS), i problemi gastrointestinali e la sindrome del colon
irritabile, i problemi cardiovascolari, l’asma, e i comportamenti auto – lesivi (fumo,
abuso di alcool, promiscuità sessuale).
La tabella di seguito mostra i danni maggiori che l’OMS ha segnalato come
conseguenze della violenza:
Fisiche
Lesioni
Psicologiche
Comportamentali
Contusioni e lividi
cronico
da
dell’alimentazione e del
sonno
dolore Sensi di vergogna e colpa
Mortalità materna
Infiammazione pelvica
Omicidio
Suicidio
Fobie ed attacchi di panico
Problemi mestruali
Fibromialgie
Inattività fisica
Complicazioni
Disturbi gastrointestinali
Disturbo post traumatico
Sindrome
irritabile
spontaneo
Danni oculari
Comportamento suicida ed
Riduzione
funzionamento fisico
Malattie a
sess.(HIV)
rischio
Gravidanze indesiderate
del Abuso di alcool e droghe
cronici
Problemi cardiovascolari
Comportamenti sessuali
rischio
trasmissione
Aborto in condizioni
autolesionista
Cefalee e mal di testa
Aborto
Disfunzioni sessuali
dell’intestino Disturbi psicosomatici
Fumo
della
gravidanza
da stress
Lacerazioni ed abrasioni
Mortalità legata all’AIDS
Sterilità
Disabilità
Scarsa autostima
Mortali
Disturbi ginecologici
Disturbi
Fratture
e Conseguenze
Riproduttive
addominali Depressione ed Ansia
toraciche
Sindromi
e Sessuali
a
di
Una particolare attenzione è stata posta dall’OMS alle patologie mentali ed alla
Depressione di cui le donne soffrono da due o tre volte più che uomini. La violenza,
che si tratti di abusi fisici, sessuali o psicologici, ha spesso conseguenze negative a
lungo termine non immediatamente individuabili. Subire violenza, soprattutto da una
persona vicina, alla quale hai voluto o vuoi ancora bene, contribuisce alla riduzione
del livello di autostima e delle proprie sicurezze e alla creazione di sentimenti di
vulnerabilità e sensi di colpa. Più la relazione è stretta più traumatiche sono le
conseguenze della violenza. Più è lungo il tempo che la donna trascorre all’interno
della situazione di violenza, più il disturbo psichico si espande e si rafforza. Violenze
gravi o ripetute, o anche solo la minaccia di esse, fanno vivere la donna in un clima di
costante tensione creando in lei un sentimento di ansia intensa e di paura che la
costringe a vivere in uno stato di altering, nella speranza di riconoscere il pericolo e
di riuscire a sfuggirlo, per proteggere se stessa ed eventualmente i propri figli. Questo
stato di esagerata vigilanza e tensione emotiva porta a delle tipiche reazioni da stress:
stanchezza e fatica cronica, alterazione del sonno, palpitazioni, disordini associati allo
stress. A volte i ricordi delle violenze possono emergere in modo inaspettato, sotto
forma di incubi o flash back ed interferire nella vita quotidiana. Questo insieme di
sintomi è chiamato sindrome o disturbo post – traumatico da stress. Come
chiaramente emerge dalla tabella, la prima conseguenza Psicologia Comportamentale
è la Depressione. In ambito clinico, la definizione più comune di Depressione è: la
flessione del tono dell’umore. Vi sono vari tipi di Depressione, in questo caso
parliamo di Depressione Reattiva o (psicogena) quando, a seguito di un avvenimento
specifico o in seguito all’accumulo di tensione psichica si verifica: umore triste, cupo,
con pianti frequenti ed ancora Svalutazione di sé, mancanza di fiducia, ansia,
stanchezza permanente, difficoltà a programmare la propria vita e senso di profonda
inutilità. Tali sintomi possono comparire dopo un episodio sporadico oppure dopo un
lungo periodo di violenze/abusi. La depressione è una malattia molto seria, può
mascherarsi all’inizio, può presentarsi sotto forme diverse e
con diversa intensità; può spesso associarsi anche ad un Disturbo Post Traumatico da
Stress cronico o complicarsi fino agli estremi con il suicidio!
Conclusioni
E’importante ricordare sempre che la depressione può colpire in misura più o meno
grave la donna che è o è stata vittima di violenze ripetute o sporadiche. E’ quindi di
fondamentale importanza saper riconoscere i sintomi di una possibile forma
depressiva, al fine di agire tempestivamente per ridare la serenità alla persona. Chi è
vittima di violenza ha quindi un’alta possibilità di sviluppare un DPTS e/o a una
depressione e disturbi d’ansia. In questi casi, è opportuno: rivolgersi al medico di
base per avere un invio ad uno psicologo o ad uno psichiatra in base alla gravità della
malattia. Pensare di iniziare un percorso terapeutico e/o farmacologico, trovare la
forza di andare oltre, denunciando l’accaduto e riprendendo in mano la propria vita.
E’ molto importante continuare a sensibilizzare la società ad un fenomeno così
delicato e grave come la violenza, attraverso campagne di informazione e
sensibilizzazione che “educhino” le nuove generazioni alla parità di genere, il rispetto
verso la donna e le conseguenze della violenza sulla salute della vittima. Sarebbe
utile inoltre formare le forze dell’ordine e gli operatori ospedalieri al fine di saper
riconoscere e accogliere una donna vittima di violenza; c’è da segnalare una grande
innovazione nel Servizio Sanitario Nazionale e cioè la nascita del Codice Rosa, oggi
presente purtroppo solo in alcuni ospedali nazionali nel Pronto Soccorso, interamente
dedicati alla donna.
Il riconoscimento della violenza è presupposto essenziale e imprescindibile per poter
intervenire efficacemente su di essa. Esistono una serie di indicatori che possono
consentire alla famiglia o al medico di riconoscerla. Possiamo distinguerli in
Indicatori generali, che attengono alle ripercussioni sulla salute della donna, Indici
Comportamentali Diretti, che riguardano il comportamento della donna abusata e
Indici Comportamentali Indiretti, riscontrabili negli atteggiamenti degli altri membri
della famiglia o marito, figli). Ricerche condotte dall’OMS hanno evidenziato che il
mancato riconoscimento, come causa di fondo di sintomi o malesseri lamentati o
riferiti, determina rilevanti conseguenze in termini di costi economici e sociali e di
impatto sulla sanità. Infatti se non viene riconosciuta e affrontata l’origine del
disagio, cioè la violenza, i sintomi riferiti continueranno a persistere anzi
peggioreranno e lei soffrirà per anni della stessa malattia continuando a cercare aiuto
per le lesioni ricorrenti e per le conseguenze del maltrattamento. Allo stesso tempo
verrà vista come paziente “difficile” poichè si ripresenterà sempre con gli stessi
sintomi, anzi con sintomi sempre più in acuto. Col passare del tempo sarà la donna a
diventare “il problema”, verrà definita “una ipocondriaca” oppure una “fissata” o
“ossessionata”.
I Centri Antiviolenza e le Case delle donne, nati in Italia dalla metà degli anni ’80,
hanno sviluppato un forte intervento e nuove metodologie per sostenere e
promuovere i diritti delle donne e il loro empowerment. Sono stati i primi a porre sul
piano pubblico, con forza e con metodo, la questione della violenza maschile, non
come uno dei tanti problemi delle donne nel nostro paese, ma come paradigma della
relazione uomo – donna e del potere che viene usato contro le donne. Questi centri
offrono rifugio, sostegno solidarietà e proposte concrete di uscita dal tunnel della
violenza e restituiscono alla donna forza e consapevolezza di sé. La loro metodologia
relazionale si basa sulla costruzione condivisa di un nuovo progetto di vita piuttosto
che su una impostazione che si limita alla semplice risposta ai bisogni delle donne. I
centri Antiviolenza hanno creato reti di sostegno multidisciplinari ed intersettoriali
avviando processi di cambiamento, promozione, prevenzione, cura, tutela ed
inclusione sociale. L’azione dei Centri Antiviolenza si esplica principalmente sui
seguenti livelli: diretto sostegno alle donne, alle/agli adolescenti ed alle bambine/i
giuridico – legislativo, socio – economico, rilevazione del fenomeno e ricerche
collegate, intervento nel mondo della cultura e della scuola sensibilizzazione e
modificazione della percezione sociale della violenza, focalizzazione e correzione dei
processi di vittimizzazione secondaria.
La Depressione non è solo una conseguenza psicologica degli abusi, ma essa stessa
può portare ad una serie di altri disturbi, come l’abbassamento delle difese
immunitarie, disturbi del sonno, rallentamento motorio, disturbi gastrici, disturbi del
comportamento compreso quello alimentare.
La violenza di genere può assumere forme diverse: Violenza fisica: è ogni forma di
intimidazione o azione che mette a rischio l’integrità fisica: spinte, schiaffi, calci,
pugni, morsi,tentativi di strangolamento o di soffocamento, minacce di colpire con
oggetti o armi. Violenza Sessuale: è ogni forma di imposizione di rapporti e pratiche
sessuali non desiderate: molestie, tentato stupro, stupro. Violenza Psicologica
verbale: è frequentemente associata alla violenza fisica e sessuale, comprende tutti
quei comportamenti che ledono la dignità e l’identità della donna: minacce di danni,
ricatti, valorizzazione e denigrazione della donna o dei suoi familiari, allontanamento
dalla famigliari origine o dagli amici, controllo delle uscite, del modo di vestire, di
parlare, grida e insulti in pubblico o in casa, davanti a terzi. Violenza Economica: è
ogni forma di privazione e di controllo che tende a produrre dipendenza economica o
ad imporre impegni economici non voluti: obbligo a lasciare il lavoro, controllo dello
stipendio, esclusione dalla gestione economica della famiglia.
Per violenza Domestica si intende quella agita contro le donne dal partner o ex
partner, ossia da un uomo con il quale la donna ha o ha avuto un rapporto affettivo, di
fiducia e intimità, sia che la violenza avvenga dentro oppure fuori dalle mura
domestiche. Il termine “domestica” si riferisce al tipo di relazione che intercorre tra
l’autore e la vittima, piuttosto che al luogo in cui avviene la violenza. La violenza
domestica si presenta spesso nella forma della violenza composita, è in essa infatti
che si associano tutte le varie tipologie di violenza, da quella fisica a quella sessuale,
a quella psicologica ed economica. Le vessazioni sono poste in essere dall’uomo
ciclicamente, intervallate da periodi più o meno brevi di “calma” che destabilizzano
la donna, e che possono arrivare fino all’omicidio (UNICEF, 2000). Può insorgere in
qualsiasi momento della relazione: a volte si presenta subito, a volte si verifica in
concomitanza della nascita di un figlio, a volte subentra dopo alcuni anni di
matrimonio; anche la frequenza e la gravità degli episodi di violenza sono
estremamente variabili. “Solo in casi eccezionali rappresenta un fenomeno
improvviso estemporaneo ed occasionale” (Ventimiglia, 1996). La famiglia, spesso
identificata come un luogo di protezione, dove le persone cercano e ricevono amore,
accoglienza, sicurezza e riparo, diventa un luogo che mette in pericolo la vita e
produce alcune delle più drammatiche esperienze. Dai dati resi noti dell’Istat nel
2007, raccolti nella prima indagine interamente dedicata al fenomeno della violenza
fisica e sessuale contro le donne nel nostro paese, sono emerse cifre allarmanti: oltre
sei milioni di donne dai 16 ai 70 anni hanno subito, almeno una volta nella vita, una
violenza sessuale o fisica. L’indagine evidenzia che son i partner, attuali ed ex, i
responsabili della quota più elevata di tutte le forme di violenza fisica e di alcuni tipi
di violenza sessuale come lo stupro e i rapporti sessuali non desiderati ma subiti per
paura delle conseguenze. Le violenze fisiche sono state commesse dal partner nel
62,4% dei casi, le violenze sessuali (senza considerare le molestie) sono state
commesse dal partner nel 68,3% e gli stupri nel 69,7% dei casi. Riguardo allo stupro,
solo il 6,2% è stato opera di estranei. E’ evidente che la maggioranza delle violenze
più gravi è in prevalenza opera di partners italiani, non stranieri, malati o drogati,
come invece sostenuto dai media. Le vittime hanno molta difficoltà a riconoscere,
accettare e denunciare i maltrattamenti e la violenza in quanto chi l’agisce spesso non
è un estraneo, uno sconosciuto, ma persona con la quale si ha una relazione affettiva,
d’amore di fiducia. Altre ragioni inoltre sono: la paura della reazione del partner o ex,
il pericolo di essere uccise, la vergogna, l’umiliazione, la mancanza di informazione
sui propri diritti , la scarsa fiducia nel sistema giuridico o la paura di esso. C’è poi
l’eventuale presenza dei figli che, se a volte può essere un elemento di stimolo per la
donna a sottrarsi e a sottrarre i figli e le figlie alla violenza – subita o assistita - altre
volte può rappresentare un freno. Ancora oggi, infatti il senso comune vuole che
l’unione della famiglia vada sempre e comunque salvaguardata, ad essa si continua ad
attribuire un valore assoluto e astratto, a prescindere da quello delle singole persone
che la compongono.
Non c’è dunque da stupirsi che una donna, con un passato o un presente di violenza,
possa soffrire più spesso di depressione o di ansia intensa, compiere tentativi di
suicidio, consumare in misura eccessiva alcool, droghe o psicofarmaci nel tentativo di
dimenticare la sofferenza e calmare l’ansia o soffrire di disturbi alimentari (AN, BN,
BED).
Bisogna pensare che la violenza di genere è emergenza sociale che deve essere
affrontata con determinazione, con azioni coordinate di intervento che non possono
limitarsi al solo aspetto repressivo. La sicurezza delle donne va garantita con ogni
mezzo, in via preventiva, non solo nelle strade e nei luoghi pubblici, ma soprattutto
all’interno delle pareti domestiche. Certo, è qui che è difficile intervenire, perché
diventa indispensabile la collaborazione della vittima che spesso non denuncia, per
paura, per sfiducia nelle istituzioni che dovrebbero tutelarla. Quello che occorre è
un impegno culturale , un impegno alla crescita delle coscienze, all’affermazione di
una cultura dei rispetto in una società che attraversa un profondo mutamento.
Un grazie particolare va ai Centri Antiviolenza che hanno reso possibile la
raccolta dati:




Centro Calabrese di Solidarietà - Centro antiviolenza “Mondo Rosa”, Catanzaro;

Fondazione Città Solidale – “Centro Aiuto Donna”- Catanzaro;

Arcidiocesi RC/Bova - Comunità di Accoglienza ONLUS, Centro d'ascolto

antiviolenza "Progetto Nejwa", Reggio Calabria;
Cooperativa Sociale “Noemi”, Centro Ascolto “Udite Agar”– Crotone.
BIBLIOGRAFIA
 Bartholomew, Horowitz, Relationship Questionnaire, 1991.

 Domestic Violence against Women in Raccomandazione 1582. Assemblea parlamentare del

Consiglio d’Europa, 27 Settembre, 2002.

 Hamilton, M.: A Rating Scale for Depression. Juneurol Neurosurg Psychiatry, 23:56 – 62,
1960.

 Istituto Nazionale di Statistica (ISTAT): Indagine Multiscopo: La violenza e i
maltrattamenti contro le donne dentro e fuori la famiglia, 2007.

 Manicavasagar V., Silove D., Wagner R., Drobny J.: Adult Separation Anxiety Self – Report
Checklist: (ASA 27), 2003. Traduzione Italiana a cura di Marianna Abelli e Stefano Pini,
0000.

 Nijenhuis, Van der Hart e Vanderlinden, Assen – Amsterdam – Leuven: Traumatic
Exsperience Ceklist: Traduzione Italiana a cura di A. Schimmenti e A. Mulè in La
Dissociazione Somatoforme, 0000.

 UNICEF: La violenza domestica contro le donne e le bambine: Innocenti Digest n 6 Giugno
2000.

 Ventimiglia, C., Nelle segreta stanze. Franco Angeli., 1996.

 World Healt Organization (OMS): Preventing violence. A guide to implementing the
recommendations of World Report on Violence and Health. Ginevra, 2002.