Es. 9 - Imperialismo

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B.1.2 Wystan Hugh Auden, Divisione
Es. 9. Tra la fine dell’Ottocento e la prima metà del Novecento si è verificata un’espansione delle
principali potenze europee verso l’Asia e l’Africa, un fenomeno che viene chiamato Imperialismo.
Fai una ricerca su questo periodo storico, soffermandoti in particolare sui criteri adottati nella
spartizione dei territori e sulle principali conseguenze sulle popolazioni dei paesi colonizzati.
Per agevolare il tuo lavoro, ti proponiamo la lettura di un brano tratto da un manuale di storia che
illustra in particolare ragioni e conseguenze dell’espansionismo europeo tra secondo Ottocento e
primo Novecento.
Colonizzatori e colonizzati
Nel corso della sua espansione coloniale, l’Europa portò in tutto il mondo l’impronta della
sua tecnica, della sua economia e, più in generale, della sua civiltà. Di solito non ne portò la
faccia migliore. Quasi tutte le conquiste coloniali furono segnate dall’uso sistematico e
indiscriminato della forza contro le popolazioni indigene, da un campionario di crudeltà
sconosciuto agli ultimi conflitti combattuti sul vecchio continente. Soprattutto nell’Africa
nera, dove più schiacciante era la superiorità tecnologica degli europei, le frequenti rivolte
delle popolazioni locali contro i nuovi dominatori si concludevano spesso con veri e propri
massacri: terribile quello perpetrato nel 1905 dai tedeschi nell’Africa del Sud-Ovest ai danni
della tribù bantu degli herero, che fu quasi completamente distrutta.
Dal punto di vista economico, l’esperienza coloniale ebbe alcuni effetti positivi sui paesi che
ne furono investiti: vennero messe a coltura nuove terre, introdotte nuove tecniche agricole,
costruite infrastrutture, avviate attività industriali e commerciali, esportati migliori
ordinamenti amministrativi e finanziari. Ma tutto ciò avveniva a prezzo di un continuo
depauperamento di risorse materiali e umane (i lavoratori indigeni venivano pagati per lo più
con salari irrisori, quando non erano costretti a forme di lavoro forzato), insomma di un vero
e proprio sfruttamento coloniale. La trasformazione delle economie dei paesi sottomessi, che
furono generalmente orientate verso l’esportazione, portò in molti casi alla rottura di sistemi
economici di pura sussistenza, basati sul circolo vizioso dell’autoconsumo e della povertà; in
altri casi stravolse un meccanismo produttivo modellato in funzione del mercato interno. Fu
comunque messo in moto un processo di sviluppo, ma in funzione degli interessi dei
colonizzatori. Nuovi paesi entrarono in un più vasto mercato mondiale, ma vi entrarono in
una posizione dipendente: passarono cioè dalla povertà al «sottosviluppo».
Gli effetti della colonizzazione sulle culture dei paesi afroasiatici non furono meno violenti,
pur variando a seconda delle diverse realtà locali e delle diverse politiche attuate dai paesi
colonizzatori (quella britannica, ad esempio, fu più rispettosa degli usi locali, quella francese
più oppressiva nel suo tentativo di introdurre elementi di modernizzazione forzata). I sistemi
culturali che erano legati a strutture politico-sociali più organizzate e avevano alle spalle una
più solida tradizione – come quelli dell’Asia e del Nord Africa – si difesero meglio: per un
verso, seppero opporre una resistenza più consapevole agli apporti estranei che la presenza
europea inseriva nelle loro società; per l’altro, finirono poi con l’assimilare in qualche
misura questi apporti. Ben diverso fu il caso dell’Africa più arcaica, animista e pagana. Qui
l’effetto dell’incontro con la civiltà del colonizzatore fu dirompente. Le trasformazioni
economiche, tecnologiche, sociali, religiose e linguistiche prodotte dalla presenza degli
europei alterarono dalle fondamenta non solo gli squilibri immobili delle comunità di tribù e
di villaggio (dove concetti come quelli di proprietà terriera e di lavoro salariato erano del
tutto sconosciuti), ma gli stessi universi che ne erano espressione. Interi sistemi di vita, di
riti e di credenze, di costumi e di valori entrarono rapidamente in crisi. In molti casi, in cui
mancava una tradizione scritta, ne rimasero a malapena le tracce.
Sul piano politico, però, l’espansione coloniale finì col favorire, in tempi più o meno lunghi,
la formazione o il risveglio di nazionalismi locali, ad opera soprattutto di nuovi quadri
dirigenti che si formarono nelle scuole europee e vi assorbirono gli ideali democratici e i
princìpi di nazionalità. L’Europa si trovò così a esportare quello che meno avrebbe
desiderato: il bisogno di autogovernarsi e di decidere il proprio destino.
G. Sabbatucci – V.Vidotto, Il mondo contemporaneo. Dal 1848 a oggi, Laterza, Roma-Bari
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