Progetto Caffetteria Tatawelo

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Premessa
La caffetteria Tatawelo (“antenato” in idioma indigeno tzeltal), progetto
dell’Associazione Ex Lavanderia, è nata per sostenere le comunità indigene dei
Sud del mondo, da anni in lotta nell’affermazione del diritto a vivere
dignitosamente nelle proprie terre e secondo la loro cultura, attraverso la
commercializzazione del caffè.
Il caffè rappresenta l’unica merce di esportazione e fonte di reddito per migliaia
di famiglie del Sud del mondo. Da quando, nel 1989, il commercio mondiale del
caffè è stato liberalizzato, i piccoli produttori hanno affrontato continue crisi dei
prezzi e si sono trovati schiavi di pochi intermediari delle grandi imprese che
controllano il mercato in modo monopolistico. Grazie al rapporto diretto con i
compratori solidali, che assicurano un prezzo stabile e giusto, i piccoli
produttori si sottraggono a questo sistema.
Per questo, la caffetteria Tatawelo è impegnata nella sensibilizzazione e
diffusione dei principi che sono alla base del commercio equo e solidale e del
consumo critico.
Per consumo critico si intende la pratica di organizzare le proprie abitudini di
acquisto e di consumo in modo da accordare la propria preferenza ai prodotti
che posseggono determinati requisiti di qualità differenti da quelli
comunemente riconosciuti dal consumatore medio.
In particolare il consumatore critico riconoscerà come componenti essenziali
della qualità di un prodotto alcune caratteristiche delle sue modalità di
produzione, ad esempio la sostenibilità ambientale del processo produttivo,
l'eticità del trattamento accordato ai lavoratori, le caratteristiche dell'eventuale
attività di lobbying politica dell'azienda produttrice.
Il consumo critico punta a far cambiare le imprese attraverso le loro stesse
regole economiche fondate sul gioco della domanda e dell’offerta. Infatti,
scegliendo cosa comprare e cosa scartare, non solo si segnala alle imprese i
comportamenti che approviamo e quelli che condanniamo, ma sosteniamo le
forme produttive corrette, mentre ostacoliamo le altre. In definitiva,
consumando in maniera critica è come se andassimo a votare ogni volta che
facciamo la spesa.
Il consumo critico poggia su due pilastri: l’esame dei singoli prodotti e l’esame
delle imprese.
Rispetto ai singoli prodotti, le domande da porsi sono: la tecnologia impiegata
è ad alto o basso consumo energetico? Quanti e quali veleni sono stati prodotti
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durante la fabbricazione? Sono state utilizzate risorse provenienti da foreste
tropicali?
Se si tratta di prodotti provenienti dal Sud del mondo: in quali condizioni di
lavoro sono stati ottenuti? Che prezzo è stato pagato ai contadini? Sono state
tolte terre alla produzione di cibo?
A volte il singolo prodotto può risultare perfetto da tutti i punti di vista, ma che
dire se è stato fabbricato da una multinazionale che possiede tante altre
attività inquinanti, che esporta rifiuti pericolosi nel Sud del mondo, che
nell’Europa dell’Est sfrutta i lavoratori, che è compromessa militarmente? Per
questo, prima di comprare qualsiasi prodotto è indispensabile conoscere anche
il comportamento generale delle imprese produttrici.
I comportamenti più importanti da indagare sono le relazioni di lavoro, il modo
di condurre gli affari nel Sud del mondo, l’atteggiamento rispetto all’ambiente,
ma non dobbiamo sottovalutare altri aspetti come la disponibilità a dare
informazioni, le vendite irresponsabili, i malaffari.
L’esperienza dimostra che dove i consumatori si fanno sentire, le imprese sono
disposte a cambiare , non perché si convertano all’ambiente o alla giustizia,ma
perché non vogliono perdere quote di mercato. Ad esempio, fino a pochi anni
fa il concetto di responsabilità sociale d’impresa era pressoché sconosciuto, ma
oggi moltissime aziende ci tengono a mostrarsi sensibili ai temi sociali e
ambientali. Ormai le multinazionali che hanno adottato un codice di condotta
che le impegna a rispettare i fondamentali diritti dei lavoratori sono varie
centinaia, mentre quelle che hanno ottenuto la certificazione di qualità sociale
SA 8000 sono varie decine. Naturalmente, sappiamo che molte imprese
tentano solo di vendere fumo attraverso abili operazioni d’immagine, ma non
mancano esempi di cambiamenti reali. E’ il caso di Del Monte – Cirio in Kenya
o di Chiquita in Centro America. Dopo una forte pressione internazionale,
Chiquita ha cambiato le sue relazioni col sindacato e ha adottato un piano di
rispetto ambientale supervisionato dall’associazione Rainforest Alliance.
Comunque, il consumo critico in genere non fa riferimento, riduttivamente,
solo agli acquisti di beni materiali: il consumo critico può anche riguardare le
scelte inerenti al risparmio (finanza etica) e all'uso di servizi come ad esempio i
trasporti o le telecomunicazioni.
La pratica del consumo critico si distingue dall'adesione ad una specifica
campagna di boicottaggio, anche se ovviamente vi può coesistere, in quanto è
un atteggiamento che ha motivazioni e conseguenze più generali.
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E’ un’azione straordinaria e consiste nell’interruzione organizzata e temporanea
dell’acquisto di uno o più prodotti per forzare le società produttrici ad
abbandonare certi comportamenti.
Fra i boicottaggi in corso a livello internazionale vale la pena citare quello
contro Nestlè. Nestlè è boicottata perché promuove nel Sud del mondo l’uso di
latte in polvere, benché sia noto che in quei paesi l’allattamento artificiale
uccide, tutti gli anni, un milione e mezzo di bambini (quasi tre al minuto).
Con commercio equo e solidale si intende quella forma di attività commerciale,
nella quale l'obiettivo primario non è la massimizzazione del profitto, ma
principalmente la lotta allo sfruttamento e alla povertà legate a cause
economiche, politiche o sociali.
È, dunque, una forma di commercio internazionale nella quale si cerca di far
crescere aziende economicamente sane nei paesi più sviluppati e di garantire
ai produttori ed ai lavoratori dei paesi in via di sviluppo un trattamento
economico e sociale equo e rispettoso; in questo senso si contrappone alle
pratiche di commercio basate sullo sfruttamento che si ritiene spesso applicate
dalle aziende multinazionali che agiscono esclusivamente in ottica della
massimizzazione del profitto.
Il documento che costituisce una sorta di "manifesto" del commercio equo
solidale italiano è la Carta Italiana dei Criteri del Commercio Equo e Solidale.
Alla base del Commercio Equo e Solidale (praticato soprattutto da associazioni
e cooperative, con un'elevata presenza di volontariato nei paesi ricchi) c'è
dunque la volontà di contrastare il commercio tradizionale che si basa su
pratiche ritenute dannose quali:

la determinazione dei prezzi, che vengono stabiliti da soggetti forti
(multinazionali, catene commerciali) indipendentemente dai costi di
produzione che sono a carico di soggetti deboli (contadini, artigiani,
emarginati);

l'incertezza di sbocchi commerciali dei prodotti, che impedisce a contadini
e artigiani di programmare seriamente il proprio futuro;

il ritardo dei pagamenti, ovvero il fatto che gli acquirenti paghino la
merce molti mesi dopo la consegna e spesso anni dopo che sono stati
sostenuti i costi necessari alla produzione (infrastrutture, semenza, nuovi
impianti arborei, materie prime), che favorisce l'indebitamento di
soggetti economicamente deboli e un circolo vizioso che porta spesso
all'usura;
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
la mancata conoscenza, da parte dei produttori, dei mercati nei quali
vengono venduti i loro prodotti e dunque la difficoltà da parte loro di
riuscire ad adeguarsi e tanto meno a prevedere mutamenti nei consumi;

al fine di ridurre i costi, vengono impiegate tecniche di produzione che
nel medio-lungo periodo si rivelano particolarmente negative per il
produttore e/o la sua comunità;

al fine di aumentare i quantitativi prodotti, si fa ricorso al lavoro di fasce
della popolazione che nei paesi ricchi viene particolarmente tutelata
(bambini, donne incinte, ...) e si rinuncia alla formazione dei giovani;

persone con scarsa produttività (rispetto alla concorrenza) non hanno di
fatto possibilità di sopravvivere sul mercato;
Una caratteristica peculiare del Commercio Equo e Solidale è la filiera corta,
ovvero l'esistenza di un percorso produttivo breve per la materia prima fatto di
al massimo tre o quattro passaggi (produzione, trasporto, stoccaggio nei
magazzini degli importatori, distribuzione presso le botteghe del mondo) che
rendono il prodotto sempre rintracciabile. In questo, il Commercio Equo e
Solidale si distingue fortemente dal commercio tradizionale, la cui filiera è
spesso fatta di numerosi passaggi che aumentano notevolmente il profitto di
chi mette il prodotto sul mercato, a scapito di chi produce.
Il commercio equo-solidale interviene creando canali commerciali alternativi
(ma economicamente sostenibili) a quelli dominanti, al fine di offrire degli
sbocchi commerciali a condizioni ritenute più sostenibili per coloro che
producono.
I principali vincoli da osservare per entrare nel circuito del commercio
equosolidale sono i seguenti:

divieto del lavoro minorile

impiego di materie prime rinnovabili

spese per la formazione/scuola

cooperazione tra produttori

creazione, laddove possibile, di un mercato interno dei beni prodotti
Gli acquirenti (importatori diretti o centrali di importazione) dei paesi ricchi, si
assumono impegni quali:

Prezzi minimi garantiti (determinati in accordo con gli stessi produttori; il
prezzo corrisposto deve permettere una vita dignitosa ai produttori,
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permettere investimenti nel campo sociale e far sì che la produzione sia
ambientalmente sostenibile)

quantitativi minimi garantiti

contratti di lunga durata (pluriennali)

consulenza rispetto ai prodotti e le tecniche di produzione

prefinanziamento.
Nel 2003 le università Cattolica e Bicocca di Milano hanno avviato un'ambiziosa
ricerca - i cui risultati sono stati presentati nel maggio 2006 - al fine di
fotografare le dimensioni del commercio equo e solidale sul mercato italiano e
sui paesi in via di sviluppo, ipotizzando che tale commercio possa diventare
una possibile politica per lo sviluppo dei paesi arretrati.
Durante il 2005 nella sola Unione Europea il commercio equo e solidale ha
raggiunto un fatturato record di 660 milioni di euro, due volte e mezzo
maggiore rispetto allo stesso nel 2001. Sempre nell'UE, sono più di 79 000 i
punti vendita che trattano merci solidali (57 000 di questi sono supermercati
comuni che vendono anche prodotti equi) mentre sono circa 2800 le botteghe
del mondo presso cui offrono il loro servizio circa 100 000 volontari.
In Italia
Il dato italiano sulla spesa pro-capite è il più basso d'Europa: trentacinque
centesimi di Euro a testa. Le botteghe solidali sono circa seicento in tutta Italia
e sono concentrate prevalentemente nel nord-ovest e nel nord-est,
rispettivamente il 38% e il 22,6% del totale. Sono specializzate (40% del
totale) in prodotti artigianali di fascia medio-alta provenienti da più di
cinquanta paesi del sud del mondo. Il 52,2% delle botteghe ha lo status
di associazione mentre il 24% sono cooperative. Da notare che l'88% di esse si
trova nelle grandi città. Le persone coinvolte nelle botteghe tra dipendenti,
volontari, soci e cooperative sono sessantamila. I prodotti del commercio equo,
specialmente quelli alimentari, si trovano in molte catene della grande
distribuzione come Coop Italia, Crai, Auchan, Lidl,Esselunga, Conad. I punti
vendita che trattano prodotti equosolidali in Italia sono più di cinquemila.
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Finalità
Per sostenere la sua scelta consumistica, il Nord, che rappresenta appena il
20% della popolazione mondiale, consuma l’80% delle risorse della Terra. Così
condanniamo il resto dell’umanità a vivere nella povertà e ci apprestiamo a
lasciare ai nostri figli un pianeta inabitabile.
Ma a ben guardare noi siamo le prime vittime del consumismo, perché siamo
sommersi dai rifiuti, soffriamo di malattie dovute alla sovralimentazione, siamo
affetti da nevrosi a causa di una vita frenetica.
Avremmo dunque mille motivi per ricercare una forma di vita più sobria.
La sobrietà è uno stile di vita che sa distinguere tra i bisogni reali e quelli
imposti, che si organizza a livello collettivo per garantire a tutti il
soddisfacimento dei bisogni fondamentali con il minor dispendio di energie, che
dà alle esigenze del corpo il giusto peso senza dimenticare le esigenze
spirituali, affettive, intellettuali e sociali della persona umana.
La sobrietà poggia su quattro imperativi (le quattro “R”):

Ridurre, ossia badare all’essenziale;

Recuperare, ossia riutilizzare lo stesso oggetto finché è servibile e
riciclare tutto ciò che può essere rigenerato;

Riparare, ossia non gettare gli oggetti al primo danno;

Rispettare: solo sviluppando un profondo rispetto per il lavoro altrui
impareremo a trattare bene le cose che ci rendono possibile la vita.
La nostra società si è adagiata nell’abbondanza e l’idea di essere meno ricchi
spaventa. Il terrore ci pervade e facciamo dietrofront verso l’ “isola del più”
che, pur essendo popolata da guerre, ingiustizie e degrado ambientale, ci dà
un senso di sicurezza. Eppure, quando siamo assaliti da questo terrore,
dovremmo ricordarci che è possibile vivere bene pur disponendo di meno.
Basta affrontare la vita con un altro spirito e ridare agli oggetti il loro giusto
valore.
Per cominciare dovremmo dare più spazio al dialogo, all’amicizia, alla
partecipazione, alla riflessione, alla meditazione, perché è dimostrato che il
consumo è diventato una forma di compensazione della nostra insicurezza e
della nostra insoddisfazione affettiva, umana, sociale e spirituale.
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Un modo per renderci conto se compriamo come vogliamo noi o come vogliono
i supermercati e la pubblicità è quello di tenere la contabilità della nostra
spesa. All’inizio di ogni mese potremmo programmare cosa ci serve,
escludendo le spese superflue. Poi, giorno per giorno, potremmo annotare cosa
compriamo davvero e a fine mese potremmo fare un confronto per verificare
se abbiamo rispettato la nostra programmazione. Questo metodo dei bilanci di
giustizia viene proposto non solo per allenarci ad evitare le spese superflue,ma
anche per imparare ad assumere altre abitudini di consumo e di risparmio che
sono fondamentali per costruire un mondo più giusto.
Dunque, l’obiettivo generale di fondo è quello di costruire un’altra economia,
non più basata sulla ricerca del massimo profitto e sulla concorrenza, ma sul
rispetto reciproco, sull’equità, sulla solidarietà e sul rispetto per l’ambiente.
La finalità ultima è la creazione di una rete di persone, gruppi, associazioni
che, a partire da valori comuni (pace, solidarietà, ecologia, anticonsumismo),
condividano ciò che sono e ciò che hanno (tempo, competenze, informazioni,
prodotti, servizi) per costruire il benessere della collettività (Rete di Economia
Solidale).
La conclusione è che quando l’alternativa non esiste, la possiamo costruire da
soli. Del resto questa possibilità è confermata soprattutto dal commercio equo
e solidale. La soluzione proposta dal commercio alternativo è di distribuire
prodotti comprati direttamente dai contadini e dagli artigiani del Sud del
mondo in modo da garantire loro tutto il prezzo pagato. Un prezzo equo,
naturalmente, stabilito dai produttori stessi, perché nessuno meglio di loro sa
qual è la giusta retribuzione.
Lo conferma anche la recente campagna referendaria per la ripubblicizzazione
dell’acqua e, in generale, le tante battaglie in corso per la difesa dei beni
comuni. Si tratta di decidere se la vita delle persone può essere considerata
mercificabile e se l’unico orizzonte esistenziale per ciascuno di noi debba
essere la solitudine competitiva. O al contrario, se è possibile costruire
collettivamente un altro modello sociale a partire dal riconoscimento universale
e non negoziabile dei beni comuni.
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Obiettivi
La Caffetteria Tatawelo si propone di realizzare i seguenti obiettivi:

Sensibilizzazione sulla problematica dei rifiuti;

Promozione di prodotti biologici e a km0 (o km minimo);

Sensibilizzazione sui prodotti del commercio equo e solidale e sul
consumo critico;

Esposizione e vendita di artigianato e creazioni con materiali riciclati;

Costruzione di un rete solidale di quartiere (con persone, gruppi,
associazioni con cui condividiamo gli stessi valori);

Costruzione di una rete di economia sostenibile di quartiere (con
persone, gruppi, associazioni che ad es. riparano “cose”);

Realizzazione di una mailinglist “CERCO-OFFRO”;

Sistemazione della parte di Parco adiacente la Caffetteria.
9
Metodologie
I suddetti obiettivi saranno realizzati secondo quanto segue:

Prefinanziamento del caffè Tatawelo (annuale).

Messa in opera di un piccolo orto di piante officinali adiacente alla
Caffetteria.

Realizzazione della raccolta differenziata e compostiera.

Appuntamento settimanale di sensibilizzazione e divulgazione su temi
centrali della Caffetteria. Ad es. presentazione libri, seminari,
videoproiezioni, laboratori creativi, esposizioni.

Passeggiate attraverso percorsi di quartiere e all’interno del Parco per
conoscere le realtà che ci circondano.

Mercatino di artigianato e creazioni con materiali riciclati.

Giornalino di divulgazione e sensibilizzazione sulle tematiche care alla
Caffetteria.
10
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