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Economia del territorio - Enrico Musso

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“Economia”
Dal greco oikos (casa, ambiente e beni di famiglia) e nomos (norma, regola, organizzazione). È inteso
come le regole per la buona amministrazione, cioè l’organizzazione dell’utilizzo di risorse limitate –
scarse rispetto ai possibili utilizzi – per soddisfare al meglio i bisogni individuali o collettivi.
A realizzare quest’organizzazione è un sistema di interazioni: il sistema economico -> imprese,
mercati, leggi.
Scarsità = valore
Il concetto di economia ruota attorno a quello di scarsità: l’insufficienza di un bene rispetto ai
possibili usi alternativi che se ne possono fare. Ciò fa acquisire valore al bene (scarsità o fatica/costo
per realizzarlo). Risorse scarse sono: beni da produrre, risorse naturali da estrarre e spesso limitate,
il denaro che ha infiniti usi alternativi e il tempo.
Il valore è quindi risultato della scarsità naturale o della produzione, quest’ultima vista come “catena
di trasmissione” fra bisogni e risorse: Il bisogno (e l’utilità della sua soddisfazione) spinge al consumo
(domanda), comportando lo sforzo di adattamento dell’ambiente (offerta).
Le prime produzioni primitive soddisfano l’alimentazione: la caccia è un comportamento economico
perché produce un alimento, cioè un bene di consumo che soddisfa un bisogno diretto. Ma il
cacciatore si munisce di armi, quindi la produzione dell’arma è un’altra attività perché l’arma è un
bene strumentale o di investimento [aumenta capacità produttiva e soddisfa un bisogno indiretto],
cioè serve per produrre un altro bene.
Non tutti ci si dedicavano, quindi i compiti erano divisi: l’eco soddisfa i bisogni primari, ma in più
specializza le attività produttive secondo il modo complessivamente più efficiente. Si usano al meglio
le risorse.
Ognuno svolge l’attività per sé e per gli altri, perciò c’è esigenza di scambio, dapprima col baratto poi
con uno strumento di intermediazione di tutti gli scambi, che dev’essere accettato da tutti con un
valore convenzionale: il denaro (passaggio graduale).
Moneta-merce -> monete d’oro -> moneta moderna cartacea, quindi no metallo prezioso con valore
intrinseco, ma rappresentazione del valore difficile da contraffare.
1. Consumi/bisogni primari: esigenze vitali; difficili da definire perché a volte soggettivi. Si basano sulle
preferenze e priorità del consumatore.
2. Consumi elevati.
3. Consumi di lusso: costano tanti soldi in rapporto alla disponibilità di ricchezze. Spesso si è spinti da
effetti sociologici tipo la dimostrazione e l’imitazione: più costa, più lo voglio.
L’APPROCCIO MICROECONOMICO: TEORIA DI DOMANDA E TEORIA DI OFFERTA
Studia i comportamenti dei singoli (aggregati di) attori che agiscono nel sistema economico, in
particolare famiglie e imprese. L'obiettivo delle famiglie è la massimizzazione dell’utilità, cioè il grado
di soddisfacimento dei suoi bisogni soggettivi, col vincolo del suo reddito/ricchezza. Essa consuma e
risparmia, domanda beni e servizi [*da qui in poi servizi sarà scritto “svz”] offrendo in cambio fattori
produttivi (lavoro).
Le imprese hanno invece in genere l’obiettivo di massimizzare il profitto [profitto = massima differenza
possibile tra ricavi e costi], col vincolo dei costi di produzione. Producono beni e svz combinando
fattori di produzione, domandano appunto i fattori e offrono prodotti o svz di consumo o intermedi.
Il luogo, anche virtuale e logico, di incontro di domanda e offerta di ogni bene e fattore è il mercato.
Può essere tra imprese e famiglie o tra imprese e imprese. Un terzo attore è lo Stato, che ha obiettivi
stabiliti politicamente dalla comunità e vincolati da tasse e debito pubblico; produce beni e svz
pubblici, ridistribuisce denaro (ad es pensioni e incentivi) e stabilisce le regole di funzionamento dei
mercati. Agisce soprattutto nel settore macroeconomico, ma a volte anche nel microeconomico.
L'incontro di domanda e offerta dà luogo a un prezzo di equilibrio.
• Monopolio -> un produttore; prezzi alti e qualità bassa.
• Concorrenza -> tanti venditori; nessuno condiziona gli altri; innovazione.
• Oligopolio -> pochi; l’azione di uno determina la reazione dell’altro, e se azioni e reazioni sono
conflittuali c’è collusione, altrimenti ci si mette d’accordo (vietato in molti Paesi).
I mercati funzionano nel modo più concorrenziale possibile -> concorrenza perfetta/elevata: bene di
qualità maggiore ad un prezzo inferiore. Favorisce la comunità.
In molti Paesi ci sono organismi che verificano che i mercati funzionino e non ci siano accordi segreti
tra oligopolisti.
Un tipo di mercato è il mercato del lavoro: a offrire è il lavoratore, a domandare è l’impresa che
domanda forza-lavoro. Le esigenze di tutela sono rovesciate perché si tutela chi sta dal lato
dell’offerta, questo perché se nel mercato dei beni/svz finali il numero delle imprese è contenuto e
molto inferiore rispetto ai consumatori [e quindi si tutela la parte debole, ovvero la domanda], qui è
il contrario.
Altro mercato di fattore produttivo rilevante è il mercato finanziario: il capitale (soldi) è fondamentale
per realizzare un’attività produttiva. D delle imprese/Stati (denaro), o dei risparmiatori attraverso le
banche (disponibilità di quel credito); anche qui si crea un prezzo, cioè il tasso d’interesse.
Questo perché ciò che manca non si ottiene stampando moneta, ma dando in cambio un tasso
d’interesse. Gli stati vogliono i soldi dei risparmiatori, che li prestano volontariamente [no tasse] in
cambio del tasso, anche se non ci si può sempre fidare. Se si ha paura che lo Stato non ripaghi il debito,
il tasso sarà maggiore. Es: l’Ita ha un grande debito pubblico accumulato ed è inaffidabile.
La differenza di fiducia tra Stati è lo spread [= maggiore costo della spesa pubblica]. Se ad es è di 300
punti, vuol dire che pagherà il debito il 3% in più.
L’APPROCCIO MACROECONOMICO: flusso circolare del reddito, uscite/prelievi ed
entrate/immissioni, condizione di equilibrio
È la considerazione in aggregato dell’andamento del denaro, in modo da definire il valore complessivo
prodotto da un sistema per la ridistribuzione in modo più o meno equo ai vari soggetti.
Gli attori sono gli aggregati macroeconomici che collaborano nella creazione del flusso circolare del
reddito.
Perché il sistema sia in equilibrio, occorre che alle entrate o immissioni [investimenti I, spesa pubblica
G, esportazioni eX] corrispondano delle uscite o prelievi [risparmi S, imposte T, importazioni iM]. Se
l’ammontare delle prime è maggiore dell’ammontare delle seconde, si riscontra una crescita del
reddito nel tempo, al contrario avverrà una decrescita. Esiste una versione semplificata del flusso
circolare, visto come un sistema chiuso in cui si ha uno scambio di beni, svz e fattori produttivi fra
imprese e famiglie, e in cui non sono considerate né la spesa pubblica né i rapporti commerciali con
l’estero.
Il ruolo dello Stato: obiettivi e strumenti
Ha come obiettivi la ricchezza e la sua ridistribuzione. Produce beni e svz al posto dei privati,
impiegando risorse dei soggetti tramite tasse e indebitamento [debito pubblico]. Se nel bilancio lo
Stato ha una Spesa Pubblica (acquisti o investimenti) troppo elevata, che quindi le sole tasse non
riescono a coprire, si ricorre all’indebitamento pubblico che causa lo spread e interessi sempre più alti
da pagare.
MICROCONOMIA
1.IL CONSUMATORE: obiettivi, vincoli, attività, ruolo
Il consumatore (famiglie, persone) ha come obiettivo la massimizzazione dell’utilità, intesa come
grado di soddisfazione nel soddisfacimento dei suoi bisogni soggettivi. Ha il vincolo del reddito e della
ricchezza di cui dispone.
Consuma e risparmia, il suo ruolo è quello di domandare beni e svz offrendo fattori produttivi (lavoro).
Domanda individuale e di mercato; beni finali e di mercato
• Domanda individuale -> domanda di beni e svz che un singolo soggetto intende acquistare; è
un concetto soggettivo, proprio come i criteri su cui si basa per valutare l’utilità di ogni
prodotto.
• Domanda di mercato -> quantità che l’insieme dei soggetti operanti sul mercato intende
acquistare.
•
•
Beni finali -> beni/svz di consumo o strumentali pronti all’utilizzo che l’impresa vende
direttamente al consumatore.
Beni intermedi -> beni acquistati dalle imprese per diventare parte di un altro bene o svz
poiché non direttamente utilizzabili. Producono altra utilità. A volte gli stessi beni possono
essere acquistati sia come beni finali che intermedi (es.: computer, veicoli).
Consumatore: teoria della domanda o consumo: utilità totale e marginale
Lo scopo del consumatore è la massima utilità, intesa come grado di soddisfacimento dei suoi bisogni
soggettivi. È quindi un concetto soggettivo che va di pari passo col valore che il consumatore dà al
prodotto.
L'utilità totale è la somma di utilità di tutte le dosi assunte (=utilità della quantità totale domandata),
mentre quella marginale è l’utilità della sola ultima dose assunta. L'obiettivo è la massima utilità totale
«netta»: utilità totale meno la spesa per l’acquisto. Ciò si ottiene quando per ciascun bene o svz
acquistato l’utilità marginale = prezzo.
Elementi che influenzano la domanda; funzione di domanda; massimizzazione dell’utilità
La domanda è influenzata innanzitutto da fattori oggettivi come il prezzo del bene, il prezzo dei beni
complementari e succedanei/sostituti, il reddito, le leggi, la distribuzione del reddito, la domanda
passata e la facilità di accesso al credito. Ci sono poi fattori soggettivi quali utilità, gusti e preferenze.
La sua funzione matematica – ovvero la relazione tra la domanda di un bene e gli elementi che
incidono su di essa - è:
Qa = f(Pa; Pb...Pk; Y; T)
Qa = quantità domandata del bene “a”
Pa = prezzo del bene
Pb...Pk = prezzo degli altri beni
Y = reddito del consumatore
T = gusti e preferenze
I valori interni alla parentesi sono le variabili indipendenti o esplicative (=/= domanda, variabile
dipendente).
La massimizzazione dell’utilità è l’obiettivo primario del consumatore [famiglie, persone]. Per
calcolarla matematicamente bisogna tenere in considerazione l’utilità marginale -> MU = dTU/dq, ma
anche l’utilità totale del bene o svz.
All'aumentare della quantità domandata o consumata di un bene, l’utilità totale cresce con
incremento decrescente fino a una certa soglia; quella marginale invece decresce al crescere della
quantità acquistata fino ad arrivare a livelli negativi quando l’utilità di quel bene in più viene
considerata superflua.
L'ottimizzazione dell’utilità [la massima utilità totale netta] avviene nel punto H, quando l’utilità
marginale = prezzo (in corrispondenza del massimo della curva dell’utilità totale e dove la retta
dell’utilità marginale tocca l’asse x). Per dirlo in altre parole, la quantità domandata viene portata fino
al punto in cui la sua utilità marginale decrescente è uguale al prezzo: qui l’utilita totale netta sarà
massima (punto H) -> ottimizzazione dell’utilità.
Ipotesi sottostanti:
• razionalità del consumatore
• utilità marginale decrescente (non sempre! Es. assuefazione)
• utilità marginale della moneta è costante
Lo studio del comportamento del consumatore ha avuto storicamente due approcci:
1. Cardinalista -> l’utilità di un consumo è misurabile in assoluto con valori numerici. Quindi si
acquista un prodotto fino a quando l’utilità marginale = prezzo (per ciascun prodotto). L'utilità
è quantificabile, misurabile e addizionabile, e quindi è possibile misurare l’utilità di ogni
individuo riconducibile al consumo. Es: UMgA = pA; UMgB = pB.
2. Ordinalista -> l’utilità non è misurabile direttamente in senso assoluto, il consumatore può
solo stabilire le sue preferenze fra diverse combinazioni di consumi esplicitando “l’ordine”
dell’utilità: se un bene è preferito a un altro. Quindi fino a quando l’utilità marginale di una
singola unità di moneta (UMg ponderata) = utilità marginale ponderata degli altri prodotti
acquistati. Es: UMgA / pA = UMgB / pB = … = UMgN / pN.
L’utilità marginale ponderata è un criterio di scelta razionale del consumatore in condizioni di scarsità
economica: dato un reddito Y, deve soddisfare più bisogni possibili. L'ultimo euro speso per un bene
A deve insomma avere la stessa UMg dell’ultimo speso per B -> uguaglianza delle UM.
Andamento della domanda rispetto al prezzo
La quantità domandata è una funzione inversa rispetto al prezzo, quindi diminuisce all’aumentare del
prezzo. Ciò è valido sia nel caso della domanda individuale sia per la domanda di mercato.
− Approccio cardinalista -> deriva dalla funzione di utilità marginale.
− Approccio ordinalista -> aumentando il prezzo del bene, per mantenere l’UMg ponderata
[maggiore o uguale al prezzo] uguale a quella degli altri beni occorre diminuirne la quantità (e
viceversa).
Insomma: minore è il prezzo, e maggiore è la quantità cui corrisponde un’utilità marginale superiore
o uguale al prezzo (domanda individuale), e quindi la quantità domandata. E dato che ogni individuo
attribuisce utilità diverse, minore è il prezzo, maggiori sono le quantità complessive cui sono attribuite
(dall’insieme degli individui) utilità marginali superiori o uguali al prezzo.
Elasticità diretta della domanda (rispetto al prezzo): significato e valori possibili
È fondamentale per il venditore conoscerla.
Per capire come reagisce la quantità domandata a una variazione di prezzo non sono significative le
variazioni assolute, bensì occorre studiare la variazione proporzionale/percentuale in base al punto di
partenza. Non si parla di unità ma di percentuali, cioè: di che percentuale aumenta q se p diminuisce
di una data percentuale?
Rapporto tra due variazioni proporzionali, una dipendente e una indipendente:
〖∆Q/Q〗 ∕ 〖∆P/P〗
−
−
ΔQ/Q -> differenza di quantità in rapporto alla quantità (variazione percentuale d)
ΔP/P -> differenza di prezzo in rapporto al prezzo (variazione percentuale p)
L'elasticità della domanda misura infatti la variazione proporzionale della domanda in conseguenza
della variazione proporzionale del prezzo che l’ha causata. L’elasticità-prezzo diretta è normalmente
negativa e varia tra -∞ e 0. Se il risultato è tra -∞ e –1, la domanda è elastica [concorrenza; beni non
di prima necessità], cioè le variazioni della quantità sono più che proporzionali rispetto alle variazioni
del prezzo. Per aumentare i ricavi occorre abbassare il prezzo. (GRAFICO A)
Se è compreso tra –1 e 0, è rigida o anelastica [monopolio; beni di prima necessità], cioè a una
variazione di prezzo corrisponde una variazione della domanda (di segno opposto) meno che
proporzionale. Per aumentare i ricavi bisogna aumentare il prezzo. (GRAFICO B)
Domanda di un bene rispetto al prezzo di un altro bene
Uno dei fattori in base ai quali la domanda varia è il prezzo di un altro bene, complementare o
succedaneo.
• Complementari -> vengono consumati insieme, in proporzioni variabili (es. apparecchi Tv e
prezzi pay-per-view) o fisse (automobili e polizze assicurative RCA).
• Succedanei -> possono essere utilizzati alternativamente per soddisfare un bisogno simile
(film in pay-perview tv e spettacoli cinematografici, pedaggi autostradali e biglietti del treno).
La domanda di un bene è inversamente proporzionale/correlata al prezzo di un bene complementare:
se diminuisce il prezzo delle auto, aumenta la quantità domandata di auto e quindi anche di polizze.
Al contrario, se la domanda di un bene è direttamente proporzionale/correlata al prezzo di un bene
succedaneo: se diminuisce il prezzo dei film in ppv tv, aumenta la quantità domandata, quindi
diminuisce la quantità domandata di spettacoli cinematografici.
BENI COMPLEMENTARI
Relazione inversa: al variare del prezzo di B la quantità di A varia in senso opposto.
Se il prezzo di un bene complementare B diminuisce da pB a p’B<pB, la quantità domandata del bene
B aumenta, e di conseguenza anche quella del bene A (da qA a q’A), fermo restando il suo prezzo pA*.
Quindi la domanda di A in funzione del prezzo di A si sposta verso l’alto/destra, cioè aumenta.
Viceversa se il prezzo del bene complementare aumenta.
BENI SUCCEDANEI
Relazione diretta: al variare del prezzo di B la quantità di A varia nello stesso senso.
Se il prezzo di un bene succedaneo B diminuisce da pB a p’B<pB, la quantità domandata del bene B
aumenta, e di conseguenza diminuisce quella di A (da qA a q’A), fermo restando il suo prezzo pA*.
Quindi la domanda di A in funzione del prezzo di A si sposta verso il basso/sinistra, cioè diminuisce.
Viceversa se il prezzo del bene succedaneo aumenta.
Elasticità indiretta o incrociata
Misura la variazione proporzionale della domanda di un bene A in rapporto alla variazione
proporzionale del prezzo di un bene B (complementare o succedaneo).
〖∆qA/qA〗 ∕ 〖∆pB/pB〗
P e q si riferiscono a due prodotti diversi.
Se A e B sono complementari, l’elasticità indiretta è negativa (< 0): a una variazione di un segno al
denominatore corrisponderà una variazione di segno opposto del numeratore. (funzione
graficamente discendente verso destra).
Se A e B sono succedanei, è positiva (> 0): le due variazioni hanno lo stesso segno e quindi il loro
rapporto è positivo (retta discendente verso sinistra).
Se A e B sono scarsamente o per nulla correlati, l’elasticità indiretta avrà valori prossimi allo (o
coincidenti con) 0.
Domanda di un bene rispetto al reddito; elasticità rispetto al reddito; valori possibili
A parità di altre condizioni (prezzi, gusti...), la domanda di tutti i beni e svz è normalmente crescente
al crescere del reddito o della ricchezza a disposizione del consumatore -> proporzionalità diretta.
Tuttavia la domanda tende a crescere meno del reddito, poiché solo una parte della ricchezza è
destinata al consumo di quel bene.
Elasticità-reddito (positiva):
〖∆Q/Q〗 ∕ 〖∆R/R〗
Per i beni di prima necessità c’è una quantità domandata anche in assenza di reddito grazie a prestiti,
risparmio preventivamente accumulato o furti, mentre per i beni di consumo elevati, superflui o di
lusso, la domanda comparirà solo a partire da un certo reddito.
Per molti beni però la relazione positiva domanda-reddito si inverte oltre una certa soglia di reddito,
perché quel bene viene sostituito da altri più costosi utili alla soddisfazione dello stesso bisogno: si
dice allora che questi beni sono divenuti beni inferiori.
2.L’IMPRESA: obiettivi, vincoli, attività, ruolo
Le imprese sono unità decisionali che realizzano la produzione e hanno generalmente come obiettivo
la massimizzazione del profitto o ricavo, col vincolo dei costi di produzione. Producono beni e svz
combinando i fattori di produzione (risorse naturali, beni e svz prodotti da altre imprese; fattori
produttivi offerti dalle persone), cosa che domandano offrendo in cambio prodotti di consumo o
intermedi.
Attività produttiva e creazione di valore; tipi di attività produttive (primarie, secondarie, terziarie)
La produzione è l’attività che trasforma beni e svz economici scarsi in altri beni o svz aventi utilità
superiore, realizzando così una creazione di valore. Le imprese acquistano risorse o beni di altre
imprese + il fattore produttivo delle persone (il cosiddetto “fattore impresa”).
Macro-classificazione delle attività produttive:
1. Primarie -> ricavano prodotti dalla natura (agricoltura, pesca, sfruttamento del sottosuolo)
per il consumo diretto o l’attività di trasformazione secondaria.
2. Secondarie -> industriali, manifatturiere, si occupano della trasformazione fisica dei prodotti
di attività primarie o secondarie (ad es industrie chimiche, siderurgiche, meccaniche,
costruzioni).
3. Terziarie -> servizi; aumentano l’utilità dei prodotti delle attività primarie o secondarie senza
trasformazioni fisiche (commercio, trasporto, credito, assicurazione, comunicazione, turismo,
cultura, spettacolo, sport).
Recentemente si parla di settore terziario avanzato o quaternario, cioè l’insieme delle attività nei
settori delle nuove tecnologie e dell’informazione (telecomunicazioni, informatica, new media,
consulenza, elaborazione di info).
Molte imprese svolgono attività di diversi tipi e in questo caso si considera quella prevalente o meno
sostituibile.
I fattori della produzione: terra, lavoro, capitale, impresa
Elementi necessari a produrre un bene; ogni fattore implica un costo, quindi è importante cercare la
migliore combinazione di fattori per scegliere la soluzione più economica e redditizia.
1. La terra - o spazio - fattore originale della produzione, è portatore o contenitore di risorse
naturali, materie prime, carburanti da estrarre e trasformare poiché non direttamente fruibili.
In genere qualunque attività produttiva ne ha bisogno, ad es coltivazione, insediamento e
sfruttamento. La terra ha un’ulteriore valenza economica ma negativa se intesa come spazio
da superare e quindi comporta un costo di trasporto.
2. Il lavoro [tempo + competenze] è un fattore originale della produzione se è inteso come la
caratteristica intrinseca di ogni persona di impiegare il tempo in un’attività, ma può anche
essere un fattore “prodotto” attraverso istruzione e formazione se inteso come specifica
competenza “ceduta” per un certo tempo.
3. Il capitale è l’insieme di beni e svz preesistenti all’attività dell’impresa e acquistati tramite un
investimento. È strumentale alla produzione dei beni e svz alla quale l’impresa è dedita. In
genere i capitali sono prodotti e acquistati da un’altra impresa (dilemma “make or buy?”), ma
se l’impresa ha la possibilità di creare il tale bene con le caratteristiche ottimali, attuerà
un’espansione verticale. Sono insomma le risorse finanziarie per acquistare beni/svz. Alcuni
sono di consumo [materie prime, energia, semilavorati, scorte], altri duraturi [macchinari,
capannoni, edifici].
4. L’impresa/fattore imprenditore è l’insieme delle caratteristiche che deve avere la figura
dell’imprenditore: idea imprenditoriale, conoscenza di tecnologie, mercato e leggi, capacità
di raccolta e organizzazione degli input e dei finanziamenti, attitudine al rischio. La sua
retribuzione aleatoria è il profitto. Teorie contrastanti se sia un fattore o no, a volte è vista
come parassitismo.
I fattori esterni, territoriali, istituzionali
Il capitale fisso collettivo o infrastrutturale è la ricchezza già prodotta che viene impiegata anche per
la produzione. Es: infrastrutture di trasporto, reti di comunicazione, reti di approvvigionamento idrico
ed energetico, istruzione e formazione, reti di relazioni personali, cultura produttiva e attitudine al
lavoro, reputazione di un’area per certe produzioni.
Secondo alcune definizioni è lo Stato, perché assicura i servizi e le infrastrutture indispensabili per la
produzione.
Agiscono come un fattore esterno all’impresa, cioè non entrano direttamente nel processo produttivo,
ma interno o esterno rispetto al singolo settore industriale; vantaggio proprio di un territorio.
Forma giuridica di impresa e conseguenza sulla gestione
Le imprese si dividono in due grandi categorie: imprese individuali e società, che a loro volta si
suddividono in società di persone (Semplici; Società in nome collettivo), di capitali (Società a
responsabilità limitata; Società per azioni) e cooperative (a mutualità prevalente o non prevalente).
La scelta della forma giuridica ne influenza anche la gestione.
FORMAZIONE DELLE DECISIONI
• Impresa individuale -> prese dal soggetto imprenditoriale o dai suoi delegati.
• Società di persone e cooperative -> con voto capitario (= la maggioranza dei soci). Ogni socio
è titolare di un voto a prescindere da quante azioni possiede.
• Società di capitali -> in base alla maggioranza di capitale. Tra queste ci sono le S.p.a -> la
maggioranza delle azioni. I soci assumono direttamente se si tratta di scelte radicali come
l’approvazione del bilancio e le trasformazioni societarie; per tutte le altre eleggono un
Consiglio d’Amministrazione -> Amministratore delegato > direttori > dirigenti. Il Consiglio
redige un bilancio.
Il problema delle S.p.a è che se chi detiene la maggioranza delle azioni (50%+1) è un’altra società, è
sufficiente detenere il 50%+1 delle azioni della società controllante (e così a cascata). Se l’azionariato
è molto frammentato (azioni acquistate come impiego del risparmio, e i piccoli azionisti non esercitano
il diritto di voto), quindi il controllo si esercita con piccole minoranze.
Altro problema: le decisioni sono affidate a persone diverse dai proprietari (gli amministratori e i
manager) la cui retribuzione principale non è una quota dell’utile ma è uno stipendio. C'è scollamento
tra chi decide e il proprietario.
LIMITAZIONE DI RESPONSABILITA’
• Imprese individuali e società di persone -> imprenditore o socio illimitatamente responsabili:
se l’impresa non paga, i creditori possono rivalersi sul patrimonio personale dell’imprenditore.
• Società di capitali -> soci responsabili entro il limite del loro conferimento di capitale. Il
conferimento di capitale è l’apporto di mezzi (non solo soldi) in un complesso societario già
esistente; come corrispettivo dell’apporto vengono date quote (s.r.l) o azioni (s.p.a) della
conferitaria, e si entra nella sua compagine sociale.
Solo apparentemente il creditore è più tutelato nel primo caso, perché il patrimonio del socio o
dell’imprenditore individuale possono essere molto limitati; il capitale di una S.r.l. o di una S.p.A.
possono costituire una maggiore garanzia.
ACCESSO ALLE RISORSE FINANZIARIE
• Imprese individuali, società di persone e S.r.l. -> possono ricorrere esclusivamente a risorse
finanziarie proprie (conferimenti dei soci o riserve) o a prestiti di banche e creditori.
• S.p.a -> avendo la possibilità di essere quotate in borsa, possono sia emettere obbligazioni che
utilizzare azioni.
Strumenti di investimento per generare guadagno:
Le obbligazioni (bonds) sono prestiti alla società con un tempo di restituzione predeterminato –
periodo lungo alla fine del quale sono restituibili ed entro il quale sono vendibili – e un compenso
predeterminato [interesse], ma che non implicano alcuna partecipazione alle decisioni, ai rischi e agli
utili della società.
Le azioni (shares) sono quote di proprietà della società; strumento di finanziamento dell’impresa
poiché di solito i piccoli azionisti acquistano le azioni come forma di impiego del risparmio; il compenso
non è predeterminato, si punta sulla rivalutazione delle azioni stesse e sulla distribuzione degli utili
distribuiti/dividendo -> assunzione del rischio d’impresa. Sono a tempo indeterminato (non restituibili
ma vendibili), nonostante di fatto permetterebbero anche una quota di proprietà e strumento
decisionale (diritto di voto).
OBIETTIVO REALE DELLE IMPRESE
Nelle piccole e medie imprese (con scelte aziendali operate dalla proprietà) l’obiettivo prioritario è il
massimo profitto. Nelle imprese di grandi dimensioni l’obiettivo prioritario non sempre: dato che i
titolari delle scelte aziendali non sempre coincidono con gli imprenditori, a volte si aggiungono
obiettivi come il massimo ricavo, la massima quota di mercato, l’aumento della quotazione di borsa.
Le imprese pubbliche hanno invece come obiettivo finalità sociali e politiche riconosciute: svz e beni
pubblici, salvaguardia dell’occupazione, ecc.; oppure finalità politico-elettorali se i titolari del potere
decisionale non sono scelti dalla proprietà (i cittadini o i contribuenti) ma nominati/eletti dalle
istituzioni (i partiti) e quindi rispondono ai politici che li hanno nominati.
PROPRIETA’ DEI MEZZI DI PRODUZIONE
→ Economia Marxista -> la retribuzione del lavoro è tenuta al livello di sussistenza (proletariato),
mentre gli imprenditori capitalisti (i proprietari del capitale) si appropriano indebitamente di
un plus valore: differenza fra il prezzo di vendita e il costo del lavoro, o in altre parole fra il
valore prodotto e la remunerazione per il mantenimento dei lavoratori. È invece auspicabile
una proprietà pubblica dei mezzi di produzione.
→ Economia di mercato (liberalismo economico di Adam Smith) -> il capitale e l’impresa sono
fattori di produzione [per Marx lo era il lavoro!], interessi e profitti privati sono leciti e
incentivano all’aumento di produzione e all’innovazione tecnologica. Proprietà privata dei
mezzi di produzione. A favore della libera iniziativa e del libero mercato: lo Stato ha intervento
limitato, realizza le infrastrutture e basta. Il mercato si evolve spontaneamente verso la
struttura più stabile grazie ad una “mano invisibile”, in modo da massimizzare la soddisfazione
di tutti.
In entrambi i casi la proprietà dei mezzi è separata dal lavoro, anche se oggi grazie alle nuove
tecnologie la tendenza sta portando al progressivo slittamento della distribuzione del reddito dal
lavoro al capitale; è quindi necessaria una maggiore diffusione del capitale fra i lavoratori attraverso
la partecipazione agli utili e l’azionariato popolare.
Quantità di prodotto e fattori produttivi: la funzione di produzione
Funzione di produzione = quantità prodotta e offerta un’impresa.
Relazione tra la quantità di un bene prodotto da un’impresa in un tempo dato [variabile dipendente]
e la quantità di fattori produttivi impiegati [indipendente], ad es lavoro L e capitale K.
Qa = f(x1; x2... xn) -> Qa = f(L;K)
Per ciascun fattore, il tempo necessario a cambiare la quantità impiegata è diverso. Si parla di breve
periodo quando si individua un arco di tempo entro il quale almeno uno dei fattori è rimasto costante
(cioè la sua quantità è data) perché non ha avuto tempo di modificarsi. Viceversa, se l’orizzonte
temporale è stato abbastanza lungo da permettere a tutti i fattori produttivi di variare, si parla di lungo
periodo.
Andamento in breve periodo (con gli altri fattori dati: uno o più fattori fissi)
In caso di breve periodo, a parità di quantità impiegata degli altri fattori, la quantità prodotta cresce
al crescere dell’impiego di ciascun fattore; dapprima con incrementi crescenti perché la quantità
impiegata di quel fattore si avvicina alla capacità produttiva ideale con la quantità impiegata degli altri,
poi con incrementi decrescenti e oltre una certa soglia non cresce più o può anche diminuire perché i
fattori produttivi dati sono insufficienti rispetto alla quantità impiegata di questo.
Ad es si considera un capitale fisso e si può decidere di far variare le ore di lavoro applicate
all’impianto, in modo da avere una crescita di produzione.
Prodotto totale Q = f(L) perché K = K*.
Aumentando però le ore di lavoro oltre la soglia ideale di capienza permessa dall’impianto (elemento
fisso), ci sarà una decrescita della produzione e della produttività media [AP = prodotto totale/quantità
fattore, in questo caso L] poiché l’impianto diventa saturo.
Parlando in termini di Produttività Marginale [MP = incremento prodotto totale/incremento fattore
L], una volta raggiunto il valore massimale X in cui la quantità prodotta cessa di aumentare più che
proporzionalmente all’aumentare del lavoro, la produttività marginale decresce e di conseguenza
anche i profitti, arrivando al di sotto delle ascisse, mentre per un tratto la produttività media ancora
inizia a salire perché risente degli aumenti precedenti. Ma quando MP scende sotto AP, allora anche
AP diminuisce.
Andamento in lungo periodo
Sul lungo periodo invece tutti i fattori sono variabili, quindi abbiamo bisogno di una rappresentazione
tridimensionale su tre assi dove troviamo lavoro L e capitale K nel piano, e quantità di produzione Q
in altezza. In questo caso Q = f(L;K) e la rappresentazione grafica avrà la forma non più di una curva
ma di una collinetta 3D. All'inizio, al variare di K (e quindi di L), la produzione cresce con andamento
più che proporzionale, poi con valori meno che proporzionali.
A questo punto occorre stabilire un punto fisso su uno dei tre assi, in questo caso K, ma se si taglia la
montagnetta con un piano verticale che passi da Kx precedentemente stabilita, si torna alle due
dimensioni.
Isoquanti di produzione
Se invece prendiamo come costante un valore di produzione Qx (ovvero il livello di produzione che
l’impresa intende raggiungere), il luogo delle combinazioni di fattori L e K che permettono di
raggiungere quella quantità di prodotto senza sprechi di fattori (= efficienza tecnica -> combinazioni
minime) è detto isoquanto di produzione.
Si tratta di due fattori in relazione di proporzionalità inversa, perché se ne diminuisce uno, l’altro deve
per forza aumentare per mantenere costante la produzione (quindi la curva diminuisce verso destra).
Gli isoquanti sono quindi decrescenti.
Ad ogni isoquanto corrisponde una quantità di produzione via via maggiore mano a mano che ci si
allontana dall’origine degli assi (se non ci sono sprechi, aumentando le quantità di fattori aumenta il
prodotto). In questi fasci di isoquanti, ciascuna funzione è parallela e non si interseca mai con le altre
poiché non può esistere - fatto salvo che non ci siano sprechi -, una stessa combinazione di fattori che
dia origine a due diverse quantità prodotte.
L'isoquanto è una curva convessa verso l’origine degli assi, poiché riducendo l’impiego di un fattore,
la sua produttività marginale crescerà, quindi per lasciare immutato il prodotto totale dovrà crescere
proporzionalmente di più l’altro fattore (la cui produttività marginale diminuirà).
Isocosti di produzione
Una volta individuate le combinazioni tecnicamente efficienti (= no sprechi), bisogna decidere quale è
economicamente efficiente (= minimo costo).
L'isocosto è il luogo delle combinazioni di quantità di fattori che danno luogo allo stesso costo totale
di produzione, anche se con quantità prodotte differenti. Nel grafico della funzione di isocosto, dati
come valore fisso (costante) i Costi Totali [CT = Xpx + Ypy], si mette sull’asse y il valore di CT/py e
sull’asse x il valore di CT/px. Quindi, al variare di px, Y = CT/px-(px/py)X.
La rappresentazione mostra l’isocosto come una retta decrescente che tocca entrambi gli assi, perché
all’aumentare di un fattore, l’altro deve diminuire per mantenere il prezzo costante. La pendenza è
data dal rapporto fra i prezzi dei fattori.
Una volta ottenute le funzioni di isoquanto e isocosto, la scelta ottimale del produttore – dal punto di
vista sia dell’efficienza tecnica che economica - è il punto di incontro tra isoquanto e isocosto di
produzione. Quindi individua una quantità Q0 che vuole produrre; in base a quella costruirà la
funzione di isoquanto corrispondente a quella quantità Q0 per individuare tutte le combinazioni di
fattori tecnicamente efficienti e cercherà il punto in cui la funzione di isocosto è tangente a quella di
isoquanto (il più basso raggiungibile) -> minore costo possibile.
I costi di produzione in breve periodo
Costi di produzione: spese per l’acquisto di fattori produttivi.
Il costo di produzione di ciascun fattore è pari alla quantità impiegata di quel fattore moltiplicata per
il suo prezzo, cioè la somma dei suoi costi fissi e variabili.
CTx = Q
CT = P = CFx + CVx
Ai fattori fissi - breve periodo – corrispondono costi fissi che l’impresa deve sostenere sempre,
indipendentemente dalla quantità prodotta (CF = K -> macchinari, impianti), ai fattori variabili
all’interno del breve periodo corrispondono costi variabili a seconda del livello di produzione, ad es le
materie prime (CV = q•p).
Graficamente la funzione di costi fissi è una retta che prosegue orizzontalmente all’aumentare della
quantità prodotta, mentre i costi variabili sono rappresentati da una curva che cresce all’aumentare
della quantità prodotta (verso destra e verso l’altro, convessa prima verso sinistra, poi verso destra; è
collegata alla funzione di produzione di breve periodo).
La funzione di Costi Totali – CT=CF+CV – quindi viene rappresentata come la curva dei costi variabili
traslata dell’altezza dei costi fissi. A partire da questa funzione è possibile individuare l’ammontare di:
• Costi Totali CT
• Costi Medi Totali -> CMe=CT/Q
• Costi Medi Fissi -> CMeF=CTF/Q
• Costi Medi Variabili -> CMeV=CTV/Q
• Costi Marginali -> CMg=dC/dQ -> variazione del CT se si produce un’unità in più.
Costi di lungo periodo
La funzione dei costi nel lungo periodo è generalmente una previsione fatta dall’imprenditore sulla
base dei precedenti costi in cui è incorso. Non esistono costi fissi dato che tutti i fattori sono variabili.
Graficamente occorre riprodurre la curva/parabola dei costi medi nel breve periodo (CMe BP) e
riprodurla in serie traslata in base alla Q producibile: tracciando una linea orizzontale tangente nel
minimo delle funzioni, si ottiene la funzione dei Costi Medi nel Lungo Periodo (CMe LP-LRAC), che è
costante: per ogni quantità producibile si sceglie la combinazione ottimale di fattori. Ci si colloca sulla
CMeBP più bassa.
La curva CMeLP (costi medi di lungo periodo, LRAC) indica i costi medi minimi per ciascuna quantità
producibile, potendo installare il mix di fattori ottimale per quella quantità. Sopra la curva le
combinazioni quantità-costo sono possibili ma non efficienti economicamente. Sotto invece sono
tecnicamente impossibili.
Esistono però dei fattori che anche nel lungo periodo, quando possono essere variati, l’andamento di
una curva abbia una fase discendente e una crescente.
Lungo periodo: economie e diseconomie di scala
Le economie di scala sono quelle che puntano alla riduzione del costo unitario (e/o aumento di
produttività) all’aumentare delle dimensioni, puntando sulla migliore organizzazione e divisione del
lavoro, sulla più razionale articolazione dei compiti, specializzazione, formazione specialistica, ricerca
e sviluppo, costi pubblicitari.
La quantità prodotta aumenta più che proporzionalmente rispetto ai fattori impiegati; quindi il costo
medio diminuisce.
La funzione è graficamente rappresentata come delle curve tangenti al ramo decrescente (la funzione
dei CMe LP è curva); tuttavia oltre un certo livello di crescita in funzione della quantità, subentrano
diseconomie di scala, che comportano burocratizzazione, conflittualità sindacale, scarsità di fattori (e
aumento del prezzo), disorganizzazione della crescita, obiettivi diversi da quelli di efficienza. La
quantità aumenta quindi meno che proporzionalmente ai fattori impiegati, causando un aumento dei
costi medi. Graficamente infatti la funzione dei CMe LP per le diseconomie è una curva tangente nel
ramo crescente -> aumenta verso destra all’aumentare della quantità.
Ricavi di vendita
Caratteristiche:
• Ricavi totali -> il prezzo di vendita per la quantità venduta: RT = p•q
• Ricavo medio -> media dei prezzi oppure RT diviso la quantità venduta -> RMe=RT/q=p
• Ricavo marginale -> variazione di ricavo totale per un aumento di quantità venduta ->
RMg=dRT/dq. Coincide con il prezzo se quest’ultimo non varia, non coincide se per aumentare
q bisogna ridurre p.
Andamento:
L’andamento dei ricavi è correlato all’andamento della domanda.
Se la domanda è decrescente rispetto al prezzo ---> RT=p•q=aq-bq2 --> RMg=dRT/dq=a-2bq
Dove dRT è il delta dei ricavi totali, cioè la loro variazione al variare della quantità. [a – bq è la
forumulazione esplicita di p]
Se la domanda è infinitamente elastica, ossia in situazione di concorrenza perfetta, p è costante
(retta orizzontale) e corrisponde anche alle funzioni di ricavo medio e marginale.
P=Rme=Rmg=d(pq)/dq, mentre i ricavi sono rappresentati da una retta che parte dall’origine degli
assi [RT=p•q] in cui p è fisso e dà l’inclinazione della retta (tangente alfa=p= RMe = RMg).
La ricerca del massimo profitto: uguaglianza fra ricavi marginali e costi marginali
Consueto obiettivo dell’imprenditore, la ricerca del massimo profitto lo spinge ad aumentare la
quantità prodotta finché il ricavo dell’unità addizionale (RMg) rimane superiore al suo costo (CMg), e
non oltre.
Quindi, data la funzione di profitto π = RT-CT (ricavo totale – costo totale), il massimo profitto si ha
quando Maxπ -> RMg=CMg.
Anche l’andamento del profitto è correlato al tipo di domanda:
Nel caso di domanda infinitamente elastica, si sovrappone graficamente la curva (convessa prima
verso l’alto-sinistra, poi verso il basso-destra) dei CT [= CF+CV] e la retta dei RT (=p•q).
Il primo tratto di curva, convessa verso l’alto e verso sinistra, è la combinazione di p e q che dà origine
a una perdita poiché RT<CT. La seconda parte di funzione CT, convessa verso il basso e verso destra, è
l’area di profitto, poiché RT>CT.
Se riportiamo tale parte di curva tangente con la retta dei RT sull’asse x (quantità) capovolta [i punti
di tangenza di CT e RT diventano i punti di tangenza di πT e asse q) abbiamo la rappresentazione della
funzione del profitto.
Occorre a questo punto trovare la q che corrisponde al massimo profitto. Tornando a lavorare sulla
funzione CT, disegniamo la retta tangente a CT (beta) a tale parte di curva, che rappresenta i costi
marginali CMg e rimarrà parallela alla retta dei RT. Il punto di tangenza tra CMg e CT, riportato sulla
curva πT e quindi sull’asse delle x, individua il punto qE che corrisponde al Maxπ (dove RMg=CMg).
La situazione è analoga in condizione di domanda discendente o anelastica come nel mercato di
monopolio (e non solo), in cui il prezzo è variabile, solo che alla funzione di costi totali non si somma
più la retta, bensì la funzione discendente (RT=p•q con anche p variabile). Anche in questo caso si
ricerca il punto qE in cui RMg=CMg.
Come si assume dalle rappresentazioni, la produzione dell’impresa non sarà mai infinitamente
crescente.
3. I MERCATI: definizione e ruolo; utilità e domanda; costi e offerta
Il mercato è il luogo fisico, virtuale o concettuale in cui si incontra la domanda (D demand) - intesa
come somma delle domande individuali – con l’offerta (S supply) - intesa come somma delle offerte
individuali di ciascun'impresa.
Ogni bene e svz finale o intermedio ha il suo mercato, così come ciascun fattore della produzione, in
questo caso tenendo conto delle differenze, in particolare nel mercato del lavoro, e con ruoli D e S
invertiti fra imprese e famiglie.
Il prezzo di quel bene o servizio si forma (direttamente o indirettamente) “sul” mercato, e serve a
mettere in equilibrio domanda e offerta. Variazioni nella domanda e/o nell’offerta (esogene, cioè
determinate dall’esterno del mercato, ed eventualmente del sistema economico) causano
aggiustamenti di prezzo che riportano l’equilibrio.
Nel mercato possono incontrarsi la domanda e l’offerta di beni, servizi e fattori produttivi di imprese
e imprese, o imprese e consumatori.
La domanda deriva dall’utilità (che resta soggettiva anche se la domanda è di mercato) e più in
particolare dall’utilità marginale [funzione decrescente] secondo una proporzionalità inversa rispetto
a p. Per ogni possibile livello di prezzo, il mercato domanda le quantità le cui UMg sono maggiori di p.
Molte variabili entrano in gioco: la funzione cresce verso destra e verso l’alto se aumenta il reddito,
l’interesse verso quel bene (gusti) e/o il prezzo dei beni succedanei, oppure se diminuisce il prezzo dei
beni complementari. A far decrescere l’UMg può anche essere il limite di tempo di consumo.
L’offerta deriva dai costi di produzione, in particolare dai costi marginali CMg: maggiore è il prezzo di
vendita, maggiori le quantità che si possono produrre e offrire a un costo marginale non superiore al
prezzo.
Elasticità dell’offerta
L’elasticità dell’offerta misura la variazione (proporzionale) della quantità offerta in relazione a una
variazione (proporzionale) del prezzo di vendita. Più l’offerta elastica e più è orizzontale (grafico I), più
è rigida e più è verticale (II). Deriva principalmente dall’elasticità di offerta dei fattori produttivi, che è
tanto maggiore quanto più il fattore è sostituibile.
Come funziona il mercato
Il prezzo si forma direttamente o indirettamente sul mercato, in quanto il prezzo di equilibrio si verifica
all’incrocio delle funzioni di offerta e domanda (pE -> D=S), che avviene in presenza di qE.
Molte variabili entrano in gioco: la funzione di domanda cresce verso destra e verso l’alto se aumenta
il reddito, se diminuiscono i costi di produzione (costi dei fattori, energia, materie prime), se cala il
prezzo di un bene complementare e/o se aumenta il prezzo di un bene succedaneo; viceversa, la
funzione si sposta verso sinistra e verso il basso, ossia diminuisce.
La funzione di offerta cresce, cioè si sposta verso destra e verso il basso, se diminuiscono i costi di
produzione (costi dei fattori, energia, materie prime, etc.). Viceversa, diminuisce se aumentano i costi.
Se si forma un prezzo superiore, tenderà a scendere per riassestare la situazione di eccesso di offerta
(S>D); se si forma un prezzo inferiore, tenderà a crescere per ottimizzare il profitto visto che l’offerta
è minore della domanda (S<D).
L’equilibrio si raggiunge con un prezzo pE e una quantità scambiata qE. Qualunque situazione di
disequilibrio è infatti solo possibile nel BP, mentre nel lungo periodo si torna sempre ad una situazione
di prezzo di equilibrio.
Variazioni di D e S (funzioni di D e S):
A parità di altre condizioni: un aumento della domanda (D’) determina un momentaneo eccesso di
domanda e un aumento del prezzo di equilibrio e della quantità scambiata. Una diminuzione della
domanda (D”) determina un tendenziale eccesso di offerta e una riduzione del prezzo di equilibrio e
della quantità scambiata.
A parità di altre condizioni: un aumento dell’offerta (S’) determina un momentaneo eccesso di offerta
e una diminuzione del prezzo di equilibrio con aumento della quantità scambiata. Una diminuzione
dell’offerta (S”) determina un momentaneo eccesso di domanda e un aumento del prezzo di equilibrio
con riduzione della quantità scambiata.
Quindi:
Nel breve periodo un aumento della domanda determina un aumento del prezzo e un (limitato)
aumento della quantità scambiata.
Ma nel lungo periodo il sistema si adatta aumentando l’offerta: la quantità scambiata aumenta
(molto), il prezzo può aumentare o più probabilmente (specialmente in caso di progresso tecnico)
diminuire. Analogamente per una diminuzione della domanda.
Il mercato dei fattori produttivi: costo opportunità e rendita
L’elasticità dell’offerta deriva dall’elasticità di offerta dei fattori produttivi: maggiore quanto il fattore
è riproducibile o sostituibile (es. manodopera non specializzata), e minore o nulla se il fattore è “unico”
o limitato.
Prendendo in analisi il fattore produttivo più tipico: il lavoro -> otteniamo la retribuzione, che è
suddivisa tra costo-opportunità [= quanto sarebbe ricavato da impieghi alternativi] e rendita [=
pagamento della sua “unicità”]. La suddivisione dipende dalla curva di S, cioè dall’elasticità di offerta
del fattore.
Quindi:
R = pfattore produttivo • q = CO + R
Elementi che incidono sulle forme di mercato
Le forme di mercato si differenziano per:
• Numero dei venditori: maggiore è il loro numero, minore è il loro potere di influire sul
mercato.
• Numero dei compratori: maggiore è il loro numero, minore il loro potere di influire sul
mercato.
• Libertà di ingresso/uscita nel/dal mercato: maggiore è, più il mercato è concorrenziale.
• Grado di omogeneità del prodotto: maggiore è l’omogeneità (uguaglianza) del prodotto dei
diversi produttori/venditori, maggiore la sostituibilità e quindi la concorrenza.
• Estensione geografica e costi di trasporto: maggiore è l’estensione geografica / la distanza fra
gli attori o il costo per il superamento, minore è la concorrenza.
•
Grado di informazione/trasparenza (quanto i diversi attori conoscono le condizioni del
mercato): maggiore è l’informazione e maggiore è la concorrenza.
Concorrenza perfetta e domanda infinitamente elastica
Il mercato di concorrenza è caratterizzato da molti (∞) produttori e molti (∞) consumatori, cosa che
dà origine ad un’elasticità di prezzo molto elevata (∞ in caso di concorrenza perfetta). La domanda di
mercato e l’offerta di mercato danno luogo al prezzo di vendita, che è un dato per tutti i produttori/
venditori (price takers, non hanno influenza sul mercato), cioè la domanda per ciascuno è
infinitamente elastica. Ciascuno di essi, non potendo agire sul prezzo, produrrà la quantità che
permette di eguagliare ricavi marginali e costi marginali, il che gli garantisce il massimo profitto (o
comunque la minima perdita). Si ha concorrenza perfetta quando si ha omogeneità dei prodotti,
distanza geografica limitata fra i vari venditori e grado di informazione alto: il prezzo è fisso e stabilito
dal mercato alla corrispondenza di massimo profitto ---> Max π -> RMg = CMg.
Nel breve periodo l’equilibrio è raggiunto con l’uguaglianza di p=RMg e di CMg. Se l’incontro
p=RMg=CMg si realizza al di sotto dei costi medi, si hanno perdite, e nel lungo periodo alcuni
produttori abbandoneranno il mercato, determinando una riduzione dell’offerta e un aumento del
prezzo fino alla tangenza fra RMg e CMe.
Se invece l’incontro p=RMg=CMg si realizza al di sopra dei costi medi, si hanno extraprofitti, e nel lungo
periodo alcuni nuovi produttori entreranno nel mercato, determinando un aumento dell’offerta e una
riduzione del prezzo fino alla tangenza fra RMg e CMe.
Dopo gli eventuali aggiustamenti, nel lungo periodo l’equilibrio è infine raggiunto con l’uguaglianza di
p=RMg = CMg e la tangenza di p=RMg con CMe. In questa posizione non si hanno più spinte a ulteriori
ingressi o abbandoni -> equilibrio. Il prezzo è uguale al costo medio minimo di produzione.
Il mercato monopolistico ha un solo produttore e molti (∞) consumatori. Il prezzo è stabilito dall’unico
produttore, il quale cerca di perseguire il massimo profitto -> Max π con qE tale che RMg = CMg. Non
c’è libertà di accesso al mercato, quindi la situazione e l’andamento del prezzo rimangono costanti nel
lungo periodo.
Equilibrio del monopolista -> mercato = produttore. Il mercato monopolista è influenzato quasi
esclusivamente dal produttore e dai suoi costi di produzione; ha come obiettivo il massimo profitto:
Max π con la quantità qE tale che RMg = CMg.
La quantità qE per la proiezione del CMe dà il suo costo totale, mentre la quantità qE per la proiezione
del RMe dà il ricavo totale. La differenza tra ricavi totali e costi totali dà un (extra)profitto:
Maxπmonopolio = RT – CT.
Non potendo entrare nuovi offerenti la situazione si mantiene nel lungo periodo.
Il mercato di oligopolio ha molti (∞) compratori e pochi venditori, non abbastanza da evitare influenze
reciproche: ciascun produttore/venditore nel determinare il proprio comportamento dovrà tenere
conto delle possibili reazioni degli altri e viene studiato attraverso la teoria dei giochi; per esempio,
l’offerente può stimare un’elasticità maggiore se alza il prezzo (i clienti scappano) ma non se lo abbassa
(non attira quelli degli altri).
Si parla di oligopolio competitivo quando il venditore attua le proprie scelte in conflitto con gli altri
(tipo concorrenza), mentre è oligopolio collusivo quando gli offerenti agiscono su comune accordo
tacito o esplicito, con risultati simili a quelli del monopolio.
Il mercato di concorrenza imperfetta o monopolistica
Il caso della concorrenza imperfetta monopolistica è un caso intermedio: mercato con molti produttori
e molti venditori, ma manca l’omogeneità dei prodotti e/o i pdv sono distanti, quindi il mercato non è
a-spaziale. La curva di domanda è in questo caso molto elastica ma non perfettamente elastica, il che
si traduce con un certo margine di fedeltà dei clienti.
Quando ogni concorrente tenderà ad ampliare la propria capacità produttiva per strappare delle
quote di mercato ai concorrenti, si incorrerà in un eccesso di capacità produttiva (overcapacity).
MACROECONOMIA
La macroeconomia ha per oggetto lo studio di ciò che determina la produzione e il reddito totale di
un sistema economico: la domanda e l’offerta aggregate (di tutti i beni e servizi) il consumo e il
risparmio, gli investimenti, la domanda e l’offerta di credito, il tasso d’interesse, il livello dei prezzi,
l’occupazione, etc., e delle relazioni fra queste variabili.
La sua finalità è di comprendere il funzionamento del sistema economico nel suo complesso e porre
le basi per le decisioni di politica economica.
Il PIL: definizioni
Il prodotto interno lordo (PIL, o GDP, gross domestic product) è il valore di tutti i beni e servizi finali [=
ricchezza] prodotti in un dato periodo nel sistema economico, ai prezzi di mercato.
• “finali” -> sono esclusi i beni intermedi.
• “periodo” -> un flusso relativo alla produzione corrente.
• “nel sistema economico” -> dalle imprese presenti sul territorio anche se estere; se fosse dalle
imprese nazionali, localizzate nel sistema o fuori, sarebbe il prodotto nazionale lordo (PNL, o
GNP, gross national product).
• “prezzi di mercato” -> include il costo dei fattori e le imposte (o, meglio, la differenza fra
imposte ed eventuali contributi alle imprese), in particolare quella sul Valore Aggiunto; se si
escludono le imposte si ha il PIL al costo dei fattori.
Gli ammortamenti
È insomma la ricchezza complessiva prodotta dalla comunità che forma il sistema economico. Si dice
che è lordo perché si include anche la ricchezza/i beni strumentali necessari a ricostituire la capacità
produttiva di un impianto o bene strumentale (= ammortamento, investimento lordo), andato perso
rispetto all’inizio dell’anno a causa dell’utilizzo ripetuto nel tempo o dell’obsolescenza. Gli
ammortamenti sono insomma gli aumenti complessivi della capacità produttiva (beni strumentali
destinati alla produzione futura oppure aumento delle scorte). Se il costo di ammortamento non fosse
considerato, si parlerebbe di PIN (Prodotto Interno Netto).
Valori finali, aggiunti e valore delle transazioni per calcolare il PIL
Valore Aggiunto di ciascuna impresa o settore = ammontare delle vendite di impresa – ammontare
degli acquisti da altre imprese o settori; calcolo effettuato per ogni passaggio del ciclo produttivo.
Il PIL coincide con la somma dei VA di tutte le imprese (se escluso, è PIN).
Il valore delle transazioni è invece la somma del valore di tutti gli scambi di beni e servizi, esclusi i
fattori produttivi (venduti dalle famiglie alle imprese).
Calcolo del PIL
• Metodo dei valori finali: sono esclusi i prodotti intermedi, per calcolare solo il valore dei
prodotti finali ai prezzi di mercato.
• Metodo dei valori aggiunti: per ogni passaggio del ciclo produttivo viene calcolato solo il valore
aggiunto.
Prodotto e reddito
Abbiamo visto che PIL = somma dei valori aggiunti di tutte le imprese.
Il valore aggiunto di ogni impresa [escluse imposte e profitti non distribuiti (riserve)] + eventuali aiuti
alla produzione, coincide con la retribuzione (reddito) dei fattori produttivi che ha utilizzato (incluso il
“fattore impresa”), detenuti dalle persone o famiglie, e rappresenta il loro reddito personale. Il reddito
personale, al netto delle imposte dirette sui redditi (e aggiungendo eventuali trasferimenti sociali) dà
luogo al reddito personale disponibile.
Insomma: il valore di produzione si traduce nel reddito ricevuto da individui e famiglie, che forniscono
fattori produttivi e ricevono salari, interessi, rendite e profitti.
Flusso circolare del reddito: uscite, entrate, equilibrio
Il valore della produzione viene distribuito alle persone/famiglie sotto forma di reddito, che viene
speso dalle persone/famiglie per acquistare la produzione -> flusso circolare.
Attori sono gli aggregati macroeconomici, che collaborano a creare il flusso circolare del reddito.
Perché il sistema sia in equilibrio [I; eX; G =S; iM; T) occorre che alle entrate/immissioni corrispondano
delle uscite/prelievi.
• Entrate -> Investimenti I, pagamenti delle esportazioni eX, spesa pubblica G.
• Uscite -> Risparmi S, importazioni iM, imposte T.
Dal punto di vista quantitativo, se le immissioni sono maggiori dei prelievi, il reddito cresce nel tempo,
si riscontra una crescita di reddito nel tempo; viceversa una decrescita.
Esiste anche una versione semplificata del flusso, che lo vede come un sistema chiuso in cui si ha solo
uno scambio di beni, servizi e fattori produttivi tra imprese e famiglie, in cui non sono considerati né
la spesa pubblica né i rapporti commerciali con l’estero.
Prodotto -> reddito -> spesa
Nel sistema semplificato, la produzione diventa il reddito, che può essere solo consumato o
risparmiato (e in questo caso esce dal flusso) -> reddito = consumi + risparmi -> Y ≡ C + S.
Il consumo del reddito diventa parte della spesa per l’acquisto di beni e servizi finali, cui si aggiungono
anche gli investimenti (entrata nel f.c.); insieme costituiscono la domanda aggregata -> domanda
aggregata = consumi + investimenti -> Y ≡ C + I.
Quindi C + S ≡ Y ≡ C + I ---> S ≡ I, dove S sono i risparmi e I gli investimenti.
Investimenti programmati e non programmati; variazioni delle scorte
Gli investimenti includono la variazione di capacità produttiva (es nuovi impianti), ma anche la
variazione delle scorte, in quanto possono essere vendute nei periodi successivi.
A parte eventuali variazioni programmate delle scorte per far fronte a un aumento di domanda
previsto, le scorte variano in più o in meno perché si è venduto meno o più di quanto previsto.
L’aumento (riduzione) delle scorte può essere equiparato ex post a un investimento non programmato
(o non desiderato).
Si suddividono fra investimenti programmati (ex ante = IP) come i macchinari e le scorte, che
prevedono solo le scorte programmate, e investimenti effettivi (ex post = IP + INP), maggiori o minori,
nei quali sono considerate anche le variazioni di scorte non programmate.
La produzione effettiva Y e la domanda effettiva C+I coincidono, poiché tutta la produzione viene
consumata o investita (se si include in I tutto lo stock di capacità produttiva, incluse le scorte) -> Y ≡ C
+ I ≡ C + IP + INP. È importante sottolineare che ≡ è un segno di identità e non di uguaglianza.
Però la produzione effettiva Y e la domanda programmata C + IP non coincidono necessariamente, ma
solo quando solo quando INP=0 e quindi I= IP. In questo caso la produzione non solo coincide con la
domanda effettiva ex post ma è anche uguale alla domanda programmata ex ante -> Y = C + I = C + IP.
Uguaglianza tra I ed S
Poiché la produzione coincide anche con i redditi distribuiti, che possono essere solo consumati o
risparmiati, Y ≡ C + S.
• Ex post -> domanda (effettiva), produzione e reddito coincidono sempre: C + I ≡ Y ≡ C + S.
• Ex ante -> la domanda (programmata) è uguale alla produzione e al reddito solo in un punto
che corrisponde al reddito/produzione di equilibrio: C + IP = Y ≡ C + S. La conduzione di identità
diventa segno di uguaglianza.
Infatti quando Y è in equilibrio si ha I = S perché IP = S.
Il reddito di equilibrio con D costante in un sistema chiuso
Cosa può verificarsi?
• Eccesso di domanda -> scorte calano -> si programma aumento di produzione.
• Eccesso di produzione -> scorte crescono -> si programma riduzione di produzione.
In un sistema aperto e con presenza di pubblica amministrazione
Se si rimuove la semplificazione, vengono introdotti nel flusso circolare del reddito anche la Pubblica
Amministrazione (T e G) e gli scambi internazionali (eX e iM). A questo punto la produzione si
distribuisce fra più elementi: tasse, risparmio, consumo interno, importazioni -> Y ≡ C + S + T + iM.
Stessa cosa accade alla domanda aggregata, costituita da consumi, investimenti, spesa pubblica (per
acquisti e per trasferimenti) ed esportazioni -> C + I + G + X ≡ Y ≡ C + S + T + M.
Che può diventare:
S + (X - M) ≡ I + ( G ⎯ T )
Dove “X - M” è il saldo della bilancia commerciale, mentre “G - T” è il debito pubblico.
Anche in questo caso, ciò è sempre vero se si considerano domanda e produzione effettive (ex post),
mentre ex ante la domanda (programmata) è uguale alla produzione nel punto in cui reddito e
produzione coincidono: C + IP + G + X = Y ≡ C + S + T + M.
Quando Y è in equilibrio si ha I = S perché IP + G + X = S + T + M.
Implicazioni per la politica economica: obiettivi
Dall'interpretazione della formula di equilibrio macroeconomico, si desume che il risparmio e il surplus
o saldo della bilancia commerciale [pagamento delle esportazioni X – pagamento delle importazioni
M] alimentano investimenti e spesa pubblica.
Se si aumenta la spesa pubblica G, eccede la tassazione (ossia il bilancio dello Stato è in disavanzo) e
si riducono gli investimenti privati. Ma se si aumenta la tassazione, si riduce il reddito disponibile e
quindi si riducono consumo e risparmio.
Queste sono le principali questioni prese in analisi dalla politica economica di un Paese, che
principalmente realizza un insieme di misure fiscali [tasse, spesa pubblica e sussidi] e monetarie
[offerta di moneta, tassi di interesse] che mirano a migliorare il tenore di vita dei cittadini aumentando
il reddito, perseguendo una ridistribuzione il più uniforme possibile, evitando perdite di potere
d’acquisto della moneta (inflazione, peggioramento del tasso di cambio).
La politica economica punta dunque a cercare di far aumentare gli investimenti e l’occupazione.
Il funzionamento del flusso e del reddito di equilibrio fa sì che reddito e produzione aumentino quando
sono al di sotto del reddito di equilibrio. Si cerca di spostare verso dx (aumentare) il livello di reddito
di equilibrio [intersezione fra domanda aggregata e produzione/reddito], in quanto al di sotto di quel
limite sia il reddito che la produzione tendono ad aumentare. Per fare ciò, è auspicabile far crescere
verso l’alto la funzione della domanda aggregata aumentando consumo, investimenti, spesa pubblica
e/o esportazioni, ma si tratta di difficili da attuare perché la maggior parte di questi aggregati sono
difficilmente influenzabili, inoltre tutti collegati fra loro, e in parte confliggenti:
Per far aumentare:
• Consumo -> bisogna far diminuire il risparmio e/o le tasse, quindi restano meno soldi per
investimenti e spesa pubblica.
• Investimenti (privati) -> bisogna che gli investitori abbiano prospettive di profitto (quindi che
l’economia sia già in crescita) o che abbiano costi minori (minori tassi di interesse per il
finanziamento degli investimenti).
• Spesa pubblica -> ci vogliono più tasse (il che riduce le risorse disponibili per consumi e
investimenti) oppure più debito pubblico per finanziare il disavanzo (il che fa aumentare i tassi
d’interesse, scoraggia gli investimenti e si ripercuote sulle tasse future).
• Esportazioni -> bisogna produrre beni di alta qualità e/o a basso prezzo, quindi occorrono
investimenti.
Domanda aggregata e consumo
Ora rimuoviamo la semplificazione precedentemente introdotta, e cioè che la domanda aggregata sia
costante al crescere della produzione/reddito, cioè, come si è visto:
La funzione del consumo
Il consumo C cresce al crescere del reddito Y, ma meno; solo una parte della crescita di Y diventa
crescita di C.
La funzione di consumo -> C = C* + cY, è infatti meno inclinata [0<c<1] rispetto a quella di produzione
Y. C* è il consumo autonomo, cY è il consumo indotto.
Reddito di sussistenza e consumo autonomo
Se Y = 0 (reddito molto basso) si ha comunque un certo livello di consumo C* “autonomo” via via
crescente in quanto esistono bisogni primari che in qualche modo devono essere soddisfatti, e sotto
un certo livello di reddito “di sussistenza” C è maggiore di Y (il Paese si indebita attraverso altri sistemi
economici o consuma riserve passate).
Propensione marginale al consumo
c è il coefficiente angolare della retta del consumo, ovvero l’inclinazione della funzione C [= quanto
cresce C al crescere di Y], in quanto 0<c<1. c esprime insomma la propensione marginale al consumo
dC/dY -> c = dC/dY.
Propensione media al consumo
Il rapporto tra consumo totale e reddito, cioè quanta parte del reddito è destinata al consumo, è la
propensione media al consumo C/Y; è maggiore di 1 solo per i redditi inferiori alla sussistenza, in
seguito è compresa tra 0 e 1.
Consumo di domanda aggregata e reddito di equilibrio: relazioni
Assumendo che I, G, X siano invarianti al crescere di Y, la domanda aggregata [DA = C + I + G + X] avrà
ora la stessa inclinazione di C ma traslata verso l’alto.
Le altre grandezze della microeconomia
Abbiamo visto l’andamento di C in funzione di Y, ma da che cosa dipendono, e come variano rispetto
a Y gli altri aggregati che rappresentano le uscite dal flusso circolare del reddito (ovvero S, T e M)? E
gli altri aggregati che rappresentano le entrate nel flusso circolare del reddito (ovvero I, G inclusi
sussidi e trasferimenti, e X)?
Ma soprattutto, a cosa serviva questo paragrafo?
Il risparmio (S) aggregato in relazione al reddito
Risparmio -> S = S* + sY; è la parte del reddito disponibile YD (cioè reddito al netto delle tasse) che il
sistema economico non destina ai consumi domestici C o alle importazioni M.
In una visione semplificata, S = Y – C -> complemento del consumo rispetto al reddito Y, cioè S è la
parte di Y non destinata a C.
Il risparmio cresce al crescere di Y ma meno, poiché solo una parte della crescita Y diventa crescita di
S; il resto va a C, nel sistema semplificato.
Al consumo autonomo C* coincide S* = -C*. Se:
S = Y − C ---> S = Y − C* − cY ---> S = − C* + (1 − c) Y
Chiamando −C* = S* e 1 − c = s, si ottiene S = S* + sY.
La funzione del risparmio
Il risparmio S cresce al crescere di Y, ma meno: solo una parte della crescita di Y diventa crescita di S
(il resto va a C).
In corrispondenza del reddito di sussistenza S = 0, il risparmio ha un valore negativo –S*; sotto il
reddito di sussistenza, il risparmio è negativo, quindi S<0 perché il consumo è finanziato da risparmi
passati.
Propensione marginale al risparmio
coefficiente angolare s (cioè: l’inclinazione della funzione S, ovvero quanto cresce S al crescere di Y, è
s), ossia la propensione marginale al risparmio [s = dS/dY], che è compresa tra 0 e 1 - solo nel caso di
redditi inferiori alla sussistenza.
Propensione media al risparmio
Il rapporto fra risparmio totale e reddito (cioè quanta parte del reddito è destinata al risparmio) è la
propensione media al risparmio S/Y. È negativa per redditi inferiori alla sussistenza, poi è compresa
fra 0 e 1.
La relazione fra consumo e risparmio (sempre nel sistema semplificato)
Il risparmio è la differenza fra reddito e consumo -> Y ≡ C + S.
La propensione marginale al risparmio è il complemento a 1 (ovvero l’opposto) della propensione
marginale al consumo dC/dY+dS/dY ≡ 1.
c+s≡1
La propensione media al risparmio è il complemento a 1 della propensione media al consumo: C / Y +
S / Y ≡ (C+S) / Y ≡ 1.
L’investimento
È la spesa per creare nuova capacità produttiva, la quale determina l’aspettativa di un ricavo di
vendita. I ricavi attesi meno i costi di ammortamento dell’investimento stesso e meno il costo dei
fattori variabili impiegati insieme all’investimento determina il profitto atteso.
Il rapporto fra profitto atteso e capitale investito determina il tasso di profitto atteso πA.
Es numerico/microeconomico: un imprenditore investe 10 milioni di euro in un nuovo impianto per il
quale prevede una vita utile di 10 anni, con un ammortamento annuo di 1 milione. Ogni anno ci
saranno costi variabili per retribuire 10 nuovi addetti (300 mila euro), costi energetici (150 mila euro)
e altri costi (50 mila euro) per un totale di 500 mila euro = 0,5 milioni.
I ricavi di vendita attesi dalla produzione addizionale sono pari a 2 milioni / anno; quindi i l profitto
atteso annualmente per ogni anno di vita dell’impianto è 2 − 1 − 0,5 = 0,5 milioni. Il tasso di profitto
atteso è π A = 0,5 / 10 = 5%.
Es macroeconomico: le imprese di un Paese realizzano nell’anno, complessivamente, 250 miliardi di
euro di investimenti, e gli ammortamenti annui saranno di 25 miliardi di euro. I costi variabili connessi
ai nuovi investimenti saranno di 10 miliardi all’anno. I ricavi di vendita attesi saranno di 40 miliardi
all’anno. Il profitto atteso annualmente dagli investimenti è 40 − 25 − 10 = 5 miliardi, mentre il tasso
di profitto atteso è π A = 5 / 250 = 2%.
Prima di effettuare l’investimento ogni imprenditore/produttore dovrà confrontare il tasso di profitto
atteso πA con il tasso d’interesse i, che corrisponde o al costo da sostenere per procurarsi il capitale
necessario all’investimento (se non si dispone di risorse sufficienti), oppure al guadagno cui rinuncia
se dispone già del capitale necessario e rinuncia a prestarlo.
A livello micro, ciascun investimento si effettua se il tasso di profitto atteso lordo πA (cioè al lordo del
suo costo, che è il tasso di interesse) è superiore al tasso di interesse; a livello macro nel sistema si
effettuano gli investimenti per i quali πA > i.
Se si ordinano gli investimenti possibili I da quello con il πA più elevato a quello con il πA più basso,
ogni possibile livello del tasso d’interesse i individua una quantità di investimenti il cui πA è superiore
a i. Tanto minore sarà i, tanto maggiori saranno i progetti di investimento per i quali πA > i, e quindi
tanto maggiori gli investimenti. Gli investimenti che si effettuano sono inversamente correlati al tasso
d’interesse.
L’equilibrio reale in un sistema chiuso senza pubblica amministrazione
Come visto, l’investimento I varia in funzione inversa rispetto al tasso d’interesse i; invece,
considerando il sistema semplificato, gli investimenti non variano al variare del reddito Y.
In realtà non è sempre così ma ce ne facciamo una ragione. Comunque può essere rappresentato
come una retta orizzontale in funzione di Y.
La condizione di equilibrio reale è che C + I = C + S, che ha luogo quando I = S.
L’equilibrio reale in un sistema aperto con pubblica amministrazione
Equilibrio reale basato su C + I + G + X = C + S + T + M, il grafico rimane lo stesso ma la domanda
aggregata aggiunge i valori di spesa pubblica ed esportazioni (DA= C + I + G + X), che comunque non
modificano l’inclinazione della retta perché sono indipendenti da Y [la spesa pubblica è decisa dal
decisore politico, e i pagamenti delle esportazioni sono frutto delle decisioni di acquisto degli operatori
esteri]. La retta del risparmio diventa la somma di risparmio, tasse e importazioni (S + T + M), funzione
diretta di Y [tasse direttamente correlate al reddito, così come la quantità di esportazioni].
Formalmente le funzioni rimangono nelle stesse posizioni di prima, ma rappresentano più variabili: in
questa versione il reddito di equilibrio è quello per il quale I+G+X = S+T+M.
IL MERCATO MONETARIO
Cenni sul mercato monetario
La forma più antica di economia primitiva prevedeva per gli scambi commerciali il baratto (monetamerce), ossia lo scambio di beni per altri beni esclusivamente in base al loro valore di utilità.
Successivamente, la scomodità [trasporto di beni ingombranti nello spazio e beni deperibili nel tempo]
e l’inefficienza [impossibilità di misurare il valore del bene] hanno portato all’introduzione del
concetto di bene-moneta o moneta-merce (inizialmente pelle, sale, grano), che veniva scambiato non
più solo per la sua utilità propria, ma anche per il valore convenzionale acquisito, dal momento che
iniziò ad essere considerato uno strumento di pagamento e riconosciuto come tale.
I problemi di questi beni-moneta tuttavia erano che: non erano divisibili, avevano un basso valore al
peso, e il loro valore dispendeva dalla disponibilità, e quindi dalla produzione annuale. Si scelsero a
questo punto i metalli preziosi e, per rendere più comodo il loro utilizzo ed evitare continui controlli,
si iniziò a ricorrere all’emissione dello Stato, del principe o del re [coniazione]: una sorta di certificato
di quantità e qualità (ad es la zigrinatura sul bordo serviva ad evitare che qualcuno ne portasse via un
pezzo riducendone il valore).
Considerato però il rischio e la scomodità del trasportare pesi molto ingenti di metalli preziosi, nacque
l’idea di depositare il denaro presso un soggetto – generalmente un mercante – di fiducia,
ottenendone in cambio una banconota (moneta cartacea), un certificato di deposito di quel valore. Il
certificato di deposito permette di effettuare un ordine di pagamento (o di essere ceduto in
pagamento) e nasce l’assegno.
La moneta cartacea racchiude in sé tutti i requisiti fondamentali della moneta: misura del valore di un
bene, conservazione e trasferimento nel tempo, trasferimento di valore nello spazio (comodità),
valore stabile nel tempo, divisibilità. Inoltre è fondamentale che abbia potere liberatorio, cioè che sia
accettata in pagamento da tutti su base legale [per legge o ordine del re] o su base fiduciaria [per
libera accettazione da parte di operatori economici], e che sia liquida, ossia che possa essere
utilizzabile immediatamente o quasi come strumento di pagamento.
Le banche centrali
Nel momento in cui subentra la moneta cartacea in sostituzione di quella metallica e si inizia a fare
uso degli assegni (che permettono di effettuare ordini di pagamento o essere ceduti in pagamento),
nasce la banca: organismo pubblico o privato che gode della fiducia degli operatori.
La figura di mercante/banchiere inizia a diventare quella di colui che tiene in custodia monete in
metalli preziosi di terzi, emettendo in cambio cartamoneta e assegni, rilasciando certificati di deposito
(banconote, carta moneta, moneta cartacea) convertibili in qualsiasi momento in metalli preziosi.
Le banche iniziarono però a rendersi conto che solo una minima parte del deposito veniva richiesto in
tempi brevi, quindi – mantenuta una quota (riserva frazionale) considerata sufficiente di liquidità - il
resto dei depositi veniva concesso in prestito. Per evitare o quantomeno ridurre il rischio di solvibilità
[= impossibilità di soddisfare un’obbligazione/debito], nascono le banche centrali o istituti di
emissione di moneta metallica che assumono questa funzione, che controllano: l’emissione di moneta
metallica (in metalli preziosi), di carta moneta e moneta metallica divisionaria in metallo vile (in
metallo vile, non vale il valore che rappresenta, ma serve perché meno logorabile della carta).
Inizia a circolare una quantità maggiore di moneta cartacea e divisionaria rispetto a quella metallica
in metalli preziosi, perché quest’ultima dev’essere solo una percentuale del totale al quale si può
accedere (riserve auree frazionali).
La moneta ha potere liberatorio, in quanto tutti l’accettano in pagamento dato che emessa dallo Stato;
non occorre più che la cartamoneta sia scambiabile con le riserve auree, quindi nasce il corso forzoso
(inconvertibilità), attuato in tuti gli Stati; ultima moneta convertibile: dollaro USA nel 1971.
Le altre banche
Oggi esistono due tipi di banche: le banche ordinarie che controllano la moneta bancaria, ossia prestiti,
bonifici, assegni, conti bancari, carte di credito, carte di debito (bancomat). Essa circola in quantità
maggiore rispetto a quella dello Stato.
Es: Tizio deposita 1000 euro in banconote presso la banca X, poi paga Caio con un assegno o un
bonifico. Caio lo versa nella banca Y, e potrà con questo deposito fare a sua volta dei pagamenti, e
così via.
Le banche concedono complessivamente più prestiti dei depositi originari che ricevono, perché le
richieste di rimborsi sono sempre una frazione dei depositi. Questo processo è regolamentato per
legge attraverso il coefficiente di riserva legale/obbligatoria, stabilito dalla banca centrale attorno al
20%: chi deposita denaro in banca può attingere nel breve periodo solo al 20% dell’importo, mentre
il restante 80% viene prestato dalla banca a un secondo soggetto o a vari altri soggetti; se questo
soggetto decide di depositare in banca questi soldi, nuovamente l’80% del denaro viene concesso a
prestito e così via. Una singola banca può prestare a terzi (a Sempronio) solo una frazione di ciò che
riceve in deposito, ma questo prestito a terzi si aggiunge alla possibilità di pagamento da parte del
depositante iniziale (Tizio).
Es: Tizio deposita 100 mila euro presso la banca X e può tramite essi effettuare pagamenti a in moneta
bancaria (bonifici, assegni) a Caio. Intanto la banca X può prestare a Sempronio 80 mila di quegli euro.
Sempronio può usarli per pagare Pacuvio, che a sua volta potrà depositare gli 80 mila presso la banca
Y, e a quel punto Y potrà a sua volta prestarne 64 mila (l’80% di 80 mila, detratto il 20% di riserva) ad
Accio, e così via.
Alla fine, si crea moneta bancaria per un multiplo del deposito iniziale, secondo la relazione Prestiti =
Depositi iniziali / Riserva legale [L = D/R], detta moltiplicatore dei depositi bancari. Nell’esempio fatto:
i prestiti saranno pari a 100mila diviso 20%, cioè 0,2, quindi saranno pari a 500 mila.
Regolamentazione odierna della creazione
Oggi esistono:
•
•
Moneta legale -> riserve auree presso gli istituti di emissione, cartamoneta e moneta
divisionaria inconvertibili. Non è libera la coniazione/l’emissione e non c’è la conversione in
oro (corso forzoso).
Moneta bancaria -> crediti delle banche, gestiti attraverso conti bancari, bonifici, assegni,
carte di credito, carte di debito (Bancomat), ecc.; è regolamentata l’emissione (attraverso il
coefficiente di riserva).
Perché altri beni, strumenti o documenti non possono essere utilizzati come moneta?
Perché la moneta ha determinate caratteristiche:
1. Potere liberatorio -> è accettata in pagamento da tutti su base legale (legge, ordine del re) o
fiduciaria (libera accettazione da parte degli operatori economici). All'inizio col baratto la
moneta circola su base fiduciaria perché il valore era intrinseco, poi con la moneta coniata dal
principe è subentrato il valore legale; dal Medioevo coesistono legale e fiduciaria.
2. Liquidità -> utilizzabile immediatamente come strumento di pagamento.
La domanda di moneta
La domanda di moneta L è la moneta detenuta dagli operatori in forma liquida (immediatamente
utilizzabile). Secondo la teoria Keynesiana, tutti gli operatori economici la richiedono per:
• Effettuare il pagamento delle transazioni commerciali (domanda transattiva)
• Fronteggiare gli imprevisti (domanda precauzionale)
• Effettuare speculazioni (domanda speculativa)
PAGAMENTO TRANSAZIONI COMMERCIALI
La moneta è lo strumento per pagare gli acquisti, e quindi ha la funzione di intermediario degli scambi,
risolvendo il problema degli sfasamenti temporali fra entrate (vendite) e uscite (acquisti). Gli operatori
detengono moneta per far fronte ai pagamenti futuri, tanto maggiore quanto più numerosi e rilevanti
sono le previsioni di acquisto.
La domanda è dunque direttamente proporzionale al reddito Y.
IMPREVISTI
Moneta detenuta dagli operatori economici per sostenere spese impreviste o previste di fronte ad un
improvviso calo del reddito/delle entrate -> condizioni di incertezza: si riduce così il rischio di scarsità
di liquidità e di insolvenza.
Dipende da vari fattori ma è tanto maggiore quanto sono maggiori gli acquisti ai quali si può dover far
fronte -> anch’essa direttamente proporzionale al reddito. Y.
SPECULAZIONI
Per effettuare investimenti speculativi, cioè miranti a trarre un lucro dalla previsione di variazione
(aumento o diminuzione) di valore di un bene (attività finanziarie – azioni, obbligazioni – ma anche
immobili, beni artistici, metalli preziosi, altre monete, materie prime…) -> si effettua una speculazione
Si parla di speculazione al rialzo se si comprano titoli di cui si prevede un rialzo del prezzo, il che
comporta una successiva domanda speculativa di moneta < (ovvero la domanda cala perché si cede
moneta); o di speculazione al ribasso quando si vende nel presente un bene o un titolo di cui si prevede
un calo del prezzo (la domanda speculativa di moneta aumenta conseguentemente).
La domanda speculativa di moneta è inversamente correlata al tasso d’interesse (cioè il “prezzo” al
quale si può ottenere la moneta, quindi il costo di finanziare l’acquisto del bene su cui si intende
speculare). In particolare la redditività dei titoli è inversamente correlata al tasso d’interesse, per
esempio, un’obbligazione con un interesse nominale dell’X% sarà tanto più richiesta in un momento
in cui il tasso di interesse di mercato è al di sotto di X%, e l’aumento di domanda farà crescere il prezzo
dell’obbligazione e diminuire il suo rendimento reale, che sarà pari al rapporto fra X% e il prezzo di
acquisto.
Anche il prezzo degli altri beni oggetto di investimento è inversamente correlato al tasso d’interesse,
per esempio se il tasso è basso, un mutuo per la casa costerà meno, e questo farà aumentare la
domanda di immobili, e quindi il loro prezzo.
Il ragionamento speculativo funziona così: più il tasso d’interesse è basso, più aumenta il prezzo dei
titoli e degli altri beni speculativi. Più ci si attende che quest’ultimo (prezzo dei titoli o degli altri beni)
stia per scendere, più gli speculatori tendono a venderli (prima che il prezzo cali) acquisendo in cambio
moneta (quindi esprimendo una maggiore domanda di moneta per motivi speculativi). E viceversa.
La domanda di moneta per motivi speculativi è inversamente correlata al tasso d’interesse.
Da cosa dipende la domanda di moneta
La funzione di domanda si divide dunque in due parti, una transattiva&precauzionale [L1 = f(Y)]
direttamente proporzionale al reddito, e una speculativa [L2 = f(i)] inversamente correlata al tasso
d’interesse.
RAPPRESENTATA IN FUNZIONE DI i
Quindi: L = L1 + L2 = f(Y) + f(i). Ad es L= kY − hi.
La L si può rappresentare (solo) in funzione di i, in questo caso la parte proporzionale al reddito non è
rappresentata sul grafico, e la L assume una posizione diversa per ogni possibile livello di Y (tanto
maggiore quanto maggiore è Y).
RAPPRESENTATA IN FUNZIONE DI Y
Volendo rappresentarla con un’unica funzione e un unico grafico, abbiamo: L = L1 + L2 = kY − hi.
La L si può rappresentare (solo) in funzione di Y, in questo caso la parte inversamente correlata
all’interesse non è rappresentata sul grafico, e la L assume una posizione diversa per ogni possibile
livello di i (tanto più a destra quanto maggiore è i).
L’offerta di moneta
L’offerta di moneta M è la quantità di moneta e di prestiti in circolazione nel sistema economico e si
compone di una base monetaria H (capitale circolante, moneta legale decisa dall’autorità monetaria
e non dipendente da i) e dalla parte di liquidità e prestiti generati dai depositi bancari D (moneta
bancaria, direttamente correlata al tasso d’interesse).
H è una retta verticale [rigida, elasticità 0] che parte dall’asse x, dove sono collocati i valori di M; D è
una retta crescente verso l’alto e verso destra, che parte dall’origine degli assi (M e i).
La funzione totale di domanda di moneta M è una retta parallela a D che parte dal valore M di H.
Mercato monetario: livello di tasso di interesse ed equilibrio
Per ogni livello di reddito Y* vi è una funzione della domanda di moneta, e il suo incontro con l’offerta
di moneta determina il tasso d’interesse i*, che mette in equilibrio il mercato monetario.
Esistono coppie di valori Y e i che pongono in equilibrio il mercato monetario, cioè che lo pongono in
condizioni per cui la domanda di moneta = offerta di moneta.
Il tasso d’interesse (il prezzo della moneta liquida) che si forma sul mercato è quello che, dato un certo
livello di Y nel momento corrente, pone in equilibrio la domanda di moneta con l’offerta: ad ogni
valore di Y corrisponde un solo valore di i che pone in equilibrio il mercato monetario.
L’EQUILIBRIO MACROECONOMICO
L’equilibrio reale IS
Come visto, l’equilibrio reale in un sistema semplificato si realizza quando la produzione è uguale alla
domanda aggregata C + S = Y = C + I, il che avviene quando S = I.
Un qualsiasi livello di Y determina un certo livello di S, poiché S=f(Y), esisterà un certo livello del tasso
di interesse i che dà luogo a un investimento I pari al risparmio S corrispondente al livello di reddito Y.
Esistono coppie di valori di (Y, i), tali per cui S = I e il sistema è in equilibrio; queste coppie di valori
sono inversamente correlati (poiché a un Y maggiore corrisponderà un S maggiore, e affinché anche I
sia maggiore i dovrà essere minore. Il luogo di queste coppie di valori (Y, i) è detto curva IS.
Graficamente:
Partendo dal quadrante B (in alto a destra), si prendono due punti 1 (Y1; S1) e 2 (Y2; S2) da riportare
nelle funzioni vicine in modo tale che rimangano verificati tutti i valori e gli equilibri.
A partire da un Risparmio stabilito, quindi, si prendono i diversi valori di Interesse I1 e I2 per creare la
retta passante per 0 in cui S = I. I valori I1 e I2 vengono infine rappresentati sulla curva del quadrante
C che confronta il variare di i alla variazione di I. Tramite le proiezioni dei quadranti B e C, si crea infine
la retta IS nel quadrante D, che passa per i punti di reddito Y1 e Y2 presenti nel punto di partenza del
ragionamento e di tasso d’interesse i1 e i2.
La funzione IS individua le coppie di valori Y e i per cui Domanda aggregata = produzione.
Eccesso di offerta ed eccesso di domanda nell’economia reale
Una volta individuata la curva IS, tutto ciò che è maggiore di essa (più alta e a destra) rappresenta
l’area di eccesso di offerta di beni (Y>DA), il che comporta un innalzamento della domanda aggregata
nel lungo periodo, mentre tutto ciò che è al di sotto e a sinistra è eccesso di domanda di beni (DA>Y),
e provoca un aumento dell’offerta di beni (produzione) nel lungo periodo, in modo che si torni sempre
ad una situazione in cui S = I.
L’equilibrio monetario LM
Come si è visto, l’equilibrio monetario si realizza quando la domanda di moneta L1+L2 è uguale all’
offerta di moneta M. Poiché qualsiasi livello di Y determina un certo livello di L1 [domanda transattiva
e precauzionale, direttamente proporzionale al reddito], poiché L1=f(Y), esisterà un livello del tasso di
interesse i che genera una domanda speculativa di moneta L2 = M−L1 [inversamente proporzionale al
tasso d’interesse] tale cioè che sia realizzato l’equilibrio monetario L1+L2=M.
Esistono coppie di valori di (Y, i) tali per cui M=L1+L2 e il sistema monetario è in equilibrio. Queste
coppie di valori sono direttamente correlate (poiché a un Y maggiore corrisponderà un L1 maggiore,
quindi a parità di M dovrà esserci un L2 minore e quindi un i maggiore. Il luogo di queste coppie di
valori (Y, i) è detto curva LM.
Per leggere il grafico a quattro quadranti dell’equilibrio monetario occorre partire dal quadrante C (in
basso a sinistra), il quale rappresenta la funzione di domanda transattiva e precauzionale L1 = f(Y).
Individuati i due valori di Y (Y1; Y2) si traccia la funzione L1 = f(Y) [una retta che parte da 0], alla quale
corrispondono i valori di domanda transattiva e precauzionale L11 e L12.
Riportati nella funzione di offerta (M = L1 + L2), troviamo due valori di L (L21 e L22) inversamente
proporzionali a L11 e L12. Essi vengono riportati nel quadrante B che individuerà così i due tassi di
interesse (i1 e i2), che riportati insieme agli originali valori di Y (Y1 e Y2) nel quadrante A formeranno
l’equilibrio monetario nella curva (retta) LM per cui L = M.
Eccesso di offerta ed eccesso di domanda nel mercato monetario
Una volta individuata la retta LM che stabilisce l’equilibrio monetario tale che L = M, i punti al di sopra
e a sinistra di LM costituiscono un eccesso di offerta di moneta (M>L) che nel lungo periodo si
riassesterà con un aumento della domanda, mentre al di sotto e a destra della retta LM si riscontra un
eccesso di domanda (L>M), il che porterà nel lungo periodo ad un aumento dell’offerta.
L’equilibrio macroeconomico generale -> Modello IS - LM
La funzione IS individua le coppie di valori (Y, i) per le quali è in equilibrio l’economia reale (la domanda
aggregata è uguale alla produzione).
La funzione LM individua le coppie di valori (Y, i) per le quali è in equilibrio il mercato monetario (la
domanda di moneta è uguale all’offerta di moneta).
Il punto di incontro della funzione IS e della funzione LM (cioè IS = LM) individua la sola coppia di valori
(Y, i) che pone in equilibrio contemporaneamente il mercato reale e quello monetario -> DA = Y = L =
M. Esiste una sola coppia di valori Y e i che realizzano l’equazione: il tasso d’interesse iE e il reddito YE.
In tutte le altre condizioni, uno o entrambi i mercati non saranno in equilibrio e determineranno
aggiustamenti nel tasso d’interesse e/o nel livello della produzione.
ECONOMIA DEL TERRITORIO
Spazio regionale e spazio globale (gLOcAL)
• Ciascun sistema locale entra in competizione sul mercato globale con più opportunità e più
rischi.
• Integrazione dei mercati dovuta a: trasporti, telecomunicazioni, monete, stabilità politica,
libero scambio.
Consumatori e produttori si trovano in luoghi diversi; le relazioni economiche tengono conto dello
spazio, che ha un ruolo in parte positivo e in parte negativo.
Negativo se considerato come una distanza da superare (che comporta un costo – che incide sulle
transazioni economiche negli equilibri di mercato – e un tempo di trasporto). Positivo se considerato
come un luogo in cui avvengono le cose, e quindi una risorsa.
Con la globalizzazione o mondializzazione, cominciata negli anni Novanta, tutti i produttori di un certo
bene, a prescindere da dove siano, sono in concorrenza (prima c’erano solo importazioni ed
esportazioni, e comunque limitate). Dal momento che bisogna aumentare la qualità e diminuire i
prezzi, ogni Paese si specializzerà dunque in ciò che sa fare meglio, e poi avverranno degli scambi. La
specializzazione può avvenire orizzontalmente (coi suddetti scambi) o verticalmente, se un Paese si
specializza in un bene di nicchia, mentre l’altro in uno di massa, ma per lo stesso prodotto.
La globalizzazione ha dei pro (crescita globale, più ricchezza di valore, più velocità) e dei contra (minor
equilibrio nella distribuzione della ricchezza).
Con la globalizzazione il mondo è diventato più ricco grazie all’integrazione dei mercati dei prodotti e
dei fattori. Però ci sono squilibri nella crescita più forti che in passato, sia all’interno dei singoli paesi,
sia paesi entrati e non entrati nel commercio globale.
Occorre cercare le ragioni degli squilibri e tentare di riequilibrare la crescita attraverso le politiche
economiche, che sono calate nello spazio economico: alle politiche fiscali e monetarie, sempre meno
efficaci, si aggiungono le politiche economiche territoriali per la competitività delle singole regioni
economiche.
Regione economica (Meyer, Richardson)
Qualunque spazio geografico significativo per i fenomeni economici.
• Omogenea -> spazio omogeneo per una caratteristica economicamente significativa (es.: una
regione portuale, una regione agricola); spazio con una dotazione omogenea di fattori
produttivi (la regione “ohliniana”).
• Nodale/polarizzata/gravitazionale -> spazio nel cui ambito abbiano luogo gravitazioni
socioeconomiche fra un nodo e una zona d’influenza (es. una regione metropolitana).
Relazioni, flussi interni.
• Di pianificazione/programma -> spazio definito (di solito anche in senso amministrativopolitico) allo scopo di farne oggetto di politica economica.
Regioni e specializzazioni economiche
1. Adam Smith -> l’accessibilità è una delle principali determinanti dello sviluppo industriale.
2. David Ricardo -> la teoria del vantaggio comparato: ciascuna regione economica si specializza
nella produzione in cui è comparativamente (anche se non assolutamente) più efficiente.
Paradosso: un Paese può produrre un bene meglio di com’è prodotto da un altro, ma lo delega
al secondo per poi comprarlo. Il Paese più efficiente così libera risorse per produrre un altro
bene, perché magare in un altro settore è ancora più efficiente. Con lo scambio si soddisfano
i bisogni dei due Paesi al minor prezzo possibile.
3. Bertil Ohlin -> la non mobilità dei fattori. Le regioni sono ambiti geografici entro i quali vi è
mobilità dei fattori e fra i quali vi è mobilità dei prodotti. La regione di Ohlin è una regione
omogenea per dotazione di fattori, che si specializza nelle produzioni che utilizzano in misura
comparativamente maggiore i fattori di cui quella regione è comparativamente più dotata. A
partire dalle specializzazioni produttive delle diverse regioni, la mobilità dei prodotti fra le
regioni è la ragione dello sviluppo del commercio interregionale (e internazionale). Insomma
i fattori della produzione si muovono in un ambito limitato (mobilità limitata) ed è questo a
determinare la divisione omogenea di fattori nelle Regioni: è il motivo per cui ci si specializza.
4. Alfred Marshall -> le economie di localizzazione. Vi sono economie di scala esterne alla singola
impresa, ma interne al singolo settore produttivo o industria (economie di scala dell’industria
localizzata). Ciò determina la spinta alla concentrazione di imprese dello stesso settore
(distretti industriali).
5. Douglas North -> la base di esportazione e la struttura economica regionale. La struttura
economica di una regione è trainata dalle attività direttamente o indirettamente esportatrici;
il suo livello di reddito/produzione cresce in relazione alle esportazioni.
Relazioni economiche fra regioni e spazio globale
Nel lungo periodo G non può essere utilizzato per aumentare il reddito regionale, quindi sono i
pagamenti delle esportazioni e gli investimenti dall’ester(n)o che accrescono il reddito.
Questo ci riporta a una logica ohliniana di valorizzazione delle specificità regionali sul mercato globale:
non sono solo i fattori di produzione, ma un insieme complesso di condizioni esterne e al contorno (ad
es il capitale fisso sociale o collettivo), cioè i fattori di localizzazione.
Negli anni recenti c’è stato l’abbattimento di molte barriere e costi fra regioni; aumenta quindi la
concorrenza.
Comunque la globalizzazione porta ad un dibattito molto aperto sulla sua auspicabilità: ci si chiede se
ha generato nuova ricchezza, se l’ha distribuita o concentrata, se ha ridotto o aumentato le disparità
di ricchezza nel mondo; ma anche quali sono i fattori di competizione fra le regioni e i costi che
comporta la frammentazione geografica dei cicli di produzione.
Regioni economiche e localizzazione delle attività produttive
L’attenzione delle analisi economiche territoriali e urbane è oggi rivolta a:
1. La capacità dei sistemi economici locali di attrarre / generare attività economiche e
produttive.
2. La competizione fra sistemi economici territoriali.
3. Le “condizioni al contorno” delle scelte localizzative, e i fattori di localizzazione.
Localizzazione e crescita
Sono diventati importanti le economie esterne e il capitale collettivo, e i fattori di localizzazione
“cumulativi” (i vantaggi per la localizzazione sono maggiori dove il livello del sistema economico è
comparativamente più elevato).
I fattori “culturali” e «knowledge intensive» diventano fattori “strutturanti” della crescita; i fattori di
localizzazione per imprese e famiglie e i fattori che determinano la crescita economica vengono dalla
capacità di apprendere, diffondere ed esportare il saper fare e l’innovazione, da cui le sue
caratteristiche culturali e knowledge intensive nel senso più largo (cultura urbana, artistica,
economica, sociale, tecnologica, etc.)
Localizzazione delle imprese e delle persone
Le scelte localizzative delle imprese e delle persone o famiglie sono sempre più indipendenti. In
passato le popolazioni si spostavano là dove si sviluppava l’economia; oggi questo resta vero in alcuni
settori e per livelli di reddito più bassi, ma in molti altri casi no: la relazione si è attenuata o rovesciata
(le imprese ad alto valore aggiunto s’insediano ormai nei siti più adatti alla manodopera), molte
persone non devono più lavorare per vivere (pensionati, percettori di redditi non di lavoro) e molti
lavori si possono svolgere restando (per lo più) lontani dal luogo dell’impresa.
FATTORI DI LOCALIZZAZIONE
Elementi che influiscono sulla localizzazione/generazione delle imprese. Interagiscono nel
determinare le scelte organizzative delle imprese. SCHEMA
• Fattori produttivi -> presenti in > o < misura, e migliore o peggiore qualità.
• Economie esterne -> situazioni di vantaggio che succedono nel territorio.
• Economie di concentrazione.
• Fattori geografici -> molto importanti soprattutto in passato.
1. Fattori produttivi
Diversi da una regione all’altra.
− Terra -> risorsa da sfruttare o spazio per l’insediamento. Qualità: superficie, fertilit,
infrastrutturazione.
− Lavoro -> disponibilità, costo, qualificazione/produttività.
− Capitale -> finanziario, tecnico, capitale sociale e collettivo (infrastrutture, reti, ecc): non
mobilità e sunk costs/costo non recuperabile.
− Impresa (?) -> Conoscenza tecnica, innovazione, conoscenza del quadro politico e
istituzionale, attitudine al rischio, etc.
2. Economie esterne
Situazioni di vantaggio nel territorio:
• Fattori naturali -> caratteristiche naturali: terra [caratteristiche naturali e geologiche], risorse
naturali [materie prime ed energia], acqua [materia prima, energia, via di comunicazione, via
di trasporto, raffreddamento, scarico], condizioni climatiche. Il clima è importante per le
attività che utilizzano il terreno per la produzione agricola, ma sono anche importanti i pregi
climatici per le attività turistiche (spesso legate proprio al clima). Il clima è poi legato anche al
concetto di qualità della vita: è uno degli elementi che condizionano non solo l’insediamento
di persone, ma anche di quelle imprese che non necessitano di una localizzazione specifica e
quindi si stabiliscono dove si vive meglio. Es: alta tecnologia -> attività “amenities oriented”
(> bellezze, amenità).
•
•
•
•
•
Fattori demografici-> manodopera, mercato. Il mercato è un elemento decisivo per la
localizzazione di specifiche attività [anche in microeconomia, infatti ad es i bar aprono in vie
affollate]. Nei servizi, spesso il livello è gerarchizzato (non in base alla qualità) e i livelli più alti
necessitano di un’area di mercato o bacino di utenza più numeroso. Ad es ci sono scuole
elementari anche nei paesini, ma università solo nelle grandi città. Un tempo l’industria
attirava la forza lavoro e quindi la popolazione, oggi avviene il contrario, soprattutto per la
manodopera qualificata.
Fattori storico/culturali -> cose che succedono in un territorio anche a causa della storia
economica avuta fino a quel momento, come la fama e la competenza in un settore specifico:
capacità imprenditoriale/saper fare, competenza, learning by doing, learning by learning,
Contesto socioeconomico (v. infra, capitale sociale). Un esempio sono i distretti industriali
specializzati in una specifica produzione esportabile -> qualità, notorietà. Si legano alla
presenza di economie esterne. Ci sono però fattori che agiscono in negativo come il livello di
criminalità. Sono importanti anche per l’attitudine verso le attività d’impresa.
Fattori istituzionali, politici e normativi -> fondamentali per ogni attività d’impresa:
legislazione sul lavoro, legislazione sull’ambiente, fiscalità, legislazione finanziaria e creditizia,
spesa pubblica, qualità (rapidità, certezza) delle decisioni amministrative e politiche, livello di
burocrazia, qualità/efficacia della pianificazione territoriale. Gli effetti possono essere “voluti”
o meno.
Il capitale sociale -> o capitale civico (concetto sociologico). Non è il capitale della società [cioè
l'ammontare dei conferimenti in denaro o in natura dei soci di una società di capitali], ma
quegli aspetti della vita delle comunità che permettono ai membri di agire insieme per
raggiungere più facilmente gli obiettivi economici e politici condivisi -> norme non scritte, reti
relazionali, clima di fiducia reciproco. Putnam coniuga la locuzione “familismo amorale”
riferendosi a quelle situazioni in cui il favore all’amico/parente distorce il cammino economico
che porterebbe stabilità. Secondo Bourdieu sono possibili anche aspetti negativi, come
l’emergere di cricche e organizzazioni criminali.
Il capitale fisso collettivo infrastrutturale -> sistema di supporto creato dall'uomo per lo
svolgimento e la facilitazione delle attività economiche: capitale delle infrastrutture di rete,
trasporto, telecomunicazione, reti energetiche&idriche, ecc. È capitale perché frutto di
un’attività produttiva, e fornisce beni strumentali per altre produzioni. È fissato al territorio,
entra in gioco nei processi produttivi come economia esterna, e non è un input della singola
impresa.
3. Economie di concentrazione
Teoricamente sono comunque economie esterne, ma legate alla scala (dimensione) della produzione.
• Economie di scala dell’impresa -> microeconomia: costi fissi, si riducono i costi medi, divisione
del lavoro, economie di diversificazione di scopo. Quelle interne all’impresa sono più un
fattore di concentrazione (in teoria in qualsiasi luogo) che di localizzazione in un luogo
specifico.
• Economie di scala dell’industria o di localizzazione (Marshall) -> insieme di elementi che
favoriscono la concentrazione di imprese di uno stesso settore (industry):
produzione/manutenzione impianti, formazione di manodopera specializzata, ricerca e
sviluppo (R&D), consorzi di acquisto, riduzioni dei costi di transazione, “avviamento” e
notorietà della regione, competenza diffusa. È il modello del “distretto industriale”, molto
presente nell’economia italiana dagli anni ‘70-’80: i vantaggi derivano dalla vicinanza alle altre
imprese, localizzate in un territorio dato.
•
•
Economie di urbanizzazione o concentrazione per imprese e famiglie/persone -> il territorio,
soprattutto la città, diventano: concentrazione di input - mercato del lavoro - opportunità di
impiego, vasto mercato (vantaggi), concentrazione degli interventi pubblici più importanti,
terziario per imprese e famiglie (= amenities), informazione. Anche le funzioni di controllo
della produzione si concentrano in città.
Diseconomie di urbanizzazione -> o della concentrazione urbana. Svantaggi dovuti ad un
eccesso di concentrazione sul territorio: prezzo (costo-opportunità) dello spazio poiché esso
diminuisce, inquinamento, congestione, tempo di trasporto, altre esternalità ambientali e
sociali come la criminalità diffusa.
4. Fattori geografici
Come si colloca quel territorio rispetto agli altri, e in particolare rispetto ai luoghi di
approvvigionamento delle materie prime, ai mercati da raggiungere, ai punti di trasbordo obbligato
nel ciclo di trasporto.
La maggiore o minore convenienza localizzativa di ciascuna regione deriva dai costi complessivi di
trasporto (delle materie prime e dei prodotti): sono più importanti nelle attività manifatturiere
“pesanti”, che spostano quantità rilevanti e/o a costi elevati, piuttosto che nelle attività leggere e nei
servizi.
Sono state fondamentali nella rivoluzione industriale dalla metà del ‘700 fino alla seconda metà del
XX secolo; la terziarizzazione e la riduzione dei costi di trasporto ne ha ridotto l’importanza.
MODELLI DI SVILUPPO ECONOMICO REGIONALE
Modelli di localizzazione
Modo in cui i fattori entrano in gioco nel determinare la localizzazione delle attività.
•
•
•
Tradizionali.
Emergere di nuovi fattori di localizzazione.
Modelli dell’economia terziarizzata.
Localizzazione delle attività agricole
Iniziatore: Von Thünen (1826); teoria ripresa e formalizzata da Lösch (1940).
Il valore della terra è funzione della fertilità e della distanza dal centro di mercato (la città), quindi
dei costi di trasporto del prodotto. Rendita:
R = E (p - kf) - A
E -> prodotto di un’unità di superficie.
p -> prezzo di mercato.
k -> distanza dal mercato.
f -> costo unitario di trasporto.
A -> il costo della coltivazione.
Rendita e distanza dal mercato: la distanza dall’origine degli assi (città o mercato) dipende da
fertilità, prezzo di mercato del prodotto e costi di produzione. L'inclinazione della retta dipende da
fertilità e costi di trasporto.
Rendita e localizzazione ottimale delle colture: ogni prodotto diverso dà luogo a una rendita diversa
(perché E, p, f, A sono diversi). A ogni possibile distanza k dal mercato prevarrà quindi la coltivazione
con la rendita più elevata.
La forma circolare corrisponde a uno spazio uniformemente percorribile (uguali costi e tempi) in
tutte le direzioni; I costi di trasporto possono cambiarla (es.: fiume, colline, etc.).
Localizzazione delle attività industriali
La rivoluzione industriale ha portato alla meccanizzazione dei processi e alla sostituzione di un costo
variabile (il lavoro) con un costo fisso (la macchina) -> economie di scala e concentrazione ->
urbanizzazione.
La ricchezza e il valore aggiunto si concentrano nell’industria manifatturiera e nelle città, non essendo
più legati allo sfruttamento agricolo.
La localizzazione può ridurre i costi di produzione; in particolare minimizza quelli di trasporto sia delle
materie prime che dei prodotti. Nei modelli di Laundhart (1872) e Weber (1909), la localizzazione è
funzione dei costi di trasporto.
Ipotizzando un solo punto di fornitura della materia prima e un solo punto di mercato, la funzione è:
C = (m dm tm + p dp tp)
C -> costo del trasporto.
m -> quantità (peso) di materia prima.
p -> quantità (peso) di prodotto.
dm e dp -> distanze dello stabilimento produttivo da materia prima e prodotto.
tm e tp -> costi chilometrici di trasporto di una unità di materia prima e una unità di prodotto.
L'obiettivo è è il minimo costo di trasporto complessivo.
Si definisce coefficiente di produzione il rapporto m/p fra il peso della materia prima necessario per
ottenere un certo peso di prodotto, e il peso del prodotto. In genere in un processo di trasformazione
industriale m/p>1: l’attività “perde peso”. Ciò attrae la localizzazione della produzione verso il luogo
della materia prima, poiché si potrà far viaggiare il prodotto che è una minore quantità.
Tuttavia, di solito far viaggiare una unità di prodotto costa di più che far viaggiare una unità di materia
prima [tp / tm > 1], quindi la localizzazione è attratta verso il luogo del mercato, poiché si potrà far
viaggiare la materia prima a un costo inferiore.
La prima circostanza spinge la localizzazione verso la materia prima, la seconda verso il mercato;
bisogna vedere quale prevale, cioè se m/p>tp/tm oppure m/p<tp/tm.
Questo vale anche quando almeno uno dei due rapporti è inferiore a 1.
Se i due rapporti sono uguali si ha l’“indifferenza localizzativa”, cioè il costo complessivo del trasporto
sarebbe uguale in ogni punto del percorso fra il luogo della materia prima e il luogo del mercato.
Quindi:
• m/p > 1 -> luogo della materia prima.
• tp/tm > 1 -> mercato.
• m/p > tp/tm -> materia prima.
• m/p < tp/tm -> mercato.
Punti di trasbordo
Orientamento verso i punti di trasbordo: se nel percorso c’è un cambio obbligato di modo di trasporto
(per es da mare a terraferma) cambiano tp e tm e, a meno che non variino in modo perfettamente
proporzionale, cambia anche tp/tm. Se tp/tm è superiore a m/p nel primo tratto ma inferiore nel
secondo, conviene far viaggiare la materia prima nel primo tratto e il prodotto nel secondo, e quindi
localizzare l’attività industriale nel punto di trasbordo fra i due modi di trasporto.
Ciò spiega l’attrattività dei porti, nei secoli XIX e XX, per molte attività di trasformazione industriale
(petrolifera, chimica, siderurgica, etc.).
Costi di terminale e a km decrescenti
Costi di terminale e costi chilometrici: i trasporti presentano dei costi di terminale (caricazione e
scaricazione, costanti a prescindere dalla lunghezza del viaggio) + costi a chilometro decrescenti al
crescere della distanza.
Queste caratteristiche aumentano la convenienza localizzativa verso il punto di fornitura (facendo
viaggiare solo il prodotto) o verso il mercato (facendo viaggiare solo la materia prima), o verso un
punto di trasbordo obbligato (dove il viaggio si deve comunque interrompere), perché in questi punti
si evitano ulteriori rotture di carico e quindi ulteriori (non necessari) costi di terminale; in più, si sfrutta
al massimo la lunghezza dei trasporti e quindi la decrescenza dei costi a chilometro.
Materie prime ubiquitarie
Materie prime “ubiquitarie” e orientamento al mercato: alcune attività industriali utilizzano materie
prime disponibili praticamente ovunque, ad es l’acqua; sono dette ubiquitarie. Non dovranno perciò
essere trasportate, e quindi il loro peso va sottratto dal peso delle materie prime m necessario per
ottenere una quantità p di prodotto, e va sottratto dal coefficiente di produzione m/p.
Questo “spinge” la localizzazione ottimale verso il luogo del mercato.
ATTENZIONE! Nella realtà i “punti di interesse” sono spesso (molto) più di due!
La localizzazione ottimale cade entro il perimetro geografico dei punti di interesse. Ciascun punto
esercita sulla localizzazione un’attrazione proporzionale al prodotto del peso della materia prima o
prodotto (facente capo a quel punto) per il suo costo di trasporto chilometrico unitario.
Se per un punto questo prodotto è maggiore della somma dei prodotti degli altri punti, quel punto è
la localizzazione ottima dell’attività manifatturiera (“componente che comanda”), altrimenti la
localizzazione ottimale sarà sul/dentro il perimetro geografico dei punti di fornitura o mercato.
ATTRAZIONE PROPORZIONALE A PESO PER COSTO DI TRASPORTO.
Nuovi fattori di localizzazione
Il trasporto non è l’unico costo che influisce sulla localizzazione. Nella prima fase
dell’industrializzazione prevalgono le differenze nei costi di trasporto (anche perché le altre erano
poco pronunciate), poi l’influenza dei trasporti si riduce grazie ai progressi nei trasporti, alla “riduzione
di peso” di molte attività (meno industrie di base, più beni di consumo e servizi), a crescita dei salari
in molti paesi e a nuovi fattori di localizzazione (come l’informazione, la cultura produttiva, le
amenities).
Quindi i modelli localizzativi basati sul costo del trasporto vanno in crisi.
Un fattore importante è il costo del lavoro: l’industrializzazione spinge verso l’alto i salari dei paesi di
più antica industrializzazione (e dei luoghi di localizzazione ottima in base ai soli costi del trasporto) e
quindi crea un divario rispetto agli altri territori. Oltre certi limiti, il risparmio di costo della
manodopera ottenibile in un territorio arretrato compensa il maggiore costo complessivo di trasporto
associato a quella localizzazione (necessariamente maggiore, altrimenti quella localizzazione sarebbe
stata scelta sin dall’inizio).
Altro fattore sono le economie di agglomerazione/concentrazione territoriale: le economie di scala
ottenibili concentrando nello stesso luogo la produzione delle quantità Q e q (che in base al minimo
costo del trasporto avrebbero localizzazioni diverse separate da una distanza d) possono essere
maggiori del costo dello spostamento della quantità minore (q) verso la localizzazione di quella
maggiore (Q) ---> (Q+q)*f(Q+q) − Q*f(Q) − q*f(q) > dtqA.
dtaA è il costo di spostare la produzione da q a Q.
Q e q -> quantità prodotte nei due punti.
f(Q+q), f(Q) e f(q) -> economie di scala dei tre diversi livelli produttivi.
d -> distanza fra essi.
t -> il tasso di trasporto.
A -> peso delle materie da trasportare
In tal caso la produzione è attratta verso il luogo dove si produce Q.
Le economie di scala dell’impresa accompagnano la rivoluzione industriale, infatti i siti produttivi si
concentrano nelle città industriali. Le economie di scala dell’industria invece (esterne all’impresa ma
interne al settore) portano alla formazione di distretti industriali, secondo Marshall, cioè
concentrazioni di imprese dello stesso settore che traggono benefici dalla vicinanza reciproca.
Le economie di scala esterne anche ai singoli settori ma interne al territorio sono dette economie di
urbanizzazione perché spingono alla concentrazione insediativa nelle città.
Concentrazione e poli di crescita
La teoria dei poli di crescita (Perroux, 1955): le economie di scala, soprattutto esterne all’impresa, si
basano molto sugli acquisti e sulla fornitura.
Una grande impresa in un territorio può attivare la domanda per una serie di beni e servizi (all’impresa
stessa e alle persone che vi lavorano), e quindi generare o attrarre la localizzazione di una serie di altre
imprese.
Con questo principio, si può usare l’insediamento di anche una sola grande impresa come misura di
politica economica territoriale (se l’impresa è pubblica, l’insediamento stesso è deciso dal decisore
politico) per generare una serie di nuove imprese in un tessuto economico altrimenti arretrato...
Politica tentata senza successo nelle regioni meridionali italiane nella seconda metà del secolo XX.
La terziarizzazione dell’economia
Fino agli ultimi decenni del secolo XX i modelli si sono occupati della localizzazione manifatturiera (e
inizialmente di quella agricola), ma nella seconda metà del secolo XX l’incidenza dei servizi aumenta:
aumentano i servizi alle famiglie [caratterizzati da un'alta elasticità reddito, secondo Clark], ma anche
i servizi alle imprese grazie alle innovazioni tecnologiche come l’automazione dei processi di
trasformazione, e alle innovazioni organizzative come l’espansione dei mercati e l’esternalizzazione
delle attività di servizio.
Crescono l’informazione, la conoscenza e le amministrazioni pubbliche. Le attività terziarie
aumentano e sono più articolate.
La localizzazione dei servizi
Nelle attività produttive di servizi, alcune volte è possibile separare la produzione dalla distribuzione
(es.: banche, telecomunicazioni), altre volte no, o solo in parte (es.: alberghi, trasporti).
La logica localizzativa della distribuzione è diversa da quella della produzione, perciò se può essere
separata seguirà dinamiche localizzative diverse; l’innovazione tecnologica - le ICT (information &
communication technologies) - incidono molto su quali attività possono essere separate, e quanto.
Localizzazione della fase distributiva (e della produttiva se non separata) -> tende(va) a “seguire” il
mercato perché richiede lo spostamento di persone, i prestatori d’opera o clienti.
Per i servizi alle persone segue le residenze [modelli di localizzazione urbane]. Per i servizi alle imprese
segue le imprese servite e le loro tendenze insediative, incluse le eventuali spinte alla concentrazione.
Nei centri urbani c’è una tendenza all’articolazione “gerarchico-piramidale”, cioè a seconda
dell’importanza vengono offerti livelli diversi di un medesimo servizio (istruzione, commercio, servizi
pubblici, etc.).
Localizzazione della fase produttiva (quando può essere separata) -> disgiungibile dal mercato. Può
seguire la ricerca di:
• Economie di scala -> concentrazione.
• Economie esterne (altre imprese o settori, o milieu produttivo) -> concentrazione di distretto
o urbana.
• Offerta di altri servizi utili alla produzione di servizi.
• “amenities” (pregi ambientali in senso lato, e servizi alle famiglie, qualità della vita di chi ci
lavora).
C'è una forte tendenza alla concentrazione e/o delocalizzazione in aree favorevoli per il costo di alcuni
fattori come il lavoro (es.: i call centers).
La rivoluzione delle ICT ha portato effetti sulla localizzazione dei servizi, infatti molti prodotti/servizi
possono essere venduti o fruiti per via telematica; o totalmente (contenuti media, entertainment,
servizi informatici, servizi bancari online), o parzialmente con il medesimo servizio fruibile
alternativamente anche in modalità tradizionale (es. servizi bancari), oppure parzialmente generando
diversi servizi complementari (es. Vendita online anziché in punti vendita fisici, con generazione di
servizi di consegna dei beni acquistati).
Gran parte delle attività possono essere totalmente disgiunte dal mercato e concentrate e/o
delocalizzate (vedi localizzazione della produzione dei servizi).
Modelli localizzativi
I modelli delle scelte localizzative delle imprese distinguono fra la capacità di un territorio di:
1. Generare autonomamente attività economiche precedentemente inesistenti, grazie a
favorevoli condizioni produttive e di mercato presenti sul territorio (sviluppo endogeno,
“localizzazione implicita”).
2. Attrarre attività economiche già esistenti in un altro territorio, in conseguenza di esplicite
scelte di tali imprese (”localizzazione esplicita”) tendenti a delocalizzazione totale o parziale,
oppure espansione dell’attività, realizzando i nuovi impianti e investimenti lontano dai luoghi
dove si trovano i precedenti. Nel tempo, di solito, gli impianti e investimenti più antichi sono
i primi a essere dismessi, quindi anche l’espansione può essere la premessa di una
localizzazione.
Squilibri della crescita
I fattori di localizzazione influenzano le strutture economiche delle diverse regioni e il loro ritmo di
sviluppo. Alcuni di questi fattori sono “cumulativi” (cioè si rafforzano laddove è giù in corso lo
sviluppo).
I tassi di profitto saranno maggiori nelle regioni più sviluppate -> queste regioni attraggono la maggior
parte degli investimenti -> la loro produzione aumenta ancora, così come il tasso di profitto delle loro
attività.
Legge di Verdoorn, 1949: la crescita della produzione comporta una crescita della produttività.
La produttività del lavoro è accresciuta dal capitale (capital deepening) e dal tasso di innovazione
tecnologica, che seguono l’aumento di scala della produzione. La riduzione dei costi permetterà di
aumentare la competitività sui mercati esterni. QUINDI La crescita della produttività permette una
crescita della produzione.
Squilibri non irreversibili
Questo circolo virtuoso può protrarsi finché l’offerta di f.p. è perfettamente elastica, ma quando
scarseggiano c’è aumento dei costi e congestione. I profitti quindi si riducono, e gli investimenti sono
dirottati verso altre regioni.
Dato che gli investimenti nuovi sono quelli che incorporano l’innovazione, i profitti maggiori si
spostano verso le regioni di sviluppo più recente; perciò la capacità produttiva delle regioni di antico
sviluppo diventa obsoleta e poco competitiva, e sarà presto abbandonata.
Squilibri e offerta dei fattori
I divari di crescita possono protrarsi finché nella regione che cresce più rapidamente, e quindi
domanda sempre maggiori quantità di fattori, l’offerta di fattori rimane immutata (o perché i fattori
sono presenti in loco, o perché sono attratti e possono muoversi verso la regione in crescita, senza
che ne aumenti il costo).
La disponibilità / mobilità dei fattori continua a essere un elemento cruciale: nel lungo periodo lo
sviluppo economico si indirizzerà verso regioni con la maggiore disponibilità e le migliori condizioni di
offerta complessiva di fattori di produzione/localizzazione.
LA CITTA’ COME SPAZIO ECONOMICO
Città come regione economica
La città può essere il risultato di forze politiche, sociali, militari, religiose, etc. Dal punto di vista
economico, è una concentrazione di insediamenti (produttivi o residenziali) che genera o fruisce di
economie di agglomerazione: economie di scala dell’impresa, economie di scala dell’industria (“di
localizzazione”), ed economie di concentrazione territoriale (“di urbanizzazione”) per imprese e
famiglie.
Ciò sotto la condizione che nella regione esista un surplus agricoloalimentare che consenta la
specializzazione della popolazione urbana in attività non agricole.
La città può essere considerata “regione economica” dal punto di vista della regione omogenea da
dotazione di fattori (“ohliniana”) e soprattutto come regione gravitazionale.
La sua localizzazione è influenzata dalla presenza di risorse naturali, vantaggio nei trasporti da/per la
città (ad es lungo fiume o costa, surplus aricolo/alimentare e ovviamente anche motivazioni non
economiche.
Come si sviluppa? Secondo Hoover, la sua estensione è legata alla mobilità delle persone, cioè il
diametro = distanza massima quotidianamente percorribile. Avviene così la centralizzazione dei luoghi
di incontro, per ridurre i tempi di spostamento ad aumentare la dimensione e le economie di
concentrazione: la percorrenza quotidiana determina il raggio della città, quindi il diametro raddoppia,
superficie e popolazione (potenzialmente) quadruplicano. Le maggiori economie di concentrazione
causano ulteriore crescita.
La forma della città
Condizionata dalla percorribilità del territorio:
• Condizioni geografiche -> circolare se il territorio è pianeggiante e uniformemente
percorribile, schiacciata in corrispondenza di monti o di mari/laghi.
• Condizioni del trasporto -> allungata in corrispondenza di fiumi o (più tardi) infrastrutture.
Uso del suolo urbano
Le attività di incontro si trovano al centro, quindi è vantaggioso l’insediamento centrale. Ciò comporta
una maggiore domanda (e un’offerta limitata) per lo spazio vicino al centro.
Conseguenze:
− Diversi valori del suolo urbano (maggiori al centro).
− Differenziazione degli utilizzi per ragioni analoghe a quelle degli usi agricoli (Von Thunen).
− Diversi valori comportano diverse densità insediative, maggiori al centro (grattacieli) e minori
in periferia.
Curve di rendita offerta e uso dello spazio urbano
Ogni tipo di soggetto ha una diversa disponibilità a pagare la centralità, in base alla sua esigenza di
centralità e alla sua ricchezza/reddito, quindi ciascuno offre una diversa rendita (“curve di rendita
offerta”).
Il confronto fra le rendite offerte assegna lo spazio centrale a chi lo paga di più -> uso del territorio
viene differenziato per fasce concentriche. Il valore dello spazio extra - urbano è quello dello
sfruttamento agricolo.
Teoria del trade off
Gli insediamenti che sono fonti di “economie di urbanizzazione” (EU) sono al centro della città “O”;
l’appetibilità del centro è determinata dal risparmio sui costi di accesso alle EU.
Il limite dello sviluppo urbano si ha quando CT=EU, determinando la dimensione della città (raggio dal
centro OD).
Il valore dello spazio urbano VS (che è una rendita di posizione) è quantificato dal risparmio sui costi
del trasporto CT e quindi massimo al centro, e pari a “zero” (o al valore agricolo extra-urbano) in D.
In media, il costo complessivo della localizzazione, somma di CT e VS, è costante e pari a EU.
Nel costo complessivo della localizzazione urbana (tendenzialmente costante) c’è una sostituzione
(trade off) fra valore dello spazio e costo del trasporto. La rendita urbana è il valore di mercato
dell’accesso alle economie di urbanizzazione.
Teoria del trade off e limiti della crescita
La crescita della dimensione urbana fa aumentare EU ma anche CT; ulteriori aumenti della dimensione
della città sono possibili finché generano aumenti delle EU superiori agli aumenti del CT.
Il concetto si può generalizzare a EU e diseconomie di urbanizzazione (DU, congestione).
Altre determinanti degli usi urbani dello spazio
1. Allentare le pressioni sul centro tramite il decentramento di insediamenti e la creazione di
subcentri (zone industriali, con possibili economie dell’industria, poli di servizi, etc.), e la
polarizzazione delle rendite gioca anche nei confronti dei subcentri.
2. Vantaggi ambientali lontani dal centro (pregi paesaggistici / urbanistici / milieu sociale, etc.) > rendite elevate; importante per residenze e imprese amenities oriented.
3. ICT e “centralità senza mobilità” -> aumenta l’indifferenza localizzativa.
Altre interpretazioni: la teoria del “filtering down"
L’approccio del “trade off” (anni ‘60 sec. XX) non tiene conto dei costi (monetari e non) e delle
vischiosità di ogni rilocalizzazione; conclusioni valide come “tendenza” ma è necessario considerare la
dinamica “storica” delle localizzazioni.
Negli anni ’20 alcuni studiosi avevano rilevato che le residenze più ricche “scivolano” (filter down)
verso il bordo della città in abitazioni nuove mentre le famiglie meno abbienti devono accontentarsi
degli edifici centrali più vecchi. Fa eccezione il Central Business District (CBD) per il quale il vantaggio
della centralità giustifica la demolizione e ricostruzione e l’utilizzo per funzioni direzionali.
La crescita dei tempi del trasporto rende meno attuale questo modello, infatti oggi si tende al recupero
dei centri storici e delle zone centrali per funzioni residenziali elevate.
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