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CodiceDeontologico

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CODICE DEONTOLOGICO
DELL’ASSISTENTE SOCIALE
Testo approvato dal Consiglio Nazionale
nella seduta del 17 luglio 2009.
In vigore dal 1 settembre 2009.
Titolo I
DEFINIZIONE E POTESTÀ DISCIPLINARE
1. Il presente Codice è costituito dai principi e dalle regole che gli assistenti sociali
devono osservare e far osservare nell’esercizio della professione e che orientano le
scelte di comportamento nei diversi livelli di responsabilità in cui operano.
2. Il Codice si applica agli assistenti sociali ed agli assistenti sociali specialisti.
3. Il rispetto del Codice è vincolante per l’esercizio della professione per obbligo
deontologico. La non osservanza comporta l’esercizio della potestà disciplinare.
4. Gli assistenti sociali sono tenuti alla conoscenza, comprensione e diffusione del
Codice e si impegnano per la sua applicazione nelle diverse forme in cui la legge
prevede l’esercizio della professione.
Titolo II
PRINCIPI
5. La professione si fonda sul valore, sulla dignità e sulla unicità di tutte le persone,
sul rispetto dei loro diritti universalmente riconosciuti e delle loro qualità originarie,
quali libertà, uguaglianza, socialità, solidarietà, partecipazione, nonché sulla
affermazione dei principi di giustizia ed equità sociali.
6. La professione è al servizio delle persone, delle famiglie, dei gruppi, delle comunità
e delle diverse aggregazioni sociali per contribuire al loro sviluppo; ne valorizza
l’autonomia, la soggettività, la capacità di assunzione di responsabilità; li sostiene
nel processo di cambiamento, nell’uso delle risorse proprie e della società nel
prevenire ed affrontare situazioni di bisogno o di disagio e nel promuovere ogni
iniziativa atta a ridurre i rischi di emarginazione.
7. L’assistente sociale riconosce la centralità della persona in ogni intervento.
Considera e accoglie ogni persona portatrice di una domanda, di un bisogno, di un
problema come unica e distinta da altre in analoghe situazioni e la colloca entro il
suo contesto di vita, di relazione e di ambiente, inteso sia in senso antropologicoculturale che fisico.
8. L’assistente sociale svolge la propria azione professionale senza discriminazione di
età, di sesso, di stato civile, di etnia, di nazionalità, di religione, di condizione
sociale, di ideologia politica, di minorazione psichica o fisica, o di qualsiasi altra
differenza che caratterizzi le persone.
9. Nell’esercizio delle proprie funzioni l’assistente sociale, consapevole delle proprie
convinzioni e appartenenze personali, non esprime giudizi di valore sulle persone
in base ai loro comportamenti.
10. L’esercizio della professione si basa su fondamenti etici e scientifici, sull’autonomia
tecnico-professionale, sull’indipendenza di giudizio e sulla scienza e coscienza
dell’assistente sociale. L’assistente sociale ha il dovere di difendere la propria
autonomia da pressioni e condizionamenti, qualora la situazione la mettesse a
rischio.
Titolo III
RESPONSABILITÀ DELL’ASSISTENTE SOCIALE
NEI CONFRONTI DELLA PERSONA UTENTE E CLIENTE
Capo I
Diritti degli utenti e dei clienti
11. L’assistente sociale deve impegnare la propria competenza professionale per
promuovere la autodeterminazione degli utenti e dei clienti, la loro potenzialità ed
autonomia, in quanto soggetti attivi del progetto di aiuto, favorendo l'instaurarsi del
rapporto fiduciario, in un costante processo di valutazione.
12. Nella relazione di aiuto l’assistente sociale ha il dovere di dare, tenendo conto delle
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caratteristiche culturali e delle capacità di discernimento degli interessati, la più
ampia informazione sui loro diritti, sui vantaggi, svantaggi, impegni, risorse,
programmi e strumenti dell’intervento professionale, per il quale deve ricevere
esplicito consenso, salvo disposizioni legislative e amministrative.
L’assistente sociale, nel rispetto della normativa vigente e nell’ambito della propria
attività professionale, deve agevolare gli utenti ed i clienti, o i loro legali
rappresentanti, nell’accesso alla documentazione che li riguarda, avendo cura che
vengano protette le informazioni di terzi contenute nella stessa e quelle che
potrebbero essere di danno agli stessi utenti o clienti.
L’assistente sociale deve salvaguardare gli interessi ed i diritti degli utenti e dei
clienti, in particolare di coloro che sono legalmente incapaci e deve adoperarsi per
contrastare e segnalare all’autorità competente situazioni di violenza o di
sfruttamento nei confronti di minori, di adulti in situazioni di impedimento fisico e/o
psicologico, anche quando le persone appaiono consenzienti.
L’assistente sociale che nell’esercizio delle proprie funzioni incorra in una
omissione o in un errore che possano danneggiare l’utente o il cliente o la sua
famiglia deve informarne l’interessato ed esperire ogni tentativo per rimediare.
L’assistente sociale deve avere il consenso degli utenti e dei clienti a che tirocinanti
e terzi siano presenti durante l’intervento, o informati dello stesso, per motivi di
studio, formazione, ricerca.
Capo II
Regole generali di comportamento dell’assistente sociale
17. L’assistente sociale deve tenere un comportamento consono al decoro ed alla
dignità della professione. In nessun caso abuserà della sua posizione
professionale.
18. L’assistente sociale deve mettere al servizio degli utenti e dei clienti la propria
competenza e abilità professionali, costantemente aggiornate, intrattenendo il
rapporto professionale solo fino a quando la situazione problematica lo richieda o la
normativa glielo imponga.
19. Qualora la complessità di una situazione lo richieda, l’assistente sociale si consulta
con altri professionisti competenti. Nel caso l'interesse prevalente dell’utente o del
cliente lo esiga, o per gravi motivi venga meno il rapporto fiduciario, o quando
sussista un grave rischio per l'incolumità dell’assistente sociale, egli stesso si
attiva per trasferire, con consenso informato e con procedimento motivato, il caso
ad altro collega, fornendo ogni elemento utile alla continuità del processo di aiuto.
La stessa continuità deve essere garantita anche in caso di sostituzione o di
supplenza.
20. L’assistente sociale, investito di funzioni di tutela e di controllo dalla magistratura o
in adempimento di norme in vigore, deve informare i soggetti nei confronti dei quali
tali funzioni devono essere espletate delle implicazioni derivanti da questa
specifica attività.
21. L’assistente sociale investito di funzioni peritali deve esercitarle con imparzialità ed
indipendenza di giudizio.
22. Nel rapporto professionale l’assistente sociale non deve utilizzare la relazione con
utenti e clienti per interessi o vantaggi personali, non accetta oggetti di valore, non
instaura relazioni personali affettive e sessuali.
Capo III
Riservatezza e segreto professionale
23. La riservatezza ed il segreto professionale costituiscono diritto primario dell’utente
e del cliente e dovere dell’assistente sociale, nei limiti della normativa vigente.
24. La natura fiduciaria della relazione con utenti o clienti obbliga l’assistente sociale a
trattare con riservatezza le informazioni e i dati riguardanti gli stessi, per il cui uso o
trasmissione, nel loro esclusivo interesse, deve ricevere l’esplicito consenso degli
interessati, o dei loro legali rappresentanti, ad eccezione dei casi previsti dalla
legge.
25. L’assistente sociale deve adoperarsi perché sia curata la riservatezza della
documentazione relativa agli utenti ed ai clienti, in qualunque forma prodotta,
salvaguardandola da ogni indiscrezione, anche nel caso riguardi ex utenti o clienti,
anche se deceduti. Nelle pubblicazioni scientifiche, nei materiali ad uso didattico,
nelle ricerche deve curare che non sia possibile l’identificazione degli utenti o dei
clienti cui si fa riferimento.
26. L’assistente sociale è tenuto a segnalare l’obbligo della riservatezza e del segreto
d’ufficio a coloro con i quali collabora, con cui instaura rapporti di supervisione
didattica o che possono avere accesso alle informazioni o documentazioni
riservate.
27. L’assistente sociale ha facoltà di astenersi dal rendere testimonianza e non può
essere obbligato a deporre su quanto gli è stato confidato o ha conosciuto
nell’esercizio della professione, salvo i casi previsti dalla legge.
28. L’assistente sociale ha l’obbligo del segreto professionale su quanto ha conosciuto
per ragione della sua professione esercitata sia in regime di lavoro dipendente,
pubblico o privato, sia in regime di lavoro autonomo libero professionale, e di non
rivelarlo, salvo che per gli obblighi di legge e nei seguenti casi:
- rischio di grave danno allo stesso utente o cliente o a terzi, in particolare
minori, incapaci o persone impedite a causa delle condizioni fisiche,
psichiche o ambientali;
- richiesta scritta e motivata dei legali rappresentanti del minore o
dell’incapace nell’esclusivo interesse degli stessi;
- autorizzazione dell’interessato o degli interessati o dei loro legali
rappresentanti resi edotti delle conseguenze della rivelazione;
- rischio grave per l’incolumità dell’assistente sociale.
29. La collaborazione dell’assistente sociale alla costituzione di banche dati deve
garantire il diritto degli utenti e dei clienti alla riservatezza, nel rispetto delle norme
di legge.
30. L’assistente sociale nel rapporto con enti, colleghi ed altri professionisti fornisce
unicamente dati e informazioni strettamente attinenti e indispensabili alla
definizione dell’intervento.
31. Nei rapporti con la stampa e con gli altri mezzi di diffusione l’assistente sociale,
oltre che ispirarsi a criteri di equilibrio e misura nel rilasciare dichiarazioni o
interviste, è tenuto al rispetto della riservatezza e del segreto professionale.
32. La sospensione dall’esercizio della professione non esime l’assistente sociale dagli
obblighi previsti dal Capo III del presente Titolo ai quali è moralmente e
giuridicamente vincolato anche in caso di cancellazione dall’Albo.
Titolo IV
RESPONSABILITÀ DELL’ASSISTENTE SOCIALE
NEI CONFRONTI DELLA SOCIETÀ
Capo I
Partecipazione e promozione del benessere sociale
33. L’assistente sociale deve contribuire a promuovere una cultura della solidarietà e
della sussidiarietà, favorendo o promuovendo iniziative di partecipazione volte a
costruire un tessuto sociale accogliente e rispettoso dei diritti di tutti; in particolare
riconosce la famiglia nelle sue diverse forme ed espressioni come luogo privilegiato
di relazioni stabili e significative per la persona
e la sostiene quale risorsa
primaria.
34. L’assistente sociale deve contribuire a sviluppare negli utenti e nei clienti la
conoscenza e l’esercizio dei propri diritti-doveri nell’ambito della collettività e
favorire percorsi di crescita anche collettivi che sviluppino sinergie e aiutino singoli
e gruppi, soprattutto in situazione di svantaggio.
35. Nelle diverse forme dell’esercizio della professione l’assistente sociale non può
prescindere da una precisa conoscenza della realtà socio-territoriale in cui opera e
da una adeguata considerazione del contesto culturale e di valori, identificando le
diversità e la molteplicità come una ricchezza da salvaguardare e da difendere,
contrastando ogni tipo di discriminazione.
36. L’assistente sociale deve contribuire alla promozione, allo sviluppo e al sostegno di
politiche sociali integrate favorevoli alla maturazione, emancipazione e
responsabilizzazione sociale e civica di comunità e gruppi marginali e di programmi
finalizzati al miglioramento della loro qualità di vita favorendo, ove necessario,
pratiche di mediazione e di integrazione.
37. L’assistente sociale ha il dovere di porre all’attenzione delle istituzioni che ne
hanno la responsabilità e della stessa opinione pubblica situazioni di deprivazione
e gravi stati di disagio non sufficientemente tutelati, o di iniquità e ineguaglianza.
38. L’assistente sociale deve conoscere i soggetti attivi in campo sociale, sia privati
che pubblici, e ricercarne la collaborazione per obiettivi e azioni comuni che
rispondano in maniera articolata e differenziata a bisogni espressi, superando la
logica della risposta assistenzialistica e contribuendo alla promozione di un sistema
di rete integrato.
39. L’assistente sociale deve contribuire ad una corretta e diffusa informazione sui
servizi e le prestazioni per favorire l'accesso e l'uso responsabile delle risorse, a
vantaggio di tutte le persone, contribuendo altresì alla promozione delle pari
opportunità.
40. In caso di calamità pubblica o di gravi emergenze sociali, l’assistente sociale si
mette a disposizione dell’amministrazione per cui opera o dell’autorità competente,
contribuendo per la propria competenza a programmi e interventi diretti al
superamento dello stato di crisi.
Titolo V
RESPONSABILITÀ DELL’ASSISTENTE SOCIALE
NEI CONFRONTI DI COLLEGHI ED ALTRI PROFESSIONISTI
Capo I
Rapporti con i colleghi ed altri professionisti
41. L’assistente sociale intrattiene con i colleghi e con gli altri professionisti con i quali
collabora rapporti improntati a correttezza, lealtà e spirito di collaborazione,
sostenendo in particolare i colleghi che si trovano all’inizio dell’attività
professionale. Si adopera per la soluzione di possibili contrasti nell’interesse
dell’utente, del cliente e della comunità professionale.
42. L’assistente sociale che, a qualsiasi titolo, stabilisca un rapporto di lavoro con
colleghi ed organizzazioni pubbliche o private, si adopera affinché vengano
rispettate le norme etico-deontologiche che ispirano la professione; fornisce
informazioni sulle specifiche competenze e sulla metodologia applicata per
salvaguardare il proprio ed altrui ambito di competenza e di intervento.
43. L’assistente sociale che venga a conoscenza di fatti, condizioni o comportamenti di
colleghi o di altri professionisti, che possano arrecare grave danno a utenti o clienti,
ha l’obbligo di segnalare la situazione all’Ordine o Collegio professionale
competente.
Titolo VI
RESPONSABILITÀ DELL’ASSISTENTE SOCIALE
NEI CONFRONTI DELL’ORGANIZZAZIONE DI LAVORO
Capo I
L’assistente sociale nei confronti dell’organizzazione di lavoro
44. L’assistente sociale deve chiedere il rispetto del suo profilo e della sua autonomia
professionale, la tutela anche giuridica nell’esercizio delle sue funzioni e la
garanzia del rispetto del segreto professionale e del segreto di ufficio.
45. L’assistente sociale deve impegnare la propria competenza professionale per
contribuire al miglioramento della politica e delle procedure dell’organizzazione di
lavoro, all’efficacia, all’efficienza, all’economicità e alla qualità degli interventi e
delle prestazioni professionali.
Deve altresì contribuire all'individuazione di standards di qualità e alle azioni di
pianificazione e programmazione, nonché al razionale ed equo utilizzo delle risorse
a disposizione.
46. L’assistente sociale non deve accettare o mettersi in condizioni di lavoro che
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comportino azioni incompatibili con i principi e le norme del Codice o che siano in
contrasto con il mandato sociale o che possano compromettere gravemente la
qualità e gli obiettivi degli interventi o non garantire rispetto e riservatezza agli
utenti e ai clienti.
L’assistente sociale deve adoperarsi affinché le sue prestazioni professionali si
compiano nei termini di tempo adeguati a realizzare interventi qualificati ed efficaci,
in un ambiente idoneo a tutelare la riservatezza dell’utente e del cliente.
L’assistente sociale deve segnalare alla propria organizzazione l'eccessivo carico
di lavoro o evitare nell’esercizio della libera professione cumulo di incarichi e di
prestazioni quando questi tornino di pregiudizio all’utente o al cliente.
L’assistente sociale che svolge compiti di direzione o coordinamento è tenuto a
rispettare e sostenere l’autonomia tecnica e di giudizio dei colleghi, a promuovere
la loro formazione, la cooperazione e la crescita professionale, favorendo il
confronto fra professionisti. Si adopera per promuovere e valorizzare esperienze e
modelli innovativi di intervento, valorizzando altresì l'immagine del servizio sociale,
sia all'interno, che all'esterno dell'organizzazione.
Il rapporto gerarchico funzionale tra colleghi risponde a due livelli di responsabilità:
verso la professione e verso l’organizzazione e deve essere improntato al rispetto
reciproco e delle specifiche funzioni. Nel caso in cui non esista un ordine funzionale
gerarchico della professione, l’assistente sociale
risponde ai responsabili
dell’organizzazione di lavoro per gli aspetti amministrativi, salvaguardando la sua
autonomia tecnica e di giudizio.
L’assistente sociale deve richiedere opportunità di aggiornamento e di formazione
e adoperarsi affinché si sviluppi la supervisione professionale.
Titolo VII
RESPONSABILITÀ DELL’ASSISTENTE SOCIALE
NEI CONFRONTI DELLA PROFESSIONE
Capo I
Promozione e tutela della professione
52. L’assistente sociale può esercitare l’attività professionale in rapporto di dipendenza
con enti pubblici e privati o in forma autonoma o libero-professionale. Ha l’obbligo
della iscrizione all’Albo secondo quanto previsto dalla normativa vigente.
53. L’assistente sociale deve adoperarsi nei diversi livelli e nelle diverse forme
dell’esercizio professionale per far conoscere e sostenere i valori e i contenuti
scientifici e metodologici della professione, nonché i suoi riferimenti etici e
deontologici. In relazione alle diverse situazioni, deve impegnarsi nella
supervisione didattica e professionale, nella ricerca, nella divulgazione della propria
esperienza, anche fornendo elementi per la definizione di evidenze scientifiche.
54. L’assistente sociale è tenuto alla propria formazione continua al fine di garantire
prestazioni qualificate, adeguate al progresso scientifico e culturale, metodologico
e tecnologico, tenendo conto delle indicazioni dell’Ordine professionale.
55. L’assistente sociale deve segnalare per iscritto all’Ordine l’esercizio abusivo della
professione di cui sia a conoscenza.
56. L’assistente sociale deve adoperarsi, in ogni sede, per la promozione, il rispetto e
la tutela dell’immagine della comunità professionale e dei suoi organismi
rappresentativi.
Capo II
Onorari
57. Nel rispetto delle leggi che regolano l’esercizio professionale privato, vale il
principio generale dell’intesa sull’onorario fra l’assistente sociale ed il cliente.
L’assistente sociale è tenuto a far conoscere il suo onorario al momento
dell’incarico o non appena sia chiara la richiesta e concordato il piano di intervento.
Deve informare il cliente che i compensi non sono subordinati al risultato delle
prestazioni.
58. Nella determinazione degli onorari l’assistente sociale deve attenersi alle
indicazioni fornite in materia dal Consiglio Nazionale dell’Ordine degli Assistenti
Sociali; può tuttavia prestare la sua opera a titolo gratuito.
59. L’assistente sociale, nel rispetto delle normative vigenti, è tenuto a dare
informazioni veritiere e corrette sulle sue competenze professionali e può
pubblicizzarle con rispetto dei principi di verità, decoro e del prestigio della
professione.
Capo III
Sanzioni
60. L’attività professionale esercitata in mancanza di iscrizione all’Albo si configura
come esercizio abusivo della professione ed è soggetta a denuncia secondo
quanto previsto dai codici civile e penale. E’ sanzionabile anche disciplinarmente
lo svolgimento di attività in periodo di sospensione dell’iscrizione; dell’infrazione
risponde disciplinarmente anche l’assistente sociale che abbia reso possibile
direttamente o indirettamente l’attività irregolare.
61. L’inosservanza dei precetti e degli obblighi fissati dal presente Codice deontologico
e ogni azione od omissione comunque non consone al decoro o al corretto
esercizio della professione sono punibili con le procedure disciplinari e le relative
sanzioni previste nell’apposito Regolamento emanato dal Consiglio Nazionale
dell’Ordine. Il Regolamento disciplinare è parte integrante del presente Codice.
62. Il procedimento disciplinare è promosso d’ufficio nonché a seguito di denuncia o
segnalazioni provenienti dall’autorità giudiziaria o di denuncia o di segnalazioni
sottoscritte provenienti da enti o da privati.
63. Nel caso di studi associati è responsabile sotto il profilo disciplinare il singolo
professionista a cui si riferiscono i fatti specifici.
Capo IV
Rapporti con il Consiglio dell’Ordine
64. L’assistente sociale ha il dovere di collaborare con il Consiglio dell’Ordine di
appartenenza per l’attuazione delle finalità istituzionali. Deve inoltre fornire i propri
dati essenziali aggiornati ed elementi utili alla costruzione della banca dati dei
professionisti. Ogni iscritto è tenuto a riferire al Consiglio fatti di sua conoscenza
relativi all’esercizio professionale che richiedano iniziative o interventi dell’Organo,
anche diretti alla sua personale tutela.
65. L’assistente sociale chiamato a far parte del Consiglio Nazionale, regionale o
interregionale dell’Ordine deve adempiere l’incarico con impegno costante,
correttezza, imparzialità e nell’interesse della comunità professionale ed essere
parte attiva nelle politiche dei servizi.
66. L’assistente sociale impegnato nel Consiglio dell’Ordine nazionale o degli Ordini
regionali o interregionali deve rendere conto agli iscritti dell’operato del suo
mandato.
Capo V
Attività professionale dell’assistente sociale all’estero e attività degli assistenti sociali
stranieri in Italia
67. Nel rispetto delle leggi che regolano le attività professionali all’estero, l’assistente
sociale è tenuto al rispetto delle norme deontologiche del paese in cui esercita; ove
assenti, è tenuto al rispetto delle norme del presente Codice. L’assistente sociale
straniero che, in possesso dei requisiti di legge, eserciti in Italia, è tenuto all’obbligo
di osservanza del presente Codice.
68. Il Consiglio nazionale si adopera per mantenere rapporti con le Organizzazioni
nazionali e internazionali di servizio sociale (social work), ponendosi in un
confronto costruttivo sui principali aspetti dell'identità della professione e sulle
problematiche etiche e sociali. Si adopera, per favorire l’interscambio culturale e la
mobilità degli assistenti sociali a livello internazionale.
Capo VI
Aggiornamento del Codice
69. Il Consiglio Nazionale, sulla scorta delle questioni problematiche che emergeranno
dall’applicazione del Codice, provvederà alla sua revisione. A tal fine è istituito
l’Osservatorio nazionale permanente, il cui funzionamento è disciplinato da
apposito regolamento.
DISPOSIZIONI FINALI
Gli Ordini regionali e interregionali degli assistenti sociali sono tenuti ad inviare ai nuovi
iscritti all’Albo il Codice deontologico ed a promuovere periodicamente occasioni di
aggiornamento e di approfondimento sui contenuti del Codice e sua applicazione.
SANZIONI DISCIPLINARI E PROCEDIMENTO
- art. 17 D.M. 11 ottobre 1994, n. 615
- art. 9 D.P.R. 8 luglio 2005, n. 169
REGOLAMENTO
Approvato nella seduta del Consiglio Nazionale
dell’Ordine degli Assistenti Sociali del 16 novembre 2007.
Modificato all’art.12, comma 1., con delibera del Consiglio Nazionale
dell’Ordine degli Assistenti Sociali del 28 marzo 2009.
Parte Prima
SANZIONI DISCIPLINARI
Art. 1 – Sanzioni
1. All’iscritto all’albo che si rende colpevole di abuso o mancanza nell’esercizio della
professione o che comunque tiene un comportamento non conforme alle norme del
Codice Deontologico, al decoro o alla dignità della professione, il Consiglio
dell’Ordine regionale o interregionale infligge, tenuto conto della gravità del fatto,
una delle seguenti sanzioni adeguata e proporzionata alla violazione delle norme
deontologiche:
a) ammonizione;
b) censura;
c) sospensione dall’esercizio della professione;
d) radiazione dall’albo.
2. Il tipo e l’entità di ciascuna sanzione sono determinati in relazione ai seguenti
criteri:
a) intenzionalità del comportamento;
b) grado di negligenza, imprudenza, imperizia, tenuto conto della prevedibilità
dell’evento;
c) responsabilità connessa alla posizione di lavoro;
d) grado di danno o di pericolo causato;
e) presenza di circostanze aggravanti o attenuanti;
f) concorso fra più professioni e/o operatori in accordo tra loro;
g) recidiva e/o reiterazione.
Art. 2 – Ammonizione
1. La sanzione dell’ammonizione consiste in un richiamo scritto comunicato
all’interessato sull’osservanza dei suoi doveri e in un invito a non ripetere quanto
commesso. Viene inflitta nei casi di abusi o mancanze di lieve entità che non hanno
comportato riflessi negativi sul decoro e sulla dignità della professione.
2. In caso di abuso o mancanza che possano dar luogo ad ammonizione, commessi
nei confronti di utenti/clienti o di altro iscritto all’albo o di enti, il Presidente del
Consiglio dell’Ordine regionale o interregionale esperisce il preventivo tentativo di
conciliazione fra le parti nei modi previsti al successivo art. 12 comma 1.
3. Tre provvedimenti di ammonizione comportano la sanzione della censura.
Art. 3 – Censura
1. La sanzione della censura consiste in una dichiarazione di biasimo resa pubblica.
E’ inflitta nei casi di abusi o di mancanze, che siano lesivi del decoro e della dignità
della professione e nel caso di morosità nel pagamento del contributo annuo
dovuto che perduri oltre 60 giorni dal termine stabilito dal Consiglio
2. In caso di abuso o mancanza che possano dar luogo alla censura, commessi nei
confronti di utenti/clienti o di altro iscritto all’albo o di enti, il Presidente dell’Ordine
regionale o interregionale esperisce il preventivo tentativo di conciliazione nei modi
previsti al successivo art. 12 comma 1.
3. Tre provvedimenti di censura comportano d’ufficio la sospensione dall’esercizio
della professione per un periodo non superiore a giorni 30.
Art. 4 – Sospensione
1. La sospensione consiste nell’inibizione all’esercizio della professione e consegue di
diritto nel caso previsto e regolato dagli articoli 19 e 35 del Codice Penale per tutto
il tempo stabilito nel provvedimento del giudice penale che l’ha comminata. Il
Consiglio regionale o interregionale, in questo caso, si limita a prenderne atto.
2. La sanzione della sospensione dall’esercizio della professione è inflitta fino al
massimo di due anni:
a) per violazioni del codice deontologico, che possano arrecare grave nocumento
a utenti/clienti o ad altro iscritto all’albo o enti; oppure generare una più estesa
risonanza negativa per il decoro e la dignità della professione a causa della
maggiore pubblicità del fatto;
b) per morosità superiore ad una annualità nel pagamento dei contributi dovuti, ai
sensi del successivo art. 8.
3. Nei casi di maggiore gravità, la sanzione della sospensione può essere
motivatamente inflitta in via cautelare provvisoria al momento dell’apertura del
procedimento disciplinare.
4. Tre provvedimenti di sospensione maturati nell’arco di cinque anni, comportano la
radiazione dall’albo.
Art. 5 – Radiazione
3. La radiazione consiste nella cancellazione dall’albo. Consegue di diritto nel caso di
interdizione dalla professione previsto e regolato dagli artt. 19 comma 1. n. 2, 30 e
31 del Codice Penale per l’intera durata dell’interdizione stabilita nel provvedimento
del giudice penale che l’ha comminata. Il Consiglio regionale o interregionale si
limita a prenderne atto.
4. La sanzione della radiazione dall’albo viene inflitta:
- in caso di tre sospensioni maturate nell’arco di cinque anni;
- nei casi di violazione del codice deontologico e/o di comportamento non conforme
al decoro e alla dignità della professione di gravità tali da rendere incompatibile la
permanenza nell’albo;
- nel caso di condanna con sentenza passata in giudicato a pena detentiva non
inferiore a tre anni per fatti commessi nell’esercizio della professione;
- nei casi di morosità previsti all’art. 8 comma 6.
5. La sanzione della radiazione comporta la contestuale cancellazione dall’albo, fermo
restando l’obbligo per l’iscritto a corrispondere i contributi dovuti per il periodo in cui
è stato iscritto all’albo.
6. Il professionista radiato può, non prima di cinque anni dalla data di efficacia del
provvedimento di radiazione, a domanda, essere di nuovo iscritto all’albo qualora
siano venute meno le ragioni che hanno determinato la radiazione. In ogni caso,
può essere di nuovo iscritto dopo aver ottenuto la riabilitazione secondo le norme
vigenti, purché in possesso dei requisiti prescritti al momento di presentazione della
domanda di reiscrizione.
Art. 6 – Incompatibilità
1. Le sanzioni disciplinari della censura, della sospensione e della radiazione dall’albo
non sono deontologicamente compatibili con l’assunzione e/o il mantenimento delle
cariche di Consigliere dell’Ordine regionale o interregionale o di Consigliere
nazionale o di Revisore dei Conti dell’Ordine regionale o interregionale o nazionale.
2. L’incompatibilità è riferita alla durata del mandato elettivo o comunque alla durata
della sospensione e/o della radiazione se superiore.
Art. 7 – Pubblicità
1. La censura, la sospensione dall’esercizio della professione e la radiazione dall’albo
sono rese pubbliche mediante annotazione nell’albo stesso.
2. Nel caso di iscritto che esercita attività professionale in tutto o in parte in regime di
lavoro dipendente o di altra forma di rapporto di lavoro, senza vincolo di
subordinazione, il Consiglio regionale o interregionale comunica all’Ente di
appartenenza o comunque al datore di lavoro, la sospensione dall’esercizio della
professione, con indicazione dei relativi periodi e/o la radiazione dall’albo .
Art. 8 - Contributo annuo
1. E’ considerato comportamento non conforme al decoro e alla dignità della
professione il mancato versamento dei contributi all’Ordine regionale o
interregionale di appartenenza (morosità).
2. Il contributo annuo dovuto dagli iscritti all’albo è determinato dal Consiglio regionale
o interregionale territoriale che ne stabilisce modalità e tempi di versamento con
deliberazione approvata dal Ministero vigilante ed è comunicato dal Presidente e/o
dal Tesoriere del Consiglio regionale o interregionale a mezzo lettera circolare agli
iscritti.
3. La Circolare deve indicare:
a) l’entità del contributo annuo dovuto dagli iscritti all’albo, così come determinato
dal Consiglio regionale o interregionale;
b) le modalità e i tempi di versamento del contributo annuo;
c) le maggiorazioni cui l’iscritto va incontro in caso di mancato versamento nei
tempi indicati al punto b);
d) le sanzioni disciplinari che verranno irrogate decorso il tempo utile al
versamento del contributo annuo;
e) i modi di irrogazione delle sanzioni disciplinari per morosità;
f)
le modalità di cessazione della morosità e i relativi effetti e che, nel caso di
radiazione dall’albo, ove l’interessato richieda nuova iscrizione, oltre ad avere
sanato la morosità per il periodo che ha dato luogo alla radiazione, deve anche
dimostrare il possesso di tutti i requisiti previsti dalla normativa vigente al
momento della richiesta e che la domanda di nuova iscrizione è regolata
dall’art. 9 del DMGG 615/1994.
4. I contributi non versati, le relative penalità e gli eventuali costi aggiuntivi
costituiscono crediti dell’Ordine regionale o interregionale a favore del quale sono
maturati, esigibili nelle forme di legge anche in caso di trasferimento
dell’interessato ad altro Ordine regionale o interregionale, di sospensione, di
radiazione.
5. L’iscritto che non provvede al pagamento del contributo e delle relative previste
maggiorazioni nel termine indicato al comma 2 si considera moroso ed incorre nella
sanzione della censura se la morosità va oltre i 60 giorni e della sospensione
dall’esercizio della professione prevista dal comma 2 lett. b) dell’art. 4 se la
morosità è superiore ad un anno.
6. Decorso il secondo anno dalla data della sospensione, perdurando la morosità,
l’iscritto viene radiato dall’albo.
Art. 9 – Morosità
1. Scaduto il termine di cui all’art. 8 comma 3 lett. b), il Presidente del Consiglio
regionale o interregionale, rilevata la morosità, provvede, a mezzo raccomandata
con ricevuta di ritorno, a diffidare l’iscritto ad effettuare il versamento del contributo
entro e non oltre 60 gg. dal ricevimento della diffida, con le maggiorazioni di cui al
successivo comma 3 e con l’espressa indicazione che si procederà all’apertura nei
suoi confronti del procedimento disciplinare.
2. Scaduto senza esito il termine di 60 gg. il presidente del Consiglio regionale e
interregionale attiva d’ufficio l’apertura del procedimento disciplinare ai sensi
dell’art. 12 comma 4, inviandone comunicazione all’iscritto.
3. I versamenti effettuati dopo la scadenza del termine di cui all’art. 8 comma 3 lett. b).
e art. 9 commi 1 e 2 sono soggetti, a titolo di penale, ad una quota aggiuntiva
calcolata sulle somme dovute, nella misura pari a quella del saggio dell’interesse
legale in vigore alla data della scadenza del termine e, se effettuati dopo il 31
dicembre dell’anno di riferimento, ad una ulteriore quota aggiuntiva pari al 10%.
4. A seguito di presentazione degli atti giustificativi della regolarizzazione della
morosità, il Consiglio regionale o interregionale, con atto deliberativo da adottarsi
non oltre 45 gg. dalla data di presentazione, prende atto della intervenuta
cessazione della morosità e revoca formalmente la sanzione disciplinare della
sospensione dall’esercizio della professione.
5. Le spese sostenute dal Consiglio regionale o interregionale a causa e correlate al
mancato versamento sono a carico dell’iscritto moroso.
Parte Seconda
PROCEDIMENTO DISCIPLINARE
Art. 10 – Competenza territoriale
1. Il procedimento disciplinare è di competenza dell’Ordine regionale o interregionale
nel cui albo il professionista è iscritto. In mancanza di Consiglieri iscritti nella
sezione B dell’Albo il procedimento disciplinare a carico di un professionista iscritto
alla sez. B è di competenza del Consiglio regionale o interregionale più vicino che
abbia tra i suoi componenti almeno un consigliere iscritto nella sezione B al quale il
Consiglio di appartenenza del professionista interessato assegna il procedimento.
Ove tale criterio risulti inapplicabile per mancanza di iscritti nella sezione B dell’albo
il procedimento resta di competenza del consiglio regionale o interregionale al
quale appartiene il professionista interessato anche se composto esclusivamente
da Consiglieri appartenenti alla sezione A (art. 9 comma 4 DPR 169/05).
2. In caso di trasferimento dell’interessato ad Albo di altro Ordine regionale o
interregionale il procedimento prosegue e si conclude dinanzi all’Ordine regionale o
interregionale in cui è iniziato e che ne comunica l’esito all’Ordine regionale in cui al
momento è iscritto l’interessato
3. Qualora l’interessato sia un Consigliere dell’Ordine, ovvero il denunciante sia un
Consigliere dell’Ordine e l’interessato sia iscritto al medesimo Ordine, il Consiglio
su istanza dell’interessato, del denunciante o anche d’ufficio, assegna il
procedimento all’Ordine regionale o interregionale più vicino.
4. Le sanzioni sono deliberate dal Consiglio regionale o interregionale al termine del
procedimento disciplinare. Il Consiglio regionale o interregionale può deliberare che
i provvedimenti disciplinari siano adottati con votazione segreta.
Art. 11 – Commissione deontologica disciplinare.
Responsabile del procedimento
1. Ciascun Consiglio regionale o interregionale all’atto del suo insediamento nomina,
al suo interno, una Commissione deontologica disciplinare composta da tre o
cinque membri, appartenenti alla sezione A e alla sezione B, proporzionalmente
alla rappresentanza numerica nello stesso consiglio con il compito di procedere
all’istruttoria dei procedimenti disciplinari. I membri della Commissione, all’atto
dell’insediamento, assumono l’obbligo al segreto circa le notizie comunque
conosciute nell’espletamento dell’ incarico. In mancanza di Consiglieri iscritti nella
sez. B si applicano i criteri previsti all’art. 10 comma 1.
2. La Commissione nella prima seduta nomina il Presidente e il Segretario. La
responsabilità della Commissione è collegiale.
3. Il Presidente della Commissione è il responsabile del procedimento istruttorio.
4. La carica di presidente del Consiglio regionale o interregionale è incompatibile con
la carica di membro della commissione disciplina.
5. Il Segretario della Commissione redige i verbali delle sedute della Commissione. I
verbali vengono sottoscritti da tutti i consiglieri presenti.
Art. 12 - Apertura del procedimento e tentativo di conciliazione
1. Il Presidente del Consiglio regionale o interregionale, a seguito di denuncia o
segnalazioni sottoscritte o provenienti da enti o da privati, dopo un attento esame
dell’attendibilità e fondatezza delle segnalazioni, può esperire, nei casi previsti
2.
3.
4.
5.
all’art. 2 comma 2 e art. 3 comma 2, tentativo di conciliazione tra le parti. A tal fine
convoca entro un termine non superiore a 30 giorni a mezzo raccomandata a/r, fax
o e-mail gli interessati. Della eventuale conciliazione viene dato formalmente atto a
verbale che viene trasmesso al Consiglio per la deliberazione dell’archiviazione del
caso.
In caso di mancata conciliazione, nei casi in cui non è prevista la conciliazione e
comunque nel caso di segnalazione da parte di autorità giudiziaria, il Presidente
trasmette gli atti al Consiglio per l’eventuale apertura del procedimento disciplinare.
Il Consiglio regionale o interregionale, composto nell’esercizio di tale funzione dai
Consiglieri appartenenti alla sezione dell’albo del professionista assoggettato al
procedimento, delibera l’apertura del procedimento disciplinare e trasmette gli atti
alla Commissione di cui all’art. 11 per la necessaria istruttoria (art. 9 comma 1 DPR
169/05).
Nel caso di morosità, il Presidente del Consiglio regionale o interregionale,
verificata l’omessa sanatoria della morosità, attiva d’ufficio il procedimento
disciplinare, affidando la responsabilità del procedimento alla Commissione
disciplinare che procede a istruttoria sommaria e propone al Consiglio la
comminazione delle sanzioni previste all’art. 8 commi 4 e 5 con la gradualità in
esso previsto.
Con la delibera di apertura del procedimento disciplinare, il Consiglio regionale o
interregionale determina il termine entro il quale il procedimento deve concludersi.
Il termine decorre dalla data di inizio del procedimento.
Art. 13 - Comunicazioni all’interessato e attività istruttoria
1. Il Presidente della Commissione deontologica disciplinare comunica al
professionista interessato, a mezzo lettera raccomandata con ricevuta di ritorno,
l’apertura del procedimento disciplinare, informandolo dei fatti che gli vengono
addebitati, delle modalità di presa visione degli atti, della composizione della
Commissione e del responsabile del procedimento istruttorio. Contestualmente il
Presidente invita l’interessato a far pervenire entro 60 giorni le proprie
controdeduzioni ed eventuale documentazione, indicando che può farsi assistere
da esperto di sua fiducia. Qualora la comunicazione risulti infruttuosa per mancata
ricezione della lettera di raccomandata da parte dell’interessato si procede a
notifica con le modalità indicate dagli artt.137 e seguenti del c.p.c.
2. La Commissione, dopo una preliminare valutazione della situazione, esperisce, ove
possibile, tentativo di conciliazione tra le parti interessate, salvo in caso di
procedimento disciplinare aperto su richiesta dell’autorità giudiziaria. La positiva
conclusione del tentativo di conciliazione comporta la proposta al Consiglio di
archiviazione del procedimento con contestuale comunicazione alle parti.
3. La Commissione deontologica disciplinare convoca il professionista interessato,
d’ufficio o su richiesta dello stesso, per essere sentito, con preavviso non inferiore
a 20 giorni, redigendo un verbale dell’incontro firmato da tutti i componenti e
controfirmato dall’ interessato. Acquisisce documentazione e testimonianze
richieste dalle parti o d’ufficio. L’attività istruttoria deve essere oggetto di apposito
verbale sottoscritto da tutti i membri della commissione.
4. Al termine dell’istruttoria il responsabile del procedimento istruttorio predispone una
relazione dettagliata dell’attività svolta dalla Commissione che, approvata dalla
stessa, viene rimessa al Consiglio unitamente agli atti assunti per le deliberazioni di
competenza.
Art. 14 – Assistenza tecnica
1. Il denunciato, il denunciante e la Commissione Disciplinare possono avvalersi di
consulenze tecniche.
2. La Commissione Disciplinare deve chiederne preventivamente l’autorizzazione al
Consiglio.
Art. 15 – Termine a difesa
1. Se richiesta, la Commissione può concedere all’interessato ulteriore termine non
inferiore a 30 giorni e non superiore a 60 dall’audizione per produrre eventuale
documentazione e/o memorie difensive scritte. In tal caso è prorogato di pari durata
il termine di conclusione del procedimento.
Art. 16 – Relazione e deliberazione finale
1. Le sanzioni sono deliberate dal Consiglio regionale o interregionale all’esito del
procedimento disciplinare.
2. Il Consiglio regionale o interregionale, con voto espresso, delibera l’archiviazione,
se gli addebiti risultano infondati, o l’eventuale sanzione da infliggere. Il
provvedimento deve essere adeguatamente motivato con indicazione dei
presupposti di fatto e delle ragioni di diritto che lo hanno determinato, in relazione
alle risultanze dell’istruttoria. La deliberazione è adottata dal Consiglio composto ai
sensi dell’art 10 comma 1 e dell’art. 9 comma 1 e 3 della L. 169/05.
3. Contro il provvedimento di irrogazione della sanzione l’interessato può proporre
ricorso al Consiglio Nazionale ai sensi dell’art. 18, salva la facoltà di adire l’autorità
giudiziaria.
Art. 17 – Pubblicità e comunicazioni
1. La deliberazione che definisce il procedimento disciplinare viene comunicata al
professionista interessato entro 30 giorni dalla sua adozione dal Presidente del
Consiglio regionale o interregionale, a mezzo lettera raccomandata con ricevuta di
ritorno indirizzata al domicilio risultante all’albo o al diverso domicilio a tale scopo
indicato dal professionista. La comunicazione deve contenere l’esplicito
avvertimento che il provvedimento può essere impugnato con ricorso al Consiglio
Nazionale entro 60 giorni dal ricevimento della comunicazione, nei modi indicati al
successivo articolo 18, salva la facoltà di adire l’Autorità Giudiziaria competente.
Qualora la comunicazione risulti infruttuosa per mancata ricezione della lettera di
raccomandata da parte dell’interessato si procede a notifica con le modalità
indicate dagli artt.137 e seguenti del c.p.c. La deliberazione, viene affissa per 10
giorni consecutivi nella sede dell’Ordine competente.
2. Tutti gli atti relativi ai procedimenti disciplinari sono custoditi dal Consiglio regionale
o interregionale secondo le norme previste D.Lgs. 196/2003 e successive
modificazioni. Presso la sede di ciascun Ordine viene istituito un registro in cui
vengono iscritti i nominativi di coloro nei confronti dei quali sia stata applicata una
sanzione disciplinare e la sua durata.
3. I membri del Consiglio regionale o interregionale della sezione di appartenenza del
professionista interessato hanno accesso agli atti relativi ai procedimenti
disciplinari; chiunque altro soggetto voglia accedere agli atti relativi ai procedimenti
disciplinari ai sensi della L. 241/1990 e del D.Lgs. 196/2003 e successive
modificazioni, deve presentare motivata richiesta scritta al Presidente o al
Responsabile dell’accesso, se designato, del Consiglio regionale o interregionale
territoriale. Il Consiglio Nazionale disciplina – in conformità con la normativa posta
dal D.Lgs. 196/2003 e successive modificazioni – il procedimento e i legittimati
all’accesso ai dati.
Art. 18 – Ricorso al Consiglio Nazionale
1. Il Consiglio Nazionale, all’atto del suo insediamento, nomina, al suo interno, una
Commissione deontologica disciplinare composta da tre o cinque membri,
appartenenti alla sezione A e alla sezione B, proporzionalmente alla
rappresentanza numerica nello stesso consiglio con il compito di procedere
all’istruttoria dei ricorsi. I membri della Commissione all’atto dell’insediamento
assumono l’obbligo al segreto circa le notizie comunque conosciute
nell’espletamento di tale incarico. La Commissione nella prima seduta nomina il
Presidente ed il Segretario. Il Presidente della Commissione è il responsabile del
procedimento istruttorio, il Segretario redige i verbali delle sedute della
Commissione che vengono sottoscritti da tutti i componenti. La responsabilità della
Commissione è collegiale.
Art.19 – Procedimento innanzi al Consiglio Nazionale
1. Il ricorso al Consiglio Nazionale è presentato dal professionista interessato,
direttamente o a mezzo del servizio postale, in plico raccomandato con avviso di
ricevimento, per il tramite del Consiglio dell’Ordine regionale o interregionale che
ha emesso il provvedimento impugnato.
2. Sotto pena d’inammissibilità il ricorso – sottoscritto direttamente dalla parte, con la
possibilità dell’assistenza di un proprio legale di fiducia – deve contenere:
a) l’indicazione dell’atto impugnato;
b) le motivazioni in fatto e in diritto;
c) i documenti a sostegno del ricorso.
3. Il Consiglio regionale o interregionale il cui provvedimento sanzionatorio è stato
impugnato, trasmette il ricorso al Consiglio Nazionale entro 15 giorni dall’avvenuta
notifica dell’impugnazione, aggiungendo eventuali deduzioni e allegando copia del
provvedimento impugnato, di tutti gli atti e di tutta la documentazione del
procedimento disciplinare.
4. Il ricorso non sospende l’esecutività del provvedimento impugnato. L’interessato
può chiedere al Consiglio Nazionale, per gravi ragioni, sospensiva cautelare che il
Consiglio Nazionale può concedere con provvedimento interlocutorio motivato. Nel
caso previsto all’art. 7 comma 2 l’eventuale sospensione cautelare dell’esecutività
del provvedimento impugnato viene comunicata all’Ente di appartenenza o
comunque al datore di lavoro dell’interessato.
5. Il Presidente del Consiglio Nazionale trasmette immediatamente gli atti pervenuti al
Presidente della Commissione deontologica disciplinare dandone comunicazione al
ricorrente con indicazione del termine massimo di chiusura del procedimento
secondo quanto indicato al comma 6 dell’ art. 19.
6. La Commissione deontologica disciplinare competente si esprime entro il termine
massimo di 90 giorni dalla data di ricezione del ricorso, termine prorogabile,
motivatamente, fino ad un massimo di ulteriori 45 giorni.
7. La Commissione, ricevuti gli atti, avvia il procedimento istruttorio e procede alla
audizione dell’interessato quando lo ritenga motivatamente opportuno o comunque,
quando il ricorrente ne faccia richiesta. Al termine dell’istruttoria la Commissione
competente trasmette le risultanze al Consiglio Nazionale, che, con voto dei
Consiglieri iscritti nella sezione di appartenenza del professionista interessato, si
esprime con deliberazione nella prima seduta successiva al ricevimento degli atti.
8. La decisione del Consiglio Nazionale deve essere adeguatamente motivata in fatto
e in diritto. Il Presidente del Consiglio Nazionale ne dà notizia all’interessato, con
raccomandata con ricevuta di ritorno, immediatamente dopo la sua adozione, al
domicilio dichiarato o eletto nel ricorso e al Consiglio regionale o interregionale che
ha adottato il provvedimento disciplinare impugnato. Qualora risulti infruttuosa, la
comunicazione viene rinnovata con le stesse modalità e successivamente con le
modalità indicate dagli artt.137 e successivi c.p.c
9. La decisione del Consiglio Nazionale è immediatamente esecutiva.
10. Dell’irrogazione della sanzione disciplinare viene data notizia, con esposizione
all’albo di tutti gli Ordini regionali e interregionali.
11. I membri del Consiglio Nazionale hanno accesso agli atti relativi ai procedimenti
disciplinari. Qualunque altro soggetto voglia accedere agli atti relativi ai
procedimenti disciplinari ai sensi della L. 241/1990 e del D.Lgs. 196/2003 e
successive modificazioni, deve presentare al Presidente del Consiglio motivata
richiesta scritta.
Art. 20 – Astensione e ricusazione
1. I componenti del Consiglio regionale o interregionale, e quelli del Consiglio
Nazionale dell’Ordine e i membri delle Commissioni indicate ai precedenti articoli
11 e 19, comma 1. debbono astenersi:
a) se hanno interesse personale nella vertenza disciplinare;
b) se sono parenti o affini sino al quarto grado, ovvero conviventi, o colleghi dello
stesso Ente o ufficio del professionista interessato dal provvedimento
disciplinare, del suo difensore ovvero del denunciante;
c) se hanno motivi di inimicizia grave o di forte amicizia con il professionista
interessato dal procedimento disciplinare, con il suo difensore ovvero con il
denunciante;
d) se hanno deposto nella vertenza disciplinare come testimoni;
e) in ogni altro caso in cui sussistono gravi ragioni di convenienza e di opportunità,
adeguatamente motivate e riconosciute dal Consiglio come tali.
2. Nei casi in cui è fatto obbligo di astensione, il professionista interessato può
proporre la ricusazione con ricorso in forma scritta, indirizzato al Presidente del
Consiglio regionale o interregionale o al Presidente del Consiglio Nazionale. A
pena di inammissibilità il ricorso deve essere sottoscritto dall’interessato o da suo
difensore munito di procura e deve indicare i motivi specifici e i mezzi di prova. Se
la ricusazione riguarda il Presidente del Consiglio regionale o interregionale o del
Consiglio Nazionale, il ricorso è indirizzato al Consigliere Vice presidente.
3. Ove l'istanza di ricusazione sia giudicata fondata, il procedimento prosegue in
assenza del Consigliere o dei Consiglieri o dei Commissari ricusati previa
sostituzione degli stessi da parte del Consiglio regionale o interregionale o del
Consiglio Nazionale. L'istanza di ricusazione, purché ammissibile, sospende il
giudizio che riprende d'ufficio a decorrere dalla pronuncia del Consiglio sull'istanza
stessa. Il Consiglio si riunisce immediatamente, con esclusione del Consigliere o
dei Consiglieri o dei Commissari ricusati e, sentiti gli stessi, decide sul ricorso. Della
decisione è data comunicazione al professionista interessato. Nel periodo di
sospensione non decorrono i termini del giudizio.
4. Nei casi di astensione o di fondata ricusazione della maggioranza dei Consiglieri o
dei Commissari regionali o interregionali, il caso ed i relativi atti vengono trasmessi
al Presidente del Consiglio Nazionale dell’Ordine. Il Consiglio Nazionale nomina, in
tal caso, una Commissione deontologica disciplinare speciale di cinque membri
composta da professionisti assistenti sociali di riconosciuta autorevolezza e da
membri di Commissioni deontologiche disciplinari degli Ordini regionali non
implicati nel ricorso, previa determinazione dei criteri per la loro selezione. La
Commissione deontologica disciplinare speciale svolge le funzioni istruttorie,
dibattimentali e decisionali del procedimento a lei affidato. La decisione della
Commissione deve essere trasmessa al Consiglio Nazionale che la fa propria con
deliberazione che comunica all’interessato e al Consiglio regionale o interregionale
che ha adottato il provvedimento impugnato il quale ne prende atto.
5. In caso di astensione o di fondata ricusazione della maggioranza dei Consiglieri o
dei Commissari nazionali il Presidente del Consiglio Nazionale trasmette gli atti al
Ministero vigilante per quanto di propria competenza.
Art. 21 – Prescrizione
1. L’azione disciplinare si prescrive decorsi 5 (cinque) anni dalla data della presunta
violazione.
2. Nel caso in cui per il fatto sia stato promosso procedimento penale, il termine
suddetto decorre dal giorno in cui è divenuta irrevocabile la sentenza che definisce
il giudizio penale.
Art. 22 – Norme finali
1. Il presente Regolamento è parte integrante del Codice Deontologico, entra in
vigore alla data della sua approvazione e abroga il Regolamento precedente.
2. I Consigli regionali o interregionali sono tenuti a prenderne atto e a darne
conoscenza agli iscritti all’Albo.
3. I procedimenti disciplinari iniziati in data antecedente alla data di approvazione del
presente Regolamento sono portati a termine secondo le procedure vigenti alla
data dell’avvio del procedimento disciplinare, salvo condizioni, previste dal
presente regolamento, più favorevoli al professionista sottoposto al procedimento
disciplinare.
Errata corrige:
A causa di un refuso, la numerazione dei commi dell’art. 5 Regolamento sanzioni
disciplinari e procedura, è da intendersi 1, 2, 3 e 4, anziché 3, 4, 5 e 6.
Fermo restando il testo.
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