L`antigiudaismo medievale e gli ebrei di Spagna

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L’antigiudaismo medievale e gli ebrei di Spagna
Dopo un periodo di relativa tolleranza, gli ebrei di Spagna subirono violente persecuzioni che
toccarono il loro apice alla fine del Trecento e si conclusero un secolo dopo con la loro espulsione
dalla penisola Iberica.
Nella Spagna araba ebrei e cristiani erano stati accomunati da una legislazione che garantiva
un’ampia libertà religiosa, pur ponendo in diversi casi i non musulmani in condizione di inferiorità
civile. Non mancarono occasionali episodi di violenze contro gli ebrei, ma non si può trovare nulla
di simile all’antigiudaismo sistematico teorizzato dalla chiesa e praticato dai ceti popolari nei paesi
cristiani. La Spagna restò un’eccezione anche al tempo della Reconquista, perché i regni iberici del
XII-XIII secolo ereditarono dal precedente dominio arabo un atteggiamento di relativa tolleranza
nei confronti delle minoranze religiose.
Naturalmente neanche la Spagna restò esente dai diversi aspetti dell’antigiudaismo medievale, che
conducevano a vedere gli ebrei come collettivamente responsabili della condanna di Gesù e come
popolo “deicida”.
L’antigiudaismo popolare ed ecclesiastico
Nei pregiudizi popolari l’ostilità verso gli ebrei conduceva ad accusarli di orribili omicidi rituali
compiuti su bambini e di blasfeme profanazioni di ostie consacrate; è interessante tuttavia notare
che questo genere di accusa prese corpo inizialmente (nel XII secolo), lontano
dai paesi mediterranei, nell’area germanica, che già aveva visto nel 1096 i pogrom che
accompagnarono la predicazione della crociata. Le autorità della chiesa cattolica erano contrarie
agli atti di violenza scomposta e si dimostrarono anche piuttosto scettiche nei confronti del mito
dell’ebreo assassino e profanatore. Il concilio lateranense IV, nel 1215, aveva peraltro accusato gli
ebrei di dare segni di gioia durante la settimana santa di Pasqua; aveva poi stabilito che, affinché i
cristiani riconoscessero gli ebrei (e se ne tenessero lontani), questi dovevano farsi distinguere per
l’abbigliamento.
Restava il fatto che in Spagna, più ancora che negli altri paesi europei, i sovrani avevano l’interesse
a tenere gli ebrei sotto la loro protezione, essendo questa contraccambiata con il pagamento di tasse
ordinarie e straordinarie. Esisteva qui l’intera categoria degli “ebrei di corte”, composta da
finanzieri, amministratori, funzionari e medici, stimata e ben integrata nelle alte sfere statali. Nel
XIV secolo anche in Spagna si verificarono dei pogrom, ma quelli legati alla peste del 1348 non
sono paragonabili per ferocia e ampiezza a quanto avvenne nello stesso periodo nelle città tedesche.
La situazione stava però cambiando. La protezione dei sovrani fu sempre meno in grado di arginare
l’azione dei vescovi per la conversione forzata degli ebrei e la predicazione di frati fanatici che li
esponeva all’odio popolare. Momento culminante furono i devastanti pogrom del 1391, che
attraverso le uccisioni, i battesimi imposti e gli incendi di sinagoghe, segnarono la distruzione
dell’ebraismo, immediata in Andalusia e più scaglionata nel tempo nelle altre regioni della
Castiglia.
La dispersione dei “sefarditi”
Anche se decimata dalle uccisioni e dalle conversioni forzate, la comunità ebraica di Castiglia e
Aragona riuscì a ricostituirsi. Verso il 1490 contava 250000 individui o forse solo 170000, in ogni
caso una cifra pari o non molto inferiore a quella complessiva degli stati europei che ancora li
ammettevano (Italia, Provenza, Impero tedesco, Ungheria, Polonia). Dalla metà del XV secolo,
prima del decreto di espulsione del 1492, diverse municipalità, ordini religiosi, corporazioni e
università avevano cominciato a inserire nei loro statuti la clausola della “purezza del sangue”
(limpieza de sangre), che portava a escludere gli ebrei convertiti. Dopo molte resistenze i re e poi
anche il papa accettarono questi statuti dal tono razzista, che toglievano efficacia al battesimo degli
ebrei.
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Le espulsioni dalla Spagna ebbero un carattere diverso da quelle decretate molto tempo prima in
Inghilterra e in Francia, perché avvennero come momento di una strategia volta a costruire una
prima coesione nazionale: in maniera ben più netta e invadente di quanto accadde in Francia e in
Inghilterra, la religione fu in Spagna l’orizzonte di questa unità, con l’Inquisizione, le motivazioni
della guerra di Granada e il sistema delle espulsioni (prima gli ebrei e in seguito anche i mori).
Molti furono gli ebrei che preferirono farsi battezzare per evitare l’espulsione, ma non pochi furono
i conversos che non si sentirono più sicuri in Spagna. Subito dopo la breve parentesi portoghese,
furono almeno 100000 gli ebrei “sefarditi” (Sefarad era il nome dato in ebraico alla Spagna) che si
dispersero nel Mediterraneo e in Europa, venendo accolti con facilità nell’Impero ottomano; verso il
1530 a Costantinopoli vivevano 8000 famiglie ebree, mentre le 2600 di Salonicco (Tessalonica)
costituivano la maggioranza della popolazione. Tollerati con molte restrizioni a Venezia e in altre
città italiane, gli ebrei si fecero accogliere nei Paesi Bassi presentandosi come portoghesi convertiti
e praticando in segreto la loro religione; solo al principio del XVII secolo trovarono ad Amsterdam
la possibilità di professarla liberamente.
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