Scuola di Dottorato in Scienze Umane, Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia Indirizzo: Scienze didattiche, narratologiche e della formazione, XXII ciclo, II anno (2008) Dottoranda: Cristina Bronzino Tutor: Prof. Stefano Calabrese Il problema dell’empatia 1. Introduzione Quella dell’empatia è una storia tormentata: affrontata da molteplici prospettive, spesso è stata confusa con concetti affini, degradata ad una riflessione non-scientifica, sovrapposta alle “etiche della simpatia”, schiacciata da una più generica idea di socialità o ritenuta un “termine-ombrello”1 che si traveste da tema distinto. Come appare chiaro dalla confusione terminologica esistente con simpatia, compassione, altruismo, l’empatia ha due aspetti fondamentali: uno percettivo-cognitivo e uno pratico-morale2. Le principali difficoltà di classificazione concettuale nascono dai postulati dell’empatia, relativi alla dimensione di pluralità della condizione umana: esiste un forte vincolo tra le persone, un comune vocabolario cognitivo ed emotivo che genera la concreta possibilità di comprendere gli altri. Questa idea contiene due componenti primarie: da una parte esiste una risposta affettiva verso l’altro, che implica quasi sempre una condivisione di contenuti emozionali, e dall’altra la capacità cognitiva di assumere la prospettiva soggettiva dell’altra persona. L’intersezione di questi due aspetti ha causato scarsa chiarezza sul quadro teorico di riferimento, che nel tempo ha assunto l’identità di “concetto nomade”, oscillando incessantemente tra una disciplina e l’altra: estetica, etica, biologia, antropologia, psicologia, filosofia. Il progetto di ricerca ha l’obiettivo di analizzare il concetto di empatia attraverso un’indagine interdisciplinare. Nel definire le linee guida della ricerca, il lavoro è stato diviso in tre settori disciplinari: estetica, antropologia e neuroscienze che, intrecciandosi e sviluppandosi sinergicamente, sintetizzano gli orientamenti fondamentali. 2. Stato di avanzamento della ricerca 2.1 Estetica ed empatia L’estetica è una disciplina che solleva domande intorno alla produzione delle opere d’arte e del loro godimento, che cerca di comprendere se esista una logica nello sviluppo artistico e di descrivere le differenti funzioni dell’arte. Dal momento che l’oggetto artistico è innanzi tutto un oggetto estetico, 1 H. Davis, Too early for a neuropsychology of empathy, in “Behaviorial and brain sciences, 2002, n. 25, p. 32. L. Boella, L’empatia nasce dal cervello? in M. Cappuccio (a cura di), Neurofenomenologia. Le scienze della mente e la sfida dell’esperienza cosciente, Mondadori, Milano 2006, p. 331. 2 1 il problema dell’estetica sarà senza dubbio quello di preoccuparsi dell’aspetto della conoscenza sensibile che viene a implicarsi in seno alla comprensione intera dell’oggetto. All’interno di questo ambito di indagine si è sviluppato un vivo interesse per il concetto di empatia, che risulta essere un fattore fondamentale per ogni esperienza estetica. A cavallo tra Otto e Novecento, intorno ad un nucleo filosofico di matrice psicologico-estetica, si sviluppa una stagione di vivo interesse verso il concetto di empatia, le cui indagini possono essere raccolte sotto il nome di Einfülungstheorie3. La parola Einfülung è stata introdotta nel 1873 nel vocabolario filosofico, psicologico ed estetico per opera di Robert Vischer che l’ha intesa come una proiezione del nostro io negli altri e nelle cose, un’oggettivazione della nostra vita affettiva, un’identificazione di soggetto e oggetto attraverso i sentimenti. Questa definizione è, secondo i teorici dell’Einfülung, l’essenza stessa del sentimento estetico. I teorici che si sono concentrati su questo nucleo di indagine – ovvero Volkelt, Lipps, R. Vischer, Worringer – si trovano in accordo sulla sua genealogia, riconducendola in maniera quasi unanime nell’ambito del pensiero estetico romantico, in casi particolari che rappresentano i prodromi di quella che sarà tutta la produzione della teoria dell’empatia. Si tratta in primo luogo di Novalis e del suo romanzo naturale I discepoli di Sais4 in cui si parla di sentire come il medio tra sé e l’altro da sé grazie alla Sympathie e al Mitgefühl5 (simpatia e sentire-con) e si asserisce che l’essere umano può comprendere la natura solo se empatizza in essa. Un’ulteriore questione da mettere in luce è senza dubbio quella su come da un punto di vista psicologico i sentimenti possano essere collegati ad un io empirico, a un corpo che mi è davanti. Due sono le risposte più rilevanti: la teoria dell’associazione, sostenuta da Stern e Prandtl, e la vera e propria teoria dell’empatia: entrambe sostengono che il trasferimento dei sentimenti avverrebbe tramite un processo di associazione che sulla base delle esperienze riproduce i sentimenti precedentemente vissuti. Per la teoria dell’associazione la rappresentazione di un sentimento viene suscitata dalla percezione di corpi estranei e non dalle sensazioni del proprio corpo, per cui non emerge dal proprio vissuto, ma dall’osservazione di un corpo estraneo6. Le difficoltà che gravano su questa teoria sono di facile intuizione: innanzi tutto, la coscienza potrebbe generare unicamente una “associazione vissuta” e non quell’essere-l’uno-nell’altro caratteristico della comprensione empatica; Volkelt designa il processo che sta psicologicamente alla base dell’associazione come Verschmelzung, fusione, con l’intento di poter aggirare questo ostacolo. Tuttavia, nonostante le precisazioni sulle modalità di associazione, resta un nodo molto più difficile da sciogliere, vale a dire quello che mette in relazione un corpo estraneo con un io estraneo. La soluzione più semplice 3 M. Geiger, Essenza e significato dell’empatia, trad. it. in A. Pinotti, Estetica ed empatia, Guerini, Torino 1997, pp. 6194. 4 Novalis, I discepoli di Sais, trad. it. Trachinda, Milano 1985, pp. 50 ss. 5 A. Pinotti, Emozione, rispecchiamento, “come se”: Du Bos, l’empatia e i neuroni-specchio, in L. Russo, JeanBaptiste Du Bos e l’Estetica dello spettatore, Centro Internazionale di Studi Estetici, 2005, pp. 203-205. 6 M. Geiger, Essenza e significato dell’empatia, op. cit. pp. 72-73. 2 adottata dai sostenitori della teoria associativa nega che ci siano difficoltà perché i sentimenti nel momento stesso in cui vengono vissuti sono miei sentimenti, indipendentemente dal fatto che io ne abbia coscienza o meno. Il sentimento viene rappresentato e congiuntamente alla rappresentazione è anche sentimento di un estraneo. Una seconda soluzione invece è quella della “deduzione analogica”7 secondo la quale le manifestazioni vitali altrui vengono giudicate in analogia con le proprie, alla cui base c’è sempre una coscienza. Secondo questo principio, in pratica, io dovrei rappresentarmi il gesto della collera altrui come analogo a quello della mia esperienza vissuta di collera e in base a questa analogia dovrei ricostruire l’intera esperienza della collera e trasferirla dall’altro a me. Il punto debole dell’intera costruzione è che essa presuppone qualcosa che in verità vorrebbe provare: per affermare che un altro prova collera io dovrei già possedere la consapevolezza che l’altro esiste e quindi dovrebbe già essere introdotta in me la differenza tra me e l’altro. In sintesi né l’associazione né la deduzione analogica hanno chiarificato il legame dell’io con il corpo estraneo e con gli altri io, da cui emergerebbe l’idea che questo legame sia un dato di fatto ultimo, non ulteriormente riducibile. È vero che la presenza di un altro viene conosciuta attraverso la propria esperienza vissuta, ma c’è di più: mentre mi pongo di fronte a un altro io, obiettivo me stesso, e vedo gli altri io a me estranei come moltiplicazioni del mio io in base al processo di obiettivazione di sé o empatia, che ha la funzione di trasporre il mio proprio io nel mondo esterno e di farmi conoscere le altre coscienze. Questa equazione tra empatia e obiettivazione del sé viene sostenuta da F. T. Vischer, R. Vischer, Volkelt e Lipps. Tutte queste teorie, anche se cercano di chiarificare il modo in cui avviene la comprensione di altri io, non spiegano come dall’osservazione di determinati modi espressivi sia possibile attribuire i relativi sentimenti estranei e risalire a stati d’animo. Meumman è propenso a scorgere in tale comprensione una disposizione ereditaria, cosicché il problema viene condotto in seno al problema dello sviluppo della specie8. Un orientamento empirista sostiene che il bambino apprenderebbe la l’utilizzo e la comprensione dei gesti associandoli con le reazioni della madre, presupponendo così che i gesti estranei significhino già qualcosa. Un secondo orientamento, di tipo associativo, promuove l’idea che ad ogni emozione sarebbe stata collegata per via associativa una determinata immagine cinestetica del moto espressivo. Inoltre l’istinto mimetico avrebbe la capacità di trovare istintivamente per ogni immagine del viso i muscoli corrispondenti che siano in grado di riprodurre ciò che si è visto. Permane una divergenza tra i sostenitori della teoria dell’imitazione a cosa genera 7 Ibidem. Che esista un legame tra ereditarietà e forza dell’abitudine, ovvero che ogni volta che proviamo uno stato d’animo gli associamo una certa espressione corporea e specifici movimenti era già stato detto da Darwin nel 1872. C. Darwin, L’espressione delle emozioni nell’uomo e negli animali, trad. it. Boringhieri, Torino 1999, di cui si parlerà più avanti a p. 37. 8 3 l’atto imitativo: se esso si presenta come imitazione del gesto oppure se nasce come imitazione di un gesto associato al contenuto psichico corrispondente. L’empatia non scaturisce semplicemente dall’osservazione di un’espressione corporea, ma dalla connessione scaturita tra la manifestazione di uno stato d’animo e la comprensione di ciò che lo precede: capire i singoli moti espressivi è cosa ben diversa dalla comprensione della connessione dello psichico. Questo tipo di comprensione empatica è un rivivere nel senso stretto del termine, un “vivere dopo” (Nacherleben): si presenta alla coscienza come riproduzione, ovvero io riproduco in me i nessi motivazionali di un altro. Lipps infatti designa l’empatizzare come un “prendere parte”, che è un tipo di empatia totalmente diverso dall’interiore “accompagnare” una persona. Lì si tratta di immedesimarsi, qui invece di seguire interiormente le azioni di un altro mentre le compie e di immergerci nel suo io. Il primo tipo di empatia avviene in tempi diversi, questa seconda modalità di comprensione avviene in via immediata passando però attraverso uno strumento interpretativo che attua un contrasto tra vivere realmente e rappresentare. Che sia intesa come rivivere o come rappresentare è indubbio che l’empatia rappresenta uno strumento metodologico conoscitivo di grande importanza: tutta la nostra conoscenza delle emozioni degli altri avviene per mezzo della comprensione empatica. 2.2 Estetica, empatia e neuroscienze La neuroestetica nasce dalla consapevolezza che vi sia una possibilità straordinaria di integrazione di conoscenze che provengono sia dall’area umanistica che da quella scientifica. Questa disciplina rappresenta una teoria che indaga le basi biologiche dell’esperienza estetica e nasce dalla convinzione che la funzione dell’arte e quella del cervello siano una sola cosa, ovvero che gli obiettivi dell’arte costituiscano un’estensione delle funzioni del cervello9. Tutte le arti visive sono espressione del nostro cervello e quindi devono obbedire alle sue leggi nell’ideazione, nell’esecuzione e nella valutazione; dunque in relazione a questa stretta interdipendenza tra le opere d’arte e il cervello Samir Zeki si propone di abbozzare un discorso sull’arte visiva al livello dell’esperienza percettiva. In sintesi i pittori, anche se in maniera ingenua, hanno sperimentato e compreso qualcosa sull’organizzazione del cervello visivo: essi si trovano nella situazione di elaborare e rielaborare un quadro fino a quando non ottengono l’effetto desiderato che in genere risponde alle volontà del loro cervello e che se trova riscontro positivo su altri cervelli attesta che senza ombra di dubbio il pittore ha afferrato un fatto generale riguardante l’organizzazione neurale delle vie visive che suscitano piacere senza conoscere i dettagli di questa organizzazione e l’esistenza di queste vie. L’arte visiva è uno dei prodotti più significativi dell’attività del cervello. La visione è un processo attivo che richiede al cervello di non tener conto dei continui cambiamenti e di astrarre da essi solo ciò che è necessario per la classificazione degli oggetti. Questo comporta 9 S. Zeki, La visione dall’interno, trad. it. Bollati Boringhieri , Torino 2003, p. 17. 4 che il cervello compia tre azioni separate ma dipendenti tra loro, ovvero che in primo luogo selezioni tra dati mutevoli quelli che indicano un’informazione, poi che elimini le informazioni non rilevanti per la conoscenza e infine che confronti quelle realmente utili con informazioni raccolte precedentemente in visioni del passato10. In base a questo processo il cervello sarà in grado di attribuire un colore a uno specifico oggetto, come il verde alla foglia pur essendo molto complesso attribuire sempre lo stesso colore alla foglia perché, in quanto oggetto della natura, di per sé è mutevole e sempre diverso cambiando in vari momenti dell’anno: qui per il cervello si tratta dell’analisi di un codice, all’attribuzione di una categoria cromatica che però non esiste in natura come fissa perché riferita ad un oggetto mutevole. Ricapitolando: si può affermare che la funzione principale del cervello visivo sia quella di acquisire la conoscenza del mondo che lo circonda e che l’arte visiva sia in larga misura il prodotto dell’attività del cervello visivo. Gli studiosi di neuroestetica propongono di frazionare l’attività artistica in una serie di “provincie neurologiche”11 e di localizzare l’esperienza estetica in varie aree della corteccia cerebrale. Questo avviene perché l’arte ha una funzione complessiva in larga parte assimilabile a quella del “cervello visivo”. È significativa l’incapacità di trovare parole adeguate per esprimere la bellezza di un quadro o la sua forza espressiva, il fatto che esso comunichi qualcosa e che questo qualcosa scateni in noi un sentimento di immedesimazione e di avvicinamento resta a un livello di coscienza immediata che però sembra difficile da esprimere a parole. Per gli studiosi di neuroestetica ciò avviene perché il cervello ha sviluppato un sistema di riconoscimento molto rapido e ad alta precisione che permette di individuare in una frazione di secondo le cose più diverse, mentre il linguaggio, essendo un’acquisizione meno evoluta perché nata più recentemente, non ha ancora sviluppato la capacità di estrarre l’essenziale dall’insieme dei dati disponibili. Senza dubbio gli sviluppi della neuroestetica hanno permesso di ingrandire il territorio di indagine interdisciplinare che attraversa tutte le scienze umane. L’interdisciplinarità tuttavia comporta senza dubbio delle difficoltà di gerarchizzazione tra le singole discipline e inoltre il rischio di eccedere verso l’una o l’altra area scientifica ha implicato nell’ambito di affermazione di questo tipo di indagine dei problemi di veridicità nell’affrontare questioni relative a fenomeni complessi. La disciplina in questione, ovvero la neuroestetica, si è sviluppata grazie al fatto che l’estetica in sé si presenta come un’indagine intorno alla conoscenza sensibile, che è resa possibile grazie alla varietà dei canali sensoriali e secondo modalità differenti12. Dunque, ricapitolando, abbiamo detto che non abbiamo alcun dubbio sulle emozioni che si provano quando ci troviamo a contatto con un’immagine che abbia un contenuto denso di carica emotiva: la fotografia della morte di un soldato ci getta nello sconforto e al tempo stesso ci getta faccia a faccia con quelle che sono le espressioni riconoscibili nel volto di chi prova una paura estrema di fronte ai 10 S. Zeki, La visione dall’interno, op. cit., p. Ivi, p. 24. 12 G. Lucignati, A. Pinotti (a cura di), Immagini della mente, Milano 2007, p. XVI. 11 5 suoi carnefici. Nei suoi studi sulla neuroscienza delle emozioni, Damasio ha mostrato come in termini neurali è possibile spiegare il nostro coinvolgimento fisico con immagini di cose e valutare le conseguenze emotive di tale coinvolgimento. L’opinione di Damasio è che risulta impossibile separare l’emozione dal corpo o le risposte emotive alle immagini dal modo in cui vi siamo fisicamente coinvolti, inoltre egli afferma che non è assolutamente possibile avere o sentire un’emozione senza avere una sensazione del proprio corpo e senza essere fisicamente coinvolti con ciò che osserviamo13. Ne L’errore di Cartesio Damasio ha descritto in maniera molto interessante quello che chiama il “circuito del come se”, grazie al quale quando osserviamo immagini che sollecitano risposte forti come la paura avviene che la corteccia prefrontale e l’amigdala dicono semplicemente alla corteccia somato-sensitiva di organizzarsi assumendo la configurazione che il corpo avrebbe assunto se fosse stato disposto nello stato segnalato. In pratica quando vede una raffigurazione di paura, il cervello che la riconosce comanda una reazione analoga a quella che avrebbe avuto se il corpo fosse stato realmente presente. In questo modo Damasio ha mostrato come il sentimento è correlato alle mappe neurali e all’attività delle regioni somato-sensitive. In particolar modo sembra che sia l’insula anteriore a giocare un ruolo cruciale traducendo le informazioni sugli stati corporei in tutta una varietà di emozioni differenti. La scoperta dei neuroni specchio14 avvenuta per opera del gruppo di ricerca di Rizzolatti a Parma ha permesso di capire le basi dell’empatia fisica che si ha nei confronti delle immagini e quindi nei confronti delle emozioni rappresentate nelle immagini. Ciò che accade nel sistema dei neuroni specchio è che quando noi osserviamo le azioni di individui o quelle raffigurate in immagini, le loro rappresentazioni motrici sono automaticamente riportate nelle stesse parti del cervello in cui le riportiamo quando le eseguiamo realmente. Questi meccanismi specchio “ci consentono di comprendere direttamente il significato delle azioni e delle emozioni altrui replicandole internamente o simulandole senza alcuna esplicita mediazione riflessiva”15. Il grado in cui queste scoperte possono essere coinvolte nell’estetica e nella descrizione delle emozioni che scaturiscono dalla visione di opere d’arte è altissimo. La scoperta dei neuroni specchio ha causato grandissime conseguenze per le implicazioni sia riguardo l’estetica che riguardo l’empatia: il fatto che le azioni 13 A. Damasio, L’errore di Cartesio: emozione, ragione e cervello, trad. it. Adelphi, Milano 1995. Rizzolatti e i suoi collaboratori hanno scoperto un particolare gruppo di neuroni visuomotori nella porzione della corteccia cerebrale dei macachi che corrisponde all’area F5: questi neuroni scaricano sia quando la scimmia vede l’azione che quando la esegue. In pratica quando questo sistema viene attivato, osservare un’azione conduce ad attivare le stesse parti neurali nella corteccia premotrice che sono attive durante la sua esecuzione. La congruenza tra le risposte visive e motorie suggerisce che ogni volta che un’azione viene osservata si attivano i circuiti motori dell’osservatore. Si è poi scoperto che questi stessi neuroni si attivavano anche quando la scimmia osservava un’azione senza imitarla realmente. Il sistema dei neuroni specchio è presente anche nell’uomo nella porzione rostrale del lobulo parietale inferiore, nella porzione caudale e nella parte adiacente della corteccia promotrice, una regione che coincide con l’area di Broca. G. Rizzolatti, R. Sinigaglia, So quel che fai. Il cervello che agisce e i neuroni specchio, Raffaello Cortina, Milano 2006. 14 15 V. Gallese, C. Keysers, G. Rizzolatti, “Action recognition in the premotor cortex” in Brain, 2004, 119, p. 396. 6 rappresentate in immagini vengano portate a termine a livello immaginativo può essere compreso come risultato della nostra risposta corporea simulata. Sappiamo di comprendere le azioni altrui grazie al fatto attiviamo in noi stessi delle rappresentazioni neurali di tali azioni: questo principio viene ad applicarsi a molte aree direttamente correlate al problema dell’empatia, ovvero tatto, disgusto, compassione e in speciale modo il dolore. L’esperienza del tatto empatico è piuttosto elementare da spiegare, si tratta di tutte quelle rappresentazioni in cui vediamo coinvolto il nostro stesso tatto: l’immagine di un ragno che cammina sulla mano di un uomo ritratta in foto, il chiodo piantato nella mano del Cristo in una rappresentazione della Crocifissione. La visione di un’altra persona che viene toccata attiva automaticamente la rete corticale di regioni che di norma vengono coinvolte nell’esperienza che noi stessi abbiamo dell’essere toccati. 3. Bibliografia L. B. ALBERTI, Della pittura, trad. it. Sansoni, Firenze 1950 ARISTOTELE, Poetica, trad. it. Laterza, Roma - Bari 2006 B. BERENSON, Estetica, etica e storia nelle arti della rappresentazione visiva, trad. it. Leonardo, Milano 1990 A. BETHOZ, G. JORLAND, L’empathie, Odile Jacob, Paris 2004 L. BOELLA, Sentire l’altro. Conoscere e praticare l’empatia, Raffaello Cortina, Milano 2006 E. BURKE, Inchiesta sul Bello e il Sublime, trad. it. Aestethica, Palermo 1985 L. 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