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Jacomuzzi promessi sposi -cartine

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Alessandro Manzoni
I Promessi Sposi
Edizione integrale
a cura di A. Jacomuzzi e A.M. Longobardi
86
Capitolo
IV
rr. 1-36. Fra Cristoforo si avvia a casa di Lucia. All’alba del giorno dopo, fra Cristoforo esce dal convento diretto a casa di Lucia.
La dolcezza del panorama naturale fa da contrasto con la miseria
delle figure umane che incontra, segno evidente della carestia che
sta minacciando il paese.
rr. 37-237. La giovinezza di fra Cristoforo e il duello. Qui l’Autore
inserisce l’avventurosa biografia di fra Cristoforo. Figlio di un ricco mercante, si chiamava Lodovico ed era giovane di forti passioni. Il desiderio di primeggiare, unito a un innato senso della giustizia, lo portò a
inimicarsi i potenti della sua città. Il momento decisivo della sua vita è
costituito dal duello e dall’omicidio di un aristocratico prepotente.
rr. 238-418. La vocazione religiosa di fra Cristoforo. Il rimorso per
l’atto compiuto lo induce alla conversione religiosa e alla dedizione
verso il prossimo. Entra nell’ordine dei cappuccini e inizia una vita di attiva santità in difesa degli umili.
rr. 419-452. Fra Cristoforo arriva a casa delle donne. Turbato dal
pensiero dei pericoli che può correre Lucia, fra Cristoforo si affretta e giunge a casa delle donne.
Capitolo IV
Mappa del capitolo
▼
▼
tempo
mattina del 9 novembre 1628; flash-back: dalla giovinezza di fra
Cristoforo alla sua conversione, fino all’epoca dei fatti narrati
luoghi
strada dal convento di Pescarenico alla casa di Lucia; città (non precisata) di origine di fra Cristoforo (strada, chiesa e convento dei cappuccini,
palazzo del fratello del rivale ucciso); casa di Lucia
personaggi
fra Cristoforo (Lodovico); il padre di Lodovico; il servo Cristoforo; il gentiluomo rivale; il fratello del gentiluomo; il padre guardiano; Lucia; Agnese
La narrazione
• Rispetto alla vicenda principale, nel capitolo si svolge un’unica azione, di significato
molto marginale: il cammino di fra Cristoforo dal convento di Pescarenico a casa di
Lucia.
Ma il tempo reale del percorso è occupato dal tempo ideale dell’articolato resoconto sulla vita del frate, primo personaggio storico che Manzoni introduce
nella sua storia inventata.
Il racconto è di fondamentale interesse per:
a. conoscere la complessa personalità di questo “eroe del bene” protagonista del
romanzo, principale aiutante di Renzo e Lucia;
b. illustrare i principali valori di fede e di morale che costituiscono la struttura ideologica del romanzo.
▼
• La biografia del padre cappuccino è organizzata secondo un ordine preciso: il
ritratto personale, le origini e la formazione giovanile, la conversione e la vita religiosa. Ma dal punto di vista narrativo due episodi spiccano sugli altri: quello del
duello con il prepotente gentiluomo suo nemico, e quello della festa del perdono.
I temi
• La religione. Attraverso il modello cristiano di fra Cristoforo, l’Autore dichiara per
la prima volta in modo esplicito i valori assoluti della religione come riferimento primario nell’esistenza di ogni individuo.
La tormentata vicenda del frate svela infatti come le contraddizioni della vita possano trovare risposta solo in un senso superiore di carità e in una fede nella Provvidenza divina.
• La mentalità del tempo. I valori della fede cristiana si affermano in contrapposizione alla mentalità e ai costumi laici del tempo, già più volte denunciati nella loro vanità,
nella loro violenza e nella loro ingiustizia. La “festa del perdono” è una delle rare situazioni, nel romanzo, in cui le due dimensioni vengono a contatto e si conciliano
(momentaneamente) nel riconoscimento della virtù.
▼
• La carestia. Nell’apertura del capitolo compaiono i primi cenni alla carestia, una
delle grandi piaghe sociali presenti nel corso di tutto il romanzo, e che determineranno
le vicende dei nostri personaggi.
Le forme
• Il flash-back. È la tecnica di scrittura più evidente nel capitolo. Viene usata per ricostruire la vita di fra Cristoforo, e consiste nel tornare indietro nel tempo e nel narrare fatti
avvenuti prima del momento “presente” del racconto. La incontreremo spesso nei prossimi
capitoli, soprattutto in occasione delle vite dei maggiori personaggi (ad esempio, ai capp. IX-X,
a proposito della monaca di Monza).
• La descrizione. Breve ma significativo esempio di sequenza descrittiva è la prima pagina del
capitolo, costruita sul contrasto fra la serenità del paesaggio naturale e la drammaticità del paesaggio umano, caratterizzato dalle tante persone sofferenti a causa della carestia.
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88
Capitolo IV
Fra Cristoforo
si avvia a casa
di Lucia
䉰
La descrizione sottolinea
il contrasto tra la serenità
della natura e la miseria
dell’umanità, scandito
dalla congiunzione “ma”
(r. 16).
Il sole non era ancor tutto apparso sull’orizzonte, quando il padre Cri- 1
stoforo uscì dal suo convento di Pescarenico, per salire alla casetta
dov’era aspettato. È Pescarenico una terricciola,1 sulla riva sinistra dell’Adda, o vogliam dire del lago, poco discosto dal ponte: un gruppetto di
case, abitate la più parte da pescatori, e addobbate qua e là di tramagli2 e
di reti tese ad asciugare. Il convento era situato (e la fabbrica ne sussiste
tuttavia)3 al di fuori, e in faccia all’entrata della terra,4 con di mezzo la
strada che da Lecco conduce a Bergamo. Il cielo era tutto sereno: di mano in mano che il sole s’alzava dietro il monte, si vedeva la sua luce, dalle
sommità de’ monti opposti, scendere, come spiegandosi5 rapidamente per 10
i pendii, e nella valle. Un venticello d’autunno, staccando da’ rami le foglie
appassite del gelso, le portava a cadere, qualche passo distante dall’albero. A destra e a sinistra, nelle vigne sui tralci ancor tesi, brillavan le
foglie rosseggianti a varie tinte; e la terra lavorata di fresco, spiccava
bruna e distinta ne’ campi di stoppie6 biancastre e luccicanti dalla
guazza.7 La scena era lieta; ma ogni figura d’uomo che vi apparisse, rattristava lo sguardo e il pensiero. Ogni tanto, s’incontravano mendichi laceri e macilenti, o invecchiati nel mestiere, o spinti allora dalla necessità
a tender la mano.8 Passavano zitti accanto al padre Cristoforo, lo guardavano pietosamente, e, benché non avesser nulla a sperar da lui, giacché 20
un cappuccino non toccava mai moneta, gli facevano un inchino di ringraziamento per l’elemosina che avevan ricevuta, o che andavano a cercare al convento. Lo spettacolo de’ lavoratori sparsi ne’ campi, aveva qualcosa d’ancor più doloroso. Alcuni andavan gettando le lor semente, rade,9
con risparmio, e a malincuore, come chi arrischia cosa che troppo gli
preme; altri spingevan la vanga come a stento, e rovesciavano svogliatamente la zolla. La fanciulla scarna, tenendo per la corda al pascolo la vaccherella magra stecchita, guardava innanzi, e si chinava in fretta, a rubarle, per cibo della famiglia qualche erba, di cui la fame aveva insegnato
che anche gli uomini potevan vivere. Questi spettacoli accrescevano, a 30
ogni passo, la mestizia del frate, il quale camminava già col tristo presentimento in cuore, d’andar a sentire qualche sciagura.
1. una terricciola: un piccolo villaggio.
2. tramagli: strumenti da pesca costituiti da tre reti sovrapposte, di cui
quella centrale ha maglie strette ed è
poco tesa, mentre le altre hanno
maglie più larghe; consentono la cattura di pesci di diverse dimensioni.
3. la fabbrica ne sussiste tuttavia: l’e-
dificio esiste ancora.
4. al di fuori, e in faccia all’entrata
della terra: fuori dall’abitato, di fronte
al villaggio.
5. spiegandosi: diffondendosi.
6. stoppie: residui di steli e di foglie di
cereali rimasti sul campo dopo la mietitura.
7. guazza: rugiada.
8. mendichi laceri … tender la
mano: uomini miseri e affamati che
mendicavano o per mestiere o perché
costretti dalla recente povertà.
9. rade: scarse.
Le grandi biografie
Comincia, con la figura di fra Cristoforo, la serie delle
grandi biografie del romanzo. Il Narratore interrompe il racconto della vicenda principale, e dedica
ampio spazio alla relazione sulla vita di personaggi
evidentemente centrali tanto per la storia narrata
quanto per la rilevanza della loro personalità. Si tratta sempre di personaggi storici, cioè realmente vissuti, che però Manzoni traveste e adatta alle esigen-
L’innominato
(capp. XIX e XXIX)
▲
La monaca di
Monza (capp. IX - X)
▲
▲
Fra Cristoforo
(cap. IV)
ze della trama romanzesca, facendoli intervenire e
interagire con le situazioni e i personaggi di fantasia.
Ne muta anche i nomi (tranne nel caso del cardinale Federigo Borromeo), pur lasciando chiari segni
per la loro identificazione: come nel caso di fra
Cristoforo, costruito sulla figura del padre cappuccino Cristoforo Picenardi da Cremona. Questa è la
sequenza di tali esemplari biografie romanzate:
Cardinale Federigo
Borromeo (cap. XXII)
Capitolo IV
10. al primo avviso: al primo richiamo.
11. padre provinciale: il superiore
gerarchico dell’ordine religioso dei
cappuccini, in ciascuna provincia.
12. Il padre Cristoforo da ***: l’uso
degli asterischi, attribuito dall’Autore
alla discrezione delle sue fonti documentarie, serve per dare verosimiglianza storica al personaggio, per il quale
Manzoni sembra essersi ispirato alla
figura di padre Cristoforo Picenardi da
Cremona che, nel 1630, era morto prestando aiuto ai malati di peste.
13. rito cappuccinesco: regola dell’ordine dei cappuccini.
14. di tempo in tempo: ogni tanto.
15. repentina: improvvisa.
16. traffico: commercio.
17. il fondaco, le balle, il libro, il
braccio: termini tecnici che si riferiscono al commercio: il magazzino (il
fondaco), i tessuti pronti per la spedizione (le balle), il registro dei conti (il
libro), l’unità di misura per le stoffe (il
braccio).
18. come l’ombra di Banco a
Macbeth: nella tragedia shakespearia-
La giovinezza
di fra Cristoforo
e il duello
▲
– Ma perché si prendeva tanto pensiero di Lucia? E perché, al primo avviso10 s’era mosso con tanta sollecitudine, come a una chiamata del padre
provinciale?11 E chi era questo padre Cristoforo? – Bisogna soddisfare a
tutte queste domande.
Il padre Cristoforo da ***12 era un uomo più vicino ai sessanta che ai cinquant’anni. Il suo capo raso, salvo la piccola corona di capelli, che vi girava intorno, secondo il rito cappuccinesco,13 s’alzava di tempo in
14
40 tempo, con un movimento che lasciava trasparire un non so che d’altero
e d’inquieto; e subito s’abbassava, per riflessione d’umiltà. La barba
bianca e lunga, che gli copriva le guance e il mento, faceva ancor più risaltare le forme rilevate della parte superiore del collo, alle quali un’astinenza, da gran pezzo abituale, aveva assai più aggiunto di gravità che
tolto d’espressione. Due occhi incavati eran per lo più chinati a terra, ma
talvolta sfolgoravano, con vivacità repentina;15 come due cavalli bizzarri,
condotti a mano da un cocchiere, col quale sanno, per esperienza, che
non si può vincerla, pure fanno, di tempo in tempo, qualche sgambetto,
che scontan subito, con una buona tirata di morso.
50 Il padre Cristoforo non era sempre stato così, né sempre era stato Cristoforo: il suo nome di battesimo era Lodovico. Era figliuolo d’un mercante di *** (questi asterischi vengon tutti dalla circospezione del mio
anonimo) che, ne’ suoi ultim’anni, trovandosi assai fornito di beni, e con
quell’unico figliuolo, aveva rinunziato al traffico,16 e s’era dato a viver da
signore.
Nel suo nuovo ozio, cominciò a entrargli in corpo una gran vergogna di
tutto quel tempo che aveva speso a far qualcosa in questo mondo. Predominato da una tal fantasia, studiava tutte le maniere di far dimenticare
ch’era stato mercante: avrebbe voluto poterlo dimenticare anche lui. Ma il
17
60 fondaco, le balle, il libro, il braccio, gli comparivan sempre nella memoria, come l’ombra di Banco a Macbeth,18 anche tra la pompa delle
mense, e il sorriso de’ parassiti.19 E non si potrebbe dire la cura20 che dovevano aver que’ poveretti, per schivare21 ogni parola che potesse parere
allusiva all’antica condizione del convitante. Un giorno, per raccontarne
89
Come si chiama la tecnica
utilizzata dall’Autore
per presentare al lettore
la vita di fra Cristoforo?
na Macbeth, Banco, ucciso da
Macbeth, appare come fantasma a tormentare il suo assassino. La sproporzione del paragone viene utilizzata
dall’Autore per ironizzare sull’ossessiva vergogna del mercante nei confronti del proprio passato.
19. la pompa delle mense, e il sorriso de’ parassiti: il lusso dei banchetti
e l’allegra adulazione degli invitati.
20. la cura: l’attenzione, la preoccupazione.
21. schivare: evitare.
in altre parole
Prima dell’alba, padre Cristoforo uscì dal convento
di Pescarenico per andare verso la casa di Lucia.
Il cielo era sereno e soffiava un leggero vento d’autunno. Lungo il cammino, si vedevano campi lavorati e tristi figure di uomini affamati che chiedevano l’elemosina, contadini che gettavano nella terra
sementi scarse o zappavano a fatica, animali magri
che mangiavano la stessa erba di cui si nutrivano
gli uomini.
Padre Cristoforo era un uomo di circa sessant’anni,
con un piccolo cerchio di capelli intorno al capo, la
barba bianca e lunga che ricopriva le guance e il
volto magro; i suoi occhi vivaci e inquieti erano
spesso rivolti a terra in segno di umiltà.
Prima di diventare frate, il suo nome era Lodovico.
Era l’unico figlio di un ricco mercante che negli
ultimi anni di vita aveva cominciato a vivere da
signore e a vergognarsi del suo passato.
Capitolo IV
Le rigide distinzioni sociali
escludono il giovane figlio
del mercante.
䉰
90
una, un giorno, sul finir della tavola, ne’ momenti della più viva e schietta
allegria, che non si sarebbe potuto dire chi più godesse, o la brigata di
sparecchiare, o il padrone d’aver apparecchiato,22 andava stuzzicando,
con superiorità amichevole, uno di que’ commensali, il più onesto mangiatore del mondo. Questo, per corrispondere alla celia,23 senza la minima ombra di malizia, proprio col candore d’un bambino, rispose: «eh! 70
Io fo l’orecchio del mercante.»24 Egli stesso fu subito colpito dal suono
della parola che gli era uscita di bocca: guardò, con faccia incerta, alla
faccia del padrone, che s’era rannuvolata: l’uno e l’altro avrebber voluto
riprender quella di prima; ma non era possibile. Gli altri convitati pensavano, ognun da sé, al modo di sopire il piccolo scandolo,25 e di fare una
diversione;26 ma, pensando, tacevano, e, in quel silenzio, lo scandolo era
più manifesto. Ognuno scansava27 d’incontrar gli occhi degli altri; ognuno
sentiva che tutti eran occupati del pensiero che tutti volevan dissimulare.28 La gioia, per quel giorno, se n’andò; e l’imprudente o, per parlar 80
con più giustizia, lo sfortunato, non ricevette più invito. Così il padre di
Lodovico passò gli ultimi suoi anni in angustie continue, temendo sempre
d’esser schernito, e non riflettendo mai che il vendere non è cosa più ridicola che il comprare, e che quella professione di cui allora si vergognava,
l’aveva pure esercitata per tant’anni, in presenza del pubblico, e senza rimorso. Fece educare il figlio nobilmente, secondo la condizione de’
tempi, e per quanto gli era concesso dalle leggi e dalle consuetudini; gli
diede maestri di lettere e d’esercizi cavallereschi; e morì, lasciandolo ricco
e giovinetto.
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Lodovico aveva contratte29 abitudini signorili; e gli adulatori, tra i quali
era cresciuto, l’avevano avvezzato30 ad esser trattato con molto rispetto.
Ma, quando volle mischiarsi coi principali31 della sua città trovò un fare
ben diverso da quello a cui era accostumato;32 e vide che, a voler essere
della lor compagnia, come avrebbe desiderato, gli conveniva fare una
nuova scuola di pazienza e di sommissione, star sempre al di sotto, e ingozzarne una,33 ogni momento. Una tal maniera di vivere non s’accordava, né con l’educazione, né con la natura di Lodovico. S’allontanò da
22. la brigata di sparecchiare, o il
padrone d’aver apparecchiato: i convitati a consumare tutto ciò che era
servito o l’ospite ad aver imbandito
lautamente la tavola.
23. celia: scherzo.
24. Io fo l’orecchio del mercante:
“faccio finta di non sentire”, modo di
dire ancora in uso.
25. sopire il piccolo scandolo: attenuare, minimizzare la gaffe.
26. di fare una diversione: di cambiare argomento.
27. scansava: evitava.
28. dissimulare: nascondere.
29. aveva contratte: aveva preso.
30. l’avevano avvezzato: l’avevano
abituato.
31. coi principali: con le classi dominanti.
32. era accostumato: era abituato.
33. ingozzarne una: subire, sopportare.
L’istruzione mercantile
Il personaggio di Lodovico è esemplare di quella classe di borghesi e mercanti che pur godendo della ricchezza patisce l’esclusione e il rifiuto per ceto sociale da parte degli aristocratici. Lo scontro di classe ha origini lontane, che si consolidano anche nei diversi tipi di istruzione loro riservata.
«Oltre alle università che accoglievano una parte ridotta e privilegiata della popolazione, dall’XI secolo sorsero scuole in cui bene o male si insegnava a leggere e
scrivere in una lingua diversa da quella parlata, a calcolare sull’abaco il prezzo delle cose e a misurare.
Erano scuole molto modeste, che fornivano le cognizioni elementari a coloro che non sarebbero mai andati
oltre ma che avrebbero svolto attività economiche e
sarebbero stati spesso chiamati ad attività politiche.
Chi andava “a bottega”, se seguiva il padre, si trovava
in posizione di vantaggio; ma la consuetudine era che
chi aveva più figli li avviasse ad arti diverse, per dividere il rischio che avrebbe comportato affidare le sorti
della famiglia ad una sola e unica attività professionale.
Fatta la scelta, bisognava trovare un maestro disposto a prendere il ragazzo come discepolo; spesso il
ragazzo andava ad abitare in casa del maestro, che
gli doveva passare il vitto ed il vestiario; quando ci si
era intesi si andava dal notaio e si redigeva un atto
che regolava tutte le clausole dell’accordo».
(rid. da G. FASOLI, La vita quotidiana nel Medioevo italiano,
in AA.VV., Nuove questioni di storia medievale,
Milano, Marzorati, 1976)
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essi indispettito. Ma poi ne stava lontano con rammarico; perché gli pareva che questi veramente avrebber dovuto essere i suoi compagni; soltanto gli34 avrebbe voluti più trattabili. Con questo misto d’inclinazione e
di rancori, non potendo frequentarli famigliarmente, e volendo pure aver
che far con loro in qualche modo, s’era dato a competer con loro di sfoggi
e di magnificenza, comprandosi così a contanti35 inimicizie, invidie e ridicolo. La sua indole, onesta insieme e violenta, l’aveva poi imbarcato per
tempo in altre gare più serie. Sentiva un orrore spontaneo e sincero per
l’angherie36 e per i soprusi: orrore reso ancor più vivo in lui dalla qualità
delle persone che più ne commettevano alla giornata;37 ch’erano appunto
coloro coi quali aveva più di quella ruggine.38 Per acquietare, o per esercitare tutte queste passioni in una volta, prendeva volentieri le parti d’un
debole sopraffatto, si piccava di farci stare un soverchiatore,39 s’intrometteva in una briga, se ne tirava addosso un’altra; tanto che, a poco a poco,
venne a costituirsi come un protettor degli oppressi, e un vendicatore de’
torti. L’impiego era gravoso; e non è da domandare se il povero Lodovico
avesse nemici, impegni e pensieri. Oltre la guerra esterna, era poi tribolato40 continuamente da contrasti interni; perché, a spuntarla in un impegno41 (senza parlare di quelli in cui restava al di sotto), doveva anche
lui adoperar raggiri e violenze, che la sua coscienza non poteva poi approvare. Doveva tenersi intorno un buon numero di bravacci; e, così per la
sua sicurezza, come per averne un aiuto più vigoroso, doveva scegliere i
più arrischiati,42 cioè i più ribaldi; e vivere co’ birboni, per amor della giustizia. Tanto che, più d’una volta, o scoraggito, dopo una trista riuscita,43
o inquieto per un pericolo imminente, annoiato del continuo guardarsi,
stomacato della sua compagnia, in pensiero dell’avvenire, per le sue sostanze che se n’andavan, di giorno in giorno, in opere buone e in braverie,
più d’una volta gli era saltata la fantasia44 di farsi frate; che, a que’ tempi,
era il ripiego più comune, per uscir d’impicci. Ma questa, che sarebbe
forse stata una fantasia per tutta la sua vita, divenne una risoluzione a
causa d’un accidente,45 il più serio che gli fosse ancor capitato.
Andava un giorno per una strada della sua Città, seguito da due bravi, e
accompagnato da un tal Cristoforo, altre volte giovine di bottega46 e, dopo chiusa questa, diventato maestro di casa.47 Era un uomo di circa cinquant’anni, affezionato, dalla gioventù, a Lodovico, che aveva veduto nascere, e che, tra salario e regali, gli dava non solo da vivere, ma di che
mantenere e tirar su una numerosa famiglia. Vide Lodovico spuntar da
34. gli: li.
35. comprandosi così a contanti:
andando a cercarsi apposta, in modo
evidente.
36. l’angherie: le prepotenze.
37. alla giornata: quotidianamente.
38. ruggine: rancore, risentimento.
39. si piccava di farci stare un soverchiatore: aveva la pretesa di mettere al
suo posto un prepotente.
40. era poi tribolato: era poi angosciato.
41. a spuntarla in un impegno: per
raggiungere il suo scopo.
42. i più arrischiati: i più coraggiosi, i
più intraprendenti.
43. scoraggito, dopo una trista riuscita: scoraggiato per non aver conse-
91
▲
Capitolo IV
Quali sono le caratteristiche
della complessa personalità
di Lodovico (rr. 104-125)?
guito il proprio scopo.
44. gli era saltata la fantasia: aveva
pensato.
45. accidente: incidente.
46. altre volte giovine di bottega:
un tempo, commesso nel negozio
paterno.
47. maestro di casa: maggiordomo.
in altre parole
Il padre di Lodovico fece educare suo figlio come i
nobili e quando morì lasciò al giovane molte ricchezze.
Lodovico si era abituato a vivere come un signore,
ma quando volle frequentare i nobili della città
capì che non era accettato e cercò di gareggiare con
la nobiltà in generosità, facendosi molti nemici.
Lodovico non sopportava le prepotenze e così
diventò un difensore di deboli e di oppressi, ma per
raggiungere questo risultato aveva bisogno dell’aiu-
to di bravi violenti e privi di scrupoli: perciò,
inquieto e insoddisfatto, più di una volta aveva
pensato di farsi frate.
Questa idea diventò una decisione quando gli
capitò l’incidente più serio della sua vita.
Un giorno Lodovico camminava per le vie della sua
città insieme a due bravi e a un certo Cristoforo, un
uomo di cinquant’anni che lo conosceva dalla
nascita e gli era affezionato.
92
Capitolo IV
▲
Il tono di questa
considerazione dell’Autore è:
a) formale
b) ironico
c) realistico
lontano un signor tale, arrogante e soverchiatore di professione, col quale
non aveva mai parlato in vita sua, ma che gli era cordiale nemico, e al
quale rendeva, pur di cuore, il contraccambio: giacché è uno de’ vantaggi di questo mondo, quello di poter odiare ed esser odiati, senza conoscersi.
Costui, seguito da quattro bravi, s’avanzava diritto, con passo superbo,
con la testa alta, con la bocca composta all’alterigia e allo sprezzo.48 Tutt’e
due camminavan rasente al muro; ma Lodovico (notate bene) lo stri- 140
sciava col lato destro; e ciò, secondo una consuetudine, gli dava il diritto
(dove mai si va a ficcare il diritto!) di non istaccarsi dal detto muro, per
dar passo a chi si fosse;49 cosa della quale allora si faceva gran caso. L’altro pretendeva, all’opposto, che quel diritto competesse50 a lui, come a nobile, e che a Lodovico toccasse
d’andar nel mezzo; e ciò in forza d’un’altra
51
consuetudine. Perocché, in questo, come accade in molti altri affari,
erano in vigore due consuetudini contrarie, senza che fosse deciso qual
delle due fosse la buona; il che dava opportunità
di fare una guerra, ogni
52
volta che una testa dura s’abbattesse in un’altra della stessa tempra.
Que’ due si venivano incontro, ristretti alla muraglia,53 come due figure di 150
basso rilievo ambulanti. Quando si trovarono a viso a viso, il signor tale,
squadrando Lodovico, a capo alto, col cipiglio imperioso,54 gli disse, in
un tono corrispondente di voce: «fate luogo.»55
«Fate luogo voi,» rispose Lodovico. «La diritta è mia.»56
«Co’ vostri pari,57 è sempre mia.»
«Sì, se l’arroganza de’ vostri pari fosse legge per i pari miei.»
I bravi dell’uno e dell’altro eran rimasti fermi, ciascuno dietro il padrone,
guardandosi in cagnesco, con le mani alle daghe,58 preparati alla battaglia. La gente che arrivava di qua e di là, si teneva in distanza, a osservare
il fatto; e la presenza di quegli spettatori animava sempre più il punti- 160
glio59 de’ contendenti.
«Nel mezzo, vile meccanico;60 o ch’io t’insegno una volta come si tratta
co’ gentiluomini.»
«Voi mentite ch’io sia vile.»
48. con la bocca composta all’alterigia e allo sprezzo: con la bocca che
esprimeva superbia e disprezzo.
49. per dar passo a chi si fosse: per
dar la precedenza a chi passava.
50. competesse: toccasse.
51. Perocché: perché.
52. s’abbattesse: si imbattesse, incontrasse.
53. ristretti alla muraglia: a ridosso,
costeggiando il muro.
54. col cipiglio imperioso: con
espressione volitiva e determinata.
55. fate luogo: fate passare.
56. La diritta è mia: la precedenza è
mia.
57. Co’ vostri pari: con le persone del
vostro rango. Il nobile sostiene che le
regole della cavalleria non vadano
applicate con i borghesi.
58. daghe: spade. La daga è una spada
a due tagli corta e piuttosto larga.
59. il puntiglio: l’ostinazione.
60. vile meccanico: l’appellativo si
riferisce alle persone che compiono
lavori manuali, considerate pertanto
rozze e spregevoli.
Il duello
«Nell’antichità i duelli erano singole tenzoni, combattute prima, durante o dopo le battaglie; solo dal
medioevo divennero anche competizioni di bravura e
di valore svolte nel corso di tornei o giostre.
In origine, il duello giudiziario fu una forma attenuata
di vendetta familiare: considerato dagli antichi
Germani come un giudizio di Dio, fu praticato e rimase in vigore soprattutto dal X al XII secolo.
Le parti contrastanti, soltanto se liberi e nobili, si
impegnavano a sfidarsi in singolo duello; il combattimento aveva luogo pubblicamente davanti ai giudici di
campo e il vinto era ritenuto colpevole e subiva la
pena.
A partire dal IX secolo nella Chiesa si manifestò un
movimento ostile al duello e nei secc. XII e XIII prima il
papa, poi diversi sovrani, limitarono o proibirono il
duello giudiziario, che tuttavia continuò fino al XVI sec.
Nel frattempo però si sviluppò rapidamente il duello
privato, destinato a risolvere le questioni d’onore:
questo, fino alla fine del XVI secolo, ebbe il carattere
di combattimento disordinato e divenne frequente tra
la nobiltà, al punto di essere severamente proibito
soprattutto nella Francia di Richelieu, che giunse ad
applicare la pena capitale ai duellanti.
Soltanto nel XVIII sec. incominciarono ad esistere
regole precise di combattimento, che richiamavano
quelle delle competizioni medievali».
(Enciclopedia Rizzoli Larousse, 2000)
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180
190
200
«Tu menti ch’io abbia mentito.» Questa risposta era di prammatica.61 «E,
se tu fossi cavaliere, come son io,» aggiunse quel signore, «ti vorrei far
vedere, con la spada e con la cappa,62 che il mentitore sei tu.»
«È un buon pretesto per dispensarvi di sostener co’ fatti l’insolenza delle
vostre parole.»
«Gettate nel fango questo ribaldo,» disse il gentiluomo, voltandosi a’ suoi.
«Vediamo!» disse Lodovico, dando subitamente un passo indietro, e mettendo mano alla spada.
«Temerario!» gridò l’altro, sfoderando la sua: «Io spezzerò questa, quando
sarà macchiata del tuo vil sangue.»
Così s’avventarono l’uno all’altro; i servitori delle due parti si slanciarono
alla difesa de’ loro padroni. Il combattimento era disuguale, e per il numero, e anche perché Lodovico mirava piuttosto a scansare i colpi, e disarmare il nemico, che ad ucciderlo; ma questo voleva la morte di lui, a
ogni costo. Lodovico aveva già ricevuta al braccio sinistro una pugnalata
d’un bravo, e una sgraffiatura leggiera in una guancia, e il nemico principale gli piombava addosso per finirlo; quando Cristoforo, vedendo il suo
padrone nell’estremo pericolo, andò col pugnale addosso al signore. Questo, rivolta tutta la sua ira contro di lui, lo passò con la spada. A vista, Lodovico, come fuor di sé, cacciò la sua nel ventre del feritore, il quale
cadde moribondo, quasi a un punto63 col povero Cristoforo. I bravi del
gentiluomo, visto ch’era finita, si diedero alla fuga, malconci: quelli di Lodovico, tartassati e sfregiati anche loro, non essendovi più a chi dare e
non volendo trovarsi impicciati nella gente, che già accorreva, scantonarono64 dall’altra parte: e Lodovico si trovò solo, con que’ due funesti compagni ai piedi, in mezzo a una folla.
«Com’è andata? – È uno. – Son due. – Gli ha fatto un occhiello65 nel ventre. – Chi è stato ammazzato? – Quel prepotente. – Oh santa Maria, che
sconquasso! – Chi cerca trova. – Una le paga tutte. – Ha finito anche lui. –
Che colpo! – Vuol essere66 una faccenda seria. – E quell’altro disgraziato!
– Misericordia! che spettacolo! – Salvatelo, salvatelo. – Sta fresco anche
lui. – Vedete com’è concio! butta sangue da tutte le parti – Scappi, scappi.
Non si lasci prendere.»
Queste parole, che più di tutte si facevan sentire nel frastono confuso di
quella folla, esprimevano il voto67 comune; e, col consiglio, venne anche
l’aiuto. Il fatto era accaduto vicino a una chiesa di cappuccini, asilo, come
ognun sa, impenetrabile allora a’ birri,68 e a tutto quel complesso di cose
e di persone, che si chiamava la giustizia. L’uccisore ferito fu quivi condotto o portato dalla folla, quasi fuor di sentimento;69 e i frati lo ricevet-
61. di prammatica: di consuetudine.
62. cappa: mantello.
63. quasi a un punto: quasi contemporaneamente.
64. scantonarono: si allontanarono.
65.
66.
67.
no.
68.
un occhiello: un buco, una ferita.
Vuol essere: deve essere.
esprimevano il voto: consigliava-
93
▲
Capitolo IV
Qual è il giudizio della folla
sull’accaduto?
riferisce al diritto d’asilo (cfr. cap. I,
nota 94).
69. fuor di sentimento: privo di sensi.
impenetrabile allora a’ birri: si
in altre parole
Vide arrivare da lontano un signore superbo e
sprezzante, seguito da quattro bravi.
Lodovico toccava il muro con la spalla destra e pensava di potere passare per primo; l’altro invece era sicuro
di avere la precedenza per la sua nobiltà. I due si trovarono di fronte e, dopo uno scambio di insulti, il signore ordinò ai suoi bravi di buttare Lodovico nel fango.
I due cominciarono a battersi mentre i servitori
combattevano tra loro. Quando Cristoforo vide il
suo padrone in pericolo, andò con un pugnale
verso il nobile che lo colpì con la spada.
Allora Lodovico colpì a sua volta il signore che
cadde a terra, contemporaneamente a Cristoforo.
I bravi fuggirono e Lodovico fu circondato dalla
folla che gli gridava di scappare nella vicina chiesa
dei cappuccini, dove i rappresentanti della giustizia non potevano entrare.
Lo portarono lì ferito e sconvolto.
Capitolo IV
L’esito del duello trasforma
radicalmente la vita
di Lodovico.
䉰
94
tero dalle mani del popolo, che glielo raccomandava, dicendo: «è un
uomo dabbene che ha freddato un birbone superbo: l’ha fatto per sua difesa: c’è stato tirato per i capelli.»
Lodovico non aveva mai, prima d’allora, sparso sangue; e, benché l’omicidio
fosse, a que’ tempi, cosa tanto comune, che gli orecchi d’ognuno erano
avvezzi a sentirlo raccontare, e gli occhi a vederlo, pure l’impressione ch’egli ricevette dal veder l’uomo morto per lui, e l’uomo morto da lui,70 fu nuova e 210
indicibile; fu una rivelazione di sentimenti ancora sconosciuti. Il cadere del
suo nemico, l’alterazione di quel volto che passava, in un momento, dalla
minaccia e dal furore, all’abbattimento e alla quiete solenne della morte, fu
una vista che cambiò, in un punto,71 l’uccisore. Strascinato al convento, non
sapeva quasi dove si fosse, né cosa si facesse; e, quando fu tornato in sé, si
trovò in un letto dell’infermeria, nelle mani del frate chirurgo (i cappuccini
ne avevano ordinariamente uno in ogni convento), che accomodava faldelle72 e fasce sulle due ferite ch’egli aveva ricevute nello scontro. Un padre,
il cui impiego particolare era d’assistere i moribondi, e che aveva spesso
avuto a render questo servizio sulla strada, fu chiamato subito al luogo del 220
combattimento. Tornato, pochi minuti dopo, entrò nell’infermeria, e, avvicinatosi al letto dove Lodovico giaceva, «consolatevi,» gli disse: «almeno è
morto bene, e m’ha incaricato di chiedere il vostro perdono, e di portarvi il
suo.» Questa parola fece rinvenire affatto73 il povero Lodovico, e gli risvegliò più vivamente e più distintamente i sentimenti ch’eran confusi e affollati
nel suo animo: dolore dell’amico, sgomento e rimorso del colpo che gli era
uscito di mano, e, nello stesso tempo, un’angosciosa compassione dell’uomo
che aveva ucciso. «E l’altro?» domandò ansiosamente al frate.
«L’altro era spirato, quand’io arrivai.»
Frattanto, gli accessi e i contorni del convento74 formicolavan di popolo 230
curioso: ma, giunta la sbirraglia, fece smaltir la folla, e si postò75 a una
certa distanza dalla porta, in modo però che nessuno potesse uscirne
inosservato. Un fratello del morto, due suoi cugini e un vecchio zio, vennero pure, armati da capo a piedi, con grande accompagnamento di
bravi; e si misero a far la ronda intorno, guardando, con aria e con atti di
dispetto minaccioso, que’ curiosi, che non osavan dire: gli sta bene; ma
l’avevano scritto in viso.
70. l’uomo morto da lui: l’uomo ucciso da lui.
71. in un punto: improvvisamente.
72. accomodava faldelle: sistemava
bende.
73. fece rinvenire affatto: fece riprendere subito conoscenza.
74. gli accessi e i contorni del convento: le vie che portavano al convento e la zona circostante.
75. la sbirraglia … si postò: gli sbirri fecero allontanare la gente e si
appostarono. Si avverte un certo
disprezzo nell’utilizzo del termine
sbirraglia.
Il diritto d’asilo
Per sfuggire alla persecuzione pubblica e privata, Lodovico si rifugia presso un convento di cappuccini, facendo appello al diritto d’asilo, consuetudine con valore legale cui spesso facevano ricorso le persone ricercate, a ragione o a
torto, dalla legge (e spesso, l’abbiamo già letto, vi ricorrevano malviventi come i bravi). Di che cosa si tratta?
«Il diritto d’asilo ha origini molto antiche: nella
Grecia classica il termine asylìa indicava l’immunità
concordata da due città nei confronti dei rispettivi
cittadini o concessa agli ambasciatori, mentre l’ásylon definiva l’immunità che proteggeva il fuggitivo
qualora si fosse rifugiato in determinati templi.
A Roma il numero dei luoghi muniti di questa prerogativa fu limitato. Nell’alto medioevo il diritto di
asilo fu sostanzialmente rispettato dagli imperatori che però lo abolirono per i reati più gravi.
L’applicazione di questo diritto fu uno dei punti di
maggiore attrito fra Chiesa e Stato: la Chiesa acconsentiva in casi estremi alla consegna dei malfattori
a condizione che lo Stato si impegnasse a non ucciderli e a non sottoporli a torture o a mutilazioni.
Nel XVIII secolo il contenuto del diritto di asilo diminuì notevolmente e infine esso venne soppresso in
Piemonte dalla legge Siccardi del 1850, estesa a
tutta l’Italia dopo l’unificazione.
Attualmente un particolare tipo di diritto di asilo è
quello di cui godono le ambasciate, in quanto sedi
extraterritoriali».
(Enciclopedia Rizzoli Larousse, 2000)
Capitolo IV
250
260
270
76. la cagione: la causa.
77. in quella congiuntura: in quella
occasione, situazione.
78. il partito fu preso: fu presa la
decisione.
79. il guardiano: il superiore in un
convento francescano.
80. risoluzioni precipitate: decisioni
frettolose.
81. una contraddote: donazione fatta
dal marito alla moglie alla vigilia delle
nozze; in questo caso, risarcimento.
82. non era da metter neppure in
consulta: non era da prendere nemmeno in considerazione.
83. concitarsi: provocare le reazioni
violente.
84. per le sue aderenze: per le sue
La vocazione
religiosa di fra
Cristoforo
▲
240
Appena Lodovico ebbe potuto raccogliere i suoi pensieri, chiamato un
frate confessore, lo pregò che cercasse della vedova di Cristoforo, le chiedesse in suo nome perdono d’esser stato lui la cagione,76 quantunque ben
certo involontaria, di quella desolazione, e, nello stesso tempo, l’assicurasse ch’egli prendeva la famiglia sopra di sé. Riflettendo quindi a casi
suoi, sentì rinascere più che mai vivo e serio quel pensiero di farsi frate,
che altre volte gli era passato per la mente: gli parve che Dio medesimo l’avesse messo sulla strada, e datogli un segno del suo volere, facendolo capitare in un convento, in quella congiuntura;77 e il partito fu preso.78 Fece
chiamare il guardiano,79 e gli manifestò il suo desiderio. N’ebbe in risposta, che bisognava guardarsi dalle risoluzioni precipitate;80 ma che, se persisteva, non sarebbe rifiutato. Allora, fatto venire un notaro, dettò una donazione di tutto ciò che gli rimaneva (ch’era tuttavia un bel patrimonio)
alla famiglia di Cristoforo: una somma alla vedova, come se le costituisse
una contraddote,81 e il resto a otto figliuoli che Cristoforo aveva lasciati.
La risoluzione di Lodovico veniva molto a proposito per i suoi ospiti, i
quali, per cagion sua, erano in un bell’intrigo. Rimandarlo dal convento,
ed esporlo così alla giustizia, cioè alla vendetta de’ suoi nemici, non era da
metter neppure in consulta.82 Sarebbe stato lo stesso che rinunciare a’
propri privilegi, screditare il convento presso il popolo, attirarsi il biasimo
di tutti i cappuccini dell’universo, per aver lasciato violare il diritto di
tutti, concitarsi83 contro tutte l’autorità ecclesiastiche, le quali si consideravan come tutrici di questo diritto. Dall’altra parte, la famiglia dell’ucciso, potente assai, e per sé, e per le sue aderenze,84 s’era messa al punto
di voler vendetta; e dichiarava suo nemico chiunque s’attentasse di mettervi ostacolo. La storia non dice che a loro dolesse molto dell’ucciso, e
nemmeno che una lagrima fosse stata sparsa per lui, in tutto il parentado:
dice soltanto ch’eran tutti smaniosi d’aver nell’unghie85 l’uccisore, o vivo o
morto. Ora questo, vestendo l’abito di cappuccino, accomodava ogni
cosa. Faceva, in certa maniera, un’emenda,86 s’imponeva una penitenza,
si chiamava implicitamente in colpa, si ritirava da ogni gara; era in
somma un nemico che depon l’armi. I parenti del morto potevano poi
anche, se loro piacesse, credere e vantarsi che s’era fatto frate per disperazione, e per terrore del loro sdegno. E, ad ogni modo, ridurre un uomo
a spropriarsi del suo,87 a tosarsi la testa, a camminare a piedi nudi, a dormir sur un saccone,88 a viver d’elemosina, poteva parere una punizione
competente, anche all’offeso il più borioso.
95
Perché la famiglia
dell’ucciso cerca vendetta?
a) per compensare il dolore
della perdita
b) per motivi di prestigio
e di onore
potenti alleanze.
85. nell’unghie: tra le mani.
86. Faceva … un’emenda: riparava il
torto commesso.
87. a spropriarsi del suo: a rinunciare alle sue ricchezze.
88. un saccone: grosso sacco di tessuto
pesante riempito di paglia o di foglie di
granturco, usato come materasso.
in altre parole
In quel momento decise di cambiare vita.
Quando si riprese, un padre cappuccino gli disse
che Cristoforo e il nobile erano morti.
Nel frattempo, fuori dal convento erano arrivati gli
sbirri e alcuni parenti del nobile, armati e accompagnati dai bravi, per vendicarsi.
Dopo aver riflettuto, Lodovico chiamò un padre
confessore e lo pregò di cercare la vedova di
Cristoforo, di chiederle perdono e di dirle che si
sarebbe occupato di lei e della sua famiglia;
chiamò poi il padre guardiano e gli disse che aveva
deciso di diventare frate e di donare tutte le ricchezze alla famiglia di Cristoforo.
La sua decisione era molto utile ai cappuccini, perché così Lodovico ammetteva la sua colpa, rinunciava alle ricchezze, si umiliava camminando a piedi
nudi e dormendo su un saccone e tutto ciò era un
risarcimento adeguato per la famiglia dell’ucciso.
Capitolo IV
Il rapporto tra il clero
e la nobiltà secentesca
richiede una continua opera
di mediazione diplomatica
(rr. 275-289).
䉰
96
Il padre guardiano si presentò, con un’umiltà disinvolta, al fratello del
morto e, dopo mille proteste di rispetto89 per l’illustrissima casa, e di desiderio di compiacere ad essa in tutto ciò che fosse fattibile, parlò del
pentimento di Lodovico, e della sua risoluzione, facendo garbatamente
sentire che la casa poteva esserne contenta, e insinuando poi soavemente,
e con maniera ancor più destra,90 che, piacesse o non piacesse, la cosa do- 280
veva essere. Il fratello diede in ismanie, che il cappuccino lasciò svaporare, dicendo di tempo in tempo: «è un troppo giusto dolore.» Fece intendere che, in ogni caso, la sua famiglia avrebbe saputo prendersi una
soddisfazione: e il cappuccino, qualunque cosa ne pensasse, non disse di
no. Finalmente richiese, impose come una condizione, che l’uccisor di
suo fratello partirebbe subito da quella città. Il guardiano, che aveva già
deliberato che questo fosse fatto, disse che si farebbe, lasciando che l’altro
credesse, se gli piaceva, esser questo un atto d’ubbidienza: e tutto fu concluso. Contenta la famiglia, che ne usciva con onore; contenti i frati, che
salvavano un uomo e i loro privilegi, senza farsi alcun nemico; contenti i 290
dilettanti di cavalleria, che vedevano un affare terminarsi lodevolmente;
contento il popolo, che vedeva fuor d’impiccio un uomo ben voluto, e che,
nello stesso tempo, ammirava una conversione, contento finalmente, e
più di tutti, in mezzo al dolore, il nostro Lodovico, il quale cominciava
una vita d’espiazione e di servizio, che potesse, se non riparare, pagare
almeno il mal fatto, e rintuzzare il pungolo intollerabile91 del rimorso. Il
sospetto che la sua risoluzione fosse attribuita alla paura, l’afflisse un momento; ma si consolò subito, col pensiero che anche quell’ingiusto giudizio sarebbe un gastigo per lui, e un mezzo d’espiazione. Così, a trent’anni,
si ravvolse nel sacco;92 e, dovendo, secondo l’uso, lasciare il suo nome, e 300
prenderne un altro, ne scelse uno che gli rammentasse, ogni momento,
ciò che aveva da espiare: e si chiamò fra Cristoforo.
Appena compita la cerimonia della vestizione, il guardiano gl’intimò che
sarebbe andato a fare il suo noviziato93 a ***, sessanta miglia lontano, e
che partirebbe all’indomani. Il novizio s’inchinò profondamente, e chiese
una grazia. «Permettetemi, padre,» disse, «che, prima di partir da questa
città, dove ho sparso il sangue d’un uomo, dove lascio una famiglia crudelmente offesa, io la ristori almeno dell’affronto, ch’io mostri almeno il
89. mille proteste di rispetto: molte
dichiarazioni di rispetto.
90. più destra: più abile.
91. rintuzzare il pungolo intollerabile: tenere a bada l’acuto senso di
La festa del perdono
rimorso.
92. si ravvolse nel sacco: indossò il
saio.
93. il suo noviziato: periodo di preparazione alla vita religiosa e all’osser-
vanza della regola, prescritto dal diritto canonico, per tutti coloro che aspirano a entrare in un ordine o in una
congregazione, come prova della loro
vocazione e attitudine.
Capitolo IV
97
mio rammarico di non poter risarcire il danno, col chiedere scusa al fratello dell’ucciso, e gli levi, se Dio benedice la mia intenzione, il rancore
dall’animo.» Al guardiano parve che un tal passo, oltre all’esser buono in
sé, servirebbe a riconciliar sempre più la famiglia col convento; e andò
diviato94 da quel signor fratello, ad esporgli la domanda di fra Cristoforo.
A proposta così inaspettata, colui sentì, insieme con la maraviglia, un ribollimento di sdegno, non però senza qualche compiacenza. Dopo aver
pensato un momento, «venga domani,» disse; e assegnò l’ora. Il guardiano tornò, a portare al novizio il consenso desiderato.
Il gentiluomo pensò subito che, quanto più quella soddisfazione95 fosse
solenne e clamorosa, tanto più accrescerebbe il suo credito presso tutta la
320 parentela, e presso il pubblico; e sarebbe (per dirla con un’eleganza moderna) una bella pagina nella storia della famiglia. Fece avvertire in fretta
tutti i parenti che, all’indomani, a mezzogiorno, restassero serviti (così si
diceva allora) di venir da lui,96 a ricevere una soddisfazione comune. A
mezzogiorno, il palazzo brulicava di signori d’ogni età e d’ogni sesso: era
un girare, un rimescolarsi di gran cappe, d’alte penne, di durlindane pendenti,97 un moversi librato di gorgiere inamidate e crespe,98 uno strascico
intralciato di rabescate zimarre.99 Le anticamere, il cortile e la strada formicolavan di servitori, di paggi, di bravi e di curiosi. Fra Cristoforo vide
quell’apparecchio,100 ne indovinò il motivo, e provò un leggier turba330 mento; ma, dopo un istante, disse tra sé: – sta bene: l’ho ucciso in pubblico, alla presenza di tanti suoi nemici: quello fu scandolo, questa è riparazione. – Così, con gli occhi bassi, col padre compagno al fianco,
passò la porta di quella casa, attraversò il cortile, tra una folla che lo
squadrava con una curiosità poco cerimoniosa; salì le scale, e di mezzo
all’altra folla signorile, che fece ala al suo passaggio, seguito da cento
sguardi, giunse alla presenza del padron di casa; il quale, circondato da’ 䉰 L’atteggiamento del nobile
parenti più prossimi, stava ritto nel mezzo della sala, con lo sguardo a esprime disprezzo
terra, e il mento in aria, impugnando, con la mano sinistra, il pomo della e superbia.
spada, e stringendo con la destra il bavero della cappa sul petto.
340 C’è talvolta, nel volto e nel contegno d’un uomo, un’espressione così immediata, si direbbe quasi un’effusione101 dell’animo interno, che, in una
folla di spettatori, il giudizio sopra quell’animo sarà un solo. Il volto e il
contegno di fra Cristoforo disser chiaro agli astanti,102 che non s’era fatto
frate, né veniva a quell’umiliazione per timore umano: e questo cominciò
a concigliarglieli103 tutti. Quando vide l’offeso, affrettò il passo, gli si pose
310
94. diviato: direttamente.
95. quella
soddisfazione:
quel
momento di pubbliche scuse.
96. restassero serviti … di venir da
lui: si considerassero invitati al suo
palazzo.
97. durlindane pendenti: spade appese ai fianchi (dal termine durlindana,
nome della leggendaria spada di
Orlando nei poemi cavallereschi).
98. un moversi librato di gorgiere
inamidate e crespe: un movimento
leggero di colletti rigidi di lino arricciato.
99. uno strascico intralciato di rabescate zimarre: un lungo strascico di
abiti arabescati.
100. quell’apparecchio: quell’accoglienza teatrale.
101. un’effusione: l’emergere, il
mostrarsi.
102. agli astanti: ai presenti.
103. concigliarglieli: conciliarglieli.
in altre parole
Il padre guardiano andò subito dal fratello del
morto per informarlo e, dopo una lunga discussione, il nobile si dichiarò soddisfatto.
Così Lodovico divenne frate e per ricordare il suo
peccato scelse il nome Cristoforo.
Prima di partire per il convento, Cristoforo chiese
il permesso di domandare perdono alla famiglia
dell’ucciso.
Il padre guardiano tornò dal fratello del morto che
accettò di vedere Cristoforo il giorno dopo, perché
pensava che le scuse di Cristoforo potessero
aumentare il prestigio della sua famiglia.
A mezzogiorno il palazzo era pieno di nobili, di
bravi, di paggi, di servitori e di curiosi. Fra
Cristoforo entrò con gli occhi bassi, accompagnato
dal padre guardiano, passando tra i presenti che lo
guardavano con curiosità.
Salì le scale e giunse davanti al padrone di casa che
lo aspettava in mezzo alla sala, con espressione
superba.
98
Capitolo IV
▲
Le frammentarie parole del
fratello dell’ucciso indicano:
a) la rabbia, a stento
trattenuta, nei confronti
di fra Cristoforo
b) la commozione di fronte
a un pentimento
autentico e sincero
inginocchioni104 ai piedi, incrociò le mani sul petto, e, chinando la testa
rasa, disse queste parole: «Io sono l’omicida di suo fratello. Sa Iddio se
vorrei restituirglielo a costo del mio sangue; ma, non potendo altro che
farle inefficaci e tarde scuse, la supplico d’accettarle per l’amor di Dio.»
Tutti gli occhi erano immobili sul novizio, e sul personaggio a cui egli par- 350
lava; tutti gli orecchi eran tesi. Quando fra Cristoforo tacque, s’alzò, per
tutta la sala, un mormorio di pietà e di rispetto. Il gentiluomo, che stava
in atto di degnazione forzata, e d’ira compressa,105 fu turbato da quelle
parole; e, chinandosi verso l’inginocchiato, «alzatevi,» disse, con voce alterata: – l’offesa... il fatto veramente... ma l’abito che portate... non solo
questo, ma anche per voi... S’alzi, padre... Mio fratello... non lo posso negare... era un cavaliere... era un uomo... un po’ impetuoso... un po’ vivo.
Ma tutto accade per disposizion di Dio. Non se ne parli più... Ma, padre,
lei non deve stare in codesta positura.»106 E, presolo per le braccia, lo sollevò. Fra Cristoforo, in piedi, ma col capo chino, rispose: «Io posso dun- 360
que sperare che lei m’abbia concesso il suo perdono! E se l’ottengo da lei,
da chi non devo sperarlo? Oh! s’io potessi sentire dalla sua bocca questa
parola, perdono!»
«Perdono?» disse il gentiluomo. «Lei non ne ha più bisogno. Ma pure,
poiché lo desidera, certo, certo, io le perdono di cuore, e tutti...»
«Tutti! tutti!» gridarono, a una voce, gli astanti. Il volto del frate s’aprì a
una gioia riconoscente, sotto la quale traspariva però ancora un’umile e
profonda compunzione107 del male a cui la remissione108 degli uomini
non poteva riparare. Il gentiluomo, vinto da quell’aspetto, e trasportato
dalla commozione generale, gli gettò le braccia al collo, e gli diede e ne ri- 370
cevette il bacio di pace.
Un «bravo! bene!» scoppiò da tutte le parti della sala; tutti si mossero, e si
strinsero intorno al frate. Intanto vennero servitori, con gran copia109 di
rinfreschi. Il gentiluomo si raccostò110 al nostro Cristoforo, il quale faceva
segno di volersi licenziare,111 e gli disse: «padre, gradisca qualche cosa;
mi dia questa prova d’amicizia.» E si mise per servirlo prima d’ogni altro;
ma egli, ritirandosi, con una certa resistenza cordiale, «queste cose,»
disse, «non fanno più per me; ma non sarà mai ch’io rifiuti i suoi doni. Io
sto per mettermi in viaggio: si degni di farmi portare un pane, perché io
104. inginocchioni: in ginocchio.
105. in atto di degnazione forzata, e
d’ira compressa: con l’atteggiamento
di chi è infastidito dalla situazione e
trattiene a stento l’ira.
106. in codesta positura: in questa
posizione.
107. compunzione: pentimento.
108. remissione: perdono.
109. gran copia: abbondanza.
110. si raccostò: si avvicinò.
111. volersi licenziare: volersi allontanare.
I valori della fede
Per la prima volta nel romanzo (e dovremo aspettare molto prima che si
ripeta una situazione simile) i valori della fede e del bene si affermano su
quelli della prepotenza e dell’ipocrisia. La commozione comune e pubblica
suscitata da fra Cristoforo di fronte alla folla di nobili è dimostrazione di
quanta forza abbiano nella realtà la sincerità e la professione di principi di
amore e solidarietà, il coraggio di riconoscere i propri errori e di chiedere
perdono, gli atteggiamenti di riconciliazione e mansuetudine.
Sono virtù quasi eroiche, che Manzoni riserva solo ad alcuni personaggi
eccellenti, e che subito sa realisticamente mitigare e riportare alla dimensione più quotidiana delle persone comuni: l’effetto dell’incontro con padre
Cristoforo non durerà per sempre e con la stessa intensità nell’animo del
nobile suo antagonista, ma continuerà comunque ad agire e a influire sui
suoi pensieri e sui suoi gesti. Ed è questo uno degli aspetti fondamentali
della “morale” realistica presente in tutto il romanzo.
Capitolo IV
99
possa dire d’aver goduto la sua carità, d’aver mangiato il suo pane, e
avuto un segno del suo perdono.» Il gentiluomo, commosso, ordinò che
così si facesse; e venne subito un cameriere, in gran gala, portando un
pane sur un piatto d’argento, e lo presentò al padre; il quale, presolo e ringraziato, lo mise nella sporta.112 Chiese quindi licenza; e, abbracciato di
nuovo il padron di casa, e tutti quelli che, trovandosi più vicini a lui, poterono impadronirsene un momento, si liberò da essi a fatica; ebbe a
combatter nell’anticamere, per isbrigarsi113 da’ servitori, e anche da’ bravi,
che gli baciavano il lembo dell’abito, il cordone, il cappuccio; e si trovò
nella strada, portato come in trionfo, e accompagnato da una folla di po390 polo, fino a una porta della città; d’onde uscì, cominciando il suo pedestre
viaggio,114 verso il luogo del suo noviziato.
Il fratello dell’ucciso, e il parentado, che s’erano aspettati d’assaporare in
quel giorno la trista gioia dell’orgoglio, si trovarono in vece ripieni della
gioia serena del perdono e della benevolenza. La compagnia si trattenne 䉰 Il sincero e umile
ancor qualche tempo, con una bonarietà e con una cordialità insolita, in pentimento di Cristoforo
ragionamenti ai quali nessuno era preparato, andando là. In vece di sod- riescono a scalfire
la superficiale arroganza
disfazioni prese, di soprusi vendicati, d’impegni spuntati,115 le lodi del no- della nobile famiglia.
vizio, la riconciliazione, la mansuetudine furono i temi della conversazione. E taluno, che, per la cinquantesima volta, avrebbe raccontato
400 come il conte Muzio suo padre aveva saputo, in quella famosa congiuntura, far stare a dovere116 il marchese Stanislao, ch’era quel rodomonte117
che ognun sa, parlò in vece delle penitenze e della pazienza mirabile d’un
fra Simone, morto molt’anni prima. Partita la compagnia, il padrone,
ancor tutto commosso, riandava tra sé, con maraviglia, ciò che aveva inteso, ciò ch’egli medesimo aveva detto; e borbottava tra i denti: – diavolo
d’un frate! (bisogna bene che noi trascriviamo le sue precise parole) – diavolo d’un frate! se rimaneva lì in ginocchio, ancora per qualche momento,
quasi quasi gli chiedevo scusa io, che m’abbia ammazzato il fratello. – La
nostra storia nota espressamente che, da quel giorno in poi, quel signore
410 fu un po’ men precipitoso, e un po’ più alla mano.
Il padre Cristoforo camminava, con una consolazione che non aveva mai
più provata, dopo quel giorno terribile, ad espiare il quale tutta la sua vita
doveva esser consacrata. Il silenzio ch’era imposto a’ novizi, l’osservava,
senza avvedersene, assorto com’era, nel pensiero delle fatiche, delle privazioni e dell’umiliazione che avrebbe sofferte, per iscontare il suo fallo.118 Fermandosi, all’ora della refezione, presso un benefattore, mangiò,
con una specie di voluttà, del pane del perdono: ma ne serbò un pezzo, e
lo ripose nella sporta, per tenerlo, come un ricordo perpetuo.
380
112. sporta: contenitore con due
manici fatto di vari materiali.
113. isbrigarsi: liberarsi.
114. pedestre viaggio: viaggio a piedi.
115. d’impegni spuntati: di successi
conseguiti.
116. far stare a dovere: sconfiggere,
umiliare.
117. rodomonte: prepotente, spaccone. Rodomonte è il nome proprio di un
personaggio di molti poemi cavallereschi tra cui l’Orlando innamorato di
Boiardo e l’Orlando furioso di Ariosto,
divenuto poi nome comune per definire le persone arroganti.
118. il suo fallo: la sua colpa.
in altre parole
Si inginocchiò e gli chiese di accettare le sue scuse,
per amore di Dio.
Il signore, turbato dalle parole di Cristoforo, si
chinò, gli chiese di alzarsi e gli disse che lui e tutta
la famiglia lo avevano perdonato; infine lo abbracciò e i due si scambiarono un bacio di pace.
I presenti esultarono e i servitori portarono i rinfreschi; Cristoforo non accettò nulla, chiese solo un
pane, come segno di perdono.
Abbracciò di nuovo il padrone di casa e si allontanò a
fatica, circondato da invitati, servitori e bravi che volevano toccarlo e lo accompagnarono fino a una porta
della città da cui, a piedi, prese la via del convento.
Fra Cristoforo camminava finalmente con il cuore
più leggero e pensava con gioia a tutte le rinunce e
i sacrifici che avrebbe fatto in futuro.
Lungo il cammino mangiò il pane del perdono ma
ne conservò un pezzo come ricordo.
100
Capitolo IV
Fra Cristoforo
arriva a casa delle
donne
▲
Quali tratti della
personalità di Lodovico
emergono nella nuova vita
di Cristoforo?
Non è nostro disegno di far la storia della sua vita claustrale:119 diremo
soltanto che, adempiendo, sempre con gran voglia, e con gran cura, gli
ufizi120 che gli venivano ordinariamente assegnati, di predicare e d’assistere i moribondi, non lasciava mai sfuggire un’occasione d’esercitarne
due altri che s’era imposti da sé: accomodar differenze,121 e proteggere
oppressi. In questo genio122 entrava, per qualche parte, senza ch’egli se
n’avvedesse, quella sua vecchia abitudine, e un resticciolo123 di spiriti
guerreschi, che l’umiliazioni e le macerazioni non avevan potuto spegner
del tutto. Il suo linguaggio era abitualmente umile e posato; ma, quando
si trattasse di giustizia o di verità combattuta,124 l’uomo s’animava, a un
tratto, dell’impeto antico, che, secondato e modificato da un’enfasi solenne, venutagli dall’uso del predicare, dava a quel linguaggio un carattere singolare. Tutto il suo contegno, come l’aspetto, annunziava una
lunga guerra, tra un’indole focosa, risentita, e una volontà opposta, abitualmente vittoriosa, sempre all’erta, e diretta125 da motivi e da ispirazioni
superiori. Un suo confratello ed amico, che lo conosceva bene, l’aveva una
volta paragonato a quelle parole troppo espressive nella loro forma naturale, che alcuni, anche ben educati, pronunziano, quando la passione trabocca, smozzicate,126 con qualche lettera mutata; parole che, in quel travisamento, fanno però ricordare della loro energia primitiva.
Se una poverella sconosciuta, nel tristo caso di Lucia, avesse chiesto
l’aiuto del padre Cristoforo, egli sarebbe corso immediatamente. Trattandosi poi di Lucia, accorse con tanta più sollecitudine, in quanto conosceva e ammirava l’innocenza di lei, era già in pensiero per i suoi pericoli, e
sentiva un’indegnazione127 santa, per la turpe persecuzione della quale
era divenuta l’oggetto. Oltre di ciò, avendola consigliata, per il meno
male, di non palesar nulla e di starsene quieta, temeva ora che il consiglio
potesse aver prodotto qualche tristo effetto; e alla sollecitudine di carità,
ch’era in lui come ingenita,128 s’aggiungeva, in questo caso, quell’angustia
scrupolosa che spesso tormenta i buoni.
Ma, intanto che noi siamo stati a raccontare i fatti del padre Cristoforo, è
arrivato, s’è affacciato all’uscio; e le donne, lasciando il manico dell’aspo129 che facevan girare e stridere, si sono alzate, dicendo, a una voce:
«oh padre Cristoforo! sia benedetto!»
119. vita claustrale: vita monastica.
120. gli ufizi: i compiti, gli incarichi.
121. accomodar differenze: pareggiare torti.
122. genio: volontà, inclinazione.
123. resticciolo: residuo.
124. verità combattuta: verità ostacolata, messa in discussione.
125. diretta: spinta, indirizzata.
126. smozzicate: incomplete, fram-
420
430
440
450
mentate.
127. un’indegnazione: un’indignazione.
128. ingenita: spontanea, naturale.
129. aspo: arnese per avvolgere in matasse il filo di fibre tessili.
in altre parole
Nel corso della sua vita da monaco, Cristoforo
eseguì con grande energia i compiti assegnati a
tutti i frati, la predicazione e l’assistenza ai moribondi.
A questi ne aggiunse altri due che si era dato da
solo: risolvere le liti e proteggere gli oppressi,
continuando in questo modo la sua vecchia abitudine.
Per questo motivo aveva risposto così velocemen-
te alla chiamata di Lucia, che conosceva e ammirava per la sua innocenza; così, molto preoccupato per lei, arrivò alla casetta dove le donne filavano aspettandolo.
Capitolo IV
Laboratorio
101
Dentro il testo
La narrazione
1. Indica se le seguenti affermazioni sono vere o false.
V
F
a. Fra Cristoforo esce dal convento all’alba.
b. Il paesaggio che attraversa mostra chiaramente la ricchezza dei contadini.
c. Lodovico è figlio di un nobile milanese decaduto.
d. Fin dalla giovinezza Lodovico si dedica alle elemosine e alla carità.
e. Cristoforo è un fedele servitore di Lodovico.
f. Lodovico e un nobile signore si sfidano a duello per motivi di precedenza.
g. La morte del nobile e del fedele Cristoforo spinge Lodovico alla fuga.
h. Quando Lodovico si reca al palazzo del fratello del morto, l’uomo lo insulta e lo minaccia.
2. Compila la seguente “carta d’identità” di padre Cristoforo:
Nome di battesimo
................................................................................
Età
.................................................................................
Origini sociali
.................................................................................
Aspetto fisico
Tratti del carattere
................................................................................
................................................................................
................................................................................
................................................................................
................................................................................
Motivi della sua scelta religiosa
................................................................................
.................................................................................
................................................................................
...............................................................................
................................................................................
3. Completa la tabella inserendo i luoghi in cui si svolgono le azioni indicate nella prima colonna e i personaggi
protagonisti dei diversi momenti.
Azioni
Luoghi
Personaggi
Il duello
.................................................
.......................................................................................
La conversione
.................................................
.......................................................................................
Il perdono
.................................................
.......................................................................................
102
Capitolo IV
4. Individua e riporta le strategie diplomatiche utilizzate dal padre guardiano per contenere l’ira del nobile e
indurlo ad accettare la soluzione proposta, con l’indicazione delle righe di testo di riferimento.
a.
.........................................................................................................................................................................................................
rr.
…..........…..……..
b.
.........................................................................................................................................................................................................
rr.
…..........…..……..
c.
.........................................................................................................................................................................................................
rr.
…..........…..……..
d.
.........................................................................................................................................................................................................
rr.
…..........…..……..
5. Che cos’è il “pane del perdono” di cui si parla alle rr. 379-418?
................................................................................................................................................................................................................................................................
6. Rileggi le rr. 419-438, e individua da un lato le caratteristiche del fra Cristoforo “rinnovato” dall’esperienza
religiosa, e dall’altro la sopravvivenza di quelle del “vecchio” Lodovico:
Lodovico
Fra Cristoforo
...............................................................................................
...............................................................................................
...............................................................................................
...............................................................................................
...............................................................................................
...............................................................................................
I temi
7. Nella descrizione della campagna lombarda (rr. 8-30) quali aggettivi e avverbi utilizza il Narratore per evocare nel lettore lo spettro della miseria e della carestia?
................................................................................................................................................................................................................................................................
................................................................................................................................................................................................................................................................
................................................................................................................................................................................................................................................................
8. Il dialogo tra Lodovico e il nobile contiene una serie di formule stereotipate tipiche della sfida e del duello: individuale e riportale con l’indicazione delle relative righe di riferimento.
a.
.........................................................................................................................................................................................................
rr.
…..........…..……..
b.
.........................................................................................................................................................................................................
rr.
…..........…..……..
c.
.........................................................................................................................................................................................................
rr.
…..........…..……..
d.
.........................................................................................................................................................................................................
rr.
…..........…..……..
9. Il disprezzo dei nobili nei confronti delle classi inferiori si manifesta anche nell’atteggiamento fisico; ripercorri il capitolo e individua i momenti in cui il volto e il corpo dei diversi personaggi esprimono, prima ancora
delle parole, la scarsa considerazione di cui godono coloro che non appartengono alla nobiltà.
a.
.........................................................................................................................................................................................................
rr.
…..........…..……..
b.
.........................................................................................................................................................................................................
rr.
…..........…..……..
c.
.........................................................................................................................................................................................................
rr.
…..........…..……..
d.
.........................................................................................................................................................................................................
rr.
…..........…..……..
10. Per la prima volta nel romanzo, si afferma positivamente la forza della Fede. Indica almeno due situazioni nel
capitolo in cui questo risulti evidente:
a.
.........................................................................................................................................................................................................
rr.
…..........…..……..
b.
.........................................................................................................................................................................................................
rr.
…..........…..……..
Capitolo IV
103
Le forme
11. Quasi tutto il capitolo è costituito da:
un flash-back
una relazione storica
un monologo interiore
12. Quale figura retorica è riconoscibile nelle rr. 46-49?
................................................................................................................................................................................................................................................................
................................................................................................................................................................................................................................................................
13.
Il dizionario di Manzoni
Spiega il significato delle seguenti espressioni.
a. «ingozzarne una» (rr. 94-95):
.........................................................................................................................................................................
b. «guardandosi in cagnesco» (r. 158):
..........................................................................................................................................................
c. «c’è stato tirato per i capelli» (r. 206):
...................................................................................................................................................
Oltre il testo
Passato ➔ Presente
In quale momento della vita quotidiana è possibile riconoscere la stessa dinamica di aggressività e disprezzo reciproco presente nella sfida tra il nobile e Lodovico?
Leggere ➔ Scrivere
Trasforma l’incontro tra il padre provinciale e il fratello del nobile ucciso in discorso diretto, riproducendo il più possibile le espressioni formali e cerimoniose dei due interlocutori.
486
Capitolo
XXVIII
rr. 1-120. L’aggravarsi della situazione sociale nel milanese. Dopo
le sommosse popolari per il pane, a Milano si crea un breve e artificiale periodo di abbondanza alimentare, che porta ben presto
all’aggravarsi della situazione, con la definitiva penuria di risorse.
rr. 121-326. A Milano scoppia la carestia. Lo spettacolo della
città riflette la gravità della situazione: botteghe e case chiuse, strade affollate di mendicanti provenienti anche dalla campagna, miseria diffusa, epidemie, cadaveri abbandonati nelle vie. All’inefficienza
delle autorità compensa in parte la carità di privati cittadini e l’assistenza dei religiosi, primo fra tutti il cardinale Federigo.
rr. 327-465. Mendicanti e malati vengono rinchiusi nel lazzaretto.
Di fronte al pericolo del contagio, i governanti impongono la reclusione
di mendicanti e malati nel lazzaretto; ma cattive condizioni, peggiore
organizzazione e oggettive difficoltà aggravano la situazione, e provocano un sempre maggior numero di morti. Finalmente giunge l’estate
con un nuovo raccolto di grano, che potrebbe riportare la normalità.
rr. 466-632. La guerra delle Nazioni e la calata dei lanzichenecchi.
Ma un nuovo flagello incombe: i difficili rapporti politici fra i diversi
stati e alleanze rincrudiscono lo scontro bellico, e si fa imminente la
calata delle temute truppe imperiali, tristemente famose per i loro
brutali saccheggi. Il panico si diffonde soprattutto fra la gente della
campagna. I lanzichenecchi stanno per giungere anche al paese dei
promessi sposi.
Capitolo XXVIII
Mappa del capitolo
▼
tempo
dall’11 novembre 1628 al settembre 1629
luoghi
Milano; il lazzaretto; i territori attraversati dai lanzichenecchi
▼
personaggi
gli abitanti di Milano; i governanti; i mendicanti; il cardinale Borromeo; i
lanzichenecchi; i medici della sanità
La narrazione
▼
• Come annunciato nella chiusa del capitolo precedente, comincia qui la più lunga e significativa
sezione del romanzo incentrata sulle condizioni storiche del periodo. Si protrarrà fino a tutto
il capitolo XXXII (con gli inserti narrativi dei capp. XXIX e XXX, direttamente dipendenti comunque
dalle contingenze sociali), e farà relazione dettagliata e commentata di tre memorabili “flagelli” di
quegli anni: la carestia, la guerra con la calata dei lanzichenecchi, e la peste.
• Il capitolo è suddiviso in due macrosequenze:
a. descrizione della carestia in Milano nel suo processo economico-sociale (rr. 121-464);
b. digressione sull’evoluzione della guerra tra Francia e Spagna, e sul passaggio delle truppe
imperiali in territorio lombardo (rr. 465-632).
• Sono presenti in queste pagine i due spazi tipici del romanzo:
a. la città di Milano, luogo ideale per analizzare in modo dettagliato e circoscritto un fermento
altrimenti troppo generico quale la carestia;
b. la campagna, luogo meno difeso e quindi destinato a subire le più gravi conseguenze delle devastazioni belliche.
• A mettere “fisicamente” in relazione città e campagna è un’importante categoria di personaggi: i
contadini, che affollano le strade di Milano in tempo di carestia. Come loro, protagonisti del capitolo sono i diversi gruppi sociali che compongono la popolazione della città, dagli strati più umili
a quelli dei governanti, contro i quali si rivolge la polemica di Manzoni. Sono presenti nella relazione importanti figure storiche (dal cardinale Richelieu al generale Wallenstein), mentre sono
del tutto assenti i personaggi della trama principale.
• Continua la dilatazione del tempo della narrazione. I fatti esposti ricoprono infatti quasi un
anno di storia: la carestia si estende dal novembre 1628 all’estate del ’29, le vicende della guerra e
la calata dei lanzichenecchi dal marzo all’autunno del 1629.
I temi
▼
• La trattazione sulla carestia e sulla guerra, oltre a illustrare gli interessi storici di Manzoni, è l’occasione per una costante e documentata polemica contro i governanti e i potenti, e si risolve in una
demistificazione, in una denuncia di falsi miti e falsi valori della storia: i governanti di Milano non
sanno gestire l’emergenza della carestia, e non intuiscono i gravissimi rischi che il passaggio degli
eserciti imperiali costituisce per il territorio e per la stessa città; i massimi responsabili della politica
europea attuano i loro piani e le loro strategie militari noncuranti delle realtà sociali e indifferenti ai
bisogni popolari, e per di più dimostrando incompetenza e irresponsabilità nelle loro stesse “arti”.
Le forme
• Il capitolo è condotto tutto sul piano della relazione oggettiva e storica, ricorrendo dunque a
un linguaggio prevalentemente scientifico e facendo riferimento costante a documenti e fonti
scritte contemporanee agli avvenimenti (dal Ripamonti al Tadino). La vivacità e il gusto narrativo del discorso nasce dall’intersecarsi fra sequenze descrittive ed espositive da una parte, e
sequenze argomentative dall’altra, cioè con interventi diretti e aneddotica da parte dell’Autore.
• Tanto rispetto ai giudizi su fatti e personaggi storici, quanto sui modi dell’esposizione, ha grande rilievo nel capitolo il ricorso all’ironia con cui il Narratore descrive gli irresponsabili comportamenti della popolazione e dei funzionari milanesi nell’imminenza
della carestia, e la supposta intelligenza diplomatica dei grandi statisti.
• Il finale del capitolo ripropone un interessante aspetto propriamente narrativo: la
creazione dell’aspettativa, con la descrizione dell’incombente e temuto arrivo dei lanzichenecchi dal punto di vista degli abitanti dei paesi minacciati.
487
488
Capitolo XXVIII
L’aggravarsi della
situazione sociale
nel milanese
▲
Il Narratore è polemico:
si tratta di un’abbondanza
solo apparente. Perché?
Dopo quella sedizione del giorno di san Martino e del seguente,1 parve 1
che l’abbondanza fosse tornata in Milano, come per miracolo. Pane in
quantità da tutti i fornai; il prezzo, come nell’annate migliori; le farine a
proporzione.2 Coloro che, in que’ due giorni, s’erano addati3 a urlare o
a far anche qualcosa di più, avevano ora (meno alcuni pochi stati presi)4 di
che lodarsi: e non crediate che se ne stessero,5 appena cessato quel primo
spavento delle catture. Sulle piazze, sulle cantonate, nelle bettole, era un
tripudio palese, un congratularsi e un vantarsi tra’ denti6 d’aver trovata la
maniera di far rinviliare7 il pane. In mezzo però alla festa e alla baldanza,
c’era (e come non ci starebbe stata?) un’inquietudine, un presentimento 10
che la cosa non avesse a durare. Assediavano i fornai e i farinaioli,8 come
già avevan fatto in quell’altra fattizia9 e passeggiera abbondanza prodotta
dalla prima tariffa d’Antonio Ferrer; tutti consumavano senza risparmio;
chi aveva qualche quattrino da parte, l’investiva in pane e in farine; facevan magazzino delle casse, delle botticine, delle caldaie.10 Così, facendo a
gara a goder del buon mercato presente, ne rendevano, non dico impossibile la lunga durata, che già lo era per sé, ma sempre più difficile anche
la continuazione momentanea. Ed ecco che, il 15 di novembre, Antonio
Ferrer, De orden de Su Excelencia,11 pubblicò una grida, con la quale, a
chiunque avesse granaglie o farine in casa, veniva proibito di comprarne 20
né punto né poco, e ad ognuno di comprar pane, per più che il bisogno di
due giorni, sotto pene pecuniarie e corporali, all’arbitrio di Sua Eccellenza;12 intimazione a chi toccava per ufizio, e a ogni persona, di denunziare i trasgressori;13 ordine a’ giudici, di far ricerche nelle case che potessero venir loro indicate; insieme però, nuovo comando a’ fornai di
tener le botteghe ben fornite di pane, sotto pena, in caso di mancamento,
di cinque anni di galera, et maggiore, all’ arbitrio di S. E. Chi sa immaginarsi una grida tale eseguita, deve avere una bella immaginazione; e
1. sedizione del giorno di san
Martino e del seguente: la ribellione
dell’11 e del 12 novembre, che si era
conclusa con l’assalto ai forni (cfr.
capp. XII e XIII).
2. a proporzione: nella stessa proporzione.
3. addati: accaniti, adoperati.
4. meno alcuni pochi stati presi:
tranne quei pochi che erano stati catturati.
5. se ne stessero: si accontentassero.
6. tra’ denti: sotto voce, senza farsi
notare.
7. rinviliare: far ribassare il prezzo.
8. farinaioli: venditori di farina.
9. fattizia: fittizia, artificiosa. L’Autore
si riferisce al provvedimento con cui
Antonio Ferrer aveva imposto che il
pane venisse venduto a un prezzo massimo (la meta) giusto e accessibile, ma
molto inferiore al costo reale del grano.
10. facevan magazzino … delle caldaie: riempivano di grano e di farina
Protagonista principale: il Seicento
Comincia ora la sezione più consistente di capitoli dedicati alla società del tempo,
sotto forma di veri e propri saggi storici. L’ambientazione storica e culturale dei
Promessi Sposi nel ’600 costituisce un elemento così significativo e determinante nella narrazione della storia privata di Renzo e Lucia da assumere, secondo
molti lettori accorti, un ruolo fondamentale, se non addirittura principale. Se ne
accorse subito, all’uscita della prima edizione nel 1827, il magistrato milanese
Paride Zajotti, che così commentò il romanzo sulla rivista “La biblioteca italiana”.
«I casi di Renzo e Lucia posson sembrare principali soltanto a chi vuole applicare a questo romanzo la solita norma: ma chi ben lo considera, tosto s’accorge che il primo scopo sta nel descrivere l’andamento della civile società
nel ducato di Milano sul cominciare del secolo decimosettimo. Questo è il
punto a cui tutte le fila convergono, di qui bisogna partire per trovare la spiegazione di tanti episodi, coi quali il Manzoni è digresso dalla sua storia».
(Paride Zajotti, 1827)
tutti i contenitori disponibili.
11. De orden de Su Excelencia: per
ordine di Sua Eccellenza: è la formula
ufficiale con cui cominciavano le gride.
12. all’arbitrio di Sua Eccellenza: a
discrezione del governatore.
13. intimazione … di denunziare i
trasgressori: con l’ordine di denunciare i trasgressori sia a quelli che dovevano farlo per dovere d’ufficio che ai
comuni cittadini.
Capitolo XXVIII
489
certo, se tutte quelle che si pubblicavano in quel tempo erano eseguite, il
ducato di Milano doveva avere almeno tanta gente in mare, quanta ne
possa avere ora la gran Bretagna.14
Sia com’esser si voglia,15 ordinando al fornai di far tanto pane, bisognava
anche fare in modo che la materia del pane non mancasse loro. S’era immaginato (come sempre in tempo di carestia rinasce uno studio di ridurre16 in pane de’ prodotti che d’ordinario si consumano sott’altra
forma), s’era, dico immaginato di far entrare il riso nel composto del
pane detto di mistura.17 Il 23 di novembre, grida che sequestra, agli ordini del vicario e de’ dodici di provvisione,18 la metà del riso vestito,19 (risone lo dicevano qui, e lo dicon tuttora) che ognuno possegga; pena a
40 chiunque ne disponga senza il permesso di que’ signori, la perdita della
derrata, e una multa di tre scudi per moggio. È, come ognun vede, la più
onesta.
Ma questo riso bisognava pagarlo, e un prezzo troppo sproporzionato20
da quello del pane. Il carico di supplire all’enorme differenza era stato imposto alla città; ma il Consiglio de’ decurioni, che l’aveva assunto per essa,
deliberò, lo stesso giorno 23 di novembre, di rappresentare21 al governatore l’impossibilità di sostenerlo più a lungo. E il governatore, con grida
del 7 di dicembre, fissò il prezzo del riso suddetto a lire dodici il moggio:
a chi ne chiedesse di più, come a chi ricusasse22 di vendere, intimò la per50 dita della derrata e una multa d’altrettanto valore, et maggior pena pecu- 䉰 Il carattere scientifico
niaria et ancora corporale sino alla galera, all’arbitrio di S. E., secondo la e saggistico del racconto è
sostenuto anche
qualità de’ casi et delle persone.
dalla citazione diretta
Al riso brillato era già stato fissato il prezzo prima della sommossa; come dei documenti storici.
probabilmente la tariffa o, per usare quella denominazione celeberrima
negli annali moderni, il maximum23 del grano e dell’altre granaglie più ordinarie sarà stato fissato con altre gride, che non c’è avvenuto di vedere.
Mantenuto così il pane e la farina a buon mercato in Milano, ne veniva di
conseguenza che dalla campagna accorresse gente a processione a comprarne. Don Gonzalo, per riparare a questo, come dice lui, inconve24
60 niente, proibì, con un’altra grida del 15 di dicembre, di portar fuori della
città pane, per più del valore di venti soldi; pena la perdita del pane me30
14. il ducato di Milano … la gran Bretagna: in modo ironico Manzoni sottolinea l’impossibilità di eseguire gli ordini
del governatore: se fossero stati arrestati
e condannati a remare sulle galere tutti i
trasgressori, il ducato di Milano avrebbe
avuto una flotta più consistente di quella della Gran Bretagna nel XIX secolo.
15. Sia com’esser si voglia: comunque sia, in ogni caso.
16. studio di ridurre: sforzo di trasformare.
17. mistura: fatta dalla mescolanza di
farine diverse.
18. dodici di provvisione: erano i
dodici nobili, scelti tra la magistratura
dei decurioni e presieduti dal vicario,
che avevano il compito di approvvigionare la città (cfr. cap. XII).
19. riso vestito: riso grezzo, non brillato, ancora rivestito del suo involucro.
20. troppo sproporzionato: troppo
superiore a quello con cui si metteva in
vendita il pane.
21. rappresentare: spiegare.
22. ricusasse: rifiutasse.
23. il maximum: il prezzo massimo
imposto per legge. Il termine fu largamente
utilizzato
durante
la
Rivoluzione francese: nel 1793
Robespierre impose il calmiere ai prezzi dei cereali per favorire l’alimentazione delle città a buon mercato.
24. inconveniente: don Gonzalo si mostra incapace di comprendere la gravità
della situazione e considera un semplice “inconveniente” il massiccio flusso di
contadini che, per la carestia, si spostano dalle campagne verso la città.
in altre parole
Dopo la rivolta, a Milano pane e farina tornarono a
buon prezzo, ma c’era il presentimento che la cosa
non sarebbe durata e chi aveva quattrini da parte
comprava questi alimenti e li conservava.
Cominciò così a scarseggiare la merce.
Il 15 novembre Antonio Ferrer pubblicò una
grida che proibiva di comprare più farina e pane
del necessario, ordinava a tutti di denunziare i
trasgressori e ai fornai di mantenere le botteghe
fornite di pane. Questo però era impossibile, per-
ché per fare il pane bisognava avere la farina.
Si pensò allora di mescolare il riso nel composto:
una grida ordinò a tutti di consegnare la metà
del riso in loro possesso e un’altra grida fissò il
prezzo e una serie di punizioni per chi chiedeva
di più.
Poiché a Milano i prodotti erano a buon mercato,
molta gente accorse dalla campagna e allora altre
gride proibirono di portare pane, farina e grano
fuori della città.
490
Capitolo XXVIII
▲
Il Narratore critica
i comportamenti del popolo
e dei governanti per la loro:
a) diplomazia e ambiguità
b) violenza
e contraddittorietà
c) violenza e inadeguatezza
desimo, e venticinque scudi, et in caso di inhabilità,25 di due tratti di corda
in pubblico, et maggior pena ancora, secondo il solito, all’arbitrio di S. E. Il
22 dello stesso mese (e non si vede perché così tardi) pubblicò un ordine
somigliante per le farine e per i grani.
La moltitudine aveva voluto far nascere l’abbondanza col saccheggio e
con l’incendio; il governo voleva mantenerla con la galera e con la corda.
I mezzi erano convenienti26 tra loro; ma cosa avessero a fare col fine, il
lettore lo vede: come valessero in fatto ad ottenerlo, lo vedrà a momenti.
È poi facile anche vedere, e non inutile l’osservare come tra quegli strani 70
provvedimenti ci sia però una connessione necessaria: ognuno era una
conseguenza inevitabile dell’antecedente, e tutti del primo, che fissava al
pane un prezzo così lontano dal prezzo reale, da quello cioè che sarebbe
risultato naturalmente dalla proporzione tra il bisogno e la quantità. Alla
moltitudine un tale espediente è sempre parso, e ha sempre dovuto parere, quanto conforme all’equità,27 altrettanto semplice e agevole a mettersi in esecuzione: è quindi cosa naturale che, nell’angustie e ne’ patimenti della carestia, essa lo desideri, l’implori e, se può, l’imponga. Di
mano in mano poi che le conseguenze si fanno sentire, conviene che coloro a cui tocca,28 vadano al riparo di ciascheduna, con una legge la quale 80
proibisca agli uomini di far quello a che eran portati dall’antecedente. Ci
si permetta d’osservar qui di passaggio una combinazione singolare. In
un paese e in un’epoca vicina, nell’epoca la più clamorosa e la più notabile della storia moderna,29 si ricorse, in circostanze simili, a simili espedienti (i medesimi, si potrebbe quasi dire, nella sostanza, con la sola differenza di proporzione, e a un di presso nel medesimo ordine)30 ad onta
de’ tempi tanto cambiati, e delle cognizioni cresciute31 in Europa, e in
quel paese forse più che altrove; e ciò principalmente perché la gran
massa popolare, alla quale quelle cognizioni non erano arrivate, poté far
prevalere a lungo il suo giudizio, e forzare, come colà si dice, la mano a 90
quelli che facevan la legge.
Così, tornando a noi, due erano stati, alla fin de’ conti, i frutti principali
25. in caso di inhabilità: nel caso
siano impossibilitati a pagare.
26. convenienti: corrispondenti, coerenti. La coerenza tra le violente imposizioni popolari e i coercitivi provvedimenti governativi sta nella loro inadeguatezza a risolvere la situazione e
nella loro irrazionalità, che lo spirito
illuminista del Manzoni non può che
condannare.
27. quanto conforme all’equità: in
quanto giusto.
28. coloro a cui tocca: i governanti.
29. In un paese … della storia
moderna: nella Francia tra il 1789 e
1799, nel momento più rivoluzionario
dell’epoca moderna.
30. a un di presso nel medesimo ordine: all’incirca nella stessa successione.
31. ad onta de’ tempi tanto cambiati, e delle cognizioni cresciute: nonostante fossero mutati i tempi e fossero
aumentate le conoscenze in campo
economico.
Le piaghe d’Egitto, a Milano e dintorni
Annunciata fin dalle prime pagine del libro (cfr. cap. IV, rr. 1-32), irrompe nella
storia la carestia. È il primo dei tre “flagelli” che devasteranno lo scenario e la
popolazione del romanzo, uno dietro l’altro, uno collegato all’altro: la carestia, la
guerra, la peste.
Le tre straordinarie disgrazie sociali vengono descritte nel loro concreto aspetto
storico, ma assumono anche il carattere di avvenimenti apocalittici e fatali, quasi
intervenissero per un imperscrutabile volere divino a stravolgere le vicende pubbliche e private, per portare e stabilire un nuovo ordine, un nuovo scenario.
Per questo, in simili occasioni, si usa l’immagine e l’espressione delle “piaghe d’Egitto”, il più antico e
autorevole esempio culturale di tale fenomeno nella tradizione religiosa occidentale. Nella Bibbia si legge
infatti che il patriarca ebreo Mosè, per liberare il suo popolo schiavizzato dal Faraone, scatenò contro
il popolo egiziano, e grazie all’intervento di Dio, dieci tremende “piaghe”: l’acqua mutata in sangue; l’invasione delle rane; l’invasione delle zanzare; l’invasione dei mosconi; la morte del bestiame; l’epidemia
di ulcere; la grandine; l’invasione delle cavallette; le tenebre perpetue; la strage dei primogeniti.
Capitolo XXVIII
491
della sommossa; guasto32 e perdita effettiva di viveri, nella sommossa
medesima; consumo, fin che durò la tariffa, largo, spensierato, senza misura, a spese di quel poco grano, che pur doveva bastare fino alla nuova
raccolta. A questi effetti generali s’aggiunga quattro disgraziati, impiccati
come capi del tumulto: due davanti al forno delle grucce, due in cima
della strada dov’era la casa del vicario di provvisione.
Del resto, le relazioni storiche di que’ tempi son fatte così a caso, che non
100 ci si trova neppur la notizia del come e del quando cessasse quella tariffa
violenta.33 Se, in mancanza di notizie positive, è lecito propor congetture,
noi incliniamo a credere che sia stata abolita poco prima o poco dopo il
24 di dicembre, che fu il giorno di quell’esecuzione. E in quanto alle
gride, dopo l’ultima che abbiam citata del 22 dello stesso mese, non ne
troviamo altre in materia di grasce;34 sian esse perite, o siano sfuggite alle
nostre ricerche, o sia finalmente35 che il governo, disanimato,36 se non 䉰 Gli stessi governanti non
ammaestrato dall’inefficacia di que’ suoi rimedi, e sopraffatto dalle cose, credono più nell’efficacia
le abbia abbandonate al loro corso. Troviamo bensì37 nelle relazioni di più delle leggi.
d’uno storico (inclinati, com’erano, più a descriver grand’avvenimenti che
38
110 a notarne le cagioni e il progresso) il ritratto del paese, e della città principalmente, nell’inverno avanzato e nella primavera, quando la cagion del
male,39 la sproporzione cioè tra i viveri e il bisogno, non distrutta, anzi
accresciuta da’ rimedi che ne sospesero temporariamente gli effetti, e
neppure da un’introduzione sufficiente di granaglie estere, alla quale
ostavano l’insufficienza40 de’ mezzi pubblici e privati, la penuria de’ paesi
circonvicini, la scarsezza, la lentezza e i vincoli del commercio, e le leggi
stesse tendenti a produrre e mantenere il prezzo basso, quando, dico, la
cagion vera della carestia, o per dir meglio, la carestia stessa operava
senza ritegno, e con tutta la sua forza. Ed ecco la copia di quel ritratto do120 loroso.
A ogni passo, botteghe chiuse; le fabbriche in gran parte deserte; le A Milano scoppia
strade, un indicibile41 spettacolo, un corso incessante di miserie, un sog- la carestia
giorno perpetuo di patimenti. Gli accattoni di mestiere,42 diventati ora il
minor numero, confusi e perduti in una nuova moltitudine, ridotti a litigar l’elemosina con quelli talvolta da cui in altri giorni l’avevan ricevuta.
32. guasto: distruzione.
33. tariffa violenta: il prezzo del pane
imposto con la forza dalla massa in
rivolta.
34. grasce: vettovaglie, viveri (dal latino volgare crassia, plurale del latino
classico crassum, grasso).
35. finalmente: alla fine.
36. disanimato: scoraggiato.
37. bensì: invece.
38. più a descriver grand’avvenimenti che a notarne le cagioni e il
progresso: la polemica di Manzoni si
rivolge a una storiografia che, intenta
solo a raccontare grandi eventi e azioni di singoli individui, non indaga sulle
cause dei fatti e non si occupa delle
conseguenze di questi sulla vita degli
“umili”.
39. la cagion del male: la vera causa
della carestia.
40. alla quale ostavano l’insufficienza: che era ostacolata dall’inadeguatezza.
41. indicibile: indescrivibile. Inizia il
tragico affresco manzoniano di una
città ridotta allo stremo dalla mancanza di cibo e dalle malattie, nella quale
la miseria travolge tutti, i più poveri
come coloro che prima della carestia
godevano di una situazione economica
sicura o addirittura privilegiata.
42. accattoni di mestiere: coloro che
già prima della crisi facevano i mendicanti.
in altre parole
Tutti quei provvedimenti erano una conseguenza
del primo, che fissava un prezzo del pane inferiore
a quello reale; al popolo, questo modo di risolvere
il problema è sempre apparso giusto, ma i governanti dovrebbero trovare dei rimedi man mano che
le conseguenze si fanno sentire.
Gli esiti della sommossa erano stati la distruzione di grano e il consumo eccessivo di quello che
doveva bastare fino al nuovo raccolto. Un’altra
conseguenza fu l’impiccagione di quattro
disgraziati condannati come capi del tumulto.
Dopo la loro uccisione fu abolito il prezzo massimo
del pane e non ci furono altre gride; ci furono invece relazioni di storici sulle condizioni della città,
nel periodo in cui la carestia operava con tutta la
sua forza.
A ogni passo c’erano botteghe e fabbriche abbandonate; le strade erano uno spettacolo di miseria e
di sofferenza; gli accattoni litigavano per l’elemosina. Si vedevano garzoni licenziati dai padroni...
Capitolo XXVIII
La triste “giustizia”
del flagello: tutte le classi
sociali subiscono i mali
della carestia.
䉰
492
Garzoni e giovani43 licenziati da padroni di bottega, che, scemato44 o
mancato affatto il guadagno giornaliero, vivevano stentatamente degli
avanzi e del capitale; de’ padroni stessi, per cui il cessar delle faccende45
era stato fallimento e rovina; operai, e anche maestri d’ogni manifattura e
d’ogn’arte, delle più comuni come delle più raffinate, delle più necessarie 130
come di quelle di lusso, vaganti di porta in porta, di strada in istrada, appoggiati alle cantonate, accovacciati sulle lastre, lungo le case e le chiese,
chiedendo pietosamente l’elemosina, o esitanti tra il bisogno e una vergogna non ancor domata, smunti, spossati, rabbrividiti dal freddo e dalla
fame ne’ panni logori e scarsi, ma che in molti serbavano46 ancora i segni
d’un’antica agiatezza; come nell’inerzia e nell’avvilimento, compariva non
so quale indizio d’abitudini operose e franche.47 Mescolati tra la deplorabile48 turba, e non piccola parte di essa, servitori licenziati da padroni caduti allora dalla mediocrità nella strettezza, o che quantunque facoltosissimi49 si trovavano inabili, in una tale annata, a mantenere quella solita 140
pompa50 di seguito. E a tutti questi diversi indigenti s’aggiunga un numero d’altri, avvezzi in parte a vivere del guadagno di essi: bambini,
donne, vecchi, aggruppati51 co’ loro antichi sostenitori, o dispersi in altre
parti all’accatto.52
C’eran pure, e si distinguevano ai ciuffi arruffati, ai cenci sfarzosi,53 o
anche a un certo non so che nel portamento e nel gesto, a quel marchio54
che le consuetudini stampano su’ visi, tanto più rilevato e chiaro, quanto
più sono strane, molti di quella genìa55 de’ bravi che, perduto, per la condizion comune, quel loro pane scellerato, ne andavan chiedendo per carità. Domati dalla fame, non gareggiando con gli altri che di preghiere, 150
spauriti, incantati,56 si strascicavan per le strade che avevano per tanto
tempo passeggiate57 a testa alta, con isguardo sospettoso e feroce, vestiti
di livree ricche e bizzarre, con gran penne, guarniti di ricche armi, attillati, profumati; e paravano58 umilmente la mano, che tante volte avevano
alzata insolente a minacciare, o traditrice a ferire.
Ma forse il più brutto e insieme il più compassionevole spettacolo erano i
43. Garzoni e giovani: apprendisti e
aiutanti.
44. scemato: ridotto.
45. faccende: affari.
46. serbavano: conservavano.
47. indizio d’abitudini operose e
franche: i segni di una vita laboriosa e
onesta.
48. deplorabile: miserevole.
49. facoltosissimi: ricchissimi.
50. solita pompa: abituale sfarzo.
51. aggruppati: insieme.
52. all’accatto: a chiedere l’elemosina.
53. si distinguevano ai ciuffi arruffati, ai cenci sfarzosi: i bravi, che si
distinguevano per il ciuffo e per gli abiti
un tempo eleganti. La tragedia che colpisce la popolazione assume una funzione livellatrice poiché pone nelle stesse condizioni oppressori e oppressi.
54. marchio: segno indelebile.
55. genìa: specie malvagia.
56. incantati: con lo sguardo perso nel
vuoto.
57. passeggiate: percorse.
58. paravano: stendevano. L’umile
gesto di richiesta d’aiuto da parte di
violenti prevaricatori sancisce il capovolgimento totale della normalità provocato dalla carestia.
Il prezzo della vita
Nel Seicento, il bilancio annuale di spese di una famiglia media (composta da cinque persone) era di circa
250 lire. Secondo le statistiche, erano così suddivise:
•
•
•
•
•
Pane, cerali, legumi
Ortaggi e frutta
Carne e latticini
Sale
Abitazione
lire 200
lire
2
lire
6
lire 13
lire
9
•
•
•
•
Imposte
Spese di culto e confraternite
Vestiario
Illuminazione e riscaldamento
lire
lire
lire
lire
3
5
6
6
Il bene d’uso primario, la spesa più significativa, era quella del pane: da questo possiamo comprendere
meglio la gravità della carestia di cui si parla nel romanzo.
Capitolo XXVIII
160
170
180
190
493
contadini, scompagnati,59 a coppie, a famiglie intere; mariti, mogli, con 䉰 È il tragico spettacolo
bambini in collo, o attaccati dietro le spalle, con ragazzi per la mano, con dell’“esodo”,
accompagna tutte
vecchi dietro. Alcuni che, invase e spogliate le loro case dalla soldatesca, che
le grandi calamità sociali.
alloggiata lì o di passaggio, n’eran fuggiti disperatamente; e tra questi ce
n’era di quelli che, per far più compassione, e come per distinzione di miseria,60 facevan vedere i lividi e le margini61 de’ colpi ricevuti nel difendere quelle loro poche ultime provvisioni,62 o scappando da una sfrenatezza63 cieca e brutale. Altri, andati esenti da quel flagello particolare, ma
spinti da que’ due da cui nessun angolo era stato immune, la sterilità e le
gravezze,64 più esorbitanti65 che mai per soddisfare a ciò che si chiamava
i bisogni della guerra, eran venuti, venivano alla città, come a sede antica
e ad ultimo asilo di ricchezza e di pia munificenza.66 Si potevan distinguere gli arrivati di fresco, più ancora che all’andare incerto e all’aria
nuova, a un fare maravigliato e indispettito di trovare una tal piena, una
tale rivalità di miseria, al termine dove avevan creduto di comparire67 oggetti singolari di compassione, e d’attirare a sé gli sguardi e i soccorsi. Gli
altri che da più o men tempo giravano e abitavano le strade della città, tenendosi ritti co’ sussidi ottenuti o toccati come in sorte, in una tanta
sproporzione tra i mezzi e il bisogno, avevan dipinta ne’ volti e negli atti
una più cupa e stanca costernazione.68 Vestiti diversamente, quelli che ancora si potevano dir vestiti; e diversi anche nell’aspetto: facce dilavate del
basso paese,69 abbronzate del pian di mezzo70 e delle colline, sanguigne di
montanari; ma tutte affilate e stravolte, tutte con occhi incavati, con
isguardi fissi, tra il torvo e l’insensato; arruffati i capelli, lunghe e irsute le
barbe: corpi cresciuti e indurati71 alla fatica, esausti ora dal disagio; raggrinzata la pelle sulle braccia aduste72 e sugli stinchi e sui petti scarniti,
che si vedevan di mezzo ai cenci scomposti. E diversamente, ma non
meno doloroso di questo aspetto di vigore abbattuto, l’aspetto d’una natura più presto vinta, d’un languore e d’uno sfinimento più abbandonato,
nel sesso e nell’età più deboli.73
Qua e là per le strade, rasente ai muri delle case, qualche po’ di paglia
pesta, trita e mista d’immondo ciarpume.74 E una tal porcheria era però
un dono e uno studio della carità; eran covili75 apprestati a qualcheduno
di que’ meschini, per posarci il capo la notte. Ogni tanto, ci si vedeva,
59. scompagnati: soli.
60. come per distinzione di miseria:
per rendere più visibile la loro miseria
rispetto a quella degli altri.
61. le margini: le cicatrici.
62. provvisioni: provviste.
63. sfrenatezza: violenza gratuita.
64. la sterilità e le gravezze: la mancanza di raccolto e le imposte.
65. esorbitanti: eccessive, insostenibili.
66. munificenza: generosità.
67. al termine dove avevan creduto
di comparire: nel luogo dove pensavano di apparire.
68. stanca costernazione: un abbattimento privo di speranze. Dopo la prostrazione fisica, la carestia comincia a
indebolire l’animo degli uomini,
togliendo loro ogni speranza.
69. facce dilavate del basso paese:
volti pallidi della pianura.
70. del pian di mezzo: della mezza
collina.
71. indurati: irrobustiti.
72. aduste: riarse dal sole.
73. nel sesso e nell’età più deboli:
donne, vecchi e bambini.
74. paglia pesta, trita e mista d’immondo ciarpume: paglia schiacciata e
mescolata a rifiuti di ogni genere. Il
crudo realismo dell’immagine rimanda
al lettore la condizione ormai animalesca nella quale gli abitanti sopravvivono.
75. covili: giacigli, ma il termine evoca
più l’esistenza degli animali che quella
degli uomini (cfr. nota precedente).
in altre parole
... che vivevano degli avanzi; operai e artigiani che
chiedevano l’elemosina, servitori licenziati e un
gran numero di bambini, donne e vecchi.
Si distinguevano per gli sfarzosi abiti consumati
i bravi, che chiedevano la carità, ma lo spettacolo più pietoso erano i contadini: alcuni erano
fuggiti dai soldati e per fare compassione
mostravano le ferite; altri che, spinti dalla carestia e dalle tasse, erano venuti in città pensando
a un luogo ricco, erano meravigliati di trovare
tanta miseria.
Quelli che giravano da tempo per le strade della
città avevano la disperazione dipinta nei volti e nei
gesti. Tutti erano magri e stravolti, con gli occhi
incavati, gli sguardi fissi, i capelli arruffati, le barbe
lunghe e irsute, i corpi esausti, la pelle rugosa.
Vicino ai muri delle case, si vedevano i giacigli per
la notte fatti di paglia mista a immondizia.
494
Capitolo XXVIII
Il lessico usato
in queste righe è:
a) realistico
b) macabro
▲
Nelle situazioni di dramma
sociale, risalta sempre
in positivo il ceto
degli ecclesiastici.
anche di giorno, giacere o sdraiarsi taluno a cui la stanchezza o il digiuno
aveva levate le forze e tronche76 le gambe: qualche volta quel tristo letto
portava un cadavere: qualche volta si vedeva uno cader come un cencio
all’improvviso, e rimaner cadavere sul selciato.
Accanto a qualcheduno di que’ covili, si vedeva pure chinato qualche passeggiero o vicino, attirato da una compassion subitanea. In qualche luogo
appariva un soccorso ordinato con più lontana previdenza,77 mosso da
una mano ricca di mezzi, e avvezza a beneficare in grande; ed era la
mano del buon Federigo.
Aveva scelto sei preti ne’ quali una carità viva e perseverante fosse accom- 200
pagnata e servita da una complessione robusta;78 gli aveva divisi in coppie,
e ad ognuna assegnata una terza parte della città da percorrere con dietro
facchini carichi di vari cibi, d’altri più sottili e più pronti ristorativi,79 e di
vesti. Ogni mattina, le tre coppie si mettevano in istrada da diverse parti,
s’avvicinavano a quelli che vedevano abbandonati per terra, e davano a ciascheduno aiuto secondo il bisogno. Taluno già agonizzante e non più in
caso di ricevere alimento, riceveva gli ultimi soccorsi e le consolazioni della
religione. Agli affamati dispensavano minestra, ova, pane, vino; ad altri,
estenuati da più antico digiuno, porgevano consumati, stillati,80 vino più
generoso, riavendoli prima, se faceva di bisogno, con cose spiritose.81 In- 210
sieme, distribuivano vesti alle nudità più sconce e più dolorose.
Né qui finiva la loro assistenza: il buon pastore aveva voluto che, almeno
dov’essa poteva arrivare, recasse un sollievo efficace e non momentaneo.
Ai poverini a cui quel primo ristoro avesse rese forze bastanti per reggersi
e per camminare, davano un po’ di danaro, affinché il bisogno rinascente
e la mancanza d’altro soccorso non li rimettesse ben presto nello stato di
prima; agli altri cercavano ricovero e mantenimento, in qualche casa
delle più vicine. In quelle de’ benestanti, erano per lo più ricevuti per carità, e come raccomandati dal cardinale; in altre, dove alla buona volontà
mancassero i mezzi, chiedevan que’ preti che il poverino fosse ricevuto a 220
dozzina,82 fissavano il prezzo, e ne sborsavan subito una parte a conto.
Davano poi, di questi ricoverati, la nota83 ai parrochi, acciocché li visitassero; e tornavano essi medesimi a visitarli.
䉰
76. tronche: spezzate, infiacchite (dal
verbo “troncare”).
77. lontana previdenza: previsione
lungimirante. L’intervento caritatevole
di Federigo Borromeo si distingue per
la sua razionalità e supplisce, come è
possibile, l’assenza dello stato.
78. complessione robusta: corporatura forte.
79. più sottili … ristorativi: sostanze
più liquide e di più immediato effetto.
80. consumati, stillati: brodi ristretti
(corrisponde al francese consommè) e
tonici rinforzanti.
Morire di fame e di sete
La carestia si verifica ogni volta che in una regione o
in un paese vengono a mancare viveri sufficienti a
garantire la sopravvivenza della popolazione, come
accadde appunto nel milanese negli anni in cui si svolge la nostra storia. Si tratta di un fenomeno quasi
scomparso in Europa (l’ultima carestia di grandi proporzioni fu quella del 1921 in Russia), ma che flagella ancora molte zone della Terra. Le cause sono sempre le stesse: negative contingenze naturali, malgoverno, epidemie, guerre. Le conseguenze sono sempre le stesse: morti per fame, sete, malattia. Le vittime principali sono sempre le stesse: i più deboli, i più
poveri, i più fragili come i bambini. Ecco due esempi di
drammatica attualità, da notizie di agenzia di stampa.
81. cose spiritose: bevande a base alcolica per rianimare i più deboli.
82. fosse ricevuto a dozzina: fosse
alloggiato a pagamento.
83. la nota: l’elenco.
Dafur, Sudan
Roma, 20 maggio 2004 Secondo una recente indagine condotta da Medici Senza
Frontiere in Darfur (Sudan
occidentale), sulla regione
incombe la minaccia di una
carestia. Lo studio mostra
tassi di mortalità e malnutrizione pericolosamente alti,
con un rapido deterioramento
della situazione alimentare.
Già si registrano alti livelli di
mortalità e malnutrizione – e
l’intera popolazione vacilla
sull’orlo di una carestia di
proporzioni enormi. Lo studio
ha trovato che circa il 5% dei
bambini sotto i cinque anni
sono morti durante gli ultimi tre mesi.
Corea del Nord
Allarme carestia per il 2005
I
l Paese resta in una gravissima situazione di carestia:
per il 2005 mancano 500mila tonnellate di cibo, ovvero
oltre sei milioni di persone (un quarto della popolazione)
potranno essere ridotte alla fame se tale deficit non verrà
colmato grazie agli aiuti stranieri.
Non c’è bisogno di dire che Federigo non ristringeva le sue cure a questa
estremità di patimenti,84 né l’aveva aspettata per commoversi. Quella carità ardente e versatile doveva tutto sentire,85 in tutto adoprarsi, accorrere
dove non aveva potuto prevenire, prender, per dir così, tante forme, in
quante variava il bisogno. Infatti, radunando tutti i suoi mezzi, rendendo
più rigoroso il risparmio, mettendo mano a risparmi destinati ad altre li86
230 beralità, divenute ora d’un’importanza troppo secondaria, aveva cercato
ogni maniera di far danari, per impiegarli tutti in soccorso degli affamati.
Aveva fatte gran compre di granaglie, e speditane una buona parte ai luoghi della diocesi, che n’eran più scarsi; ed essendo il soccorso troppo inferiore al bisogno, mandò anche del sale, «con cui,» dice, raccontando la
cosa, il Ripamonti, «l’erbe del prato e le cortecce degli alberi si convertono in cibo.»87 Granaglie pure e danari aveva distribuiti ai parrochi della
città; lui stesso la visitava, quartiere per quartiere, dispensando elemosine; soccorreva in segreto molte famiglie povere; nel palazzo arcivescovile, come attesta uno scrittore contemporaneo, il medico Alessandro Ta88
240 dino, in un suo Ragguaglio che avremo spesso occasion di citare
andando avanti, si distribuivano ogni mattina due mila scodelle di minestra di riso.
Ma questi effetti di carità, che possiamo certamente chiamar grandiosi,
quando si consideri che venivano da un sol uomo e dai soli suoi mezzi
(giacché Federigo ricusava, per sistema, di farsi dispensatore delle liberalità altrui);89 questi, insieme con le liberalità d’altre mani private, se non
così feconde, pur numerose; insieme con le sovvenzioni che il Consiglio
de’ decurioni aveva decretate, dando al tribunal di provvisione l’incombenza di distribuirle; erano ancor poca cosa in paragone del bisogno.
250 Mentre ad alcuni montanari vicini a morir di fame, veniva, per la carità
del cardinale, prolungata la vita, altri arrivavano a quell’estremo; i primi,
finito quel misurato soccorso, ci ricadevano; in altre parti, non dimenticate, ma posposte, come meno angustiate,90 da una carità costretta a scegliere, l’angustie divenivan mortali; per tutto si periva, da ogni parte s’accorreva alla città. Qui, due migliaia, mettiamo, d’affamati più robusti ed
esperti a superar la concorrenza e a farsi largo, avevano acquistata una
minestra, tanto da non morire in quel giorno; ma più altre migliaia rimanevano indietro, invidiando quei, diremo noi, più fortunati, quando, tra i
rimasti indietro, c’erano spesso le mogli, i figli, i padri loro? E mentre in
84. non ristringeva le sue cure a
questa estremità di patimenti: non
limitava il suo intervento alle situazioni estreme.
85. doveva tutto sentire: si accorgeva
di tutto.
86. altre liberalità: altre forme di
carità.
87. «con cui … si convertono in
cibo»: la citazione, che rispecchia la
gravità della situazione con la gente
costretta a cibarsi di erbe e cortecce
salate, è presa dal trattato Historia
Patria (V, libro VI) di Giovanni
Ripamonti, lo storico milanese che
costituisce per Manzoni la principale
fonte sulla vita sociale del ’600.
88. Alessandro Tadino: medico milanese (1580-1661) che fece parte del
Tribunale della sanità.
495
▲
Capitolo XXVIII
La carità del cardinale
si realizza in molti modi;
quali?
89. ricusava, per sistema, di farsi
dispensatore delle liberalità altrui:
evitava, per principio e come sistema
di comportamento, di distribuire le
donazioni altrui.
90. in altre parti, non dimenticate,
ma posposte, come meno angustiate:
in altri luoghi dove le condizioni erano
meno drammatiche e che venivano visitati in un secondo momento.
in altre parole
Ogni tanto qualcuno si sdraiava per la stanchezza
o moriva all’improvviso.
Per soccorrere i bisognosi, Federigo Borromeo
aveva scelto sei preti, li aveva divisi in coppie e a
ognuna aveva assegnata una parte della città da
percorrere con cibi e vesti. A quelli che avevano la
forza per camminare davano un po’ di danaro, per
gli altri cercavano ricovero in qualche casa vicina.
Federigo non limitava le sue cure alle situazioni
estreme: per il soccorso degli affamati aveva comprato grano e sale e lo aveva spedito nei luoghi più
poveri della diocesi; aveva distribuito grano e denaro ai parroci della città; dava elemosine e soccorreva in segreto molte famiglie; nel palazzo arcivescovile si distribuivano ogni mattina duemila scodelle
di minestra di riso.
Ma questa carità, grandiosa per un solo uomo, era
ancora poco rispetto al bisogno. Dappertutto si moriva.
496
Capitolo XXVIII
▲
L’amara considerazione
critica:
a) la stoltezza umana
b) la fatalità del destino
c) la violenza
alcune parti della città, alcuni di quei più abbandonati e ridotti all’estremo venivan levati di terra, rianimati, ricoverati e provveduti per qualche tempo; in cent’altre parti, altri cadevano, languivano o anche spiravano, senza aiuto, senza refrigerio.91
Tutto il giorno, si sentiva per le strade un ronzìo confuso di voci supplichevoli: la notte, un susurro di gemiti, rotto di quando in quando da alti
lamenti scoppiati all’improvviso, da urli, da accenti profondi d’invocazione, che terminavano in istrida acute.
È cosa notabile che, in un tanto eccesso di stenti, in una tanta varietà
di querele,92 non si vedesse mai un tentativo, non iscappasse mai un grido di
sommossa: almeno non se ne trova il minimo cenno. Eppure, tra coloro
che vivevano e morivano in quella maniera, c’era un buon numero d’uomini educati a tutt’altro che a tollerare; c’erano a centinaia, di que’ medesimi che, il giorno di san Martino, s’erano tanto fatti sentire. Né si può
pensare che l’esempio de’ quattro disgraziati che n’avevan portata la
pena93 per tutti, fosse quello che ora li tenesse tutti a freno: qual forza poteva avere, non la presenza, ma la memoria de’ supplizi sugli animi d’una
moltitudine vagabonda e riunita, che si vedeva come condannata a un
lento supplizio, che già lo pativa? Ma noi uomini siam in generale fatti
così: ci rivoltiamo sdegnati e furiosi contro i mali mezzani,94 e ci curviamo in silenzio sotto gli estremi; sopportiamo, non rassegnati ma stupidi, il colmo95 di ciò che da principio avevamo chiamato insopportabile.
Il vòto96 che la mortalità faceva ogni giorno in quella deplorabile moltitudine, veniva ogni giorno più che riempito: era un concorso97 continuo,
prima da’ paesi circonvicini, poi da tutto il contado, poi dalle città dello
stato, alla fine anche da altre. E intanto, anche da questa partivano ogni
giorno antichi abitatori; alcuni per sottrarsi alla vista di tante piaghe;
altri, vedendosi, per dir così, preso il posto da’ nuovi concorrenti d’accatto, uscivano a un’ultima disperata prova di chieder soccorso altrove,
dove si fosse, dove almeno non fosse così fitta e così incalzante la folla e
la rivalità del chiedere. S’incontravano nell’opposto viaggio questi e que’
pellegrini, spettacolo di ribrezzo gli uni agli altri, e saggio doloroso, augurio98 sinistro del termine a cui gli uni e gli altri erano incamminati. Ma
91. senza refrigerio: senza soccorso.
92. querele: lamenti.
93. n’avevan portata la pena: avevano pagato per tutti; si riferisce ai
quattro rivoltosi arrestati e impiccati.
L’anno terribile
94. mali mezzani: sofferenze di media
intensità.
95. il colmo: il massimo.
96. Il vòto: il vuoto, la diminuzione
degli abitanti causata dal gran numero
di morti.
97. un concorso: un’affluenza.
98. augurio: presagio.
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Capitolo XXVIII
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seguitavano ognuno la sua strada, se non più per la speranza di mutar
sorte, almeno per non tornare sotto un cielo divenuto odioso, per non rivedere i luoghi dove avevan disperato. Se non che taluno, mancandogli
affatto le forze, cadeva per la strada, e rimaneva lì morto: spettacolo
ancor più funesto ai suoi compagni di miseria, oggetto d’orrore, forse di
rimprovero agli altri passeggieri. «Vidi io,» scrive il Ripamonti, «nella 䉰 L’aneddoto di cronaca
strada che gira le mura, il cadavere d’una donna... Le usciva di bocca del- accentua il realismo
l’erba mezza rosicchiata, e le labbra facevano ancora quasi un atto di e l’interesse dell’esposizione
storica.
sforzo rabbioso... Aveva un fagottino in ispalla, e attaccato con le fasce al
petto un bambino, che piangendo chiedeva la poppa... Ed erano sopraggiunte persone compassionevoli, le quali, raccolto il meschinello di terra,
lo portavan via, adempiendo così intanto il primo ufizio materno.»
Quel contrapposto di gale e di cenci, di superfluità e di miseria, spettacolo
ordinario de’ tempi ordinari, era allora affatto99 cessato. I cenci e la miseria eran quasi per tutto; e ciò che se ne distingueva, era appena un’apparenza di parca100 mediocrità. Si vedevano i nobili camminare in abito
semplice e dimesso, o anche logoro e gretto; alcuni, perché le cagioni comuni della miseria avevan mutata a quel segno anche la loro fortuna, o
dato il tracollo a patrimoni già sconcertati:101 gli altri, o che temessero di
provocare col fasto la pubblica disperazione, o che si vergognassero d’insultare alla pubblica calamità.102 Que’ prepotenti odiati e rispettati, soliti
a andar in giro con uno strascico di bravi, andavano ora quasi soli, a capo
basso, con visi che parevano offrire e chieder pace. Altri che, anche nella
prosperità, erano stati di pensieri più umani, e di portamenti più modesti,
parevano anch’essi confusi, costernati, e come sopraffatti dalla vista continua d’una miseria che sorpassava, non solo la possibilità del soccorso,
ma direi quasi, le forze della compassione. Chi aveva il modo di far qualche elemosina, doveva però fare una trista scelta tra fame e fame, tra urgenze e urgenze. E appena si vedeva una mano pietosa avvicinarsi alla
mano d’un infelice, nasceva all’intorno una gara d’altri infelici; coloro a
cui rimaneva più vigore, si facevano avanti a chieder con più istanza; gli
estenuati, i vecchi, i fanciulli, alzavano le mani scarne; le madri alzavano
e facevan veder da lontano i bambini piangenti, mal rinvoltati103 nelle
fasce cenciose, e ripiegati per languore104 nelle loro mani.
Così passò l’inverno e la primavera: e già da qualche tempo il tribunale Mendicanti e
della sanità andava rappresentando a quello della provvisione il pericolo malati vengono
del contagio, che sovrastava alla città, per tanta miseria ammontata105 in rinchiusi nel
ogni parte di essa; e proponeva che gli accattoni venissero raccolti in di- lazzaretto
versi ospizi. Mentre si discute questa proposta, mentre s’approva, mentre
si pensa ai mezzi, ai modi, ai luoghi, per mandarla ad effetto, i cadaveri
99. affatto: del tutto.
100. parca: modesta, sobria.
101. sconcertati: poco solidi, dissestati.
102. o che temessero … alla pubbli-
ca calamità: o perché avevano paura
che il loro lusso provocasse la reazione
dei disperati o perché non volevano
offendere le disgrazie altrui con l’esibizione del proprio benessere.
103. mal rinvoltati: avvolti malamente.
104. languore: debolezza.
105. ammontata: ammucchiata.
in altre parole
Per le strade, di giorno, si sentivano voci supplichevoli, di notte gemiti interrotti da lamenti e da urli.
Ogni giorno arrivava gente dai paesi vicini e ogni
giorno dalla città partivano abitanti che facevano
un ultimo disperato tentativo di chiedere soccorso
altrove.
Ognuno seguiva la sua strada, ma qualcuno cadeva
morto senza forze ed era uno spettacolo ancora più
funesto per i suoi compagni.
A un certo punto la miseria era quasi dappertutto e
chi poteva fare qualche elemosina doveva scegliere
tra fame e fame; coloro a cui rimaneva più forza, si
facevano avanti a chiedere; i vecchi, i fanciulli alzavano le mani scarne, le madri facevano vedere da
lontano i bambini piangenti.
Così passò l’inverno e la primavera e aumentò il
pericolo di malattie.
Capitolo XXVIII
La dettagliata descrizione
del lazzaretto sottintende
l’importanza di questo
luogo nel proseguimento
dell’opera.
䉰
498
crescono nelle strade ogni giorno più; a proporzion di tutto l’altro ammasso di miserie. Nel tribunale di provvistone vien proposto, come più
facile e più speditivo,106 un altro ripiego, di radunar tutti gli accattoni,
sani e infermi, in un sol luogo, nel lazzeretto,107 dove fosser mantenuti e
curati a spese del pubblico; e così vien risoluto, contro il parere della Sanità, la quale opponeva che, in una così gran riunione, sarebbe cresciuto
il pericolo a cui si voleva metter riparo.
Il lazzeretto di Milano (se, per caso, questa storia capitasse nelle mani di 340
qualcheduno che non lo conoscesse, né di vista né per descrizione) è un
recinto quadrilatero e quasi quadrato, fuori della città, a sinistra della
porta detta orientale, distante dalle mura lo spazio della fossa, d’una
strada di circonvallazione, e d’una gora108 che gira il recinto medesimo. I
due lati maggiori son lunghi a un di presso cinquecento passi; gli altri
due, forse quindici meno; tutti, dalla parte esterna, son divisi in piccole
stanze d’un piano solo; di dentro gira intorno a tre di essi un portico continuo a volta, sostenuto da piccole e magre colonne.
Le stanzine eran dugent’ottantotto, o giù di lì: a’ nostri giorni, una grande
apertura fatta nel mezzo, e una piccola, in un canto della facciata del lato 350
che costeggia la strada maestra, ne hanno portate via non so quante.109 Al
tempo della nostra storia, non c’eran che due entrature;110 una nel mezzo
del lato che guarda le mura della città, l’altra di rimpetto, nell’opposto.
Nel centro dello spazio interno, c’era, e c’è tutt’ora, una piccola chiesa ottangolare.
La prima destinazione di tutto l’edifizio, cominciato nell’anno 1489, co’
danari d’un lascito privato, continuato poi con quelli del pubblico e d’altri testatori e donatori, fu, come l’accenna il nome stesso, di ricoverarvi,
all’occorrenza, gli ammalati di peste; la quale, già molto prima di quell’epoca, era solita, e lo fu per molto tempo dopo, a comparire quelle due, 360
quattro, sei, otto volte per secolo, ora in questo, ora in quel paese d’Europa, prendendone talvolta una gran parte, o anche scorrendola tutta,
per il lungo e per il largo. Nel momento di cui parliamo, il lazzeretto non
106. speditivo: sbrigativo.
107. lazzeretto: era un luogo di isolamento per il ricovero di ammalati incurabili e ritenuti pericolosi per la contagiosità del loro male. Il termine deriva
dal nome dell’isola veneziana S. Maria
di Nazareth (così chiamata dall’omonimo monastero), dove nel 1423 venne
istituito un luogo di quarantena per
Il lazzaretto
Così appariva l’entrata del
lazzaretto di Milano, ancora a metà dell’Ottocento.
L’intero edificio venne venduto nel 1881 alla Banca
di Credito di Milano, e
abbattuto nel decennio
successivo per la costruzione di case popolari.
accogliere i reduci di Terrasanta affetti
da malattie contagiose; alla parola si è
poi sovrapposto il nome di san Lazzaro,
protettore degli appestati. Il lazzaretto
di Milano fu fondato nel 1489, nella
zona compresa tra l’attuale corso
Buenos Aires, viale Vittorio Veneto, via
San Gregorio e via Lazzaretto, fu portato a termine nel 1630 e demolito nella
seconda metà dell’800.
108. gora: canale.
109. a’ nostri giorni … non so
quante: nel momento in cui l’Autore
scrive era cominciata la demolizione
dell’edificio, che aveva fatto sparire
una parte delle stanze riservate ai malati.
110. entrature: ingressi.
Capitolo XXVIII
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serviva che per deposito delle mercanzie soggette a contumacia.111
Ora, per metterlo in libertà,112 non si stette al rigor delle leggi sanitarie, e
fatte in fretta in fretta le purghe113 e gli esperimenti prescritti, si rilasciaron tutte le mercanzie a un tratto. Si fece stender della paglia in tutte le
stanze, si fecero provvisioni di viveri, della qualità e nella quantità che si
potè; e s’invitarono, con pubblico editto, tutti gli accattoni a ricoverarsi lì.
Molti vi concorsero volontariamente; tutti quelli che giacevano infermi
per le strade e per le piazze, ci vennero trasportati; in pochi giorni, ce ne
fu, tra gli uni e gli altri, più di tre mila. Ma molti più furon quelli che
restaron fuori. O che ognun di loro aspettasse di veder gli altri andarsene, e
di rimanere in pochi a goder l’elemosine della città; o fosse quella natural
ripugnanza alla clausura, o quella diffidenza de’ poveri per tutto ciò che
vien loro proposto da chi possiede le ricchezze e il potere (diffidenza
sempre proporzionata all’ignoranza comune di chi la sente e di chi l’ispira, al numero de’ poveri, e al poco giudizio delle leggi),114 o il saper di
fatto quale fosse in realtà il benefizio offerto, o fosse tutto questo insieme,
o che altro, il fatto sta che la più parte, non facendo conto dell’invito, continuavano a strascicarsi stentando per le strade. Visto ciò, si credé bene di
passar dall’invito alla forza. Si mandarono in ronda birri che cacciassero 䉰 La violenza è presente
gli accattoni al lazzeretto, e vi menassero115 legati quelli che resistevano; sempre e comunque
per ognun de’ quali fu assegnato a coloro il premio di dieci soldi: ecco se, negli avvenimenti sociali.
anche nelle maggiori strettezze, i danari del pubblico si trovan sempre,
per impiegarli a sproposito. E quantunque, com’era stata congettura, anzi
intento espresso della Provvisione, un certo numero d’accattoni sfrattasse116 dalla città, per andare a vivere o a morire altrove, in libertà almeno; pure la caccia fu tale che, in poco tempo, il numero de’ ricoverati,
tra ospiti e prigionieri, s’accostò a dieci mila.
Le donne e i bambini, si vuol supporre che saranno stati messi in quartieri separati, benché le memorie del tempo non ne dican nulla. Regole
poi e provvedimenti per il buon ordine, non ne saranno certamente mancati; ma si figuri ognuno qual ordine potesse essere stabilito e mantenuto,
in que’ tempi specialmente e in quelle circostanze, in una così vasta e
varia riunione, dove coi volontari si trovavano i forzati;117 con quelli per
cui l’accatto era una necessità, un dolore, una vergogna, coloro di cui era
il mestiere; con molti cresciuti nell’onesta attività de’ campi e dell’officine,
molti altri educati nelle piazze, nelle taverne, ne’ palazzi de’ prepotenti, all’ozio, alla truffa, allo scherno, alla violenza.
Come stessero poi tutti insieme d’alloggio e di vitto, si potrebbe tristamente congetturarlo, quando non n’avessimo notizie positive; ma le ab-
111. soggette a contumacia: sottoposte a quarantena. Erano le merci che
provenivano da paesi colpiti da malattie contagiose.
112. metterlo in libertà: svuotarlo,
sgomberarlo.
113. le purghe: la disinfestazione.
114. diffidenza … delle leggi:
Manzoni individua nell’ignoranza dell’intera società e nell’irrazionalità delle
leggi la causa principale della diffidenza e della resistenza popolare all’attua-
zione dei provvedimenti decisi dai
potenti.
115. vi menassero: vi conducessero.
116. sfrattasse: si allontanasse.
117. i forzati: coloro che erano stati
portati al lazzaretto con la forza.
in altre parole
Allora il tribunale di provvisione decise di radunare tutti nel lazzaretto, un recinto separato dalla
città, con duecentottantotto stanze, due ingressi e
una piccola chiesa al centro.
Il lazzaretto serviva come deposito di merci sottoposte a quarantena: fecero una veloce disinfestazione,
tolsero le merci, misero paglia nelle stanze, fecero
provvista di viveri e invitarono lì tutti gli accattoni.
Molti vi andarono volontariamente e i malati vennero
trasportati: in pochi giorni ce ne furono più di tremila.
Molti però restarono fuori o perché speravano di
rimanere in pochi a chiedere l’elemosina o per
paura di essere richiusi o per diffidenza nei confronti dei potenti.
Allora gli sbirri portarono via con la forza gli accattoni che resistevano e per ognuno che veniva preso
furono assegnati dieci soldi. La caccia fu tale che,
in poco tempo, il numero dei ricoverati arrivò a diecimila.
500
Capitolo XXVIII
▲
Riassumi le principali
cause di mortalità.
biamo. Dormivano ammontati a venti a trenta per ognuna di quelle cellette, o accovacciati sotto i portici, sur un po’ di paglia putrida e fetente, o
sulla nuda terra: perché, s’era bensì ordinato che la paglia fosse fresca e a
sufficienza, e cambiata spesso; ma in effetto118 era stata cattiva, scarsa, e
non si cambiava. S’era ugualmente ordinato che il pane fosse di buona
qualità: giacché, quale amministratore ha mai detto che si faccia e si dispensi roba cattiva? ma ciò che non si sarebbe ottenuto nelle circostanze
solite, anche per un più ristretto servizio, come ottenerlo in quel caso, e 410
per quella moltitudine? Si disse allora, come troviamo nelle memorie, che
il pane del lazzeretto fosse alterato con sostanze pesanti e non nutrienti:
ed è pur troppo credibile che non fosse uno di que’ lamenti in aria.119
D’acqua perfino c’era scarsità; d’acqua, voglio dire, viva e salubre: il pozzo
comune, doveva esser la gora che gira le mura del recinto, bassa, lenta,
dove anche motosa,120 e divenuta poi quale poteva renderla l’uso e la vicinanza d’una tanta e tal moltitudine.
A tutte queste cagioni di mortalità, tanto più attive, che operavano sopra
corpi ammalati o ammalazzati,121 s’aggiunga una gran perversità della
stagione; piogge ostinate, seguite da una siccità ancor più ostinata, e con 420
essa un caldo anticipato e violento. Ai mali s’aggiunga il sentimento122 de’
mali, la noia e la smania della prigionia, la rimembranza dell’antiche abitudini, il dolore di cari perduti, la memoria inquieta di cari assenti, il tormento e il ribrezzo vicendevole, tant’altre passioni d’abbattimento o di
rabbia, portate o nate là dentro; l’apprensione poi e lo spettacolo continuo
della morte resa frequente da tante cagioni, e divenuta essa medesima
una nuova e potente cagione. E non farà stupore che la mortalità crescesse e regnasse in quel recinto a segno123 di prendere aspetto e, presso
molti, nome di pestilenza: sia che la riunione e l’aumento di tutte quelle
cause non facesse che aumentare l’attività d’un’influenza puramente epi- 430
demica; sia (come par che avvenga nelle carestie anche men gravi e men
prolungate di quella) che vi avesse luogo un certo contagio, il quale ne’
corpi affetti e preparati dal disagio e dalla cattiva qualità degli alimenti,
dall’intemperie, dal sudiciume, dal travaglio e dall’avvilimento trovi la
tempera,124 per dir così, e la stagione sua propria, le condizioni necessarie
in somma per nascere, nutrirsi e moltiplicare (se a un ignorante è lecito
118. in effetto: in realtà.
119. lamenti in aria: chiacchiere
prive di fondamento.
120. motosa: fangosa.
121. ammalazzati: malaticci.
122. il sentimento: la consapevolezza.
Oltre all’oggettiva sofferenza fisica, i
ricoverati del lazzaretto soffrono per la
coscienza della loro tragica condizione.
123. a segno: al punto.
124. la tempera: il terreno adatto.
I gemiti dei malati
«Durante il giorno per l’essere vista, durante la notte con l’ululato e il gridare aiuto questa turba infelice accresceva le pene della città». Così descrive
la gente derelitta per le strade di Milano lo storico Ripamonti, principale fonte
di Manzoni nella descrizione della carestia e poi della peste. Il suono, la voce
della sofferenza dei mendicanti e dei malati fa da “colonna sonora” allo spettacolo di desolazione e morte, in un coro che li accomuna. Di fronte alla carestia (sarà diverso nel caso della peste), Manzoni si pone infatti come scopo
principale quello di riportare i patimenti della gente in un ambito di pietà e di
solidarietà, al di là delle critiche per i suoi comportamenti irrazionali.
«In una Milano oppressa dalla carestia ci sono i nuovi e i vecchi mendichi, i contadini e i montanari, i garzoni, gli operai, i servitori e i padroni; non c’è tra di loro
interlocuzione, e anzi si creano anche situazioni di rivalità nell’accattonaggio; ma
il narratore è in grado di evocare un quadro caratterizzato dal senso di un comune soffrire, anche al di là degli intenti dei sofferenti». (Vincenzo Di Benedetto)
Capitolo XXVIII
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501
buttar là queste parole, dietro l’ipotesi proposta da alcuni fisici125 e riproposta da ultimo, con molte ragioni e con molta riserva, da uno, diligente
quanto ingegnoso):126 sia poi che il contagio scoppiasse da principio nel
lazzeretto medesimo, come, da un’oscura e inesatta relazione, par che
pensassero i medici della Sanità; sia che vivesse e andasse covando prima
d’allora (ciò che par forse più verisimile, chi pensi come il disagio era già
antico e generale, la mortalità già frequente), e che portato in quella folla
permanente, vi si propagasse con nuova e terribile rapidità. Qualunque
di queste congetture sia la vera, il numero giornaliero de’ morti nel lazzeretto oltrepassò in poco tempo il centinaio.
Mentre in quel luogo tutto il resto era languore, angoscia, spavento, rammarichìo,127 fremito, nella Provvisione era vergogna, stordimento, incertezza. Si discusse, si sentì il parere della Sanità; non si trovò altro che di- 䉰 In questo vano alternarsi
sfare ciò che s’era fatto con tanto apparato,128 con tanta spesa, con tante di provvedimenti
vessazioni.129 S’aprì il lazzeretto, si licenziaron130 tutti i poveri non am- contraddittori, si manifesta
la colpevole incompetenza
malati che ci rimanevano, e che scapparon fuori con una gioia furibonda. e ignoranza delle autorità.
La città tornò a risonare dell’antico lamento, ma più debole e interrotto;
rivide quella turba più rada e più compassionevole, dice il Ripamonti, per
il pensiero del come fosse di tanto scemata. Gl’infermi furon trasportati a
Santa Maria della Stella, allora ospizio di poveri; dove la più parte perirono.
Intanto però cominciavano que’ benedetti campi a imbiondire. Gli accattoni venuti dal contado se n’andarono, ognuno dalla sua parte, a quella
tanto sospirata segatura.131 Il buon Federigo gli accomiatò con un ultimo
sforzo, e con un nuovo ritrovato di carità: a ogni contadino che si presentasse all’arcivescovado, fece dare un giulio,132 e una falce da mietere.
Con la messe finalmente cessò la carestia: la mortalità, epidemica o contagiosa, scemando di giorno in giorno, si prolungò però fin nell’autunno.
Era sul finire, quand’ecco un nuovo flagello.
Molte cose importanti, di quelle a cui più specialmente si dà titolo di sto- La guerra delle
riche, erano accadute in questo frattempo. Il cardinal di Richelieu, presa, Nazioni e la calata
come s’è detto, la Roccella, abborracciata alla meglio una pace col re d’In- dei lanzichenecchi
ghilterra,133 aveva proposto e persuaso con la sua potente parola, nel Consiglio di quello di Francia, che si soccorresse efficacemente il duca di Nevers; e aveva insieme determinato134 il re medesimo a condurre in
persona la spedizione. Mentre si facevan gli apparecchi,135 il conte di Nassau, commissario imperiale, intimava in Mantova al nuovo duca, che
desse gli stati in mano a Ferdinando, o questo manderebbe un esercito
125. fisici: medici.
126. uno, diligente quanto ingegnoso: il medico milanese Enrico Acerbi
(1785-1827), autore di un trattato sulle
malattie epidemiche.
127. rammarichìo: dispiacere.
128. apparato: preparativi.
129. vessazioni: violenze.
130. si licenziaron: si fecero uscire.
131. segatura: mietitura.
132. giulio: moneta d’argento fatta
coniare dal papa Giulio II.
133. abborracciata alla meglio una
pace col re d’Inghilterra: stipulato in
tutta fretta un trattato di pace con
Carlo I Stuart.
134. determinato: deciso.
135. si facevan gli apparecchi: si
facevano i preparativi.
in altre parole
Dormivano in venti o trenta per cella o accovacciati sotto i portici, il pane era di cattiva qualità e c’era
scarsità d’acqua.
A questo si aggiunse un periodo di piogge, seguito da
siccità e caldo violento; ai mali fisici si unì il fastidio
della prigionia e dei ricordi, il dolore per l’assenza delle
persone care, la reciproca ripugnanza e la paura; in
poco tempo, i morti superarono il centinaio al giorno.
Allora il tribunale della provvisione decise di fare
uscire tutti i poveri non ammalati, mentre i malati
furono portati all’ospizio, dove morirono per la
maggior parte.
Intanto il grano incominciava a maturare e la carestia finì, mentre l’epidemia si prolungò fino all’autunno, quando arrivò un nuovo flagello.
In questo periodo Richelieu aveva firmato la pace
l’Inghilterra e aveva convinto il re di Francia ad
aiutare Carlo Gonzaga, minacciato dall’imperatore.
502
Capitolo XXVIII
Il Narratore ricompone
il quadro delle forze
in campo e delle operazioni
militari.
䉰
Primi cenni alla futura
epidemia di peste.
ad occuparli. Il duca che, in più disperate circostanze, s’era schermito136
d’accettare una condizione così dura e così sospetta, incoraggito137 ora dal
vicino soccorso di Francia, tanto più se ne schermiva; però con termini in
cui il no fosse rigirato e allungato,138 quanto si poteva, e con proposte di
sommissione,139 anche più apparente, ma meno costosa. Il commissario se
n’era andato, protestandogli che si verrebbe alla forza.140 In marzo, il car- 480
dinal di Richelieu era poi calato infatti col re, alla testa d’un esercito: aveva
chiesto il passo al duca di Savoia, s’era trattato; non s’era concluso; dopo
uno scontro, col vantaggio de’ Francesi, s’era trattato di nuovo, e concluso
un accordo, nel quale il duca, tra l’altre cose, aveva stipulato che il Cordova
leverebbe l’assedio da Casale; obbligandosi, se questo ricusasse,141 a unirsi
co’ Francesi, per invadere il ducato di Milano. Don Gonzalo, parendogli
anche d’uscirne con poco, aveva levato l’assedio da Casale, dov’era subito
entrato un corpo di Francesi, a rinforzar la guarnigione.
Fu in questa occasione che l’Achillini142 scrisse al re Luigi quel suo famoso sonetto:
490
Sudate, o fochi, a preparar metalli:
e un altro, con cui l’esortava a portarsi subito alla liberazione di Terra
santa. Ma è un destino che i pareri de’ poeti non siano ascoltati: e se nella
storia trovate de’ fatti conformi a qualche loro suggerimento, dite pur
francamente ch’eran cose risolute prima.143 Il cardinal di Richelieu aveva
in vece stabilito di ritornare in Francia, per affari che a lui parevano più
urgenti. Girolamo Soranzo, inviato de’ Veneziani, poté bene addurre ragioni144 per combattere quella risoluzione; che il re e il cardinale, dando
retta alla sua prosa come ai versi dell’Achillini, se ne ritornarono col
grosso dell’esercito, lasciando soltanto sei mila uomini in Susa, per man- 500
tenere il passo, e per caparra del trattato.145
Mentre quell’esercito se n’andava da una parte, quello di Ferdinando
s’avvicinava dall’altra; aveva invaso il paese de’ Grigioni e la Valtellina;
si disponeva a calar nel milanese. Oltre tutti i danni che si potevan temere da un tal passaggio, eran venuti espressi avvisi al tribunale della
sanità, che in quell’esercito covasse la peste, della quale allora nelle
䉰
I signori della guerra
Il cardinale Richelieu, primo
ministro del re di Francia Luigi XIII.
Il re Filippo IV di Spagna.
136. s’era schermito: si era rifiutato.
137. incoraggito: incoraggiato.
138. rigirato e allungato: contorto e
tirato per le lunghe.
139. sommissione: sottomissione.
140. protestandogli che si verrebbe
alla forza: minacciando il ricorso alle
armi.
141. obbligandosi, se questo ricusasse: impegnandosi, in caso di rifiuto.
142. Achillini: Alessandro Achillini,
poeta barocco bolognese (1574-1640).
143. risolute prima: decise già in precedenza, non certo per suggerimento
dei letterati.
144. addurre ragioni: portare validi
motivi.
145. caparra del trattato: garanzia
del trattato.
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truppe alemanne146 c’era sempre qualche sprazzo, come dice il Varchi,147 parlando di quella che, un secolo avanti, avevan portata in Firenze. Alessandro Tadino, uno de’ conservatori della sanità (eran sei,
oltre il presidente: quattro magistrati e due medici), fu incaricato dal
tribunale, come racconta lui stesso, in quel suo ragguaglio già citato, di
rappresentare al governatore lo spaventoso pericolo che sovrastava al
paese, se quella gente ci passava, per andare all’assedio di Mantova,
come s’era sparsa la voce. Da tutti i portamenti148 di don Gonzalo, pare
che avesse una gran smania d’acquistarsi un posto nella storia, la quale
infatti non poté non occuparsi di lui;149 ma (come spesso le accade) non 䉰 L’ironia vela una polemica
conobbe, o non si curò di registrare l’atto di lui più degno di memoria, aspra e una grave accusa
la risposta che diede al Tadino in quella circostanza. Rispose che non di irresponsabilità nei
confronti del Governatore...
sapeva cosa farci; che i motivi d’interesse e di riputazione, per i quali
s’era mosso quell’esercito, pesavan più che il pericolo rappresentato;
che con tutto ciò si cercasse di riparare alla meglio, e si sperasse nella
Provvidenza.
Per riparar dunque alla meglio, i due medici della Sanità (il Tadino suddetto e Senatore Settala, figlio del celebre Lodovico) proposero in quel
tribunale che si proibisse sotto severissime pene di comprar roba di nessuna sorte da’ soldati ch’eran per passare; ma non fu possibile far intendere la necessità d’un tal ordine al presidente,150 «uomo,» dice il Tadino,
«di molta bontà, che non poteva credere dovesse succedere incontri di
morte di tante migliaia di persone, per il comercio di questa gente, et loro
robbe.»151 Citiamo questo tratto per uno de’ singolari di quel tempo: ché
di certo, da che ci son tribunali di sanità, non accadde mai a un altro pre- 䉰 ... e degli altri alti funzionari
sidente d’un tal corpo, di fare un ragionamento simile; se ragionamento si responsabili della salute
pubblica.
può chiamare.
In quanto a don Gonzalo, poco dopo quella risposta, se n’andò da Milano;
e la partenza fu trista per lui, come lo era la cagione. Veniva rimosso per
i cattivi successi della guerra, della quale era stato il promotore e il capitano; e il popolo lo incolpava della fame sofferta sotto il suo governo.
(Quello che aveva fatto per la peste, o non si sapeva, o certo nessuno se
n’inquietava, come vedremo più avanti, fuorché il tribunale della sanità, e
i due medici specialmente.) All’uscir dunque, in carrozza da viaggio, dal
palazzo di corte, in mezzo a una guardia d’alabardieri, con due trombetti152 a cavallo davanti, e con altre carrozze di nobili che gli facevan seguito, fu accolto con gran fischiate da ragazzi ch’eran radunati sulla
piazza del duomo, e che gli andaron dietro alla rinfusa. Entrata la comi-
146. alemanne: germaniche.
147. Varchi: Benedetto Varchi (15031565), storico fiorentino.
148. portamenti: comportamenti.
149. la quale infatti non poté non
occuparsi di lui: con pungente ironia
Manzoni sottolinea che la storia ha
potuto occuparsi del governatore
Gonzalo de Cordova solo a causa dei
suoi errori politici e della sua inettitudine.
150. al presidente: il marchese Arconati.
151. incontri di morte di tante
migliaia di persone, per il comercio
di questa gente, et loro robbe: non
credeva possibile che potessero morire
tante persone per il semplice contatto
con i soldati.
152. trombetti: trombettieri.
in altre parole
In marzo i francesi arrivarono in Italia e, dopo un
accordo di Richelieu col duca di Savoia, don
Gonzalo de Cordova levò l’assedio da Casale; allora
Richelieu tornò in Francia, lasciando soltanto seimila uomini a garanzia del trattato, mentre stava
per arrivare a Milano l’esercito di Ferdinando, in
cui si contavano casi di peste.
Il governatore fu avvisato del rischio, ma don
Gonzalo rispose che l’interesse e la reputazione
pesavano più del pericolo di malattie; disse di
cercare rimedi e di sperare nella provvidenza.
Due medici proposero di proibire il commercio con
i soldati, ma il presidente del Tribunale della sanità
non credeva che si potesse morire per il solo contatto con i malati.
Poco dopo, don Gonzalo fu allontanato da Milano
per l’insuccesso della guerra e perché il popolo lo
incolpava della fame sofferta sotto il suo governo.
Quando uscì dalla città fu accompagnato dai fischi
dei ragazzi che lo seguivano disordinatamente.
Capitolo XXVIII
Protagonisti del capitolo
sono tutti personaggi
storici.
䉰
504
tiva nella strada che conduce a porta ticinese, di dove si doveva uscire,
cominciò a trovarsi in mezzo a una folla di gente che, parte era lì ad
aspettare, parte accorreva; tanto più che i trombetti, uomini di formalità,153 non cessaron di sonare, dal palazzo di corte, fino alla porta. E nel
processo che si fece poi su quel tumulto, uno di costoro, ripreso che, con
quel suo trombettare, fosse stato cagione di farlo crescere, risponde: 550
«caro signore, questa è la nostra professione; et se S. E. non hauesse
hauuto a caro che noi hauessimo sonato, doveva comandarne che tacessimo.»154 Ma don Gonzalo, o per ripugnanza a far cosa che mostrasse timore, o per timore di render con questo più ardita la moltitudine, o perché fosse in effetto un po’ sbalordito, non dava nessun ordine. La
moltitudine, che le guardie avevan tentato in vano di respingere, precedeva, circondava, seguiva le carrozze, gridando: «la va via la carestia, va
via il sangue de’ poveri,» e peggio. Quando furon vicini alla porta, cominciarono anche a tirar sassi, mattoni, torsoli, bucce d’ogni sorte, la munizione solita in somma di quelle spedizioni; una parte corse sulle mura, e 560
di là fecero un’ultima scarica sulle carrozze che uscivano. Subito dopo si
sbandarono.
In luogo di don Gonzalo, fu mandato il marchese Ambrogio Spinola,155 il
cui nome aveva già acquistata, nelle guerre di Fiandra, quella celebrità
militare che ancor gli rimane.
Intanto l’esercito alemanno, sotto il comando supremo del conte Rambaldo di Collalto, altro condottiere italiano, di minore, ma non d’ultima
fama, aveva ricevuto l’ordine definitivo di portarsi all’impresa156 di Mantova; e nel mese di settembre, entrò nel ducato di Milano.
La milizia, a que’ tempi, era ancor composta in gran parte di soldati di 570
ventura arrolati da condottieri di mestiere, per commissione di questo o
di quel principe, qualche volta anche per loro proprio conto, e per vendersi poi insieme con essi. Più che dalle paghe, erano gli uomini attirati a
quel mestiere dalle speranze del saccheggio e da tutti gli allettamenti della
licenza.157 Disciplina stabile e generale non ce n’era; né avrebbe potuto
accordarsi così facilmente con l’autorità in parte indipendente de’ vari
153. uomini di formalità: uomini
attenti al cerimoniale, al punto di non
comprendere la situazione in cui si trovano.
154. se S. E. non hauesse hauuto a
caro che noi hauessimo sonato, doveva comandarne che tacessimo: se non
avesse voluto farci suonare, doveva
ordinarcelo. L’Autore riprende la grafia
secentesca, come se avesse copiato l’ovvia e ottusa affermazione dei trombettieri da un documento dell’epoca.
155. il marchese Ambrogio Spinola:
condottiero genovese (1569-1630) che
La guerra vista dal basso
La condanna di Manzoni nei confronti della guerra è
assoluta, senza alcuna concessione a spiriti guerrieri ed eroici. Il suo punto di vista è quello di chi ne
subisce le violenze. Nessuna luce fa brillare spade e
lance, i soldati sono sempre e solo “soldatacci”, con
intenzione spregiativa; nessun tratto marziale, nessun apprezzamento di coraggio, di vigore, di forza.
Basta leggere la pagina finale del capitolo per avere
un quadro tutto oscuro e senza alcun minimo
riscatto della professione delle armi, e accorgersi
come il suono dei tamburi o delle trombe non attiri
su di sé che un unico ripetuto aggettivo: “maledetto”.
aveva partecipato alla guerra nelle
Fiandre.
156. portarsi all’impresa: partire alla
conquista.
157. allettamenti della licenza: i vantaggi della libertà di depredare senza
regole.
580
590
600
610
condottieri. Questi poi in particolare, né erano molto raffinatori158 in fatto
di disciplina, né, anche volendo, si vede come avrebbero potuto riuscire a
stabilirla e a mantenerla; ché soldati di quella razza, o si sarebbero rivoltati contro un condottiere novatore159 che si fosse messo in testa d’abolire
il saccheggio; o per lo meno, l’avrebbero lasciato solo a guardar le bandiere. Oltre di ciò, siccome i principi, nel prendere, per dir così, ad affitto
quelle bande, guardavan più ad aver gente in quantità, per assicurar l’imprese, che a proporzionare il numero alla loro facoltà di pagare, per il solito molto scarsa; così le paghe venivano per lo più tarde, a conto, a spizzico; e le spoglie160 de’ paesi a cui la toccava, ne divenivano come un
supplimento161 tacitamente convenuto. È celebre, poco meno del nome di
Wallenstein,162 quella sua sentenza: esser più facile mantenere un esercito
di cento mila uomini, che uno di dodici mila. E questo di cui parliamo era
in gran parte composto della gente che, sotto il suo comando, aveva desolata la Germania, in quella guerra163 celebre tra le guerre, e per sé e per
i suoi effetti, che ricevette poi il nome da’ trent’anni della sua durata: e allora ne correva l’undecimo. C’era anzi, condotto da un suo luogotenente,
il suo proprio reggimento; degli altri condottieri, la più parte avevan comandato sotto di lui, e ci si trovava più d’uno di quelli che, quattr’anni
dopo, dovevano aiutare a fargli far quella cattiva fine che ognun sa.164
Eran vent’otto mila fanti, e sette mila cavalli; e, scendendo dalla Valtellina
per portarsi nel mantovano, dovevan seguire tutto il corso che fa l’Adda
per due rami di lago, e poi di nuovo come fiume fino al suo sbocco in Po,
e dopo avevano un buon tratto di questo da costeggiare: in tutto otto giornate nel ducato di Milano.
Una gran parte degli abitanti si rifugiavano su per i monti, portandovi
quel che avevan di meglio, e cacciandosi innanzi le bestie; altri rimanevano, o per non abbandonar qualche ammalato, o per preservar la casa
dall’incendio, o per tener d’occhio cose preziose, nascoste, sotterrate; altri
perché non avevan nulla da perdere, o anche facevan conto d’acquistare.165 Quando la prima squadra arrivava al paese della fermata, si spandeva subito per quello e per i circonvicini, e li metteva a sacco166 addirittura: ciò che c’era da godere o da portar via, spariva; il rimanente, lo
distruggevano o lo rovinavano; i mobili diventavan legna, le case, stalle:
senza parlar delle busse,167 delle ferite, degli stupri. Tutti i ritrovati, tutte
l’astuzie per salvar la roba, riuscivano per lo più inutili, qualche volta por-
158. raffinatori: esigenti.
159. novatore: innovatore.
160. le spoglie: il bottino.
161. supplimento: un contributo, un
supplemento alla paga insufficiente e
irregolare.
162. Wallenstein: Albert von Wallenstein (1583-1634), nobile boemo al servizio dell’imperatore, sostenitore di
una rigida disciplina di accampamento
e dell’idea che “la guerra sostenta la
guerra”, per cui il pagamento dei soldati deve avvenire grazie alle devastazioni dei territori conquistati.
163. in quella guerra: la guerra dei
Trent’anni (1618-48).
164. far quella cattiva fine che
ognun sa: nel 1634 Wallenstein fu
505
▲
Capitolo XXVIII
Che significato ha questa
affermazione
di Wallenstein?
assassinato a Eger dal colonnello dei
dragoni, l’irlandese Butler, per ordine
dello stesso imperatore.
165. d’acquistare: di guadagnarci
qualcosa.
166. li metteva a sacco: li saccheggiava.
167. busse: percosse.
in altre parole
Per strada, si trovò in mezzo alla folla che gridava,
e vicino a Porta Ticinese la gente cominciò a tirare
sassi, mattoni e bucce contro la carrozza.
Al posto di Gonzalo fu inviato Ambrogio Spinola.
Nel mese di settembre l’esercito germanico entrò nel
ducato di Milano. A quei tempi la milizia era ancora
composta di soldati mercenari, attirati dalla speranza
di saccheggio, considerato un supplemento di paga.
In otto giorni di cammino, ventottomila fanti e sette-
mila cavalli seguirono il corso dell’Adda fino allo
sbocco nel Po. Al loro arrivo, molti abitanti si rifugiavano sui monti, portandovi quello che avevano; altri
rimanevano per non abbandonare qualche ammalato, per difendere la casa dall’incendio o per tenere
d’occhio cose preziose; altri perché non avevano nulla
da perdere o speravano di guadagnarci qualcosa.
Quando la prima squadra arrivava, saccheggiava il
paese e quelli vicini e distruggeva il rimanente...
Capitolo XXVIII
L’atmosfera di attesa,
di minaccia, di ansia
è portata in rilievo dall’uso
della paratassi,
dell’asindeto, e del punto
di vista dei paesani.
䉰
506
tavano danni maggiori. I soldati, gente ben più pratica degli stratagemmi
anche di questa guerra, frugavano per tutti i buchi delle case, smuravano,168 diroccavano; conoscevan169 facilmente negli orti la terra smossa
di fresco; andarono fino su per i monti a rubare il bestiame; andarono
nelle grotte, guidati da qualche birbante del paese, in cerca di qualche
ricco che vi si fosse rimpiattato;170 lo strascinavano alla sua casa, e con
tortura di minacce e di percosse, lo costringevano a indicare il tesoro na620
scosto.
Finalmente se n’andavano; erano andati; si sentiva da lontano morire il
suono de’ tamburi o delle trombe; succedevano alcune ore d’una quiete
spaventata; e poi un nuovo maledetto batter di cassa, un nuovo maledetto
suon di trombe, annunziava un’altra squadra. Questi, non trovando più
da far preda, con tanto più furore facevano sperpero del resto, bruciavan
le botti votate da quelli, gli usci delle stanze dove non c’era più nulla,
davan fuoco anche alle case; e con tanta più rabbia, s’intende, maltrattavan le persone; e così di peggio in peggio, per venti giorni: ché in tante
squadre era diviso l’esercito.
Colico fu la prima terra del ducato, che invasero que’ demòni; si getta- 630
rono poi sopra Bellano; di là entrarono e si sparsero nella Valsassina, da
dove sboccarono nel territorio di Lecco.171
168. smuravano: demolivano.
169. conoscevan: distinguevano.
170. rimpiattato: nascosto.
171. Colico … Bellano … Valsassina
… Lecco: Colico e Bellano sono due
paesi collocati nella parte settentrionale del ramo lecchese del lago di Como;
la Valsassina è il territorio che costeggia il versante orientale del lago, fino
alla città di Lecco.
in altre parole
... picchiando, ferendo e stuprando gli abitanti.
Tutte le astuzie per salvare la roba erano inutili. I
soldati frugavano per tutti i buchi delle case, demolivano, riconoscevano facilmente la terra smossa
negli orti; andavano sui monti a rubare il bestiame,
andavano nelle grotte in cerca di qualche ricco fuggito, lo trascinavano nella sua casa e lo costringevano a indicare i tesori nascosti.
Quando finalmente se ne andavano, si sentiva da
lontano il suono dei tamburi e delle trombe; passavano alcune ore, poi un nuovo maledetto suono di
trombe annunziava un’altra squadra.
Questa, non trovando nulla, bruciava le case e maltrattava le persone, e così di peggio in peggio, per venti
giorni, perché l’esercito era diviso in tante squadre.
Invasero prima Colico poi Bellano, di là si sparsero
nella Valsassina, da dove giunsero al territorio di
Lecco.
Capitolo XXVIII
Laboratorio
507
Dentro il testo
La narrazione
1. Completa lo schema del capitolo, riportando l’argomento generale e le righe di riferimento delle parti indicate:
1ª parte
.............................................................................................................................................................................
rr.
............................
2ª parte
.............................................................................................................................................................................
rr.
............................
Finale
.............................................................................................................................................................................
rr.
............................
2. Quale arco temporale occupa la vicenda narrata nel capitolo?
dal novembre 1628 al settembre 1629
novembre e dicembre 1628
dalla primavera all’autunno del 1629
3. Riporta dal testo tre date che scandiscono l’avanzare degli avvenimenti, e per ognuna di loro indica sinteticamente a che cosa si riferisce:
a. rr.
.........................
b. rr. .........................
c. rr. .........................
data: .........................
data: .........................
data: .........................
avvenimento:
avvenimento:
avvenimento:
..............................................................................................................................
..............................................................................................................................
..............................................................................................................................
4. Chiarisci quali siano gli schieramenti in campo, e quali i motivi di contrasto, nella guerra di cui si parla nella
seconda parte del capitolo (rr. 466-504).
Schieramento “francese”
Schieramento “spagnolo”
.............................................................................................
.............................................................................................
.............................................................................................
.............................................................................................
Motivi di contrasto:
....................................................................................................................................................................................................
....................................................................................................................................................................................................
5. Che cosa determina l’atmosfera di tensione e aspettativa che chiude il capitolo?
il dilagare della carestia
il timore della peste
l’avanzare delle truppe mercenarie
6. Perché il saccheggio delle truppe è uso comune e accettato dai governanti?
................................................................................................................................................................................................................................................................
7. In assenza dei protagonisti della vicenda di fantasia, indica tre fra i personaggi storici presenti nel capitolo
che tu consideri di maggiore importanza:
1.
2.
3.
.........................................................................................................................................................................................................................................................
.........................................................................................................................................................................................................................................................
.........................................................................................................................................................................................................................................................
508
Capitolo XXVIII
I temi
8. Il capitolo appena letto deve essere definito “storico” e “saggistico” perché:
................................................................................................................................................................................................................................................................
................................................................................................................................................................................................................................................................
9. Ricostruisci il processo degli avvenimenti che, nel loro concatenarsi di causa-effetto, portano all’esplosione
della carestia (rr. 1-120).
................................................................................................................................................................................................................................................................
................................................................................................................................................................................................................................................................
10. La carestia travolge tutti i ceti e tutti i gruppi sociali; individuane almeno tre, citando una frase dal testo che
li descriva:
a.
b.
c.
.........................................................................................................................................................................................................................................................
.........................................................................................................................................................................................................................................................
.........................................................................................................................................................................................................................................................
11. Riporta dal testo una frase che sia esemplare della colpevole incapacità dei governanti, della irrazionalità del
popolo e della carità dei religiosi di fronte al fenomeno della carestia:
Incapacità dei governanti: ..................................................................................................................................................................................................
Irrazionalità del popolo: .......................................................................................................................................................................................................
Carità religiosa: .........................................................................................................................................................................................................................
12. Qual è l’atteggiamento di Manzoni nei confronti della “guerra del Monferrato”?
esposizione oggettiva degli avvenimenti
polemica condanna
sostegno di una delle parti in lotta
Spiega i motivi della tua risposta.
................................................................................................................................................................................................................................................................
Le forme
13. Il saggio storico di Manzoni è composto da esposizioni, descrizioni, narrazioni (gli aneddoti di cronaca) e argomentazioni (cioè gli interventi e i commenti diretti del Narratore). Riporta un esempio per ognuna di queste
tipologie:
sequenza
sequenza
sequenza
sequenza
espositiva:
descrittiva:
narrativa:
argomentativa:
rr.
rr.
rr.
rr.
:
:
.........................:
.........................:
.........................
...............................................................................................................................................................
.........................
...............................................................................................................................................................
...............................................................................................................................................................
...............................................................................................................................................................
14. Spiega in che cosa consistano le seguenti tecniche espressive presenti nel testo:
a. l’inizio del capitolo è un flash-back, perché
.....................................................................................................................................................
.........................................................................................................................................................................................................................................................
b. l’espressione «cenci sfarzosi» (r. 145) è un ossimoro, perché
......................................................................................................
.........................................................................................................................................................................................................................................................
c. alle rr. 489-495 e 516-522 il testo è di tono ironico, rispettivamente nei confronti di
e di
....................................................................................................
.
............................................
Capitolo XXVIII
509
15.
Il dizionario di Manzoni
Spiega il significato delle seguenti espressioni.
a. «quel loro pane scellerato» (r. 149):
.........................................................................................................................................................
................................................................................................................................................................................................................................................
b. «il tribunale della sanità andava rappresentando a quello della provvisione il pericolo del contagio»
(rr. 327-329):
............................................................................................................................................................................................................
................................................................................................................................................................................................................................................
c. «altri perché non avevan nulla da perdere» (rr. 605-606):
......................................................................................................
................................................................................................................................................................................................................................................
d. «i mobili diventavan legna» (r. 610):
..........................................................................................................................................................
e. «un nuovo maledetto batter di cassa» (r. 623):
.................................................................................................................................
................................................................................................................................................................................................................................................
Oltre il testo
Passato ➔ Presente
La descrizione della carestia di Milano nel 1629 è sicuramente lontana nel tempo per chi vive in Italia, ma è una
immagine di miseria e desolazione che, per motivi analoghi o diversi, sappiamo appartenere al presente, e in luoghi
non così lontani da noi. Individua una realtà di questo tipo nella società contemporanea, e riferiscine i tratti essenziali.
Leggere ➔ Scrivere
La fotografia sopra riportata si riferisce a .............................................................................................................................................................................
Descrivila nei suoi aspetti esteriori, usando dove possibile espressioni riprese dal capitolo appena letto.
Una gita scolastica
Materiali per un itinerario nei luoghi manzoniani
In queste pagine, forniamo informazioni, indicazioni, dati concreti e culturali per realizzare
una “visita d’istruzione” negli spazi e negli ambienti del romanzo: troveremo lungo il percorso i luoghi naturali e urbani, gli edifici, le “scenografie” nelle quali si svolgono le azioni
della storia, e che hanno creato le atmosfere in cui si muovono i personaggi della vicenda.
Si tratta di una “gita” reale e virtuale. Reale, perché con il materiale a disposizione, sia pure
nella sua essenzialità, è concretamente possibile ideare e organizzare una visita (ipotizzabile
in due giornate, una a Lecco e l’altra a Milano) ai luoghi manzoniani. Virtuale, perché anche
durante la lettura, in classe o personale, e nei momenti di studio, potrà risultare utile e stimolante immaginare lo sviluppo della storia nei reali spazi in cui si svolge.
L’itinerario della Gita scolastica è qui strutturata in tre “tappe”:
1. la città e il territorio di Lecco;
2. Milano;
3. la casa-museo Manzoni, a Milano.
Una gita scolastica
Prima tappa: Lecco e il suo territorio
Una gita scolastica
1. Tabernacolo dei bravi. È il bivio dove
don Abbondio incontra i bravi (cap. I),
che gli imporranno di non celebrare il
matrimonio tra Renzo e Lucia, dando
così il via all’intera vicenda. Noto oggi
come “cappella di via Croce”, il tabernacolo si è trasformato nel tempo, e non vi troviamo più dipinte quelle figure lunghe, serpeggianti, che finivano in punta,
e che, nell’intenzion dell’artista, volevan dir fiamme, e neppure cert’altre figure da non potersi descrivere, che volevan
dire anime del purgatorio.
2. Acquate, paese dei “promessi sposi”.
Acquate è uno dei due rioni di Lecco
(l’altro è Olate) in cui sarebbe stato
identificato il paese di Renzo e Lucia.
3. Casa di Lucia. Rispetto al paese, la
casa di Lucia era in fondo, anzi un po’
fuori. Aveva quella casetta un piccolo
cortile dinanzi, che la separava dalla
strada, ed era cinto da un murettino
(cap. II).
4. Chiesa e canonica di don Abbondio.
Situata in fondo al paese, l’ombra
della chiesa, e più in fuori l’ombra
lunga ed acuta del campanile, si
stendeva bruna e spiccata sul piano
erboso e lucente della piazza. (…)
Contiguo però al muro laterale della
chiesa, e appunto dal lato che rispondeva verso la casa
parrocchiale, era un piccolo abituro, un bugigattolo, dove
dormiva il sagrestano (cap. VIII). Se percorriamo tutta la
via centrale del rione di Olate, sbuchiamo sul sagrato della
parrocchia di san Vitale e santa Valeria: questa, secondo
la tradizione, è la chiesa di cui era curato don Abbondio.
Appoggiata alla chiesa c’è la casa parrocchiale: qui si può
vedere quell’usciolino che metteva sulla piazzetta, e dal
quale fuggirono don Abbondio con Agnese e Perpetua all’arrivo dei lanzichenecchi.
5. Palazzotto di don Rodrigo. Il palazzotto di don Rodrigo sorgeva isolato,
a somiglianza d’una bicocca, sulla
cima d’uno de’ poggi ond’è sparsa e rilevata quella costiera. Il luogo era più
in su del paesello degli sposi, discosto
da questo forse tre miglia (cap. V). La casa di don Rodrigo è
stata identificata con un palazzo del ’500 della nobile famiglia
Arrigoni, situata sul promontorio dello Zucco: per raggiungerlo si deve percorrere, per l’appunto, una viuzza a chiocciola, come quella imboccata da fra Cristoforo. L’edificio
venne abbattuto nel 1937, per lasciar posto a una villa di diversa natura architettonica.
6. Pescarenico. È Pescarenico una
terricciola, sulla riva sinistra dell’Adda, o vogliam dire del lago, poco
discosto dal ponte: un gruppetto di
case, abitate la più parte da pescatori, e addobbate qua e là di tramagli
e di reti tese ad asciugare (cap. IV). Era dunque il quartiere
dei pescatori, e il suo vecchio nucleo è rimasto quasi intatto.
7. Chiesa e convento di fra Cristoforo.
Il convento era situato (e la fabbrica
ne sussiste tuttavia) al di fuori, in faccia all’entrata della terra, con di mezzo
la strada che da Lecco conduce a Bergamo. Continuarono in silenzio la loro
strada, e poco dopo, sboccarono finalmente sulla piazzetta
davanti alla chiesa del convento. Il convento non c’è più: trasformato in caserma nel 1798, fu venduto a privati nel 1810,
e poi abbattuto. Resta invece la chiesa del convento, l’attuale
parrocchia del quartiere, consacrata nel 1600: lo slargo su
cui si affaccia si chiama oggi piazza fra Cristoforo.
8. Torre Viscontea. Ai tempi in cui accaddero i fatti che prendiamo a raccontare, quel borgo, già considerabile,
era anche un castello, e aveva perciò
l’onore d’alloggiare un comandante, e
il vantaggio di possedere una stabile
guarnigione di soldati spagnoli (cap. I). La Torre si affaccia
oggi sulla piazza XX settembre, ed è sede del Museo del Risorgimento.
9. Ponte Azzone Visconti. Nella descrizione iniziale del lago di Como e del
punto in cui vicino a Lecco si restringe
fin quasi ad assumere forma di fiume,
Manzoni parla del ponte che ivi congiunge le due rive, e par che renda
ancor più sensibile all’occhio questa trasformazione (cap. I): è
il ponte Azzone Visconti, ancor oggi una delle principali entrate della città, e che risale agli anni 1336-1338. I lecchesi
lo conoscono come il “ponte grande”.
10. Bastione di Porta Nuova. Sono i
resti delle mura erette intorno al
1340 da Azzone Visconti (lo stesso
che fece costruire il “ponte grande” e
che fortificò l’intera città), e abbattute
nel 1782.
Una gita scolastica
Seconda tappa: Milano
Una gita scolastica
ITINERARIO A (primo viaggio di Renzo Milano, capp. XI-XVI)
Renzo entra a Milano da Porta Orientale e raggiunge il Cordusio, percorrendo dunque le attuali piazza Oberdan, corso Venezia, corso Vittorio Emanuele,
piazza del Duomo, via Mercanti, e piazza Cordusio; nell’immediato circondario di piazza Cordusio trascorrerà la notte all’osteria della luna piena. Il giorno
dopo compie a ritroso lo stesso percorso. Sulla cartina, si potranno seguire i seguenti punti: 1 - 2 - 3 - 4 - 5 - 6 - 7
ITINERARIO B (secondo viaggio di Renzo Milano, capp. XXXIV-XXXVI)
Renzo entra in Milano da Porta Nuova-Piazzale Principessa Clotilde, percorre la prima parte di corso di Porta Nuova, gira a destra in via Moscova
(stradone di santa Teresa), poi in via san Marco fino alla piazza. Giunge ai navigli, prende prima via Fatebenefratelli e quindi via Borgonuovo fino all’incrocio con via Monte Napoleone. Qui prende l’attuale via Manzoni, poi via Bigli, via Verri (al n. 10 c’è la casa della madre di Cecilia), via Gesù (al n.
11 c’è la casa di don Ferrante). Qui, scambiato per un untore, Renzo salterà su un convoglio di monatti, che lo riporterà fino al corso di Porta Orientale, cioè corso Venezia: a questo punto egli scenderà dal carro e si recherà dritto al lazzaretto, la zona oggi compresa fra via san Gregorio e via Tadino. Sulla cartina, si potranno seguire i seguenti punti: 16 - 9 - 10 - 11 - 12 - 1 - 13 - 14
1 Porta Orientale.
L’attuale piazza Oberdan è la porta da cui Renzo entra nel suo
primo viaggio a Milano (capp. XI-XV), in coincidenza con i moti
per il pane, noti anche come “moti di san Martino”: Fece la
strada che gli era stata insegnata, e si trovò a porta orientale. La porta consisteva in due pilastri, con sopra una tettoia, per riparare i battenti, e da una parte, una casuccia
per i gabellini (cap. XI). Renzo ripasserà per quella porta alla
fine del cap. XXXIV, durante l’infuriare della peste, diretto al lazzaretto.
2 Convento dei Cappuccini (Palazzo Saporiti).
Da piazza Oberdan percorrendo l’attuale corso Venezia (ai tempi
della storia, era il corso di Porta Orientale) al n. 40 si incontra palazzo Saporiti, eretto dopo il 1810 sul terreno dell’antico convento
dei cappuccini dove è diretto Renzo: non vi troverà subito il padre
Bonaventura cui l’ha indirizzato fra Cristoforo, e questo banale contrattempo gli provocherà molti problemi (cap. XI).
3 Forno delle grucce.
Da corso di Porta Venezia si arriva a piazza san Babila, e qui si prosegue per corso Vittorio Emanuele, l’antica Corsia dei Servi: tra le
contrade di S. Raffaele e dell’Agnello si presume sorgesse, fino al secolo scorso, quel panificio che divenne simbolo della sommossa milanese “di san Martino”, cui assistette Renzo (cap. XII).
4 Piazza del Duomo.
Tirando dritto per corso Vittorio Emanuele, si giunge sulla piazza del
Duomo, ancora in costruzione negli anni del romanzo. Qui si riuniscono
i rivoltosi dopo il saccheggio del forno, e fanno un falò con le suppellettili. Renzo vi arriva seguendo il flusso della folla (cap. XII).
5 Forno del Cordusio.
L’attuale ampia piazza Cordusio era, ai tempi della storia, una piazzetta o un crocicchio. Lì si dirige la folla, per dare l’assalto a un
altro forno (cap. XII).
6 Palazzo del vicario di provvisione.
Nel cap. XIII leggiamo dell’assalto della folla inferocita alla casa del vicario di provvisione, cui Renzo partecipò in modo attivo. La residenza
del funzionario pubblico era in uno dei palazzi che sorgevano dietro la
piazza del Cordusio, presubimilmente in via Negri.
mora di famiglia con uno dei più prestigiosi edifici della città, palazzo Marino, attuale sede dell’amministrazione comunale.
9 Piazza San Marco.
Arrivato allo sbocco di quella strada, scoprendoseli davanti la
piazza di san Marco, la prima cosa che gli diede nell’occhio, furon
due travi ritte, con una corda, e con certe carrucole; e non tardò
a riconoscere (ch’era cosa famigliare in quel tempo) l’abbominevole macchina della tortura (cap. XXXIV). È una delle prime “tappe”
del secondo viaggio di Renzo a Milano, durante la peste.
10 Rione Borgonuovo.
Renzo s’abbatteva appunto a passare per una delle parti più
squallide e più desolate: quella crociata di strade che si chiamava
il carrobio di porta Nuova (cap. XXXIV), è la zona di Borgonuovo, oggi
una delle più decorose ed eleganti della città.
11 Casa della madre di Cecilia.
In via Verri, al numero 10, è stata individuata quella che forse fu la
casa di Cecilia, la bambina morta di peste, resa famosa proprio dal
passo di alta commozione in cui la madre la depone sul carro dei
monatti (cap. XXXIV): Scendeva dalla soglia d’uno di quegli usci, e
veniva verso il convoglio, una donna…
12 Casa di don Ferrante.
Al numero 11 di via del Gesù doveva trovarsi il palazzo signorile di
don Ferrante e donna Prassede, che ospitò per più di un anno Lucia,
e dove Renzo giunge con l’ansia di ritrovare la fidanzata nei giorni
della peste (cap. XXXIV).
13 Lazzaretto. Il nome della via ricorda l’ampia zona in cui sorgeva il laz-
zaretto, trasformato oggi in quartiere residenziale. Ne resta in piedi
solo una minima parte, di una ventina di metri di lunghezza, a memoria storica dell’antica costruzione.
14 Chiesa di San Carlino al Lazzaretto (antica cappella del lazzaretto).
Al centro di largo Bellintani, si tratta dell’unica struttura del lazzaretto rimasta intatta e in uso (cap. XXXVI).
15 Casa Manzoni - Museo manzoniano.
In via Morone 1, si trova la casa dove Manzoni visse dal 1813 alla
sua morte. La casa è oggi un museo, dove si concluderà il nostro
itinerario manzoniano.
7 Osteria della luna piena.
Nelle vie vicine al Cordusio si trovava l’osteria dove Renzo trascorse
la sera e la notte, tra inganni e ubriacature (cap. XIV).
8 Casa della famiglia di Gertrude (Palazzo Marino).
La storia di Gertrude, la monaca di Monza, rimanda alla vicenda
reale di Marianna de Leyva, e quindi permette di individuare la di-
16 Porta Nuova.
Da qui (attuale piazzale Principessa Clotilde) entra Renzo in Milano
nel suo secondo viaggio: Stato lì alquanto, prese la diritta, alla ventura, andando, senza saperlo, verso porta Nuova. (...): dietro
c’era uno stecconato, e dietro quello, la porta, cioè due alacce di
muro, con una tettoia sopra, per riparare i battenti (cap. XXXIV).
Una gita scolastica
Terza tappa: Casa del Manzoni
L’itinerario dei luoghi manzoniani non poteva che portarci, infine, a casa dello scrittore. In via
Morone 1, nel pieno centro di Milano, Manzoni prese casa nel 1813, e vi rimase per tutta
la vita. Oggi, quell’elegante e appartata dimora ospita il Museo Manzoni, diretto dal Centro
Studi Manzoniani. Qui, oltre alla più ricca delle biblioteche sullo scrittore, ritroviamo nell’ambiente suo familiare, i documenti, le fotografie, gli oggetti e le lettere personali, tutto ciò che
in definitiva ricostruisce e racconta la sua vita. E al centro ideale del museo possiamo trovare
i segni concreti della storia dei Promessi Sposi, che conferiscono ancor maggiore vitalità e interesse alla sua lettura, e che forniscono ulteriori strumenti per la conoscenza dell’opera.
Informazioni
Casa del Manzoni
Via Morone, 1 - 20121 Milano
Orario: martedì-venerdì 9.00-12.00 14.00-16.00
Telefono: 0286460403 - fax 02875618
e-mail: [email protected]
Come arrivare
Metropolitana Linea 1 (Duomo), Linea 3 (Duomo)
Bus: 61 Tram: 1-2
Ingresso gratuito
Biblioteca: stessi orari del Museo
Una gita scolastica
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Piano terreno
1) Studio di Manzoni
2) Sala Tommaso Grossi
Primo piano
3) Sala da pranzo
4) Sala di conversazione
5) Camera da letto matrimoniale
6) Camera da letto di Manzoni
7) Galleria
Sala 1
Studio di Manzoni. È lo studio dello scrittore, conservato
esattamente come quando era in vita, dagli arredi ai libri e agli
oggetti personali, ancora poggiati sulla scrivania: i guanti, la
tabacchiera, le penne, il calamaio.
Qui, vicino alle finestre che danno sul giardino, o intorno al camino, si appartava per leggere e lavorare, e riceveva gli amici
e gli ospiti: tra i primi, ricordiamo Tommaso Grossi, Giovanni
Berchet, Massimo d’Azeglio; tra i secondi, Giuseppe Garibaldi,
Cavour, Verdi.
Sala 2
Sala Tommaso Grossi. Tommaso Grossi (1790-1853), scrittore fra i maggiori dell’Ottocento italiano, fu amico e collaboratore fraterno di Manzoni, che gli affittò per alcuni anni questo appar tamento. Qui sono conser vati volumi e altri
documenti e testimonianze della famiglia e dell’opera di Grossi.
Sala 3
Sala da pranzo. La sala è ricca di documenti che permettono
di ricostruire le vicende e gli affetti familiari della prima parte
della vita di Manzoni. I numerosi disegni, dipinti e fotografie alle
pareti, o conservati in bacheche, ritraggono lo scrittore dall’età giovanile all’età matura, così come gli altri componenti
della sua famiglia, il suo matrimonio con Enrichetta Blondel, e
gli amici della cerchia intima. In mezzo a tanta iconografia, ritroviamo anche lettere e documenti personali.
➔
Una gita scolastica
Sala 4
Sala di conversazione. Era la stanza in cui Manzoni si ritrovava, soprattutto la sera, con i familiari e gli amici. Questa cerchia reale e spirituale di rapporti è testimoniata da una galleria
di ritratti alle pareti; tra gli altri, quello dello scrittore Niccolò
Tommaseo, quello del padre spirituale monsignor Tosi, e soprattutto quello del grande poeta tedesco Goethe con dedica.
Sala 5
Camera da letto matrimoniale. Era la stanza coniugale del
secondo matrimonio di Manzoni, quello con Teresa Stampa.
Sono qui conservati ed esposti ora documenti e dipinti della
moglie, della sua famiglia e della loro vita matrimoniale.
Fra gli oggetti di interessante curiosità, vi è esposto l’ultimo ricamo eseguito in prigione dalla regina di Francia, Maria Antonietta, prima dell’esecuzione; l’oggetto fu regalato a Giulia Beccaria, madre di Manzoni, da Sophie de Condorcet.
Sala 6
Camera da letto di Manzoni. Tutto in questa stanza, come
nello studio, è stato mantenuto nella sua disposizione originale. Qui, in questa stanza di raccolta severità, Alessandro
Manzoni morì, a ottantotto anni, nel maggio del 1873.
Sala 7
Galleria. L’ultima stanza è la più interessante di tutte, per chi
visita la casa cercando le “tracce” dei Promessi sposi. Sono infatti esposti alle pareti e nelle bacheche, le più rare edizioni
delle sue opere, collezioni delle principali illustrazioni del romanzo, manifesti e spartiti che documentano le varie versioni
teatrali e in musica del romanzo, oltre a cartoline illustrate, figurine e altri oggetti che testimoniano il grande successo popolare della sua opera. E molti altri “cimeli” personali.
Sulla parete di fondo, a sinistra, proprio prima di uscire, si
trova il ritratto del cardinale Federigo Borromeo.
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