crisi del trecento-politica - Calamandrei Corso Ct+Et, Prof. N

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LA CRISI DEL XIV SECOLO (sintesi ed integrazione)
Il 1300 fu un secolo di crisi complessiva della società europea: crisi demografica, economico-sociale, politica e religiosa.
Per questo motivo il XIV secolo è stato considerato dagli storici come il secolo della transizione, cioè del passaggio dal Medioevo all’Età moderna.
In questo secolo in sostanza le strutture politiche, economiche, sociali e culturali del Medioevo cominciarono a crollare, preparando l’avvento della
società moderna.
Schematizzando si possono così riassumere gli aspetti salienti della crisi del 1300:
A) crisi demografica;
B) crisi economica;
C) crisi politico-istituzionale e sociale.
A) CRISI DEMOGRAFICA (1315-1450)
Dopo la grande crescita demografica fatta registrare tra il Mille e il XIII secolo (la popolazione europea alla fine del ‘200 si aggirava intorno ai 7080 milioni di abitanti), con il 1300 la tendenza si invertì e si ebbe un vero e proprio crollo demografico: il declino iniziò più o meno intorno al
1315-17, in concomitanza della prima e più grave carestia di questo secolo difficile, e durò fino alla metà del secolo successivo.
Secondo gli storici le cause più importanti del fenomeno furono essenzialmente tre:
1) incidenza delle numerose carestie che si ebbero nella prima metà del secolo;
2) incidenza di numerose epidemie e soprattutto della peste del 1347-51: la peste fu naturalmente la causa più grave della elevata mortalità;
3) incidenza delle devastanti guerre e delle rivolte sociali che attraversarono il secolo, soprattutto la Guerra dei 100 anni.
CARESTIE
Prima ancora che si manifestasse l’epidemia di peste, già la prima metà del ‘300 fece registrare alcune gravi carestie che misero a dura prova le
popolazioni europee. Anche a causa di un peggioramento climatico, di cui parleremo a proposito dell’economia, si verificò una crisi agricola che
produsse una situazione di perdurante penuria di alimenti, che a sua volta contribuì a peggiorare le condizioni di salute di una popolazione che già
tradizionalmente era sottoalimentata (rispetto ai parametri di oggi).
PESTE
Giunta dall’Oriente, seguendo l’itinerario dei mercanti, la cosiddetta peste nera del 1347-1351 si abbatté sull’Europa, provocando una vera e
propria catastrofe, cioè sterminando circa un terzo della popolazione. Infatti, dopo la fase più acuta della pandemia (= epidemia diffusa
dappertutto) di peste, gli europei scesero da 70-80 a circa 50 milioni.
La peste inoltre si installò stabilmente a livello endemico (= il bacillo mise radici nel territorio ed era quindi sempre presente, anche nei periodi in
cui la malattia non si manifestava in forma eclatante) nel continente.
Infatti nuove pestilenze si diffusero con frequenza impressionante in questa o quella regione nei decenni e nei secoli successivi (fino al ‘700), pur
senza assumere mai più le dimensioni continentali della prima grande ondata.
D’altra parte l’azione virulenta della peste non fece altro che moltiplicare enormemente una mortalità media già elevata, provocata anche da altre
malattie infettive (come il tifo, il vaiolo, la dissenteria ecc.) che erano endemiche da secoli.
GUERRE
Le guerre a loro volta contribuirono all’aumento della mortalità in due modi: direttamente con il numero dei caduti nelle operazioni militari (ad
esempio nel ‘300 iniziò anche la Guerra dei 100 anni); indirettamente, in misura molto maggiore, con le devastazioni che esse provocarono e con la
propagazione di malattie portate dai soldati.
Gli eserciti di transito infatti erano soliti saccheggiare e devastare i territori, determinando così ulteriori cause di mortalità.
Occorre precisare che queste tre cause non provocarono soltanto il calo della popolazione europea del XIV secolo, ma furono sempre alla base di
tutte le crisi demografiche dei secoli che precedettero l’avvento dell’età industriale (XVIII; XIX e XX secolo).
Inoltre tali fattori non possono essere considerati separatamente in quanto interagirono tra loro determinando un vero e proprio circolo vizioso, in
cui è difficile stabilire quale sia la causa e quale invece l’effetto.
Infatti le carestie potevano essere sia causa sia effetto delle pestilenze, dal momento che una popolazione debilitata e denutrita era sicuramente più
esposta alla diffusione dei contagi, ma a loro volta le pestilenze, con la loro elevata mortalità, contribuivano a mettere in crisi la produzione
agricola (alcuni storici hanno considerato la peste causa delle carestie stesse, in quanto determinò una vera e propria decimazione della popolazione
contadina).
Inoltre le guerre provocavano carestie e pestilenze, ma l’insufficienza dei beni alimentari e la crisi economica generavano da parte loro ulteriori
motivi di conflitti e guerre.
B) CRISI ECONOMICA
Il 1300 fu un secolo in cui si verificò, in conseguenza degli eventi appena descritti, anche una grave “crisi economica”, che investì i diversi settori
dell’economia europea, che nei precedenti tre secoli aveva conosciuto invece un periodo di grande espansione (= crescita).
In primo luogo questa crisi si manifestò, come abbiamo avuto modo di accennare a proposito della peste, nel campo agricolo.
La crisi agricola del ‘300 fu sicuramente connessa alla diffusione della peste e delle altre malattie, ma ebbe anche cause di carattere più generale:
1) peggioramento del clima, che nei primi decenni del ‘300 divenne più freddo e più umido, e danneggiò così i raccolti, riducendo la produzione
agricola.
2) Sovraffollamento e calo del rendimento medio dei terreni: nei tre secoli precedenti la popolazione era cresciuta ininterrottamente ma non si
erano verificati contemporaneamente significativi progressi sul piano delle tecniche agricole e quindi della produttività dei terreni. Anzi,
l’eccedenza relativa della popolazione aveva costretto a mettere a coltura anche i terreni marginali meno fertili, per rispondere alla maggiore
domanda alimentare, ma ciò aveva determinato un abbassamento del rendimento medio delle superfici coltivate: in questo modo si era accentuata
la differenza tra popolazione e risorse agricole disponibili. Con il crollo demografico si verificò lo spopolamento e l’abbandono dei campi,
soprattutto di quelli a minor resa, ma ciò contribuì ad aumentare la penuria dei beni alimentari.
3) Peggioramento della condizione ecologica complessiva in quanto, dissodando terreni e tagliando boschi, non erano state compiute nel contempo
opere di sistemazione idrogeologica a protezione dei campi che, una volta abbandonati o sotto-utilizzati, cominciarono ad allagarsi, a franare ecc.
Anche questo aspetto contribuì ad aggravare la crisi dell’agricoltura europea.
Tuttavia, per un tragico paradosso, il grande crollo demografico creò, nel giro di qualche decennio, un certo aumento del benessere per i
sopravvissuti: questo relativo vantaggio economico cominciò già a delinearsi sul finire del XIV secolo e continuò per tutto il secolo successivo.
Ad esempio i lavoratori salariati, essendo diventati “merce rara” a causa della scarsità della popolazione, riuscirono in genere ad ottenere salari più
elevati, mentre i contadini poterono abbandonare i terreni meno fertili e coltivare solo quelli con rendimento più elevato.
D’altro canto tutte le famiglie, essendo ridotte di numero, ebbero mediamente a disposizione più proprietà, si moltiplicarono inoltre le possibilità
d’impiego e le coppie poterono sposarsi prima e procreare di più.
Questa condizione relativamente positiva fu alla base della notevole espansione economica e demografica che si verificò soprattutto a partire dalla
seconda metà del ‘400 in poi.
Ritornando al ‘300, occorre precisare che non si ebbe solo la crisi agricola ma anche una crisi complessiva di tutta l’economia, dal momento che i
diversi settori del sistema erano collegati ed interdipendenti.
La crisi agricola infatti influenzò negativamente il commercio e le attività artigianali e manifatturiere in genere: i contadini, infatti, tradizionali
acquirenti dei prodotti artigianali, si erano sensibilmente ridotti di numero ed avevano subito inoltre un abbassamento medio dei loro redditi. Ciò
comportò la crisi della produzione e del commercio: d’altra parte diminuirono non solo i beni di largo consumo ma anche i prodotti di lusso,
poiché i redditi dei proprietari terrieri erano diminuiti anch’essi.
La crisi del commercio ebbe quindi come effetto una forte contrazione del settore artigianale e manifatturiero.
A tutto questo si aggiunsero anche alcuni clamorosi fallimenti bancari, che si verificarono soprattutto a Firenze e a Siena, dove l’attività bancaria
aveva conosciuto uno sviluppo eccezionale: tra il 1342 e il 1345, alcune famiglie storiche legate all’attività bancaria e finanziaria (come quelle dei
Bardi, dei Peruzzi, degli Acciaiuoli), avendo concesso enormi prestiti a sovrani, pontefici e principi (come il re inglese e quello di Napoli) e a
grandi aziende mercantili e manifatturiere, non riuscirono a recuperare più le somme prestate, quindi fallirono, trascinando nel fallimento
manifatture, commerci ed attività artigianali.
D’altra parte la totale mancanza di regole e di una qualsiasi autorità economica internazionale consentiva ai principi e ai monarchi di giocare
continuamente con la svalutazione o la rivalutazione delle monete, a seconda delle convenienze e delle circostanze.
Ad esempio quando i sovrani avevano troppi debiti con creditori esteri spesso ricorrevano alla svalutazione della moneta, in modo tale che il valore
reale della somma da restituire diminuiva: ma così facendo essi scaricavano il peso del debito sui loro sudditi, i quali erano costretti a consegnare i
loro soldi ricevendo in cambio monete nuove aventi un valore inferiore.
I grandi fallimenti degli anni ’40 determinarono un cambiamento nella politica economica e finanziaria delle grandi famiglie imprenditoriali: esse
cercarono infatti di ridurre le dimensioni delle loro imprese e soprattutto di differenziare al massimo i loro investimenti, che non furono più
concentrati in un’unica attività ma furono invece dirottati in settori diversi ed autonomi della produzione, della commercializzazione e della
distribuzione dei prodotti, in modo tale che un’eventuale crisi in un determinato settore non provocasse la bancarotta degli altri.
Sarà questa ad esempio la strategia seguita da una grande famiglia imprenditoriale fiorentina, quella dei Medici, che riuscì ad imporsi e ad
espandersi anche grazie al fallimento delle famiglie concorrenti.
C) CRISI POLITICO-ISTITUZIONALE-SOCIALE
Il ‘300 vide la crisi definitiva ed irreversibile dell’antica funzione universale, cioè sovranazionale, delle due istituzioni simbolo del Medioevo, la
Chiesa e l’Impero (cfr contenuti importanti da riprendere: guelfi-ghibellini // Enrico VII di Lussemburgo e Dante // Ludovico il Bavaro,
Marsilio da Padova e Ockham // Carlo IV di Boemia e la Bolla d’oro)
La Chiesa cattolica in particolare entrò, fin dal tempo del conflitto tra Bonifacio VIII e Filippo IV, in una specie di tunnel senza via d’uscita,
passando prima attraverso il periodo avignonese (sottomissione della Chiesa al sovrano francese), e poi attraverso lo Scisma d’occidente che,
iniziato nel 1378, si prolungò fino alla metà del 1400.
In questi circa 150 anni, il prestigio ed il potere della Chiesa medioevale decaddero notevolmente: l’influenza del papato sulle questioni europee
divenne sempre più limitata e, alla fine di questo lungo periodo di crisi, lo Stato pontificio si trasformò in una entità politica e religiosa
prevalentemente “italiana”, nel senso che ormai riusciva a condizionare soltanto le vicende della penisola.
Anche l’Impero germanico, erede del Sacro Romano Impero, perse del tutto quella funzione politica sovranazionale a cui aveva aspirato e che in
qualche modo aveva esercitato nei secoli precedenti: l’imperatore non era in grado di condizionare più nessuno, nemmeno nella stessa area tedesca,
dove regnava un frazionamento politico estremo.
Infatti l’Impero era frantumato in alcune centinaia di realtà statali di vario tipo, quasi del tutto indipendenti, su cui cioè la sovranità dell’imperatore
era più nominale che reale.
In questo contesto di crisi dell’autorità imperiale si affermò soprattutto la dinastia degli Asburgo, che divenne la casata egemone: non potendo
esercitare un potere centralizzato su tutta la Germania, gli Asburgo si preoccuparono soprattutto di organizzare e rafforzare i domini diretti della
loro famiglia, che erano concentrati in Austria e nelle regioni confinanti.
Essi inoltre, per ampliare i loro territori, ricorsero spesso ad un’accorta ed oculata politica matrimoniale, nel senso che, attraverso matrimoni con
principi e sovrani, riuscirono ad acquisire nuovi regni, estendendo così la sfera d’influenza della dinastia.
Gli ultimi due imperatori che cercarono velleitariamente di condizionare le vicende politiche italiane furono Enrico VII di Lussemburgo e
Ludovico di Baviera (il Bavaro), che entrò in conflitto con il papa avignonese: i loro tentativi tuttavia si rivelarono fallimentari.
LE RIVOLTE SOCIALI DEL XIV SECOLO
La crisi agricola ed economica del 1300, unitamente alle conseguenze sociali negative della Guerra dei 100 anni, provocò una serie di gravi e
ripetute sommosse popolari, sia nelle campagne che nelle città; la fame e la disperazione delle masse sfociarono quindi in violente rivolte, che
presero di mira gli esponenti del potere politico e religioso del tempo, che nulla avevano fatto per alleviare i gravi disagi delle masse, anzi si erano
preoccupati soprattutto di tutelare i propri privilegi.
Nel corso del secolo si ebbero almeno due grandi ondate di rivolte: la prima si verificò nel 1358 ed interessò soprattutto la Francia, devastata dalla
Guerra dei 100 anni: qui i moti contadini si saldarono con la rivolta del popolo e della borghesia parigina contro il re e la nobiltà, ritenuti
responsabili della disfatta militare nella prima fase della guerra.
Le rivolte rurali francesi presero e mantennero nel tempo il nome caratteristico di jacquerie: anche nei secoli successivi il fenomeno della jacquerie
continuò e si manifestò a più riprese in quanto espressione di un costante disagio contadino.
La seconda ondata si ebbe all’inizio degli anni ’80 e coinvolse anche l’Inghilterra: qui la rivolta si combinò con motivazioni religiose ed
evangeliche (i Lollardi di J. Wycliff).
In Italia l’episodio più significativo fu il famoso tumulto dei ciompi (i lavoratori della lana) del 1378 a Firenze, che si concluse con una violenta
repressione.
IL FALLIMENTO DEI MOTI SOCIALI
Queste rivolte popolari fallirono completamente e dappertutto per una serie di ragioni:
1) in primo luogo mancò ai ribelli una chiara e consapevole strategia politico-militare, nel senso che le loro azioni distruttive e violente furono
soprattutto delle esplosioni spontanee, disorganizzate e disordinate: non vi furono veri capi politici e militari capaci di elaborare un progetto
organico e di finalizzare le rivolte verso uno scopo preciso;
2) i motivi religiosi spesso si mescolarono confusamente con richieste di tipo economico e sociale e tra istanze evangeliche da un lato ed esigenze
sociali dall’altro non si raggiunse mai una sintesi politica coerente.
Anche per tali motivi le rivolte furono represse abbastanza facilmente da parte del potere.
La crisi del Papato e dell’Impero.
Negli stessi secoli in cui le monarchie dell’Europa occidentale vanno trasformano in Stati territoriali e nazionali, e i Comuni e le Signorie
dell’Italia settentrionale avviano a divenire Stati regionali, i due grandi poteri universali — il papato e l’Impero — mostrano gravi segnali di crisi.
Al vertice della Chiesa il collegio cardinalizio, chiamato nel 1294 a eleggere un nuovo papa, sceglie l’eremita Pietro da Morrone (1210-1296),
uomo d’intensa spiritualità, affatto incline alla politica, e ancor meno disposto ai compromessi. Celestino V (questo il nome scelto da Pietro da
Morrone) lascia però dopo pochi mesi l’incarico, facendo tramontare il sogno di quanti avevano visto in lui il possibile “papa angelico”.
Di ben altra altra tempra è il successore, Bonifacio VIII, della potente famiglia dei Caetani. Per sgomberare ogni dubbio circa la pienezza dei
poteri del papa, Bonifacio VIII, riprendendo un’immagine del Vangelo di Luca, ricorda che Dio ha consegnato al papa sia la spada del potere
spirituale che quella del potere temporale: l’imperatore può governare sui sudditi solo in quanto il pontefice gli ha affidato l’uso della spada
temporale; in virtù di questa delega il potere del sovrano secolare è subordinato a quello del papa. A mettere in discussione la supremazia della
Chiesa romana non sono, come in passato, gli imperatori, troppo deboli e in difficoltà persino nel conservare la propria autorità nell’Impero, ma i
sovrani dei Regni nazionali come Filippo il Bello di Francia (1285-1314): con il sostegno della nazione, egli revoca i privilegi fiscali del clero e,
superando la dura opposizione del papa Bonifacio VIII, sottopone gli ecclesiastici francesi all’obbligo di contribuzione fiscale.
Analoghi provvedimenti tesi a controllare l’attività che la Chiesa svolge sui territori degli Stati nazionali e a sottoporre il clero all’imposizione
fiscale e alla giurisdizione dei tribunali civili, vengono presi dai sovrani d’Inghilterra, di Ungheria, di Polonia: all’universalismo dei pontefici le
Corone in questo modo intendono opporre così il diritto di esercitare tutte le prerogative regie sui loro sudditi, compresi gli stessi ecclesiastici.
Nuove occasioni per indebolire la sovranità pontificia sono create dal lungo periodo di “cattività avignonese” (1309-1377), durante il quale il papa,
che ha trasferito la propria sede ad Avignone, è sottoposto all’influenza del re di Francia dallo scisma che dal 1378 al 1417 divide l’occidente
opponendo tra loro fedeli e nazioni che riconoscono pontefici eletti da diversi conclavi; dalle rivendicazioni dei cardinali che affermano la
superiorità del concilio sul pontefice, esigendo da quest’ultimo l’ossequio alle sue direttive.
Minacciati da questi contrasti, i papi del secolo xiv e xv si impegnano per ricomporre l’unità della cristianità: nel 1417, a Costanza, un concilio
elegge come papa Martino V ponendo fine allo scisma d’Occidente; nel 1439, al termine di un nuovo concilio tenuto a Basilea, le Chiese orientale
e occidentale, divise dal 1054, si riavvicinano sia pure solo temporaneamente. Forti di questo successo i papi trionfano sul conciliarismo,
riaffermando la loro supremazia su tutto il mondo cristiano (sugli ecclesiastici non meno che sui laici) e procedono alla riorganizzazione politica e
territoriale dello Stato pontificio. Pur senza rinunciare alla propria vocazione universalistica, i pontefici del secolo xv si comportano ormai come
dei principi italiani: concentrano l’attenzione sui loro domini, che si estendono dalla Romagna ai confini della Campania, accentrano nelle proprie
mani ogni potere, si circondano di una corte sfarzosa di artisti, di diplomatici, di aristocratici che provengono dalle corti degli Stati cristiani.
Anche l’Impero attraversa, nei secoli xiii e xiv, una grave crisi. L’estinzione della dinastia di Svevia apre, nel 1250, un periodo di lotte tra i più
potenti principi dell’Impero che si disputano la Corona. Durante il “grande interregno” (1250-1273) assumono la carica imperiale principi che non
riescono a imporre stabilmente la loro autorità; solo nel 1273 l’elezione di Rodolfo d’Asburgo pare porre fi ne all’anarchia: Rodolfo infatti ottiene
la temporanea cessazione delle guerre dinastiche, impone la restituzione dei beni della Corona usurpati da altri principi, ottiene il giuramento di
fedeltà dall’alta aristocrazia dell’Impero, consolida la potenza patrimoniale della propria famiglia affermando il diretto dominio su Stiria, Carinzia,
Austria.
Con l’assassinio del successore di Rodolfo, Alberto d’Asburgo (1308), naufraga definitivamente il progetto di una monarchia ereditaria asburgica.
Infatti gli imperatori che verranno eletti — Enrico VII di Lussemburgo (1308-1313) e Ludovico il Bavaro (1314-1347) — riprendono senza
fortuna il sogno di una restaurazione del potere imperiale sull’Italia: né l’uno né l’altro, dopo essere stati incoronati a Roma, riescono a portare a
termine il loro disegno. In questa situazione al successore, Carlo IV di Boemia (11346-11378), non resta che prendere atto della potenza e della
influenza dei maggiori signori feudali dell’Impero (il re di Boemia, il duca di Sassonia, il conte del Palatinato, il margravio del Brandeburgo, gli
arcivescovi di Treviri, Colonia, Magonza), riconoscendo loro — con la Bolla d’oro emanata il 1356— il diritto esclusivo di eleggere l’imperatore.
Egli rinuncia cosi a fare dell’Impero una monarchia ereditaria, simile a quelle che nell’Europa occidentale si stanno nel frattempo affermando con
successo.
Dati sintetici essenziali su:
LA DECADENZA DELL’IMPERO. Tra la fine del secolo XIII e l’inizio del secolo XIV venne a decadere il potere e l’influenza politica
—
delle due grandi istituzioni medioevali, l’Impero e il Papato; pressapoco nel medesimo tempo anche il Comune entrava in una fase di trapasso. Si
inaugura un periodo di crisi e di trasformazioni sociali e spirituali a ragione definito da taluni storici col nome di Autunno del Medio Evo.
In particolare l’Impero, dopo la lunga lotta contro i Comuni e il Papato, può essere considerato vacante almeno dalla morte di Federico II(1250).
Enrico VII di Lussemburgo (1308-1313). Dopo il periodo di anarchia del Grande Interregno (1250-1273), durato più di un ventennio, si
—
succedettero al trono alcuni imperatori (Rodolfo d’Asburgo, 1273-1291; Alberto d’Asburgo, 1298-1308), tutti impegnati nelle lotte feudali di
Germania. Dopo costoro venne eletto Enrico VII di Lussemburgo 1308-1313), che — animato da un alto senso dell’autorità imperiale e da generosi
principi di giustizia e di pace —si propose di realizzare i suoi ideali, oltre che in Germania,
anche in Italia. Scese dunque in Italia (1310),
invitato anche dal papa Clemente V, per far valere i diritti imperiali, e trovò _ onorevoli accoglienze presso i comuni e i signori ghibellini,nei quali
aveva destato così vive speranze. Tra i suoi sostenitori dobbiamo ricordare Dante, che, nella « Monarchia », afferma risolutamente che l’autorità
dell’imperatore deriva direttamente da Dio, e che pertanto l’Impero è indipendente dal Papato.
Ma gli avversari guelfi, che avevano il loro capo in Roberto d’Angiò, re di Napoli, e la loro roccaforte nel comune di Firenze, gli opposero
un’accanita resistenza, cosicchè la discesa di Enrico VII in Italia, non sostenuta oltre tutto da sufficienti forze militari si concluse con esito
negativo.
L’imperatore, dopo aver posto inutilmente l’assedio a Firenze, si fece inviare rinforzi dalla Germania e preparò una spedizione contro il regno di
Napoli; ma improvvisamente morì di febbri malariche a Buonconvento, presso Siena (1313).
Ludovico IV il Bavaro (1314-1347). Dopo l’elezione di Ludovico IV il Bavaro (1314-1347), i contrasti tra l’Impero e il Papato si fecero più
—
acuti. L’imperatore scese in Italia (1327), contrastato dal papa Giovanni XXII; si fece incoronare imperatore in Campidoglio dal popolo romano,
insediando in Roma un antipapa (1328); ma l’ostilità dei guelfi e di Roberto d’Angiò lo costrinse a ritornare in Germania (1329).
Nella sua lotta contro il papato Ludovico il Bavaro fu sostenuto, oltre che dai principi e dalle città tedesche, da un vasto movimento di idee, nel
quale si distinsero Guglielmo di Occam, fautore di una riforma della chiesa, e Marsilio da Padova, che — nella sua opera « De/ensor pacis » (Il
difensore della pace) — propugnò arditamente la derivazione dell’autorità imperiale direttamente dalla volontà del popolo, sulla cui sovranità anche
la Chiesa si deve fondare. Un’altra tesi fondamentale del « Defensor Pacis » riguarda inoltre la subordinazione dell’autorità del Papa a quella
dell’imperatore.
Ma il programma di Ludovico ii Bavaro in Italia non potè avere — come abbiamo visto — pratica attuazione, ed egli si trovò in difficoltà nella stessa
Germania. L’universalismo dell’Impero era finito per sempre.
Carlo IV di Boemia (1347-1378) -A Ludovico il Bavaro successe Carlo IV di Boemia (della Casa di Lussemburgo), che scese anch’egli in Italia
(l354-55), e si fece incoronare imperatore in Campidoglio dal popolo romano.
La sua spedizione non fu però animata da nessun ideale, ma si risolse soltanto in un mezzo di far denari a spese degli italiani.
Egli abbandonò del tutto gli ideali universalistici dell’Impero, e curò soprattutto l’organizzazione e lo sviluppo dello stato di Boemia (Università di
Praga, ecc).
Il suo atto più famoso è la promulgazione della Bolla d’oro (1356), per effetto della quale l’elezione imperiale fu sottratta del tutto, anche
formalmente, al Papato, e venne affidata al voto di sette grandi elettori, di cui tre ecclesiastici (gli arcivescovi di Treviri, Colonia e Magonza) e
quattro laici (il re di Boemia, il duca di Sassonia, il marcbese di Brandeburgo e il conte palatino del Reno).
Con questa legge l’Impero si sottrasse alle ingerenze del Papato, ma rinunciò al suo carattere universale in nome del particolarismo feudale
germanico.
LA CRISI DEL PAPATO. — Celestino V (agostodicembre 1294). — Verso la fine del secolo XIII entrò in crisi, contemporaneamente
all’Impero, anche il Papato, che si trovava ora di fronte non più l’Impero, ma la nuova realtà politica delle grandi monarchie nazionali.
I segni evidenti della crisi apparvero alla morte di Niccolò IV (1292), quando i dissidi tra i cardinali francesi ed italiani impedirono per oltre due
anni che si raggiungesse l’accordo sull’elezione del Pontefice.
Infine, nel 1294, prevalsero le tendenze spirituali e venne eletto papa Pietro da Morrone, che assunse il nome di Celestino V. Ma il mite eremita
abruzzese, che aveva lasciato a malincuore la sua vita di solitudine, si trovò subito a disagio nell’ambiente della corte papale e, dopo appena
quattro mesi, si ebbe l’episodio clamoroso della sua abdicazione.
A lui successe il romano Benedetto Caetani, che assunse il nome di Bonifacio VIII.
Bonifacio VIII (1294-1303). — 1. Bonifacio VIII esplicò un’energica azione politica mirante a restaurare la supremazia del Papato; ma dovette
assistere al fallimento dei suoi ambizioni disegni.
Gli atti principali dell’opera politica e religiosa di Bonifacio VIII in Italia furono i seguenti:
a) tenne prigioniero Celestino V fino alla sua morte (1296), per evitare il pericolo di uno scisma da parte dei suoi fautori.
b) bandì una crociata contro la famiglia romana dei Colonna, che aveva avversato la sua elezione (distruzione di Palestrina, nel 1298).
c) istituì per la prima volta, con l’intento di riaffermare l’autorità del Papato, il solenne Giubileo (1300), che vide affluire a Roma numerosissimi
fedeli d’ogni parte del mondo.
d) si intromise nella politica interna di Firenze, inviando Carlo di Valois ad appoggiare il partito dei Neri contro i Bianchi (1301).
e) intervenne nelle vicende del regno di Napoli, e parteggiò per gli Angioini nella guerra del Vespro, conclusasi, per sua mediazione, col trattato di
Caltabellotta (1302).
2. Ma il programma teocratico di Bonifacio VIII trovò il suo più vigoroso avversario nel re di Francia, Filippo IV il Bello (1285-1314).
Filippo il Bello era un convinto assertore del principio regalista della sovranità dello Stato, ed in base a questo principio pretese di imporre delle
tasse al clero francese, senza chiedere l’autorizzazione del Papa.
Di fronte a una serie di atti (ci fu anche l’arresto di un vescovo), che non solo intaccavano i privilegi temporali della Chiesa, ma mettevano in
discussione le stesse concezioni teocratiche, Bonifacio VIII protestò energicamente e lanciò la scomunica contro il re di Francia.
In questa occasione emanò anche la famosa bolla « Unam Sanctam » (1302), che proclamava la supremazia del potere spirituale e la dipendenza
dei sovrani dal papa anche sul piano del dominio temporale.
Filippo il Bello, che aveva già radunato l’Assemblea degli Stati Generali (cioè i rappresentanti della nobiltà, del clero e della borghesia), convocò
allora un Concilio di Vescovi per condannare e deporre il Papa.
Inviò quindi in Italia il suo cancelliere Guglielmo di Nogaret, che penetrò nella cittadina di Anagni (dove il papa si era rifugiato), e — con l’aiuto
di Sciarra Colonna —riuscì a far prigioniero Bonifacio VIII. Il vecchio pontefice fu subito liberato dal popolo di Anagni e potè rientrare a Roma,
ma poco dopo morì (1303). Con lui decadde per sempre la supremazia politica del Papato e tramontarono gli ideali teocratici.
La cattività avignonese (1305-1377). — Dopo il breve pontificato di Benedetto XI (1303-1304) venne eletto papa l’arcivescovo di Bordeaux,
Bertrand de Got, che assunse il nome di Clemente V (1305-1314). Il nuovo papa, senza neppure recarsi a Roma, trasferì la sede pontificia ad
Avignone, inaugurando quel triste periodo di decadenza politica e di corruzione morale, che fu detto della cattività (= prigionia, schiavitù)
avignonese (1305-1377).
I papi avignonesi, tutti francesi di nascita, dimostrarono la più completa sottomissione alle esigenze della politica francese. Di essi ci limitiamo a
ricordare i seguenti:
a) Clemente V (1305-1314), cui si deve appunto il trasferimento della sede pontificia ad Avignone. Fu particolarmente legato a Filippo il Bello, e
abolì l’Ordine dei Templari, perchè la corona potesse incamerarne i beni.
b) Clemente VI (1342-1352), sotto il cui papato ebbe luogo in Roma la rivoluzione di Cola di Rienzo (1347), che suscitò le simpatie del Petrarca.
c) Innocenzo VI (1352-1362), che — valendosi dell’opera del cardinale Egidio Albornoz — provvide a riordinare lo Stato pontificio, e riaffermò
l’autorità del papato contro la riottosa nobiltà romana (Colonna, Orsini, Caetani, ecc.).
d) Urbano V (1362-1370), che ricondusse temporaneamente la sede pontificia a Roma (1367-1370).
e) Gregorio XI (1370-1378), cui si deve (anche per le esortazioni di Santa Caterina da Siena) la fine della cattività avignonese e il definitivo
ritorno della sede pontificia a Roma (1377).
Lo Scisma d’Occidente (1378-1417). — 1. Subito dopo il ritorno della sede pontificia a Roma, il Papato fu sconvolto dalla gravissima crisi dello
Scisma d’Occidente (1378-1417), che ebbe la sua prima causa nel grave contrasto tra i cardinali italiani e francesi.
Nel 1378, sotto la pressione dell’opinione pubblica popolare (« Romano lo volemo o almanco italiano! »), venne eletto un papa italiano, Urbano
VI (1378-1389); ma i cardinali francesi, che erano in maggioranza nel Collegio, ne invalidarono l’elezione e gli contrapposero un antipapa (il
cardinale Roberto di Ginevra, col nome di Clemente VII), che fissò la sua sede ad Avignone.
La Chiesa si trovò così divisa in due campi avversi, obbedienti a due diverse gerarchie ecclesiastiche.
La situazione si aggravò quando, dopo il Concilio di Pisa (1409), si ebbe lo scandalo di tre papi nel medesimo tempo; mentre si aggiungeva
un’altra grave causa di divisione e di turbamento con la spinosa questione dei rapporti tra il Concilio e il Papato, se cioè fosse superiore la volontà
del Concilio o l’autorità del Papa.
Il profondo stato di disagio spirituale e morale in cui versava allora la Chiesa trovò la sua conferma nella diffusione di movimenti ereticali, come
quello di Giovanni Wycleff in Inghilterra (moto popolare dei Lollardi), e di Giovanni Huss (col suo discepolo Gerolamo da Praga) in Boemia.
Per risolvere la grave crisi dello scisma d’Occidente venne infine convocato il Concilio di Costanza (1414-1418), che condannò le dottrine di
Wycliff e mandò al rogo Giovanni Huss (1415); depose i tre papi rivali ed elesse come nuovo papa Martino V (1417-1431).
2. Rimaneva ancora aperto il problema dei rapporti tra il Concilio e il Papato, che provocò, a distanza di pochi decenni, la nuova crisi del piccolo
scisma (1439-1449).
Fu questo, per la storia della Chiesa, un periodo assai complesso e folto di avvenimenti, tra cui bisogna mettere in rilievo la convocazione del
Concilio di Basilea (1431-1449); l’elezione di un antipapa nella persona di Amedeo VIII di Savoia, col nome di Felice V (1439); e la temporanea
unione della Chiesa greca alla latina (1439-1456).
Riuscì infine al papa Niccolò V (1447-1435) di porre fine allo scisma (1449), convincendo l’antipapa all’abdicazione, e riaffermando
definitivamente il principio della superiorità del Papato sul Concilio.
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