DONARSI LA PACE DI CRISTO
SILVANO SIRBONI
Nel linguaggio biblico la pace (= shalom) non è semplice assenza di conflitti armati, ma l'insieme
di tutti quei beni materiali e spirituali che rendono umana e vivibile l'esistenza quotidiana.
Infatti il termine ebraico shalom deriva da una radice linguistica esprime l'essere intatto, non
frantumato. Si tratta quindi di un benessere completo, di una gioia piena (cfr. Pace, in Dìzionario
dei concetti biblici del N.T., EDB 1976). Non è senza ragione che questo termine sia diventato nel
mondo medio-orientale la forma di saluto abituale e più significativa. L'abitudine, purtroppo,
conduce facilmente a dimenticare il significato delle parole che si pronunciano e dei gesti che si
compiono. La celebrazione liturgica non è esente da questo micidiale logorio dell'abitudine con il
conseguente rischio di ridurre il segno di pace a un semplice, gesto cerimoniale, ad un semplice
saluto, ad un'obbedienza rubricale, indipendentemente dalla sua collocazione nel conte sto
della
messa, se prima o dopo la Preghiera eucaristica.
La pace di Cristo
È significativo che lo stesso Gesù, durante la sua ultima cena, abbia sentito la necessità di
precisare ai suoi discepoli le caratteristiche della sua pace: «Vi lascio la pace, vi do la mia pace.
Non come la dà il mondo, io la do a voi» (Gv 14,27). Il Signore, infatti, intende riferirsi al dono
messianico della pace. Cioè a quella vita riconciliata, di relazioni fraterne che il profeta Isaia
esprime con le note ed eloquenti immagini: «II lupo dimorerà insieme con l'agnello, il
leopardo si sdraierà accanto al capretto, il vitello e il leoncello pascoleranno insieme e un
piccolo fanciullo li guiderà... Il lattante si trastullerà sulla buca della vipera, il bambi no
metterà la mano nel covo del serpente velenoso» (Is 11,6-8). Quest'ultima immagine è, in qualche
modo, ripresa dall'evangelista Marco quando riporta le parole con le quali Gesù, prima della
sua ascensione, affida ai suoi discepoli la missione elencando i «segni che
accompagneranno quelli che credono» (Mc 16,17). In breve, la missione di Gesù e dei suoi
discepoli è quella di portare la pace promessa da Dio per mezzo dei profeti «agli uomini, che
egli ama» (Lc 2,14). Anzi, Gesù stesso «è la nostra pace, colui che di due ha fatto una cosa
sola, abbattendo il muro di separazione che li divideva, cioè l'inimicizia per mezzo della sua
carne... per riconciliare tutti e due con Dio in un solo corpo, per mezzo della croce, eliminando
in se stesso l'inimicizia. Egli è venuto ad annunciare pace a voi che eravate lontani e pace a
coloro che erano vicini. Per mezzo di lui infatti possiamo presentarci, gli uni e gli altri, al Padre
in un solo Spirito» (Ef 2,14-17). Giudei e pagani, ricchi e poveri, bianchi e neri sono chiamati ad
essere una sola cosa nello stesso Spirito di Gesù. È questa la pace che si riceve e si dona nella
celebrazione eucaristica.
Una pace da accogliere e da donare
Non è senza una profonda ragione che secondo il rituale descritto dall'ordo romanus I (vii
sec.) il primo saluto rivolto dal vescovo all'assemblea fosse identico a quello rivolto dal Risorto
ai suoi discepoli: Pax vobis e avesse luogo dopo il canto del Gloria in excelsis Deo et in terra
pax hominubus (cf. J. Jungmann, Missarum Sollemnia) Questo è ancora oggi il primo saluto rivolto
all’assemblea nella messa presieduta dal vescovo (cfr. Cerimoniale dei vescovi, 132). In quasi tutte
le formule alternative per questo saluto iniziale è comunque presente il termine 'pace'. Una
parola ricorrente nella messa per indicare il frutto principale del sacrificio di Cristo: una
vita riconciliata all'insegna di rapporti fraterni nella giustizia e nella carità. Se si dimentica
questo, non solo il gesto di pace, ma tutta la messa rischia di diventare una semplice cerimonia
o una semplice devozione secondo i propri gusti, per soddisfare esigenze del tutto individuali.
Si tratta, invece, di accogliere un dono, l'offerta di un amore che impegna a stabilire rapporti
di comunione con il prossimo: «Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri
come io ho amato voi» (Gv 15,12). Questo è il frutto della messa. Si tratta quindi di una
pace, di una salvezza che si accoglie per essere donata. È significativo che nel più an tico
documento che riporta alcuni elementi di liturgia, la Didaché (i sec.), i fedeli sono esortati a
riconoscere i loro peccati, a riconciliarsi reciprocamente prima di iniziare la loro assemblea
domenicale per non profanare il sacrificio (cfr. 14,2). Nel cuore del ii secolo Giustino attesta
per la prima volta esplicitamente il 'bacio di pace' dopo la preghiera universale e prima di
quella che oggi noi chiamiamo liturgia eucaristica. Gesto simbolico e impegnativo che già
Clemente Alessandrino (III sec.) vede a rischio di formalismo: «L'amore non consiste nel bacio,
ma nella benevolenza. Alcuni, invece, non sono buoni che a far risuonare la chiesa con il
bacio, senza avere dentro di sé l'amore» (Pedagogo III,11). Quasi contemporaneamente la
Traditio Apostolica di Ippolito (220 circa) adombra un altro pericolo quando esorta a
scambiare il bacio di pace «viri cum viris et mulieres cum mulieribus» (c. 18). Un secolo dopo
le Costituzioni apostoliche (350 circa) ribadiscono la stessa preoccupazione quando
dispongono che il bacio di pace venga scambiato da uomini con uomini e donne con donne,
senza confusione tra i sessi (cfr. VIII, 11, 8-9). È probabile che da queste disposizioni
riguardanti il bacio di pace si sia instaurata la prassi di separare nelle chiese gli uomini dalle
donne.
Collocazione e prassi del segno di pace
Stando alla testimonianza di Giustino. il segno di pace risulta collocato prima della liturgia
eucaristica. Tuttavia secondo la testimonianza di S. Agostino (+ 430) nel rito romano del v secolo il
segno di pace è invece collocato fra il Padre nostro e la comunione (cfr. Sermo 87 e 227).
Collocazione confermata anche dalla nota lettera di Innocenzo I a Decenzio, vescovo di Gubbio.
che chiedeva chiarimenti proprio su questa prassi diversa da altre Chiese. Il papa difende tale
particolarità e la giustifica quale suggello dell'assemblea al mistero di riconciliazione
celebrato nella Preghiera eucaristica. Anzi, biasima coloro che insistono nel porre questo
gesto prima della Preghiera eucaristica (cfr. Epist. 25,1). Pare che questa particolarità sia stata
originata anche dall'accentuazione penitenziale del Padre nostro, in riferimento alle parole
«rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori» (cfr. S. Agostino, Sermo 17,
5; cfr. anche V. Raffa, Liturgia eucaristica, 526). D'altra parte già Cirillo di Gerusalemme
scriveva: «Il bacio santo è un gesto che esprime la volontà di conciliare le anime con il proposito
di dimenticare le vicendevoli offese... Il nostro gesto equivale quindi a una riconciliazione e per
questo si dice bacio santo» (Cat. Mistagogiche, Serm. 15,3). Per una complessa convergenza
di fattori che possiamo sintetizzare nella deriva clericale della liturgia, favorita
dall'incomprensione della lingua latina, il bacio di pace finisce per trovarsi in un contesto
assembleare che non ne giustifica più la prassi, non senza ricadute negative sulla decenza stessa
di questo gesto che opportunamente scompare dalla navata e resta relegato all'area presbiteriale per
le occasioni più solenni. Non solo, ma per un esasperato senso della decenza, anche all'interno
del presbiterio il bacio fra il clero viene sostituito dal bacio dato ad un oggetto, in genere ad
un'immagine sacra (= osculatorium, instrumentum pacis). Questa prassi del segno di pace
relegata al presbiterio e solo nella messa solenne fu fissata dal Messale di Pio V (1570). Soltanto
in qualche occasione particolare il segno di pace con lo 'strumento' poteva essere scambiato
con qualche personalità laica, purché di sesso maschile (cfr. Ordo servandus X, 3; cfr. anche L.
Trimeloni, Compendio di liturgia pratica, 389-390).
Il segno della pace tra ambiguità e scorrettezze
La riforma liturgica promossa dal Vaticano II ha restituito il segno di pace all'assemblea e
in tutte le assemblee, quando ritenuto opportuno. Come per tutti gli altri elementi della
celebrazione liturgica, recuperati e adattati dalla riforma liturgica, an che il segno di pace non
è stato esente da ambiguità e applicazioni scorrette. Rischio inevitabile poiché questo gesto,
come tutti i gesti liturgici, per essere pienamente significativo, presuppone una comunità
'vera'. Infatti, con questo gesto «i fedeli esprimono la comunione ecclesiale e l'amore
vicendevole prima di comunicare al sacramento» (OGMR 82). Quante nostre assemblee
esprimono una vera comunione ecclesiale? In certe circostanze non sarebbe forse opportuno
ometterlo, visto e considerato che non è obbligatorio?
Anzi, in occasione di certi funerali, dove l'aspetto istituzionale civile ha il sopravvento, ci si
potrebbe chiedere addirittura se sia opportuna la messa. Inoltre, come tutti i segni liturgici,
anche il segno della pace, per essere correttamente compreso, praticato e fruttuoso, ha bisogno di
una partecipazione cristianamente attiva e consapevole. In altre parole, di una catechesi previa e
di una presenza di fede. La mancanza di queste due condizioni conduce inevitabilmente a quelle
anomalie che oggi vengono giustamente riprovate e ingiustamente prese come alibi per condannare
la riforma liturgica anziché condannare chi non l'ha messa in pratica o l'ha attuata scorrettamente. Il
segno di pace non è un gesto cameratesco per scambiarsi i saluti e neppure un gesto sostitutivo di
quell'accoglienza che deve trovare spazio prima della celebrazione (cfr. OGMR 105 d). È pertanto
del tutto fuori luogo la ‘passeggiata' del prete celebrante lungo la navata per stringere la mano a
tanti e scambiare quattro chiacchiere di convenevoli.
Le norme precisano saggiamente che «ci ascuno dia la pace sol tanto a chi gli sta più
vicino, in modo sobrio» (OGMR 82). È un gesto simbolico di comunione e di riconciliazione che
oggi, nel rito romano, dà visibilità all'accoglienza della richiesta condizio nata che il
Signore ha posto sulle nostre labbra: «rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai
nostri debitori». Inoltre per una corretta celebrazione di questo rito è necessario tenere presente
che, contrariamente alla prassi che è andata instaurandosi nel tardo medioevo, non si tratta
di comunicare il dono della pace in modo gerarchico (per quanto significativa anche questa
modalità), cioè a partire dal presidente, al clero e infine al popolo. Si tratta, invece, di
esprimere «l'amore vicendevole», il perdono reciproco per essere degni di partecipare alla mensa
eucaristica. Non è quindi corretto (e anche un po' deviante) che i `chierichetti' (= ministranti)
siano inviati nell'aula assembleare con una certa e inopportuna confusione e non senza il
rischio di una certa banalizzazione e infantilizzazione del rito. In alcune particolari occasioni
(matrimoni, funerali o altro) le norme prevedono con molto buon senso che il sacerdote possa
scambiare la pace con alcuni laici con la dovuta discrezione e sobrietà (cfr. OGMR 154). Sempre
con tanto buon senso e capacità di immedesimarsi nelle persone che compongono l'assemblea,
ci possono essere circostanze, certamente marginali, ma che suggeriscono di omettere il segno
di pace; per esempio quando per il caldo si suppone che i presenti abbiano le mani sudate...
Si tratta di una doverosa e sensibile attenzione.
Accompagnare il segno di pace con un canto speciale?
A partire da una scorretta interpretazione del segno di pace, inteso come semplice gesto di
cordialità, è inevitabile la tentazione di accompagnare questo rito con qualche canto
festoso, magari a scapito dell'Agnello di Dio che segue il segno di pace e accompagna la
frazione del pane. Non è raro sentire durante il segno di pace il noto canto Pace a te, fratello
mio... Canto certamente adatto per altri momenti di preghiera, ma assai me no per questo
momento rituale quando invece sarebbe molto meglio far seguire il canto dell'Agnello di
Dio che ricorda come la pace che si intende significare è quella che proviene dal sacrificio di
Cristo (cfr. OGMR 63). Lo dice chiaramente colui che presiede quando introduce il gesto di
pace con l'augurio: «La pace del Signore sia sempre con voi». Lo precisano anche le premesse
alla terza edizione del Messale romano per la formula che potrebbe accompagnare lo
scambio di pace tra i fedeli: «La pace del Signore sia sempre con te». La risposta prevista è
«Amen» (cfr. OGMR 154). Non si comprende questa risposta quando certamente il fedele
che riceve la pace sarà certamente portato a rispondere: «E con il tuo spirito»; come del
resto era previsto nella prassi precedente. Le norme del Messale lasciano opportunamente alle
Conferenze Episcopali di stabilire le concrete modalità per il rito della pace, nel rispetto
delle diverse culture e sensibilità. In ogni caso, per dare verità e spontaneità a questo gesto è
opportuno educare anche al rispetto delle diverse relazioni fra le persone. Che senso ha che
un genitore stringa la mano ai propri figli? E forse scandaloso che due coniugi si abbraccino? In
genere non si abbracciano forse anche i concelebranti, pur con una certa libertà, secondo il
grado di conoscenza tra loro e la materiale collocazione della loro persona? Per questo non è
corretto che il diacono o un sacerdote, cambiando e banalizzando la formula proposta dal
Messale, esorti al, segno di pace dicendo: «Datevi una stretta di mano!».
Una distrazione per la comunione?
Una scorretta prassi del rito della pace ha condotto il sinodo dei vescovi (2005) a porsi
alcuni interrogativi sulla collocazione di questo gesto nella celebrazione della messa secondo
il rito romano. Si dice che questo segno «in certi casi assume un peso che può divenire
problematico, quando si protrae troppo a lungo o addirittura suscita qualche confusione
proprio prima di ricevere la comunione» (Proposizione 23). Questa osservazione ha trovato
spazio anche nell'esortazione postsinodale di Benedetto XVI nel 2007: «Tenendo conto di
consuetudini antiche e venerabili e dei desideri espressi dai Padri sinodali, ho chiesto ai
competenti dicasteri di studiare la possibilità di collocare lo scambio della pace in altro
momento, per esempio prima della presentazione dei doni all'altare» (Sacramentum Caritatis,
49, nota 150). Le osservazioni di alcuni Padri sinodali sono senza dubbi o giusti fi cat e. Ci si
può chi edere t utt avia, perché, anzi ché correggere gli abusi si debba rinunziare a una
tradizione peculiare del rito romano antica di sedici secoli. Inoltre dietro questa richiesta, sembra
esserci una visione esclusivamente intimistica della partecipazione alla mensa eucaristica
secondo una prassi preconciliare. Se il segno della pace fosse eseguito come previsto dalle
norme non sarebbe affatto una distrazione. Anzi, nella consapevolezza che questo segno è, nel
rito romano, intimamente legato al Padre nostro e di fatto anche al canto dell'Agnello di
Dio, aiuterebbe a ricordare come la condivisione della mensa eucaristica impegni a quella
solidarietà e fraterna comunione che è lo scopo di tutta la messa: «Tu hai bevuto il sangue del
Signore e non riconosci tuo fratello. Tu disonori questa stessa mensa, non giudicando degno
di condividere il tuo cibo colui che è stato ritenuto degno di partecipare a questa mensa»
(Giovanni Crisostomo, Omelia su 1 Cor. 27,4).
[da Servizio della Parola, n. 414 (2010) pp. 4-10]