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UMANI DA SEI MILIONI DI ANNI richards

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UMANI DA SEI MILIONI DI ANNI
Il quadrato antropologico
Uno dei principali eventi scientifici, che ha portato alla ricostruzione della nostra storia evolutiva, è la tassonomia di Carlo Linneo.
Lo studioso ha classificato i corpi attraverso la nomenclatura binomia, cioè attraverso la combinazione di due termini: uno riferito al
genere e l’altro alla specie. Inoltre Linneo ha inserito l’uomo nello stesso ordine delle scimmie antropomorfe (dando all’ordine il
nome “Anthropomorpha” mutato poi in “Primates”) facendo riferimento alle somiglianze anatomiche e morfologiche tre le due
specie. Linneo è stato sottoposto a diverse critiche, ma nel corso dei decenni successivi si sono moltiplicati gli studi comparativi tra
l’uomo e le antropomorfe sia a livello biologico che a livello comportamentale. All’inizio della seconda metà dell’Ottocento, Huxley
afferma: le differenze che separano l’uomo dal gorilla e lo scimpanzé non sono così grandi, come quelle che separano il gorilla dalle
scimmie inferiori.
Tutto questo che è stato sostenuto da Huxley, è stato convalidato dalla ricerca successiva. Nei tratti anatomo-morfologici le
principali differenze fra noi e le antropomorfe riguardano principalmente gli apparati coinvolti nella deambulazione (ampiezza del
bacino, lunghezza del femore, muscoli dei glutei) in quanto l’essere umano è bipede al contrario delle scimmie che utilizzano tutti e
4 gli arti per muoversi e le nocchie delle mani (knuckle walking). Inoltre, rispetto alle scimmie, l’uomo possiede la presa di
precisione, il pensiero astratto, il linguaggio ed infine il cervello è maggiormente sviluppato. Inoltre il nostro pollice non è solo
opponibile a tutte le altre dita, ma il suo polpastrello può toccare tutti gli altri e garantire così la presa di precisione. Altre differenze
riguardano le arcate dentarie, le nostre hanno una curvatura a parabola, mentre quelle delle scimmie sono a U; oltre a questo i
nostri canini sono piccoli e ciò ha determinato la scomparsa del diastema, cioè lo spazio che nelle antropomorfe separa i canini
dagli incisivi e permette la perfetta chiusura della bocca. A livello cariologico poi c’è un’altra notevole differenza: le scimmie
possiedono 48 cromosomi mentre l’uomo solo 46, perché i cromosomi 12 e 13 si sono fusi per dare origine al cromosoma 2. Le
somiglianze invece riguardano principalmente il livello genetico.
L’etica evolutiva
Secondo i creazionisti l’uomo sarebbe portatore di 2 essenze: una biologica (determinata dal processo evolutivo) e l’altra spirituale
(non legata all’evoluzione) responsabile dell’etica umana, quindi di derivazione divina. Darwin nell’Origine dell’uomo, ha
fortemente criticato questa duplice visione; secondo lui infatti l’uomo è esclusivamente prodotto dell’evoluzione. L’etica per D.
deriva dalla socialità, dagli istinti sociali, dall’impulso di aiutare e questo impulso è stato molto utile per la sopravvivenza di chi lo ha
praticato.
L’uomo non diventa sociale, al contrario discende da antenati che erano già del tutto sociali (abituati a vivere in gruppo). La nostra
capacità di assumere comportamenti solidali deve essere ricercata all’interno delle emozioni che condividiamo con gli altri animali;
è legata all’empatia che non appartiene solo all’uomo. Da alcuni studi è risultato che l’empatia cognitiva è legata alla capacità di
riconoscere se stessi come differenti dagli altri e tale capacità è posseduta anche dalle scimmie antropomorfe, le quali possiedono
anche la capacità di attuare un comportamento consolatorio dato sempre dalla presenza di un’empatia cognitiva. Tornando a
Darwin noi siamo completamente frutto dell’evoluzione.
I testimoni del passato
Un secondo evento scientifico fondamentale è il riconoscimento dei fossili come resti di esseri viventi del passato. Il principale
esponente di tale teoria è G. Cuvier che all’inizio dell’Ottocento ha gettato le basi di una nuova disciplina la paleontologia.
Il processo di fossilizzazione è di natura casuale e per questo ci fornisce informazioni incomplete. Per fossilizzarsi un organismo
deve morire ed il suo corpo deve essere trasportato in un luogo dove vi sia deposizione di sedimenti. Il processo di deposizione
deve avvenire rapidamente per evitare i danni della decomposizione. Inoltre il deposito deve essere indisturbato per evitare che
l’organismo venga danneggiato. È un processo di difficile realizzazione. Ed alcune specie, che possiedono maggiori parti solide,
sono favorite rispetto ad altre. I luoghi migliori per questo processo sono i fondali marini, i laghi e gli accumuli sabbiosi. Il fossile è
un resto organico che si è conservato negli strati della crosta terrestre e che ha acquisito una determinata stabilità chimico-fisica.
Il collocamento dei fossili nel tempo avviene attraverso 2 sistemi:
1) DATAZIONI RELATIVE: stimano se un fossile sia più o meno recente di un altro ma senza definire precisamente di quanto. Di
questa classe fanno parte: l’analisi del fluoro dove ad un > livello di fluoro corrisponde una > età; l’analisi stratigrafica che si basa
sull’idea che uno strato più profondo sia più antico di uno superficiale; il criterio paleontologico si basa sull’osservazione che in
formazioni geologiche in luoghi diversi ma di medesima posizione stratigrafica sono presenti gli stessi fossili, i fossili guida. Datando
un fossile guida di una determinata area si riesce a risalire all’età dello stesso fossile in un'altra area.
2) DATAZIONI ASSOLUTE: forniscono la stima dell’età in anni del reperto e si basano su tecniche cronometriche legate al
decadimento radioattivo. Alcuni elementi subiscono delle disintegrazioni radioattive, e tale processo avviene in modo costante nel
tempo. Si riesce a risalire all’età di un campione misurando il tempo di dimezzamento dell’isotopo instabile, cioè rilevando le
disintegrazioni presenti in un campione. Altri metodi di datazione assoluta sono: la dendrocronologia, l’analisi dei depositi glaciali
annuali ed il paleomagnetismo (considera la costante inversione del polo magnetico terrestre).
Un ulteriore processo per assegnare l’età è “l’orologio molecolare” che stima i tempi delle divergenze tra le forme viventi. Si basa
sull’osservazione che le differenze nei geni sono dovute al fissarsi di errori di copiatura che si verificano nel DNA quando viene
replicato per essere trasmesso ai figli. Il divario tra 2 specie è in relazione al numero di generazioni trascorse dal momento della
loro separazione dall’antenato comune.
L’evoluzionismo darwiniano
Il terzo evento scientifico di estrema rilevanza si colloca nel 1859 quando Darwin pubblica la propria “Teoria dell’Evoluzione” per
selezione naturale, promulgata nell’opera “Origine delle specie”. Evoluzione in biologia vuol dire cambiamento. D. ha costruito il
suo pensiero a partire dalle osservazioni direte sulla natura. Inoltre D. riprende il concetto di “attualismo” di Lyell, secondo il quale i
fenomeni geologi avvenuti recentemente hanno le stesse cause di quelli avvenuti nel passato.
Tale teoria si oppone a quella del “catastrofismo” promulgata da Cuvier, secondo la quale le catastrofi naturali avrebbero
periodicamente distrutto gli esseri viventi di una determinata regione che sarebbe stata poi ripopolata da esseri di un’altra area
geografica.
Secondo D. l’evoluzione è un processo graduale dove tutte le specie discendono da un unico antenato e che si affermano o
scompaiono in base alla selezione operata dall’ambiente.
Ad una simile conclusione era giunto anche A. Wallace ed entrambi avevano fatto riferimento alle teorie di T. R. Malthus secondo il
quale le risorse ed il cibo disponibile erano insufficienti rispetto al numero di individui presenti sulla terra. D. e W. ampliano tale
teoria arrivando a dire che si sarebbe giunti ad una lotta per accaparrarsi le risorse, ad una “lotta per la sopravvivenza”, il motore
dei processi evolutivi e la competizione con le altre specie e con l’ambiente.
D. ha introdotto l’idea che gli organismi non sono altro che il prodotto di complesse e casuali interazioni che si realizzano nel corso
di lunghi periodi. D. tratta specificatamente dell’uomo solo nell’opera “L’origine dell’uomo” del 1871.
Nel corso degli anni la teoria darwiniana si è fortemente ampliata. È stato scoperto che sono i geni, i fattori che ricombinandosi
danno origine agli individui. Dell’ereditarietà genetica ne aveva già parlato Mendel.
Huxley ha ampliato e modificato la teoria di Darwin dandole il nome di “Teoria Sintetica”. Secondo tale teoria l’origine di una specie
avviene attraverso l’isolamento riproduttivo di una popolazione che, a causa di questo isolamento, con il tempo si trasformerà in
una nuova specie.
L’individuo deve adattarsi all’ambiente, in caso contrario sarà eliminato dalla selezione naturale. Un ulteriore meccanismo
evolutivo, oltre alla selezione, è quello della neutralità. Con tale concetto ci si riferisce all’idea, secondo la quale, alcuni caratteri
non sarebbero più vantaggiosi di altri, per una determinata popolazione. Essi sarebbero neutrali dal punto di vista selettivo e
vengono ad affermarsi a causa di un processo chiamato: deriva genetica. Secondo tale processo passando da una generazione
all’altra, si verificano delle fluttuazioni casuali nelle frequenze dei geni che portano alla formazione di una determinata popolazione
Secondo altri studiosi come, Gould e Eldrege, il processo evolutivo non è regolare, con presenza di piccoli e continui cambiamenti
come intendeva Darwin con il gradualismo filetico, ma al contrario fortemente irregolare. Le specie rimanevano pressoché
immutate per tutta lo loro vita e poi all’improvviso, subivano delle repentine alterazioni e scomparivano dal record fossile. Questo
nuovo modello ha preso il nome di: “evoluzione per equilibri punteggiati”.
Di seguito lo studio dei numerosi fossili, si è arrivati ad una conclusione che il procedere dell’evoluzione sarebbe stato a cespuglio e
non and andamento lineare.
Il tempo profondo
Buffon è stato il primo studioso ad aver infranto il tabù della vita breve del mondo. Dopo di lui altri studiosi come Hutton e Lyell
hanno ulteriormente allungato l’età della terra ed oggi sappiamo che essa si è originata circa 4.6 miliardi di anni fa. Tale durata
prende il nome di tempo profondo.
Il tempo profondo è stato suddiviso in 4 ere: Precambriano, Paleozoico, Mesozoico e Cenozoico che sono state poi ulteriormente
scomposte. La vita umana si è sviluppata durante la fine dell’era Cenozoica, nei periodo terziario e quaternario.
La rivoluzione molecolare
L’ultimo evento scientifico si collega al recente sviluppo delle biotecnologie e alla possibilità che esse hanno offerto agli
antropologi, di ricostruire a partire dalle informazioni nel genoma la filogenesi dei primati, e l’evoluzione dell’uomo. Questo si è poi
imposto come disciplina accademica “antropologia molecolare”.
Nello studio dello sviluppo della vita, particolarmente importante è stata la nascita dell’antropologia molecolare e lo sviluppo della
PCR (reazione a catena della polimerasi). La PCR è una tecnica che permette di riprodurre le sequenze del DNA in modo di poter
confrontare le specie tra loro. L’antropologia molecolare ha permesso così di scoprire la somiglianza genetica tra l’uomo e le
scimmie antropomorfe e di inserire scimpanzé e gorilla nella famiglia degli ominidi. Essa è riuscita ad intervenire sulla modalità di
origine della nostra specie H. Sapiens, sui rapporti tra neandertaliani e noi.
Il DNA mitocondriale e del cromosoma Y
Il genoma più studiato dall’antropologia molecolare è quello mitocondriale (mtDNA) ed è assai utile per gli studi evolutivi in quanto
è presente in ogni cellula somatica ed è di facile estrazione. MtDNA si replica autonomamente e la sua sequenza completa è stata
ottenuta nel 1981. Esso è utile per gli studi evolutivi, ed è molto semplice la sua estrazione e purificazione e analisi.
È utilizzato per stimare le differenze tra le popolazioni in quanto le differenze nelle sequenze di mtDNA aumentano via via che si
procede con le generazioni. Altra caratteristica del mtDNA è il suo rapido tasso di evoluzione che è molto più veloce del DNA. Oltre
alla parte femminile nel genoma c’è anche una parte maschile: il DNA del cromosoma Y (trasmesso dal padre ai soli figli maschi)
aiuta a stabilire l’origine geografica di ogni sequenza di DNA. Il DNA dei mitocondri e del cromosoma Y consente di studiare la
variabilità biologica e la storia evolutiva della nostra specie.
CAPITOLO 2 I PRIMATI
L’incontro con i primati
Il primo scritto scientifico sulle antropomorfe è stato scritto nel 1699 da Tyson, il quale aveva mostrato che l’uomo condivideva con
l’antropomorfa africana 48 caratteri, mentre si fermavano a 34 quelli che lo avvicinavano alle scimmie. Il primo ritrovamento fossile
è avvenuto nel 1837 in Francia, di un reperto che richiamava le caratteristiche delle antropomorfe asiatiche.
La tassonomia suddivide l’ordine dei primati si divide in 2 gruppi: strepsirini chiamati proscimmie, e gli aplorini ulteriormente
suddivisi in: tarsi, platirrini e catarrini. I catarrini sono ulteriormente suddivisi in cercopitecoidi ed ominoidi di cui fanno parte le
scimmie antropomorfe (gibbone, orango, gorilla e scimpanzé) e l’uomo.
Sembra che i fossili rinvenuti dei primati si siano originato nel Paleocene (66,5- 54 milioni di anni fa). In quel tempo poi si sono
evoluti anche i plesiadapiformi, animali che discendevano dagli insettivori; e infine gli euprimati.
Gli aplorini
Gli aplorini, sottordine al quale noi apparteniamo, si sono originati e diffusi nel Oligocene (36-25,2 milioni di anni fa); i primi fossili
sono stati ritrovati in Asia. Sono stati rinvenuti fossili di 45 milioni di anni fa attribuiti a due modelli anatomo-morfologici: uno più
arcaico e un altro più moderno. Il riesame di uno scheletro ha riaperto la possibilità che proprio gli adapoidi siano alla base della
prima diversificazione degli aplorini. Il fossile Ida è stato rinvenuto il Germania.
I primi fossili dei catarrini (nostri diretti antenati) sono stati invece ritrovati in Egitto e sono stati datati 35-30 milioni di anni fa. Essi
avevano una dentatura idonea a consumare frutta, orbite ridotte.
Dopo questi ultimi fossili, non sono stati ritrovati altri esemplari fino al ritrovamento in Kenya ed in Uganda di fossili datati 25-18
milioni di anni fa (Miocene). In quell’ambiente gli ominoidi hanno avuto la massima possibilità di svilupparsi. La variabilità anatomomorfologica delle antropomorfe del Miocene era elevata così da suddividerla in più generi. Altri generi ancora sono vissuti in
Europa nella fase tarda del Miocene. Quelle antropomorfe avevano la faccia corta e larga con denti stretti. Di seguito in spagna
sono stati rinvenuti altri resti che era paragonabile al genere Homo per alcuni tratti, e altri primitivi. La paleostoria delle
antropomorfe orientali era stata dominata dal sivapiteco in habitat alberati. Infine sempre in Spagna è stato ritrovato un fossile che
aveva una morfologia simile alle antropomorfe e all’uomo.
Lo studio molecolare dell’evoluzione
I fossili sono molto rari e permettono però di ricostruire una storia evolutiva solo frammentariamente; il DNA invece contiene tutte
le tracce dei vari passaggi evolutivi di una data specie. Il DNA molecola della vita, ha come basi adenina, citosina, guanina e timina.
Ciò che cambia da una specie ad un’altra è il genoma, la successione delle basi: lo scorrere dell’evoluzione viene ricondotto
all’accumulo di mutazioni diverse in genomi diversi. Da studi successivi è derivato un modello statistico-molecolare che ha
permesso di stimare l’età di origine dei primati, circa 80 milioni di anni fa, nel Cretaceo (144- 66,5 milioni di anni fa). Nel corso del
Cretaceo ci fu un evento fondamentale, la nascita delle angiosperme, cioè delle piante con i fiori che hanno dato vita a nuove
nicchie ecologiche.
I nostri parenti prossimi
Per lungo tempo gli esseri viventi sono stati classificati in base ai caratteri condivisi, senza però tener conto della loro qualità. Oggi
si ricorre alla cladistica che fa riferimento ai tratti simili per origine comune, cioè quelli omologhi ricevuti in eredità dal medesimo
antenato e non quelli uguali per uso funzionale. Viene inoltre tenuto in considerazione se sono caratteri primitivi (es.:
deambulazione bipede) che non permettono di distinguere tra le varie specie o derivati (es.: volume del cervello) che invece si
modificano nel tempo e permettono di riconoscere le specie più vecchie da quelle più recenti.
Grazie alla cladistica si arrivano a costruire così raggruppamenti di specie ordinati in base alla discendenza comune e la rete di
rapporti che ne deriva è di tipo antenato-discendente. Fornendo dei tempi si arriva a creare l’albero filogenetico, cioè un modello
evolutivo che tiene conto del tempo. Uno dei rapporti di parentela genetica che interessa gli studiosi riguarda quello esistente tra
noi e le scimmie antropomorfe. Goodman è un seguace di Darwin e ha ritenuto che le specie discendenti da un progenitore
prossimo devono essere inserite nella stessa famiglia tassonomica, come le antropomorfe africane nella famiglia degli ominidi. Per
capire meglio le gerarchie è stato fondamentale lo sviluppo biotecnologico che ha consentito di analizzare il DNA.
Quindi tanto più le specie sono simili tra loro tanto è più vicino il momento della divergenza dal loro avo. Da recenti studi è stato
evidenziato che le antropomorfe e l’uomo sono specie sorelle.
Oltre ad i geni strutturali anche i geni regolatori svolgono un ruolo importante per quanto riguarda i mutamenti evolutivi.
Una storia recente
Fino all’introduzione della datazione molecolare gli antropologi erano convinti che la storia evolutiva dell’uomo fosse assai lunga.
Questa idea aveva preso vita dopo la scoperta del ramapiteco, una specie subito considerata la nostra antenata, per via dei denti
simili ai nostri. Grazie agli studi molecolari è stato possibile dimostrare che circa 6 milioni di anni fa che gli ominini si sono
differenziati evolutivamente dalla linea che ha portato agli scimpanzé; l’evoluzione umana è quindi un evento assai recente, più
recente di quanto si potesse pensare attraverso lo studio dei fossili. È per questo che oggi è fondamentale, per ricostruire la nostra
storia, la collaborazione tra lo studio dei fossili e l’antropologia molecolare.
Riarrangiamenti molecolari
A causare variazioni nella specie sono spesso le mutazioni genetiche che possono essere suddivise in 2 gruppi: quelle che
riguardano la perdita/duplicazione/inversione del DNA e quelle puntiformi in cui una base è sostituita da un’altra. Al primo tipo
può essere ricondotto il diverso numero di cromosomi che l’uomo ha rispetto alle antropomorfe (23 invece i 24 e 18 sono
identiche). Sul corso dell’evoluzione ha avuto un ruolo fondamentale la duplicazione dei geni. Tale duplicazione potrebbe aver
avuto un’influenza sull’origine degli ominoidi. L’ avvento di alcune mutazioni ha permesso anche ad alcune specie di ritrovarsi in
posizione di vantaggio nei confronti di determinate malattie. Sul piano paleoantropologico delle specie ominine, incluse le
neandertaliane, possedevano già molti anni fa alcune caratteristiche come le nostre. Si dice che fossero in grado di percepire il
suono come noi e che questo poteva portare a una forma di linguaggio. Altro elemento è il pomo di Adamo presente anche nei
neandertaliani.
Il genere esteso
Alcuni studiosi come Goodman hanno proposto, visto le somiglianze, di inserire gli scimpanzé non solo nella famiglia degli ominidi
ma di collocarli anche nello stesso genere, nel genere homo. Questa nuova visione non è però accettata da tutti, soprattutto in
ambito accademico.
CAPITOLO 3. LE PRIME FASI DELL’OMINAZIONE
Il bipedismo
In tempi passati si pensava che il processo di umanizzazione avesse avuto inizio dallo sviluppo dell’encefalo. In realtà la storia degli
ominidi è iniziata con l’assunzione della postura eretta e con l’andatura bipede, avvenuta probabilmente quando i primi ominidi
occupavano ancora gli ambienti boscosi. Questa trasformazione locomotoria ha notevolmente modificato lo scheletro di noi
ominidi. Il piede ha cessato di essere prensile e si è sviluppato un miglior punto d’appoggio; hanno subito modifiche anche il femore
e le ossa del bacino che hanno assunto una struttura più avvolgente. Anche le natiche si sono maggiormente sviluppate e la
colonna vertebrale si è piegata a forma di S per ammortizzare i colpi durante la camminata, le braccia si sono accorciate, e la testa è
arrivata a trovarsi in uno stato di equilibro sulla colonna vertebrale.
La postura eretta è stato un enorme successo evolutivo perché ha liberato le braccia e la mani dallo svolgere una funzione
deambulatoria.
L’antenato contestato/ Orrorin tugenensis
Tra il 2001 ed il 2002, in Ciad sono stati ritrovati resti datati circa 7 milioni di anni fa con Brunet. Essi possedevano sia caratteristiche
primitive che caratteri derivati ed evolutivamente innovativi: cranio lungo e stretto, una dentaria arcaica a forma di U come le
antropomorfe; mentre il viso poco sporgente e i canini piccoli sottolineavano le caratteristiche moderne.
Secondo il paleoantropologo Brunet è il capostipite della sottofamiglia ominina, secondo altri è invece un antenato delle scimmie
antropomorfe. Lo stesso discorso vale per dei ritrovamenti avvenuti in Kenya nel 2000 risalenti a circa 6 milioni di anni fa.
La specie collegata a tali ritrovamenti è stata denominata Orrorin tugenensis e per alcuni, che fanno riferimento alla sua probabile
stazione eretta, è una sorta di patriarca dell’umanità. O. tugenensis sarebbe passato attraverso la fase detta dei preantropi per
giungere poi al genere Homo.
Ardipithecus ramidus e Ardipithecus kadabba
Tra il 1992 ed il 1995 Tim White ha rinvenuto molti resti in Etiopia tra cui uno scheletro femminile quasi completo, risalente a quasi
4,4 milioni di anni fa. Questo scheletro aveva sia tratti moderni che arcaici. Le falangi elle dita erano come quelle delle scimmie
antropomorfe; era assicurato l’equilibrio della testa sulla colonna vertebrale come richiesto dalla stazione eretta. White istituisce
un nuovo genere dandogli il nome di Ardipithecus ramidus e lo ritiene il padre fondatore della sottofamiglia ominina, perché ancora
non era stato trovato O. tugenensis. Nel 1997 si ebbero però ulteriori ritrovamenti datati circa 5,5 milioni di anni fa e quindi più
antichi a cui viene dato il nome prima di Ardipithecus ramidus kadabba e poi solo di Ardipithecus kadabba, riproponendoli con
maggior forza come fondatori della nostra linea evolutiva. Il problema di quale sia l’origine e la radice del nostro albero evolutivo
non è però ancora stato risolto; ci sono diverse possibilità al riguardo.
CAPITOLO 4. GLI AUSTRALOPITECI E I KENIANTROPI
Il cespuglio australopitecino
Da 4,2 a 2,5 milioni di anni fa, in Africa, si è assistito ad una forte esplosione di forme ominine, hanno convissuto diverse specie che
oggi vengono classificate nei 2 generi: Australopithecus (scimmia antropomorfa australe) e Kenyanthropus (uomo del Kenya).
Gli australopiteci erano caratterizzati da una taglia decisamente modesta e dalla struttura del bacino e delle ossa mascellari simili a
quelle umane. Lo stesso discorso è valido anche per lo scheletro della mano, anche se sono visibili delle differenze poiché il nostro
pollice è più lungo così da poter essere opponibile e da poter toccare le falangi delle altre dita, e acquisire maggior presa. Al
contrario il cranio ed il cervello erano più piccoli di quelli dell’uomo odierno, più simili alle scimmie antropomorfe ma con un
aumento del 25 %.
Dall’apparato masticatore si evince un forte adattamento ad una dieta vegetale basata su cibi più duri di quelli delle antropomorfe;
questo dimostra di come siano stati in grado di spostarsi e sperimentare una nuova nicchia ecologica. Quindi si è anche raggiunta
una masticazione più efficace che si è dimostrata più vantaggiosa.
Australopithecus anamensis
L’A.A. sarebbe la specie capostipite, quella che avrebbe dato origine agli australopiteci ed al genere homo. La prima testimonianza
di questa specie è avvenuta in Kenya nel 1965 ad opera di B. Patterson e fatta risalire a circa 4,5/3,1 milioni di anni fa, anche se non
è stato possibile attribuirgli un posto preciso nella tassonomia ominina. Un secondo ritrovamento avvenne nel 1994, da parte di M.
Leakey, e sono stati ritrovati denti e diversi frammenti scheletrici. Dai frammenti scheletrici è risultato che i nostri antenati erano sì
bipedi ma erano anche in grado di muoversi a proprio agio anche fra i rami. Secondo questa teoria gli ominini si sono evoluti nella
foresta. Di seguito il 10 settembre Leakey trovò un frammento di un cranio e una mandibola. I canini suggerivano che fossero resti
di una femmina. Il disegno morfologico era ancora primitivo. Aveva uno scheletro craniale ancora primitivo ma che anticipava
l’umanità moderna. Visto che non riusciva a collocare quei resti nella tassonomia allora creò un’altra specie: A. anamensis.
Secondo Leakey (e anche White) la specie fa parte della linea evolutiva che avrebbe dato origine, 2,5 milioni di anni fa, al genere
Homo ed è una forma intermedia tra Ardipithecus ramidus e l’Australopithecus afarensis.
White grazie a degli scavi ha trovato altri resti di 8 individui che rientravano nel taxa dell’anamensis. White ha proposto poi due
ipotesi per l’origine di questa specie: 1) L’ Australopithecus anamensis è frutto di una trasformazione evolutiva dell’Ardipithecus
ramidus. 2) Discende da un antenato molto più antico, forse dall’ardipiteco.
Australopithecus afarensis / La figlia ed il nonno di Lucy
Nel 1972 Johanson ha intrapreso una ricognizione nel corno d’Africa ed ha trovato una serie di fossili risalenti a circa 3 milioni di
anni fa; fossili di una femmina adulta vissuta circa 3,2 milioni di anni fa, chiamata con il nomignolo di “Lucy” un bipede alto poco più
di un metro. Tali fossili possedevano alcune caratteristiche tipiche delle scimmie antropomorfe ed altre appartenenti all’umanità
successiva. Nel 1975 sono stati ritrovati ulteriori resti fossili appartenuti a diversi ominini vissuti circa 3,2 miliardi di anni fa e sono
stati soprannominati la “prima famiglia”. Secondo J. tutti questi ritrovamenti, ed altri avvenuti anche al di fuori dell’Etiopia, fanno
parte di un'unica specie che ha preso il nome di Australopithecus afarensis, considerata come la progenitrice del successivo genere
Homo. Il modello morfologico di Lucy metta insieme alcuni tratti delle antropomorfe, con altri che hanno distinto l’umanità
successiva. Le braccia erano lunghe e le dita ricurve, la struttura delle gambe e del bacino adatta al bipedismo. Dopo degli esami si
è arrivati alla conclusione che Lucy era una femmina di una specie dimorfica, poiché il livello di differenze con i maschi non
superava quello riscontrato con altre antropomorfe.
Tra il 2000 ed il 2003 sono state condotte ulteriori ricerche in Etiopia e sono stati trovati importanti resti di 2 ulteriori ominini: i
resti di una bambina datati circa 3,3 milioni di anni fa e quelli di un uomo adulto datati 3,6 milioni di anni fa. Entrambi i resti
confermavano la dicotomia funzionale del piano scheletrico ritrovata in tutti gli altri fossili collegati alla specie afarense. I denti
erano intatti con una perfetta occlusione, la forma anatomica dello scheletro facciale era assimilabile all’afarense. Le ossa delle
gambe erano moderne e idonee alla stazione eretta e all’andatura bipede.
Leakey era convinto che era il grande cervello a consentirci di fabbricare utensili e a fare di noi degli uomini. Ma la sua intuizione è
stata negativa.
Australopithecus Africanus
Per la paleoantropologia il 28 novembre del 1924 è stata una data di svolta. In quella data è stato consegnato a Dart il fossile di una
porzione di cranio infantile che possedeva caratteristiche miste, sia antropomorfe che umane. A tale fossile è stato dato il nome di
“bambino di Taung”. Il suo cervello era tanto piccolo quanto quello delle antropomorfe; nella linea umana invece si proponevano le
ossa mascellari, la dentatura e l’andatura bipede. La comunità scientifica non ha però accettato la proposta di Dart di inserirlo nella
linea evolutiva umana perché il quell’epoca dominava la convinzione che fosse il cervello grande a differenziare l’uomo dalle
scimmie antropomorfe. Così il genere di cui faceva parte prese il nome di Australopithecus Africanus. R. Broom riprende l’eredità di
Dart e nel 1936 trova un calco endocranico che sarà poi ricollegato alla specie Australopithecus Africanus (dimostrando
l’appartenenza alla nostra linea evolutiva) come molti altri ritrovamenti successivi che vanno dal 2,8 a 2,3 milioni di anni fa.
Quindi gran parte dei fossili sudafricani hanno mostrato con assoluta evidenza che facevano parte di un’unica specie: A. Africanus.
Di seguito è stato ritrovato un altro scheletro australopiteco. Questo fossile dimostra che gli australopiteci hanno colonizzato
l’intero continente africano.
Secondo alcuni studiosi come Berger, il bipedismo si sarebbe originato due volte negli australopiteco, una in Africa Orientale con
l’afarense che si sarebbe poi estinto e l’altra in Sudafrica coinvolgendo l’Africanus. Per altri invece, incluso White, non ci sono
prove a favore della doppia origine. Per quanto riguarda l’habitat d’origine del bipedismo, oggi si pensa che si sia sviluppato in un
ambiente variegato, formato da boschi e foreste intervallati dalla savana. Il cervello dell’Africanus e più grande di quello di qualsiasi
altro ominino e l’ampliamento del cervello, secondo Berger, e dovuto all’ambiente sudafricano, più complesso di quello orientale.
La necessità di competizione aiuta lo sviluppo del cervello ed anche ad aumentare la rete dei rapporti sociali. Gli scienziati oggi, si
preoccupano non solo del ritrovamento dei fossili ma anche di ricostruire il contesto sociale ed ecologico in cui sono vissuti i nostri
antenati.
Australopithecus sediba
Berger, nel 2008, in Sudafrica, ha scoperto alcuni resti di una nuova specie chiamata Australopithecus sediba datata circa 1,9-1,7
milioni di anni fa. Questi resti (appartenenti ad un uomo di circa 13 anni ed a una donna adulta) possedevano duplici
caratteristiche sia arcaiche che moderne. La capacità cranica era simile a quella dell’Africanus mentre la dentatura e la struttura
della mano e delle ossa facciali erano vicine al genere Homo. Per questo motivo il sediba sembra essere l’antenato del genere
Homo oppure un suo sister Group.
Australopithecus garhi
White a partire dal 1990 ha riportato alla luce, in Etiopia, fossili risalenti a circa 2,5 milioni di anni fa. Nel 1996 è stata ritrovato poi il
resto di un’ulna, e pochi giorni dopo i resti di una creatura più piccola: femore e ossa del braccio.
Oltre ai fossili, dopo qualche anno, sono state ritrovate anche tracce di tecnologia litica anche se non si può dire con certezza se
sono state utilizzate proprio da tali ominini. Tali fossili si differenziavano dall’afarense nella dentatura e dall’Africanus per la
morfologia del viso. Per questo motivo si è deciso di istituire una nuova specie, considerata l’antenata delle prime forme di homo,
chiamata Australopithecus garhi. Il carattere che ha convinto White di tale teoria riguardava la proporzione degli arti. Nel garhi il
femore era più lungo, come nell’uomo moderno, processo iniziato con l’afarense e concluso proprio con il garhi.
White vede nell’ Au. Garhi il discendente dell’Au. Afarensis per alcuni caratteri e l’antenato di Homo per altri escludendo l’Africanus
da ogni nostra ascendenza. Tale teoria non è però condivisa da tutti i paleontologi. Quindi si prevede che dal troco formato da:
Au Anamensis- Au afarensis si sarebbero originati due rami Au garhi e Homo: dall’altra Au Anamensis- Au afarensis  Au
Africanus
Australopithecus baharelghazali
Gli antropologi hanno ritenuto per lungo tempo che la Rift Valley avesse rappresentato per lungo tempo una sorta di barriera che
avrebbe facilitato lo sviluppo delle forme ominine ad oriente e delle scimmie antropomorfe ad occidente.
Il paradigma dell’evoluzione separata è stato però abbandonato nel 1995 quando Brunet ha ritrovato in Ciad (molto ad ovest della
Rift Valley) una mandibola australopitecina datata 3,3 milioni di anni fa che è stata considerata una nuova specie denominata
baharelghazali. L’intero continente africano è stato detto così, la culla dell’evoluzione umana.
Kenyanthropus platyops
Gli antropologi ritenevano che in Africa fossero state presenti solo due specie ominine, l’anamense e la sua erede l’afarense.
Prima del 1998 si pensava in Africa fosse esistito il solo genere Australopithecus, in realtà sono stati ritrovati dei fossili non
attribuibili al genere Australopithecus datati 3,5 milioni di anni fa. A questo nuovo genere è stato dato il nome di Kenyanthropus
platyops, o uomo Kenya dalla faccia piatta per via della sua caratteristica facciale
CAPITOLO 5. I parantropi
Il cespuglio ominino formato dagli australopiteci e dal keniantropo si è estinto 2,5 milioni di anni fa e da lì hanno avuto origine altre
2 linee evolutive: il genere Paranthropus ed il genere Homo.
I parantropi presentavano una conformazione anatomica simile a quella australopitecina con la sola eccezione della testa che
possedeva una struttura ed un ossatura più robusta. Anche la dentatura era maggiormente sviluppata adatta ad una dieta di
vegetali duri.
In un primo momento i parantropi sono stati considerati come facenti parte degli australopiteci ma poi sono stati riconosciuti come
appartenenti ad un diverso genere. La proposta avanzata da Robinson afferma che sembrerebbe essere la dieta, l’elemento
discriminante tra i due generi. Questa ipotesi è stata sostenuta da Clarke. Anche questo genere si è però estinto circa 1 milione di
anni fa, senza lasciare specie discendenti.
Secondo Johanson la storia evolutiva di questa specie si sarebbe svolta lungo due linee evolutive entrambe originate dall’Au.
Afarensis. La prima avrebbe collegato direttamente l’australopitecina Au Afarensis  ai P. Robustus e P. boisei; mentre la seconda
avrebbe avuto nell’ Au Africanus il taxon intermedio tra  P. robustus e P boisei. I parantropi quindi sono stati uno dei tanti rami
morti che l’evoluzione ha accumulato nel corso della storia.
Paranthropus aethiopicus
Nel 1967, in Etiopia, è stato ritrovato il fossile di una mandibola, datato circa 2,5 milioni di anni. Il reperto aveva forma di V e non
possedeva denti, sembrava estraneo a ogni forma ominina e simile al Au. Afarensis, di cui doveva probabilmente esserne il
discendente. Quindi è stato istituito per esso una nuova specie: Paranthropus aethiopicus.
Nel 1985 sono stati ritrovati in Kenya altri fossili di 2,5 milioni di anni fa e sono stati fatti rientrare, da alcuni studiosi, nella nuova
specie parantropina più specificatamente nel Parathropus Boisei. Secondo altri studiosi invece il fossile condivideva pochi elementi
con il P. Boisei, e molti di più con l’Au. Afarensis e alla fine si è ritenuto che fossero resti di una specie mai rinvenuta prima, il
Paranthropus aethiopicus, che verrà ad assumere il ruolo di antenato delle 2 specie prarantropine successive: P. Boisei e P.
robustus.
P. Boisei
Nel 1959 in Tanzania è stato scoperto il fossile di un cranio quasi completo risalente ad 1,8 milioni di anni fa. Insieme a questo sono
stati trovati anche molti manufatti litici. Sulla base di molte riflessioni da parte della Leakey su questi fossili, si è deciso alla fine di
dare il nome di Zinjanthropus boisei, dal nome del finanziatore delle campagne di scavo. Dagli studi poi effettuati è stato definito
che l’ominino in questione sarebbe vissuto tra i 2,3 e gli l’un milione di anni fa. Si è poi definita la sua reale posizione tassonomica a
cui è stato assegnato il nome di Paranthropus Boisei. La bocca di questo parantropo si dice fosse abilissima nel triturare cibi duri e
per questo è stato soprannominato schiaccianoci.
Dai seguenti studi è risultato anche in Africa non è esistita una sola specie australopitecina ma si è verificata la convivenza di tante
specie diverse, alcune delle quali hanno manifestato dimorfismo sessuale ed altre no.
P. Robustus
A partire dal 1938 con Broom, sono stati ritrovati in Sudafrica una serie di fossili appartenenti ad una nuova specie. Questa
possedeva ossa robuste, cranio amplio e denti grandi. Tutte queste fattezze sono sembrate Broom estranee al taxon
australopitecino e perciò ha deciso di dar vita a una nuova specie: P. robustus le cui principali caratteristiche erano l’ossatura e la
dentatura robuste.
Sembra che tutti i ritrovamenti avvenuti in quell’area fossero attribuibili proprio al P. robustus e che in Sudafrica sia vissuto un solo
parantropino: il P. robustus.
L’accumulo notevole di fossili, di utensili e strumenti nelle grotte del Sudafrica, fa pensare che i nostri antenati occupassero quei
luoghi come rifugi temporanei e che lì vi trovassero la morte a causa dell’attacco di alcuni predatori.
Dall’analisi dei denti inoltre si è riusciti a capire anche alcune caratteristiche sociali di quel particolare tipo di ominini. La società
probabilmente era di tipo patrilocale/patriarcale, erano le femmine a spostarsi e a seguire il compagno maschio, come succede per
le popolazioni umane.
CAPITOLO 6: Il genere Homo
A partire da 2,5 milioni di anni fa dal cespuglio degli australopiteci/kenyantropo si è originato, sempre in Africa (culla e nutrice
dell’umanità), anche il genere Homo. L’allungamento degli arti inferiori ha garantito una corporatura più slanciata rispetto agli
australopiteci, circa 175 cm. Il dimorfismo sessuale è modesto, non come per le antropomorfe.
Inoltre l’apparato masticatore di Homo ha subito una reale modificazione con la riduzione dei denti molari, dovuta ad una
modificazione della dieta. La dieta ha prodotto mutamenti anche sul cervello che si è maggiormente sviluppato, grazie ad un
maggiore apporto di energia. L’encefalo di Homo è cresciuto fino a 1350-1550 cm cubici ma tale aumento non è coinciso con
l’aumento della massa corporea. Nel genere Homo il cervello è tre volte più grande di quello che avrebbe un altro primate con la
stessa taglia. Inoltre il nostro cervello differisce da quello degli altri primati nelle proporzioni e nelle parti che lo costituiscono. I lobi
frontali e parietali sono andati incontro ad un maggiore sviluppo e di conseguenza è probabilmente avvenuto un miglioramento per
quanto riguarda le capacità legate al linguaggio; l’area di Broca (posteriore, regola l’articolazione) e quella di Wernicke (riguarda la
percezione la comprensione) si trovano proprio in queste zone del cervello. Si è anche realizzato un forte sviluppo della cultura e
soprattutto della sua componente tecnologica che ha consentito al genere Homo di realizzare manufatti in pietra in grado di
migliorare il proprio tenore di vita.
Successivamente si è però scoperto che già l’Au. Afarensis circa 3,4 milioni di anni fa utilizzava strumenti litici per macellare le
carcasse e cibarsi di carne (ritrovamento in Etiopia di carcasse di animali con evidenti tracce di taglio).
Non tutti gli scienziati sono però concordi, per alcuni infatti le tracce trovate sui fossili rinvenuti in Etiopia sono solamente
accidentali, dovute all’abrasività del terreno.
Homo Rudolfensis
Nel 1972 Leakey ha rinvenuto in Kenya il fossile di un cranio risalente a 1,9/1,8 milioni di anni fa con lo scheletro facciale largo ed
appiattito e la mascella squadrata, il palato era basso e corto, i denti erano larghi. I tratti più interessanti però riguardavano la
scatola cranica che era larga, una teca che conteneva un cervello di 775 cm cubici. Il modello ritrovato, unitamente ad altri reperti
fossili, non apparteneva a nessun altra forma o sottospecie ritrovata precedentemente. Gli è stato assegnato così il nome di
Pithecanthropus Rudolfensis, modificato poi in Homo rudolfensis. La nascita di tale specie ha messo in discussione il processo di
evoluzione lineare che dall’ H. habilis sarebbe giunto all’H. sapiens attraverso le specie intermedie H. erectus e H. neanderthalensis.
Viceversa l’evoluzione dell’uomo è probabilmente a cespuglio, attraverso la convivenza nel tempo e nello spazio di specie diverse.
H. rudolfensis è contemporaneo all’H. habilis.
Homo Habilis
In Tanzania intorno al 1960 sono stati ritrovati diversi fossili risalenti ad 1,8 milioni di anni fa possedenti tratti moderni e tratti
arcaici. La capacità cranica di questo fossile era scarsa e sia questo che altre caratteristiche rendevano difficile inserire i reperti nel
cespuglio australopitecino e lo stesso valeva per il genere Homo. Solo chi possedeva un cervello di almeno 700 cm cubici poteva
essere annoverato al genere Homo. Il ritrovamento però di manufatti di pietra nella zona ed il loro collegamento proprio con i
fossili ritrovati ha permesso l’inserimento di questa nuova specie nel genere Homo e l’abbassamento della soglia a 600 cm cubici.
La nuova specie è stata definita H. Habilis (umanità abile), proprio perché ritenuta in grado di “lavorare”. La comunità scientifica era
però scettica e sono serviti ulteriori ritrovamenti per fare in modo che accettassero l’inserimento del taxon nel genere Homo.
Nell’Habilis si è assistito ad una riduzione dello scheletro facciale divenuto ortogonato, caratteristica che qualificherà l’evoluzione di
tutto il genere Homo, ma allo stesso tempo il rapporto fra arti inferiori e superiori è ancora di tipo arcaico, braccia e arti inferiori
sono più lunghi, per potersi muovere bene anche sugli alberi. Wood e Collard sono convinti che l’Habilis non possa rientrare nel
genere Homo a causa dei numerosi tratti arcaici, infatti sono propensi a classificarlo come australopitecino.
Homo Ergaster
Nel 1969 Clarke ha scoperto che alcuni fossili che erano stati attribuiti al Paranthropus robustus in realtà non appartenevano a
quella specie. Broom e Robinson hanno così ipotizzato che in Sudafrica fossero convissute 2 specie: una specie parantropina, più
robusta, ed una più fragile, più vicina al genere Homo. Ulteriori ritrovamenti avvenuti in Africa orientale nel 1975 hanno supportato
tale teoria. Il cranio ritrovato infatti aveva le ossa più sottili, era più largo alla base che al vertice e la capacità cranica raggiungeva
gli 850 cm cubici, assomigliava al genere Homo, una morfologia lontana da quella dei parantropi. A tali fossili è stato dato il nome di
H. Ergaster ma non tutti gli scienziati si trovarono d’accordo riguardo alla creazione di tale specie. Il problema era principalmente di
tipo teorico: alcuni studiosi ritenevano che l’evoluzione umana avesse compreso parecchie specie, non molto variabili al loro
interno come sostengono gli scienziati splitter, mentre altri ritenevano che le specie evolventi fossero poche ma caratterizzate da
una notevole variabilità interni scienziati lumpers.
La prova dell’importanza dell’H. Ergaster si è avuta nel 1948 con il ritrovamento di uno scheletro completo avvenuta in Kenya
datato 1,6 milioni di anni fa. Sono stati fatti diversi studi su tale ritrovamento e fra questi uno legato al linguaggio ed alla capacità
di parlare. Da tale studio è risultato abbastanza evidente che la fisionomia del canale vertebrale ed il sistema di regolazione del
passaggio dell’aria dai polmoni alla bocca erano inefficienti e poco compatibili con l’odierna capacità di espressione vocale. Il
linguaggio si è molto presumibilmente sviluppato solo in epoca successiva. L’ Ergaster era però in grado di produrre manufatti litici
ed è stato il primo ominino ad uscire dall’Africa ed a stabilirsi nel vecchio mondo.
Homo Georgicus
Durante delle campagne di scavo effettuate in Georgia sono stati ritrovati diversi fossili ominini risalenti a 1,8 milioni di anni fa, 2
crani femminili e 2 mandibole, una maschile e una femminile, e un altro cranio completo di mandibola. All’inizio si volevano
mettere tutti nella specie Ergaster per via del tratto primitivo, ma viste le modeste dimensioni del cervello si è cambiata opinione
perciò erano appartenenti tutti ad un unico taxon, che venne chiamato H. Georgicus. Questo nuovo taxon era probabilmente un
discendente dell’H. habilis ed avrebbe dato origine alla specie Ergaster. Secondo la teoria di Gabunia, non sarebbe stato l’H.
Ergaster a colonizzare e popolare le terre al di fuori dall’Africa ma le specie ad essa precedenti, specie con un encefalo non
eccessivamente sviluppato e non in possesso dei tratti più specifici del genere Homo. Perciò con questo si è dimostrato cheè la
struttura del cervello a fare l’intelligenza e non la sua massa.
Homo Erectus
Con la pubblicazione dell’Origine dell’uomo, Darwin ha affrontato anche il tema di dove l’umanità avesse mosso i primi passi e la
scelta è caduta sull’Africa dove vivevano le Antropomorfe.
Intorno al 1890 Dubois ha ritrovato in Indonesia (isola di Giava) una serie di fossili di un ominino, non appartenente a nessun altra
specie studiata in precedenza. L’ominino possedeva un modello anatomico lontano da quello dell’umanità attuale ma comunque
con caratteristiche ed elementi associabili ad essa. Aveva struttura ossea robusta e una capacità cerebrale molto elevata rispetto a
qualsiasi antropomorfa. Il tratto che ha colpito di più Dubois riguardava il femore la cui lunghezza era idonea alla stazione eretta. A
tale ominino è stato dato il nome di Anthropopithecus erectus modificato poi in Pithecanthropus erectus e successivamente in
Homo erectus. Sempre in quell’area sono stai poi ritrovati successivamente ulteriori fossili tutti attribuiti al taxon erectus. L’Homo
erectus è il discendente dell’H. Ergaster ed ha colonizzato poi l’intera Asia; è stata una specie molto longeva, sopravvissuta fino a
200 mila anni fa. Una sostanziale differenza dell’H. erectus con l’uomo moderno riguarda lo sviluppo dell’encefalo. Nell’uomo
moderno lo sviluppo avviene gradualmente mentre nell’erectus la maggior parte della maturazione del cervello avviene già
all’interno del corpo materno.
Homo floresiensis
Nel 1994 e 1997 sono stati ritrovati in un’isola indonesiana, una serie di manufatti litici che risalivano a 900 mila anni fa. Non si
sapeva chi fossero i costruttori di tali manufatti fino al 2003, quando in un'altra isola indonesiana, è stato ritrovato il fossile di una
femmina vissuta circa 18000 anni fa. La taglia e la capacità cranica erano simili a quelle delle scimmie antropomorfe ma il
bipedismo, i canini piccoli e la scatola cranica lunga e piatta erano più simili alla specie Homo. Questa specie è stata paragonata sia
all’Homo habilis che a quello erectus ma, alla fine, si è optato per creare una nuova specie, l’Homo floresiensis, probabile
discendente di una popolazione di Homo erectus. Gli scienziati si sono spesso chiesti come mai la taglia di tale specie fosse così
minuta. La risposta probabilmente riguarda l’habitat geografico. Il vivere su un’isola può favorire il nanismo in quando vi sono meno
predatori e anche la competizione è più modesta. Un’ ulteriore teoria fa riferimento al fatto che tale specie possa discendere da
antichi migranti di piccole dimensioni. La teoria del nanismo insulare è stata però fortemente criticata da alcuni studiosi i quali
ritenevano l’uomo di Flores (dal nome dell’isola in cui è stato ritrovato) un H. sapiens, microcefalo. Tali scienziati ritenevano che le
particolari caratteristiche di tale specie fossero dovute ad una malattia. Da ricerche successive è però risultato che il modello
anatomo-morfologico del cranio e dello scheletro dell’H. floresiensis sono assolutamente estranee a quelle dell’H. sapiens. Quindi è
una specie nuova.
Homo antecessor e Homo cepranensis
Per lungo tempo si è ritenuto che l’Europa fosse stata colonizzata successivamente rispetto all’Asia, e tale modello di arrivo tardo
prende il nome di “cronologia breve” e si basavano sul fatto che non erano stati ritrovati in Europa fossili più antichi di 500 mila
anni fa. Nel 1995 invece sono stati scoperti in Spagna una serie di fossili risalenti a circa 780 mila anni fa con capacità cranica di
1000 centimetri cubici, le ossa gracili queste caratteristiche, hanno dato vita a una nuova specie, Homo antecessor, discendente
dell’H. Ergaster. Successivamente sono stati ritrovati ulteriori fossili, inseriti sempre nella specie H. antecessor, datati 1,2/1,3
milioni di anni fa e tale datazione ha permesso di superare definitivamente la teoria della “cronologia breve”.
Un altro importante ritrovamento è avvenuto nel 1994 nei pressi di Roma ed i fossili sono stati datati 430/ 385 mila anni fa. E’ stata
ritrovata una calotta cranica piuttosto robusta con la fronte sfuggente ed una capacità cubica di 1200 cm. A tale ritrovamento è
stato dato il nome di Uomo di Ceprano (dalla zona del ritrovamento) ed è stato inserito in una nuova specie: l’Homo cepranensis.
Tali specie non sembrano riconducibili ne all’H. erectus ne all’H Georgicus ma si avvicinano, come altri fossili rinvenuti in Eritrea ed
Etiopia, all’H. Ergaster.
Homo Heidelbergensis
Nei pressi di Heidelberg nel 1907 è stato ritrovato il fossile di una mandibola datata circa 500/400 mila anni fa, è stata ritenuta
estranea all’umanità attuale ed è stata proposta per esse una nuova specie: Homo Heidelbergensis. La scoperta di successivi
reperti fossili in Africa (Zambia ed Etiopia) ha però dimostrato che la sua radice fosse africana. Insieme a reperti umani sono stati
ritrovati anche manufatti litici i quali dimostrano che tale specie era dedita all’utilizzo di tali strumenti. Tale specie si è estinta
intorno a 250 mila anni fa e presumibilmente dopo che da essa si erano distaccati i discendenti neandertaliani. L’uomo di
Heidelberg aveva le ossa del cranio massicce ed il suo cervello aveva la capacità cranica di 1200 cm cubici. Inoltre il viso, a
differenza dell’uomo di Neandertal, era di forma ortogonata.
Homo Helmei
Sono stati ritrovati in Africa ed Europa una serie di reperti del periodo compreso tra 300 e 100 mila anni fa ed è stata molto difficile
la loro attribuzione tassonomica. Per questo motivo, alcuni studiosi, li hanno inseriti nella specie Homo Helmei. Secondo alcuni
studiosi tale specie sarebbe stata l’antenata dell’H. sapiens e dell’H. Neandertalensis anche se molti studiosi non sono
assolutamente d’accordo.
Capitolo 7. L’uomo di Neandertal
Umani prima di noi
L’idea di preistoria, cioè dell’esistenza di una storia antica precedente alla nostra prende forma nel XVI secolo grazie allo studioso
Michele Mercati che aveva riconosciuto in ciottoli e pietre scheggiate la funzione di utensili di pietra utilizzati da generazioni vissute
prima. Anche l’idea di un’evoluzione della vita ha avuto bisogno di diversi anni per affermarsi completamente, e ancora nei primi
anni dell’800 alla maggior parte dei ritrovamenti fossili non veniva riconosciuta l’esatta posizione tassonomica. Tra il 1828 ed il
1830, in Belgio è stato ritrovato il primo fossile neandertaliano mai scoperto. Nel 1848 è stato rinvenuto, a Gibilterra, un secondo
reperto neandertaliano (cranio di una femmina adulta) ma che ha visto riconosciuta la sua appartenenza a tale specie solo nel
1863. Un terzo ritrovamento è avvenuto nel 1856 nei pressi di Dusseldorf, una calotta cranica, femori e ossa del bacino. Secondo la
biologia moderna le specie condividono antenati e tra l’una e l’altra non ci sono forme di passaggio.
È stato portato avanti un intenso dibattito riguardo tale nuova specie e rispetto alla sua definizione di “nostro antenato” ed alla fine
il riconoscimento di questa nuova specie è avvenuto nel 1864 ad opera del geologo William King, ed è stata così dichiarata
l’esistenza di una vita umana precedente alla nostra, di un taxon poi scomparso.
Il nome “uomo di Neandertal” è stato dato facendo riferimento alla zona geografica in cui sono avvenuti i ritrovamenti, la valle di
Neander. Tale specie era vissuta intorno a 40 mila anni fa ed era poi scomparsa 10 mila anni dopo. Sono stati successivamente
rinvenuti altri fossili in Belgio che hanno testimoniato ampiamente l’esistenza di tale specie.
L’immagine del bruto
L’evoluzionismo, e la presenza di specie più antiche della nostra sono stati affermati grazie alla scoperta e classificazione dell’H.
Erectus, che si presentava morfologicamente più arcaico dei neandertaliani, e ricopriva un ruolo intermedio tra antropomorfe e noi.
Attraverso la scoperta dell’Uomo di Neandertal e dell’Homo erectus si è giunti alla prima definizione del nostro albero evolutivo. Il
primo studioso a disegnare tale albero è stato Schwalbe, ed il modello era di tipo progressivo e lineare.
Alla base c’era un antenato scimmiesco seguito dall’Homo erectus e dall’Uomo di Neandertal e poi dall’umanità moderna, vista
come discendente dell’Uomo di Neandertal (smentito poi da ulteriori studi). Tale modello è stato definito “modello dell’evoluzione
monofiletica”. Tale modello e molti altri simili ad esso non erano basati su teorie scientifiche conclamate ma al contrario facevano
riferimento a dei pregiudizi di carattere religioso. Non riuscivano ad accettare l’idea dell’evoluzione e di conseguenza l’idea di non
essere la specie perfetta, ma frutto di progressivi e lenti miglioramenti.
L’uomo di Neandertal è stato così definito, da Boule e Smith, come un essere fortemente animalesco, scimmiesco, privo di capacità
intellettive ed incapace di muoversi e camminare correttamente. Quindi affermarono che noi non siamo discendenti dei
neandertaliani.
Tale idea è stata accettata da molti altri studiosi dell’epoca ed essendo divenuta il canone ufficiale ha ispirato le teoria ed il lavoro
dei successivi studiosi.
La nuova fisionomia
Attraverso successivi studi, fra cui lo studio di Sergio Sergi su alcuni ritrovamenti avvenuti nei pressi di Roma, è stata rivalutata
l’immagine dell’Uomo di Neandertal. Sergi ha scoperto, grazie alla posizione del foro occipitale, che in realtà l’Uomo di Neandertal
camminava in posizione perfettamente eretta e che l’idea di Boule, inficiata dal pregiudizio e da conoscenze anatomiche scorrette,
era fortemente errata.
La critica a Boule, da parte degli studiosi odierni a Sergi, non si limita solo all’idea che quest’ultimo aveva dell’uomo di Neandertal
ma anche alla sua idea dell’evoluzione lineare e progressiva. Viene ipotizzato così, un nuovo modello detto “dei pre sapiens” che
affermava che in epoche lontane la linea evolutiva degli ominini si fosse suddivisa in 2 parti dando origine sia al nostro taxon che al
taxon dell’uomo di Neandertal.
Tale teoria, successivamente smentita, ha però permesso di comprendere che l’evoluzione umana avviene per ramificazioni
successive.
Ritorno al monofiletismo
Nei primi decenni dello scorso secolo si è riaperto il dibattito riguardo l’ipotesi monofiletica di Schwalbe e cioè che, nella storia
degli ominini, ci sarebbe stato un periodo in cui essi possedevano una morfologia neandertaliana ma anche la stessa cultura. Si
riteneva cioè che i neandertaliani fossero i nostri antenati diretti. Tale teoria ha preso il nome di “fase neandertaliana
dell’umanità”. Tale teoria era però viziata da una falsa concezione della natura considerata come un ente astratto che decide di
evolversi ma è un ambito concreto all’interno del quale avvengono per caso mutazioni e dove interviene la selezione a premiare
quelle più vantaggiose. L’evoluzione non ha alcuna direzione e l’esistenza di una determinata specie non presuppone affatto la
scomparsa di un’altra.
Un’ ulteriore teoria legata al monofiletismo è quella di Weidenreich, il quale afferma non solo che alla radice dell’umanità vi sono i
pitecantropi ma anche che il monofiletismo classico si sarebbe attuato indipendentemente in ogni continente e questo avrebbe
spiegato l’origine delle “razze umane”. Tale modello è stato definito “a candelabro” in quando da una base comune si sviluppavano
una serie di segmenti indipendenti. Questa teoria ha costituito il primo abbozzo di quella che sarà poi definita “ipotesi
dell’evoluzione multiregionale”.
La tassonomia divisa
Sergi e Howell hanno ipotizzato un’ulteriore modalità evolutiva del genere Homo, definita modalità a Y. Hanno ipotizzato l’esistenza
di due tipi di fossili neandertaliani, una serie più antica (i pre-neandertaliani) ed una serie più moderna, più recente.
A partire da un antenato scimmiesco si sarebbe passati al tipo pitecantropino e poi ai pre-neandertaliani, a partire dai quali,
sarebbe avvenuta la biforcazione che avrebbe diviso i neandertaliani classici (poi estinti) dall’H. sapiens.
Brace ha suggerito l’ipotesi della “singola specie”, l’idea cioè che sarebbe stato possibile riunire la variabilità biologica degli ominini
in un singolo taxon che si sarebbero poi sviluppati in una serie di stati evolutivi successivi. Tale modello ipotizzava così il ruolo di
antenato diretto dell’umanità da parte dell’Uomo di Neandertal. Entrambe le teorie sono state però successivamente smentite.
La cultura neandertaliana
Attraverso alcuni ritrovamenti avvenuti in Italia ma anche in Francia e Spagna, gli studiosi si sono resi conto che i neandertaliani
non erano, al contrario di come li avevano descritti, animaleschi e bruti ma, al contrario, possedevano sofisticate funzioni mentali.
Sono state infatti ritrovate tracce, lasciate sui corpi di animali ma anche di ominini, di strumenti litici. Questa prova di cannibalismo,
simboleggia proprio l’accentuato sviluppo psichico. Un’ altra prova a favore dello sviluppo dei neandertaliani è la pratica della
sepoltura. Sono stati infatti ritrovati fossili di ominini posti in posizione ripiegata, circondati da pietre, manufatti e polline di fiori.
L’ipotesi più accreditate è quindi quella che l’Uomo di Neandertal mettesse in atto pratiche di sepoltura, anche se non tutti gli
studiosi sono concordi.
Le loro elevate capacità intellettuali sono ulteriormente dimostrate dalla complessa struttura delle loro società, che ha permesso
loro di cacciare e di svilupparsi ma anche dallo sviluppo raggiunto dalla loro tecnologia che ha permesso la produzione di attrezzi
molto sofisticati. Lo stesso discorso vale per l’attenzione data all’ornamento del corpo e alla decorazione della persona. Un’
ulteriore caratteristica dell’Uomo di Neandertal è il fatto di non essere mai riusciti a navigare, e quindi a raggiungere ulteriori
territori aldilà del mare.
Ciò che maggiormente stupisce di questa specie è la loro inspiegabile scomparsa. Si è ritenuto, a lungo, che la causa della loro
scomparsa fosse dovuta ad un’arretratezza di tipo culturale anche se, al giorno d’oggi, si pensa che possano avere avuto un ruolo
importante le malattie. Un’ altra ipotesi pone l’attenzione al clima. Il freddo potrebbe aver influito sulla loro fertilità oppure sulla
fertilità delle colture diminuendo il sostentamento energetico di tali popolazioni.
La fisionomia neandertaliana
I neandertaliani sono vissuti tra 350 e 30 mila anni fa ma la loro separazione dalla nostra linea evolutiva è avvenuta tra 600 e 500
mila anni fa. La loro corporatura era massiccia, avevano muscolatura robusta e scheletro potente con arti piuttosto corti e le mani
e i piedi grandi. Avevano una fisionomia adatta a conservare il calore, adatta al clima rigido in cui hanno vissuto. Il cervello
raggiungeva i 1250-1750 cm cubici ed il cranio era largo, allungato con l’ossatura pesante. La fronte era sfuggente e le due arcate
sopraciliari fuse tra loro. Le orbite erano profonde e grandi, l’apertura nasale ampia e la mandibola era robusta e senza mento.
Parenti o antenati?
Nel 1998 sono stati rinvenuti in Portogallo i resti di un fanciullo vissuto circa 25 mila anni fa. La particolarità del ritrovamento è
legata alla sepoltura. Vicino al corpo sono stati infatti trovati manufatti, ossa di animali e conchiglie. Secondo alcuni studiosi tale
fossile, pur appartenente alla specie Homo Sapiens possedeva elementi e caratteristiche tipiche dell’Uomo di Neandertal. Si
pensava, che fosse una sorta di creatura ibrida formatasi dall’unione di Homo sapiens ed Homo di Neandertal. Di conseguenza non
potevano essere considerati due specie differenti, ma sottospecie. Tale teoria affermava che i geni neandertaliani fossero passati
alle popolazione europee Homo sapiens in quanto le due sottospecie avrebbero convissuto territorialmente per circa 10 mila anni.
Tale teoria non ha però convinto molti studiosi; secondo questi ultimi le differenze anatomiche rinvenute nei fossili sono troppo
marcate affinché possano appartenere ad una sola specie ed inoltre non ci sono prove di una mescolanza tra le due forme. Infine si
è scoperto che il fanciullo era discendente degli H. Sapiens.
Il DNA antico ci fa specie diverse
Attraverso l’analisi del DNA mitocondriale di un fossile neandertaliano, e la sua comparazione con quella di diversi individui
appartenenti a differenti popolazioni, lo studioso Paabo è riuscito ad assegnare alla specie Homo di Neandertal il giusto posto nella
tassonomia ominina. Dall’analisi è infatti risultato che il numero di basi mutate nel genoma neandertaliano era 3 volte maggiore
della media delle mutazioni presenti nella nostra specie e di conseguenza è risultato estraneo alla variabilità genetica dell’umanità
attuale.
È lo stesso risultato si è avuto per quanto riguarda l’analisi di ulteriori fossili neandertaliani negli anni seguenti. Alla fine, per fugare
ogni dubbio, è stato analizzato il DNA mitocondriale dell’Homo sapiens noto con il nome di Uomo di Cro-Magnon per vedere se la
variabilità presente nel loro genoma fosse maggiormente simile a quella dell’umanità attuale o a quella dell’Uomo di Neandertal. È
risultato che la variabilità di Cro-Magnon era identica a quella dell’Homo sapiens attuale e di conseguenza si è potuto affermare
con certezza l’estraneità dei neandertaliani dal nostro taxon. Tale scoperta ha permesso la completa falsificazione della teoria del
multiregionalismo. Vennero poi fatte altre scoperte fondamentali e molti altri studi che saranno utili in futuro per far luce sulle
differenze funzionai e sul nostro successo evolutivo rispetto agli altri ominini.
La dieta neandertaliana
Per un certo periodo di tempo si è ritenuto che l’Uomo di Neandertal possedesse una minor tecnologia e di conseguenza un minor
numero di strumenti litici, utilizzati per procurarsi il cibo. Si riteneva inoltre che la dieta neandertaliana non comprendesse pesce ed
animali acquatici. In realtà, da studi successivi, è stato rilevato che la dieta dell’Uomo di Neandertal fosse varia tanto quanto quella
dell’Homo sapiens e che inoltre i neandertaliani possedessero strumenti adatti alla caccia e che il loro utilizzo fosse un’abitudine
ben consolidata. Non si riesce ancora a chiarire il mistero della loro scomparsa. Quello che si sa è che le due specie sono convissute
in Europa per circa 10/20 mila anni ma non si sono incontrati nella zona di Gibilterra in quanto i neandertaliani sono scomparsi circa
4000 anni prima dell’arrivo dell’Homo sapiens.
Capitolo 8. L’umanità attuale
Nel 1868, in Francia (zona di Abri Cro-Magnon) sono stati trovati diversi fossili umani una femmina, 3 maschi, e un bambino,
insieme ad una serie di manufatti ed utensili, datati 30 mila anni fa. Tali fossili, appartengono alla specie chiamata Uomo di CroMagnon e tale specie ha assunto il ruolo di antenato preistorico dell’umanità attuale. L’anatomia corporea era decisamente
moderna, l’altezza raggiungeva i 180 cm mentre la capacità cranica era pari a circa 1600 cm cubici. Oltre ai fossili di Cro-Magnon
sono stati rinvenuti, in molti altri siti archeologici, una serie di reperti fossili morfologicamente vicini al Cro-Magnon.
Dall’analisi di tali fossili e dei resti rinvenuti in alcuni scavi è risultato che l’H. sapiens viveva di caccia, le strategie di predazione
erano di tipo collettivo e venivano utilizzati strumenti molto evoluti come archi o punte di pietra, pugnali e trappole. Le
testimonianze più antiche della specie non sono state ritrovate in Europa ma in Africa. In Etiopia nel 1967 sono stati ritrovati una
serie di fossili di crani risalenti a circa 195 mila anni fa. Per quanto riguarda il primo ritrovamento la forma del cranio era tipica del
nostro taxa, più larga all’altezza dei parietali e meno alla base; moderne erano anche la faccia larga, la fronte alta ed il mento ben
marcato. Il secondo ritrovamento invece era più arcaico e primitivo ma aveva una capacità cranica pari a 1450 cm cubici, ma
entrambe appartenevano al genere Sapiens. Successivi ritrovamenti hanno permesso di comprendere anche come fosse
organizzato lo spazio abitativo e le pratiche alimentari.
Dopo aver colonizzato l’Africa, la specie sapiens ha cominciato a colonizzare l’area mediorientale; sono state rinvenuta tracce in
Israele, testimonianza della prima umanità uscita dall’Africa. Tali fossili sono stati definiti “proto-Cro-Magnon”.
Un fossile particolare
Nel 1978 in Cina è stato ritrovato il reperto fossile di un cranio risalente a 200 mila anni fa. Secondo alcuni studiosi le sue
caratteristiche parevano richiamare l’Homo erectus ed, allo stesso tempo, sembrava che tale fossile fosse l’antenato sapiens delle
popolazioni asiatiche. In realtà non sembra affatto che tale fossile sia stato il passaggio tra gli asiatici antichi e quelli moderni cioè il
passaggio tra erectus e sapiens quanto piuttosto il discendente di una popolazione di H. Heidelbergensis migrata in Asia dall’Europa
e poi estintasi.
La morfologia ed il comportamento nuovi
Le maggiori differenze tra l’uomo odierno e gli altri ominini sono a carico della testa. La scomparsa del toro sopraorbitario ha
permesso lo spostamento della porzione anteriore del cervello, che ora è posizionata in linea con la faccia e non più in posizione
arretrata. Un'altra diversità notevole riguarda la forma del capo che è sferica, l’osso occipitale è arrotondato, i lobi frontali e
temporali sono più ampi e tali trasformazioni si sono realizzate in parallelo allo sviluppo del cervello. Tali modifiche potrebbero
anche aver influito sul linguaggio e sull’apprendimento.
Secondo alcuni studiosi la fisionomia dell’H. sapiens è il risultato di una sorta di salto evolutivo mentre per altri il processo di
evoluzione è lento e graduale. Sembrerebbe che le varie capacità intellettuali proprie dell’uomo di oggi sono state condivise anche
dall’umanità preistorica; ciò che è mutato sono state le conoscenze tecnologiche.
Modelli a confronto
Lo studio dei fossili è, in un certo senso, di carattere soggettivo ed è per questo che gli antropologi non sono riusciti a trovare una
teoria comune riguardo all’origine dell’H. sapiens ma si sono schierati su sue differenti posizioni. Da una parte si sono schierati i
sostenitori del multi regionalismo secondo i quali dopo l’uscita dall’Africa dell’H. Ergaster, avvenuta circa 2 milioni di anni fa, gli
ominini si sarebbero evoluti indipendentemente fino a diventare tutti H. sapiens.
In Africa il percorso evolutivo sarebbe passato attraverso: H. Ergaster H. Heidelbergensis H. sapiens
In Oriente: H. ErgasterH. erectus H. sapiens
In Europa: H. ErgasterH. HeidelbergensisH. Neandertalensis H. sapiens
Dalla parte opposta troviamo gli oppositori del multiregionalismo secondo i quali l’origine della nostra specie sarebbe da collocare
nella sola Africa ed in un tempo recente, circa 200 mila anni fa. La conferma è stata data da una nuova disciplina, l’antropologia
molecolare, studiando l’evoluzione umana su base molecolare quando è nata l’idea che tramite l’osservazione del DNA si potessero
avere informazioni riguardanti la nostra storia.
Di seguito venne osservato il DNA mitocondriale di persone originarie dell’Africa; esse infatti presentano un numero di mutazioni e
di divergenze maggiore. Se hanno un numero di mutazioni maggiore significa che hanno avuto più tempo affinché ciò accadesse, e
di conseguenza la loro storia evolutiva è più lunga. Da lì poi i vari H. sapiens sarebbero emigrati verso il Vecchio mondo e anche
verso il Nuovo, senza mischiarsi con altre popolazioni autoctone più arcaiche (es. Uomo di Neandertal). A questo modello evolutivo
è stato dato il nome di “out of Africa”.
Altri DNA
Oltre allo studio del DNA mitocondriali, si è fatto anche riferimento al DNA del cromosoma Y che i padri trasmettono solo ai figli
maschi, il quale è stato molto utile per stabilire l’origine geografica degli individui e dei gruppi in quanto solitamente il maschio è
maggiormente stanziale e genera una progenie più numerosa rispetto alla femmina. L’unione di tali fattori fa in modo di aumentare
in ogni popolazione il numero di soggetti con cromosomi y uguali legando così il tipo biologico al luogo geografico. Il secondo
cromosoma sessuale è l’X, e ha fornito dati meno attendibili sull’origine dell’antenato comune.
Il DNA mitocondriale del cromosoma Y, consente di tracciare la storia evolutiva della nostra specie ricorrendo al principio della
coalescenza, con cui si risale agli antenati fondatori. Tutti gli studi svolti sulla variabilità del DNA hanno messo in evidenza che
l’albero della nostra specie e diviso in due rami: quello africano e quello euro-asiatico. Si è scoperto poi di un mescolamento tra noi
e i pre-sapiens che è stato fondamentale per un aumento del nostro sistema immunitario.
L’umanità senza razze
Anticamente si pensava che le popolazioni che non presentavano le medesime caratteristiche (colore della pelle, capelli ecc.) non
avessero condiviso neppure un antenato comune, e cioè appartenessero a razze diverse. La prima critica al concetto di razza è stata
avanzata a metà degli anni 60 del secolo da parte di Luigi Cavalli Sforza. Dall’analisi dei rapporti di parentela tra le popolazioni, è
risultato che la filogenesi basata sui tratti morfologici era del tutto diversa da quella costruita basandosi sui caratteri genetici. Nel
primo caso l’albero è risultato diviso in 2 rami principali: uno formato da africani ed australiani e l’altro da asiatici ed europei;
mentre per la genetica sono più simili africani ed europei da un lato ed asiatici ed australiani dall’altro.
Successivamente Lewontin ha dimostrato che l’Homo sapiens non può essere suddiviso in sottocategorie in quanto la variabilità
interna alla popolazione è solo di poco inferiore alla variabilità esterna fra 2 popolazioni differenti. La confutazione finale al
concetto di razza arrivò nel momento della scoperta dell’origine unica, recente ed africana dell’H. sapiens. La suddivisione dei
viventi in classi tassonomiche serve soltanto per risalire ai loto rapporti di parentela. “La razza è un concetto sociale non
scientifico”.
Il popolamento del mondo
Il popolamento del continente africano da parte dell’Homo sapiens è iniziato dal Corno d’Africa, perché lì sono stati rinvenuti i
fossili più antichi, e poi è proseguito inizialmente verso le parti orientali centrali e meridionali e successivamente verso le
settentrionali ed occidentali. Dall’analisi molecolare è risultato che l’H. sapiens sia uscito dall’Africa per andare verso Oriente
intorno a 75 mila anni fa partendo dal Corno d’Africa verso l’Arabia, l’Iran ed il Pakistan spingendosi poi fino all’Asia orientale,
all’Australia ed alla Nuova Guinea dove sono giunti circa 50 mila anni fa. Una seconda ondata migratoria tra 38 e 25 mila anni fa ha
poi dato origine agli orientali moderni.
La colonizzazione del Pacifico è invece avvenuta più recentemente, non oltre 6000 anni fa. L’ultima zona del mondo ad essere
colonizzata è stata la Nuova Zelanda circa 1200 anni fa. In Europa l’uomo moderno sembra essere arrivato circa 35 mila anni fa
attraverso il Medio Oriente prima nelle zone meridionali, a causa del clima rigido, e successivamente anche nelle zone
settentrionali. H. sapiens è stato l’unico ominino a stanziarsi anche nel Nuovo Mondo attraverso la Beringia, attraverso la quale
sono passate le popolazioni dirette in Alaska. Secondo un’ipotesi riduzionista la prima ondata migratoria sarebbe avvenuta tra 30 e
15 mila anni fa, seguita poi da una seconda tra 15 e 10 mila anni fa ed un ultima tra 9 e 6 mila anni fa. Un’ ulteriore teoria definita
“fuori dalla Beringia” afferma che in Beringia sarebbero giunti tutti i migranti e li si sarebbe verificato un incremento della
popolazione ed un frazionamento in comunità. Alcune comunità si sarebbero incamminate verso il Nord America mentre altre
sarebbero rimaste.
Tra noi ed i neandertaliani
Nel 2008 in Siberia è stato ritrovato il fossile di una falange risalente a circa 8 mila anni fa. I dati molecolari hanno sorpreso gli
studiosi perché tale genoma era alternativo sia ai neandertaliani che all’uomo moderno. Doveva trattarsi di un ominino estinto
separatosi dalla nostra linea evolutiva circa 1 milione di anni fa. Tale specie ha preso il nome di specie denisovana e sarebbero
insieme alla specie neandertaliana due gruppi fratelli che 650 mila anni fa hanno sviluppato storie evolutive diverse.
Capitolo 9. La cultura
L’H. sapiens, rispetto agli altri ominini, attua una vera e propria rivoluzione tecnica e scientifica: ha imparato a conoscere la pietra e
a lavorarla. Con l’apparire dei manufatti litici, si associa alla cronologia geologica una cronologia culturale suddivisa in 3 periodi:
Paleolitico (tra 2,5 e 10 mila anni fa), Mesolitico (da 10 a 6 mila anni fa) e Neolitico (da 6 a 4 mila anni fa). A partire da 4 mila anni
fa l’umanità ha sviluppato una nuova tecnologia basata sull’uso dei metalli.
La prima tecnica paleolitica nasce in Africa orientale sotto forma di scheggiatura di ciottol (chopper). Tale tipo di industria litica
prende il nome di industria olduvaiana ed è la cultura tipica dell’H. rudolfensis e dell’H. habilis.
Il livello culturale successivo prende il nome di Acheuleano, ed i suoi reperti più antichi provengono dall’Etiopia e della Tanzania e
risalgono ad 1,5 milioni di anni fa. L’utensile tipo è l’amigdala ed è stata prodotta in Africa dall’ H. Ergaster. Questo tipo di
tecnologia non ha invece interessato le popolazioni preistoriche che vivevano in Asia, dedite alla lavorazione di materiali deperibili.
La cultura neandertaliana ha assunto invece il nome di Musteriano.
L’origine dell’arte
Le pratiche artistiche e simboliche come le incisioni le pitture indicano l’emergere della capacità cognitive e culturali moderne e per
lungo tempo si è ritenuto che fossero il frutto di una rivoluzione istantanea avvenuta in Europa, una sorta di big bang culturale
europeo.
Alcuni studiosi hanno sostenuto la divisione della specie H. sapiens in due sottospecie: una arcaica incapace di produrre arte ed una
moderna in possesso di sofisticate capacità artistiche. Tale modello non è però stato condiviso da tutti gli studiosi ed è stato
istituito un modello alternativo graduale, basata non sul salto genetico ma sulla sedimentazione delle acquisizioni tecniche. La
nostra specie sarebbe nata con tutte le capacità intellettive già formate e sarebbe giunta alle costruzioni complesse praticando
quelle semplici. Si è inoltre scoperto che l’uomo ha cominciato a lasciare tracce di sé già 80 mila anni fa, molto prima di quanto ci si
sarebbe aspettati, in Africa prima che in Europa.
Nuovi indizi sull’estinzione dei neandertaliani
Gli studi morfologici e molecolari più recenti mostrano che la scomparsa neandertaliana sia dovuta a un evento di estinzione
piuttosto che al loro assorbimento nella nostra specie H. Sapiens. La dieta che in passato era considerata un elemento
fondamentale, è andata assumendo una posizione meno rilevante perché essa cambiava a seconda dell’ambiente in cui vivevano i
vari gruppi.
Grande attenzione invece viene riservata agli studi molecolari che hanno registrato l’alto livello della consanguineità presente nelle
comunità neandertaliane e quindi alla perdita della variabilità genetica. Questa potrebbe essere stata una causa dell’estinzione.
L’umanità neandertaliana ha occupato e occupa un posto fondamentale tra gli interessi degli antropologi perché la sua
testimonianza fossile, è stata la prima che ci ha disvelato che anche noi siamo frutto di una lunga storia, proprio come Darwin ha
suggerito. Tra il 1828-30, in Belgio sono stati ritrovati resti di un ragazzo, a Gibilterra il cranio di una femmina adulta e infine a
Neander le ossa che avrebbero dato il nome alla specie.
La curiosità sulla storia biologia, la cultura e l’organizzazione sociale dei neandertaliani si è accompagnata a quella sulla loro
scomparsa. La domanda che ci si pone è cosa abbia causato la loro scomparsa. Per anni si è dato vita a moltissime ipotesi, ma oggi
grazie a moltissimi sistemi utilizzati, sono emersi indizi per la formulazione di congetture scientificamente più coerenti, anche se
non ancora effettive. Un settore dell’antropologia ritiene che la loro scomparsa sia data sa una vera e propria estinzione, evento
ben documentato nella storia della vita. Per un altro invece i neandertaliani sarebbero stati assimilati dall’umanità moderna.
Grazie ad alcuni reperti rinvenuti in Portogallo, sono interpretati come ibridi tra le due specie. Tra i reperti lo scheletro di un
bambino. La scoperta più importante è stata la struttura anatomica del fossile, intermedia tra quella neandertaliana e quella
dell’uomo attuale. In particolare la mandibola con il mento e il bacino sono stati considerati moderni, mentre gli arti e la robustezza
dell’ossatura sono state giudicate di tipo neandertaliano.
Anche il mascellare scoperto alla fine degli anni cinquanta è stato rinvenuto un ibrido. La mandibola è stata trovata in associazione
con strumenti in selce riferibili alla cultura musteriana, cioè quella prodotta dai neandertaliani. L’elemento che l’ha fatta
considerare intermedia è stato l’accenno del mento che manca ai neandertaliani mentre nella nostra specie è evidente. Questo
dato rilevato dallo studio anatomo-morfologico e il risultato delle analisi genetiche condotte sul DNA mitocondriale,
sembrerebbero dimostrare l’avvenuto incrocio tra i primi H. Sapiens giunti in Europa e le ultime popolazioni neandertaliane. Visto
che il DNA mitocondriale si trasmette solo per via materna, allora la mandibola sarebbe appartenuta a una femmina H.
Neanderthalensis e di un maschio di H. Sapiens.
L’analisi del genoma Neandertal, dimostrerebbe un certo grado di incrocio che però non dimostrerebbe la loro scomparsa dal
palcoscenico terrestre del Paleolitico.
Dal punto di vista molecolare l’ipotesi dell’estinzione sembrerebbe la più verosimile. Ma quale sarebbe la causa? Non sembrerebbe
essere lo sterminio delle popolazioni neandertaliane da parte degli H. Sapiens; neppure le loro abitudini alimentari.
Un gruppo di ricercatori di Francoforte ha sviluppato su campioni di denti neandertaliani un metodo innovativo di analisi per
comprendere il tipo di dieta delle popolazioni del passato. Si è capito che quelle popolazioni si cibavano non solo di carne ma anche
di frutta e verdura. I neandertaliani si cibavano anche di legumi, semi, datteri e utilizzavano e conoscevano una vasta gamma di
piante non solo per fini alimentari ma anche medicinali. La capacità di questo genere di avvertire l’amaro è stata scoperta
attraverso degli studi molecolari, grazie a un gene che permette di far avvertire all’uomo l’amarognolo e ciò è presente anche negli
ominini.
In conclusione, ciò che è emerso da tali ricerche è che la dieta Neandertal era molto differenziata e dipendeva dalle risorse
disponibili nei diversi ambienti in cui viveva. Nelle aree mediterranee più temperate era presente invece un ampio ventaglio di
nutrienti che includeva frutta e verdura. Molta attenzione sta riscuotendo negli antropologi un altro filone di ricerca molecolare,
che indaga sul livello della variabilità genetica presente nelle popolazioni neandertaliane. Infatti in un articolo riguardante la
variabilità a livello del DNA mitocondriale è emerso che i 13 neandertaliani provenienti da siti asiatici ed europei, mostravano una
variabilità genetica ei volte più bassa degli individui più antichi. Questa drastica riduzione potrebbe essere stata causata da violenti
episodi climatici, da brevi periodi di temperature ghiacciate che potrebbero aver avuto un devastante impatto ambientale nelle
aree occidentali. Se ciò fosse confermato, quasi la totale scomparsa di Neandertal sarebbe avvenuta prima del diffuso contatto con
la nostra specie. Infatti nuove datazioni indicherebbero che i primi H. Sapiens sarebbero arrivati in Europa dopo la massiccia
diminuzione dei neandertaliani. Meno condivisa dalla comunità scientifica è l’ipotesi che la loro estinzione sia collegata alla
gigantesca eruzione del vulcano nei Flegrei. Il vulcano avrebbe liberato enormi quantità di cenere, che avrebbe contribuito a
oscurare i raggi del sole, abbassando le temperature; oppure per via dell’abbondante nube tossica unita all’improvviso freddo e alle
intense piogge acide.
Tornando all’anatomo-morfologia, non è da escludere che sulla scomparsa dei neandertaliani possano aver influito anche alcune
differenze anatomiche rispetto all’umanità moderna. Al contrario gli uomini moderni, che provenivano dalla soleggiata Africa, non
avevano bisogno di adattamento, e hanno sviluppato alti livelli di elaborazione cognitiva. Vale a dire che l’encefalo neandertaliano
anche se di dimensioni simili alla nostro, presentava una diversa organizzazione. Nel complesso appare verosimile che non
sembrerebbe esserci stata un’unica causa per l’estinzione neandertaliana. Potrebbero essere scomparsi per diverse ragioni:
mutamenti climatici; deterioramento ambientale; arrivo dell’uomo moderno; mutamenti climatici; competizione per le risorse; per
via di virus che l’uomo moderno potrebbe ver portato con se dall’Africa; oppure non avrebbero sviluppato opportune difese
immunitarie.
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