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RELAZIONE ALLEGATO CAVE PROPOSTA 2002

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PIANO PER IL PARCO
ALLEGATO “ATTIVITÀ ESTRATTIVE”
Stralcio “aree contigue di cava delle Alpi Apuane”
del Piano regionale integrativo per i materiali ornamentali
RELAZIONE ILLUSTRATIVA
23 luglio 2002
INDICE
RELAZIONE ILLUSTRATIVA
Premessa
p.
3
La metodologia di lavoro
p.
5
Gli indirizzi seguiti
p.
8
I fabbisogni desunti
p.
13
I materiali ornamentali storici
p.
17
Il Parco archeologico delle attività estrattive
p.
19
La risorsa lapidea e le attività estrattive tradizionali
p.
28
La valorizzazione dei materiali lapidei esclusivi delle Apuane
p.
35
Appendice
Schede di rilevamento e di valutazione della risorsa
p.
36
2
PREMESSA
La L.R. 11 agosto 1997, n. 65, al suo articolo 14 indica il Piano per il Parco quale strumento di
attuazione con cui perseguire la tutela dei valori naturali ed ambientali dell’area protetta. La
competenza pianificatoria del “Piano” non si limita al solo territorio perimetrato come Parco, ma
si estende pure a quelle aree contigue in cui è previsto l’esercizio di “attività estrattive
tradizionali”.
Novità di rilievo nel panorama normativo delle aree protette è dunque il comma 2 dell’art. 14
sopra citato, che amplia i poteri dell’Ente Parco in termini di giurisdizione e disciplina, oltre gli
artt. 12 e 32 della Legge quadro sulle aree protette (n. 394 del 6 dicembre 1991 e succ. mod. ed
integr.). Viene qui infatti individuata una categoria particolare di area contigua, finalizzata alle
cave di pietre ornamentali, in cui l’Ente Parco non ha bisogno di stabilire intese con altri soggetti
istituzionali, per confini e direttive, nello specifico della materia trattata.
La ragione di questa “anomalia apuana” nel sistema delle aree protette italiane è facilmente
intuibile. E’ la diretta conseguenza sul piano legislativo di un’eccezionale concentrazione areale,
spinta anche all’interno di un territorio di grande pregio paesaggistico e naturalistico, di attività
estrattive rivolte ad una risorsa economica di notevole valore, il cui reperimento ha una continuità
storica impensabile altrove. Non a caso, nelle Alpi Apuane si trova il 90% della produzione di
lapidei della Toscana e il 40% del marmo estratto in Italia. I dati a nostra disposizione indicano
come la produzione regionale, dominata dal comprensorio apuano, rappresenti il 20% del mercato
nazionale dei lapidei, raggiungendo il 30 % nel solo settore degli ornamentali calcarei. Se si pensa
poi che la L.R. n. 65/97 ha affidato all’Ente Parco la competenza territoriale sul 20% della
produzione estrattiva delle Apuane, ne consegue la deduzione quantitativa della presenza, entro la
stessa area protetta, del 18% e del 4% della produzione regionale e nazionale di lapidei,
corrispondente al 5% dei calcarei ornamentali e all’8% dei marmi italiani. L’ “anomalia” sta tutta
in queste cifre.
Nel Piano per il Parco le attività estrattive godono dunque di uno status speciale che va oltre il
divieto generale dell’apertura e dell’esercizio di cave nei territori protetti – come sancito dall’art.
11, comma 3, lettera b) della 394/91 – e sussiste indipendentemente dalla deroga a tale divieto,
resa possibile dal successivo comma 4. Le cave possono dunque continuare la loro attività
all’interno di perimetri definiti, con valore di area contigua, nel rispetto di norme ed indirizzi
stabiliti dal Piano per il Parco, entro i termini di programmazione del Piano Regionale delle
Attività Estrattive, di cui agli artt. 2 e 3 dell’ex L.R. 30 aprile 1980, n. 36 e succ. mod. ed integr.
In effetti, il quadro di sviluppo economico-sociale, in cui si muovono le scelte estrattive del
Piano per il Parco, è quello che sopravvive alla passata legislazione regionale in materia di cave e
torbiere, il cui atto fondamentale – il P.R.A.E. appunto – ha trovato approvazione con la delibera
del Consiglio Regionale n. 200 del 7 marzo 1995. Va ricordato che, pur limitato al solo Settore I,
ovverosia ai materiali per usi industriali, il P.R.A.E. rimandava ad un successivo “Piano di Settore
Integrativo per le pietre ornamentali” (art. 8), la programmazione di quella attività estrattiva
riguardante più nello specifico le tradizionali escavazioni lapidee delle Alpi Apuane. Ecco dunque
perché l’art. 21, comma 2 della L.R. 11 agosto 1997, n. 65, ordina al Piano per il Parco di
desumere proprio da questo strumento integrativo per le pietre ornamentali – ancora in fase di
definizione – i fabbisogni e gli indirizzi per la coltivazione delle cave in area contigua.
In sintesi, le attività estrattive di competenza del Piano per il Parco trovano una loro disciplina
con strumenti che ancora si rifanno soprattutto all’impostazione legislativa formale della 36/80,
anche perché il successivo “Testo unico in materia di cave, torbiere e miniere” – di cui alla L.R. 3
novembre 1998, n. 78 – non ha ancora attivato i nuovi Piani (Regionali e poi Provinciali) delle
3
Attività Estrattive e di Recupero delle aree escavate e di riutilizzo dei residui recuperabili [detti
rispettivamente P.R.A.E.R. e P.A.E.R.P.].
Nonostante questo vincolo formale verso la 36/80, i contenuti e le scelte del presente
“Allegato” al Piano per il Parco sono prevalentemente ispirati alla nuova e successiva disciplina
regionale in materia di attività estrattive. In effetti, dalla 78/98 ne è derivata quell’attenzione tutta
particolare verso il recupero delle aree di escavazione dismesse e in abbandono, nonché una
sensibilità spiccata per il riutilizzo dei residui provenienti dalle attività estrattive, anche al fine di
minimizzare il prelievo delle risorse non rinnovabili.
Tuttavia, la L.R. n. 36/80 presentava già elementi di salvaguardia e dettava alcuni criteri di
cautela e di limitazione nei prelievi, indicando di definire scelte compatibili con i vincoli
paesaggistico ed idrogeologico, con i programmi regionali di assetto del territorio e ricercando,
“ove possibile e opportuno, soluzioni alternative”. A distanza di quasi venti anni, con la
maturazione di una maggiore coscienza ambientale collettiva, la L.R. n. 78/98 ha implementano i
richiami e le sollecitazioni verso politiche territoriali di tutela e salvaguardia. In effetti, all’art. 4 si
dà mandato di individuare le risorse suscettibili di attività estrattiva, nel rispetto dei vincoli e delle
limitazioni d’uso del territorio, mentre la stima della produzione dei materiali è obbligata pure a
considerare il relativo potenziale di riutilizzo. I nuovi contenuti del Piano Regionale stabiliscono
poi di subordinare i fabbisogni estrattivi ai principi dello sviluppo sostenibile, non prima di aver
definito criteri di tutela delle risorse essenziali del territorio potenzialmente interessate dai
processi di escavazione, incentivando – nel contempo – il recupero delle cave dismesse o in
abbandono.
La filosofia del presente “Allegato” al Piano per il Parco è tutta informata allo spirito della L.R.
n. 79/98, il cui titolo “Testo unico in materia di cave, torbiere, miniere, recupero di aree escavate e
riutilizzo di residui recuperabili” segna una netta differenza con quello della 36/80, limitato alla
sola “Disciplina transitoria per la coltivazione di cave e torbiere”.
4
LA METODOLOGIA DI LAVORO
La stesura del presente “Allegato” al Piano per il Parco delle Alpi Apuane ha potuto fruire, ad
uno stadio avanzato di elaborazione, di una sintesi ragionata, sia normativa che cartografica, tra
quanto si andava redigendo a livello regionale nel “Piano di Settore Integrativo per le pietre
ornamentali” e il complesso degli elaborati dello strumento “normale” di pianificazione dell’area
protetta. L’operazione non è stata sempre agevole in tutti i segmenti operativi, vuoi per i d iversi
contesti in cui operano i due Piani, vuoi per l’utilizzo di linguaggi tecnici talvolta non
completamente corrispondenti o sovrapponibili.
Questione primaria d’impostazione ha riguardato quali contenuti e quale veste formale dover
conferire a questo stralcio, non solo di settore produttivo ma pure territoriale del Piano Regionale
delle Attività Estrattive, riguardante soltanto gli ornamentali e limitato alle aree contigue del
Parco. La soluzione del problema è stata quella di non mischiare e non confondere le attività
estrattive con le altre parti del Piano per il Parco. In altri termini, questa disciplina ha assunto una
propria individualità specifica tra gli elaborati del Piano, conformandosi come un “Allegato” allo
stesso strumento di pianificazione, in cui sono stati riuniti la relazione generale su fabbisogni e
risorse, oltre alla parte normativa compresa nelle Norme Tecniche di Attuazione, nonché agli
elaborati cartografici in scala corografica e di dettaglio.
Seconda questione d’ordine generale è stata la definizione dell’ampiezza territoriale d’azione e
di reperimento della risorsa estrattiva, al fine di costituire un limite di competenza tra l’attività del
presente “Allegato” al Piano per il Parco e quella del “Piano Regionale di Settore Integra tivo per
le pietre ornamentali”, in fase di contemporanea gestazione. Va detto che, in prima istanza, il
gruppo di lavoro regionale ha attribuito alla competenza programmatoria del Parco unicamente le
aree contigue di cava già individuate dalla cartografia della L.R. n. 65/97. Tale limite però - pur
utile in una fase d’iniziale impostazione del lavoro - non poteva e non doveva condizionare, nello
sviluppo del lavoro, la possibilità di definire una diversa ed eventualmente più ampia area protetta
e contigua, in ragione della possibilità offerta dall’art. 1, comma 3 della stessa L.R. sopra detta.
Già con deliberazione del Consiglio direttivo n. 6 del 22 febbraio 2000, è stato indicato di
estendere il limite esterno dell’area contigua e così ampliare la superfi cie di “pre -parco” rispetto a
quella riportata nella cartografia della L.R. n. 65/97. Così facendo sono state coinvolte nuove aree
estrattive, non considerate dalla vigente perimetrazione e dunque riconducibili alla competenza del
Piano per il Parco e, nel contempo, stralciabili dal campo di iniziale giurisdizione del “Piano
ornamentali” regionale.
Ancora rispetto alle definizioni delle superfici geografiche di riferimento del lavoro istruttorio,
è sembrato opportuno riversare nella redazione del presente “ Allegato”, gli studi e gli elaborati
cartografici che, conservati presso gli Uffici del Parco, hanno contribuito nel recente passato a
ripetute attività di perimetrazione delle aree estrattive delle Alpi Apuane, anche esterne all’attuale
Parco.
Quanto sopra è riferito, in particolare:
a) alla perimetrazione dei bacini marmiferi industriali dei Comuni di Carrara e di Massa, di
cui all’art. 5, comma 2 della L.R. 21 luglio 1994, n. 52, successivamente approvata con
deliberazione dell’Assemblea consortile del Par co, n. 20 del 5 ottobre 1994;
b) alla perimetrazione delle “aree 2” destinate all’attività estrattiva, di cui all’art. 1, della L.R.
21 luglio 1994, n. 52, successivamente adottata con deliberazione dell’Assemblea
consortile del Parco, n. 21 del 27 settembre 1995 e in seguito approvata con deliberazione
del Consiglio Regionale della Toscana, n. 298 del 24 luglio 1997;
c) all’allegato cartografico alla L.R. 11 agosto 1997, n. 65, che delimita le attuali zone di cava
(area contigua).
5
Hanno inoltre contribuito alla fase conoscitiva pure gli studi applicativi, condotti e
commissionati a suo tempo dall’E.R.T.A.G. e in gran parte desumibili dagli elaborati cartografici
e dalle schede merceologiche dei marmi apuani del “Progetto Marmi” della Regione Toscana
(1980).
Con la definizione delle principali questioni d’impostazione del lavoro – relative ai contenuti e
alla veste formale, nonché alla dimensione territoriale di riferimento – ha potuto finalmente
dispiegarsi l’attività di elaborazione vera e propria del presente “A llegato”. Lo sviluppo
metodologico si è articolato essenzialmente in due fasi, in modo coerente con le parallele attività
istruttorie del Piano ornamentali regionale. Nella prima fase, in particolare, sono stati portati a
termine le procedure e gli studi rivolti all’individuazione della risorsa, all’interno degli ambiti
estrattivi già individuati in precedenti operazioni di perimetrazione e in quei bacini ulteriormente
acquisiti con l’estensione dei limiti dell’area contigua. In una seconda fase hanno trova to spazio le
valutazioni della risorsa, in modo ponderato tra esigenze di sfruttamento economico e ragioni di
sostenibilità ambientale delle stesse attività di reperimento.
Nel presente “Allegato” si omette di far riferimento al complesso di analisi e val utazioni sulle
risorse ambientali, paesaggistiche e naturalistiche che si sovrappongono e fanno da cornice alle
aree individuate come disponibili all’attività estrattiva. Va da sé l’osservazione che l’autonomia
dell’ “Allegato” rispetto al Piano per il Par co serve soltanto per fini istruttori e per facilitare la
lettura dell’attività estrattiva come tema rilevante e significativo. In effetti, le scelte pianificatorie
sono state effettuate in stretto collegamento e all’interno del quadro di programma del Pia no per il
Parco. In altre parole, tutto quello che qui non è scritto o riportato è rintracciabile o desumibile dal
più generale e onnicomprensivo strumento di attuazione del Parco. Sarebbe stato dunque superfluo
riportare qui – ad esempio – l’elenco delle invarianti strutturali, delle emergenze e di tutti quegli
elementi della natura o componenti del paesaggio che sottolineano valori irrinunciabili, da
sottoporre a vari gradi di tutela. Il confronto, tra ciò che può essere trasformato con l’attività di
cava e ciò che va sottratto alla stessa, è stato continuo e sviluppato in ogni angolo del territorio
posto sotto analisi.
Ugualmente scontato è il fatto che le strategie del presente “Allegato” siano coerenti e conformi
a quelle più generali del Piano per il Parco, così come riportate, nello specifico, nel paragrafo
dedicato alla “gestione delle attività estrattive” della Relazione illustrativa. In effetti, è stato tenuto
debito conto:
a) della rilevanza, attuale e potenziale, delle attività estrattive e di quelle indotte e collegate,
sia per il sistema apuano complessivo, sia per alcuni sistemi locali e minori;
b) del radicamento storico e culturale della produzione marmifera, sia in quanto fattore
decisivo di elaborazione paesistica, che ha conferito ai “paesaggi d el marmo” celebrità e
visibilità internazionale, sia in quanto fattore identificativo di prestigiose tradizioni e
culture tecnologiche e produttive;
c) della consistenza dei giacimenti utilizzabili per la produzione di lapidei di elevata qualità,
appetibile dal mercato internazionale;
d) dell’impatto ambientale e paesistico, potenzialmente devastante, delle nuove tecnologie
estrattive;
e) dello sviluppo di attività di estrazione del tutto slegate dalle tradizioni e dalle specificità
del territorio.
Seguendo ancora le strategie del Piano, la valutazione delle scelte localizzative inerenti lo
sviluppo delle attività estrattive e di quelle di lavorazione del materiale estratto ha considerato un
insieme complesso di fattori. Si è partiti dal vagliare le condizioni geologiche, geomorfologiche ed
idrogeologiche, nonché l’accessibilità e il livello infrastrutturale in atto, con la possibilità di
razionalizzare l’utilizzazione delle risorse e dei collegamenti tra cave e luoghi della lavorazione,
passando poi a considerare l’i nsieme degli impatti paesistici e ambientali.
6
La Relazione illustrativa del Piano per il Parco ha profilato due principali alternative di
scenario, suscettibili di molte variazioni, per il prosieguo delle attività estrattive nelle aree
contigue. In particolare, si tratta:
a) del compattamento e sviluppo in profondità degli attuali bacini estrattivi, con un crescente
ricorso all’estrazione “in galleria” a partire dagli attuali fronti d’attacco ed utilizzando il
più possibile le infrastrutture esistenti, senza grandi cambiamenti nell’attuale
organizzazione logistica ed evitando attentamente di diffondere gli sviluppi estrattivi in
aree non ancora compromesse;
b) della netta opzione per gli scavi “in galleria” a partire da nuovi fronti d’attacco
tendenzialmente a bassa quota, concentrati su un asse al crinale principale,
opportunamente scelto, da sviluppare con tecnologie più prettamente “minerarie” in
parallelo al contenimento delle estrazioni a cielo aperto negli attuali bacini e con una
progressiva modificazione dell’intera organizzazione logistica.
Nella fase applicativa delle strategie di Piano, anche a seguito del definirsi più puntuale degli
indirizzi politico-amministrativi (specificati nel capitolo che segue), è prevalso un atteggiamento
di scelta più favorevole, nel breve termine, alla prima alternativa, lasciando la seconda in un
campo di definizione sperimentale e di fattibilità ancora da sottoporre a verifica, a cui
eventualmente accedere in una prospettiva di lungo periodo.
7
GLI INDIRIZZI SEGUITI
La stesura del presente “Allegato” ha seguito diversi atti d’indirizzo e di direttiva tecnica, sia
previsti dalla normativa vigente, sia definiti in sede politico-amministrativa per orientare l’attività
di pianificazione del Gruppo di lavoro del Piano per il Parco. In prima istanza, è stato
puntualmente recepito l’insieme di direttive discendente dalle Norme Tecniche d’Attuazione del
redigendo “Piano Regionale Integrativo per i materiali ornamentali”, nella stesura ultima
conosciuta del 2 ottobre 2000. In particolare, tali indirizzi si ritrovano all’art. 6, comma 3, delle
N.T.A. di tale Piano per gli ornamentali e sono così esplicitati:
a) individuare soluzioni localizzative e tecnologiche tese a valorizzare le risorse minerarie e a
tutelare le risorse territoriali in genere;
b) tutelare i materiali pregiati evitando l’esaurimento della risorsa;
c) approfondire ipotesi di escavazione in sotterraneo, da assoggettare ad attente verifiche
strutturali;
d) recuperare le aree escavate dimesse e quelle interessate da ravaneti che presentino
condizioni di degrado;
e) tutelare i siti di archeologia industriale, quali lizze e ravaneti storici che costituiscono
elementi qualificanti del territorio;
f) individuare scelte di piano tese a tutelare la sicurezza dei lavoratori nella coltivazione delle
cave.
A questi, si aggiunge il contenuto dell’art. 8, comma 1 delle stesse N.T.A., in cui si stabilisce la
tutela delle cave dei materiali ornamentali storici, in quanto risorsa di valenza territoriale,
ambientale e paesaggistica, nonché luogo di reperimento di materiali unici indispensabili per il
restauro dei monumenti.
Ulteriori indirizzi presi in considerazione sono quelli presenti nell’Ordine del giorno del
Consiglio Regionale della Toscana del 24 luglio 1997, deliberato a latere dell’approvazione della
L.R. n. 65/97 istitutiva del nuovo Ente Parco. In tale O.d.G. veniva già richiesto l’impegno della
Giunta Regionale a predisporre direttive – da applicare in sede di rilascio di Nulla osta
autorizzativi e comunque utili a definire il quadro normativo del Piano e del Regolamento del
Parco – secondo le condizioni qui di seguito sunteggiate:
a) le modifiche morfologiche indotte dalla coltivazione non devono alterare le linee di crinale
e di vetta;
b) le modifiche morfologiche indotte dalle discariche non devono alterare permanentemente i
compluvi e, in generale, il deflusso delle acque superficiali;
c) è prescritta prioritariamente la coltivazione in galleria, mentre quella a cielo aperto è
ammissibile solo a seguito di comprovata impossibilità di procedere in sotterraneo;
d) la coltivazione in galleria deve essere effettuata in modo da evitare l’intercettazione di
cavità naturali;
e) l’eventuale intercettazione di cavità naturali non rilevate dagli strumenti dà luogo a
modifiche del piano di coltivazione che garantiscano la conservazione dell’ambiente
sotterraneo;
f) le convenzioni, che regolano le autorizzazioni alle attività estrattive, tengono conto della
fattibilità degli interventi, dell’impiego di tecniche di prospezione e coltivazione
necessarie, dell’ammontare delle risorse indispensabili per i progetti di ripristino e per le
procedure di controllo periodico.
I due gruppi d’indirizzi sopra esposti hanno ricevuto una diversa valutazione nella stesura del
presente “Allegato” al Piano per il Parco. In particolare, quell i discendenti dagli artt. 6 e 8 delle
N.T.A. del Piano Regionale Integrativo per i materiali ornamentali, hanno assunto un valore
8
vincolante, mentre i contenuti dell’O.d.G. del Consiglio Regionale del 24 luglio 1997 sono stati
considerati in termini soltanto orientativi.
La scelta di una diversa ponderazione degli indirizzi regionali di cui sopra, è avvenuta in
applicazione della direttiva contenuta nel punto 1) lettera a) del dispositivo della deliberazione del
Consiglio direttivo n. 55 del 29 dicembre 2000. Inoltre, con quest’ultimo atto sono stati definiti
ulteriori indirizzi utili per la redazione dello stralcio “aree contigue del Parco delle Alpi Apuane”
del Piano Regionale delle Attività Estrattive, settore “pietre ornamentali”, quale collegato al Pian o
per il Parco delle Alpi Apuane. In sintesi, degli indirizzi aggiuntivi, impartiti dal Consiglio
direttivo, sono qui di seguito riassunti, selezionandoli tra quelli riferiti all’attività pianificatoria e
di regolamentazione delle attività estrattive:
1. non devono essere previste nuove aree estrattive rispetto all’attuale perimetrazione,
salvo operazioni limitate di ricucitura e razionalizzazione delle aree destinate a tali
attività, oltre a quanto indicato al successivo punto 8;
2. è da stabilire la dismissione di alcuni bacini, cave o porzioni di siti in condizioni
ambientali e paesaggistiche precarie e contrastanti;
3. l’attività estrattiva deve essere rivolta unicamente alla produzione di blocchi di lapidei
ornamentali, mettendo in atto normative che escludano forme surrettizie di produzione
di inerti o di polveri di carbonato di calcio;
4. i “bacini marmiferi industriali dei Comuni di Carrara e Massa” (recuperando lo spirito
dell’art. 5, comma 2, della L.R. n. 52/94) vanno individuati come area di tutela di
risorse naturali ed essenziali, ai sensi dell’art. 2, commi 1 e 2, della L.R. 16 gennaio
1995, n. 5 e succ. mod. ed integr.;
5. bisogna stabilire un tetto estrattivo annuale totale per le aree contigue - comprensivo di
materiale prodotto e scartato - non prevedendo ulteriori autorizzazioni o il rinnovo oltre
il limite programmato;
6. sono da individuare due diversi tipi di zona contigua di cava, senza ulteriori e
sostanziali ampliamenti di superficie complessiva rispetto alla situazione attuale. A
fianco di una tipologia ordinaria non dissimile dall’odierna, è da localizzare un tipo di
zona estrattiva speciale, in cui subordinare l’attività all’impiego di tecnologie meno
impattanti e all’utilizzo contingentato della risorsa lapidea, da finalizzarsi a lavorazioni
di qualità in loco;
7. vanno previsti incentivi economici e facilitazioni normative alle imprese estrattive che
operino con procedure di certificazione di qualità e/o che sperimentino soluzioni
innovative e a più ridotto impatto ambientale nella coltivazione dei lapidei, nell’accesso
ai siti e nel trasporto dei materiali estratti;
8. nuovi bacini estrattivi rispetto agli attuali vanno riconosciuti soltanto – a seguito
dell’estensione dell’area contigua fino al margine pedemontano delle Apuane – in quei
siti di margine, non interclusi nel territorio protetto, attualmente in attività o in via di
attivazione secondo i dati desunti dal P.R.A.E. e se contemporaneamente caratterizzati
da materiali lapidei ornamentali tradizionali;
9. per la Pietra del Cardoso va individuata un’a rea sufficientemente ampia per consentire
la rilocalizzazione delle cave attualmente in attività, in siti prossimi all’esaurimento e
troppo a ridosso dell’omonimo centro abitato, attribuendo a quest’area il valore di zona
prospezione, in cui individuare – con successivi studi di V.I.A. e di ricerca mineraria a
basso impatto – un subcomparto di più limitata estensione, da rendersi disponibile alla
rilocalizzazione complessiva di tutte le cave in dismissione;
10. il Piano non deve prevedere aree disponibili all’e strazione e alla rilocalizzazione della
dolomia;
11. nei siti dichiarati in dismissione, le cave in regolare attività potranno terminare i piani di
coltivazione, se autorizzati dai Comuni prima dell’adozione del Piano per il Parco. Sarà
possibile autorizzare un successivo piano di coltivazione, con prevalenti interventi di
9
riqualificazione dei siti estrattivi e rinaturalizzazione dei ravaneti stabili, purché il
termine delle attività non superi i cinque anni dalla data di approvazione del Piano per il
Parco. In seguito saranno possibili soltanto interventi di conservazione, manutenzione,
restituzione e rinaturalizzazione;
12. per i ravaneti posti in prossimità di cave in attività si conferma il divieto ad abbandonare
ulteriore materiale lungo i versanti di discarica. I residui inerti della lavorazione dei
fronti potranno essere usati solo per modellamenti funzionali all’attività di cava e per
interventi di manutenzione e restituzione. E’ possibile lo stoccaggio provvisorio per
quantità e tempi da definire, mentre è da vietare la rimozione di ravaneti rinaturalizzati;
13. la tutela e la valorizzazione dei materiali lapidei storici passa attraverso una sostanziale
loro esclusione dall’escavazione, a cui si può eccepire - nell’area parco - soltanto per
interventi puntuali finalizzati al restauro di monumenti o a produzioni artistiche e
artigianali di pregio;
14. i materiali storici presenti in area contigua di cava devono rientrare nelle zone speciali
con utilizzo sperimentale delle tecnologie, nonché uso della risorsa contingentata nelle
quantità e finalizzata a lavorazioni di qualità in loco.
Con successiva deliberazione del Consiglio direttivo, n. 8 del 10 maggio 2002, sono state
apportate modifiche all’atto d’indirizzo sopra citato (n. 55 del 29 dicembre 2000), accogliendo
diverse pre-osservazioni e proposte soprattutto di enti locali, che sono scaturite dal confronto sulla
bozza di Piano licenziata nell’agosto 2001 ed inviata a tutti i soggetti istituzionali del territorio. Le
principali modifiche sono qui di seguito riportate, mantenendo la stessa numerazione di cui sopra,
al fine di poter operare un miglior raffronto:
1. è possibile prevedere un limitato numero di nuove zone contigue di cava rispetto
all’attuale perimetrazione, purché la superficie complessiva di tutte le aree di Piano
destinate alla coltivazione di lapidei non superi quella attualmente in vigore con la L.R.
n. 65/97, escludendo comunque dal computo le zone cha vanno ad aggiungersi tramite
quanto indicato al precedente punto 8;
11. nei siti dichiarati in dismissione, le cave in regolare attività potranno terminare i piani di
coltivazione, se presentati dai Comuni prima dell’adozione del Piano per il Parco. Sarà
possibile autorizzare un successivo piano di coltivazione “a chiusura”, con prevalenti
interventi di reintegrazione e riqualificazione dei siti estrattivi e/o rimodellamento dei
ravaneti, a fianco di una limitata estrazione di lapidei ornamentali, nei termini e con
modalità analoghi al punto 3.4, ipotesi B, della deliberazione della Giunta Regionale n.
3886 del 24 luglio 1995 e succ. mod. ed integr., purché tutte le attività sopra dette
abbiano la loro conclusione non oltre i cinque anni dalla data di approvazione del Piano
per il Parco. In seguito saranno possibili soltanto interventi di conservazione,
manutenzione, restituzione o rinaturalizzazione;
12. si conferma l’orientamento generale contrario all’abbandono dei detriti derivanti
dall’attività di cava lungo i versanti di discarica. I ravaneti in uso ad una cava attiva
devono essere serviti da infrastrutture viarie capaci di consentirne la rimozione una
volta superati i limiti massimi di stoccaggio provvisorio, da definirsi in sede
progettuale. I residui inerti della lavorazione dei fronti possono essere usati per
modellamenti funzionali all’attività di cava e p er interventi di manutenzione e
restituzione. E’ vietata la rimozione di ravaneti rinaturalizzati;
13. i materiali lapidei storici sono oggetto di specifica tutela e valorizzazione. La loro
estrazione nelle aree contigue di cava deve essere contingentata e finalizzata a
lavorazioni di qualità in loco. In area parco, i prelievi sono autorizzabili in deroga al
divieto di escavazione, se consistenti in interventi puntuali, ambientalmente sostenibili e
finalizzati al restauro di monumenti o a produzioni artistiche e artigianali di particolare
pregio;
10
La deliberazione del Consiglio direttivo, n. 8 del 10 maggio 2002 aggiunge due ulteriori
direttive per la redazione dell’Allegato “attività estrattive”, a cui si assegna dunque una
numerazione di riferimento progressiva:
15. l’attività sperimentale di coltivazione in galleria, a profondità considerevoli, lungo
passanti stradali, deve aver inizio dal collegamento ‘Arni-Arnetola’. L’attivazione di
simile bacino estrattivo, una volta confermata la sua fattibilità progettuale e verificata la
sua compatibilità ambientale:
a) è finalizzato principalmente alla ricollocazione di cave in attività, con
precedenza a quelle poste in contesti ambientali critici o prossime
all’esaurimento.
b) è rimessa alla variante generale di cui al successivo punto g), con definizione
degli esatti perimetri, acquisiti pure gli elementi conoscitivi della campagna
di rilevamento ivi specificata”;
16. una variante generale al Piano riguardante la perimetrazione delle aree estrattive deve
essere prefigurata in termini programmatici dalle norme dello stesso strumento, una
volta conosciuti i risultati della campagna di rilevamento, attualmente in corso a cura
del Servizio Geologico Italiano e dalla Regione Toscana, e tesa a cartografare le varietà
merceologiche dei lapidei apuani, nonché lo stato di fratturazione principale degli
ammassi rocciosi.
Rimane in ultimo da trattare la parte d’indirizzi stabiliti d’intesa con le Amministrazioni
provinciali di Lucca e Massa-Carrara in materia di attività estrattive. Si tratta di una concertazione
necessaria ma non obbligatoria ad una lettura attenta dell’art. 14, comma 4, della L.R. n. 65/97,
che intende escludere tale materia (ad eccezione delle “altre” di cui all’art. 32, comma 1, della L.
394/91) dalla fase d’intesa con que sti soggetti istituzionali. Ai vari incontri bilaterali che si sono
succeduti tra Parco e Province, ne è scaturita una piattaforma articolata che ha trovato evidenza in
atti con la deliberazione del Consiglio di Gestione n. 73 del 13 novembre 1999.
In estrema sintesi, il presente “Allegato” al Piano per il Parco ha adottato principi in materia di
cave perfettamente coincidenti e compatibili con quelli dei Piani Territoriali di Coordinamento
provinciali. La cosa è dimostrabile dal fatto che le direttive definite dal Parco, con la deliberazione
sopra detta, sono state desunte alla lettera da quelle del P.T.C. di Massa-Carrara, a cui è seguita la
successiva verifica del rispetto dei pochi e più generali indirizzi del corrispondente Piano della
Provincia di Lucca.
Si riportano per esteso questi indirizzi, escludendo quelli non riferibili alle pietre ornamentali,
quanto piuttosto agli inerti e ai materiali usati per scopi industriali-tecnologici. In particolare, nella
localizzazione e nell’esercizio delle attivit à estrattive, dovranno essere evitate:
a) le interferenze con i deflussi delle acque sotterranee e con sorgenti utilizzate o
potenzialmente utilizzabili per non modificare le risorse idriche esistenti;
b) le modifiche al reticolo idrografico superficiale, anche in relazione alle aree di discarica
(ravaneti) e ai tombamenti permanenti dei corsi d’acqua naturali;
c) l’eccessivo avvicinamento degli scavi agli acquiferi per escludere situazioni di rischio
d’inquinamento delle acque sotterranee;
d) il pregiudizio degli ambienti ad elevato pregio dal punto di vista naturalistico e
paesaggistico-ambientale (siti d’interesse comunitario, aree di rilevante valore ambientale
dei P.T.C.);
e) l’interessamento di versanti a franapoggio con pendenza degli strati inferiore a quella di
pendio e di siti caratterizzati da franosità in atto o da condizioni di precaria stabilità.
Relativamente ai depositi di materiali di scarto dell’attività estrattiva si dovrà tendere a
privilegiare soluzioni che comportino il riuso degli inerti, oltre che tramite progetti di
11
risistemazione ambientale dei siti di cava che prevedano l’utilizzazione del materiale, anche
per la sua commercializzazione, al fine di minimizzare il dimensionamento dei ravaneti.
La realizzazione di questi ultimi dovrà essere suffragata da accertamenti di carattere
geologico tecnico e dovrà evitare di compromettere importanti valenze ambientali e, in ogni
caso, dovrà essere prevista la compensazione tra il materiale scaricato e quello asportato.
In linea generale, i progetti di recupero e di risistemazione dei siti di cava, diversificati
rispetto alle caratteristiche dell’attività estrattiva e della natura geologica e geomorfologica
dello stesso sito, dovranno tendere alla sistemazione ambientale dell’area interessata in modo
differenziato:
• per le cave di materiali inerti, l’intervento dovrà essere orientato al recupero del
preesistente aspetto dei luoghi;
• per le cave di pietre ornamentali, l’intervento dovrà essere orientato alla messa in sicurezza
del sito di cava, alla riqualificazione ambientale e funzionale dell’area in relazione al
contesto paesaggistico-ambientale in cui è collocata.
12
I FABBISOGNI DESUNTI
I fabbisogni, ai quali è soggetto il mercato del lapideo apuano, sono stati desunti, a norma di
legge, dai dati e dalle tendenze rilevate dall’omonima Relazione del Piano Regionale Integrativo
dei Materiali Ornamentali, analizzandoli alla luce dei criteri di sostenibilità ambientale, i cui
principi sono da ritenersi alla base di qualsiasi atto di pianificazione di un’area protet ta. Nel
rapporto sulle caratteristiche e sulle linee evolutive del mercato del lapideo toscano, la relazione
regionale sui fabbisogni evidenzia in prima battuta la seguente caratteristica fondamentale: a
fronte di una domanda che varia in virtù di molteplici fattori, l’offerta si presenta tendenzialmente
costante e rigida. L’invarianza dell’offerta, ovvero la sua eventuale contrazione in quantità, è il
dato di partenza per l’elaborazione dell’Allegato “attività estrattive” del Piano per il Parco,
dipendendo ciò da ragioni di mercato, di produzione, nonché da vincoli normativi regionali e
nazionali.
Il Piano regionale integrativo dei materiali ornamentali ricostruisce i fabbisogni di lapideo
secondo un duplice percorso di analisi:
a) attraverso la rappresentazione dei dati statistici degli ultimi anni e la conseguente
costruzione di modelli di proiezione per gli anni a venire;
b) attraverso l’indagine diretta, effettuata presso gli operatori del settore (produttori,
trasformatori, commercianti e operatori pubblici).
I risultati, vista la complessità della materia, le peculiarità dei materiali (calcari, arenarie, ecc),
le differenze tra mercato nazionale ed internazionale, non sono riconducibili a un quadro univoco,
cui associare facilmente un trend positivo o negativo in senso assoluto. Nel primo percorso di
ricostruzione dei fabbisogni, elaborato sulla base dei dati statistici e sulla costruzione dei modelli
di interpretazione dei possibili sviluppi, si evidenziano in sintesi i seguenti accadimenti e
tendenze:
• nel decennio 1990/99, il consumo nazionale dei lapidei subisce una contrazione (legata in
parte alla congiuntura sfavorevole che ha interessato l’industria edilizia), a fronte di un
complessivo leggero aumento del consumo mondiale;
• tra il 1990 e il 1997, in ambito toscano, si assiste ad una contrazione delle produzioni del
granito e dell’alabastro, a fronte di una tenuta/incremento delle produzioni dei marmi
bianchi e delle arenarie;
• nell’analisi delle tipologie di impiego del materiale lapideo italiano, per l’a nno 1997, la
percentuale maggiore è rappresentata da pavimentazioni e rivestimenti interni (46%),
seguono le pavimentazioni e i rivestimenti esterni (13,5%), le scale e i lavori strutturali
(13,5%), l’arte funeraria (12%) e altre tipologie di utilizzo (15%).
Dall’analisi dell’industria delle costruzioni, direttamente influente sul consumo dei lapidei,
emerge un quadro che confermerebbe alcune tendenze involutive. Considerando l’industria delle
costruzioni scomponibile in attività settoriali e specialistiche, emerge il seguente quadro specifico:
• l’ attività edilizia residenziale, che all’interno dell’industria delle costruzioni rappresenta la
voce prioritaria, registra negli ultimi 20 anni un’involuzione il cui andamento negativo
viene confermato anche nelle stime per il prossimo decennio;
• l’ attività edilizia non residenziale, a fronte di un andamento ondivago degli ultimi decenni,
registrerebbe una crescita per i prossimi 10 anni;
• le opere pubbliche a fronte di una consistente involuzione, culminata nel picco negativo
del 1994, sembrano essere interessate da una ripresa per i prossimi anni;
• l’ attività di riqualificazione e di manutenzione si conferma come un’importante fonte di
crescita per i fabbisogni dei lapidei: a fronte di un decremento delle nuove edificazioni si
assiste necessariamente ad una consistente riqualificazione dell’esistente. In termini poi di
13
consumo, si deve considerare che il periodo medio entro cui una casa è sottoposta a
consistenti interventi di manutenzione si sta, in certi casi, accorciando.
Una considerazione a parte viene dedicata all’arte funeraria. Tale settore, relativamente
indipendente dall’industria delle costruzioni, costituisce un’interessante fonte per il consumo di
lapidei (si consideri a tal proposito l’incremento dei decess i e il tendenziale aumento degli
investimenti medi dedicati alla cura delle sepolture), pur interessando solo il 12% del consumo
generale.
Nel secondo percorso di analisi, elaborato sulla base delle indagini dirette, rivolte agli operatori
del settore, si evidenziano in sintesi i seguenti accadimenti e tendenze:
• per il marmo bianco del comprensorio apuano si individua un utilizzo prevalentemente
legato alla edilizia e si rileva la presenza di un mercato nazionale senza prospettive di
crescita, mentre si conferma la tendenza favorevole del mercato internazionale. Si rileva
inoltre la forte preponderanza dalla produzione di Massa Carrara (90%) rispetto a quella di
Lucca (10%), sottolineando come la forbice tra le due produzioni provinciali si sia
ulteriormente accentuata nel corso degli ultimi dieci anni;
• per l’ arenaria, variamente prodotta in diversi siti regionali, si sottolinea come il materiale
lavorato sia di provenienza quasi esclusivamente locale, ovvero non soffra della
concorrenza rappresentata da materiali provenienti al di fuori della Toscana. I suoi utilizzi
sono prevalentemente rappresentati dall’edilizia e dall’arredo urbano. Il mercato di
riferimento è prevalentemente regionale e nazionale. Tale materiale non sembra risentire
delle congiunture negative che investono l’edilizia residenziale, in quanto è per lo più
legato al settore del recupero e restauro del patrimonio edilizio esistente. Dal punto di vista
dei materiali apuani, le considerazioni riferite all’arenaria sono trasponibili alla pietra del
Cardoso e ad altre eventuali pietre arenarie estratte in territori attualmente al di fuori delle
competenze del Parco ma suscettibili di entrarvi nel caso del previsto allargamento della
area contigua;
• per i marmi colorati il piano regionale non contempla particolari approfondimenti
conoscitivi. Le analisi sono limitate a situazioni singolari, difficilmente paragonabili e
confrontabili con le condizioni apuane. Si evidenzia comunque un aspetto interessante e
comune a tutti questi materiali, che è rappresentato dall’alto valore aggiunto che i marmi
colorati possono acquisire nel caso in cui vengano promosse lavorazioni artigianali ed
artistiche di pregio e se ne divulghino i valori e gli impieghi storici.
Il Piano regionale integrativo per i materiali ornamentali giunge ad alcune considerazioni finali
conseguenti alle analisi effettuate:
• per il marmo bianco si conclude che il suo consumo non è immediatamente e direttamente
legato alle componenti dell’industria delle costruzioni toscana, ma è correlato
funzionalmente all’andamento del mercato mondiale, nel quale esso riveste una funzione
fondamentale, sia in termini quantitativi sia in termini di qualità. Il buon andamento delle
esportazioni è limitato comunque al materiale grezzo o semilavorato, mentre l’e sportazione
dei lavorati è in calo. Si prevede dunque un incremento di produzione, del bacino apuano,
da 1,5 milioni di tonnellate del 1997 a 1,8 milioni di tonnellate del 2008.
• per l’ arenaria si conclude che il suo consumo è strettamente collegato al recupero edilizio
e alla edilizia non residenziale, ovvero ad opere di abbellimento e ristrutturazione degli
edifici pubblici, dei centri storici, delle piazze e dei lastricati, al cui rifacimento e
manutenzione le pubbliche amministrazioni locali fanno sempre più ricorso. Si prevede
quindi un incremento di produzione, per tutta la regione, da 150.000 tonnellate del 1997 a
200.000 tonnellate del 2008.
• per i marmi colorati, in conseguenza di una mancata richiesta di questo materiale da parte
del settore della edilizia residenziale, il piano regionale prevede una diminuzione dei
fabbisogni. Il settore della edilizia non residenziale, entro cui i marmi colorati sembrano
continuare ad avere un ruolo significativo, nonché le lavorazioni artistiche e artigianali di
14
pregio, non riescono a controbilanciare una tendenza che vede per il futuro una contrazione
dei volumi estratti.
Dopo una ricognizione sulla distribuzione ed articolazione territoriale delle attività estrattive in
Toscana e nello specifico delle Alpi Apuane, il Piano regionale assume una prima ipotesi sui
fabbisogni, indotta soprattutto da colloqui con gli Uffici tecnici dell’Ente, che ripropone il dato
storico sulle quantità estratte di marmo in area di competenza del Parco, confermando il 20% del
totale apuano (dato che la parte rilevante della produzione è circoscritta al Bacino marmifero
industriale di Carrara e Massa). Quale propria considerazione critica, il Piano regionale indica il
quantitativo del 20%, di cui sopra, un valore limite difficilmente raggiungibile nei prossimi anni,
sia per l’impossibilità di reperire nuove aree estrattive in un tale contesto ambientale, sia per la
naturale contrazione delle aree estrattive esistenti, dovuta alla fuoriuscita dalla produzione di
alcune cave che operano ai limiti dei costi che il mercato può accettare.
A fianco della precedente ipotesi, la Relazione sui fabbisogni del Piano regionale ne avanza
una seconda, ritenuta forse più credibile, che contempla una flessione delle produzioni,
principalmente per i comparti dell’area contigua del Parco, insieme ad “ una contrazione delle
superfici stesse (pari alla metà) in conseguenza della fuoriuscita dalla produzione delle cave che
operano ai limiti dei costi che il mercato può accettare”. In base ai dati disponibili, il Piano
regionale rileva, ormai in atto, un fenomeno di progressiva dismissione di siti estrattivi, soprattutto
nel versante interno delle Apuane, poiché le stesse cave sono prossime all’esaurimento della
risorsa “appetibile” oppure tendono alla fuoriuscita dal mercato, per ubicazione e/o dimensioni,
quantitativi estratti, qualità dei materiali, struttura imprenditoriale, costi dei trasporti, ecc.
Per la redazione dell’Allegato “attività estrattive” del Piano per il Parco, si è fatto riferimento
soprattutto alla prima ipotesi del Piano regionale o, più precisamente, ad uno scenario di
sostanziale tenuta delle produzioni. Più recenti tendenze rilevate, a cura dell’I.M.M. S.p.A. di
Carrara, nel “Censimento 2000” dell’industria lapidea e collaterale del comprens orio apuoversiliese, fotografano “un contesto di generale diminuzione dell’attività di cava”, da intendersi
non tanto come quantità di escavato, ma come specializzazione produttiva unica aziendale. In
effetti, la serie storica dei dati statistici evidenzia un calo progressivo e sensibile del numero di
aziende di sola escavazione, senza distinzione significativa nelle varie sub-aree geografiche delle
Alpi Apuane. Rimangono sul mercato e continuano nelle loro attività le aziende anche con
escavazione, confermando pure nel settore del lapideo come vincente sia chi privilegia la filiera
rispetto alla specializzazione produttiva. Il rapporto dell’I.M.M. S.p.A. conclude la sua analisi
sottolineando come, “nonostante i cambiamenti intervenuti nelle tecnica di esca vazione e nella
tecnologia ad essa applicata, le quantità di escavato utile non si sono modificate, almeno
ufficialmente, nel corso degli ultimi anni, mentre nel frattempo sono diventati realmente operativi
alcuni cambiamenti a lungo annunciati, che vanno dalla gestione della sicurezza a quella del
rispetto ambientale, alla sperimentazione ed entrata in produzione di tecniche innovative, ancor
più che di macchinari”.
*
*
*
Ad ogni modo, gli obiettivi di uno strumento di pianificazione di un’area p rotetta di dimensione
locale, anche per quanto riguarda le attività estrattive, non possono ragionevolmente prefiggersi di
modificare e/o interagire con i fattori che producono le macroeconomie, ormai tutte fortemente
globalizzate. Buona parte della produzione e del consumo del marmo apuano risponde a leggi
economiche che trascendono i limiti locali, regionali e pure nazionali, e pertanto sono aliene da
qualsiasi principio di sostenibilità ambientale (intendendo come sostenibile lo sviluppo le cui
ricadute sono direttamente percepibili nell’ambito territoriale che lo produce). Pur tuttavia la
stessa Relazione sui fabbisogni elaborata per il Piano Regionale dei materiali ornamentali,
entrando nello specifico delle diverse categorie merceologiche di lapidei, permette di intravedere
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spazi in cui tentare operazioni di orientamento del mercato, magari per piccole quantità, con
limitati effetti, forse solo per specifici e particolari tipi di materiali.
Di sicuro è cosa ardua pensare di poter agire strutturalmente sui fabbisogni e sulle produzioni
del marmo bianco, poiché si tratta di gran lunga del più importante materiale calcareo non solo del
bacino apuano. La Relazione sui fabbisogni ha più volte sottolineato la stretta correlazione che
questo materiale stabilisce con le macroeconomie del pianeta. Inoltre, la presunta crescita,
nell’immediato futuro, dei fabbisogni di marmo bianco presenta più di un’eccezione già nei
documenti di fonte regionale, in cui si trova scritta questa previsione generale. In effetti, non
mancano riferimenti preoccupati all’andamento incerto del mercato mondiale, alla brusca
inversione nelle quantità estratte nelle ultime rilevazioni annuali e alla progressiva dismissione in
corso di siti estrattivi (con specifico riferimento alle Apuane). Per altro, appare discutibile, in
termini macroeconomici, far sempre coincidere un’eventuale aumento della domanda con un
corrispondente aumento della quantità offerta, senza giocare sulla dinamica dei prezzi.
A fronte della ineluttabile tendenza che vede la progressiva sottrazione di questa preziosa
risorsa, si ritengono comunque attivabili, da parte delle pubbliche amministrazioni locali, alcuni
piccoli interventi correttivi che abbiano almeno il fine di arricchire formalmente il nostro
territorio, tramite la presenza di tale prezioso materiale.
Per quanto riguarda l’ arte funeraria, che come abbiamo visto rappresenta un settore importante
per determinare i fabbisogni del lapideo, preme ricordare il fortunato esempio rappresentato dal
cimitero monumentale di Brescia. Tale complesso, costruito come tutti i grandi cimiteri italiani nei
primi anni del secolo XIX, deve la sua bellezza e la sua unicità al fatto di avere realizzato tutte le
sepolture, dalle più modeste alle più sontuose, con un medesimo tipo di marmo che si trova in
loco: il botticino. Un intelligente regolamento cimiteriale, redatto dallo stesso progettista nel XIX
secolo e mai modificato, ha reso possibile il miracolo: uno spazio in cui il legittimo desiderio di
differenziarsi si realizza con le forme ed i volumi, tenendo invariati colori e materiali. L’aver
bandito graniti colorati e stravaganti marmi esotici ha salvaguardato sicuramente la qualità
dell’ambiente cimiteriale e forse anche un poco dell’economia estrattiva locale. Adottare
regolamenti cimiteriali che impongano l’uso dei marmi locali risponderebbe a criteri estetici, di
sacralizzazione di un materiale tanto importante, nonché di ulteriore valorizzazione economica
dello stesso.
Per quanto riguarda l’ arredo urbano valgono considerazioni analoghe alle precedenti. Gli studi
sulle applicazioni del marmo come materiale di arredo delle città non sembrano mai bastanti ed
approfonditi se riferiti ad un comprensorio che ha fondato la propria fortuna su questo materiale.
Lo studio di applicazioni innovative e l’adozione di regolamenti edilizi che diffondano l’uso dei
lapidei apuani, dovrebbero essere obiettivi prioritari di ogni amministrazione locale del nostro
territorio.
Per finire, le pietre arenarie in generale e la pietra del Cardoso (con l’ ardesia apuana ad essa
collegata) in particolare, possono produrre economie più sostenibili, nell’ottica di un’area protetta,
rispetto a quelle prodotte dal marmo bianco, per diverse ed evidenti ragioni, a partire dal minore
impatto ambientale e paesaggistico realizzato. La Relazione sui fabbisogni ha ben precisato che
tali lapidei sono caratterizzati da una produzione e un consumo locali, che difficilmente
travalicano i limiti regionali. L’ipotesi di un’attività estrattiva che più che sottrarre risorse a d un
territorio, provvede a spostarle da un sito di origine ad un vicino luogo pubblico, quale la piazza o
il lastricato stradale di un centro storico, è certamente più condivisibile in termini di sostenibilità
ambientale e valorizzazione delle risorse. L’ uso delle pietre arenarie come elementi di arredo
urbano e di valorizzazione dei centri storici produce un modello di sfruttamento della risorsa
lapidea certamente più sostenibile, in termini ambientali, rispetto a quanto accade con il consumo,
sempre più frequente, di piastrelle di marmo per il rinnovo periodico di rivestimenti e
pavimentazioni interni alle residenze e agli spazi commerciali; consumo che sembra risentire
eccessivamente, dei ritmi frenetici imposti dal mondo della moda.
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I MATERIALI ORNAMENTALI STORICI
Il Piano regionale integrativo per i materiali ornamentali dedica ai materiali ornamentali storici
tutta la seconda parte della Relazione sui fabbisogni. In accordo sostanziale con la definizione
riportata in tale contesto, vanno sicuramente considerati tali quei litotipi non più estratti, sia per
l’esaurirsi delle risorse conosciute, sia per sopraggiunti motivi di carattere ambientale che, legati
alla localizzazione della cava, impediscono la prosecuzione dell’attività estrattiva.
Aggiungeremmo volentieri un’altra ragione per spiegare la loro scomparsa dal mercato, invocando
il mutamento nei gusti e nelle mode, che in determinati periodi hanno premiato ed in altri invece
punito alcuni di questi ornamentali.
Nella categoria degli “storici” a ndrebbero poi aggiunti quei litotipi, dal passato illustre e
documentabile, la cui produzione è oggi ridotta ai minimi livelli, conservandosi soltanto in termini
di economia di nicchia, talvolta con apprezzamenti soltanto locali. Nelle comprensorio delle
Apuane, dove l’attività di cava ha avuto più di altrove continuità ed intensità nel tempo, a fianco
delle pietre universalmente conosciute e diffuse, sono state tentate anche altre escavazioni, non
sempre minori, grazie alle competenze tecnologiche e alla presenza nel territorio di imprese
interessate ad ampliare la gamma estrattiva. Ecco dunque perché in questi luoghi eletti della
cultura del marmo possono ancora sopravvivere simili escavazioni, che rispondono ad una
domanda capace di apprezzare l’esclusivi tà del prodotto, nonostante la generale massificazione ed
appiattimento del mercato.
Il Piano regionale è convinto che l’impiego di questi materiali possa andare oltre le “attività di
conservazione attiva del patrimonio edilizio storico”, seguendo quella t endenza indotta
all’ampliamento progressivo della domanda, che passa “dalle emergenze architettoniche ai tessuti
urbani, dagli edifici di antica costruzione a quelli di datazione più recente”. Un impiego non solo
finalizzato al recupero e al restauro del patrimonio architettonico monumentale, ma pure rivolto a
quella parte dell’edificato di valore storico, senza caratteri d’emergenza e di singolarità tipologica,
da cui tentare l’aggancio verso le nuove costruzioni di pregio e di distinzione sociale.
La Relazione sui fabbisogni del “Piano ornamentali” propone scenari ottimistici sul futuro
impiego dei materiali storici in interventi sul patrimonio edilizio, monumentale ed edilizio storico,
non tralasciando di considerare la domanda proveniente dal settore specializzato del restauro, per
il tramite della spesa pubblica. Per l’impiego dei materiali storici, la stessa Relazione individua
due distinti mercati:
a) il mercato del restauro monumentale per le sostituzioni dei materiali degradati nelle
emergenze monumentali ed architettoniche, in cui le quantità in gioco sono assai modeste
per l’impostazione dominante in Italia di sostanziale non sostituzione del materiale lapideo
deteriorato, spesso rappresentato da litotipi rari e non più estratti;
b) il mercato del recupero urbano per il rifacimento soprattutto di strutture viarie, manufatti e
arredi collegati, che comporta impieghi di litotipi ancora estratti, anche se di caratteristiche
qualitative talvolta differenti dai materiali sostituiti del passato.
La Relazione sui fabbisogni del Piano ornamentali segnala la necessità di reperire alcuni tipi di
materiali storici ritenuti indispensabili per il restauro monumentale. Tuttavia, nell’elenco delle 14
varietà riconosciute come “utili” mancano del tutto i litotipi riferibil i al comprensorio apuano, se
non nella generica definizione del “Rosso ammonitico” e del “Calcare cavernoso in diverse
colorazioni”, che risultano reperibili anche in altri e più luoghi della Toscana.
Nonostante che la Relazione tecnica del Piano Regionali li abbia per gran parte individuati, è
singolare che la Relazione sui fabbisogni abbia poi tralasciato alcune pietre che hanno contribuito
in modo notevole alla produzione di monumenti, soprattutto in edifici religiosi, ma pure in palazzi
e in opere scultoree. Si pensi alla diffusione e alla fama raggiunta, dal XVI sec. in poi, dalle brecce
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policrome di Stazzema, sotto i vari nomi di medicea, africana, persichina, varicolore, ecc., che
hanno letteralmente invaso le cento e più capitali dell’Italia preunit aria. Al di là di questa
imperdonabile dimenticanza della Relazione sui fabbisogni, bisogna aggiungere altri materiali
apuani hanno goduto in passato di un’eco non solo locale, da far rivendicare a loro un posto sicuro
nell’elenco dei litotipi necessari al restauro monumentale. In prima battuta, la citazione è doverosa
per il Nero di Colonnata, coevo e spesso sostitutivo del Portoro di Portovenere, nonché per il
Paonazzo di Carrara, il cui nome richiamava omonimi e somiglianti marmi dell’Antichità romana.
Un elenco dei materiali storici apuani, riconosciuti pure dal Regolamento del Parco, è riportato
nella tabella che segue. Si tratta, nella sostanza, di un insieme eterogeneo di ornamentali colorati,
che hanno avuto la loro massima consacrazione dal tardo Rinascimento, nell’età del Barocco e,
più recentemente, nei decenni a cavallo tra il XIX e XX secolo:
Materiali storici
Aree indicative di reperimento
Bardiglio fiorito
Breccia imperiale
Breccia arlecchina
Breccia di Metato
Breccia di Seravezza s.l. (B. africana, B.
cenerina, B. medicea, B. paonazza, B.
persichina, B. varicolore, B. violetta,
Skyros Italia, ecc. - talvolta denominate
anche “mischi”)
Corallo rosa
Cipollino apuano (o Verde apuano)
Stazzema (Mulina, Piastraio, M. Alto)
Minucciano (Acquabianca, Orto di Donna)
Stazzema (Fornetto, La Risvolta)
Camaiore (Metato)
Seravezza (La Polla), Stazzema (Piastraio,
Petarocchia, C. Oreto, Sullioni, M. Corchia), nonché
a Massa (Renara, Manico del Paiolo, M. Tallino)
Fior di pesco
Giallo liberty
Giallo di Renara
Giallo di S.Croce
Mischio carnicino
Mischio nero
Nero di Colonnata
Nero (o Portoro e Portargento, anche
brecciato) di Castelpoggio (o Carrara)
Nero (o Portoro e Portargento, anche
brecciato) del Lucese (o di Camaiore) e di
Pescaglia
Nero di Pescina-Boccanaglia
Paonazzo
Paonazzetto
Persichino zonato rosso
Rosso Camaiore (o del Lucese) e di
Pescaglia
Rosso di Gragnana
Vagli Sotto (S. Viano)
Careggine (Isola Santa, Colle di Capricchia),
Minucciano (M. Tombaccio-Gorfigliano), Stazzema
(Volegno, Pruno, Cardoso, Canale delle Fredde,
Campagrina, Arni), Vagli Sotto (S. Viviano,
Arnetola, Fontana Baisa)
Massa (Colle delle Scope, Renara), Seravezza
(Retroaltissimo), Stazzema (M. Corchia)
Stazzema (La Risvolta)
Massa (Renara)
Carrara (Codena)
Stazzema (M. Matanna)
Stazzema (S. Rocchino)
Carrara (Colonnata)
Carrara (Ponte Storto, Padula, M. D’Arma, La Foce),
Fivizzano (Ragiolo di Tenerano)
Camaiore (Lucese, Versona, Rio dei Colli), Pescaglia
(Ribuio, T. Pedogna, Botro di Ritrogoli, M.
Rondinaio)
Carrara (Pescina-Boccanaglia)
Carrara (Boccanaglia, Crestola)
Carrara (Boccanaglia) Massa (Brugiana), Stazzema
(Buca della Vena)
Casola in Lunigiana (Pedignoni)
Camaiore (Lucese), Pescaglia (T. Pedogna)
Carrara (Gragnana, Castelpoggio)
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Rosso o Rosato di Vinca
Rosso rubino
Rosso Sforza
Rosso e Violetto antico di Castelpoggio
Fivizzano (Vinca)
Stazzema (La Risvolta)
Montignoso (Castello Aghinolfi)
Carrara (Castelpoggio)
Dall’esperienza acquisita in questi ultimi anni, si conferma che è in aumento la domanda dei
materiali rari, che vengono oggi soprattutto reperiti con il contributo – talvolta sommerso – di
collezionisti, ricercatori di pietre ed artigiani restauratori, capaci di recuperare piccole quantità
nelle antiche cave dismesse. Il problema è quello di sostenere questa tendenza, se riportata alla
luce del sole ed utile ad interventi di restauro di monumenti e soprattutto di recupero di memoria
storica e di cultura del marmo.
In accordo con la Relazione sui fabbisogni, è necessario comunque accumulare prima i residui
giacenti nei depositi per costituire una riserva di pronto intervento e, nel contempo, concedere
limitate autorizzazioni ad estrarre nuove quantità degli stessi litotipi, al fine di rispondere ad una
domanda crescente sulla base di accurate analisi giacimentologiche.
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IL PARCO ARCHEOLOGICO DELLE ATTIVITÀ ESTRATTIVE
La L. 23 dicembre 2000, n. 388, al suo art. 114, comma 15, ha promosso l’istituzione del
“Parco archeologico delle Alpi Apuane”, al fine di conservare e valorizzare gli antichi siti di
escavazione e i beni di rilevante testimonianza storica, culturale e ambientale, connessi con
l’attività estrattiva. Tale “Parco” è da istituirsi con decreto del Ministro dell’Ambiente, d’intesa
con il Ministro per i beni e le attività culturali e con la Regione Toscana, individuando i siti e i
beni di rilevante valenza di testimonianza storica, culturale e ambientale connessi con l’attività
estrattiva, nonché gli obiettivi per il recupero, la conservazione e la valorizzazione degli stessi siti
e beni.
L’individuazione di siti, beni ed obiettivi di cui sopra è stabilita dal citato decreto del Ministro
dell’Ambiente anche d’intesa con i comuni interessati e, per il territorio del Parco Regionale delle
Alpi Apuane, d’intesa con l’ente di gestio ne della medesima area protetta, ai sensi del successivo
comma 16, dell’art. 114 della L. 388/00;
Bisogna innanzitutto considerare come l’attività estrattiva abbia profondamente segnato il
paesaggio e la cultura del territorio delle Alpi Apuane, in oltre duemila anni di storia, di modo che
diversi quadri ambientali sono oggi spesso la risultante complessa ed un articolato intreccio tra le
formazioni fisiche, geologiche, geomorfologiche e biologiche costituenti il patrimonio naturale, e
le opere di trasformazione antropica discendenti dalla coltivazione degli agri marmiferi. Dal punto
di vista storico, l’attività estrattiva tradizionale e dominante delle Alpi Apuane, che ne ha
maggiormente caratterizzato i tratti paesaggistici e condizionato lo sviluppo economico e sociale,
è stata da sempre quella rivolta ai lapidei, anche perché le attività minerarie propriamente dette
hanno giocato, nel tempo, ruoli non così rilevanti come l’escavazione dei marmi, da cui la diffusa
e collettiva associazione dell’oronimo “Ap uane” con i soli materiali ornamentali. Nei secoli,
l’escavazione dei lapidei apuani ha sempre ricercato un suo naturale sviluppo in attività di prima e
successiva lavorazione dei materiali estratti, spesso in luoghi del comprensorio non coincidenti
con la cava, costituendo una filiera che talvolta ha trovato esiti di valore nelle produzioni artistiche
ed artigianali di pregio, come ne sono testimoni i manufatti e le opere disseminati in ogni angolo
del mondo per mano e ingegno di nomi prestigiosi della storia dell’arte.
Volendo recare un contributo interpretativo del più reale significato di questa nuova istituzione,
si sottolinea come la definizione di “archeologico”, per l’istituendo Parco delle Alpi Apuane, vada
oltre il significato comune e abituale che si conferisce al termine, non dovendosi qui soltanto
intendere i siti e i beni - comunque presenti e giunti fino a noi come tracce e reperti - che l’attività
estrattiva ha prodotto dall’Antichità al Medioevo, ma pure l’insieme di testimonianze ed
emergenze storiche, culturali e ambientali (anche nei loro aspetti tecnologici e geominerari), che
hanno contraddistinto le vicende estrattive delle Alpi Apuane, nell’età protoindustriale ed
industriale fino ad un recente passato, quale segno di una continuità storica unica nel suo genere.
Pertanto, il Parco archeologico dovrà avere il precipuo compito di tutelare i siti e i beni d’interesse
archeologico connessi con l’attività estrattiva, secondo l’accezione di cui sopra, all’interno di una
più vasta attività di salvaguardia del paesaggio minerario e soprattutto del delicato e prezioso
paesaggio naturale di cornice, su cui già intervengono le azioni di protezione e conservazione del
Parco Regionale delle Alpi Apuane.
L’oggetto di tutela principale sono i siti e i beni connessi all’attività estrattiva dei lapidei,
mentre i segni, i documenti e le testimonianze dell’impresa mineraria costituiscono interesse del
Parco archeologico solo nel caso in cui sia possibile scorgervi un particolare rilievo rispetto al
panorama estrattivo nazionale, inteso nella sua dimensione storica, oppure quando l’attività di
miniera ha avuto, per determinati periodi, collegamenti e azioni sinergiche con l’escavazione dei
materiali ornamentali. Tuttavia, l’insieme dei siti e dei beni “arche ologici” non può limitarsi alle
20
aree estrattive tal quali dei lapidei apuani, ma deve necessariamente ricomprendere i ravaneti, le
vie di lizza, le sistemazioni dei versanti, le opere stradali e ferroviarie, le segherie, i laboratori e i
depositi, nel caso emerga un loro ponderabile valore documentale e soprattutto quando siano
testimonianza evidente di specifiche età e momenti culturali, oltre che segni della frequentazione o
del passaggio in zona di personalità eminenti del mondo dell’arte e della cultura .
In ultimo, va fatto un accenno ai possibili obiettivi di gestione che il Parco archeologico
dovrebbe porsi. A fianco della più generale offerta verso un turismo culturale e ambientale di
settore, va inserita pure la valorizzazione di alcuni utilizzi sostenibili dei lapidei apuani, che
concorrano ad un modello di sviluppo fondato sulla qualità delle lavorazioni, in senso soprattutto
artistico ed artigianale di pregio, con la riscoperta dei materiali storici ai soli usi del restauro
filologico e della conservazione attiva del patrimonio edilizio storico, attribuendo così maggiore
valore aggiunto ai prodotti lavorati, in una prospettiva di contenimento progressivo delle quantità
estratte.
*
*
*
La stesura dell’elenco che segue, relativo ai siti e ai beni di rilevante valenza e testimonianza
storica, culturale e ambientale connessi con l’attività estrattiva, ha avuto i seguenti e fondamentali
criteri di selezione:
1) il Parco archeologico si riferisce, almeno in prima istanza, al solo settore dei lapidei
ornamentali apuani e del marmo in particolare;
2) l’archeologia dei lapidei apuani comprende sia le tracce ed i reperti dell’attività
estrattiva, dall’Antichità al Medioevo, sia l’insieme di testimonianze ed emergenze
storiche, culturali ed ambientali (anche nei loro aspetti tecnologici e geominerari) che
hanno contraddistinto le vicende estrattive delle Alpi Apuane, nell’età protoindustriale
fino ad un recente passato
3) nell’individuazione dei siti e dei beni:
a) si è evitato di stabilire sovrapposizioni ed interferenze dirette con le attività
estrattive in esercizio;
b) sono stati coinvolti il maggior numero di Comuni dell’area apuana, con una
distribuzione su di un più vasto territorio possibile;
c) è avvenuta una prima distinzione di diverse tipologie di siti e beni,
all’interno delle quali si è operata una scelta di pochi esempi tra quelli più
significativi;
d) è stato applicato il principio della riconoscibilità e dell’apprezzamento
pubblico dei siti e dei beni, al fine di consentire un’immediata e diffusa
percezione identificativa del Parco archeologico;
La proposta di siti e di beni da inserire nel Parco archeologico delle Alpi Apuane è contenuta
nella tabella che segue:
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N. Siti e Beni
Comune
Elementi distintivi
1 Cava romana di Fossacava
e “piano inclina to” dei
Campanili
Carrara
2 Cava romana del
Bacchiotto
Carrara
3 Caesura de La Tagliata e
bastionature a secco
Carrara
4 Area estrattiva di SpondaZampone e tagliate di
Crestola
Carrara
Cava del bacino di Colonnata, probabilmente in esercizio già dal I secolo a.C., come testimonia il
rinvenimento, al suo interno, di una statuetta di Artemis-Diana risalente a quel periodo. E’ il sito
estrattivo “lunense” che prese nta la maggior ricchezza di testimonianze archeologiche rilevabili in
un unico contesto minerario. Il complesso estrattivo comprende numerose tagliate, trincee, pozzi
e preparazioni minerarie, che fanno del sito la più grande cava romana di marmo esistente in
Italia. Dalla tipica forma “ad anfiteatro”, vi si estraeva la varietà lapidea ‘nuvolato’, dal colore di
fondo grigio, più o meno sfumato.
E’ contiguo al sito e quindi collegabile con esso, in un percorso integrato di fruizione, il “piano
inclinato” dei Campanili, già utilizzato nel primo ‘900 per il trasporto meccanico di blocchi di
marmo.
Cava di marmo ‘venato’ e ‘pavonazzetto’ coltivata in età imperiale nel bacino di Colonnata lungo
l’antico percorso della via Car riona, che congiungeva le zone di estrazione con le città di Luni
prima e di Carrara poi. Si rinvengono qui trincee e caesurae di epoca romana, come pure tagliate
del tipo “a fasce alternate” di epoca post -medievale. Attualmente il sito è in parte ricoperto da
terra e detriti di lavorazione.
Il nome del luogo deriva dalla presenza di una grande caesura, la più estesa delle cave lunensi,
che si conserva in buono stato, con evidenti linee di taglio “a f estone”. Nel sito è stata ritrovata
anche un’ara votiva dell’età di Traiano.
La cava posta nel bacino di Miseglia si caratterizza pure per la presenza di una vasta bastionatura
dei primi del ‘900, con muretti a secco, a forme alternate concava e convessa, idonee a garantire
la maggiore resistenza ed elasticità nel contenimento del versante.
Area estrattiva sita all’imbocco del bacino di Torano; è stata tra le prime ad essere utilizzata, in
epoca romana, per gli affioramenti di marmo ‘statuario’ e per la facilità d’accesso e la minore
distanza dalla pianura. Numerose risultano le testimonianze delle antiche lavorazioni, tra le quali
le tagliate di Crestola (romane e rinascimentali), poste sulla destra idrografica del Fosso di
Torano. Nell’opposto versante vallivo, ora in gran parte ricoperto di detriti marmorei, si trovano i
luoghi estrattivi dello Zampone, antica proprietà del vescovo-conte di Luni, nonché quelli di
Sponda, da cui proviene il marmo del tabernacolo di Andrea Orcagna (1355-59) in Orsanmichele
a Firenze.
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5 Complesso estrattivo degli
Scaloni
Carrara
6 Cava di villa Fabbricotti (o
della Padula)
Carrara
7 Stazioni della Ferrovia
Marmifera (RavaccionePolvaccio, Fantiscritti,
Tarnone) e Ponti di Vara
Carrara
E’ un complesso estrattivo del bacino di Miseglia, attivo dal secolo XIX fino a metà del ‘900; che
comprende fronti d’escavazione a cielo aperto, lavorazioni in sotterraneo, edifici di servizio con
muratura in marmo, bastioni e muri a secco per il contenimento dei detriti, nonché un “piano
inclinato” per il trasporto tramite argano delle “cariche” dei blocchi predisposte in cava.
Rappresenta una delle poche aree di cava che ha conservato un paesaggio minerario tradizionale
ed ancora integro, oltre che di facile accesso dal “poggio caricatore” di Fantiscritti.
Nel parco della villa della Padula, già residenza della famiglia Fabbricotti, ed ora area pubblica
destinata anche a promozione culturale, sono presenti le tracce di una cava ottocentesca. Si tratta
di un sito estrattivo precedente all’introduzione del filo elicoidale che, aperto in un livello simil
‘portoro’ nel calcare massiccio, è stata utilizzato per l’edificazione dello stesso complesso
abitativo. Nell’area di Carrara, questa cava costituisce anche un esempio inconsueto di
escavazione lapidea non strettamente marmorea.
La “Ferrovia Marmifera Privata di Carrara” era la linea ferrata che, costruita tra il 1876 e il 1890,
consentiva di congiungere, fino al 1964, il porto di Marina e la stazione di Avenza con la città e i
bacini marmiferi a monte, per complessivi 21,9 km di sviluppo. Grazie alle soluzioni tecniche
utilizzate (per il superamento dei dislivelli esistenti e con la realizzazione di arditi viadotti e di
gallerie lunghe anche più di un chilometro), risulta essere una delle opere ingegneristiche italiane
più originali ed impegnative del secolo XIX. Di particolare interesse storico risultano ancora le
stazioni di arrivo ai “poggi caricatori”, dove i marmi calati dalle cave lungo le “vie di lizza”
passavano direttamente al trasporto ferroviario.
Nel “poggio” di Ravaccione, presso il bacino di Torano, oltre agli edifici di servizio, in stato di
abbandono, è presente una gru a ponte che consentiva il carico sui carrelli ferroviari. La stazione
si affaccia sulla cava del Polvaccio, conosciuta anche con il nome di “cava Michelangelo”, per il
documentato utilizzo in epoca rinascimentale del suo ‘statuario’. L’area estrattiva era già
conosciuta in epoca romana, poiché da essa è stato ricavata la Colonna Traiana.
La stazione di Fantiscritti, nel bacino di Miseglia, è già organizzata come punto di informazione e
di accoglienza ai numerosi turisti in visita alle cave. Al di sopra dell’imbocco della galleria che
conduce a Ravaccione, sono presenti tagliate d’epoca romana (Bocca di Canalgrande). Il nome di
Fantiscritti deriva dal famoso rilievo, d’età Severiana (III sec. d.C.), scolpito sulla parete
marmorea dell’omonima cava e raffigurante tre divinità (‘fanti’) con dedi ca in latino (‘scritti’).
Infine, la stazione del Tarnone, nel bacino di Colonnata, si trova in prossimità della cava romana
di Fossacava.
Tra i beni censiti sono compresi pure i Ponti della “Marmifera” in località Vara.
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8 Laboratorio Nicoli
Carrara
9 Via dei cavatori di Vinca,
“via di lizza” e teleferica
(resti) del Balzone
Fivizzano
10 Via Vandelli e “vie di
lizza” del Padulello,
Focolaccia e Mandriola
Massa
11 Cave e “via di lizza” degli
Alberghi
Massa
Situato a Carrara, in Piazza San Francesco, nel centro cittadino, è stato costruito nel 1878 ed
ancora oggi è in attività. Il Laboratorio Nicoli costituisce la migliore testimonianza storica della
tradizione artigianale nel campo della statuaria e dell’oggetti stica in marmo. Lo stabile,
appositamente progettato, riunisce la lavorazione del marmo ed i modelli (al piano terra) con
l’abitazione del proprietario (al piano superiore), secondo l’antica tradizione. L’attività del
Laboratorio si è intrecciata nel tempo con la stessa storia della scultura, della locale Accademia di
Belle Arti, delle nuove discipline, contribuendo a creare un significativo humus culturale. I più
grandi scultori sono passati dal Laboratorio Nicoli, dove hanno trovato supporto e collaborazione
per la realizzazione delle loro opere. Tra le presenze più significative spiccano quelle di Arturo
Martini, Henry Moore, Carlo Sergio Signori, Cèsar, Pietro Cascella, Cardenas, Giuliano Vangi,
Giò Pomodoro, Paolo Borghi e molti altri. Il mutare dei gusti e delle tendenze nell’arte hanno
avuto diretta testimonianza in opere realizzate in questo atèlier di scultura: il realismo del primo
dopoguerra, l’astrattismo, il recupero del classicismo e il postmoderno. Il Laboratorio Nicoli sarà
oggetto di un prossimo vincolo da parte della Soprintendenza.
Sistema composito di collegamento e di trasporto dalle cave del Monte Sagro. Assumono oggi un
significato di mero reperto i resti della teleferica del Balzone che, costruita sul volgere degli anni
venti, rimase in esercizio fino al 1957. L’impianto, unico nel suo genere in tutta Europa,
consisteva di un’unica campata di 1200 m e riusciva a trasportare a Monzone i blocchi di marm o,
per un dislivello di 600 m circa. Interessanti sono pure i tratti esistenti della “via di lizza” che, a
partire dal 1887, riuscì a sostituire prima e ad integrare poi l’originaria teleferica. Non ultimo il
sentiero dei cavatori di Vinca, lungo ed impervio, con stazioni di riparo, scavate nella roccia, in
caso di fortunale.
Celebre strada costruita dall’Abate Domenico Vandelli, tra il 1738 e il 1751, per unire Massa a
Modena, attraverso la Garfagnana, passando per le valli di Arnetola e dell’Edron. E’ stata oggetto
di tentativi di cava nelle sue immediate vicinanze ed utilizzata come “via di lizza” dalla metà del
XIX secolo. Verso il fondovalle di Resceto giungono altre vie ottocentesche di trasporto a scivolo
dei marmi, tra cui quella discendente dalla Focolaccia (con funzioni pure di sentiero di
collegamento con Gorfigliano) e dal Padulello (impressionante per continuità incredibile di
pendenza).
Nell’area degli “Alberghi”, antico luogo di sosta dei pastori di Forno, si trovano cave
abbandonate con intatte caratteristiche dell’epoca anteriore alle strade di arroccamento. La “via di
lizza”, in buono stato di conservazione, mantiene “ piri” originali in marmo e si sviluppa entro una
forra di particolare interesse naturalistico.
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12 Cava, “via di lizza” e
“piano inclinato” delle
Gruzze
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Massa
Il sito comprende un tipico esempio di cava apuana d’altitudine, insieme ad un primo tratto di
piano stradale di “lizza” intagliato nella roccia. In basso, si trovano i resti di una “lizzatura
meccanica”, condotta lungo un “piano inclinato a va e vieni” e passante sopra un alto ponte, detto
del Pisciarotto, costruito intorno al 1931-32.
“Via di li zza” di Piastreta e Massa
L’interesse per questa “via di lizza” sta nel sistema meccanico, unico nel suo genere, qui messo in
monorotaia Denham
funzione per un lungo periodo di tempo. Si tratta di una monorotaia costruita nel 1922 che,
provvista di un carrello motore ed una slitta di traino, scendeva a valle i marmi lungo il versante
massese del M. Sella, per uno sviluppo di 3500 m circa in lunghezza.
“Piano inclinato”
Minucciano Nella zona di Gorfigliano rimangono i resti di quello che fu un ulteriore sistema di “lizzatura
dell’Acqua Bianca (resti)
meccanica”, consistente allora in un “piano inclinato”, lungo 720 metri, di cui un terzo in galleria,
a binari fissi. Al “poggio caricatore”, si connetteva con la ferrovia a scartamento ridotto,
“Marmifera No rd Carrara”, entrata in funzione nel 1901 e smantellata nel 1947. Nell’area di
intervento è compresa pure la vecchia segheria di Gorfigliano.
Cave “antiche” di Solaio e
Pietrasanta Agro marmifero abbandonato e costituito da piccole cave, preindustriali, la cui coltivazione ha
Castello
avuto origine per lo meno in età medievale, forse nel X e XI sec., tenendo conto dei marmi
impiegati nell’edificazione delle pievi versiliese. Nei pressi del Castello di Solaio, dove sorgeva
la Rocca Flaminga, Santini (1861) rilevò, negli affioramenti marmorei, tracce di tagliate, dallo
stesso attribuite all’età romana.
Cave della “Marmoraria”
Seravezza
Sono cave che trovano menzione già in documenti del XIV secolo, sotto il nome di
medievale di Ceràgiola
(Pietrasanta “Marmoraria”. Un cenno a questa zona è probabilmente presente nei Libri memoriales di Guido
in parte)
da Vallechia (1264-1290). In alcuni estimi e livelli del XV sec. si fa riferimento a cave antiche e
al rinvenimento di ferri da lavoro di precedenti epoche.
Cave di ‘bardiglio’ della
Seravezza
Paesaggio minerario preindustriale, posto al di sotto della monumentale Pieve della Cappella
Cappella (parte sommitale)
(XIII-XVI sec.) e da dove furono estratti i marmi grigi (la varietà ‘bardiglio’) per la sua
edificazione. Si tratta di cave coltivate, con una certa continuità, a partire dal tardo Medioevo e
comunque in attività nel 1515, all’epoca della loro donazione al “Popolo et Dominio fiorentino”,
insieme agli altri agri marmiferi delle Comunità di Seravezza e della Cappella.
Cave “michelangiolesche”
Seravezza
E’ il luogo (“decto Finochiaia sive Transvaserra”) in cui Michelangelo Buonarroti insieme a
di Trambiserra
Donato Benti tentò di ricavare i marmi per la facciata della chiesa di S.Lorenzo a Firenze (1518).
Al “poggio caricatore”, nel fondovalle, Michelangelo riuscì a condurre una strada di
carreggiamento che poi, attraverso Seravezza e la sottostante pianura, fu portata alla marina, nel
luogo dove oggi sorge Forte dei Marmi.
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19 Cave e “vie di lizza” della
Polla e Tacca Bianca del
Monte Altissimo
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Seravezza
Nella zona della Polla-Vincarella furono eseguite le prime coltivazioni di marmo del Monte
Altissimo, a partire dal 1569, sotto la direzione soprattutto di Vincenzo Danti, del Giambologna e
del Moschino. Più o meno nella stessa zona ripresero le escavazioni nel 1822 ad opera della
Società Borrini-Henraux, segnando così l’inizio di un periodo di intenso sviluppo economico per
l’intero entroterra versiliese. Inoltre, le cave della Tacca Bianca costitui scono un eccezionale
reperto d’insieme dell’ organizzazione di un’attività estrattiva in galleria, rimasta pressoché
intatta dall’epoca del “filo elicoidale”.
Palazzo Mediceo e
Seravezza
Villa rinascimentale costruita sotto la direzione di David Fortini (1561-1565), su progetto
pertinenze del Monte Costa
attribuito a Bernardo Buontalenti. L’edificio fu voluto da Cosimo I de’ Medici per poter seguire
da vicino le attività estrattive in Alta Versilia. Nel fianco del vicino Monte Costa si trovano pure
tracce evidenti di escavazioni di marmo della fine del XVIII ed inizi del XIX sec.
“Via di lizza” del Canale
Seravezza
Ardita “via di lizza” che conduce dal fondovalle del Serra alla cresta del Monte Carchio.
del Monte Carchio
(Montignoso Probabilmente costruita nella seconda metà del XIX sec. e, per alcuni (Pierotti, 1995), seguendo
in parte)
una preesistente traccia viaria attribuita, con più di un dubbio, a Michelangelo Buonarroti.
Cave delle brecce medicee Stazzema
Sono i luoghi di affioramento delle c.d. ‘brecce di Seravezza’, a cui dette sviluppo e notorietà
e del bardiglio fiorito del
Cosimo I (per cui denominate pure “medicee”), a partire dal 1563. Questi marmi policromi sono
Piastraio, Filone del
stati cavati e/o utilizzati in opere di scultura e di architettura, tra gli altri, anche da Bartolomeo
Granduca e Rondone
Ammannati, Giorgio Vasari, Battista Lorenzi, Giovanni Fancelli. In contiguità si trovano le cave
di marmo della rara varietà del ‘bardiglio fiorito’, iniziate a coltivarsi verso la fi ne del Settecento.
L’area mantiene una connessione geografica e culturale con il Santuario del Piastrajo (XIX sec.),
lungo la strada di antico collegamento tra la Versilia e la Garfagnana, attraverso il passo di
Petrosciana.
Cave di “pietra da forni”
Stazzema
Memorie di questo lapideo refrattario provengono già da documenti del Quattrocento, anche se le
della Magona ad Orzale
sue caratteristiche ebbero larga fama soltanto dopo la descrizione fatta da Andrea Cesalpino nel
secolo successivo. La cava posta nei pressi del Ponte di Pruno e del borgo dell’Orzale iniziò la
sua attività intorno al 1561 e il materiale estratto fu per secoli utilizzato dalla Magona granducale
per il rivestimento dei forni fusori soprattutto della Colline metallifere toscane, ma pure delle
ferriere della Montagna pistoiese, di Genova e della Romagna e Maremma pontificia.
Cava delle “piastre” di
Stazzema
Cava in sotterraneo di materiale metarenaceo fissile, conosciuto come ‘ardesia apuana’ ed
Casalina
utilizzato, da tempo immemorabile, per le coperture locali dei tetti e, dal XIX sec., esportato per
gli stessi usi anche nel territorio massese e garfagnino.
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25 Cave e “vie di lizza” di M.
Ceto, Canal delle Volte e
Mosceta
Stazzema
26 Via dei cavatori di Tre
Fiumi e saggi di cava della
Tùrrite Secca
Stazzema
27 Cave dell’eremo del Beato
Viano
Vagli Sotto
28 “Evocava” e cava -museo di Vagli Sotto
Arnetola
Area che annovera diverse vie a “sdrucciolo”, saggi e cave abbandonate di marmo ‘bianco’,
‘arabescato’ e ‘breccia’, già estratti a metà del XVIII sec. e che ebbero un particolare impulso
estrattivo dal 1841 in poi, nella zona di Acereto, all’indomani della scoperta dell’Antro del
Corchia.
Elementi originali superstiti della grande impresa ottocentesca di collegamento stradale e di
conseguente sfruttamento economico dell’area estrattiva di Arni -Tre Fiumi (altrimenti detta la
“Val le bianca”), che culminarono con il traforo del Cipollaio (1875 -78) ed il successivo arrivo
della linea ferrata della tramvia versiliese (1926) per il trasporto dei marmi estratti nella zona.
Lungo il corso della Tùrrite Secca sono inoltre presenti siti archeologici che hanno restituito
cospicui reperti d’industrie mesolitiche, con probabili aree prossime di approvvigionamento litico.
Si tratta delle prime attività estrattive intraprese in Garfagnana agli inizi del XX secolo. L’area
assume rilievo particolare pure per il materiale lapideo d’interesse storico che vi si estraeva, la
conosciuta varietà di marmo ‘corallo rosa’. Nella zona è pure presente un eremo sotto roccia - un
vero e proprio “santuario d’abrì” - dedicato ad un “santo locale”, il Beato Viviano, a cui si
associano culti precristiani.
Nella zona di Bancaio Alto, presso la testata valliva di Arnetola, si concentrano spazi ed attività di
valorizzazione storica e di riuso culturale delle attività estrattive, già posti in essere dal Parco
Regionale delle Alpi Apuane. In primo luogo la cava-museo che ricostruisce e documenta le
principali tecniche di scavo e di trasporto dei materiali lapidei apuani, che si sono succeduti nel
tempo. Presso cava Borella, sito estrattivo abbandonato, si trova un’area attrezzata (detta
“Evocava”) a fini espositivi e come luogo per spettacoli teatrali.
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LA RISORSA LAPIDEA E LE ATTIVITÀ ESTRATTIVE TRADIZIONALI
Con il termine “risorsa” estrattiva si intende – in senso lato – l’insieme delle formazioni
geologiche che possono essere utilizzate come materiali ornamentali. In realtà è poco probabile che
una formazione presenti, in tutta l’estensione dell’affioramento, caratte ristiche chimiche, fisiche e
meccaniche omogenee, oltre che cromatiche, tali da renderla interessante dal punto di vista
merceologico. Saranno presenti zone nelle quali sia l’ornamentazione sia le caratteristiche
mineralogiche rendono il materiale una varietà interessante commercialmente. Viceversa ci saranno
aree, all’interno dell’affioramento, in cui vari fattori quali giacitura, potenza della formazione,
caratteristiche meccaniche, ecc., non ne consentono uno sfruttamento al fine della produzione di
materiale ad uso ornamentale.
La ricerca di un giacimento produttivo necessita quindi di studi di dettaglio geologico-strutturali,
di prove geognostiche e saggi che non risultano realizzabili all’interno di questo Allegato “attività
estrattive” del Piano per i l Parco delle Alpi Apuane. Per questo motivo, l’identificazione delle
risorse estrattive si è basata essenzialmente sulle cave attive, sulle principali cave inattive, sulla
bibliografia e sui dati esistenti in letteratura.
Come già riferito in precedenza, il Piano per il Parco deve individuare i perimetri entro i quali sia
consentito l’esercizio delle “ attività estrattive tradizionali”, ai sensi dell’art. 14, comma 2, della L.
R. 11 agosto 1997, n. 65. Con l’espressione “ attività estrattive tradizionali” si intendono tutte
quelle attività che, limitate al campo delle pietre ornamentali, si rivolgono alla coltivazione dei
litotipi, non necessariamente esclusivi del territorio apuano, di cui vi sia attuale esercizio o
attestazione storica evidente e duratura della loro escavazione, salvo che non rientrino nelle
categorie di tutela di materiali storici in via di esaurimento della risorsa, già trattati in precedenza.
Tra le attività estrattive tradizionali delle Alpi Apuane si possono annoverare quelle rivolte ai
lapidei ornamentali che risultano appartenere alle grandi famiglie dei marmi s.l. e delle arenarie,
anche metamorfosate, escavati sia in blocchi che in informi e destinati alla produzione di lastre
lavorate ed affini.
Dall’analisi delle successioni strati grafiche presenti nel territorio, è possibile estrarre l’elenco
delle formazioni geologiche utilizzate a fini estrattivi, in passato e/o ai giorni nostri. In particolare
esse appartengono soprattutto all’Autoctono Apuano, all’Unità di Massa e alla Falda To scana. Non
risultano, neppure dalla documentazione storica, attività estrattive di un certo rilievo a carico di
materiali ornamentali rintracciabili nelle formazioni Liguri s.l., con l’esclusione di limitati usi locali
e finalizzati ad opere edilizie. Per altro, sono documentati prelievi e lavorazioni lapidee di materiali
di formazione quaternaria, come nel caso di detriti di falda cementati e depositi di grotta
(speleotemi), impropriamente definiti “onici” o “alabastri”. Tra le molte curiosità del passato
estrattivo delle Apuane, vale la pena di ricordare la coltivazione di alcuni giganteschi “massi
erratici” marmorei (o più propriamente massi di trasporto glaciale), che si trovavano tra i depositi
morenici nei dintorni di Vagli Sopra.
L’elenco delle formaz ioni che sono e/o sono state oggetto di coltivazione significativa è qui di
seguito riportato, unitamente alla loro descrizione, con il raggruppamento nelle rispettive serie di
appartenenza:
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Formazioni
BASAMENTO AUTOCTONO APUANO
Calcari rossi nodulari
COPERTURA AUTOCTONO APUANO
Grezzoni
Descrizione
Metacalcari più o meno dolomitici, rossastri e con pellicole a
fillosilicati. Calcescisti e filladi carbonatiche a clorite e
muscovite………………………………………….Trias sup. ?
Dolomie più o meno ricristallizzate grigio scure, con limitate
modificazioni tessiturali metamorfiche…………………Norico
[Il litotipo conosciuto come Nero di Colonnata, proviene dal tetto della
formazione e consta di calcari dolomitici grigio scuri, a grana fine, con
venature di calcite spatica biancastra. Sottoposto a taglio e lucidatura
assume un colore nero con rameggiature chiare]
Marmi a Megalodonti
Brecce di Seravezza
Marmi dolomitici
Marmi s.s.
Calcari selciferi
Calcescisti
Calcari selciferi ad Entrochi
Scisti sericitici
Cipollini
Pseudomacigno
COPERTURA UNITÀ DI MASSA
Marmi saccaroidi, massicci o grossolanamente stratificati, con
scarsa muscovite e clorite lungo i giunti di strato…Retico
Brecce poligeniche metamorfiche a elementi marmorei e
subordinatamente dolomitici, con scarsa matrice filladica a
cloritoide di colore rossastro o verdastro…Retico (Lias inf. ?)
Marmi spesso dolomitici, alternati a livelli di dolomie grigio
chiare o rosate, più o meno ricristallizzate………….Lias inf.
Marmi di colore variabile dal bianco al grigio, con rari e sottili
livelli di dolomie e marmi dolomitici giallastri. Brecce
monogeniche metamorfiche ad elementi marmorei da
centimetrici a metrici. Rare brecce poligeniche metamorfiche a
prevalenti elementi marmorei e subordinati elementi di “selci”
grigio chiare e rosse, talvolta con matrice filladica rossastra o
violacea…….………………………….…..Lias inf. (medio?)
Metacalcilutiti grigio scure, con liste e noduli di “selci”, e rari
livelli di metacalcareniti, in strati di potenza variabili, spesso
alternati con strati più sottili di calcescisti e filladi carbonatiche
grigio scure, con tracce di pirite ed ammoniti
piritizzate.………………..……………………Lias medio-sup.
Calcescisti grigio verdastri, a patina d’alterazione marrone
chiaro,
con
sottili
intercalazioni
di
filladi
carbonatiche……………………………….Lias sup. – Dogger
Calcari selciferi metamorfici; metacalcilutiti grigio chiare o
color avorio, ben stratificate e con liste e noduli di “selci”,
metacalcareniti grigie più potenti con liste e noduli di
“selci”…………………………. Titanico sup. – Cretaceo inf.
Filladi muscovitiche verdastre, rosso violacee e più raramente
grigie, con rari e sottili livelli di filladi carbonatiche, marmi a
clorite e metaradiolariti rosse………Cretaceo inf. – Oligocene
Filladi muscovitiche verdastre rosso violacee e più raramente
grigie a macroforaminiferi………….…….Eocene-Oligocene
Metarenarie quarzoso feldspatico micacee, alternate a filladi
più o meno quarzitiche grigio scure………….Oligocene sup.
Marmi a Crinoidi e brecce Marmi e marmi a muscovite, bianchi o grigi, con rari livelli
marmoree
dolomitici a patina di alterazione rosso bruna e abbondanti resti
di Crinoidi e metabrecce a elementi marmorei, localmente
anche quarzosi, in matrice filladico muscovitica, più o meno
clorotica grigio scura o verdastra…….Anisico sup.? – Ladinico
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FALDA TOSCANA
Calcari e marne a Rhaetavicula Calcari, calcari dolomitici e dolomie con sottili intercalazioni
contorta
di marne. Di norma, prevalgono in basso calcari, calcari
dolomitici e dolomie grossolanamente stratificati, cui seguono
in alto bancate calcaree o calcareo dolomitiche di colore nero
Retico
(facies a Portoro) …………………………………..….
[Quest’ultime bancate, quasi al contatto con il Calcare massiccio, sono
intensamente fratturate e ricementate da una matrice marnosa, per cui
l’orizzonte as sume le caratteristiche di una breccia autoclastica. Dal punto
di vista commerciale, questi calcari neri prendono la denominazione di
Portoro se la matrice è di color giallo; Portargento se grigia]
Calcare massiccio
Rosso ammonitico
Calcari e calcari dolomitici grossolanamente o non stratificati.
La parte alta della formazione comprende calcilutiti grigie
talvolta con sottili orizzonti giallastri in corrispondenza dei
Hettangiano
giunti di strato………………………..……….…
Calcari nodulari rosati, rossi o giallastri e calcari stratificati
rosa, talvolta con sottili interstrati di marne rosse e rare selci
Lias inf. – medio
rosse………………………………………….
[Alcune varietà locali di Rosso ammonitico, utilizzate come ornamentali, si
differenziano per la mancanza di modularità e per l’aspetto, nella parte più
massiccia, di breccia autoclastica con numerose vene di calcite]
Diaspri
Radiolariti rosso-scure o verdi, sottilmente stratificate,
localmente con interstrati argillitico. Localmente sono presenti
marne silicee, argilliti rosse e banchi calcarei…………. Malm
[La varietà merceologica appartenente a questa formazione – conosciuta
come Rosso e Violetto di Castelpoggio si trova in un’area della località
citata in cui i Diaspri vengono a diretto contatto con la Scaglia toscana, in
assenza della Maiolica, attraverso una fascia di transizione costituita
proprio da un’alternanza di straterelli micritici verdi e calcari marnosi
rossi]
Maiolica
Calcilutiti selcifere ben stratificate; bianche nella parte inferiore
della formazione; grigie e con rari livelli calcarenitici nella
Titonico sup – Cretaceo inf.
parte superiore…………………..
[Si ricorda qui perché un tempo anche usata come pietra da costruzione
nelle chiese medievali della Valle del Serchio]
Macigno
DEPOSITI QUATERNARI
Brecce di Metato
Depositi di grotta
Depositi glaciali
Arenarie quarzoso feldspatico micacee gradate, in strati di
potenza, con livelli più sottili di argilliti siltose.Oligocene sup.
Brecce poligeniche ad elementi provenienti da formazioni
mesozoiche e cenozoiche della Falda toscana e del Complesso
metamorfico apuano…………. ?Miocene sup. – ?Quaternario
Depositi carbonatici d’ambiente ipogeo (speleotemi) dovuti a
deposizione chimica con formazione di concrezioni spesso
Quaternario
stalagmitiche………………………………….…
Depositi spesso incoerenti, talvolta cementati, con clasti
eterometrici di forma arrotondata e subangolosa in abbondante
matrice limoso-sabbiosa. Nei maggiori accumuli massi anche
ciclopici di trasporto glaciale……… Pleistocene medio e sup.
30
A quanto sopra descritto corrispondono, in campo merceologico, differenti varietà, di seguito
indicate nella denominazione più diffusa e correlate alle formazioni geologiche in precedenza dette.
Si riportano non soltanto i lapidei più diffusi ed in produzione, ma pure alcuni tipi di materiali
storici di cui si è già detto in precedenza:
Formazioni
BASAMENTO AUTOCTONO APUANO
Varietà merceologiche di pietre ornamentali
Calcari rossi nodulari
Breccia arlecchina, Rosso rubino, Giallo liberty
Grezzoni
Marmi a Megalodonti
Brecce di Seravezza
Bardiglio screziato, Nero di Colonnata
Persichina, Fior di Pesco
Breccia africana, B. Caprara, B. cenerina, B. medicea, B.
paonazza, B. persichina, B. violetta; Fior di Pesco, Skyros
d’Italia, ecc.
Rosso o Rosato di Vinca, Giallo di Renara e buona parte delle
varietà che seguono
Arabescato (con la varietà Bianco brouillé), Bardiglio
(compreso B. venato, B. fiorito e B. imperiale), Bianco, Bianco
P, Calacatta, Nuvolato, Paonazzo, Statuario (compreso S.
venato), Venato, Zebrino (compreso il Cremo e il Cremo
delicato) – nonché Corallo rosa e Persichino zonato rosso come
livello corrispondente al Rosso ammonitico della Falda toscana
Grigio, Nero di Pescina-Boccanaglia
Cipollino
Cipollino
Cipollino
Cipollino, Verde apuano
Ardesia apuana, Pietra del Cardoso, “Pietra da forni”
COPERTURA AUTOCTONO APUANO
Marmi dolomitici
Marmi s.s.
Calcari selciferi
Calcescisti
Calcari selciferi ad Entrochi
Scisti sericitici
Cipollini
Pseudomacigno
COPERTURA UNITÀ DI MASSA
Marmi a Crinoidi e brecce Cipollino, Paonazzetto (viola-porpora), Verdello
marmoree
FALDA TOSCANA
Calcare a Rhaetavicula contorta
Rosso ammonitico
Diaspri
Macigno
DEPOSITI QUATERNARI
Brecce di Metato
Depositi di grotta
Depositi glaciali
Mischio nero di S. Rocchino, Nero (o Portoro e Portargento,
anche sbrecciato) di Castelpoggio (o Carrara), del Lucese (o di
Camaiore) e di Pescaglia
Rosso Sforza
Mischio carnicino, Rosso (Rosa) Camaiore (o del Lucese) e di
Pescaglia, Rosso di Gragnana
Rosso e Violetto antico di Castelpoggio
Pietra Serena
Breccia di Metato
Breccia-onice di Volegno, Onice di Pian dei Santi e del Nido
del Corvo (o di Casania)
Bianco e Venato (da massi di trasporto glaciale)
Le grandi famiglie di marmi s.l. e di arenarie (anche metamorfosate) comprendono varietà
merceologiche a cui spesso stati assegnati nomi diversi da zona a zona, pur trattandosi in certi casi
di materiali del tutto simili. Qui di seguito, viene tentata una selezione delle principali varietà di
31
pietre ornamentali delle Alpi Apuane, attualmente oggetto di escavazione, con l’utilizzo del nome
più conosciuto e meglio rappresentativo. Questa classificazione, ancora rudimentale, è coerente
all’impostazione data da Meccheri (1996) nella “Carta geologico -strutturale delle varietà
merceologiche dei marmi del Carrarese”, seguendo pure un ordine stratigrafico. Per il gruppo dei
marmi, si è considerata una distribuzione delle varietà dal basso verso l’alto, dove le metabrecce
(arabescato, calacatta, paonazzo) occupano le posizioni superiori della formazione, mentre il gruppo
delle varietà relativamente più omogenee (bianco, venato, nuvolato, bardiglio) si trovano di
preferenza negli intervalli inferiore e centrale. Non è tuttavia infrequente che una varietà delle
prime, soprattutto l’arabescato, formi corpi lenticolar i anche in posizione più bassa entro il secondo
gruppo; oppure che soprattutto nuvolato e venato arrivino talvolta a diretto contatto con il calcare
selcifero.
Qui di seguito è riportata la descrizione delle varietà merceologiche degne di nota dei marmi s.l.,
attualmente oggetto di coltivazione, che propongono quindi una prima sintesi terminologica ideale
per le Alpi Apuane. L’ordine è quello stratigrafico delle formazioni dell’Autoctono, a partire dalle
Brecce di Seravezza fino al Cipollino, passando attraverso le varietà dei marmi s.s., anch’esse
riportate secondo la sequenza cronologica:
32
Varietà principali
MARMI S.L.
Breccia di Seravezza s.l.
Marmo bianco
Marmo venato
Marmo nuvolato
Marmo bardiglio
Marmo statuario
Marmo calacatta
Marmo arabescato
Descrizione
Metabreccia poligenica e policroma, ad elementi eterometrici
soprattutto marmorei e subordinatamente dolomitici, con scarsa
matrice che assume colorazioni vistose (spesso paonazze, ma pure
rosse, verdi, gialle in varia sfumatura) per la sua natura sericitica,
sericitico-cloritica o quarzoso sericitica, con quantità subordinate di
epidoto, calcite, ematite e con vari accessori, caratterizzandosi per la
presenza di cloritoide.
Metacalcare di colore bianco perlaceo, a grana da fine a mediogrossa, a fondo omogeneo oppure cosparso di piccole macchie e
vene grigie, irregolarmente distribuite e dovute a presenza di pirite
microcristallina. La frequente identità di ornamentazioni e,
soprattutto, di colore con il venato rende spesso arbitrario distinguere
queste due varietà.
Metacalcare di colore variabile dal bianco perlaceo al grigio chiaro, a
grana media, con venature quasi regolari di colore grigio scuro
dovute a presenza di pirite microcristallina. In generale si passa da
assetti quasi identici a quelli delle metabrecce ad alternanze piuttosto
regolari che possono essere considerate come le tracce della
primitiva stratificazione.
Metacalcare grigio a grana da fine a media, attraversato da vene e
bandature più chiare e più o meno sfumate. Il colore grigio è dovuto
a pirite microcristallina variamente diffusa. Entro questo tipo si
trovano frequenti passaggi ad apparenti corpi bardigliacei, di non
facile delimitazione, e tasche di metabrecce tendenti a tipi arabescati.
Metacalcare a grana fine di colore grigio scuro dovuto a diffusa
pirite microcristallina. La presenza di venature (in genere ancora più
scure) in questo litotipo dominante da luogo al bardiglio venato.
Entrambi i tipi possono contenere bande dolomitiche grigie.
Metacalcare molto puro a grana grossa e di colore bianco avorio
(presenza di muscovite microcristallina omogeneamente diffusa), a
volte con piccole e sparse macchie grigie dovute a quantità
infinitesime di pirite microcristallina. Ove queste impurità (insieme a
quantità più consistenti di fillosilicati) sono organizzate in vene
sottili e variamente anastomizzate, il tipo principale lascia posto allo
statuario venato.
Metabreccia a clasti marmorei bianco-giallastri molto chiari, talora
con velature verdoline chiare, in matrice metacalcarea (a muscovite e
clorite) appena più pigmentata degli elementi nei toni gialli ocracei e
verdognoli. Sono frequenti volumi in cui bassi tenori di impurità
primarie e l’amalgama dovuto a metamorfismo hanno determinato
un sottotipo assai ricercato, il calacatta macchia oro, distinguibile
dallo statuario solo per la presenza di tenui venature o aloni ocraceo
dorati. La natura clastica del protolite è di solito meno evidente
rispetto all’arabescato, ove invece questo aspetto si fa più deciso il
calacatta ha forte somiglianza con la varietà dello statuario venato.
Metabreccia a clasti marmorei eterometrici, bianchi o chiari, in
subordinata matrice metacalcarea grigia più o meno scura. I
metaclasti sono riferibili a tutte le varietà, ma soprattutto a bianco,
venato e nuvolato/bardiglio.
In alcuni bacini di Carrara e Massa,
33
affiora un sottotipo definito come bianco brouillé, caratterizzato da
una ornamentazione più marcata legata alla regolarità di taglia e
distribuzione dei metaclasti, nonché alla netta separazione fra questi
Marmo paonazzo
Marmo zebrino
Cipollino
metaclasti sono riferibili a tutte le varietà, ma soprattutto a bianco,
venato e nuvolato/bardiglio. In alcuni bacini di Carrara e Massa,
affiora un sottotipo definito come bianco brouillé, caratterizzato da
una ornamentazione più marcata legata alla regolarità di taglia e
distribuzione dei metaclasti, nonché alla netta separazione fra questi
e la matrice grigia scura, uniformemente anastomizzata.
Metabreccia a clasti marmorei tipo statuario e/o calacatta, in
subordinata matrice fillosilicatica di colore da grigio nerastro a rosso
violaceo. Quest’ultima è di sol ito ricca di prodotti ferriferi che
generano frequenti aloni violacei di impregnazione entro i
metaclasti.
Per lo più costituito da livelli decimetrici di metacalcare biancastro
giallognolo regolarmente alternati ad intervalli centimetrici di
metacalcare grigio verde ricco di fillosilicati (clorite e muscovite). A
luoghi le componenti carbonatica e fillosilicatica sono più mescolate,
generando un aspetto più simile al calcescisto. I livelli marmorei
possono amalgamarsi per formare corpi omogenei di discrete
dimensioni, quasi privi di impurità e molto somiglianti al tipo
statuario, denominati cremo e cremo delicato.
Metacalcare con abbondante presenza di fillosilicati o più
semplicemente “marmo a clorite”, presenta una caratteristica
alternanza in sottilissimi livelli, spesso subparalleli ed ondulati, di
porzioni carbonatiche chiare ad altre micacee verdi o grigio
verdastre.
La stessa classificazione viene proposta per il gruppo delle arenarie s.l. (comprendenti le
metarenarie):
Varietà principali
Descrizione
Pietra Serena
Arenaria quarzoso feldspatica micacea gradata, di colore ceruleo
chiaro. Ne esistono diversi sottotipi distinguibili grazie alle
dimensioni della porzione clastica e dalla natura ed abbondanza del
cemento.
Metarenaria quarzoso feldspatica micacea gradata, di colore grigio
ceruleo, più o meno intenso. Ne esistono diversi sottotipi
distinguibili grazie alle dimensioni della porzione clastica e dalla
natura ed abbondanza del cemento.
Appartiene alla stessa Formazione del litotipo precedente e si
distingue per il colore più scuro, tendente al nero, la grana finissima
e la fissilità planare e marcata. Derivata da peliti argillose o
argilloso-marnose, per epimetamorfismo, si caratterizza per la
presenza di fillosilicati isoorientati.
ARENARIE S.L.
Pietra del Cardoso
Ardesia apuana
34
LA VALORIZZAZIONE DEI MATERIALI LAPIDEI ESCLUSIVI DELLE APUANE
Il Piano per il Parco deve individuare i perimetri entro i quali sia consentito, oltre all’esercizio
delle attività estrattive tradizionali, anche la valorizzazione dei materiali lapidei esclusivi delle Alpi
Apuane quali Marmi, Brecce, Cipollini e Pietra del Cardoso, ai sensi dell’art. 14, comma 2, della
L.R. 11 agosto 1997, n. 65. Per quanto attiene la valorizzazione dei lapidei di cui sopra si ritiene che
tale indicazione terminologica debba essere interpretata con il valore estensivo che si attribuisce ai
corrispondenti nomi commerciali, al fine di comprendere, nei piani e nei progetti di valorizzazione,
alcuni materiali esclusivi, altrimenti da escludersi con l’utilizzo della terminologia più restrittiva
che richiama omonime formazioni geologiche.
A titolo esemplificativo si consideri che, nel caso delle Apuane, il termine merceologico
“Cipollino” individua, oltre agli or namentali dell’omonima formazione geologica, anche i similari
lapidei provenienti dalla formazione dei Calcescisti, i livelli carbonatici coltivabili all’interno degli
Scisti sericitici, i marmi cloritici dei Calcari ad Entrochi e perfino alcune varietà dei Marmi a
crinoidi della copertura triassica dell’Unità di Massa. Si tratta di materiali, assai somiglianti, che
sono stati oggetto di ricerca mineraria e di reperimento lapideo della varietà ornamentale in parola.
Pertanto, se si assumesse il termine dell’art. 14 come di esclusivo riferimento formazionale, si
dovrebbero escludere dalle azioni di valorizzazione gli analoghi materiali provenienti dagli Scisti
sericitici, dai Calcescisti, ecc.
E’ pur vero che, con il nome di cipollino, è stata indicata in pa ssato anche la varietà del Marmo
Zebrino, particolarmente apprezzata e coltivata a Carrara già in epoca romana. Tuttavia, le notevoli
differenze tessiturali, strutturali e cromatiche tra lo Zebrino e il gruppo dei “Cipollini” più
propriamente detti, consentirebbe di non estendere al primo litotipo i benefici riconosciuti dalla L.R.
per i secondi, limitatamente al termine in argomento. Con ciò si conferma pure la giustezza e la
necessità del nostro tentativo di riordino nomenclaturale sulle varietà dei lapidei apuani, anche se in termini concreti - lo zebrino non risulterebbe poi escluso dalle proposte di valorizzazione della
L.R. n. 65/97, in quanto pur sempre appartenente alla categoria dei “Marmi” che l’art. 14 richiama a
fianco del cipollini.
Simili considerazioni possono estendersi anche al termine “Marmi”, nella sua accezione
merceologica piuttosto che formazionale. Se si adottasse la seconda ipotesi in luogo della prima,
dalle ipotesi di valorizzazione saremmo costretti ad escludere alcuni materiali esclusivi, non
provenienti dalla formazione dei marmi s.s. dell’Autoctono, quali il Rosso rubino tra quelli ancora
in commercio, e il Nero di Colonnata, il Rosso di Castelpoggio, il Rosa di Camaiore, ecc. tra quelli
storici, suscettibili di recupero per attività di restauro.
Con i termini “Brecce” e “Pietra del Cardoso” – come citati dall’art. 14 – non è possibile oggi
escludere, con l’una o l’altra interpretazione, alcun lapideo apuano degno di valorizzazione,
nonostante che il primo sia di una genericità notevole e il secondo si limiti ad una definizione
commerciale ristretta.
In definitiva, con il criterio merceologico adottato, soltanto la Pietra serena risulta esclusa dal
gruppo degli ornamentali delle Alpi Apuane meritevoli di valorizzazione. La cosa non desta
sorpresa poiché il litotipo è piuttosto diffuso e coltivato anche al di fuori del comprensorio delle
Alpi Apuane, per cui sarebbe difficile sostenere la sua esclusività.
35
APPENDICE
SCHEDE DI RILEVAMENTO E DI VALUTAZIONE DELLA RISORSA
Codici dei bacini estrattivi
Ogni bacino estrattivo evidenziato negli elaborati cartografici dell’Allegato, è caratterizzato da
un codice che ne consente l’immediata identificazione sia nelle schede di rilevamento sia nei
supporti informatici. Tale codice è costituito da cinque campiture aventi il seguente significato:
• prima campitura: sigla OR per indicare che si tratta di ornamentali [o sigla IN per indicare
gli inerti (dolomia) in via di dismissione];
• seconda campitura: codici regionali dei comuni:
506 = Camporgiano
508 = Careggine
519 = Minucciano
524 = Pietrasanta
528 = Seravezza
530 = Stazzema
531 = Vagli Sotto
603 = Carrara
604 = Casola in Lunigiana
607 = Fivizzano
610 = Massa
611 = Montignoso
• terza campitura: numero romano progressivo per indicare il bacino estrattivo nel comune di
riferimento;
• quarta campitura: codice di accorpamento formazionale;
• quinta campitura: tipologia di bacino con le seguenti opzioni:
BE = bacino esistente
BEA = bacino esistente ampliato
BN = bacino nuovo relativo alle aree contigue di cava di cui alla L.R. n. 65/97
BDR = bacino dismesso da recuperare
BER = bacino esistente ridotto
BPE = bacino prospezione estrattiva
BT = bacino a termine
A titolo esemplificativo si riporta uno dei codici attribuito:
OR
604
I
14
BE
Con la seguente lettura:
OR
604
I
14
=
=
=
=
BE
=
ornamentali
codice regionale del comune di Casola in Lunigiana (MS)
primo bacino estrattivo del comune di Casola in Lunigiana (MS)
codice di accorpamento formazionale relativo a: calcari saccaroidi, calcari cerioidi,
calcescisti, marmi e cipollini
bacino esistente
36
Codici delle cave
Le schede per il censimento delle cave attive e principali inattive sono state predisposte in modo
da fornire indicazioni relativamente alla caratterizzazione della cava sia per quanto riguarda la
situazione in atto che le potenzialità future.
Ogni cava è identificata da un codice costituito da cinque campiture aventi il seguente significato:
• prima campitura: sigla OR per indicare che si tratta di ornamentali [o sigla IN per indicare
gli inerti (dolomia) in via di dismissione];
• seconda campitura: codici regionali dei comuni:
506 = Camporgiano
508 = Careggine
519 = Minucciano
524 = Pietrasanta
528 = Seravezza
530 = Stazzema
531 = Vagli Sotto
603 = Carrara
604 = Casola in Lunigiana
607 = Fivizzano
610 = Massa
611 = Montignoso
• terza campitura: numero arabo, progressivo all’interno di ciascun comune, seguito dalla
lettera “A” per le cave attive o dalla lettera “I” per quelle inattive;
• quarta campitura: codice di accorpamento formazionale;
• quinta campitura: tipologia di cava con le seguenti opzioni:
CE = cava esistente
CEA = cava esistente ampliabile
CN = cava nuova
CIA = cava inattiva ampliabile
CT = cava a termine
CI = cava inattiva
A titolo esemplificativo si riporta uno dei codici attribuito:
OR
519
24A
14
CEA
Con la seguente lettura:
OR
519
24A
14
=
=
=
=
CEA =
ornamentali
codice regionale del comune di Minucciano (LU)
cava n. 24, attiva, del comune di Minucciano (LU)
codice di accorpamento formazionale relativo a: calcari saccaroidi, calcari cerioidi,
calcescisti, marmi e cipollini
cava esistente ampliabile
37
Accorpamento formazionale
Necessità di semplificazione e schematizzazione hanno indotto ad utilizzare accorpamenti
formazionali in cui riunire rocce similari per poter esprimere la quarta campitura dei codici di cui
sopra. L’uso di diversi parametri di valutazione - quali litotecnico, genetico, di composizione
mineralogica e petrografica, già definiti nell’ambi to del Piano regionale integrativo per le pietre
ornamentali - ha consentito di definire i seguenti gruppi di rocce di interesse ornamentale in cui
l’appartenenza alla medesima categoria dipende anche da modalità di estrazione e campi di impiego
simili, benché non esclusivi del singolo raggruppamento.
I criteri litotecnico e genetico sono stati ritenuti comunque più significativi rispetto a quello
relativo al campo di impiego che avrebbe condotto a raggruppamenti ampi ed estremamente rigidi.
Nella tabella che segue sono riportati i codici degli accorpamenti, insieme alla loro descrizione,
utilizzando la stessa numerazione del P.R.A.E. regionale.
Codice
Formazioni
8
9
12
Arenarie quarzoso feldspatiche, spesso torbiditiche, con o senza marne o argilliti
Arenarie e arenarie grossolane metamorfiche, formazione indifferenziata del Verrucano
Calcari ben stratificati con o senza intercalazioni marnose, calcari litografici, selciferi,
nodulari, calcareniti
Calcari saccaroidi, calcari cerioidi, calcescisti, marmi e cipollini
Dolomie e calcari dolomitici metamorfici (grezzoni e marmi dolomitici)
14
16
38
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