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Žižek, S., Il sublime oggetto dell’ideologia, Ponte alla Grazie, Milano
2014, pp. 298 (trad. It. di Id., The Sublime Object of Ideology, Verso,
Londra e New-York, 1989).
C’è stato un tempo, per gran parte del XX secolo, in cui il tema
dell’ideologia costituiva un esteso e influente argomento di dibattito non
solo nella filosofia, nella sociologia, nelle scienze politiche, ma anche in
generale nell’ambito culturale, estetico-letterario e finanche giornalistico e
nell’opinione pubblica. Quel tempo è ormai tramontato, sostanzialmente con
la fine della guerra fredda e la caduta del muro di Berlino, ma al tema
dell’ideologia Slavoj Žižek aveva dedicato, nel 1989, proprio il primo
volume di una produzione intellettuale che poi si sarebbe allargata sino a
renderlo uno dei pensatori più noti dei nostri tempi. Proprio perché,
nell’ultimo ventennio e oltre, il dibattito sull’ideologia è andato
dissolvendosi, non stupisce che quel primo testo di Žižek sia stato tradotto e
reso disponibile in italiano solo ora che lo studioso sloveno è diventato,
anche per suoi atteggiamenti e interventi provocatori, una sorta di star del
circuito accademico-mediatico. In effetti, però, lo studio di Žižek
sull’ideologia costituisce uno dei suoi contributi più interessanti, sia per
l’argomento in sé, sia perché in esso già possiamo ritrovare molti degli
spunti che poi l’intellettuale sloveno svilupperà in altri libri, sia perché qui
possiamo leggere il giovane Žižek in cui il livello di elaborazione teorica è
particolarmente denso, sebbene non manchino le digressioni legate a cultura
di massa che nei suoi volumi successivi si faranno sempre più ampie.
Il discorso sull’ideologia che Žižek sviluppa in questo libro è
articolato e si lascia leggere in modo trasversale, poiché fondato su una
analisi della prospettiva della psicanalisi lacaniana in connessione con la
dialettica hegeliana. Ai riferimenti teorici del libro bisogna poi aggiungere
Marx, l’idealismo tedesco, Freud, Kant, la Scuola di Francoforte (con
particolare riferimento alle figure di Adorno e Benjamin), il cristianesimo, la
critica al post strutturalismo: insomma, ci sono già qui tutti gli “interlocutori
concettuali” tipici dei successivi testi più politico-sociali di Žižek, con
l’eccezione probabilmente dei teorici della società del rischio, ma solo
perché, nel 1989, tali teorici non si erano ancora affermati.
Fondendo la prospettica lacaniana a quella hegeliana, Žižek è
convinto che si possa sviluppare «un nuovo approccio all’ideologia» (p. 30),
che permetta di comprendere i contemporanei fenomeni ideologici «senza
cadere in alcuna trappola postmodernista» (ibidem). Cominciando, infatti, il
volume ripercorrendo le prospettive di Marx e Freud, lo studioso sloveno
sottolinea, in primo luogo, quella che considera la dimensione essenziale
dell’ideologia: essa «non è semplicemente la ‘falsa coscienza’, la
rappresentazione illusoria della realtà; è piuttosto questa stessa realtà che
deve essere considerata ‘ideologica’ – ‘ideologica’ è una realtà sociale che
esiste a condizione che la sua essenza non sia nota a coloro che pretendono
di farne parte – e cioè l’effettualità sociale, la cui riproduzione comporta
che gli individui ‘non sappiano quello che fanno’» (p. 44). Quindi, secondo
Žižek, il livello fondamentale dell’ideologia non è quello di un’illusione che
maschera il reale stato delle cose, ma «quello di una fantasia (inconscia) che
organizza la realtà sociale» (p. 57). E su questo snodo che poggia la
differenza tra la prospettiva marxiana e quella lacaniana: «per il marxismo
la sguardo ideologico è uno sguardo parziale che non riesce ad abbracciare
la totalità dei rapporti sociali, mentre nell’ottica lacaniana l’ideologia
designa una totalità volta a cancellare le tracce della propria impossibilità»
(p. 76).
Su queste basi, Žižek condivide l’idea lacaniana che, in definitiva,
mondo, soggetto e linguaggio non esistono: ciò che conferisce consistenza
ai fenomeni esistenti è solo il sintomo e di conseguenza l’ideologia serve
solo i propri scopi. Lo spazio ideologico, dunque – e questa è una delle tesi
fondamentali di questo libro – «è composto da elementi slegati, svincolati,
da ‘significati fluttuanti’, la cui identità è ‘aperta’, sovradeterminata
dall’appartenenza a una catena di altri elementi» (p. 117). La posta in gioco
nella lotta ideologica è decidere quale dei punti nodali arriverà a includere
questi elementi fluttuanti, nella propria serie di equivalenze; oggi, ad
esempio, secondo Žižek, la posta in gioco, nello scontro tra
neoconservatorismo e socialdemocrazia, è la libertà. Il discorso lacaniano,
cui l’intellettuale sloveno dedica densi passaggi di ricostruzioni concettuali
(in particolare trattando dei “grafi di Lacan”, pp. 132-159), porta alla
considerazione per cui «ciò che pertiene a un’analisi dell’ideologia è solo il
modo in cui essa funziona nel discorso, il modo in cui la serie dei significati
fluttuanti viene totalizzata, trasformata in un campo unificato mediante
l’intervento di certi ‘punti nodali’» (pp. 159-160). Ecco perché vengono
individuati due prassi complementari di critica dell’ideologia: una è
discorsiva ed è «la ‘lettura sintomale’ del testo ideologico» (p. 160), che
produce la decostruzione del suo significato; l’altra «mira a estrarre il
nucleo di godimento» (ibidem), ossia la modalità tramite cui un’ideologia
implica, manipola e produce un godimento pre-ideologico.
Stanti queste posizioni, la terza e ultima parte del volume si
concentra su un tema specifico, che appare complementare al discorso
sull’ideologia, ossia quello del Soggetto, che peraltro è alla base di un libro
che Žižek scriverà un decennio dopo questo, e che molti critici riterranno il
suo lavoro teorico più compiuto, ossia Il soggetto scabroso. Trattato di
ontologia politica (Cortina, Milano, 2003). Il tema del Soggetto è declinato
da Žižek tenendo presente un’altra importante teoria lacaniana, quella del
Reale; la logica del Reale è ritenuta dallo studioso sloveno rilevante per il
campo socio-ideologico. Ma cos’è il Reale in senso lacaniano? Cercando di
spiegare la cosa nel modo più accessibile, possiamo dire che esso è «un
qualcosa che nonostante non esista (nel senso di ‘esistere veramente’, aver
luogo nella realtà), può vantare una serie di proprietà, esercita una certa
causalità strutturale, può produrre una serie di effetti nella realtà simbolica
dei soggetti» (p. 198). Puntualizzato questo aspetto, è possibile spiegare
cos’è per Žižek il Soggetto: esso è, e qui si segue ancora l’interpretazione di
Lacan, la risposta del Reale alla domanda posta dal grande Altro, ossia
dall’ordine simbolico. Il Soggetto, è in definitiva il vuoto, il buco dell’Altro
e quindi l’intero essere del Soggetto consiste nell’oggetto di fantasia che
riempie il suo vuoto.
È in questo contesto teorico, indubbiamente di non immediata
comprensione, che si può esplicitare l’illusione ideologica, che non inganna
in primis gli individui concreti, quanto piuttosto il grande Altro. Per questo
l’ideologia è definita come «oggetto sublime» (terminologia che rinvia a
Kant, oltre che a Hegel e Lacan), ossia un oggetto che nel campo stesso
della rappresentazione «procura una visione di ciò che è irrapresentabile»
(pp. 243-244).
L’idea di Soggetto di Žižek, mutuata dalle teorie Lacan, è completata
dall’utilizzo dell’interpretazione hegeliana: ciò che è costitutivo per il
soggetto hegeliano è una «reduplicazione della riflessione» (p. 256), tramite
cui «il soggetto pone l’‘essenza’ sostanziale presupposta nella riflessione
esterna» (ibidem). La lezione fondamentale di Hegel infatti è che quando
siamo attivi, quando interveniamo in maniera determinata, il vero atto non
coincide con questo intervento (o non intervento) particolare, empirico,
fattuale: «il vero atto è di natura strettamente simbolica, consiste nel modo
in cui strutturiamo anticipatamente il mondo e la nostra percezione dello
stesso , così da aprirvi lo spazio per il nostro agire (o non agire)» (p. 257).
Quindi, l’autentico atto, per Žižek, precede l’agire (particolare, fattuale):
esso consiste in una ristrutturazione, a monte, del nostro «universo
simbolico» (concetto tipico della tradizione della sociologia della
conoscenza) in cui l’agire (fattuale, particolare) verrà iscritto. Di qui è
possibile cogliere, in senso anche politico, il duplice significato del termine
soggetto:
1) un individuo sottomesso a un sistema politico;
2) un uomo libero, padrone proprio agire; i soggetti possono
realizzarsi come uomini liberi solo raddoppiando se stessi, solo in quanto
traspongono la pura forma della loro libertà nel cuore stesso della sostanza
loro opposta, ossia quando presuppongono che la sostanza sociale, a loro
opposta nella forma dello Stato, è già in sé un soggetto a cui essi sono
subordinati.
L’insieme di tutte queste elaborazioni teoriche, che abbiamo qui
cercato di sintetizzare, costituisce il corpo complessivo del percorso che
Žižek delinea. In effetti, è però estremamente disagevole cercare di spiegare
bene questo testo nell’ambito di una semplice recensione, che, per sua stessa
natura, non consente di sviluppare tutta una serie di digressioni e
approfondimenti di riferimenti molto variegati che Žižek tratta: da quelli
letterari e artistici legati ad esempio a Kafka, a Mozart, ai romanzi di
fantascienza, passando per una sorta di ampia rassegna cinematografica che
tocca la filmografia di Hitchcock, Alien, i cartoni di Tom e Jerry, e
numerosi film di fantascienza e drammatici, ormai icone del XX secolo. E,
ancora, pagine di analisi critica del post strutturalismo e delle tesi di
Benjamin, passaggi su paradossi e ipotesi di viaggi nel tempo, e applicazioni
del discorso teorico a particolari considerazioni sulla democrazia, sul
totalitarismo, sui sistemi politici, sui comportamenti psico-sociali. C’è già
quindi, in tutto questo, lo Žižek che ormai abbiamo imparato a conoscere, lo
studioso che, con questo stile debordante, divide inevitabilmente tra i suoi
entusiasti sostenitori e i suoi critici più severi. Questo libro ribadisce che
risulta sempre inadeguato per un filosofo leggere Žižek senza confrontarsi
anche con la psicoanalisi lacaniana e le implicazioni sociologiche; come per
uno psicanalista non è possibile farlo senza una apertura alla storia della
filosofia e a una sensibilità politica; come per un sociologo non è possibile
farlo senza considerare la psicoanalisi lacaniana. E per tutti questi studiosi
non sarebbe poi superflua, per la lettura dei testi žižekiani, una familiarità
con tanti classici della filmografia, della letteratura e dell’arte.
Ora, tuttavia, dobbiamo rilevare che non è questa la sede per un
giudizio sulla figura intellettuale di Žižek, ma è più semplicemente il luogo
in cui cerchiamo di capire quale contributo dia questo testo alla questione
dell’ideologia. E in tal senso, al di là delle valutazioni che si possono
esprimere sui contenuti e i mix teorici che Žižek ha espresso e dai quali si
può essere persuasi o meno, il merito della pubblicazione e della traduzione
italiana di questo libro sta soprattutto nella possibilità che esso fornisce di
tornare a trattare, in modo inconsueto, una questione – quella dell’ideologia
appunto – che forse merita di essere ripresa in questi anni con maggior
consapevolezza. Non soltanto per le implicazioni filosofico politiche, pure
indubbiamente rilevanti, ma più in generale per la sua enorme portata in
termini di sociologia della conoscenza, in un mondo come quello attuale
pervaso, più di quanto probabilmente si sia disposti a considerare, da
rappresentazioni della realtà. Leggere questo libro può essere, allora, molto
semplicemente, un modo per non cadere in forme di rimozioni intellettuali
cui troppo spesso l’umanità soggiace.
Francesco Giacomantonio
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