La Bibbia alla prova della storia

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da Panorama, N. 9 (1767), 2 marzo 2000
Scoperte - La Bibbia alla prova della storia
Abramo e Sara erano ariani?
Religiosi e laici vedono nell'Antico Testamento "leggende" storicamente poco attendibili. Ma gli
studi recenti dicono: non è così. E anche sul primo dei patriarchi rivelano che…
Il papa sulle tracce di Abramo e di Mosè. Si rileggono quelle narrazioni bibliche che
rappresentano la radice culturale e spirituale di tanta parte dell'umanità. Con il
razionalismo moderno quelle storie sono state sempre più relegate nel leggendario, nella
mitologia. Come fossero un'epica immaginaria che il popolo ebreo si sarebbe costruito
per darsi un'identità e legittimare il suo diritto alla terra di Canaan.
Perfino nella Chiesa ha fatto breccia la demitizzazione. Nell'Introduzione generale alla
Bibbia, il primo volume del "Corso di studi biblici" (Elle di ci) su cui studiano
seminaristi e preti, si afferma che "l'Antico Testamento non ci fornisce dati storicamente
attendibili per l'epoca pre-monarchica, in cui si forma l'entità etnico-nazionale di
Israele", dunque si sottolinea la "per lo meno discussa attendibilità storica" degli scritti
biblici.
Ma le scoperte degli ultimi anni ribaltano questa convinzione. Inoltre emergono anche
ipotesi originali sui patriarchi, come quella di Flavio Barbiero, uno studioso laico,
collaboratore del grande Emmanuel Anati, colui che ha scoperto nel massiccio di Har
Karkom la vera montagna sacra di Mosè (ma di questo parleremo dopo).
L'area palestinese in cui si svolgono le vicende che vanno da Abramo a Mosè - secondo
Barbiero a partire dal XV secolo a.C. - è il territorio di confronto di tre grandi potenze,
l'Egitto, l'impero Mitanni (in Mesopotamia) e il regno degli Hittiti. Barbiero ha dunque
cercato tracce dei patriarchi biblici nei documenti relativi ai rapporti politici fra quegli
stati, avanzando ipotesi sorprendenti già in un suo libro di alcuni anni fa (Bibbia senza
segreti, Rusconi).
Chi era Abramo e da dove veniva? "La Ur dei Caldei dove doveva recarsi il Papa, sulle
rive del Golfo Persico, è in realtà l'antica Ur dei Sumeri e non ha niente a che fare con
Abramo" spiega Barbiero. "Ur dei Caldei è una regione ed è collocata altrove. Abramo
è nato (attorno al 1480 a.C.) a Nahor che doveva essere nell'area dell'attuale
Diyarbekir, in Turchia".
L'antico patriarca viene di solito considerato un beduino. Ma - dice Barbiero "questo è
un luogo comune da sfatare. Non c'è alcun riscontro. Chi apparteneva alla categoria
sashu era disprezzato dalle popolazioni residenti. Invece dal Genesi risulta che Abramo
viene trattato come una personalità di rango. Gli ittiti di Ebron - per esempio - si
rivolgono a lui chiamandolo 'gran principe'. Lo fa pensare anche il suo nome, come
quello di sua moglie-sorella Sara che vuol dire 'principessa'. Abramo è inoltre molto
ricco, arriva in terra di Canaan con una quantità di beni e servi. Anche i suoi costumi
matrimoniali - ha sposato Sara che è anche sua sorella - sono quelli delle famiglie allora
regnanti nel medioriente".
Dunque sarebbe figlio di un re mesopotamico?
"La Bibbia" spiega Barbiero "c'informa che suo padre discendeva addirittura in linea
diretta da Noè. Era dunque capo di antica e nobile stirpe. Sappiamo inoltre che egli
lascia la città natale di Nahor col figlio Abramo e il nipote Lot e si trasferisce ad Harran.
Alcuni anni dopo troviamo Labano, nipote di Abramo, qualificato come 'signore di
Harran'. Ma questa terra - dai documenti storici - risulta essere una provincia dell'impero
Mitanni, il cui sovrano in quell'epoca era il grande Saushsha- Tar".
E' lui il padre di Abramo? "Vive nello stesso periodo, è nato nello stesso Paese, regna
sulla stessa vasta regione che comprende Nahor e Harran, ha grandi quantità di bestiame,
ha le stesse consuetudini e perfino lo stesso nome, infatti la Bibbia chiama il padre di
Abramo: Tare (Saushsha significa qualcosa come "il gran re"). Insomma" conclude
Barbiero "non è ipotesi troppo ardita supporre che si tratti della stessa persona".
Abramo sarebbe così un principe della grande dinastia Mitanni, un'aristocrazia
proveniente dall'Iran che attorno al 1500 a.C. fondò il suo impero nella Mesopotamia
settentrionale regnando sulle popolazioni urrite.
"I Mitanni sono di etnia aria" dice Barbiero e se la sua ipotesi fosse giusta la discendenza
di Abramo e Sara, sua consanguinea, cioè la nazione ebrea, sarebbe di origine ariana (il
che conferma, se ancora ce ne fosse bisogno, quanto cretini fossero i deliri razzisti e
nazisti sulle "razze", su ariani e semiti).
Ma resta da capire perché un principe come Abramo lascia il suo regno per stabilirsi
come un esule in un territorio dominato dall'Egitto.
La Bibbia è scritta alcuni secoli dopo gli eventi in base ad antiche tradizioni orali.
Ritenendo che tutto sia dovuto al disegno di Dio spiega che fu Lui a chiamare Abramo
fuori della terra di suo padre, promettendogli una grande discendenza.
Barbiero - da laico - avanza un'ipotesi per spiegare i motivi storici di quello strano esilio.
La figura dominante di quegli anni è il faraone egiziano Tutmosi III che usava siglare
trattati di pace lasciando sul trono i re battuti, ma facendosi consegnare in ostaggio figli
e fratelli che potevano poi vivere liberamente nel suo impero. La storia di quegli anni
registra una guerra proprio fra Tutmosi III e Saushsha-Tar. A vincere è il faraone ed è
ovvio che anche per questo trattato di pace il faraone abbia preteso la consegna di
familiari del re Tar.
Questo spiegherebbe perché a trasferirsi in Palestina non è solo il secondogenito del re,
Abramo, ma anche suo nipote Lot e spiega perché i due - una volta arrivati in Canaan - si
sono dovuti separare. Spiega pure l'origine del nome "ebreo" che gli studiosi fanno
risalire ad "apiru".
Gli "apiru" sono una categoria di persone, gli "ostaggi" dati in garanzia della non
belligeranza. Con il tempo rimasero nel territorio del faraone solo gli apiru di origine
Mitanni e il termine finì per identificarsi con la tribù d'Israele.
Abramo, personaggio leale e di grande levatura, secondo Barbiero ha rapporti sempre
più stretti con il faraone fino a diventare un suo fedele principe nella regione. Sarebbe
dunque il faraone a farlo venire in Canaan promettendogli lì terra e protezione per la sua
discendenza.
A Tutmosi III (e poi ai successori) Abramo si sarebbe rivolto con devozione religiosa
perché il faraone era considerato una divinità. Gli "incontri" che il testo biblico legge in
chiave soprannaturale, secondo Barbiero, sarebbero incontri di Abramo con ambasciatori
del faraone o con lui in persona (da qui deriva la diversità di nomi usati per la divinità).
Alcuni di questi episodi sarebbero addirittura storicamente verificabili. Un esempio?
"Per quanto possa sembrare incredibile dagli Annali di Karnak si può stabilire con
certezza che nel quarantunesimo anno Tutmosi III si fermò a Ebron, il villaggio di
Abramo, e ricevette tributi dai signori della regione. Uno di questi signori è un
possidente di bestiame che - fra l'altro - offre al faraone diciotto zanne d'elefante, a quel
tempo un regalo da re e certamente proveniente dal territorio di Mitanni. Dati che si
attagliano perfettamente ad Abramo".
In questa chiave andrebbero letti - per Barbiero - l'episodio del sacrifico di Isacco (una
prova di fedeltà voluta dal nuovo faraone), il cambiamento del nome di Abramo e Sara e
l'obbligo della circoncisione (entrambi costumi egiziani e dunque prove di
sottomissione). Così come la distruzione di Sodoma, rea non di peccati sessuali, ma di
essersi ribellata al faraone addirittura tentando un affronto - questo sì sessuale - contro i
suoi ambasciatori.
Nell'ipotesi di Barbiero ci sarebbero anche altri clamorosi riscontri storici.
"Fra le lettere di Amarna c'è quella che un certo Suwardata scrive al faraone Akenaton.
Egli si qualifica come 'principe di Ebron'. E' una notizia stupefacente perché in
quell'epoca - secondo i miei calcoli - 'principe di Ebron' non può essere che Esaù, il
figlio di Isacco e fratello di Giacobbe. In effetti Suwardata, è un nome di chiara origine
ariana, si scrive 'Sw-rdt ed equivale, nella trascrizione ebraica, a Esaù,'Sw, detto "il
rosso" (rdt significa "rosso"). Emblematica anche l'espressione che usa: 'le terre che mi
ha dato il dio del re, mio signore' ".
Qui si pone il problema della religione di Abramo e dei suoi eredi. Oggi molti storici
ritengono che non si possa parlare ancora di monoteismo in senso moderno. Egli
probabilmente restò fedele alle tradizioni della sua famiglia. In particolare sappiamo che
era devoto a El, che in seguito, dall'autore biblico, verrà assimilato a Jhwh. Sappiamo
che anche i suoi discendenti furono devoti a vari dei. Insomma l'idea di Abramo come
padre dei "tre monoteismi" parrebbe impropria.
E' Mosè che rivela al suo popolo Jhwh e lo proclama Dio d'Israele. Per un po' di tempo il
popolo adora anche altri dei stranieri. Sarà con i profeti che in Israele prende forma quel
che oggi definiamo monoteismo.
Per la verità anche su Mosè si è abbattuta la scure della demitizzazione. Eppure questo
personaggio gigantesco della storia umana ha lasciato tracce, anche archeologiche,
inequivocabili. Le conferme più impressionanti vengono dalle scoperte di Emmanuel
Anati sul monte Har Karkom (specialmente dai graffiti). Se "alcuni teologi e biblisti
ritengono che il Pentateuco sia una raccolta di testi con significato metaforico" - scrive
Anati nel suo ultimo libro - invece le descrizioni bibliche sui siti menzionati e la loro
topografia appaiono, applicati ad Har Karkom, straordinariamente riscontrabili.
Le ricerche archeologiche su Har Karkom proseguono e nel Duemila potrebbero
riservare scoperte ancor più clamorose. Magari documenti scritti. Ma non solo. "Stando
al secondo libro dei Maccabei" spiega Barbiero "il profeta Geremia, al tempo di
Nabucodonosor, andò a nascondere l'arredo del Tempio e l'Arca dell'Alleanza sulla
montagna sacra di Mosè, la cui memoria era stata tramandata per secoli dalle famiglie
sacerdotali di Gerusalemme e fu perduta durante l'esilio babilonese". Insomma dalle
prossime ricerche, Har Karkom, il vero Sinai, potrebbe svelare definitivamente i suoi
antichi segreti. E i racconti biblici potrebbero trovare clamorose conferme storiche
perfino con la mitica "Arca perduta".
----da Il Giornale, 25 febbraio 2000, p. 34
Sulle orme di Mosè
Con Egeria sul "vero" Sinai
Una storia vera. Fatta di strade polverose nel deserto, carri, nemici, cieli azzurri, rocce,
pozzi d'acqua, volti di uomini. Il racconto della Bibbia su Mosè - che narra come Dio
entra nella storia umana - non ha nulla a che fare con i miti degli altri popoli, ma è fatto
di vivida quotidianità.
Ancor più dettagliate sono le vicende di Gesù - Dio fatto uomo - riferite dai Vangeli.
Proprio "per riscoprire le tracce della presenza amorosa di Dio accanto all'uomo", il papa
è oggi pellegrino sul Sinai e a marzo andrà fra i paesi, le strade e le città dove ha vissuto
il Salvatore.
Per la verità molta teologia cattolica di oggi ha fatto proprie, in modo più o meno
sfumato, le tesi del vecchio razionalismo. "Sul Mosè storico" recita un manuale su cui si
formano seminaristi e preti "non si è in grado di raggiungere una certezza storica
verificata" e dunque "esodo, cammino nel deserto, Sinai e conquista della terra non sono
'dimostrabili' come storicamente attendibili".
Il papa - con il suo pellegrinaggio - afferma che però la Bibbia non è un mito. Adesso
anche le più moderne ricerche archeologiche danno ragione a lui e alla tradizione, pure
per quanto riguarda Mosè. Proprio sulla penisola del Sinai si sono scoperte infatti
testimonianze archeologiche impressionanti sugli eventi narrati dall'Esodo.
Tuttavia non sul monte Jebel Musa, dove sorge il monastero di Santa Caterina che viene
ora visitato dal papa. Si identificò lì il monte santo di Mosè in epoca bizantina (IV-V
secolo d.C.). Ma è dislocato troppo a sud e c'è una tradizione più antica e più fondata.
L'ha riscoperta Emmanuel Anati che ormai da decenni guida le ricerche sul massiccio di
Har Karkom, più a nord, in territorio israeliano. Se la zona del Santa Caterina non ha
nulla che corrisponda alle descrizioni topografiche contenute nell'Esodo, questa invece
corrisponde alla perfezione.
Anati lo ripete nel suo ultimo libro Har Karkom. Venti anni di ricerche archeologiche
(Edizioni del Centro studi camuni), dove ha riprodotto i più impressionanti graffiti
scoperti nell'area. Sono datati all'epoca di Mosè ed evocano chiaramente le vicende
bibliche: uno raffigura due tavole divise in dieci quadri, un altro la verga che diventa
serpente, poi l'occhio di Dio, l'uomo orante. Ai piedi della montagna, rimasta deserta e
intatta per millenni, sono stati ritrovati - spiega Anati - perfino "dodici cippi che
fronteggiano una piattaforma di pietra. Ciò richiama il passo dell'Esodo (24,4): 'E Mosè
levatosi per tempo eresse ai piedi del monte un altare e dodici cippi, per le dodici tribù
d'Israele'".
Adesso Il Giornale può anticipare un'altra scoperta che conferma l'antichità
dell'identificazione di Har Karkom con il monte di Mosè. La propone Flavio Barbiero,
ricercatore dell'équipe di Anati. Barbiero ha studiato il "Diario di viaggio" scritto nel IV
secolo da una pellegrina cristiana di nome Egeria. E' un documento che fu scoperto in un
manoscritto dell'XI secolo ritrovato ad Arezzo in un codice proveniente dall'Abbazia di
Montecassino.
Sono note di una donna intelligente, colta e coraggiosa, che fra il 381 e il 383 d.C. (sono
gli anni in cui la cristianità ha personaggi del calibro di Agostino, Ambrogio, Girolamo),
dalla Spagna volle andare in pellegrinaggio fino alla Terra Santa, spinta dal desiderio di
"vedere" i luoghi di Gesù. Poi da Gerusalemme, dove si stabilì per qualche anno, volle
visitare anche i luoghi dei patriarchi biblici.
Il diario è una testimonianza entusiasta scritta per le sue amiche (o consorelle) rimaste a
casa. Integra è la parte che riferisce il pellegrinaggio sul monte santo di Mosè, fatto nel
dicembre 383, dal sabato 16 fino al lunedì 18, con due pernottamenti sul posto. Si tratta
di un diario commovente - per la fede di Egeria - e straordinariamente particolareggiato.
"A quell'epoca" spiega Barbiero "esisteva già da tempo, sul Jebel Musa, nel sud del
Sinai, una comunità di monaci cristiani, che identificavano quello come il monte di Dio.
Egeria era cristiana e quindi avrebbe dovuto recarsi laggiù, al monastero di santa
Caterina. In effetti gli esegeti dell'opera credono che quello sia stato il suo
pellegrinaggio. Ma in realtà fra le sue pagine e quella zona non c'è alcuna
corrispondenza. Non corrispondono né le descrizioni dei luoghi, né i tempi di
percorrenza, né i manufatti che illustra".
Dunque dove si recò Egeria? A quale località corrisponde il suo racconto? Barbiero ha
avanzato l'ipotesi che si tratti proprio di Har Karkom. Così, durante una delle tante
campagne archeologiche su questo monte, ha preso il diario di Egeria e ha provato a
usarlo come "guida".
Il risultato è stato sbalorditivo. Perfino nei particolari, come l'esistenza a valle di
un'ottantina di tombe ("i sepolcri dell'ingordigia"). I tempi di percorrenza dei vari tratti, i
panorami descritti, le dimensioni delle valli corrispondono in tutto. Egeria trova sul
posto anche comunità di monaci, un prete e una chiesina (ci sono ancora i resti), dice
perfino che gli asceti le donarono delle mele che crescevano sul monte e in effetti sono
stati trovati piccoli terrazzamenti agricoli.
"Corrisponde in tutto", conclude Barbiero. Questa scoperta apre un interrogativo: perché
- sia fra i cristiani che fra gli ebrei - si è persa la memoria del vero monte santo di Mosè?
Perché l'ufficialità imperiale volle accreditare il monte del Santa Caterina?
Il Diario di Egeria (oggi ripubblicato dalle Paoline) potrebbe anche sciogliere un enigma.
Nei primi secoli cristiani si parlava di due monti sacri, uno di fronte all'altro: quello dove
Mosè ricevette le tavole della Legge e l'Horeb su cui era salito il profeta Elia. In effetti
anche Egeria parla dei due monti distinti e vicini. Nella Bibbia sono però la stessa cosa.
"Ebbene proprio nell'area di Har Karkom" spiega Barbiero "è chiaramente testimoniata
sullo stesso massiccio l'esistenza di due vette, entrambe con caratteri sacri". Questo
spiega l'equivoco. Ma l'ipotesi dei due monti sacri potrebbe avere clamorose conferme
dalle prossime campagne di scavi.
----Antonio Socci è nato a Siena, nel 1959. Giornalista, è stato inviato del settimanale Il
Sabato, direttore della rivista internazionale 30 Giorni e scrive attualmente per Il
Giornale, Panorama e Il Foglio. Tra le sue pubblicazioni più importanti, una monografia
sul regista russo Andrey Tarkovskij, Obiettivo Tarkovskij (Edit, Milano 1987), poi La
società dell'allegria - Il partito piemontese contro la chiesa di Don Bosco (Sugarco,
Milano, 1989), quindi C'era una volta il sacro (Bompiani, Milano 1994).
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