Primo modulo: Le discipline antropologiche e lo studio delle differenze. Matilde Callari Galli ANTROPOLOGIA CULTURALE E PROCESSI EDUCATIVI: L'ANTROPOLOGIA TRA SPECIALIZZAZIONE E GLOBALITÀ È un compito difficile tracciare la suddivisione interna di una disciplina che sin dalla sua definizione - lo studio dell'uomo - appare volersi caratterizzare per un approccio globale ed olistico: proprio in questa ansia di totale comprensione del «fatto culturale» risiede a un tempo il suo fascino e il suo limite maggiore, proprio da questa aspirazione i suoi cultori traggono le maggiori ambizioni e le maggiori frustrazioni. Non intendo mettere in dubbio eccessivamente questa unità - fittizia o reale che sia - compilando un elenco delle aree problematiche più rilevanti affrontate e studiate dagli antropologi nel corso degli ultimi anni: del resto ogni suddivisione in settori appare temporanea, parziale ed ambigua, sempre e rapidamente superata da nuovi campi che si aprono, da nuovi accorpamenti e da suddivisioni che mutano di anno in anno, da paese a paese, che di volta in volta si pongono come autonome rispetto al passato, o ripropongono in termini nuovi campi già a lungo percorsi e investigati. È questa una sorte che accomuna tutte le scienze occidentali, ma forse e più evidente in quelle sociali ed umane, per i loro coinvolgimenti più diretti ed immediati con le vicende storiche, con gli accadimenti politici ed economici. Sotto le richieste di orientamenti che si sperano utili per capire gli accadimenti e per risolvere conflitti e tensioni, in seguito a fallimenti (molti) e a successi (pochi) nel comprendere e nell'interpretare, le discipline mutano i loro confini, alterano i loro reciproci rapporti, invadono campi altrui o abbandonano prerogative e specificità. Senza contare, poi, che lo studio del sociale è anch'esso un fattore non banale di mutamento: ogni qual volta ci accingiamo a definire campi e specificità, ci sentiamo invadere dallo sconforto, e viviamo la spiacevole sensazione di camminare su un terreno melmoso, ricco di pericolose sabbie mobili 1. Nonostante questo quadro poco rassicurante, credo che prima di intraprendere l'esame dei possibili contributi che l'antropologia è in grado di offrire allo studio dei processi educativi, sia utile mettere in evidenza gli ambiti più rilevanti della disciplina, prestando una particolare attenzione, in questa panoramica inevitabilmente sommaria e incompleta, ad alcune delle loro più recenti elaborazioni. 1 È impossibile dar conto dell'aunpio dibattito apertosi da decenni sulla disparità che si manifesta fra le scienze fisiche e le scienze umane: come esempi della ricchezza del campo mi limito a citare due opere assai diverse per impostazione e per indirizzo ma ambedue utili per stimolare ulteriori approfondimenti; C. LéviStrauss, «Criteri nelle discipline sociali e umane», in Razza c storia e altri studi di antropologia, cit.; C. Bocchi, M. Ceruti (a cura di), La sì da della complessità, Milano, Feltrinelli, 1985. Una prima lacerazione nel sogno di uno studio totale dell'uomo, è avvenuta con la separazione tra antropologia fisica ed antropologia culturale, separazione che teoricamente a volte sembra anche ricomporsi, ma che è affermata negli assetti istituzionali, nei metodi di studio, nei diversi sistemi di riferimento teorico tradizionalmente prescelti. Il peso che gli specialisti dell'una assegnano alla «natura» e gli specialisti dell'altra assegnano alla «cultura» ha variato da epoca ad epoca e si è spesso mescolato a scelte ideologiche e politiche divergenti che hanno acuito separazioni ed opposizioni. Eppure a volte i risultati di queste due grandi suddivisioni sembrano mescolarsi, e l'una e l'altra sembrano sul punto di confrontarsi e di interrogarsi a vicenda. Come, infatti, non riconoscere che le interrogazioni di uno studioso quale Eibl-Eibesfeldt sulla «naturale tensione» della nostra specie verso il rischio, l'azzardo, la sfida, sono ricche di suggestioni per interpretare molti fenomeni squisitamente culturali? E la differenza ipotizzata da molti antropologi fisici tra i grandi cambiamenti culturali avvenuti nel corso della storia della nostra specie e l'immobilismo della nostra fisicità, a loro parere rimasta pressocché identica a quella del nostro avo del Paleolitico, è senza dubbio una prospettiva affascinante e che forse potrebbe suggerire ipotesi interessanti per spiegare molte difficoltà in cui ci dibattiamo oggi. Così ad esempio Marvin Harris nel suo saggio La nostra specie tenta di costruire una storia «comparativa, globale ed evoluzionistica» ben lontana da ogni glorificazione del progresso. E quando posa il suo sguardo sul nostro presente lo vede identico al nostro lontano passato: ...una autentica cornucopia di trasformazioni non intenzionali, non desiderabili e inattese [...]. Nessuno ha scelto o previsto la trasformazione delle campagne in sobborghi di periferia, che le strade si riempissero di guard-rail arrugginiti o che le vie dei negozi dovessero diventare il nuovo centro della vita sociale. Ugualmente nessuno ha mai previsto l'espressione che assume la faccia degli automobilisti davanti ai semafori, l'ansia e l'ipertensione provocate dal dover restar fermi senza sapere perché in una coda lunga quindici chilometri, o i rottami contorti e il sangue sulla strada due ore dopo l'incidente. E certamente nessuno ha voluto che gli automobilisti oggi impieghino più tempo per andare a lavorare o per raggiungere la parte opposta della città di quanto ne impiegava un guidatore di calesse 2. Davanti a questo panorama sconsolato e sconfortante, la difesa della diversità fisica e culturale sembra riunire oggi studiosi dell'un campo e dell'altro, quando Lévi-Strauss afferma che «l'unica fatalità, l'unica tara che possa affliggere un gruppo umano e impedirgli di realizzare in pieno la propria natura è quello di essere solo»3, chiarendo ancora, dopo poche pagine, che «l'umanità è ricca di possibilità impreviste, ciascuna delle quali, quando apparirà, non mancherà di sbalordire gli uomini»; e che il progresso non è fatto secondo la comoda immagine di «quella somiglianza migliorata» in cui cerchiamo un pigro riposo, ma che è «pieno di avventure, di rotture e di scandali»4. E quando Eibl-Eibesfeldt scrive ... stiamo ancora sperimentando varie ideologie e diverse forme di governo, saggiamo l'alternativa tra ordinamenti sociali che impongono l'obbedienza con il terrore, vedi la società azteca, o tramite la persuasione e gli appelli alla fratellanza, come fanno gli stati democratici. Questa ricerca è necessaria, ma ha un limite: evitare quegli esperimenti che potrebbero portare alla soppressione della diversità 5. 2 M. Harris, La nostra specie, Milano, Rizzoli, 1991, p. 363. 3 C. Lévi-Strauss, Razza c storia e almi studi di antropologia, cit., p. 137. 4 Ivi, p. 143. 5 I.Eibl-Eibesfeldt, L'uomo a rischio, Torino, Bollati Boringhieri, 1992; per un’analisi dotta ed organica di ciò che la stessa autrice definisce l’antropologia del rischio, cfr. M. Douglas, Come percepiamo il pericolo, Milano, Feltrinelli, l991. Per qualche suggerimento sulle posizioni contemporanee sull’evoluzionismo e sull’evoluzione della nostra specie, cfr. S. J. Gould, «Il darwinismo e l'allargamento della teoria evoluzionista», in G. Bocchi, M. Ceruti (a cura di), La sfida della complessità, cit; G. Pancaldi (a cura di), Evoluzione: biologia e scienze umane, Bologna, Il Mulino, 1976; A. C. Fabian (a cura di), Origini, Bari, Dedalo, I990. Il filo conduttore che lega tutta la storia dell'antropologia e sembra quasi essere il suo campo fondamentale di studio, è l'analisi dei sistemi di parentela: la scelta di studiare quale argomento privilegiato l'istituzione umana più generale e più vicina sia ai bisogni biologici che a quelli culturali della nostra specie, è indicativa, a mio parere, dello sforzo teorico della disciplina di porsi quale interprete dei rapporti tra natura e cultura, del tentativo costante di individuare i legami di questo rapporto così complessi, a volte misteriosi ed ambigui, sempre ineludibili per una comprensione della nostra storia che non voglia essere parziale ed insoddisfacente. Perché lo studio dei sistemi di parentela - dal Systems of Consanguinity and Affinità of the Human Family, scritto da Morgan nel 1871 alle Structures élémentaires de la parenté di Lévi-Strauss del 1949, per citare solo i prodotti più appariscenti e noti ha fornito spunti teorici e piste metodologiche di grande rilievo per lo sviluppo generale della disciplina: la nozione di struttura e di sistema, i principi di reciprocità e di scambio, il rapporto stesso tra natura e cultura, l'interdipendenza di settori apparentemente disparati che costituiscono la realtà socio-culturale, sono esempi, quasi scelti a caso, delle elaborazioni concettuali nate ed affermatesi soprattutto nell'ambito dello studio antropologico dei sistemi di parentela 6. 6 Vorrei, per i singoli settori in cui ho suddiviso l'ambito di studi dell’antropologia, fornire qualche indicazione bibliografica: nessuna pretesa di completezza, né di sistematicità: solo una scelta degli autori a mio avviso più interessanti per i rapporti tra cultura ed educazione, privilegiando gli autori italiani e, fra le opere degli stranieri, quelle che sono state tradotte in italiano. E cominciamo con gli studi antropologici sui sistemi di parentela: L. H. Morgan, Systems of Consanguinity and Affinity of Human Family, Washington, Smithsonian Institution, I871; C. Lévi-Strauss, Le strutture elementari della parentela, Milano, Feltrinelli, I970; T. Tentori, Il sistema di vita della comunità materane, ed. Unra Casas, 1956; e dello stesso A., «Appunti sulla famiglia italiana», in AA.VV., Famiglia e educazione oggi in Italia, Bari, Laterza, 1964; ed ancora, Donna, famiglia, lavoro, Roma, C.l.F., 1960; E. Banfield, Una comunità del Mezzogiorno, Bologna, Il Mulino, 1956; E. Banfield, L. Fasano Banfield, Le basi morali di una società arretrata, Bologna, Il Mulino, 1976; I. Signorini, Padrini e compadri, un'analisi antropologica della parentela spirituale, Torino, Lescher, 1981; J. Goody, Famiglia e matrimonio in Europa, Milano, Mondadori, 1984, W. Goode, Famiglia e trasformazioni sociali, Bologna, Zanichelli, 1982. Molti studi sulla famiglia inoltre sono stati compiuti in Italia negli ultimi decenni, nell'ambito della sociologia. Fra tutti voglio qui citare quelli di Marzio Barbagli, che, a mio parere si distinguono dagli altri per completezza di impostazione e per il taglio diacronico: M. Barbagli, Famiglia c mutamento sociale, Bologna, Il Mulino, 1977; e dello stesso A., Sotto lo stesso tetto, Bologna, Il Mulino, 1984; Provando e riprovando, Bologna, Il Mulino, 1990. Volendo ricostruire le linee generali che possono essere colte negli ambiti e negli sviluppi oggi più attivi nella disciplina, va subito ricordato lo studio dei fenomeni religiosi, che a causa della prospettiva generale, assunta sin dalle prime opere di antropologi evoluzionisti quali Tylor e Frazer, forse è più corretto definire come lo studio dei sistemi di fedi e di credenze. Esso ha dato origine a campi diversi, alcuni dei quali così ricchi e promettenti che meriterebbero uno spazio ben maggiore di quanto non possa dargliene in questa sede. Da un lato infatti, sotto l'influenza di Durkheim e di Mauss, è stato posto in risalto il ruolo attivo che la religione, interpretata come fatto sociale totale, esercita quale elemento fondamentale di coesione/lacerazione sociale; dall'altro, prestando attenzione alle diverse articolazioni del pensiero religioso, si è aperto il campo dello studio più generale dei sistemi di rappresentazione simbolica: da quello più datato sulle «mentalità» che distinguono i diversi gruppi umani, a quello dei sistemi di pensiero, propri delle Diverse società, da, quello dello studio dei meccanismi simbolici messi in atto dalle istituzioni per ottenere legittimità ed accettazione sociale, a quello del significato che il rapporto con l'alterità assume anche in base all'ordine simbolico proprio delle diverse società e dei diversi gruppi. E da qui si sono verificate ulteriori aperture, verso nuovi campi di indagini, quali l'antropologia medica che insieme alla sociologia e alla storia cerca di ricostruire in chiave comparativa «il senso del male», e la dimensione culturale della malattia, il peso che la cultura esercita nella diagnosi e nella cura e al tempo stesso i rapporti che la malattia e i sistemi di cura hanno con l'apparato istituzionale, con i sistemi dei riti di una società e con gli stessi modelli intellettuali di interpretazione della realtà 7. 7 E. B. Tylor, Primitive Culture, New York, Harper, Torchbooks, 1958 (1871); G. Frazer, Il ramo d'oro, Torino, Boringhieri, 1965 (1890); E. Durkheim, Le forme elmentari della vita religiosa, Milano, Ed. Comunità, 1971; M. Mauss, Teoria generale della magia e altri saggi, Torino, Einaudi, 1960; L. Lévy-Bruhl, La mentalità primitiva, Torino, Boringhieri, 1956. Se questi autori citati possono in un certo senso rappresentare i «classici» che hanno aperto la strada all'investigazione antropologica del fenomeno religioso, è assai più difficile scegliere nella grande abbondanza di studi e di ricerche, suggerimenti che delineino il panorama che ormai abbraccia terreni sia settoriali e specifici che vasti e generali. Consapevole di compiere arbitrii imperdonabili, seguirò un itinerario molto personale che spero possa essere di una qualche utilità anche al lettore: M. Eliade, Il sacro e il profano, Torino, Boringhieri, 1973; C. Lévi-Strauss, Il pensiero selvaggio, Milano, Il Saggiatore, 1964; E. De Martino, Il mondo magico, Torino, Boringhieri, 1973 (1948), e dello stesso A., La terra del rimorso, Milano, Il Saggiatore, 1961; La fine del mondo, Torino, Einaudi, 1977; M. Douglas, I simboli naturali, Torino, Einaudi, 1979; e della stessa A., Purezza e pericolo, Bologna, Il Mulino, 1975; Antropologia e simbolismo, Bologna, Il Mulino, 1985; F. Remotti (a cura di) La mente dei primitivi, Milano, Principato, 1974; V Turner, Il processo rituale, Brescia, Morcelliana, 1972; P. Scarduelli, Il rito. Dèi, spiriti, antenati, Bari, Laterza, 1983; F. Remotti, P. Scarduelli, N. Fabietti, Centri ritualità, potere, Bologna, Il Mulino, 1989. Per quanto riguarda poi le ricerche sulle dimensioni culturali della malattia, cfr. M. Augé, C. Herzlich, Il senso del male, Milano, 1986; C. Devereux, Saggi di etnopsicoanalisi complementarista, Milano, Bompiani, 1975; M. Callari Galli et al. (a cura di), Scegliendo la qualità, Milano, Unicopli, 1986; T. Nathan, La follia degli altri, Firenze, Ponte alle Grazie, 1986, M. Pandolfi, Itinerari delle emozioni, Milano, Angeli, 1991; T. Seppilli (a cura di), Medicine e magie, Milano, Electa, 1989. L. Lombardi Satriani, M. Meligrana, Il ponte di San Giacomo. L'ideologia della morte nelle società contadine del Sud, Milano, Rizzoli, 1982. Gli studi del sistema simbolico, ma soprattutto quelli che analizzano le possibilità di comprensione dell'alacrità, hanno, negli ultimi anni, dato luogo ad un acceso dibattito sulle stesse radici epistemologiche dell'antropologia, vale a dire sulle possibilità che abbiamo di studiare e comprendere le diversità culturali 8. Sotto un'etichetta assai comprensiva - a volte quella di «antropologia applicata», a volte quella di «studi sull'acculturazione» - vengono raggruppati - sempre in modo variegato e con poca coerenza passando da un paese all'altro, da un autore all'altro, quasi a riprova della dinamicità che bisogna accettare come endemica alla disciplina, se si vuole affrontare il compito di «inventariarla»m — diversi settori che possono essere considerati quasi discipline a sé: l'antropologia economica, assai fiorente negli ultimi decenni, con l'esplosione, soprattutto in Europa, delle analisi ispirate alle dottrine marxiste, ma ricca di molte altre chiavi interpretative, che pongono in luce concetti originali per leggere la varietà dei sistemi economici presenti nella storia della nostra specie, rifiutando il fascino del collezionismo esotico; l'antropologia politica che a partire dalle ricerche svolte dagli antropologi britannici nei paesi coloniali ha messo in evidenza le diverse forme che assumono le organizzazioni politiche, i diversi gradi di interazione tra il potere e la violenza da un lato, e le istituzioni e i processi rituali e simbolici dall'altro. All'interno dello studio del cambiamento (acculturazione) si condensano gli studi sui fenomeni millenaristici e messianici, a metà tra la rivoluzione sociale e l'adattamento sociale, così compositi per essere insieme partecipi di aspetti religiosi e di aspetti psicologici. Sempre in quest'ambito possiamo collocare gli studi delle dinamiche dei sistemi sociali, con particolare riferimento alla situazione dei paesi ex coloniali: essi si fondono sia con gli studi dei processi di modernizzazione sia con quelli che privilegiano le interazioni tra cultura egemone e subculture. Con questo settore ci troviamo in una vera e propria zona di confine, assai dinamica e fluida, che include gli studi dell'antropologia urbana, dell'antropologia psicologica e della stessa antropologia dell'educazione 9. 8 D. Hymes (a cura di), Antropologia radicale, Milano, Bompiani, 1979, C. Geertz, Interpretazione di culture, Bologna, Il Mulino, 1987; dello stesso A., Antropologia interpretativa, Bologna, Il Mulino, 1988; F. Remotti, Noi, primitivi, Torino, Bollati Boringhieri, 1990; V. Lanternari, L'«incivilimento" dei barbari, Bari, Dedalo, 1983. 9 A. Grendi (a cura di), Antropologia economica, Torino, Einaudi, 1972; T. Tentori (a cura di), Antropologia economica, Milano, Angeli, 1974; M. Sahlins, L'economia dell'età della pietra, Milano, Bompiani, 1980; K. Polanyi, Economie primitive, arcaiche e moderne, Torino, Einaudi, 1980; M. Arioti, Produzione e riproduzione nelle società di cacciaraccolta, Torino, Loescher, 1980; M. Pavanello, Sistemi umani, Roma, CISU, 1992; M. Harris, Buono da mangiare, Torino, Einaudi, 1990; C. Meillassoux, Antropologia della schiavitù, Milano, Mursia, 1992; T. Tentori, Scritti antropologici, Roma, Studium, 1971; P. Clastres, La società contro lo Stato, Milano, Feltrinelli, 1977; L. Lombardi Satriani, Antropologia culturale e analisi della cultura subalterna, Messina, Peloritana, 1968; A. M. Cirese, Cultura egemonica e cultura subalterna, Palermo, Palumbo, 1973; e dello stesso A., Segnicità, fabrilità, procreazione, Roma, CISU, 1984; C. Lévi-Strauss, Lo sguardo da lontano, Torino, Einaudi, 1984; G. Harrison, Antropologia psicologica, Padova, Cleup, i988; D. Kertzer, Riti e simboli del potere, Bari, Laterza, 1989; T. Tentori, P. Guidicini, Borgo, quartiere, città, Milano, Angeli, 1972; M. Callari Galli, Il tempo delle donne, Bologna, Cappelli, 1979; C. Pitto (a cura di), Antropologia urbana, Milano, Feltrinelli, 1980; A. Sobrero, Antropologia della città, Roma, La Nuova Italia Scientifica, 1992. Forse, come da tempo in Italia suggerisce Tullio Tentori, sarebbe più opportuno tentare una riunificazione di queste tematiche sotto un'etichetta più omnicomprensiva, che tenga conto sia della fedeltà allo strumento teorico più caratteristico dello studio antropologico — il concetto di cultura — sia del nuovo orizzonte che i cambiamenti sociali, economici, politici di questi ultimi decenni hanno aperto ai nostri studi, portando nei nostri confini, nelle nostre città le alterità, e contemporaneamente portando i nostri modelli urbani e statuali, là dove un tempo ipotizzavamo essere la «selva»: e allora il termine di «antropologia delle società complesse», sembra essere più idoneo a tenere insieme oggetti e metodi di analisi in realtà assai difformi e disparati 10. Al termine di questo rapido excursus tra aree, sottodiscipline, rubriche mi rendo conto di avere più sconcertato che rassicurato il lettore: e forse avrò concorso a suffragare le ipotesi che parlano di morte per eccesso della disciplina; quasi un caso di bulimia teorica che la vedrebbe incorporare e subito poi espellere tutti i temi e tutti problemi del mondo contemporaneo. D'altro canto sarebbe ben strano che la frammentazione e la fluidità proprie del mondo contemporaneo e dei suoi abitanti, non si riflettessero sull'assetto di una disciplina che ha scelto, da sempre, come suo oggetto di riflessione questo mondo e questi suoi abitanti. 10 T. Tentori (a cura di), Antropologia delle società complesse, Roma, Armando, 1990.