LA_SECONDA_GUERRA_MONDIALE

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LA SECONDA GUERRA MONDIALE
L’INVASIONE NAZISTA DELLA POLONIA
La Seconda Guerra mondiale iniziò il 1 settembre 1939 con l’invasione di Hitler della Polonia. Il Fuhrer, dopo aver
occupato la Cecoslovacchia, avanzò pretese sulla città di Danzica e su una striscia di terra, il “corridoio polacco”, che
separava la Prussia orientale dal resto del Reich. Questa volta, però, la Gran Bretagna e la Francia reagirono e
assicurarono al governo polacco il loro appoggio.
Nel frattempo, a Mosca, Francesi, Inglesi e Russi avviavano negoziati militari, che, se avessero avuto successo,
avrebbero messo in grave difficoltà la Germania.
Hitler infatti, ammaestrato dall’esperienza della Grande Guerra, voleva evitare assolutamente che la Germania si
trovasse a combattere su due fronti, a est e a ovest. Ma i negoziati fallirono, anzi, solo sei giorni dopo, il 23 agosto
1939, uno stupefacente accordo fra sovietici e tedeschi, firmato dai due rispettivi ministri degli Esteri, von Ribbentrop
per la Germania e Molotov per l’URSS, lasciò senza fiato il mondo e turbò profondamente i comunisti europei. I due
regimi, quello nazista e quello comunista, divisi da insuperabili barriere ideologiche, ora, con il patto MolotovRibbentrop, decidevano una politica di reciproca non aggressione della durata di dieci anni. Non solo, un “protocollo
segreto” stabiliva che le due potenze si sarebbero divisa la Polonia.
Anni di durissima contrapposizione fra comunismo e nazifascismo, culminati nel Patto antikomintern del 1937 fra
Giappone, Germania e Italia contro l’URSS, sembravano essersi dissolti. In realtà, Hitler e Stalin avevano trovato un
momentaneo punto d’incontro, poiché in quel momento i loro interessi coincidevano. Il dittatore sovietico, che non si
fidava di Francia e Inghilterra e riteneva la guerra una faccenda tra “imperialisti”, vedeva realizzarsi il suo desiderio di
annettersi territori persi nel 1920, mentre Hitler poteva cogliere l’opportunità di non dover combattere su due fronti.
Le truppe corazzate naziste, appoggiate dall’aviazione, entrarono in Polonia il 1 settembre. Il 3 settembre Francia e
Gran Bretagna dichiararono guerra alla Germania, rispettando così gli impegni presi con la Polonia. L’Italia, che
non era preparata per un conflitto di tale portata, dichiarò la sua “non belligeranza”.
LA GUERRA LAMPO TEDESCA
Occupata rapidamente la Polonia, Hitler rivolse la propria attenzione ad ovest. Per lunghi mesi non accadde nulla sul
fronte occidentale: l’Europa visse una fase di trepidante attesa che i Francesi chiamarono “drôle de guerre” (guerra
per finta).
Fra l’aprile e il maggio del 1940 Hitler decise di passare all’offensiva. L’esercito tedesco era stato dotato di nuovi
armamenti, in grado di imprimere grande velocità alle operazioni militari: i carri armati, automezzi per motorizzare la
fanteria e sofisticate armi leggere, utilizzate dai numerosi reparti di paracadutisti; gli aerei dell’aviazione tedesca (la
Luftwaffe) inoltre erano i migliori del tempo. La “guerra lampo” tedesca prevedeva l’uso combinato di queste forze.
Conquistate nell’aprile Danimarca e Norvegia, il 10 maggio la Wehrmacht iniziò la battaglia di Francia. Ma non
ad est, come i Francesi si aspettavano: infatti per aggirare la “linea Maginot”, che interessava solo il confine francotedesco, Hitler diede ordine di invadere i Paesi neutrali, come l’Olanda, il Belgio e il Lussemburgo, calpestando ogni
principio di diritto internazionale.
Nel giro di una settimana, i carri armati tedeschi riuscirono a sfondare le linee anglofrancesi e, nel varco aperto,
irruppero le forze motorizzate. Il corpo di spedizione inglese, con alcune divisioni francesi, fu rinchiuso in
un’enorme sacca, a Dunkerque, sulla Manica, mentre nel resto del Paese l’armata francese veniva spazzata via dalle
forze naziste.
Il 14 giugno la Wehrmacht faceva il suo ingresso a Parigi. La Francia fu costretta alla capitolazione e il suo territorio
venne diviso in due parti: una era controllata direttamente dai tedeschi e l’altra fu posta sotto il comando di un vecchio
maresciallo, eroe della Grande Guerra. La Francia di Vichy, come fu chiamata, dal nome della città sede del governo,
si estendeva a sud della Loira ed era in pratica uno Stato satellite della Germania.
Si trattava ora di annientare il corpo di spedizione inglese a Dunkerque; ma Hitler indugiò, poiché sperava di venire a
patti con l’Inghilterra e non sferrò l’attacco finale, consentendo agli Inglesi di mettersi in salvo oltre la Manica.
L’ENTRATA IN GUERRA DELL’ITALIA
Mussolini era legato alla Germania nazista fin dal 1936 con il patto di amicizia chiamato Asse Roma-Berlino,
perfezionato nel 1939 con il Patto d’acciaio, un’alleanza militare. Inizialmente il Duce dichiarò la “non
belligeranza”, a causa dell’impreparazione militare dell’Italia; il 10 giugno 1940 però, convintosi dell’opportunità di
partecipare al conflitto, annunciò la dichiarazione di guerra alla Francia e alla Gran Bretagna.
La guerra mise a nudo tutte le debolezze del fascismo, la sua superficialità e la sua corruzione e l’Italia pagò un prezzo
altissimo per questa avventura militare: più di 400.000 morti, centinaia di migliaia di feriti, città distrutte.
L’impreparazione dell’esercito italiano risultò evidente dall’attacco alla Francia, la “pugnalata alla schiena”, come
fu chiamata, perché i Francesi erano già stati sconfitti dai tedeschi: gli Italiani riuscirono infatti a penetrare
faticosamente in Savoia, tra il 21 e il 24 giugno 1940, occupando pochi Km di suolo francese.
Mussolini il 28 ottobre 1940 ordinò allora di invadere la Grecia, ma quella che doveva essere una marcia trionfale
verso Atene si trasformò in un disastro: i Greci passarono ben presto alla controffensiva e costrinsero gli Italiani a
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ripiegare in Albania; Badoglio fu costretto alle dimissioni. Ci volle l’intervento dei tedeschi per tirare fuori dai guai gli
Italiani: il 6 aprile 1941 le truppe naziste assalirono la Jugoslavia, la occuparono e, insieme alle truppe italiane,
invasero la Grecia.
LA BATTAGLIA D’INGHILTERRA E IL FRONTE AFRICANO
All’inizio dell’estate del 1940, solo la Gran Bretagna resisteva in Europa all’avanzata nazista.
L’URSS, nel frattempo, approfittando del patto di non aggressione con il Terzo Reich, aveva occupato le Repubbliche
baltiche.
Il nuovo Primo ministro inglese, Winston Churchill, divenne il simbolo della ferma volontà della nazione di opporsi
fino all’ultimo e senza condizioni a Hitler.
All’inizio di luglio i Tedeschi diedero il via all’ “Operazione Leone marino”, ovvero al progetto di invasione
dell’Inghilterra: Hitler impegnò tutta la forza dell’aviazione per neutralizzare la marina britannica, terrorizzare la
popolazione e sbarcare sull’isola.
Ma i piloti della RAF (Royal Air Force), l’aviazione inglese, grazie all’aiuto del radar, di recente inventato, riuscirono a
fronteggiare gli attacchi della Luftwaffe. I Tedeschi commisero anche l’errore di disperdere le loro forze per
bombardare gli obiettivi civili: Liverpool, Coventry e soprattutto Londra dovettero subire bombardamenti per tutto
l’autunno del 1940. Ma infine gli Inglesi riuscirono a vincere la “battaglia d’Inghilterra” e Hitler fu costretto a
rinunciare allo sbarco. Da quel momento la Gran Bretagna dovette affrontare la pesante guerra sottomarina che i
Tedeschi intrapresero nell’Atlantico, affondando con i loro sommergibili tutti i mercantili che riuscivano ad intercettare,
diretti dagli USA e dal Canada in Gran Bretagna.
Un importante fronte di operazioni militari si aprì anche in Africa, per il controllo del Canale di Suez. Gli Italiani
minacciavano dalla Libia le forze inglesi in Egitto, ma la Gran Bretagna, dopo alcune iniziali sconfitte, lanciò nel
deserto una pesante offensiva che la portò, nel febbraio del 1941, ad occupare Bengasi, in Libia. Mussolini si vide allora
costretto a chiedere aiuto ad Hitler, che inviò un corpo di spedizione, l’ “Africa Korps”, al comando del generale
Erwin Rommel. I Tedeschi passarono al contrattacco e, insieme agli Italiani, respinsero i Britannici dalla Libia,
tornando a minacciare le posizioni inglesi in Egitto.
L’Italia però non potè difendere le sue colonie in Africa orientale, perché era troppo difficile rifornirle di uomini e di
mezzi: nella primavera del 1941, truppe inglesi ed abissine entrarono ad Addis Abeba.
L’ATTACCO ALL’URSS (GIUGNO 1941)
Il 22 giugno 1941, Hitler scatenò l’ “Operazione Barbarossa” contro l’Urss, senza aver preventivamente concluso la
pace ad ovest, com’era inizialmente nelle sue intenzioni.
L’attacco all’Urss rappresentò una svolta decisiva nel conflitto, in quanto finì l’assurda alleanza tra due regimi agli
antipodi e l’Inghilterra non fu più sola ad opporsi al nazismo.
La Wehrmacht avanzò in direzione di Leningrado a nord e dell’Ucraina a sud, per prendere in una tenaglia Mosca: i
generali tedeschi erano certi del successo. E in effetti l’Armata rossa, colta di sorpresa e decapitata dei suoi migliori
generali dalle purghe staliniane del 1938, subì inizialmente tremende disfatte. Leningrado venne assediata e l’Ucraina
occupata, ma la resistenza sovietica non era ancora del tutto spezzata e si stava avvicinando l’inverno, da sempre il
miglior alleato dei Russi. Nel rigido inverno del 1941-42 la Wehrmacht si trovò imprigionata nelle pianure russe,
in cui era stata attirata da una strategia vincente fin dai tempi di Napoleone: ritirarsi facendo terra bruciata alle proprie
spalle. Le piste ghiacciate non consentivano alla Luftwaffe di decollare, i motori non partivano e gli uomini erano poco
attrezzati per reggere al tremendo freddo. I soldati dell’Armata rossa irrigidirono la loro resistenza lungo un fronte che
andava da Leningrado a Stalingrado e, attorno a Mosca, nel dicembre del 1941, vinsero la loro prima battaglia.
L’ATTACCO GIAPPONESE A PEARL HARBOR E L’ENTRATA IN GUERRA DEGLI USA
Gli USA, allo scoppio delle ostilità in Europa, avevano assunto una posizione di neutralità, che rifletteva la loro
tradizionale politica isolazionistica. Roosevelt, però, eletto per la terza volta alla presidenza nel 1940, desiderava
contrastare più attivamente l’espansionismo nazista e, il 14 agosto 1941, firmò con Churchill la Carta Atlantica, un
documento che riprendeva i “Quattordici punti” wilsoniani. In essa i due capi di Stato si impegnavano a sconfiggere il
nazismo e a costruire un “nuovo ordine” in cui tutti i popoli avrebbero potuto cooperare in pace.
Gli Stati Uniti tuttavia continuarono a restare fuori dal conflitto.
Fu l’attacco improvviso dei Giapponesi alla loro base navale di Pearl Harbor, nelle isole Hawaii, a costringerli ad
intervenire nella guerra.
Il Giappone, che dal settembre 1940 era legato da un’alleanza militare alla Germania e all’Italia, detta Patto
tripartito, fin dal 1937 aveva dato inizio ad un’aggressiva politica di espansione territoriale nel Sud-est asiatico,
occupando buona parte della Cina e invadendo l’Indocina francese.
Come risposta, gli USA e la Gran Bretagna lanciarono un ultimatum al governo nipponico, affinchè abbandonasse la
Cina e l’Indocina. Il Giappone, allora, ritenendo inconciliabili gli interessi americani con i propri nell’oceano Pacifico,
decise per una soluzione di forza. E attaccò improvvisamente la flotta americana ancorata nella baia di Pearl
Harbor.
Erano la 7,55 del 7 dicembre 1941, quando gli aerei nipponici cominciarono a sganciare il loro carico di bombe sulle
ignare e sorprese navi statunitensi. Alla stessa ora, a Washington, l’ambasciatore giapponese consegnava la
dichiarazione di guerra agli esterrefatti americani.
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L’attacco a Pearl Harbor fu micidiale per la marina degli USA e il Giappone seppe affrontare del momento favorevole
per occupare sostanzialmente tutto l’Estremo oriente.
Tre giorni dopo Pearl Harbor, anche Germania e Italia dichiararono guerra agli Stati Uniti: ora il conflitto
coinvolgeva veramente il mondo intero.
Tra la fine del 1942 e l’inizio del 1943 a Washington si tenne una conferenza nella quale tutte le 26 nazioni in guerra
contro l’Asse Tokyo-Roma-Berlino sottoscrissero il Patto delle Nazioni Unite, in cui si impegnavano a combattere
congiuntamente le forze fasciste e a rispettare i principi della Carta Atlantica.
LO STERMINIO DEGLI EBREI
Nei Paesi dell’Europa appena conquistati ed occupati dai nazisti, iniziarono ad essere applicate quelle misure
antiebraiche già in vigore in Germania dall’introduzione delle Leggi di Norimberga nel 1938: Hitler fece
dell’antisemitismo la sostanza stessa dell’ideologia e del regime nazionalsocialista.
I nazisti misero alla prova i loro piani nel primo Paese occupato, la Polonia. Appena conclusa la campagna militare,
furono istituiti dei ghetti, recintati e sorvegliati da sentinelle, nei quali dovevano venire ammassati gli Ebrei polacchi e
poi in seguito gli Ebrei degli altri territori occupati. Quindi le persecuzioni antisemitiche si estesero a tutti i Paesi
conquistati.
Il 20 gennaio 1942 furono emanate le direttive alla Gestapo e alle SS per la “soluzione finale” del problema ebraico,
vale a dire lo sterminio di massa degli Ebrei in veri e propri campi di concentramento e sterminio, dove furono peraltro
deportati anche Slavi, comunisti, zingari e prigionieri di ogni genere. Era il “nuovo ordine”, come Hitler lo chiamava.
LA RESISTENZA AL NAZISMO
In tutti i Paesi europei invasi dai nazisti sorsero ben presto dei movimenti di Resistenza. La Resistenza fu la lotta
intrapresa dai popoli sconfitti ed oppressi da Hitler per il proprio riscatto nazionale e per la propria liberazione. Uomini
che si richiamavano ad ideologie diverse trovarono nell’opposizione al nazifascismo un’unità d’azione.
Fra i primi i Francesi, uniti intorno al generale Charles De Gaulle, che dall’Inghilterra incitava i suoi connazionali a
lottare contro le forze d’occupazione. Un movimento di liberazione, la Francia libera, condusse efficaci azioni di
sabotaggio nelle retrovie tedesche, collaborando attivamente con gli Alleati. Coloro che combattevano in queste
formazioni irregolari armate furono chiamati partigiani.
Un vero e proprio esercito partigiano sorse anche in Jugoslavia nel 1941, quando questo Paese fu nazisti per tutta la
durata della guerra. Ma la lotta partigiana si estese anche alla Grecia, ai Paesi dell’Europa orientale, all’Italia e ai
territori occupati dall’URSS: nel 1943 Stalin sciolse il Comintern, a garanzia della nuova linea d’azione comune a
tutte le forze antifasciste.
Anche in Germania vi fu un’opposizione antihitleriana che, se non fu certamente un movimento di massa, vide
l’azione di singoli e gruppi e culminò nell’attentato al Führer del 20 luglio 1944 (l’operazione Valchiria), da cui Hitler
si salvò miracolosamente.
Tuttavia furono numerosi anche i governi collaborazionisti: la Francia di Vichy, la Norvegia, la Romania, la Spagna
“non belligerante” di Franco e altri Paesi europei invasi dai nazisti, che collaborarono per opportunismo, per paura o per
affinità ideologica con il nazismo.
1942: L’ANNO DELLA SVOLTA
Nel 1942 si ebbe una svolta nel conflitto: gli eserciti alleati (americani, inglesi e sovietici) riportarono infatti dei
successi significativi contro le forze del patto tripartito (Germania, Italia e Giappone).
Nel Pacifico la flotta giapponese fu sconfitta presso l’atollo di Midway, a ovest delle isole Hawaii, e nella battaglia
del Mar dei Coralli, di fronte alle coste della Nuova Guinea.
Nell’Atlantico gli Alleati riuscirono, grazie a una serie di innovazioni tecniche e strategiche, a ostacolare la guerra
sottomarina tedesca.
In Africa il maresciallo inglese Montgomery respinse l’Africa korps di Rommel e, nell’ottobre del 1942, lo
sconfisse in una battaglia decisiva ad El-Alamein; nel maggio del 1943 le forze dell’Asse, attaccate anche ad ovest
dall’esercito angloamericano, furono poi costrette a capitolare ed abbandonare l’Africa.
In Europa i sovietici, dopo essere passati alla controffensiva nell’inverno del 1941, dovettero subire una nuova
offensiva tedesca nell’estate del 1942, che aprì alla Wehrmacht la strada verso i pozzi petroliferi del Caucaso. Ma
Hitler, contro il parere dei suoi generali, ordinò di attaccare Stalingrado, un grosso centro industriale sulla riva destra
del Volga. Ai suoi occhi, la conquista della città, che portava il nome del dittatore sovietico, avrebbe avuto un grande
valore simbolico e propagandistico. Ma Stalingrado, anche se ridotta a un cumulo di macerie, resistette dal settembre
del 1942 alla fine di gennaio del 1943; quando i sovietici passarono al contrattacco, i tedeschi, chiusi in una tenaglia,
furono costretti ad arrendersi e persero così la battaglia di Stalingrado.
Le sorti della Seconda Guerra mondiale stavano decisamente cambiando.
LA GUERRA TOTALE
A partire dal 1943, la guerra diventò totale, nel senso che impegnò tutte le risorse economiche e coinvolse le
popolazioni civili degli Stati belligeranti.
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Nell’estate del 1943 la popolazione tedesca fu sottoposta a un duro razionamento dei viveri; i dirigenti nazisti inoltre
impiegarono nelle attività economiche del Paese circa 8 milioni di stranieri (prigionieri o deportati), anche se la
produzione industriale subì un forte calo a causa dei continui bombardamenti a cui i centri industriali erano sottoposti.
Gli Alleati disponevano di risorse economiche decisamente superiori, grazie soprattutto agli Stati Uniti, che erano in
grado di rifornire sia il proprio esercito sia gli eserciti degli Stati alleati: potevano inoltre vantare una notevole
superiorità nella ricerca scientifica e nelle sue applicazioni tecnologiche. Tutto ciò che riguardava la guerra conobbe
notevoli progressi: la medicina, l’elettronica, la chimica e soprattutto l’industria degli armamenti, che si perfezionò
mettendo a disposizione degli eserciti il radar, il bazooka e la bomba atomica.
Anche il sistema delle alleanze funzionò, in particolare fra gli Alleati. Infatti le relazioni fra Berlino e Tokyo, per
ragioni d’ordine razziale, non furono mai molto strette, tanto è vero che il Giappone sottoscrisse con l’URSS, nel
1941, un patto di non aggressione, mentre il Patto d’acciaio fra l’Italia e la Germania era destinato a dissolversi nel
1943.
Invece la “Grande Alleanza”, formata da Gran Bretagna, Stati Uniti e URSS, procedete senza gravi contrasti. Dopo
l’attacco tedesco, l’URSS dichiarò di aderire alla crociata per la libertà e contro il fascismo. E il 28 novembre 1943,
Roosevelt, Churchill e Stalin, i “Tre Grandi”, come furono chiamati, si incontrarono a Teheran, in Persia. In
quell’occasione, molte delle affermazioni fatte nella Carta Atlantica furono praticamente ignorate e si cominciò a
parlare di divisione del mondo in “sfere d’influenza” fra le grandi potenze. Nella successiva conferenza di Yalta, in
Crimea, quando ormai la sconfitta del nazismo era certa, si parlò oltre che della costituzione e dell’organizzazione di un
nuovo organismo internazionale, l’ONU, anche della divisione della Germania in quattro zone d’occupazione (USA,
Gran Bretagna, URSS e Francia).
LA CADUTA DEL FASCISMO
Nel gennaio del 1943, in occasione della conferenza di Casablanca, gli Alleati avevano stabilito che, una volta chiuso
il fronte africano, sarebbe stata attaccata l’Italia e che ad essa, come a tutti gli altri avversari, sarebbe stata imposta la
resa senza condizioni.
Il 9 luglio 1943 gli Alleati sbarcarono in Sicilia, senza incontrare particolari resistenze.
Anche il fronte interno si stava sfaldando: un primo segnale politico di rifiuto del fascismo si ebbe con una serie di
scioperi operai nel marzo del 1943; poi, dopo lo sbarco alleato in Sicilia, alcuni alti gerarchi fascisti (fra i quali il genero
di Mussolini, Galeazzo Ciano), cominciarono a pensare di liberarsi del Duce.
Nella notte tra il 24 e il 25 luglio 1943, in una drammatica seduta del Gran Consiglio del fascismo, fu proposta
una mozione di sfiducia nei confronti di Mussolini e si fece appello al re perché restaurasse la legalità
costituzionale.
Vittorio Emanuele III, la mattina seguente, fece arrestare Mussolini e nominò il generale Badoglio a capo del
nuovo governo. Mussolini fu imprigionato e il partito fascista fu dichiarato disciolto.
La guerra però continuò e le libertà politiche non vennero ripristinate: infatti Badoglio e gli ambienti legati alla
monarchia, mentre trattavano segretamente con gli Anglo-americani le condizioni di un armistizio, non volevano
insospettire i Tedeschi, che erano ancora alleati dell’Italia. Solo il 3 settembre, quando truppe americane e inglesi
iniziarono le operazioni di sbarco in Calabria e a Salerno, Badoglio accettò la resa.
La notizia della firma dell’armistizio fu data agli Italiani l’8 settembre e subito le forze tedesche acquartierate nella
penisola si mossero per occupare i principali centri del Paese: l’Italia precipitò nel caos. Vittorio Emanuele III e il
Presidente del Consiglio raggiunsero Brindisi, che era stata liberata dagli Alleati, e venne costituito un nuovo
governo sempre con a capo Badoglio, nel cosiddetto Regno di Sud, cioè quelle terre dell’Italia meridionale raggiunte
dall’avanzata degli Anglo-americani.
Mussolini, a sua volta, liberato dai Tedeschi, costituì in Italia settentrionale un nuovo Stato, che si reggeva grazie
alle armi naziste. La Repubblica di Salò (sede del governo fascista), o Repubblica sociale italiana, era soprattutto
uno strumento nelle mani di Hitler per meglio controllare l’Italia settentrionale e contenere le offensive alleate e un
numero rilevante di Italiani combattè nelle sue fila per un malinteso senso patriottico , per spirito di rivincita o per
fedeltà alle proprie idee. L’Italia precipitò in una sanguinosa guerra civile fatta di rappresaglie e contro rappresaglie.
LA RESISTENZA ITALIANA
Dopo l’8 settembre 1943, l’Italia risultava così spaccata in due. A sud della “linea Gustav”, il sistema difensivo
tedesco che andava dal Tirreno, attraverso Montecassino, all’Adriatico, vi erano gli Anglo-americani e il governo
Badoglio. Al centro e al nord il nuovo governo fascista repubblicano e i Tedeschi. Mentre l’avanzata ristagnava e
Roma attendeva invano di essere liberata, nell’Italia settentrionale si costituirono le prime formazioni partigiane,
composte da antifascisti e da soldati sfuggiti ai Tedeschi. I partigiani avevano l’appoggio dei partiti antifascisti usciti
dalla clandestinità, che, all’indomani dell’armistizio, si erano riuniti a Roma dove avevano dato vita al CLN (Comitato
di liberazione nazionale). I sei partiti che ne facevano parte (comunista, socialista, d’azione, liberale, democristiano, e
democratico del lavoro, il più recente, fondato da Ivanoe Bonomi) incitarono gli Italiani alla lotta e alla resistenza per
liberare il Paese dal nazifascismo.
Nell’ottobre del 1943 il governo Badoglio dichiarò guerra alla Germania e, grazie soprattutto alla guida politica e
militare del CLN, i primi nuclei partigiani crebbero di numero.
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Ma per la lotta di liberazione la svolta decisiva fu rappresentata, nel giugno 1944, dalla costituzione del governo di unità
nazionale guidato da Ivanoe Bonomi: tutti i partiti antifascisti misero da parte ogni differenza ideologica per conseguire
la cacciata dei Tedeschi. Per ciò che riguardava la monarchia fu deciso che Vittorio Emanuele III trasmettesse, alla
liberazione di Roma, avvenuta il 4 giugno del 1944, i suoi poteri al figlio Umberto, rimandando la soluzione del
problema istituzionale a dopo la vittoria.
Il movimento di resistenza nell’Italia centro-settentrionale ebbe allora un nuovo impulso e diventò guerra di popolo; ad
ogni attacco partigiano, i Tedeschi e i “repubblichini” (com’erano definite le truppe della repubblica sociale)
rispondevano con massicci rastrellamenti e con rappresaglie feroci e indiscriminate contro la stessa popolazione civile.
Fra le più spietate vi furono la fucilazione di 335 ebrei, antifascisti e semplici cittadini alle Fosse Ardeatine a Roma e
l’eccidio di 1830 civili a Marzabotto, presso Bologna.
Le operazioni militari, nel frattempo, subivano un rallentamento: infatti gli Anglo-americani, dopo aver liberato
Firenze, furono bloccati dai Tedeschi lungo la “linea gotica”, un fronte che tagliava in due l’Italia da Rimini a La
Spezia. Il movimento partigiano andava incontro, nell’ultimo inverno di guerra, ai mesi più duri della sua breve storia.
LA FINE DEL TERZO REICH E LA RESA DEL GIAPPONE
Le sorti della guerra volgevano ormai a favore degli Alleati, sia in Europa che sul Pacifico.
Nell’Europa dell’est la Germania, dopo la sconfitta di Stalingrado, subiva l’offensiva sovietica: l’Armata rossa
respinse nel luglio del 1943 la disperata controffensiva italo-tedesca e costrinse i nazisti e gli italiani dell’ARMIR ad
una tragica ritirata nel rigido inverno del 1943. All’inizio del 1945 tutta l’Europa orientale era libera dai nazisti e
l’Armata rossa premeva sui confini della Germania.
Ad ovest, nella notte fra il 5 e il 6 giugno 1944, gli Alleati sbarcarono in Normandia, dando inizio all’ “operazione
Overlord”: nonostante la tenace resistenza dei Tedeschi, ad agosto gli Alleati, con alla testa le truppe francesi
comandate da De Gaulle, liberavano Parigi.
Ormai la Germania era ridotta ai confini del 1939 e Hitler, chiuso nel suo bunker a Berlino, sperava in un miracolo. Il
13 aprile 1945 gli fu annunciato che Roosevelt era morto e Hitler pensò che la morte del presidente americano fosse un
segno sicuro che il Terzo Reich avrebbe evitato la catastrofe. Ma gli Alleati avevano ripreso l’offensiva: ad ovest, in
marzo, gli Anglo-americani avevano attraversato il Reno e ad est, in aprile, l’Armata rossa aveva iniziato l’assedio di
Berlino. Il 30 aprile Hitler si suicidò e il 7 maggio la Germania firmò la resa senza condizioni.
Nel Pacifico, la superiorità aeronavale degli Americani era divenuta tale che i Giapponesi erano costretti ad una
lenta ritirata: gli USA seppero piegare la resistenza, in certi casi fanatica fino al suicidio (i Giapponesi avevano creato
un corpo di piloti suicidi, i Kamikaze), dell’esercito nipponico. Gli Americani vinsero, nell’ottobre 1944, la più grande
battaglia aeronavale della Seconda Guerra mondiale nelle Filippine, di fronte all’isola di Leyte e, dopo la vittoria colta
ad Okinawa nel giugno 1945, si aprirono la strada per l’invasione dell’arcipelago giapponese.
Tuttavia i combattimenti erano stati di una violenza tale che il presidente Harry Truman, successo a Roosevelt
(morto il 12 aprile) diede l’ordine di sganciare sul Giappone due bombe atomiche, d Hiroshima (6 agosto) e a
Nagasaki (9 agosto).
L’imperatore Hirohito si vide così costretto alla resa senza condizioni e il 2 settembre 1945 fu firmato l’armistizio.
La Seconda Guerra mondiale era finita.
LA LIBERAZIONE DELL’ITALIA
La Resistenza italiana seppe superare il duro inverno del 1944-45. Con il sopraggiungere della primavera la linea
gotica crollò di fronte alla ripresa dell’offensiva anglo-americana. Il CLNAI (Comitato di liberazione nazionale
dell’Alta Italia), che si era costituito nel 1944, ordinò l’insurrezione generale. Prima ancora dell’arrivo degli Alleati,
nell’aprile del 1945, i 200000 uomini delle forze partigiane si erano impadroniti delle principali città. Il 25 aprile, il
giorno stesso dell’ordine di insurrezione generale, anche Milano era liberata, mentre Mussolini cercava scampo nella
fuga. Ma i partigiani lo catturarono travestito con una uniforme tedesca e lo fucilarono il 28 aprile.
Si concludeva così anche per l’Italia la guerra più grande e più tragica di tutta la storia dell’umanità.
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