circolare come il girotondo del giorno e della notte

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Il territorio e la sua storia
Il tempo dei contadini
di Massimo Angelini
Da oltre cinquecento anni il lunario esprime il tempo circolare
dei contadini: circolare come il girotondo del giorno e della notte,
come la danza del Sole e della Luna, come la processione delle
stagioni, come l’eterno ritorno della vita dall’infanzia alla rinascita.
Compilato tutti gli anni e ogni anno un po’ diverso, vive attaccato al muro della casa o della stalla, oppure, nel formato tascabile (com’è più comune tra i contadini), in un
cassetto con gli attrezzi o nelle braghe da lavoro. Per sua
natura segna i movimenti e le trasformazioni apparenti della Luna e dei corpi celesti; spesso è anche “calendario”,
per misurare l’anno e segnare i suoi giorni e le sue feste,
ed è “almanacco”, per raccontare il tempo che “farà”. I lunari sono stati e, qualche volta, continuano a essere piccole enciclopedie della cultura popolare, quella che nasce
dalla trasmissione orale e si nutre di esperienza, e al loro
interno, insieme con il calendario dei santi e le fasi della
Luna, ci si può trovare ogni genere di consigli e notizie utili: ricette, albe e tramonti, poesie, proverbi, storia locale,
tariffe postali, curiosità, lavori del mese e altre informazioni buone per la vita quotidiana.
Cinque secoli
Il primo lunario a stampa di grande diffusione e notorietà è
stato certamente il Kalendrier des Bergeres, pubblicato per
la prima volta a Parigi 1491 e ristampato per oltre due secoli: per ogni mese riportava i tempi della Luna, il giornaliero dei santi, brevi storielle edificanti, notizie di fisionomica, morale e astrologia, e si poteva acquistare nelle fiere,
sui mercati e, in particolare, lungo la rotta dei pellegrini diretti a Santiago di Compostela. Se il Kalendrier è stato il più
famoso tra i più antichi lunari, non fu certo il primo: infatti,
già all’indomani dell’invenzione della stampa a caratteri mo-
A fronte
Frontespizio del “Lunaio do Sciö Tocca” anno 1850.
bili (1455) a Troyes si pubblicava l’Armenac des Barbiers
(1464) e a Genova La Raxone de la Pasca [Pasqua] e de
la Luna e le Feste, Opus aureum et fructuosum (1473), scritto, come si conveniva a un oggetto rivolto alla gente comune, in volgare, ma qua e là farcito con brani in latino ecclesiastico e frequenti dialettismi. Come ricorda il titolo, La raxone segnava la data della Pasqua, e conteneva preghiere,
lodi di Genova, e una straordinaria descrizione della Liguria, da Nizza fino alla Magra, precedente di oltre quarant’anni la ben più nota Descrittione di Agostino Giustiniani
(1537); naturalmente, per ciascun mese, riportava anche
il giorno di Luna nuova, le feste e i santi principali.
Per molto tempo, il lunario popolare convisse e in parte si
contaminò con altri due generi letterari molto in voga fino
al XVII secolo: il kalendarium – scritto a uso del clero e contenente le date delle feste mobili, delle tempora, dei giorni di digiuno e di quelli adatti per le nozze – è il prognosticon (come l’Almanach di Nostradamus, edito a Parigi tra
il 1550 e il 1566) – destinato a un pubblico colto e costruito attraverso i responsi dell’astrologia giudiziaria (con previsione di guerre, catastrofi, alleanze e destini dei regnanti) e dell’astrologia naturale (con effemeridi, congiunzioni
di pianeti e loro influsso sul tempo e sulla salute).
Nel corso dei secoli, la cabala e l’astrologia giudiziaria, condannate dalla Chiesa, hanno lasciato il passo alle più semplici e popolari previsioni meteorologiche, dettate a volte dalla fantasia o dalla superstizione, e a volte da una continua
osservazione del cielo e dei fenomeni atmosferici condivisa all’interno delle comunità e tramandata nel tempo delle generazioni. Già intorno alla metà del secolo XVIII, argomenti e rubriche tratti da lunari, calendari e pronostici, iniziarono a convergere e a mescolarsi nell’almanacco di pic-
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colo formato che intorno alla fine del secolo e per buona
parte di quello successivo sarebbe diventato un prodotto
letterario di straordinaria diffusione e successo. Infatti, tra
Sette e Ottocento lunari e almanacchi, ormai non distinguibili fra loro, hanno rappresentato la forma di letteratura popolare più diffusa, probabilmente più di quanto fossero diffusi i catechismi e i libri di preghiere. Intorno al 1780, in
Italia se ne stampavano oltre 200.000 copie all’anno: si chiamavano Barbanera, Casamia, Chiaravalle, Il Mangia, La Sibilla Celeste, Valserena e in cento altri modi.
Nel corso dello stesso secolo, a Genova, nasceva L’Almanacco Genovese, pubblicato dall’editore Scionico tra il 1748
e il 1799, che alle notizie di carattere astronomico e calendariale aggiungeva informazioni sui sovrani europei e i fatti salienti accaduti in Genova nel precedente anno. L’Almanacco, per un privilegio fissato dai Serenissimi Collegi, restò l’unico lunario pubblicato in Genova fino al 1787, quando, iniziò a uscire una versione genovese del Pescatore di
Chiaravalle, poi tra il 1830 e il 1837 titolato Chiaravalle Genovese, più tardi Chiaravalle di Casamara, quindi continuato come Casamara fino al 2002.
Nel passaggio tra Sette e Ottocento, i lunari, sempre me-
no attenti ai pronostici, iniziavano a diventare anche veicoli di alfabetizzazione adatti per divulgare informazioni e
cultura tra i ceti popolari; molti assumevano un formato tascabile ed erano scritti per i contadini (un secolo più tardi
lo saranno anche per gli operai), e parlavano del tempo,
dei lavori del mese, dei giorni per riposare, di tecniche agricole, proverbi e fiere. Più tardi, a Ottocento inoltrato, nascevano lunari specialistici per ogni categoria di persone:
dai commercianti ai viaggiatori – e informavano su distanze, tariffe, indirizzi di imprese, cambi di valuta e terre lontane – fino agli aristocratici e alle signore dell’alta borghesia – e informavano di nobiltà, mode, ricevimenti e figlie di
buona famiglia da maritare, come, tra gli altri, l’Almanacco del Ducato di Genova uscito durante gli anni 1820.
Mentre i lunari genovesi del secolo XVIII sono scritti in un
italiano semplice, i più noti tra quelli pubblicati nel secolo successivo, rivolti alla piccola borghesia cittadina, escono in dialetto. Tra questi, ricordiamo il Lûnäio do sciô Regin-na, di Martin Piaggio, dal 1815, e il Lûnäio do sciô Tocca, di Luigi M.
Pedevilla, dal 1842: entrambi carichi di ironia, aneddoti, resoconti di vita locale, poesie e “mugugni”, furono fusi insieme nel 1872 per un esperimento di breve durata. Dopo la
morte del Piaggio (1843), il suo Lûnäio a poco a poco e sempre più diventa un annuario degli affari, del commercio e dell’artigianato, fino a trasformarsi nel secolo successivo nella
Guida Pagano, versione genovese della più nota Guida Monaci, antesignana delle moderne Pagine Gialle.
Nel Novecento, quando la tradizione sempre più diventa
caricatura del passato e rappresentazione fantasiosa di un
tempo immobile e un po’ mitico, i lunari si sciolgono nel
conformismo del “com’erano belle e buone le cose di una
volta”, qualche volta ancora scritti in dialetto più o meno
stretto, ormai con lo sguardo rivolto al campanile e la penna intinta nella nostalgia: ne è un buon esempio il Lûnäio
Zeneise, nato per fare rivivere O sciô Regin-na e pubblicato per pochi anni a partire dal 1932.
Cosa resta
Finite le mode, esaurita la nostalgia, degli oltre cento lunari tascabili che a metà Ottocento spopolavano in Italia oggi pare che ne siano rimasti solo nove: il Gran Pescatore
di Chiaravalle, (una edizione pubblicata a Tortona e una del
tutto differente pubblicata a Torino), il Campitelli Barbanera (Foligno), il Solitario Piacentino, il Sesto Cajo Baccelli (Firenze), il Pescatore Reggiano (Reggio Emilia), il Lunarietto Giuliano (Trieste), il Lunario Bolognese; in Liguria, dopo
l’interruzione del Chiaravalle di Casamara, oggi c’è Il Bugiardino, tirato in 25.000 copie e interamente dedicato alle terre comprese tra Ventimiglia e Sarzana, passando per
A fianco Almanacco Genovese, anno 1774.
Nella pagina a fronte, in alto Lunario Genovese del Sig. Regina,
anno 1819.
In basso Chiaravalle Genovese per l’anno 1835.
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le terre liguri di Oltregiogo e i comuni tabarchini di Carloforte e Calasetta, dove si trovano pagine dedicate ai lavori
da fare nell’orto e in cantina secondo la Luna, al linguaggio delle campane, al segreto dell’epatta (il numero che della Luna permette di conoscere l’età), al calendario perpetuo, alle vecchie unità di misura, ai mercati e ai comuni liguri, e, secondo tradizione, le figurine della cabala genovese, ricavate da una rara pubblicazione uscita a Genova
senza data (ma probabilmente nel 1805) intitolata L’Oro della California in Casa-mia.
Alcuni lunari tascabili di oggi restano fedeli, anno dopo anno, allo stesso modello; altri sperimentano una lenta inno-
vazione nella continuità. Alcuni sono
orientati a una cultura prevalentemente cittadina; altri guardano soprattutto
alla terra e sono costruiti sul mese lunare e sull’anno contadino regolato dalle quattro tempora (periodi particolari
che preparano le stagioni) e dalle scadenze fisse che, nelle campagne, portano nomi di santi e di feste: sant’Antonio abate (17 gennaio, cuore dell’inverno), quando inizia il Carnevale; san
Marco (25 aprile), le brinate possono
essere più nefaste e il grano rischia di
essere divorato dalla ruggine; natività di
san Giovanni Battista (24 giugno), notte prossima al solstizio, magica di fuochi e benedizioni; san Rocco (16 agosto), quando è saggio cominciare a fare scorta di legna; san Martino (11 novembre), quando terminano e ripartono i contratti agrari; e così si potrebbe
dire di molti altri giorni. I “vecchi” contadini osservano queste date, i cicli della Luna crescente e
calante, seguono i consigli dell’agricoltura tradizionale e si
affidano alla Provvidenza; i “nuovi” contadini talvolta osservano i cicli della Luna ascendente e discendente e la sua
proiezione giornaliera nelle case delle dodici costellazioni, qualche volta seguono le regole dell’agricoltura biologica e ragionano di energie; se i “vecchi” e i “nuovi” parlano forse non
si capiscono, ma se lavorano probabilmente sì: sembrano
espressione di mondi diversi, ma sono tutti contadini, e per
tutti è evidente l’armonia del tempo che sempre ritorna nella giostra del giorno, delle stagioni e della vita, e il matrimonio profondo tra la loro terra e la Luna.
Bibliografia
Lodovica Braida, Le guide del tempo: produzione, contenuti e forme degli almanacchi piemontesi del Settecento. Torino, Deputazione
subalpina di Storia Patria, 1989.
Piercarlo Grimaldi, Il calendario rituale contadino. Il tempo della festa e del lavoro fra tradizione e complessità sociale. Milano, Angeli, 1993.
La raxone de la Pasca e de la luna e le feste. Opus aureum et fructuosum. A cura di
R. Bagnasco, N. Boccalatte, F. Toso. Recco
(GE), Le Mani, 1997.
Elide Casali, Le spie del cielo. Oroscopi, lunari e almanacchi nell’Italia moderna. Torino, Einaudi, 2003.
Il cielo stellato sopra di noi. Immagini e misure del cosmo dalle collezioni antiche della Biblioteca Berio. Catalogo della mostra, a
cura di E. Ferro, O. Leone, M. Malfatto. “La
Berio”, 2009, n. 2.
Il Bugiardino. Lunario delle Terre Liguri. A cura di M. Angelini e M.C. Basadonne. Chiavari (GE), Grafica PiEmme, 2011.
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