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croce - dante

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SCRITTI
DI
STORIA LETTERARIA E POLITICA
XVII
mSc^Ey
BENEDETTO CROCE
LA
POESIA DI DANTE
SECONDA EDIZIONE RIVEDUTA
BARI
OIUS.
LATERZA & FIGLI
TIPOGRAFI KDITOKI-LIBKAI
1921
PROPRIETÀ LETTERA HI A
FEBURXIO MCMXXI-Ó7&69
A
GIOVANNI GENTILE
IN
TESTIMONIANZA
DI ANTICA E COSTANTE FRATERNITÀ
NEGLI STUDI E NELLA VITA
n
AVVERTENZA
Questo lavoro, compiuto nel 1920 e del quale alcune
parti
atti
sono state sparsamente pubblicate in riviste e
d'accademia,
si
raccoglie ora intero nel presente
volume, nell'anno in cui ricorre
della
Il
morte
di
il
sesto
centenario
Dante.
suo intento è di offrire un'introduzione metodolo-
gica alla lettura della
Commedia,
e insieme
come un
saggio di questa lettura, condotta con semplicità, libera
da preoccupazioni estranee.
E
se conseguirà l'effetto di
rimuovere alquanto l'ingombro dell'ordinaria
tura dantesca e riportare
gli
lettera-
sguardi verso ciò che èl
proprio ed essenziale nell'opera di Dante, questo libro
avrà ottenuto
il
suo
fine.
B. C.
INTRODUZIONE
CJ
Dante debba
metodo diverso da quello di ogni
è ragione alcuna per la quale la poesia di
esser letta e giudicata con
altra poesia?
Parrebbe
di si, a volger l'occhio al severo profilo tradi-
zionale di Dante, poeta, filosofo, teologo, giudice, banditore
di riforme e profeta, e a dare ascolto ai motti
temente
uomo
si
ripetono su
e poeta
»
,
«
lui,
che è detto «grande
che insisten-
come
al pari
grande poeta perché uomo grande
»
,
«
più
che poeta», e sulla sua Commedia, definita opera «singolare
e
»
«
Quel
unica
»
fra
quante
altre
mai
si
profilo e quelle parole enfatiche
conoscano.
hanno,
in verità,
fondamento nell'importanza che spetta a Dante, poeta non
solo e
uomo
medievali,
ma
di
alla crisi italiana
terzo e
mente
il
pensiero, rappresentante delle concezioni
altresì
uomo
la fine del secolo
modo
decimo-
principio del decimoquarto; e rispondono chiara-
al carattere assai
complesso del suo maggior
nel quale aXVop^is poeticum
cum
d'azione, partecipe a suo
ed europea tra
si
libro,
consertano l'opus philosophi-
e l'opus practicum, a sentimenti e fantasie, atti di fede
e di religiosità, insegnamenti, censure della politica fioren-
tina
e
di
quelle della Chiesa
e
dell'Impero e di
principi italiani e forestieri, sentenze e vendette,
tutti
i
annunzi
LA POESIA DI DANTE
10
e profezie, e al significato aperto e letterale
significati
allegorici o
variamente
aggiungono
si
Sarà opportuno
riposti.
mettere in guardia contro la seduzione a esagerare quell'importanza, e a
rammentare che
fine
tal
Dante non
se
com'è, grandissimo poeta, è da presumere che tutte
fosse,
quelle altre cose perderebbero
filosofi, pubblicisti, utopisti e
molti ai suoi tempi
perché di teologi,
rilievo,
partigiani politici ce ne furono
come in ogni tempo: pure, l'importanza
quando le si raccolga come in fascio,
di esse, specialmente
non
si
Ma
può negare.
col
concedere
citamente rigettata la
semplice
«
importanza
singolarità
>
e
la
«
«
unicità
»
è impli-
» si
del poeta e
dell'opera sua, e riconosciuto apparente e non sostanziale
sostegno su cui quel giudizio riposa.
il
poeta e opera
siasi
di poesia è
E veramente
in qual-
dato rintracciare, più o
meno
copiosi e con risalto maggiore o minore, concetti scientifici
e filosofici,
tendenze e
fini pratici,
e
anche intenzioni e
rife-
rimenti riposti, presentati sotto velo trasparente o adombrati
modo
in
misterioso
come ben
chiusi nella
mente
Perciò di ogni poeta, che è sempre insieme
dell'autore.
uomo
intero, e
ogni poesia, che è insieme un volume o un discorso e
di
lega molte cose squadernate, è dato compiere, oltre l'inter-
petrazione poetica, una
varia
interpetrazione filosofica e
pratica, che, sotto l'aspetto da cui
mare
nel
«
allotria
».
E
si
rapporto che di solito fallacemente
d' interpetrazione « estetica
perché in
», la
formula come
«
storica »,
La
differenza, che per questa parte
può porre tra Dante
dunque logica, ma soltanto quantitativa,
e la generalità degli altri poeti,
giàconcessa importanza
«
si
e d' interpetrazione
due sono, e non possono non esprima di storia della poesia e la seconda
di altra e varia storia.
é
»
effetto tutte e
sere, «storiche
si
guardiamo, possiamo chia-
badi bene che l'una non sta con l'altra
allotria » prende, nei
dell'altro Dante,
rispetti
di
lui,
l'
non
perché,, per la
interpetrazione
grandi dimensioni.
INTRODUZIONE
assai maggiori che
essa è
(pare,
non per
ma non
altri
poeti, per molti dei quali
trascurata a
trascurabile e
11
segno che -quasi pare
che non se ne offra materia.
è)
Cominciò questa interpetrazione
filosofica
ed etica e
giosa fin dai tempi di Dante, per opera di notai e frati e
relilet-
e degli stessi figliuoli del poeta; e sarebbe
tori d'università,
probabilmente cominciata per opera sua stessa, se
bastata la vita, perché chi aveva
commentato
gli fosse
proprie can-
le
zoni nel Convivio, diftìcilmente avrebbe lasciato senza chio
poema
sa^
La tanto disputata epistola allo Scaligero
potrebbe essere un saggio del commento al quale pensava; e
la notizia di un codice quasi par mostrare (come notò il
Carducci) Dante nell'atto di ordinare al figlio Iacopo di
il «
sacro
scrivere le
«
»
.
dichiarazioni
Comunque, non
si
»
:
«
Jacohe, facias declarationem
».
potrebbe facilmente immaginare altro
lavoro di più benefico
effetto,
ché, mercé
dell' interpetre,
l'autorità
se fosse stato eseguito; per-
gravi e in gran parte vane fatiche
avrebbe risparmiato
ai
posteri.
Continuò
commenti per
tutto il trecento, e altresì nel quattro e cinquecento; e, dopo
una tal quale pausa durata circa due secoli, fu ripresa con
quella sorta di esegesi in molteplici e grandi
alacrità e
non più interrotta dal settecento
ai giorni nostri,
quando, segnatamente negli ultimi decenni, per opera d'ita-
imponente o spaventevole
liani e di stranieri, è diventata
per mole. Chi volesse farne
la storia
stata tentata o tibbozzata finora,
criterio di progresso
nei
concetti
il
crescente arricchimento e affinamento
metodici e nel senso dell'obbiettività storica,
onde quella interpetrazione
scientifica e critica,
fu spiccatamente
riti
disposti
meglio che non sia
dovrebbe assumere come
alle
si
fece e
si
rifece
da edificatoria morale e
dapprima
(e
sempre più
religiosa, quale
ridiviene talvolta presso spi-
meditazioni ascetiche), e da edificatoria
politica e nazionale, quale fu soprattutto nel periodo delle
lotte
del Risorgimento
italiano (e
come ora
si
ripresenta
.,
LA POESIA DI DANTE
12
quasi soltanto presso retori della cattedra e della tribuna),
e da esercitazione accademica d'ingegnose immaginazioni
e sofistiche sottigliezze, quale è stata in tutti
E
cora piace agli oziosi.
nella storia del
quelle indagini converrebbe segnare
<li
i
tempi e an-
buon avviamento
tra
1
più lontani
precursori Vincenzo Borghini, che nel cinquecento comprese
la
metodica di ricercare documenti autentici dei
necessiti^
pensiero e del sapere di Dante, e di rifarsi alla lingua
costumanze
^lle
promotori,
dell'età sua; e, tra
gli eruditi del settecento,
<-
più vicini ed efficaci
i
e,
nei primi dell'otto-
cento, Carlo Troya, che ricollegò Dante, per la parte politica, alla storia del
rici e del
comune,
di Arrigo
medioevo
e
italiano e degli istituti barba-
venne sgombrando
la figura del fautore
VII da molte delle ideologie anacronistiche, che
vi erano state appiccate.
Appartengono
nel
— gli
su quel tanto, se pur vi
immise
queste indagini
al giro di
senso sopradetto
—
«
allotrie »
studi sulla filosofia di
Dante
e
egli nel
suo generale tomismo
di altre correnti speculative o
pensò di proprio; sul
suo ideale politico, e
senta verso
fu,
le
che
somiglianze e differenze che pre-
altri ideali allora
proposti e vagheggiati
vicende della sua vita pubblica e privata, e
il
;
sulle
variare dei
suoi concetti e speranze, e sulla cronologia delle opere e delle
singole parti della
Commedia
in rapporto alle loro storiche
occasioni; sull'eredità letteraria, classica e medievale, che
egli accolse
della
;
su quanto egli conobbe della storia passata e
contemporanea;
e su quel
che credeva reale nei
fatti
a cui alluse, e su quel che stimava semplicemente proba-
immaginò
bile o addirittura
pei suoi intenti; sull'allegoria
generale e quelle particolari o incidentali del poema, e se
il
fine
questi
del
fini
poema
sia etico-religioso o politico o
entrambi
combinati; e via enumerando e particolareg-
giando. Studi che sono ora pervenuti, senza dubbio, presso
i
migliori,
ad
alto
grado di addottrinamento e di esattezza;
I^'TRODUZIONE
ma
13
debbono, per quel che mi sembra, salire ancora un buon
da un
tratto per liberarsi
difetto metodico,
ma
gia e infrivolisce un po' dappertutto,
che
li
danneg-
specialmente in
quella loro parte che riguarda le allegorie, dove
che
sono eseguiti e
si
estesi
eseguono, quanto più
si
ingombranti, altrettanto
e
resto, è notorio)
si
i
lavori
vedono
dimostrano (come, del
si
poco concludenti e poco fruttuosi.
L'allegoria non è altro, per chi non ne perda di vista
la vera e semplice natura, se non una sorta di criptografia, e p erciò un prodotto pratico un atto di volontà,
col quale si decreta che questo debba significare quello, e
,
quello quell'altro: per
«
voglio
e per
»
intendere
occhi
«
»
le «
«
« cielo »
(scrive
Dante nel Convivio)
la scienza», e per « cieli» le «scienze »,
dimostrazioni
E quando
».
l'autore di quel
prodotto non lascia un esplicito documento per dichiarare
l'atto
«
volontà da lui compiuto, porgendo
di
chiave
»
della sua allegoria, è
può vedere»,
[dice nel
vano ricercare
e sperare dt
non
«non la conta», come anche si
Convivio. In mancanza della chiave, della espressa
fissarne in
si
modo
al lettore la
sicuro
il
significato: la .«vera sentenza
se l'autore
dichiarazione di chi ha formato
dandosi sopra
altri
l'allegoria,
si
può,
fon-
luoghi dell'autore e dei libri che egli
leggeva, giungere, nel miglior caso, a una probabilità d'interpetrazione, che per altro non
per la certezza
Se, in
fatto
di
ci
si
converte mai in certezza:
vuole, a rigor di termini,
poesia, l'autore
critici, in fatto d'allegoria
è
sovente
è sempre
il
il
V ipse
dixit.
peggiore dei
migliore. Invece,
i
più degli studiosi delle allegorie dantesche dimenticano questo principio proprio della materia che trattano, e
giungere
al significato riposto
per
acume
pretendono
d'intelletto e indu-
strie di raziocinio,
che farebbero meglio a riserbare ad
argomenti; onde
loro entrare, e spesso senza avvedersene,
nella via
il
altri
che non è via (sebbene, anzi appunto perché,
larghissima) delle congetture, delle quali l'una distrugge
LA POESIA DI DANTE
14
nessuna persuade se noa forse chi l'ha escogitata
e si è lasciato avvincere dalle proprie escogitazioni e le ha
poi rafforzate con l'amor proprio (con « l' affetto che l' intell'altra e
mettendovi tanto maggior passione quanto più
letto lega >),
un'oscura coscienza
le
A
di
lo
avverte che egli non può fondare
sue pretese su alcun saldo diritto.
metodico, che conferisce a gran parte
quest'errore
siffatte
aggiunge
indagini
la
veramente dilettantesco,
carattere
sopra valutazione, accennata di sopra, o
tendimento della particolare importanza di Dante
il
si
frain-
Z^,
filosofo e
|
anche dove par che
politico, In verità,
tamente parlare
si
possa più fonda- V
di originalità del pensiero dantesco, per chi
|
esamini spregiudicatamente, l'originalità
nua
o
si
man mano
dimostra di natura non propriamente
Cosi è del trattato
De monarchia,
nel quale
il
si atte-
scientifica.
lodato concetto
della monarchia mondiale e della pace universale è un pio
desiderio di tutti
si
tempi, e l'altro, che
i
si
vuole che vi
un dualismo
affermi dello stato laico è invece
di potere
spirituale e potere temporale, con la debita riverenza di
questo a quello, che importa infine una certa subordinazione:
il
De monarchia
è piuttosto opera di pubblicistica che di
scienza politica, quantunque, con la stessa sua conLradizione
fondamentale, mostri
vagliavano
si
le
preparava
velli. Si
le difficoltà e
menti sul
finir del
i
ripieghi in cui
la futura scienza politica di Niccolò
dica
all'
incirca lo stesso del
che, notevolissimo
come certamente
gura, com'è stato detto, per
parlate d'Italia, la
moderna
le
si
tra-
medioevo, e attraverso cui
Machia-
De
vulgari eloquentia^
è,
tuttavia
non inau-
notizie che offre sulle varie
filologia,
nata invece dal mo-
derno sentimento storico, né contiene nulla di rivoluzionario
e
nemm(Mio
di rilevante per la filosofia del linguaggio,
ma
è da considerare, da una parte, documento del formarsi spirituale della nazionalità italiana, e dall'altra, e soprattutto,
documento
della formazione artistica di Dante, che in quel
1
INTRODUZIONE
libro pose e difese
recenti, e
«
un ideale
conforme
illustre »,
».
di lingua e di stile,
E
sentire, pel
volgare
in
tempi
Manzoni, l'ideale della
lo stesso vale, infine,
per la sua meta-
ed etica in genere, nella quale solo con molta buona
fìsica
volontà
si
può ritrovare qualche particolare che non derivi
dai libri da lui studiati. Perciò, anche presso
i
più attenti e
scrupolosi indagatori, le ricerche sul pensiero e
di
«
il
sao proprio sentire, quale fu
al
con diverso
lingua fiorentina
15
Dante
di
necessità
si
le
aggirano in minuzie, cui
dottrine
si
attri-
buisce diverso e maggior valore che loro non spetti. L'ansia
onde
perseguono
si
le allegorie
dantesche è
la
prova più
evidente di questa tendenza a esagerare; perché, se anche
quelle allegorie
si
potesse,
come non
si
può, sicuramente
determinarle, se anche una buona volta venissero fuori ele-
menti
di
uu'interpetrazione autentica, che cos'altro
rebbe con
cole
lo scoprire se
non
si
fini-
ripetizioni o, se si vuole, pic-
credenze e di disegni e di
varietà di concetti e di
aspettazioni, che già ci sono noti da quei lunghi delle sue
opere nei quali Dante parla fuori
di allegoria, é
testi a lui contemporanei o anteriori?
si
Non
è
da
altri
da credere che
otterrebbero rivelazioni mirabolanti sul genere di quelle
bandite dal Rossetti e più da taluni suoi seguaci;
poi, in
le
quali
ogni caso, offrirebbero una mera curiosità storica
Dante poco sano
e ci svelerebbero un
suo cervello.
Si
deve
in
una regione del
in parte a queste gonfiature, a questi
sottilizzamenti, a questo litigare su inezie, e più ancora al
vacuo congetturare dei cacciatoli
è diventato, nell'uso
comune
di alh^gnrie, se
«dantista>
del linguaggio, quasi
sinonimo
dantomane ». Cose certamente inevitabili e che si osservano sempre e dappertutto nel culto che si forma intorno
di <
ai
grandi uomini;
ma
delle
quali, certamente,
si
farebbe
meno.
Nondimeno, dopo questa doverosa protesta contro
volentieri di
troppo che è troppo e contro
il
il
parziale difetto di metodo,
LA POESIA DI DANTE
16
rimane che l'interpetrazione
come per
legfittima,
ma
appropriato. E
un uso particolarmente
Dante
allotria di
per
qualsiasi poeta,
essere, e
non è
anche
legittima altrettanto
è l'interpetrazione estetica o storico-estetica,
non potrebbe
non solo
è
lui ritiene
cui diritto
il
revocato in dubbio se
stato,
non da coloro, che, di proposito o involontariamente, non
ammettono l'arto come una realtà e la trattano quasi parvenza
illusoria, risolvendola in altre
forme
lunga
storia,
spirituali o ad-
Anch'essa ha
dirittura in concezioni materialistiche.
la
sua
che comincia davvero questa volta con Dante,
cioè con la teoria ond'egli spiegava e giudicava la poesia
e con la definizione che die di sé
(Iella
medesimo come
di
poeta
«rettitudine" o di poeta «sacro»; e nel suo processo
confluisce con la storia dell'estetica e della critica estetica
dai medioevo sino al presente; e anche in essa
il
progresso
mercé il perfezionarsi del concetto dell'arte e la
sempre maggiore esattezza e finezza della intuizione storica.
si
effettuò
Dall'encomio di Dante come poeta teologo, conoscitore di
tutti
i
dommi
e sapiente in etica,
si
passò
ai dibattiti del
cinquecento intorno alla Commedia, se rientrasse o no nei
generi della poetica aristotelica, e in qual
trasse, o se
non
fosse
un genere nuovo;
modo
tecento, al rifiuto o negazione e satira di essa in
buon gusto
zione che
razionalistico,
ammoni
alle idee e ai
e poi,
la
nome
alle passioni del
del
reazione e corre-
doversi giudicarla rimettendola in
costumi e
una più
nell'età
donde prima
vi rien-
e via via. nel set-
tempo
mezzo
in cui sorse,
alta e libera considerazione di quel
poema,
romantica, in conformità di un più alto e libero
concetto dell'arte.
due modi d'interpetrazione sono ambedue
Se questi
legittimi, illegittimo invece è
il
loro congiungimento,
tunque una molto ripetuta formula scolastica
recisamente
mento
dell'
si
rifiuta
— asserisca
quan-
— che
qui
che condizione e fonda-
interpetrazione estetica della
Commedia
sia
la
INTRODUZIONE
sua interpetrazione
filosofica,
17
morale, politica e altresì
Questa formula prendeva un sembiante
g-orica.
cagione della falsa identificazione che, come
soleva farsi dell' interpetrazione allotria con
zione storica in genere, alla quale
(|uella estetica,
si
di verità
si
l'
la
sua premessa o la
a
è notato,
interpetra-
metteva a sèguito
concepita come per sé non istorica e
vante nell'altra
alìe-
ritro-
sua base storica.
poiché runa e l'altra sono, in realtà, a lor
modo
Ma
storiche,
cioè rispondono a diverse e compiute storie o forme di storia,
che
chiaro
è
il
congiungimento richiesto manca del
necessario addentellato.
quelle della sua
alla
La
storia della poesia di Dante, e
sua politica, hanno radice
filosofia o della
pari in tutta la storia che precesse quella creazione
estetica, quell'accettazione o riforma di dottrine, quell'azione
pratica;
rica,
ma
una
ciascuna di esse compie,
intrinseco
di quella
materia
sto-
sua propria, in conformità del proprio e
sintesi
suo principio, ad
modum
percipientis o apper-
cipientis.
Valga il vero. Nella storia della filosofia le dottrine di
Dante debbono essere ripensate nella loro logicità e dialettica e ricongiunte
con
le
dottrine anteriori é posteriori in
guisa da farne scaturire la verità e l'errore, e intendere
il
che presero e l'ufiìcio che esercitarono nello svolgi-
posto
mento generale
come
nel
del pensiero.
Ma
nella storia della poesia,
semplice leggere e gustare la poesia, tutto ciò
non solo non importa, ma,
se vi fosse introdotto, disturbe-
rebbe; perché quelle dottrine vi stanno non in quanto pensate
ma
solo in
quanto immaginate, e perciò non
tizzano nel vero e nel falso. Importa conoscerle,
stesso
modo
in cui si
qualsiasi, cioè
si dialet-
ma
allo
conosce un mito, una favola, un fatto
come elementi
o
parti
della
poesia, dalla
quale, e non dalla logica, ricevono impronta e significato.
Parimente, in una storia della cultura medievale, e di
quella di Dante in particolare, importa ricercare che cosa
B. Croce, La poesia di Dante.
2
LA POESIA DI DANTE
18
si
sapesse o
si
credesse su certi personaggi e su certi miti,
e discernere nei giudizi che
da
critica
li
riguardano ciò che proviene
meno ben condotta
più o
o da tradizioni o da
immaginazioni o magari da equivoci: l'Impero romano,
Cesare, Bruto, Catone, Virgilio, Minosse, Plutone.
tatti
Ma
nella
nella storia della poesia dantesca, questi
poesia, e perciò
e personaggi diventano
immagini o metafore del vario
perciò
occorre certamente conoscere
sentire del poeta, e
com'egli
li
pensasse,
ma
nelle situazioni in cui
come grandi nomi
li
solo in rapporto all'uso che
ne fece
introdusse, in quanto gli sonavano
del passato, intonati variamente
renza, da ammirazione, da amore, da terrore.
da
rive-
Avrà Dante,
poco esattamente informato o immemore, confuso i due caratteri del Catone Uticense e del Censore; ma la figura
non è il frutto di una confuuna poetica creazione, nella quale il nome
e qualche tratto sono attinti al ricordo di un eroe romano,
il che circonda di un'aureola quel personaggio, cosi come
a una cara figliuola noi diamo un nome pieno di care memorie o di alto augurio, e la storia di quel nome non pesa
del guardiano del Purgatorio
sione, sibbene di
di corto
sulla realtà della persona, che
ne è stata ornata.
In una storia politica di Firenze è indispensabile muo-
vere da concetti economici e giuridici e seguire
i
commerci,
le lotte delle classi,
i
le industrie,
negoziati e le guerre, e
l'azione del re di Francia e dell'Impero e della Chiesa, e
comprendere quali problemi
nale allora
si
di assetto sociale e internazio-
dibattessero, e quali gli istituti che
perdendo terreno, e quali
i
andavano
nuovi che sorgevano e
si -raf-
forzavano, e da qual parte fosse maggiore sagacia e sapienza
politica; e
vi
si
potrà anche toccare, nella misura che
documenti superstiti consentono, dell'azione personale
Dante,
ascritto
alle
Arti,
priore,
oratore,
i
di
condannato ed
esule, attore e paziente in quo! processo di demolizione e
costruzione, di
ofi'esa
e difesa. Ma, con la poesia dantesca,
INTRODUZIONE
tutto
ciò
19
non ha diretta connessione; perché
menti passionali, che in essa paiono
riferirsi
gli atteggia-
a quei processi
storici e perciò essere intelligibili e giudicabili solo in rap-
modo che le notizie
come particelle
porto a quelli, vi stanno nello stesso
provenienti dalla cultura filosofica e storica,
che non è lecito astrarre dalle immagini a cui appartengono
ed esaminare in qualità di storia sociale e politica, se non
si
voglia distruggere, invece di schiarire,
esse formano.
La
«
gente nuova
»
e
i
«
complesso che
il
sùbiti
guadagni
»
non
sono nel verso di Dante, come nella storia politica, cause
ed
effetti
ma
dell'ascesa industriale e commerciale di Firenze,
espressione di un impeto di disgusto e aborrimento del
poeta.
« Il
villan d'Aguglione e quel di Signa
come voleva
giudicare, nella storia politica,
»
saranno da
il
Troya, più
sennati o istintivamente meglio orientati del fazioso guelfo
bianco Alighieri, e
le « sfacciate
ma
triottiche di lui;
donne
fossero nella realtà, esse incorporano
gnazione, e
rattare
villan di
il
Aguglione
ha l'occhio aguzzo», e
mostrando «con
le
fiorentine
più pa-
»,
nella poesia, quali che quelle persone
poppe
le
disprezzo e
il
donne
fiorentine
petto», e bisogna che
il
l'
indi-
e di Signa « già per ba-
i
vanno
predi-
catori le facciano vergognare, additandole dal pulpito. Con-
verrà nella storia o nella aneddotica appurare
casi
come
quelli della tragica fine dei
la verità di
due amanti
di
Rimini
o della grandezza e rovina del conte Ugolino; e potrà darsi
che nel giudizio
si
lasciasse
di essi
Dante, come vuole un iaterpetre,
qualche parte dominare dall'odio contro
in
Pisani e contro
i
Malatesta, «guelfi neri
gere quegli episodi, a tenere presenti
i
dagli
imuiHginandoli
altri,
o
guardasse con
siffatte
lenti,
tragico in quelle figure, e
i
Ma
i
guai, nel leg-
risultati di tali inda-
che Dante segnò, trascegliendoli
gini, anziché
soli tratti
».
i
:
svanirebbe di colpo, a chi
quanto
delitti di
vi
ha di pietoso e dì
Ugolino e
la
respon-
sabilità giuridica, familiare e consortesca spiegherebbero o
20
LA POESIA
DANTE
DI
attenuerebbero l'orrore per l'efferatezza dei Pisani, e
amori
di
una Francesca
pili
gli
che trentenne col cognato più
che quarantenne parrebbero, come parvero a un
critico,
un'ignobile tresca, congiunta col ricordo di una simile che
Dante avrebbe iniziata o voluto iniziare con
la propria co-
gnata: quella Francesca, che, mercé la divina poesia, ha
tessuto attorno a sé
una sua nuova
figliuola dei Polenta respirò e al
la
il
colle del
cipresso dov'ella
che faceva re-
storia,
spirare con delizia a Giorgio Bjn'on in
Ravenna
l'aria
che
Carducci vji^heggiare
temprò
« li
occhi al
ardenti
sorriso ».
Finalmente, e per fermarci alquanto sopra un punto che
suol dare luogo alle più tormentose difficoltà, tra le forme
d'espressione, o meglio di comunicazione e di
scritturi!
usuali o predilette nel Medioevo, c'era, senza dubbio,
legoria,.
il
vinelli; e
t
fare
a nascon dino,
alvol ta
occorre
per avere notizia di certi
consentono
nibili
di
,
il
l
'^i
-
pro porre_ii^cio "liere ind o-
per intendere certi concetti o
fatti,
decifrarli)
decifrare (se
i
i
mezzi dispo-
criptogrammi allegorici.
Ma, checché pretendano e vantino
gli
investigatori e con-
getturisti delle allegorie dantesche, nella poesia e nella storia
della poesia le spiegazioni delle allegorie sono affatto inutili
in quanto inutili, dannose. Nella poesia, l'allegoria non
ha mai luogo: se ne parla bensì, ma, quando si va a cercarla
e a volerla cogliere, non si trova: ombra vana perfino nele,
nonché all'abbracciare. Duecasi,
l'aspetto,
darsi
extra
;
il
primo dei quali è che
possono
l'allegoria sia congiunta ab
con una poesia, con una vera e compiuta poesia,
decretandosi,
tali
nfatti,
i
come
personaggi,
tali
s'è detto, per
un
atto di
volontà, che
azioni, tali parole della poesia
stare anche a significare
un certo
fatto
debbano
che è accaduto o
accadrà, o una verità religiosa o un giudizio morale o altro
che
sia. In
questo caso, è chiaro che la poesia rimane intatta,
e che essa sola può riguardare la storia della poesia, laddove
introduzionf:
tutto l'altro,
— al cui sopravvenire
secondo senso
il
21
un non-senso e
la
poesia, decadrebbe a
in
un oggetto che serve per segno
il
primo,
trasformerebbe
si
— appartiene alla cerchia
e alla storia della pratica. L'altro caso è che l'allegoria
non
non
sussistere la poesia o
lasci
la lasci nascere, e al
suo luogo ponga un complesso d'immagini discordanti, poeticaraente frigide e mute, e che perciò non sono vere
ma
gini
poesia,
ma
semplici segni; e
non
neppure oggetto alcuno
c'è
di storia della poesia,
solo l'avvertenza del limite di questa, del poeticamente
porre, quello
in
compiutamente
cui
in
come
della poesia
Un
del brutto.
fallito e nullo,
terzo caso, che
immagini,
e tale
primo caso
nel
ma
e
suol sup-
si
ma
abbia bensì allegoria
si
pedisca come noi secondo,
si
imma-
questo caso, non essendoci
in
tradotta
che non rimanga fuori
non
distrugga o im-
la
cooperi con essa e in essa,
dimostra apertamente contradittorio, perché, se l'allegoria
sempre, per definizione, fuori e contro
c'è, essa è
la poesia,
e se invece è davvero dentro la poesia, fusa e identificata
con
lei,
immagine
poetica, la quale
materiale e
In
finita,
che
si
unicamente
circoscrive mai a cosa
al senso allegorico,
più dolci acque;
cose, di cui
si
ma
infinito.
legge poeticamente non giunge, né
deve o può giunger mai,
in altre e
non
c'è,
ed ha sempre valore spirituale e
tutti questi casi, chi
isforzi
non
vuol dire che allegoria
e,
perché naviga
d'altronde, è impossibile, per
una accanto all'altra due
quando l'altra dispare. Ed è
facciano, vedere
una appare
solo
sofisma che, per intendere certi luoghi poetici, sia necessario
far
precedere
la
che deve precedere è
spiegazione allegorica, laddove ciò
la
conoscenza degli elementi di
guaggio, di vivo linguaggio, che in quei luoghi
in
nuova
sintesi.
Ed
è
un
altro sofisma,
che
si
il
lin-
atteggiano
senso alle-
gorico aggiunga alla poesia una vaga e gradevole o subli-
mante «suggestione»: suggestione a che? a
poesia?
distrarsi dalla
LA POESIA DI DANTE
22
Esempio del primo caso può essere Beatrice ne^li ultimi
canti del Purgatorio e nel Paradiso, la quale sarA allegori-
camente tutto ciò che Dante avrà voluto o gli interpetri
avranno farneticato (la Teologia, la Rivelazione, l'Intelligenza attiva e via dicendo), ma, quale che
bitrio
d'
sia in quest'ar-
imposizione di nomi, in poesia è semplicemente
una donna, una donna già amata e ora
felice e gloriosa
e
pur benigna e soccorrevole all'antico amatore. Ovvero Matelda, della quale si
sono date almeno una ventina d'inter-
petrazioni dottrinali, che
vanno
dalla Vita attiva alla Grazia
preveniente e cooperante, dalla Natura
umana
perfetta al
Misticismo pratico, dall'arte o abito operativo e virtù intellettiva alla Conciliazione della Chiesa
sei storiche (la contessa
tilde di
con l'Impero,
Hackenborn. una beghina Matilde
beata Matilde madre dell'imperatore
la
e
almeno
Matilde di Canossa, una santa Madi
Magdeburgo,
Ottone
I,
santa
Maria Maddalena, un'amica di Beatrice del tempo della Vita
si
è né più né meno che quella che
immagini e che risuona nel sentimento: una
eppure in poesia
nova):
vede
nelle
giovine donna, la quale, nella frescura del mattino, in un
boschetto, «si già Cantando ed isceglieudo fior da fiore»:
figura infinitamente
più ricca
(in poesia) di
quella che
si
pretenderebbe arricchire ed annullare con uno di quegli
scarabocchi di secondi sensi e di allusioni storiche. Ovvero
le «
quattro stelle»,
le
quattro famose stelle che Dante, al-
l'uscire dall'Inferno, a
un
tratto
vede nel
mai, e delie cui fiammelle pare che
saranno bene
ma
le
il
cielo,
cielo
non
viste
goda; e che
quattro Virtù cardinali degli allegoristi,
sono in poesia nient' altro che quella commozione di
meraviglia e rapimento
Quanto
del
all'
inatteso e bellissimo spettacolo.
primo caso è
facile recure
esempi, perché
moltissimi ne occorrono, tanto è difficile_de]_ secondo, perché
Dante
^è tal
robusto-fì-ferace poeta che a*saj_di rado, 4*-Bon
mai completamente,
si
chiude nello sterile allegorizzare,
INTRODUZIONE
pri vo
poesia.
di
possono citare
il
23
Nondimeno, con la sopradetta
Veltro che non ciberà terra né
riserva,
peltro,
si
ma
sapienza e amore e virtude, e avrà nascita tra Feltro e
Feltro, e la lupa che
che
cello »
«
molte genti
«che sempre era
pie fermo
si
passa
«
come
terra dura
anche recare alcune canzoni e
pendono
incerti tra
grame
già viver
fé'
più basso
il
»
», e
e simili
,
si
;
possono
sonetti alquanto vuoti,
Dante
plicemente
e,
tono profetico e apocalittico,
cosi l'allegorizzare,
il
che
morale e l'amoroso. Nella Commedia,
il
in alcuni luoghi che passano per allegorici,
il
», e
«bel fiumi-
il
abbassandolo a materia,
rifa
sem-
oggettivando
muove pur
si
sempre nella pura poesia.
Del
come
caso non
terzo
s'è detto, è
possono dare esempì, perché,
si
un caso
inconcepibile,
ne recano, è agevole vedere che
se
si
e,
quando esempi
tratta o di
poesie
senza allegoria o di poesie che ne sopportano bensi una,
ma
è
posseggono, d'altro
la
lato,
proprio senso poetico. Tale
il
canzone delle Tre donne, che
non so quante volte
il
Coleridge diceva di
sempre e di
non esser mai riuscito a intenderne il significato, ma che,
nondimeno, essa esercitava su lui un gran « fascino » (fasclnation) per queir « anima di universale poesia che vi è,
aver
letta
come
Dove
in ogni vera poesia, in aggiunta al senso specifico
chiaro che
è
il
fine intenditore,
esperto teorico, chiamava
è specifico
ma
quello che è
il
di
tutti
modo
liriche
i
cando
il
senso specifico
«
anima
»
o
»
»
altrettanto
quello che non
« soffio »
o
«
fascino
»
se tutte le allegorie di tutte le liriche
luoghi della Covimedia fossero spiegate e in
quei
dalle allegorie
in
ma non
vero senso specifico perché poetico.
certo, resterebbe
e
«
estraneo, e
Insomma, anche
e
e di rileggerla
luoghi
come
poi
sempre da interpetrare quelle
storicamente, prescindendo
inutili e
dannose distrazioni, e
vero «senso specifico».
E
cioè
ricer-
se io dovessi designare
qualche modo l'interpetrazione storica che è propria
LA POESIA DI DANTE
24
dell'
iaterpetrazione storico-estetica, ossia
litico
momento ana-
il
che precede quello sintetico, direi che è Vexplanati'O
verborum,
l'
largamente intesa, del senso
interpetrazioiie,
delle parole:
seiiso
che,
come
sanno,
tutti
si
non
trae
dalla loro etimologia e dalla sequela dei concetti e dei senti-
menti che hanno concorso a formarle e che ne costituiscono
una sorpassata preistoria,
di
si
ma
dall'uso generale dei parlanti
un dato tempo, dall'ambiente
determina e individua poi
che è composta di esse e insieme
Proposizioni filosofiche,
storici,
giudizi
sono adoperate, e
in cui
nuova
compone e le
in relazione alla
nomi
di
le
frase
crea.
persone, accenni a casi
morali e politici e via dicendo, sono,
iji
poesia, nient'altro che parole, identiche sostanzialmente a
tutte le altre parole, e
vanno interpetrate
in questi limiti.
Nella interpetrazione allotria non sono più, e non debbono
ma
essere, parole, ossia immagini,
Può
darsi che
non
in
tutti
i
cose.
casi
nare, in quella explanatio verborum,
lune parole,
storico,
che
contenuto morale,
il
in esse
vibra;
ma
ogni altra parola, perfino di
teria
comune
o familiare. E,
riesca a determi-
si
il
senso preciso di ta-
filosofico,
e,
in
genere,
può accadere per
quelle che si dicono di malo stesso
quando non
si
riesce a
de-
terminarlo con esattezza, permane una maggiore o minore
oscurità; e della «oscurità» di Dante
ed è anzi passata
si
in proverbio, di essa
è molto vociferato
stranamente esage-
randosi r importanza e l'estensione jQ^'o scurità di Dante è'
una
piuttosto
difficoltà,
che viene dall'esser
la
lingua che egli
usò molto ricca e in alcune parti antiquata, e
le
riferenze
storiche molteplici e non ovvie, e la terminologia filosofica
appartenente a una cultura oltrepassata e nota solo a specialisti;
e perciò quella oscurità
si
schiarisce con un po' di
l)uona informazione, senza dire che concerne di solito punti
particf»lari
piTché
il
e
secondarì3 Qualche
volta
rimane oscurità, o
poeta sia stato poco attento a evitare equivoci, o
INTRODUZIONE
perché mancano
documenti che
i
la
25
schiarirebbero
e allora
;
r interpetrazione diventa meramente congetturale, ammettente cioè parecchie possibilità, e
non per
se
Ma, invece
arbitrio.
di fatto e rassegnarvisi,
non
dantisti
i
si
potrebbe asserirla
di riconoscere questo stato
si
attaccano a quei versi
oscuri con tenacia che è quasi frenesia, e non cessano di
proporne nuove
e spesso bizzarre interpetrazioni, e vi litigano
intorno. Sarebbe meglio, pur nell'attesa e speranza di qual-
che documento che venga fuori a
schiarirli, attenersi,
per
quei pochi versi oscuri, a uno dei seguenti due partiti: o
trattarli -come si trattano
d'un dipinto, sui quali
adottando tra
rarli,
che sembra
si
i
pezzi perduti e
digiuno
»
stende una tinta neutra, o restau-
la più calzante e la
«
più bella. Cosi è certa-
Poscia più che
del conte Ugolino l'interpetrazione
che teneva
lo
restaurabili
le varie interpetrazioni possibili quella
mente da preferire pel verso
il
non
il
:
dolor poto
che
dolore
il
sventurato in vita delirante fu alfine vinto
dalla brutale forzi dell'inanizione e quetato nella morte, per-
ché quest'ultimo tocco compie quella scena, tutta di
armonicamente che non
strazio, assai più
lino,
ina
che disperatamente addenta
con ciò non
si
le
l'altro di
umano
un Ugo-
carni dei figliuoli morti
;
esclude in via assoluta che Dante po-
tesse voler dire invece per l'appunto questa seconda cosa,
in conformità di
una voce che corse
in
qualche
città d' Italia
intorno agli ultimi istanti di Ugolino. Cosi anche
iincor m'offende» di Francesca meglio
morte datale
in
^ il
modo
s'interpetra per la
flagrante, che rese pubblica la sua colpa e
che ancora, per violato pudore
e
sdegno fremente,
brucia
le
l'anima; pur senza escludere che Dante intendesse accen-
tempo che
mancò
pentimento, o magari, come
nare
al
iiltri
pretende, alla storiella (tardiva storiella) dell'inganno
le
al
oud'ella fu tolta a Paolo e disposata a Gianciotto. E, per
aggiungere un terzo esempio,
« lo
ancor
efficace e poetica se
si
cola
»
suona frase più
cor che in sul Tamigi
«
cola
»
LA POESIA DI DANTE
26
(com'è Stato proposto)
si
deriva da
lere», e s'intende che quel
non è sazio
colare
»
e
non da «cosangue e
stilla
non giova
di vendetta. D'altra parte,
a voler conoscere per forza
«
«
cuore ancora
insistere
senso preciso del verso:
il
Forse cui Guido vostro ebbe a disdegno
che allude a
»,
particolari biografici, affatto o quasi affatto perduti, di
Guido
Cavalcanti e delle sue relazioni con Dante; smarrendo, in
quella insistenza sopra
un verso oscuro, la poesia dell'epiuno dei casi in cui
sodio, che è chiarissima: ed è questo
converrebbe stendere
La distinzione
la
«tinta neutra».
petrazioni, l'estetica e l'allotria. che
fermare in
proprie.
fastidio
termini logici, è sentita generalmente, seb-
esatti
bene pensata
Da
modo confuso ed
in
quella coscienza o semicoscienza proviene
filologi e
i
«
commenti,
e nessuno
«
i
da solo a solo
ha mai
leggere Dante:
>
;
e
il
proposito che
si
forma e
predica a leggere Dante, gettati via
si
fatto di
ma
il
il
gli allegoristi, gli
congetturisti, e in genere contro
commentatori
l'esortazione che
le
espressa con formule im-
che di continuo prorompe contro
storicisti, gli aneddotisti,
i
due interabbiamo procurato di
e la profonda diversità tra le
».
Certo,
meno,
non
i
far di meno,
commenti nel
via è buono tutte
può
si
dell'aiuto dei
consiglio di gettarli
volte (e sono assai frequenti) che, invece di fornire
i
soli
dati giovevoli alla interpetrazione storico-estetica, essi esibi-
scono cose inopportune ed estranee: certo, nessuno può leggere Dante senza adeguata preparazione e cultura, senza la
necessaria mediazione filologica,
ma
mediazione deve con-
la
durre a ritrovarsi con Dante da solo a
in
immediata relazione con
ragionevole che
positi,
i
si
solo, ossia a
mettere
sua poesia. Questa è l'esigenza
manifesta in quel fastidio e in quei pro-
quali, per altri rispetti,
Si obietterà che,
si
la
con
vanno
di là dal ragionevole.
la distinzione
che
si
è propugnata,
viene a scindere l'unico Dante in due o più Danti: che
sarebbe operazione più crudele
di quella
che compieva sui
I
INTRODUZIONE
27
seminatori di scandalo e di scisma
il diavolo della nona bolda deprecare e impedire. Senonché,
gia, e, a giusta ragione,
qui non
tratta di «scindere
si
sare », e pensare non
zione di cui ora
nulla,
»
ma
soltanto di
non distinguendo, e la
discorre, prima assai che da noi
si
può
si
se
quando, invece
fu eseguita dallo stesso Dante,
gersi e chiudersi nella politica o nella filosofia,
anche poeta; sicché, come
di essere
tutto
il
risolse
critici,
di
restrin-
si
permise
di volta in volta risolse
nella speculazione o nel pratico operare,
moto
una
nella gioia del verso, nel
tutto
canzoni e
Commedia. Altra
la mirabile
non
dialettico,
esiste; e
comporre
sonetti e
unità, fuori di que-
un Dante
in sé e per sé,
danteità», sarebbe torbido prodotto d'immaginazione,
«
caro all'anarchico individualismo dei decadenti,
non conosce. E quando
pensiero
serio
ricercando un'unità oltre
si
distin-
del pari, e ben più largamente ed energicamente, lo
cosi
sto
mondo
suo
pen-
«
il
prima
le altre;
che
tarie
capo delle altre o
e la si colloca a
come
per esempio, o
e,
che op-
in alcune caratteristiche falsamente uni-
la politica si
a suo strumento
la teologia,
assoggetta la poesia e la riduce
in fondo, fa
come
non
se
esistesse.
vero accade di avvolgersi in una fraseologia sonora
vuota,
e
come quando
poeta,
il
legorista,
il
ma
media sono
forme
dice Che in
si
politico e
filosofo,
il
tutte queste
tutti
i
spirituali, e
il
Dante non c'è
ma
Ov-
ma
teologo
semplice dicitore e
l'al-
persone in una, o che nella Covi-
generi, letterari e
il
il
dramma
non
letterari, tutte le
e l'epopea e
il
trattato e la
profezia, e via discorrendo. Cosi, certamente, tutto
fica,
il
va
si
di queste
si lascia
sono tentate di Dante, nelle quali
si
che
processo delle forme particolari,
prende a poco a poco, senza avvedersene, una
forme
ma
col pensiero
si
uni-
a furia di parole e non per virtù del pensiero,
quale non pensa mai
le
il
cose alla rinfusa.
Alla precedente obiezione se ne lega un'altra anche
abbastanza comune, che
cioè,
prendendo
la
poesia dantesca
LA POESIA DI DANTK
fì8
disgiunta dalle allegorie, dalle dottrine, dalle frudizioni,
con l'autore, che voleva che fosse guar-
si entri in dissidio
data e g^iudicata secondo la teoria estetica che egli aveva
Dante poeta non combacia con Dante
della creazione poetica e l'atto del
essa sono due
atti distinti
modo
non secondo Dante,
con cui
stesso, del resto,
critico, è la
il
non secondo
ma
secondo
altrimenti, se
J
nuova
quella
Omero
aedi, d'altronde
mente, die
gnia
un
denza con
si
volesse
fai'
entrerebbe in un disperato tormento,
il
nostro
animo
e la no-
ma
solo in
bensì e ripensa l'antico,
rifa
teologo,
la
ha meglio
si
ma
il
senso della corrispon-
volontà di Dante, è dire cosa indubitabile;
senonché, nel caso presente non
petrare.
poco nota,
supera. Dire che, col leggere Dante in compa-
Io
di
si
volesse pensare Aristotele con Aristotele e
si
nell'impossibile sforzo di mutilare
(juanto
trattano Pla-
filosofia,
verità eterna della poesia. Se
Dante con Dante,
stra
si
ma secondo
ma
poetica degli
la
la
l'atto
filosofico di
verità della filosofia, e
tone e Aristotele secondo non la loro
che, per
che
critico, e
pensamento
e diversi, e che perciò^ bisogna
trattare la poesia dantesca,
verità: al
parrebbe inutile
che dovrebbe ormai ritenersi evidente: che
cosa
ripetere
Ma
medievale.
tradizione
ricevuta dalla
poesia. Dire,
di
si
tratta di volontà
com'è
da
inter-
stato detto più volte (e
leggo ora di nuovo in un libro americano), che Dante arde-
rebbe di sdegno contro
odierni, contro
i
lezza sensibile e
tro
ma
De
suoi maggiori ammiratori e critici
i
Symonds, pi'esi solo della belpoetica dell'opera sua, non è argomento conSanctis e
i
anzi a favore della critica, che dal
k noi ha percorso molto cammino.
-che egli fece, nei
^.
modi
in
cui allora
quella, che facciamo noi.
Ma
quale sarà poi
il
si
come
si
Dante
affar nostro.
criterio estetico
è ricordato, dal
di
poteva, fu affar suo;
deve esser
guire? Se la critica in genere, e con essa
progredì,
tempo
L'estetica e la critica
che converrà
la critica
medioevo
al
se-
dantesca,
romanticismo
INTRODUZIONE
e air estetica idealistica,
29
può ancor
si
og-gi accettare
il
cri-
formò in quest'ultimo periodo? Era esso, senza
dubbio, di gran lunga superiore a quello della poetica neoche
terio
si
nonostante
classicistica, e.
le
parecchie scorie del passato
che trascinava seco, valse a porre in alto nel mondo dello
spirito
poesia, e
la
schietto
mondo
nel
poeta, genio
poetico, e
di dottrine e oratore di virtù o
non
quell'estetica
della
come
due estremi
Presso alcuni
segnatamente
critici,
primo estremo; e nella poesia, e
del concetto
e
la
forme solenni e splendide.
più moderna,
Ora^_senza dubbio,
verso l'altro
l'efficacia
letterarie, le quali si contrap-
in
onore
ma
i
non nasce poesia
la
forme e in
tati e violenti, solcati
«
materia
»
con
la
passione
come
l'idealità dell'arte, e, dall'altra, an-
Non pareva
in certe
passionalità.
romantici per una parte confondevano so-
forma», deprimendo
arbitrario.
la
passione è la materia della poesia*
che in quanto materia
non
e
romantica per
la critica
mettevano
la
vente la passione come
«
il
era questa la tendenza
dell'arte in genere, e senza passione
ed arte;
prevalse
alla vecchia letteratura classicistica, didascalica,
oratoria, rettorica, e
come
italiani,
Dante, fu celebrata
sublime morale, tralucente in
Ma non
contemporanee correnti
ponevano
in
più poderosa e più ricca;
estremo inclinò in genere
delle
punto giusto nel
il
oscillò, nel definirla, tra
una rappresentazione simbolica dell'Idea o
una rappresentazione fortemente realistica.
di
del Cosmo, e di
l'altezza
come
dotto letterato. Pure
mai a cogliere
riusci
determinare la natura dell'arte, e
i
poesia Dante,
non più come insegnatore
concepivano
in
modo
ristretto
e
a essi di ritrovare vera passione se
certi toni di passione, torbidi, agi-
da lampi che insieme
li
rischiaravano
e non mitigavano
e li
ma esasperavano quel furore: ideale che sembrava loro di
facevano apparire più cupi e
tristi
vedere attuato nei drammi shakespeariani e in alcune creazioni goetliiane, Werther, Faust, Mefistofele, Margherita, e
LA POESIA DI DANTE
30
poemi
nei
da
e
drammi
del B^'ron e di altri minori. Seguiva
ciò che altri toni di passione e di sentimento, quelli, per
esempio, esprimenti la sicurezza del pensiero,
busta delia volontà, la misurata energia,
meno
e simili, erano giudicati
perché privi
la virtù,
ro-
la fede
poetici o addirittura impoetici,
dicevano) di contrasti, cioè dei contrasti
(essi
del genere di
calma
la
sopra descritto.
ma
strano alla prima,
E seguiva un
altro effetto,
che pure psicologicamente
spiega
si
ed è comprovato dal posteriore trapassare del romanticismo
come riprodu-
nel verismo: la tendenza a concepire l'arte
zione della realtà, di una realtà anch'essa arbitrariamente
delimitata, grossa, tangibile, rumorosa, gridante.
La
critica
dantesca è stata
poesia
della
in
più parti
roman-
offuscata da codesti preconcetti estetici e predilezioni
tiche; ai quali
Io
precipuamente è da riportare (perché, se non
inventarono,
dettero alimento e vigore)
gli
giudizio che la cantica
riore
altre
alle
umane
due,
àeW Inferno
come
scemanti
passioni,
sia
il
vulgato
poeticamente supe-
quella in cui hanno posto
poi di
rilievo
e
di
forza
le
nel
Purgatorio e affatto dileguanti nel Paradiso; o che nel-
V Inferno
vi
sia
concretezza e poesia e nel Paradiso solo
insipidi spettacoli di beatitudini.
dizio,
che nella prima metà
A
dell'
anche
essi
grandi caratteri poetici, e poi, via via che
meno drammatici,
peccatori
la condanna delle
come prosa in versi o
parti
essi,
mentovare
solo
Dante potè ben
gli
sibili
nel
vada
dottrinali
principali,
reali
rappresentare
».
A
Commedia
e
per
l'affermazione
che
infine,
il
paradiso
mondo,
ma doveva
senza sussidio
il
al
fal-
di pos-
che ripeteva, tra
Schopenhauer per trarne conferma
pessimistico sul
prosa
«
della
essi
nella vita terrena,
osservazioni ed esperienze:
altri, lo
A
didascalica.
errori
nella
i
scende tra
si
ritrarre l'inferno, pel quale ritrovava age-
volmente modelli
lire
si
l'altro giu-
Inferno s'incontrino
gli
suo giudizio
atto a riflettersi bensì in
un inferno
INTRODUZIONE
ma
non mai
già notato
il
un paradiso;
in
Quale parziale motivo
molto più vi
qualcosa di simile aveva
Leopardi, nello Zibaldone.
di vero alcuni di questi giudizi
contengano sarà da vedere
il
e
31
ai
mescola di
si
luoghi propri
falso, e
ma
;
che cosi
è certo che
falso
il
come
vero sono ragionati sopra teorie insostenibili, com'è quella
della passionalità arbitrariamente circoscritta, e questa sulla
rappresentabilità dell'Inferno e sulla
non rappresentabilità
Dante sapeva
del Paradiso. Veramente, per questa parte.
ciò
che
i
non sanno o hanno dimenticato, che
critici
In-
ferno, Purgatorio e Paradiso, tutta la vita oltremondana, è
irrappresentabile e anzi incoucepibile dall'uomo, ed egli
intendeva darne solo una figurazione simbolica o allegorica;
tormento costante ed eterno supera
il
capacità della
la
mente umana non meno del gaudio costante ed eterno, e
sono entrambi impensabili perché contradittorì ed assurdi.
Ma, lasciando
regni
ciò
e
facendo V ipotesi che
tutti e tre
quei
trovino in qualche parte della terra, sarebbero essi
si
pur sempre una realtà esterna, oggetto o piuttosto fattura
dell'osservazione naturalistica e dell'intelletto classificante,
ma
o,
il
inattingibile all'arte, che
non
ritrae cose
ma
sentimenti,
piuttosto, sui sentimenti crea le sue alte fantasie.
Nonché
Paradiso, è impossibile ritrarre artisticamente una rosa
o una nuvola, se la fantasia non trasforma
sentimento
il
in rosa o in nuvola.
Con questo accenno,
è da sostituire a qaello
e che ne
<ìoncetto
è,
si
è già
adombrato
il
criterio
dell'estetica idealistica e
che
romantica
per certi rispetti, correzione e inveramento:
come
dell'arte
lirica o intuizione lirica.
il
Concetto
speculativo, che giova tener distinto da quello empirico,
onde, disputandosi di frequente del genere letterario a cui
appartiene la Commedin, e proponendosi successivamente
il
genere epico,
di tutti
i
il
generi,
drammatico,
si
è
il
didascalico o
anche pensato,
talvolta, al
il
«
miscuglio
genere
li-
LA POESIA DI DANTE
32
rieo».
La
ma
sia,
liricità, di cui
pariiamo, non è un genere di poe-
è la poesia stessa, e anzi ogni opera d'arte, pitto-
musicale o altrimenti che
rica, plastica, architettonica,
chiami.
Né
sì
essa ha nulla da vedere con l'efflusso immediato
del sentire,
e,
che (come da
nel caso
di
Dante, con
il
documentazione
cercato di provare) egli
altri si è asserito e
sarebbe venuto offrendo, mercé
la
poema, della sua
«
subiet-
tività», ossia del carattere suo realistico, della sua persona
pratica.
Quel concetto vuol veramente risolvere
le antitesi
che travagliavano l'estetica idealistica e romantica, la quale
cercava a ragione una materia per
una
l'arte,
ma
finiva col
una nuova sorta d'< imitazione della natura», e a ragione cercava una forma teoretica, ma finiva col riporla in una simbolica ossia nel rivestimento sensibile di un concetto speculativo, pensato o
semipensato. E si argomenta di risolverle col concepiif
come materia il pratico sentire e come forma l'elevazione
del sentimtmto a intuizione, ossia a problema teoretico, che
l'arte pone insieme e risolve, creando l'immagine. Né meriporla in
realtà esterna e in
rita difesa la taccia,
che
gli
è stata data, di ridurre l'arte
a risonanza della passione e di promuovere un ultraromanticismo;
e
quando
e che l'uso che delle parole
fanno
gli
catura e
di esso,
si
.supera
I
« lirica »,
«
lirismo
»
e
« liricità »
odierni disordinati e disarmonici artisti, è la carila
perversione romantica
mantico, sorto
si
mercé
è evidente che, solo
concilia l'altra vecchia antitesi di romantico e classico,
come correzione
di
un concetto non
non
principi metodici, che sono venuto dilucidando,
riferiscono, nel loro intrinseco e universale,
a Dante, perché, com'è chiaro,
ogni softa di poesia e d'arte.
si
Ma
unicamente
estendono allo studio di
sono quelli che più par-
ticolarmente conveniva richiamare per rimuovere
cipali difficoltà, nelle quali s'intriga, e
trigata, la critica dantesca.
ro-
del romanticismo.
le
prin-
rimane ancora
in-
DANTE GIOVANILE
DANTE DELLA «COMMEDIA
IL
E IL
L
a poesia di Dante è principalmente, e
si
potrebbe dire
quasi unicamente, la poesia della Commedia, perché nella
Commedia
egli
giunse
tutt'
insieme alla piena originalità e
all'eccellenza artistica.
Con l'enunciare questo giudizio non
s'
togliere pregio alla Vita nuova, alle rime
intende certamente
amorose
e alle altre
del Canzoniere, ma solamente dare opportuno risalto a quel
che è 'indubitabile, e che un superstizioso e indifferente am-
mirare rende talora invisibile:
al
fatto, cioè,
che nei primi
suoi lavori poetici, e negli altri che ne proseguono
Dante
si
il
genere,
aggira tra motivi e sopra schemi comuni nella
teratura del tempo suo, e non
li
let-
sovverte e cangia profon-
damente traendone cosa propria e nuova, ma li accarezza
nei particolari e solo qua e là v'introduce qualche movimento suo proprio, qualche immagine diretta e fresca. Quale
meraviglia? Anche Dante fu giovane e coltivò una giovanile
letteratura; anche Dante cercò la sua via; anche Dante potè
credere di averla trovata e compiacersene quando invece
aveva soltanto percorso un ameno sentiero o una via
rale, che non menava al punto che gli era segnato.
B. Cboce,
La poesia
di Dante.
late-
3
LA POESIA DI DANTE
34
Egli
uni dapprima a una scuola letteraria di recente ini-
si
ziata in Italia, a quella dell'Amore che è tutt'una cosa col
«cuor gentile
^%
della donna, innalzata a creatura celeste,
a messo di Dio, ad angeletta, a nunzio e promessa del paradiso, fugatrice di basse voglie e d'odi e d'invidie, ispiratrice
e
comandatrice di sentire
nella quale salutava
nizelli, e
dove
si
eletto e virtuoso. In quella scuola,
un maestro, un
un padre,
savio,
il
Gui-
ritrovò con altri giovani accesi della stessa
tiamma, Dante presto primeggiò, come promotore e perfezionatore dell'opera
minazione con
la
comune;
quale
egli,
vanili, volle onorarla: del
rimasta
e a essa è
ricordando
«dolce
i
la
deno-
suoi trionfi gio-
nuovo». L'ideale che
stil
si coltivava si era formato per un affinamento ed elevamento della vecchia ideologia erotica dei rimatori provenzali
vi
e dei provenzaleggianti italiani, attuato sotto l'efficacia, per
quel che sembra, di concetti della filosofia scolastica e di
abiti sentimentali del misticismo cristiano e francescano. Il
che non vuol dire che perciò possedesse intrinseca virtù
poetica,
quale non appartiene mai alle
la
costituiscono in quanto scuole
«
scuole
propositi, sopra tendenze mentali e pratiche, su
seche, e serbano sempre, dal più
si
>,
che
si
mercé consensi sopra idee e
al
forme estrin-
meno, carattere, come
dice, intellettualistico. I poeti, che a esse
si
accostano e
credono e s'illudono di seguirle, sempre, quando veramente
sono
poeti,
cosa dal
se ne allontanano nel fatto, ora facendo altra
programma
accettato e professato, ora rispettan-
dolo solo nell'esteriore e in determinazioni secondarie. Gli
scolari veri e propri, gli esecutori di
programmi,
i
fedeli,
sono portati invece, per questa stretta osservanza, a dare
alle loro
>pere artistiche alcunché di «voluto», in misura
maggiore o minore, stcondo che è minore o maggiore
la
loro forza poetica e la niMturiiA dell' iiigei::no.
E Daite
ed
fu in genere, nell'età giovanile, scolaro fedele,
ebl)e la sua
donna angelo, a
cui pose
un nome. Beatrice,
I.
IL
significando con questo
DANTE GIOVANILE
nome
35
presa dì possesso. che egli
la
faceva per proprio conto della letteratura del tempo. Si è
disputato e
disputa se Beatrice fn personaggio reale, una
si
fanciulla fiorentina
una costruzione
da
realmente incontrata e amata, o
lui
ricordo
ideale, sorta sull'esperienza e sul
immaginazione dell'amore.
di vari amori o sulla semplice
Questione che non avrebbe alcun peso, e sarebbe da met-
da canto con
tere
tutti
i
tutte le altre simili,
poeti (in biografia più o
nella cerchia della poesia),
tili
meno
che
muovono per
si
ma
importanti,
inu-
non
se sotto di essa
fosse
o a essa non se ne mescolasse, non formulata o solo in
confuso, un'altra più veramente letteraria.
La quale
è sem-
plicemente questa: se Beatrice sia una costruzione
artifi-
un'escogitazione intellettuale e fredda, o non abbia
ciosa,
calore e realtà poetica.
E
questa
domanda converge
l'altra sul valire estetico della poesia
amorosa
di
nel-
Dante;
e
abbiamo già dato una tal quale risposta, quando abbiamo
detto che, da principiai, quella fu poesia di scuola, e che
dunque Beatrice, almeno in un certo rispetto, è poeticale
mente
irreale.
Piuttosto che poesia,
—e
non
solo
i
i
componimenti danteschi giovanili
primi nel vecchio gusto,
canzone che
posteriori alla
egli
ma anche
designa come
le
rime
vero prin-
il
nuovo {Dunne che avete intelletto d'amore),
si dii'ebe le altre ancora non incluse nella Vita mwva
bero atti d'un culto, adempimenti di riti, cerimonie, drammi
cipio del suo
stil
—
liturgici,
l'amore e
in cui
gli altri affetti e
l'anima sono personificati, e
in quésto e quel
modo
la
operazioni del-
donna-angelo
verso rin.t^niorato,
il
si
comporta
quale ha
torno, nelle sofferenze che sopporta e nelle azioni che
pie,
Si
spettatori
e
spettatrici
descrivono cosi
gli
effetti
della Gentilissima;
trema
com-
compassionanti e soccorrenti.
mirabili che ella produce su
colui che l'ama e su tutte le g«'nti;
si
at-
al
si
sciolgono
suo cospetto;
si
le
lodi
adora,
si
LA POESIA DI DANTE
?)6
piange,
si
chiede pietà o perdono. In
non
di culto cortese o religioso
quenza
e colori
l'animo
rettorici:
siffatto
atteggiamento
è possibile altro elio elosi
è collocato,
poetica-
mente, in una situazione
falsa,
sotto l'aspetto pratico, in
quanto deliberata esecuzione del
programma
che per altro falsa non è
della scuola e di ciò che al fedele di essa tor-
nava gradito
ad
e gradiva
ed entusiasmi: come
si
e suscitava approvazioni
altri
vede sempre in questi
casi, e cia-
scuno in ogni tempo può sperimentare, osservando
la lette-
ratura che gli fiorisce intorno e le nuove scuole d'arte, che
ma
hanno cangiato e cangiano programmi,
mento e carattere.
Ma
la
rettorica
questa di Dante
ranei)
gnante, che
ripetitori,
ci si
ha anch'essa gradi e forme varie; e
(e di
non è quella
non mai anda-
alcuni tra
i
suoi amici e contempo-
rettorica meccanica, fastidiosa e ripu-
presenta soprattutto nei meri letterati e
E una
da una parte non è
e nelle fasi tarde e ultime delle scuole.
rettorica giovanile, e, in
quanto
tale,
tutta rettorica, e dall'altra, rettorica quale
è trattata con ingenuità, da spiriti che
ci
pur è
in sostanza,
credono, che se ne
vogliono persuadere, se ne lasciano persuadere, non ancora
forti
a indagare sé stessi e a discernere in sé
ciale e
il
profondo,
il
serio e
superfi-
il
voluto serio, la schiettezza
il
La donna-angelo e una costruzione
ma accanto a essa pur si muove il vago sogno
e la gonfiatura.
di testa;
giovanile
di bellezza, di virtù, di soavità, di purità: sogno arditis-
simo nei suoi voli pei cidi del perfetto e del sublime e
accompagnato da altrettanta timidezza nella vita reale; e
tutto codesto non è escogitazione, ma affetto, aspirazione,
sospiro,
insomma, spontanea
esaltazione, cosa,
Certo, quest'affetto
non
si
crea
la
e sincera.
propria forma, e ne toglie
una già esistente e perciò disadatta, troppo ampia, troppo
architettata, convenzionale;
condando
e
ma
pur in qualche modo,
abbracciando questa forma estranea,
vi
cir-
pe-
IL
I.
DANTE GIOVANILE
netra dentro e rariima, di
tratti vivi e
37
commossi. L'esco^-
tazione dell'intelletto prende figura in una giovane donna,
dal «color di perla
si
vede
non
e
mento, che
non
una figura che
dal sorriso estasiante;
senti-
il
sparge di beatitudine, è ineffabile: intender
ella
può chi non
lo
».
vede, indeterminata, sfuggente;
si
lo
prova.
E
questa giovane donna, che
cosi poco dimostra di sé stessa, fuori dell'incanto che dif-
fonde col suo apparire, ha
la storia
delle apparizioni angeliche;
è della
suo sparire,
il
divina parvenza,
per la
rimpianfo per
eppure
è più sulla terra
r.ha amata,
il
tavia esercita su
è
lei
non
sempre nel
dominio che
lui,
e
ella,
l'abito
poeta
il
il
dolore pel
che non c'è più, che non
di
cielo e nel
cuore di
morta e lontana,
tut-
sentire
che
vita
impone, ammorbidiscono e ravvivano
clic
confà, la storia
essere che
che non ha niente da fare né da amare sulla
teri'a,
per la bellis.sima,
gì'
le si
come
presto muore, o piuttosto trapassa. L'ammirazione
terra,
clii
che
perché,
e
di
la poesia di scuola,
consacra.
le
Parole affettuose, immagini delicate cospargono queste
rime.
E
il
moto
dei begli occhi nel
primo istante che con-
quisero l'amante: «quanto piani. Soavi e dolci ver
me
levaro!»; sono
la pa-
rola,
dal viso
le
raggiante di bellezza,
vinta e pensosa»;
Amore, che
nunzia
il
fa
giovani donne, a cui egli rivolge
è Beatrice,
da battistrada
loro giungere, e
e
Monna
Bice,
e
la
mente d'amor
che «un poco sorride»; è
alle
due 'amiche
e lieto an-
«ride in ciascuna sua parola»,
ed ecco spuntano, l'una dietro
Vanna
«
si
l'altra, le
due
belle.
Monna
«l'una appresso dell'altra maravi-
glia»; è quel «color d'amore e di pietà sembianti»
della
donna compassionevole, che guarda con affetto e persuade
a nuovo affetto il dolente per la morte di Beatrice; è il
«gentil pensiero», che s'insinua nel cuore di chi ha già
amato, « e ragiona d'amor si dolcemente, Che face consentir lo core in lui ». E poi, le immagini di morte, di una
LA POESIA DI DANTE
38
morte che è strazio e insieme intenerimeuto:
gosciosa che
come
ascolta
si
istupiditi,
che
la
parola an-
labbra ripe-
le
«Morta è la donna tua ch'era si bella»;
morte nel pietoso ufficio delle parenti o delle
tono incredule:
la realtà della
amiche, che
randola dal
lei,
Beatrice,
la
mondo
«
covrian d'un velo», sepa-
cui più non appartiene; lo sciogliersi a
poco a poco dello strazio nell'umiltà e nel desiderio della
morte, che è
«
omui cosa gentile», perché
l'ha accolta in sé;
ancora,
e,
perduta creatura e dirle; «Beatrice, or
nome
in questo risonare del
che
me
persona
la
conforto
di lei riviva:
la
donna sua
chiamare lamentando
il
morta?»,
se' tu
la
e,
invocato, sentir conforto quasi
«e mentre ch'io
la
chiamo,
».
Insieme con queste sparse parole e immagini, c'è nelle
liriche giovanili di
Dante una squisitezza
direbbe quasi una musica,
di ritmi e di suoni,
musica
di un'anima commossa soavemente e rapita, che avvolge nell'onda sua lene
e scorrevole anche le figurazioni e formule convenzionali.
si
la
nuovo» di Dante è veramente «spirato da
Amore», amoroso esso stesso, «a quel modo che detta
dentro»; e come esempio della sua dolcezza possono valere
due sonetti: «Negli occhi porta la mia donna Amore»
e «Tanto gentile e tanto onesta pare»: schemi già usati
dai rimatori precedenti e che Dante carezza e affina, in
Questo
< stil
i
modo
detto,
che, pur dicendo essi quello che altre volte
si
avevano
sprigiona dal loro dire qualcosa che va oltre
significato delie parole.
certi principi di altri
d'Amor passate...»;
Risuonauo
componimenti:
«Tutti
li
il
agli orecchi e all'animo
«
voi che per la via
miei pensierparlan d'Amore...»:
«Deh, peregrini, che pensosi andate...»; «Oltre la spera
che più larga gira...>;«Io mi son pargoletta bella e nuova...»;
«Per una ghirlandetta Ch'io vidi mi farà Sospirare ogni
fiore...»; e certi giri di frase e di ritmo: « E chi mi vede
e
non
se
ne innamora
D'Amor non averà mai
intelletto...»;
«Io non
lata
si
bellezza...»;
39
ancora Ch'io non trovassi in
la vidi tante volte
nuova
lei
DANTE GIOVANILE
IL
I.
gran numero. Una bal-
e simili, in
leggeva un tempo: «Deh, nuvoletta, che in ombra
d'amore...»,
e
questo
che non dava alcun chiaro
verso,
senso o immagine distinta, tuttavia piaceva e
volentieri, tanto che
il
Carducci
lo incluse in
In questo sorpassare col suono
non ricava da
poetica che
ma
zioni
le
le
ricantava
si
una sua ode.
parole, in questa virtù
sé le sue particolari determina-
prende dalla letteratura e
le
circonfonde d'armo-
nia, c'è dell'incompiutezza; e tali versi
si
senza fondamento, alquanto ingannatori.
I
direbbero, non
due sonetti
e gli
altri
componimenti
falla
dell'apologo goethiano, che, a scrutarla da vicino, non
mostra più
azzurro;
i
suoi vari e cangevoli colori,
scoprono
si
sopra citati sono un po' come la far-
di
stilizzati,
ma solo un
languido
contesti di frasi fatte o ge-
neriche o vaghe, di ripetizioni, di qualche riempitivo. L'afllato poetico
Talvolta
il
non è
stato sufficiente a
gersi e presto cade,
sonetto dei
come
pellegrini
e
si
in
cosi largo nel bell'impeto
dar loro saldo corpo.
ma non
principio è promettente,
dura nello svol-
può osservare,
quello:
ma non
iniziale
tra l'altro, nel
«Guido,
i'
vorrei...»,
felice
nell'ese-
cuzione, alquanto sbrigativa e prosaica, sicché piace più,
come
si
suol dire, per l'idea che
non per sé
stesso,
per
nostalgia che annunzia e non pel quadro che. dipinge.
testura è di solito
un po' semplicistica, come
si
la
La
osserva
anche nella canzone della Morte, che è la più bella della
Vita nuova (e dove, oltre le parti già ricordate, è una scenetta di donne presso un infermo, che richiama lo stile di
certi affreschi di Giotto):
il
canzone che non stacca e innalza
motivo propriamente poetico,
morte della donna amata,
delle circostanze del
gendo
al
zio della
modo
ma
lo
il
sogno angoscioso della
mette sullo stesso piano
sonno e del risveglio, e
lo
viene svol-
un racconto aneddotico, e, per l'annunmorte, ricorre a un'immaginazione di finimondo
di
LA POESIA DI DANTE
40
un volo nel Paradiso, con ^li angeletti che spingono
innanzi a sé una bianca nuvola osannando: figurazioni non
e a
ma
prive certamente di effetto,
facili e non pari
doveva essere nel motivo
e veramente risuona nell'ultima strofa. Maggiore compattezza è in taluno dei sonetti e ballate d'argomento più
alquanto
all'intimo e trepido accento, che
tenue, epigrammatici, madrigaleschi, sentenziosi, delle
sette per
rima>, quali
«
co-
sonetti inviati all'amico Gino, e
i
l'altro della caccia, e soprattutto quello di Alisetta o Lisetta,
che corre
«
baldanzosamente
ben chiusa
>
per
la via
già siede signora, e
si
Non
il
come taluno ha
osato chiamarle, e
come sarebbe quella che
sito dalla
il
tutta dipinta di ver-
vecchia
lirica
contrario di quel che
disertano la causa,
come
un
è più
sentire che
non
all'anima. Parlano
loro parti,
al
alla
melen-
esse rappresentino
il
tran-
vorrebbe, e non difendono
si
l'altra
il
le
è
non dicono
petrarchesca, o che dicono
nostro e perciò non
modo
ci
composte da coloro che sono nati
poeti.
Ma
scuola,
certamente
esagerazioni e
le
parlino
e in alcune
poesie giovanili e di
bisogna smettere innanzi a esse
ma
che esse appartengano a
nostro sentire a lor
come sempre
«
nemmeno
le difese con ragioni che
caso di prenderne
nulla,
«
».
sono, dunque, le rime giovanili di Dante
>,
trova
ode, la bella donna, accommiatare,
ond'ella (cosi graziosamente termina)
saggini
ma
«torre» della mente, dove un'altra donna
la
gogna, riede
consueta alla bel-
che sta per compiere,
lezza, sicura della conquista
le
false
ammirazioni, che una voga letteraria del secolo decimonono,
stilnovistica, preraffaellita,
smaniosa
di mistici rapimenti e
sublimità, ha rese abituali, e guardarle più semplicemente e veracemente, come di sopra si è procurato di fare
(li
o piuttosto
si
è avviato a fare.
E
codeste smancerie biso-
gna smettere ancora più pel libretto, nel quale Dante raccolse una scelta di esse, incorniciandole con un racconto
I.
DANTE GIOVANILE
IL
41
prosa e accompagnandole con commenti, la Vita nuova,
in
pare ormai che non
di cui
si
possa pronunziare
il
titolo
senza che un mistero gaudioso e sospiroso faccia palpitare
deliziosamente
guere
palpito che sarebbe prova a distin-
petti,
i
anime
le
squisite dalle comuni.
E
sottili critici s'af-
faticano a investigare la natura di quel libretto: se sia una
sorta di cronaca autobiografica, o la storia di un'anima, o
l'allegoria di
una verità morale, o un romanzo d'amore per
canzoni e ballate
sonetti,
e
legamenti in prosa, o tutte queste
cose ad una, con certe proporzioni e con certa unificazione;
e
anche
come
di esso,
della
libro senza alcun riscontro,
Commedia,
si
dice che è
unico del genere,
singolaris-
simo, indefinibile. In realtà, la Vita nuova è scritta al
di
un
libretto di devozione,
della
che
Beatrice,
egli
cende e
travagli della vita
caso
^li
e,
i
ha composto a memoi'ia
aveva cantata,
di paradiso
i
lo
lui particolare, della donna-angelo,
— pensiero
autobiografico avesse,
modo
con chiaro intento pio e con
procedimenti conformi: Dante
e onoro di una santa a
un
— doveva
è
e
il
cui pensiero
essergli guida tra le vi-
terrena.
Quale fondamento
impossibile dire, perché in ogni
particolari realistici o storici vi sono mescolati con
immaginari, e
tal
miscuglio
li
rende
tutti
immaginari,
d'altronde, è cosa indifferente alla ^natura del libretto,
perché se per ipotesi Dante a un suo ideale d'immaginazione avesse dato una storia parimente d'immaginazione,
simulante la realtà come
sona muliebre,
medesimo.
esempio,
gabbo,
il
il
suo ideale simulava una per-/
carattere del libro rimarrebbe sempre
il
Reali o immaginari, gli incidenti narrati (per
lo
schermo,
morte,
la
il
il
diniego del saluto,
i
parecchi sogni,
il
secondo innamoramento) servono da
punti d'appoggio alla compunzione, all'esaltazione, all'ado-
E
razione.
cono
il
ai
procedimenti del libro
parlare per enimmi,
nomiche,
i
di
devozione
si
addi-
le rilevate rispondenze astro-
simboli dei colori e dei numeri, e all'intonazione
LA POESIA DI DANTE
42
di tali libri, quel che vi
di
avverte nello
si
stile di
esagerato,
montato, di pia unzione, non discordante del resto dalla
esagerazione, montatura e pia unzione della lirica stilnovistica.
se qui
Anche all'indagine biografica sarebbe da rimandare,
non fosse disperata, la domanda di quel che più
Dante a compiere tale lavoro: se il
un monumento a una donna amata e
propria giovinezza che si era chiusa; o non
particolarmente^ mosse
desiderio d'ergere
morta, e alla
piuttosto l'altro di unificare e trarre a significato superiore,
e
meglio e più degnamente serbare, alcune rimo da
lui
spar-
samente composte, onde vi tessè intorno quella finzione;
o ancora
il
bisogno di porre
al
viaggio della propria vita
terrena un faro, che in perpetuo gli segnasse
porto,
il
ri-
cordando, idealizzando o immaginando una fonte di beatitudine
goduta e non del
tutto perduta,
teva un giorno ritrovare, a quella
si
perché quella po-
poteva ricongiungere,
come
poi rappresentò nella Commedia', o, infine, tutti questi
vari
intenti
delle
cose narrate,
intrecciati.
e
le
Ma
se
il
reale
e
l'immaginario
nascoste intenzioni
del
libretto,
stuzzicano la curiosità e lasciano perplessi, non segnano
né accrescono
il
valore poetico di esso, sempreché non
creda che la perplessità,
il
non raccapezzarsi,
chiaro, siano attributi d'arte
e,
come dicono
i
il
si
non veder
retori della
romanticheria, ci trasportino in uno stato di sogno o dormiveglia.
La
Vita nuova, piuttosto che impressioni di sogno,
suscita sovente quelle dell'artificioso e perfino del pedantesco,
il
quale
si
vede poi aperto
in
molte delle spiegazioni
in prosa con cui si cerca di convertire in raccontini
il
con-
tenuto dei vari componimenti poetici, e nelle grammaticali
divisioni e analisi di questi.
Poeticamente, oltre la parte principale, che è
la
lirica
è già descritta la fisionomia e mostrato
della quale
si
difetto e la
virtù,
ciò che
certi tratti del racconto,
il
rimane della Vita nuova sono
certie
parole,
certi
lampi.
Dante
ritrae, per
I.
IL
DANTE GIOVANILE
esempio,
la
condizione dell'uomo che ha un suo
dolce segreto ed è schivo che
43
la gente volgare e pet-
altri,
vi getti gli occhi dentro: lo spirito gode,
tegola,
corpo
il
deperisce, la gente che vede lui assorto e consunto, gli do-
manda
chi
mai
lo
abbia cosi distrutto; ed egli
E
narra come
«
sorridenda
li
guardava
il
pensiero di valersi di un'altra donna per nascondere che
il
segno dei suoi pensieri era Beatrice: un giorno, in chiesa,
che tra
donna
e nulla dicea loro ».
lui e la
di
donna
mente
della sua
molto piacevole aspetto,
la
«
gli
nascesse
sedea una gentile
quale
Io
mirava spesse
meravigliandosi del suo sguardare, che parca che
volte,
sopra
lei
terminasse»; e poiché molti s'accorsero
mirare e ne ciarlarono,
E
ciarle,
descrive
egli
l'efiFetto
virtù, della gioia pura,
pensò
catartico
quando dice
della
quel
di
da quelle
di trar partito
bellezza,
della
che, all'apparire di Bea-
trice, «nullo nemico gli rimanea, anzi gli giungea una
fiamma di caritade, la quale gli facea perdonare a chiunque l'avesse offeso » Altrove è il primo sorgere di un motivo poetico, cosi come si affaccia all'anima, non astratto
.
concetto,
ma
già parola, cominciamento, verso,
fremito di voluttà e saluto di gioia:
)nia lingua parlò quasi
— Donne,
come per
mente con grande
la
sé stessa mossa, e disse:
ch'avete intelletto d'amore.
ripuosi nella
e insieme
«Allora dico che
—
Queste parole io
letizia...».
legge l'episodio della donna pietosa,
Verso
la line si
quale
la
nel
prosa
narrativa gareggia coi sonetti intercalati.
Seguendo
ci
i
principi dianzi stabiliti circa l'allegoria,
siamo dati pensiero
nimenti e
della
le
di ricercare se alcuni o tutti
narrazioni di cui
si
è fatto cenno, e
non
i
compo-
il
libretto
Vita nuova nel suo complesso, siano allegorici; per-
ché, allegorizzati o no, allegorizzati a/ite o post f'estum,
loro significato poetico, e
resta
e
il
il
il
loro poetico pregio o difetto,
medesimo. La ballata: «lo mi son pargoletta
nuova», per esempio, non cangia essenza
o che
si
bella
voglia
44
LA POESIA DI dantp:
riferirla
mentalmente
alla
persona di una donna reale o
secondo l'intorpetrazione
alla scienza della Rettorica, che,
ora prevalente, dovrebbe esserne
in sembiante di
la
Rettorica
il
soggetto, la Rettorica
«pargoletta»; perché è chiaro che, quando
acconcia a diventare una
si
«pargoletta», la
una pargoletta e
fantasia irresistibilmente dipinge e canta
non più
Né cangia
la Rettorica.
la
canzone dell'esaspera-
zione sensuale, quella della «Pietra.», della donna restia
a concedersi, che l'amatore invano spa.siraante immagina
di afferrare per le
quando scherza»;
bionde trecce e di far con
come autorevoli
se,
gono, quella «Pietra
bramoso
del suo bel
tal
cora'orso
sosten-
è Firenze, che serra
le
porte all'esule
San Giovanni. Dato
e
non concesso
»
che con
lei «
interpetri
proposito Dante
si
fosse accinto a poetare, e
avesse a questo fine accolta l'immagine di un amore per
donna
restia,
sarebbe da dire, che questa immagine, e
ricordi e le speranze e le
fantasticherie di
trova impedimento, e infuria innanzi all'ostacolo, e vi
getta contro per infrangerlo,
venne
posito, e, currenti rota,
che coepit
instltui.
Per
si
i
un amore che
si
sovrapposero a quel pro-
fuori tutt'altra cosa
la stessa
da quella
ragione non è da ricono-
scere nel canzoniere di Dante uno speciale gruppo di poesie
allegoriche, neppure composto di quelle sole che egli espres-
samente considera
svelare,
le
tali
v di cui
allusioni nel Convivio.
svelò,
o
si
proponeva
Per allegorizzate che
sero nate o diventate, sono quelle i)ur sempre, com'egli
chiama,
alle
«dolci
il
le
rime d'amore», e sostanzialmente simili
rime raccolte nella Vita nuova e ad altre che lasciò
errare pel mondo, e
o,
di
fos-
come
tali,
come
poesie d'amore vanno esaminate,
non hanno, a dir vero, molta forza e bellezza:
che è peccato loro e non colpa dell'allegoria, peccato
perché nacquero a freddo e a vuoto o se ne stettero
solute tra
due diverse
Voi che intendendo
il
ispirazioni.
Leggendo
terzo del movete, in
la
irre-
canzcme:
qualunque senso
I.
la
si
DANTE GIOVANILE
IL
45
prenda, come rappresentazione di lotta tra un
tico e
un nuovo amore per donna, o
per la vita religiosa e l'amore per la
appare fiacca, perché
soppiantare
la lotta,
primo, e
il
il
an-
di quello tra l'amore
filosofia,
canzono
la
secondo amore che cerca
rimorso che ne segue, non sono
il
messi in azione,
ma
riflesso, e avvolti
poi nelle forme
convenzionali della
rica stilnovistica.
E
che nella mente
giona,
si affatica
intellettualizzati
ad accumulare mirabilia intorno
Amore
celebrata, e dice che
può
che
il
modo
mi
li-
ra-
donna
alla
gliene dice cose che egli non
non vede niente
sole
in
di piìi gentile di
e che ogni intelligenza celeste la mira, e Dio le infonde
lei,
la
ridire, e
Amor
l'altra:
ed esposti
sua virtù, e
la
divina virtù splende in
innamo-
e fa
lei
rare la gente, fa la gentilezza e bellezza di ogni donna, e
che
le
sue leggiadrie provenienti dal cielo sono indicibili,
doma la cattiveria, e fu pensata da
mondo, e simili; ma non trova una parola viva, un'immagine concreta per esprimere la commozione sia per la donna sublime sia per la filosofia. Allegorico non è da considerare nemmeno qualche sonetto come
Due donne in cima della meìife mia, delle due donne che sono
ed essa ispira umiltà,
Dio quando creò
il
la Bellezza e la Virtù, e
che disputano intorno
al
amore che esse muovono
e decidono che l'una
può amare
per diletto e l'altra per «alto oprare»;
questo caso nient'alcro che
si
perché
diverso
ha in
si
rappresentazione di una con-
la
dizione d'animo, tirata da due diversi
e in ultimo
affetti,
fermata in un pensiero di eclettica conciliazione.
Da
tener distinto dagli altri
componimenti
didascalici, che
tamente quando, componendo
didascaliche,
d'amore»
dichiarò
ch'egli
di
«solia»,
stile», e di appigliarsi alla
rendeva buon
ufììcio
è,
Dante
la
invece,
più nota delle sue canzoni
abbandonare
1'
gruppo dei
il
stesso circoscrisse net-
le
«
«usato parlare»,
«rima aspra
dolci
«lo soave
e sottile»,
a discutere e a confutare, a
rime
«
che
gli
riprovare
LA POESIA DI DANTE
46
il
giudizio falso e vile
prosa in verso, dove
il
dei suoi avversari. Sono esse vera
»
verso sta come mezzo esornativo e
mnemonico. Per esempio: « Chi definisce: Uomo è legno animato. Prima dice non vero, E, dopo, il falso parla non intero...»; o pili oltre: « Dico ch'ogni virtù principalmente Vien
da una radice, Virtude intendo che
fa
l'uom
In sua
felice
operazione...». In altre di queste canzoni, la didascalica
pende verso
come
l'oratoria e !a satira,
ch'amor, sulla vera e
in quella Poscia
la falsa leggiadria, e nell'altra
Doglia
mi reca, contro l'avarizia che rende indegni dell'amore di
donna gentile «Dimmi, che hai tu fatto, Cieco avaro di:
sfatto? Rispondimi, se puoi altro che nulla. Maledetta tua
Che lusingò cotanti sogni invano!...
culla,
Alla poesia riconducono
i
^.
componimenti che sogliono
come rime della «Pietra»: a una poesia
d'amore colorata assai diversamente da quella per la donna
contrassegnarsi
ideale, poesia tutta piena di ardore e furore sensuale.
passione
tiranneggiaute vi ò
ritratta
con modi
La
efficaci:
«Io non posso fuggir ch'ella non veglia Nell'immagine
Se non come
mia,
che
folle,
al
Cosi dipinge e forma
la
sua pena. Poi
ticolarmente energica è la
dove
lo stesso
mirabilmente:
tien la
la
riguarda...». Par-
canzone Cosi nel mio parlar,
sentimento di non potersi liberare
magine affascinante
mente
L'anima
pensier che la vi mena.
il
suo mal s'ingegna, Com'ella è bella e ria
«...
e
tormentosa
come
cima»; e
fior
si
di
e
pur
dall'
fronda.
Cosi della mia
entra a vaneggiare di un im-
provviso innamoramento della donna ritrosa per
alfine l'avrebbe
le
tutta
in
loro
la
essi
Ma neanche
forma è pura e schietta,
spunto è in parte reso superficiale e
bato dal virtuosismo delle
lui,
che
sua balìa e se ne sazierebbe, e
renderebbe «con amor pace».
componimenti
im-
espresso
bella, è
e
in
in questi
il
poetico
parte tur-
imniairiiii e delle rime, tanto
sono potuti parere ad alcuni
filologi
nicnt'altro
che
che
IL
I.
DANTE GIOVANILE
metriche, sul gusto provenzale.
esercitazioni stilistiche e
I
47
giuochi delle rime regnano nella canzone Amor, tu vedi
ben, e nella sestina Al poco giorno; e contrapposti e para-
goni e metafore lambiccate e tirate in lungo nell'altra can-
zone Io san venuto al punto
che s'apre con l'annunzio
lare
«com'è
della rota, e nella già citata,
di voler essere «
aspro
negli atti» la bella «Pietra», e
nel par-
»
attiene a
si
o rettorico proposito, ed è piena di figura-
sifiFitto stilistico
zioni guerresche, saette, faretre, spade, scmìi, scherane mi-
Nondimeno, anche nella sestina artificiosiscome si vede nei tre versi iniziali,
cidiali e ladre.
sima spira
la poesia,
un paesagi^io al sopravvenire del«Al poco giorno ed al gran cerchio d'ombra
Son giunto, lasso, ed al bianchir dei colli, Quando si perde
ritraenti lo scolorirsi di
l'inverno:
lo color nell'erba...»; e in questi altri,
che offrono
tacolo contrario, del risorgere primaverile:
che riscalda
Perché
i
K che
colli,
copre di
gli
gini e detti legg'iadri
gli fa
fioretti
:
« 11
lo spet-
dolce tempo
tornar di bianco in verde,
e d'erba»;
«Quand'ella ha
immauna ghir-
e in certe
in
testa
landa d'erba, Trae dalla mente nostra ogni
altr;i
Perché
bel,
si
mischia
il
crespo giallo e
vi viene a star all'ombra...».
come:
vede nell'amore
«
Se
'1
bello aspetto
il
Come
e,
gli
renderebbe lieve a sop-
delle sue piaghe.
io queste
rime della Pietra
timento etico del poeta
rettorica e insieme
si
si
passa dall'atteggia-
stil
nuovo a una certa
abbandona
valgamente
un anelito
si
in
alcune altre
il
sen-
discioglie dalle abitudini della
la
nudità della didascnlica.
bel sonetto {Se vedi gli occhi mìei),
e del qucile
tolto...», in cui l'esule
nella lontananza dalla sua donna,
mento in prevalenza rettorico disilo
commozione e passione umana, cnsi
Un
donna;
ch'Amor
c'è qualche trepido sonetto,
non mi fosse
balsamo che
portare la sventura,
r inacerbimento
E
verde Si
'1
che a
lui si
attribuisce
congettura l'occasione storica, è
alla giustizia: tutto
pieno
di
fremente orrore pel
LA pof:sia di dante
48
male che
vede attorno
si
cuori fedeli,
stizia
virtii
del tuo velo,
si
paura che esso incute ai
e per la
poeta s'innalza a una preghiera perché giu-
fatta:
sia
Questa
il
Ma
«
fuoco d'amor,
tu,
lume
dei
cielo,
che nuda e fredda giace, Levala su vestita
Che senza
lei
non è qui
in terra
pace». Non
dubita invece (o se ne dubita senza che mai finora se ne
siano addotte ragioni) che spetti a Dante la canzone delle
Tre donile, la maggiore di questo gruppo, e della quale già
è avvertito che è vana e sterile fatica ricercare
allegorici,
nomi
i
i
precisi di tutte e tre le donne, e
il
perché del loro provenire dal luogo dove sorge
ciso
Con pieno
si
particolari
il
preNilo.
il
poeta ammonisce nel comnude»; che esse bastano veramente.
questa volta
diritto
miato:
<
Le
donne, che paiono dolenti e sbigottite come persone
tre
Bastin
parti
le
discacciate e stanche, che
vesti lacere,
germane
le
vanno
discinte e scalze e con
sconsolate, che s'accolgono al suo
cuore come a casa d'amico, sono per sé stesse fantasmi
poetici
pesse in
virtù,
di
di
purezza, di accoramento, di dignità:
maestose e addolorate donne, tre dee o tre princi-
tre belle,
poeta, che ha questa visione, sente alla loro
esilio. Il
presenza sé stesso:
ingiustizie
le
da
lui
patite,
l'orgoglio
come quelle, con le quali apmedesimo sangue, alla medesima alta società:
aristocratico in mezzo all'aristocrazia della virtù e della
di so&'rire esilio e povertà
partiene al
sventura.
Se ora
movendo
si
volge
si
complesso
Commedia,
dalla
luce di questa, e
poema,
al
si
se
Della Vita nuova è detto
il
dramma
pensiero di descrivere
i
comune
vestibolo della
logo in terra al
si
la
uno sguardo
proietta sopra di esse la
domanda come
dovrà convenire che
troduzione o
di queste poesie
congiungano
al
sacro
legami sono scarsi e
lievi.
si
e approvato che formi l'in-
Commedia, una sorta
di pro-
dell'oltremondo; puie, sebbene
visione oltremondana
nella chiusa di quel libretto, e sebbene nella
si
il
annunzi
Commedia
ri-
compaia Beatrice,
DANTE GIOVANILE
IL
I.
non
ciò
affinità d'intonazione,
49
costituisce rapporto poetico, ossia
tra le
due opere,
porto materiale, per una circostanza
di
ma
soltanto rap-
fatto
per una
o
una
un nome che passa dalla prima alla
seconda opera. Lo « stil nuovo » non vi è più nella Commedia: Dante lo ricorda bensì, ma come un fatto storico,
come un vanto della sua giovinezza, come la sua prima
premessa ideologica che l'una trova
per
nell'altra,
figura o piuttosto per
comparsa nel mondo
Meno ancora
letterario, col plauso
è da ravvicinare la
che
lo
accolse.
poesia didascalica delle
canzoni alla poesia dottrinale che è di alcune parti della
Commedia, specie
della terza cantica:
anche qui
respiro
il
è assai più largo, l'intonazione è affatto diversa, e
si
po-
trebbe dire che nel primo caso c'è didascalica e non poesia,
e nel secondo, poesia che discioglie la didascalica; nel primo
l'aggettivo nega
mina
il
sostantivo, nel secondo
scorge con
le
affinità si
poesie passionali e con quelle dell'etico sen-
tire; e alcuni versi: «
Che
detta», «L'esilio che
co'
sostantivo do-
il
determina l'aggettivo. Qualche maggiore
e
bello onor s'acquista in far ven-
m'è
dato onor mi t«'gno>,
«Cader
buoni è pur di lode degno», suonano quasi come versi
ma non
della Commedia', quasi,
proprio a quel modo. Più
generalmente è da concedere che, attraverso
le
rime. Dante
fece la sua educazione d'artista, specie se a questa
mazione
dia senso giusto e compiuto, e
si
s'
affer-
intenda che
l'educazione consiste non solamente nello svolgere certe
disposizioni,
citarle
ma anche
nel disfarsi di certe altre con l'eser-
maestria che Dante dispiega nelle liriche è molta:
dando a
essa,
converrebbe forse correggere
insigne critico, al quale parve che, in quelle,
già
il
meglio
Dante
La
sperimentarle ftiUaci o altrimenti esaurirle.
e
suo poeta,
al
ma non
il
«
giudizio d'un
l'Italia
avesse
suo artista». Risponde
caso l'inverso: che già in esse era formato
artista o artefice,
B. Cucce,
ancora
il
guar-
e,
La poesia
di Dante.
ma non
ancora
il
Dante poeta.
4
il
LA POESIA DI DANTE
50
Stretto rapporto
Pili
prose,
hanno
De Monarchia^
il
Dante poeta
col futuro
ma anche
volgari eloquentia e delle epistole;
qui
le
De
Convivio, alcune parti del
il
rap-
il
porto è principalmente nella materia, cioè negli interessi
intellettuali, negli ideali politici e morali, negli odi e
che
ritrovano in esse e
si
accendono
amori,
Commedia.
trasfusero nella
si
Si
talora, nelle prose, quell'appassionameuto, quel-
l'ammirazione, quel furore, che tornano, con più sublimo
poema:
nel
^accento,
cosi
vivio l'esaltazione della
De MonarcJiia
nel
Roma
imperiale,
particolarmente, l'amore al filosofare,
mentare,
virtù,
i
invettive,
le
movimenti
i
feroci
lebre, del rispondere
nel Convivio
e,
godere dell'argo-
il
entusiasmi per la
gli
(come quello, che è rimasto ce-
« col
parla di sé e del suo
robusta e
rimpianti,
Con-
nel
e
con cui
coltello »), e la dignità
La prosa
esilio.
questi
di
trattati,
pacata pur nella passione, assai diversa
virile, e
da quella lamentosa e alquanto affettata della Vita nuova,
mostra un nuovo Dante, o un altro e importante aspetto
del suo animo e del suo ingegno.
Purè, se in
artista o di
Dante non
cisi
altri
si
vede, nello svolgimento di
un pensatore, prepararsi
si
vede:
le
futura
l'inizio
della
sparsi o
almeno
i
il
suo capolavoro, per
sue opere minori non rappresentano
e
sintesi,
nemmeno
offrono tutti gli
principali elementi sui quali essa
attinenti a quegli anni in cui
composizione del poema
lo fi-cero
sjtiriti
al
tempo
di
quali
C'^mmed/a
dunque, guard-indo a più largo c.impo,
zione degli
le
si
possa
meditazione e
<m;icro», non
zano. Mi'glio che nelle .opere minori,
di'boli tracce, gli autecitlt'nti deì\;i
la
formò;
si
e altri documenti, da cui questo pr.icesso formativo
desumere,
un
si
ci
avan-
ne recano
ritroveranno^
/
alla generale condi-
Dante e
in
Italia,
e ripor,
tandosi a qu^l perio
moderna cresceva
lo
in
dell'ultimo medioevo, in cui la civiltà
tutte
le
sue forme e pur tuttavia
concezione niedievale del mondo non era tramontata.
la
!
La
DANTE GIOVANILE
IL
I.
51
era pur sempre quella, sebbene qua e là vi
fiiosofia
penetrassero, nel
modo
potevano penetrarvi, certe
in cui
esigenze della esperienza e della logica dell'esperienza; la
dottrina politica rimaneva chiusa tra
e dell'Impero,
nomia
quantunque già
vi
si
dello Stato, ossia la vita della
termini della Chiesa
i
asserisse
nuova
mata
dall"
si
interessamento per
e attinente alla vita dei
geva sempre
cando
le
approssimava;
le
una certa auto-
umana
ma
la critica era condotta sopra le autorità,
pliavano e l'umanismo
e
Chiesa;
queste
si
am-
la storiografia, ani-
faccende politiche del giorno
Comuni
e degli altri Stati,
si
svol-
gettando nello sfondo e quasi dimenti-
più,
narrazioni dell'origine e fine del
chitettura sacra, che
abbandonava
mondo;
all'ar-
l'austerità gotica, sorgeva
accanto, sempre più varia, l'architettura profana, e nella
plastica e nella pittura
s'
introduceva una sorta di natura-
umano
lismo ossia di nuovo sentire
;
nella vita politica, la
Chiesa, pur non deponendo le verbali asserzioni della pro-
supremazia,
pria
mutate
accomodava
transigeva,
peratore
ma
da un
re,
tinuavano nelle loro
cielo e la terra,
il
i
Comuni con-
sempre più democratici, non
lontani dallo sboccare nelle Signorie.
il
non da un im-
dal re di Francia, e
lotte,
politica alle
la
situazioni, era umiliata e asservita
divino e l'umano,
Il
trascendente e l'immanente
vede-
si
vano, in quel tempo, mescolarsi e alternarsi e combattersi-^
ed equilibrarsi, come due forze
Dante non
fu già,
come
si
in
uno
sarebbe
campo
stesso
tratti
^.
a dire, sem-
plice rappresentante e quasi specchio e riflesso dell'età sua,
ma
anzi uno dei fattori e non dei
e trascendenza e
lui
con
sommo
immanenza
vigore: in
lui,
si
meno
potenti di questa;
afiermarono entrambe in
costantemente occupato nel
pensiero della vita eterna e intento studioso delle dottrine
1
Sul carattere di questo periodo
della storiografia
(seconda
si
veda
la
mia Teoria
ed., Bari, lb'20), pp. 199-208.
e storia
LA POESIA DI DANTE
52
come la ferma verità su
tempo stesso preso da tutti
concepite
chiesastiche
mente posava,
mondani, e di
che scrutava
i
e al
gli
dommi
e
che componeva alcuni
versale latino e altri nel
nella prosa
trattati nel
vero e
la
teplice e
umano;
medievale e uni-
nuovo volgare, reso potentissimo
non meno che nel verso;
in lui, teologo e in-
E
queste due forze ga-
sieme vario e sensibilissimo poeta.
parimente sincere sono
gliarde e
lui,
osservava curioso e amo-
roso ogni aspetto della natura e ogni moto dell'animo
in lui,
affetti
malato per troppo zelo; in
politica quasi
più astrusi
cui ferma-
materia del poema,
complessa
di
da
dire
il
gran lunga più
di
precedente
ricca, mol-
quella che appare involuta, o solo
in talune sue parti, nelle opere minori.
Per
\
come
tale materia,
è detto, la
si
Dante
materia nel suo spirito
il
si
lega all'età sua e insiem»
produce e costituisce.
si
formò
Ma
.
poiché quella
in poesia, egli
ne sorpassa
valore immediato e pratico, e crea cosa che non ha pre-
cedenti fuori di sé stessa. Della poesia, invero, non è dato
ritrovare mai fonti poetiche, e quelle di tal sorta, che talora
si
additano per Dante come per
altri,
—
le
opere della
poesia e letteratura anteriore, da lui conosciute e di cui
risenti l'efficacia,
— non sono punto
alla
stanno anch'esse, rispetto
nuova opera, come elementi
materiali, alla pari di tutti
gli altri
«
elementi storici. In poesia. Dante creò una nuova"
tonalità
sua,
poetiche, quali paiono
ma
superficialmente considerate,
si
umano.
>,
in cui le varie forze e tendenze, sue e della età'
riunirono e
si
fusero, risolvendosi nell'eternamente
II
LA STRUTTURA DELLA COMMEDIA
E LA POESIA.
^
S,e
alla
ferma fede nella vita oltremondana come vera ed
(eterna vita si
univa nell'animo di Dante fortissimo
timento delle cose mondane, se
«e
è,
»
cielo e terra», la
che a rigor
al
il
suo poema posero
conseguenza che
si
sen-
mano
presenta aperta
termini la rappresentazione dell'altro
di
mondo, dell'Inferno,
del Purgatorio e del Paradiso,
non po-
teva essere soggetto intrinseco della sua poesia né motivo
generatore e dominante.
sorta
Una
rappresentazione di questa
avrebbe richiesto un assoluto predominio del sentire
del trascendente su quello dell'
qiial'ò propria dei mistici
ed
immanente, una disposizione
asceti,
aborrente dal mondo,
aspra e feroce, o estasiata e beata, e di cui è dato rinvenire qualche poetico assaggio nell'innografia cristiana o in
alcuni cantici di fra lacopone.
molto accelerato, e
f^iche in
le
certi tratti,
Il
immagini
ritmo sarebbe stato allora
affioranti e sparenti, ener-
vaghe e sfumate nel
resto,
quali
si
accennano nelle aspirazioni e nel terrore, premute d'ogni
intorno dalla presenza del Dio. Ciò che più volte
dai critici del Paradiso dantesco, che
svolgere
come
non
si
particolareggiata descrizione,
si è
detto
sarebbe dovuto
ma
condensare
LA POESIA DI DANTE
54
un
in
tutto
esprimente l'aspirazione a
alato canto lirico,
non so che divino e inattingibile, sarebbe da dire,
dell'Inferno,
mutando bensì
tal, quale,
l'aspirazione nel suo contrario,
un
nel terrore e orrore, e del Purgatorio, cangiandola in
misto di timore e di speranza, di ambascia è di gioia.
Ma
Dante, quando compose
la
Commedia, non era
in
questa stretta condizione di spirito, sibbene in una assai
più varia e complessa, e l'altro
mondo non
commossa
mondo,
nella sua
fantasia al
neva con esso a un
samento
e
il
sol
mondo,
al
invece apparte-
mondo
del suo interes-
avevano parte,
spirituale, nel quale l'uno e l'altro
secondo forse maggiore che non
minore, sicché
sovrapponeva
si
si
il
primo, e certo non
primo non poteva per niun conto sover-
il
chiare e assoggettarsi l'altro.
Le contradizioni in cui
ci
si
avvolge sempre che, nel-
l'appressarsi al godimento e al giudizio della poesia della
Commedia, non
si
muova da questo
preliminare riconosci-
mento, che soggetto o motivo poetico di essa non è
presentazione dell'altro mondo,
si
la
rap-
fanno evidenti nell'esame
dell'opposta sentenza. Alla quale sostanzialmente è da
durre anche
la
dato dall'altro
formula, che soggetto sia
mondo
»,
che nessun mistico o
ma
ri-
mondo guar-
il
semplice variante, perché è chiaro
asceta può mai abolire
il
mondo,
solo negarlo nell'altro, guardarlo dall'altezza dell'altro
come
l'altro
il
«
stadio inferiore e superato.
mondo importa
disinteresse che
si
lo
E
guardare
il
mondo
scolorarsi di tutte le cose
dal-
umane,
stabilisce verso di esse, l'indifferenza
per la particolarità degli
affetti e delle azioni,
per
gli
in-
dividui nella loro individualità, che vengono generalizzati
e ripartiti unicamente in eletti e reprobi, quali che siano stati
i
loro caratteri, le loro opere, le passioni e virtù loro, la loro
grandezza terrena. Senonché in Dante non accade nulla
tutto questo;
e,
non per l'unica
come
il
di
suo affetto corre per cento vie e
della venerazione per gli eletti e del rac-
1
l
LA STRUTTURA DELLA
II.
capriccio pei reprobi, cosi
il
in quello legale o divino dell'
ma
«è salvo
dannati e
male nei
il
»
salvati, e perfino
restringe
si
«è dannato
e dell'
discerne
e
55
»
suo giudizio non
allarga a giudizio morale,
si
COMMEDIA
«
-
bene nei
il
prorompere
lascia
liberamente amori e odi, simpatie e antipatie, trattando
le
ombre come cosa salda, gli spiriti giudicati e fissati nell'altro mondo come uomini raultilaterì e in efficacia vitale.
Ciò vedono e sanno anche
sostenitori della definii
zione che ora
«
Dante
si
esamina, sicché proseguono col dire che
andato nell'altro mondo portando seco tutte
è
mondo
le
Che è proprio come non si può (almeno
poeticamente) andare nell'altro mondo, il quale esige che si
passioni del
svestano tutte
le
».
passioni
umane
altr'occhio, con l'occhio di chi
e brutto
sogno e
si
e
si
guardino
di quella eiTata definizione è un'ac-
cusa a Dante, tacciato d'illogico per aver fatto
di
ciò che s'era
proposto: quasi che Dante
ossia operato qualcosa, e
cose con
le
un affannoso
radiosa realtà. Onde
è risvegliato da
ritrova nella vera e
conseguenza
l'ulteriore
si
contrario
il
avesse
tando sul sentimento cosi vario e complesso che
finito,
non poteva essere
illogico,
perché
il
fatto
E
non semplicemente poetato.
poe-
è de-
si
sentimento non
è mai né logico né illogico; e illogico, cioè non interamente
armonico, era, in certo senso, solo
come, del
siero,
resto,
il
il
suo sistema
sistema di ogni
uomo
pen-
di
e di ogni
che sempre ha qualche lato non armonizzato e non
filosofo,
logico,
che è appunto quello da cui nasce
siero o
il
progresso che
sì
nuovo pen-
il
chiami.
Al riconoscimento di sopra enunciato, oltre la conferma
negativa che viene dall'esame di questa sentenza,
si
trebbero ritrovare conferme positive in
com'è
quello che
«
moderno
sito,
e
il
il
»
filosofo in
(il
Dante
sia
«
altri
medievale
detti,
»
e
il
po-
poeta
primo, cioè, ascetico e mistico nel propo-
secondo passionale
e politico nel fatto), e simili;
e anche in certe vicende di fortuna toccate alla
Commedio
LA POESIA DI DANT?:
56
in particolare lo scontento più volte attestato dagli
spiriti
mistici o fantasiosi verso la rappresentazione che quel
poema
loro forniva dell'oltremondo, la quul^^
sembrava a
troppo
essi
determinata e contornata, troppo calma, con troppo poco
inferno nell'inferno, e troppo poco paradiso nel paradiso, e
troppo poco purgatorio, ossia attivo sforzo di redenzione e
Ma
purgazione, nel purgatorio.
più persuasive di queste prove
indirette sono le prove dirette, offerte dalle impressioni che
ognuno
raccoglie nel leggere la Comynedla o dai ricordi che
Non
serba delle letture.
mondo
è certamente la visione dell'altro
come immagine
quella che rimane
impressioni provate, non
ferno, o
il
sintetica
delle
perdizione terrificante dell'In-
la
travaglio di dolore e speranza del Purgatorio,
o la felicità del Paradiso; ma, sopra
di personaggi dalla vigorosa
b
tante e diverse figure
tempra o dalle ardenti pas-
sioni o dai violenti e truci atteggiamenti o dai sensi miti
e gentili o dalla
mente serena; sopra
gli spettacoli di
pae-
saggi ora orridi e adusti, ora freschi e deliziosi, ora cupi
per tenebre, ora allagati
di luce;
di parole pietose, elevate, gravi
gnamenti, sdegnose,
(li
sopra
le
scene risonanti
d'ammonimenti
e d'inse-
solenni; l'immagine che
irate,
si
leva
una volontà robusta, di un cuore esperto, di un intel-
letto sicuro,
l'immagine
a non dare tutti
i
di
torti a
Dante: sicché
voleva togliere alla Divina Commedia
e sostituirlo
con
l'altro di
Danteide.
l'Inferno, per la dannazione,
affetto,
come
si
sarebbe inclini
ma
suo
il
Non
titolo
vulgato
vero orrore, nel-
dimestichezza, tenerezza,
riverenza per molti dei dannati,
i
quali,
da
lor parte,
un carcere o in un esilio terreno, molta
danno della loro fama, e si adoperano a cor-
se stessero
sollecitudine
si
quello scrittore settecentesco, che
i!i
reggere gl'ingiusti giudizi,
che corrono
sul
loro
conto:
«tema d'infamia» li tormenta più delle pene infernali.
Accade perfino che essi celiino o quasi, o almeno placidamente conversino, scambiando notizie e riflessioni, come.
la
f
II.
LA STRUTTURA DELLA
per dirne una,
sotto
dalle
il
il
peso della
cappa
di
piombo,
informazioni che da
Io udì' già dire a
i
E
E
diavoli.
domanda
le
le lezioni della
al falsario
celia Virgilio,
:
quale, rivolgendo
il
«so l'unghia
basti
ti
Al primo
birichina
come
d'amore che
la
si
Dante che. con riverenza
di
Malehaut
alla
è
prima dichiarazione
fanno Ginevra e Lancellotto nel romanzo.
Senza dubbio. Dante non ismarrisce
lezza ch'egli
ridendo parve quella
«
Ginevra»: maliziosa e
fallo scritto di
dama
nell'altro
le
sta nel loco
pecore o zebe!
»;
»
»
«
«rimembri».
«Oh
sovra tutte mal creata plebe
ovvero afferma che
inebbriato
le
luci
sue,
le
sicché
e che ancor gli
,
foste state qui
«diverse piaghe»
«
«
dello stare a
duole
»
,
pur che
Nel- Paradiso, innanzi alla )"Osa dei beati,
procura di significare
lo
in esclamazioni sul
onde parlare è duro, Me'
piangere eran vaghe
si
cieco
potenza di Dio, quanto è severa Che cotai colpi
per vendetta croscia!»;
avevano
nel
disperate atrocità della
dannazione; ed esce di tempo in tempo
Che
consapevo-
la riflessa
mondo, che s'aggira
regno, nell'abisso infernale, tra
«0
con l'augurio
la richiesta
Beatrice, nel Paradiso, all'udir
tossìo
una
gratta con
si
Eternalmente a cotesto lavoro»
impacciata, dà del voi a Cacciaguida,
tipo:
volevano,
». Ci
sua Università,
coperto di scabbia, e che
unghie fariosamente, rafforza
che
vizi assai, tra' quali
menzogna
sospettare a uno che stava nell'Inferno che cosa
fìir
fossero
ironico
s'accorge d'essere
con deliziosa bonomia:
Bologna Del diavol
a quanto sembra, Bologna, e
che incede
quale, allorché Virgilio,
il
ascolta,
lui
udi' Ch'egli è bugiardo e padre di
per
57
»
frate Catalano, l'ipocrita tristo
stato ingannato dai demoni, osserva
«
COMMEDIA
«
la forza
immensa onde
lo spettacolo
percoteva e rapiva; e ricorre, come a misura da molti-
plicare, al
paragone dello stupore che coglie
settentrione al vedere
Roma
e
i
i
barbari del
suoi edifizi e monumenti,
e ne deduce: «Io che al divino dall'umano, All'eterno dal
tempo ero venuto, E
di
Fiorenza in popol giusto e sano,
LA POESIA DI DANTE
58
Di che stupor dovea esser compiuto!».
E non
si
può non
avvertire che questo rapimento nel divino è enunciato e
non rappresentato, e che le esclamazioni che egli esprime
di terrore hanno del ritornello d'occasione, suggerite dall'idea delle pene infernali e non dal sentimento di esse, e
sembrano alquanto fredde, specie
commozione che s'insinua nel suo
se le si paragonino alla
petto e viene irrefrena-
bilmente crescendo alla presenza di Francesca, fino al deliquio.
Un
opuscolo
l'altro
francese e cattolico
il
quesito:
mondo
»,
si
propose e trattò in un suo
«se Dante fosse tornato migliore dal-
ricordata la tenerezza di lui nell'Inferno
e,
'compunzione verso
pei peccati seduceiiti, e la nessuna
le
proprie colpe, e che la sola colpa che sembra colà rimorderlo è l'omissione di
compie bensì,
tenze,
ma
penitente,
una vendetta, e che nel Purgatorio
buona grazia, formalità di peni-
e di assai
assai più pensa alle cose terrene, e piuttosto che
si
mostra osservatore pieno di curiosità, e che nel
Paradiso sembra uno studente
lezioni, risponde al quesito in
in
cerca di buoni corsi di
modo
negativo. Sotto forma
d'una capricciosa inquisizione psicologica
si
perviene cosi,
senza avvedersene, alla medesima conclusione nostra
l'altro
mondo non
è
veramente
il
:
che
motivo poetico dominante^—
Commedia.
nella poesia della
D'altra parte è da concedere che Dante avesse
l'
inten-
zione per l'appunto di ra])presentare l'altro mondo, e anzi
che assai probabilmente fu questa
idea del poema, come non
si
Ed
può confermare con uno
è
anche evidente che
la
prima intenzione o
solo è lecito argomentare,
o
ma
due luoghi della Vita nìwva.
una certa rappresentacome una voragine
egli forni
zione dei tre regni; e ritrasse l'Inferno
che vaneggia di sotto al monte Sion fino
terra e che, restringendosi per
comprende fiumi
e
\
mia
selve e lande
al
serie di
centro della
nove cerchi,
e precipizi e castelli e
rovine, suddividendosi in giri e bolge variamente; e
il
Pur-
II.
LA STRUTTURA DELLA
«
COMMEDIA
59
»
come un'altissima montagna sorgente in un' isoletta
agli antipodi del monte Sion, distinta in una rocciosa base,
eh' è l'antepurgatorio, in sette cornici e in una foresta che
fa già il Paradiso terrestre; e il Paradiso figurò nei nove
gatorio
cieli,
della
Luna,
Venere, del Sole, di Marte,
di Mercurio, di
di Giove, di Saturno, stellato, cristallino (o del
nell'empireo, dov'è Dio,
bile) e
primo Mo-
motore immoto. In questi
il
cerchi, cornici e cieli egli distribuì per categorie dannati,
purganti e beati: nell'Inferno, gl'infingardi nel vestibolo,
non redenti del peccato originale nel Limbo,
dannati negli
i
propriamente
cerchi e nelle bolge secondo
altri
di queste suddivisa in
scende giù giù
le tre
dispo-
alla base o
modo che
dai lussuriosi, golosi, avari
fino ai traditori: nel Purgatorio, assegnati
antepurgatorio
gli altri nelle cornici,
i
secondo
contumaci
e negligenti,
meriti e la correlativa beatitudine,
o
triplice
prima
le
tutti
divisione dei sette peccati
la
o dei sette vizi capitali; e nel Paradiso,
carità,
i
peccaminose, incontinenza, violenza, e frode, ciascuna
sizioni
si
e
i
beati,
secondo
virtù cardinali e teologali.
E
i
secondo
i
gradi della
descrisse questo
regno fingendo sé viaggiatore e osservatore, dapsotto la guida di Virgilio, poi, per
un breve
tratto,
di Virgilio e di Stazio insieme, poi, dal paradiso terrestre
all'empireo, di Beatrice,
e,
nell'empireo, di san Bernardo.
Che cosa
fece egli in siffatta rappresentazione,
mente
trova nel libro della Commedia, e anzi sembra
si
sorreggere tutto
il
che certa-
resto?
Poesia propriamente no, già esclusa dalla dimostrazione
che manca per essa
tore;
il
necessario motivo poetico genera-
ma nemmeno, come
si
suol dire, scienza,
scienza, iu tutte le forme in cui
cetti
affermi
sempre
critica, e
le
fatti
si
perchè la
prenda, o che elabori con-
o classifichi o costruisca astrazioni, è
non ammette,
e anzi discaccia e dissolve,
combinazioni dell'immaginazione. Qui invece l'immagi-
nazione interviene come demiurgo e compie un'opera
af-
LA POESIA DI DANTE
-60
un oggetto che adomdell'altro mondo,
acconciamente chiamare, que-
fatto pratica, qual'ò quella di foggiare
a
bri
uso
dell'immaginazione
dell'eterno. Si potrebbe forse
da Dante, un «romanzo teologico»,
lavoro compiuto
sto
l'idea
o «etico-politico-teologico», in analogia dei romanzi «scientifici»
tempi a noi
o «socialistici», che
si
sono
scrivono ancora,
il
fine dei quali è divulgare e
vicini e
si
scritti
in
rendere altrui accetto e desiderabile qualcosa che
o
si
si
come sarebbero
gli
effetti
che produrranno certe aspettate
o invocate scoperte scientifiche,
nuove condizioni
o lo
vita che nasceranno dall'attuazione di certi nuovi
sociali.
le
crede
desidera, presentandolo con l'aiuto dell'immaginazione,
Mutati
i
tempi
di
istituti
e gl'interessi degli uomini, diventate
scienze naturali e le disquisizioni sociologiche ciò che
tempo furono la teologia e
problemi della salvazione
dell'anima, romanzi teologici ora non se ne compongono più;
ma parecchi se ne composero nel corso del Medioe\"0 (tra
itn
i
i
quali sono in parte da annoverare
e questo
di
Dante
le
gran lunga
fu di
cosiddette
il
«
visioni »),
più ricco di
tutti,
il
più grandioso e meglio architettato, sebbene non l'ultimo.
liomanzo teologico che, per
dominio nulla
politici di
si
natura della religione,
la
al cui
sottrae, e per effetto degl'interessi etici e
Dante,
si
complicava, come
si
accennato, di
6
un'utopia politica ed etica.
Che Dante, propostosi questo
dovesse industriarsi
fine,
a dare precisione e coerenza alle sue immaginazioni,
farle,
come
si
dice, verisiraili, è cosa
che s'intende,
e a
e, d'al-
tronde, l'assunto gli era agevolato dall'intervento del miracoloso, al quale esso e
i
suoi lettori credevano.
sembra, cosi bene, che sorse
avesse visitato l'Inferno e
gli
fosse stato rivelato
il
il
la
Paradiso; e
furono costretti a insistere che
anche
i
moderni, che
di
leggenda che
Purgatorio,
tali
egli
e,
E
egli
almeno
vi riusci,
realmente
in estasi,
gli antichi espositori
scriveva
«
da poeta
>
;
e
cautele non hanno bisogno,
,
II.
LA STRUTTURA DELLA
osprimouo spesso
Ma
suo racconto.
al
che egli dà sulla
spiegazioni
modi del viaggio, e
e sui
COMMEDIA
61
»
meraviglia per l'impronta
la loro
che Dante conferisce
«
sul
che
configurazione
tempo che
compierlo, e sui fenomeni che osservò,
gli
di realtà,
meticolose
le
luoghi
dei
occorse per
soprattutto, le
e,
dissertazioni con le quali spiega e giustifica quelle cose
ginate e le tratta
scientifica e
fosse
per
come
fatti reali
imma-
che confermano una teoria
ne sono confermati, rechino prova che esso stesso
ingannato dalle proprie immaginazioni
fatti reali, e
e le
prendesse
cadesse in una sorta di allucinazione; questo,
modi sostenuto, non è per niuii
conto da ammettere. E non già perché con tale ipotesi
s'introdurrebbe nel genio di Dante una troppo grande mistura di demenza e si verrebbe meno al rispetto che gli si
deve; ma veramente perché l'ipotesi contrasta alla limpidezza e consapevolezza della mente e dell'animo di lui, e,
per di più, non è necessaria. Tutti i compositori di romanzi
sebbene
sia stato in vari
di quella sorta, teologici, scientifici o socialistici, sono precisi e
meticolosi e ragionano le loro immaginazioni, perché
cosi richiede
ci furono, tra
il
i
loro assunto; e
anche nel secolo deciraonf)no
lettori e gli uditori, alcuni che, al pari delle
femminette di Verona, presero per realtà
le
immaginazioni
e tennero per certa l'esistenza delle varie Utopie o Icarie,
e talvolta mossero la vela e
il
remo per raggiungere
le
terre promesse e le isole della felicità.
Sulla strattura della
Commedia, cioè
gico che le è messo a fondamento,
sul
è sorta
romanzo teolouna delle più
cospicue sezioni della letteratura dantesca, gareggiante per
mole con quella accumulata
della
«
topografia fisica
tre regni.
ed
E
»
sulle
e della
«
poiché quella struttura Dante
esiste nel
mente
i
e
si
chiama
la volle
»
dei
ed esegui,
suo libro, è naturale che gl'interpetri curino
di chiarirla, ed è utile che, per far
in
allegorie,
topografia morale
lettori
(i
si
che l'abbiano chiara
quali per solito ne accolgono un'idea
LA POESIA DI DANTE
1)2
sommaria e confusa, perché vi s'interessano poco) si disegnino, come si sono disegnati, atlanti, e si diano geografie
mondo
dell'altro
in esso, e
dantesco, ed orari od orologi del viaggio
commenti
al codice
penale che vi regna,
e alla
graduatoria dei meriti e delle ricompense. Solo che sarebbe
da
raccomandazione che già s'è
ripetere, rinforzandola, la
guardarsi dal troppo, e di non dimenticare che
di
latta,
queste di Dante sono mere costruzioni immaginative, di scarsissima importanza, soprattutto per noi che abbiamo altre
immagijiazioni pel capo, e che, a ogni modo, delle immaginazioni e dei sogni non conviene a lungo intrattenere la
gente,
noiando altrui (ammoniva monsignor della Casa nel
«
Galateo)
col
recitarli
con
tanta aflfezione e facendone
gran meraviglia, che è uno sfinimento di cuore a
sicché, poniamo,
si
sentirli »:
è perditempo e reca fastidio discutere e
udir discutere se Dante impiegò nel suo viaggio sette o
nove o dieci
giorni, e se nel Paradiso ventotto o quaran-
tadue o settantadue ore, e a quale ora per l'appunto
prima o dopo
salita, se
tisti
ci
mezzogiorno, e
il
simili.
Ma
vi fece
i
dan-
costringono a ripetere su questo punto anche l'altra
e più sostanziale cinisura, dell'antimetodicità del loro pro-
cedere, e a spiegare in che essa, nel caso particotare, consista.
Dante, per minuzioso e meticoloso che sia proceduto,
ha pur lasciato lacune nel congegno del suo romanzo
logico, e,
contradizioni; fors'anciie perché,
non potè dar l'ultima mano
nerale riaccordo
al
come da
studiare
gini
e
i
filosofi,
tirando
le
le
in
si
pensa,
più anni e sotto
avvenimenti. Se
fosse stato d'indole filolofica e critica,
lacune e risolverne
alcuni
pc^ema, e sottomettere a ge-
un'opera composta
l'efficacia di molti e diversi
le
teo-
per attento che sia stato, è incorso in talune
si
contradizioni,
il
suo lavoro
potrebbe riempirne
come
lipigliando e continuando
si
le
usa nello
loro inda-
logiche consogut-nze che dalle loro pro-
posizioni dtriv;ino; ma,
(
ssendo, com'è, lavoro d'immugi-
II.
LA STRUTTURA DELLA
«
COMMEDIA
63
»
nazione, e appartenendo anche quel che egli non ha detto
all'immaginario, non
si
può logicamente supplire, né quello
può conciliare, salvo che non
in cui egli si è contradetto si
si
voglia continuare a lavorar d'immaginazione, senza le
buone ragioni che spingevano Dante a
farlo,
e perciò al-
manaccando. Di questa impossibilità logica, al solito, non
si rendono conto i dantisti; ed eccoli a discutere (per recare solo un paio d'esempi) sul modo in cui Dante passò
dall'una all'altra riva d'Acheronte; o sul luogo dove andranno, dopo
Limbo
del
il
giudizio universale, le anime dei bambini
non sarà loro
e quelle dei virtuosi pagani, e se
assegnata la sede definitiva nella «divina foresta» del Pa-
come mai Catone stia a guardia del
Purgatorio, laddove, quando costui mori, mezzo secolo prima
radiso terrestre; o sul
dell'incarnazione di Cristo,
Purgatorio non esisteva an-
il
cora, sicché sarebbe da pensare che per intanto se ne an-
dasse a stare nei Limbo, donde fosse poi cavato;
si
ma
allora
urta nell'altra diffieol à, che egli mostra di non cono-
scere Virgilio, che pure era nel Limbo, sicché converrebbe
supporre nel Limbo vari circoli o clubs, e Virgilio e Catone
ascritti a due circoli
tempo dell'assunzione
diversi, o che, nei secoli trascorsi dal
al
grado
Catone avesse dimenticato
di
guardiano del Purgatorio,
le fattezze e la favella
antico compagno; oltreché è da
domandare
del suo
se egli sia
da
riputare salvato o no, o se, dopo
il
dovrà «tornarsene mogio mogio
Limbo», ose, andando
al
giudizio
universale,
invece nel Cielo, troverà poi dove sedere; e via per
tali
cosiddette
«questioni dantesche»,
in
altret-
altrettali
modi
risolute, dei quali e delle quali sarà onesto tacere.
C'è, quel che è peggio, un preconcetto, in quest'ardore
di ricerche sulla topografìa
che cioè
tali
fisica e
morale dei
tre regni,
notizie concorrano a determinare, e far
prendere e gustare,
l'arte di
Dante,
il
com-
carattere di ciascuna
delle tre cantiche e le ragioni del passaggio
da una parte
LA POKSIA DI DANTK
64
all'altra di ciascuna,
mondo
gami
da un episodio
onde
la «storia»
concepita
e gli espedienti,
struttura
da motivo poetico, sibbene da un
tico,
all'altro:
come «storia estetica», e i lecome finezze d'arte. Ma«paiclié. la
che abbiamo sommariamente delineata non nasce
dell'altro
essa non
in tento did ascalico e pra-
vale né a segnare
particolare
il
poetico, posto che vi sia, di ciascuna cantica, né
da una situazione poetica
ciò che
è
all'altra,
sua natura,
nella
e
carattere
passaggi
i
può dare solamente
con cessioni estrinseche alla
poesia e determinate da ragioni strutturali. Ogni sforzo che
faccia per convertire queste ragioni in ragioni estetiche
si
è sterile spreco di acume.
La poesia
si
quale l'umanità, e Dante che
tre regni,
rappresenta,
la
non
mercé il
delle tre cantiche
deduce dal concetto del viaggio pei
passerebbe
dall'angoscia e rimorso pel peccato al pentimento e alla
purgazione, e di
là
alla beatitudine o
perfezione morale:
questo è uno degli aspetti del romanzo teologico,
è
il
La
ma non
principio informativo della poesia che a esso aderisce.
bellissima rappresentazione dell'arsenale dei Veneziani
non ritrova
il
suo ufficio e la sua giustificazione poetica
nell'asserita intenzione che,
avrebbe avuta
di
com'è
stato sottilizzato,
contrapporre uno spettacolo
di
Dante
fervida
operosità economica al malvagio affaccendarsi dei barattieri,
ciie
dà materia a quel canto; né l'escurso
di Virgilio sul-
l'origine di ]\Iantova, nell'idea di dar saggio di storia veritiera tra le fandonie delle streghe e dei maglii;
che narra
il
nulla che vedere coi fraudolenti, tra
Ciascuno
di quegli episodi sta
E nemmeno
poesia
come
né Ulisse,
suo ultimo eroico viaggio da esploratore, ha
si
la «
»
quali è condannato.
per sé ed è una lirica a sé.
può considi rare
parte tecnica
i
la struttura
del
che sorregge
poema, giacché
(come ormai dovrebbe essere ammesso) o non
la
la
tecnica
esiste in arte
o coincide con l'arte stessa, laddove la struttura della
Com-
media, avendo altra origine psicologica, non coincide
inte-.
II.
ramente con
LA STRUTTURA DELLA
la
«
COMMEDIA
65
»
sua poesia. Con maggior verità codesta strut-
tura è stata assomigliata a
una cornice che contorni e chiuda
tale immagine rechi anch'essa
uno o più quadri, quantunque
il
pericolo di ridarle
una
virtù propriamente estetica, perché
Je cornici sogliono essere ideate
mente lavorate
insieme coi quadri o artistica-
modo da formare un'armonia,
in
pimento delle pitture,
Paragone per paragone,
caso.
quale una rigogliosa vegetazione
s'orni di penduli
modo che
mostri
potrebbe piuttosto raf-
si
come una fabbrica robusta e massiccia,
figurarla
in
quasi com-
che veramente non è in questo
il
rami e
solo
si
di festoni e
qua e
là
sulla
arrarapichi e stenda e
di fiori,
rivestendola
qualche pezzo della muratura
suo grezzo o qualche spigolo la sua dura lineai
il
Ma, uscendo
di metafore,
il
rapporto con la poesia è sem-
plicemente quello che passa tra un romanzo teologico, ossia
una didascalica, e
la lirica
che
varia e interrompe di
lo
continuo; e questo rapporto trova riscontri in altre opere
di poesia,
e soprattutto nel
Faust goethiano, che è stato
bensì con insistenza pamgonato alla
derazioni storiche (come l'una la
Commedia per
somma
medievale, e l'altro di quello dell'età moderna),
tire
consi-
del pensare e sen-
ma non
senza che a tale paragone spingesse anche l'intravedimento
di
una somiglianza
artistica tra le
due opere, pur tanto
verse, consistente appunto nell'aver l'una e l'altra,
dalla poesia,
un legame
tra le loro parti
e concettuale o didascalico
Una
manzo
certa compressione
di-
di là
alquanto estrinseco
*.
non
si
teologico eserciti talora sulla
scorge in più casi che di frequente
si
può negare che il rovena poetica, come si
ripresentaiio. Tale è la
necessità della inserzione di parti
meramente informative o
di alcuni geroglifici allegorici, di
che non occorrono prove
1
Rimando
Goethe (Bari,
B
all'analisi
che ho data del Faust nel mio saggio sul
191;^).
Croce, La poesia di Datile.
5
LA POESIA DI DANTE
66
particolari.
Tale è
la
rottura della coerenza onde perso-
naggi e scene, che hanno un
zione,
un proprio
lor proprio valore di
commo-
significato sentimentale, sono poi costretti
a servir da espedienti per somministrare certe notizie o
certe spiegazioni dottrinali; e Farinata
abbandona
il
suo
I
I
1
disdegnoso atteggiamento ed esce dai pensieri, in cui è assorto, tutti patriottici e politici, per ispiegare
i
limiti della
conoscenza del presente e del futuro nei dannati; e Matelda,
da fata della primavera, diventa ancella ed esecutrice di
riti
espiatori; e Virgilio, e
rato
Dante
stesso, quale esso è figu-
poema, debbono prestarsi a
nel
sinuosità del racconto,
e,
come
tutte le necessità e
che
caratteri
si
vogliano
desumere dal complesso, sembrano troppo vari e discordanti dal modo in cui dapprima si presentano, Virgilio inviato dalle donne celesti, Dante,
compunto
docile e
il
peccatore che intraprende
la via della purificazione.
ripetizione di situazioni simili, che
il
Tale è
altresì la
poeta s'industria di
variare senza poterne del tutto vincere la monotonia: per
esempio,
la
meraviglia delle anime del Purgatorio all'av-
vedersi che la persona di Dante gitta ombra, e gli schiarimenti che Virgilio deve di volta in volta somministrare.
A un
certo punto, par che esso stesso sia preso da impa-
zienza e faccia
come
nell'antica novellina quel
che aveva una macchia d'olio sul vestito e
incontrava ne
lo
facevano accorto, sicché,
buon uomo
tutti quelli
egli,
che
incontrando
nuovo alcuno, annunziava senz'altro: « Sta' saldo, ho
una macchia d'olio >; e Virgilio annunzia infatti: «Senza
vostra dimanda io vi confesso Che questo è corpo uman
che voi vedete, Per che il lume del sole in terra è fesso »
di
E, infine, per
non andar per
le
lunghe, dalla stessa com-
pressione dipende quel certo che di brusco e reciso con
cui
si
chiudono
scene e dialoghi (onde è stato
di solito
S-iherzosa mente detto che
senza complimenti,
«
i
personaggi
di
all'inglese >, o, con
Dante
si
separano
maggiore gravità,
II.
che Dante
«
LA STRUTTURA DELLA
stampa un marchio
»
«
COMMEDIA
67
>
sulla fronte dei suoi perso-
nag-gi e passa oltre); e in generale potrebbe dirsi che, per
misure imposte dallo schema del romanzo teologico, per
le
« lo
freu dell'arte
talora
come
Ma
»
,
l'
Inferno sia un po' troppo affollato e
strozzato, e
Paradiso un po' troppo dilatato.
il
bisognerebbe, d'altra parte, rammentare anche la
schema oltremondano ed enciclopedico
libertà che quello
concede
moti più vari della fantasia
ai
l'efficacia benefica
di
Dante, e notare
che quella compressione per altro verso
Dante prende carattere
esercita, e per la quale la poesia di
di assoluta necessità,
prorompendo attraverso
più vigorosa e intensa dall'ostacolo che
le
lo
schema, resa
frappone e che
essa sorpassa: cosicché a chi non credesse all'esistenza reale
e
autonoma
cui
si
della poesia e la reputasse cosa artifiziosa e di
possa far di meno, non
si
potrebbe
offrire
caso più
chiaro da meditare che questo furore poetico di Dante teologo
e politico, questo torrente
la via tra le rocce e
i
che alta vena preme, che s'apre
sassi e scorre
impetuoso,
E
tanta è la
sua forza, tanta la sua ricchezza, che esso penetra in
i
tutti
cavi delle rocce e dei sassi e avvolge con le sue onde
spumeggianti e col velo d'acqua che solleva
alpestre, a segno che sovente
delle sue acque.
La poesia
non
di
si
Io spettacolo
vede altro che
il
moto
Dante, quando altro non può,
avviva con freschissima fantasia
i
\
particolari delle disqui|
sizioni e parti informative ed espedienti di racconto, e per-'
fino
le
non infrequenti concettosità dell'erudito
in istoria,
mitologia e astronomia, e investe tutte queste cose col suo
commosso
Per
e
lirica,
e sublime accento.
tale ragione,
non sono
Sono separabili
schema
e poesia,
le parti
nell'anima sua, di cui l'una condiziona
l'altra e perciò confluisce neli'altraj e, in
lettico,
la
romanzo teologico
Dante, come non
separai bili nell'opera di
Commedia
è sicuj'amente
questo senso dia-
un'unità.
Ma
chi
li
a
occhio e orec chio per la jjoesia discerne sempre, nel corso
v^^
LA POESIA D! DANTE
68
poema,
/<iel
j
ciò
che è strutturale e ciò che è poeticoj
/misura maggiore che non convenga fare per
(
quali pur
si
solo a quella che
s'è detto,
Goethe,
ma
si
dove
lo
schema
motivo poetico, e non c'è struttura
dire, è
drammi
omogeneo,
o struttura nasce dal
e poesia,
ma
tutto,
all'
si
tutto è poesia.
Vero è che un'alquanto rettorica ammirazione
rivolgere
come
deve usare pel Faust del
in contrasto quasi pieno coi maggiori
dello Shakespeare,
può
altri poeti, nei
trova la stessa congiunzione, e pari forse,
suol
si
«architettura» della Commedia, celebrando la
sicurezza delle linee, le proporzioni, l'euritmia, le rispon-
denze matematiche, che sono nella costruzione dei
e nella loro topografia fisica e morale:
motivo prediletto
che prendono a tema delle loro
conferenzieri,
dei
tre regni
orazioni Dante; e per questa via
si
fiorite
finisce col parlare della
«bellezza estetica» pertinente alla struttura stessa del poema,
una sorta di bellezza addizionale all'altra della poesia che
include: una bellezza, come talvolta la si chiama, « della cosa
stessa». Tra gli altri, un noto poeta e dantista italiano riusci
tuit'
insieme a frantumare e impoverire
media, riponendola nelle sole parti
alcune «perle» che
si
pescano
«
in
la
poesia della
quel
esaltare la «poesia della concezione», la
al
mondo
sia
e sarà
mai»,
il
Com-
non drammatiche»,
gran mare,
« ))iù
e
in
a
poetica che
viaggio oltremondano. Sul
qual punto non è da rispondere altro se non che non esiste
poesia delle cose,
ma
solo poesia della poesia,
e che la
modo
modo critico di pensare. Anche
Commedia si suole ammirativamente com-
poesia delle cose sarà, nel miglior caso, un leggiadro
di dire,
ma non
la struttura della
certo un
pararla a quella delle cattedrali
gotiche,
con curiosa
vi-
cenda d'un paragone che prima fu trovato nel settecento
per vilipendere l'opera dantesca come rozza, stravagante,
barbaiica e «gotica», e poi, per effetto del romanticismo e
medievalisnìo e religiosismo romantico, valse
al
contrario
II.
fine.
E
LA STRUTTURA DELLA
su questo punto
si
«
COMMEDIA
deve rispondere che
sono cattedrali, e non già schemi di poemi
stesse; e quelle gotiche
tire,
esprimevano
infatti
69
»
le cattedrali
ma poemi
esse
un nuovo sen-
nascente da una nuova concezione del divino e del rap-
porto dell'uomo a Dio, della terra al cielo: e Dante anch'esso
espresse un nuovo sentire, nella poesia sua e non nell'astratto
schema. Ben forse
potrebbe adoperare meglio,
si
ma
con as-
diverso senso, quel termine di confronto, prendendo a con-
sai
siderare l'architettura gotica,
pieno
ma
fiore,
non
nell'età dell'origine e del
in quella del suo declinare o piuttosto del
suo cangiare, nell'età di Dante, per
effetto degli stessi
can-
giamenti spirituali dei quali s'è toccato e che operavano
nell'animo di
lui.
Allora le sculture e decorazioni pittoriche,
che negli originari
per sé artistiche,
editici gotici
ma
non erano indipendenti
mosse
spirito dell'edificio e
col
moto
di tutte le altre linee
architettoniche, cominciarono ad ottenere rilievo e
tanza per
sé,
e le chiese presero
aspetto, prenunziante la Rinascita
nel
poema
di
e
parti architettoniche, determinate dallo
Dante rispetto
alle
'
:
impor-
nuovo e più mondano
proprio come accadde
visioni e in genere alla
letteratura medievale mistica e ascetica.
Con
o
il
ciò
sembra
chiarito
il
modo
conto in cui bisogna tenere,
Commedia, che non è
di respingerle
di rispettarle
come
dantisti,
indiscreto,
bisogna trattare,
parti strutturali della
come schietta poesia,
come poesia sbagliata, si invece
necessità pratiche dello spirito di Dante,
e poeticamente soffermarsi
i
in cui
di prenderle
ma nemmeno
usano
le
in altro.
Rispettarle
come non
quando, fissandole con occhio curioso e
finiscono,
consapevolmente o no,
col celiarvi
intorno, e discorrere del «domicilio coatto» di Virgilio, e
di
1 Su questo argomento è molto istruttiva la recente monografia
M. Dvorak, Idealismus und Naturalismus in den gotischen Skulptur
»nd Molerei, inserita nella Historische
Zeitschrift, 1918, voi. 119.
LA POESIA DI DANTE
70
dell'
«
quelle
prio
alpinismo
e
Dante, e
di
V
soffermarsi
come
tutti
in
altro
;
in
iisistere
Dante pro-
ossia leggere
ingenui
lettori
i
Ma non
simili.
leggono e hanno ra-
lo
gione di leggerlo, poco badando allaltro mondo, pochissimo
alle partizioni morali, nient'affatto alle allegorie, e
dendo
molto go-
delle rappresentazioni poetiche, in cui tutta la sua
multiforme passione
Si dirà, e
si
condensa,
si
purifica e
si
modo Dante viene
è detto, che a questo
minuito; ed è vero
esprime.
si
di-
contrario, che viene accresciuto: ac-
il
lui, sommo
modo Dante viene
cresciuta cioè e potenziata la contemplazione di
poeta. Si dirà, e
è detto, che a questo
si
profanato, togliendoglisi
vero, perché gli
il
pensiero religioso; e neanche è
tolgono o meglio
si
si
prescinde solo da
quei pensieri, religiosi o politici o altri che siano, da lui
non
tradotti nella sua poesia, nella quale, d'altra parte,
pur
vive tanta e seria e sincera religiosità, anche dove non
sembra direttamente espressa: vive
in
tutte
più varie
le
figurazioni, perché viveva nell'animo di Dante,
se
anche
conciliata o equilibrata con altri sentimenti* Finalmente
dirà, e
si
è detto,
che a questo modo
nella poesia di Dante; e ciò è ancora
che
si
men
uno schema
fiutano altresì
del
tutte
le
pratico;
vero, perché quella
e sul protagonista, se
in
an con-
per conseguenza,
si
ri-
vecchie e nuove dispute cosi sul-
come
concetto
e,
si
nega ogni unità
nega è l'unità cercata fuori della poesia,
cetto o in
l'unità
si
ci
sull'unità d'azione del poema,
sia
o no e se sia Dante stesso,
L'unità vera della p oesia dantesca è lo spiri to
poetico di Dante^ del D ante della Comnied/'a, non quella
e
simili.
complessiva del volume suo
tre cantiche
non
si
;
e
il
carattere di ciascuna delle
può ritrovarlo con
l'analisi dei concetti
dell'Inferno, del Purgatorio e del Paradiso,
ma
contemplazione della varia poesia che ciascuna
solo con la
di esse offre,
e che, pur nella sua varietà, ha, in ciascuna delle cantiche,
una certa fisionomia
particolare, che la difi'erenzia: non di-
'y
II.
LA STRUTTURA DELLA
«
COMMEDIA
»
71
versa per altro e non maggiore di quella che possono presentare tre libri in
cui
uno
stesso
raggruppandole secondo talune
Per determinare quale
sto spirito poetico di
sia,
Dante,
il
poeta abbia raccolto,
affinità, le
proprie liriche.
nei suoi tratti distintivi, que-
cammino più
corto e più pro-
prio è quello di ripercorrere le tre cantiche, procurando di
passare in rassegna
le principali
poesie o gruppi di poesie,
che esse contengono, e venirne notando
e modulazione.
la
varia ispirazione
Ili
L'«
L
ia
INFERNO»,
poesia di Dante non scoppia
fin
da principio
assorge a "uìr3?atto alla sua propria altezza, _ma
man mano
snodando, e
sì
più
fa
si
non
e
viene
copiosa e varia,
pili
franca d'andamento, con un crescendo che va dai primi
canti a quelli del
mezzo
e della fine dell'Inferno, e ripiglia
con più placidi modi nella seconda cantica, e
sale,
libera
e gagliarda, sicura di sé, sfidando ogni rischio, nell'aere
sottile
Paradiso.
del
"generale,
i
I
primi canti dell'Inferno sono,
in
più gracili; o che appartenessero a un primo
abbozzo, poi ritoccato e adattato (st^condo una tradizione
non dispregevole e congetture sufficientemente fondate),
che ritenessero dell'incertezza di
tutti
i
o
cominciamenti, ac-
cresciuta in questo caso dalla difficoltà di costruire e mettere
in
moto
la
gran macchina.
Specialmente
stento: con quel
ci
si
ritrova
in
il
primo canto dà qualche impressione
colle
che non è
sole,
e s'incontrano tre fiere,
o la
più minaccevole di
la
^divorano
e,
di
«mezzo del cammino» della vita, in cui
una selva che non è selva, e si vede un
un colle, e si mira un sole che non è il
nQ;i
si
che sono e non sono
esse è
magra per
sa come, «fa vivere
fiere,
brame che
grame molte
le
LA POESIA DI DANTE
74
genti
»
.
La fantasia cerca
soddisfarsi
nella
rappresenta-
zione di un cammino, di un pericolo, di un soccorso; ma,
non appena
eccitata
cosi
stata
è
e
mossa, è spinta alla
diversa rappresentazione della storia interiore di un'anima,
come
espressa in immagini,
che anche a quel
se ne trovano in altri artisti, e
modo possono
anche da questa, perché
esser belle.
la storia
Ma
è respinta
dell'anima non tanto
si
delinea e chiarifica in quelle immagini, quanto ne viene tur-
bata e resa incerta.
I
legamenti qui e nei canti prossimi
seguenti sono fiacchi, con titubanze artificiate per dar luogo
domande non necessarie e risposte
domanda, come quando Virgilio domanda a Beatrice perché non teme di scendere dal cielo
al Limbo, e Beatrice gli somministra un aforisma sulle cose
che non si debbono temere e gli dice che essa non può
a risposte informative, con
che vanno
di là dalla
esser tocca dalla miseria infernale
sommarie;
lo stile stesso,
il
;
le
rappresentazioni sono
hanno poca
ritmo, la terzina
pienezza e tengono sovente del prosaico.
Ma
le parole rivolte da Dante a Vircommozione,
a quel vedersi innanzi e udir
gilio
discorrere l'antico poeta che era da lungo tempo si gran
già nel primo canto
tremano
di
parte della sua vita interiore, maestro di sapienza, maestro
di
i
«
bello stile », cosi lontano nel tempo, cosi vicino a tutti
suoi pensieri.
E
il
formativo ha luogo,
gorica,
risplende di
secondo canto, dove pure l'intento
e
ha qualche luogo l'oscillazione
felicissimi
tratti.
Il
in-
alle-
cuore di Dante
crede nelle donne benedette, che lassù dal cielo lo guardano,
egli
lo vigilano,
amò
lo
soccorrono; prima tra esse colei che
tanto in gioventù, e per la quale usci dalla schiera
volgare, colei sulla cui persona
giovanili e
il
cui
nome
si
raccolsero
i
suoi sogni
rischiarò la sua poesia, Beatrice.
Beatrice è ora veramente l'eterno femminile, la pietà, la
sollecitudine quasi materna, con alcunché
di
amoroso: una santa, e pur sempre una danna
molle e di
bella,
che
l' «
III.
in qualche
modo
INFERNO
75
»
appartenne e fu di
gli
suo
lui solo, di lui
Le amiche
cantore, che la celebrò viva e morta.
di Bea-
non ignorano questa appartenenza,
trice, della corte celeste,
questo antico legame, e curano di darle avviso del pericolo a cui
trova
si
precorrendo
siderio,
suo fedele, indovinando
il
la
Ed
sua volontà.
«soave
Virgilio e lo persuade, parlandogli
suo de-
il
e
va a
>,
«con
ella parte
e
piana
angelica voce», con gentili lusinghe e gentili promesse di
riconoscenza, e alfine chiude
il
suo discorso con
la
suprema
e irresistibile perorazione femminile: le lagrime. «Gli occhi
lucenti lagrimando volse... ».
A
esprimere
suo animo, come già aveva trovato per
mento l'immagine
dare
giunto alla riva,
di chi,
pelago attraversato, cosi
il
speranza che
il
il
le fluttuazioni
del
superato sbigottisi
volge a riguar-
poeta trova qui, per
gli si rinfresca e rifiorisce, l'altra dei
«
la
fioretti >
chinati e chiusi dal notturno gelo, che, riscaldati ai raggi del
sole nascente,
Si
il
«si drizzan tutti aperti in loro stelo».
entra neir Inferno
come
esplicativa e terrificante, con
percependo
Il
i
primo
al
peccati e
graduatoria pone
entrare
versi che
non fur
li
umani,
i
al male,
li
luogo.
suo giudizio e a gra-
e fuori quasi della stessa
timidi,
i
i
perpetuamente
irre-
quali punisce di vile sup-
avvolge, e la vera loro punizione sono
fustigano in eterno
vivi...»:
«Che
Dio spiacenti ed
tate il
gran
e passa
che
vizi
il
del
l'orrore
tutto
di timore,
secondo una certa fantastica logica di contrapasso.
disprezzo
«A
i
gì' infingardi,
bene e
soluti, inetti al
plizio,
deve entrare, secondo
un nuovo sussulto
moralista comincia ad attuare
duare
Il
si
per una porta sulla quale è una scritta tra
disegno,
»
.
si
«
i
Questi sciaurati, che mai
visser senza infamia e senza lodo...»;
a'
rifiuto...»;
Poi
:
«Che
uimici sui...»;
«Non ragioniam
fece per vii-
di lor,
ma guarda
scopre agli occhi un gran fiume, e gente
s'affolla alla riva
per passarlo.
Una
suo maestro e autore, di Virgilio, torna
al
simile scena del
ricordo del poeta,
LA POESIA DI DANTE
76
ne dà un rifacimento tra
<id egli
il
classico e
medievale,
il
campeg-gia una figura della mitologia pagana, con-
in cui
versa in demonio dell'Inferno cristiano,
vecchio e feroce^ aguzzino, Caronte, con
con
gianti,
le
realizzata in
gli
un
occhi fiammeg-
gote lanose e canute, imperioso, inesorabile,
implacabile. Al suo cenno, alle sue battiture, sono sotto-
messe caterve
di
il
È
imita-
un'imitazione che
rituffa
uomini sciagurati e
ma
zione di artista da artista,
disperati.
modello nella realtà della fantasia, e
trae fuori rin-
lo
novato e fresco.
Ripiglia
moralista, e anzi
il
teologo, con la discesa
il
nel Limbo, dove sono relegati coloro che non ebbero bat-
tesimo o non conobbero
gono
il
vero Dio, e vi soffrono non sup-
ma una pena
plizi esteriori
affatto interiore,
vi
si
strug-
un perpetuo desiderio senza lume di speranza. Contradizione al sentimento etico umano, mistero della giustizia
div^ina, che Dante non scruta e contro cui non ha alcun
moto di rivolta. Virgilio, che è tra quei reietti, si fa smorto
in
in viso; a lui
si
sua che colà era
non
stringe
«
il
cuore, considerando in mente
gente di molto valore
è altrimenti approfondita: s'indica
condo
quale
la
si
»
.
Ma
la situazione
appena
sarebbe potuta svolgere, e
la linea se-
rimane nei
si
Anche nel nobile castello, tra i
spiriti magni alla cui vista egli si
confini della pura notizia.
grandi e
i
saggi, tra gli
esalta in sé stesso,
guaglio ne tiene
il
la
poesia è raffrenata e
luogo. Ammirazione, riverenza, malin-
conia sono sentimenti accennati,
altra
libertà
secco rag-
il
acquisterà
ma non
più oltre nel
rappresentati.
moversi
Ben
questo
in
oltremondo che è venuto immaginando, e che per ora sembra oppresso dalla legge teologica,
che
lo
regola.
Lam-
peggiano alcune immagini, s'innalza qualche forte espressione:
«Sembianza avean né
tardi e gravi »;
vedere
in
me
«
trista
né lieta»;
«...
Parlavan rado, con voci soavi
stesso m'esalto
>;
ma
»;
con occhi
<
Che
del
più sono cataloghi di
L' «
III.
INFERNO
77
»
nomi, appena variati da qualche epiteto. Perfino,
al vedersi
accolto nella scuola del signore dell'altissimo canto
o Virgilio che
tutti
i
sia),
sesto tra
(Omero
cinque massimi poeti di
i
tempi. Dante non trova immagini e sentimenti ade-
guati: dice che quelli gli fecero
parlò di cose che
dov'era»; e
si
«
il
«
onore
tacere è bello Si
»,
e che tra di loro
com'era
si
parlar colà
il
avverte in questi giri di parole che egli non
ha molto da dire o non sa dire ancora liberamente ciò che
vorrebbe: la vena scorre ancora pigra o impacciata.
Solo nel cerchio seguente, nelle terzine consacrate alla
^i^tà dei^
Polenta e Paolo Malatesta,
pinta poesia di Dante.
anche
del canto, e
la
La
la
prima grande e com-.
figura di
Minosse, al principio
si
ha
bufera che trascina
anime, non
le
escono dal descrittivo e grafico: chi ha scorto,
supplizio dell'eterna tempesta,
suria che avvolge e
mena
questo
in
un simbolo vivo della
lus-
nella sua rapina gli uomini,
probabilmente penetrato l'intenzione dell'autore,
come
ma
ha
ha visto
La rassegna
forse più che
non
dei lussuriosi,
Semiramide, Didone, Cleopatra, Elena, Achille,
ci
sia
effetto poetico,]
Paride, Tristano, è ancora poco più di un catalogo di nomi,
accompagnati talvolta da accenni
storici.
quei due che insieme vanno
Ma
tosto
scena
che Dante
anima.
si
rivolge a
Il
loro staccarsi dalla schiera e correre volando alla voce del
«
», la
si
poeta, col paragone delle colombe, già è pieno della
brama
un cuore umano la loro storia dolorosa:
prime parole suonano commossa gratitudine a chi li ha
di versare in
stinti tra gli altri e
un
E
ha avuto per
essi
gentile sentire regna in quei
il
(
due cog nati^,_al tragico amore di,^Erancesca djt_K
un moto
di
le
di-
compassione:
due peccatori per amore.
loro amore_è^Ja.tQJ!amorejve ro e proprio, pieno, reale l,
braraa, senso, soavi e delicate tant;isie, estasi di beatitu-/
dine, languore, abbandono, perdizione:
e non incielamento, bensi umanità o
non imbestiMinento:!
umana
fragilità,
per
la4-
quale ogni altra cosa è dimenticata, ogni dovere è messe-f
'
78
LA POESIA DI DANTE
al fondo. L'attrattiva delle
la
€
formo e delle raov^enze corporee,
bella persona», la bocca ridente e desiderata,
riso», avvincono e vincono,
siato
ricordo. I
due non sono
«de-
il
tremano ancora nel
e
ma
aiutati -a resistere,
anzi pre-
parati a cedere, dal «cor gentile», dai «dolci pensieri»,
dai «dolci sospiri», dalle sentenze della dottrina d'amore,
«che a nullo amato amar perdona»; da tutto l'idealizzamento che dell'amore avevano fatto la poesia occitanica e
quella dello
novo, e dai ricordi e dall'esempio degli
stil
appassionati e nobili eroi ed eroine dei romanzi.
l'insidia che
li
porta all'orlo del baratro e ve
È
li
questa
spinge
dentro: contro la turpitudine del vizio, contro la bassezza
della viltà
sorge sfolgorante
dell'aristocratica finezza;
perché
ma
la finezza del sentire, la
plice della passione,
peccato è
tempo
al
il
disdegno e
il
qui invano
si
sentimento
il
cerca presidio,
cultura dello spirito è com-
nemico da combattere
è amico,
il
stesso virtù di simpatia che attrae le
creature l'una all'altra, e l'immagine di colui che viene tradito e offeso,
favorito
dalla
natura,
di
non
sorte
e
è
compunge, non
le
non amato,
il
l'
tentiizione se
il
le in-
ingiustamente
prepotenza contro
dalla
l'oppressore prima,
scampo a quella
visi,
non
le arresta,
perché colui
timidisce,
la
legge
carnefice poi. IJon
non
nella
c'è
indugiar-
fuga:
vagheggiarla, cullarsi nel sogno e nel «disio», è sen-
Dante, come teologo, come credente,
z'alrro soggiacervi.
condanna quei peccatori; ma sentimentalmente non condanna e non assolve: si sente interessato,
come uomo
etico,
turbato, gli occhi
si
gonfiano
di
lagrime, e infine vien
meno
dalla commozione. (La tragedia dell'amore-passione, che è
il
significato poetico
st'unica
dell'episodio
pagina nel poema di
D
di
Francesca,
inte,
h.a
que-
che scopre per un
istante e mostra nella sua forza indomabile e travolgrente
quella ebbrezza dei sensi e della fantasia, e non rimuove
più
il
velo che vi stende sopra. Egli è
troppo
umano da
in. l'«
inferno
79
»
ignorarla e non intendere e non sentire vivamente quella
sorta di affetto: troppo virile, con tanti altri ed elevati pen-
con tanto fervore
sieri,
da rimanere, come
di opere,
altri
poeti, affascinato e prigioniero nella cerchia di Eros, invin-
battaglia^
cibile in
Un'altra variazione di una figura virgiliana, anche più
profondamente trasformata del Caronte, e rappresentata
con pari vigore, è
Dante ha non
il
demonio Cerbero, nel terzo cerchio.
solo viva consapevolezza dei più vari moti
dell'animo umano, ma, cosi vigoroso com'è di tempra, fortissimo senso di quella che potrebbe chiamarsi la
in genere, la vitalitA
compiace
di
immediata o animale,
dar corpo
in esseri
nanzi a cui egli medesimo par che
come dinanzi a potenze
« vitalità >
alla
quale
si
possenti e mostruosi, instia
sospeso e ammirante,
della natura. Altri se ne incontrano
ma
più avanti nell'Inferno;
tra
i
primi è quest'orrido Cer-
suo gran latrare a tre gole, nel suo
bero, possente nel
graffiare, scuoiare e
squartare, nel tremito che lo scuote
d'ira e d'insaziabile ingoidigia.
Tra
le
animo dei
che Cerbero tortura,
golosi battute dalla greve pioggia e
si
trova
il
fiorentino Ciacco, che porge
occasione a un intermezzo politico; nel quale
si
discorre di
Firenze, del dominio e della caduta dei Bianchi, dei vizi
che bruttano quei
grandi personaggi della
cittadini, e dei
generazione precedente, «che a ben far poser gl'ingegni
»,
e poi ancora, con Virgilio, intorno alla risurrezione dei
corpi e all'accrescimento di tortura che proveranno
nati
quando
le
anime riavranno
chiari
venire dallo
schema
e non, nel
del
romanzo teologico o
lo
tocchi
splendore della parola e del
poetici,
dan-
teol')gico-po-
loro complesso, dalla spontanea fantasia
del poeta, che pur vi lavora attornr» e
con
i
loro spoglie terrestri.
esempi delie cose che abbiamo detto pro-
Sono questi
litico,
le
Com'è quel «gran
le
vi-rso,
non
solo
ma anche
con
rialza
disio», queir interessa-
LA POESIA DI DANTE
80
mento che
personaggi di cui
virtù e
rinata
degli liberti,
Mosca
stesso Ciacco, e
si
sorte
toccata ai
di
la
grandezza. Pure qui la curiosità
volge soprattutto alla storia
si
Rusticucci, di
«
la
richiamano volentieri
si
della
da giovane aveva appreso a lodar
fin
ad ammirare
del lettore
domandare
fa subito
g'ii
di
quei tempi, onde
circostanze della vita di Fa-
le
Tegghiaio Aldobrandl,
Iacopo
di
dei Lamberti, di Arrigo Fifanti, e dello
domanda
chi mai potessero essere
giusti >, che erano in Firenze, e
i
due
che Ciacco non nomina.
Semplice colorimento dello schema disegnato è anche la
descrizione delle due opposte schiere che, nel quarto cerchio, voltano pesi « per forza di
gli avari
e
i
poppa
»
e
cozzano tra
loro,
prodighi. C'è una punta, delle molte che sa-
ranno poi vibrate
con pia forte polso, contro
altre volte
l'avarizia dei chierici, dei quali, e di cardinali e di papi,
gran numero
si
trova tra quei dannati;
questa parte
il
poeta sente una certa aridità nella tratta-
zione, procura di avvivarla con
tuna,
ribattezzata,
poiché anche in
e,
una disquisizione
in conformità della teologia
sulla For-
cristiana,
ministra di Dio, intelligenza angelica, che permuta
mondani secondo un occulto
E da
e
provvidenziale
pantano coloro che portarono dentro
cidia,
beni
osservare, perché assai significante del carattere del-
l'uomo e della poesia dantesca, l'essere
ai
i
giudizio.
che furono
ossia (secondo
tristi «
stati
il
messi in fondo-
«fumo>
dell'ac-
nell'aer dolce che dal sol s'alle'i:ra »,
una almeno
scettici e pessimisti pratici,
delle
i
varie interpetrazioni) gli
lamentosi, gli annoiati e di-
sgustati della vita.
A
pie delle toni della città di Dite pare
abbia deposto
il
primo contegno
come
se
Dante
col quale era entrato nel-
l'oltremondo, simile a quello dell'uom di villa che timido
s'inurba, e prenda a muoversi a suo agio in
che ormai è per
lui
come
la
terra,
e dove
quel paese
gli
accadono
avventure come nel viaggiare per luoghi strani e ino-
III.
Una
spiti.
si
torre
manda
l'« inferno
81
»
segoni all'altra
più lungi, e pronta
distacca una barca, guidata del demonio Flcgias, che
corre verso
due viaggiatori,
1
ruente nel suo moto
dannato, che egli
Ma anche
verbo
si
fatta quasi più rapida e
grido del nricchiere
dal
al
ir-
creduto
appronta ad afferrare e trasportare.
Flegias è costretto ad acchetarsi e a obbedire al
di Virgilio.
Nel traversare
contro con Filippo Argenti,
« il
il
pantano, ha luogo l'in-
fiorentino spirito bizzarro »,
che Dante subito riconosce e a cui non solo rifiuta compassione, respingendolo da sé con disilegno,
ma
aggiunge
martirio e vergogna, manifestando, e ottenendo che sia attuato
un momento dopo,
desiderio di vederlo stmziato
il
per la gioia dei suoi occhi. Fantasia dell'odio,
ai suoi occhi,
concretata in una scena vivacissima e san/ionata dfdl'appro-
vazione e lode del maestro
Vii'gilio.
roce, l'irridente giustizia! Questo
sulla rapida scena, alla quale
il
È
bella la vindice, la fe-
sentimento che splende
non manca un sorriso
di
com-
piacimento, una sorta di allegrezza per Topeia di punizione,
di
scempio e
di spregio,
che
le
sante ]\luse concedono al
poeta di eseguire.
Opposizione all'entrata tra
come con
mura
le
di
guarnigione di una fortezza
la
Dite, negozi;iti
ostile,
diniego,
confusione e momentaneo smarrimento di Virgilio, ansia da
cui è preso Dante, e suo cauto e timido interrogare per
rassicurarsi,
di
minaccia contro
Medusa, e
rivo
del
infine,
messo
lui delle
Furie e della testa
preceduto come da un uragano, ar-
celeste,
innanzi a cui fuggono
i
dannati
facendogli largo e che apre la porta senza alcun ritegno
e lascia penetrare
i
due pellegrini
plessa scena drammatica che
:
tale la
nuova
s'inizia, svolge e
e più
com-
compie. Forse,
e senza forse, essa ha un significato allegorico,
ma, diver-
samente da quelle del primo canto, ne ha uno altresì af^
fettivo e ])oetico, che tutta l'informa e la rende per sé
comprensibile e chiarissima. Quale? Fa tutt'uua cosa con
•
i>.
Croce, La poesia di Dante.
(J
LA POESIA DI DANTE
82
lo
svolgimento stosso della scena: è
tra
con
la sfiducia e
pur
che
la tensione
che
difficoltà e gli ostacoli, la fiducia
le
si
prova
avvicenda
si
la vince, nella lotta del giusto con-
tro l'ingiusto, della virtù contro l'iniquità, del diritto contro
la forza;
ed è
il
sopravvenire del soccorso
fuori? o non
(di
più tosto dentro dei nostri petti stessi?), della potenza superiore, dell'autorità, che sostiene
i
buoni
sforzi, cosi sicura
come
di sé e vittoriosa con la sola presenza
solenne messo
il
appena ha
di mano,
del cielo, che procede senza guardarsi attorno e
bisogno
rimuovere da
di
sé,
con
lieve
gesto
r«aer grasso». Quella potenza, adempiuto
recato
il
suo
il
ufficio,
era dipartita, all'altezza
si
dimora, e non fa motto a coloro che ha aiutati,
cui
in
soccorso, torna donde
come gran personaggio
la cui
mente spazia
in
ampia ceruomini
chia, e altra cura lo stringe che quella dei piccoli
.che
gli
sono davanti.
L'anima
di
Dante
si
riempie, in questo
ideale viaggio, delle immagini
lotte della
sua
il
ma
la
forti e
grandi
di
Firenze,
quale non
la
sentina di ogni vizio, vituperata da Ciacco,
«nobii patria
la patria che
del suo
Ma la fantasia ora non più gli atteggia
nuovo sentimento che gli solleva il petto
è l'ammirazione pei
la
momento
uomini, dei casi, delle
città.
immaginLodiatej
è più, ora,
df^gli
si
>,
di cui è gioia e
besti^mmia e
si
vanto esser natio,
ama, per cui
soffre e
si
s'inorgoglisce, e che sta realmente alla cima dell'anima,
cosa
sacra.
Farinata
er re
si
.^
e.nmp.
—la—figum
esprime questa elevazione^ poetic a; Farinata,
\J
il
che, vero ero«' da epopea, è tutto e soltanto
il
combattente: combatreiite
id«vile politico,
perciò
di'l
gli
per
la città
appartiene.
presente
si
fa
O.^'-ni
per
la
sua
in
onj
si
mag nani mo,
il
guenlero,
parte,
pel
alla quale cyli appartiene é
suo
che
altro affetto gli è estraneo: ai mali
superiore, alto col pi'tio e con
la
fronte
come avendo l'inferno in gran dispirro; deijli amori e dolori
umani non cura, né degna di attenziime Cavalcante, che
e punto non
gli è presso,
inferno
l'«
III.
uomo
di parte e di
commuove
si
e all'afifèinno paterno di lai.
i
da
è
guerra, che squadra chi gli viene innanzi
gli
amici o tra
i
nemici,
seguaci o tra gli avversari; la sua prima esclamazione,
un ricordo
scia,
alla sollecitudine
La prima sua domanda
per sapere se debba collocarlo tra
tra
83
»
ohe
di
il
aspra lotta e di duplice trionfo; la sua ango-
andato perduto per
fratto della sua vittoria sia
colpa dei successori;
da
malinconia
malinconia,
sua
la
non gioisce già della strage e del grande
sangue versato, ma si sente strumento della
guerriero, che
scempio e del
necessità; la sua unica giustificazione, che, sopra ogni suo
odio,
tempra meno
nire.
Dante
contro
aperto,
verso
lai,
compagni
i
e
gli
fece
alleati
di
Firenze e salvarla all'avve-
la vinta
eletta,
è,
magnanimo amore, che
quel
sta l'amore,
difendere a viso
compreso
di
reverenza e di am-
mirazione, e pur avversario, combattente con combattente;
sarebbe stato contro
lui,
se fosse vissuto ai suoi
ne rintuzza qualche più acerbo detto,
ma
gli lascia
tempi, e
l'ultima
parola e lo colloca sopra un piedistallo di gloria.
-^^lia poesia eroica s'intreccia quella che
dell'amicizia,
il
canto
di ti'istezza
si
potrebbe dire
per l'amicizia che fu già
fraterna e poi è stata corrosa, se non infranta, dal corso
degli avvenimenti e dal
diverso atteggiarsi dei tempera-
menti e caratteri^ Guido Cavalcanti sarebbe dovuto trovarsi
compagno a Dante nei viaggio di fatica e
non altri, ma lui per diritto, lui il primo
lui pari nell'altezza
dell'ingegno. Perché non è con Dante?
Quell'unione dei due era cosi naturale, e
sorprendente,
che
Dante, cerca con
di onore: lui e
dei suoi amici,
il
gli
vecchio
occhi
il
il
Cavalcante,
fi,i;liuolo,
e,
distacco è cosi
nello
prime parole che vogliono spiegare perché non
colà, crede d'intendere e fraintende, e pensa che
alle
morto, e non aspetta
la
fondando nell'angoscia.
risposta che
Ma
il
tieii
scorgere
non vedendolo,
certa, e
si
trova
egli
sia
cade spro-
vero pathos forse non è in
LA POESIA DI DANTE
84
questo scoppio di affetto paterno, quanto in quel
Guido
«
vostro»: quel Guido, che non è più di Dante, che Dante
restituisce al padre,
cosi terribilmente lo
il
quale ancora cosi appassionatamente,
ama.
Ciò che tieu dietro, la celebre esposizione del sistema
[y-
punitivo dell'Inferno, ossia la graduatoria e caratteristica
delle colpe
tato
umane secondo
da ragioni
scuole, è det-
la filosofia delle
strutturali, e,
benché abbia pur sempre
il
pregio della dizione concisa e pregnante, non ha quell'in-
tima vita che
manzo
in
teologico-etico, e lo
una
volta, per
paga
ai lettori del
la
breve riposo nella discesa; e
modo
utile
cerca di
si
opportune interruzioni
artifizio
come
dissertazione è introdotta
discorso fatto per passare in
ro-
prima occasione, tutto
alla
non averci pia a pensare. Con
anche qui ingenuo,
mossa con
CoW'
sente in altri luoghi dottrinali della
si
media. L'autore doveva pagare un debito
\\\\
tempo in un
renderla qua e là
il
dell'ascoltante:
«Assai
chiara procede La tua ragione ed assai ben distingue...»;
«Non men che
Si
riprende
saper, dubbiar m'aggr^ita...»
il
viaggio di discesa per un buirone cluj
un luogo
qua da Trento, ed
risveglia nel poeta l'immagine di
del
italiano, della, rovina di
è
paesaggio
da
spie-
lui
gato come una traccia del terremoto, che scosse la terra
alla
morte
di Cristo. Sulla
punta della roccia scoscesa s'in-
contra un'altra conoscenza del
mondo
anch'esso ravvicinato per virtù
classico,
strato nella sua furia, simile a toro che
mortale
e
rompe
lacci e
i
si
il
Minotauro,
di fantasia realistica e
ha ricevuto
trascina e saltella in
(-|ua
il
mo-
colpo
e in là.
Alla vista della ri\iei'a di sangue bollente, par di giungere a
un accampamento
zioni e
militMrr.
minacce dagli
sono insieme
gli
I
duc^ pellegrini
ufticiali
aguzzini
destrezza,
gil.inza,
rigore,
regnare.
La salda forza
di
di
guardia,
ricevono intimai
Centauri, che
quei dannati. Disciplina,
sicuro
imperio
si
vi-
sentono qui
dell'esecutore di giustizia ha do-
mato
la forza del
INFERNO
h'«
III.
male e
lo tiene in
85
»
ferma punizione.
I
Cen-
«fiere snelle», sono eleganti e decorosi insieme;
tauri, le
anche Nesso, che prende troppo per
fondo adempie
sesrna, in
il
le
«Gft^'ere del
punte
suo
sua con-
la
Chirone
uffìzio;
è grave e meditativo: porta china la testa sul petto e dello
strale
che ha in
cocca
la
barba
mano
gare, e, dopo essersi
Dopo
di che.
serve per tirarsi indietro con
si
e scoprirsi
la
la
gran bocca a parlare, interro-
ben schiarito sul caso, dar ordini.
Nesso diventa
«
scorta fida
»
e cortese infor-
matore: guida sicuro e fornisce ragguagli sui vari compartimenti di dannati che sono in quel cerchio, e sui singoli individui.
A
«
questi Centauri, cosi viventi, con tanto gusto ritratti,
succedono
liani,
le
altri rifacimenti di antichi miti, altri ricordi virgi-
Arpie
piante che chiudono anime
e le
triste selva tutta sterpi e spine,
paesaggi d'Italia,
e Corneto.
E qui
i
la
umane
nella
quale anch'essa ricorda
luoghi foschi che
si
vedono
tra Cecina
s'apre l'elegia della fedeltà, della fedeltà
calunniata e condotta al disonore e alla disperata morte:
Pier della Vigna. Nessuna parola
il
suicida cancelliere di
Federico di Svevia pronuncia contro l'imperatore, che
mostrò a
lui spietato,
signor che fa d'onor
ma
si
che sempre rimane per
degno»:
lui «il
la fedeltà è serbata
si
suo
anche
nell'ingiusta condanna, anche nella morte, anche nell'oltre-
tomba. La voce dell'anima offesa è soltanto contro
contro
la corte,
contro
gì' invidi,
il
mondo,
che circuiscono e insidiano
e trascinano alla rovina l'uomo valente e onorato. In questa
protesta ed accusa, in questo sdegno, l'elegia procede, per
altro, in
tico,
modo moderato
come più
e adorno, quasi in istile
decorosa persona del cancelliere svevo
stile delle
Ed
diploma-
volte è stato notato dai critici, conforme alla
e,
si
direbbe, allo
sue auliche epistole.
ora quel che aveva scarso rilievo nei canti prece-
denti, la rappresentazione dei tormenti e dei tormentati, e
LA POESIA DI DANTE
86
scene e i paesaggi di un'orrida natura, prende parte
sempre maggioro. La selva doUe Arpie germina dalle anime
le
dei suicidi, che colà cascano e s'inseriscono nel terreno
e
crescono in piante; e questa selva è messa come in moto
e azione per
e
si
mezzo
delle altre
afiPerrano agli alberi e
da cagne che
brani. Pure
le
una
spettacoli:
raggiungono,
poeta non
il
di quelle
si
anime che fuggono
tra essa
torcono e spezzano, inseguite
li
le
addentano e
le
fanno a
prendere da
lascia tutto
anime, cosi straziata, dopo
il
tali
pianto
e gli ohimè, trova l'agio di mitologizzare la vita d'inces-
santi lotte e guerre intestine di Firenze, raccogliendola in-
torno alla mutila statua di Marte, l'antico patrono, che
vedeva
Un
sul
si
Ponte vecchio.
altro paesaggio d'orrore è lo spazzo d'arena arida
e spessa, dove l'aria è immobile e piovono dilatate falde di
fuoco,
<
come
di
neve
in alpe
senza vento
»
.
Su questo sfondo
balza Capaneo, attinto anch'esso ai classici poemi, di una
è
forza che è qualcosa di più che forza fisica e materiale,
ancora energia spirituale, volontà,
ma
volontà rabbiosa,
indomita e ostinata, che, appunto perché
qualche modo verso
lo
chiama «grande
»,
inclina in
la forza materiale e irrazionale.
e
non
Dante
solo per la prestanza della per-
sona; e nella risposta di lui: «Qual io fui vivo,
si
tale,
tal
son morto
»
sente l'ammirazione, che non è abolita ed è solo repressa
dal rimbrotto morale-religioso, messo in bocca a Virgilio.
L'evocazione delle antiche storie e miti, che talvolta è
mossa da
riale,
(juesta meraviglia per la forza e
possanza mate-
enorme, mostruosa, altre volte prende valore diverso:
quello di cose che hanno colpito l'immaginazione del poeta
e stanno nella sua
paragoni,
come
gli
memoria
e
vengono richiamate a mo'
aneddoti che
si
di
riferiscono a Catone nel-
l'arena di Libia e ad Alessandro nelle parti calde dell'India. Nella figura del Veglio di Creta,
il
ricordo classico
si
fonde con un mito biblico in un'immaginazione nuova: la
III.
l'«
inferno
87
»
stataa del gran Veglio è in quell'isola, sul monte, col corpo
composto
di creta e di diversi metalli,
donde sgorgano
la-
grime ohe scorrono quali fiumi uell" inferno. Il signiiìcato allegorico di questa immaginazione è al solito disputato e non
si
riesce a determinarlo con sicurezza (è la storia del genere
umano?
non
nondimeno, quella statua
è quella dell'Impero?);
una singolare efficacia, mezza com'è tra la
geroglifico, un geroglifico che, pur nel suo chiuso
è priva di
figura e
il
s'impone
aspetto,
al
sentimento e dice qualcosa all'anima,
mormorando, senza che si riesca a percepirla distintamente,
una storia lontana, e accennando a un misterioso destino.
L'incontro con ser Brunetto (cosi stranamente motivato
dalla taccia che Dante gì' infligge col condannarlo in quel
girone) parve a taluno dei
che
il
ricordo di un
critici,
reajle
per sé preso, nient'altro
incontro inaspettato e di una
conversazione del giovane Dante col vecchio e autorevole
letterato e dotto, sulle rive dell'Arno; e forse contiene
reminiscenza
o immaginario che sia,
^
una
di questo genere. Ma, suggerito dalla realtà
il
suo senso rimane
Siete voi qui, ser Brunetto?».
il
medesimo:
Quante cose dice
il
tono
di questa interrogazione sorpresa! Dice la lunga familiaritA,
la confidenza, l'affetto, la
amò
tato.
altri
compassione per l'uomo che
sciuto a sé stesso, ed ebbe fede nel suo ingegno,
animo, nella sua
la
lo
un povero vecchio tormenE in lui, in lui che lo indovinò e lo conobbe quando
non lo conosceva, quando egli era forse quasi sconoe che egli riveri, e ora è
guerra che
stella,
gli jsarà
trova ora
nel suo
come un appoggio contro
mossa dai suoi
concittadini;- in lui,
l'eco simpatica del suo sdegno, dell'orgoglio nell'avversità
e per l'avversità che sostiene e che l'onora,
del suo pro-
posito di continuare senza fermarsi e senza ondeggiare per
la
strada gloriosa, segnatagli dal destino. L'animo di Dante
si
abbraccia con quello del vecchio;
inteso
il
cuore di
lui,
e,
come Brunetto ha
che è ancora pieno di avvenire, cosi
LA POESIA DI DAXTR
88
egli
intende
il
cuore dell'altro, che è pieno solo del passato,
e fa che a lui raccomandi l'opera sua letteraria,
Tesoi'o, nel
Tra
quale
gli
rappresentazioni di strane
le
il
libro del
par di vivere ancora.
fogge di tormenti,
tanto strane che giungono sino allo spettacolo dei tre gravi
e
venerandi personaggi fiorentini
certo non
è,
— prosegue
ziato nell'incontro e conversazione
il
sempre raccolto con
affetto e
ritratto
corso di pensieri ini-
con sor Brunetto. Tor-
uomini della vecchia Firenze,
altri
ruota
la
comicamente accentuato, essendo invece
solo con grafica esattezza,
nano
fanno
quali
i
— spettacolo comico, se fosse, come
sotto la pioggia di fuoco,
Dante aveva
di cui
riverenza tutto quanto la fama
raccontava: Guido Guerra, che fece assai col senno e con
la
spada, Tegghiaio Aldobrandi, Iacopo Rusticucci. Con essi
il
discorso
getta,
e
i
alla
si
fa
più politico;
con faccia levata
«
sùbiti
sua
guadagni
»,
>,
il
e,
domande, Dante
alle loro
grido contro
«
la
gente nuova
che hanno cangiato aspetto e costume
città, discacciato cortesia e valore,
generato traco-
tanza e lusso. Primo spunto di quello che sarà poi
pianto di Cacciaguida:
il
rim-
ripugnanza dell'uomo austero,
la
legato alla tradizione e alla disciplina, e al sogno dell'ener-
gico ed eroico, verso
e perciò
il
non comprende
nuovo costume che
e
egli
non ama
vede solo in quanto distrugge
le
care antiche consuetudini ed è utilitario e prosaico, cioè
solo nei suoi aspetti negativi.
La
storia, col
suo gran carro
pesante, procede oltre, schiacciando molte cose belle e get-
tando nuovi e vivaci semi:
il
cuore del sognatore,
ligio al
passato; al fantastico passato nel quale pone e ritrova sé
stesso,
freme e impreca.
Il
sentimento, e
la
poesia che so-
pr'esso nasce, protestano contro l'azione e la realtà.
Dal profondo abisso sale, nuotando, Gerione, che è la
maggiore incarnazione di quello che in Dante abbiamo chiamato senso possente della vitalità, della immediata e sensibile
vitalità, della vitalità organica, configurata in esseri
enormi
L' «
II[.
INFERNO
89
»
o mostruosi. Dovrebbe, Gerione, allegorizzare
questa volta
l'autore stesso dichiara
il
ma
suo concetto;
mai inserire sull'immagine
lettore vorrà
la
Frode, e
preciso significato allegorico è certo, perché
il
di
nessun poetico
Gerione quella
della Frode, e intorbidarla o fiaccarla con quella inserzione,
tanto la rappresentazione della fiera terribile, del mostro
ripugnante e grandioso, soverchia
concetto e vale per
il
ogni sua parte e in ogni suo moto,
sé, tanto è studiata in
e, si
direbbe, amata. La Frode ariostesca è bene la frode, un concetto morale avvolto piacevolmente in acconce immagini, che
domina
esso
e regge,
già
il
frodare,
e grave per
ma
il
l'aria,
sull'intelletto e dall'in-
modo
con
non
la
sua azione non è
mirabile moversi e discendere, lento
con
sicuro e a suo
gli occhi, e
una poesia nata
Gerione è Gerione, e
telletto limitata.
le
si
membra, eppur
segue ammirando
grosse e faticose
agile e snello: lo
si
chiede altro perché
si
è avuto tutto.
Chi non sente questa poesia, c'è pericolo che non senta
mai
di
la poeticità di
alcun 'altra poesia, che sempre è muta
ogni altra cosa che non sia sé medesima. Dato saggio
adempiuto
dell'esser suo,
il
suo poetico
uffizio,
Gerione
si
«come da corda cocca».
dilegua rapido,
L'abisso infernale prende ancora linee e colori da paesaggi
rumoreggiante caduta del fiume
noti al poeta; e la
Flegetonte
si
confonde con quella del fiume che, dall'Ap-
pennino, «rimbomba là sovra San Benedetto»: allo
modo che le scene dei dannati sono paragonate a
viste sulla terra, e la
duttori, nel suo
•dei
doppia schiera dei
moversi
in
andava
pellegrini che
e
stesso
scene
ruffiani e dei se-
opposto senso, alla doppia schiera
veniva da Santo
Pieti'o, pel
ponte
di Sant'Angelo, l'anno del Giubileo. Gli usurai del settimo
cerchio, e costoro,
i
ruffiani e
i
seduttori e gli adulatori, nelle
prime bolge dell'ottavo, sono tra
gono
ritratti
con modi
plizio, percossi
dalle
bestiali,
sferze
e
i
più
vili
peccatori; e ven-
o vilipesi nello stesso sup-
dagli
scherni dei demoni,
LA POESIA DI DANTE
90
mani.
Il
ribrezzo e la
invadono l'animo del poeta, mentre
il
moralista e
nello sterco, lordi
attuflfati
schifo
quei dannati,
colloca tra
satirico
capo e
il
le
inesoiabile,
coloro dei
che ha g-iudicati e disprezzati come
suoi contemporanei,
le
Le sue letture classiche gli sugimmagini di Taide, la meretrice teren-
ziana, che sta ora
«sozza e scapigliata fante», e di Gia-
appartenenti a
tal
geriscono anche
sone,
i
ricordi epici
rifa solenne.
viene
E
Medea
seduttore di
il
Giasone,
si
genia.
si
ma,
al
vederlo quale ancor
si
e,
il
verso
grande che
«
al
pensarlo
dimostra, ammirazione
«Quanto aspetto reale ancor
e riverenza prevalgono:
Grande era
vista di
alla
Giasone è additato come quel
per dolor non par lagrima spanda»;
quale fu e
tiene!».
e d'Isitile;
sollevano irrefrenabili, e
ri-
piacere della sua immaginazione nel
il
ritrovare in persona, e guardare e considerare, gli eroi, le
eroine, gli scellerati,
letto negli antichi
i
più vari personaggi di cui aveva
poemi, con
immaginazione onde
la
ingenua fede e con la fresca
leggevano quei
si
libri nel
medioevo.
Al principio del canto dei simoniaci, Dante ricorda
suo «bel San Giovanni», e
serire
una protesta
si
i
vale dell'occasione per in-
di carattere aflfatto privato e rettificare
quel che la fama andava narrando di un incidente che gli
era accaduto. Entriamo qui nella prosa e nell'oratoria. In-
nanzi
innanzi a quella parte della vita
ai simoniaci, egli ò
religioso-politica del
tempo suo che più
dette fremiti di sdegno:
il
principi e cupido di ricchezze
per adempiere
l'ufficio
che
di ogni altra gii
papato corrotto e trescante coi
si
mondane. Ed
egli si raccoglie
è assunto; e all'invettiva, che
già trabocca, fa precedere, preparandone lo scoppio, un'in-
gegnosa invenzione, raffinamento
Il
papa, che è
fitto
con
di castigo e di vendetta.
la testa in
giù e guizza di fuori
le gambe, unico gesto con cui significa il suo sentire
accompagna le parole, e dovrà cadere nella buca quando
sopravverrà il nuovo dannato, crede che Dante, che gli si
con
e
l'« inferno
III.
M
»
appressa, sia quel dannato, papa, Bonifazio, che egli sa di
ma
sicuro che verrà, che aspetta,
presto. Cosi a
la certa
Dante
dannazione del suo gran nemico:
vede Tonta che
d'
che non aspettava cosi
Dante pel primo,
stesso, a
lo
coprirà e
si
annunzia
egli pel
primo
soddisfa iu quella vendetta
si
immaginazione. Laddove nei punti passionali del viag-
gio infernale, nello svenire davanti a Francesca, nel contenersi rispettoso verso Farinata, nell'affettuosa accoglienza
a ser Brunetto, par che Dante
abbandoni,
si
in
questa bolgia
dei simoniaci egli è tutto deliberata volontà, e procede
La
ma
da pubblico accusatore,
solo
terzina e la parola
timidazione.
Non
si
si
da esecutore e
fanno strumento di castigo e d'in-
ma
esercita
sorabile: e la parola dell'indignazione
egli
da non dimenticare
forte e misurata, tanto
si
l'ira, non
una severità ine-
convelle nell'odio, non isfoga
esce in sarcasmi e irrisioni,
che
non
giustiziere.
deve pur sempre
alle «
nare e punire, dichiara
le
somme
chiavi
ragioni della
regge e muove
la
«riverenza
», e,
»,
nel condan-
condanna e
della
punizione.
A
degli indovini e maliardi,
fama
pervenendo
dare ascolto agl'interpetri,
Dante
alla
bolgia
sarebbe rammentato della
si
suo Virgilio lungo tutto
il
Medioevo, e a sé stesso, in un certo intrigo nel quale
il
fatta per questa parte al
nome suo
fu adoperato da Galeazzo Visconti
cooperatore in un sortilegio, che
si
come
di possibile
preparava contro papa
Giovanni XXII; onde avrebbe manifestato con maggiore
energia,
per conto proprio e del savio gentile che tutto
per quelle
seppe, la riprovazione
nel rappresentarne
testa, di
neria,
il
castigo.
Ma
arti
di
e caricato le tinte
questa presunta pro-
questo calcolo, e dell'orrore per la magia e strego-
non
è
nulla
nel
che è per eccellenza
il
canto degli
indovini e
maliardi,
canto delle leggende e dei perso-
naggi strani e misteriosi, antichi e moderni, anch'essi avvicinati per opera della fantasia e guardati a faccia a faccia-
92
POESIA DI DANTE
I.A
con curiosità
come
C'è Anfìarao,
e meraviglia.
cui
di
rivede
si
un lampo la portentosa ruina o morte, in2:oiato dalla
presso Tebe; c'è Tiresia, di cui si ricorda il prodi-
in
terra,
gioso cangiamento e ricangiamento da maschio a femmina;
c'è Aronte, che ebbe
tra
teva di
e
sua spelonca proprio in
la
monti biancheggianti
i
1;\
le stelle
il
supplizio,
sulla
gli
volgere
fa
spalla bruna ».
«
e
il
mare;
richiama l'inizio dell'impresa d'Ilio:
tigura vigorosa pur nello scontorcimento a cui lo
che
Italia,
del Carrarese, e po-
guardare senza impedimento
Euripilo, che
c'è
marmo
di
Colui
gota la
dalla
condanna
«
barba
augure quando un
fu
»
in-
tero paese rimase vuoto dei suoi uomini, gli adulti partiti
per la grande spedizione bellica,
accanto
case,
bambini
ai
le
culla:
in
madri nelle deserte
remota
nella
storia
e insieme eterna immagine di desolazione per cagione di
E
guerra.
diede
il
segno con Calcante a tagliar
fune in Aulide: con che risorge nella fantasia
della partenza di
un esercito
la
prima fune
rale o critica,
ma
deve
tagliata.
E non
si
Mantova,
nell'Italia
il
dado che vien
mo-
racconto che seg^ue delle origini di
primitiva, rievocata
nelle sue terre senza coltura
nei suoi
e senza abitatori,
al presente, in cui tante cose e
diversi.
il
a un'intenzione
a questa vaghezza delle antiche storie e
leggende,
mento
prima
quadro
gloria e periglio, effigiato
a
con un atto materiale e morale insieme:
tratto,
la
il
aspetti,
col
riferi-
costumi e popoli sono
In questa terra ])rimitiva e inabitata la vergine
Manto, l'indovina,
la
maga,
dr)po
lungo peregrinare,
coi suoi servi e fece le sue arti e lasciò
e su quelle
tragedia non
«
ossa morte
»
il
si
posò
suo corpo vano;
sorse Mantova. All'epopea calla
manca una coda
di
commedia nell'aneddoto,
quasi contemporaneo, del ciabattino di Parma, Asdente, che*
si
dette al mestiere dell'indovino, e vorrebbe ora
atteso al cuoio e allo
.suo
spago»:
«aver
all'altro e più sicuro mestiere
primo, qui rappresentato nelle sue povere e comiche
111.
L'«
INFERNO»
93
determinazioni; e lo attorniano quelle poveracce che anch'esse, invece di badare alle loro faccende, alle cose don-
nesche, all'ago e al fuso,
si
sogliono spacciare per stre-
ghe e fattucchiere, e usano intrugli d'erbe
e pupazzetti di
cera per sortilegio.
Il
quadro dell'Arzanà dei Viniziani, che
descrizione della quarta bolgia e che
sta a
capo della
ammirare ma
suole
si
insieme tacciare di troppa estensione e di estraneità rispetto
al fine del
dire)
paragone, o anche (come
con immaginali
giustificare
luogo a notare che
le
si
è avuto occasione di
contrasto, dà
di
effetti
Dante sono talvolta
similitudini in
ineramente rischiarative, com'è quella che paragona Ma-
una
lebolge ai fossati e ai ponticelli di
ad aggiungere evidenza, come
che aguzza
fanti
della
sono per sé poesie, piccole
madre che
prende
perta di
al
il
si
nella
ma
cruna o dei
tal'altra
vanno
Tale è quella
liriche.
desta al rumore e vede
figlio e
il
fuoco in casa
fugge e non cura di essere appena co-
una camicia;
tale l'altra del
povero villanello che
mattino s'affaccia e scorge la campagna biancheggiante
dalla brinata e
le
del vecchio sartore
filo
il
che uscirono patteggiati di Caprona;
di là e
e
l'altre
per infilare
ciglia
le
fortezza, o valgono
pecorelle,
sciolta,
ed
e,
si
duole di non poter condurre al pascolo
dopo un
po', riguarda,
egli si allieta e
prende
il
e
la
brinata
si
è
suo vincastro ed esce
col gregge; tale la terzina in cui par che
si
raddensi e
si
componga nella sua maggior linea l'epica delle chansons de
geste: «Dopo la dolorosa rotta, quando Carlo Magno perde
la santa gesta. Non sonò si terribilmente Orlando», con
quel
«terribilmente» in cui
si
ode prolungare l'eco del
suono ultimo e disperato, invocante invano
E
tale è questa dell'arsenale, del
neziani,
tutta piena
la
navigazione è sospesa o
meno
soccorso.
famoso arsenale, dei Ve-
del sentimento
della preparazione per l'opera che
il
si
del lavoro che
svolgerà.
attiva,
si
È
ferve,
l'inverno,
guadagna tempa
LA POESIA
f»4
col racconciare
le
i
DI
DANTE
legni danneggiati e col costruirne di nuovi
:
diverse opere sono accennate l'una dietro l'altra, rapida-
mente, ottenendo
esprimere quel
di
l'effetto
lavoro
dal
ritmo celere, vario e concorde, faticoso e allegro, che ha
innanzi a sé la lieta visione del prossimo fendere sicuri
mare a
l'aperto
traffico e
Meno ancora che
acquisto di ricchezze.
nella bolgia dei maghi,
barattieri che bollono nella pegola spessa,
Dante, tra
i
deve aver pen-
sato (come pure certi interpetri pretendono) a casi suoi personali, alla
condanna che
gì' inflissero pei: baratteria,
come
o,
se
ci
pensò, se ne dimenticò subito dopo,
al
suo racconto con un pensiero che dovrebbe essere grave e
chi,
accingendosi
trovandosi subito di fronte un'immagine comica, vi prende
gusto e la disegna con cura, per amor dell'arte, e finisce col
suscitare
il
riso e ridere esso stesso.
ode nella bolgia dei
logia, certe
pagine
barattieri,
di
Da
tornano
romanzi picareschi,
conti di tumulti plebei in cui alla ferocia
la farsa, o certi
Pelli
quel che
si
vede e
mente, per ana-
alla
o certi storici rac-
si
disposa la beffa e
ragguagli di casi occorsi a viagfgiatori tra
sono bricconi con bricconi, plebe con plebe, sih^aggi con
vaggi,
ai
le
Rosse o tra popolazioni dell'Africa. Demoni e barattieri
gli
uni aventi
di sotto
ma
il
disopra e astuti, gli
scono,
i
sel-
che stanno
sono astuti anch'essi, e talora con l'astuzia
vincono, non solo l'astuzia,
Come
altri
demoni gioiscono
come ridono, come
primo diavol nero, che
ci
ma
la
maggior forza
nel tormentare!
Come
di quelli.
scherni-
sollazzano in quell'atto!
si
11
dà nell'occhio, viene correndo e
portando sall'omero acuto e superbo un barattiere, tenendolo
ben saldo, «de'
pie ghermito
il
nerbo»;
e, nel
recita l'epigrafe burli-sea a lui e alla sua
gli
altri
buttarlo giù,
degna
patria, e
diavoli f;inno eco. Mggiuiigendo sarcasmo a strca-
suìo, risata
a
risata.
E
allorché lo addentano con più di
un'immagine di cucina viene naturale e appropriata. Altri demoni si lanciano contro i due pellegrini,
cento
raffi,
non appena
li
hanno
INFERNO
L' «
III.
ma
scorti;
95
»
sono arrestati dalla diplo-
mazia, che Virgilio adopera, e dall'autorità che invoca, e
dall'ordine che è costretto a dare
loro capo. Arrestati,
il
ma, come plebi irragionevoli e mutevoli, docili e insieme
indocili, stanno e non stanno all'ordine, troppo contrario
ed abito, e vi sta e non
alla loro natura
ma
assegna loro una scorta,
da
pur
vi sta
anche
li
i
tenere, cosi, per pura malignità o per irrisione.
teme, non
si
assicura,
ma
moto
al
il
due viaggiatori e
inganna sul cammino
che in apparenza rispetta
loro capo,
del timore
si
Dante
sovrappone
quello della curiosità, rivolta al bizzarro spettacolo. E, tra
meravigliato e curioso,
drappello, ode
dei
nomi
i
assiste al
e
demoni, e stupisce
formarsi del pittoresco
nomignoli grotteschi o burleschi
i
risonare della singolare trom-
al
betta. Nel ricordare ora ciò che vide e udì, egli
non sorridere;
e
sorriso
il
segno di partenza, dato
si
in
dilata a quel
modo
affatto
dal diavolo ci potila, e l'espressione
non può
particolare del
nuovo
e
impensato
fa eroicomica, innal-
si
zandosi alle immagini di altre partenze e movimenti guerreschi, ai quali gli era accaduto di assistere sulla terra, per
raccostarle e contrapporle
udita
il.
Mdebolge.
alla
nell'episodio di Ciampolo e dt-ljo
ai diavoli e
il
«0
spettacolo.
come
Plebeo è
plebe che
tu che leggi,
udirai
il
danno
nuovo ludo!»,
lo
spettacolo,
affiati
si
lo
e
Dante
ride,
ma non
con plebe, bensì sempre come
lui,
sguardo sa quell'aspetto dell'umanità,
un'umanità che è quasi naturalità e non permette
indignazione, e
ma
stratagemma con cui sfugge
che è tutto dentro quello strano e comico
po'-ta,
Dante, che getta
di
>,
d'animo continua
provoca una zuffa tra loro e con essa
degli azzuffantisi.
esclama
diversa cennamella
« si
Siffatta disposizione
nemmeno
la
ripugnanza che
si
vela
la seria
il
volto,
anzi eccita all'oss»M'vazione curiosa e al riso, per la stra-
vaganza stessa
e l'cnoruiità di ciò
da ogni gentile e
che
civile consuetudine.
si
osserva, e che esce
LA POESIA DI DANTE
96
Con
le loro
si
sé
la visione degli ipocriti,
che procedono lenti sotta
cappe di piombo dorato, abbaglianti di splendore^
torna alla figarazione etica, e con la notizia che porge di
il
frate Catalano, si è ricondotti ai sentimenti etico-politici
e alla recente storia di Firenze.
cedente alita ancora sul poeta e
messa
bocca
in
Il
gli
ricordo deìla scena pre-
suggerisce l'osservazione,
frate godente, sulla
al
natura dei diavoli.
Dante è veramente, nella Commedia, e trasmutabile per tutte
guise». Poco più oltre, lo si vede quasi celiare descrivenda
11
modo
chiappa
in cui
«via da
arrampica, sostenuto da Virgilio,
si
chiappa
in
cappa»;
vestiti di
per ripigliar
e notnre
;e,
poi, al
e
in
piuma
fama non
In
«Con l'animo che vince ogni
cui è ricca in ogni parte la
blimi,
di
suo sedersi un istante
lascia stimolare e rimproverare e ser-
fiato, si
moneggiare da Virgilio con gravi
seggendo
«
che quella non era davvero
hanno anch'esse,
e magnifiche parole («
si
che
vien né sotto coltre...»;
battaglia»). Le sentenze, di
Commedia, sennate,
virili,
su-
talvolta, valore per sé, superiore
a
quello di semplici elementi di un discorso o dialogo. Cosi,
alcune terzine più innanzi, Virgilio a una richiesta
non arsente
Si
solo,
ma
soggiungi-:
dee seguir con l'opera, tacendo
che volge
il
«Che
».
Nel Fuiyatorlo, a Dante
che accennano a
lui,
il
savio duca fa
gran richiamo e rimprovero, per terminare con
torre
Vien
«
dieti'c»
a me, e lascia dir
ferma, che non crolla
de' venti
poesia, e
».
Dante^
capo, con distrazione affatto naturale, alle pa-
role di un'aninia
terzina:
di
domanda onesta
la
L'animo
prorompe
di
e
si
Giammai
genti: Sta'
le
la
cima per
Dante è riboccante
un
la st)lenne
come
scuffiar
di pensieri e di
allarga nell'esprimerli non
appena
l'occasione, per tenue che sia, lo stimola.
Vanni Facci, nel quale ora ci s'imbatte, è una sorta di
Capaneo degradato, in battaglia contro Dio e le leggi divine,
allo stesso
modo che
contro
gli
uomini
e le leggi umane,,
avvoltolato nei vizi e nelle male passioni,
uomo
di
sangue
l' «
III.
INFERNO
97
^
e di corrucci, ladrone, irabestiato, superbo della stessa sua
somma
bestialitù («Son Vanni Facci Bestia e Pistoia mi
degna tana...»), pronto a reagire alla parola con cui
fu
Dante ha dimostrato
di «trista
ben conoscerlo, dipingendosi subito
di
vergogna»,
di rabbia, e scagliandogli contro
una
maligna profezia di sventura, che corona con un oltraggio
È un'immagine
alla diviniti.
odio,
ma
non
vile:
odiosa, e che Dante copre di
desta ancora qualche ammirazione, e Dante
stesso ripensa, innanzi a lui, al fulminato
lato nella bolgia dei ladroni,
vedcmo uomini,
zioni, in cui si
dersi e cadere a terra in
uomini, e
rifarsi
che è
altri,
Capaneo.
la bolgia delle
morso
al
mucchio
il
cenere e da cenere
di
abbracciati dalle serpi, fondersi con
Non regna
senso del misteri.iso e prodigioso, né c'è vero sbigotti-
mento per
la terribilità di quei castighi divini. L'interesse è
commuove poco
trasportato dalla cosa, che per sé
del
sta iso-
delle serpi, accen-
esse o da uomini farsi serpi e da serpi uomini.
qui
E
trasforma-
modo
poeta, al
scritti,
in tutti
di
dii'la,
loro p;irricol;iri e nei loro gradi, processi
i
paralleli e in reciproca efficacia, alla
affrontate e
l'anima
con cui sono de-
all'abilità
vinte
le
difficoltà
cano...
E
Cadmo
e d'Aretusa Ovidio... io
bravura con cui sono
dell'ris^unto.
attenda a udir quel ch'or
non
«Taccia Lu-
si
scocca;... Taccia di
lo
invidio»: esclama
il
poeta, consapevole del pezzo di bravura, che vien<'
nendo. E questo è
il
sentimento che inferma
zione, la gioia della potetiza artistica,
sempre
vero,
e dappertutto nei canti di
ma
la
la
quale
componuova creaè, di certo,
Dante come d'ogni poeta
v'è fusa o equilibrata con
in questi catiti delle trasformazioni
si
gli
altri
sentimenti; e
distacca in c<'rta mi-
sura e fa parte da sé. Perciò essi sono spiaciuti qu.mdo vi
si
è cercato altro
meritano, se
li
si
da quel che c'è;
Quanto semplice
sto tratto del
B. Crocb,
e saranno «gustati
guardeià S"tto l'aspetto che
e circoscritto è
il
poema, altrettanto largo
La poesia
di Dante.
si
sentire che
e
come
è jid<lirato.
anima que-
complesso quello che
t
LA POESIA DI DANTE
98
Che Dante,
ispira la figura di Ulisse.
ligio
parola
alla
ri-
velata e agli insegnamenti della Chiesa, rispettoso dei limiti
dell'umano conoscere, ossequente
cristiane, dovesse giudicare
che viola
i
modestia e umiltà
alla
peccaminoso l'ardimento ulisseo
segni d'Ercole, e farlo punire da una misteriosa
e religiosa forza della natura, esecutrice della collera divina,
Ma Dante
è indubitabile.
qualcosa di più
è
di
quel che
sa di essere, dotiriiialmeute; e questo di più che
a distinguere
sempre
la
condanna
che prova e dal giudizio che
e
porta
del peccato dal sentimento
dell'uomo da
fa
per un certo verso condannato,
lo
è,
solamente
lui
apre l'anima alla gran-
gli
dezza degli atteggiamenti e dell'impresa tentata da Ulisse.
è quello
Si,
che
«folle volo»;
il
non può aver
si,
nave e naviganti aggirati come
nel
mare, che sopra
si
giocattoli
e
mandati giù
richiude indifferei'te.
Ma
che, ardente sempre della volontà di conoscere
gli
uomini, non ritenuto né da dolcezza di
verso
termine
altro
castigo e la rovina, ed esser percosso dal turbine, e
il
il
vecchio padre né da
compagni a
amor
di
figlio
il
Ulisse,
mondo
e
né da pietà
moglie, con canuti
mette ancora pel mare alla scoperta
non conosciuta della sfera terrestre; Ulisse, che
infiamma
suoi compagni con le alte parole: «Fatti non
f)Ste a viver come bruti, Ma per s<^guir virtude e conolui fidi, si
della parte
i
scenza»; è una parte
aspirazioni che
potevano
la
di
Dante
in lui contiMiere,
la figura di
ma non
mai nell'epos
profonde
già distruggere.
questo Ulisse dantesco, peccaminoso
blime peccato, eroe trigico,
fu
stesso, cioè delle
riverenza religiosa e l'umiltà cristiana
maggiore forse
di
ma
Donde
di su-
quel che
e nella tragedia greca.
Ulisse,
anima condannata, che vien dietro a qui'lla di
Dante, richit^sto, offre un quadro d^'lle presenti con-
dizioni
della
All'altra
terra
di
Roinagn;i.
consimili Sono in altri lu
)iirhi
d<-l
mente che prendeva a considerare
Ma quale quadro!
poemi,
Altri
nei qu;ili tutti la
e a giudicare con occhio
III.
di politico, si
l'« inferno
converte in fantasia che guarda con occliio
Ogni cosa v'è espressa
di poeta.
immagini corpulente:
gli
stemmi,
che bagnano quella terra,
teatro,
afi'ollano
si
99
»
in
modo
nomi
i
concreto e con
dei signori,
avvenimenti
gli
i
della sorte di ciascuna città
magna», che
guerra
le
parla
si
come
se
lega tra loro, è tra esse
parlasse
si
come
«Romagna tua»: Romagna che non
«
ne' cor de' suoi tiranni»,
la
lembo
rendono tutto
di
una condizione
pausa che vien dal moto
Cesena, per esempio, è
«
fianco», e che «com'ella
quella
a cui
sie' tra il
vive e stato franco
si
poliiica in
prepara
e
il
il
Savio bagna
piano e
'1
un
moto.
il
monte, Tra
»,
L'episodio di Guido da Montefeltro non ha a protago-
ma papa Bonifazio: «il gran prete a cui mal
papa che aveva per suoi nemici popoli cristiani,
e che ardeva tuttodì «superba febbre». Guido è lo strumento
nista Guido,
prenda»,
il
e la colpevole-ingenua vittima di
lui,
il
quale
si
giuoca
non solo l'anima propria, ma
può esercitare la seduzione disila sua autorità. Perciò questo
episodio si accompagna idealmente alla scena già contemplata del papa «come pai commesso», che aspetta il suo
successore, Bonifazio; ed è, come quello, sapienti mente congegnato pel fine a cui è diretto, e, come neli'alti-o, non vi
anche quelle di coloro su cui
manca neppure,
di troppo
nell'
ingegnosità dell'invenzione, alcunché
apertamente, di troppo calcolatamente malizioso.
Nonostante
la serietà
con cui
il
racconto è condotto, alla
una reazione quasi comica. Il gran furbo di Guido,
questo moderno Ulisse romagnolo che conosce tutti «gli acfine c'è
^
ragguaglio che ne rende, nel quale veramente la
il
politica si fa poesia, effigiando
tirannia
primo-
sebbene ora non ne ab-
d'Italia, a lui noto e consueto, riscaldano e
momento
Ro-
«
mai senza
è
bia alcuna palese. L'amore e la sollecitudine per quel
passione
fu
all'immaginazione come esseri vivi, e
degli affanni e dei travagli delle proprie figliuole, e
genita:
fiumi
di cui essa
/
LA rOESIA DI DANTE
100
corgimenti e
coperte vie
le
è cosi grossolanamente ingan-
»,
nato dal senza scrupoli Bonifazio! L'arguzia scoppia nel
sillogismo e nel
commento che
abbrancando
sua preda:
loico fossi
!
la
fa al caso
il
Jiero
Tu non
Forse
«
cherubino,
credevi ch'io
»
Lo spettacolo
di
un campo
di battaglia e di strage,
con
scherzi che vi ha compiuti la tagliente spada
tutti gli strani
nella sua furia o la crudeltà nel suo furioso raffinamento,
ci si
dispiega nella nona bolgia.
Ma
quello spettacolo
non
esce dall'animo di Dante che sia sconvolto e in ribellione
alla vista delle
rale,
da un
Bornio,
il
«
umane
stragi, sibbene
contrapasso
>,
quale porta pesolo
da un proposito mo-
che culmina
il
terna, per significare di aver
commesso
dere coi suoi mali consigli
figlio
quel capo e
lo
avvicina
il
Bertram dal
in
proprio capo a guisa di lan-
ai poeti
il
delitto di
divi-
dal padre, e leva alto
per discorrere delle cose
sue: figurazione magnificamente immaginata e resa con forza
icastica.
Ma
vano nei
particolari,
i
momenti più belli di questa bolgia si ossercome nel ricordo del campo di Ceprano,
ancor pieno di ossame;, dove fu bugiardo ciascun pugliese,
e di quello di Tagliacozzo, con la figura epica del vecchio
Alardo; o nel consiglio che Maonaetto
manda
all'amico Dol
cino, lottante tra le nevi delle Alpi; o in Pier
che ripensa a
dichina».
Il
« lo
da Medicina,
dolce piano Cile da Vercelli a Marcabò
resto è forse più etico che poetico. L'intimità,
dell'ispirazione risorge invece, schiettissima, nella offesa e
dolente e ritrosa persona di Geri del Bello,
il
congiunto non
vendicato. Par certo che Dante fosse ancora ligio alle idee
medievali sulla vendetta familiare,
importa: qui non c'è altro che
il
ma
è cosa
che qui non
suo turbamento innanzi a
un uomo che non ha avuto vendetta
e l'aspettava, aspet-
tava quel rito a cui egli credeva che una lunga e sacra
tradizione gli desse diritto, giusto o ingiusto che ciò
Dante
giudicasse. Dante non vede Geri e non gli parla: sente la
III.
prossimità di
e
lui.
si
l'«
inferno
sofferma a guardare verso
dove deve essere, dove crede che
gue pianga », dove si direbbe che
sostenerne
Virgilio lo
io
101
»
«
un
il
luogo
spirto del suo san-
non osi cercarlo e
degno
di affisarlo.
si senta
che parlava e minacciava col dito accenesiti e
sguardo, che non
ha visto
nando a Dante;
e questi, che sa perché quell'anima è cosi
sdegnata e che in qualche misura
si
sente in debito anche
debito non foss'altro perché è creduto in debito dal
lai (in
povero ucciso),
turba
si
tenerisce di pietà.
E
al
come per rimorso
suo congiunto, che è rimasto inven-
dicato, al suo congiunto che
ranza e
viltà dei suoi,
e vergogna, e s'in-
non
si
dà pace per
la trascu-
consacra, non potendo altro, questa
(Una
piccola e originalissima elegia familiare.
notizia di
vecchi glossatori dice, che Geri fu poi, trent'anni dopo la
sua morte, vendicato).
Ci s'inoltra ora
come
in
una
città colpita
da pestilenza,
piena d'infermi, di morti e di cadaveri in putrefazione,
dove
il
lezzo sale alle nari.
Immagini
e paragoni molteplici
rafforzano questa impressione, che l'escogitatore dei castighi
infernali
vuol fermare.
ingombra l'anima: un'altra
di
Ma
non
essa
la segue,
si
dilata e
non
grottesco di taluni
il
quegli infermi, un grottesco che porta quasi al sorriso
sulla
stranezza stessa delle figure che
dannato
si
vallo e sia aspettato dal
a dormire, e
ghie,
si
gli
forza e la
tinui cosi
si
descrivono.
famiglio che strigli
padrone e abbia
fretta di
il
Un
ca-
andare
trae giù le croste della, scabbia con le un-
il pesce delle sue squame:
una congratulazione per la sua
sua operosa diligenza, e un augurio che conprosperamente in perpetuo. Maestro Adamo, de-
come con
Virgilio
come
gratta a furia
coltello si netta
rivolge quasi
liuto, con le labbra
immaginazione
dalla
può
scacciare
non
forme per idropisia, divenuto simile a
aperte per sete,
i
f^
ruscelletti del Casentino,
molli:
il
poeta, che
si
che fanno
i
loro canali freddi
diverte a questo grottesco, a que-
LA POESIA DI DANTE
102
a
ste iperboli,
elementare
scura,
questi
Adamo
maestro
e
i!
contrasti,
fa
cozzare in
brama dell'acqua e della frecomune sofiFt-renza, che, invece di
animalesca
e
nella
litiganti
spuntare, sembra aguzzare l'egoismo e
E Dante
trambi.
battibecco
greco Sinone, congiunti tra loro dalla
coglie
si
fisso », e poi si lascia
nell'atto
maligniti di en-
la
ascoltarli,
«
tutto
rimproverare da Virgilio, cioè
si
rim-
ma
provera. Si rimprovera,
di
ha preso interesse
al bizzarro
canto amebeo, e non già quale di osservatore sdegnoso,
interesse di simpatia, seguendo quei moti e quei
risentendone
si
risente
lietezza:
il
la forza, la f)rz:i del plebeo,
ha scoperto,
spettacolo.
è
il
segue e
fondo a sé stesso, un che
in
fuggevole che
sia,
Il
di ple-
senza del quale non
avrebbe guardato e ascoltato, e non
stesso,
si
gioco di due lottatori, con ammirazione e con
beo, per lieve e
nello
come
ma
motti e
si
sarebbe immerso
rimprovero, la ripresa del miglior sé
ma
superamento,
quel plebeo, perchè ciò che
si
insieme
il
è superato
riconoscimento di
si
è vissuto. Cosi
larga e sincera è l'umanità di Dante.
Il
viaggio infernale
di luoghi
affretta al termine, tra spettacoli
si
ed esseri e cose colossali e mostruose.
I
giganti,
quasi animali primitivi della creazione, violenta forza bruta
ora domata e resa impotente, messi a guardia
lo stesso Lucifero,
con
le
sue tre facce diversamente colorate, con
che nelle quali maciulla tre grandi
velloso e le
meno
come
immense
ali
rei, col
i
le tre
sono, non
corpi confitti traspaiono
festuche in vetro, grandi curiosità della natura, che
e
le
le
abbia viste.
E
rende
il
impressioni di quell'arduo viaggiare,
boc-
suo enorme corpo
battenti di vipistrello:
della ghiacciaia in cui
descrive quasi
torri:
gigante dei giganti e mostro dei mostri,
senso e
come
il
come
poeta
gli sforzi
nel punto in
cui incomincia a sentire a un tratto «alquanto vento
»,
avvi-
cinandosi al luogo dov'è Lucifero, e nella discesa e salita
che compie aggrappato
al
vello del re dell'Inferno, fino a
III.
raggiungere
il
INFERNO»
l'«
103
eentro della terra e per un cunicolo uscire
Variano questo viaggio
dall'altra parte a riveder le stelle.
(che ^somiglia un viaggio al
polo) alcune
renti efifusioui di odio politico
ed
spinge ancora più innanzi neìì'actio
prima usato con Filippo Argenti
prende Bocca degli Abati per
intraraessc,
fu-
Dante si
oratoria che non abbia
con papa Bonifazio. E
etico, nelle quali
la
e
cuticagna e
gli
strappa
i
capelli per costringerlo a nominarsi, e induce frate Alberigo
a parlargli di sé, promettendogli e giurandogli di torgli
il
ghiaccio dal volto, e poi non attiene la promessa, perché
«
cortesia
*
era in quel caso
«
oltre la loro vituperosa vita,
esser villano »; e da quei due,
si fa
narrare
i
vituperi di altri,
com'è di Branca d'Oria,
che par vivo ancora nel mondo, « e mangia e beve e dorme
e veste panni », mentre la sda anima è già nella ghiacciaia
dei traditori, e un diavolo ne ha preso il posto nel corpo
e sulla terra. La parola è sempre dantesca, sempre materiata
e
istruire su stranissimi prodigi,
di poesia,
ma
in questi episodi soverchia, sul
Dante violento, del quale
ci
parlano
gli
poeta, quel
aneddoti dei biografi,
e che, com'era preso talvolta dall'impeto di valersi del col-
sua potente poesia.
cosi, qui, si vale della
tello,
Del Dante puro poeta c'è, in quest'ultima parte della
prima cantica, una pagina insigne, l'episodio
di
sanguinante protesta dell'umanità offesa contro
e
castigo che trapassano
il
Ugolino, quali che fossero
pur uomo, e
i
i
le
la
Ugolino:
vendetta
confini dell'umanità
sue colpe e
i
stessa.
suoi delitti, è
suoi carnefici dimenticarono e calpestarojio
questa qualità di
lui;
ed ora egli sorge a buon
diritto giu-
dice dei giudici, punitore dei punitori, carnefice dei carnee,
fici,
in
questo orrore sull'orrore,
il
torto suo
scema o
entra nell'ombra, la sua ragione risplende, perché egli,
fe-
rocemente, ferinamente, pur vendica l'umanità. Nelcai'cere,
tra
i
lui di
figliuoli e
fame,
il
i
nipoti condannati innocenti a morir
vecchio peccatore,
il
come
traditore, soffre gene-
LA POESIA DI DANTE
104
rosameate
e
si
strazia non
forza per gli altri e
per sé
non per
giovanetti, quei fanciulli oi'a
l'aiuto
La
lui,
gli altri,
dà
si
e qaegli innocenti,
quei
del pane,
il
padre che dispera e vorreb-
gli
chiedono puerilmente aiuto,
che sono usi a chiedere e che egli più non può dare.
rivolta del cuore di
Pisa e
ora
per
domandano piangendo
ora impietosiscono a veder
bero sacrificarsi a
sé,
ma
si
di essa e
uell' invettiva
espande nella fantasia sulla rea
tura stessa
isole del
Dante scoppia
città,
che
contro
la
na-
deve muovere a punire, rinserrando con
si
mare
la
le
foce dell'Arno e facendolo riversare su
annegarne
tutti gli abitatori: fantasia
che esprime
nella sua terribilità e spietatezza l'energia di quella rivolta,
e che perciò ha suono, ritmo e colore
dall'altra
invettiva contro
l'episodio di
i
Branca d'Oria.
intimamente diversi
Genovesi, con cui
si
chiude
»
»
IV
IL
«PUEGATORIO».
Ije impressioui del viaggiare diventano, all'aprirsi della
seconda cantica, simili a quelle che
un'aspra
di
giunchi che
un dolce colore
Venere
stelle,
la
ricingono; vi
ai
si
il
cielo par
« il
il
modo
di
di vivis-
si
sente dappertutto
dopo, l'occhio
scopre da
».
non s'incontra
non si sa donde o
appare un vecchio, austero
il primo incontro o la prima
istanti, si è in silente solitudine,
tratto, sorto
fattosi visibile,
insieme decoroso nell'aspetto:
il
piegano
piacere che infonde quel brillare. In que-
persona alcuna; ma, a un
avventura
si
due peregrini, fulgono
tremolar della marina
Nei primi
qual
fiotti
ne goda. La meraviglia della no-
frescura e la rugiada. Poco
lungi
cui
giunge sull'albeggiare;
prime mosse della nuova cantica,
ste
è
desolati e
di zaffiro si stende all'orizzonte; la stella
agli occhi dei
vità raddoppia
e
termine
fa tutto ridere l'oriente; dall'altro lato, quattro
nuove
sima luce, e
in
al
una notte travagliosa, rese
battuta dall'onda marina,
isola,
la
e
tristi,
soavi e confortevoli da questi contrasti. Si giunge a una
pili
di
provano
si
o all'uscire da luoghi
dopo una tempesta
cupi,
i
salita,
questa seconda parte del viaggio.
guardiano di quei luoghi,
e
fu
Il
già in terra
vecchio
il
gran
LA POESIA DI DANTE
106
Catone; e
le
sue parole verso
i
due pellegrini
dei
due
ha subito conosciuto;
lo
Ma
sua vita passata,
«Lusinghe
affetti.
5>
le
al
suo eroismo,
chiama
bono compiere. Catone
suoi
ai
lui,
domestici
vecchio, mettendole da banda
il
con brevi parole
e istruendo
l'uno
nel rispondergli, intrec-
che fornisce, allusioni riverenti a
cia, agli schiarimenti
alla
e,
volgono
si
in interrogatorio e quasi in anticipato rimprovero.
pellegrini sul rito che deb-
i
è la tìgura in cui
il
poeta attua uno
dei lati del suo ideale etico: la rigida rettitudine, l'adem-
pimento
che par che non possa compiersi,
non possa operare sugli altri perché lo compiano,
senza rivestirsi di una certa asprezza, senza l'abito ritroso
dell'alto dovere,
e che
e
alquanto diffidente di chi vigila sempre su sé stesso e
Catone
sugli altri. Perciò
tiene
si
come
a distanza da tutti
:
risponde tanto quanto è strettamente necessario, e non conversa,
ma
apre la bocca solo per rimproverare e discac-
ciare, indirizzare e sospingere.
Alla soave vista della scoperta terra e della bell'alba
lungo
mare, della verde erbetta stillante
spiaggia del
la
rugiada onde
e stanco
del
deterge
si
e
rinfresca
reduce dall'Inferno,
il
viso
contristato
aggiunge, poco ap-
si
presso, quella della barca delle anime, che viene sulle onde,
guidata dall'angelo col solo moto
il
cielo:
un che
di
dell'ale) e di crescente fulgore,
siaco,
delle
rapido e biancheggiante
(il
verso
dritte
ali
biancheggiar
un barlume e sentore paradi-
che giunge e riparte veloce, lasciando sulla spiaggia
la turba di anime.
È
la
prima
di tali apparizioni,
biancore e di luce: più innanzi,
si
creature belle, biancovestite e con
tremolando mattutina
pellegrini,
«con
tilandoli con
l'ali
stella
vedranno
la
fatte di
altre simili
faccia quale
»,o che traggono
aperte che parean di
in
su
«
i
par
due
cigno», ven-
quel moto: forme sensibili di quanto
si
può
concepire di più spiritualmente puro, scevro d'ogni altro
impulso
che
non
sia
la
legge e
il
comando
divino,
la
IL
IV.
bontà e
«
PURGATORIO
107
>
Le anime intanto, trasportate colà
come i due pellegrini, nuove del luogo,
gruppo che s'avanza, si scambiano domande
giustizia.
la
dalla terra, sono,
e tra
e
i
due
e
11
spiegazioni, da viaggiatori
pari. Si
realtà
a viaggiatori, inesperti del
pensa che Dante debba avere molto goduto, nella
come nell'immaginazione,
del viaggiare, veder nuovi
nuove persone
e cose, degl'incidenti, de-
luoghi, conoscere
gl'incontri inaspettati, tra stupiti e gioiosi, del percorrere
campi
e
ascendere montagne,
consenso dell'aria, del
lieto
Tra quelle anime,
muove ad abbracciare
ricorda
gli
le
il
sole, dell'erbe e delle piante.
egli è riconosciuto e
si
diletto della dolce
udi risonare sulla
le
natura
si
accompa-
nuovo conforto dopo gli orrori infernali, quello
nomi di poesia e di musica risvegliano, e, con quei
ora,
i
nomi,
loro
il
desiderio di
canzone
di
Dante; e
«come a nessun
risentirle nella
riaverle presenti, di
aperta possanza.
E
una celebre
Virgilio e le anime
Casella canta, canta
tutti,
e
Dante
e
che erano venute col cantore, sono
il
riconosce e
l'amico Casella: Casella l'artista, che
piacere con cui già
bocca dell'amico. Al
che
mattino di primavera, nel
sue giovanili canzoni e la musica onde fu-
rono rivestite e
gna
al
rapiti a quelle
toccasse altro la mente
canto? chi spezza quel rapimento?
E
il
veglio onesto,
Catone, che sopraggiunge a rimbrottare aspramente
dell'indugio loro a
anime
muovere verso
spaurano
le
la costa,
come colombi che lasciano
e
mondo
le
anime
delia purga-
fuggono disordinate verso
zione; e
si
il
note:
Chi interrompe
>.
tamente beccavano; e Virgilio e Dante
la
si
pastura, dove queaffrettano anch'essi,
da vergogna. Scena di trepidazione e smarrimento, ma
da un benigno sorriso. Bello (par che essa
dica), bello è fuor di dubbio andare al Paradiso: ma anche
presi
tutta irradiata
il
canto ò bello, e l'uomo
sue debolezze, questa
del
ò tanto debole,
che, tr« le altre
compiacersi nell'arte,
seppure
distragga per un istante dall'urgente dovere, non è poi la
LA POESIA DI DANTE
108
un
più grave., è
«
picciol
da
fallo», fallo
come
e che,
scappano via disordinatamente
anime no, porge ap-
lo
picco ad alcune parole di Virgilio, per
-che, se
il
quali
le
e operato, e conosce le difficoltà e gli errori, e
e
bato
E
la fronte,
è
salirvi
punto più agevole, che consenta
s'incontrano
in
gentili, di
calma,
cui
la
per
ba vissuto
ha
sofferto
sé
stesso:
più non disse, e rimase tur-
ripido che impossibile
e
di
monte, cosi scose
non
si
porre saldo
il
trova
piede.
quella plaga, a schiere o a gruppi, altre
anime, nelle cui figure
la
sospirando
altrui,
Si è pervenuti, intanto, a piò del
».
sceso
altro
ammonisce
qui chinb
«... e
E
e
soffre,
può dire
si
musica è buona. Sono una
libretto è mediocre, la
di quelle rapide e sobrie e rattenute effusioni di chi
•
all'ap-
dei soliti equivoci, seguiti dalle solite spiegazioni,
l'ombra che Dante proietta e
-circa
fanciulli,
severo pedagogo.
»)arire del
Uno
fanciulli,
da uo-
fanciulli,
mini che meritano di esser rimproverati qui come
poeta viene esprimendo
il
gli affetti
ora è pieno: la delicatezza, la verecondia,
rassegnazione,
la
pace, la
mansuetudine,
il
l)erdono dello offese patite, la benevolenza universale. Eb-
bero già esse altre qualità, e
altri
ben più rapidi, e persino
violenti e sanguinari, moti d'affetto;
e ingentilite, e
guardano
ma
ora sono mutate
passato e sorridono, fuori della
al
mischia a cui quasi non sanno più come mai poterono un
tempo, con tanto furore, partecipare. La vita dell'eterna salute
non
dolgono
è più la vita terrena: ora
e
non pesano
in
ricordano bensì,
ma non
le offese sofferte, le ferite rice-
più,
vute, le ingiustizie altrui,
si
i
propri erra nienti e peccati.
E
questa serena e dolce condizione di spirito Dante colloca
uno
parti
di quei personaggi,
nelle
pei
quali (ne avversasse o no le
contingenze della vita politica) provava alta
ammirazione e una sorta d'ainore, da uomo che
muove
al
tistico:
Manfredi;
generoso, al prode,
il
al
grande,
si
com-
al nobile, all'ar-
cavalleresco re di Sicilia, perseguitato
IL
IV.
PURGATORIO
«
a morte dai papi, odiato dai
ma
reo di gravi peccati,
guelfi,
e bello e di gentile aspetto », e gentile di cuore,
biondo
«
109
»
ben degno che
in ultimo si rivoliJra e si salvi in Dio.
Manfredi non è responsabile innanzi agli uomini,
di
innanzi a Quei che volentier perdona, e che
mentre
toglie
seco:
coi'po
trafitto
i
ma
solo
e
lo solleva
ancora incrudeliscono
chierici
battaglia, e
in
L'anima
su!
ossa sue, insepolte, sono
le
battute dalla pioggia e dal vento. Nessun accento polemico
e partigiano
rende acri queste cose che egli dice:
come giudica
egli giudica papi e cardinali
il
loro torto e
vede anche
ormai
vede
sé stesso, e
il
torto proprio e le ragioni della
in
questi primi canti del Purgato-
Santa Chiesa.
sorriso,
Il
rio,
che brilla
varie occasioni e con varia forma e intensità, ora
in
condisceni lente
gli
si
uomini
e
ma
con
contenuto, ora blando e riconciliato con
le
cise,
si
volge all'osservazione coinic^,
fa quasi riso, al principio dell'intrapresa salita del
(iella
retto dalla sua
guida;
e,
quando
rampicato sul primo cinghio,
siede,
suo pensiero torna alla
salita e alla
quanto c'è ancora da andare,
fornito
tery:li
il
nuovo ragufuaglio
una voce,
e,
sole,
ar-
muove a
lo
di Virgilio.
sua asprezza, e
Poi
il
domanda
non appena Virgilio
gli
ha confortato col met-
e lo
tra lassa e ironica, si
manda
a
lui
ode
vita
terrena, è
Blacqua,
il
li
tutto
giorno nella sua bottega
col
nel
^.
E una
su-i
un gran pe«
Forse Che
conoscenza
pigro per ecc<'llenza, e
Purgatorio né più né meno di come stiva
che sta
il
di dietro
la riflessione e l'avviso:
di sedere in prima avrai distretta!
gendo
essersi
innanzi l'immagine drl riposo che tioverà al termine,
troiie, e
della
dopo
bisogno di comprendere la
il
nuova posizione in cui gli si mastra il
domandare e ad ascoltare le spiegazioni
ha
monte
purgazione. Con fatica e con afi'inno sale D.mte, sor-
braccio
le
di
F.renzo, seduto, cin-
ginocchia e tenendo tra esse
il
viso
basso. Per Belacqua, matto o stravagante è Dante, che
si
LA POESIA DI DANTE
110
propone problemi astronomici, e savio o normale
non cura queste indagini
fanna a
ha ragione
salire, e
mente; ed
ha anche
egli
che prende
lui,
tanto, per allora,
non
è punto
s'af-
cose placida-
le
suo atteggiamento:
la filosofìa del
sarebbe fatica sprecata
che
lui,
ha torto Dante, che
inutili;
affrettarsi « l'andare su, che porta?»:
non sarebbe potuto entrare. Ma Dante
:
un don Chisciotte, che
gli
manchi
il
senso del
né Belacqua è un Sancio Panza, espressione del buon
reale,
senso. Belacqua è piuttosto la voce della pigrizia, che suona
dentro di noi in mezzo
ai
nostri sforzi, e che noi cono-
sciamo ormai cosi bene che non
e possiamo non farle
il
turba più con alcun timore,
ci
viso dell'arme, e anzi celiar con
e perfino riconoscer'- quel tanto di ragionevole,
lei,
che è talvolta
tra le sue esagerazioni.
Prendere
le
cose senza troppa furia:
Belacqua non dice del
tutto male,
sebbene l'ammonimento
venga da un pulpito che non
renza.
Perciò
riso
di chi
»
:
par che
si
le
mai
ispira molta fiducia e reve-
labbra di Dante
ride se
si
non
si
muovono
di noi stessi,
«
un poco a
anche quando
rida degli altri?
Ci sono casi di cui
abbiamo
udito, morti e uccisioni e
crudeltà, accadute in circostanze misteriose e quasi senza
lasciar traccia, che portiamo
tasia,
sempre rinnovandosi
sempre nel cuore
al
e nella fan-
ricordarli la simpatia e la
brama di sapere il certo: e tre di questi casi ci
vimgono innanzi in Iacopo del Cassero, in Buonconte e nella
Pia. 11 primo si era inimicato il signor d'Este, che lo persepietà, e la
guitò a morte; ed ecco proprio quando
pili sicuro, nel
dai sicari del suo nemico, e fugge, e
sarebbe ancora
si
credeva di esser
passare pel territorio p.idovano, è avvistato
tra
i
si
sarebbe salvato,
respiranti e viventi, se avesse preso
altra direzione nella fuga e
non
si
fosse
impigliato in un
pantano, dove fu scpragy:iunto e scannato. La commozione è
tutta per questa vita
trarsi al
fito
umana,
imminente
spetita
mentre
si
sforza di sot-
e qu;isi sta per vincerlo: spenta in
IL
IV.
PURGATORIO
«
quel solitario luogo, tra le cannucce e
il
nemico valoroso, che
un
e che, nel caldo della lotta, a
occhi, perito
non
si
brago.
il
combattuto
si è
111
»
Il
secondo è
temuto e ammirato,
e
tratto si è dileguato dagli
come per mano inconsapevole,
sa
in
fatto. Al-
luogo oscuro, senza che sia rimasta traccia del
l'avida curiosità, che chiede notizie, risponde l'immaginazione,
il
formando supposizioni
poeta
si
morte, mori invocando
demonio,
Panima,
stizzito al
si
e possibilità; e in
il
una
di queste
Buonconte, fuggendo
posa volentieri.
nome
di
ferito
a
ma
il
Maria, e fu salvo;
veder che l'angelo
gli
portava via quel-
era sfogato sul corpo insensibile e l'aveva fatto
trascinare e perdere nel fiume ingrossato: trascinare, scio-
gliendo
si
braccia irrigidite, che nell'ultimo istante di vita
le
erano composte
r umile dedizione
croce e avevano simboleggiato cosi
in
ghezza
di
di
lascia
si
andare insieme
ricordare e adornare fantasticamente
una giornata
temporale che
Dante,
alla giustizia e misericordia divina.
con questa immaginazione,
storica,
i
alla va-
particolari
battaglia di Campaldino, e
la
segui alla vittoria fiorentina.
nota per fama pietosa e gentile, e perciò
le
il
La Pia era ben
basta chiamarsi
con qnel nome: «la Pia». Le sue parale sono cosi delicate
che paiono non dette
ma
una musica quel povero
danno
sospirate, e
e dolce
nome;
accompagnano come
cosi femminili che
si
sollecitudine dt^Ua lunga via e del riposo di "colui a cui
sono rivolte («e riposato della lunga via»). Ella ricorda
il
luogo della nascita e quello dove peii, e accenna senza
nominarlo, e senz'
altri particolari,
all'uomo che pur doveva
come
averla amata un tempo e l'aveva fatta sua, e che sa
e
perché ella perisse:
di sposa, le die poi la
Tutte queste e
le
sa,
chele dette
l'anello
anime pregano perché
di là si
perché
egli,
morte
altre
preghi, e fa ino i"essa intorno al pellegrino che viene dalla
teiTa
e
vi
niolti'plici
tornerà; ed egli
si
libera
a stento dalle
e insistenti preghiere. Altra impressione,
liro
anche
112
LA POESIA DI DANTE
come
questa, venata di sorriso,
colai che è
abbandono
lasciano in
vicende del giuoco,
attaccano
In
sente nel paragone con
si
vincitore nel giuoco della zara, e gli astanti
il
«
perditore, che ripensa dolente alle
il
ripetendo
al fortunato, e gli
le
volte e tristo
impara
», e si
fan ressa intorno per ottenerne
mancia, ed egli risponde a questo e a quello, e dà, e
difende come può dai fastidì della vittoria.
sofico-teologico
con Virgilio, circa
la
Il
si
dialogo
filo-
delle
pre-
efficacia
ghiere, assurdo nella sottigliezza della teologica soluzione,-,
non è privo del medesimo sentimento
perché
subito
al
si
nome
di Beatrice,
avvede che ormai
di lietezza sorridente,
che Virgilio pronunzia, Dante
la salita è
più agevole, e quasi
incita e affretta lui la sua guida.
Ma
par che Dante sia ormai pago di tante figure che
ha disegnate, miti e
dolci, e
si
volga di nuovo per un
istante al suo più vero ideale, al propriamente dantesco, a
quello dell'energica volontà e passione,
ma
libero ormai di
ogni miscuglio infernale, purificato e compiuto nella dignità
della virtìi. Bordello se ne sta solo in disparte, altero e disde-
gnoso, e non dà segno di meraviglia e non dice i)arola, e
sguarda «a guisa
gatorio, egli ha
al
il
suono del nome della sua terra natale balza
commosso
bile.
solo-
quando si posa ». Farinata del Pursuo grande e tacito amore nella patria; e
di leon
e affettuoso quanto
in piedi, tanto
prima pareva freddo
e impassi-
Sordello è tutto in queste poche terzine, e per esse
mane
ri-
scolpito nelle menti dei lettori. Poi scende dal suo piedi-
stallo, ossia
abbandona
il
suo primo atteggiam<'nto poetico,,
per accompagnarsi, guida tranquilla, ai viaggiatori e por-
ger loro informazioni, diventando, con cangiato
plicemente
«il
tiva
sem-
buon Bordello», e insieme per servire d'appicca
o da strumento
\
stile,
all'Italia e
al
poeta per due effusioni politiche: l'invetil
giudizio dei principi odierni d'Italia e
d'Europa, messi a riscontro con
le
persone dei loro padri.
Sono due brani robusti e magnifici, e
il
giudizio politico sui
IL
IV.
principi
PURGATORIO
«
113
»
converte in un quadro, in cui dietro alle figure
si
che sono in primo piano, quelle dei padri, in atteggiamenti
scorgono
caratteristici, si
le altre,
quelle dei
concretamente qualificate: dietro Ottocaro
si
prova a confortare
il
quale se ne sta
pasce»;
il
Na varrà,
rigo di
ambasciano
si
lippo
Bello,
il
come per
Boemia, che
che ha
che
fallo
lo
rimorda,
si
consiglia con Ar-
si
benigno aspetto», ed entrambi
e
sdegnano per
il
«mal
il
loro figlio e genero, Fi-
Francia». L'invettiva
di
all'Italia
prorompe improvvisa ed è una vera digressione (come
poeta stesso, del resto,
si
«barbuto, cui lussuria ed ozio
figlio,
«nasetto», Filippo l'ardito,
«
di
non meno
suo antico rivale Rodolfo d'Asburgo,
il
triste
vede Vincislao, suo
figli,
la
il
chiama), troppo lunga ed ela-
borata per adagiarsi spontanea in quella situazione, che
solo ne tulleren
un
bbe
le
esortazioni,
inazioni,
prime
ironie,
di
quanto
si
propone
chi
è
preso
dimentica nulla
politico
l'efi'etto
di raggiungere.
Fresca risorge
«
ma non
a cuore di dire per
gli sta
come
sarcasmi,
bensì dal furore della passione,
dendo
Dante declama»
terzine:
tre
pezzo oratorio, con partizioni, trapassi, escla-J
intero
vano
la
l'udire
»
discorsi di Bordello,
che
^
poesia del cuore, quando Dante, rendi
cose politiche, distornandosi dai
s'immerge
n*'lla
scena che
gli si
forma
attorno e assiste a un mistero dell'anima, dell'anima che
trepida e prega e invoca da Dio l'aiuto nelle tentazioni del
mile. Questa lotta interiore prende figura nel gruppo delle
ombre che sono
che recita
tando,
«
la
nella valletta, in quell'
«
esercito gentile »,
preghi«'ra e poi riguarda in su, quasi aspet-
pallido
ed
umile
>.
Timore
e speranza, sfiducia e
filueia. Senso di debolezza all'insidia e senso di sicurezza,
confluiscono in quell'atto; e l'anima
dolore
di
quando
il
e
amore,
in
quell'ora
si
riempie
solfusa
sole è tramontato e la sera
si
CR'CK, La poesia di Dente.
un misto
malinconia,
approssima, l'ora
in cui naviganti e via.iigiaturi più risen;ono
B
di
di
il
desiderio
del.
8
LA POESIA DI DANTE
114
proprio tetto e dei cari amici, e
di
il
cuore
strugge
si
suono
al
una campana che chiami a compieta.
Il
dramma
della vinta
esterno, e perciò
si
tentazione
nel prosieguo,
fa,
si
superficializza alquanto, nel rappresentato
combattimento dei due angeli, che scendono dal
fugano
quale
mala biscia: sorta
la
vedono
si
altri
cielo e
di sacra rappresentazione, della
saggi in questa seconda cantica. Negli
intermezzi della piccola rappresentazione a cui
si assiste,
alcune affettuose terzine sono dal poeta dedicate a un amico
e
che di
figliuola
alla
moglie
lui
ricorda,
si
quando invece
la
ha dimenticato nelle nuove nozze, dove pur non
lo
troverà l'amore che ebbe un tempo; e altre, calde di gra-
una casa signo-
titudine e di alto encomio, s'indirizzano a
che accolse e protesse
rile,
profugo.
il
Alla porta del Purgatorio Dante non
arrampica,
si
ma
è trasportato per grazia e in guisa soprannaturale, durante
un sonno
in cui è caduto.
gno non è già una
E
nel sonno sogna, e questo so-
ma
delle solite allegorie,
traduzione in termini fantastici di quanto
mente. Sogna che un'aquila
Ganimede, e
punto
la
il
sfera
lo tragica in alto alla sfera del fuoco, nel
rovente, coincide col
di
risveglio. Poi
nuove
cose
porta del Puriratorio, dell'angelo che
cerimoniale col quale a
primo ripiano
qual
lui si
descrive
titìcazioiie
i
e
ra/-ione
p
Come
ima
r
il
mirabili, della
e
E
<li
Ma
conipiinzuiiii'
l'ari-sì
.
ra
r.on
i
oltre, sul
l)assorilievi,
secondi
pritieipali.
i
ripljflia
sta a guardia, del
dischiude.
come più
serie di altorilievi,
signe umiltà,
vi
si
sulla
ripa del
del Purj!;'aiorio egli ^juarda e vede intairliata
serie di ri(iua'lri con
I»
real-
come ghermì
bruciore del contatto, in cui sta per entrare con
viaggio, con l'incontro
una
accade
gli
ghermisca,
lo
piuttosto la
1
pavimento, una
primi con esempi d'in-
superbia domata e punita: e ne
l'effitto,
in-r
fai rice,
;iinmiiMta.
le
piuttosto
che
mor-
di
cose ritratte, è di animi-
che,
sopr'esse
si
disnirgi.
uscente dalle lalibia
di
Ca-
IV. IL
«
PURGATORIO
115
»
potenza del canto, cosi ora quella dell'arte scul-
sella,
la
toria,
attingente l'eccellenza di sé stessa per opera sovru-
mana
o per opera del genio, e a cui, col
mezzo delle elaborate
descrizioni, si scioglie un inno di lode. La prima serie di
scene, che splendeva nel biancore del marmo, è (per valerci
delle caratteristiche date dal poeta) parlante, e la seconda,
ma
muta
anche nelle stragi
vivente, vivente
Dante coglie
ritrae.
nel
l'arte
quando non appare
nell'arinna,
momento
sensualmente o
più,
intel-
lettualisticamente, quale effetto di questo o quel senso.
«visibile parlare», è qualcosa che tutt' insieme
tocca,
ode,
si
si
che
e morti
in cui è entrata
È un
vede,
si
si
odora, e non è niente di ciascuna di queste
sensazioni separate; innanzi a essa, la riflessione sui sensi
dice
no insieme. Tali, del
si e
razioni
una conferma, o
uii'alrra:
tra
loi'o
con
la
sono sempre
o
ritratte
le figu-
immaginate da
coscienza che s'acquista, che
corrono limiti ondeggianti, che l'una s'abbraccia
l'altra, e
da chi
fosse,
resto,
un'arte particolare,
di
che
la
la
scultura non sarebbe scultura se
sarebbe poesia, se non f>sse, da chi
la
crea o la ricrea,
scolpita. Lan^-elo dell'Annunciazione apre la
bocca
Ave!, e la Vergine risponde: Ecce aìicilla Dei;
imperiali, nell' immobile pietra, pur
la vedovella,
non
crea o la ricrea, parlata, e la poesia non
presso
si
le
muovono
e dice
insegne
al vento;
eavallo di Traiano, «di lagrime at-
il
teggiata e di dolore», tiene con l'imperatore un dialogo,
tacito nel sasso,
ma
vivente nello spirito, e dal poeta
ri-
percorso e rivissuto.
Con l'incontro
<ihiate sotto
che
delle
con
spinti
guenti
a
le
dei superbi, curve e rannic-
il
Purgatorio: seguiranno
ciglia cucite, gli irosi nel
correre,
nella
anime
gravi pesi, comincia la serie delle figurazioni,
svolge lungo tutto
si
diosi
i
fame
fumo,
gli
avari
bocconi a terra,
e
nella
sete,
i
gli
i
gli invi-
accidiosi
golosi
lan-
lussuriosi brucianti nel
fuoco. Si diribbi ro anch'esse bassorilievi o altorilievi, com-
LA POESIA DI DANTE
116
piuti a perfezione con la sola parola, tanto quei martiri sono
resi evidenti, a
giungendo
editìzio
le
cominciar dai superbi, simili a cariatidi che,
ginocchia al petto, sostengono con isforzo un
danno un senso di pena a chi le mira, via via agli
panno di livida tinta, poggiati alla livida
levanti il mento a guisa d'orbi, e ui golosi, tutto
invidi, vestici di
roccia,
pelle ed ossa, nelle cui facce paiono le occhiaie
gemme
«
aiiella
senza
Sono rappresentazioni di uomini che soffrono ed
espiano pazienti le colpe commesse, consapevoli del loro
>.
e perciò buoni per questo
fallo,
riconoscimento e per la
docilità e rassegnazione con cui accettano la
zione in cui sono posti, che è giusta
e,
nuova condi-
sebbene dolorosa,
cagione di bene. Tal sentimento riempie l'animo del poeta,
che compatisce e riverisce insieme,
quegli espianti,
ma
e la speranza che
Ma,
se questo
riti-ae
li
è
penetra la generale e
questo,
non
c'è, le
la loro
e ricorda
i
peccati di
mansuetudine e mitezza,
irradia.
il
sentimento comune e generale che
comune rappresentazione, se, oltre <ii
più volte, se non la notizia che dà di
t-é
questa o quell'anima, di cui Dante per una ragione o per
l'altra
ha stimato
di far
menzione;
timento o accanto ad esso,
affetti.
si
Nel primo ripiano, tra
avvivano
i
berto Aldobrandesco ancora fa
suoi
vanti
nientemeno
altri
le
sentimenti ed
peccatori di supci-bia,
Om-
risuonare la formula dei
d'un tempo, figliuolo di un
di Guglielmo Aldnbrandesco,
e celebrato per
di Oderisi
altre volte, su quel sen-
<
di
gi'an
tosco »,
sangue antico
opere leggiadre dei maggiori; dalle labbra
da Gubbio
si
leva la lirica tra malinconica e
rassegnata, che dice la labiliià della gloria uni;ina; in Piovenz;in Salvani, la superbia, con un impeto generoso del-
l'animo, vince a un tratto sé lui'desima. Che cosa v'ha di
più ovvio che congiungere l'imniagiin^ della
tale
lia
gl(»ria
immor-
con quella della rinomanza? Solo qualche raro rìlosofo
dissociato
i
due concetti
e mostrato che la gloria
immor-
IV. IL
PURGATORIO
«
tale è nell'opera, nel suo effetto o nella
i;he seguita
vi
andò
a operare, suoni o no
unito.
Ma
clii
il
117
»
sua eterna efficacia,
nome che da prima
—e
non compie questa dissociazione
compierla è duro all'individuo, bramoso che qualcosa della
propria vita individuale sopravviva, che sopravviva almeno
il
nome,
—
è presto vinto dal sentimento del
dall''ow7?/a vanita.s, dal
fa
vedere come tutt'uno, indifferente,
il
vivere e
il
morire,
vano
sforzo,
pessimismo, dall'abbattimento, che
il
il
fare e
non
il
fare,
morir bambino senza aver nulla
operato o vecchio avendo molto operato, perché tutto è
travolto
alla
pari nell'oblio.
E
il
poeta, in questo punto,
cosi sente e dice, facendosi ripassare alla
mente
il
succedersi
ancora recente delle grandi fame nell'arte della pittura
della poesia, e gettando nel gorgo del futuro
oblio
e
anche
sé stesso, che ora è al montare nel cielo della fama. E, se
in
lui
questo senso della vanità non diventa pessimismo
disperato e cinico, è sol perché l'immagine dell'Eterno,
che tutto fa dileguare, è pur l'immagine di un Eterno
vino, e rcintroduce
abbattendo
il
dovere e
la
gioia
del
al
sommo
suo
il
»
,
e,
della sua fortuna, della
fortuna che rende insolenti anche coloro che non sono
naturalmente; ed ecco, all'udir
di-
— Provenzano,
la vanagloria, restaura la gloria.
superbo di natura, era
ben
fare,
dell'amico,
prigioniero di guerra e che aspetta
il
dell' «
tali
amico
riscatto, è tanto
suo accoramento che la superbia l'abbandona, depone
ogni vergogna, e sulla piazza di Siena
l'elemosina per raccogliere la
somma
si
dà a chiedere
occorrente al riscatto.
C'era, dunque, in quel superbo, qualcosa oltre la superbia,
qualcosa di cosi energico da sottomettere la superbia stessa:
trionfo della bontà
umana
tra
i
più forti impedimenti, che
sono quelli interiori, e perciò, in quanto drammatico, tanto
più significante della forza incoercibile di essa, e tanto più
atto a scuoter l'anima e a farla esultare
venimento.
come per
lieto a^
-
LA POESIA DI DANTE
118
Del peccato
superbia Dante
di
si
intinto, e
sa
ne
se
confessa esso stesso con buona grazia, dicendo della paura
che
g-li
sospende
il
chinarsi
e
toccherà
cuore alla certezza che un giorno
rannicchiarsi
Non
supplizio espiatorio.
sotto
i
gravi
compunzione profonda
c'è
gli
pesi
del
que-
in
un'ombra di soddisfa
nuova superbia; egli con
sto riconoscimento, e forse, invece,
zione nell'apparente umiltà, e di
fessa quel peccato nell'atto stesso che
si
riconosce libero,
quanto a uomo è dato, dal non elegante peccato dell'invidia.
Anche
lieve
scenetta, nella
la
non
e
sa
il
quale s'accorge di sentirsi più
perché,
alla risposta di Virgilio,
e,
si
cerca la fronte e trova che ne è caduto uno dei sette P,
impressivi dall'angelo, ha del grazioso, allietato quasi della
sorpresa, e ben
fanciullesca
gilio.
Il
patia che
sono
si
chiude col sorriso di Vir-
seniimento dell'invidia è ritratto senza quella sim-
non manca nei
ritratti dei
grandi superbi,
venzano: è
una mostruosità, una
lattia,
follia,
nel racconto della
senese che narra dell'incomprensibile bruciore che
il
i
quali
come Oderisi o spiriti generosi come Proritratto come una singolare e incomprensibile ma-
eletti artisti
le
dama
ardeva
sangue, dello strano atteggiarsi del suo animo, onde
ella
godeva degli altrui danni che non della ventura
propria, e soffriva se vedeva uom farsi lieto, e, dispettosa
assai pili
verso
li
i
suoi concittadini, se ne stette a pregar Dio perche
sconfìggere nel combattimento che ebbero coi
lasciasse
fiorentini, e
si
allegrò della fuga in cui furono volti e della
caccia loro data dai nemici, e le parve, in quel punto, di
aver toccato
E
tica,
la
sommo
della felicità e della fortuna.
dal malor civile, e la conformazione di un balzo del
Purgatoiio
della
il
ora Dante è ripreso dal pungolo della passione poli-
«
gli
richiama quello
ben guidata
»,
vista dell' invida
di
una regione
come sarcasticamente
di Firenze,
epiteteggia, e
donna senese gli suggerisce la satira
(« più vana dei francesi >), ed egli
contro quella gente vana
IV.
diverte con
si
Diana
delia
fatiche
loro
le
«
PURGATORIO
megalomanie
119
»
e illusioni,
con l'acqua
porto di Talamone, in cui profondono
col
e
IL
denari, e già par loro vedere le flotte pronte a
e
salpare donde non salperanno mai, e si pavoneggiano in
immaginazione come ammiragli, quali non saranno mai.
A Guido del Duca mette in bocca una rassegna delle varie
popolazioni del corso dell'Arno, raffigui'a te
e della
lupi e volpi,
come
decadenza e corruttela
porci, botoli,
di
quelle di
Romagna, sospirando invano i tempi trascorsi, la gentilezza
scomparsa, le virtuose donne e cavalieri e le nobili fatiche
e i ricreamenti, mossi da amore e cortesia. Qui si sogna, si
i
rimpiange,
piange e
si
ci
si
sdegna:
politica diventa
la
Più innanzi, Marco Lombardo
affetto di tutta l'anima.
un
fa
simile ritratto della regione lombarda, dove ancora solo in
vecchi l'età antica rampogna
tre
forma
processo
il
nuova; Ugo Capeto
la
discendenti, degeneri e perversi,
ai suoi
con tanta indignazione da consolarsi solo nell'aspettazione
matura
della vendetta che contro essi Dio
Forese esce nell'invettiva contro
non ben
In
donne
fioren-
avvertono, in quel detto che scoppia con opportu-
tine, e si
nità
nel suo segreto:
le sfacciate
giustificata, la
mossa
e
questa parte del Purgatorio
o
sioni estatiche
in
sogno,
abbandonarvisi o
l'atto di
e
il
tono oratorio.
il
si
moltiplicano
poeta
si
di destarsene,
le
vi-
sorprende nel-
con
la
mente
ri-
stretta dentro di sé, chiusa a ogni percezione dell'esterno,
meravigliato
l'uomo
che dal
scono,
di
questa
mondo
al
cielo, e tutto
si
potenza immaginativa
circostante e che non
assorto nelle
che va innanzi con
gli
che
ruba
può venire
altro
immagini che
occhi velati e
lo rapi-
le
gambe
avviluppate, «a guisa di cui vino o sonno piega», finché
a
un
tratto,
oppure
in
^i
egli
altro,
l'anima torna
vaga
finché gli
tramuta
in
«
alle cose
che son fuor
di pensiero in pensiero, e
occhi
si
chiudono,
sogno. Che cosa sono
i
e
di lei
vere
»
:
vaneggia d'uno
il
pensamento
fantasmi, nei quali
6
LA POESIA DI DANTE
120
cosi
la
sua immaginazione
perde? Sono tracce di cose
si
udite o lette, richiamate per
il
e che
sieri e gli affetti presenti,
legame che hanno coi pensi avvivano nei loro tratti
che riman-
salienti, nel gesto significante, in quelle parole
gono
lascia
incise nel profondo dell'animo.
i
Il
suoi e va a disputare coi dottori,
ricordo di Gesù, che
sull'entrare, con dolce atto di
ché
ci facesti
questo?
condensa nella
vi-
una donna che,
in
si
sione di un tempio con molta gente, e di
madre, dice:
— L'aneddoto
— Figliuolo, per-
della figliuola di Plsi-
strato è còlto nell'ultimo atto, nel dialogo di Pisistrato con la
moglie e nella risposta, filosoficamente benigna, del
momento che
vita di santo Stefano è tutta nel
si
aggrava a terra
occhi
sotto
1
pregando a Dio perdono pei suoi persecutori.
al cielo e
una
dell' Eneide si
fanciulla, che piange forte e dice:
ché per ira hai voluto
alquanto
giovanetto
colpi dei suoi carnefici, levando gli
Dal racconto dell'ultimo libro
di
il
re. Lia
artificiale, è,
toglierti la
più oltre,
il
alza la persona
—0
l'egina, per-
vita? — Meno
sogno con
felice, cioè
la visione della
femmina balba, di un'immagine-concetto, che non è né
tutto immagine né tutto concetto, ed ha dell'allegoria nel
senso deteriore.
Anche
in questa parte
cominciano a
farsi frequenti
estese le intramesse didascaliche: Virgilio schiarisce
accada che l'amor dt4)to, guanto più
ed
come
è distribuito fra molti,
in sorte; Marco
Lombardo confuta il falso giudizio che la corruttela del
mondo provenga dall'influsso dei cieli e ne dimostra l'ori-
tanto più fa ricchi
coloro
che
lo
hanno
gine nella mente umana, che non ha saputo tener distinti e
al pari vigorosi
la
<li
spada e
il
etica, sul
due poteri che debbono reggere
bene
o eccessivo o
dell'amore
i
pastorale; di nuovo, Virgilio spiega
e
il
difettivo
male come nascenti da
le società,
una pagina
retto o falso
amor«\ e sull'inclinazione naturale
e l'intervento in esso della libertà
morale; Stazio
disserta di fisica o fisiologia, svolgendo la teoria della gè-
IL
IV.
PURGATORIO
«
nerazione.
Non rappresenta
Dante,
travaglioso farsi del
stico,
il
che
si
già, questa poesia dottrinale di
vero, o lo spirito entusia-
annunziatore di verità nuove,
sa
rivoluzionarie, o
La sua drammatica
come
discente e del maestro:
del
originali,
cozzo d(41e opinioni e degli argomenti
il
in dialogo e in polemica.
quella
121
»
unicamente
è
vada
di chi
alla
scuola di dotti uomini, possessori di quel sapere che a lui
manca,
e ascolti le loro lezioni. Virgilio, terminata
una sua
spiegazione, guarda attento nel viso di Dante per vedere
se è soddisfatto, e Dante, che è già assillato
manda, tace per timidezza,
e l'altro,
«timido voler che non s'apriva»,
la
parola e
gli
gli
viene incontro con
porge ardire. Altra volta,
D.inte
dalla stessa timidezza: tenta di domandare,
tenta, simile (dice) « al
di volare e
cala
».
E
da nuova do-
che s'accorge di quei
non s'attenta D'abbandonar
dir,
ri-
cicognin che leva l'ala Per voglia
lo nido,
Virgilio l'incoraggia e gli dice sorridendo:
L'arco del
preso
è
arresta,
si
che insino
e giù la
«
Scocca
ferro hai tratto». Cosi questa
al
poesia è tutta informata dall'anima del maestro che sa, e
vuol render chiaro
il
concetto che espone, e
il
discente per abbracciarlo e
perciò
i
concetti esposti vi
si
si
piega verso
sollevarlo verso
il
vero; e
rivestono d'immagini corpu-
La forma susianziale, distinta e unita
alla materia, possiede una virtù specifica, che si sente solo
nell'operare e si dimostra solo nell'effetto, « come per verdi
lente e fulgidissime.
fronde in pianta vita
»
.
Le prime nozioni
sono nell'uomo, «come studio
in
ape
nel processo della formazione del feto,
si
volge lieto Sovra tant'arte di
da
l'intelletto possibile,
sé in sé rigira »:
«
lui creata,
e fassi
si
i
primi appetiti
mèle
giunge
».
Quando,
all'articola-
Lo Motor primo a lui
natura... »; par che ammiri
zione del cervello, Dio interviene:
ciò che la natura,
e
di far lo
«
ha ereato,
e vi spira dentro
un'alma sola Che vive
come (segue un nuovo paragone)
il
e sente e
calor
sole che, congiungendosi all'umore che cola dalla vite,
d(;l
si fa
^1i
l'
LA POESIA DI DANTE
122
vino.
Ma
si
diminuirebbe
la poesia didascalica dantesca,
S(^
la
confinasse a codeste immaj^ini sensuose e splendide, di cui
si
in ogni parte s'infiora. Poetica essa è nel
s'imprime
suo stesso moto, che
ai particolari, quali clie essi siano, nascenti dalla
chiarezza fantastica delle immagini o da quella inteltetttmte—delle distinzioni e divisioni, dei sillogismi,
menti del terzo escluso. Qui
ispettacolo estetico, di cui
('iome lo stesso
dilemmi e argo-
dialettica è convertita in
la
compiace; e qui verìimente
ci si
Dante aveva detto
in
una
delle sue canzoni
didascaliche) la filosofìa «di sé stessa s'innamora».
Tra queste
strarsi
visioni e addottrinamenti
personaggi del
i
dramma
non cessano
o della
mo-
di
commedia umana.
Papa Adriano V è ritrovato tra coloro che, bocconi per terra,
purgano l'avidità o avarizia. Era stato papa, ma ora è
un'anima come le altre, nella sua nudità, e a Dante che s'inginocchia come Se egli fosst- ancora rivestito della suprema
dignità, ricorda che ora, con lui e con gli altri, egli è sem-
plicemente
Avido già
ma
papato;
gli
«
conservo
e ambizioso,
»
una medesima possanza,
di
si
di Dio.
era, spingendosi, innalzato sino al
quel mese o poco più, in cui tenne l'alto
valse non a soddisfacimento dell'ambizione,
fargli sentire
zogna della
il
si
vuoto dell'ambizione, a scoprirgli
vita terrena, a dargli
il
la
E nemmeno può
clienti e cortigiani, tutti cattivi
ed egoisti; e
pensiero alla terra, scorge colà, nella
una
viventi,
nome
nipote, che ha
luto d'affetto e
Chi
la
m'è
di
una
là
i
folla
volgendo
degli ancora
lei
muida un
tacita aspettazione di sufifragio:
«
E
sa-
que-
rimasa».
non ha vagheggiato talvolta
morte,
solo,
Alagia, buona se non sarà
corrotta dall'esempio triste dei suoi; e a
sta sola
avvide
ora confor-
devozione serbatagli da amici e da parenti, da
tarsi della
il
men-
sentimento della respon-
sabilità, a riempirlo di umiltà. Salito cosi in alto, si
della sua pochezza e miseria.
uffizio,
invece a
propri amici,
i
cari
di rivedere,
vincendo
perduti, e riprendere con
IL
IV.
loro
PURGATORIO
«
123
>
discorsi sulle cose familiari od amate, e
i
particolari
non conosciuti
tempo, come se
in quel trascorso di
dopo lunga assenza per
si litiga
il
compagno
e ci s'infuria,
ci si ritrovasse
insieme
viag-gio o per altra separazione?
sta poesia è in fondo all'incontro
di gioventù,
apprendere
e raccontare ciò che è accaduto
di piaceri e di errori, eoi
ma
pur
Que-
con Forese Donati, l'amico
gli si
quale
vuol bene, e che assai
quando la morte lo portò via. Quanta e
quale vita ebbero in comune! « Qual fosti meco e quale teco
io fui!». E ora tacciono sulle loro comuni e scambievoli
è stato lagrimato
o solo velatameiìte vi accennano, e in quegli istanti
follie
di dolcezza risorgono le persone dilette, le creature pure,
che sono
la
parte pura dei loro comuni ricordi: la buona mo-
glie di Forese,
ha pianto
fede,
«
la
che egli chiama «la Nella mia»,
mia», che non
vella
mia
e
«vedo-
ha serbato
pregato per lui; e Piccarda,
la sorella,
che tra bella e buona
sorella
la
è dimenticata di lui, gli
si
Non
so qual fosse
più...», e che ora è in Paradiso e lo attende. L'amicizia,
cosi purificata,
si
ravviva, dolce e tenera,
e,
poiché sono
andati insieme alquanto e Forese gli ha mostrato cose e
persone del luogo dove
si
trova, e
dovranno provvisoria-
come obliando la terra
e la morte, e quasi il distacco sia per un nuovo viaggio,
amorevolmente e desiosamente: « Quando fia ch'io ti riveggia? ». Le altre cose dell'episodio, come la già notata invettiva contro le donne fiorentine o la predizione sul prossimo
ammazzamento di Corso Donati, non si legano al significato
mente
risepararsi, l'amico gli chiede,
poetico, e starno
che
E
ci
li
perché Dante, per suoi
fini,
ha voluto
fossero messe.
chi
non ha
uomini, che
ftima, e
il
si
caso
conoscevano
li
commozione di due
stimavano e amavano per
assistito talvolta alla
fa
e
finalmente incontrare senza che sap-
piano di trovarsi in presenza, e l'uno parla del suo desiderio di conoscer l'altro, e cosi
si
rivelano, e
il
sorriso si
LA POESIA DI DANTE
124
frammischia
commozione
alla reciproca
motivo poetico dell'incontro
È
e meraviglia?
il
con Virgilio. Cosi
Stazio
di
forse Dante dovè talvolta fantasticare d'incontrarsi con alcuno dei grandi del passato, dopo che si fosse fatto degno
di essi e
com'essi fosse portato sulle ale della fama: incon-
come discepolo con maestro, ma discepolo che ha
trarsi
onore
al
maestro ed è andato oltre
compiace nel riconoscere
i
nuovi pensieri,
dipendenza e insieme ammira
la
nuovi ritrovati,
i
che pure in qualche modo
lezza,
— Per
Virgilio, a queste parole,
ammiccando a
l'altro. Si
Virgilio;
legano
i
ed
Purga-
in
commosso,
con
«
sorride,
Dante che dà a conoscerlo
è
discorsi tra
al-
due poeti romani, e a Virgi-
i
rimasto pagano, Stazio che ha progredito ed è diventato
lio,
cristiano,
lui,
norma
sua
dalla
alla
sebbene nascosto, può dire che non solo mercé
mercé deìVEneìde,
perpetua
va
di trovarsi alla
anno
volge a Dante
si
viso che tacendo dicea: taci»; e Dante,
di
esser vissuto al
— dice Stazio, che non sa
del desiderato, — starei ancora un
—E
di bel-
appartengono perché
di Virgilio
presenza
torio.
nuove opere
le
gli
dall'opera di lui ebbero nascimento.
tempo
fatto
di lui, sicché questi si
profetica
nuova
la
quale ebbe madre e nutrice e
poeta,
nell'arte, fa
ma
che da
Che porta
il
lume dietro
dopo sé fa le persone dotte » E
dei comuni colleghi in poesia e in
.
nostro antico
>, di
e sé
come quei che
non giova. Ma
domanda
poi gli
letteratura, di
«
Varrone; e Virgilio
Cecilio, di Plauto, di
lattar più ch'altri
mai
»,
e
di desiderio
Il
all'udir
cuore di Dante
parlare di
cose, alla celebrazione della Poesia e del Poeta, del
che più dura e più onora
>:
che
«
le
e degli eroi e delle eroine che
Stazio aveva cantato nei suoi poemi.
gonfia d'amore
notizie
Terenzio
gliele dà, di essi e di altri ancora, e di quel greco
Muse
cioè
venne anche l'avviamento
poesia, gli
fede, alla beata sorte: «Facesti
di notte,
lui,
rapito, ascolta
poeti e degli eroi leggendari, dei quali
i
i
si
queste
«
nom.e
nomi dei grandi
due s'intrattengono
IL
IV.
come
«
125
»
che chiama
di persone familiari; quei loro discorsi,
ragioni
dolci
le
PURGATORIO
«
È
tare.
facile
»
introducono nei segreti del poe-
lo
,
avvertire la ricchezza di questa rappresen-
tazione a confronto del
sommario ragguaglio e del catalogo
il medesimo motivo a prin-
onomastico, con cui è trattato
prima cantica.
cipio della
Dalla letteratura antica
poranea
per
si
passa alla moderna e contem-
dei
tratti
solennità ammirativa
alla
e
alcuni
in
canti
per
succedendo
seguenti,
poesia
la
nella
sua idea,
poesia classica o tenuta classica, professioni di
la
fede, giudizi d'approvazione e riprovazione, atteggiamenti
Dante enuncia
polemici.
sua
nella
«il
poesia
la
amorosa;
padre suo e digli
altri
teoria
alla
saluta
in
quale
Guido
si
attenne
Guinizelli,
com-
suoi migliori », che mai
ponessero dolci e leggiadre rime; asserisce la superiorità
Arnaldo Daniello sopra
di
tutti gli altri poeti e
romanzieri
nota la tramontata riputazione di rimatori in volgare
confermando, con
liano,
l'effetto
accaduto,
la
giustezza dei
giudizi suoi e dell'aver egli tenuto diversa via. Versi
masti
celebri
tutti
citati, nei
nella storia letteraria e
j
ita-
ri-
continuamente
quali l'importanza critica è rialzata dalla bellezza
epigrafica ed epigrammatica della forma.
Par che Dante fosse d'avviso che
poeti, quando peccano, non peccano di basse o truci voglie e per malignità,
i
ma
solo d'incontinenza e sensualità: Stazio era tra
dighi, Bonagiunta tra
i
E
lussuriosi.
peccatacci
i
di
prammatica
e
i
pro-
Arnaldo sono tra
e
suoi
i
d'amore, e passare attraverso
fiamme: con qualche rossore,
che è
Guido
anch'asso. Dante, deve ora purgare
peceadigli
o
golosi.
non
si
din^bbe,
ma
di cuore, e al
le
con un rossore
quale non rispon-
dono vera vergogna, affanno, umiliazione: rossore da bambino còlto
nuovo, pur
mento
i
!
di
fallo, e
che forse sa che
nuovo ari'ossendo.
e d'atteggiamento
E
vi
si
farà cogliere di
con immagini
di senti-
bambinesche è rappresentato
il
suo
126
DANTE
P<1ESIA DI
I>A
A
sottomettersi pauroso e riluttante
passaggio tra
che scottano, facendosi da chi l'ha
curare, confortare, mostrare
pomo che
bel
il
le
fiamme
cura spingtTe, rassi-
in
gli si
darà in
dopo che avn\ compiuto quello sforzo: il pomo che
meno «.'he il rivedere alfine la donna amata, Bea-
premio
ò né più né
angelicata quanto si voglia, ma pur sempre donna e
donna amata. Malizia? Ironia? Sono parole che, a proposito
di Dante, non si osa mai pronunziare, e che certo, pronuntrice,
ziate
modo troppo
in
ma
stonerebbero;
spiccato,
è
certo
altrettanto che la schiettezza dei suoi affetti, la spontaneità
dei suoi moti,
veracità sua di poeta
la
ribellano a ogni
si
preconcetto disegno e danno forma e figura alle più impensate situazioni, alle più delicate sfumature dell'anima, e ai
loro contrasti, che sono anche, talvolta, alternanze di serio
e di giocoso.
Nell'attrazione e
tanti
attenzione a cosi vari spettacoli, a
cosi gradevoli
e
pensieri
discorsi, y^ar
e
che
si
sia
sentimento ammirante e godente, che alita
disperso quel
nei primi canti del Purgatorio, del viaggiare, della escur-
moncome quando
sione dilettosa pur nella fatica del salire una ripida
tagna; o esso
si
risente solo in fuggevoli tratti,
si
montana
è innanzi alla
via deserta, nel «livido color della
pietraia », o si è feriti dai raggi
che tramonta, e
si
il
o,
rivede
sole,
il
«
serotini e lucenti
infine,
si
dopo aver attraversato
balzo del fumo,
contempla nel
cielo
come un secchione che
mento ritorna pieno
dov'è
il
punto, e
si
gilata dai
—
vien
stendono
la
sui
pastore; e di
il
luna alouanto scema,
la
».
sommità
Ma
della
(iuel
senti-
montagna,
Paradiso terrestre. Virgilio e
sera
—
gradini
là, di
travede poco del eielo. ma,
il
le
vapori umidi e spessi,
i
tutto arda
nel toccare la
luogo che fu già
Stazio e Dante
del sole
mani, o
con
sole che traluce debole attraverso
« fatta
»
costretti a tarsi solecchio
si
ti"a
in
sofF«^rmano a un certo
cme
CjUi
greijire al riposo, vi-
rupi imminenti, s'in-
le
l
lembo,
le
stelle
che
IV.
IL
«
PURGATORIO
splendono più grandi e chiare del
del sole,
e
viva
Dante
s'inoltra,
127
»
Destatosi al sorger
solito.
bramoso, nella «divina foresta spessa
».
Che cosa
questa selva amena, nella quale
è
appare una bella giovane donna,
e scegliendo
da fiore? Non pochi
fior
al
poeta
che va cantando
sol'^tta,
critici
hanno preso
scandalo del colorito profano della pittura, e dei paragoni
con Proserpina e con Venere, come sconvenienti non solo
al
pensiero generale del
poema dantesco, ma anche
a quella
situazione particolare. Senonché, in verità, non s'intende
come mai
abbiano aspettato fino a questo punto per
essi
provare tale scandalo,
quale assai
al
luoghi dei canti
altri
buona ragione, sempre che
cerchi nella Commedia quel che non c'è e si voglia ri-
finora percorsi avrebbero dato
si
fiutare quel che c'è: cosa che, per parte nostra,
di
non
E
fare.
procuriamo
qui accetteremo semplicemente quella ven-
tina di terzine su Mitelda
più belle
— espressioni
comporre
in
come una
delle molte
— ma delle
della vaghezza che trae l'uomo a
immaginazione paesaggi incantevoli, animati da
incantevoli figure femminili. Tanti di questi giardini, boschetti,
selvette,
pratelli
e pastorelle e pulzellette belle e
coglienti Hoi'i e danzanti e cantanti
recente nella
lirica
comune motivo
e h» svolge,
f.>rnia di squisita
con grai
perfezione, in cui
il
della bellezza, dell'amore e del riso
magine («Di
ridica
ìli
diletto, in
si
suoi mi
riva dritta, Traendo
ufficio
ulti.no
già
nella
il
una nuova
fascino della gioventù,
esalta in
ogni im-
fece dono...»; «Ella
pili
color con le sue
Cantando come donna innamorata...
«
pt^rché
altro;
compie
dà
It-var gli occhi
dall'alti-a
mani... »;
erano avuti anche di
si
provenzale e italiana; e Dante ripiglia
»).
Non
c'è
seconda parte del canto Matilda
d'infnrmatrice (sebbene
il
«
corollaiio
»,
che
«per grazia», suoni comn una civettuola cor-
rezione e conferma insieme alle fantasie sull'età dell'oro
credute dai due poeti romani, sulle cui labbra
fiorisce,
a
LA POESIA DI DANTE
128
quelle spiegazioni, un riso), e poi è chiamata ad altri gravai
uffici,
con
meno
più o
allegorici,
che non hanno nulla da vedere
generata e apparve la
Dante ebbe diverse e maggiori ispiquel che importa è, che ebbe anche
Ih ispirazione poetica ond'ella fu
prima
volta. Si dirà che
ma
razioni di questa;
questa, e che questa è bella, della sua particolare bellezza
Anche quel
e leggiadria.
certo che di stilizzato che
nella rappresentazione del luogo
ameno,
si
avverte
ancora della
e più
bella donna, in ogni suo atto, passo e gesto, sta perfetta-
mente a posto
il
in
questo quadro, che esprime per l'appunta
gradevole nel suo aspetto generico, come gradimento della
bella natura e della bella creatura femminile,
che
si
accrescono l'uno con
impressione
^lentre
l'altro e
si
due gradimenti
fondono
in
un'unica
di terrestre beatitudine.
poeta
il
cammina
a paro a paro con Matelda,
ode una melodia, vede nello scenario della foresta un fuoca
acceso, e poi la melodia
si
ai
discerne meglio
quali
si fa
come
distinta
di sntte
vengono ventiquattro
come canto
e quel fuoco
candelabri ardenti, dietro
seniori,
a due a due, can-
tando. Passati questi, s'avanzano quattro animali ciascuno
con
sei
ale
tutto
occhi, e tra essi
un carro tirato da un
donne danzano ci.il
grifone, aureo e bianco-vermiglio; e tre
lato destro, l'una color
rosso,
l'altra smeraldo,
la
terza
bianco-neve, e dal lato sinistro quattro vestite di porpora^
delle quali, colei che le conduce, ha in fronte tre occhi.
A
questa pompa, seguono due vecchi, l'uno in abito di medico,
l'altro
con una spada
aspetto, e infine
in
mano,
e poi altri quattro in umile
ancora uno che procede dormendo con
faccia arguta. Fermatasi la processione, tra
fiori
appare sul cairo una donna velata
di
uà
nube
di
bianco, cinta
manto verde e veste color fianima, Beati'ice, che
parla a Dante e lo rimprovera e lo induce a conless;ire
d'oliva, in
i
suoi
falli
e a pentiisi e lo fa tuffare nel fiume deirobiio, nel
Lete, e poi gli
si
discopre.
La processione
riparte, Beatrice
IV.
scende dal carro,
IL
PURGATORIO
»
12i)
grifone Ioga questo a pie di
il
quale
dispogliata, la
«
si
rinnovella
tutta; e
Beatrice siede, circondata dalle sue donne.
A
un'aquila piomba dal cielo, rompe la scorza e
nuovi dell'albero e ferisce
fiori
una pianta
sotto di essa
un
tratto,
le foglie e
carro; al cui fondo
il
i
si
avventa una volpe, che Beatrice fuga, e l'aquila ridiscende
e cosparge quel fondo con le sue penne: poi dalla terra
sbuca un drago, che spezza e trae seco parte del carro e il resto si copre di gramigna. Indi questo rudere mette fuori tre
teste con due corna e quattro con uno, diventa un mostro, e
sopra
mostro
il
asside una meretrice, che un gigante ba-
si
guarda con
cia e sorveglia, e, poiché quella
pronti e
glie
si
affisa nel poeta,
il
drudo
gli
occhi intorno
la flagella tutta, e scio-
mostro e fugge sovr'esso con quella per
il
la selva.
Beatrice annunzia allora a Dante la venuta di un messo
Dio che ucciderà
di
che con
lei
i
due empì,
Queste scene degli ultimi
dramma
avvicinate a un
e
presentazioni,
gli
atti
che
meretrice e
Ccinti
il
gigante
del Purgatorio sono state
liturgico o a
ravvicinamento ha del vero.
il
la
delinque.
Ma
un auto sacramentai^
codesta sorta di rap-
mirabili e strane figure che vi compaiono,
le
vi
si
compiono,
gli
eventi che vi accadono,
servono, colpendo l'immaginazione, a fermare l'attenzione
perché la niente accolga un insegnamento o un ammoni-
mento, che è poi
illustrato dalle scritte
le fijfure, o dai discorsi che loro
pongono
in bocca, o dalle
come in un libretto espliLe immagini, dunque, non hanno in tal caso diretto
spiegazioni che
cativo.
si
che accompagnana
si
valore di poesia,
offrono quasi
ma
sono segni e mezzi per altra cosa: a
un dipresso come ancor oggi (lasciando stare che ancora
oggi
sacre
si
rivedono nelle feste dei paeselli residui e tracce di
rappresentazioni)
si
usa
negli
abecedarì
illustrati
per bambini, dove una vistosa figura sta a lato di ogni
lettera, e, attirando la curiosità,
B. Croce,
Li
potsia di Dante,
dà
il
modo
di far "leggere
9
*'M
LA POESIA DI DANTE
130
spiegazione manca, quando mancano
ciò che
setti,
E quando
e ben imprimerla nella memoria.
la lettera
si
le scritte
e
i
la
discor-
vede è una semplice mascherata ossia una
sequela d'immagini bizzarre,
tra
loro
incoerenti
o
poco
coerenti, senza ;ilcun significato né intrinseco né estrinseco.
Nel caso presente,
1
di
a
si
Dante
spiegazione manca, cioè
stesso; e al pensiero di quella
può bensì indicare
l\,della
(la
e
la
il
all'
commento
incirca o nel complesso (la storia
Chiesa), e anche veder chiaro in alcuni particolari
meretrice e
il
romana
gigante, che significano la Chiesa
re di Francia),
ma
è
vana pretesa determinarlo
parte (agli occhi di Beatrice, sopra lui
«
il
rappresentazione
fissi, il
in ogni
grifone raggia
or con uni or con altri reggimenti »: vorrà dire che la teo-
in Gesù, or lo considera come Dio, ora come
uomo; o che cos'altro?); sicché parrebbe doversi concludere,
come in effetto alcuni critici concludono, che questa roba,
logia, fissa
che ora Dante
offre, sta tra l'allegoria
Ma
mascherata.
se
il
impoetica e l'impoetica
ravvicinamento
e agli autos sacrarne ntales
ai
drammi
ha del vero, non
è
liturgici
vero intera-
mente, e anzi non è punto vero nella sostanza; perché qui
il
poeta non compone esso,
ma
ziale) rifa e imita gli effetti di
;
gli
accade d'assistere
In altri termini,
materia;
e,
il
e di
(e
la
differenza
un dramma
è sostan-
liturgico, a cui
prender parte.
dramma
liturgico è qui abbassato a
oscuro o no che sia nel suo significato riposto,
o in parte oscuro e in parte chiaro, quel che predomina è
il
sentire del poeta, che vede svolgersi dinanzi agli occhi
alcune delle tante immagini, gravide di misterioso significato,
a cui
la letteratura biblica
e cristiana e l'arte sacra
avevano adusato gli spiriti. Donde la particolare poesia che
si sente e si gode in questa parte del poema, la quale si
sottrae alla frigidità dell'allegorismo, perché
ma
non serve
al-
presuppone e se ne serve. Allegorica e
impoetica sarà una pittura che non ha il suo motivo in sé
l'allegoria,
la
IL
IV,
Stessa,
mente
ma
in
fissato;
pittura, che
più impoetica, né allegorica, un'altra
prima a sua materia
la
pressione, che essa ha suscitata
qui espressamente
131
>
pensieri di cui è segno convenzionai-
certi
ma non
prenda
PURGATORIO
«
nell'artista.
sue fonti e
le
e ritragga l'im-/
Dante richiama
suoi autori:
i
«Ma
Dante ammira, da
Ezechiel... Giovanni è meco...»;
svolgono innanzi
leggi
Non che Roma
parvenze che
di
carro cosi bello Rallegrasse Africano ovvero Augusto,
Ma
quel del Sol saria pover con elio
colori
Da
e
di
suoni
:
«
tutte parti per la
Ed
ecco un
gran
»
«
:
-,
artista,
le
gli si
i
Ij
e le circonfonde di
;
lustro subito
trascorse
Ed una melodia dolce
foresta..
correva Per l'aer luminoso...».
Su questa decorazione
littica si svolge,
interpetri,
se
il
provenienza
di
e fattura apoca-
com' è stato concordemente avvertito dagli
dramma umano;
ossia, in
ne trova un'altra, a intender
mezzo a questa
poesia,
quale bisogna altresì
la
prescindere da ogni significato allegorico, e dimeuticarCj
quello che Beatrice allegoricamente
poeta a un tratto non
Ragione umana
si
Come
Virgilio che
il'
trova più a fianco, non è qui la
ma
o altra tal cosa,
e noi abbiamo avuto
cui figura
si
è.
compagno
e
quel Virgilio che egli
guida nel viaggio, e la
lega a tutte le impressioni e commozioni finora
provate, ond'egli e noi sentiamo uno schianto allorché ci
avvediamo che è
trice è
sparito,
che l'abbiamo perduto; cosi Bea-
semplicemente la donna amata nella prima giovinezza,
l'ideale intorno a cui e in cui
tutti, di
si
sono esaltati
generosità, di vita pura, di felicità, di affetto e bontà,
di nobile operosità, di sublime religione.
si
gli altri ideali
E
poi quell'ideale
è distaccato da noi, fortuna o morte o nostra colpa
ce
l'ha tolto, e la vita nostra è corsa dietro ad altri ideali,
angusti, inferiori, mutevoli, inseguentisi; spinta a essi da
impulsi che via via
veemente, soggiacendo
a cui
valere in
modo
alle contingenze, alla società in
mezzo
si
sono svolti e
ci si è trovati, ai casi
che
ci
fatti
hanno avviluppati,
alla
1
LA POESIA
132
logica
passioni
delle
quando
quando
che
DANTE
DI
ha trascinati. Ed ecco che
ci
nausea e
rimorso
la
sazietà e la
ci
sentiamo avvelenati dei veleni che
il
stessa febbrile azione e passione ha prodotti,
ne siamo
e
sviati
lontani, quell'ideale
ha
ci
presi,
nostra
la
quando più
torna innanzi:
ci
noi mutati e stanchi, esso immutato, anzi fatto più bello e
vivo e raggiante nel tempo che è trascorso e per effetto
ormni tra noi ed
della distanza che è
sciamo e chiniamo
il
Noi
esso.
lo ricono-
volto tra dolore e vergogna; esso ci
riconosce, ci rimprovera,
compatisce, e
ci
si
appresta a con-
fortarci e a sorreggerci, perché pur
si
perché fu nostro e nostro ancora
prova in quella stessa
si
sente a noi legato,
nostra ambascia, in quella vergogna, in quello smarrimento,
in cui ci
vede immersi e brancolanti.
Poiché
come non
situazione è divenuta affatto diversa, Beatrice,
la
non è nemmeno
è qui un'allegoria, cosi
rime giovanili e del giovanile libro
trice delle
di
la
Bea-
devozione:
un personaggio che ha in sé la storia dell'antica Beatrice,
ha in sé un passato che, con la costanza del nome, le con-
è
ma
ferisce un'aureola di ricordi,
è nuova, solenne, severa,
sapiente, consapevole, e pure amorevole.
può riamarla
modo
ma ormai
quei cuori,
è
nel
di
prima, cosi ella non può amarlo
come prima: l'amore
e guardarlo
Come Dante non
è certamente in entrambi
diversamente intonato: Dante
affatto
come un suddito innanzi a
colei
che
amò
in
che ora è diventata una regina; nel suo amore
os?»r di
amare, pur amando, c'è
gioventù e
ci
è
il
non
coscienza del suo minor
la
uomo che ama, e, al tempo
traviato; lo ama ed è insieme
valore: Beatrice ha davanti un
stesso,
un
figliuolo debole e
materna, materna nella cura che di
nel cipiglio
con
lei,
più
che
gli
belli
mostra. Tutti
i
lui
prende, materna
sogni giovanili tornano
che prima non fossero; tornano
in quel-
l'apparizione fulgente e maestosa, velata e pur riconosciuta
attraverso
il
bianco velo; e
il
primo momento è quello del-
IV.
IL
«
PURGATORIO
133
»
r inflitto rimprovero (un rimprovero che
stessa
prima die nel
è nella presenza
detto), e della contrazione dolorosa; fla-
compatimento distende quella contrazione, liquefa quel dolore e le lacrime sgorgano benefiche
e tutto l'essere s'abbandona alla dolce amorevolezza di
ché una parola altrui
quegli istanti.
Il
di
secondo momento è più pacato, è quello
della rimemorazione, in cui ripassano le speranze e
e buone prove d' un tempo,
e,
a contrasto,
il
promesse
traviamento ac-
caduto, che non fu però tale da annullare ciò che era primitiva e naturale disposizione, ciò che rivivrà e già rivive in
quell'atto.
Il
terzo
timida, balbettata,
sulla rozzezza
con
momento provoca e ottiene la confessione,
come di chi rifugge dal fermare la mente
vergognosa del peccato commesso; e
tante commozioni,
si
chiude
acuta del rimorso che l'uomo scosso da
la trafittura cosi
,
sviene,
e,
cosi svenuto,
è
tuffato dal-
l'amica di Beatrice nella pura onda del fiume dell'oblio.
po' dopo,
quando Dante ha
ha udito da Beatrice
la profezia e
ricevuta la propria mis-
sione, ritornandosi col discorso sul suo straniamento
e non rammentando Dante
egli si sia
di alcun
mai reso colpevole,
e
male o errore
da
lei
di cui
dicendo ciò candidamente.
Beatrice può alfine sorridergli, guardandolo benigna, e
spondergli:
Un
assistito al mistero del carro, e
— Se tu non te ne rammenti, vorrai
mentarti che hai bevuto l'acqua del Lete!
ri-
almeno ram-
V
IL
wueste
*
PARADISO».
figure e queste scene, affettuose, tenere, malinco-
vanno dileguando,
niche, grazioso,
fatto, nella terza cantica,
o presto spariscono af-
nella terza e ultima
grande rac-
colta di liriche della maturità di Dante.
Beatrice adempie ora le parti di Virgilio, fa da guida,
da informatrice, da interpetre. Dante l'ha ritrovata e subito
dopo r ha riperduta in quanto ideale ed espressione del suo
cuore: il dramma dell'amore tace innanzi al gran compito
di salire con
di stella in stella, e tutto
lei
udire e apprendere.
qua
e là
Ma non
non risorga
o baleni. Beatrice, nel suo insegnare
e dimostrare, è sentita talvolta
che ha compiuto
e
il
premio,
e fa
il
vedere e tutto
tace sino al punto che l'affetto
come una
sorella maggiore,
corso degli studi e ottenuto
scuola al minor fratello,
il
il
diploma
quale è ancora
assai indietro ed erra in incertezze ed è irretito e tormentato
da dubbi, da pregiudizi e da
falsi concetti, e talvolta le
dice grosse. Al che ella risponde, volgendoglisi
ciul deliro, ora
«
pueril coto
»
,
come a
fan-
con sopportazione, ora con sorriso pel suo
per
mente prendendo a
il
suo pensare fanciullesco, e paziente-
istruirlo.
lezza, è la dolce guida,
Ed
è bellissima, radiosa di bel-
«che sorridendo ardea negli occhi
LA POESIA DI DANTE
136
che rivolge pur sempre «ver
santi», e
contemplarla è gioia e rapimento.
Ed
lo cielo
viso»:
il
ella lo sa e talvolta
«Vincendo me col
lume d'un sorriso, Ella mi disse: —Volgiti ed ascolta, Che
non pur nei miei occhi è paradiso » Tal'altra volta assiste
se ne compiace, con grazia femminile:
.
ai misteri celesti e alle manifestazioni dello
come donna
proprio
danza:
al cielo
che
cosparge
prorompere l'invettiva
impallidisce,
«
carne e nervi, con femminea trepi-
di
si
sdegno divino,
mentre
di color rosso
di san Pietro, ella si
sta per
cangia in volto,
...come donna onesta, che permane Di sé
cura, e per l'altrui fallanza, Pure ascoltando, timida
si-
fané
».
Alla fine, dal fianco di Dante vola rapida a riprendere
il
suo seggio tra
Dio,
»•
e,
«
che
si
i
si
beati; ed egli la rivedi"^ cinta della luce di
facea corona Riflettendo da sé gli eterni rai»,
un'orazione di ringraziamento e di preghiera;
le innalza
cosi lontana, ella sorride ancora e lo riguarda, e poi
rituffa
Dio: «Poi
in
si
si
tornò all'eterna fontana». T/idea
mistica, che nella lirica dello
stil
novo rimaneva
ciale o astratta, qui si attua poeticamente, e
si
superfi-
coglie dav-
ll
vero l'elevazione e
lettuale,
dal
dell'altro e
il
trapasso dall'amor sensibile all'intel-
terreno al celeste,
l'uno semplice annunzio
che è negato nell'altro e muore
in esso,
inviando
un ultimo suo raggio.
Ancora
delle
figure
al principio della cantica ci si fa
che appartengono
alla
innanzi taluna
famiglia di quelle del
Purgatorio: Piccarda, la sorella di Forese, che Dante aveva
avuta fraternamente cara, come una fragile creatura di
bontà e
di
sventura, divelta e trascinata nella tempesta
delle passioni politiche
<i
di'l
tempo. È una Clarissa, che
fu
forza tolta dal suo convento e costretta al matrimonio; ma.
come
nel cuore rimase sposa di Gesù, cosi è ancora una
nionacella soave che traspare, con altre
cristallina e lucida sfera,
evanescente, come
«
anime
appena segnata
sorelle, dalla
nei contorni, quasi
perla in bianca fronte
».
E
la
sua parola
V.
è
lieta,
IL
«
quasi allegra, detta
PARADISO
«
137
»
con occhi ridenti
»,
nella gioia
dell'aniraa pura e dello stato paradisiaco, al rivedere l'antico
suo conoscente («Non mi
affabilità,
come
-come Beatrice,
muove Dante,
celerà l'esser più bella...
ti
ri-
Piccarda»); e risponde con prontezza e
guarda... io son
si
ma
deve
alle giuste richieste;
alquanto diversamente,
e anch'ella,
domande che
alle
inesperto ancora del divino regno, sorride con
amabile condiscendenza, prima
di rispondere: «
tr'ombre pria sorrise un poco».
strappata, è per
lei « la
Il
Con
quell'al-
monastero, dal quale fu
dolce chiostra»; accennando a una
panno monacale, che copriva il
capo di colei, «l'ombra delle sacre bende»: immagini idilliache, di sacro idillio. Non riesce a pronunziare una parola
troppo forte nel toccare del sacrilegio compiuto sopra lei:
coloro che lo compirono, furono, non propriamente scelle
rati, ma ^ uomini a mal più che a ben usi ». La sua diversa
e combattuta vita di monaca-sposa è chiusa tutta in un sospiro d'angoscia su quel passato: «Dio lo si sa qual poi
mia vita fusi! ». La monacella, adusata alla rinunzia e alla
gioia dell'obbedienza, è ora tale anche nell'altro mondo,
sua compagna, chiama
innanzi
al
giudizio
il
di
Dio:
«Frate,
la
volontà
nostra
quieta Virtù di carità, che fa volerne Sol quel ch'avemo,
e d'altro non
ci
asseta».
Appartiene alla stessa famiglia d'anime,
mente delineato. Romeo,
ma
è più rapida-
che
la virtù disconosciuta e
si
fa
conoscere con l'austera rinunzia e rifulge tanto più viva
()uanto più la sua vita materiale è
vecchio mendicante. Più in
principe che Dante assai
là,
amò
grama
e stentata, da povero
Carlo Martello,
il
e in cui vide grandi
giovane
promesse
del futuro, dice la malinconia di una magnifica e benefica
regalità, spezzata
prima che ottenuta. E quando
anche ricordata Cunizza,
grande amorosa,
magna meretrix dei
generosa e alla quale non si
d'amore,
e
la
la
cronisti,
ma
si
sarà
la peccatrice
di
buon cuore
sa esser severi, e che ella
LA POESIA DI DANTE
138
stessa non sembra severa neppur con sé stessa, e a sé medesma indulge «la cagfion di sua sorte», non solo contenta
alla giustizia divina,
ma
disposta (quasi
direbbe) a rico-
si
minciare per meritare quella proporzione
di giustizia;
—
si
sarà raccolto forse tutto quanto la terza cantica offre della
umana («umana»,
lirica
I
j
»
termine del Paradiso,
un Catone benevolo e
nel
senso corrente di
altre
due cantiche. Al
un vecchio, quasi
beninteso,
cosi copiosa nelle
\kiuesta parola),
è
figura
la
di
san Bernardo, che consola solo
lieto,
a vederlo: «Diffuso era per gli occhi e per le gene Di be-
nigna
letizia in atto pio,
Tanto
lieto e
Quale a tenero padre
gaiezza spirituale indirizzare
gran luce
si
conviene».
benevolo, che non sa altrimenti che con questa
occhi di Dante a mirare la
«Bernardo m'accennava
Dio:
di
gli
Perch'io guardassi in suso...
sorrideva.
e
Li cibbiamo incontrati questi
».
cari vecchi, nel corso della nostra vita puerile e giovanile,
e cosi ci
che
ci
belle e alte cose a noi
attua,
come
nuove,
di meraviglia e di gioia.
viaggio continua, facendosi prodigioso nel
Il
si
hanno mostrato tante
riempivano
modo
in cui
era solo a tratti nelle cantiche precedenti.
E, ripigliando
il
racconto,
poeta narra come egli s'in-
il
nalzasse alla sfera del fuoco senza avvedersene, guardando
negli occhi di Beatrice, che
prodigio che
si
guardavano
sicché non
in cui
farsi
si
si
lo
anima
e corpo, tirato da
rende leggiero e rapido
accorge del moto
ma
al
solo del
una
par di folgore,
mutato luogo
ritrova è che gli è indicato di volta in volta dal
ancor più bella della sua guida. Dapprima, nel cer-
chio della Luna, ha
<
nell'eterne cose:
ripete di volta in volta, nell'ascesa di sfera
in sfera. Egli sale realmente,
potenza che
fisi
la
sensazione
lucida, spessa, solida e pulita
»
al .sole, e di esservi
ricevuto nel
aprirsi, riceve in sé
un raggio
di
penetrare in una nube,
come diamante
modo
scintillante
in cui l'acqua,
senza
di luce. Poi, passa a luce
pre più viva, a laghi di luce, in cui rifulgono lumi
sem-
l'isaltanti
IL
V.
PARADISO
«
vivi, e tra quella luce
pili
ode
mirabili, ed egli
da quei lumi suonano canti
e
insegnamenti e ammonimenti e
alti
suprema
profezie; finché giunge alla
trina unità di Dio, innanzi alla quale
Il
139
»
luce, a quella della
il
viaggio ha termine.
mondo
sentimento, che accompagna questo viaggio nel
della luce e del canto, è l'ebbrezza del
una
gioia, di
godimento e della
gioia fisica e spirituale insieme, perché luce
anime
e canto, santità delle
e giustizia,
bontà e maestà
vina concorrono vertiginosamente a inebbriare
spirito.
tono del ra(^conto diventa ammirativo, esclama-jf
Il
«Ciò ch'io vedeva, mi sembrav^
tivo, entusiastico, rapito.
un
l'udire
mia ebbrezza Entrava peni
Dell'universo, perché
riso
per
e
vita integra
chezza!
di-
sensi e lo
i
È
».
lo
viso.
d'amore
il
O
ineffabile allegrezza!
gioia!
senza brama sicura
e di pace!
Oi
rie-
tono generale dell'ultima cantica, quello che
|-
r
sorregge e avvolge
tutti gli altri.
Ma, pur in mezzo a questo dilagare e continuo accrescersi di luce su luce, e a questi inebbriamenti,
dismette
poeta non
il
suo atteggiamento di buon viaggiatore curioso
il
e attento, di osservatore e descrittore: la sua vista (com'egli
dice in
stesso
prende
tutto
un punto) non
quanto
II
e
il
« si
smarrisce
quale di quell'allegrezza
»,
»:
ma
con cura diligente perché pensa che dovrà
vere su quell'argomento: quasi peregrino, che vede
del suo voto,
«e spera
ridir com'ello
di
rappresenta accuratamente
i
modo
gli si
scri-
tempio
il
stea». Cosi egli
e,
per renderli
Una corona
di
«
più fulgori
», vivi
e vincenti,
dispone intorno e gira e canta tre volte,
mina con l'immagine
di
una
alla
danza,
ma
si
deter-
brigatella di donne, che bal-
lano e cantano la ballata, e che
termine
i)oi
esatto e nitido, ricorre a paragoni di cose consuete
e familiari.
che
tutto
mirabili o bizzarri spettacoli di
luce e di lumi, che gli è dato contemplare;
in
«
ed esamina
« tacite,
si
arrestano, non per porre
ascoltando
»,
per raccogliere
la ripresa dalle labbra della guidatrice e replicarla ripigliando-
LA POESIA DI DANTE
140
il
si
Quando quei
giro.
candelier candelo
e
dall'alto
punto
al
il
loro canto,
« come a
una croce luminosa,
prima,
iu cui era
Dai due bracci
».
bassi^,
al
hanno terminato
fulg-ori
fermano ciascuno
di
muovono lumi e scintillano forte
come si vedono muovere pel
si
neir incontrarsi all'incrocio:
raggio che entra per
corpi,
di
.
e
il
socchiuse imposte, diritte e torte,
le
mutando
veloci e tarde,
lumi
modo
in
<r
come
fosse bugio
prende sua forma
compongono
suo discorso parla di
altri
lumi
zando intorno
mando
»
,
paragonato
è
il
al
«
modo
particolare, vibrano alle
si
guizzo della corda», anzi,
il
pur come
battei' d'occhi si
ai cerchi di
il
di
un meccanismo
più
o
il
«
d'api,
»
».
e fiam-
men
poeta
di orologio,
veloci
li
])ara-
che girano in
quieto pare e l'ultimo
che voli». Le schiere angeliche salgono
come sciame
poli
< fissi
comete»,
primo, a chi pon mente,
rosa dei santi,
con
concorda
dispongono a sfere concentriche, dan-
riguardante c'ome su
«a guisa
forte
modo che
suono che
che penetra
ciglio dell'aquila, poiché questa nel
secondo l'intensità della loro beatitudine, e
gona
al
zampogna. Due dei
forellini della
essi in
Fa seguitare
aggiunto paragone,
Ancora:
di suono,
fiammelle: cosi come «a buon cantor buon
le loro
citarista
•
mormorio
il
collo della cetra e al fiato
al
canne ed esce pei
lumi, che
parole
:
voce distinta, salendo su pel collo del singolare
fa
uccello,
nelle
come una
loro voci .che escono
le
voce sola dal becco di quell'aquila
si
particelle dei
dispongono nella forma di un'aquila luminosa
si
accordano
che
minute
aspetto, le
pulviscolo che è sospeso nell'aria. Un'altra schiera
che
e
si
discendono dalla
posa sui
fiori,
e
torna all'alveare per distillarne miele, e ritorna a posarsi
sui fiori. Talvolta questo proccss
dere evidenti
coso travaglio. Immagini (dice
cupe», immagini quindici
•dell'Orsa
»
con cui
gli spettacoli celestiali, è
maggiore
e le
il
stelle
si
cerca di ren-
sorpreso nel suo
poeta), «chi
maggiori, più
fati-
bene intender^
le sette stelle
due della minore, disposte dodici e
T.
(lodici
in
due segni
IL
PARADISO
«
141
»
due cerchi, l'uno
in cielo, girarsi in
innanzi e l'altro dietro; «ed avrà quasi l'ombra della vera
Che circulava
Costellazione e della doppia danza
dov'io era>. Tal'altra volta, non
listiche
si
il
punto
rifugge dalle più rea-
determinazioni comparative; e di un'anima che
nasconde nella sua luce,
un baco
seta fasciato»,
Adamo, che
si
si
dice che pareva
«
quella del
nel bozzolo; e
si
animai di sua
padre
dibatte nel suo involucro di luce, disponen-
domande, è assimigliata alla figura
un animale che, coperto di un drappo, vi s'agita dentro
l'invoglia segue i furiosi movimenti onde tenta liberarsi.
dosi a rispondere alle
di
e
Questi spettacoli di luce e di canto, oltre
letterale e poetico
vano
altresì
torio.
Senonché,
sensi se
e, di
Il
ne hanno un
torm(>nti dell'Inferno e
1
in
questa terza parte della Commedia,
più,
tendono a entrare l'uno
chissimi, e anzi quasi a
sua tavolozza a un
non
se
l'ave-
i
due
ne stanno assai meno distaccati che nelle due prime,
gran lunga
ziare se
come
castighi del Ptirga-
concetto della gioia paradisiaca restringe
la
un ordine
sol colore,
solo
il
nell'altro.
poeta a po-
d'immagini, riduce
che egli non può differen-
non nel grado, nel meno
e più, e
non può variare
nella configurazione spaziale, e talvolta nella sola
scelta dei vocaboli e dei paragoni.
il
i
loro senso
il
altro, dottrinale,
Onde l'impressione che
lettore riceve, in più luoghi di quelle scene, dello sforzo,
una valentia che è sforzo, e che si ammira non come un
moto naturale, ma come un gioco ginnastico (e molti, dimendi
tichi di quel
che
sia
propriamente poesia, riversano l'am-
mirazione su questi luoghi del Paradiso, prodigando lodi
dubbia legittimità
di
estetica):
l'impressione
di
una
ric-
chezza esuberante, che ha della povertà e nasce da una
certa povertà,
come
lustro di cui questa
non infrequente impressione
di
di
si
ricopre. Tale
povertà nella profusione, e
vuoto nel pieno, è accresciuta dal carattere maravigiioso,
ma
intellettualistico,
sebbene ingenuamente escogitato, di
LA POESIA DI DANTE
142
quelle luci, che
ordinano in ruote,
si
aquila, in iscala, in lettere
compongono
lettere,
in croce, in rosa, in
d'alfabeto,
raccostando
e,
le
con motti e ammonimenti.
scritte latine
E, in questa terza parte, nelle rappresentazioni paradisia-
che,
poeta avverte
il
il
bisogno, e con pari candidezza lo
soddisfa, di rialzare l'effetto con le iperboli negative; per
esempio, con l'osservare che
l'arte, tutte
che mi
bellezze della natura e del-
le
adunate, varrebbero niente
rifulse >, o che,
comparata
al
«
ver
lo
piacer divin
suono della
lira
da
lui
qualunque più dolce melodia terrena «parrebbe nube
udita,
che squarciata tuona
con
efficace,
le
>
mezzo
e,
;
anche meno
rettorico
continue proteste, che ciò che egli vede è
indescrivibile e ineffabile. Al principio, annunzia che nel-
l'empireo vide cose
«
che ridire
Né
discende», e invoca non solo quel
«ambedue»,
anche
cioè
del vedere che fu
tutto
può chi
di
di lassù
Parnaso
»
«
maggiore del parlar nostro»;
l'arte e l'uso»,
modo «che mai s'immaginasse»; che
l'ingegno
«
«non
lo
»;
penna
clie la
«
getto,
]\
egli
e,
lungo
«
salta
la
non direbbe
sua «memoria»
ciò che
»
ha
udito,
scrive», perché la fantasia non glielo «ridice»,
e l'immaginazione umana, nonché
.
ma
corso, ripete, quasi a ogni occasione, che, se chia-
il
vince
che
l'aiuto di Apollo; alla fine, riparla
masse a raccolta «lo ingegno,
e
sa né
giogo
bastò per le altre due cantiche, l'aiuto delle Muse,
gli
in
«
troppo color vivo
»
il
e simili.
parlare,
La
è,
a quell'og-
luce, la gioia, che
vorrebbe pensare e rappresentare, è cosi pura, perfetta
e santa, cosi assoluta, che
si
converte sovente in un'astrat-
come tale, non si può rappresentare e neppure penNon si pensa e non si rappresenta se non la gioia con-
tezza, e,
sare.
creta,
che nasce dal dolore ed
è
venata
di dolore e torna
al dolore; la luce che è insieme ombra, e combatte con
l'ombra, e
la
vince e n'è in parte vinta.
D'altro canto, e
senso,
il
come
ineluttabile conseguenza,
il
secondo
senso spirituale di quelle rapfìresentazioni, è con-
V. IL
«
PARADISO
143
»
tinuainente compromesso dalle rappresentazioni stesse, che,
quantunque
limitate e frenate dal concetto,
debbono tuttavia
essere rappresentazioni, e tirano in giù col loro peso. Donde,
in
tanto infinito, alcunché di troppo lìnito, e talora per-
fino di grottesco,
che viene appunto dal contrasto tra l'in-
finito dell'intenzione e
si
il
finito della
rappresentazione. Ciò
avverte non soltanto nelle già ricordate rappresentazioni
di spettacoli di luce, che suggeriscono alcune
cordo
di
volte
il
ri-
luminarie e di fuochi d'artifizio, e non soltanto
negli estremi dei paragoni dell'anima col baco
da seta o di
Adamo
ma
con l'animale che «coverto broglia»;
paragoni, anche
più
i
fini e nobili e leggiadri,
sono presi dalla terra e dalle cose terrene, e
in tutti
perché
tutti,
1
tutti
rendendo
evidenti gli spettacoli, insieme ne violano l'idealità, e perciò
li
abbassano e
li
materializzano alquanto. Insomma, quella
monotonia, quelle ripetizioni, quegli
quelle puerilità, che
sità,
quell'artiflcio-
sforzi,
sono state troppo severamente
notate nel Paradiso, e hanno fatto scuotere
la testa
innanzi
come ardimento versCì
fallacemente riportarlo a un vizio della ma-
all'ardimento del poeta e considerarlo
l'impossibile, e
teria, particolare al
Paradiso ed estraneo alla materia delle
altre
due cantiche, è invece qualcosa che
le tre
cantiche,
ma
nella terza
si
si
trova in tutte
accentua proprio nella rap-
presentazione che fa da scena o da sfondo: l'ubbidienza
all'assunto didascalico, ossia al
Per
si
«
romanzo
teologico >.
tale ragione, del viaggio paradisiaco
ritengono e carezzano nella memoria
le
per solito non
grandi rappre-
sentazioni simboliche di luce e canti, ciò che costò all'autore
maggiore
fatica d'ideazione e
ha posto
principale, e che ancora ci abbarbaglia la vista,
e
si
sforma e confonde nel
che nella trama della cantica
ricoi-do,
sioni di bellezza e di lietezza,
i
ma
alcune particolari
paesau^gi fantastici o
i
vi-
lembi
di paesaggi fantastici che pur ci sono. Si lasci agli estetizzanti e ai professionali della sublimità,
come
di estasiarsi
LA POESIA DI DANTE
144
sulla bellezza
architettonica» della Commedia, cosi di esal-
«
della luce e del suono, e
particolari. Delle
che
cerchino invece quelle visioni
si
può valere come esempio
quali
il
lume
poeta vede, in forma di riviera, acqua luminosa o
il
luce scorrente
come fiume,
si
^
«fulvido di fulgore», tra due rive,
una primavera
cosparse mirabilmente di
viva:
mondo
freddo sulla grandiosità e sul fascino di questo
tarsi a
di
E
fiori.
cosa
prova ancora una volta innanzi ad essa quel pura
senso di vitalità, che abbiamo notato in molte figurazioni
Commedia, e che anima
(Iella
esseri e paesaggi, infernali,
ma
crepuscolari e paradisiaci,
una
di
vitalità
che gioisce
adesso in quel che di più fresco e gentile e soave possono
i
sensi
umani bfamare,
e passa in
cere a estremo piacere.
E
d'ogni parte
si
conserive. Poi,
«
Di
tal
mettean nei
come
perpetuo da estremo pia-
fiumana uscian
fiori.
faville vive,
Quasi rubin che oro
cir-
inebriate dagli odori, Riprofondavan
sé nel miro gurge... ». È, tra le rappresentazioni di questa
sorta che sono nel Paradiso, forse la più bt-lla; ma, certa-
mente, non è
la sola.
Più di frequente, per altro, non sono tanto
direttamente descritti quelli nei quali
schietta poesia, quanto
strarli, e nelle quali
si
liriche perfettissime.
Paradiso è pieno, ed esse
dano senza ricordare l'occa>ione
fatta di
becco parlante o cantante?
Ma
si
ricor-
in cui sorsero, lo spetta-
colo paradisiaco che illustrano. Chi ricorda o
dare la mostruosa aquila
illu-
compiace, formandone, più
ancora che nelle altre cantiche, piccole
il
gli spettacoli
poeta spira la sua
comparazioni con cui vuole
le
divaga e
Di queste veramente
il
ama
ricor-
lumi o di anime, coi sua
tutti
ricordano la
«
lodoletta
j
che
in aere
si
spazia,
Prima cantando,
Dell'ultima dolcezza che
tratta
di
render chiaro
collo e dal collo al
a mente
la
il
sazia
montar
e poi tace contentai
«.Echi
del
ricorda che si'
suono dal corpo
becco di quell'aquila, quando
la terzina: <
Udir mi parve un mormorar
al
gli
terna
di
fiume
V.
IL
«
PARADISO
145
»
Che scende chiaro ^iù di pietra in pietra, Mostrando l'ubertà
del suo cacume »? Il sole paradisiaco, che sovrasta e accendo
migliaia di lucerne al
modo che
non parla all'anima
ma bene
;
bellezza misteriosa e sacra
«
il
sole nostro fa delle stelle,
il
la
getta nel sogno di una
paragone, che l'accompagna:
Quale nei pleniluni! sereni Trivia ride
fra le ninfe eterne,
Che dipingono il ciel per tutti i seni > I « candori
dono in su con la cima, dando a conoscere cosi
.
fetto
che nutrono per Maria;
affetto dei lumi-anime
mamma
luci,
Tende
che sono
ma
voce;
«
il
il
sten-
fanciullin che vèr la
latte prese... ».
il
tre apostoli, san Pietro, san
Giovanni, fermano
la
si
l'alto af-
questo stendersi e questo
non valgono
braccia poi che
le
i
ma
»
Le
tre
Iacopo e san
loro triplice concorde giro e arrestano
meno
questo loro arrestarsi piace assai
del
quadretto marinaio, che è nella similitudine: «Ri come, per
cessar fatica o rischio, Gii remi, pria nell'acqua ripercossi,
Tutti
si
posan
di beati, tra
al
sonar d'un fischio
».
Tommaso,
quali è san
i
L'altra gloriosa ruota
si
muove
e rende voce
a voce con dolcezza che non può esser conosciuta se non
ma
in paradiso;
nando con
vanni,
si
fa
ben sentire
la
dolcezza e gra-
la sveglia del mattino,
con l'oro-
cui «l'una parto l'altra tira ed urg(^, Tin tìn so-
di
si
nanzi agli
dolco nota Che
si
Uno
turge».
noi
paragone con
zia che è nel
logio,
a
il
ben disposto spirto d'amor
«schiarato splendore», che è appunto san Gio-
spicca dalla compagnia con cui*gira, e viene inaltri
due: ciò che sopravaiiza non è
ed entra
in
il
sorgere e
ma « come
surge e va
ballo Vergine lieta, sol per farne
onore Alla
l'andare dello schiarato splendore,
novizia... », e Beatrice che, simile alla novizia, tien l'aspetto
nei danzanti,
si
«
pur come sposa tacita ed immota
». Gli
esempi
potrebbero accrescere, e sarebbe cosa superflua, perché
ogni lettore
Tanta
li
ha presenti.
è questa
poesia che penetra
dappertutto nello
schema rappresentativo-dottrinale del mondo
B. Crock,
La
poesia di Dante.
della luce,
da
10
LA POESIA DI DANTE
146
far che
tare
o
il
chiunque l'abbia accolta
volgare giudizio onde
si
disdegna di pur confu-
in sé,
nega virtù poetica
al
Paradiso
considera la poesia del Paradiso inA'riore a quella delle
si
altre cantiche.
Certamente è una poesia per gran parte
di-
versa dalle precedenti, non solo perché ogni poesia rap-
presenta una varietà singolare,
nel complesso, ha, come
fisionomia che
si
ma anche
in quanto, presa
una
è già accennato a suo luogo,
distingue da quelle delle altre due,
la
Si-
milmente prese. Neil' //i/erno dominano gli affetti acri e
violenti (e abbondano più che nelle altre i motivi pratici),
nel Purgatorio gli affetti teneri e miti, nel Paradiso quelli
ed estasianti;
gioiosi
e
gli
onde questi suonano
accenti
sono incomparabili a quelli degli
altri,
e
il
critico
non può,
nuovo Paride, assegnare a una delle tre dee il pomo della
bellezza. Non rimane dunque se non che si prenda a indagare, come più volte si è indagato o fantasticato, a quali
persone o in quali età della vita l'una cantica torni meglio
ma
gradita delle altre e più appropriata;
ci
tale
indagine non
par seria, e perciò la lasciamo andare.
Diversa fisionomia anche riceve, nel Paradiso,
gna
delle
anime
la rasse-
formano parallelo
altre due cantiche:
dei beati e dei santi, che
a quelle dei dannati e dei purganti nelle
rassegna che mette capo, pei dannati, a Lucifero, pei purganti a B'-atrice, e per
Cristo
e
umana,
le
anime
Dio. Poiché la passione
del
Paradiso, a Maria,
che abbiamo chiamata
della virtù mista di debolezza o della debolezza e
di virtù, muore quasi all'entrata del Paranuova rassegna non può svolgersi altrimenti che
malvagità mista
diso, la
come celebrazione
di e perfetti» o di
pervenuti a perfezione,
dei sacri dottori, degli apostoli, dei difensori della fede, dei
saggi re e imperatori e buoni principi, e simili: ossia
una
serie di encomi.
l'enciìmio;
si
e,
infatti,
come
Poca varietà e poca ampiezza consente
nel
Farad/so,
i
nomi
dei personaggi
seguono con qualche ragguaglio che serve a individuarli
V.
IL
PARADISO
«
147
»
Storicamente, col ricordo di taluna opera da loro compiuta,
qualche tratto del loro carattere. Giustiniano è
col rilievo di
da Dio,
colui che, ispirato
e
vano>; Graziano,
il
foro»; Orosio,
Augustin
tino
avvocato dei tempi
!'«
si
d'entro alle leggi trasse
«
provvide»;
Sigieri,
calavrese abate,
«
di
spirito che,
gelista Giovanni, quegli che
»
si
la-
«in
Gioachino,
;
profetico dotato
spirito
copo, «il barone Per cui laggiù
san Ia-
»;
visita Galizia»; l'evan-
«giacque sopra
stro Pellicano» e d'in su la croce fu «eletto al
l'alto
troppo
Del cui
cristiani,
uno
pensieri Gravi, a morir gli parve venir tardo
il
il
dottore che «aiutò l'uno e l'altro
il
petto Del no-
il
grande
uffizio»;
Arrigo, l'imperatore che «a drizzare Italia, Verrà in
prima ch'ella
sia
disposta». Quando, in rari casi,
come
in
quello dei due santi di recente efficacia storica, san Fran-
cesco e san Domenico, l'encomio
e
andamento
pito che è
si
amplia, esso prende forma
di panegirico: panegirico recitato
cielo,
il
da sacri oratori quali san
da un pul-
Tommaso
e
san Bonaventura.
Nel loro genere, questi due rifacimenti
sono due capolavori;
ma non
di panegirici
bisogna cercarvi più che
il
genere non comporti, più che l'intonazione del pio encomio
non permetta, e bisogna accettare
richiede.
Comincia quello
preambolo che dichiara
di
il
gli
artifici
san Francesco,
significato generale
che esso
— dopo
un
deirufficio
assegnato dalla Provvidenza a quei due santi e che propone
l'argomento particolare,
nacque
monte tra i
cui
il
—
fiumicelli
cui di rado ricorre
il
con
la
descrizione del luogo in
che pende dall'alto
Tupino e Chiascio: procedimento a
fertile costa
santo, la
poeta nelle altre cantiche e qui assai
spesso, ed è dettato talvolta dal bisogno dell'informazione
storica,
ma
più ancora dall'altro dell'abbellimento alquanto
estrinseco e oratorio.
è
La
metaforeggiata come
un Oriente. E
la
il
nascita dell'eroe su quella costa
sorgere del sole, e Assisi
metafora continua ancora per un
come
tratto,
LA POESIA DI DANTE
148
ma
poi
si
tramuta in quella
di
un giovinetto
ch<.',
ribelle
donna a cui nessun altri apriva
di questa donna o idea si fa poi
al
padre, s'innamora di
le
porte del gradimento, e
la
storia nei secoli: finché, ottenuta
tal
con l'iperbole e col
mistero l'attenzione dell'ascoltatore e suscitata in esso
brama
di sapere,
rivelano
si
nomi
i
la
due amanti :/Fran-
dei
cesco e Povertà. Si passa poi a descrivere quell'unione pro-
come
prio
di
due sposi
sembianti, nel loro
t
nella loro concordia e loro
felici,
amore
pensieri santi di cui erano cagione in chi
fetto
che s'accendeva
lieti
e maraviglia e dolce sguardo», nei
li
vedeva, e nell'af-
passaggio per quella donna
al loro
gi;i
disprezzata, tanto che molti
si
scalzavano e correvano dietro
sposa piace
»:
argutezza oratoria. Seguono
lo sposo,
«
momenti
principali della vita di Francesco: l'andare in giro
con
la
si
la
sua donna e con
gli
scalzi seguaci;
i
presentarsi
il
dell'umile fraticello al papa, al quale aperse «regalmente»
la
sua «dura intenzione»; l'approvazione rinnovatagli da
Onorio;
la
fede cristiana da lui predicata alla presenza del
Soldan superba:
l'accomanda
ai
il
ritiro alla
suoi
frati,
Verna;
«come
morte, quando egli
la
a giusto rede»,
donna più cara, e comanda che l'amino
«grembo» di lei, cioè sulla nuda terra,
«
come suole
non bene
si
nell'aratoria, le
sua
a fede », e sopra
spira, e in
nella terra, vuol esser senza bara seppellito.
ultimo,
la
immagini
lei,
Anche qui
si
il
cioè
alternano
in
<^
accordano, e mirano a ottenere caso per casa
l'effetto, che, nel
panegirico, è l'edificazione devotay Simil-
panegirico di san Domenico, dopo
la
ripresa del
concetto che e a c;ipo dell'altro, s'inizia con
la
descrizione
mente,
il
del luogo natale dell'eroe: descrizione fisica e politica in-
sieme e alitata da poesia (cotne sono anche alcuni punti
del precedente panegirico);
in cui la
dei
nomi
jiegirico
donna
è la
e narra di
Fede, e spreme
i
un nuovo
sposalizio,^
signilicati etimologici
L'uno e
hanno una conclusione o un'aggiunta
dell'eroe e dei genitori di lui.
l'altro pa-
di
qualità
V. IL
pratica, che è
il
«
PARADISO
biasimo contro
»
14i>
decaduti e corrotti seguaci
i
e raiipres(Mitanti moderni degli ordini fondati daidue santi,
del francescano e del domenicano.
panegirico
si
— La
forma letteraria del
\
volge in nobilissima preghiera nell'orazione
dell'ultimo canto, in cui san Bernardo, con -umiltà digni-
chiede alla Vergine grazia
tosa,
e
forza
per
la
creatura
mortale, che gli è accanto.
/Ma
li
se la rassegna delie anime, ridotta a serie d'encomi,
a pochi motivi
ed
capace
è
di
poco svolgimento, e perciò
prende poco spazio, l'elemento dottrinale, che entrava pei\y
incidente nelle due prime, nella terza cantica
si
allarga e
par quasi riempirla tutta. Per una logica inferenza, Dante
dovè pensare che
infinita,
il
ma anche
il
luogo della gioia
quello della verità e delle più alte cogi
tazioni e dottrine,
si
Paradiso è non solo
dove ogni difficobà che tm'bi
appiana, ogni oscurità
l'intelletto
schiarisce: e cosi potè dar
si
bero corso a ciò che aveva preso tanta parte del suo
letto, e
per cui egli aveva frequentato dispute di
li-
intel-
frati e di
pro-
e interpetri, proposto questioni e soluzioni
fessori, letto testi
e disputato esso stesso.
Una gran
quantità di spiegazioni
dottrinali, appartenenti alla teologia, filosofia, scienza fisica
e scienza morale e politica del suo tempo,
capo
e
all'altro della cantica: sul
che e
movimento spontaneo
sia inclinata
al
modo
si
stende dall' un
in cui si sale
a Dio
quando l'anima non
e rapido,
basso dal peso dell'imperfezione; sulla ra-
gione, non fisica
ma
teologica, delle
macchie planetarie;
sull'assegnazione delle anime in particolari luoghi del cielo
e sul pieno
godimento che
tutte
hanno
della beatitudine in
Dio: sul simbolico collocamento delle anime nei pianeti;
sul soggiacere alla violenza, e sull'ombra di responsabilità
e di colpa, che è
cui
zia
i
sempre
in
quel soggiacere; sul
voti possono legittimamente
della
contro
gli
morte
di
Gesti e sulla giustizia
esecutori di essa
:
modo
commutarsi; sulla
della
in
giusti-
vendetta
sulle varie disposizioni naturali
I
150
l-A
POESIA DI DANTE
degli uomini, ordinate dalla provvidenza divina, e sul
di
Salomone nella scienza
Adamo
ad
di fronte
danno
primato
di storcerle a fine alieno: sul significato dell'asserito
Gesù; sulla
e
risurrezione dei corpi e raccrcseimento di gaudio che essa
apporterà nella visione e fruizione di Dio
sul mistero im-
;
perscrutabile dei buoni, condannati per non avere avuto battesimo, e sulla predestinazione; sulle definizioni ortodosse
prima lingua
della Fede, della Speranza e della Carità; sulla
parlata dall'uomo; sul
Primo mobile, che
è fuori del
tempo
e dello spazio e produce spazio e tempo: sulla creazione
degli angeli e delle altre sostanze; sull'ordine dei beati e sul
posto che spetta ai morti barobini
Poesia didascalica, già
cioè,
si'
e
ma
è detto,
diversamente che nella prosa,
mina non è l'indagare
ma
e altre questioni e dot-
;
da queste.
incluse o richiamate
trine,
il
poesia, in
quanto
motivo che vi do-
l'insegnare che la mente opera,
rappresentazione dell'atto dell'indagare e insegnare,
la
Ja virtù di quest'atto, che
si
compiace e gioisce
vale appunto
di sé stessa
come
ma-
e che delle cose insegnate
si
teria pei" asserire sé stessa.
Perciò Dante dalla prosa del
De Monarchia,
del
sale al verso della
gì'
De
gì"
teologo e politico: anche qui,
sul quale egli
compóne
è mostrato in
incontrati
è,
importasse,
le
si
come
dottrine sono
a filosofo,
il
libretto,
occasione dei primi saggi che abbiamo
in iscena e
dramma:
il
può vedere in questa terza cantica, nella
san Pier Damiano, san Bernardo o
Tommaso, Salomone,
altri
tengono
docente. Si sente, in quei discorsi o lezioni,
nella
ora
sua musica. L'insegnamento, come
quale a volta a volta Beatrice, san
spirito
Convivio
del
la poesia,
assai più che la materia,
tale poesia, è posto
di
che meglio
la
e
forma, ossia
la
importa, come poeta che egli
per grandemente che questa
8i
eloquentia
vulf/ari
Commedia:
di
dell'insegnante, che
mente d^l discepolo,
le parti del
il
introduce e svolge
e che di
grado
in
moto dello
i
concetti
grado innalza
V. IL
il
«
PARADISO
151
»
discepolo a sé e lo fa pensare con
lui.
Per esempio, nel
discorso di Beatrice sulla cagione delle macchie nella luna:
— due
pur quest'altro,
ti
«
falsificato fia lo tuo
è, e,
non
se
parere
»
;
è nep-
— ora
che
ho liberato da ogni errore, e ho compiuto la parte ne-
gativa del mio assunto,
Che
voglio
ti
«
tremolerà nel suo aspetto
ti
saggio :
al
non
casi sono possibili; questo
me
Riguarda bene a
«
ver che tu
desiri.,. ».
E
si
informar di luce
»
;
— attenti
si
vivace
a questo pas-
come vado Per questo
loco
sente la soddisfazione dell'or-
si
dine mentale che sorge e s'asside alfine sul disordine: e
posseduta, che s'irraggia di splendore,
la gioia della verità,
si
fa bella,
compone
si
in quadro.
La cagione
mac-
delle
chie lunari è trovata: è l'intelligenza motrice, che forma
diversa lega coi diversi corpi planetari: quella virtù, che
deriva da lieta natura, luce pei corpi,
":
come
letizia
per
pupilla viva».
.
Altro esempio. San
Daniela
si
Tommaso ha
difficoltà in cui questi è
nell'anima di
letto
intoppato e
il
dubbio in cui
travaglia nel cercare di dar senso di verità a due sue
{roposizioni;
e,
schiaritagli
Vi passa come chi
lietamente
trita,
dolce
si
si
la
-prima, passa alla seconda.
è dispacciato
da una prima fatica e
accinge alla seconda: «quando l'una paglia è
Quando la sua semenza è già riposta, A batter l'altra
amor m'invita». E, anzitutto, riassume e rassoda ciò
discente tiene per vero ed è vero, e poi, raccostatolo
che
il
alla
sua proposizione, fa risaltare l'apparente contrasto che
ne nasce:
«
E
però ammiri ciò che io
dissi suso... ».
Viene
un'esortazione a stare attenti, e a ben aguzzare la mente,
per cogliere
dizione
ch'io
ti
si
il
punto della
dove l'apparente contraOra apri gli occhi a quel
tuo creder e '1 mio dire, Nel
difficoltà,
risolve in accordo reale:
rispondo,
E
vedrai
il
«
vero farsi come centro in tondo». Si svolge la dottrina che
è
da porre a fondamento
:
«
Ciò che non
può morire. Non è se non splendor
muore
e ciò che
di quella idea,
Che par-
152
I.A
torisce
amando
della quale
POESIA DI MANTR
nostro Sire...»:
il
non c'è luogo
sulla
prima dedaziono
Ma,
se ci si fermasse
a disputa.
potrebbe a ragiono muovere un'obiezione, che è già
mente del discente; e, aftinché questo non accada, il
primo detto dev'esser compiuto con una distinzione, mercé
qui,
si
nella
cui tutto
prendi
si fa
chiaro e inconfutabile
mio
il
detto... ». Il
nimento pedagogico
non
e
s'affretti
«
Con questa
distinzion
docente continua con un
ammo-
perché vada cauto
nell'af-
al discente,
fermare e nel negare, e intenda
guere,
:
ben
la necessità del
a conchiudere, e badi
distin-
all'afifetto.
che induce a ostinarsi nell'errore, nel
all'amor proprio,
si
dapprima incorsi per semplice precipitazione.
L'ammonimento trapassa in divagazione, quasi risponda a
quale
era
intimi pensieri e ricordi ed esperienze di chi parla;
con
•
la esemplificazione, nei
infine,
campi della
sopra un caso speciale,
suol portare sulla malvagità
toni; e
si
allarga,
raccoglie,
si
giudizio temerario che
il
si
questo o quell'individuo,
di
E
sulla sua salvezza o perdizione.
mente due
storia;
in esso percorre rapida-
prima s'innalza, ammirando
quasi miracolosa del bene, e insieme riconoscendo
la
la
forza
impen-
sata e tragica vittoria, che talvolta ottiene la contraria forza
«ft^iel
male: «Ch'io ho veduto tutto
mostrarsi
E
cima;
tutto suo
feroce, Poscia
rigido e
il
\'erno
prima
prun
portar la rosa in sulla
legno vidi già dritto e veloce Correr
cammino, Perire
II
lo
mar per
alfine all'entrar della foce»;
—
a un tratto s'abbassa nel satirico e familiare e sprezzante:
«Non creda monna
rare,
uno
Vederli dentro
oflferere.
Dante conosce
lo
Berta e ser Martino Per vedere un fugiudizio
al
stimolo del dubbio e
il
divino...*.
bisogno della verità
e la soddisfazione di averla conseguita; ed esprime questo
ritmo dello spirito in
Nostro
CDme
intelletto, se
fin-a
in
'1
lustra,
quello a guisi di
alti
modi: «Giammai non
Ver non
Tosto
rampollo,
lo illustra...
eh»'
A
si
sazia
Posasi in esso
giunto l'ha... Nasce per
pie del vero,
il
dubbio; ed
V. IL
ù
sommo
uatufci Ch'ai
PARADISO
«
153
»
noi di collo
piiige
paragoni anche qui scolpisicono
rabili
naggi che fanno da gaida, da
insieme
collo».
in
gli
in su l'aperta frasca »,
flette la
cima Nel transito
propria virtù che
un gruppo
In
della cantica,
mirando
saete:
il
la
previene
il
af-
leva Per la
si
sublima».
spiegazioni
di
dottrinali,
verso la fine
di scuola, diversa dalle con-
discente non se ne sta più all'ascoltare o al chie-
ma
nendo e ragionando
finora istruito
e
le
fatto
ò
lui
che, interrogato, viene espoBeatrice, che lo ha
tesi dottrinali.
istruire,
presenta
suo ormai ben
il
preparato scolaro a un gran maestro, a colui
Signore lasciò
e lo
«
con ardente
fiso,
del vento, e poi
ha una scena
si
dere schiarimenti,
ode
e
ampliano a eterni moti delle cose: com'è quello
li
verso l'aspettato sorgere del sole; e l'altro della «fronda
fetto,
che
Mi-
perso-
da ascoltanti,
istruttori,
dell'uccello che, dal nido dei suoi dolci nati,
tempo
dei
atti
le
prega di esaminarlo sul concetto
la richiesta e
al
quale nostro
chiavi del regno dei Cieli, a san Pietro;
vede
il
di
Fede. Dante, che
santo consentire, già
si
appronta,
come fosse
«Si come il baccel-
raccoglie le sue idee, s'arma di ogni ragione,
per l'appunto in un'aula di università:
lier
s'arma
e
non parla, Fin che
il
maestro
pone. Per approvarla, non per terminarla
»
.
la quistion pro-
C'è nuovamente,
abbiamo
notato molte volte nel corso del triplice viaggio. La scena
paradisiaca è affatto umana: un uomo illustre, un gran
in questa scena, quel lieve lampeggiar di sorriso, che
dotto,
tari.
bonariamente interroga un fanciullo su cose elemen-
E
« Di',
bonariamente, e incoraggiando, san Pietro comincia:
buo
1
cristiano, fatti manifesto:
fanciullo, alquanto timido,
maestra, ed
dessi L'acqua di fuor del
del
si
ella lo esorta col
Fede che
è'?... ».
volge verso colei che
E
gli
il
è
sembiante: «perch'io span-
mio interno fonte
>.
Le risposte
bravo ragazzo sono una per una approvate e lodate
<ìall'esaminatore, che a ogni risposta fa seguire
una nuova
LA POESIA DI DANTE
154
domanda, col desiderio che quegli si faccia sempre più onore;
mentre il candidato sale via via dalla timidezza alla sicurezza
e dal rispondere secondo la lezione appresa all'eloquenza en-
«Quest'è
tusiastica e personale:
villa
Che
cielo, in
si
me
scintilla
»
Al che,
.
servo tosto che questi ha
novella, san Pietro,
principio, quest'è la fa-
il
fiamma poi vivace, E, come
dilata in
il
come
il
buon esaminatore, ricinge Dante
tutto lieto, soddisfatto di sé:
si
il
annunziargli una buona
finito di
volte del suo lume, benedicendolo col canto, e
Nell'ultimo canto,
stella in
signore abbraccia
il
tre
candidato è
«si nel dir gli piacqui!».
giunge all'opposto
di
questo pro-
cedere dottrinale e dimostrativo: alla intuizione o visione
somma
della
verità, della ragione di tutte le cose, di Dio,
nel quale sostanze e accidenti, e tutto quanto
nell'universo, è legato e unificato.
in
dispiega
si
poeta non può rendere
Il
termini logici ciò che vide, e che è ultralogico; non può
litrarlo
come
Non
gli
un
allora lo vide, perché gli balenò in
per grazia concessagli, e subito
rimane
se
non
il
si
richiuse
come
istante,
mistero.
residuo emozionale di quel che
provò in quell'istante, come dopo un sogno che non più
si
ricorda e pur se ne risente la commozione:
«...
quasi
Mia visione, ed ancor mi distilla Nel cuor lo
dolce che nacque da essa». Qualche traccia di ciò che vide
è nella varia vivacità del piacere che sopravanza: « La forma
tutta cessa
universal di questo nodo Credo ch'io vidi, perché
largo,
pili
di
Dicendo questo, mi sento ch'io godo». Ripassa, come
tastando, con la
mente su
sé stesso
immemore,
e
il
cuore
balza all'accenno delle varie domande, e risponde col
ri-
cordo ancora vibrante della gioia provata.
Alla poesia didascalica (o piuttosto,
dire, alla
«
come
poesia della didascalica») dà la
dell'oratoria, di cui
anche
è
si
dovrebbe
mano
la poesia
cosparsa la terza cantica, nelle
forme della deplorazione, della invettiva, della
li
stimano rimemora
satira.
Giu-
la storia e la gloria dell'idea imperiala
V. IL
romana per condannare
e
di
PARADISO
«
uno
in
i
155
»
guelfi che le
si
oppongono
ghibellini che dicono di seguirla; Carlo Martello nota
i
avarizia e mala signoria suo fratello,
Napoli; Cunizza annunzia
i
castighi che attendono le po-
Marca trivigiana; Folchetto fa un'uscita
cupidigia del clero; l'aquila composta di luci
polazioni
della
contro la
beate accusa
i
malvagità di
vizi e la
dei prelati
;
tutti
Damiano,
principi cristiani; san Pier
dettini,
re Roberto di
il
il
i
contemporanei
lusso e la corruttela
san Benedetto, la decadenza dei mc^naci bene-
come prima san Tommaso
dei francescani e dei
l'osceno strazio che
domenicani
e san
Bonaventura quella
san Pietro fulmina contro
;
suoi successori fanno della Chiesa di
i
"Roma; Beatrice lamenta
il
perdersi negli uomini dell'inno-
cenza e della fede a cagione della mancanza d'ogni guida;
e,
più in
satireggia
li»,
scrittori e verseggiatori è
poesia? Perché è
la
predicatori sacri e
i
loro sconci
i
Perché tutto questo, che presso
e buffoneschi modi.
altri
semplice oratoria, suona qui come
poesia del carattere di Dante, del suo
disdegno, della sua amai-ezza, del suo disprezzo, dell'attesa
di vendetta e di futuro bene,
come
che,
stella
in cielo,
a
lui scintilla nc^ll'anima.
Quelle invettive, quelle satire, quelle esclamazioni e imprecazioni, gli escono veementi e pur sempre composte in
una superiore armonia. Le immagini sono vivacissime.
che Firenze ha coniato,
fiorino
la
nuova economia
centro,
è
il
«
i
frati
i
fiore
>>,
« si
ai
aveva cohì
i
Vangeli e
vivagni
lor
il
suo
che ha disviato pecore e
a consultare e frugare
che pare
Il
che simboleggia
loro pastori in lupi rapaci.
sono mostrati, negletti
tutti ansiosi
tali,
del danaro la quale
maledetto
agnelli e convertito
il
fiorino
i
»,
i
I
preti e
Santi Padri,
A'olumi delle Decreai
loro
margini
lo-
gori delle dita che volgono incessantemente quei fogli. I
grassi prelati, pasciuti negli ozi e affogati nei diletti della
gola,
«or voglion quinci
e
quindi chi rincalzi... e chi
gli
LA POESIA DI DANTE
ir>6
moni, Tanto son gravi, e chi di rietro
scoppia innanzi alla pittura che
zando:
bestie
Cuopron dei manti
«
van sotto una pelle
La
beffa
due
palafreni, Si che
lor gli
,..>;
gli alzi>.
poeta e venuto abboz-
il
agli incappucciati, che
e
salgono sui pulpiti a predicare con motti e con iscede e
si
gonfiano pel facile e grossolano successo che ottengono,
si
fa
spuntare dietro
se
il
volgo
cappuccio
il
uccello
diavolo) die,
(il
vedesse, misurerebl>e quanto affidamento me-
lo
perdonanze che
ritino le
tal
quelli dispensano. Altre volte pre-
come
vale l'indignazione,
vedere
al
sposa di Cristo,
la
Chiesa, allevata col sangue dei primi pontefici
(«
la
sangue
del
mio, di Lin, di quel di Cleto*), usata ad acquisto d'oro, e
le
somme
chiavi divenute segnacolo in vessillo per cumbat-
tere contro popoli cristiani; o
al
si
rabbrividisce d'orrore,
come
notare, nel corrotto costume dei tempi, perdersi presto
l'innocenza, onde
« tal
sostieni!
sa e
si
«0
j^.
ama ed
che, balbuziendo,
madre sua », non appena è cresciuto
sepolta ». L'animo offeso prorompe:
ascolta
brama
in età,
pazienza, che tanto
«
difesa di Dio, perché pur giaci?...
Ma
»
richiama alla mente, placamento e conforto, che
Provvidenza non tarderà
scendere
a
La
vederla
«
al
soccorso;
egli
l'alta
che
il
Vaticano e l'intero territorio di Roma, tomba di santi e
di
martiri,
«
frutto verrà
libero
tosto
dopo
il
fiore
fia
La poesia che potrebbe
la
persona stessa e
menti e
dall'adultero
»:
che
dirsi
«
personale
la vita del poeta, e
i
», della
preparerà
quale
suoi saldi convinci-
indìijnatio,
perché Dante
•conosce depositario ed esecutore d'una missione,
si
jjoeta-vate,
vero
sue aspettazioni e speranze porgono la materia,
le
non ha solo questa corda della
poeta, e
«
»
sente
profeta,
che con
gli
uomini
la
o,
tutt'
insieme,
si
sente
poeta- profeta,
sua parola annanzierà
alla giustizia. Egli
si
la
verità e
guarda dunque sé
stesso nell'atto di qu*'sta missione, e premle speranza, con-
solazione e interiore dignità dal 1,'iinsiderare l'esser suo.
A
V.
IL
PARADISO
«
principio del Paradiso Dante
157
»
ricolloca nella
si
compagnia
dei grandi poeti, pari a quella dei grandi imperatori e
come
invocando per sé quell'alloro che
quella,
il
breve
dio della
poesia dovrebbe concedergli, lieto che alcuno lo desideri e
con tutte
le
proprie forze
cerchi. Verso la fine,
lo
reduce, riaccolto nella sua Firenze,
dormi agnello, canuto
ma
sogna
si
nel bell'ovile in cui
cinto di gloria, incoronarsi
di
quel lauro sulla fonte stessa del suo battesimo: acuta nostalgia, tacita implorazione,
sentimento di aver ben meri-
riconoscimento e del trionfo palpitano in questo
tato, gioia del
sogno di tinaie conciliazione con
nel quale più volte
Ma, dove tutto
amore
e
il
a sé stessa
il
uomini e con
gli
dovè consolarsi
il
le cose,
suo animo nffaticato.
suo complesso sentire per
la patria,
il
suo
suo dolore, tutta la sua vita di cittadino, erge
monumento,
il
è nel
mezzo
della cantica, nel-
l'episodio di Cacciaguida.
La Firenze
di
ma non
un lontano,
troppo lontano pas-
sato, gli torna innanzi, in quell'incontro, evocata dalla pa-
rola del suo antenato, del
come
è
uomo
in battaglia
primo
contro
gli
infedeli, co>-i
questa moderna favella»,
ma
ha notizia
di cui
dei tempi eroici e santi,
un
gli
e che,
crociato morto
parla
«
non con
con inflessioni e modi arcaici
e pur cari, e in latino. Quella Firenze sobria e austera,
dai semplici e innocenti costumi, era non altro che
il
rago:io del suo ideale, la bella favola del suo desiderio;
egli la
mi-
ma
teneva invece realtà, realtà perduta e invocata e da
restaurare.
E
assedia di
domande
il
suo antenato sulla
forma dell'abitato d'allora, sulla popolazione,
sulle famiglie
cospicue, e beve quei particolari, quei nomi, quelle minute
circostanze, proprio
come un amoroso
ricercatore delle me-
morie del luogo natio, delle memorie che parlano
e fanno sentire l'aristocratico e
il
al
cuore,
sacro dell'antico,
e,
in
quell'antico, ritrovare la propria radice, la propria «nobiltà
di
sangue», e gloriarsene. Ma
di continuo, tra gli aspetti
LA POESIA DI DANTE
158
dell'antico,
balenano
quelli, opposti, del
nuovo
prima cerchia,
la città dilatata fuori della
la
e
moderno:
popolazione
cresciuta al quintuplo e mista di villani e di procaccianti,
i
mercanti e banchieri che vanno e vengono da Firenze per
tutte le terre più lontane e
costumi,
nomi
tanti
i
odono più
di
famiglie, che ora
non
si
o sono portati da poveri e assai diversi discen-
Questo contrasto
denti.
introducono nuovi e forestieri
illustri
ò la sottintesa
ragione del
dramma
della sua vita di cittadino e della catastrofe con la quale
per allora
era chiusa:
si
l'esilio.
E
del distacco, con la povertà, con la
scempia, con
le
con l'angoscia
l'esilio,
compagnia malvagia e
umiliazioni, e insieme coi lenimenti che buoni
soccorritori vi apportano, è delineato a grandi tratti da
animo
un
sensibilissimo, che soffre di tutte le punture, e quasi
s'intenerisce su
sé stesso
Più caramente...
Tu
altrui... »),
ma
ai colpi di
ventura
medesimo
(«Tu
proverai
si
lascerai ogni cosa diletta
come
».
Lo pane
«ben tetragono
sa di sale
tutte le sostiene e contiene:
Le sostiene per quella dignità
di sé
della quale è costantemente compreso, per quella
speranza che è anche maggiore dell'altra, affatto privata e
contingente, del ritorno nella sua
città, la
speranza dell'im-
mortalità e della gloria, dell'approvazione e lode dei di futuri.
Egli,
come
tutti
i
grandi, vive, più assai che nel presente,
nel futuro e dice a sé stesso:
amico.
Temo
di
«
E
s'io al vero son timido
perder vita tra coloro, Che questo tempo
chiameranno antico».
Ciò che nel Paradiso non
/
,
all'anima di Dante, è
in
la
si
trova, perché è estraneo
fuga dal mondo,
Dio, l'ascetismo. Egli non
il
rifugio assoluto
vuol fuggire
il
istruirlo e correggerlo e riformarlo, e dargli a
la
il
mondo, ma
compimento
beatitudine celeste. Sentiva, senza- dubbio, la bellezza e
gaudio
di questa,
sue opere e
mendo
il
le
ma
sentiva altrettanto
il
mondo
e le
sue passioni; neppure nell'empireo, espri-
suo stupore
al trovarsi trasportato
dall'umano
al
V.
divino,
si
IL
PARADISO
«
159
»
dimentica di Firenze, e l'umanità
gli si particola-
reggia e impicciolisce nella società fiorentina («e di Fiorenza
in popol giusto e sano »).
la terra,
il
Quando
divino e l'umano sono da
perciò in aperto contrasto, non
vinca davvero e sgombri via
/
'San
Tommaso
due mondi,
i
lui accostati
divino
il
l'altro o lo scacci risolutamente.
ha mostrato, nella sfera del
gli
ed entrano
può dire che
si
cielo e
il
sole, le
anime
dei dotti in divinità e ricordato le loro sublimi speculazioni;
il
poeta, rapito tra
i
fulgori di questi spiriti e la dolcezza
dei loro canti, è traversato a
vita
mondana. la
un
tratto
dall'immagine della
da ogni
quell'istante, in cui egli, sciolto
cosa terrena, se ne sta con Beatrice, intento alla gloria ce-
che cosa fanno
leste,
i
suoi simili, gli
uomini? Egli
scorge
li
laggiù, sulla terra: chi discute nei tribunali, chi attende a
medicina, chi
fa
il
prete, chi cerca di prevalere con la forza
o coi sofismi, chi ruba, chi traffica, chi sguazza nei diletti
della carne e chi ozia: è tutta la vita dell'operosità e della
cupidigia e dei piaceri umani. Ma, sebbene
quelle le
«
insensate cure dei mortali
»
il
,
il
poeta chiami
sentimento che
anima queste terzine è di maraviglia, come di due mondi
che non si riesca a mettere in armonia. Com'è strana la
realtà Da una parte, il Cielo ci chiama e ci gira intorno
mostrando le sue bellezze eterne, e dall'altra, l'occhio pur
a terra mira, e non si vuol distaccare da quell'ardente e
caro mirareVSalendo più in su nei cieli, egli scorre con lo
I
sguardo per
vede
tale
tutte le sette sfere, e
che egli sorride del
volgersi lassù con gli
«
«
vede
suo
vii
«
questo globo
sembiante
eterni Gemelli », col
», lo
»; e, nel
segno dei Ge-
mini, misura con l'oechio «l'aiuola che ci fa tanto feroci»,
tutta,
«
dai colli alle foci », e se ne distorna subito
per riposare
qui,
il
occhi negli occhi belli di Beatrice.
Anche
disprezzo non è tutto disprezzo: quella aiuola è pur la
sua aiuola,
«ci
gli
dopo
egli la
riconosce
fa tanto feroci»,
come
la casa in cui vive,
fa feroce lui
come
gli altri,
ed essa
riempie
LA POESIA DI DANTE
160
«U
vorace passione
gli
uomini
può apparire cosa piccola
tutti.
Al lume dell'eterno,
e vile, e pure quella cosa piccola
e vile attira con forza poderosa e misteriosa; e l'efficacia di
questa forza
egli è
si
vede
in ogni parte dello stesso
poema che
venuto componendo. Quando, un'altra volta, riguarda
verso la terra, rivede
d'Ulisse
tato; e
>, di
« di
là
da Gade
»
il
«
varco
folle
quell'Ulisse di cui aveva cosi altamente can-
par che risenta ancora l'attrattiva delle voluttuose
favole antiche, scorgendo, poco lungi,
il
luogo donde
la
giovinetta fenicia parti sul dorso del toro divino pel suo
viaggio d'amore, vagheggiata, bramata,
Nel qua!
si
fece
Europa dolce carco».
rapita:
« il
lito,
VI
caratterp: e unità della poesia di dante
e on
le tre cantiche non si è
mai proporsi tal cosa?) dar
Commedia, ossia descriverla
questa scorsa attraverso
voluto cerco (e chi potrebbe
fondo a tutta la poesia della
in ogni parte,
ma
solamente segnare
le
cime varie e diver-
samente conformate della immensa giogaia, affinché
la ca-
ratteristica dello sfiirito poetico dantesco, nel quale è stata
da noi riposta
e
la
non svanisca
vera unità del poema, non suoni a vuoto
precisi e particolari nella
Che cosa
il
è,
per mancanza di riferimenti
nel generico,
mente
di chi legge.
dunque, questo spinto dantesco, l'ethos e
Dathos della Cummi^din,
la
«tonalità» che
le è
propria?
parole — un
—
si può dire in brevi e semplici
sentimento
mondo, fondato sopra una ferma fede e un sicuro giudizio, e animato da una robusta volontà. Quale sia la realtà,
Dante conosce, e nessuna perplessità impedisce o divide e
iT
del
indebolisce
il
suo conoscere, nel quale
di
mistero ò solo quel
tanto a cui bisogna piegarsi reverente e che è intrinseco
alla
concezione stessa,
denza
e
il
mistero della creazione, provvi-
volontà divina, che
che anche questo mistero
B. Croce, La poesia di Dante.
gli
svela solo nella visione di
si
Dio, nella beatitudine celeste.
A
si
Dante parve
f)rse talora
diradasse, negli attimi in
11
LA
162
immaginò
cui provò
DANTE
DI
P0EI=;IA
mistici rapimenti
mistica cófjnizione nella sua poesia
tradursi, in
che
si sia
modo
fatta di cose ineffabili.
di un'esperienza
E parimente
umani
vari affetti
i
senonché questa
e
egli sa come
come verso di
quali azioni approvare e compiere,
comportarsi, e
essi
come racconto
negativo,
convenofa giudicare
;
traduceva, e doveva
si
fine
la
vita;
sua volontà non tentenna e oscilla tra
e la
ideali discordanti e
in parti opposte.
I
e
degno
quali biasimare e reprimere, per rivolgere a verace e
non
da desideri che
è straziata
dissidi e contrasti,
la tirino
che noi possiamo sco-
prire nei suoi concetti e nei suoi atteggiamenti, sono nel
profondo delle cose stesse,
ma
riore,
in lui
appartengono
svolgeranno nella storia ulte-
si
rimangono
in
germe, non sviluppati, e non
che è coscienza compatta
alla r,ua coscienza,
e unitaria: fedo salda e abito costante, sicurezza del pen-
sare e
Ma
dell'operare.
intellettiva e
morale
si
in
agita,
robusta inquadratura
questa
come
si
è detto,
il
sentimento
mondo, il più vario e complesso sentimento, di uno spirito che ha tutto osservato e sperimentato e meditato, è a
pieno esperto dei vizi umani e del valore, ed esperto non in
modo sommario e generico e di seconda mano, ma per aver
vissuto quegli affetti in sé medesimo, nella vita pratica e nel
vivo simpatizzare e immaginare. L'inquadratura intellettiva
ed etica chiude e domina questa materia tumultuante, che
del
ne è interamente soggiogata,
tena un avversario poderoso,
del dominatore,
i
anche tra
suoi muscoli forti e
Non
definito
nare
le
presso
altro
il
si
soggioga e inca-
quale, anche sotto
catene che
compone
il
piede
lo stringono,
tende
in linee grandiose.
che l'atteggiamento spirituale che
hanno presente
e
si
si
è cosi
sforzano di cogliere e determi-
varie altre definizioni, che s'incontrano sparsamente
critici
e interpetri, circa
il
carattere della poesia
E come non vedere in niun modo ciò che è cosi
ed effettuale e patente? La verità si fa valere sempre,
dantesca.
reale
si
le
ma come
CARATTERE E UNITÀ DELLA POESIA
VI.
0, per lo
meno, traluce con molti
formule
sì
DI
DANTE
163
bagliori. '^enonché quelle
sforzano all'intento e mal vi riescono, perché o
adoperano concetti inadeguati, o fanno ricorso a metafore,
si
perdono
in astrattezze e in cataloghi di astrattezz^<(^i
suol osservare, per esempio, che Dante ritrae
ma
si
il
divenuto, non
ma
presente
il
non
il
divenire
passato; e che cos'altro
il
vuol dire con questa astrusa distinzione, o che cos'altro
è in fondo alle osservazioni che
l'appunto che, in Dante,
l'
tutti gli
hanno mossa,
affetti
assoggettati a un generale pensiero e a
che ne supera
la particolarità?
Ma
se
non per
sono contenuti e
una costante volontà,
questa energica rappre-
sentazione di una forza che supera e domina una forza è
pure,
non
come ogni
Dante
dire che
un divenire e XJ^
una stasi. Si suol
poesia, rappresentazione di
un divenuto,
di
un moto e non
di
sommamente
è
di
oggettivo;
ma
nessuna poe-
mai oggettiva, e Dante, come si sa, è sommamente
soggettivo, sempre lui, sempre dantesco; sicché, evidente-
sia è
mente,
oggettività
«
»
è,
in questo
fora per designare l'assenza
nella sua concezione del
dezza e
suo volere
il
di
caso,
una vaga meta-
turbamento
mondo,
il
e
di
dissidio
suo pensare con
con determinatezza
e perciò
il
niti-
suo
rappresentare con netti contorni. Si suol osservare che è
proprio di Dante l'abolire ogni distanza di tempi e diversità di
costumi, e uomini e avvenimenti di ogni tempo col-
locare sullo stesso piano: la gjiaLcosa torna a dire che egli
misurava
le
cose
mondane
di
og ni tempo e
dì
ogni sorta
«on unica e ferma misura* con u n definito modello di verità
e di bene, e proiettava il transeunte sullo schermo dell'eterno.
.
enumerano
forma dantesca,
l'intensità,
la precisione, la concisione e simili; e certo chi
domina con
Si
la
i
caratteri della
forza del volere le forti passioni esprime qualcosa di vigo-
roso e d'intenso,
poiché non
si
e,
poiché
le affisa e
conosce, è preciso,
perde nelle loro minuzie, è conciso;
ma
e,
con-
tentarsi di tali enumerazioni di caratteri varrebbe attenersi
^
LA POESIA DI DANTE
164
Si sjjol
all'estriuseco.
pittore»;
già
«
per
lo
chiamarlo
certo,
e,
poeta scultore
«
quando per
»,
e
non
l'atto dello scolpire
strumento dello scalpello s'intende
e
gesto virile,
il
vigoroso, robusto, risoluto, a differenza del dipingere a gran-
d'agio col
la
sua
<
arte).
lievissimo pennello
(come Leonardo ritraeva
»
Dante sarà bene scultore e non pittore; delle
non
immagini, che piace adoperare,
disputa,
si
se
an-
che logicamente e criticamente siano prive di senso, com'è
privo di senso
gelo.
È
famoso parallelo
il
Dante
tra
un luogo dell'Ottimo Comeiito:
noto
sentii dire a
«
Dante che mai rima noi trasse a
quello ch'aveva in suo proponimento,
ma
e
Michelan-
Io, scrittore»
dir altro
ch'elli
da
molte e
spesse volte facea da vocaboli dire nelle sue rime altro che
quello che erano appo gli altri dicitori usati di esprimere».
Verba sequentur,
a forza,
e, se
non seguono pronte, sono trascinate
come aggiungeva
afferma che
il
il
Montaigne. Anche quando
per intero nel metro, su cui
il
poema
è cantato, nella terzina,
incatenata, serrata, disciplinata, veemente e pur calma,
non
dice e
si
si
carattere e l'unità della poesia dantesca stanno
dice
il
vero;
come sempre,
tentativi di cogliere l'essenza dell'arte nelle
mente concepite,
si
del resto, in simili
forme astratta-
tentativi che son ora in molta voga, spe-
cialmente nella critica delle arti tìgurative. Senza dubbio,
con
la terzina
solamente nasce
solo in essa e per essa egli vive
e la terzina
il
Diute della C'omviedia,
dramma
il
non potè essere (com'è
della sua
e
anima;
stato talora congetturato)
da lui intellettualisticamente e volontariamente scelta in
quanto allegorica della Trinità, perché, se anche egli pensò a
codesta allegoria,
il
suo pensiero dove questa volta sovrap-
porsi o allearsi alla necessità della sua anima, alla spontanea
mossa
della sua fantasia espressiva, con la quale la terzina
fa tuti'uno.
genere,
ma
Ma
quale terzina? N<»n certamente
quella
la terzina in
propriamente dantesca, impastata col
materiale linguistico, sintattico e
stilistico
proprio di Dante,.
CARATTERE K UNITÀ DELLA POESIA
VI.
DANTE
DI
165
battuta con T inflessione e Taccento che egli le dà, diversa
<lalla
terzina adoperata da altri poeti: con la quale ovvia
considerazione
che la terzina viene
fa altresì chiaro
si
ri-
cordata in questo caso non come determinatrice per sé stessa
di
ma
quella particolare poesia,
l'ethos e
il
in
pathos della Commedia,
tutto
sua intonazione o
to-
Dante.
nalità, lo spirito di
Che questo
quanto richiama
la
spirito sia
uno
concetto che univei'salmente
spirito austero, risponde al
ha di Dante, ed è implicito
si
nella caratteri-^tica segnata di sopra, perché colui che raf-
frena e domina
in sé
le
passioni è austero,
una grande esperienza
di dolore.
e,
come
tale, chiud(^
Ma, quando l'imma-
ginazione dipinge un Dante col volto perpetuamente contratto dallo sdegno, o
parlato, del suo
del suo
«
«
quando
umor
pessimismo
»,
i
come hanno
parlano,
critici
nei'o », della
sua «misantropia»,
conviene forse ammonire a non esa-
gerare, e giova procurar di l'itoccare e di ammorbidire (come
ci
siamo provati a fare nel corso della nostra esposizione)
qualcuna
delle linee di quel ritratto tradizionale e
rionale. Quale che
Dante apparisse
ai
conven
contemporanei
e pas-
sasse nella leggenda, e pur concedendo che la sua faccia
fosse
«pensosa e malinconica», come scrive
è certo,
perché
il
poema
Boccaccio,
il
ce lo prova, che egli ebbe nel-
l'animo una ricchezza e varietà d'interessi che dal presente
lo
portavano all'antico, dalla immediatezza del vivere e
soffrire
al
ccanpiacersi dei ricordi eruditi
una ricchezza
e
varietà di
affetti,
e
di
scuola, e
che dai più violenti o
dai più sublimi giungevano ai dolci e ai teneri e
devano
ai celianti e giocosi.
Ed
e
moralmente
le
il
non guardava
di profugo per le terre d'Italia
camente
era poeta: e
si
sten-
suo occhio
solo politi-
cose politiche e morali,
ma
spa-
ziava in ogni sorta di spettacoli, godendo degli spettacoli,
e
si
volgeva con ammirazione
con simpatia anche
alle
alle cose belle e si
umili.
Ed
era,
oltre
chinava
che poeta.
LA POESIA DI DANTE
166
specificamente artista: e l'arte studiò seiuprt', e vi teorizzò
sopra, e
gloriò del
si
&
,
ebbe dalla
bello stile >, e assai gioia
parola, dalla parola appropriata, calzante, sensuosa, che è
il
pensiero stesso che genera a
creazione,
il
con divino fremito di
sé,
proprio corpo vivente. Ci furono dunque nel suo
animo molto più vari sentimenti, e soprattutto molto più
lietezza che non si peasi generalmente; sebbene anche quei
sentimenti e quella lietezza s' inquadrassero pur sempre nel
suo abito austero e fossero
Su questo ethos
temperati e intonati.
in esso
e pathos di
Dante, e sulla concezione
tendenze pratiche che
intellettuale e le
lo
condizionano,
s'impianta di frequente la controversia, dibattuta non
nei paesi stranieri che in Italia, intorno alla
o
«
non modernità
»
del suo spirito;
essere a noi
moderni
maestro e
il
che.
il
domandare
più esatti e chiari, vale
la
se
Ora
vero e che
nessuno può esser
momento
e
non
tutti
tale
messo
solo,
>
in termini
Dante possa o no
di
ogni altra
spiri-
cosa.
grandi sono maestri di vita,
i
da
meno
modernità
guida della vita
uale, degli ideali politici e morali, e
il
«
perché ciascuno di
essi è
ma
un
della storia, e la vera maestra ò la storia tutta.
solo quella che noi di continuo ricreiamo,
ma
anche,
e soprattutto, quella che noi, in ogni istante, creiamo. Eterna
Commedia è, per
sua materia, limitata al momento
nella forma della poesia, la
ossia nella
sorse e di cui
si
rico
E
storico in cui
luogo brevemente delineata
è già a suo
la particolare fisionomia.
'
altro rispetto,
la
considerazione di questo sto-
nascimento basta a discriminare ciò che in Dante c'è,
che prima non era, e ciò che
essere, perché
si
formò di
in lui
alcune ombre e colori, che vi sono
Non
c'è più in Dante
il
cosi quello della feroce ascesi
battagliare; che
mai
non
è,
e
non poteva
poi, e a togliere dal suo ritratta
stati
medi<jevo,
come
malamente aggiunti.
il
crudo medioevo,
l'altro del fiero e allegro
forse niun altro
gran poema è come
quello di Dante privo di passione per la guerra in (juanto
VI.
CARATTERE E UNITÀ DiiLLA POESIA
DI
DANTE
167
guerra, delle commozioni che accompagnaiio la lotta militare,
il
in
L'epopea
appena vi romba di lontano,
paragone. In cambio dell'ascesi vi si ri-
rischio, lo sforzo,
medievale,
il
trionfo, l'avventura.
il
ciclo carolingio,
una terzina
di
trova la fermavfede, raftbrzata da pensiero e dottrina; in
cambio dell'ardore guerresco, l'ardore civile. Queste, e non
più quelle cose, appartenevano all'età sua, all'Italia del suo
tempo,
e
o,
a ogni modo, appartenevano alla sua coscienza
formavano oggetto
citudine, della sua
mia
volte manifestato la
sua continua e intensa solle-
della
umana
passione.
E
sebbene
abbia più
io
diftìdeuza e ripugnanza verso le
caratterologie etniche dei poeti, pur dirò che, se
di
«
germanico
»
,
Dante
del quale
nome
il
non
è stato fregiato (e
da tedeschi, e anzi non da tedeschi per primij,
solo
in-
s'
tende simbolicamente come designazione ora dell'impeto
mistico e ascetico ora dell'impeto guerresco, Dante non
A'a
«germanico»,
e
dovrebbe denominarsi italiano o latino
o con altrettale contrapposto. Nella bellissima rievocazione
che Giovanni Berchet fece, nelle Fantasie, dell'incontro di
e
italiani
tedeschi a Costanza pei negoziati della
Dante non starebbe
tra
il
«
popol biondo
»
e tra
pace,
baroni
i
che, col ferreo cappello e col busto chiuso nelle ferree
glie,
«emergono segnai
gruppo
un
di
avvolti in lunghe
e
spicui per negri cigli accorti
».
di
di
vetusto»,
ma
semplici cappe,
in
«
maquel
co-
sol
Per altro rispetto bisogna astenersi dal troppo ravvicinare, paragonando,^ Dante allo Shakespeare,
storia
della
poesia europea;
l'appunto, rappresenta, ed
umano,
il
primo poeta
che s'incontri dopo di
pari a lui di grandezza
è,
perché
un'altra
lo
epoca dello spirito
nella quale la concezione dantesca del
mondo
stata sconvolta, e sulla chiarezza, che illuminava
necessità del mistero,
si
era distesa una nuova
stero, e la perplessità della
mente
lui nella
Shakespeare, per
ombra
e dell'animo, che
era
anche
la
di mi-
Dante non
LA POESIA DI DAXTK
168
conosceva o aveva presto vinta, era diventata
nante ^ E, quanto
dire?
non
loro infinito
Il
sognare,
loro stile
il
mento della natura
Dante) non è
è
il
non è
il
suo,
suo
loro sognare
il
bello stile >,
«
Grimm
(che Iacopo
»
suo,
il
in genere,
e,
nico
»
non
si
toglie
si
come simbolo
Se
egli
Weither,
i
lida gf^nia,
«
li
Obermann
gli
priamente
si
e
come gli
i
se
«
germa-
Dante, come
non fu del-
cosi
romanti-
ma
che
conoscere
di
estese e ottenne
si
è di tutti
questa
i
ammi-
tempi; e forse esso
soflFrire
quella ma-
eroi romantici, per effetto della malinconia,
si
lasciò
andare
alle dissipazioni:
significato del sonetto che l'amico Cavalcanti gl'in-
dirizzava, rimproverandolo della
posava
».
che nel periodo romantico pro-
complicò,
si
della tristezza, dell'accidia,
il
suo
Renati, e la loro pal-
da giovane, dovè, per alcun tempo,
se tale è
senti-
gli eroi del
E qualcosa dovè
arricchì,
razione e apoteosi,
lattia, e.
il
«
avrebbe forse messi nella «belletta negra»,
«accidiosi'^.
ira gli
<
qui,
romantico
avesse conosciuto
trista disposizione di spirito,
stesso,
di
non è
loro
declama Dante roman-
Anche
tradisce.
e
il
perciò negava a
può dire germanico del medioevo,
l'ottocento.
eismo,
sfigura
lo
nota domi-
loro sentimento della
il
vita ò l'opposto del suo: chi legge o
ticamente
la
romantici, che poi so^uirono, che cosa
ai
», dell'*
anima
che s'era impadronito
invilita
Ma,
di lui.
»
«
vii vita
»,
nella quale
e dello «spirito noioso »,
in ogni caso, egli si trasse
presto fuori da questo smarrimento, e lo mise tra le altre sue
esperienze;
come mise
tra le sue esperienze quelle furenti
passioni amorose, delle quali parlano
fece l'episodio di Francesca. Nella
timentalismo di sorta,
ma
i
suoi biografi, e ne
Commedia, non c'è sen-
la gioia e
il
dolore e
il
coraggio
del vivere, infrenato dal timore morale, sorretto e animato
dall'alta speranza.
1
Rimando per questa
volume:
parte
a!
mio saggio shakespeariano,
Arioato, Shake-ipearc e (JorneiUe. (Bari, 1920).
nel
CARATTERE E UNITÀ
VI.
Tale
è,
in rapidi
Ma non
— che
Dante da
ziare
altri
non
poeti e
alcunché di angusto
la
di cose particolari,
non
ma
nostro rapimento ai
ad aiutare V intelligenza e
di
ritiene,
si
della
di
poesia,
rinserra in cosa alcuna o gruppo
e
ritrai
concubina
sorella bianca
caratteri-
Donde
spazia sempre nel cosmo.
delle braccia del suo dolce
il
parole di Dante, anche
alle
ci
vengono innanzi
egli
cir-
dica
Titone antico», che esce «fuor
amico
», o
», e simili. Questo,
comporta altra caratteristica che
la
neve
la
carattere stesso univer-
il
ma
sua definita individualità,
che chiami
che poi è l'essenziale, non
sale della poesia; e in tal riguardo
nella
come ogni
la
per cosi dire, di prosaico, se
queir incanto: o che mitologizzando
dell'alba «la
«
e,
più piccole e fuggevoli, che
confuse
qui terminando con-
collochi e risolva nell'amplitudine
si
dell'unica poesia, che
alle
—e
quella immagine, che vale a differen-
comprensione della sua opera,
stica,
Ili'.»
l'
si
bisogna dimenticar mai,
viene ripetere,
DANTE
immagine di Dante, l' immadesume dalla sua stessa opera.
tratti,
gine autentica, quella che
DELI. A POESIA DI
Dante non
è più Dante,
è quella voce meravi-
commossa, che tramanda l'anima umana
nella
perpetuamente ricorrente creazione del mondo. Ogni
diffe-
gliata
e
renza, a questo punto, svanisce, e risuona solo quell'eterno
e
medesimo timartisti, sempre
accolta da noi con sempre rinnovata
sublime ritornello, quella voce che ha
bro fondamentale in
tutti
nuova, sempre antica,
trepidazione e gioia:
la
i
Poesia senza aggettivo.
che parlano con quel divino
umano
fu
accento,
un Genio.
si
il
grandi poeti ed
o
dava un tempo
piuttosto
il
nome
A
coloro,
profondamente
di
Geni; e Dante
APPENDICE
INTORNO ALLA STORL\ DELLA CRITICA DANTESCA
n
\jhi
percorre in ordine cronologico
su Dante, dal secolo di
i
giudizi e la letteratura
lui via via pel
quattro e cinque e
seicento, pervenuto alfine innanzi alle pagine che
Giovan
1725, scrisse sul poeta della
Comme-
Battista Vico, circa
dia,
si
acorge
(se
il
ha
il
sciiso di queste cose) che,
con quelle,
né più né meno che una rivoluzione nella
s'inizia
critica
dantesca.
Sembra come
Dante
(dice
si
il
levi
se,
a quelle solenni parole, la statua di
a un tratto,
alta,
sulla terra d'Italia.
Dante
Vico) è un divino poeta, affatto diverso dai verseg-
giatori odierni, erotici, melici e arcadici.
in lui dall'altezza dell'animo,
La poesia sorge
che disprezza tutte
ammirate dagli uomini cupidi ed
effeminati,
le
cose
rivolto
solo
a gloria e immortalità, e arde tutto di virtù pubbliche e
grandi, segnatamente di magnanimità e di giustizia; sorge
un momento storico particolariùeute favorevole, a capo
una lunga età di violente passioni e di fervida fantasia, nel tempo della spirante barbane d'Italia. Per tal
riguardo, essa non può compararsi ad altra poesia che al-
in
di
LA POESIA DI DANTE
174
l'omerica, e Dante fu. in effetto, l'Omero del medioevo, e
scrisse
la
sua Iliade
neW Inferno,
narra
in cui
ire
impla-
cabili e ritrae quantità di spietatissimi tormenti, e l'Odissea
nelle altre
due cantiche,
mirabile pazienza, e
somma pace
con
credette, per
il
il
il
Purgatorio, in cui
Paradiso, ove
dell'anima; e di
lui,
si
gode
si
soffre
con
infinita gioia
come
di
Omero,
si
miracolo compiuto dalla sua arte, che avesse
foggiato la propria lingua, trascegliendola da tutte le favelle
della sua nazione.
La Commedia
è
da considerare sotto
tre
quello dello studio letterario, in quanto vi
aspetti:
si
attingono bellissimi parlari toscani; quello della storia,
perché contiene una storia dei tempi barbari d'Italia;
maggiore d'ogni
altro, quello
e,
poetico, nel quale porge esem-
pio di sublime poesia. Poesia che nasce tutta da vigore di
fantasia
;
e sebbene
soglia lodare
si
Dante
di
gran dottrina
iu divinità, questa dottrina, questa scienza filosofica e teo-
logica, piuttosto che vantaggio, gli apportò
ché
né
«
non avesse saputo
se egli
affatto
nocumento,
tal-
né della scolastica
sarebbe riuscito più gran poeta, e forse la
di latino,
Omero » ^
suo Virgilio. Il modo
toscana favella avrebbe avuto da contrapporlo ad
,
non ebbe nel eultissimo
acconcio di commentarlo è dare breve e chiara notizia delle
cose, fatti e persone che egli memora, spiegare i suoi senquale
la latina
timenti, «entrando nello spirito di ciò che
ha voluto dire>,
per intendere la bellezza del suo parlare poetico, e
morale
sciare ogni
cognizione
1
Si
>
e
«
trala-
molto più altra scienziata
*.
veda Scienza nuova
(1725),
1.
ed. Nicolini, pp. 477, 727, ^33, 734,
del 26 dicembre 1725, e
il
Ili, e. 26, Scienza
7.t0,
la lettera al
nuova geeonda,
Degli Angioli
Giudizio su Dante, scritto a proposito di
nuovo commento della Commedia, e che è del 1728
Critica, XVI, 156). Cfr. Croce, La filosofia di G.
e. xvm.
un
o 29 (per questa data
B.
Vico (Bari, 1911),
APPENDICE
Cosi non
era mai,
si
gìh. beninteso,
fin
175
Non
guardato Dante.
allora,
che l'autore del poema sacro non fosse ge-
neralmente sentito e affermato poeta e gran poeta, e non
lo
l'
vedesse e ritraesse
si
nella sua
singolare fisionomia:
ammirazione che comincia già presso
che Giovanni Villani
capitolo
i
contemporanei,
il
consacrò nella Cronica
gii
come
a insigne avvenimento di quei tempi, le pubbliche
ture,
i
let-
moltissimi commenti, la popolarità ottenuta, le imita-
zioni che
fecero della sua opera,
si
modo
il
e
il
tono con
cui se ne discorse allora o nei tre secoli seguenti, le stesse
controversie che vi s'intrecciarono intorno, provano che,
ogni volta che
la
gli
grandezza e
animi
si
accostavano a Dante, avvertivano
l'originalità del
Né ha
suo genio severo.
importanza, per questa parte, che taluni uomini, e finanche
segna-
intere generazioni, lo negligessero e rinnegassero,
tamente nel periodo umanistico, e poi
e poi ancora durante
il
nalismo del settecento;
per tutte
mentali
e
le
perché simili vicende
opere umane, secondo
e altresì artistici, che,
nelle varie età, distolgono
i
il
razio-
ripetono
nei vari individui
da talune opere e rendono a
fan
si
che non se ne ricer-
Senonché, anche quando
conosca e ammiri, e rettamente
tra cosa è poi dimostrare e
si
Bembo,
diversi interessi, pratici,
dominando
chi vera e propria conoscenza.
le si
del
barocchismo del seicento e
esse insensibili o avversi, e
bene
tempo
al
ragionare
il
si
giudichi, alossia
giudizio,
fondarlo e determinarlo teoricamente; nel qual atto sola-
mente esso
si
fa critico e scientifico, e
cessaria una teoria,
il
a quest'uopo è ne-
cui progresso è progresso
del
giu-
dizio stesso. Ora, le teorie che ebbero corso in quei secoli,
originate nell'età greco-romana e variamente intellettualistiche com'erano,
non permettevano una
libera trattazione
dei problemi della poesia, e perciò, sia che con esse
si
si
giu-
meno si censurasse l'opera di Dante,
procedeva pur sempre in modo necessariamente artifizioso.
stificasse, sia
che più o
LA POESIA
176
/'
/
/
Dante
non ostante
stesso,
DANTE
DI
la fine intelligenza
che dimostra
in più luoghi circa la natura della poesia (come
ferma
di poetare
<
nega che
l'altro in cui
modo che
a quel
detta dentro
possano tradurre
si
dove
>
,
af-
o nel-
in altra lingua
cose metricamente legate), era tenuto stretto dalla dottrina
della poesia in quanto allegoria di verità rc^'ligiose e morali:
e
nemmeno
chiama
ciò ch'egli
a fondamento degli altri tre,
senso letterale » e pone
può intendere come quello
«
si
,
che noi diciamo «senso poetico», perche sarebbe piuttosto
la
poesia depotenziata, vista solo in superficie e gradevole
nella luccicante superficie.
non era inconsape-
Certo, egli
vole del suo creare, che anzi ebbe forte coscienza della pos-
sanza e dignità sua
ma
poeta;
di
pur
gli
faceva difetto^
nella scolastica filosofia che seguiva, la categoria per
prendere adeguatamente
il
com-
suo stesso poema. Similmente,
pel Boccaccio, teologia e poesia sostanzialmente s'identifi-
cavano, e l'una era una poesia di Dio e
avvolte in belle favole
le
cagioni delle cose, gli
ammonimenti che non
animi mercé le dimo8tra?:ioni
virtù e gli
negli
l'altra
si
porgeva
effetti
delle
riesce a far entrare
filosofiche e le persua-
Giovanni Villani, più semplicemente, aveva
sioni oratorie.
lodato la
Commedia come
e
questioni morali, naturali, astrologiche, filosofiche
sottili
e teologiche, con belle e
trie >
.
fatta
«
in pulita rima, e
nuove
figure,
con gi'andi
comparazioni e poe-
Ciò che più riempiva d'ammirazione, era l'universalità
del suo sapere:
«uomo
dei più universali», lo diceva
An-
tonio Pucci. Nel secolo appresso, Leonardo Aretino, ricor-
devole forse di alcuni luoghi platonici, conosceva un'altra
specie di poeti, anzi la
compongono
«
somma
e piti perfetta specie, che
per ingegno proprio agitato e commosso da
alcun vigore interno e nascoso,
ed occupazione della mente
»,
il
quale
si
chiama furore
oltre quella di
coloro che
compongono «per
iscienza, per istudio, per disciplina ed
arte e prudenzia»;
ma
Dante collocava senz'altro
in questa
APPENDICE
seconda specie, perché
«
177
per istudio di
filosofia,
teologia,
astrologia, aritmetica, per lezione di storia, per revoluzione
di molti e vari libri, vigilando e
sudando negli
studi, ac-
quistò la scienza, la quale doveva ornare ed esplicare con
li
suoi versi». Nel corso del cinquecento, la rinnovata poe-
tica di Aristotele
non valse a sradicare questo concetto
di-
dascalico e oratorio della poesia, e lo studio di quel filosofo
e degli antichi retori condusse a costruire
sificatoria dei generi poetici legittimi
questioni, che allora
Commedia dovesse
altro genere;
([uale
si
:
sicché
una rigida clasuna delle grandi
agitarono intorno a Dante, fu se la
considerarsi epica o drammatica, o dì
e Iacopo Mazzoni, per esempio,
com-
poema epico
batteva l'opinione più generale che fosse
e la
sentenziava drammatica, una «^commedia senza ridicolo»,
quale non era ignota agli antichi, con Dante protagonista^
Virgilio deuteragonista e Beatrice tritagonista
Nores
la
teneva invece per una teologia o
in versi, comparabile ai
(^)uestioni
ci
che
si
e
lason de
poemi d'Empedocle e
di
morale
Lucrezio.
prolungarono nei secoli seguenti, nei quali
fu chi la defini
alla definizione di
;
filosofia
«satira», e chi, come
poema
il
Torti, avversario del Monti,
la
Monti, torna
come Francesco
didascalico, e chi,
rivolle epopea, in
«narrazione di un'azione illustre»; e
altri
Becelli, nel 1732) la qualificò mista di tutti
«ora tragica, ora comica, sovente
i
quanto
che (come
il
generi di poesia,
satirica,
ed ancor
lirica
ed elegiaca». Quest'ultima definizione ebbe fortuna, o piuttosto risorse e risorge spontanea, e
Schelling
(il
non romanzo
ma
in
si
legge perfino nello
Commedia « non didascalica,
senso proprio, non commedia o dramma,
quale disse
la
indissolubile miscuglio, perfetta compenetrazione di tutte
queste cose», un'entità di genere affatto proprio, un
a
sé, «
mondo
che richiede una sua propria teoria»); e s'incontra
di frequente nelle odierne scritture critiche, perché, in effetto,
offre
una comoda scappatoia e agilmente scioglie senza
glierlo
un nodo,
in cui ci
B. Croce, La poesia di Dante.
si
scio-
è intrigati.
12
LA POESIA
178
Lasciando
queste dispute di vacuo formalismo,
in disparte
pel resto, durante
coloro che, comi*
Commedia fa lodata da
movendo dalla sopradetta dot-
cinquecento, la
il
Varchi,
11
DANTE
DI
trina didascalica e oratoria della poesia, giudicavano che
Dante avesse conseguito un gran fine morale con la punizione dei rei nell'Inferno e il premio dei buoni nel Paradiso,
e fu biasimata dagli
che coltivavano l'ideale d'una
altri,
poesia sensualmente gradevole
come
e,
il
Muzio, dichiara-
vano che Dante «ogni altra cosa era piuttosto che poeta»,
e perfiiio spregiavano
seggiamento
di
e
duro ver-
qualche scartafaccio fornitogli da
frati teo-
argomentanti.
loganti e
poema come aspro
suo
il
è
Si
quando, dopo aver rimestato
versie cinquecentesche
i
lietamente sorpresi,
perciò
documenti
(molte delle
di quelle contro-
quali
legano
si
alla
diatriba contro Dante, messa in circolazione nel 1571 sotto
11
nome
role di
le
di
Rodolfo Castravilla),
ci
Vincenzo Borghini, rivolte
s'imbatte in alcune patutt'
censure dei sensuali e voluttuari e
Ai primi, che
si
appellavano
tamente osservava che
il
al
insieme a respingere
le lodi dei didascalici.
Bembo,
il
Borghini paca-
celebre letterato veneziano,
« tirato
dal suo genio in altra sorte di poesia, più dolce cioè e più
dilicata,
non gustò né mise quello studio
in quell'altra
conveniva a poterne con tutta dirittura giudicarne».
coloro che stimavano doversi ammirare Dante
«
per
le
che
E
a
molte
poema inchiuse», rispondeva,
sentenzie che sono in quel
che, certo, far poco conto di queste cose sarebbe sciocchezza,
ma
(continuava)
« io
dico bene che io l'ho per serventi di
quel poema e non per principali, e ammiro
poeta, e
non come
una quasi
di
come
il
poeta come
teologo; se bene
mi pare
divinità d'ingegno l'aver saputo e potuto inne-
starle di sorte
<!
filosofo o
che servano
con leggiadria.
E
se
Dante che quel ch'e'
faceva di spender
il
al
bisogno del poema con grazia
Cosmico non vide
il
altro nel
poema
dice, e' lo gustò molto poco, e
tempo suo
in leggere altro clie
me'
Dante,
APPENDICE
«e non seppe cavar altro»
'.
179
Borghini, che già nelle in-
Il
dagini circa la lingua, le allusioni storiche e le allegorie
dantesche aveva segnato
la
via buona, anche rispetto al
carattere poetico di Dante vide e disse giusto;
come
dire cadde
ma
quel suo
nel vuoto, senza eco, nonché negli
altri,
in lui stesso, perché, per diventare valido ed efficace, si
sarebbe dovuto sentire in contrasto e uscire ad aperta guerra
con tutta
E
il
poetica di quel tempo:
la
che non avvenne.
il
valore del giudizio del Vico è invece, per l'appunto,
una nuova
nell'essere prodotto e produttore insieme di
trina delia poesia, che
Dante
suggerivano con
schietti poeti
e
Omero
e tutti
i
le loro creazioni,
sieme spiegava Dante e Omero e
gli
tutti
altri
dot-
grandi e
e
che
in-
grandi e
una nuova dottrina che si sarebbe svolta nei
si sarebbe chiamata estetica, scienza della
schietti poeti:
secoli seguenti e
fantasia, scienza dell'intuizione, o in altri modi.
importa, a petto di questo gran merito, che
il
paragone
di
Dante con Omero-,
il
Che cosa
Vico sforzasse
dell'Italia
dugentesca
con r Eliade del nono secolo innanzi l'èra volgare, ed esagerasse la dipendenza deìla poesia dalla barbarie delle società
momento
e pensasse per un
di togliere a
della sua anima, la scolastica e
il
latino?
Dante una parte
Sono concetti e
ravvicinamenti che bisogna intendere con discrezione, e piuttosto
come
simboli che
come affermazioni
di fatti, simboli
non
sulle
G. Galilei, V. Borghini ed
altri,
cioè della vera poesia, che sorge sulle passioni e
!•
Studi sulla Divina
Commedia
di
ed. Gigli (Firenze, 1855), p. 308.
-
un
Su
di
che farono mosse obiezioni, non appena la Scienza nuova,
secolo dopo, cominciò a essere studiata;
Fatjriel, Dante
et
les
origines de la langue
et
come può vedersi in
de la littérature italienne
(Paris, 1834), I, 21-2, 371-3; Villemain. Tableau de la littérature au
age (ed. di Parigi, 1882),
I,
moyen
346-7; P. Emiliani Giudici, Storia della
teratura italiana (4^ ediz., Firenze, 1865),
I,
228.
let-
180
LA POESIA DI DANTE.
ritiessioni.
Che cosa importa che non andasse più innanzi
poema di Dante e non
nella caratteristica particolare del
cavasse tutto
aveva
il
frutto che poteva dai profondi canoni ch<^
stabiliti sul
fu fatto di poi, e
ma
nire;
modo
si
passi
ulteriori
gli
Commedia? Ciò
d'interpetrare la
verrà ancor meglio facendo nell'avve-
non sarebbero
stati
possibili
senza quel primo.
Per
allora, nel secolo del Vico, si
può dire che giun-
gessero all'estremo l'opposto giudizio e la condanna di Dante
secondo un estrinseco ideale,
il
classicismo e
bembismo
del
cinquecento, che prese nuova veste di razionalismo e di
letteratura
riflessiva,
«sensibile».
poema
Il
galante
satirica,
sentimentale
e
una volta
Voltaire, che definì
la
o
Commedia
bizzarro, splendente di alcune bellezze naturali, e al-
tra volta addirittura
un guazzabuglio, un salmigoudis,
e rise
degli anacronismi che conteneva, e motteggiò che la ripu-
tazione ne starebbe sempre salda, perché tutti la ammii'a-
vano
e niuno la leggeva
;
il
facendo anch'esso
Bettinelli, che,
salvezza solo di alcuni pezzi, di un migliaio di versi, la
giudicò un tessuto di prediche, di dialoghi, di quistioni con
non
altra
guida che
le
passioni e
il
capriccio dell'autore,
priva di azione o con azioni soltanto di discese, di passaggi,
di
salite,
di
andate e
ritorni,
allusioni a oscuri individui
di
irta
simboli e piena di
contemporanei del poeta; furono
due più famosi rappresentanti di un'opinione allora largamente divulgata. S'incontra essa, infatti, tal quale, presso
1
molti
altri, e
dia era
«
media»,
per esempio, nel Cesarotti,
un guazzabuglio grottesco
e, in
forma epigrammatica,
che chiamava Dante
«
»
,
in
])er
una
«
cui la
Comme-
non-divina Com-
OrazioWalpo]e(1782),
stravagante, assurdo, disgustevole, in
breve, un metodista in
Bedlam
»
(cioè,
al
manicomio); e
si
ritrova echeggiata dal Goethe, quando, nel 1788, scriveva di
non comprendere come ci si potesse intrattenere con quel
poema, di cui l'Inferno a lui tornava orrendo, il Purgatoria
API'ENDICE
equivoco e
il
Paradiso noioso. Anche questo motivo antisto-
al pari di quello dei
rico,
neppur oggi
dipoi e
181
gliava verso Dante
«
generi
»
,
non
6 del tutto spento:
sentimenti e
i
del Bettinelli, e parlava di quella
«
Le
Lamartine
impi-
che è
»,
postéritc ne com^prend
è tornato alla carica,
vede, in quell'ammasso di stravaganze e
sragionevolezze, se non
niano
il
gazette fiorentine
Commedia, una polemica che « la
plus »; e testé un critico americano
la
e anch'esso non
spense del tutto
pensieri del Voltaire e
i
^
si
«
several literari/ jewels
a veri/ small residuum.
»
»
,
che
for-
'
risposte a siffatte critiche furono, nel settecento, in
parte dettate da semplice buon senso (come quando al Bettinelli si die
è colto, e
lo
l'avvertimento che Dante non è oscuro per chi
Gasparo Gozzi incalcò, per l'intelligenza di Dante,
studio dei tempi dell'autore e delle altre opere di
ma,
in altra e
maggior parte, consistettero
lui;;
in contrapposi-
zioni di false difese a false accuse, di pedanterie vecchie a
pedanterie nuove, come col lodarlo di «gravità» nei pensieri
e nella morale, e di
essere stato
primo ad
il
riosa strada alla poesia italiana». Pure,
«
aprire glo-
uno almeno
ci fu
che
rispose secondo lo spirito che potrebbe chiamarsi vichiano,
uno
scrittore tedesco,
di lui, in
nimo
un articolo
il
di
Bodmer
una
o qualche
e rimasto a lungo dimenticato
minciava col notare, che
partecipava con V Iliade
alla costumatezza,
ai
alla decenza,
alla
A. MoRDELL. Dante and other ivaning
Fu scoperto
pp. 288-88); e
di
Dante
contrario
graziosita del gusto
classics
(Philadelphia, 1915).
ristampato dal mio compianto amico Leone Donati,
nella sua monografia J. J. Bodraer
J. J.
o scolaro
Quello scrittore co-
poema
medesimi biasimi, come
1
volume:
-.
lo straordinario
-
e
amico
rivista zurighese del 1763, ano-
und
die italienische Litteratur (nel
Bodmer: Denkschrift zum CO Geburtstag, Ziirich, 1900,
per la sua importanza mi è parso opportuno tradurlo
e inserirlo nella Critica. XVIII, pp. 306-11.
LA POESIA DI DANTE
182
moderno, inosservante
delle regole e dell'unità
senonché Dante (ribatteva) osservò
d'azione;
sue proprie regole,
le
ed ebbe cosi grandi e varie cose da ritrarre che, per poter
far uso di ogni sorta di stile, gli parve assai comodo adot-
un
poema
tare la forma di
fantastico viaggio. Ciò che nella
posizione del
si
condanna come
tradittorio e affettato, si potrebbe,
chiamare invece singolare
media aveva altrettanto
com-
strano, gotico, con-
con un po'
di giustizia,
Com-
e originale; e l'autore della
diritto di poetare nel carattere dei
suoi tempi quanto noi in quello dei nostri. L'acuto critico
scagionava infine, con isteriche considerazioni, Dante della
libertà
con cui aveva trattato l'antica mitologia e intro-
dotto eccezioni nelle leggi dell'oltremondo; e lo lodava di
aver cercato
poesia non solo nelle
la
umane
passioni, nel-
l'amore di Francesca e nello strazio di Ugolino, come pia-
ceva
che
ai
egli
moderni,
ma
anche nella morale
e nella
teologia,
seppe rendere poetiche.
Quando
si
ciarla dell'inutilità della critica,
sidera che, se noi ora leggiamo Dante e gli
che tra noi
e
non
si
altri poeti
con-
senza
loro siano gli ostacoli interposti dai grossi
pregiudizi del passato, dobbiamo questa agevolezza e questo
beneficio appunto a critici simili a quello ora ricordato, che
ce ne hanno liberati o ce ne vengono liberando. Nella ge-
nerazione seguita a quella del Bodmer, per effetto dei nuovi
da più
concetti sulla poesia e sulla storia, che
pili
modi spuntarono
e
dei germi che alcuni solitari
avevano seminati,
razione antidommatica e storica di Dante e degli
si
fece consueta e
disdegno verso
i
come
parti e in
furono come la fioritura o la messe
naturale: divenne luogo
giudizi condotti secondo
il
la
conside-
altri poeti
comune
il
particolare gusto
settecentesco e illuministico, e secondo ogni altro ideale che
non
fosse quello intrinseco e proprio di
Dante
tempi. Ciò è chiaro nelle caratteristiche che ormai
di
Dante
e dei suoi
si
leggono
nelle storie universali e nelle storie della l'attera-
APPENDICE
183
meno
Commedia come rappresenAnche la critica dantesca ita-
tura e nelle filosofie della storia, dove
bene
si
cercr,
più o
di ritrarre l'autore della
tante di un'età della storia.
liana, fatta erudita dagli eruditi del settecento, risorse spic-
catamente storica
principi
ai
dell'ottocento,
Guglielmo Schlegel scriveva: «Un ortodosso
Foscolo.
col
critico del
gusto
crede di dir gran cosa quando dice chela Divina Commedia,
il
I-
Giudizio universale e
Macheth sono opere prive di gusto:
il
con ciò non dice altro se non che
egli
non comprende
queste opere, perche oltrepassano l'orizzonte delle regole e
convenzioni da
apprese»;
lui
Commedia: «Qui
si
più in particolare, della
e.
deve sognare quell'eroica e monacale
età di lotte, farsi guelfi e ghibellini, altrimenti
il
libro
con fastidio».
getta via
si
Goethe, che non fu certo mai gran
Il
conoscitore di Dante, pur lo senti e intese ben diversamente
da come
gli
era accaduto nel 1788, e in una lettera del 1826 lo
congiungeva con
Italia,
perché
in
l'età della rinascita delle arti figurative
Dante
sensibile figurativo,
dominava, come
«
onde
egli
in Giotto,
gli oggetti
dere con netti contorni, e anche
le
le
genio
vedeva in modo cosi distinto
con l'occhio dell'immaginazione
disegnava come se
il
ii^
da poterli ren-
cose più astruse e strane
avesse davanti nella realtà»; e nelle
conversazioni con l'Eckermann lo diceva, non un semplice
ingegno», ma una «natura». Allora Dante fu messo in
nuova ed alta compagnia; e, se
critici del cinquecento lo
<t
i
paragonavano
a
come accadde
al
Omero
(suscitando talvolta
Varchi), se
il
proteste,
forti
Vico stesso non possedeva
maggiori notizie di letterature straniere da poter fare
paragoni, se
gli inglesi del
altri
settecento lo ravvicinaroriO, so-
prattutto per certe affinità nelhi materia, al Milton, e un
italiano che viveva in Inghilterra,
primo pronunziava insieme
speare, la triade
costituirsi,
talora
i
nomi
il
di
Eolli, nel
Dante
1735, per
e dello
Omero Dante Shakespeare non
variata
nell'altra
dei
tre
Shake-
tardò a
grandi
poeti
LA PuEislA DI DANTE
184
il nome
come presso
iuoderai, col togliere
del Goethe
o,
',
di
Omero
e
aggiungere quello
il
Tieck
-,
in quella dei tre
primi maestri dell'arte moderna, Dante, Cervantes e Shakespeare.
La
critica della poesia si era convertita in istoria,
e in grande storia, nella storia dello spirito
a
umano: senonché,
questa giustificata reazione e a questo
ragguardevole
progresso contro e sopra la critica dommatica dei secoli
precedenti, anda%^a unito un pericolo di unilateralità, per-
ché
la
vecchia critica dommatica intendeva a essere, an-
che nel suo modo arbitrario
e
per modelli,
nuova, abbattendo a buona ragione
stica, e la
storicizzando, perse di vista sovente ìarte
ma
bensi storica
artistica. Il
critica
i
come
arti-
modelli e
arte e fu
non, quale sarebbe dovuta essere, storico-
che spiega come, in tempi recenti, sia apparso
necessario riformare la storia della poesia e dell'arte con
una sorta
sintesi dell'astratta critica
di
estetica dei
dom-
matici e dell'astratta critica storica degli storicisti, mediate
in
una trattazione
estetica
estetica e nel
tempo
stesso storica, storico-
''.
Per queste ragioni, più che
alle
indagini sul .^igniticato
culturale di
Dante
ad allargare
e approfondire quella che si e
l'intcrpetrazione
nella storia universale (le quali presero
da noi chiamata
«allotria»), l'attenzione di chi ricerchi
i
progressi dell' interpetrazione storica di Dante deve essere
rivolta a
1
quanto fu allora
<•
poi osservato sul carattere del-
TorsBEE. Dante in Englixìi Literature.
I,
632, riferisce dalla de-
un viaggio in Germania, fatto nel 1802 da H. Crabb Kobinson:
Our polite host placed me by the side of Professor Abicht,
and 1 was agaia struck by the concurrence of opinion among the
scx'izione di
«
German
philosophers as to the transcendent genius of Shakespeare.
Goethe and Dante >
- In un dramma fantastico, che
é
ristampato nel Dki. Rai.zo,
Foeii^ie
di mille autori intorno a Dante, VII, 421-52.
"*
Si
vedano
i
miei Xaori
sayf/i di Emtelica,
pp. 161-84, cfr. pp. 214-5.
APPENDICE
185
l'arte dantesca, alle ricerche storico-estetiche, delle quali si
ha per
solito scarsa o
confusa notizia, tantoché
saranno meravigliati dei
tisti »
i
più dei
«
dan-
che veniamo tacendo
libri
veniamo ricordando, da essi
non pregiati. Non molto, in
e di alcuni di quelli che invece
non conosciuti
o
non
argomento
verità, olfre su questo
deve
il
o
letti
col Faust, e la caratteristica del
manifestazione
di
quale
al
si
l'anione
della
scienza,
della
storia
e
ma
religione
della
con
l'allegoria,
nuova mitologia, onde esso
singola poesia,
poema dantesco come prima
ciò che è proprio della poesia moderna,
storia
si
lo Schelling,
paragone, tante volte ripetuto dipoi, della Commedia
è
con
dell'arte
e
la
creazione di una
la
da considerare, non quale
«poesia della poesia»
legge nello Hegel, che definì
la
^;
e
poco anche
Commedia «una
sorta
di epopea, che ha per oggetto l'azione eterna, l'amor divino
»
e mise in rilievo la trattazione delle azioni e dei personaggi,
i
quali stanno sempre in Dante
molto conto
si
dovrebbe tenere
come
«
la critica
giudicati
»
.
Ma
in
che di Dante scrisse
nel 1801Ì1 Bouterweck-, la quale stranamente è affatto dimenticata dai dantisti o, più strano ancora,
una vaga fama
di
misconoscimento,
rammentata sopra
di detrazione, di
calunnia
dell'opera dantesca, e quasi semplice prosecuzione del volte-
risme e dell'irriverenza del settecento.
dubbio, fu severo verso la
«
Il
composizione
Bouterweck, senza
»
o
«
costruzione
»
sembrava si potesse « salvar
del poema, della quale non
l'onore » e che gli dava immagine di un gran labirinto gotico,
gravato da nebbia di allegorie, un labirinto difficile all'intelligenza e che, in fondo, non compensava le fatiche che si
gli
spendevano per intenderne l'architettonica
1
Nella Fhilosophie der Kunst
lomphischer Beziehung, che
-
è'
(1S02-3), e nel
e
il
congiunto or-
saggio Dante in phi-
tradotto anche in italiano.
F. BouTERWKCK, Gescìiickte der Poesie und Beredsamkeit
Elide des dreizehnten Jahrhunderts (Gòttingen, 1801), voi.
I,
seit
dein
pp. 76-120.
LA POESIA DI DANTE
186
dinamento
delle pene, delle purgazioni e dei premi, perché
il
sentimento artistico (das Kunstgefiihl) ha poco o nulla che
vedere con ciò che nella Commedia è «sistema
bilità di
menare innanzi
letterale
aveva costretto
e l'unità dell'opera era
il
suo autore a
e,
a sottigliezze,
un viaggio, non
l'in-
pel rimanente, un'unità allegorica o
Anche giudicava impoetiche
teologica.
salti e
venuta meno, ossia vi era soltanto
l'estrinseca unità della narrazione di
trinseca dell'epica,
L'impossi-
».
insieme senso allegorico e senso
tutt'
le parti scolastiche,
teologiche e astronomiche, e di tal natura la concezione
del Paradiso che di necessità la fantasia vi
nanzi all'inesprimibile,
si
trovava in-
vuoto poetico, col solo elemento
al
dommatica ancora concedeva, la luce. Gli
«una galleria di pitture con
cornice grottesca »; ma, nonostante questi difetti di composizione ed esecuzione, essa, «quando la si valuti per frammenti» {roenn loir sie fragynentarisch schàfzen), è « uno dei
più nobili e belli prodotti di uno spirito originale »: un'opera
sensibile che la
pareva, dunque, la Commedia,
non preparata dalla precedente letteratura, non riportabile
alle letture dell'autore, e della quale,
la poesia
moderna non può mostrare
alcuna eccezione, perché
uscire
di
tra
una
folla
lo stesso
di
per questo riguardo,
altra pari, e ciò senza
Shakespeare
lo si
vede
predecessori e Dante no. Era,
questo, un entrare nel vivo delle difficoltà; e l'acume e
coraggio con cui
il
Bouterweck
si
il
sforzava di distinguere in
Dante sistema e poesia, ed esaltava la poesia sul sistema,
debbono rendere indulgenti circa il troppo sbrigativo trattamento degli elementi dottrinali del poema e circa il principio della
«
frammentarietà
»
,
il
quale, se per una parte
era adesione ai giudizi su Dante del
settecentisti,
Bettinelli
per l'altra anticipava un più libero
e
di
modo
altri
d'in-
terpetrare e gustare la poesia.
Questo più libero modo
tato nei critici della
si
ritrova largamente rappresen-
prima metà dell'ottocento, e
in Italia^
APPENDICE
187
oltreché nel Foscolo già ricordato, nel Leopardi, che, po-
nendo
sopra ogni poesia, senti almeno talvolta, e
la lirica
disse in fuggevole accenno, che la
una lunga
propri
lirica
affetti »
*
;
Commedia «non
dov'è sempre in campo
e persino nel cattolico e
del
Dante tra
tutti
1833 e 1834, dichiarava
i
grandi poeti
e poeta, e perciò
una sorta
che erano in
onde
certa unità gli
corre,
Bene
il
di
di lotta tra le
diverse facoltà
poema non ha
carattere uni-
venga da un sentimento che
tutto lo per-
da un pensiero d'amore, dall'amore per Beatrice.
inoltre
il
Fauriel scartava
le allegorie
per cercare solo
senso poetico delle rappresentazioni; respingeva le cen-
sure, dettate
da «astratto gusto e logica»,
pagane introdotte da Dante nell'Inferno
la
Fauriel. nei
come proprio
doppio aspetto di scienziato
il
suo
il
il
al-
mescolandovisi poesia, scienza e politica, quantunque
tario,
una
lui:
suoi
i
moralista e
quanto grammatico Tommaseo. In Francia,
suoi corsi
è che
poeta e
il
alle figurazioni
notando
cristiano,
candidezza e ingenuità del poeta nel trasformare
namente quelle figure;
Dante prese le mosse, e
e distingueva tra la storia,
da cui
creazioni di sentimento e di fanta-
le
che vi costruì sopra, negli episodi, per esem{)io,
sia,
cristia-
cesca, di Ugolino, di Sordello.
inferiore finezza, ripigliava
di
Fran-
Villemain (1840), con non
Il
paragone con Omero per tem-
il
perarlo con far valere la differenza dei tempi e dei geni, pur
riaffermando che Dante, quando
torali del
Medioevo, inventava
du monde
»
gi'ec-»; e,
e
pel
parlava con
primo
o tra
«
i
la
si
voLvjeune
primi, giudicò
di Dante, « rèvetir, triste, exalté».
mato, se fosse ^inoins naturel
al pari del Fauriel, la
scioglieva dalle vesti dot-
camme
«
»,
au.r premiere joiirsr
et
argentine du poète
non
italiano
il
genio
da meritare d'esser chiagermanico. Riconoscendo,
duplice ispirazione del poema,
«
Vune
instinctive et passionnée et Vanire stndieiise et scolastique
1
Pensieri di varia
filosofie
e heììa
letferafura^
VII, 351.
».
LA POESIA DI DANTE
188
ritrovava ia questa duplicità la cagione delle bellezze sublimi
che vi sono e dei particolari estranei, importanti bensì pei
ma
contemporanei
« ses
fastidiosi ai
moderni; e concludeva che
pas
fautes, ses inégalités ne semblent
pu issante
continue de
et
so7i style »
,
né
<^
altérer l'originai ite
le
genie de l'expres-
siom>, che è in lui ammirevole, perché egli scrisse sempre
«
mème
avec la
terra,
inspiration de verve
Coleridge
il
vedeva
^
in
d'amour
et
Dante
la
«
».
In Inghil-
combinazione della
poesia con la dottrina, che è uno dei caratteri della poesia
cristiana
»,
sebbene
ben riuscito
in
d'altra parte,
ed energia
»
gli
sembrasse che Dante non fosse cosi
questa unione come
« la
vigore
il
della espressione di Dante, che vince quella di
ogni altro poeta, anche del Milton, e
non ha pari nei moderni
il
suo pittoresco, che
e negli antichi, ed è intonato allo
severo di Pindaro più che di
stile
Milton; ammirava,
il
vivezza, la connessione logica,
altri; e
non
gli
sfuggiva
quel che in Dante è di compiacenza d'artista pel linguag-
per la bella ed efficace parola.
gio,
Il
Caiiyle, continuando
senza saperlo un pensiero del Vico, riponeva
centrale
»
di
Dante, dalla quale tutte
da fonte naturale,
nella
le altre
la
«
qualità
come
fluiscono
«grandezza del cuore»;
lo
vedeva
bensì stretto e partigiano nelle cose della fede, ma, nonostante ciò, profondo, non ^loorld-ivide, but world-deep»
,
onde
e pur naturale, quel suo pronununa parola che colpisce, e poi silenzio, non altro da aggiungere; sentiva in lui una melodia continua, il «.canto fermo». Il Macaulay notava la tristezza di
Dante, dal cui animo era sparito ogni amore che non fosse la
la
sua
ciare
«
<s.ahrupt precisiou
a smiting word
»
»,
passione mezzo mistica per la sua sepolta Beatrice, e la mi-
santropia ne aveva preso
1
vati,
mio
I
il
posto, sicché,
«
esule feroce ed
luoghi del Coleridge e degli altri inglesi, in séguito mento-
sono raccolti nella citata opera del Toynbee; sicché mi risparparticolari citazioni.
APPENDICE
anche nel Paradiso tra
agitato,
18i>
non
beati
i
beato, non
è
partecipa alla loro felicità»; lamentava l'importanza data
(lai
commentatori
alla fisica, metafisica e teologia di
tutte cattive nel loro genere, e alle allegorie,
che l'autore non
•lignificati
aveva
vi
con
posti,
Dante,
lo scoprirvi
laddove «le
grandi facoltà della sua immaginazione e la forza incomparabile del suo
non furono né ammirate né imitate
stile,
»;
e faceva molte osservazioni sul carattere delle metafore e
comparazioni, sul
figurazioni
mente che nel Milton,
che
al
determinato e misurato che è nelle
finito e
Dante, per esempio nel Lucifero,
di
Macaulay pareva
della specie più antica e colossale,
informata non allo spirito
Omero
quello di
diversa-
particolarmente, sulla mitologia,
e,
danteschi sono (egli diceva)
ma
Ovidio e di Claudiano,
di
e di Eschilo;
«
a
Minosse, Caronte e Plutone
i
assolutamente spaventevoli
»
nomi classici nell'Inferno « insinua nella mente
un'idea vaga e tremenda di qualche rivelazione misteriosa,
e l'uso dei
a ogni storia scritta,
anteriore
potevano essere
i
cui
stati "conservati tra le
Dante scemi
il
di forze e
possente nel dipingere la felicità che
con
espressiva
feriva
poeta
al
la
meno che
scolastica,
ma
i
con
Ma
vi
il
il
rara
Paradiso
più pure e più nuove
ri-
capacità
Coleridge pre-
Fauriel,
ammettendo
le
sono incontestabilmente nelle altre duecantiche; il
e quelle del Paradiso
il
aveva potuto mettere
grandi bellezze ({qW Inferno, affermava che
«
Villemain
l'Inferno, e costrettolo a
tuttavia fredda e noiosa; e
molto più di vita terrena.
Il
umana meno
patimenti,
esposta bensì
V Inferno, perché Dante
credeva
re-
vada svanendo nel passare dall'In-
stimava ancora che, essendo l'imperfezione
farsi
su-
tradizionale giudizio che la poesia di
ferno al Purgatorio e dal Purgatorio al Paradiso.
avesse dato
le
Anche cominciò a
perstizioni di religioni più recenti».
vocarsi in dubbio
frammenti dispersi
imposture e
le bellezze del
meno continove ma
pili
le
più grandi
Tommaseo
Purgatorio,
intense
e,
dopo
LA PuESIA DI DANTE
190
che
la Bibbia, le pili alte
siano cantate mai»; lo Shelley
si
teneva poema più bello, di quello
e coi
«
più acuti
la graduatoria
Paradiso;
critici >
il
Puryatorio,
volgare e farla ascendente di'àW Inferno al
Carlyle toccò
il
Inferiio,
ù.e.\V
giudicava che bisognasse invertire
punto giusto quando, nel
il
chiararsi in disaccordo con molta parte della critica
manifestava l'avviso che
sulla preferenza data SiW Inferno,
ciò dipendesse dal
di-
moderna
nostro generale byronismo nel gusto,
*
«he sembra essere un sentimento transitorio ».
Il motivo critico dei due Danti e della dualità della
Commedia, che al Bouterweck si era presentato come una distinzione e diversità tra
e ad altri,
meno
teologo e
il
il
il
«
sistema
esattamente,
Dante poeta,
problema centrale della
se
non
a siffatto problema, nessuno tanto
le
poema,
contrasto traJl^Dante
costituisce propriamente
critica dantesca, è
problema preliminare, che questa
cesco de Sanctis,
e la poesia del
»
come un
si
si
certamente
il
trova innanzi. Intorno
travagliò quanto Fran-
cui meditazioni su
Dante cominciarono
nelle lezioni napoletane del 1842-43, proseguirono nelle con-
ferenze torinesi del 1854-55 e in un libro non condotto a
termine su Dante, e furono messe in istampa nei saggi sui
principali
Commedia,
episodi dell' In ferno e nel lungo
capitolo
sulla
inserito nella Storia della letteratura del 1869-70,
estratti compilati
innanzi, che,
indagini del
sul
manoscritto del libro di dieci anni
come ora si è detto, non fu mai compiuto ^ Le
De Sanctis su questo argomento non giunsero,
dunque, mai a piena maturità e furono piuttosto arrestate che
concluse; e ciò giova tener presente per quello che
si
osser-
verà. Invero, la soluzione che egli dette del problema della
dualità forse
non fu molto
felice,
perché
il
rapporto dei
due Danti, variamente atteggiato dai suoi predecessori,
^
B. Croce, Gli
1917), p. 30.
scritti
fu
di F. de Sanctis e la loro vaì'ia fortuna (Bari,
APPENDICE
da
lui
concepito
come anche
come
191
quello tra allegorismo e poesia
(o,
laddove esso
tra cielo e terra),
talvolta disse,
era effettivamente e propriamente (come bene aveva visto
Bouterweck) dualità,
o intravisto
il
struttura
poesia.
Dante
e
Egli
sublime ignorante
«
»
si
era prefisso,
e
sarebbe riuscita
l'autore e
« il
bella
era, si ribellava
alle intenzioni
menzogna
»
,
contemporanei
»
Commedia
malgrado
.
trasto tra la realtà della poesia e le teorie di
ma non
la
arte,
onde
Medioevo realizzato come
i
che
lasciava soverchiare da
La quale
nostra immaginazione come simbolo
malgrado
essere nella
inconsapevolmente
«
un
ignaro della sua vera grandezza,
all' allegorismo, e si
quella che chiamava
di
dissidio,
conseguenza,
gran poeta qual
illogico nel suo fare, che,
involontariamente
,
talora
e
per
descrisse,
lotta
può
del con-
Dante
critico,
era in Dante poeta, che di solito lasciava l'allegoria
nell'esterno e altra volta interrompeva la poesia per soddisfare propositi allegorizzanti,
siti
lità di
De
e,
soddisfatti questi propo-
e riposando sulle sue teorie, creava con lieta tranquil-
poeta. Malgrado quella dubbia spiegazione teorica,
il
Sanctis era tuttavia animato dalla sana tendenza, propria
dei critici romantici, a sciogliere
il
Dante poeta dalla con-
fusione col Dante teologo, filosofo e pratico, e a considerarlo
per
sé, e
mente
merito
la
a svalutare l'allegoria, sebbene non definisse esatta-
natura di questo procedimento espressivo. Maggior
gli si
deve in questa parte riconoscere,
di altri critici romantici,
i
quali, nel
.a
paragone
compiere l'anzidetta
liberazione della poesia dalla non poesia, gettavano via l'ele-
mento
come impoetico
religioso e mistico
quello politico e storico.
11
e
serbavano solo
tedesco Vischer, per esempio,
contemporaneo e collega del De Sanctis, ripetendo, nella sua
Estetica, il concetto dello Hegel circa la Commedia, che sa« epopea religiosa »
accusava nella forma dell'opera
una contradizione con l'essenza del poema epico, che richiede
rebbe
un mondo reale
,
e
umano,
e giudicava poetiche le sole parti
LA POESIA
192
«Storiche»
';
e
DI
DANTE
critico italiano, invece, rifiutando la re-
il
ligiosità allegorica,
non chiuse
gli
occhi alla
concreta, in figure tradizionali e familiari
\J
»,
«
religiositA
che è nel poema,
^ ed è poesia»"-. E analizzò
come Un allora nessun altro
aveva saputo, e fece sentire nella loi'o poetica bellezza, [i
canti di Francesca, di Farinata, di Ugolino, di Pier della
Vigna, e anche alcune parti del Purgatorio e del Paradiso,
sorpassando non
le «
un
tici
bellezze di
libro
il
meno
Dante
modo umanistico
il
(sul
»
sminuzzare
di
qual argomento aveva composto
Cesari), che quello aforistico e generico dei cri-
romantici, dei quali solo
il
Fauriel aveva tentato l'esame
Commedia.
particolare di episodi della
Per l'importanza grande
di tali
sue trattazioni, che sono
da considerare nella storia degli studi su Dante vera pietra
miliare,
bisogna tuttavia avvertire che ciò che abbiamo
notato in genere, nell'introduzione, sui limiti e sui difetti
delia estetica idealistica e della critica romantica,
rife-
si
modo precipuo, e honoris causa, alla critica dandel De Sanctis. Quando egli meditava sull'argomento,
risce in
tesca
risentiva forte gl'influssi letterari del romanticismo e quelli
filosofici dell'estetica
del tutto,
hegeliana, dei quali non
critico alcune correzioni in senso
ristico»,
certo
si
mai
liberò
sebbene introducesse in séguito nel suo sistema
cioè altresì
modo,
all'ideale
come «byronismo»,
che potrebbe
dirsi
«
ve-
romantico. Si atteneva, dunque, in
che
alla
il
aveva denunziato
Cari vie
poesia
di
passione violenta;
a;
ò
perciò V Inferno gli pareva più poetico delle altre due e anti-v
che, perché la vita terrena vi
quale, essendo
1
2
è,
De
a suo dire, riprodotta tale e
peccato ancor vivo e
Aesthelik, III, sez. II, § 878, e
posito del
scritti
il
la terra
per una conversazione in pro-
Sanctis col Vischer, Crock, Saggio
sullo
di storia della filosofia (Bari, 1913;, pp. 393-94.
Storia della
lelter.
ital..
ancora pre-
ed. Croce, I. 167.
Hegel
e
altri
/
APPENDICE
193
sente ai dannati, laddove, salendo agli altri due regni,
si
va
dagli individui alla specie e dalla specie al genei'e, e l'arte
si
povera e monotona,
fa
la bellezza
e
i
personaggi del Purgatorio hanno
ma anche la monotonia
appassionati, non più,
storici, possenti
come
della calma,
non
agitati e
grandi individui
nell' Inferno,
creature della fantasia. Le grandi figure poe-
tiche di
Dante sono, a suo avviso, tra gl'incontinenti e
violenti,
dov'è
mondo
il
i
della tragedia e dell'epopea, Fran-
cesca e Farinata; e giudica che Francesca è poetica perché
jìeccatrice,
e
che
poesia della donna è nella debolezza,
hi
man mano
nell'abbandono, nel peccare, e che,
scende nell'Inferno, scemando
perviene
vizio, si
il
che
di-
si
passione, prevalendo
la
il
bello negativo, al brutto, alla prosa,
al
cui valore artistico è riposto soltanto nella reazione sog-
gettiva e nella comicità. Per conseguenza, le figure di Dante,
rapidamente disegnate nei loro
vano accenni
nire,
che aspettasse
dalla letteratura
tratti
salienti, gli
sembra-
qualcosa che dovesse svolgersi nell'avve-
di
la
sua piena vita dallo Shakespeare e
moderna
in genere, e, per sé prese, ancora
involute, troppo semplici, troppo sommarie, con alcunché di
astratto ed
immobile
*.
Si
atteneva altresì al concetto realistico
della rappresentazione artistica, e stimava rappresentabile e
bene rappresentato l'Inferno, che
stesso della realtà in
mezzo a cui
stiano la vita degli altri due
realtà,
poeta coglie
trova
»
,
«
laddove
nel vivo
«
pel cri-
mondi non ha riscontro
nella
ed è di pura fantasia, cavata dall'astratto del dovere
e del concetto », e
ma
si
il
Paradiso, intraveduto, può essere arte,
il
come semplice «canto lirico », contenente «la vaga
aspirazione dell'anima a non so che divino », e non già come
« rappresentazione »
non essendo possibile la « descrizione
solo
,
1
Oltre la chiusa del cap. sulla Conimedia nella /Storia della
ratura e
i
saggi su Francesca, Farinata e Ugolino,
cfr.
lette-
un luogo de-
gli Sfritti vari, ed. Croce, 1, 300-302 n.
B. Crock,
La poesia
di Dente.
13
1/
LA POESIA DI DANTE
194
di cosa che è al disopra della
forma». Considerava anche,
alquanto materialmente, l'oltremoiido e
come materia
signata,
come materia
poetica, in cui c'è bensì vita,
ma
«
che sono
i
meno
immo-
vita oltrepassata e
bilizzata, perfezionata dal giudizio divino,
e senza libertà,
Inferno
stesso
lo
in sé stessa più o
due grandi
senza accidente
fattori della vita reale
come s'è detto, lo trattava, nel riguardo
estetico, quasi un graduale scemare di poesia. Nel che ora
gli accadeva di doversi contradire, come quando, nel mezzo
e dell'arte
della
«
prosa
Ugolino
e,
»,
»
di
Malebolge,
gli si
leva agli occhi
tragico
il
l'eroico Ulisse (che egli, per trarsi d'impaccio,
«ra costretto a chiamare
« il
grand'uomo
solitario di Male-
bolge»!); e talvolta era spinto a commisurare
il
modo
di rap-
presentazione, che è nelle scene di alcune di queste bolge
(dei barattieri e dei falsari), a
un
astratto modello di comi-
e a censurare Dante quasi avesse dato in quei luoghi
cità,
un comico
sforzato e freddo, laddove ciò che
Dante
vi
ha
messo risponde a un particolare tono di sentimento, e quelle
scene sono quali debbono essere, per chi le colga nell'animo
di Dante. Del pari,
non c'è nessuna ragione, innanzi al sianime al lido del Purgatorio,
lente angelo che trasporta le
ma
di notare che quella figura è «molto per la pittura,
per
la
poesia», e che in essa
«
manca
la parola,
poco
manca
la
corpo dell'angelo, non c'è l'angelo». La
personalità, c'è
il
conseguenza
questo estetico realismo o verismo rinverga
di
con quella dell'arbitrario ideale della passione violenta, perché, lasciando sperdere la soggettività e l'individualità della
poesia (ossia
il
carattere lirico che le è proprio e che ne de-
termina ogni parte), finisce per concepire
tesca
come un lavoro imperfettamente
la
poesia dan-
eseguito, rispetto a
una supposta piena rappresentazione della umana realtà, che
jdtri (per esempio, Shakespeare, Goethe o Schiller) porterà
pili
avanti e altri ancora (per esempio, Ariosto, Tasso, Alfieri)
avranno
il
demerito di non saper portare più avanti, e anzi di
APPENDICE
iy5
portare indietro, dando personaggi più o
Donde anche
rici.
Silvio Pellico,
il
la
meno astratti e geneDe Sanctis che a
strana meraviglia del
quale nella Francesca di Dante possedeva
si grande fonte poetica e
il
modello
di
tante finezze e delicatezze di sentimento
penna
«
una Francesca
lana»: quasi che
il
tutta
»
«
tante sfumature,
,
fosse uscita dalla
d'un pezzo e
grosso-
cosi
Pellico potesse creare altra Francesca
da quella che l'animo suo sentimentale ed enfatico, e
la
scarsa fantasia, gli concedevano. Codesti vizi del sistema,
si
potrebbero additare, non
De
Sanctis di solito sentisse
dei quali parecchie altre tracce
impedivano certamente che
e
giudicasse
il
poesia di Dante nella sua vera natura;
la
sicché, se mai, egli, assai più propriamente che Dante,
me-
riterebbe di essere, in questa parte, lodato di felix culpa, di
benefica incoerenza e illogicità.
In ogni caso, ciò che
che
il
lavoro del
De
si
è venuto osservando dimostra
Sanctis su Dante, se poteva operare da
non era una conclusione, nemmeno
efficace stimolo mentale,
come soluzione di certi
come conclusione provviso-
nel senso ristretto di questa parola,
determinati problemi e perciò
ria: esso
apriva o rendeva acuti quasi più problemi che non
chiudesse o placasse. Invece, dopo di
lui,
nonostante che
ammirate (ma piuttosto come arte
in Italia fossero molto
che come scienza) alcune sue pagine su personaggi ed episodi danteschi, le menti
perché, com'è noto,
degli studi
storici
si
entrò allora nel periodo filologistico
e letterari,
naturalismo e positivismo
telligenza
altri
per
efl'etti
le
distornarono da quei problemi,
si
creazioni
una sorta
di
corrispondente al generale
filosofico. Il quale, nella
spinituali,
sua inin-
producendo
ottusità crìtica, ridette
tra
il
gli
primo
posto alle questioni allegoriche e strutturali, specialmente
a quella gran parte di esse che erano arbitrarie e insolubili.
Negli antichi commentatori,
intenti
con cui
si
tali
questioni rispondevano agli
leggeva e spiegava
il
poema
di
Dante
(si
V
LA POESIA DI DANTE
196
spiegava, talvolta, anche nelle chiese); e
era, sovente, in
non
un' interpetrazione
pia. Della qual
di
modo conforme
cosa
si
loro allegorism
il
medievale
alla tradizione
ma una
critica,
interpetrazion
trova conferma nell'atteggiaraent
una nobile anima che,
pieno secolo decimonono,
in
ri
senti quei bisogni di pietà e di edificazione, lo Schlossei
e
che ingenuamente professò non
ma
su Dante,
more
solo
comunicare
«
dare
voler
erudizior
devote meditazioni
sull'ai
e sulla vita, sulla perfetta saggezza e suU' interiore cor
templazione, e considerazioni sull'essenza divina e sull'in
timo legame di tutte
le
cose del
mondo
»
e
',
lamentò eh
«ammirazione per la poesia» troppo avesse fatto dimenti
care gli «antichi commentatori», e volle tornare a questi,
1'
soprattutto
«
al
grandezza
Landino
e sublimità
cazione religiosa
si
e al Vellutello, nei
»
.
Anche quando
come
quali trovav
bisogno di edif
sostituì l'altro dell'edificazione civile
patriottica, quelle questioni,
sentimentalmente poste
risolute, ritennero sovente
ginosameute
al
e
imma
importanza pratica
può osservare nella letteratura dantesca del Eisoi
si
gimento nazionale, nel Rossetti, nel Gioberti, nel Tommasec
nel Balbo, nel Rosmini, e in altri molti. Giuseppe Mazzini
preludendo all'edizione della Co7nmerf/a illustrata dal Foscok
scriveva:
verso e
saremo
la
«
Oggi, pigmei, non intendiamo di Dante che
fatti piìi
gigantesche
andremo
terra ove
ma un
prepotente immaginazione;
degni di
ch'egli
tutti in
lui,
stampò
:
quand
alle orm
giorno,
guardando indietro
sulle vie del pensiero sociale
pellegrinaggio a Ravenna, a trarre dall
dormono
le
sue ossa
gli
auspici delle sorti futur
e le forze necessarie a mantenerci su quell'altezza ch'egli
fin dal
decimoquarto secolo, additava
a' suoi fratelli di pa
tria». Senonché nei nuovi interpetri, aridi Letterati, grani
matici e filologi ed eruditi, codesti motivi religiosi, politic
1
F. Ch. Schi.osser, Daiite-StiKÌie» (Leipzif^,
1B55,).
APPENDICE
mancavano
e umanitari
197
mancano:
e
sicché, salvo rari casi,
loro ermeneutiche immag-inazioni non importano
le
che oziosità morale
continuano
patrioti,
tradizione,
la
ma
delle frigide
centesche, e riescono
cone,
«
non delle anime pie o dei fervidi
accademie cinquecentesche e se-
tutt'
come avrebbe detto BaNon starò a racco-
insieme,
fantastici, litigiosi e ostentatori ».
un saggio
gliere
altro
e acrisia mentale, ed essi ripigliano e
o florilegio delle loro predilette questioni
e delle discordanti e svariatissime soluzioni che ne propon-
gono (il «grave problema», come lo chiamano, del « pie
fermo », l'altro delle « tre tìere », quello del «cinquecento
dieci e cinque », e simili), perchè la voglia che a ciò pò--
irebbe indurre di ridere e far ridere sarebbe qui dantesca-
mente rimproverabile come «bassa voglia»; senza
povertà spirituale
la
dantisti
«
e
si
»
si
ripugnanza
prova
alla
e
dire che
l'impotenza intellettuale di codesti
dimostrano atte più veramente a destar fastidio
un penoso sentimento, simile a quello che
11
dantista», che non
e
vista di un'infermità.
<^
riesce a dipanare la matassa da lui stesso arruffata e al quale
nessun suo collega in simile lavoro presta fede quando
si
dà a credere
compiuta,
egli
di averla dipanata inorgogliendo per l'opera
ci si
presenta a volta a volta pensoso, accorato,
addolorato, piegante sotto
il
pondo
della responsabilità as-
sunta, ovvero esaltato e fanatico, o addirittura con parole
da
e atti
e
non
già,
folle.
Tale spiccatamente è
dei volgari, del Pascoli,
il
ma «vedeva», non esponeva
ma annunciava
«
-'
si
riempiva di «profonda
poema, quali da
i
e rivelando pel
ai
dubbi e
«
congetturava
verità definitive e inconfutabili»,
nelle loro linee prime,
del
caso di uno d'essi,
il
primo
« si
ma
letizia »
era
,
«
s'ignoravano e
profondi misteri
alla incredulità altrui,
non
s'in-
sicuro », e per-
portando a Firenze,
pensiero di Dante e
sei secoli
»
possibilità o probabilità,
dustriava di persuadere ragionando,
ciò ora
il
quale non
si
»
,
il
disegno
cercavano
»,
ora scattava
dichiarando che non ere-
LA POESIA DI DANTE
198
dergli era
ma
«
rendersi colpevoli di un oltragfrio, non a
genio della nostra -stirpe
al
Anche
parlare per sua bocca.
il
libro di
un professore
enimmatica dantesca,
riposta
non
solo la
«
si
lui,
Dante», non
sciogliere
pritore
»,
mi
testé
lui solo, e di
ma
di Dante,
»
«
le
al solito, sicuro di averle
e,
avere
sta nei panni
si
venuto a mano
persuaso che in questa parte è
è
seconda bellezza
un inno non
è
liii^
degnava
si
di statistica, che, invescatosi nella
maggiori sue magnificenze»,
scoperte
a Dante, che
«
dalla
ingrandita la gloria di
gioia e termina
sa bene se al discoperto o
con
lo
disco-
al
'.
Queste cosi dette «questioni dantesche», prive d'importanza e spesso di fondamento e di metodo, compongono
almeno
tre quarti della ingente
nell'ultimo cinquantennio
è
si
mole
di carta
stampata che
accumulata su Dante.
nente è occupato da indagini filologiche circa
il
testo delle opere, le fonti, le allusioni,
o le allegorie e gli
storico e
enimmi
non con quello
altresì,
disila
ma
i
Il
rima-
la biografia,
tempi
trattati
di
Dante,
con metodo
combinatoria fantastica, da
medievalisti e non da almanaccatori privi di specifica cultura
'-:
indagini delle quali sarebbe superfluo difendere la
legittimità e l'utilità e che
hanno avuto
cultori valentissimi,,
dal Witte al Moore, dal Todéschini al Del Lungo, per ricor-
dare
solo
alcuni nomi.
Ma
assai
confuso rimane
il
rap-
porto tra esse e la poesia della Commedia, non bene in esse
discernendosi l'interpetrazione storica, che abbiamo detta
«
allotria», dalla interpetrazione storico-estetica;
gli studiosi di
1
Dante
Basti, del resto,
il
si
onde presso
trova ripetuta e data
per incon-
Bkxim. Dante
splendori dei
titolo: R.
fra
tjli
(Roma, Sampaolesi, 1919),
Addito nella non larga schiera dei lavori di questa sorta <iuelli
del Guerri, del quale si vedano in proposito sagge avvertenze meto-
suoi enigmi risolti
'-'
dologiche nel Giornale dantesco, XIIT. 177.
APPENDICE
testabile
«<
per intendere Dante sia
»
teologia o
di più,
la
la
premessa
o
la
conoscenza della sua
sua politica,
della
filosofia,
laddove
fia,
che
sentenza,
falsissima
la
chiave
lOD
sua biogra-
della
vero è che queste, e molte altre cose per
il
conviene storicamente
conoscere
a
tal
uopo,
ma
conoscere solo in funzione di poesia. Accade di conse-
guenza che
i
dotti conoscitori di tutto l'altro
nuti poi innanzi al
come credono
sela, e, provvisti
Dante, perve-
Dante poeta, non sappiano come cavard'essere di tanti ordigni,
si
trovino manchevoli proprio di quello o di quelli che sono
E affinché non
ognuno può verificare a
che mai metta capo la vasta monografia su Dante del tedesco Kraus ', il quale, quando « viene al paragone », quando
deve dire che cosa è veramente la poesia di Dante e descrinecessari per l'intendimento della poesia.
sembri che qui
vere, com'egli
Dante
»,
si
si
che
-.
esprime,
rimanda senz'altro
non meno vasta
relli
parli a vuoto,
ofi're
« lato
e dotta
monografia italiana dello Zingainvece dello studio estetico della
classificazione
Dante ha rappresentati,
figure rettoriche, e altrettali cose.
che
estetico e rettorico di
in ultimo,
poesia dantesca, una
oggetti che
il
alla «letteratura speciale »; e la
degli
affetti
e
degli
e spogli filologici delle
Le
trattazioni su Dant<',
leggono nelle storie letterarie, dopo aver compen-
si
diato biografia, storia esterna delle opere, fonti, invenzioni
e disegno della Commedia, non dicono nulla che
propriamente
alla poesia o
quando non ripetano
De
del
in
si
riferisca
recano solo mere nozioni generali,
modo
più o
meno
scialbo
i
giudizi
Sanctis e di altri critici della generazione romantica.
In verità, per intendere Dante e qualsiasi altro spirito
creatore, oltre e
delle notizie che occorrono per questo
F. X. IvKALS, Dante, sein Lebeu, sein
1
Kunst
-
prima
Wer/i', tseiae
ìind zar Folitik (Berlin, 1897).
Dante (Milano, Vallardi.
s.
a.,
ma
1903).
Verluiltninse
zar
LA POESIA
200
DANTE
DI
o quel particolare, è necessario possedere quella fondamen-
conoscenza o coscienza storica, che
tale
col formarsi e crescere
forma e cresce
si
nostra personalità interiore
della
(sorta di ontogenesi che coincide
con
caso di Dante, è necessario farsi
un'anima dantesca,
la filogenesi);
conoscere
insieme, poiché egli fu poeta,
e,
nei
che sia
quel
e,
la
poesia nella sua eterna natura. Anche i più fini ingegni,
quando non adempiano a queste due condizioni, non possono
se non libare qua e là la poesia, ammirare situazioni, parole,
immagini, respingere taluni erronei giudizi, orientarsi verso
il
ma non
segno giusto,
essa suscita.
E
investire dal centro
i
problemi
vazioni ò dato raccogliere dai saggi di analisi che
negli ultimi
offerti
si
sono
cinquant'anni della Commedia e delle
opere di Dante, e particolarmente dalle così dette
altre
conferenze dantesche
«
clie
certo molte belle pagine, molte sottili osser-
»,
letture con
estetici dei singoli canti, tenute in
d'Italia
';
le quali,
commenti
storici
ed
Firenze e in altre città
per altro, troppe volte, come vuole
la loro
occasione, pendono nel rettorico e troppo divagano in questioni
accademiche, erudizioncelle, fervorini morali
tici, e
arguzie e salamelecchi,
sminuzzano troppo. E
ragguaglio di
questi
se
e,
qui
studi,
e patriot-
anche nella parte
si
scrivesse
estetica,
un particolare
converrebbe ricordare alcune
esegesi pregevoli anclie per le osservazioni estetiche (com'è
il
commento
allo studio di
del Torraca), e alcune assennate introduzioni
Dante, come quella ormai
glese Syraonds e la più recente e francese
vecchia dell'indell'
Hauvette,
e qualche tentativo di approfondimento come, per l'allegol'ismo,
1
(^
del
Borinski
Noto, tra
-,
le migliori.
in
un
libro
V. Si'ixazzola,
del
//
resto
cauto
assai
XVTI
opaco,
ilelì' lufeì'tio
Napoli, 1903): sulla figura di Gerione.
-
.S.,
K.
1897).
BuiuNsici,
Uehev poefische
Vision
und ìinagination
;
Halle
a.
APPENDICE
c,
per
riesca
il
«soggettivismo», del Gorra
a
tener distinti
r« autobiografismo
Ma
della lirica.
»,
il
i
diversi
201
',
sebbene questi non
significati di tale parola,
«lirismo» e
il
«genere letterario»
più in alto di questi lavori, provenienti dalla
da porre ciò che di Dante scrissiun letterato e pubblicista politico, un profugo poLìcco, il
Klaczko con acuta penetrazione e fine senso d'arte, ripigliando in esame il vecchio e sempre riproposto ravvicinamento di Dante e Michelangelo, e diiferenziando e quasi
filologia e dalla scuola, è
-
opponendo
i
due
artisti,
l'uno dei quali, lo scultore, pati una
tragedia estetica, quella dell'inadeguatezza della forma
al-
l'ispirazione, della possa all'alta fantasia, e l'altro, artista
semplice e
politica,
e
sicuro,
pati
invece
una tragedia meramente
nutrendo nel suo petto un ideale attinto
che non solo era in discordia con
e col corso della storia,
ma
la vita
al
passato
contemporanea
veniva contrastato, insidiato
v corroso in ogni parte dall'opera sua stessa e dal suo procarattere intellettuale
prio
e
morale. Nel leggere quelle
pagine, in cui l'artista parla dell'artista e l'uomo dell'uomo,
compagnia di Dante.
compagnia di Dante, finalmente, ci si ritrova nell'ultima grande monografia che sia venuta in luce intorno alla
Commedia, quella del Vossler ^,la quale veramente abbraccia
ci si ritrova in
E
in
assai più cose che a noi
prime
nelle
non sembrino necessarie, perché
tre parti investiga le origini religiose, filosofiche,
etiche, politiche e letterarie del pensiero e della cultura dantesca,
risalendo
greco-romana,
o
1
E. G-ORRA.
-
J. IvLACZKO.
'
a
tempi remoti, all'antichità orientale e
dando una
storia, piuttosto
// soggettivismo di
Dante (Bologua, Zanichelli,
1899).
Cauieries florentines (Paris, 1880).
Karl Vossler, Die
Erklarung (Heidelberg,
Laterza. 1909-13Ì.
che particolare
góUtic/is
Komodie, Entwickliingsgeschichte
1907-10): delle
prime
tind
tré parti, trad. ital. (Bari,
LA POESIA DI DANTE
202
di Dante, generale di tutti quegli aspetti dello spirito
per lunga distesa di
neggiata con
secoli.
Un'immensa materia
trattazione concisa
non perde mai
di vista
il
umano
vi è padro-
ed epigrammatica,
suo oggetto ultimo,
che
mente e
la
l'animo dell'autore che vuole illustrare, del poeta della Com-
media, e non esagera
uomo
politico e
il
valore di
lui
pensatore, scienziato,
religioso, anzi riconosce espressamente la
v
scarsa originalità di ciò che, piuttosto che creare o trasfor-
\
raccoglieva e componeva nella sua personaliti^, e
<
mare,
.si
egli
rifiuta
a pensare la Commedia come «opera mista», scienza
e poesia
ad una, perché (come ben dice)
umano sono
senti dello spirito
« le
opere più pos-
non quello
quelle pure e
ibride, sono opere di arte pura, di scienza pura, di praxis
pura». L'ultimo volume dell'opera è tutto consacrato al
problema artistico della Commedia; nel qual punto il critico,
se ne avveda o no, non trae già le conseguenze della trat-
ma
tazione precedente,
da capo: non
extrapoetici,
comincia un nuovo lavoro,
Dante studiato nei suoi
riattacca al
ma prende
a considerare la dialettica del
primo luogo,
in
artista, e
si
infatti,
si
propone
si
rifa
aspetti
Dante
problema
il
Commedia. Problema che è impossibile salvano procurar di porre a tacere con mistiche
dell'unità della
tare, e
che
è
o intellettualistiche asserzioni sull'unità dello spirito dantesco, perché esso
tico
lettore
si
ripresenta ineluttabile a qualsiasi poe-
poema,
del
e la
dantesca
storia della critica
mostra che è stato sempre avvertito e più o meno
mente formulato
pevole e
e risoluto.
lo affronta
scendo una dualità
ideale e
e
Dante
il
correggere e
il
e
Il
con grande serietà ed energia, ricono-
come un'antinomia
reale, tra
il
e lotta tra
Dante che
Dante che non cangia
;
il
si
<
il
Dante autore
romanzo
»
di
al
Vossler.
Dante
abbiamo posta
un romanzo teologico
non piacerebbe
il
vuol cangiare
che non è troppo
diverso, in sostanza, dalla distinzione che noi
tra
felice-
Vossler ne è appieno consa-
ma
'^la
parola
con l'aggettivo
APPENDICE
«
teologico
»
«
realismo
>,
tesca), e
sa che
il
si
è conferita quell'impronta di serietà, quel
giustamente sente nell'invenzione dan-
egli
Dante poeta. Vi ha anche
il
«
le
che
20S
tono fondamentale
di meglio:
il
Vossler
Commedia
dello stile della
»
è «essenzialmente lirico», nascente dall'animo o dal sentire (Gemitt)
quanto
si
dello
che questo vitale principio
lirico,
solo in
trovandosi a fronte l'azione
epico-drammatica della Commedia
romanzo
il
ma
«storico Dante Alighieri»,
esprime nel poema. Senonché egli pensa anche
teologico,
come diremmo
(o,
noi,
viaggio pei tre mondi), ora la con-
il
verta in intima poesia ed ora no, e che nell'esame di questa
lotta e vicenda,
che
si
prosegue lungo
le tre
cantiche, debba
consistere la critica estetica del poema, la quale perciò, nel
modo
in cui
il
Vossler
concepisce ed attua, prende a
la
considerare, cantica per cantica, e parte per parte, prima
l'astratto scheletro, lo scenario,
esterna, e in ultimo
di questi
due
si
fa a
*
il
intendere e giudicare
movendo
fattori,
macchinario, poi l'azione
interiore, del sostrato lirico
la
proprietà
dalla proprietà dell'azione
del
poema
»
.
In conseguenza
neW Inferno
Vossler giudica grande
di
questo concetto,
la
compenetrazione tra esterno e interno, minore assai nel
il
non esita a dichiarare
opera «fondamentalmente mancata »
Pitrgatorio e nulla nel Paradiso, che
«
controsenso poetico
»
«gigantesco sbaglio»;
concetto,
,
e,
sempre
in
conformità di questo
accade di giustificare poeticamente
gli
la
suc-
cessione delle pene e dei castighi o taluni trapassi che non
sono trapassi (come, per dirne uno,
litica
di
di
la
lunga invettiva po-
che segue all'incontro con Sordello),
e,
più spesso,
biasimare parti perfettamente poetiche, come
Matelda,
tra la
l'esame a cui
il
«gran variazion
dei
poeta viene sottomesso dai
e perfino d' irridere l'aspetto del Purgatorio
canti del
tre
«
i
mai»,
o
apostoli;
come un
personaggi
un sanatorio», e
Paradiso, che chiama «casi clinici».
tuto di cure» o
la figura
freschi
« isti-
dei primi
Il
Vossler
LA POESIA
204
fa
certamente, in
altri
DANTE
luoghi, osservazioni assai
quando viene interpetrando
come pel Paradiso, mostra
si
ritraggono:
ma
con quella relazione da
avviluppa
fini,
ciò che vi è d'astratto e d'arti-
pomposo, negli spettacoli
laccio,
il
che
si
è avvolto intorno,
lui po;sta tra struttura e poesia, lo
in difficoltà inestricabili e lo trae a
conseguenze
come sono quelle di cui si è fatto cenno, e
mente lo menerebbe a ritrarre Dante, proprio come
erronee,
ezko non voleva, qual poeta dibattentesi in una
«
logicail
Kla-
tragedia
estetica*, lottante con
una materia sorda,
e ora soccomlìente:
qual cosa non è chi non veda
la
sia
poesia del poema, sia quando,,
la
e talora di superficiale e
ficioso,
che vi
DI
e
ora vincente
af-
discordante dalla fisionomia dell'arte dantesca, cosi
fatto
schietta nel suo gran vigore. L'uscita dalle difficoltà e dagli
errori
non può
non
aversi, a nostro avviso, se
guere nettamente struttura
istretta relazione filosofica
poesia, ponendole
e
ed
entrambe come necessità dello
col distin-
etica, e perciò
bensì in
considerandole
spirito dantesco,
ma
guardan-
dosi dal pensare tra loro qualsiasi relazione di natura pro-
priamente poetica. Solo a questo modo è dato godere pro-
fondamente e
tutta la poesia della
Commedia,
e accettarne
insieme la struttura, con qualche indifferenza bensì,
senza avversione
Comunque,
le
il
e,
ma
soprattutto, senza irrisioni.
lavoro del Vossler, ottimo in quasi tutte
sue premesse e ricco di tanti sagaci giudizi', sarebbe
dovuto essere principio
tica su
Dante;
e
di
migliore avviamento nella cri-
che ciò non abbia avuto luogo, e che anzi
quel suo quarto volume sia rimasto poco discusso e quasi
inosservato,
non torna certo a onore degli studi danteschi,
prova della scarsa energia mentale onde
e fornisce chiara
generalmente sono
1
A
coltivati.
L'amico autore m'informa
sul Paradiso, nel quale modifica
ritentare
questo migliore
di
avere preparato un nuovo studio
il
suo primo concetto.
APPENDICE
avviamento è rivolto
i
fili
mio saggio, che
della critica precedente e ne
in parte
altri
il
fili,
ha
205
ha
ripigliato
ha proseguito
la tela, e
in parte
disfatto e rifatto (mesta tela, e vi
anche questo cenno della
forse più resistenti?^
storia della critica dantesca
ha introdotto
— riguardata sotto l'aspetto del-
l'estetica e della interpetrazione e giudizio della poesia, ossia
non confusa né con
la storia della interpetrazione
né con quella della
«
fortuna
»
di
Dante
—
«
allotria »
vuol essere
semplice saggio e avviamento, perché gioverà forse tener
presente in
modo
più particolareggiato quanto finora
si
è
assodato o abbozzato o proposto intorno alla poesia di Dante,
per sempre meglio connettere
tichi e saldare,
anche
i
in questo
nuovi pensieri con
campo
gli
an-
di studi, la catena
del progresso mentale.
^^-^
I
INDICE DELLE COSE
DEI NOMI
E-
Accidiosi, 80, 168.
corritrice,
Adriano
Commedia, 74-5
(papa), 122.
Adulatori e ruffiani, 89-90.
Alardo, 100.
prologo
nel
;
tico di essa nel Purgatorio, 1813; nel Paradiso, 135-6, 153.
Alisetta o Lisetta, 40.
Belacqua,
Allegoria, suo carattere, e me-
Bernardo (san), 138.
Bertram dal Bornio, 100.
Bocca degli Abati, 103.
todo d'interpetrazione,
13-4, 15,
20-24, 89, 120, 129-31.
Amore
della
carattere poe-
109.
(1') nella Commedia, 79-80.
Anfiarao, 92.
Angeli, 106-7.
Bonifazio (papa),
Architettura della Commedia e
pretesa bellezza architettonica,
Buonconte da Montefeltro,
68-9.
Architettura gotica e poema dan125.
Aronte, 92.
Arpie, 85.
Arzanà
dei Viniziani, 93-4.
Asdente,
Avari
92-3.
e prodighi, 80.
90-1, 99-100.
d'Oria, 103-4.
Brunetto
(ser), 87-8.
Cacciaguida, 157-8.
Canzone Tre donne,
:
Capane©
tesco, 68-9.
Arnaldo Daniello,
Branca
,
111.
23, 48.
86.
Carattere generale della poesia
dantesca, 161-2; la cosiddetta
«
staticità
»
163,
,
ed
«
oggetti-
vità», 163, ed «extratemporalità», 163, e
«
scultoreità
»
,
164;
carattere di ciascuna delle tre
Barattieri, 94-5.
cantiche, 70-1, 146; crescente
vigore della poesia dantesca
Beati
dal
e santi, 146-9.
Beatrice: allegoria e poesia, 22;
nella lirica giovanile, 37-8; soc-
principio
Commedia,
alla
73.
Carlo Martello, 137.
fine
della
INDICE DELLE COSE E DEI NOMI
208
Caronte,
Descrizioni nel Paradiso. 139-41.
75-6.
Didascalica, carattere della poesia didascalica di Dante, nel
Casella, 107.
Catone, 18, 105-6, 107.
Cavalcanti C. 83-4.
Cavalcanti G., 26. 39,
Centauri, 84-5.
Ceprano, 100.
Cerbero, 79.
Furgatorio, 120-2; nel Paradiso,
tono insegnativo. 1.50-3,
scene di esame, 1-53-4, cogni-
149-54;
9S-4.
zione mistica, 154.
Divina Commedia e Faust, 65, 68;
dramma shakespeariano, 68;
Ciacco, 79-80.
(Jhansons de geste, 93, 167.
e arcliitettura gotica, 68-9.
Dolcino
Chirone, 85.
Cino da Pistoia,
Commenti
Encomi
('orivi fio, 50.
morale dei
e
lisica
tre regni, 5S-9: questioni intorno ad essa, 59-64.
Critica dantesca,rivoluzione compiuta in essa dal Vico, 173-4
179-80; nel tre e quattrocento
175-7; nel cinquecento, 177-9
nel seicento, 180-2; la critica e
nuovo storicismo,
182-4; nel
periodo romantico, 185-90; nel
De Sanctis, 190-5; nel periodo
positivistico,
195-9;
ai
tempi
Cunizza, 137-8.
Dante, aspetti vari della sua
opera, 9-11; coscienza che ha
della sua poesia e della sua
missione, 156-7,
1.58;
poeta,
166;
triade dei
sommi
e
sua gloria
sorriso,
111-2. 126, 153,
165-6;
sommi
96,
sua
di
109,
D. nella
poeti o dei
poeti moderni, 183-4; D.
Omero,
174,
179,
183,
187;
D. e Michelangelo, 164, 201;
D. e Shakespeare, 29, 167, 183.
184, 186, 193, 194.
De
De
panegirici nel Para-
Entrata nella città di Dite, 80 2.
Epistola a Can Grande, 11.
Età di Dante e carattere di essa.
50-2.
EuripilO; 92.
Falsari, 101-2.
Farinata degli Uberti,
66,
82-3^
112.
Filosofia e scienza dantesca, 14-5,
17.
Fortuna (la), 80.
Francesca da flimini.
19-20, 25^
77-9.
Francesco
(san), 147-8.
austerità,
e varietà e ricchezza della
165-6;
e
diso, 146-9.
Firenze dei vecchi tempi, 157-8.
Forese, 122-3.
nostri, 199-206.
poesia,
(san), l'48-9.
e loro uso, 26.
Costruzione
il
(fra), 100.
Domenico
40.
monarclita, 14, 50.
vulffari eloquenfia, 14-5.
Gerì del Bello.
Gerione, 88-9.
Germanesimo
100-1.
e
Dante,
167, 168.
Ghiacciaia, 102.
Giasone,
90.
Giudizi su poeti, 125.
Gloria e sua vanità, 117.
Golosi. 79.
Guerra
e
sue commozioni, as-
senti dalla Commedia, 166-7.
Guido Guerra
e altri della vec-
chia Firenze. 88.
INDICE DELLE COSE E DEI XOMI
Guido da Montefeltro,
Musica
99-100.
canto nel Purgatorio.
e
107-8.
(Tuiuizelli, 125.
Iacopo del Cassero, llO-l.
lacopone (fra), 53.
Impressioni di viaggio, 107.
Nesso,
Nino
85.
TiriudiceV 114.
126,
Oderisi da Gubbio, 116-7.
189.
Infingardi, 75-6.
]
209
uterpeti'azione storico-estetica.
15-6, 16-20.
Interpetrazione
«
allotria
»
,
11-3.
Invidiosi, 118.
Ipocriti, 96.
Omberto Aldobrandesco,
Omero: v. Dante.
Opere minori di Dante
116.
e
loro
rapporto conia Commedia, ^tQ.
Oratoria e invettiva nel Paradiso,
154-6.
Oscurità di Dante,
Isola del Purgatorio, 105-6.
24-6.
Italia (invettiva all'), 113.
Paesaggi fantastici nel Paradiso.
Limbo
nobile castello, 75-6.
e
Lirica giovanile di
Dante
143-4.
e suoi
difetti e pregi, 35-40.
come
Liricità
elaterio
Paradiso e sua pretesa inferiorità
poetica, 30-1, 145-6.
estetico.
31-2.
Peccatori (specie
di)
nel Purga-
torio, 11-5-6.
Luce
e canto nel Paradiso, e loro
espressione artistica, lil-3.
Peccati d'amore, 125-6.
Piccarda, 123, 136-7.
Lucifero, 102-3.
Pia
Lussuriosi, 77.
Pier della Vigna, 85.
Pier da Medicina, 100.
Politica di Dante, 18-9.
Maestro Adamo.
Malaspina,
101-2.
118-9.
Poesia (celebrazione della) nel
Manfredi, 106.
Purgatorio, 124.
:\ranto, 92.
Marte (statua
di) e
leggenda,
86.
22, 127-S.
Medioevo
Messo (il)
e
Dante,
Mitologia in Dante, 160, 189:
v.
Caronte, Centauri, Cerbero, ecc.
e
Dante, 166.
oltremondo in Dante.
80.
d'Italia
e
d'Europa,
112-3.
Provenzan Salvani,
117.
di
51-2, 53-8. 158-60.
B. Crock,
Poesia senza aggettivo, 169.
Poetica di Dante, 28.
Preghiera di san Bernardo. 149.
Primi canti della Commedia, 73Principi
rio, 113-4.
Mondo
Poesia del Paradiso, 145-6.
Poesia personale nel Paradiso.
156-8.
166-7.
del cielo, 81.
Michelangelo: v. Dante.
Minosse, 77.
Minotauro, 84.
Mistero dell'anima nel Purgato-
Modernità
111.
Politica (poesia) nel Purgatorio^
114.
Maliardi. 91-3.
Matelda,
(la).
La
poesia di Dante.
Realismo
60-1.
e
illusionismo in Dante,
INDICE DELLE COSE E DEI NOMI
210
Ricordi classici, 86.
Rime
Rime
Rime
Rime
Stazio e
allegoriche. 43-5.
l'incontro
con Virgi-
lio. 123-5.
nuovo
sua poesia,
dottrinali, 45-6.
Stil
della Pietra, 44. 46-7.
Struttura e poesia in Dante e
loro varia relazione, 63-8.
Superbi nel Purgatorio, 116-7.
morali. 47-8.
Ritorno a Firenze (pensiero
deli,
e
33-4.
157.
Romagna
e sue condizioni poli-
tiche, 98-9.
Romanticismo
Romanticismo
Dante, 168.
sua estetica
spetto a Dante, 28-32.
Romanzi
e
e
scientifici
e
ri-
romanzi
teologici, 59-61.
Romeo.
Tagliacozzo, lOU.
Taide, 90.
Terra (la) vista dal cielo, 158-60.
Terzina (la) dantesca, 164-5.
Tiresia, 92.
Topografia
fisica
.Sapia, 118.
Ugolino,
Scene apocalittiche del Purgato-
Ulisse, 97-8, 99.
rio, 128-31.
(celebrazione
delia),
114-5.
Seminatori
di scandali e scismi,
v.
19, 25,
delle), 97.
103-4.
Unità e molteplicità dello spirito
di Dante, 26-7.
Unità estrinseca e unità intrinseca della Commedia, 69-71.
Usurai, 89.
100.
Sentenze in Dante, 96.
Sentimento della natura, 168.
Shakespeare v. Dante.
Similitudini in Dante, 93-4: nel
:
Paradiso, 144-5.
Simoniaci, 90-1.
Sinone, 102.
Sistema penale àeW Inferno, 84.
Sogno,
morale:
Trasformazioni (canto
137.
Scultura
e
Costruzione.
114.
Sordello, 112.
Vanni Fucci,
96-7.
Veglio di Creta, 86-7.
Viaggio paradisiaco, 138-9.
Virgilio (apparizione
di),
74; sua
tristezza, 108; disparizione, 131.
e romanzi
moderni. 59-60.
Visioni e sogni nel Purgatorio,
Visioni medievali
scientifici
119.
Vita nuova. 40-3.
INDICE DELLE COSE E DEI NOMI
211
II
Abicht,
Gioberti, 196.
184.
Alfieri, 194.
Giotto, 39.
Ariosto, 84, 194.
Aristotele, 177.
Goethe,
29, 65, 180, 183, 184, 194,
201.
Gozzi, 181.
Bacone,
Grimm,
197.
168.
Balbo, 196.
Guerri, 198.
Becelli, 177.
Guinizelli, 34.
Bembo,
175, 178.
Hauvette, 200.
Hegel, 185, 191.
Benini, 198.
Berchet, 167.
Bettinelli. 180, 181, 186.
Boccaccio, 165, 176.
Bodmer,
Borghini,
181-2.
Bouterweck,
185-6, 190-1.
Bruni, 176.
20, 30, 189.
Carducci,
204.
12, 178-9.
Borinski, 200.
Byron,
Klaczko. 201,
Kraus, 199.
11, 20, 39.
Landino, 196.
Lamartine, 181.
Leonardo aretino: v. Bruni.
Leonardo da Vinci. 164.
Leopardi, 31, 187.
Lucrezio, 177.
(Jarlyle, 188, 189, 192.
Castravilla, 178.
Macaulay,
Cesari, 191.
Machiavelli,
Cesarotti, 180.
Manzoni,
Glaudiauo, 189.
Coleridge, 23, 188, 189.
Cosmico, 178.
Mazzini, 177, 196.
Milton, 188-9.
Moore,
188-9.
14.
15.
198.
Mordell, 181.
Dejob, 58.
Del Lungo,
Dvorak, 69.
Muzio,
178.
198.
Nores
(de). 177.
Emiliani Giudici, 179.
Omero,
Empedocle,
Ovidio, 189.
177.
174, 178, 183, 187, 189.
Eschilo, 189.
Ottimo C'oniento, 164.
Eauriel, 179, 187, 189, 192.
Pascoli, 68, 197.
Foscolo, 183, 187, 196.
Pellico, 195.
Pucci, 176.
INDICE DKLLE COSE E DEI NOMI
212
Romantici,
2vt.
:t2.
168.
Torraca,
2"30.
Torti. 177.
Rolli. 183.
Rossetti, 15, 196.
Toynbee, 184,
Troya, 12, 19.
Sanctis (de), 28, 190-5, 199.
Varchi, 178, 183.
Rosmini,
196.
188.
Schelling, 177, 185.
Vellutello. 196.
Schiller, 194.
Vico, 173-4, 179-80. 183, 188.
Schlegel, 183.
Villani, 175, 176.
Schlosser, 196.
Schopenhauer,
30.
Shelley, 189.
Spinazzola, 200.
Symonds,
Villemain. 179, 187. 189.
Vischer. 191-2.
Voltaire, 180-1.
Vossler, 201-5.
28. 200.
Walpole,
Tasso, 194.
Tieck, 184.
Todeschini,
198.
Tommaseo,
187. 189, 196.
180.
Witte, 198.
Zingarelli, 199.
INDICE
Avvertenza
pag.
Introduzionk
I.
Il
Dante giovanile
e
«
il
Dante della «Commedia»
Commedia
II.
La
struttura della
III.
L'
Inferno'
IV.
Il
«e
V.
Il
«Paradiso»
VI.
Carattere e unità della poesia dantesca
e
Purgatorio
Appendice.
— Sulla
>•
e la poesia
»
7
»
9
>
SH
»
58
»
78
»
105
-135
...
storia della critica dantesca
Indice delle cose e dei nomi
.
»
161
:-
171
»
207
.
University of Toronto
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