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Becchetti: «Sì all'acquisto di titoli di Stato a tassi prefissati»
L'economista: è l'ora di una grande mobilitazione dal basso. Con il prestito forzoso verrebbe
annullato l'effetto spread
di Diego Motta
articolo tratto da Avvenire, 9 novembre 2011, pagina 3
La soluzione per disinnescare lo spread c’è: si chiama prestito forzoso. Da tempo lo suggerisce
Leonardo Becchetti, economista all’Università di Tor Vergata, convinto che un’operazione del
genere avrebbe un duplice effetto positivo per il Tesoro. «Gli italiani comprerebbero titoli di Stato
italiani a tassi predeterminati ed inferiori a quelli di mercato, attorno al 3-4%, e in questo modo si
potrebbe ridurre il costo medio del debito, oltreché la tensione tra domanda ed offerta sulle
prossime emissioni».
In pratica, si pagherebbe di meno il rischio legato al differenziale tra i nostri Btp e i bund tedeschi,
coinvolgendo nello stesso tempo tutti i risparmiatori sin qui terrorizzati dall’idea di investimenti in
tempi di crisi. «Viviamo una fase straordinaria e abbiamo bisogno di mosse straordinarie come
questa. Potremmo assistere a una grande mobilitazione dal basso, quella che servirebbe sempre e
non solo in momenti d’emergenza come questo» commenta Becchetti, grande ispiratore anche nel
mondo cattolico delle istanze di finanza etica.
Ma un prestito forzoso così configurato non rischia di passare per una «patrimoniale
mascherata»?
La differenza è che la patrimoniale comunemente intesa ha un potenziale fortemente recessivo.
Invece col prestito forzoso, i soldi delle nostre famiglie verrebbero investiti per salvare lo Stato. In
questo modo il debito del Tesoro sarebbe finanziato a tassi più bassi rispetto a quelli di mercato.
Eppure la montagna del debito pubblico resterebbe grosso modo la stessa, mentre con un
prelievo "una tantum" l’abbattimento sarebbe assai più netto...
È vero: il vantaggio della patrimoniale è un gettito immediato da 300 miliardi che ridurrebbe grosso
modo di un sesto la spesa complessiva. Ma facendo comprare titoli a interesse prefissato alle
famiglie italiane, si abbasserebbero in modo significativo le tensioni sul versante obbligazionario.
Non si tratta di chiedere ai cittadini di dare il proprio “oro alla patria” riducendo la loro ricchezza,
semmai di utilizzarne una parte per rifinanziare il Paese a tassi ragionevoli. Ovviamente, si parte dal
principio che l’Italia è migliore di quel che dicono i mercati.
È davvero così o rischiamo il default?
Di solito quando siamo con le spalle al muro, abbiamo il coraggio di prendere le decisioni più
drastiche. Le probabilità di un’insolvenza sono molto basse. Detto questo, se salta l’Italia, salta
tutto. Non esiste un problema italiano separato da un problema tedesco. C’è un problema di
credibilità complessivo di tutto il sistema.
A cosa si riferisce?
Dal basso c’è una grande forza di mobilitazione, anche grazie alla Rete. I mercati sono globali, ma
anche la protesta è globale. Ora bisogna passare dalle piazze ai mercati: incidere sulle scelte delle
aziende e di chi produce. Dobbiamo dire che siamo il 99% contro l’1% e che se vogliono questo
tipo di sviluppo, lo possono fare sì ma non con i nostri soldi. D’altra parte, ci sono alcune regole
chiare da rispettare. Le sanno tutti, a partire dai banchieri e dai politici.
Quali sono?
Primo: tocca ai mercati restituire risorse agli Stati, non viceversa. Dunque è urgente tassare le
transazioni: con la Tobin Tax, secondo un documento dell’Onu, sarebbero disponibili solo per i
Paesi del G20 circa 250 miliardi. Secondo: vanno regolamentati i mercati degli Otc, i prodotti over
the counter la cui negoziazione si svolge al di fuori dei circuiti borsistici ufficiali. Basta con la legge
del più forte. Terzo: è ora di recepire la cosiddetta Volcker rule; le banche commerciali devono fare
quello che chiedono i clienti e cioè impiegare i soldi che raccolgono, non dedicarsi al trading. Non
possono fare operazioni speculative con i nostri soldi.
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