INFORMAZIONE - Studi Filosofici

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In copertina:
particolare del frontespizio
del vol. II delle Opere
di Aristotele in edizione latina
(Venezia 1483).
EDITORIALE
Questo terzo numero si apre con una serie di
riflessioni su un tema che appartiene in modo
preminente al medesimo ambito problematico, su
cui anche si fonda il progetto di questa rivista,
quello del rapporto tra attualità e tradizione nel loro
interagire all’interno di ogni processo di
comunicazione del sapere. “Informazione
Filosofica” ha voluto proporre questo tema a un
gruppo di studiosi, Aldo Masullo, Vittorio Mathieu,
Mario Dal Pra, Corrado Mangione e Carlo Sini, che
hanno accettato con grande disponibilità di
intervenire su questo complesso nodo tematico,
mettendo a disposizione la loro propria opera di
studio e di insegnamento.
Da parte nostra vorremmo dire che abbiamo iniziato
a lavorare a “Informazione Filosofica” chiedendoci
quali potessero essere gli intenti, quali le modalità,
quali gli obiettivi di un simile progetto. Oggi
sappiamo che questi interrogativi non li si può
superare, perchè semplicemente sono divenuti parte
integrante di un metodo, di una scelta operativa.
Qualche progresso è già stato compiuto, alcune
soluzioni sono già state individuate e praticate. Le
riflessioni che gli studiosi sopra citati hanno
sviluppato intorno al progetto di questa rivista
portano ulteriore materiale al nostro lavoro di
chiarificazione e approfondimento dei presupposti,
dei metodi, degli scopi.
Non so se la rivista diventerà mai, come è stato
osservato, un’opera originale, in cui una “letteratura
terziaria”, per così dire, trova il proprio linguaggio,
la propria sfera di legittimazione. Certamente
“Informazione Filosofica” cerca di dare al pensiero
una disponibilità, un uso, un’efficacia, pur restando
consapevole di quanto il pensiero sfugga alla
comunicazione, di quanto la comunicazione
modifichi il pensiero nel momento in cui esso viene
comunicato.
L’intento che oggi questa rivista si pone è d’altra
parte un antico problema della tradizione filosofica.
Se lo erano già posto gli enciclopedisti del Settecento,
volendo raccogliere l’intero sapere in un lessico di
tutte le idee, di tutti i concetti, perchè chiunque
potesse usufruirne e trovarvi un’utilità per i propri
fini. A questo proposito vorremmo presentare qui un
breve estratto dall’Introduzione di Hans Jörg
Sandkühler alla recente edizione della Europäische
Enzyklopädie zu Philosophie und Wissenschaften
(Meiner, Amburgo 1990), da lui stesso curata, che
rende in modo significativo l’esigenza che oggi,
come nell’epoca illuminista, sta alla base di ogni
progetto di comunicazione del sapere.
«Contrassegni della nostra epoca sono le rivoluzioni
nel mondo sociale e nel mondo del sapere. Il
rivolgimento del sapere e degli ordinamenti sociali,
economici, politici e culturali si compie
parallelamente al divenire della coscienza dei
problemi globali dell’umanità. Le vie di soluzione
urtano contro i limiti delle condizioni in cui queste
soluzioni necessariamente si sviluppano. Una
rivoluzione epistemica deve essere annoverata tra i
contrassegni storici dell’epoca. La rivoluzione
tecnico-scientifica implica una crescita quantitativa
del sapere e del suo collegamento reticolare, non
però necessariamente il passaggio ad una nuova
qualità del sapere a partire da una sua connessione
globale. Divisione del lavoro e specializzazione,
disintegrazione delle scienze e loro separazione dalla
cultura quotidiana, segmentazione dell’esperienza
sociale e rassegnazione di fronte alla massa dei dati
in sé priva di struttura approfondiscono in misura
crescente l’estraniamento da ciò che significa
episteme in quanto sapere razionalmente comprovato:
l’essere informato del mondo, l’avere conoscenza
delle cose e delle nozioni, trattare con esse, portare
all’unità la molteplicità dei fenomeni attraverso teorie
di grande portata, l’agire con la coscienza del proprio
sapere.
Lo sviluppo rivoluzionario conduce a una crisi del
sapere, e questo non è che uno dei problemi globali,
di cui cominciamo appena a renderci conto. Questa
crisi minaccia di distruggere quel terzo mondo del
sapere obiettivo, che in quanto universo storico dei
significati è il presupposto per cui l’uomo possa
orientarsi in un mondo significativo. Solo attraverso
il mondo dei significati, che deve darsi apertamente
ai soggetti dell’esperienza e della conoscenza, si
realizza quell’appropriazione individuale di un
mondo, che senza l’azione dei soggetti sarebbe
amorfo e senza struttura. La riproduzione tecnica
allargata del sapere produce innanzitutto solo un
museo immaginario di ciò della cui possibilità
possiamo divenire coscienti. La partecipazione degli
individui a questo immaginario non garantisce una
tale possibilità. E’ dunque necessario che si parli di
un sapere sulla realtà, di un sapere in cui natura,
storia e possibile futuro divengono coscienti come
connessione globale del cosmo in evoluzione dei
significati».
EDITORIALE
EDITORIALE
(Testo lievemente ridotto di una conferenza dal titolo: Der Mensch
und seine Hand im heutigen Zivilisationsprozess, tenuta il 15 febbraio
1978 presso il «Werkbund Bayern» di Monaco di Baviera. Il testo,
tradotto in italiano da Franco Volpi con il titolo: L’uomo e la sua mano
nell’odierno processo di civilizzazione, compare insieme ad altri
saggi nel volume di Hans-Georg Gadamer, Elogio della teoria,
Milano, Guerini e Associati 1989, pp.103-109.)
SOMMARIO
5
RESOCONTO
5
Attualità e tradizione in filosofia.
Il ruolo dell’informazione nella diffusione e
nello sviluppo del sapere
39 Il giovane Nietzsche e Platone
40 CONVEGNI E SEMINARI
41 Omaggio a Derrida
14 AUTORI E IDEE
41 Segni del tempo
15 Ranke e Burckhardt
15 Sulle tracce di Benjamin
42 La follia del Chisciotte:
linguaggio e rappresentazione
16 Limiti dell’interpretazione
42 Nietzsche a Sils Maria
16 Fenomenologia della disillusione
43 Responsabilità ed utopia
17 Il realismo e la verità
44 Industria, società, cultura
17 I ritratti dell’io
45 Einstein e l’idealismo tedesco
17 Todorov: virtù e morale della storia
46 Vico pensatore del moderno
18 Parlando della stessa cosa
47 La parola metaforica come accadere
19 Un’analisi pragmatica del pensiero greco
47 Nuove intelligenze
49 La teodicea in Kant
20 TENDENZE E DIBATTITI
50 Gadamer: arte, filosofia e verità
21 Simone Weil
51 Un convegno su Gadamer a Heidelberg
21 L’educazione alla complessità:
per una epistemologia umana
53 La ‘Naturphilosophie’ di Hegel
22 Capire l’uomo
54 Scienza e tecnica all'alba del XXI secolo
53 Razionalità e complessità
23 I limiti dello spirito
24 Conoscenze analitiche
55 CALENDARIO
24 La politica fra scienza, etica e caso
26 L’etica di Foucault
58 DIDATTICA
26 Attualità di Gentile
58 La filosofia e i manuali
27 Forme di consenso
61 Filosofia e storia della filosofia
27 Epistemologia costruttiva
61 Convegni
28 L’etica in letteratura
28 Un viaggio lungo il pensiero analitico
64 NOTIZIARIO
30 Pensando la guerra
30 La riscoperta del privato in Francia
66 RASSEGNA DELLE RIVISTE
31 La teoria dell’agire
72 NOVITA’ IN LIBRERIA
32 PROSPETTIVE DI RICERCA
33 Nuove edizioni degli scritti di Herder
33 L’argomento ontologico
33 Alexandre Kojève: la fine della filosofia
34 Fontenelle: un monumento editoriale
35 Itinerari nietzscheani nella ex-DDR.
36 Pascal a Port-Royal
36 Lettere filosofiche di Kant
37 I lumi nella politica
38 L’armonico Leibniz
RESOCONTO
Frontespizio del vol. II delle Opere di Aristotele in edizione latina (Venezia, 1483)
RESOCONTO
Se si volesse caratterizzare in breve il pro- fico; si trattava piuttosto di fare un lavoro Come puro osservatorio, seppure privilegetto che muove questa rivista, si potrebbe di ricostruzione, un lavoro di interpreta- giato per il suo intento specifico, questa
dire che “Informazione Filosofica” si pro- zione, pur considerando questi due termini rivista non può far altro che registrare e
pone di praticare un limite, una linea di in una accezione dilatata e quanto più verificare quello che di fatto “accade”,
confine, che è quella del pensiero e della obiettiva possibile, che tenesse conto di “avviene” nel mondo della filosofia, e sucsua comunicazione. Una linea che da sem- tutte le tendenze e le piegature del discorso cessivamente procedere alla sua interprepre fa parte del lavoro della filosofia. L’in- filosofico, anche di quelle meno evidenti. tazione e ricostruzione. Certo l’intento dotento dunque non è nuovo; la novità sta Una tale diffusione e disponibilità del sa- vrebbe anche essere quello di proporre, di
piuttosto nel diverso contesto problemati- pere ad accogliere la più ampia varietà di indicare e suggerire delle strade di ricerco in cui si inserisce questo tentativo: dif- richiesta di conoscenza non si dà tuttavia ca, di mostrare delle possibilità di riceziofondere il sapere filosofico nelle attuali immediatanmente, ma solo attraverso scel- ne, delle direzioni di dibattito non ancora
condizioni storiche e culturali.
te, inquadramenti, individuazioni, ricostru- divenute esplicite; ma per il momento il
Due sono i motivi fondamentali che hanno zioni delle diverse tendenze, dei dibattiti, lavoro che “Informazione Filosofica” può
condotto “Informazione Filosofica” a que- delle direzioni di ricerca che muovono il concretamente affrontare è un lavoro di
sta linea di confine. Uno interno alla filo- mondo della filosofia. “Informazione Filo- raccolta e vaglio di materiali, un lavoro di
sofia: la diffusione del pensiero filosofico, sofica” cerca appunto di raccogliere que- definizione e descrizione di tutti quei monel suo prodursi attraverso la ricerca delle ste molteplici emergenze, tenta di dare una menti in cui il mondo filosofico si rende
origini, l’approfondimento delle tematiche configurazione a questo mondo. Un mon- evidente nei suoi prodotti, assume un cae il confronto delle idee, all’inrattere comunicabile.
terno del suo proprio ambito,
E’ qui propriamente che si può
oltrepassando l’istituziocogliere l’apporto della tradinalizzazione accademica della
zione filosofica alla comunicafilosofia, ma anche, d’altro canzione del sapere. Di fatto attualito, l’istituzionalizzazione della
tà e tradizione sono gli elementi
filosofia come scuola, come diattraverso i quali si costituisce la
sciplina specialistica. L’altro è
misura e l’efficacia dell’inforun motivo esterno e lo si può
mazione, che diviene in tal senso
cogliere in generale come un
momento di contatto, di fusione
tacito appello, rivolto da più pardi queste due componenti essenti alla filosofia, a non lasciare
ziali del discorso filosofico, di
senza risposta la crescente doogni discorso filosofico. L’attuamanda di conoscenza, che la
lità filosofica, il mondo della fisocietà contemporanea produlosofia come lo si può cogliere
ce con insistenza da quando l’innella sua contingenza di tempo e
sieme delle costruzioni ideololuogo, è un mondo che si costruInterventi di Aldo Masullo,
giche, finora chiamate a questo
isce solo in funzione del lavoro
Vittorio Mathieu,
compito, non sembrano più in
del pensiero accumulatosi nel
Mario Dal Pra, Corrado Mangione.
grado di adempiervi. Questi due
tempo; non è un mondo che si
motivi: da una parte la tensione
costruisce in fasi separate e
interna all’ambito filosofico, dovuta alla do, come ogni altro, fatto di cose: sono i discontinue, non si costruisce attraverso le
necessità, apparentemente contraddittoria, libri, che concretizzano il pensiero sotto mode, non si costruisce semplicemente nella
di diffondere la filosofia all’interno del suo l’aspetto materiale della scrittura; fatto di varietà delle opinioni e delle tendenze, ma
stesso mondo; dall’altra l’investimento uomini: sono coloro che si dedicano al è sempre tensione tra un’attualità, che si
esterno che colpisce la filosofia con una pensiero, alla riflessione, coloro che si raccoglie in un momento contingente del
rinnovata domanda di sapere, a fronte del confrontano con le idee; fatto di veicoli di divenire della riflessione filosofica, e una
progressivo vuoto ideologico che affligge comunicazione, sono i convegni, i semina- tradizione di pensiero, che è frutto del
il mondo contemporaneo; questi due moti- ri, le lezioni universitarie, le conferenze lavoro passato della filosofia.
vi hanno per primi concorso alla nascita pubbliche. Il mondo che ne emerge, con le Sulla scorta di queste considerazioni “Indel progetto di “Informazione Filosofica”. sue forme, i suoi colori, i suoi climi, i suoi formazione Filosofica” ha organizzato il
La difficoltà che subito si è presentata è mutamenti, tutto ciò di cui in primo luogo 24 maggio 1991 al Circolo della Stampa di
stata quella di conciliare questi due mo- “Informazione Filosofica” tenta di “dare Milano un incontro sul tema: Attualità e
menti, diffusione del pensiero filosofico da notizia”, non è un mondo che sotto altra tradizione in filosofia. Il ruolo dell’inforuna parte, risposta alla richiesta esterna di forma possa essere semplicemente ripro- mazione nella diffusione e nello sviluppo
sapere dall’altra. Fin dall’inizio è stato dotto nella sua sistematicità, nella sua strut- del sapere. Al convegno, patrocinato dalchiaro che produrre “informazione filoso- tura, nella sua complessità. L’informazio- l’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici e
fica” significava innanzitutto assumersi ne che si raccoglie in questa rivista è ne- dall’Istituto Lombardo per gli Studi Filoun compito interpretativo, che solo poteva cessariamente un’infornmazione legata al sofici e Giuridici, hanno partecipato Aldo
saldare questi due diversi momenti. Dare modo in cui certe prospettive, certe circo- Masullo, Vittorio Mathieu, Mario Dal Pra,
“informazione” non poteva essere sempli- stanze, certe vicende di pensiero si lascia- Corrado Mangione, di cui presentiamo qui
cemente riportare con obiettività e com- no cogliere e interpretare, mostrano cioè di seguito il testo delle relazioni.
pletezza ciò che accadeva in campo filoso- una disponibilità ad essere comunicate. Vorrei subito chiarire che nell’elen-
Attualità e tradizione
in filosofia. Il ruolo
dell’informazione
nella diffusione e
nello sviluppo del
sapere
RESOCONTO
Aldo
Masullo
co dei membri del comitato scientifico di questa rivista figura il mio
none e quello di qualche altro collega; debbo però confessare che il
mio nome non è all’origine della
rivista, ma è in qualche modo il
risultato dell’apprezamento della
rivista, cioè di un lavoro già impostato. Quando fu chiesto
a me, e credo anche a qualche altro collega, se volessi far
parte del comitato scientifico, mi si mostrò il numero zero
della rivista, dal quale io trassi la convinzione della bontà
dell’iniziativa e della correttezza dell’impostazione.
Questo per sottrarre il sospetto che qualche mia eventuale
valutazione positiva della rivista sia da parte di un
cointeressato. In effetti io sono disinteressato, perchè non
ho in nessun modo contribuito a creare la rivista, un
prodotto che apprezzo dunque disinteressatamente.
Il tema del nostro discorso, attualità e tradizione in
filosofia, vorrei toccarlo, per quei pochi minuti che
ragionevolmente mi spettano, in modo abbastanza libero
dai binari del binomio attualità e tradizione e vorrei
toccarlo chiedendomi immediatamento quale sia la ragione non semplicemnete accademica o astrattamente
intellettuale - il che è perfettamente legittimo per una
iniziativa di questo genere -, ma la ragione che va al di là
di questo limite. Credo che questa ragione stia in ciò che
ci viene testimoniato quotidianamente dal bisogno di
filosofia che la gente esprime, dal bisogno di filosofia che
si avverte in settori specialistici anche diversi dalla filosofia o che si avverte nel pubblico che vive la propria
esistenza quotidiana come la vive del resto ciascuno di
noi. E’ evidente che dietro questo bisogno di filosofia
possono esserci degli equivoci; si può sentire il bisogno
di filosofia perchè si pensa che la filosofia possa darci
delle risposte di tipo magari religioso o magico, o comunque delle risposte soddisfacenti ai nostri usuali, quotidiani bisogni di sostegno. In effetti credo che il bisogno di
filosofia sia altra cosa. Il bisogno di filosofia credo che
possa essere indicato oggi tenendo presente che la filosofia, le sue operazioni, la sua costruzione disciplinare, la
sua circolazione sono cose sottoposte allo stesso inconveniente a cui è sottoposto oggi l’intero regime della vita
mentale: intendo quella difficoltà nota a tutti e varie volte
registrata a partire da Goethe, all’estrema accellerazione
dei processi della vita contemporanea. Un’accellerazione
che diventa sempre maggiore, un’accellerazione per cui
noi non riusciamo oggi a fissare quello che stiamo leggendo, perchè ci sopravviene una nuova informazione.
Questo fatto, mi sia consentito, mi fa sempre venire in
mente una cosa che mi piace molto ricordare: quello che
diceva un filosofo tedesco del Settecento, Christian Wolff,
allievo di Leibniz, quando in uno dei paragrafi del suo
libro Ontologia - il paragrafo 499, se non ricordo male distingue il mondo vero dal mondo della favola e del
sogno e dice che il mondo della favola e del sogno si
distingue dal mondo vero perchè nel mondo della favola
e del sogno i cambiamenti avvengono in istanti absque
ratione, avvengono istantaneamente e senza spiegazione. Ed è evidente che sia così, perchè quando i cambia-
menti si succedono con estrema rapidità il pensierio non
ha la possibilità di riposare per così dire tra i due termini
e cercar in essi i cambiamenti; la rapidità sconvolge ogni
programma di una loro ricerca. Perciò la rapidità è in
qualche modo la negazione della possibilità di comprendere, la negazione della possibilità di spiegare, la negazione della possibilità di governare sia a livello teorico,
sia naturalmente a livello pratico, i cambiamenti che
intorno a noi si svolgono come in un turbinio
fantasmagorico.
Se noi guardiamo al mondo contemporaneo, alle cose di
oggi, ci accorgiamo che effettivamente il nostro mondo è
un mondo in cui il vero dall’onirico e dal favoloso non si
riesce più adeguatamente a distinguere. Questo avviene
anche nella filosofia; quante cose si scrivono, quante cose
si dicono, quante cose si registrano, quante discussioni si
fanno con una velocità straordinaria. Ma se la filosofia
non riesce più a governare, per eccesso di velocità,
neppure i propri cambiamenti, certamente la filosofia è il
sintomo di una crisi estrema nella quale tutta la società
contemporanea è coinvolta. Mi pare allora che uno dei
primi effetti di questa velocità di cambiamento sia non
soltanto nelle persone, che non hanno familiarità professionale con la filosofia, ma negli stessi cultori professionali di filosofia: una sorta di effetto di straniamento per
cui noi siamo sempre più stranieri a noi stessi, al nostro
mestiere, alla nostra disciplina, e difficilmente riusciamo
a raccordare quello che pensiamo con quello che pensano
altri, al punto tale che alla fine spesso si pensa una cosa
che già altri hanno pensato e non lo sappiamo, o si pensa
in modo improvvisatorio e superficiale spinti dalla necessità dell’accellerazione.
Uno strumento come “Informazione Filosofica” mi pare
allora che venga incontro a contrastare questa sorta di
effetto di straniamento, venga incontro al bisogno di
ricostruire la mappa dei cambiamenti, delle differenze
che nello stesso momento si vengono realizzando nel
vasto mondo della ricerca o della riflessione filosofica,
una mappa che tolga ciascuno di noi dalla sensazione
certamente sgradevole di trovarsi in un labirinto. Il che
non significa abolire il labirinto; significa piuttosto dare
qualche gomitolo, seguendo lo srotolarsi del quale ci si
possa in qualche modo muovere con familiarità nel
labirinto stesso e comunicare quello che va comunicato,
perchè se la filosofia non è comunicazione non si capisce
più che cosa sia.
E’ chiaro allora che il primo punto che emerge da queste
considerazioni sia dunque quello della necessità di
spazieggiare il cambiamento. Immaginate una registrazione che si faccia andare a velocità straordinaria: nessuno di noi riesce più ad intendere ciò che in questa
registrazione è stato per così dire fissato. Dobbiamo
invece reintrodurre delle spaziature, dobbiamo
reintrodurre delle pause come certi campi veneziani nei
quali, dopo aver errato per i labirinti delle piccole strade,
ci si ritrova e per un istante si ha la sensazione finalmente
di poter orientare sè stessi. Ecco, mi pare che una prima
funzione di una pubblicazione come questa sia proprio
quella di spazieggiare, di dare spazio al cambiamento
RESOCONTO
estremamente rapido, che nel caso della filosofia non è
soltanto cambiamento, ma è proliferazione di punti e di
centri di pensiero. Una proliferazione che peraltro non è
affatto un danno, ma è un fatto positivo: in fondo credo
che la filosofia sia l’unica cosa che non è affatto un bene
che la coltivino pochi specialisti, ma che sarebbe un bene
che la coltivassero tutti. La filosofia non è che l’esistenza
stessa dell’uomo alla ricerca della comprensione di sé; la
filosofia è il tentativo che ciascuno di noi fa per uscire
dalla confusione e dallo smarrimento; la filosofia è il
tentativo che ciascuno di noi fa attraverso la ragione di
legarsi in modo corretto, significativo e produttivo di
effetti positivi, con gli altri. Non esiste la ragione, esiste
il ragionare, il mettere il relazione. Un ragionare che
viene dall’aperto e va verso l’aperto; un ragionare che
non ha confini del prima e del poi; un ragionare all’interno del quale noi siamo per così dire immersi; un ragionare
che dobbiamo imparare a gestire per farne uno strumento
di libertà e di civiltà e non viceversa uno strumento di
sottomissione degli altri. Allora, se questa è la filosofia,
è chiaro che l’esigenza fondamentale della filosofia sia la
circolazione massima possibile, ma allo stesso tempo il
disporre di strumentari che impediscano a questa circolazione massima di diventare dispersiva a danno di ciascuno.
Da questo punto di vista mi sembra allora che questa
rivista, “Informazione Filosofica”, sia uno strumento
valido per l’attualità del filosofare, capace soprattutto di
contrastare, attraverso questa sorta di mappatura intelligente e critica di quello che si va dicendo, un altro effetto
estremamente malefico dell’accellerazione: che nella
velocità dei cambiamenti, nell’impossibilità di fermarsi a
comprendere la ratio, la connessione tra un cambiamento
e l’altro, noi rinunciamo a giudicare e ci affidiamo a
quello che io amo chiamare “l’estasi della contingenza”.
Ci ubriachiamo di queste successioni senza ragione,
come oggi avviene quando colui che guarda lo spettacolo
televisivo ad un certo punto è preso dalla tentazione di
cambiare rapidamente canale: ad un certo punto egli non
segue più una ragione, sia pure favolosa, di una narrazione, ma semplicemente si abbandona all’ubriacatura di
queste immagini che si succedono absque ratione. Questo significa, tradotto in termini di vita quotidiana, il
qualunquismo.
Noi avemmo negli anni subito dopo la guerra quel grande
fenomeno politico detto qualunquismo. Ma qualunquismo non è soltanto un fenomeno politico, che irrompe nei
momenti di massima crisi di orientamento; qualunquismo è il connotato, sempre più fortemente presente nella
società contemporanea, della rinuncia a giudicare, della
rinuncia a pronunciare valutazioni fondate, valutazioni in
prima persona, valutazioni di cui ciascuno assuma sopra
di sé la responsabilità. Nel mondo del mutamento rapidissimo, nel mondo dei cambiamenti senza alcun intervallo
che permetta di coglierne la ragione, non rimane che
rinunciare al giudizio e ridursi a qualunquisti. Ecco, mi
pare che il problema che una rivista come questa affronta
con i suoi mezzi è appunto il problema di aiutare specialisti e non specialisti nell’orientarsi all’interno di questo
grande e turbolento universo della filosofia, che dovrebbe a sua volta essere lo strumento per comprendere, per
difendere la nostra esistenza, l’esistenza di noi tutti nei
suoi valori fondamentali. Ma dell’altro ancora può fare
un organo culturale come questo, come “Informazione
Filosofica”. Può aiutare il linguaggio filosofico che,
come dicevo prima, non è un linguaggio soltanto per gli
specialisti, ma è un linguaggio di vita e di esistenza, di cui
naturalmente va fatta una gestione critica. Uno dei compiti fondamentali che una rivista come questa può contribuire a soddisfare è quello di aiutare la filosofia a liberarsi
delle sue stesse scorie. Il linguaggio filosofico oggi,
specialmente in questo intenso intersecarsi di posizioni
diverse, in questo rapidissimo pullulare di idee e di
ricerche, spesso corre il rischio di diventare portatore di
stereotipi. Gli stereotipi sono la negazione del pensiero,
perchè il pensiero è vivo, attivo, critico, assunzione di
responsabilità, o non è affatto. Ecco la tradizione in senso
positivo, la grande tradizione come capacità di ascoltare
i pensieri veri detti nel passato; la tradizione negativa è
quella di assumere la comoda posizione del non pensare
in proprio, limitandosi ad assumere gli stereotipi che
vanno circolando. Quindi è una funzione critica che la
filosofia deve assumere, funzione critica alla quale una
rivista come questa credo che possa offrire utili strumenti.
E in ultimo - poiché non voglio abusare del tempo, visto
che il tempo, se è abusato da qualcuno, costringe gli altri
ad accellerare e quindi a produrre quell’effetto di assenza
di comprensibilità che noi vogliamo combattere - l’ultima cosa che vorrei dire riguarda il carattere democratico,
nel senso di non demagogico, dell’operazione filosofica.
Nel mondo odierno la democrazia non è la democrazia
degli antichi; la democrazia degli antichi era il dominio di
una classe, la classe dei nullatenenti. La democrazia oggi,
se ha un significato, ha un significato negativo, cioè sta a
significare il rifiuto di qualsiasi potere esclusivistico di
gruppi o di individui. Ma è chiaro che il potere
esclusivistico di gruppi o di individui può essere contraddetto soltanto se il sapere non è esclusivo di gruppi o di
individui, soltanto quindi se si ha una democrazia della
cultura. Democrazia è civiltà. Democrazia della cultura
non significa negare che la cultura sia aristocrazia, ma
significa riconoscere in essa un’aristocrazia che deve
essere aristocrazia di tutti, un’aristocrazia paradossalmente democratica.
Solo a queste condizioni la società odierna può essere,
può cominciare forse ad essere una società civile, ma è
necessaria questa democrazia della cultura; la democrazia della cultura trova la propria radice nell’assunzione da
parte di ciascuno, quindi da parte di tutti, della propria
responsabilità di pensare, quindi in qualche modo della
propria responsabilità di filosofare. La possibilità per
tutti di filosofare sta nel fatto che ogni individuo abbia gli
strumenti che lo aiutino a orientarsi, che lo aiutino a
costruire la propria selezione ed il proprio giudizio critico. Da questo punto di vista io credo che sia molto utile
l’iniziativa di questa rivista e quindi vadano incondizionatamente lodati coloro che questa iniziativa hanno pro-
RESOCONTO
Frontespizio del libro II dell'Etica Nicomachea di Aristotele composta da Andrea Matteo, duca d'Atri
(1458-1529)
RESOCONTO
mosso.
Occasionalmente io mi trovo a
parlare da questa parte del tavolo, ma in realtà, almeno all’inizio, le cose che sto per dire sono
dette dalla parte del pubblico,
perchè l’impatto che ho di fronte a questa rivista è l’impatto di
un fruitore, di un ricettore, di un utente, non la parte di
un attore. E non soltanto perché non ho avuto l’onore
di partecipare alla fondazione, all’ideazione, ma perchè
pur essendo un addetto ai lavori, penso di aver bisogno
di “Informazione Filosofica” nel senso, se volete, più
banale della parola informazione, cioè lasciando da
parte le teorie dell’informazione, lasciando da parte
l’informazione in senso aristotelico, semplicemente
informazione come trasmissione di notizie.
Vorrei dire di più: forse proprio perchè sono un
addetto ai lavori, appunto per questo ho particolarmente bisogno di un’informazione di questa specie.
La situazione di chi per dovere professionale abbia
bisogno di essere aggiornato, è in questo campo
particolarmente diffficile.
Non farò intervenire in questo caso una variabile così
delicata come la velocità di cui ha parlato Aldo Masullo,
ma semplicemente una grandezza puramente
quantitativa. In tutti i campi l’informazione per noi
oggi è difficile per la sua sterminata quantità, per il
diluvio di informazioni che ci raggiunge; quando noi
apriamo la posta, selezioniamo la corrispondenza,
dobbiamo veramente tenere un ritmo rapidissimo per
non perdere delle ore preziose e gettarne la maggior
parte nel cestino senza leggerla. Ora, questo può
capitare anche nel proprio campo - a me confesso
capita quando arrivano bollettini di case editrici, quando arrivano notizie di congressi e così via. Perchè?
Perchè questa informazione non è sufficientemente
organizzata, selezionata, decantata e quindi successivamente trasmessa. Quindi ringrazio la provvidenza
se mi arriva qualche informazione nel mio campo che
non sarei in grado di raggiungere personalmente o
dovrei perderci troppo tempo, con danno per altri
lavori a cui dovrei dedicarmi; se questa informazione
mi arriva decantata, ordinata, facilmente accessibile e
anche collocabile in poco spazio ed eventualmente,
come spero in futuro verrà fuori dagli indici periodici,
reperibile anche senza ricorrere a banche dati o ad altri
tipi di scambi di informazione.
Questa è forse una circostanza in cui un tipo di sapere
come il sapere filosofico si trova in una situazione
diversa da quella di un sapere scientifico, e questo
entra nel merito proprio del nostro tema: “tradizione
e attualità”. In altri campi il rapporto tra tradizione e
attualità è diverso quando si tratta di un sapere in
qualche modo cumulativo. Non che ci siano mai delle
verità scientifiche accertate una volta per tutte, una
frontiera che si muove e che ha quindi un passato e una
linea di demarcazione degli eventi, di cui lo specialista deve informarsi. In questo caso il suo tipo di
reperimento dell’informazione assume dei caratteri
speciali, particolari. Un collega ora purtroppo morto,
Vittorio
Mathieu
uno dei più grandi meccanici celesti del nostro secolo,
Giuseppe Colombo, mi diceva un giorno che lui
andava ogni tanto qualche mese in America, perchè in
questo modo guadagnava tempo per raccogliere quelle informazioni che gli erano necessarie. Allora le
banche dati erano meno sviluppate, ma probabilmente
ancora oggi questo metodo potrebbe essere economico e fruttuoso per un tipo di informazione come quella
di cui ha bisogno uno scienziato. Ma nel nostro
campo, nel campo del sapere della filosofia, che a mio
parere non è assimilabile alle scienze postgalileiane,
questo modo di informarsi, vuoi attraverso lettere,
vuoi attraverso riviste, vuoi attraverso banche dati o
bollettini di editori, non sarebbe praticabile, implicherebbe un’eccessiva dispersione di forze e di tempo,
quella dispersione che qui giustamente si è voluta
evitare. Ecco perchè saluto questa iniziativa come
benefica per i non addetti ai lavori, ma sostengo che
anzitutto servirà come informazione per gli addetti ai
lavori.
Notiamo che non è la prima iniziativa di questo
genere; su un piano molto più modesto e con scarsezza
di mezzi ha chiuso recentemente la sua attività un
bollettino filosofico, ideato da Marina Gentile ed
elaborato nella sua scuola, che aveva un po’ la stessa
funzione informativa. Questo non esclude che la funzione informativa possa essere anche formativa, su
questo punto vorrei anche esprimere un dissenso
rispetto a una parola che è stata pronunciata. La parola
divulgazione a mio parere è troppo modesta ed anche
impropria. Non credo che possa esistere propriamente
una divulgazione filosofica, ma certamente una informazione filosofica intorno alla filosofia. Come non
penseremmo di divulgare la musica, caso mai di
indurre ad ascoltarla; non penseremmo di divulgare la
pittura, ma di parlare della pittura per aiutare a vedere
la pittura, così penso non si tratti di divulgare la
filosofia, ma di aiutare a scegliere ed a approfondire
qualche briciola di filosofia: anche noi che siamo del
mestiere non possiamo approfondire che pochissime
briciole di qualche autore che conosciamo meno male
degli altri. Si tratta quindi di aiutare lo specialista, ma
anche il non specialista, ad avere un primo orientamente
grazie a cui poi potrà avere un contatto diretto con
qualche opera di letteratura filosofica. Si parla in
tedesco di letteratura secondaria, questa sarebbe per
così dire una “letteratura terziaria”, che informa sulla
letteratura secondaria, la quale a sua volta interpreta la
letteratura primaria. In realtà, nulla esclude che come
un’opera di interpretazione ridiventa un’opera originaria di filosofia - pensate alle opere di Hegel e
Reinhardt sulla filosofia antica: sono a loro volta
opere di filosofia su una filosofia - nulla esclude che
una letteratura terziaria come questa diventi, attraverso un’interpretazione ermeneutica, il tentativo di mettere a contatto con altre opere, diventi essa stessa
un’opera originale: nulla lo esclude, ma se anche non
lo diventasse l’utilità di questa impresa rimarrebbe
tale e quale. Quindi non direi divulgazione filosofica,
ma facilitazione, intermediazione filosofica.
Passo ad un altro punto, brevemente, a mio parere
RESOCONTO
molto importante, che è stato appena accennato qui a congiungere questo Istituto Lombardo al noto predeproposito del titolo di questo Istituto Lombardo per gli cessore napoletano, vorrei ricordare che all’origine
Studi Filosofici e Giuridici, perchè vorrei esprimere, l’Istituto di Studi Filosofici di Napoli aveva come suo
come dire, la mia partecipazione, anche direi quasi nume titolare un filosofo del diritto, diventato poi
sentimentale ad un programma del genere; penso che filosofo morale, Pietro Piovani; questo, direi, è un
alla filosofia sia molto utile una specie di esercitazione parallelo augurale anche per l’Istituto Lombardo, augiuridica: un grande filosofo come Kant continua ad gurale nel senso che implica un contatto con problemi
esprimersi con linguaggio giuridico ed a pensare da umani vissuti, la cui tecnicizzazione, anche giuridica,
giurista anche quando fa filosofia. E questo ha permes- non deve essere messa da parte. Non si deve infatti
so a Kant di elaborare una filosofia particolarmente credere di poter trattare del diritto così come viene,
oggettivabile, anche se in forme scolastiche, a volte senza una sapienza prima legislativa e poi
cifrate, ma che possono essere rese accessibili attra- giurisdizionale che si vanno perdendo. Questa circoverso una sorta di interpretazione, che spesso si ricollega stanza può quindi far del bene anche ad una riflessione
ad un’interpretazione
filosofica che non
giuridica. D’altra parvoglia perdere i conte penso anche che
tatti con l’umano,
oggi il diritto abbia
come almeno appamolto bisogno di filorentemente è accasofia, forse anche
duto dopo l’illuperchè è stato ampiaminismo scolastico
mente corrotto dalla fitedesco. Anche quelosofia. Ma che cosa
sta terminologia così
hanno fatto i primi tecifrata, che una volologi della chiesa? Per
ta era la normale terevitare di essere inganminologia filosofica
nati dalla filosofia si
e che oggi è stata
sono messi a studiare
sostituita da altre
più a fondo la filosospesso non meno cifia, e penso che i
frate della scuola di
giuristi che ieri erano
Parigi, non prive di
incantati dal diritto pouna certa petulanza
sitivo e sprez-zavano
e saccenteria pseucome elucu-brazione
do-letteraria, anche
campata in aria tutto
questo male penso
quello che sapesse di
possa essere in parte
diritto naturale, per
guarito con un conusare la vecchia denotatto più diretto con
minazione della cattel’esperienza uma-na
dra di filosofia del diche dovrebbe avere
ritto, oggi credo che
sia il diritto, sia la
ripensino a questo loro
filosofia, senza pergiudizio, proprio
dere nulla della loro
perchè la “scienza giutecnicità. Credo che
ridica” si è trovata di
quest’ultimo di per
fronte a certi limiti, a
sè sia un punto di
certe situazioni di cricontatto immediato
si che la pongono di
tra tradizione e atfronte a problemi non
tualità filosofica.
più di tecnica giuridiL’attualità filosofica
Frontespizio del libro VI dell'Etica Nicomachea di
ca. Lo stesso è capitanon è l’attualità, diAristotele composta da Andrea Matteo Acquaviva, duca
to alla scienza mateciamo, dei media, del
matica, che pure, fino a poco tempo fa, spregiava la sensa-ziona-lismo dei giornali o di altri mezzi di inforfilosofia della matematica o anche la logica come un mazione; l’attualità filosofica è precisamente l’attualità
divertimento della domenica per un matematico serio. della tradizione filosofica e la tradizione filosofica vive
Lo stesso è capitato alla fisica all’inizio dell’Ottocen- attualmente, oppure è semplicemente una curiosità storito, allorchè, trovandosi di fronte a certi concetti limite, ca, come può essere la tradizione astrologica. Se la
è stata costretta a rifilosofizzarsi dall’interno, senza filosofia non è una credenza come l’astrologia o altre
andare a prendere a prestito concetti ai filosofi. Lo cose del genere, vive sempre in questa attualità ripensata
stesso, infine, penso che avverrebbe oggi nel diritto se di volta in volta da ciascuno di noi: a far questo ci può
il giurista, come sta capitando io credo in certi casi appunto aiutare l’”Informazione Filosofica”.
felici, si andasse rifiloso-fizzandosi dall’interno. Per
RESOCONTO
Io mi trovo per mestiere, per interessi,
in quella zona di confine, in quel limbo
che i filosofi ritengono appartenere
alla matematica e i matematici alla
filosofia. Il discorso che qui penso
semplicemente di fare è questo: se si
prende la filosofia in termini seri, la
filosofia deve aiutarci a capire tutta una serie di cose che
avvengono anche nel nostro mondo; fra le cose che avvengono oggi nel nostro mondo c’è in particolare il discorso
scientifico o la scienza. Non ricordo chi abbia detto che la
filosofia ha un grosso vantaggio rispetto alla scienza in
generale. Se per ipotesi dovesse finire tutta la scienza, gli
scienzati non ci sarebbero letteralmente più, mentre i filosofi
potrebbero ancora chiedersi: perchè tutta la scienza? Questo
vantaggio che la filosofia ha in qualche modo sulla scienza è
però anche un grosso impegno che viene alla filosofia nei
riguardi della scienza. Molti scienziati hanno riflettuto sulla
loro scienza, e quindi hanno tentato di raggiungere delle
analisi e delle concezioni che fossero di carattere più generale, relativamente alla metodologia con cui, da un punto di
vista scientifico, studiavano una certa realtà. In genere tuttavia queste riflessioni di carattere generale, dal punto di vista
dei filosofi, non raggiungono la dignità di filosofia.
Per ricordare ancora Giulio Preti, egli aveva fatto una distinzione di carattere convenzionale, secondo me estremamente
utile, anche se non credo che gli desse un’importanza assoluta: chiamava epistemologo lo scienziato che rifletteva sulla
propria scienza, e chiamava invece filosofo della scienza il
filosofo che rifletteva sulla scienza. Ora, invece di avere solo
una settorializzazione specifica della filosofia, quella che poi
si chiama filosofia della scienza, la quale non sempre tiene
presente in particolare il discorso scientifico quando fa filosofia, molto probabilmente sarebbe più interessante e opportuno seguire tutta una serie di discussioni in campo
epistemologico, che oggi in particolare ci vengono da più
parti. Qui s’innesta uno dei possibili compiti di questa rivista.
Tutto sommato, se non si da divulgazione della filosofia,
allora non si da divulgazione di niente, certamente neanche
della scienza. Se divulgazione la intendiamo in termini concreti, espliciti, allora indubbiamente c’è divulgazione tanto in
filosofia, quanto nella scienza, e la filosofia in particolare è il
veicolo principe di divulgazione e informazione in questo
senso. Io non vedrei la divulgazione come un fatto così
marcatamente e necessariamente negativo; bisogna vedere
cosa si intende per divulgazione. Se divulgazione vuol dire
rendere facile in modo artefatto quello che è difficile, allora
evidentemente non sono daccordo con questo tipo di divulgazione; se divulgazione significa portare alla complessità dei
concetti le persone che non sono addette a quei concetti, allora
ben venga la divulgazione. Il compito dei filosofi in questo
senso è raccogliere il lavoro che certamente molti scienziati
hanno fatto e sempre più vanno facendo; la scienza ha
l’abitudine di mettere in crisi sé stessa molto più della
filosofia; ma il tutto avviene secondo una metodologia che ha
bisogno poi di riscontri concreti di carattere concettuale,
perchè lo scienziato deve dimostrare, cercare delle “verità”,
e oggi si è anche più convinti, non tutti, ma la maggioranza,
che le verità che si vanno cercando non sono verità assolute.
Questo non vuol dire che si sia persa una data certezza nel
discorso scientifico; solo si sono cambiate, ampliate, esplicitate
Corrado
Mangione
le condizioni per cui il discorso può essere certo oppure no.
Faccio un solo esempio, che riguarda il mio lavoro. Mathieu
ha scritto una delle cose più chiare e più concise ed interessanti sul teorema di Gödel. Egli diceva: «adesso la logica è
passata armi e bagagli alla matematica». D’altra parte però
lui, filosofo, riteneva importante discutere e presentare questo grosso problema e questi grossi risultati che erano rappresentati dal teorema di Gödel. Ora devo dire che non sono
convintissimo che la logica sia passata armi e bagagli alla
matematica, se non foss’altro per il motivo che ho detto
prima, che i matematici non ci credono; i filosofi l’hanno
scaricata dicendo che dopo il neopositivismo ne avevano
abbastanza, i matematici l’hanno scaricata dicendo che in fin
dei conti è un discorso che fanno i filosofi. Perchè? Perchè il
discorso logico è caratterizzato dal fatto di avere una portata
di carattere generale che è stata sempre caratteristica della
logica, e che quindi ha una valenza di raccordo con la
filosofia, che il filosofo dovrebbe cogliere immediatamente e
che invece si va sempre meno praticando. L’esempio che
volevo fare è questo: oggi in logica c’è una grossa discussione, fra i logici ovviamente, se si debba mantenere la denominazione di logica matematica, oppure si debba invece passare
a chiamarla logica computazionale. Logica computazionale è
un mascheramento abile per dire logica informatica. In effetti
l’informatica ha dato un grosso impulso alla logica di recente,
ma ha dato un grosso impulso alla logica non tanto perchè l’ha
attirata dentro di sé, quanto perchè da un lato ha ricosciuto che
alla base teorica dei grandi successi dell’informatica di oggi,
quella teorica intendo, c’è proprio un discorso di carattere
logico, e una volta che l’informatica si è assicurata un suo
posto di carattere accademico non ha più rigettato questa
paternità, che invece fino agli anni sessanta rigettava in modo
totale ed assoluto; dall’altro ha proposto alla logica una serie
di problemi, alla quale la logica ha risposto nei suoi propri
termini. Dal punto di vita logico porre un problema di questo
tipo è assurdo; non ha molto senso cambiare il nome da logica
matematica a logica informatica, solo perchè oggi una serie di
problemi e di riflessioni che possono far sviluppare il discorso
logico proviene dall’informatica.
Un problema di questo tipo dovrebbe interessare direttamente
il filosofo. Certo vi è qualche difficoltà di linguaggio; ma il
linguaggio filosofico non è meno specialistico del linguaggio
matematico. La filosofia ha una tecnica esattamente come
hanno una tecnica le scienze fisiche matematiche e così via;
solo che l’accezione comune di tecniche si riferisce ai prodotti di cui noi poi fruiamo. Così, mentre della scienza possiamo
avere una fruizione pressochè immediata, della filosofia non
è vero che abbiamo questa fruizione immediata. E’ allora
estremamente interessante una rivista che non solo dà informazione agli addetti ai lavori, ma in effetti può dare informazioni non specialistiche a un pubblico molto più vasto. Nel
fare questo, secondo me, c’è da un lato il livello a cui si
mantengono queste informazioni, e questo è un dato che
credo le persone del comitato scientifico e i redattori mi
sembra diano un ottima garanzia; dall’altro naturalmente
occorre vedere su che cosa si da informazione, cioè su che
cosa si intende che la filosofia debba in qualche modo
cimentarsi. Da questo punto di vista credo che la filosofia
abbia pochi elementi della vita umana sui quali non cimentarsi, il problema è vedere come ci si cimenta.
Mi pare che la questione intorno alla quale è opportuno
RESOCONTO
accennare qualche problema è proprio la questione centrale, quella
del rapporto tra attualità e tradizione. L’attualità filosofica non si
forma in una maniera qualsiasi, la
filosofia non si fa in mille modi
inprevedibili, inderterminabili,
senza una struttura. La filosofia
come la scienza, mi permetto di dire, ha una impalcatura;
e allora chi si preoccupa di elaborarare una filosofia
bisogna che immediatamente si interroghi su quali sono
i caratteri della filosofia, del discorso filosofico, quale è
la disciplina specifica che la costituisce e che in certa
maniera la garantisce; anche perchè si tratta poi di mettere in rapporto la persona che filosofa oggi con persone
che hanno filosofato ieri, e quindi nasce il problema della
tradizione. Quando si dice filosofia non si può intendere
la filosofia né in senso troppo largo, né in senso troppo
stretto. In senso troppo largo la filosofia viene confusa
con altre forme di cultura; in senso troppo stretto viene
intesa in una forma autoritativa, il cui valore è quello che
le attribuisce la persona che la propone e basta; non ha
nessun seguito, e non fa nessun incontro con la tradizione. La tradizione è importante perchè senza tradizione si
ha quella specie di storia della filosofia che è una filastrocca di idee, da cui non emerge alcuna coordinazione.
Appena si costituisce, la tradizione deve già essere un
punto di riferimento della tradizione medesima, per vedere che cosa rispetto a questa tradizione cambia e
permane.
Ecco, a me importa di ricordare a tutti gli amici che sono
qui presenti, che il tema dell’attualità della filosofia, cioè
i caratteri che distinguono il discorso filosofico, in quanto
tale, e i caratteri che distinguono e formano la tradizione
filosofica sono stati dibattuti in piena regola in un momento preciso della nostra storia del pensiero e sono stati
determinati, chiariti, discussi circa i loro temi, almeno i
temi più importanti, attraverso la figura di un filosofo, al
quale vorrei fare qui riferimento: Giulio Preti. Nel convegno che fu fatto qualche anno fa all’Università di Milano
sul pensiero di Preti, fu dedicata un’attenzione particolare alla metodologia della filosofia e della storia della
Mario
Dal Pra
diverse, anche molto diverse tra loro, contribuiscono con i loro spunti argomentativi, i loro suggerimenti teorici, le loro obiezioni e puntualizzazioni, a mettere in evidenza alcuni compiti urgenti, alcune immediate direzioni di lavoro, che spetta ora a
“Informazione Filosofica” tradurre in suoi
specifici criteri operativi. Di fatto è necessario per un progetto come questo, finora
filosofia. E' chiaro che storia della filosofia e filosofia
hanno un qualche legame. Preti osservava che si può
considerare la filosofia dal punto di vista della sua autonomia, cioè del suo carattere; si può anche considerarla
dal punto di vista della sua eteronomia, cioè come strumento di riflessione di una persona condizionata economicamente ecc.., ma questo non riguarda più propriamente le strutture interne, autonome della stessa filosofia. Non si può prendere per filosofia ogni sparata di
carattere più o meno originale, senza capo né coda e senza
riferimenti all’impianto della tradizione. Ecco allora la
funzione di questa rivista. Essa dice: qui c’è il tale
filosofo che ragiona così, si appella ad una tradizione
configurata in questi termini, intende stabilire una distanza fra certi momenti di questa tradizione e certi altri.
La tesi intermedia che bisognerebbe tenere presente è che
ci vuole continuità e discontinuità per spiegare il mutamento e lo sviluppo; altrimenti, se tutto è continuo la
filosofia si riduce, come avveniva in certe fasi della
tradizione idealistica, ad una sola filosofia e tutte le altre
non erano che pseudofilosofie. Se invece si accentua la
discontinuità, allora avviene proprio la filastrocca delle
idee: non c’è più legame, non c’è più connessione.Lo
scopo della rivista medesima è in tal modo molto, ma
molto più elementare e ridotto. Quindi sostengo che è
estremamente importante avere in filosofia un’attualità;
ma un’attualità si costruisce attraverso una struttura, e
questa struttura è una specie di essenza, non un’essenza
metaempirica, non un’essenza metafisica, ma un’essenza con cui si dà validità a delle strutture di carattere
generale che costituiscono la riflessione. Poi quando si
guarda alla tradizione in cui l’attualità si riferisce, si
costruisce, si allarga una prospettivadi pensiero nella
quale noi siamo egualmente impegnati, così come siamo
impegnati nell’attualità. Da questo punto di vista non si
tratta dunque di filosofare come per scherzare, come per
tentare l’arte, ma filosofare per costruire una maniera di
comprensione della realtà che abbia un suo disegno, una
sua struttura alla quale ci riferiamo e nella quale riusciamo anche a riguadagnare le strutture del passato che
costituiscono la forza preminenete della tradizione.
Gli interventi che hanno preceduto, pur sviluppandosi per vie
impraticato, che si costituisca fin dall’inizio un bagaglio di pensiero, di riflessione
sul progetto stesso, che nel momento della
scelta pratica intervenga come sostegno
metodologico in grado di correggere, migliorare, sviluppare il lavoro di interpretazione, di verifica, di ricostruzione di una
tendenza, di un contesto, di una tradizione
di pensiero, che sta alla base di questa
di problemi dell’attualità, un primo livello per l’informazione filosofica è quello di carattere divulgativo. A
suo parere è possibile, e in quali limiti, salvare in questo
passaggio la specificità del linguaggio e dei contenuti
della filosofia, senza diluirne i problemi in giudizi basati
su un generico buon senso?
R. Certamente questo compito pone limiti invalicabili.
rivista. A questa esigenza risponde anche
un’intervista espressamente concessa da
Carlo Sini, a cui è stato proposto il medesimo tema che ha guidato i precedenti
interventi. Presentiamo qui, a conclusione
di queste considerazioni, il testo dell’intervista a cura di Flavio Cassinari.
D. Come possibilità per la filosofia di
riflessione e intervento nei confronti
Non esiste la perfezione di una proposta di informazione;
ci sono però alcuni canoni che vengono oggi largamente
disattesi e che un tempo erano invece più rigorosamente
seguiti; se si vuol fare dell’”informazione filosofica”
occorre che essa sia effettivamente tale. Non è un buon
sistema trasformare l’informazione filosofica in una sorta di spettacolarizzazione del messaggio, anche se in
RESOCONTO
buona fede lo scopo è sollecitare l’interesse attraverso
uno strumento estrinseco: quel tipo di interesse che viene
ottenuto con mezzi non filosofici ricade su se stesso, non
va mai all’oggetto filosofico propriamente detto. L’informazione deve certamente proporsi un problema di traduzione in un linguaggio il più possibilmente chiaro, accessibile e non specialistico, ma non deve tradire la sostanza
della questione.
L’informazione deve, cioè, mirare al linguaggio comune,
che è proprio il luogo della filosofia. Occorre aiutare il
pubblico a comprendere qual è il problema che sta dietro
a ogni questione filosofica propostagli. Se tutti quelli che
fanno questo lavoro prezioso di informazione filosofica
su quotidiani e riviste si proponessero, ma raramente lo
fanno, di dire al lettore non competente qual è il problema
che un libro o un convegno ha inteso sollevare come
problema largamente umano e vissuto nell’ottica della
filosofia, e si proponessero di mettere in luce la domanda
che è comune a tutti, credo che questa sarebbe una buona
informazione filosofica. Chi ne è colpito va poi a vedere
il testo; e occorre ribadire a questo lettore che il testo è
insostituibile, cioè che non si può sostituire il testo con
l’articolo di giornale.
D. A partire da queste premesse, quale ruolo crede possa
giocare l’informazione filosofica per evitare il pericolo
di una riduzione della filosofia a scienza dell’uomo, sullo
stesso piano, cioè, di una delle tante branche specialistiche del sapere - la psicologia, piuttosto che l’antropologia - che riguardano l’uomo e vengono accolte all’interno degli inserti culturali dei giornali, piuttosto che nelle
riviste più o meno specializzate?
R. Credo che ci siano almeno due strategie: la prima è non
accettare dalla consuetudine culturale questa classificazione. Occorre non tradurre l’informazione filosofica in
informazione lato sensu relativa a una delle “scienze
umane”: l’informazione filosofica può riguardare la chimica, la fisica, la biologia. In altri termini, occorre
guardare al complesso del sapere, con lo sguardo proprio
della filosofia. Già questo eliminerebbe la mentalità un
po’ da libraio, che prevede scaffali in cui da una parte c’è
la filosofia fra le scienze umane, dall’altra, ad esempio,
l’astronomia; nessuno ha stabilito che la filosofia non
debba mai occuparsi di astronomia. Già questo obiettivo
richiede competenze rare nell’ambito della filosofia;
occorre la capacità di cogliere, poniamo nella fisica,
luoghi nei quali il problema è filosofico e addirittura è
avvertito come tale dagli stessi fisici, e portarli davanti
agli occhi del lettore. In questo modo si scardina quella
specie di sapere enciclopedico, non scritto ma
editorialmente reale, che assegna la filosofia a un determinato settore e la esclude da tutti gli altri.
La seconda strategia è più sottile: è necessario dare
l’informazione, nella quale le scienze umane avranno
pure grandissimo peso; ma nel modo di dare l’informazione si va al di là della notizia, e lì comincia il complicato, difficile e terribile compito. Occorre dare una notizia non nell’ottica delle scienze umane, ma sempre sottolineando qual è la questione filosofica sottesa; nel segnalare il testo, al di là della semplice citazione, dico quelle
cose che orientano verso il problema. Questo devono fare
i collaboratori, se riescono a mettere in primo piano
l’interesse filosofico in senso lato piuttosto che non
l’interesse specifico, specialistico. In questi due modi si
potrebbe evitare un appiattimento della filosofia tra le
scienze umane.
D. Si pone qui però un problema ulteriore: al di là delle
ripartizioni a essa estrinseche, che la collocano in un
ambito piuttosto che in un altro, la ricerca filosofica
stessa si ripartisce in discipline sempre più specialistiche. Non è un paradosso, ammesso che lo sia mai stato,
che un docente di filosofia della scienza abbia più argomenti di discussione con un collega di matematica, o con
uno di fisica o di biologia, anziché con il collega che
insegna filosofia della storia. A un livello che non sia più
solo divulgativo, l’informazione filosofica può, secondo
Lei, svolgere un ruolo per ricostruire uno “spazio comune” per la ricerca filosofica in quanto tale?
R. Certo che lo può; se usa l’informazione come orientamento. Credo che in una rivista come “Informazione
filosofica” ci debba essere una parte cospicua che non si
proponga altro che un servizio: in maniera modesta, il più
possibile oggettiva, si dice che si è tenuto un certo
convegno, che è uscito il tale libro e così via. Così si dà
un’informazione puramente neutrale, nella quale entrano
problemi relativi alla “completezza” e alla scelta fra le
cose che sembrano più importanti.
Laddove però la rivista si impegna a presentare in maniera più ampia, allora evidentemente entra in gioco una sua
decisione, anzi una decisionalità, consistente nel sottolineare, anche controcorrente, certe cose piuttosto che
certe altre. Qui la rivista acquista una sua fisionomia: ciò
di cui si fa carico, e non semplicemente cita, diventa una
scelta culturale precisa. Mi sembrerebbe passivo un giornale che registra tutto quel che succede. Non lo potrà mai
fare, e quando lo farà, opererà sempre dei tagli che
saranno dovuti al caso; la rivista sarà inadempiente per
uno scrupolo di obiettività neutrale, che poi si riduce in
sostanza a una sorta di inefficace inventario. Laddove la
rivista fa delle scelte, queste devono essere ricondotte a
una concezione della filosofia, che deve essere presente
e in modo neppure troppo dissimulato, ma esplicitamente
dichiarato. In questo modo potranno esserci molti consensi per una rivista che parla di filosofia, che ha capito
la specificità, sia pure lata, discutibile, della ricerca
filosofica. Allora viene superato il problema di avere il
fisico che discute col matematico di filosofia della
scienza,e che solleva questioni epistemologiche in senso
stretto, perché interessa invece che ciò determini una
discussione di natura effettivamente filosofica. Qui le
scelte diventano compromettenti: vi assumerete la responsabilità di trascurare il grande evento del quale si dà
la semplice notizia, perché non è in realtà un grande
evento per la filosofia, e di sottolineare un piccolo evento,
che in realtà non è un piccolo evento, perché là si è parlato
di filosofia davvero. Questo sarebbe uno scopo molto
dignitoso, in un certo modo una battaglia.
RESOCONTO
AUTORI
E IDEE
Jacob Burckhardt nel 1892 (Basilea, Biblioteca Universitaria)
AUTORI E IDEE
AUTORI E IDEE
Ranke e Burckhardt
Esce postuma l’ultima opera dello storico recentemente scomparso, Felix
Gilbert, già allievo di Friedrich
Meinecke, che con il suo studio,
History: Politics or Culture?
Reflections on Ranke and
Burckhardt (Storia: politica o cultura? Riflessioni su Ranke e Burckhardt,
Princeton University Press, Princeton
1990). prende in esame l’opera dei due
grandi storici tedeschi del secolo scorso, mettendone in luce i motivi comuni e indicandone alcuni motivi di attualità.
Nell’opera dei due grandi storici tedeschi
del secolo scorso, Leopold von Ranke e
Jacob Burckhardt, sono numerosi i motivi
di interesse per la filosofia, sia dal punto di
vista della riflessione sulla metodologia
della ricerca storica, sia per le connessioni
che legano la ricerca di entrambi alla tradizione della filosofia tedesca. Gli aspetti di
interesse metodologico della storiografia
di Ranke sono stati sottolineati con particolare incisività da Wilhelm Dilthey, che individuava in Ranke uno dei maggiori esponenti della “scuola storica” tedesca e il
sostenitore di una storiografia che si sottraeva agli elementi speculativi della filosofia della storia di Hegel. Pur mantenendo
come impianto teorico di fondo un orizzonte di carattere teologico, la ricerca di Ranke
si rifà - risalendo oltre Hegel - all’eredità
della tradizione classico-romantica di
Goethe, Schleiermacher e Humboldt e critica la concezione hegeliana della storia:
compito della storiografia è di ricostruire i
fatti «così come essi sono propriamente
stati», attraverso gli strumenti della documentazione e della critica comparativa delle fonti.
Allievo di Ranke e di Johann Gustav
Droysen - l’altro grande storico che ha
sviluppato la riflessione metodologica e
gnoseologica sulla ricerca storica Burckhardt è stato ripetutamente contrapposto a Ranke. Nella sua storiografia, che
in particolare vede nell’espressione artistica una via di accesso privilegiata alla comprensione dei fatti storici - un’idea di cui
Burckhardt è in parte debitore a
Schopenhauer e che sarebbe poi stata ripre-
sa da Dilthey - diversi interpreti hanno
individuato il modello di una storia della
cultura (Kulturgeschichte) scettica, pessimistica e contemplativa, alternativa alla
storia “politica” e alla religione ottimistica
della storia di Ranke. Una tradizione interpretativa questa, che venne messa in discussione dallo storico e filosofo tedesco
Friedrich Meinecke in una conferenza del
1948 dal titolo Ranke und Burckhardt,
dove venivano messe in luce le affinità
presenti nelle concezioni dei due storici.
Nella sua ultima opera Felix Gilbert, emigrato negli Stati Uniti, tende a superare la
contrapposizione tra Ranke e Burckhardt,
tra storia politica e Kulturgeschichte, mettendo in evidenza gli aspetti comuni alle
rispettive concezioni della storia.
Con l’intento di individuare i tratti effettivamente innovativi nel metodo di ricerca
di Ranke, Gilbert mette in relazione il
rapporto, stabilito da Ranke, tra culto del
“fatto” storico e visione teologica della
storia con la costituzione della storiografia
come scienza autonoma, e indica le differenze tra la posizione di Ranke e quelle di
Hegel e Droysen. Anche nel caso dell’analisi della Kulturgeschichte di Burckhardt il
procedimento di Gilbert è quello della contestualizzazione: da un lato l’opera di
Burckhardt viene esaminata nel suo sviluppo interno, dal libro su Costantino il
Grande e i suoi tempi (1853) alla Storia
della civiltà greca (pubblicata postuma tra
1894 e 1902); d’altro lato vengono delineati i suoi rapporti con le tradizioni popolari romantiche tedesche.
Alla fine del suo studio Gilbert si chiede
quali siano gli elementi che connettono le
opere dei due storici, e soprattutto quale sia
la ragione dell’ammirazione più volte espressa da Burckhardt per il suo maestro
Ranke. La risposta a questa domanda mette
in luce quelli che per Gilbert sono i motivi
di attualità dei due storici, entrambi impegnati nella costruzione di una “storia universale” che coincide con la storia europea,
la storia di un’Europa intesa da Ranke non
come entità geografica, ma come un insieme di esperienze culturali comuni. E’ proprio questa concezione europeistica che
appare a Gilbert non solo come la base di
esperienze comuni ai due storici tedeschi,
ma anche come un’eredità culturale di grande attualità. La questione della continuità
della storia, venuta alla ribalta dopo la
Rivoluzione francese e le guerre napoleoniche, viene ripresa nell’opera di Ranke e
Burckhardt, che la trasformano nel problema della tradizione della cultura europea,
trasmettendola al nostro presente. In questa prospettiva deve essere letta l’affermazione conclusiva di Gilbert, in contrasto
con quella sorta di “religione” della storia
reperibile ancora nel suo maestro Meinecke,
di un’etica secolarizzata nel rapporto con il
passato: un’etica in base a cui la storia
viene intesa come rapporto di riflessione
rispetto ai valori tramandati dalla tradizione. M.M.
Sulle tracce di Benjamin
Nell’attuale fioritura di studi sull’opera di Walter Benjamin sono presenti
motivi che vanno oltre la ricorrenza
occasionale del cinquantennale della
morte del filosofo: la rilevanza del suo
pensiero si va imponendo al di sopra
di qualsiasi congiuntura. A Benjamin
è stato di fatto dedicato un numero
monografico
della
“Revue
d’Esthétique”, curato da Marc
Jimenez e Marc B. De Launay, con
saggi di Sholem, Marcuse, Habermas,
mentre un importante saggio critico
ad opera di Marie-Cécile Dufour-El
Maleh è recentemente apparso nelle
librerie francesi: Angelus Novus.
Essai sur l’oeuvre de Walter
Benjamin (Angelus Novus. Saggio sull’opera di Walter Benjamin, Edizioni
Ousia, Librairie Vrin, Parigi 1991).
Lo studio di Marie-Cécile Doufour-El
Maleh, se non ha la pretesa di ricostruire
l’intero percorso filosofico di Benjamin, è
notevole pe la capacità di riproporre il
movimento del suo pensiero, quella «vicinanza micrologica» all’oggetto, di cui parlava Adorno, che non punta all’identificazione, ma che lo apre in una gamma di
possibili letture. Facendo proprio il carattere volutamente incompiuto di questo pensiero, la studiosa riprende alcuni frammenti dell’opera di Benjamin per rinnovare gli
«accordi segreti» tra il politico, il mistico e
il filosofo della storia che non crede al
AUTORI E IDEE
progresso, ma per il quale «ogni attimo è la
porta stretta dalla quale può entrare il Messia».
In questa luce l’adesione al marxismo di
Benjamin acquista una valenza che non è
semplicemente ideologica. Essa rileva piuttosto la necessità di portare l’esigenza messianica nella concretezza della contingenza
storica; in questa peculiare coniugazione
della prospettiva teologico-religiosa con il
materialismo resta comunque la prima a
conservare la predominanza. Ugualmente,
l’opposizione allo storicismo, incardinata
sulla critica alla pretesa oggettività del dato
storico, cristallizzazione dell’evento e ostruzione del senso, apre ad una cognizione
indivisa del tempo dove passato, presente e
avvenire si condensano nella «folgorazione dell’attimo», in un’esperienza metafisica che non può essere nominata nel linguaggio, ma di cui il linguaggio rimane un
paradossale rivelatore. In tal senso DoufourEl Maleh accosta la posizione di Benjamin
con la sensibilità artistica di Proust, entrambi capaci di far brillare il senso a partire dal frammento: «il linguaggio non ha il
contenuto, è esso stesso il suo proprio contenuto, non comunica nulla ma comunica
se stesso [...] non si tratta di produrre un
linguaggio ma di ascoltarlo». A questo
spinge «il dono rarissimo di pensare poeticamente», di cui parlava Hanna Arendt a
proposito di Benjamin.
Sempre su Benjamin è anche da segnalare
l’uscita dello studio di Daniel Bensaïd:
Walter Benjamin, sentinelle messianique
(Walter Benjamin, sentinella messianica,
Plon, Parigi 1991). E.N.
di chi, accusando il proprio avversario di
essere un metafisico perché tenta di provare l’esistenza di Dio con dimostrazioni
razionali, tenta nello stesso modo di provarne l’inesistenza. Anche i teorici della
misinterpretazione, sostiene Eco, fanno riferimento a un’interpretazione “corretta”
e, ponendo - per quanto involontariamente
- questa correttezza in relazione con l’esistenza di una “verità in sé” al di là dell’interpretazione, entrano in contraddizione con
la propria tesi fondamentale, che sostiene il
carattere ermeneutico della totalità degli
atti di comprensione.
Eco non rinuncia affatto alla nozione di
“interpretazione corretta”, che, anzi, ripropone contro la “misinterpretazione”. Solo
fonda questa nozione su un terreno diverso
da quello della verità “oggettiva” del testo.
Eco propone, infatti, un criterio di carattere
deontologico e pragmatico, un criterio cioè
riferito all’operatività dell’interprete, distinguendo interpretazione e uso. L’interprete si impegna a intendere e a divulgare
ciò che un fatto o un testo “vogliono dire”,
cioè la loro “verità”. Il carattere problematico di tale nozione, sottolineato dalle varie
impostazioni ermeneutiche che ne fanno
uso, è così fatto salvo con il criterio proposto da Eco; ricondotto non a un “senso”
oggettivo dei fatti o dei testi, questo carattere problematico della nozione di verità
viene ascritto alla struttura dell’interpretante stesso e permette di reintrodurre, su
basi nuove, la distinzione fra interpretazioni “vere” e interpretazioni “false”. Si dà
con ciò la possibilità di stabilire, rispetto ad
atti di comprensione ermeneutica, se non
l’assoluta verità, perlomeno la probabile
falsità. F.C.
Limiti dell’interpretazione
Contro gli interpreti americani, più che
contro Derrida stesso, è rivolta l’ultima opera di Umberto Eco, I limiti
dell’interpretazione (Bompiani,
Milano 1991), che vuole essere innnanzitutto un attacco ai teorici della “misinterpretazione” (misreading).
Sostenere il carattere ermeneutico della
totalità degli atti cognitivi non significa
dissolverne il valore euristico; segnalare i
limiti euristici di questi stessi atti non comporta necessariamente un’apologia del
fraintendimento, assunto a paradigma della conoscenza. Secondo Umberto Eco la
nozione di “misinterpretazione” è autocontraddittoria, perché, contro i suoi stessi
apologeti, è ancora profondamente impregnata di “metafisica”. Si può infatti sostenere la falsità dell’universalità degli atti di
comprensione solo facendo riferimento a
una “verità in sé” della cosa, o del testo, che
si sta tentando di comprendere. Al di là del
fatto di essere posta come inconoscibile, o
come conoscibile solo all’infinito, questa
verità sussisterebbe solo al di là dell’interpretazione. La posizione dei teorici della
misinterpretazione è paragonabile a quella
Fenomenologia
della disillusione
Il problema dei possibili effetti negativi delle acquisizioni delle scienze naturali e della tecnica nella società moderna e di come sia possibile controllare socialmente tali effetti, sia in rapporto alle relazioni interumane sia per
quanto riguarda gli effetti distruttivi
sull’ambiente naturale, è attualmente
al centro della riflessione di pensatori
che si collocano al confine tra la filosofia, le scienze umane e l’epistemologia. Anche il recente studio del filosofo berlinese Peter Furth, Phänomenologie der Enttäuschungen. Ideologiekritik nachtotalitär
(Fenome-nologia delle disillusioni. Critica post-totalitaria dell’ideologia,
Fischer, Frankfurt a. M. 1991) si colloca
in questa direzione di ricerca.
Nonostante le notevoli oscurità e difficoltà
di linguaggio, l’importanza dei temi trattati
e l’originalità del punto di vista di Peter
Furth raccomandano l’opera all’attenzione del lettore interessato a quel complesso
e talvolta difficilmente delimitabile ambito
di problemi che vanno usualmente sotto il
titolo di “modernità”. Con una particolare
attenzione agli aspetti psicologici della condizione della modernità, Furth sviluppa
un’analisi delle strategie messe in atto dall’individuo occidentale per liberarsi del
senso di disillusione che nasce laddove «il
lavoro viene inteso come oggettivazione,
(...) come apparenza esterna di un’essenza
interiore» - dunque come realizzazione delle
disposizioni psichiche dell’individuo - e
quando, correlativamente, «fenomeno ed
essenza, interno ed esterno vengono pensati sotto la norma dell’identità». Quali sono,
si chiede Furth, le strategie messe in atto
dal soggetto estraniato a se stesso, che a
causa dei meccanismi di organizzazione
sociale non raggiunge nel lavoro la realizzazione di sé e delle sue potenzialità psichiche e umane, mentre il processo di civilizzazione lo spinge sempre più lontano dalla
sua natura originaria?
Nella fenomenologia delineata da Furth il
soggetto estraniato tenta anzitutto di orientare se stesso, nel tentativo di porre fine alla
propria estraniazione, secondo le direzioni
indicate dalle avanguardie artistiche e politiche. Ma la fenomenologia di questo rapporto con le correnti di avanguardia è per
Furth la fenomenologia di un duplice fallimento. Da una parte il cosiddetto socialismo reale, un «insieme di utopia, scienza,
politica e tecnica», che strutturalmente sviluppa non solo una quantità di insufficienze a livello produttivo, ma anche oppressione dell’individuo. D’altra parte il fallimento delle avanguardie artistiche ed estetiche risulta per Furth già dall’analisi dell’estetismo di Nietzsche. Il nichilismo nietzscheano sarebbe in tal senso il risultato
della frattura «tra estraniazione tragica e
teoria ottimistica dell’estraniazione», una
teoria che avrebbe i suoi ultimi esponenti
nelle filosofie di matrice dialettica di Hegel
e Marx. Ricercando la redenzione del soggetto estraniato all’interno della dimensione del vissuto artistico, Nietzsche diviene il
rappresentante di un estetismo che, secondo Furth, si avvicina già, nelle sue modalità
di funzionamento, ai moderni mass-media:
in entrambi si assiste ad una estetizzazione
della realtà, che di per sé non sembra più
offrire al soggetto alcuna possibilità di soddisfazione.
La caratterizzazione delle conseguenze di
questo processo è forse il punto più interessante delle analisi di Furth: «L’estetizzazione diffusa logora la sacralità dell’estetico (...) Il sottrarsi (con l’aiuto dell’arte)
alla disillusione si arresta solo se l’uomo
stesso è divenuto un ‘fenomeno estetico’».
Dopo la crisi delle avanguardie di fronte
all’affermazione del progresso scientifico
e tecnologico si impone la domanda di
quale obiettivo rimanga valido per il soggetto che nel frattempo perde se stesso
nell’estraniazione. Solo se desiderio ed estraniazione vengono intesi come uguali
possibilità all’interno dell’esistenza, e la
“memoria viene rinnegata”, può sviluppar-
AUTORI E IDEE
si quella “saldezza nella disillusione”, che
secondo Furth può ancora essere d’aiuto di
fronte alla fine delle speranze.
Nonostante l’impressione di un eccesso di
cedimento al disinganno e al cinismo, di
facile indulgenza verso un’accettazione dell’esistente che impone un rifiuto della storia e della memoria, bisogna riconoscere
che l’intenzione di Furth non è tanto di
proporre modelli e formule edificanti, quanto di tener fermo rigorosamente all’analisi
di ciò che è, per poter da qui rispondere alla
domanda circa ciò che deve o può essere.
M.M.
Il realismo e la verità
Nel 1976 Hilary Putnam annunciava ad
un pubblico stupefatto di Boston l’intenzione di modificare alcune sue posizioni, a seguito del suo rifiuto di
quell’insieme di teorie che egli definiva “realismo metafisico”, secondo il
quale, rispetto ad un limite ideale, è
possibile affermare che il vero può
superare la sua verificabilità. Da allora
Putnam ha cercato di definire ed elaborare una forma più accettabile di
realismo, il cosiddetto realismo interno. In Realism with a human face
(Realismo dal volto umano, James
Conant, Harvard University Press,
Harvard 1990) egli continua in questo
suo proggetto.
Uno dei compiti principali che Hilary
Putnam si pone in questo scritto è quello di
mostrare come la nozione di oggettività
non decade se si abbandona il realismo
metafisico. In secondo luogo, considerando che la natura del vero è stata spesso il
principale sostegno per la determinazione
dei valori, Putnam applica la sua teoria del
realismo interno all’etica e all’estetica. In
questo egli rifiuta ogni stridente dicotomia
tra la scienza e l’etica in base all’epistemologia delle affermazione di entrambe le
discipline, e considera conseguenza del
realismo metafisico il mantanere questa
dicotomia. La sua attuale posizione mostra
in alcune casi una certa affinità con le
principali dottrine dei pragmatisti americani, per esempio con la posizione di Williams
James.
La discussione di fondo presente in quest’ultimo scritto di Putnam, che per altro
fonda il realismo interno, verte su un positivo trattamento del vero. Per affermare che
una dichiarazione è vera, essa deve essere
giustificabile in presenza di condizioni epistemiche accettabili. Questa tesi certo ha il
vantaggio di non implicare nessuna riduzione di un discorso ad un altro. Tuttavia le
affermazioni sull’estensione e sui limiti del
vero, e la sua relazione con la giustificazione, non sono sorretti da un’indagine per
determinare la natura del capire, che dovrebbe definire proprio quella estensione e
quei limiti. Proprio questa mancanza pre-
giudica almeno in parte l’esposizione di
Putnam.
In alcuni saggi sull’etica, contenuti in questo volume, Putnam sviluppa ulteriormente la sua teoria del vero, attaccando la
posizione di Bernard Williams, secondo il
quale se per le credenze scientifiche e percettive esistono fatti che le spiegano e le
rendono realmente vere, non esiste niente
di analogo per le credenze morali. Putnam
individua nella posizione di Williams l’inaccettabile forma che assume la teoria del
vero, quale componente integrale del realismo metafisico.
Sebbene la descrizione del realismo interno di Putnam sia cambiata attraverso gli
anni rispetto alla sua esposizione iniziale,
due importanti punti sono rimasti. Il primo
è che anche nella versione odierna della sua
trattazione del vero non c’è niente di non
verificabile all’interno di un’affermazione
che riguardi la credenza percettiva di un
qualcosa, dato che essa risulta spiegabile a
partire dall’essere stesso dell’oggetto percepito, e dal fatto che può esser verificata in
un qualsiasi moderno laboratorio di psicologia. Il secondo punto è quello che permette di affermare che una dichiarazione è
interamente consistente tramite l’ausilio di
tutte le esperienze che appartengono ad un
certo individuo e che contribuiscono per
esempio all’individuazione di un oggetto
percepito come avente determinate caratteristiche.
Anche se ancora lontano dal riuscire a
fornire un sistema completo, con la sua
trattazione del vero Putnam è riuscito a
raggiungere, e a far raggiungere, lo scopo
di ri-pensare il realismo metafisico, ponendo la sua posizione come una valida alternativa. V.R.
I ritratti dell’io
Il secondo volume di una monumentale ricerca sulle “scritture dell’io”,
Lignes de vie (Percorsi di vita), che
Georges Gusdorf sta conducendo da
diversi anni, porta il titolo: AutoBiographie (Auto-biografia, Odile
Jacob, Parigi 1991). Con questo studio
Gusdorf compie un passo significativo verso la chiarificazione di quell’ambito di analisi che era stato aperto con
il primo volume, Les Ecritures du
moi (Le scritture dell’io).
Allievo di Bachelard e seguace di Dilthey,
Georges Gusdorf rimane un “grande marginale” della filosofia francese, decisamente
ostile alla prospettiva di chi celebra la morte del soggetto come il grande guadagno
filosofico della modernità. E’ invece nell’intento di restituire all’antropologia «quella priorità di significazione che la scolastica accordava alla teologia» che egli scava
nella storia occidentale alla ricerca delle
forme culturali attraverso cui la coscienza
di sé diviene riflessione e scrittura.
L’autobiografia, percorso narrativo verso
l’identità, opera «una trasmutazione della
coscienza di sé in scrittura del sé», è un
itinerario di formazione e di interrogazione
che sembra chiedere una garanzia del proprio senso e della propria legittimità.
Gusdorf infatti, risalendo a ben prima di
Rousseau, rintraccia «le origini religiose di
quelle scritture che, per un lungo corso di
tempo, furono praticate in qualità di esercizi spirituali, realizzati attraverso l’invocazione della presenza divina». Con prodigiosa erudizione la sonda analitica di
Gusdorf affonda nelle opere dei mistici
medioevali, in Montaigne, Chateaubriand,
Kafka e Joyce, per definire i contorni di un
oggetto che rimane conteso tra memoria,
opera d’arte e storia: se scrivere la propria
vita significa conferire un senso alla propria realtà e in definitiva alla vicenda umana, a quale ambito appartiene allora la
scrittura autobiografica, alla finzione narrativa o alla storia? E.N.
Todorov: virtù e morale
della storia
I due ultimi libri di Todorov Les morales de l’histoire (Le morali della
storia, Grasset, Parigi 1991) e Face à
l’extrême (Di fronte all’estremo,
Gallimard, Parigi 1991) criticano in modo concertato le posizioni contemporanee rispetto alla problematica etica:
da un lato l’affermazione ludica della
morte del dovere a favore dell’autenticità, dall’altro lo sforzo sistematico di
“moralizzare” ogni dimensione dell’esistenza.
Certo per Todorov bisognerebbe incominciare a non ostracizzare dalla cittadella
scientifica delle scienze umane la discussione sul carattere normativo delle stesse e
rivendicare all’attività scientifica delle
“scienze morali e politiche” la discussione
razionale e pubblica sui valori. Poichè non
siamo estranei alla nostra specie, le scienze
umane si contraddistinguono per la coincidenza fra soggetti analizzanti e oggetti analizzati. Questi ultimi non si limitano a reagire alle sollecitazioni degli antropologi o
dei sociologi, bensì costruiscono le loro
“risposte” in configurazioni complesse di
azioni, di cui sanno rendere conto attraverso scale differenziate di valore. Il tabù che
vieta di parlare di giudizio di valore nelle
scienze sociali e storiche snatura la ricerca
stessa: la relazione tra fatto e valore definisce necessariamente la specificità delle
scienze umane.
Todorov preferisce la denominazione di
“scienze morali e politiche “ a quella asettica, quasi medicale di “scienze umane”. Il
metodo che egli assume non cerca di interrogare i cieli della storia ufficiale (quella
divisa per sezioni cronologiche, per avvenimenti epocali), per reperire stelle di orientamento nel dibattito sui valori. Qui
AUTORI E IDEE
con “storia” s’intende il senso di racconto,
di intrico di azione e di assunzioni di valori,
da cui puo’ dipanarsi una sua “possibile
morale”. Ben lungi dal moralismo queste
storie raccontano di dibattiti pubblici sulle
grandi categorie della storia delle comunità
(tolleranza, equità, libertà, oppressione...),
ma lo fanno a partire da certe “spie”, da
certi aspetti non fondamentali, bizzarri.
In questo lavoro Todorov segue il filo problematico dei possibili criteri per arbitrare
il dibattito pubblico all’interno di una comunità data di valori: per esempio, la tolleranza entra o no in competizione con il
valore di uguaglianza, o con quello di libertà? La libertà ha bisogno di una certa intolleranza? E ancora: la comprensione di tutte
le culture deve divenire giustificazione? E’
possibile distinguere fra storia dei costumi
e civiltà? La posizione di Todorov è in linea
con quella di Montesquieu, al di sopra e al
di sotto di una massimalizzazione di tutti i
punti di vista e di un appiattimento della
pluralità delle scelte e dei valori possibili.
Per difendere la legittimità della discussione sui valori, Todorov si riferisce alla disputa fra Weber (la scienza non si pronuncia sui valori; in particolare nulla può dire
sulla scelta possibile fra diversi sistemi di
valori) e Strauss (i valori sono trascendenti
e gerarchizzabili), in cui s’inserisce la posizione di Aron. Questi reinterpreta la ragione al di fuori dell’argomentazione logico-matematica a cui pensava Weber e rivendica la gerarchia dei valori e la loro
assolutezza non come trascendenti, come
voleva Strauss, bensì come passibili di essere sottoposti alla discussione pubblica e
al consenso, al limite dell’intera umanità.
Per Todorov i valori possono far coesistere
e l’aspetto sensibile, contestuale, storico
della loro origine, e la loro aspirazione a
valere per tutti: basta reinterpretare tale
esigenza di universalità come ricerca di un
senso in grado di rendere intelligibile e
accettabile tutto cio’ che non dipende semplicemente dalle circostanze e determinazioni del momento. L’umanismo interviene a questo punto come apprendistato nella
discussione sui valori in seno alle scienze
dell’uomo. E’ chiaro che l’educazione umanista non puo’ che proporre e non imporre i possibili orientamenti di senso e di
valore.
A questo punto è chiara l’unità di intenti e
di preoccupazioni che unisce questo libro a
quell’altro, uscito nello stesso momento,
Face à l’extrême, dedicato ai racconti dei
sopravissuti ai campi di concentramento
del totalitarismo nazista e comunista. La
lezione, la morale da trarre da questi racconti - resoconti del male estremo - è quella
di capire le motivazioni, i passaggi obbligati, ma taciti che conducono a certe nefandezze della storia degli uomini. La spiegazione di un male così radicale è da ricercarsi a livello politico e sociale nella natura
dello stato totalitario che mira per transizioni, per influenze sottili, per minacce, a
espropriare il soggetto della sua volontà ed
autonomia. Tuttavia questo male estremo
non è che uno dei modi possibili di realizzare e organizzare una società: appartiene
al repertorio delle società realizzate storicamente. Todorov sottolinea la facilità tanto del male, che del bene. Cio’ non significa
che tutto si equivalga: la morale dovrebbe
permettere di distinguere sempre in modo
razionale fra termini contrapposti.
Grande interesse ha suscitato quest’azione
concertata di Todorov, tesa all’auspicio e
alla ricerca di una metodologia da parte
delle scienze dell’uomo che sappia da un
lato integrare la discussione razionale sui
valori, dall’altro, arbitrare fra “lezioni” diverse, fra “morali” differenti, tratte dalla
medesima “storia”. Va comunque segnalato un certo numero di critiche: da un lato è
stato sottolineato il carattere un po’ vago e
sibillino delle definizioni: dall’altro è risultato evidente l’ideale di società a cui
Todorov pare mirare e che pare ricondurre
all’ideale della discussione pubblica e razionale dei valori, di cui gli intellettuali
dovrebbero essere garanti, rimanendo all’esterno della vita pubblica, esercitando la
funzione critica che Socrate assegnava loro
parlando del tafano della città. Ma basta
semplicemente asserire che dovrebbe essere cosi’ perchè lo sia? Gli intellettuali dovrebbero “rianimare “l’ideale che pare spento di un buon funzionamento della società:
ma non si dice mai come si configuri questo
ideale, né cosa significhi rianimare e vivificare un ideale nella situazione ideale a
meno di considerare questa come un decadimento, una perversione, una patologia.
F.M.Z.
Parlando della stessa cosa
Uno dei dibattiti maggiormente sviluppati dalla filosofia anglosassone è
quello che si chiede se e in che misura
un individuo possa subire delle modifidazioni, senza per questo cessare di
essere se stesso. Questa tematica filosofica di notevole complessità e di
lunga tradizione, pone immediatamente una serie di problemi, tra cui quello
di fornire criteri di identificazione e
criteri di reidentificazione per gli individui, rendendo contemporaneamente evidente il grado di interazione tra
questi due criteri. Uno dei tanti studi
pubblicati su questo argomento è quello di C.J.F. Williams, W h at is
Identity? (Che cos’è l’identità?,
Clarendon Press, Oxford 1990) che
completa la trilogia iniziata dall’autore con What is Truth? (Che cos’è la
verità?, 1976), cui ha fatto seguito What
is Existence? (Che cos’è l’esistenza?, 1981).
Il paradosso dell’identità a cui si cerca qui
di dare una soluzione risale in realtà a
Platone e ha creato perplessità in molte
generazioni di filosofi. Se una proposizione afferma una relazione d’identità tra una
cosa e qualcos’altro, allora essa è necessariamente falsa; ma se afferma che tale relazione esiste tra una cosa ed essa stessa,
allora si ha la più banale delle tautologie
(per esempio l’affermazione: “Il Primo
Ministro è identico al capo dei Conservatori”, formulata rispetto all’anno 1990 e in
Inghilterra). Sorge allora il problema: può
un’affermazione del genere essere informativa, come di fatto vuole essere?
Nella diagnosi del problema dell’identità e
nella sua soluzione C.J.F. Williams segue
Wittgenstein. L’errore infatti consiste nel
considerare l’identità cone una strana relazione a due posti tra oggetti. La soluzione
dell’impasse che scaturisce da questa premessa non è fornita dall’analisi di Frege,
ma dalla teoria delle descrizioni di Russell,
cosicchè la finta relazione: “è identico al”,
si tramuta nella seguente formulazione:
“C’è esattamente una persona che governa
l’Inghilterra e che è capo del Partito Conservatore”. Dove per Russell quell’ ”esattamente una” implica tuttavia un ulteriore
uso o del segno d’identità, o del segno di
differenza, rendendo circolare l’affermazione.
E’per questa e per altre ragioni che
Wittgenstein elimina il segno d’identità
dalla formulazione russelliana, proponendo un’esclusiva interpretazione delle variabili. L’identità risulta ora espressa dall’identità di segno - ad esempio: “C’è (un
individuo) x tale che x è il capo dei Conservatori e x governa l’Inghilterra” - e la
differenza dalla differenza di segno - per
esempio l’affermazione: “Il Primo Ministro è differente dal capo dei Laburisti”,
viene trasformata in: “Ci sono (individui) x
e y tale che x governa l’Inghilterra e y è il
capo dei Laburisti”.
A dispetto della chiarezza di questo approccio, Williams devia da Wittgenstein,
introducendo il segno d’identità per trattare certe inferenze non valide, ma plausibili,
che si basano sull’opacità referenziale, caratteristica dei nomi propri, in quanto privi
di senso descrittivo. Senza tale segno, secondo Williams, è possibile confondere
due distinti pensieri che una persona può
possedere, come quando qualcuno pensa
che “a è F” e che “b è G”, senza realizzare
che “a” e “b” sono la stessa cosa.
L’analisi di questo problema culmina con
l’interessante idea di Williams secondo cui
il concetto d’identità non sarebbe espresso
da una relazione a due posti, ma da un’operazione di riflessione, anticipata da Geach
e Quine e definita da Williams “xi-operazione”. Alcuni linguaggi come l’ebraico
possiedono infatti specifiche coniugazioni
riflessive che esprimono l’idea dell’autonominarsi: in questo s’incarnerebbe per
Williams il significato dell’identità. La “xioperazione” si serve di questa caratteristica
per trasformare le proposizioni d’identità e
i loro illusori predicati a due posti, applicandosi manifestatamente ad un oggetto
singolo. Tuttavia questo metodo può essere
applicato al paradosso dell’identità solo
per proposizioni non informative del ti-
AUTORI E IDEE
po:”Margaret Thatcher è identica a
Margaret Thatcher”. Senza un argomento
che dimostri che non ci sono proposizioni
d’identità che di fatto non siano informative (ma logicamente informative), la teoria
di Williams non ha successo nell’affermare che l’identità non è una relazione. V.R.
Un’analisi pragmatica
del pensiero greco
Nei paesi anglo-sassoni si assiste ad
un rinnovato interesse per il pensiero
greco, che viene innanzitutto affrontato per cercare risposte a domande
che ancora oggi gravano sull’uomo.
Ciò che risalta in questo approccio alla
filosofia antica è il pragmatismo di
fondo con cui vengono trattati i problemi della virtù, della conoscenza e
del realismo. Questa impostazione risulta particolarmente evidente in alcune recenti pubblicazioni: Virtue and
Knowledge: an introduction to
ancient greek ethics (Virtù e
conoscenza: una introduzione all’antica etica greca, Routledge, Londra 1990
), di William J. Prior; Greek scepticism anti-realist trends in
ancient thought (Scetticismo greco: la tendenza anti-realista nel pensiero antico, McGill-Qeen’s University
Press 1990), di Leo Groarke;
Scepticism (Scetticismo, Routledge,
Londra 1990), di Christopher Hookway.
William Prior cerca di fornire una chiara e
semplice esposizione della relazione che
esiste tra la nozione di virtù e quella di vita
desiderabile, ed in particolare della virtù
del conoscere o saggezza pratica. Il suo
scopo è quello di cercare di rispondere agli
interessi di un particolare approccio della
filosofia etica, che ha messo in evidenza la
nozione generale di ciò che è giusto fare, e
che considera la costrizione logica della
coerenza il solo ostacolo per una scelta dei
principi morali. In tal senso l’attrazione
verso il pensiero greco è dovuta al fatto che
esso cerca di dare una risposta al perchè un
individuo è ciò che è, in relazione a quella
che potrebbe essere la sua vita desiderabile.
Partendo da un’analisi del pensiero scettico, Leo Groarke e Christopher Hookway,
rilevano invece l’esigenza di dare risposta
a un problema che ancora oggi appare
irrisolto. Come si può essere sicuri dei
nostri sensi e del nostro apparato cognitivo,
quando elaboriamo delle affermazioni conoscitive? Come possiamo essere sicuri di
conoscere qualcosa senza un sicuro metodo di conoscenza?
Prendendo spunto dalla filosofia scettica,
Groarke mostra come il pensiero greco
voglia essere una filosofia realista, ma sia
ostacolato nel far ciò dai suoi propri dubbi
sulla possibilità di conoscere. Questa doppia tensione la si rileva in Protagora, che
pur non trovando un criterio generale, af-
Pericle (copia antica da Cresila) Londra, British Museum
ferma che l’individuo è il metron di tutte le
cose che sono e che non sono; allo stesso
modo Parmenide sembra distruggere la
percezione, ma contemporaneamente dichiara una grande fiducia nella ragione
come motore della conoscenza, ponendo
come suo unico limite ciò che è. Il rifiuto
del realismo da parte degli scettici avviene
proprio richiamandosi ad una affermazione di Democrito, il quale considera la realtà
composta da atomi non più reale del nulla
o del vuoto. Gli scettici del periodo ellenistico reagiscono a questi dubbi in maniera
differente fra loro: chi rifiuta in modo completo la conoscenza e chi invece ricerca un
compromesso sull’accettabilità del reale,
posizione che ricorda in qualche maniera
quella assunta dal moderno pensiero scientifico.
Hookway riprende la discussione sugli scettici con lo scopo però di mostrare come lo
scetticismo ha influenzato nei secoli moderni lo sviluppo dell’epistemologia. Egli
rileva nel pensiero scettico le nozioni di
relativismo e di circolarità, propri anche
dell’epistemologia contemporanea. Nel
1500 Henri Estienne, traducendo i libri di
Sesto Empirico, divulga le principali concezioni dello scetticismo, che influenzano
subito il nuovo movimento filosofico e
scientifico, a cui appartengono figure come
quella di Montaigne, Gassendi, Cartesio.
Questi si servono appunto di argomenti
scettici per mettere in crisi il sistema aristotelico. Da allora le obbiezioni scettiche non
hanno più permesso al dogmatismo o fondazionalismo di riprendersi; esse sono radicate nella nostra tendenza a porre il problema della conoscenza. Ma a differenza
degli scettici la nostra curiosità rimane
vitale, dato che non cediamo all’ataraxia e
la nostra apparente libertà di agire non è
ostacolata dal fatto che le regole di questo
mondo ci sono sconosciute.
E’ evidente come l’interesse per la filosofia
antica mostrato dagli studiosi di provenienza anglo-sassone si diriga principalmente verso la filosofia etica e la gnoseologia, che si prestano a rispondere a interessi
più pratici e pragmatici, propri della cultura anglo-sassone. V.R.
AUTORIE DIBATTITI
E IDEE
TENDENZE
Simone Weil a Marsiglia nel 1941-42
TENDENZE E DIBATTITI
TENDENZE E DIBATTITI
Simone Weil
La pubblicazione in traduzione tedesca di alcuni testi di Simone Weil,
raccolti nel volume Zeugnis für das
Gute. Traktate, Briefe und
Aufzeich-nungen (Testimone del bene. Trattati, lettere e appunti, a cura di
Friedhelm
Kemp,
Deutscher
Taschenbuch Verlag, München 1990),
e l’uscita del volume di Heinz Abosch,
Simone Weil zur Einführung (Introduzione a Simone Weil, Junius
Verlag, Hamburg 1990), contemporanee alla pubblicazione in Francia del
secondo volume delle opere della filosofa O e u v r e s
completes:
l’expérience ouvrière et l’adieu à la révolution, (Opere
complete: l’esperienza operaia e l’addio alla rivoluzione, Gallimard, Parigi
1991) sembrano segnalare la ripresa di
un interesse critico per l’affascinante,
irrequieta e discussa figura della pensatrice francese, quanto meno costituiscono dei documenti fondamentali
per interpretare i diversi aspetti della
sua opera. A questo proposito è da
segnalare, in ambito italiano, la recente pubblicazione del volume di Gabriella Fiori, Simone Weil. Una donna assoluta (La Tartaruga, Milano
1991).
E’ stato notato da più parti, anche in tempi
recenti, il carattere originale e difficilmente situabile all’interno di sistemazioni scolastiche, o semplicemente storicofilosofiche tradizionali, del pensiero di
Simone Weil. Già Maurice Blanchot, in
uno dei più notevoli saggi a lei dedicati,
osservava che «per alcuni il pensiero di
Simone Weil è così irritante che quasi non
lo considerano un pensiero». Tale irritazione derivava non di rado da una sorta di
coerenza di carattere più morale che logico
e teoretico - un “grottesco” rigorismo morale, come apostrofava Georges Bataille che finiva col risolvere il suo pensiero in
una mitizzazione della vicenda biografica
di segno positivo (come negli esistenzialisti), o di segno negativo (come in Jean
Améry, che vedeva in lei nient’altro che un
“oggetto di culto”).
Quando Simone Weil, malata di tubercolo-
si e ricoverata in un ospedale della città di
Ashford nel Kent, in Inghilterra, moriva il
30 agosto del 1943 a causa dell’ostinato
rifiuto di cibarsi, aveva alle spalle un’esistenza inquieta che l’aveva portata dalle
lezioni di Alain e di René Le Senne al
lavoro in fabbrica, dalla guerra civile spagnola all’esperienza della teologia cristiana. Nel 1934 la giovane intellettuale, brillantemente uscita dagli esami di baccalaureato in filosofia, si fa assumere, non senza
difficoltà, come operaia in una fabbrica.
Questa scelta è stata vissuta dalla Weil
come una prova esistenziale, una verifica
necessaria sul campo di una pratica di vita
in cui la teoria politica e filosofica, o anche
il concetto di alienazione, si traducono in
una bruciante esperienza. I frammenti dolorosi di questa fatica ci vengono proposti
senza compiacimento dal Giornale di fabbrica: «Chi ha le ossa rotte da una giornata
di lavoro, o è restato per lungo tempo
sottomesso alla materia, porta nella carne
la realtà dell’universo come una spina». La
parte centrale dell’opera è costituita da una
serrata critica del marxismo, espressione di
un pessimismo radicale. Le tappe successive della sua avventura umana ed intellettuale sono tracciate nel profilo biografico
di Heinz Abosch: dalla milizia nelle truppe
anarchiche di Buenaventura Durruti, nel
corso della guerra civile spagnola del 1936,
ad un periodo trascorso nel 1937 nell’abbazia benedettina di Solesnes, dove si apriva
all’esperienza della mistica e della teologia
cristiana; dagli Stati Uniti, dove si era rifugiata al momento dell’invasione nazista
della Francia, fino all’Inghilterra, dove milita nelle file dell’organizzazione gaullista
“France libre”. E’ a causa di questo irrequieto attivismo e di questa inquietudine
esistenziale, giudicati da Trockij, suo ospite clandestino a Parigi, come una forma di
attivismo “piccolo-borghese”, che negli anni dell’esistenzialismo si sviluppò in rapporto a Simone Weil più il culto della sua
vita avventurosa ed enigmatica che non un
serio ed approfondito confronto con i temi
portanti del suo pensiero.
Lo studio di Abosch affronta anche un altro
aspetto fondamentale della filosofia di
Simone Weil, quello del suo rapporto con
le correnti della teologia ebraica e con i
modelli fondamentali del pensiero cabalistico. Ma anche sotto questo aspetto resta
nel lettore il desiderio di un maggiore approfondimento di alcuni motivi essenziali,
come ad esempio quello del rapporto tra
l’idea di Dio e quella del nulla, soprattutto
in rapporto all’idea di “creazione”, un motivo che nella Weil - per la quale “la creazione è una finzione di Dio” - sembra
rinviare direttamente ad alcune concezioni
della mistica ebraica. M.M./E.N.
L’educazione alla complessità:
per una epistemologia umana
Non c’è stagione editoriale in Francia
che non veda l’apparizione di almeno
un paio di testi importanti per la discussione sulla scienza. Tre titoli si
segnalano nelle librerie: Tout, Non,
peut-être. Education et vérité, (Tutto, Nulla, Possibile. Educazione e verità, Seuil, Parigi 1991) di Henri
Atlan; Introduction à la pensée
complexe, (Introduzione al pensiero
della complessità, ESF edizioni, Parigi
1991) e Un nouveau commencement,
(Un nuovo inizio, Seuil, Parigi 1991),
entrambi di Edgard Morin. Quest’ultimo testo è stato pubblicato in Italia col
titolo: Turbare il futuro. Un
nuovo inizio per la civiltà
p l an e ta ri a, (Moretti e Vitali,
Bergamo 1991).
Una delle considerazioni di partenza di
Edgard Morin è che alla base di qualsiasi
pensiero vi sia un principio di semplificazione. Il principio d’ordine, che si vuole
alla base della razionalità scientifica, è quello che risolve la complessità, riducendola
ai suoi elementi costitutivi, per poi analizzarli singolarmente e ricostruire l’insieme
come somma delle parti.
Da anni Morin attacca la razionalità mutilante dell’episteme scientifica, che, nella
sua vulgata neopositivista, è diventata nel
frattempo immagine del mondo spettacolare e vincente. Contro il riduzionismo
scientifico che unifica il diverso e pretende
di costituire un sistema unificato e totalizzante, Morin invita a considerare la trama
complessa delle cose come un sistema di
interazioni, di eventi singolari in permanente relazione di scambio e di interdipen-
TENDENZE E DIBATTITI
denza, secondo un modello “organicistico”
che vede nei fenomeni dei sistemi aperti. Il
nuovo paradigma epistemologico, che si
confronta con le ultimissime e problematiche acquisizioni delle Scienze, quali il
costituirsi dell’ordine dal disordine, o l’inclusione del tutto nelle parti, non intende
certo rinunciare ad un criterio di razionalità, quanto allargare quest’ultima fino alle
frontiere del caos, dell’«indeterminazione
fondatrice». Esso assume l’indeterminato
come elemento costitutivo del divenire,
senza relegarlo semplicemente nel caso.
Considerando il determinismo alla stregua
di una metafisica meccanicistica e, posto
che «l’essenza del mondo è inconcepibile», Morin sostiene che, malgrado agli scienziati non spettino altro che «verità biodegradabili», diventa più impegnativo il compito di pensare ad una scienza per l’oggi,
meno totalitaria e più vicina agli interrogativi che sono posti dalla società.
In questa prospettiva si pone Un nouveau
commencement, un testo che è costituito da
una serie di articoli di Morin, apparsi sulla
stampa francese, e dalle acute analisi di
Gianluca Bocchi e Mauro Ceruti. In modo eclettico Morin sembra qui voler dar
corpo a una immagine della scienza quale
“sistema aperto”, nel quale trovano posto e
interagiscono saperi diversi; un sistema
sensibile tanto a una domanda di conoscenza, quanto alle sollecitazioni che vengono
dalla società.
A questo ordine di problemi risponde anche il libro di Henri Atlan, scienziato e
pensatore, autore di apprezzate ricerche nel
campo della biologia molecolare, della biofisica e dell’intelligenza artificiale, da diversi anni impegnato nella ricerca delle
relazioni che intercorrono tra sapere scientifico e mentalità extrascientifiche (riguardo all’opera di Atlan, si segnala la pubblicazione degli atti di un convegno a lui
dedicato, tenutosi a Cerisy nel 1986, dal
titolo: Les Théories de la complexité, Le
teorie della complessità, Seuil, Parigi 1991).
Lo studio di Atlan prende in esame il tema
dell’educazione, divenuto problematico da
quando si è spezzato il legame che teneva
unite la verità scientifica e i fondamenti
dell’etica. Un antico vincolo che, da Platone in poi, consentiva all’uomo, in qualità di
essere razionale, di accedere alla conoscenza della verità e nello stesso tempo di
fondare una morale di condotta. L’essenziale unità del vero e del bene permetteva di
pensare all’etica fondamentalmente come
ad un problema di educazione al vero.
Se oggi il potere di legittimazione della
verità scientifica rispetto ai valori etici è
venuto meno, ciò è dovuto innanzittutto
alle conquiste scientifiche, che non hanno
affatto contribuito a rafforzare la pratica e
il concetto di una moralità comune, ponendo ad essa invece una serie di interrogativi
che incrinano i tradizionali paradigmi etici.
Nel campo della biologia molecolare e
della genetica, per esempio, si è rinunciato
completamente all’idea di finalità; la logica scientifica svuota di significato nozioni
quali quella di “persona” o di “valore”,
tradizionalmente suscettibili di una trattazione etica. Ripensare lo statuto e i limiti
della verità scientifica, non più origine e
certificazione delle “verità” e dei valori,
ma modello predittivo valido in un ambito
locale, non ha, per Atlan, semplicemente il
significato di riconsiderare la logica che fa
della scienza un criterio di legittimazione
delle posizioni etiche. Quello che innanzittutto viene posto in questione è l’unicità del
criterio di intellegibilità della scienza, che
espelle tutti i saperi che non si adeguano ad
essa. Accettare un modello depotenziato di
verità scientifica, non vuol dire concedere
ai fondamentalismi etici o religiosi di decidere delle norme da adottare. Il riconoscimento razionale dei limiti della ragione
scientifica sostituisce all’assolutezza ideale di una verità o di un principio una nuova
nozione di sapere, infinitamente perfettibile, che non rinuncia al suo diritto di definire
una norma per l’agire, ma che la vuole
conquistata attraverso il dialogo e il confronto con le ragioni degli altri. Il venir
meno del progetto della scienza di costituirsi quale sapere totalitario apre così alla
possibilità di un nuovo concetto di universalità, un “universale possibile”, non più
originariamente dato, ma che ha il carattere
di una produzione.
Si viene in questo modo a definire il ruolo
di quello che Atlan designa come «potere
mediatico» o «poetico» dell’educatore e
del filosofo. In un mondo dove il discorso
scientifico e quello politico sembrano pressocché inverificabili, e proprio per questo
tendono a divenire «profetici», agli «artisti
della ragione» - afferma Atlan - spetta il
compito di controllare che ciascuna sfera
del sapere rimanga distinta nelle sue prerogative e nei suoi limiti; che la politica non
mistifichi i suoi fini con ragioni pseudoscientifiche e che la scienza non cerchi di
assolutizzare il suo modello di razionalità
come l’unico legittimo .
In questa sorta di conversione umanistica
della scienza, impegnata nella proposizione di una “universalità possibile”, si inscrive un voluminoso studio sulla linguistica
come “teoria generale dell’umano” che in
questi ultimi tempi sta riscontrando l’attenzione degli studiosi francesi. Si tratta del
libro di Jean-Claude Milner, Introduction
à une science du langage, (Introduzione a
una scienza del linguaggio, Seuil, Parigi
1989). Il lavoro di Milner si presenta in
effetti come un momento significativo di
quella più ampia ripresa epistemologica in
atto da qualche tempo in Francia, in connessione con i lavori di Alain Badiou,
Christian Jambet, Yves Duroux, rappresentanti del vecchio gruppo dei “Cahiers
pour l’analyse”, che ha prodotto negli ultimi tempi alcune opere di grande respiro
teorico, per molti versi legate alla scuola
matematica francese (Dieudonné, Thom,
Petitot). Muovendo all’inizio del volume
da una ridefinizione della scienza galileiana, e caratterizzandone la “matematizzazione” in termini non tanto di quantifica-
zione quanto di letteralizzazione (ossia
“simboli presi alla lettera, indipendentemente da ciò che designano, e utilizzati
unicamente in base a regole proprie”),
Milner afferma che la linguistica può senz’altro essere una scienza allo stesso titolo
di una scienza della natura. Il primo problema che sorge in tal senso è quello del
rapporto tra categorie logiche e categorie
grammaticali, talmente intrecciate nella storia del pensiero da non poter essere separate se non con grande difficoltà. Milner
distingue un factum loquendi, relativo alla
pura esistenza del linguaggio, ossia il fatto
che vi siano esseri parlanti, e un factum
linguae, relativo all’esistenza di lingue concrete, ossia il fatto che si possa distinguere
una lingua dall’altra o da un’eventuale nonlingua, campo proprio della linguistica. Da
qui il discorso si sviluppa attraverso la
dimostrazione dell’impossibilità del metalinguaggio, o dell’anonimia del nome; nell’analisi dell’innatismo e per contro delle
posizioni riguardanti la funzione costitutiva del linguaggio; nelle implicazioni della
letteralizzazione come condizione di ogni
forma di conoscenza e dei paradossi sintattici e semantici; nell’esposizione del problema della contingenza, o necessità condizionata, vera crux della scienza del linguaggio. E.N./F.E.
Capire l’uomo
Al limite fra indagine sociologica ed
etnologica, testi come quelli di Louis
Dumont, Homo hierarchicus. Il
sistema delle caste e le sue
implicazioni (Adelphi, Milano 1991)
o di Remo Guidieri, Voci da Babele
(Guida, Napoli 1990) mettono in discussione i fondamenti e i compiti
dell’antropologia secondo una tendenza ormai ricorrente per questa “scienza dell’uomo”.
Il ponderoso e ostico studio di Louis
Dumont, autore anche di Homo aequalis,
pubblicato presso Adelphi nel 1984, si costruisce attorno all’ipotesi di un’alterità fra
il sistema castale e quello egualitario. Al di
là delle ipotesi sull’origine storica della
stratificazione castale nella società indiana, a Dumont interessa affrontare il nodo
del passaggio dal sistema castale a quello
individualistico, che consisterebbe nell’affermazione dell’individualismo. Nell’analisi di questo passaggio, l’influenza di
Weber è evidente: mentre nelle società
gerarchizzate il rapporto decisivo è in primo luogo quello fra individuo e individuo,
nella società individualistica occidentale
esso è mediato da quello fra l’uomo e le
cose, con l’estensione generalizzata del
paradigma economico. Si passa con ciò da
un sistema dove la posizione dell’individuo è legata a una valutazione di quest'ultimo da parte del sistema stesso, a un sistema dove invece il ruolo sociale è determi-
TENDENZE E DIBATTITI
nato dal giudizio non sull’essere dell’individuo, ma sulla sua funzione, che richiede
un giudizio “oggettivo” sulle cose. Di qui
la pretesa di superiorità, a parere di Dumont,
del sistema di valutazione dell’Occidente
moderno, che oppone tale “oggettività” ai
presunti “pregiudizi” delle società gerarchizzate.
Il problema, chiarisce Dumont, non è contrapporre i valori delle società tradizionali
a quelli dell’Occidente moderno, ma il pervenire da parte di quest’ultimo a una comprensione intellettuale delle prime. Proprio
questo è il compito dell’antropologia: compito particolarmente importante, perché la
comprensione delle società “altre” è in
realtà un’autocomprensione, dove il fraintendimento degli altrui paradigmi sociali
comporta e riflette un fraintendimento dei
propri. Un esempio di questo fraintendimento è per Dumont l’errata valutazione
del ruolo dell’individuo nel sistema castale, con la confusione tra status e potere.
Nell’organizzazione castale indiana le due
determinazioni sono del tutto distinte, tant’è che la casta socialmente più elevata,
quella sacerdotale, non detiene il potere. Il
giudizio sull’individuo non è dunque qui
direttamente deducibile dall’organizzazione sociale, come invece può credere il
moderno osservatore occidentale, abituato
a una sovrapposizione, mediata dall’elemento economico, di detenzione del potere
e riconoscimento sociale. Questo stesso
compito di comprensione intellettuale dei
presupposti della propria e dell'altrui società è primario anche per Remo Guidieri,
che critica l’inadeguatezza dell’antropologia tradizionale rispetto a questo obiettivo.
La radice di tale inadeguatezza risiede per
Guidieri nelle assunzioni fondamentali dell’antropologia, orientata su un paradigma
unilineare dello sviluppo storico; si determina così una prospettiva di inglobamento
e gerarchizzazione, sulla base dei presupposti della cultura occidentale, di culture a
essa invece estranee. In questo senso la
stessa rivalutazione del “pensiero selvaggio” è frutto, per Guidieri, di un atteggiamento positivistico: la credenza in società
“arcaiche” non alienate è un’illusi-one o
una speranza, fondata in ogni caso sul presupposto di uno sviluppo progressivo e
unidirezionale del mondo civilizzato. F.C.
I Limiti dello spirito
Un’ipotesi di rilettura critica della storia della filosofia, attuata anche grazie
alle indicazioni di Jacques Derrida, è
ciò che ci offre l’opera di Maurizio
Ferraris, La filosofia e lo spirito vivente (Laterza, Bari 1991). Il
volume è stato presentato a Milano in
un dibattito, cui hanno partecipato
Aldo Gargani, Francesco Moiso, Carlo
Sini e Stefano Zecchi. Sul pensiero di
Derrida si segnala, in Italia, la pubblicazione dello studio di Caterina Resta,
Pensare al limite (Guerini e Associati, Milano 1991), e in Francia il saggio di Geoffrey Bennington, Jacques
Derrida (Seuil, Paris 1991).
Oltre che in Francia, soprattutto in Italia la
figura di Jacques Derrida è da qualche
tempo al centro del dibattito filosofico che
fa capo al filone ermeneutico, tanto che
taluni parlano già di una “via italiana” al
decostruzionismo. Con La filosofia e lo
spirito vivente Maurizio Ferraris ricostruisce, sotto la cifra della nozione di spirito, la storia della filosofia dal mondo
greco a Heidegger.
Sottolineando la peculiarità di questa ricostruzione, storica e non storicista, dei problemi filosofici, Aldo Gargani ha rilevato
la difficoltà di cogliere la specificità di
ciascuna delle figure dei filosofi, soprattutto di quelle richiamate in funzione polemica. Ciò accade proprio per l’approccio autorevocativo dell’interprete ai suoi autori,
per cui ciascuno di essi confuta e sorpassa
la sua stessa posizione.
Lo spirito si caratterizza per purezza, incontaminatezza, in quanto espunge da sé
l’empirico, il caduco, il finito. E’ il miraggio di una conoscenza e di una vita “vere”,
di fronte alle apparenze del mondo sensibile. La tensione è verso una dimensione
“autentica” e “originaria”, che redima l’uomo dalla necessità della finitezza, vissuta
comunque come una caduta. Sulla scorta di
Derrida, per Ferraris anche il pensiero heideggeriano della finitezza soggiace a questa tensione e a quel miraggio: la rivalutazione del concetto di spirito (Geist) negli
scritti “politici” degli anni Trenta ne sarebbe una riprova.
Il pensiero di Heidegger come pensiero
dell’Essere, della Presenza, è dunque il
capolinea della filosofia idealistica classica: su questo aspetto si è soffermato in
particolare Francesco Moiso. E’ lo sguardo totalizzante dello Spirito che spinge
Heidegger a inglobare ogni forma di vita
contingente per “innalzarla” all’immortalità, alla “vita eterna”, per renderla eternamente presente. Vittima di questa illusione, di questo tentativo di “far vivere” in
eterno il passato, non è dunque solo l’idealismo: il mito dello “spirito vivente” pervade anche l’ermeneutica, quando essa tenta
di “far rivivere”, rendendolo “presente”
all’interprete, ciò che è morto e, in quanto
tale, irrimediabilmente “altro” nei confronti
dell’interprete stesso.
Fra le obiezioni a questa prospettiva d’interpretazione quella di Stefano Zecchi,
che ha rilevato la problematicità, una volta
rimosso il problema del valore, di riproporre ancora, come fa a suo parere Ferraris, un
impegno etico, quale è quello di “restare
fedele all’altro”, non inglobandolo in una
prospettiva totalizzante. Secondo Zecchi
un tale impegno etico è destinato a rimanere senza possibilità di fondazione. Ancor
più radicale l’obiezione di Carlo Sini che,
riprendendo il rilievo di Zecchi, ha notato
come effettivamente la questione etica del
rispetto dell’ ”altro” rimanga, in Ferraris e
nell’ermeneutica, una “regola del gioco”
infondata. In questa impostazione resta irrisolta proprio la “questione della verità”,
alla quale l’ermeneutica pretende di aver
rinunciato sul piano ontologico, ma che,
così facendo, ripropone.
Se nell’opera di Ferraris la presenza di
Derrida è ravvisabile nell’impostazione “ricostruttiva” del discorso, di carattere più
marcatamente storiografico è invece lo studio che Caterina Resta ha dedicato al
filosofo francese, del quale vengono evidenziati alcuni cruciali nodi teoretici: il
rapporto fra testo e interpretazione, il concetto di limite e quello di differenza. Proprio nell’ambiguità del tentativo di “pensare al limite”, richiamato nel titolo del saggio, è rintracciabile uno dei tratti decisivi
della riflessione derridiana. “Pensare al limite” vale come “pensare il limite”, ovviamente, del pensare stesso, del Logos e delle
sue possibilità. Con ciò il pensiero si pone
proprio “al limite” del pensare e della dicibilità. Su questo luogo di confine tra il
pensiero e ciò che è ad esso irriducibile,
insistono la riflessione e la pratica di scrittura derridiane, nel tentativo di sfuggire
all’alternativa fra le due facce della medesima “metafisica della Presenza”: quella
dell’onto-teo-logia e quella che mitizza un
pensiero e una riflessione “altre”, a cui
rapportarsi con la comprensione mistica o
con quella poetica.
L’opera di Geoffrey Bennington, che appare nella collezione Les Contemporains una serie di profili intellettuali dei maggiori filosofi di oggi - è invece una buona
griglia di lettura dell’opera di Derrida che
ci viene mostrata nella sua logica generica
da uno studioso che è anche discepolo
appassionato del filosofo. Ma, ad evitare il
rischio che l’esegesi divenga classificazione, sulla stessa pagina è la scrittura stessa di
Derrida ad accompagnare, o più spesso a
fare da contrappunto il testo critico. Sono
note fuori campo, avvenimenti della memoria - "circonfessioni" le definisce Derrida
- che improvvisamente vengono ad illuminare il lavoro filosofico: «è da sempre che
io, cercando una frase, mi cerco in una
frase».
A queste "circonfessioni" fa eco Bennington, sottolineando come tutti i testi di
Derrida siano in certa misura autobiografici. Ma non è una biografia intellettuale
quella che ci viene proposta, quanto piuttosto il sistema di pensiero del filosofo quale
potrebbe essere letto da un archivio computerizzato, nel quale fossero stati introdotti i testi delle opere. Non si tratta di una
metafora: «Derridabase» è infatti il titolo di
questo lavoro di compilazione e di esposizione critica che fornisce - per Bennington
- «la versione lineare - una versione tra le
tante possibili - di un libro senza ordine di
lettura precostituito, scritto in Hypertext».
Ai lettori la stimolante fatica di leggere in
modo interattivo questa tavola dei concetti
chiave di Derrida. F.C.
TENDENZE E DIBATTITI
Conoscenze analitiche
Dare un corpo all’ego cartesiano, concretizzare l’Io trascendentale kantiano:
questo il compito che si assume la
raccolta di saggi di Bernard Williams,
Problemi dell’Io (introd. di S.
Veca, Il Saggiatore, Milano 1990). Il
metodo, e i limiti, di quest’opera, sono
quelli della filosofia analitica. Alla stessa prospettiva di ricerca appartiene la
raccolta di John Austin, Saggi filosofici (trad. di P. Leonardi, Guerini e
Associati, Milano 1990), alla quale può
essere accostato, con ben altri profondità e rilievo filosofici, l’importante
testo di Ludwig Wittgenstein, Grammatica filosofica (a cura di M.
Trinchero, La Nuova Italia, Firenze
1990). Da segnalare in proposito la
monografia di Giuseppe Di Giacomo,
Dalla logica all’estetica. Un
saggio intorno a Wittgenstein
(Pratiche, Parma 1990).
Metà dei saggi della raccolta di Bernard
Williams sono dedicati a problemi riguardanti l’identità personale; di qui il titolo e
l’interesse principale di questo testo, la cui
edizione originale risale al 1973. L’obiettivo polemico è la questione del carattere
spirituale dell’io, concernente la necessità
di definire l’identità personale a prescindere dagli aspetti corporei. Se Cartesio è il
padre nobile e riconosciuto di questa problematica, la stirpe dei suoi figli è numerosa: a parte il trascendentalismo kantiano,
dobbiamo annoverare lo stesso empirismo
classico che fonda - o critica, nel caso di
Hume - l’idea di identità personale sulla
base di criteri di ordine puramente mentale.
Williams riporta puntigliosamente le difficoltà che hanno determinato la fortuna della “tesi cartesiana”: i casi di personalità
multipla, il possibile trasferimento di dati
mnemonici e caratteriali da un corpo all’altro, o addirittura lo scambio degli stessi, per
cui il corpo di un individuo accoglie la
“personalità” di un altro e viceversa, hanno
indotto a credere che la “personalità” fosse
un’entità che non si esaurisce a livello della
corporeità. A parere di Williams, però, la
tesi di uno scambio di “personalità” e di
“corpi”, e la distinzione stessa fra le due
classi di determinazioni, non regge a un
esame rigoroso condotto con il metodo
della filosofia analitica: non è affatto chiaro, dal punto di vista dell’analisi concettuale, cosa sia la “persona”, in quanto distinta
dal “corpo” da cui può trasmigrare. L’unica
soluzione è che la persona venga definita
come “corporeità materiale pensante”.
Si può obiettare che una tale definizione
salti a piè pari i problemi, più che risolverli,
richiamandosi all’evidenza del senso comune. E’ una caratteristica, quest’ultima,
ancora più evidente nei saggi di carattere
etico che compongono la seconda parte del
volume di Williams. Contro l’idea stessa di
una “teoria” in campo morale, e quindi non
solo contro il formalismo kantiano, ma
contro l’utilitarismo come teoria, Williams
recupera Hume, con l’intento di fondare
l’etica non in una qualche “logica”, ma
nella concretezza dell’esperienza intersoggettiva.
Il medesimo ricorso al “buon senso comune”, dissimulato dalla raffinatezza dell’analisi dei fenomeni linguistici, è stato spesso rimproverato a John Austin. Questa
raccolta postuma di Saggi filosofici, via via
ampliata fino all’attuale edizione, che in
lingua originale risale al 1979, costituisce
un’introduzione al quadro filosofico d’insieme delle sue analisi linguistiche. Come
spesso accade per i filosofi anglosassoni di
orientamento analitico, la ricerca nel campo della teoria della conoscenza ha sempre
sullo sfondo un marcato interesse per l’etica.
Per quel che riguarda la gnoseologia e
l’ontologia, l’atteggiamento antimetafisico di Austin non lo porta a ridurre né la
conoscenza, né la realtà al linguaggio: i
“fatti”, così come gli atti conoscitivi, eccedono sempre quelli linguistici. Anche se
non vi si richiama direttamente, e pur nella
diversità delle soluzioni proposte, l’analisi
del linguaggio ordinario porta Austin nell’orizzonte di ricerca di Ludwig
Wittgenstein, del quale è recentemente
stata pubblicata la Grammatica filosofica.
Questo testo ha avuto varie peripezie: originariamente era un voluminoso dattiloscritto, redatto nel 1933 a scopo di rendiconto accademico delle ricerche svolte con
una borsa di studio.
La forma in cui il libro venne alla fine
pubblicato nel 1969 non è di Wittgenstein,
tuttavia molti presupposti della riflessione
wittgensteiniana emergono qui più evidenti che altrove. Così, mentre in una parte
dell’opera vengono riprese le tematiche
delle Ricerche filosofiche relative al linguaggio in generale, in un’altra si ripercorrono invece i temi di Osservazioni sui fondamenti della matematica, relativi al linguaggio logico-matematico.
In evidente contrasto con l’approccio anglosassone, la monografia di Giuseppe Di
Giacomo sottolinea l’aspetto metafisico
della filosofia di Wittgenstein, riconducendola al quadro del trascendentalismo
kantiano. L’evoluzione della riflessione
wittgensteiniana dal Tractatus logicophilosophicus alle Ricerche filosofiche per
Di Giacomo segnerebbe il passaggio, nella
considerazione della realtà, dall’impostazione logica a quella estetica; quest’ultima,
sulla scorta della Critica del giudizio, avrebbe il compito di fondare la necessità
del contingente, con la coniugazione di
attività pratica e attività teoretica. F.C.
La politica fra scienza,
etica e caso
La pubblicazione di un corso di lezioni
del 1970, La teoria del giudizio
politico. Lezioni sulla filosofia pratica di Kant, (Il
Melangolo, Genova 1990), il numero
monografico di una rivista (“aut aut”,
239-240), un saggio di Marco Cangiotti,
L’ethos della politica. Studio
su Hannah Arendt (Quattroventi,
Urbino 1990), e una fortunata biografia di Elisabeth Young-Bruehl, Hannah
A r e n d t 1 9 0 6 - 1 9 7 5 (Bollati
Boringhieri, Torino 1990) sono i segnali in Italia di un notevole interesse
intorno al pensiero di Hannah Arendt.
Filo conduttore di questo interesse è
la possibilità di una teoria politica che
non rinunci a essere teoria, cioè giudizio sui fatti, senza essere deducibile
da concetti o premesse universali.
Nel corso di lezioni del 1970 Hannah
Arendt cerca indicazioni non nel Kant
degli scritti politici, ma in quello della
Critica del giudizio,: il giudizio estetico,
che «non si fonda su alcun concetto dato
dall’intelletto, né ne fornisce alcuno», e
riguarda quella relazione che necessariamente - vale a dire a priori, cioè per ogni
soggetto giudicante - si instaura fra il piacere del soggetto e la rappresentazione dell'oggetto, è scelto dalla Arendt come modello del giudizio politico. Lo scopo è appunto quello di poter “valutare” la storia,
non assumendo di fronte a essa un atteggiamento giustificatorio. D’altra parte per evitare di ridurre il giudizio politico ad arbitrio, la Arendt si richiama espressamente
alla “comunità degli esseri giudicanti”, implicita nel giudizio estetico kantiano.
Proprio l’esigenza di coniugare legittimità
e pluralità dei giudizi politici, facendo riferimento alla prassi dialogica dei soggetti
politici stessi, è l’aspetto più rilevante dell’attenzione di cui oggi gode oggi il pensiero di Hannah Arendt. Nel suo recente studio Marco Cangiotti pone l’accento sul
carattere dualistico della riflessione arendtiana: la critica delle varie forme di soggettivismo coesiste con la rivalutazione
della spontaneità dell’individuo, l’esaltazione della libertà del singolo di agire senza
fini predeterminati si accompagna con la
considerazione delle istituzioni come condizione indispensabile di questa libertà. La
filosofia politica della Arendt è una filosofia della cultura, che rifiuta di imporre alla
realtà modeli teoretici “scientifici” a essa
estranei; l’esperienza politica deve piuttosto, secondo la pensatrice tedesca, radicarsi nel terreno dell’etica.
Alla formazione del pensiero della Arendt
sono tutt’altro che estranei gli elementi
biografici, come sottolinea Elisabeth
TENDENZE E DIBATTITI
Hanna Harendt poco prima della morte, nel 1975
TENDENZE E DIBATTITI
Young-Bruehl. I rapporti personali con
Heidegger, Jaspers, Benjamin e Anders,
così come l’esperienza del nazismo, non
sono meno importanti delle eredità più
strettamente teoretiche per capire l’interesse della Arendt per la critica del totalitarismo. Particolarmente significativo, forse,
per il comune rifiuto di un costituirsi a
professione della pratica filosofica, il rapporto con Günther Anders, che della
Arendt fu anche il primo marito.
Anders è filosofo radicalmente asistematico e antistoricista, che per le sue “riflessioni sparse” sul mondo utilizza strumenti
della teoria critica francofortese. In primo
luogo, il riconoscimento della necessità
funzionale per l’ordinamento sociale dell’estraniazione dell’uomo dalla natura;
estraniazione, questa, che non è semplicemente perdita del mondo da parte dell’uomo, ma piuttosto perdita dell’uomo da parte del mondo naturale, che diventa soggetto
primario del processo storico. F.C.
L’etica di Foucault
Lo studio di Wilhelm Schmid, Auf der
Suche nach einer neuen
Lebenskunst. Die Frage nach dem
Grund und die Neubegründung der
Ethik bei Foucault (Alla ricerca di
una nuova arte del vivere. La questione del fondamento e di una nuova
fondazione dell’etica in Foucault,
Suhrkamp Verlag, Frankfurt a.M. 1991)
ripercorre l’itinerario di pensiero di
Michel Foucault alla luce del filo conduttore del problema dell’etica. Partendo da Nietzsche e Heidegger, l’etica viene intesa da Foucault come “arte del vivere”, come progetto che reca
le tracce della insuperabile finitezza
dell’essere umano.
La più autentica eredità di pensiero di
Foucault è da ravvisarsi, secondo Wilhelm
Schmid, nell’acquisizione di una nuova
etica, coincidente con un modo di pensare
“altro”, che si discosta dalle due tendenze
dominanti nella filosofia francese di questo
secolo, lo strutturalismo e la fenomenologia, che pure hanno rappresentato un importante punto di partenza del pensiero
foucaultiano. Nell’interpretazione di
Schmid l’etica non avrebbe in Foucault il
senso di una norma che si impone esternamente alla vita del singolo individuo, ma
andrebbe invece intesa come progetto esistenziale che rende possibile una soddisfacente economizzazione dei desideri e delle
esigenze dell’individuo, delle sue inclinazioni e delle sue pulsioni. Questo progetto,
che ha i caratteri dell’apertura e dell’incompiutezza, è l’espressione di un soggetto che non è più l’io trascendentale, nella
sua duplice versione kantiana e fenomenologica, ma un io che è “a priori” inserito in
una rete di relazioni storiche di sapere e di
potere e che appartiene a determinate strut-
ture sociali ed etniche.
Se questa concezione del soggetto apparenta Foucault allo strutturalismo, è pur
vero che la posizione foucaultiana non considera il soggetto come semplice effetto di
relazioni tra strutture che lo trascendono.
Della fenomenologia husserliana, d’altra
parte, Foucault critica, esplicitamente o
implicitamente, la volontà di giungere ad
una fondazione ultima del sapere all’interno della dimensione della coscienza trascendentale.
Foucault ha sempre considerato se stesso
più come uno storico ed un archeologo che
come un filosofo. Inserendosi nella tradizione di certa storia della scienza francese
(Cavaillés, Bachelard, Canguilhem, Koyré),
egli ha tentato nei suoi studi di ripercorrere
la genesi delle forme della razionalità occidentale e delle sue pretese di universalità,
mettendo in luce, in opere come Le parole
e le cose, Storia della follia nell’età classica, Nascita della clinica, L’archeologia
del sapere, Sorvegliare e punire, l’indissolubile intreccio dei rapporti tra potere e
sapere. Nel suo studio Wilhelm Schmid
evidenzia questo aspetto della posizione di
Foucault: «Cosa era per Foucault la questione del fondamento? Essa si manifesta
nei concetti dell’archeologia. Compito dell’archeologia era quello di mostrare la mutabilità storica delle forme di sapere. Le
forme della razionalità e dell’uomo venivano così fluidificate. Il soggetto, l’uomo
non è il fondamento (Grund) fisso ed immutabile come viene assunto a partire da
Descartes, ma trova il proprio fondamento
proprio nella sua modificabilità, che fa
della questione circa la sua forma un compito immenso».
La questione della critica foucaultiana della soggettività cartesiana ed il compito di
un’analisi genealogica della costituzione
dei saperi sono connessi, nella riflessione
di Foucault, al problema dell’etica. Partendo da queste premesse, Schmid sottolinea
come la concezione etica di Foucault risponda anzitutto e soprattutto della finitezza dell’essere umano, mettendone in risalto
le conseguenze filosofiche: la crisi di un
progetto umano inteso come lineare sviluppo di una storia della salvezza o della
redenzione, da un lato, e di un soggetto
trascendentale che sia il risultato di una
fondazione ultima e definitiva, dall’altro.
Il concetto che fa da filo conduttore delle
accurate analisi dello studio di Schmid è
quello dell’etica intesa come “arte del vivere”. L’impulso originario per la formulazione di questo concetto si sviluppa nel
corso degli studi foucaultiani sul soggetto
del piacere nell’antichità e sul processo per
cui in tale soggetto il piacere diventa qualcosa che ha a che fare con l’etica. Ma
Schmid mette in rilievo anche l’importanza, per lo sviluppo della riflessione di
Foucault, del suo interesse per Heidegger e
Nietzsche. Decisivo appare l’apporto di
quest’ultimo, in cui Schmid individua la
presenza di alcune delle tematiche essen-
ziali del pensiero di Foucault: entrambi
intendono la propria ricerca come la diagnosi della crisi di un’epoca, ed entrambi
pongono la genealogia delle forme del pensiero occidentale al centro delle rispettive
preoccupazioni metodologiche. M.M.
Attualità di Gentile
Il rinnovato interesse di cui sono oggetto da circa tre anni la figura e l’opera di Giovanni Gentile, testimoniato
da rilevanti studi critici e convegni, è
ora culminato in una ponderosa antologia della sua produzione filosofica,
Giovanni Gentile, Opere filosofiche (a cura di E. Garin, Garzanti,
Milano 1991). Non si tratta della “riscoperta”, pur giustificatissima, dell’opera di un pensatore che ha conosciuto un periodo di eclissi, quanto
piuttosto della rivalutazione di aspetti
della sua riflessione in sintonia con
alcune tendenze oggi dominanti, della
filosofia italiana ed europea.
Divisa in quattro parti, ciascuna delle quali
introdotta da un’ampia presentazione dei
testi, questa antologia focalizza le articolazioni della filosofia di Giovanni Gentile
con un criterio che è insieme teoretico e
storiografico: dalla nascita della “filosofia
della prassi” nel confronto con Marx, alla
costruzione del sistema idealistico nella
sua espressione più compiuta, La teoria
generale dello spirito come atto; l’ultima
sezione è dedicata ad alcune tematiche
particolari del sistema gentiliano.
Nella sua introduzione Eugenio Garin riporta il discorso sulla dimensione europea
della filosofia di Gentile, a suo parere, per
una doppia ragione: per la reintroduzione
operata da Gentile, inizialmente attraverso
Marx, del pensiero di Hegel nella cultura
italiana, e perché la filosofia di Gentile si
inserisce nella crisi del pensiero europeo
fra Ottocento e Novecento. Per quanto riguarda il primo punto va sottolineato il
ruolo di Gentile che, ribadendo il rapporto
fra Hegel e Marx, contribuì a liberare il
pensiero di quest’ultimo dell’incrostazione delle interpretazioni positivistiche, invalse all’epoca in Italia e in Europa. Gentile riconduce il pensiero di Marx alla sua
dimensione autenticamente filosofica contro i molti, “marxisti” e non, che avevano
ridotto Marx a un economista o, al più, a un
critico della società industriale. La “filosofia della prassi” pone così Gentile in oggettivo dialogo con l’interpretazione leninista
e con quella gramsciana, contro il determinismo positivista dei vari riformisti, italiani ed europei.
Per quanto riguarda il secondo punto, il
rapporto di Gentile con la crisi dei fondamenti del pensiero europeo è più profondo
di una mera relazione storiografica; esso
però non va tanto ricondotto alla crisi, fra
Ottocento e Novecento, della razionalità
scientifica nella sua interpretazione positivista, quanto letto in relazione alle tematiche proprie dell’impostazione heidegge-
TENDENZE E DIBATTITI
riana. Il carattere formale con cui Gentile
caratterizza il soggetto assoluto, l’atto puro, il suo carattere di totale alterità e, nel
contempo, di fondazione rispetto alle determinazioni fenomeniche, avvicinano
Gentile alla ricerca ontologica di Heidegger,
con esiti non dissimili. Con ciò non vogliamo riferirci al fin troppo facile parallelo fra
l’adesione al fascismo del primo e al nazismo del secondo. Al di là delle apparenze,
infatti, le posizioni dei due furono ben
diverse. Da parte di Gentile vi è una limpida consapevolezza del rapporto organico
fra il proprio impegno filosofico, quello
pedagogico e quello politico; da parte di
Heidegger una adesione al nazionalsocialismo motivata forse, in primo luogo, da
ambizioni e risentimenti personali. La consonanza della posizione politica dei due
filosofi risiede piuttosto altrove, nel carattere giustificatorio che - forse contro le
intenzioni di Heidegger, senz’altro contro
quelle di Gentile - entrambe le impostazioni assumono sul piano della filosofia della
storia. La rivendicazione dell’assoluta alterità della dimensione ontologica porta
entrambi i pensatori all’impossibilità di
fornire criteri discriminanti per il livello
ontico. Se da un lato questa rivendicazione
è frutto di un anelito all’originario, espressione di un tentativo di radicalizzare la
questione del pensiero fino a estrarne le
radici, a toccarne i limiti, dall’altro essa
espose Gentile e Heidegger alla necessità,
sul piano filosofico, di giustificare tutte deprecabili o auspicabili - le concrete manifestazioni della storia. F.C.
Forme di consenso
Aristotele fu il primo che pose la distinzione tra conoscenza valida, che
appartiene alla scienza , e retorica che
invece è propria della politica e che si
serve primariamente della persuasione per dare valore ad affermazioni non
valide. A questo proposito risalta lo
studio di Alan G. Gross, The rhetoric of science (La retorica della
scienza, Harvard University Press,
Harvard 1990) che al contrario cerca di
restituire giusto valore alla retorica,
affermando come essa non sia una
forma di conoscenza inferiore e servile, ma piuttosto essa stessa una scienza, e a sua volta la scienza non altro
che una forma limitata di retorica.
Questa sorprendente conclusione deriva dal fatto di considerare la scienza
non come un percorso privilegiato per
raggiungere una conoscenza valida,
ma come una delle tante attività intellettuali, alla stregua delle altre attività
umane.
Per affermare una retorica della scienza
Alan G. Gross risale alla filosofia greca. Il
testo su cui più si sofferma è proprio la
Retorica di Aristotele, prendendo anche
dall’opera di Chaim Perelmane e L.
Olbrechts-Tyteca, The new rhetoric, che
tenta anch’essa una riabilitazione della retorica come disciplina, limitandosi però
solo alla tecnica della persuasione nelle
scienze umane. Gross al contrario non riconosce tale confine alla retorica. Una delle
forme di retorica classica analizzate è l’analogia, e a questo proposito Gross mostra
come i discorsi politici di F.D.Roosvelt, gli
argomenti del dibattito tra Popper e Khun,
e gli sforzi fatti dagli scienziati per decifrare il codice genetico si basino tutti su analogie di vario genere.
Con questo però Gross non afferma l’esistenza di un metodo universale proprio
della scienza; vuole solo affermare che il
consenso nella scienza è prodotto da procedimenti concordati in funzione di ben determinati argomenti. Gross esamina come
le differenti forme di consenso sono variate
storicamente all’interno dei diversi dibattiti scientifici. Tutte le sue argomentazioni
cercano di superare le affermazioni che
restringono la retorica agli aspetti superficiali della scienza. Non solo la forma ed il
progetto della scienza sono retoriche, ma
anche la scoperta dei fatti e la produzione di
teorie. Egli afferma infatti che anche i fatti
bruti non sono indipendenti da un certo
contesto persuasivo. Analizzando un insieme sbalorditivo di episodi scientifici, Gross
giunge alla conclusione che già i trattati
scientifici, con le loro parole ed i loro
calcoli, bastano per persuadere e per produrre il senso della realtà riguardo a una
certa teoria, senza tener presente che gli
strumenti e i laboratori utilizzati per produrre una teoria sono altrettanti mezzi potenti utili al raggiungimento di quel senso
della realtà necessario per dare consistenza
ad una teoria e renderla ammissibile. V.R.
Epistemologia costruttiva
Le difficoltà del positivismo hanno reso attuale il dibattito di nuove ipotesi
teoriche. In un recente libro, Teoria e
interpretazione (Guerini e Associati, Milano 1991), Silvana Borutti delinea con chiarezza la proposta di una
epistemologia costruttiva, in una posizione di autonomia e, insieme, di
intenso dialogo con altre tendenze contemporanee, in primo luogo la filosofia analitica e l’ermeneutica. Nello stesso filone va collocato un volume di
Lorenzo Magnani, Filosofia e geometria (Guerini e Associati, Milano
1990). Successivi interventi e incontri
hanno arricchito il dibattito in corso.
La denuncia del tradizionale atteggiamento positivistico sul tema della conoscenza
va aggiornata. E’ possibile andare oltre le
consuete accuse di obiettivismo, riduzionismo, scientismo ecc.. e mettere in luce
aspetti più nascosti e sottili delle sue connotazioni filosofiche. Potremo così scopri-
re l’autentica vocazione del cosiddetto buon
senso positivistico, implicita in formule
quali rispecchiare la realtà oppure afferrare la realtà, che sottintendono il carattere
di datità come peculiare dell’oggetto di
conoscenza. Nei confronti di questa tradizione di pensiero la riflessione filosofica di
Silvana Borutti si costituisce in uno spazio di radicale e meditato allontanamento.
I suoi punti di riferimento sono dichiarati:
lo schematismo trascendentale di Kant da
una parte, e dall’altra la concezione del
linguaggio di Wittgenstein, con particolare
riferimento alle Ricerche filosofiche. A partire da questi si delineano i contorni generali di una epistemologia costruttiva ancorati a due capisaldi teorici: a) la conoscenza
si configura attraverso il processo di mediazione della forma (di ascendenza
kantiana e, ancor più, cassireriana) b) l’agente di questo processo di mediazione è il
linguaggio (l’ascendenza è wittgensteiniana).
Il punto di partenza non è più l’accertamento dell’oggettività scientifica, ma di come
si costruisce l’oggetto della conoscenza. Il
richiamo più immediato è alla tematica del
“vedere come” di Wittgenstein. Lo sguardo costruisce una prospettiva entro cui vedere la realtà. Il linguaggio è l’agente della
formalizzazione, della configurazione, della
strutturazione dell’oggetto. Secondo la
Borutti nella conoscenza è dunque in atto la
funzione di un selettore, «un filtro linguistico-categoriale che ritaglia gli oggetti nell’indistinto del continuo percettivo». Il discorso scientifico non pone pertanto questioni di sintassi logica, ma relazioni costruttive di tipo simbolico-categoriale con
gli oggetti.
Dal proficuo dialogo con un ventaglio molto ampio di indirizzi filosofici e campi di
sapere, le competenze dell’epistemologia
appaiono trasformate radicalmente: l’obiettivo non è più quello di sottoporre le conoscenze ad una “ricostruzione razionale”,
ma di analizzare i processi simbolici e
metaforici che le producono. Il luogo specifico di configurazione di questi processi
di strutturazione dell’oggetto di studio è il
“modello”, la cui intrinseca linguisticità
evidenzia come esso assuma non tanto qualità “predittive”, quanto piuttosto qualità
“metaforiche”, di produzione e di incremento semantico. La modellizzazione è
una operazione di interpretazione e di invenzione, che consente di ri-descrivere e di
ri-configurare gli ingredienti della realtà
presi in considerazione. Si assottiglia di
conseguenza la demarcazione, tradizionalmente rigida, tra fare scientifico e fare
artistico, accumunati da un affine intento
pioetico.
Sebbene animato da altre finalità riflessive,
notevoli convergenze con questa impostazione presenta il saggio di Aldo
Gargani,”La filosofia post-analitica”, pubblicato in Filosofia ‘90 (a cura di G. Vattimo,
Laterza, Roma-Bari 1991). Questi sostiene
che un elemento accomuna le differenti
versioni del pluralismo conoscitivo dell’e-
TENDENZE E DIBATTITI
pistemologia post-analitica (i “paradigmi”
di Kuhn, le “versioni del mondo” di
Goodman, gli “schemi concettuali di decidibilità razionale” di Putnam), ovvero la
loro correlazione ad una esperienza neutrale, a priori, non interpretata, che profilerebbe una situazione di irrevocabile relativismo. Opportuna risulta allora la mossa teorica di Wittgenstein, che colloca la fonte ed
il luogo della verità entro i contorni del
linguaggio. Così se la partita della verità si
gioca tutta sul piano linguistico, non si
corre più il rischio della subordinazione
relativistica della conoscenza ad una realtà
pre-interpretata - una irraggiungibile cosain-sé - e la verità può fondarsi sul carattere
di intransitività del linguaggio. Se dunque
il linguaggio è intransitivo, tra le differenti
costruzioni semantiche si possono gettare
ponti comunicativi solo precari e provvisori. Ciò corrisponde alle considerazioni sul
tema della “traduzione” elaborate dalla
Borutti, secondo la quale la traduzione indica il carattere faticoso, non pacificato e
non sovrano della conoscenza. Nello stesso
tempo essa apre di continuo uno spiraglio
verso l’altro, il diverso, l’inesplorato e
l’inafferrabile. La traduzione è una operazione sul linguaggio che non si presenta
con i caratteri del dominio, ma con quelli
della eventualità, della revocabilità, della
finitezza. In questo senso diventa “paradigma di conoscenza”. Proprio su questi motivi si è incentrato il dibattito svoltosi l’11
aprile 1991 presso il Collegio Borromeo
di Pavia sul libro della Borutti, che è stato
affrontato secondo due domande di fondo:
come si colloca il tema della verità nella
prospettiva dell’epistemologia costruttiva?
Che rapporto si istituisce tra essa e la questione dell' etica, ovvero del riferimento ai
valori? L’altra direzione di arricchimento
dell’epistemologia costruttiva è costituita
dall’intensificazione del dialogo con i differenti saperi. Un prezioso supporto in tal
senso giunge dall’ultimo volume di Lorenzo Magnani, che, basandosi sull’interpretazione kantiana della geometria e su
alcuni attuali aggiornamenti di essa, dimostra il carattere paradigmatico di questa
scienza come matrice di una teoria della
conoscenza di tipo costruttivo. La costruzione del concetto come esposizione a priori
dell’intuizione corrispondente è isomorfa
alla presentazione della geometria nella
kantiana Dottrina del Metodo come conoscenza per costruzione di concetti. Neppure le contemporanee interpretazioni logiciste della geometria - dimostra Hintikka riescono a inficiare il carattere sintetico e,
quindi, costruttivo delle proposizioni geometriche. Magnani ha fatto in tal senso
riferimento alla proposta di Petitot di sbloccare la rigidità degli a priori kantiani, ammettendo una storicità delle intuizioni pure
e, dunque, una storicità dell’oggettività e
dell’esperienza possibile. Questo, tuttavia,
non interdice il carattere a priori e sintetico
della conoscenza geometrica, ma comporta solo l’idea di “pluralizzazione” degli a
priori.
Queste argomentazioni sono state al centro
di una interessante tavola rotonda che si è
svolta alla Fondazione Corrente di Milano l’8 maggio 1991 con la partecipazione
di cultori di differenti saperi. Alcuni interventi, in particolare, hanno messo in rilievo
l’interesse della psicoanalisi per il ruolo del
linguaggio come agente del senso, costruttore non di significati trasparenti e compatti, ma soprattutto elemento sintomatico delle
smagliature e dei punti ciechi della comunicazione. Il rimando è, di nuovo, ai caratteri veritativi che si configurano nelle pratiche della conoscenza.
Come ha ricordato nelle conclusioni Fulvio
Papi, una grande virtù del costruttivismo è
la sua possibilità di trasporsi in differenti
spazi discorsivi, sia della produzione di
saperi che della produzione artistica. Una
virtù che merita di essere coltivata e sperimentata. F.S.
L’etica in letteratura
Negli anni '70 lo studio della letteratura negli Stati Uniti ha subito un periodo di crisi. La vecchie assunzioni da cui
dipendevano il New Criticism ed uno
storicismo ingenuo sono state attaccate dai filosofi di scuola francese con
l’accusa di essere inadeguate e poco
incisive. I concetti forti di significato e
soggettività, di scrittore e intenzione
sono crollati, anche perché essi si giustificavano solo attraverso la nozione
di autonomia estetica, senza possedere un’ideologia di fondo. Ma ciò che
inizialmente sembrava un movimento eterodosso, ha assunto ben presto
un carattere di ortodossia: ciò che prima scandalizzava, è divenuto familiare.
Questo cambiamento radicale sembra aver
completamente abbandonato quelli che erano i temi fondamentali della critica letteraria precedente. A questo proposito si assiste negli Stati Uniti ad un ripensamento
che evidenzia la ricerca di un compromesso tra queste due contrapposte posizioni, se
non addirittura la rinascita di una critica
latteraria che consideri soprattutto il tema
dell’etica e dei suoi valori all’interno della
letteratura. I lavori di Robert Scholes,
Wayne Booth, Daniel Schwarz ed altri mostrano infatti un interesse per l’etica presente nella narrativa: il ruolo del lettore, la
pragmatica del criticismo, e la prospettiva
della difesa di ideali culturali da un punto di
vista proggressivo.
Il pensiero contemporaneo ha lasciato indefinita la nozione di valore. Lo strutturalismo per esempio ha concentrato il proprio
interesse sul processo di significazione; i
post-strutturalisti hanno continuato per questa strada. Altrove i critici hanno demolito
il concetto di canone letterario, affermando
che esso è condizionato storicamente. Altre forme di criticismo ideologico invece
riducono la letteratura ad un esercizio di
potere, in cui sono assenti valori etici o
estetici. Contro questa situazione Robert
Scholes, pur dichiarando il suo debito a
Derrida, in Protocols of readings rifiuta l’
”ermeneutica nichilista” del decostruttivismo. Per Scholes i valori letterari devono
essere ristabiliti attraverso un’etica del romanzo, basata sul fatto che alcuni lettori e
alcuni testi sono migliori di altri. La critica
descostruttivistica ha escluso questa possibilità, in quanto enfatizza il fallimento dell’atto del leggere e della distinzione tra vita
e testo e tra mondo e testo. Per Scholes il
leggere è un’attività costruttiva attraverso
la quale il testo viene integrato nella vita
del lettore, creando una identificazione metaforica con la lettura. Mentre Derrida nega
che il significato è sempre presente ed
attuale per i lettori o gli interpreti, Scholes
preferisce un approccio più pragmatico: la
“presenza pragmatica” è parte della nostra
esperienza ed è una cruciale dimensione
del linguaggio. Senza una qualche nozione
di presenza e di reale comunicazione, il
soggetto si perde nell’abisso del linguaggio o nell’aporia del pensiero. Su questa
linea si pone anche lo studio di Wayne
Booth, The company we keep, che presenta
una grande varietà di giudizi etici impliciti
nel criticismo, mentre suggerisce un approccio più congeniale alla letteratura.
V.R.
Un viaggio lungo il pensiero
analitico
Nel panorama della filosofia analitica
di stampo anglo-sassone il libro di
Peter Hylton, Russell, idealism
and the emergence of analytic
philosophy (Russell, l’idealismo e l’emergere della filosofia analitica,
Clarendon Press, Oxford 1990) rappresenta una positiva appertura verso un
approccio storico allo studio della filosofia. La tradizione analitica ha reso
l’attività filosofica pragmatica e astorica, se non a volte addirittura antistorica, data la sua propensione verso
la pratica e non verso la storiografia
filosofica. Al contrario Hylton, pur essendo legato alla tradizione analitica,
ritiene che lo studio del passato in
quanto tale sia filosoficamente utile, e
che le idee filosofiche derivino dallo
sviluppo di un metodo.
Gli eventi che Peter Hylton analizza sono
quelli che appartengono alla rivoluzione
filosofica avvenuta in Gran Bretagna tra il
1895 ed il 1913, legata all’opera di Georg
Edward Moore e di Bertrand Russell, che si
opposero all’idealismo prevalente all’epoca nell’università di Oxford e di Cambridge,
con l’intento non solo di distruggerlo, ma
anche di sostituirgli un insieme di contenuti e procedimenti, in cui si può già ravvisare
il primo embrione della futura filosofia
TENDENZE E DIBATTITI
Bertrand Russel
analitica inglese. Il libro ha decisamente un
taglio cronologico, ma lo scopo di Hylton è
quello - e lo afferma esplicitamente - di
fornire un’interpretazione di alcuni testi di
Moore, e soprattutto di Russell, che sono
stati indebitamente trascurati. Egli espone
con chiarezza quali sono state le letture che
hanno influenzato il Russell dei primi lavori filosofici, sottolineando anche quei temi
e quelle costanti, da cui si possono ricavare
le linee di sviluppo che la filosofia britannica percorre nel suo passaggio dall’idealismo hegeliano al realismo analitico. Fra i
temi sollevati da Hylton nella sua ricostruzione storica il più importante è forse quello dell’unità complessa, che si ricollega ad
un vecchio problema metafisico, il problema di come un’entità complessa possa essere un tutto unico e unito, e nello stesso
(f. di A. Eisenstaedt)
tempo nient’altro che la somma delle sue
varie parti. A questo proposito Hylton sostiene che per la comprensione di questo
problema è necessario chiarire le differenze e le analogie con l’uso delle nozioni
idealistiche di sintesi, assoluto, tutto organico e relazione interna, analizzando la
distinzione posta da Russell tra classe-diindividui e classe-di-classi, ed anche i motivi che lo conducono alla teoria delle descrizioni definite.
Hylton riesce a dare una buona interpretazione dei testi di Russell e di Moore, rilevando sia le invarianze che i cambiamenti
nelle loro dottrine e nel loro modo di succedersi l’una all’altra. Ciò che invece Hylton
non riesce a mostrare è come la ricerca
storica può essere anche fonte di riflessione
filosofica.
Questo è dovuto a parecchi fattori, fra cui il
non tener presente che spesso i benefici che
si possono ricavare da una ricerca storica
sono inversamente proporzionali alla vicinanza temporale e culturale con l’oggetto
di studio. Inoltre egli non sorregge la sua
analisi con una teoria strutturata della ricerca storica, ma si sofferma quasi esclusivamente sulla connessione logica degli eventi, senza esprimere una relazione storica
per spiegare il perchè di certi eventi. D’altro canto nello spiegare l’emergere della
filosofia analitica Hylton si rifà solo alla
filosofia dell’epoca di Oxford e di
Cambridge, senza considerare che invece è
stata soprattutto l’influenza della filosofia
matematica, logica, psicologica e fisicista
continentale a porre le basi della filosofia
analitica anglo-sassone.
TENDENZE E DIBATTITI
L’esigenza di radicare storicamente una
cultura ha necessariamente bisogno di una
teoria della storia che possieda la capacità
ed il potere di spiegare il perché dell’accadere di determinati eventi, cosa che ancora
manca al recente bisogno storiografico inglese. V.R.
Pensando la guerra
E’ vero che i tempi del pensiero sono
più lenti di quelli della cronaca e tuttavia una “riflessione d’urgenza” che
utilizzi gli strumenti dell’analisi storica e filosofica, sembra oggi necessaria, anche se semplicemente nei termini di una interrogazione aperta sulle ragioni che hanno condotto al recente confronto militare, almeno per
sgombrare il campo dalla retorica e
dalla superficialità di tante analisi dei
media. Il volume collettivo: Guerra
virtuale e guerra reale: riflessioni sul conflitto del
Golfo (Mimesis Edizioni, Milano 1991)
raccoglie alcuni interventi di filosofi,
composti mentre la guerra era ancora
in corso. Uno dei principali nodi tematici affrontati è la stretta articolazione
tra la logica del conflitto e l’uso dei
media.
Nei paesi occidentali l’orchestrazione televisiva del conflitto che appiattisce la tragica realtà dell’evento in un immaginario
bellico tecnologico e asettico, non ha avuto
la capacità di prevedere l’impatto psicologico dell’evento sugli spettatori: accaparramento di generi alimentari, paura, insofferenza. Carlo Formenti rileva come nei
giorni della guerra si sia realizzata una vera
e propria identificazione con l’occhio televisivo, l’instaurazione definitiva di un idolo tecnogico «la cui potenza diviene tanto
maggiore quanto più riflette la pura datità
del reale: il fascino e l’orrore parlano da
soli, non richiedono interpretazione né commenti». Lo scoppio del conflitto ha, da un
lato, tragicamente smentito le previsioni di
chi riteneva obsoleta l’opzione militare:
l’esibizione della potenza distruttiva dell’apparato bellico anticipa e neutralizza
qualsiasi posizione conflittuale attraverso
la rappresentazione anticipata degli esiti
del conflitto.
La deterrenza non ha tuttavia fatto presa in
una situazione caratterizzata da un diverso
panorama storico e culturale, dove le motivazioni ideologico-religiose conservano una forte energia polemica. La risposta dell’Occidente all’agitazione strumentale del
fanatismo fondamentalistico - sottolinea
Mario Perniola - si è espressa nel senso
della riproposizione di un poco credibile
letteralismo giuridico. In breve si è passati
dal registro consolidato della Realpolitik,
alla solennità dei discorsi sul diritto internazionale. D’altro canto la guerra del Golfo
ha confermato una linea di tendenza già
annunciata da Clausewitz, ovvero il carattere “illimitato” del conflitto moderno che
non tollera più cesure tra l’ambito civile e
quello militare. L’ostaggio - considera Jean
Baudrillard - diventa la figura tipica di
questa guerra così come l’uso strategico
della minaccia e del ricatto ambientale diventano opzioni normalmente agibili.
Dobbiamo tuttavia rilevare in questo contesto di riflessione che la guerra del Golfo,
gli episodi di intolleranza razziale, la spinosa problematica del rapporto fra Stato e
nazione sono stati invece oggetto, proprio
attraverso i media, di un vivace e sentito
dibattito pubblico in Francia.
Negli ultimi mesi molteplici sono stati gli
interventi da parte di filosofi, storici, sociologi francesi sugli avvenimenti più drammatici e contraddittori della nostra storia
quotidiana, e non solo di quella più recente.
Al di là delle baruffe, degli scoramenti in
diretta o delle osservazioni oculate affidate
alle pagine scritte, lo “spirito del tempo” ha
segnato la presenza sulla scena pubblica di
due tipi di approccio intellettuale all’attualità. Da un lato si profila l’intellettuale “alla
Sartre”, per così dire, sempre pronto ad
esprimere a caldo le propie opinioni, a
firmare petizioni, ad avanzare previsioni.
E’ ciò che è accaduto per esempio quando
il quotidiano “Libération” ha pubblicato in
febbraio tre “manifesti” distinti sull’intervento bellico nel Golfo, che riportavano
l’opinione di intellettuali di campi diversi,
ma tutti impegnati attorno alla questione
della legittimità o meno dell’intervento
dell’ONU. Contro la guerra si sono pronunciati Balibar, Bourdieu, Breton, sostenendo che l’azione bellica in gioco non
era che il frutto della volontà di due diversi
imperialismi, e si faceva appello agli intellettuali di impegnarsi a difendere «il punto
di vista dei popoli rispetto a quello degli
imperialismi, e di resistere alla propaganda
e liberare l’informazione».
Di contro Finkielkraut, Lyotard e
Fontenay hanno assunto una posizione
volutamente «al di là tanto della morale
angelica, quanto del cinismo bellico», rivendicando i caratteri di legalità, legittimità e di necessità dell’intervento militare,
per cui gli intellettuali sono chiamati ad
assumere «la via difficile di una morale
politica scevra da illusioni» e nutrita di un
sano realismo politico. Altri intellettuali
come Lacoture e Rodinson hanno invece
difeso con costanza l’esigenza della negoziazione.
Un altro approccio, questa volta diremmo
“alla Aron”, ha privilegiato un intervento
ponderato, privo di “j’accuse”, teso invece
a darsi i tempi della riflessione, a «fare la
parte delle cose»: su questa linea ricordiamo i numerosi articoli e dibattiti pubblici
da parte di studiosi arabi (per esempio
Stora) che si sono dedicati alla ricostruzione di determinate costellazioni storicoculturali per trovare delle chiavi di comprensione al fanatismo, alla contraddizione
fra antico e moderno in seno alle comunità
arabe. Particolarmente accesa è stata infine
la discussione suscitata dal libro di Alain
Minc, La vengeance des nations (La ven-
detta delle nazioni, Grasset, Parigi 1991),
dove l’autore si schiera contro ogni forma
di “tribalismo” vecchio o nuovo e reputa
possibile l’arbitraggio fra Nazione e Stato
solo in seno allo stato di diritto. E.N./
F.M.Z.
La riscoperta del privato
in Francia
L’attuale dibattito francese sulla complessa nozione di individualità/individualismo nelle società contemporanee ha una delle sue più sorprendenti
“versioni” nel concomitante e crescente interesse per la sfera del “privato”,
anzi della vita più che interiore, “intima”. Segnaliamo a questo proposito
tre prospettive di indagine. La prima,
ad opera di Pierre Pachet, Les barométres de l’âme. La nassaince
du journal intime, (I barometri
dell’animo. La nascita del diario intimo, Hatier, Parigi 1990), focalizza il
significato della vita interiore attraverso la “storia del diario”. La seconda
prospettiva cerca di assumere un punto di vista sulla “struttura simbolica e
sociale dei sentimenti nel privato”: ci
riferiamo allo studio di Luc Boltanski,
L’amour et la justice comme
compétences, (L’amore e la giustizia
come competenze, ed. Marie Méraillé,
Parigi 1991) e alla traduzione francese
dell’ultimo libro di Niklas Luhmann,
Amour comme passion. De la
codification de l’intimitè,
(Amore come passione. La codificazione dell’intimità, trad. di A. M.
Lionnet, Aubier, Paris 1991). La terza
infine è una prospettiva particolare,
che tende ad interpretare il richiamo
filosofico all’etica in chiave privata nel
campo di quelle buone/cattive abitudini e di quelle piccole “virtù”, che gli
individui tengono in relazioni molto
strette o molto formali: ci riferiamo
alla pubblicazione in corso della collana “Morales” presso le edizioni
Autrement a cura di Nicole
Czechowski, di cui sono usciti i primi
tre titoli: Honneur, Fidelité e
Politesse.
Se il dibattito sul “pubblico” mette in gioco
le problematiche relative alla tensione fra
convinzioni personali e argomentazioni comuni, fra valori soggettivi e fini oggettivi,
fra condotte particolari e criteri universali,
non di meno la gestione del dominio del
privato non va esente da similari preoccupazioni. E questo vale tanto per il rapporto
con se stessi, per l’intimità come cassa di
risonanza affettiva e umorale in cui il tempo vissuto si riversa, quanto per il significato dato all’investimento affettivo con una
persona “altra”, quanto per le abitudini
quotidiane in bilico fra ordine privato e
gestione del sociale. In questo senso non si
TENDENZE E DIBATTITI
pensi, invita Pierre Pachet, che il fatto di
scrivere un diario sia un gesto naturale ed
innocente; al contrario, l’annotazione privata dei propri stati d’animo è divenuta un
vero genere letterario, a partire dalla pubblicazione dei diari di Constant, Maine de
Biran, Stendhal, Hugo, Delacroix, sebbene
siano reperibili illustri predecessori come
Casanova e Lavater. Ma è con la pubblicazione del diario di Le Brun (1887) che la
scrittura intimistica cessa di essere un semplice stratagemma contro la solitudine per
divenire «un’ulteriore tappa nel cammino
di privatizzazione e laicizzazione del “lavoro del sé”». Diversamente dalle pratiche
religiose - confessioni, pentimenti, apprendistati mistici - il diario è la presa in carico
solipsistica, individuale e particolare di una singolarità che cerca di dare una prospettiva alla propria «natura incostante,
metereologica, di una variabilità che non
conosce regola». Ciò che il diarista teme
maggiormente è la variabile incontrollabile del tempo che cambia e che segna le
nostre stagioni facendoci ritrovare alla fine
un po’ sorpresi e un po’ estranei. Per questo, in mancanza di riferimenti trascendenti
a cui commisurarsi, nella nostra epoca l’anima diviene sempre più una «cometa senza nucleo», una «intima mobilità», la proiezione degli stati metereologici dell’animo.
La convinzione che l’individuo contemporaneo si liquefi nell’umoralità dei suo stati
e nel cangiante caleidoscopio del mondo
esteriore è condivisa anche da chi, come
Luc Boltanski e Niklas Luhmann, per
cammini diversi, cerca altre vie di cristallizzazione. Per il primo (direttore di studio
all’Ecole des Hautes Etudes di Parigi e
animatore di un gruppo di sociologia morale e politica del CNRS) il mondo di relazioni fra pubblico e privato è inquinato dalla
pratica di abitudini attraverso le quali amministriamo i contenziosi della vita sociale
di tutti i giorni, con amici, parenti, colleghi.
Rimarchevole di questa specie di «sociologia della disputa», al confine fra una microsociologia del quotidiano ed un privato
allargato, è il tentare di risolvere le tensioni, invocando principi di equivalenza, regolativi dei dissidi, detti “competenze”,
quali veicoli di comunicazione di un consenso in grado di dare ragione del «sentimento di giustizia» nelle controversie. Una
di queste fondamentali competenze è l’amore, inteso come “agape”, gratuità del
dono, stato di pace e di accordo. Sull’amore
come passione e dispositivo di comunicazione si è espresso anche Luhmann. Egli
parte dalla considerazione che nella società
moderna, dove tutto è ruolo, funzione, ambiente sociale, l’interazione si realizza attraverso dei “media simbolici e comunicazionali”, come il denaro e l’amore. Così
anche la vita affettiva privata non è che un
codice e Luhmann, rintracciandone la storia a partire dall’amor cortese e concentrandosi sulla Francia del XVII secolo,
giunge alla laconica conclusione che oggi
«non esiste nessuna semantica per regolare
i propri comportamenti in proposito». Nel-
la società iperdifferenziata, contraddistinta
da una «endemica potenzialità di generare
conflitti» non esiste nessun modello di amore come investimento affettivo e progetto di un’alleanza per l’esistenza, a cui ci
si possa conformare. Bisogna riconoscere
però che se il panorama teorico in cui si
incrociano differenti approcci alla sfera del
privato pare suggerire che nella rete della
modernità i sentimenti si sfilaccino in comportamenti sociali e microsociali o in un
disagio personale, ugualmente c’è chi crede che il ritorno ai valori etici professato da
Jankelevich o Levinas, abbia qualcosa a
che fare con quella panoplia di buone maniere e di solide virtù che mettiamo in
campo nella regione fluttuante dei rapporti
personali, non propriamente pubblici, non
solamente intimi. La collana “Morales”,
inaugurata dall’editore Autrement, prevede di pubblicare tre o quattro titoli all’anno,
ciascuno dei quali porta il nome di una
“virtù”: onore, fedeltà, cortesia, e poi perdono, pazienza, coraggio, tolleranza. Si
tratta di qualità operanti nel comportamento, sospese ancora una volta fra microsociale, come è il caso delle buone maniere in
pubblico, e un privato allargato, come è il
caso della fedeltà nei rapporti di coppia, la
cui natura ambigua - psicologica, etica,
sociale, culturale - non viene sempre debitamente investigata. Ogni libro è una raccolta di interventi di esperti di varia natura
(sociologi, antropologi, letterati), cui spesso fa difetto la dimensione unitaria e sintetica. Per quanto il gruppo dei collaboratori
vanti nomi prestigiosi (Kristeva, CompteSponville, Levinas, Fontenay), il progetto
è stato finora accolto dalla critica con qualche interrogativo. Il più significativo mette
in guardia dal rischio di piegare la discussione etica verso l’intimismo, il lirismo e il
galateo. F.M.Z.
La teoria dell’agire
Nel mondo anglo-sassone già da qualche tempo il pensiero di Wittgenstein
sta suscitando grande interesse. Recentemente si sono sviluppate interessanti teorie, che pur allontanandosi, se non addirittura contrapponendosi al primario pensiero di Wittgenstein, stanno significativamente influenzando la cultura filosofica anglosassone. Una di queste è la teoria
dell’agire che è stata oggetto in questi
ultimi tempi di una serie di studi:
Natural agency: an essay on the
causal theory of action di John
Bishop (L’agire naturale: un saggio
sulla teoria causale dell’agire,
Cambridge
University
Press,
Cambridge 1990); Explaining human action di Kathleen Lennon (Spiegare l’agire umano, Duckworth,
London 1990); The philosophy of
action: an introduction di Carlos
J. Moya (La filosofia dell’agire: un’in-
troduzione, Polity, Oxford 1989); On
action di Carl Ginet (Sull’agire,
Cambridge
University
Press,
Cambridge 1990).
Wittgenstein ha posto le basi del problema
dell’agire, affermando che esso si risolve
solo se si riesce a rispondere alla domanda
su che cosa rimane dell’agire se si elimina
l’azione stessa dell’individuo che agisce.
Pur non riuscendo a dare una risposta chiara a questa domanda, Wittgenstein si è
sempre rifiutato di analizzare questa nozione in termini causali, rifiutando anche l’idea che l’agire debba riferirsi a esperienze
interne. Nel 1960 questo paradigma viene
confutato e sostituito con un altro, secondo
cui quando si spiega un comportamento si
rinvia - esplicitamente o meno - all’esistenza di una connessione causale tra la ragione
e l’azione. Di conseguenza un movimento
è un’azione solo in virtù del fatto che possiede una causa. L’intenzione viene in tal
senso trattata come uno stato psicologico
che causalmente interviene tra la ragione e
l’agire. La versione ancora oggi accettata
di questa teoria è quella di Donald
Davidson, di cui sono stati tentati approcci
differenti, ponendo attenzione sopprattutto
all’individuazione degli eventi che intervengono tra l’intenzione e il movimento
corporeo, affinchè questo si trasformi in
azione. John Bishop in Natural agency
cerca di eliminare il vizio di circolarità che
per Davidson deve esistere nella catena
causale che interviene nell’analisi di un’azione. Per Bishop l’agire spiegato attraverso una causazione circolare non aiuta a
capire e giustificare l’interpretazione causale di questo processo. Un’altra tesi di
Davidson, confutata questa volta in
Explaining human action da Kathleen
Lennon, è quella secondo cui le regole
dell’agire riguardano solamente proprietà
fisiche, escludendo per esempio i desideri
e le credenze. Questa soluzione non tiene
conto degli aspetti psicologici di tali stati,
che rinviano invece a regole psico-fisiche e
possono rientrare in una teoria generale
degli stati psicologici. Gli studi di Carlos
Moya e di Carl Ginet, a differenza dei
precedenti, non tentano un miglioramento
della teoria di Davidson, ma propongono
delle spiegazioni alternative. In The
philosophy of action, Moya afferma che il
voler dare un carattere normativo agli stati
psicologici rivela l’impossibilità di inserirli all’interno della teoria causale, che al
contrario possiede un approccio di tipo
naturalistico, opposto a quello normativo.
Ginet invece sviluppa una teoria noncausale e propone una spiegazione originale, ma molto azzardata dell’agire, cercando
di difendere l’incompatibilità presente nella tesi secondo cui se le nostre azioni sono
causalmente determinate, esse non possono essere libere. Per giustificare questa
situazione egli afferma che un’azione implica un atto mentale interno, una volizione
che possiede sia un certo contenuto, sia una
particolare “sensazione attiva”. Ciò che è
in sé un’azione non necessita di nessuna
PROSPETTIVE
RICERCA
TENDENZE E DI
DIBATTITI
Johann Gottfried Herder (incisione da un dipinto di Angelika Kaufmann)
PROSPETTIVE DI RICERCA
PROSPETTIVE DI RICERCA
Nuove edizioni
degli scritti di Herder
La recente edizione dei Werke (Opere)
di Johann Gottfried Herder, presso
l’editore Hanser di Monaco, e dei Werke
in zehn Bände (Opere in dieci
volumi), da parte dell’editore Deutsche
Klassiker di Francoforte, rende accessibili al grande pubblico alcuni dei principali testi del pensatore tedesco, disponibili finora solo nella vecchia edizione Suphan in trentatré volumi, pubblicata tra 1877 e 1913.
L’opera di Johann Gottfried Herder
(1744-1803) si pone come una testimonianza di quell’importante momento della
cultura tedesca che va dal movimento anticlassicistico dello Sturm und Drang fino
all’ultima fase dell’illuminismo tedesco,
che accoglie in sé motivi naturalistici di
carattere rousseauiano, fondendoli con una
concezione etica del cristianesimo, sostanzialmente legata a quell’ideale di “umanità” che trova proprio in Herder la più importante espressione. Pensatore non sistematico e attento alle testimonianze della
storia e dell’estetica, in una prospettiva
generale che in termini moderni si potrebbe
forse definire “antropologica”, Herder fu il
sostenitore di un’estetica e di una critica
letteraria che prestassero attenzione alla
poesia “popolare” ed “ingenua”, precorrendo alcuni atteggiamenti di fondo che
sarebbero stati fatti propri con maggiore
radicalità dai romantici. Tra gli scrittori
tedeschi, Herder fu il primo a raccogliere
organicamente e a tradurre poesie popolari
provenienti da diverse aree culturali, derivando da questa sua attività la consapevolezza del nascere, perire e mutare delle
culture: la consapevolezza della uguale dignità di ogni cultura ed etnia, nella prospettiva generale di una “promozione dell’umanità” (un argomento a cui egli dedicò
una serie di celebri Lettere) e di una filosofia della storia umanistica (argomento della sua opera più nota, le Idee per la filosofia
della storia dell’umanità). L’edizione completa delle opere di Herder, pubblicata tra
1877 e 1913, è l’unica a cui manchino quei
caratteri di pienezza informativa, accuratezza e attendibilità filologica che caratterizzano le edizioni delle opere di altri gran-
di classici della letteratura classicoromantica tedesca. Anche negli anni Cinquanta e Sessanta, quando in Germania si
ebbe un aumento delle edizioni a grande
diffusione dei classici, l’opera di Herder
restò esclusa dalle attenzioni degli editori.
Solo i cinque volumi pubblicati presso l’editore Aufbau di Berlino Est, presentavano
al pubblico della ex-DDR un’immagine
relativamente ampia dell’opera di Herder.
Dal 1984 l’opera di Herder è però nuovamente accessibile ad un ampio pubblico per
iniziativa dell’editore Hanser di Monaco,
che ha iniziato una edizione in tre volumi
delle Opere herderiane, e dell’editore
Deutsche Klassiker, presso cui ha preso avvio il progetto di un’edizione in dieci volumi (Werke in zehn Bänden). Nell’edizione
hanseriana sono usciti finora due volumi, di
cui il secondo, pubblicato nel 1987, raccoglie testi sul tema Herder und die
Anthropologie der Aufklärung (Herder e
l’antropologia dell’illuminismo, a cura di
W. Pross, Carl Hanser Verlag, München
1987). L’edizione dell’editore Deutsche
Klassiker presenta finora tre volumi: il vol.I,
Frühe Schriften 1764-1772 (Primi scritti
1774-1772, a cura di U. Gaier, 1985); il
vol.III, Volkslieder. Uebertragu-ngen.
Dichtungen (Canzoni popolari. Trascrizioni. Poesie, a cura di U. Gaier 1990); il
vol.VI, Ideen zur Philosophie der
Geschichte der Menschheit (Idee per la
filosofia della storia dell’umanità, a cura di
M. Bollacher, 1989). Entrambe le edizioni
sono arricchite da accurati commentari e
introduzioni, che offrono al lettore un prezioso strumento per la comprensione del
pensiero herderiano nella sua specificità e
nelle sue connessioni storiche. M.M.
L’argomento ontologico
Gli atti di un convegno tenutosi all’inizio del 1990, L’argomento ontologico (a cura di Marco M. Olivetti,
Cedam, Padova 1990), ripropongono
una questione ricorrente nella storia
della filosofia, la dimostrabilità dell’esistenza di Dio attraverso la pura ragione.
Da Anselmo, che nell’XI secolo elabora il
cosiddetto “argomento teologico” - l’esistenza deve essere attribuita all’essere perfetto, perché altrimenti esso non sarebbe
tale - la questione della dimostrabilità dell’esistenza di Dio attraverso la pura ragione percorre la storia della filosofia, e arriva
fino alla nietzschiana “morte di Dio”. Il
problema è fino a che punto questa morte
non sia stata causata da quello stesso Dio
con la sua pretesa di presentarsi come il
Dio della pura ragione. In questo modo la
questione teologica coincide con quella
ontologica: si svela così l’essenza ontoteo-logica della metafisica occidentale, come direbbe Heidegger. Un esito questo
che, se è “destinale” per la filosofia, non
era stato interamente precisato e voluto da
Anselmo. Solo con Kant, infatti, l’argomento diventa “ontologico” e Dio si risolve nell’ontologia. Per Anselmo il Dio, di
cui non si può pensare nulla di “più perfetto”, è al tempo stesso “più perfetto” di
quanto il pensiero possa concepire, un qualcosa di irrevocabilmente “altro” da esso.
F.C.
Alexandre Kojève:
la fine della filosofia
Per circa quarant’anni uno dei più influenti filosofi politici e statisti del
nostro secolo 'Alexandre Kojève' è
stato largamente ignorato. Solo recentemente il suo pensiero, dopo essere stato ripreso in Francia, dove egli
visse la maggior parte della sua vita
dopo essersi allontanato dalla Russia
con l’avvento della rivoluzione, ha raggiunto anche i paesi anglo-sassoni,
che stanno mostrando interresse soprattutto per la sua filosofia politica.
Ne è una riprova la recente pubblicazione negli Stati Uniti di On Tyranny
di Leo Strauss (Sulla tirannia, a cura di
V. Gourevitch e M. S. Roth, Free Press,
New York ), che contiene in appendice
la traduzione della corrispondenza fra
Strauss stesso e Kojève. Questo materiale, fi-nora rimasto inedito, permette per la prima volta di fornire un
quadro il più possibile completo del
pensiero di Kojève, facendolo apparire come uno dei più emblematici pen-
PROSPETTIVE DI RICERCA
satori del no stro tempo.
Da una visione d’insieme del pensiero si
Alexandre Kojève si ricava l’impressione
che ci sia un forte legame tra la sua interpretazione filosofica della storia del mondo e
la sua idea politica. A differenza del pensiero politico, le idee più propriamente
filosofiche di Kojève, che parlano della
“fine della filosofia”, sono rimaste ancora
largamente sconosciute. A questo ha voluto in parte rimediare la recente pubblicazione in Francia di Le concept, le temps et
le discours (Il concetto, il tempo e il discorso, Gallimard, Parigi 1990). Si tratta dell’introduzione a quello che doveva essere il
suo libro principale, una mise à jour del
sistema hegeliano, in cui Kojeve proponeva una revisione dell’Enciclopedia (1817)
di Hegel: studio peraltro mai interamente
apparso durante la sua vita. Tuttavia da
questo scritto si può già ricavare una certa
coerenza e circolarità che lega l’interesse
giovanile di Kojève per gli studi sulle religioni e sulle lingue orientali compiuti a
Heidelberg, nonché le sue ricerche sul filosofo russo mistico e panteista Vladimir
Solovyov, con il suo interresse maturo per
la filosofia di Hegel e di Schelling. La
conclusione a cui egli giunge in questo suo
processo di maturazione è che la ricerca
della saggezza iniziata con la filosofia greca si conclude nella “circolarità” dell’Enciclopedia di Hegel, e tutta la successiva
filosofia (compresa quella di Marx e di
Heiddeger) non è che una parziale interpretazione della filosofia di Hegel. Da notare
a questo proposito che mentre l’attuale
proclamazione della “fine della filosofia”
deriva da uno scetticismo linguistico ed
epistemologico circa la reale possibilità di
fare filosofia, Kojève è l’unico pensatore di
questo secolo ad annunciare l’estinzione
della filosofia in nome della filosofia stessa: se la filosofia è amore per la saggezza,
noi dobbiamo accettare con Hegel la sua
fine.
La corrispondenza che Kojève tenne con
Leo Strauss mostra la continuità della sua
riflessione sul tema della fine della filosofia, applicata anche alla situazione politica
internazionale. Il loro accordo è soprattutto
basato sulla convinzione di entrambi che la
filosofia abbia raggiunto la fine nei tempi
moderni. Ma mentre per Kojève questa è
stata una fine progressiva, scaturita nella
sapienza della conoscenza assoluta di Hegel,
per Strauss ciò che giunge a termine con
Nietzsche e con Heiddeger è il “progetto
moderno”, la cui fine è sanzionata dall’ascesa delle moderne tirannie del 1930. Per
entrambi questa situazione porta alla “fine
dell’uomo”. Solo che Strauss inorridisce
davanti alla possibilità che quel qualcosa
che distingue l’uomo dall’animale venga
spazzato via da una società ugualitaria basata sul consumismo o sul comunismo,
mentre Kojève risponde che la disumanizzazione dell’uomo lo libera dalla fastidiosa
duplice possibilità di divenire bestia o dio.
V.R.
Fontenelle: un monumento
editoriale
Con una coincidenza di pubblicazioni
che sembra voluta, si presentano nelle librerie francesi quattro testi che
ripropongono all’attenzione del pubblico la figura di Bernard Le Bovier de
Fontenelle. Innanzitutto l’uscita del secondo volume dell’opera completa del
filosofo, Oeuvres complètes, tome
II (Fayard, Parigi 1991), annunciata in
otto volumi a cura di Alain Niderst,
che è anche l’autore di una biografia
dal titolo: Fontenelle (Plon, Parigi
1990). Per le Edizioni de L’Aube sono
usciti di Fontenelle gli Entretiens
sur la pluralité des mondes
habités (Conversazioni sulla pluralità dei mondi abitati, 1991), curati da
François Bott, che al filosofo di Rouen
dedica
un
breve
saggio:
L’Entremetteur, esquisses pour
un portait de M. de Fontenelle
(Il mediatore, linee per un ritratto di M.
de Fontenelle, PUF, Parigi 1990).
Alle fatiche di Alain Niderst dobbiamo la
preziosa ricostruzione biografica della vicenda di Fontenelle, una personalità che,
priva dei caratteri di una sicura originalità
filosofica, funge da barometro della variabile temperie intellettuale del XVIII secolo. Morto centenario, Fontenelle rappresenta il trait d’union tra l’epoca di Corneille,
di cui era nipote, e quella di Descartes, di
cui si proclamava discepolo. Testimone
della stupefacente mutazione degli spiriti
che si andava svolgendo sotto i suoi occhi,
l’autore degli Entretiens sur la pluralité
des mondes habités e dei Dialogues des
morts (Dialoghi dei morti), ricalca nella
sua opera di divulgatore filosofico il percorso curioso e ancora incerto di un pensiero che si va costituendo attraverso un dialogo tra le culture e le discipline. Così lo
troviamo impegnato nelle querelles di fisica, di politica e di astrologia, scrive delle
tragedie di mediocre successo, dialoga con
Newton, Leibniz e Luvois, si dedica al
Bernard de Fontenelle. Antiporta da un'edizione del 1728 delle
"Opere".
PROSPETTIVE DI RICERCA
calcolo infinitesimale, portando nella sua
riflessione sul mondo quell’attenzione per
il dettaglio e per l’evento microscopico che
rimane uno dei tratti più significativi della
sua scrittura filosofica, restando sempre
fedele al comandamento di «avere la propria opinione» senza «mai avere un proprio
partito». Il profilo di Fontenelle è in fondo
quello disegnato da François Bott nel suo
breve saggio, un mediatore che, in un’epoca di crisi, cerca di assortire con gusto la
cultura classica con la curiosità illuminista.
Il secolo di cui Fontenelle è stato testimone
e archivista appassionato è anche l’oggetto
storico dello studio di René Pomeau,
L’Europe des Lumières, riproposto dalle
Edizioni Stock, a venticinque anni dalla
prima pubblicazione. Le radici dell’ideale
di una patria comune europea, fondata sugli ideali illuministi di ragione, di uguaglianza e di progresso sono rintracciate in
quella società cosmopolita che, da Napoli a
Pietroburgo, da Oslo a Lisbona, parlava in
una medesima lingua degli stessi ideali.
Nell’ universalità del francese trovavano
voce i progetti e le utopie di quell’Europa
illuminista che aveva già raggiunto una sua
dimensione, piccola ma reale, nell’attività
della borghesia più intellettualmente vivace, aperta ai viaggi e agli scambi, che
vedeva in Parigi il suo centro culturale.
Come diceva un personaggio di Marivaux:
«Parigi è il mondo, il resto della terra è
soltanto la sua periferia». Tuttavia proprio
in questo curioso sciovinismo dell’ideale
francese sono da ricercarsi per Pomeau i
limiti che hanno portato al fallimento dell’ideale europeo. E.N.
Itinerari nietzscheani
nella ex-DDR.
Nella ex-DDR si assiste ad una sorta di
“renaissance” della filosofia nietzscheana, parallelamente alla riscoperta di alcuni luoghi legati alla vita di
Nietzsche e allo sviluppo del suo pensiero, che rimettono in circolazione un
patrimonio storico-documentario finora inaccessibile.
Percorrendo la strada che da Lipsia porta a
Naumburg e Weissenfels, si giunge dopo
20 km. a Röcken, un comune abitato oggi
da quattrocento anime. Qui il padre di
Nietzsche esercitava la sua opera di pastore
protestante. Sul muro della piccola casa
della famiglia Nietzsche, che si trova accanto alla chiesa, si trova una lapide con
l’epigrafe: «Casa natale del filosofo
Friedrich Nietzsche, 15.10.1844 25.8.1900».
Nella DDR marxista-leninista il pensiero
di Nietzsche era bandito. Tuttavia l’avversione risale assai più indietro nel tempo, se
è vero che nel registro dei defunti di Röcken
si trova la seguente nota: Friedrich, figlio
del pastore Nietzsche, «e dunque protestante; ma anticristiano per le sue opere
La casa natale di Nietzsche a Röchen nei pressi di Lützen
filosofiche». Conseguentemente i funerali
si fecero «senza partecipazione cristiana».
La nota riguardante Friedrich Nietzsche
nel registro dei defunti non è numerata: di
lui dunque non si tenne conto.
Fino a poco tempo fa non si poteva mettere
piede nella stanza in cui nacque Nietzsche.
Ma probabilmente la situazione cambierà,
e a Röcken si prevede per il futuro un
vivace afflusso di pellegrini. Nella ex-DDR
si sta infatti sviluppando una vera e propria
Nietzsche-Renaissance, che ha avuto inizio con una serie di lezioni su Nietzsche
nelle università e con una conferenza sul
tema L’attualità di Nietzsche, a cui hanno
preso parte quasi 100 persone, tenutasi l’8
giugno 1990 e organizzata dal circolo
Philosophia redivivus della Berlino occidentale e dall’Accademia berlinese delle
scienze. Tra gli interventi si segnalano quelli
di filologi esperti del pensiero di Nietzsche,
come W. Müller-Lauter e R. Maurer, e
quello di carattere più “attualizzante” di N.
Bolz.
Nella piccola chiesa protestante di Röcken,
gremita da oltre duecento persone, si è
tenuto il 25 agosto dello scorso anno, novantesimo anniversario della morte di
Nietzsche, per iniziativa della locale comunità protestante e dell’amministrazione comunale, una serata filosofica: prima ed
ultima commemorazione ufficiale di
Nietzsche nella ex-DDR. Momento fondamentale della manifestazione è stata la conferenza dello studioso di Nietzsche
Hermann Josef Schmidt sul tema “L’evento Nietzsche - A partire da Röcken”.
Schmidt ha interpretato Nietzsche dal pun-
to di vista della sua esperienza infantile a
Röcken (ricostruibile dai primi testi). Secondo Schmidt il pensiero di Nietzsche
porta l’impronta dell’iniziale esperienza di
una «perdita totale del mondo, dell’essere
e del senso», legata alla malattia e alla
morte del padre e alla perdita del paese
natale. Nello stesso giorno si è svolto sul
prato antistante la chiesa di Röcken (in
mancanza di luoghi più adatti) un incontro
di studio su Nietzsche, introdotto da Mathis
Schrader (Berlino), cui hanno partecipato
germanisti e filosofi dell’Università di
Halle, ma anche rappresentanti della Chiesa ed abitanti di Röcken interessati all’argomento. All’inizio del paese si trova ora
un grande striscione con la scritta «Röcken
- Città natale del filosofo Friedrich
Nietzsche», mentre fino a poco tempo fa
nello stesso luogo si leggeva: «Viva la
DDR - Stato degli operai e dei contadini».
Già in tempi passati Röcken fu meta di
pellegrinaggi, anche se sotto il lugubre
segno politico del nazionalsocialismo.
Ancora nel 1944, per il centenario della
nascita di Nietzsche, Hitler e Goebbels
fecero deporre nel paese delle corone di
fiori. Anche in altri luoghi della vita di
Nietzsche si sono avute iniziative culturali.
A Naumburg, nella casa al numero 18 del
Weingarten, dove Nietzsche ha vissuto a
più riprese a partire dagli anni di studio,
Dieter Kneist ha allestito nella soffitta tre
stanze: la prima accoglierà una stanza celebrativa, nelle altre due sarà possibile pernottare per gli studiosi dell’opera del filosofo. A Weimar sono soprattutto i turisti
che chiedono di Nietzsche e che cercano la
PROSPETTIVE DI RICERCA
casa nella Humboldtstrasse dove egli morì
il 25 agosto 1900 avvolto dalle tenebre
della follia e dove, fino al 1945, si trovava
l’Archivio-Nietzsche, chiuso in quell’anno per ordine del comando sovietico. Ora,
dopo i cambiamenti politici in Germania,
ai muri della casa al numero 36 della
Humboldtstrasse, rimasta finora nel totale
anonimato, verrà posta una lapide commemorativa, e l’intera casa aperta al pubblico.
I locali al pianterreno, interessanti anche
per il restauro in Jugendstil effettuato nel
1903 dall’architetto Henry van de Velde
su incarico della sorella di Nietzsche, saranno rinnovati. La biblioteca è di nuovo
accessibile ai visitatori. Una parsimoniosa
mostra di libri e documenti presenta informazioni su vita e opera del pensatore. Nei
prossimi anni altre due stanze dovrebbero
aggiungersi allo spazio espositivo. Il lascito degli scritti di Nietzsche, comprese le
lettere e i materiali della sorella, si trova dal
1947 sotto la protezione dell’ArchivioGoethe e dell’Archivio-Schiller, e recentemente è stato aperto alla consultazione
degli studiosi occidentali.
Ancora poco tempo prima dei rivolgimenti
politici tedeschi, nella DDR le opere di
Nietzsche erano messe all’indice. I libri di
Nietzsche non erano in vendita, e per poterli prendere in prestito nelle biblioteche era
necessario disporre di un permesso speciale, mentre i luoghi in cui Nietzsche trascorse infanzia e giovinezza venivano lasciati
andare in rovina. Negli anni ottanta si fece
un tentativo di presentare al pubblico alcune opere scelte di Nietzsche: le Considerazioni inattuali e la Gaia scienza. Iniziò una
discussione, nel corso della quale i futuri
curatori e commentatori dei due testi,
Friedrich Tomberg e Renate Reschke
non trovarono un sostegno, se si esclude
quello di Hans-Martin Gerlach (Halle),
che incontrò però l’opposizione di
Wolfgang Harich e Manfred Buhr. In
conclusione si giunse solo all’edizione del
tardo testo nietzscheano Ecce homo, a cura
di Mazzino Montinari e Karl-Heinz
Hahn, direttore dell’Archivio-Goethe e
dell’Archivio-Schiller di Weimar, che a
causa dell’alto prezzo (200 marchi) sembrava però più adatto a portare nella DDR
valuta occidentale che a diffondere la conoscenza della filosofia di Nietzsche.
Nonostante queste condizioni, nella DDR
ci fu qualcosa come una ricezione semiclandestina del pensiero nietzscheano. Nel
1987 si tenne alla Martin-LutherUniversität di Halle, sotto la direzione di
Martin Gerlach, un incontro di studio su
Nietzsche intitolato, per sottrarsi al controllo delle autorità, “Alle origini della filosofia tedesca del XIX e XX secolo”. Oggi
chi si interessa della filosofia di Nietzsche
non incontra più alcuna opposizione, e a
Halle è stata fondata una “Interessegemeinschaft-Nietzsche” (Comunità di interesse per Nietzsche), che intende soste-
nere e diffondere l’opera del filosofo nella
parte orientale della Germania. M.M.
Pascal a Port-Royal
L’edizione completa dell’opera di
Pascal, in corso presso la casa editrice
belga Desclée de Bouwer per la cura di
Jean Mesnard, viene salutata dagli
specalisti come un contributo capitale, non solo per la conoscenza del
filosofo di Port-Royal, ma della stessa
storia del movimento giansenista.
E’ del 1964 il primo volume dell’opera,
Introduction génèrale, documents généraux
(Introduzione generale, documenti generali), mentre soltanto nel 1970 è apparso il
secondo, Oeuvres diverses, 1623-1654
(Opere diverse, 1623-1654). Questo terzo
volume, Oeuvres diverses, 1654-1657, della
trentennale ricerca filologica di Jean
Mesnard copre un arco di quattro anni
della vita di Pascal, quando, lasciati gli
studi di fisica e di matematica, si converte
interamente alla causa di Port-Royal. I testi
presentati hanno la caratteristica di non
essere stati pubblicati in vita da Blaise
Pascal; perduti gli originali, essi sono giunti
a noi attraverso le trascrizioni dei divulgatori della scuola giansenista. Sebbene non
vi sia dubbio che essi provengano da un
originario manoscritto pascaliano, una volta divenuti dei classici della meditazione
giansenista, questi testi hanno conosciuto
prima una divulgazione orale e poi successive ritrascrizioni che accolgono gli apporti della tradizione religiosa nella quale
Pascal si iscrive. E’ il caso, per esempio,
degli Ecrits sur la grace (Scritti sulla grazia) e del famoso Memoriale (Memoriale),
l’atto di conversione del libertino Pascal
all’ebbrezza mistica della fede. Al testo il
curatore accompagna l’interessante epistolario della sorella del filosofo che, sconcertata, commenta questa metamorfosi, fornendoci un ritratto dal vivo di Pascal: tormentato, «impaziente» di assoluto, eccessivo nel disgusto per il mondo come nella
fede. Per l’autunno è annunciato il quarto
volume dell’opera che comprenderà le opere cosiddette minori del filosofo; il progetto definitivo conterà sette volumi di cui
l’ultimo consacrato all’«eredità di Pascal».
E.N.
Lettere filosofiche di Kant
Blaise Pascal, ritratto di anonimo
Chi cercasse in questo testo significativi scorci di vita privata rimarrebbe
deluso. La figura di Immanuel Kant
nell’Epistolario filosofico 17611880 (a cura di O. Meo, Il Melangolo,
Genova 1990) non esce dal riserbo per
il quale il pensatore di Königsberg fu
proverbiale. Rilevante è invece l’interesse filosofico di questa selezione di
lettere. Lettere e testi brevi del filosofo sono raccolti anche in Immanuel
Kant, Questioni di confine. Saggi
PROSPETTIVE DI RICERCA
polemici 1786-1800 (trad. di F.
Desideri, Marietti, Genova 1990).
Dopo l’edizione più ridotta, curata nel 1925
da Annibale Pastore, è questa la prima
raccolta in lingua italiana delle lettere di
Immanuel Kant. Come avverte il curatore
del volume, il criterio che ha guidato la
selezione di 84 lettere (su circa 300 pervenute, e 450 presumibilmente scritte) è stato
la scelta di quelle di più esplicito interesse
filosofico. L’arco di tempo coperto da questo epistolario accompagna il percorso filosofico di Kant dal primo sorgere del
problema critico, che si determina in relazione all’indagine sulle fonti della conoscenza, - la “deduzione soggettiva” - agli
ultimi anni, segnati da una decadenza psicofisica, di cui Kant stesso era consapevole. A quest’ultimo periodo appartengono i
tentativi di difendere il senso della filosofia
trascendentale di fronte agli “sviluppi” di
discepoli ed epigoni quali Beck, Reinhold
e Fichte: una delle lettere riportate in questa
raccolta contiene la famosa pubblica sconfessione dell’interpretazione fichtiana del
pensiero critico.
Come è ovvio, la lettera a un interlocutore
determinato è pur sempre qualcosa di diverso da un’opera “pubblica”, rivolta cioè
alla totalità degli interlocutori possibili;
d'altra parte, a un sodale filosofico o a un
discepolo si possono chiarire aspetti che,
nell’opera pubblicata, sarebbe superfluo o
addirittura indisponente evidenziare. E’ il
caso della celebre lettera a Christian Garve
del 1783, dove Kant chiarisce il metodo di
lavoro che ha guidato la stesura della prima
edizione della Critica della ragion pura, e
in cui si riflette la stessa concezione kantiana
del procedere del sapere da un’impalcatura
sistematica - l’”architettura della ragione”
- della totalità della conoscenza umana,
nelle sue potenzialità e nei suoi limiti, all’analisi delle singole parti che costituiscono
il sistema. In un’altra lettera indirizzata a
Moses Mendelssohn, coeva alla precedente e riferita sempre alla prima Critica, Kant
chiarisce di aver portato a termine la stesura del prodotto di più di dodici anni di
riflessione in pochi mesi, e attribuisce l’oscurità, nonché le critiche e le incomprensioni di cui l’opera era stata oggetto, a una
scarsa cura da parte sua per la “forma”
dell’esposizione. In effetti l’importanza delle revisioni cui Kant sottopose la Critica
della ragion pura fra l’edizione del 1781 e
quella del 1787 induce a considerare restrittiva l’attribuzione delle difficoltà a questioni puramente espositive. La notissima
lettera a Marcus Herz del febbraio del 1772,
d’altronde, prefigura già il disegno della
prima Critica come quello di un’opera su I
limiti della sensibilità e della ragione. In
questa lettera Kant, preannunciando una
«critica della ragion pura contenente la
natura della conoscenza, sia teoretica che
pratica, in quanto semplicemente intellettuale», ne prometteva la pubblicazione di lì
a tre mesi. Problemi non esclusivamente
formali, evidentemente, ma ascrivibili «alla natura stessa della cosa», come Kant
scrive allo stesso Herz nell’aprile del 1778,
determinarono dunque il “ritardo” di nove
anni nella pubblicazione dell’opera.
Alcune lettere di Kant a filosofi suoi contemporanei, fra cui Fichte, sono ospitate
anche nel volume sulle Questioni di confine, che raccoglie alcuni saggi apparsi sulla
rivista «Berliner Monatschrift». Sono effettivamente “saggi polemici”, come dice
il titolo della raccolta. L’obiettivo è principalmente la commistione tra filosofia e
misticismo, tra indagine razionale e intuizione visionaria, tra analisi concettuale e
sentimento poetico. La rivendicazione del
concetto di limite, come del problema centrale dell’umana conoscenza, è in Kant
estranea non solo da qualsiasi tentativo di
superamento del limite stesso, ma anche da
ogni compiaciuta insistenza sul limite stesso e sulla finitezza umana: finitezza che è
un “fatto” da cui prender le mosse, più che
un concetto da elaborare. F.C.
I lumi nella politica
L’opera di Peter Gay, Voltaire politico. Il poeta come realista
(Il Mulino, Bologna 1991) a trent’anni
dalla sua prima pubblicazione in lingua originale è considerata un classico della “storia sociale delle idee”.
Attraverso la figura di Voltaire, Gay
fornisce un’interpretazione dell’illuminismo e dei suoi rapporti con la monarchia francese nel periodo prerivoluzionario. Nel quadro del sempre vivo interesse per l’illuminismo francese è da segnalare la pubblicazione di
un breve testo dello stesso Voltaire,
L’America (a cura di Valeria Gianolio,
Sellerio, Palermo 1991) e di un’importante raccolta di testi di Denis Diderot,
Dialoghi filosofici (a cura di M.
Brini Savorelli, Le Lettere, Firenze
1990).
François-Marie Arouet de Voltaire, in un dipinto di Nicholas de
All’epoca della sua prima pubblicazione fu
rimproverato all’opera di Peter Gay un
eccessivo schematismo per la presentazione di un Voltaire a tutto tondo teorico
dell’assolutismo, in contrasto con il più
noto Voltaire patriarca dei diritti individuali, archetipo di quell’atteggiamento teorico che conosciamo come “individualismo borghese”. Se c’è contraddizione, essa
è comunque ascrivibile non a Gay, ma a
Voltaire, il quale è d’altronde ben attento a
distinguere l’assolutismo dal dispotismo, e
tanto esplicito sostenitore del primo quanto
feroce oppositore del secondo.
L’atteggiamento volterriano è sospeso fra
la thése royale, ovvero la difesa delle prerogative legislative del monarca nei con-
PROSPETTIVE DI RICERCA
fronti delle rivendicazioni dell’assemblea
parlamentare, e la polemica per la liberazione dell’individuo dalla sudditanza a qualsiasi forma di potere - morale, religioso che non sia quello della legge positiva. Se
questa è una contraddizione, sostiene Gay,
allora è la stessa di tutto l’illuminismo, non
solo francese. La capacità della monarchia
francese di adeguarsi alla realtà del paese
nella seconda metà del Settecento sarà un
nodo che spetterà alla Rivoluzione sciogliere. Il giudizio invalso a questo proposito sull’atteggiamento dei filosofi illuministi è quello di una presunta inconsistenza
sul terreno della pratica politica concreta,
di contro a una pur acuta critica intellettuale. Gay sfata questa tesi, perlomeno riguardo Voltaire, di cui mette in evidenza il
realismo e l’accortezza politici nelle diatribe tra nobili e borghesi, a Ginevra, o quando si tratta di appoggiare la riforma fiscale
di Machault d’Arnouville, e la tassa sul
reddito, avversata dal clero; o quando, nel
1776, già ottantenne, vede nell’esautorazione di Turgot da parte di Luigi XVI la
perdita dell’ultima occasione per evitare
l’insurrezione. Il realismo e l’acume dei
giudizi volterriani emergono anche dalle
considerazioni contenute nel libretto L’America: il Nuovo Mondo è il luogo dove,
molto più che nel Vecchio, è possibile immaginare e sperimentare nuove leggi e nuove forme sociali, senza trascurare naturalmente i nessi politici ed economici che
legano la situazione europea a quella americana. In definitiva Voltaire diviene per
Gay il modello con cui rivisitare il rapporto
che i filosofi illuministi ebbero con lo scenario politico della loro epoca. In questo
contesto offre ulteriore materiale interpretativo la raccolta di testi di Denis Diderot,
Dialoghi filosofici, particolarmente interessante sia per l’ampiezza dell’apparato
critico, sia perché contiene alcuni scritti
finora inediti in lingua italiana. Come ha
rilevato Paolo Rossi in una acuta recensio-
ne, la forma del dialogo, comune a quasi
tutti questi testi, «non è un semplice accorgimento letterario, né è espressione di “scetticismo”», ma vuole riflettere, attraverso il
confronto e lo scontro delle ipotesi argomentative, il carattere problematico delle
verità riguardanti i fatti naturali e il loro
emergere. La polemica di Diderot contro la
“mentalità teologica” di taluni filosofi ha,
dunque, almeno due componenti: il sensismo materialistico, secondo cui la natura è
animata da un movimento che non prevede
soluzioni di continuità fra animato e inanimato, e il rifiuto di un sapere “chiuso”,
costituito da dogmi, da certezze stabilite
una volta per tutte. In modo non dissimile
si presenta la concezione del sapere che sta
alla base del contributo di Diderot
all’Enciclopédie, preso in esame da Sylvain
Auroux in Barbarie et philosophie (PUF,
Parigi 1991), in cui viene messo in evidenza l’intento di Diderot di dissolvere l’unità
cartesiana del sapere, fondata sulla certezza veritativa della ragione, per rifondarla
sulla polifonia delle ragioni particolari, dei
probabili e provvisori saperi delle scienze.
F.C.
L’armonico Leibniz
Tra i saggi critici riguardanti la figura
di Gottfried Leibniz è ora disponibile la
traduzione della monografia di Eric J.
Aiton, Leibniz (a cura di M. Mugnani,
Il Saggiatore, Milano 1991) e il saggio
di Guido Zingari, Leibniz, Hegel e
l’idealismo tedesco (Mursia, Milano 1991). Filo d’Arianna nei meandri
del pensiero leibniziano il primo, più
finalizzato a misurare l’eredità leibniziana il secondo. Anche Baruch
Spinoza, a torto o a ragione considerato il contraltare di Leibniz nel campo
del razionalismo seicentesco, conosce un nuovo momento di interesse.
Lo testimoniano due riedizioni di suoi
testi: Trattato politico (Laterza,
Roma-Bari 1991) e Principi della
filosofia di Cartesio. Principi metafisici (Laterza, Roma-Bari
1991) a cui si aggiunge la monografia
di Emilia Giancotti, Baruch Spinoza,
(Editori Riuniti, Roma 1991).
Baruch Spinoza, ritratto di anonimo
Del multiforme pensiero di Leibniz, Eric
Aiton, docente di matematica, privilegia
ovviamente il contributo del filosofo tedesco in questo campo. L’approccio logico
alla matematica, vista come paradigma del
sapere, è la chiave del tentativo di individuare la “ragione” dell’esistenza e dell’armonia universale, e di dar conto della continuità fra “la” ragione dell’universo e “le”
ragioni nell’universo, fra le leggi del possibile e quelle del reale. Il punto di partenza,
logico e storico, del pensiero leibniziano è
l’idea di una “matematica universale”: la
riflessione giovanile sull’ ”arte combinatoria”, il tentativo di trovare un’ ”algebra
PROSPETTIVE DI RICERCA
Gottfried Wilhelm Leibniz
della mente” con una formalizzazione matematica dei concetti, sfocia nell’interpretazione matematica dell’essere. Questo aspetto non è sufficiente, però, a “dar ragio
ne” dell’esistente, a fondamento del quale
vi è un atto di libera scelta da parte di Dio,
che si rifrange in ciascuna delle sostanze
finite; ognuna di esse, in tal modo, dà inizio
a un’autonoma serie di concatenazioni causali, tra cui vi è accordo, “armonia”: un’armonia “prestabilita” dalla sapienza e dall’onniscenza divine, che ci hanno consegnato il “migliore dei mondi” fra quelli
possibili. Quella fra Spinoza e Leibniz è
una contrapposizione classica nella storiografia filosofica. Sostenitore il primo dell’assoluta necessità come fondamento del
cosmo, per cui la libertà umana non può
consistere se non nell’amor Dei intellectualis, nel riconoscimento e nell’accettazione della verità dell’essere. Più favorevole il secondo a una libera scelta, da parte
di Dio e della monade, rispetto al meccanismo della natura, nella quale, peraltro, non
ci sono soluzioni di continuità fra materia e
spirito. Resta semmai da vedere fino a che
punto l’un pensatore non si rovesci nell’altro: se a Spinoza resta il problema di conciliare la necessità universale con la libertà
umana, fino a che punto anche la soluzione
di Leibniz non è una forma di necessitarismo, dove Dio e gli uomini sono “obbligati”, nella loro libertà, a scegliere il meglio?
Lo stesso Leibniz sembrerebbe dunque impigliato, da questo punto di vista, in una
sorte di spinozismo: proprio questi, come
mostra Guido Zingari, sono i termini del
problema consegnato agli idealisti tedeschi, e in particolare a Hegel, “spinozista
dialettico”. Da Kant a Hegel, compreso
tutto l’idealismo tedesco, chi ha tentato un
ripensamento della metafisica come domanda ontologica, più che fare i conti con
Spinoza ha dovuto tentare di sottrarsi alla
sua ombra. Su un altro versante, quello
della riflessione politica, le posizioni di
Spinoza, come sottolinea Emilia Giancotti,
appaiono di un’attualità inaspettata. Ebreo
sefardita, proveniente da una famiglia esule dalla Spagna per motivi religiosi, e tuttavia allontanato anche dalla sua stessa comunità confessionale, il pensiero di Spinoza
non è estraneo alla sua condizione personale di “non appartenenza”. Ne è una riprova
la sua concezione laica dello Stato, il cui
monopolio del potere è la sola garanzia per
i diritti individuali contro le persecuzioni
religiose e partitiche. F.C.
Il giovane Nietzsche e Platone
Pubblicazione quasi contemporanea,
in Francia e in Italia, delle lezioni del
giovane Nietzsche su Platone: Friedrich
Nietzsche, Introduction à la lecture de Platon (Introduzione alla
lettura di Platone, a cura di O.
Berrichon-Sedeya, L’Eclat, Combas
1991) e Friedrich Nietzsche, ‘Plato
amicus sed’. Introduzione ai
dialoghi platonici (a cura di P. di
Giovanni, Bollati-Boringhieri, Torino
1991).
Il testo tedesco cui fanno riferimento queste traduzioni è quello dei Gesammelte
Werke nietzscheiani, pubblicati in ventitré
volumi fra il 1920 e il 1929 presso Musarion
di Monaco; l’edizione critica delle opere
nietzschiane, curata da Giorgio Colli e
Mazzino Montinari e tradotta in Italia da
Adelphi, non ha ancora previsto la pubblicazione di queste lezioni.
Con Platone, Friedrich Nietzsche ebbe
modo, come “pensatore in proprio”, di ingaggiare un furioso combattimento che,
nelle intenzioni del filosofo dello
Zarathustra, doveva avere i caratteri della
resa dei conti con la metafisica occidentale.
Queste lezioni risalgono al periodo fra il
1871 e il 1876. Nietzsche, titolare di una
cattedra di filologia classica all’Università
di Basilea, ha già pubblicato La nascita
della tragedia (1872), ma non ha ancora
dispiegato i presupposti della propria critica filosofica, che sono già ben evidenti in
queste lezioni. Il carattere astrattivo della
conoscenza in Platone, il contrasto fra il
suo ideale conoscitivo, “scientifico”, e l’arte, che si fonda invece sul genio, sono fra i
molti problemi cruciali che qui Nietzsche
mette a fuoco. Proprio tematizzando questi
problemi in Platone, dando cioè agli ideali
della ratio filosofica un’origine, Nietzsche
approda a un’impostazione relativizzante
PROSPETTIVE
RICERCA
CONVEGNI E DI
SEMINARI
Jacques Derrida (f. di C. Freire)
CONVEGNI E SEMINARI
CONVEGNI E SEMINARI
Omaggio a Derrida
Organizzato dall’Istituto Italiano per
gli Studi Filosofici, si è svolto a Napoli
l’1 e 2 marzo 1991 un seminario di
studi dal titolo: Omaggio a Derrida.
All’interno del seminario che ha reso
omaggio al filosofo in occasione del
suo sessantesimo compleanno sono
stati dibattuti alcuni nodi problematici del suo pensiero, individuati nelle
relazioni di Carlo Sini e di Gianni
Vattimo. E’ seguita quindi una tavola
rotonda dedicata alla presentazione
del testo di Maurizio Ferraris, Postille a Derrida. Infine ha chiuso il ciclo
degli interventi una lunga conferenza
di Derrida stesso.
La relazione di Carlo Sini (“Pratica della
voce e pratica della scrittura”) ha preso le
mosse da un esame di tre definizioni emblematiche della “voce” (Platone,
Heidegger, Derrida) per mostrare come in
tutti e tre i casi - pur così distanti tra loro la voce venga sempre, inconsapevolmente
tematizzata all’interno di una “pratica” che
rende possibile l’interpretazione. La topica
della voce risulta così sdoppiata: alla voce
logica e metafisica decostruita da Derrida,
Sini affianca una voce più ampia e più
originaria, una pratica della voce che si
sottrae ad ogni possibile fondazione, pena
la riduzione metafisica della pratica stessa.
Secondo Sini l’Occidente si trova in una
«attiva paralisi», in cui, pur consapevole di
non poter più frequentare l’idea (o la verità), continua tuttavia a vivere nelle pratiche, a trasformarle e a tradurle.
Diversa la prospettiva di Gianni Vattimo
(“Ricostruzione della razionalità”), che procede da una lettura sdoppiata dei testi di
Derrida. Da una parte, in alcuni di essi
sembra imporsi un paradigma metaforicopoetico, che Rorty chiama “ermeneutico”
in contrapposizione ad un paradigma epistemologico-interpretativo: è il coup de
dès mallarmeiano, o più in generale, la
logica simbolista che, nella sua arbitrarietà, produce un eccesso rispetto alla tradizione metafisica. Dall’altra, in alcune pagine di Della grammatologia, si può riconoscere un interesse metodico ed un preciso
rapporto rispetto all’epocalità heideggeriana. La prima immagine, quella di Derrida
“estetizzante”, espone l’ermeneutica - alla
quale, secondo Vattimo, Derrida appartiene - alle accuse di irrazionalismo. Si tratta
invece, ripartendo anche dalla prospettive
che traspare in Della Grammatologia, di
costruire una “razionalità” ermeneutica:
ciò sembra essere possibile se si radicalizza
il procedimento gadameriano, se cioè si
connettono l’analisi fenomenologica dell’esperienza e la sua esemplificazione storica. La storia può, a questo punto, essere
intesa a partire da uno sfondo ontologico
(destino dell’essere); immersa nel processo storico, l’ermeneutica non può rifiutare
la prospettiva scientifica della modernità
(come se si trattasse di contrapporre l’autentico all’inautentico), ma deve mostrare
di essere una conseguenza della modernità:
il darsi post-metafisico del senso dell’essere.
La tavola rotonda, “Postille a Derrida”, ha
messo in luce alcune possibili vie di ricerca
a partire dal pensiero derridiano: Peñalvert ha in particolare posto l’accento sul
rapporto tra Derrida e Levinas e sulla centralità del tema della “responsabilità”.
Rovatti ha ricostruito il complesso intreccio della “visione” e dell’ ”ascolto” in due
recenti testi di Derrida, mentre Ferraris ha
posto le basi per l’analisi del rapporto tra il
suo pensiero e la filosofia dell’esistenza,
riferendosi alla tesi del filosofo francese
dedicata al concetto di “genesi” nella fenomenologia di Husserl.
Partendo dall’esperienza di un viaggio moscovita del ’90, su invito dell’Accademia
delle Scienze, Jacques Derrida ha analizzato alcuni resoconti diaristici che arrivano
a definire un genere letterario: il viaggio a
Mosca (Etiemble, Gide, Benjamin), per
decostruirne le strategie. Come mostra in
modo particolarmente chiaro il testo di
Gide, sono costitutive del genere la dimensione mitica e quella escatologica. Mentre
per il cattolico Etiemble l’orizzonte escatologico risulta pienamente realizzato nella
realtà rivoluzionaria (salvo poi pentirsi della
propria cecità nei confronti di Stalin), l’ebreo Benjamin tiene fermo all’indeterminatezza dell’esito rivoluzionario. Rilevanti
le implicazioni politiche di questo genere
letterario: il tema della promessa utopica si
declina nel tema della “democrazia a venire” (argomento più ampiamente dibattuto a
Venezia nell’ambito di un altro seminario
con Derrida, dedicato in particolare alle
istituzioni filosofiche, con un titolo che
rieccheggia quello dell’ultimo libro del filosofo: “Du Droit à la Philosophie”). L’orizzonte del politico si configura così non
come realizzazione immanente di un progetto, quanto piuttosto come luogo dell’infinito dispiegamento delle differenze, in
cui la promessa utopica resta il limite irraggiungibile. G.S.
Segni del tempo
Si è tenuto nell’ottobre 1990 a
Montecatini l’annuale convegno dell’Associazione Italiana di Studi
Semiotici, dedicato quest’anno alla
questione della temporalità. Relazioni, fra gli altri, di Gianfranco Bettetini,
Pietro Montani, Flavia Ravazzoli, Mario Vegetti.
Dopo la fortuna degli anni Sessanta e Settanta, la semiotica è oggi in una fase di
ripensamento del proprio ruolo, stretta fra
due alternative. La prima, prevalente nel
periodo di maggior interesse e diffusione, è
quella che considera la semiotica come una
sorta di approccio metodologico, un’area
di interessi con uno statuto talmente fluido
da inglobare discipline fra loro molto differenti, se non addirittura tutto lo scibile
umano considerato come segno.
In una fase successiva la semiotica si è
posta il problema del proprio costituirsi
come disciplina, dell’individuazione del
proprio oggetto d’analisi e delle condizioni
stesse della semiosi che, in quanto tali, non
possono a loro volta essere oggetto di indagine semiotica. Gianfranco Bettetini ha
ricostruito appunto l’evolversi della semiotica in tre fasi: dopo quella in cui essa si
occupava di tutto ciò che è segno, seguita
dal suo definirsi “disciplinare”, come scienza dell’analisi delle strutture testuali, fino
all’attuale accentuarsi dell’interesse per il
concetto di simbolo, che riporta la semiotica a una dimensione interdisciplinare o,
piuttosto, transdisciplinare. Bettetini ha focalizzato la sua relazione sul nesso fra
pensiero discorsivo e pensiero iconico, quale emerge nella significazione temporale
propria dei mezzi audiovisivi. Anche Flavia
CONVEGNI E SEMINARI
Ravazzoli ha insistito sulla prospettiva interdisciplinare che la semiotica tiene aperta; la sua relazione si è incentrata sulla
interpretazione della parola come unità elementare del discorso temporale, più precisamente, di un tempo declinato sempre al
presente. Il singolo vocabolo, in altri termini, è già un discorso “al presente”, e designa il proprio concetto, cioè il proprio
oggetto teorico, prima e al di là del contesto
di sviluppo del discorso, in cui il vocabolo
è inserito.
La scelta, del tema della temporalità è anche indicativa dell’orientamento attuale degli studiosi di occuparsi di ciò che sfugge
alla semiosi, che non può ridursi a essa. Si
tratta del problema della realtà in quanto
tale, come ha rilevato Pietro Montani, che
ha tematizzato la “comprensione narrativa
del senso”. Il problema è insomma quello
della comprensione, che può essere relativa solo a entità processuali, che si fanno
cioè cogliere nella dimensione del divenire, ovvero nel mutamento temporale.
Mario Vegetti infine ha esaminato due
modelli temporali presenti nella Grecia classica, quello platonico e quello aristotelico.
Il primo fa corrispondere alla sequenza
temporale prima/poi la dislocazione spaziale sopra/sotto, con un giudizio implicitamente negativo rispetto al divenire, interpretato come degenerazione. Il secondo
modello di temporalità rimanda invece a un
parallelismo biologico, per cui nell’inizio è
già contenuto il senso del divenire, il suo
fine e la sua fine; nel seme, il frutto; le
variazioni sono anomalie, patologie. Senza
un concetto lineare della temporalità, la
storia è un’implosione nel presente di passato e futuro: non progetto, non ricordo, ma
eterno rimando alla propria condizione.
F.C.
La follia del Chiscotte:
linguaggio e rappresentazione
Il progetto filosofico che dà forma al
Don Chiscotte è stato il tema affrontato da Emilio Hidalgo Serna nel seminario svoltosi nella sede dell’Istituto
Italiano per gli Studi Filosofici, dal titolo: Il don Chiscotte e la svolta
letteraria, filosofica e politica di Cervantes. La strategia
antimetafisica dell’opera di Cervantes
trova i suoi cardini teorici, che diventano al contempo degli stili di scrittura, nell’uso della figura retorica dell’ironia e della inventio.
Emilio Hidalgo Serna ha esordito sottolineando come sia impossibile interpretare il
Chisciotte di Cervantes senza considerare
l’elemento storico nel quale è immerso il
protagonista dell’opera e l’ambiente teologico-politico che circonda la figura dell’autore. Il Chisciotte non è mai stato interpretato storicamente dall’umanesimo italiano o spagnolo, ma ha avuto interpreta-
zioni nella prospettiva del razionalismo e
dell’idealismo. L’aspetto importante da
considerare per l’analisi del testo del
Chisciotte è il linguaggio, veicolo e maschera del pensiero di Cervantes dal momento che il suo libero esercizio gli era
stato impedito dall’Inquisizione.
Cervantes è dunque costretto dalle condizioni storiche a ricorrere, per la composizione dell’opera, alla “figura retorica dell’ironia”. A differenza della critica letteraria che vede nel Chisciotte un romanzo
umoristico, Hidalgo Serna sostiene che il
Chisciotte è il dramma più importante che
sia mai stato scritto in lingua Castigliana.
Dramma di ricerca e acquisizione dell’identità, svolto attraverso un viaggio metaforico che mantiene tuttavia una sua figurazione storica. In questo senso l’argomentazione di Cervantes è umanistica e metaforica, profondamente antimetafisica nella
sua impostazione. Grazie all’ironia
Cervantes distrugge il modello univoco
della verità, operando un capovolgimento
dell’identità ontologica e logica. L’autentica argomentazione dei fatti storici viene
infatti raggiunta per mezzo dell’ironia e
della metafora, attraverso cui si compie il
capovolgimento di quell’ordine prestabilito che la Storia voleva univoci e fondati nel
dogma della fede. A questo proposito, ha
sottolineato Serna, è importante ricordare
che Cervantes era un ebreo convertito.
In questa direzione interpretativa, non è
possibile leggere e definire il Chisciotte
romanzo dell’idealismo astratto, come lo
aveva classificato Lukàcs nella sua Teoria
del romanzo del 1920. Per interpretare il
pensiero filosofico del Chisciotte non dobbiamo porci nella prospettiva del procedere razionalistico, ma è importante riprendere quel necessario rapporto tra il Verbo e la
Res che si caratterizza in autori come
Cervantes, Vives e Vico, che trovano attraverso il modello umanista della “parola
storica”, la fonte comune della metafora.
Così, se Vives rifiuta sia il linguaggio che
il metodo dei logici del suo tempo,
Cervantes condanna l’elocuzione cavalleresca di termini sradicati dalla res e dai
significati logico astratti della parola “non
propria”.
La lingua del popolo caduta in oblio, è
ripresa dall’ingegnoso Alonso Quijana,
l’uomo storico Cervantino, e non dal metafisico don Chisciotte. Chiara critica di
Cervantes ad una filosofia che si occupa
esclusivamente della definizione astratta e
meramente logica delle cose. E’ la parola
“ingegnosa” ed “originaria” che deve determinare il carattere storico del linguaggio
e della stessa filosofia. Cervantes fa compiere al proprio antieroe quei gesti che ritenuti ricchi di saggia follia - si esplicano
attraverso l’inventio. Scompare in questo
modo il modello dell’esempio e appare
sulla scena del mondo l’impossibile gioco
- creato da Cervantes - tra l’irrelazionabile
“mondo della scrittura”, voluto dagli autori
dei romanzi cavallereschi come logico deduttivo, e il “piano metafisico” della realtà.
La parola metaforica, esclusa dal costettivo impianto razionale del romanzo cavalleresco, riconquista l’originario significato di modello interpretativo come incessante gioco della “parola comune”.
Per comprendere l’umanesimo filosofico
di Vives e Cervantes, ma anche quello di
Vico, è necessario esprimere il luogo in
cui si manifesta l’essenza e l’originario
dell’esistente nella storia: la parola figurata e il linguaggio retorico. La parola è il
solo punto di partenza del pensiero. Secondo Vives è la parola storica, che dimensionata alla realtà, permette l’esplicitarsi stesso del movimento dialettico del
linguaggio. Dunque non progetto metafisico che sottende la parola comune, ma
“retorica filosofica” che intesse tra parole
e cose la giusta relazione di comprensibilità del darsi storico legato al divenire
dell’essere. Al di fuori dell’ambito della
parola storica nessun essere esistente ha
un significato. L’arte oratoria, come espressione della retorica filosofica, si rivela pertanto una risposta immediata della
parola alla concreta situazione del bisogno dell’uomo. L’uso del linguaggio ironico nel Chisciotte di Cervantes è di fatto
l’unica possibilità per l’uomo di allora di
esprimersi nella circostanza spagnola dell’Inquisizione. Sola la parola ingegnosa e
l’immagine metaforica riescono a ristabilire l’unità radicale dell’uomo al suo sostegno storico. Attraverso l’uso della metafora e dell’intenzione ironico-ingegnosa, posta alla base dell’indagine retoricofilosofica, viene attuata la distruzione del
modello cavalleresco che l’autore si era
proposto di abbattere. Al contempo però,
attraverso l’uso della metafora, si apre un
diverso contesto storico-filosofico: il pensiero ingegnoso non solo non contrasta
con la realtà, ma acquisisce una verità
storica che, come aveva osservato Vico,
appare unicamente nell’atto ingegnoso di
scoprire i rapporti tra le cose. R.L
Nietzsche a Sils Maria
Si è tenuto recentemente a Sils Maria
l’annuale convegno di studi dedicato
a Nietzsche. Al centro di molti interventi il problema della concezione
della morale nella filosofia nietzscheana e il suo significato per un'etica
moderna.
L’esito di alcuni degli interventi dell’ultimo convegno nietzscheano a Sils Maria è
stato di attenuare la radicalità del pensiero
di Nietzsche. Così è stato per il filosofo
viennese della religione Johann Figl, che
ha spiegato ai suoi ascoltatori come
Nietzsche non avrebbe inteso distruggere
la morale, ma solo analizzarla. Sotto questo aspetto egli avrebbe riconosciuto il
lato arcaico e violento come una costante
antropologica, ma avrebbe fortemente deplorato questo “fatto”, mirando alla costi-
CONVEGNI E SEMINARI
Responsabilità ed utopia
La presenza di Paul Ricoeur a Napoli è
ormai una tradizione che, anche quest’anno, l’Istituto Italiano per gli Studi
Filosofici ha voluto proseguire, invitando il filosofo francese a tenere un
seminario sul tema: Responsabilità e utopia, svoltosi nei giorni 8-12
aprile. Al centro della riflessione, il
libro di Hans Jonas Il principio
responsabilità. Un’etica per
la civiltà tecnologica, uscito in
Germania nel 1979 e recentemente
tradotto in Italia (Einaudi, Torino,
1990).
Friedrich Nietzsche nel 1887
tuzione di una sorta di etica universale.
Un’etica che a ben vedere sarebbe, secondo Figl, unificabile con gli ideali del cristianesimo.
Nel convegno si sono tuttavia avuti momenti più interessanti. L’intervento filosoficamente più significativo è stato quello di
Annemarie Pieper (Basel), che ha sottolineato come, secondo Camus, lo stesso
Nietzsche non avrebbe tenuto fede fino in
fondo ai motivi più radicali del suo pensiero. Attraverso un’articolata esposizione la
studiosa ha mostrato come nello sviluppo
del pensiero di Camus ritorni la continua
variazione di una stessa idea: Nietzsche
non avrebbe tenuto fermo alla radicalità
della sua ribellione contro il Dio cristiano e
contro la morale idealistica. Egli avrebbe sì
intuito la nulllità dell’idea di Dio e di una
morale intesa come istanza che si pone al di
sopra della vita, ma avrebbe anche da ultimo cercato qualcosa che garantisse senso
alla vita. Nelle idee della “volontà di potenza” e dell’ ”eterno ritorno dell’uguale”
Nietzsche avrebbe trovato ed affermato il
carattere unitario della vita. Ma con ciò,
agli occhi di Camus, la ribellione di
Nietzsche sarebbe giunta alla propria fine.
Contro questa soluzione, Camus avrebbe
invece affermato la solidarietà tra gli uomini, che si uniscono di fronte al nulla.
Wilhelm Schmid (Berlino - Lipsia) ha
osservato che la filosofia di Nietzsche intende fare da guida verso un' arte del vivere. Nietzsche sarebbe il primo filosofo
della modernità ad aver ripreso il concetto
di ascesi e ad avere con esso portato all’espressione il concetto della “formazione di
sé” (Selbstformung). La formazione di sé
non va confusa con il concetto moderno di
realizzazione di sé, poiché nell’arte del
vivere nietzscheana si tratta dell’ “invenzione” del sé, analogamente al modo in cui
l’artista inventa la sua opera.
Volker Gerhardt (Colonia) ha cercato di
fare della critica della morale di Nietzsche
la base di un’etica moderna. Da un lato egli
accetta il presupposto che la morale si
fondi su false astrazioni, che cioè essa
spacci come valide universalmente delle
regole a loro volta ingiuste, condizionate
temporalmente e regionalmente. D’altra
parte Gerhardt ritiene che il punto di vista
relativo al condizionamento e dunque alla
relatività delle norme e dei valori non significhi che ad essi si debba rinunciare
completamente. M.M.
Ad un decennio dalla sua apparizione, Das
Prinzip Verantwortung (Il principio responsabilità) continua a suscitare vivo interesse, principalmente in Germania, a motivo
del profondo rinnovamento del concetto di
responsabilità che Hans Jonas propone quale fondamento del nuovo imperativo morale, adeguato a raccogliere le sfide lanciate
dalla rivoluzione tecnologica al mondo moderno. Questo il punto di partenza dello
studio di Paul Ricoeur che, nel corso del
seminario, si é articolato intorno a quattro
“grandi idee” presenti nel libro: “la riorientazione verso il futuro” della nozione di
responsabilità, tradizionalmente impiegata in senso retrospettivo; la fragilità della
vita e l’integrità dell’umanità come oggetto della responsabilità; l’etica della “misura” e la critica alla moderna concezione di
progresso; l’opposizione del “principio responsabilità” al “principio speranza” di
Bloch.
Privilegiando gli argomenti etici e lasciando sullo sfondo la filosofia della natura e
l’impianto metafisico che ne costituiscono
la premessa e il presupposto, Ricoeur ha
condotto una riflessione sull’opera di Jonas
tutta interna al testo, approfondendone le
analisi o inserendovi liberamente segmenti
della propria elaborazione, ma senza mai
prenderne programmaticamente le distanze. Per meglio comprendere il senso della
necessità di una riformulazione del concetto di responsabilità nel quadro di una riformulazione complessiva dell’etica, Ricoeur
ha svolto, in forma introduttiva, una ricognizione degli usi e dei significati che tale
concetto ha assunto in ambito morale e
giuridico.
In filosofia morale la responsabilità non è
mai stata oggetto di analisi precise, essendo stata prevalentemente sostituita, e a volte confusa, con la nozione di imputabilità o
di attribuzione. Questa, designando il rapporto dell’azione al suo agente, non è però
immediatamente estendibile alla relazione
di responsabilità, la quale presuppone un’identificazione non solo con i propri atti
(l’autodesignazione del “chi”, in linguaggio ricoeuriano), ma con le conseguenze
dell’azione compiuta. A questo proposito,
ha precisato Ricoeur, il linguaggio ordinario offre sfumature significative. Ad esem-
CONVEGNI E SEMINARI
pio, l’espressione “rendere conto” comporta sia una relazione di interlocuzione, in
cui viene richiesta una giustificazione del
mio operato, sia una relazione di interazione che pone l’accento sulle conseguenze
che la mia azione produce nella libera sfera
di attività dell’altro, con la possibilità di
arrecargli nocumento. Questa stessa possibilità, evidenziando l’assimmetria costitutiva del rapporto agente/paziente - condizione del rapporto colpevole/vittima - conduce, inoltre, al senso legale della responsabilità. Qui, l’uso retrospettivo di tale nozione si chiarisce attraverso l’idea di “danno” o “infrazione”: è sempre per un’azione
già commessa che si pone l’obbligo della
riparazione o punizione.
Sebbene la responsabilità esca arricchita
dal confronto tra senso morale e giuridico,
non è ancora adeguata alla domanda etica
che nasce nell’era tecnologica. Essa rimane racchiusa in quella “sfera di prossimità”
in cui soltanto sono ammesse conseguenze
calcolabili e dove, perciò, agente e vittima
presunta si suppone appartengano alla medesima porzione di contemporaneità. Da
questo punto di vista, anche la riformulazione di un’etica intersoggettiva, fondata
sul paradigma dialogico della “promessa”,
che Ricoeur propone nel suo ultimo scritto
Soi-même comme un Autre (Parigi, 1990),
appare insufficiente. Se, infatti, la preoccupazione di Ricoeur è quello di trovare un
principio della moralità in cui il rapporto
con l’”altro da sé” figuri esplicitamente, il
problema di Jonas nasce piuttosto dalla
necessità di ripensare l’etica in vista della
progressiva trasformazione qualitativa del
rapporto tra l’agire umano e la “terra abitabile”.
Inglobando uno spazio e un tempo sproporzionati rispetto ai prevedibili effetti dell’azione individuale, l’agire tecnologico reclama un’etica orientata ecologicamente
che tenga conto della minaccia di distruzione che investe l’intero ecosistema. E’ l’imperativo della preservazione della vita, in
quanto “patria terrestre” dell’uomo, a costituire il centro della nuova morale: nell’ottica di Jonas, ha spiegato Ricoeur, l’uomo diviene responsabile dell’uomo, nella
misura in cui tende ad aumentare la precarietà della vita, aggiungendo la pericolosità
dell’azione tecnica alla fragilità costitutiva
di ogni esistenza.
Nella sua ulteriore analisi, quasi a voler
colmare una propria lacuna, Ricoeur ha a
lungo insistito sul tema della vita, soffermandosi innanzitutto sulla soluzione “audace” del Principio responsabilità di collegare etica ed ontologia quale unica possibilità di rendere vincolante l’obbligazione
morale, proposta nella formula sintetica:
“Fait que l’humanité soit!”. L’imperativo
di Jonas, travalicando i confini dell’etica in
quanto dottrina dell’azione e situandosi nel
campo della metafisica in quanto dottrina
dell’essere, di cui l’idea di uomo è solo una
parte, rompe con la tradizione filosofica,
principalmente anglosassone, che stabilisce uno iato tra essere e dover-essere, tro-
vando nella vita il luogo della loro riconciliazione. E’ il “si” della vita a se stessa, la
muta opposizione della natura al non-essere, che giustifica il dovere di proteggerla.
La sua preservazione diviene così una missione affidata alla “custodia” dell’uomo
che, assumendone la testimonianza, prolunga l’ontologia del vivente, trasformando una finalità naturale in un valore da far
esistere volontariamente.
L’idea forte di Jonas, ha rimarcato Ricoeur,
respingendo come infondate le accuse di
“biologismo”, sta dunque nell’aver ristabilito l’unità psico-fisica della vita di contro
al dualismo metafisico materia/coscienza:
la “trascendenza” dell’uomo che può “dire
no” alla vita, in quanto suo potenziale distruttore, viene ricollegata alla sua “appartenenza”, la quale lo costringe ad innestare
il suo “si” conscio e volontario sul “si”
inconscio e spontaneo della vita a se stessa
e a restare, per questo, solidale alla catena
dei viventi.
Il fenomeno tecnologico provoca una simultanea crescita di potere e pericolo, che
impone di ripensare l’etica della responsabilità come etica della “misura” o anche
della preservazione. Essa pertanto, con la
sua accentuazione ecologica, non può che
rifiutare il volto baconiano della modernità, legato ad un arrogante progetto di dominio che spoglia la natura di ogni finalità e,
ancor più, della capacità di orientare l’azione umana con dei valori iscritti nella sua
stessa struttura. Tutta l’opera di Jonas, ha
specificato Ricoeur, nel momento in cui
tende ad una ri-significazione della vita, al
recupero di un essere teleologico e valutativo, costituisce un argomento anti-utopico: a cominciare dall’utopia tecnicoscientifica che, matematizzando la natura
attraverso una scienza anch’essa priva di
valori, la riduce a risorsa priva di senso.
Come ha rilevato Karl Otto Apel nel suo
recente saggio, Diskurs und Verantwortung.
Das Problem des Übergangs zur
postkonventionellen Moral (1988), assunto qui come base della discussione, la rinuncia alla moderna concezione di progresso, con il suo contenuto di emancipazione e la sua carica liberatoria, appare
alquanto problematica, contribuendo ad esporre Jonas ad indebite accuse di conservatorismo. Pur condividendo l’impostazione di Apel, secondo cui il rapporto tra
comunità ideale e reale di comunicazione
esige un’approssimazione che riabilita l’idea di progresso, Ricoeur ha tuttavia sottolineato che essa non risponde alla domanda
principale di Jonas circa il rapporto dell’agire umano con l’ecosistema. E’ a questo
livello che si pone il problema della sopravvivenza dell’umanità: ciò che è in pericolo
è il “fare” e non solo il “discorso”, l’atto
stesso dell’ ”abitare” la terra, pensato con
Heidegger come costitutivo dell’essere dell’uomo. Apel, quindi, non riconosce affatto
il luogo della minaccia, che non è la cattiva
comprensione e neppure la violenza dogmatica della convinzione, bensì il supporto
“vitale” e cosmico del discorso stesso. In
questo Jonas, a detta di Ricoeur, sembra
insostituibile: un’etica della responsabilità
concerne persone “viventi” oltre che persone “parlanti”, facendo del dovere alla
sopravvivenza l’imperativo ontologico di
“continuare ad essere”.
Infine, Ricoeur ha ricondotto l’etica della
moderazione sul terreno della critica all’utopia che, esaminata nel suo senso più
generale, risulta dominata dall’idea di “inesauribilità”- della natura, delle risorse
della tecnica, delle potenzialità della politica, della crescita dell’uomo. Il tema della
“liberazione dalle catene” che costituisce
la soglia dell’utopia si oppone nettamente a
quella cultura del limite che vincola il progresso a “ostacoli liberamente consentiti”.
A confronto, le due formule conferiscono
al libro il suo senso unitario. La riflessione
di Ricoeur, che su questo punto si è concesso qualche rilievo critico, si è concentrata
in particolare sulla concezione, dominante
in Jonas, che vede nell’utopia una forma
pericolosa di patologia, e sul confronto col
“principio speranza” di Bloch, assunto a
paradigma della ragione utopica, fondata
su quell’ontologia del “non-ancora” che
nega al passato ogni diritto sul futuro. Nel
primo caso egli ha messo in luce come
l’autore, non riconoscendo all’utopia alcuna dimensione critica, ne sottovaluti il ruolo fondamentale che essa ricopre nell’immaginario collettivo, in quanto elemento di
alterità: il limite sta nell’aver esteso la
legittima funzione conservatrice insita nell’etica della responsabilità fino ad un rifiuto del cambiamento. A questo si ricollega il
secondo punto, la necessità, cioè, di recuperare una forma possibile della “speranza” all’interno di un’ontologia del “già-dasempre” su cui Jonas si attesta a difesa di
quanto di irrinunciabile il passato può offrire alla storia, anche futura, dell’umanità.
Tale possibilità Ricoeur la ritrova in una
formula paradossale del Principio responsabilità : “all’ottimismo impietoso si oppone lo scetticismo misericordioso”. E’ questa misericordia che apre uno spazio alla
speranza, sempre che essa tenga fermo il
carattere problematico in cui tutte le attese
e i progetti devono continuare ad evolvere.
Essa è certamente modesta, ha concluso
Ricoeur, ma riposa sulla convinzione che
non c’è speranza se non a condizione di
accettare un’eredità, perpetuabile e rinnovabile nel futuro. C.R.
Industria, società, cultura
Dal 19 al 20 febbraio ha avuto luogo
presso la Facoltà di Filosofia dell’Università di Francoforte il “Frankfurter
Colloquium zur Ästhetik und
Kulturtheorie” (Colloquio francofortese di estetica e teoria della cultura),
che
aveva
per
titolo:
Kulturgesellschaft
und
Kulturindustrie (Società della cultura e industria culturale).
CONVEGNI E SEMINARI
Martin Seel (Costanza) ha tratto i criteri di
una “cultura democratica”, cioè quelli di
“ambiguità” e “coscienza della differenza”, dai teorici dell’industria culturale, Max
Horkheimer e Theodor W. Adorno, rilevando però come questi avessero fatto un
falso uso di tali criteri. Facendo riferimento
alle teorie di Jürgen Habermas, il sociologo
Helmut Dubiel (Francoforte) ha espresso
la convinzione che nell’epoca del “capitalismo postfordistico”, e in quella di una
“cultura postmoderna” ad esso relativa, la
tesi dell’industria culturale nella sua esclusività non ha più valore. In tal senso il
critico musicale Peter Kemper
(Francoforte) ha mostrato, sull’esempio della musica rock, come Adorno non poteva
che attribuire questo tipo di cultura musicale al meccanismo dell’industria culturale,
non essendosene mai occupato in modo
specifico. Viceversa il sociologo Ulrich
Oevermann (Francoforte) ha sostenuto la
tesi dell’industria culturale. Facendo riferimento alla comunicazione televisiva, egli
ha analizzato il meccanismo della “messa
in scena di se stessa” attuato sistematicamente dal mezzo televisivo, che serve solamente ai propri scopi autoconservativi e
abbassa sia la cosa che il pubblico a semplici accessori.
Una variante della tesi dell’industria culturale, ottenuta mediante l’applicazione della teoria foucaultiana del potere, è stata
presentata dal direttore dell’Istituto
Francofortese per i Nuovi Media, Peter
Weibel. Per lui gli estremi si toccano: critica anarchica del potere , cioè non fondabile in modo metodico, e “felice positivismo” (Foucault). La descrizione di un aspetto essenziale della “società della cultura”, cioè la conciliazione voluta di arte e
vita, è stata offerta dalla pubblicista
Katharina Rutschky (Berlino), che ha
preso come esempio la moda. Il teorico
della letteratura Hans-Thies Lehmann
(Francoforte), sulla scia di Adorno e dei
decostruttivisti, ha contrapposto in modo
inconciliabile l’estetico alla cultura (razionale). Herbert Schnädelbach (Amburgo)
ha cercato infine di mostrare come dovrebbe apparire la “critica della cultura dopo
Adorno”. La critica della cultura non può
fondarsi secondo lui né su un naturalismo,
né su un relativismo culturale. J.F.
Einstein e l’idealismo tedesco
In una prospettiva originale di sintesi,
e avvalendosi di documenti tuttora
inediti facenti parte dell' epistolario di
Einstein, Armando Brissoni ha tenuto,
all'Istituto Italiano per gli Studi Filosofici, una serie di lezioni su Einstein e
l’idealismo tedesco, dove è stata
tracciata un’analogia speculativa tra
la fisica teorica e l’epistemologia einsteiniana e l’idealismo tedesco.
Albert Eistein
Diversi sono i riscontri testuali che certificano di una lettura di Einstein dei
Prolegomena kantiani. A partire da questo
rilievo Armando Brissoni ha centrato l’attenzione su altre due opere di Kant, che
probabilmente Einstein deve aver letto e
che sono indispensabili arricchimenti della
complessiva riflessione epistemologica
kantiana: la Critica del Giudizio e l’Opus
postumum. Le perplessità di Einstein ineriscono soprattutto al concetto kantiano di
sintesi a priori e al rischio, in esso presente,
che il concetto fisico-speculativo di tempo
possa essere assimilato all’intuizione. Come
ad esempio quando Kant affida all’intuizione l’acquisizione della nozione di maggior brevità possibile quale attributo della
retta che congiunge due punti. In linea
generale, sono oggi in molti a sostenere, a
correzione di Kant, che le proposizioni
matematiche siano soltanto analitiche a
priori. A Einstein premeva salvaguardare
l’autonomia metodologica dell’esperimento scientifico da una parte, e l’anticonvenzionalismo e l’anti-innatismo della fisica
teorica dall’altra. In un certo senso Einstein
è più kantiano di quanto egli stesso non
sospetti nel ripudiare la vuotezza dei sensi
e una matematica e una fisica pure intellettualmente elaborate. Intelletto e ragione,
per Einstein, trovano una sintesi nella logica matematica. La prospettiva einsteiniana, che muove da un empirismo scettico
che per certi versi ricorda Mach, si volge
perciò in un convinto razionalismo, nell’atteggiamento cioè di «chi cerca l’unica fonte di verità nella semplicità matematica»
(lettera di Einstein del 24 gennaio 1838 a C.
Lanczos).
Per risolvere i dilemmi della fisica da lui
individuati, Einstein scoprì di dover fare
riferimento non tanto all’esperienza in senso stretto (se non in sede di verifica), quanto piuttosto alla metrica matematica che le
corrisponde. Questo - suggerisce Brissoni induce a ripensare a due grandi pensatori
italiani: Bruno e Galilei, come ai capostipiti della scienza contemporanea. Nella misura in cui la matematica è certa, essa come esplicitamente disse Einstein in una
conferenza del 1921 - non aderisce alla
realtà, e viceversa. In un certo senso dunque Einstein può sembrare più vicino a
Hegel che a Kant, prossimo alla hegeliana
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equiparazione di realtà e razionalità.
L’opposizione tra idealismo e realismo viene trasformata, a partire da Kant ed in tutto
l’idealismo tedesco, in una relazione dialettica, secondo modalità che sembrano
preludere al crocevia dell’epistemologia
contemporanea tra realismo einsteiniano e
indeterminismo quantico. In questo quadro
si comprende allora l’analogia che meticolosi studi hanno voluto verificare tra il
tempo trascendentale della filosofia della
natura dell’idealismo tedesco (Schelling e
soprattutto Hegel) e la teoria generale della
relatività. La matrice idealistica dei costrutti teorici einsteiniani si rileva del resto
negli interventi specifici da lui tenuti nell’ambito del dibattito filosofico sul concetto di tempo, dove sosteneva l’identità tra
tempo fisico e tempo filosofico. Da quest’unico tempo trascendentale può semmai
essere pensato come diverso un tempo psicologico. Ciò che, con Bergson, è altra
questione. S.M.
Vico pensatore del moderno
Nel titolo che Biagio de Giovanni ha
voluto dare alle quattro giornate di
studi sul pensiero vichiano, tenutesi a
Napoli il 2-5 aprile nell’ambito delle
attività seminariali dell’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici, è esplicito il
taglio critico, che mira a mettere in
evidenza i modi con cui Vico si confronta con il problema della modernità, ovvero con quella che doveva apparire come la filosofia più conseguente della modernità: il cartesianesimo.
Nell’ambito di questa riflessione, il filosofo ebbe concreti interlocutori nei numerosi
cartesiani presenti a Napoli, ma soprattutto
si confronta, in maniera originale, con la
più significativa discussione filosofica presente all’epoca in Europa (come B. Spaventa e Croce hanno inteso mostrare). La
filosofia di Vico fu anticartesiana, come
del resto paradossalmente lo furono gran
parte delle metafisiche “barocche” della
fine del XVII secolo, a cominciare da
Spinoza e Leibniz), e tuttavia la sua posizione, lungi dal potere essere interpretata
in chiave integralmente laica e illuminista,
lo qualifica come un pensatore originale
del moderno, interprete acuto della crisi e
della catastrofe celati nei miti del “progresso”.
La ricostruzione di De Giovanni ha inteso,
suggestivamente, iniziare, per così dire,
dalla fine, e cioè dall’ultima edizione del
1744 della Scienza nuova, opera in cui è
contenuta la più severa critica della «sfrenata libertà dei popoli liberi», del carattere
scettico, solitario e apolitico della filosofia
moderna, dal momento che essa rompe il
fondamentale equilibrio tra vero e certo, tra
ratio e auctoritas. Per Vico la filosofia
deve essere fondatrice delle nazioni, deve
cioè presupporre e contribuire a fondare
una comunità politica e non dar luogo ad un
razionalismo onnipervasivo. La diagnosi
espressa da questa critica vichiana alla modernità - ha sottolineato De Giovanni prima ancora di tematizzarsi come richiamo proprio ad una filosofia che vuole essere politica e impegnata sul terreno della
storia, era già contenuta nei primi scritti di
Vico: il De nostri temporis studiorum ratione (1708) ed il De antiquissima Italorum
sapientia (1710). Non che a Vico fosse
estranea la vocazione matemizzante della
tradizione platonica da una parte, e della
scienza rinascimentale e postrinascimentale dall’altra. Ma l’attenzione che dimostra
per la dimensione costruttivista, e al limite,
convenzionale, della matematica, lo indirizzano piuttosto verso la dimensione induttiva, sperimentale della scienza baconiana e galileiana, restando diffidente nei
riguardi di ciò che considerava l’eccesso
cartesiano di matematizzazione della fisica. Proprio nella possibiltà che il razionalismo e il meccanicismo cartesiani possano
diventare la filosofia della “nuova scienza”, Vico individua il rischio implicito nella prospettiva della modernità: che venga
cioè sconvolto quel fondamentale equilibrio tra la dimensione del vero e quella del
probabile, tra la scienza fisica determinista
ed una gnoseologia del verosimile. Alla
Critica cartesiana, Vico contrappone dunque la Topica, l’ars inveniendi, sottolineando appunto l’aspetto verosimile e probabilistico insito nel rapporto finito tra
l’uomo e la verità. Un ulteriore elemento di
connessione tra la prima e l’ultima fase del
pensiero vichiano è secondo De Giovanni
il tema del conatus, della vita naturale
intesa come tensione e sforzo. Questa nozione, che caratterizza da principio la metafisica anticartesiana di Vico, la si ritrova
infatti, trasferita all’interno del mondo umano, come elemento germinale della libertà, diventando fondamento di quella
“metafisica del genere umano” che è la
Scienza nuova. Vico dunque, attraverso lo
sviluppo tematico del suo pensiero e nel
dialogo intellettuale con i suoi interlocutori, dimostra l’originalità assoluta del suo
discorso filosofico. La rivoluzione vichiana è consistita innanzittutto nell’evidenza
in cui viene posta la struttura umana del
facere, il verum ipse factum della scienza
storica, la poieticità della cultura umana.
Filosofia politica dunque che pone il probabile quale criterio di costituzione della
vita politica. Ma, al tempo stesso, filosofia
che sottolinea il legame fondamentale tra
religione e storia, come si evidenzia dalla
Giambattista Vico
CONVEGNI E SEMINARI
polemica di Vico con l’ipotesi, formulata
da Bayle, di una società di atei. La Scienza
nuova è altresì una “teologia civile ragionata della provvidenza divina”; una provvidenza, va sottolineato, che è piuttosto un
elemento di conservazione del genere umano, che non di salvezza o di grazia. E
tuttavia - conclude De Giovanni - considerando la critica di Vico alla cronologia
storica in virtù della divisione che egli
opera tra storia sacra e storia profana, il
pensiero del filosofo napoletano non può
essere ricondotto a categorie meramente
laiche ed illuministe. S.M.
La parola metaforica
come accadere
Dal 18 al 20 marzo 1991 Ernesto Grassi
ha tenuto, presso l’Istituto Italiano per
gli Studi filosofici di Napoli, un seminario sulla preminenza della parola
metaforica distinta dall’ontologia tradizionale e dal pensiero razionale.
L’importanza di un linguaggio che non
renda stabili gli enti, strutturandoli in categorie logico formali, ma che tenti di approssimarsi al loro divenire, al loro trasformarsi continuo, è ciò che Ernesto Grassi
trae dall’analisi dell’opera di Hölderlin. Il
linguaggio di Hölderlin non è astratto, ma
diveniente. Il problema platonico dell’Uno
e dei Molti viene qui ricondotto al divenire,
al mutarsi continuo delle realtà nel tempo,
dove il tempo è sempre l’imporsi di differenti possibilità nella realtà finita, nel qui
ed ora. Nell’Iperione il tempo viene identificato da Hölderlin con la bellezza, una
temporalità che può essere avvicinata a
quella dell’Aiôn come Uno che volge nel
diverso. L’Aiôn è il tempo in linea retta, che
non ritorna mai su di sé, le cui due estremità, del passato e del futuro, non cessano di
allontanarsi nell’illimitato, dispiegando gli
istanti in cui le cose avvengono, nella loro
molteplicità, nel loro divenire, nella loro
storicità. In questa temporalità del presente
sempre rinnovato, il linguaggio metaforico
si fa esperienza creativa, in diretto rapporto
con le forze affettive che attraversano la
vita. Il linguaggio poetico di Hölderlin è
una sfida al pensiero razionale, che identificando il mutare degli enti in schemi logici
rigidi, non permette l’esperienza del reale
come vivere e patire, come continuo trapasso nel nuovo.
Aristotele nei Primi e Secondi Analitici,
tentando di formalizzare il sapere logico
dimostrativo, l’episteme, affronta la questione dei principi originari, da cui muove
il pensare razionale; ossia tenta di ricercare
la struttura del fondamento (archè) del
sapere. Questa si rivela ad Aristotele nella
sua immediatezza, come fondamento che
non ha carattere razionale. I principi originali (archai) si disvelano dunque come
luogo a-discorsivo, indimostrabile. Essi sono principi indicativi che si rifanno all’e-
sperienza passionale piuttosto che logica,
ad un’originarietà affettiva, non definibile
tramite un pensiero metafisico razionale.
Negli autori tragici greci Grassi individua
propriamente queste tematiche esistenziali, e ne riscopre l’importanza come fonte
produttiva di un filosofare che non parte
dalla razionalità, dall’universalità del sapere, ma da situazioni concrete, dalla drammaticità del reale, chiamandoci alla parola,
al pensiero, con domande urgenti, indicative e non dimostrative. E’ possibile dunque
ritornare ad una nuova interpretazione del
dramma greco, che possa aprirci ad un
senso della realtà legato alle passioni e non
ai semplici concetti astratti. Questa operazione interpretativa non tende a relegare la
tragedia in un ambito puramente letterario,
ma dischiude ad un filosofare fondato sulla
preminenza della parola metaforica, che a
differenza di quella dell’ontologia tradizionale, non definisce gli enti.
E’ il caso della metafora, che segue il
movimento della realtà stessa, conferendo
ad uno stesso ente significati sempre diversi. Questa continua traslazione delle cose
nelle diverse significazioni la si può ricavare in modo esemplare da Ovidio nella metafora di Eco e Narcisio. Le due figure sono
legate tra loro da un linguaggio che è strettamente intrecciato alla passione. Il linguaggio di Eco è il luogo di occultamento
della verità, è l’impossibilità della comunicazione in quanto ripetizione del già detto.
Narciso non riceve risposte, ma solo la
ripetizione delle sue domande; tra i due il
colloquio è vano, illusorio, risuona tra essi
la tragicità di un rapporto impossibile. La
passione mancata di Eco, perchè priva di
voce significativa, e la passione vuota di
Narciso, che insegue immagini illusorie,
sono gli elementi di una tragedia che essi
vivono nell’impossibilità di appropiarsi sia
della propria immagine, che della propria
voce, la tragedia dell’incomunicabilità della passione. Per Ovidio il senso della metafora è appunto quello di esprimersi autenticamente oltre la connessione di domande
e risposte, perchè le parole seguendo il
flusso passionale danno significazioni sempre diverse a seconda delle situazioni. Nel
dolore, nella speranza, nella mancanza di
identità stabili, la parola metaforica rimanda sempre alla realtà concreta, comprendendo in sé di volta in volta la molteplicità
intensiva, passionale, della vita. A.C.
Nuove intelligenze
Promosso dal Premio europeo Cortina-Ulisse, dal Consiglio Nazionale delle Rcerche e dall’ENEA, si è tenuto a
Roma il 26-27 aprile 1991, presso la
sede del CNR, un convegno dal titolo:
Umano, troppo umano, dedicato ai
rapporti tra uomo, robot e computer,
e alla definizione di quelli fra intelligenza umana e intelligenza artificiale.
Interventi fra gli altri di John Searle,
Roberto Cordeschi, Roger Schanz,
Tomaso Poggio, Thomas Nagel.
John Searle ha ribadito le sue note posizioni sull’irriducibilità della mente umana all’intelligenza artificiale. L’intelligenza artificiale, come termine e come disciplina, è
nata nel 1956 negli Stati Uniti, e ha fra i
suoi padri fondatori Marvin Minsky. Abbandonando l’idea di imitare le caratteristiche strutturali degli esseri naturali, l’essenza dell’intelligenza viene individuata nell’adeguatezza con cui il sistema intellettivo, naturale o artificiale, tratta e struttura le
informazioni provenienti dall’esterno. Gli
obiettivi polemici dei teorici dell’intelligenza artificiale erano, dunque, le discipline che avevano guidato il nascere e lo
svilupparsi della robotica: la cibernetica e
la bionica. L’ ”intelligenza artificiale” mira
invece a ottenere un sistema intelligente
facendo “girare” un programma "implementare" su un calcolatore sufficientemente potente; tale programma deve essere in
grado di rispondere a domande poste nel
linguaggio ordinario. Proprio la possibilità
di definire “intelligente”, in senso proprio,
un programma, è ciò che Searle nega, spostando invece l’attenzione sul valore del
modello computazionale nella spiegazione
dell’intelligenza umana: l’idea, cioè, che
un concetto possa essere rappresentato come una lista di dati espliciti, la cui relazione
viene determinata da funzioni. Ma la nozione di “concetto”, come ha sottolineato
Roberto Cordeschi, è legata a quella di
“creatività”; perciò la questione della possibilità da parte delle macchine di esprimere un’intelligenza simile a quella naturale
passa attraverso la possibilità di elaborare
concetti, cioè significati.
Roger Schank, Direttore del laboratorio di
intelligenza artificiale della Yale University,
dove è anche docente di psicologia, propone di utilizzare i “sistemi intelligenti” nelle
scuole a fini didattici. Lo studioso respinge
le critiche di Searle, sostenendo che esse
sono il frutto di un diffuso quanto infondato
fraintendimento, quello secondo cui il fine
dell’intelligenza artificiale sia eguagliare
quella naturale. Al contrario, l’intelligenza
artificiale mira alla costituzione di potenzialità non specificamente umane, caratterizzate in modo essenzialmente strumentale. Tomaso Poggio, d’altro canto, ha rimproverato alla prospettiva aperta dall’intelligenza artificiale proprio una sottovalutazione della questione dell’apprendimento
nella definizione della nozione di “intelligenza”.
Thomas Nagel ha ripreso la questione del
rapporto fra intelligenza naturale e artificiale e quella del rapporto fra “mente” e
“cervello”, cioè tra il livello mentale e
quello neuronale. Se si ritiene che l’analisi
del livello fisiologico possa dar conto di
tutte le manifestazioni mentali, il problema
della possibilità per le macchine di pervenire a una forma di intelligenza artificiale
analoga a quella naturale si riformula in
quello della possibilità di ricostruire i processi fisiologici con materiali non organici;
CONVEGNI E SEMINARI
Immanuel Kant, incisione di J.L. Raab (1860 circa)
CONVEGNI E SEMINARI
questione fattuale, dunque, più che filosofica. Ben diversamente vanno le cose, se fra
il livello mentale e quello fisiologico viene
posto uno iato; il vero problema, quindi, è
l’inadeguatezza delle nostre attuali conoscenze scientifiche per decidere sulla relazione fra mente e cervello. F.C.
La teodicea in Kant
Organizzato dalla Società Filosofica
Italiana e dai Dipartimenti di Filosofia
dell’Università degli Studi e dell’Università Cattolica di Milano, si è tenuto
il 18-19 aprile 1991, presso l’Università
degli Studi di Milano, un convegno su
La teodicea in Kant. Relazioni di
Francesco Moiso, Paolo Manganaro,
Marco M. Olivetti, A. Poma, ciascuna
delle quali seguita da vivace discussione, nella quale sono intervenuti, fra
gli altri, Aldo Masullo, Virgilio
Melchiorre e Guido MorpurgoTagliabue. Il convegno è stato concluso da una tavola rotonda cui hanno
partecipato Silvestro Marcucci, Pier
Angelo Sequeri, Carlo Sini e Vincenzo
Vitiello.
Nella sua relazione Francesco Moiso
(“Teodicea e teologia”) ha evidenziato come problema centrale della teodicea
kantiana quello di giustificare l’intervento
nel mondo dell’elemento razionale e finalizzante. I poli della relazione sono stati
dunque da una parte il dissolversi del mondo in una molteplicità di fini e di prospettive, dall’altra l’elemento unificante che salva la possibilità di abbracciare il mondo
con uno sguardo unitario. Questo elemento
unificante - e qui sta la problematicità dell’approccio kantiano - non è però presente
a livello strutturale nel mondo stesso. Proprio per questo Kant riformula i termini
tradizionali del problema, che vedeva attestati da un lato coloro che, come Hume,
erano convinti dell’irriducibilità della pluralità, dall’altro i dogmatici, che si rifacevano invece all’esigenza di uno sguardo
prospettico unitario. Moiso ha richiamato
il cosiddetto “argomento di Hume”, ben
noto ai teorici dell’”intelligenza artificiale”: il problema di fondo è dar conto di
come la pluralità (i “fasci di sensazioni”, in
questo caso) possa comprendere se stessa
senza far ricorso all’unità. Per Kant però le
cose vanno altrimenti; l’unità è un principio reale, benché non strutturale, e se lo
“sguardo della pluralità” è il risultato della
Critica della ragion pura, lo “sguardo dell’unità” è il risultato della Critica della
ragion pratica, che diventa con ciò fondamento della prima.
Con varie difficoltà, come ha rilevato Aldo
Masullo: l’unità, ovvero la determinazione dell’Einigkeit, può esser meglio intesa
come “coerenza”, “coesione” fra le varie
parti del reale, coerenza che non sempre
risulta evidente. D’altra parte, se il proble-
ma di Kant è arrivare dalla molteplicità
all’unità, e non viceversa, Vincenzo Vitiello
ha messo in guardia dall’intendere il tentativo kantiano come una giustapposizione
del principio unitario alla pluralità del molteplice. Sul piano gnoseologico, come su
quello metafisico, Vitiello ha sottolineato
che Kant vede quello tra le due prospettive
come un rapporto di fondazione, e non certo
di mera sovrapposizione.
Su un altro versante si è sviluppata la relazione di Paolo Manganaro (“Ragion pratica e male radicale”). Focalizzando il rapporto fra ragion pratica e male radicale,
Manganaro ha interpretato questa seconda
nozione come sbocco necessario della teodicea kantiana. Con la tematica della teodicea e con gli scritti sulla religione rientrano
in gioco, a parere di Manganaro, le esigenze
della finitezza umana, “rimosse” nella Critica della ragion pratica a favore dell’aspetto autofondativo della ragione. Introducendo la nozione di male, Kant entra per
la prima volta nel campo dell’antropologia
morale. Il male non è solo derivato dall’inclinazione, ma riguarda invece la cattiva
volontà: è insomma un problema della ragione, sia pure nel suo uso naturale, e non in
quanto immediatamente pura, cioè pratica.
Su questo nuovo terreno, tre sono i poli di
riferimento che inquadrano il problema: la
determinazione della libertà nel suo problematico rapporto con la legge morale, la
volontà umana e il male radicale. Il rapporto fra l’autonomia della ragione - come
libertà o come legge morale - e il male non
è dunque diretto, ma mediato dalla volontà
umana che, in quanto malvagia, è arbitrio. Il
vero obiettivo della teodicea kantiana è
dunque, a fronte dell’esistenza del male nel
mondo, addurre prove e argomentazioni a
favore non tanto dell’esistenza e della potenza di Dio, quanto dell’autonomia della
ragion pratica. In questo senso per Marco
Olivetti (“Kant, o della teodicea senza speranza”) la teodicea kantiana è “senza speranza”, in quanto l’opera di Kant nel suo
complesso, e non gli scritti sulla teodicea,
costituiscono un redde rationem, una chiusura di partita nei confronti della teodicea
tradizionale; in particolare, nella configurazione che essa aveva assunto con Leibniz,
come tentativo di conciliare il presupposto
della bontà divina con l’esistenza del male
nel mondo. Olivetti riporta dunque il problema della teodicea kantiana nel quadro
della prospettiva ontologica, definita dalle
celebri tre domande: “Cosa posso sapere?”,
“Cosa devo fare?” e, soprattutto, “Cosa
posso sperare?”.
Sottolineando il carattere “anfibio” di questa domanda “pratico-teoretica”, Olivetti
ha evidenziato come il “potere”, in questo
contesto di riflessione, non si riferisca più
alla dimensione umana e alle sue potenzialità, ma a quella religiosa. Questa dimensione, al di là del “potere” e anche del “sapere”
umani, disegna per Kant una religione né
positiva, né, come era per gli illuministi,
“razionale” o naturale. Dagli scritti kantiani
sulla teodicea e sulla religione, non a caso
coevi, emerge una religione postilluminista, “di confine”: nella teodicea kantiana la
questione della possibilità della speranza
non mira alla soluzione del problema dell’esistenza del male nel mondo come pura
e semplice a-finalità, ma come “controfinalità”. La speranza riguarda, infatti, la
congruenza tra la finalità libera e la causalità naturale, che si presenta appunto come
“controfinalismo”.
Silvestro Marcucci ha ribadito, a questo
proposito, non solo il rapporto fra teodicea
e filosofia della natura in Kant, ma tra la sua
stessa filosofia e la riflessione scientifica,
riportando il noto e forse eccessivo giudizio, secondo il quale l’importanza di Kant
come scienziato non sarebbe inferiore al
suo valore di filosofo. Nell’evoluzione del
pensiero kantiano, con la Critica della ragion pura l’accento cadrebbe sul primo
aspetto, con la Critica della ragion pratica
e con la Fondazione della Metafisica dei
costumi sul secondo.
Con l’esame dell’interpretazione della teodicea kantiana in Hermann Cohen, sviluppato nella relazione di A. Poma (“Teodicea
autentica e teodicea storica”), lo sguardo si
è spostato dal piano propriamente ontologico a quello più propriamente etico e
religioso. L’interpretazione di Cohen presuppone un ripartirsi della Critica della
ragion pratica in due parti: la prima, rivolta a obiettivi di fondazione prettamente
ontologici, è definita solo dal concetto di
autonomia come autoposizione della ragion pura. Nella seconda parte, riguardante
gli aspetti applicativi dell’uso della ragione, entrano invece in gioco la considerazione dell’individualità e dei problemi a
essa connessi; sorgono qui le determinazioni di dovere, imperativo categorico, finalità. Qui Kant derogherebbe al proprio
intento, quello di dar luogo a un’etica non
eudaimonistica, reintroducendo il concetto di felicità.
Quella di Cohen, ha notato Poma, vuole
essere l’interpretazione autentica, fedele a
Kant oltre Kant stesso, della teodicea
kantiana e di quella leibniziana, per una
fondazione dell’etica al di fuori di qualsiasi
forma di eudaimonismo. Il concetto di sofferenza diventa quindi centrale nella riflessione coheniana, non tanto perché sostituisce quello di felicità come fine della storia,
quanto perché, in una prospettiva storica,
rende l’uomo degno della pace finale. Proprio qui, ha notato Poma, passa il crinale
fra la teodicea tradizionale, che tenta in
modo aprioristico di dedurre Dio dall’ordine del mondo, e la “teodicea autentica” di
Leibniz, Kant e Cohen, che, al contrario, è
“storica” e “a priori”; anzi, storica in quanto a priori. Il problema non è qui da dove
venga il male, ma che fine esso abbia.
Proprio sul ruolo ontologico della nozione
di sofferenza si è soffermato il teologoPier
Angelo Sequeri, che ha sostenuto che il
concetto di sofferenza è il terreno d’incontro fra Kant e Cohen, e che il vero problema
non è quello del male in quanto tale, il
malum ontologicamente necessario, bensì
CONVEGNI E SEMINARI
proprio quello dei malanni contingenti, i
mala mundi. In contrasto con questa posizione, Guido Morpurgo-Tagliabue ha rilevato che se è vero che dietro la figura di
Kant c’è quella di Leibniz, quello della
sofferenza umana è il problema centrale
per Cohen, ma non per Kant. Se infatti si
impostasse la fondazione della ragion pratica kantiana sulla sofferenza, si arriverebbe a un circolo vizioso: se la legge morale
in quanto tale rimanda infatti alla sofferenza, la sofferenza sarebbe finalizzata alla
compassione, intesa come “patire assieme”, e questa alla costituzione della comunità etica. Quest’ultima sarebbe dunque
nello stesso tempo fondata e presupposta
dalla legge morale. Rifiutando in modo
ancor più radicale le posizioni di Sequeri,
anche Vincenzo Vitiello ha ribadito che il
vero problema, tanto sul piano filosofico,
quanto su quello teologico, non sono i mali
fattuali e contingenti, bensì proprio "il"
male come determinazione ontologica.
L’intervento di Carlo Sini ha ricondotto il
dibattito dal terreno etico a quello ontologico. La riflessione etica in quanto tale pecca
di antropocentrismo, cioè di non sufficiente radicalità nel porre la questione ontologica; quella coheniana pecca anche di eurocentrismo, perché per altre culture le sofferenze dell’uomo giusto non dimostrano
affatto la sua rettitudine, semmai il contrario. A partire dalla nozione di male radicale, Sini ha evidenziato alcuni motivi, derivanti in particolare dalla trattazione del
primo capitolo de La religione nei limiti
della semplice ragione. La legge morale, in
primo luogo, non è il fondamento della
personalità, bensì la personalità stessa; la
tendenza al male morale è ciò che determina il libero arbitrio, che è tratto distintivo
della specie umana, ovvero del concetto di
“personalità”: solo in questo senso si può
parlare di un carattere “naturale” della tendenza al male nell’uomo. In secondo luogo
va sottolineato che qui il concetto di “naturale” non fa in alcun modo riferimento a
una tendenza fisiologica; il male è un problema a priori, una determinazione ontologica trascendentalmente legata alla questione della libertà umana e, in quanto tale,
non estirpabile.
Si pongono allora le questioni da un lato
relative al rapporto fra la libertà e il male
morale, dall’altro relative alla definizione
dell’uomo. In questa prospettiva la caratterizzazione dell’uomo come essere intermedio “tra” gli angeli e i bruti, diventa evidentemente insufficiente. L’uomo appare piuttosto quel luogo archetipico ove “accadono” lo stato brutale e quello angelico. Emergono peraltro, rileva Sini, alcune aporie: se
in certo senso il male nell’uomo “deriva”
dalla libertà, in quanto suo “limite”, appare
problematico sostenere l’esistenza di momenti soggettivi che, contrastando la libertà, determinerebbero l’uomo al male. A
parere di Sini, qui Kant tenterebbe di sottrarsi all’ombra del monismo spinoziano,
dove il male appare come un “momento”
della libertà.
Nel suo intervento conclusivo durante la
tavola rotonda, Vincenzo Vitiello ha accettato la centralità ontologica del problema del limite in Kant e la possibilità di
un’interpretazione nichilista, ma ne ha ribaltato il rapporto con Nietzsche: Kant non
è una “figura” fra quelle proposte da
Nietzsche, ma viceversa. Kant è senza dubbio un soggettivista, e quindi un nichilista;
ma, per come pone la questione della soggettività umana nei confronti del male, egli
è oltre Nietzsche, perché porre il problema
del male è per lui una questione ontologica.
Attraverso la nozione di male, con la mediazione del concetto di limite, Kant puntualizza quella di libertà. Quest’ultima ha
una valenza non certo psicologica o antropologica, bensì cosmologica e ontologica;
essa, infatti, non si pone solo come indipendenza dalle catene causali fenomeniche,
ma anche, positivamente, come inizio di
una nuova catena causale, e di una forma di
causalità “altra” da quella fenomenica, in
quanto prescinde dalla condizione temporale. F.C.
Gadamer: arte, filosofia e verità
Si è tenuto a Napoli dal 26 al 30 novembre 1990 presso l’Istituto Italiano
per gli Studi Filosofici un seminario di
Hans-Georg Gadamer dedicato al tema: Ut pictura poesis? Arti
figurative e arti poetiche.
Sviluppando una riflessione sul problema dell’arte, il filosofo si è al tempo
stesso interrogato sul proprio pensiero e sui problemi dell’ermeneutica,
ripercorrendo in diversi punti l’itinerario di Verità e metodo, sua opera
principale. Al centro delle lezioni il
tema della ricerca del senso dell’arte
come Kunstreligion, religione dell’arte.
La domanda sul senso dell’evento dell’opera d’arte, ha inizialmente osservato HansGeorg Gadamer, spinge ad interrogarsi
sulla possibilità di quella forma d’approccio alla verità che si attua nel “dialogo”, in
quanto “partecipazione” ad una verità che
non può essere intesa come “possesso” e
rispetto alla quale nessuno può avere una
posizione privilegiata. E’ questo il problema ermeneutico in quanto problema del
“comprendere”, che abbraccia l’intera esperienza umana: un problema che la situazione politica, culturale e filosofica della
nostra epoca, segnata dai due conflitti mondiali, rende ineludibile e che non può essere
risolto nell’ambito del sapere scientifico.
Per questo motivo bisogna riconoscere la
possibilità di una forma di approccio alla
verità che non si esaurisca nel metodo della
scienza moderna: una forma di approccio
alla verità, nel senso della “partecipazione”, quale si presenta nel sapere pratico
della phronesis, nel dialogo filosofico e
nell’arte.
In questa luce, ha sottolineato Gadamer, va
ritrovato il significato dell’arte come
Kunstreligion, religione dell’arte, nel senso della trascendenza dell’opera d’arte, che
non si risolve nell’incontro dell’uomo con
se stesso (come affermazione del primato
dell’autocoscienza), ma rimanda sempre a
qualcosa di ulteriore che non si consuma.
La ricerca del senso dell’arte come
Kunstreligion è stato il motivo centrale di
queste lezioni. Gadamer ha osservato che
nella sua interpretazione questa denominazione non si identifica con quella hegeliana, secondo la quale in Grecia l’arte era
sempre anche una forma di religione, in
quanto presso i greci gli dei esistevano solo
nella loro presenza corporea, che si realizzava nella scultura. L’arte va intesa come
Kunstreligion perché il suo evento ci pone
di fronte ad una forma di creazione dal
nulla, in cui non si tratta più di scegliere il
materiale e di applicare delle regole.
Anche il linguaggio, al quale l’esperienza
estetica è costitutivamente legata, è una
creazione di questo tipo, una creazione
senza materia: è questo, secondo Gadamer,
il nuovo universo su cui si estende l’orientazione ermeneutica.
Il bisogno di una ricognizione del proprio
pensiero alla luce della domanda sul senso
dell’esperienza estetica come modalità di
approccio alla verità, ha spinto poi Gadamer
a ritornare sul concetto di arte come mimesis. Questo concetto può essere riferito
all’arte solo in quanto “immagine” (Bild),
cioè non una copia del reale, ma un suo
arricchimento in quanto verità. In questa
luce va colta la valenza ontologica dell’opera d’arte come formazione, che si fa e si
presenta da se stessa. Il senso conoscitivo
della mimesis va ritrovato per Gadamer nel
fatto che essa è sempre una forma di riconoscimento della realtà nel senso platonico
della anamnesi, e dunque non si esaurisce
nel riconoscimento di qualcosa, ma si apre
all’infinità del dialogo. In questo senso
anche il linguaggio, come orizzonte che
abbraccia ogni esperienza del comprendere, è una forma di mimesis, una forma di
interpretazione del mondo che si attua nel
dialogo, in cui le cose sono viste nel loro
significato: ciò che accade alle cose nel
linguaggio è un arricchimento, un accrescimento della realtà.
Il concetto di mimesi abbraccia in maniera
costitutiva non solo l’evento dell’opera d’arte, ma anche la sua interpretazione. L’opera, anche nel caso delle arti figurative, vive
sempre nella lettura, che non va intesa
come una riproduzione del testo, ma come
una forma di cooperazione. In questo senso, ha osservato Gadamer, Heidegger ha
parlato della lettura come di una forma di
“raccolta”. Qui si ritrova la struttura temporale dell’evento dell’opera d’arte, che è
sempre un processo circolare, un “essere in
moto” che non si esaurisce nella “presenza”.
A conclusione di questo ciclo di lezioni
Gadamer si è interrogato sul significato
della filosofia e sul suo rapporto con l’arte,
CONVEGNI E SEMINARI
Georg Wilhelm Friedrich Hegel (litografia di C. Mittag, 1842)
Albert Einstein
Hans Georg Gadamer
perché il problema dell’arte e quello della
filosofia sono a suo parere inscindibili.
Nella concezione gadameriana vi è un continuo rimando tra l’opera d’arte e l’opera
del pensiero, in quanto entrambe sono una
forma di approccio alla verità nel senso
della “partecipazione”. L’opera d’arte anticipa le concettualizzazioni filosofiche e
ad essa la filosofia ha bisogno di ritornare
incessantemente, se non vuole ridursi ad
una dimensione concettuale ispirata al modello deduttivo proprio del metodo scientifico. Occorre reinterpretare il nesso originario stabilito dal pensiero greco tra logos
e linguaggio, logos e mytos. Il linguaggio
filosofico deve partecipare alla molteplicità di significati che caratterizza i testi letterari, al movimento metaforico proprio del
linguaggio poetico, perché solo nel dialogo
si dà un uso adeguato dei concetti. Il valore
del dialogo, ha concluso Gadamer riprendendo un motivo fondamentale della sua
ermeneutica, è quello di situarci sempre in
uno scambio di domanda e risposta, in cui
alla fine nessuno di noi possiede la verità,
ma che ci rende più aperti e disponibili a
continuare il processo di ricerca. F.C.M.
Un convegno su Gadamer
Heidelberg
a
In un recente convegno dal titolo
Verstehen und Geschehen (Comprensione ed evento), organizzato a
Heidelberg dalla locale Accademia delle Scienze e dalla Martin HeideggerGesellschaft, sono stati discussi alcuni temi della filosofia di Hans Georg
Gadamer.
Gottfried Boehm (Basilea) ha analizzato
l’arte “astratta” dal punto di vista del problema della temporalità. L’esame delle
strutture temporali della percezione dell’arte può condurre a stabilire il carattere di
indeterminazione del rapporto tra arte e
realtà: in questo senso l’arte non sarebbe
una riproduzione del reale ma, secondo la
concezione di Paul Klee, renderebbe “visi-
bile” la realtà. Richiamandosi a Hegel e
Gadamer, Boehm ha presentato il concetto
di “forza” come categoria fondamentale
dell’interpretazione dell’opera d’arte.
Manfred Riedel (Erlangen) ha tentato di
chiarire la formulazione gadameriana della
questione del “pensiero agli inizi” (anfängliches Denken), in rapporto all’ermeneutica
heideggeriana della fatticità. Il pensiero
heideggeriano è stato anche oggetto delle
analisi di J. Grondin (Ottawa), che è intervenuto sul rapporto tra Heidegger e S.
Agostino. L’esigenza di universalità dell’ermeneutica filosofica può essere compresa alla luce del pensiero di S. Agostino,
che è stato un punto di riferimento critico
anche per la filosofia moderna. La differenza da lui stabilita tra actus signatus e actus
exercitus, significazione e senso del compimento del discorso (Aussage), ha avuto
un’importanza centrale per il primo
Heidegger. Da un lato l’accento posto sul
discorso attribuisce un significato decisivo
alla problematica del linguaggio; dall’altro
l’affermazione del carattere universale del
fenomeno ermeneutico rinvia alla costituzione dialogica dei discorsi e a quell’insieme di premesse, senza le quali non è possibile la comprensione. La dottrina agostiniana del verbo rappresenta per Gadamer
l’unica traccia di un oblio non totale del
linguaggio della storia della metafisica occidentale.
Otto Pöggeler (Bochum) ha trattato il tema del rapporto tra voce e scrittura, logos e
mito, dialettica ed ermeneutica nella storia
della cultura occidentale, osservando che
l’attuale disputa tra ermeneutica e decostruzionismo può essere considerata in generale come un’eredità della tradizione filosofica. Richiamandosi direttamente a una tale impostazione di pensiero, HansGeorg Gadamer ha affermato di aver trovato nell’intervento di Pöggeler lo stimolo
per tentare un nuovo accesso ai propri
problemi filosofici.
Rüdiger Bubner (Tübingen) ha riconosciuto a Gadamer il merito di aver reso
accettabile l’ ”ermeneutica della fatticità”,
conferendole una forma “urbanizzata”. In
quanto il comprendere si alimenta alla fonte dell’esserci (Dasein), la sua limitazione
alla comprensione scientifica “di qualcosa” non ne coglierebbere il carattere specifico. Anche per Gadamer dunque l’esserci
sarebbe comprensione. Il “fondamento” del
comprendere non sarebbe in tal senso uno
spirito del mondo onnicomprensivo, la natura, un processo vitale anonimo o un essere di carattere mitologico, bensì la tradizione, da lui intesa come un “inesauribile
regno di possibilità”. La pre-datità del comprendere sarebbe un “cosmo di possibilità
ermeneutiche di comprensione”, che, attraverso la fiducia in un “fondamento”, possono venire tradotte all’interno del comprendere stesso. E’ questo atteggiamento
che fa si che le testimonianze irrigidite del
passato possano essere valorizzate all’interno di un rapporto dialogico. M.M.
CONVEGNI E SEMINARI
Georg Wilhem Friedrich Hegel (litografia di C. Mittag, 1842)
CONVEGNI E SEMINARI
La ‘Naturphilosophie’ di Hegel
Se analizziamo i risultati delle ricerche
più ideologicamente e pregiudizialmente ostile alla Naturphilo-sophie sia
anche dovuto ad una lettura che l’ha
contestualizzata come oggetto storico nel dibattito scientifico del proprio
tempo. Nello specifico caso di Hegel,
questa linea di ricerca è stata principalmente promossa e sviluppata da K.
Düsing, H. Kimmerle, M. Petry e da
Dietrich von Engelhardt, noto agli studiosi fin dai primi anni ’70 per i suoi
lavori sulla situazione della ricerca
scientifica nella Germania del primo
‘800 in rapporto alla filosofia speculativa di Schelling ed Hegel. Von
Engelhardt ha recentemente tenuto
presso la sede dell’Istituto Italiano per
gli Studi Filosofici di Napoli un seminario sul tema: La Naturphilosophie
di Hegel e le scienze della
natura (18-22 marzo 1991).
Uno dei meriti del seminario è stato quello
di introdurre il discorso ponendo al centro
della considerazione, come problema, la
visione fortemente integrata dei vari aspetti della realtà propria degli scienziati romantici della natura (tra gli altri, Ritter,
Steffens, Oken, Oersted, Carus), sottolineando la necessità di individuare, di volta
in volta, le diverse componenti dei loro
approcci, la pluralità delle strade percorse
per pensare l’unità di scienza, arte e filosofia. Nell’insieme, è stata dunque proposta
l’immagine di una scienza romantica non
unitaria in se stessa, e dal complesso, quanto incerto, destino.
In primo luogo, Von Egelhardt ha mostrato come l’impianto metafisico di questa
scienza, di prevalente ispirazione schellingiana, non debba essere confuso con le
altre “direzioni” della scienza naturale del
tempo: quella empirico-positivista, presente
soprattutto in Francia ed in Inghilterra;
quella influenzata da Kant (Röschlaub, e
poi Helmholtz); o ancora quella sensibilecontemplativa imboccata da Goethe con la
sua nozione di Urphänomen. In secondo
luogo, è stato giustamente ricordato quanto
la romantische Naturforschung sia stata
spesso indebitamente appiattita sulle filosofie della natura di Schelling e Hegel,
delle quali, a sua volta, si sarebbe disconosciuta tanto la comune valenza critica nei
confronti della scienza romantica, quanto
quella specifica dell’una rispetto all’altra.
Per fare un esempio, basti ricordare che da
una parte, a Jena, Hegel aveva accusato di
formalismo aberrante, e disordinata ebrezza mentale, filosofi della natura quali J. J.
Wagner, fedele ripetitore di Schelling nel
System der Idealphilosophie del 1804 e da
Schelling stesso, in un primo tempo, aiutato e protetto. Dall’altra, Oersted, lo scopritore dell’elettromagnetismo, nel 1807 ma-
nifestava il suo apprezzamento del modello fornito da Schelling, dopo che, nel 1801,
sul De orbitis planetarum di Hegel, suo
primo compiuto lavoro di filosofia della
natura, era caduta la condanna della scienza con una recensione stroncatoria del direttore dell’osservatorio astronomico di
Seeberg, presso Gotha, F. X. von Zach.
Tutte queste asprezze e discordanze dovevano poi venir levigate ed armonizzate
dagli allievi di Hegel, a cominciare da
Michelet che, nella prefazione del 1841
alla sua edizione della Naturphilosophie
del maestro, enfatizzava la consonanza di
vedute tra Hegel e Schelling a Jena, chiamati i Dioscuri della scienza moderna.
Alla luce di queste premesse Von
Engelhardt ha poi preso in esame il rapporto tra considerazione concettuale (della filosofia) e pensante (della fisica) nei confronti della natura, evidenziando, alla luce
della “concretezza dell’Idea”, quella che è
stata chiamata la “deduzione fenomenicorazionale”, per una adeguata comprensione del rapporto tra empiria e speculazione
nell’Enciclopedia. Sullo sfondo, il problema di uno sviluppo del pensiero hegeliano
a partire dal periodo di Jena, e quello del
rapporto tra logica e natura, nonchè la questione dell’ordine delle parti del sistema
alla luce dei tre sillogismi finali dell’Enciclopedia.
E’ stato poi analizzato il ruolo della chimica, nel passaggio dalla fisica alla biologia
nella Filosofia della natura, focalizzando
l’attenzione sul galvanismo e sul processo
di neutralizzazione, come anticipazione degli autoprocessi propri dell’organico, e sfiorando la più generale valutazione del rapporto tra fisica e chimica tanto nella scienza
romantica della natura, quanto nella filosofia dell’identità di Schelling. Dall’esame
del concetto di organico, nel suo sviluppo
enciclopedico, è emerso un Hegel conoscitore della biologia e fisiologia del tempo, e
di cui si è evidenziata l’attualità dell’impostazione: ancora oggi, per von Egelhardt,
una teoria filosofica dell’organismo non
può esimersi dal rispondere alle domande
poste da Hegel sulla genesi e la formazione
dell’organico dall’inorganico, sull’emergere del mondo spirituale dalla vita naturale. Per quanto riguarda il rapporto salutemalattia in riferimento alla situazione della
medicina del tempo, Von Engelhardt ha
insistito sul rapporto tra malattia e morte
nell’individuo e sviluppo della dimensione
collettiva dello spirito (l’Io che è in Noi, il
Noi che è in ogni Io della Fenomenologia),
di cui si è sottolineato il possibile valore
psicoterapeutico.
Il dibattito che ha fatto seguito si è esteso da
Hegel, Schelling, Goethe, Hölderlin, al campo dell’etica medica, fino a coprire l’indagine sulla possibile recezione della romantische Naturforschung nell’Italia della seconda metà dell’800, divisa tra scienza e
religione. C.F.
Razionalità e complessità
Scienziato e filosofo, con interessi che
spaziano dalla sociologia all’epistemologia e alla storia delle idee, Edgard
Morin è una figura difficilmente collocabili all’interno di una disciplina. Della sua eclettica capacità di far interagire tanti e diversi saperi è testimonianza il ciclo di seminari - tenutosi nell’ambito dell’attività dell’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici - in cui
Morin ha evidenziato le strutture epistemologiche che stanno alla base della “razionalità” occidentale.
Opponendosi all’autorità del discorso fondato sull’ipse dixit, la razionalità fonda le
sue argomentazioni sul modello della logica induttivo/deduttiva, formulando un sistema argomentativo unitario e coerente
che ha come scopo la comprensione delle
cause e delle finalità dei fenomeni. Essa
inoltre presuppone il dialogo tra interlocutori consapevoli, al fine di suscitare il conflitto e la trasparenza dell’argomentazione.
Il procedimento razionale così costituito è
una “strategia” che non può esser definita
“a priori”, ma soltanto attraverso un processo di feedback con il “mondo esterno”,
che consente una verifica della coerenza
del modello, sottraendolo al rischio di cadere nella “follia filosofica” di un sistema
di idee senza presa alcuna con il mondo
reale.
Per Edgard Morin la razionalizzazione
può essere una “patologia della razionalità”. Le strategie di controllo politico producono una tipica strategia razionale di
dominio, il cui scopo è il controllo globale
dell’universo sociale. L’aspetto paranoide
della razionalizzazione consiste nel fatto
che essa crede e fa credere che si possa e si
debba governare ogni azione umana. In
questo gioco di specchi e di rimandi tra
razionalità e razionalizzazione, la ragione
potrebbe sembrare semplicemente l’essenza a priori della razionalità; spesso però
essa si presenta come una strategia di copertura a posteriori della razionalizzazione. Talvolta alcune pratiche vengono presentate come negazione della ragione, come irrazionali. Al contrario, sostiene Morin,
la ragione ha motivo di temerle proprio
perchè sono iperrazionali. L’astrologia ad
esempio non è affatto arazionale; essa pretende di spiegare coerentemente e “monisticamente” l’intera vicenda di un uomo a
partire dalla sua data di nascita.
Morin ha dunque analizzato la particolare
forma che nella modernità ha assunto la
razionalità occidentale: l’idea che il mondo
sia essenzialmente ordinato. La logica della scienza classica è quella della macchina
artificiale ed il suo esito più conseguente è
appunto la tecnica mentre i rischi connessi
CONVEGNI E SEMINARI
al suo dispiegamento incontrollato mostrano che la razionalizzazione tende a diventare fine a se stessa, in un automatismo
sganciato da un controllo razionale. Affrontando il discorso su di un piano storico
più vasto, Morin rileva come, a partire da
Platone, che utilizza e riduce il discorso
mitico a metafora dell’argomentazione razionale, la ragione e la razionalità vengono
saldamente fondate nel loro carattere logico. Nel medioevo l’eredità del pensiero
greco viene assunta dall’Occidente cristiano e si prepara quella separazione che sarà
tipica del moderno: da un lato la religione
legata al mito e all’autorità, dall’altro la
filosofia e le scienze legate alla ragione a
all’empiria. La separazione dei domini dell’arte e della scienza trova la sua fondazione nell’epoca moderna nella distinzione
cartesiana di res cogitans e res extensa e a
tale separazione arte/scienza si affianca
nelle istituzioni e nelle mentalità la separazione, che è segregazione, di “follia” e
“sanità”. Il ragionamento empirico logicamente argomentato è oramai diventato l’immagine più precisa della scienza, in totale
antitesi con il mondo dei miti e dell’arte.
Morin ha poi sottolineato come la scienza
occidentale ha sempre privilegiato la logica unitaria dell’identità: si pensi alla fondazione aristotelica della logica, tendente in
primo luogo ad escludere la contraddizione, e alla deduzione che si è trasformata in
puro calcolo logico, perdendo le originarie
connotazioni ontologiche. Oggi la microfisica ha mostrato peròl’esistenza di leggi
diverse per livelli diversi dell’universo che
ha fatto entrare in una nuova fase il sapere
a base logico-matematica. La teoria dei tipi
logici di Russel/Whitehead e le scoperte di
Gödel che hanno portato alla formulazione
dei teoremi sull’indicidibilità hanno incrinato l’idea di certezza logico-matematica,
basata sul presupposto della completezza
di un sistema “chiuso”. La complessità del
reale, scoperta dalla scienza, impone oggi
una razionalità complessa e sistemi non
ricondicibili alla logica unitaria dell’identità. Sottolineando il carattere di costruzione logica dei sistemi scientifici, Morin conclude che non si deve pretendere che le
contraddizioni evidenziate dalla scienza
corrispondano a contraddizioni “oggettive”. L’idea di una “razionalità complessa”
ha senso solo in una logica della ricerca che
non abbia come unico e prioritario punto di
riferimento i processi induttivi/deduttivi
della logica classica. Una tale razionalità
rifiuta l’idea dell’identità di razionale e
reale e si pone piuttosto come un’”antropologia della razionalità”, che vuole costitutivamente conoscere i suoi limiti. Ogni
tentativo di negare fenomeni che non sod-
disfino il criterio logico della ratio scientifica è a sua volta irrazionale.
Scienza e tecnica all’alba
del XXI secolo
Il rapporto della filosofia con il senso
comune e con l’etica, il problema di
una formazione culturale non unicamente specialistica degli scienziati e
dei tecnici, la possibilità e il diritto
della riflessione etica di influire sulla
ricerca scientifica: questi alcuni dei
temi discussi nel convegno su Scienza e tecnica alla vigilia del
XXI secolo, svoltosi nel novembre
1990 presso la Politechnic University
di New York.
Ha destato stupore la posizione di Wolfgang
Schirmacher, filosofo tedesco specialista
di Schopenhauer e docente alla Politechnic
University, che, nel tentativo di affermare
l’esigenza di un pensiero radicale e non
compromesso con il senso comune, ha sostenuto una netta separazione tra la filosofia e la dimensione dei valori: la fame nel
mondo, ad esempio, non è per Schirmacher
motivo di preoccupazione, in quanto compito del filosofo non è di dare giudizi di
valore ma di pensare. In contrasto con le
tesi di Schirmacher, il filosofo viennese
Peter Kempitis ha sottolineato l’insensattezza di una posizione che scambia la radicalità del pensiero con la rinuncia ai valori;
se è giusto che i filosofi prendano distanza
dalle tesi del senso comune per chiarirlo
criticamente, questo non può però significare la sospensione dei valori umani, e la
rinuncia a dare giudizi critici non può essere intesa come una forma di progresso.
L’idea di progresso è legata, nella tradizione culturale occidentale, all’idea di sviluppo delle scienze e della tecnica. Nel convegno di New York questo tema ha creato
un’accesa discussione. Il filosofo americano Daniel Conway, della Penn State
University (Pennsylvania), ha criticato le
attuali basi della formazione culturale degli ingegneri, lamentando l’unilateralità della loro preparazione matematica e fisica.
Nell’era del computer questo è per Conway
un sapere morto, a cui andrebbe sostituito
lo sviluppo di strategie per la soluzione dei
problemi, consistenti essenzialmente nella
capacità di comunicare rispetto ai problemi
che devono essere affrontati. Diversa l’impostazione del problema da parte di
Viaceslav Stiopien, dell’Accademia delle
scienze di Mosca, che ha indicato i rischi di
una formazione troppo generale degli ingegneri, degli scienziati e dei tecnici: i computer sono un mezzo che richiede conoscenze estremamente specializzate, e per
questa ragione la capacità da parte degli
scienziati di comunicare e di riflettere sul
senso e sugli scopi della propria attività
sarebbe certamente un progresso, ma cor-
rerebbe anche il rischio di rovesciarsi nel
suo contrario. Se a favore dello sviluppo
della capacità di riflessione e comunicazione gli ingegneri apprendessero meno nozioni sui fondamenti della matematica e
dell’informatica, si andrebbe incontro al
rischio di un aumento della dipendenza dai
computer.
Da più parti è stato messo in luce un ulteriore aspetto del problema della comunicazione nella scienza e nella tecnica: che altro
non sarebbero che forme di comunicazione
dell’umanità con la natura; una comunicazione che però può interrompersi, come
mostrano i rischi di distruzione dell’ambiente che alcuni vedono connessi allo sviluppo della razionalità tecnico-scientifica.
Questo aspetto del problema del rapporto
tra tecnica e natura è stato trattato dal
giapponese Souzaburou Tsunetoshi
(Kyoto), che ha insistito sul fatto che la
tecnica da un lato costituisce il fondamento
da cui dipende la vita di tutti noi, ma che
dall’altro essa minaccia di distruggere proprio i fondamenti vitali del nostro mondo.
Nel sostenere la sua tesi Tsunetoshi ha
affrontato il problema del rapporto tra tecnica e scienza: la tecnica dipende dalla
scienza della natura, ma questa deriva la
propria efficacia dalla possibilità di tradurre in modelli matematici differenziati la
molteplicità delle percezioni umane, quella che Husserl chiamava nella Crisi delle
scienze europee la «matematizzazione dei
plena».
Da tutto ciò deriva però secondo Tsunetoshi
un effetto collaterale negativo: il modello
unitario del mondo prodotto dalla scienza
esclude ogni percezione che non si lasci
esprimere attraverso il linguaggio dei numeri e porta a perdere una parte cospicua
della realtà umana complessiva. La posizione razionalistica, che bolla ogni accesso
intuitivo alla natura come irrazionale, fonda anche teoreticamente le tendenze che
possono portare alla distruzione della natura stessa.
Una possibile istanza di modificazione di
questa situazione è il richiamo ad una nuova consapevolezza etica, che dovrebbe condurre al rafforzamento della responsabilità
del singolo nei campi della scienza, della
tecnica, dell’etica e dell’economia. Anche
su questo punto le posizioni sono state però
contrastanti: se i partecipanti sovietici
(Tatjana Romanovskaja, Alexander
Krushanov, Anatolij Michailov) hanno
sottolineato il valore della disponibilità a
riflettere sulle conseguenze delle azioni
umane, da parte europeo-occidentale e statunitense è stato invece ricordato che scienza, tecnica, diritto economia e politica si
sono sviluppate nella società moderna come ambiti differenziati e autonomi. Come
è allora possibile che qualcuno riservi a se
stesso il diritto di formulare prescrizioni
morali? Come può l’etica, che è parte delle
forme della cultura e della società, intervenire sulla ricerca scientifica? E d’altra parte, come si può rinunciare all’idea che la
scienza, così importante per la strutturazione della vita associata nel mondo moderno,
CALENDARIO
CALENDARIO
Si è svolto tra l’8 aprile e il 6
maggio presso la Casa Zoiosa
di Milano un ciclo di lezioni sul
tema Pensiero scientifico e pensiero filosofico - conflitto, alleanza o reciproco sospetto? La
filosofia si interroga sulla scienza, ne analizza le metodologie
ed i risultati misurando al
contempo il proprio modello di
razionalità. Paolo Rossi ha parlato di “Scienze della natura e
scienze dell’uomo: la dimenticanza e la memoria”; Imre Toth
dell’università di Regensburg
ha svolto una relazione su “Il
pensiero matematico: libertà e
verità, negazione e creazione”;
“Possibilità di una scienza estetica” il titolo dell’intervento di
Dino Formaggio mentre Jean
Petitot ha parlato su “Attualità
scientifica ed etica del
razionalismo critico”. Ha chiuso il ciclo la lezione di Ludovico
Geymonat su “Filosofia e Scienza”.
● Informazioni: Casa Zoiosa,
C.so di Porta Nuova 34, 20100
Milano.
L’inclinazione all’ideologia
nelle scienze umane è stato il
tema del XV congresso dell’Associazione Libertà della Scienza, tenutosi il 26 aprile a BonnBad Godesberg. Tra i temi trattati nei diversi interventi: la tendenza all’ideologia nelle scienze storiche e nel diritto, il concetto di “scienza marxista” e il
problema della perdita di
rilevanza delle scienze dell’uomo.
L’Istituto Suor Orsola
Benincasa, in collaborazione
con il College International de
Philosophie di Parigi, ha orga-
nizzato, nella sua sede napoletana (16-17 maggio) un incontro dal titolo: La philosophie
en partage. Hanno parlato:
Alain Pons (“Rhétorique et
Philosophie dans la pensée
italienne de l’humanisme à
Vico”), Bruno Pinchard
(“Paganisme et philosophie: ‘la
spatialité du Dieu’. Une
relecture de Malebranche”),
Patrice Loraux (“Philosopher de
biais”), Alain Badiou (“La
philosophie comme operation
soustractive”), Paolo Fabbri
(“Des origines courantes des
langues”), Charles Alunni (“La
langue en partage”), Barbara
Cassin (“Que veut dire ‘dire
quelque chose’)"? - Parmenides,
Gorgias, Aristote), Paul Henry
(“De Gauss: l’impossible et les
mathématique modernes”).
● Informazioni: Istituto “Suor
Orsola Benincasa”, Via Suor
Orsola, 10, Napoli.
Gli stili della comunicazione
culturale è il titolo del convegno che si è tenuto il 15 maggio
presso il Circolo Culturale S.
Chiara di Trento, a cura del
Dipartimento di Storia della Civiltà Europea della locale Università e che ha messo a confronto le esperienze di comunicazione provenienti da diversi
ambiti di intervento culturale.
Hanno preso la parola Emilio
Tadini (“A perdita d’occhio:
cultura e ripristino della
sensorialità”), Riccardo Ruschi
(“L’informazione filosofica:
diffusione o sviluppo del sapere?”), Roberto Barbolini (“Ai
confini del letterario: i generi
‘bassi’ della comunicazione”),
Renato Troncon (“Leggerezza
e serietà: due categorie della
filosofia della cultura”).
L’Istituto per il Diritto allo Studio Universitario dell’Università Statale di Milano ha organizzato, nella propria sede, una
serie di incontri.
Tra il 15 aprile ed il 20 maggio si
è svolta una serie di lezioni sul
tema: Il simbolo e la cosa. Intorno all’oggetto dell’arte, con relazioni di Elio Franzini (“La costituzione della cosa”), Enrico
Corradi (“Dal simbolo al simulacro. Radici filosofiche di una parabola postmoderna”), Alfredo
Civita (“Affettività degli oggetti”), Gabriele Scaramuzza
(“L’identità dell’oggetto”), Stefano Zecchi (“Simbolo e opera
totale”).
Venerdì 10 maggio Sergio
Moravia ha tenuto una conferenza sul tema: Tempo, Esistenza e Salvezza.
Il giorno 15 maggio, in occasione della presentazione del libro
di Gabriella Fiori, Simone Weil.
Una donna assoluta (La Tartaruga, Milano 1991), si è tenuta
una conversazione sul tema: Attualità di Simone Weil, a cui
hanno partecipato: Laura
Boella, Giancarlo Gaeta, Laura
Lepetit e Chiara Zamboni.
Alla conferenza di JeanFrançois Lyotard: Les voix
d’une voix (21 maggio) sono
intervenuti Maurizio Ferraris,
Pieraldo Rovatti e Federica
Sossi.
In occasione della pubblicazione del volume di Luisa Muraro,
L’ordine simbolico della madre (Editori Riuniti, Roma
1991), si è tenuta una conversazione sul tema: Filosofia lingua materna, a cui hanno partecipato Laura Boella, Rosaria
Guacci, Luisa Muraro.
● Informazioni: I.S.U. C.so di
Porta Romana 19, Milano.
L’Associazione Musica d’Insieme, in colaborazione con Centro
Studi, ha organizzato il giorno 5
giugno, in occasione della pubblicazione del libro di Giovanni
Piana, Filosofia della Musica
(Guerini e Associati, Milano
1991), un incontro con l’autore a
cui hanno partecipato Franco
Donatoni, Paolo Ferrari, Cesare
Pellegrini.
Si è svolto martedì 18 giugno a
cura dell’Istituto di Filosofia
dell’Università di Padova un seminario di studi su: Lo scritto
‘inedito’ del giovane Heidegger
su Aristotele. Interventi di Vincenzo Vitiello, Mario Ruggerini
e Franco Volpi.
Una giornata di studi intitolata
a Roland Fréart de Cambray e
la perfezione della pittura si è
svolta a Palermo a cura del Centro Internazionale di Studi di
Estetica. La figura e l’opera del
teorico del classicismo francese sono state prese in esame,
anche in riferimento alle
tematiche estetiche della modernità, da Luigi Russo, Franco
Fanizza, Bruno Toscano, Claudio Strinati e Michele Cometa.
● Informazioni: Centro internazionale studi di estetica, presso la Facoltà di lettere e filosofia dell’Università di Palermo,
Viale delle Scienze, 90128 Palermo.
Martedì 7 maggio, nella sede della Fondazione Collegio San Carlo di Modena è stata presentata la
rivista Atque - Materiali tra filosofia e psicoterapia (Moretti e
CALENDARIO
Vitali Editori, Bergamo) che si
propone come laboratorio teorico tanto della riflessione filosofica, che della pratica psicoterapeutica. Si segnalano gli interventi di Remo Bodei, Paolo
Francesco Pieri e Sergio Vitale.
l Informazioni: Fondazione Collegio San Carlo, via San Carlo
5, Modena.
Il College International de
Philosophie di Parigi, nel quadro delle sue attività seminariali
ha organizzato i seguenti incontri:
16 maggio - Conferenza di Jean
Louis Schlegel: La theologie
politique de Carl Schmitt.
27 maggio - Dibattito con Régis
Debray in occasione della pubblicazione del suo ultimo libro,
Le cours de mediologie generale (Gallimard, Parigi 1991),
con la partecipazione di
Françoise Gaillard, Paul Virilio,
Jacques Poulain.
31 maggio - Incontro internazionale sul tema: Liberalisme
et démocratie moderne: quel
universel?. Relazioni di
Richard Rorty, Cornelius
Castoriadis, Catherine Audard,
Aziz Al-Azmeh.
1 giugno - Seminario di studi
su: Gli scritti jenesi di Hegel
(1803-1806), recentemente
pubblicati in Francia. Il dibattito tra i curatori sarà aperto dalle
relazioni di Jean Marie Lardic
(“Hegel et Schelling: ctitique
du formalisme et prise en charge
de la contingence”) e di Myriam
Bienestock (“Hegel à Iéna:
Philosophie, politique et
religion”).
13 giugno - Conferenza di Pier
Aldo Rovatti dal titolo: Eloge
de la Pudeur, con la partecipazione di Paolo Fabbri, Alessandro Dal Lago e Sergio Givone.
Il giorno 18 giugno, presso la
sede del Circolo Carlo Rosselli
è stato presentato il libro di
Mario Perniola, Del sentire
(Einaudi, Torino 1991), sul quale sono intervenuti Umberto Eco
e Paolo Fabbri.
● Informazioni: Circolo Carlo
Rosselli, Viale Monte Grappa
8, Milano.
Dal 28 al 30 giugno l’Accade-
mia Evangelica di Bad Boll organizza un seminario di studio
su: La mistica di Meister
Eckhart e Jakob Böhme, tenuto da Peter Steinacker.
● Informazioni: Evangelische
Akademie
Bad
Boll,
Akademieweg 11, D-7325 Bad
Boll.
L’Istituto Mitteleuropeo di Cultura organizza dal 1 al 5 luglio a
Bolzano un corso, in lingua inglese, sul tema Ontologia formale, con la partecipazione di
B. Smith, I. Johansson, J.
Perzanowsky e M. Burge.
● Informazioni: Centro Studi
per la Filosofia Mitteleuropea,
P.O. Box 201, I-38100 Trento.
Si svolge dal 4 al 6 luglio presso
la Werner Reimers Stiftung di
Bad Homburg un convegno sul
tema: Potere del pubblico - pubblicità del potere, organizzato
dalla sezione “Filosofia politica e storia delle teorie” della
“Associazione tedesca di scienze politiche”. Il numero dei partecipanti è limitato.
● Informazioni: Gerhard
Göhler,
FB
Politische
Wissenschaft der FU Berlin,
Ihnestr. 21, D-1000 Berlin 33,
tel. 030/8384212.
Si svolge dal 4 al 7 luglio presso
la Gesamthochschule di Kassel
un convegno internazionale sul
tema: Modernità viennese. Nel
corso del convegno verranno
trattati i temi “Mitteleuropa”,
“Società”, “Teoria economica”,
“Architettura”, “Arte”, “Musica”, “Teoria della scienza”,
“Letteratura” e “Psicoanalisi”.
l Informazioni: Dr. Richard
Vahren-kamp.Fachbereich
Wirtschaftswis-senschaften,
Gesamthochschule, NoraPlatielstr. 4, D-3500 Kassel.
Si svolge ad Heilbronn dal 5
all’11 luglio un convegno sul
tema: Werner Sombart
sociologo.
● Informazioni: Prof. Dr. Jürgen
Backhaus,
Faculty
of
Economics, Rijksuniversiteit
Limburg, P.O. Box 616, NL6200 MD Maastricht.
Dall’ 8 al 12 luglio l’Istituto
Mitteleuropeo di Cultura di
Bolzano organizza un seminario
estivo sull’intelligenza artificiale
dal titolo: Simbolo e referenza,
con la partecipazione di B.
Becker, C. Lischka, M. Boden,
H. Dreyfus, e G. Heyer.
Informazioni: Centro Studi
per la Filosofia Mitteleuropea,
P.O.B. 201, 38100 Trento.
●
Si tiene dall’8 al 12 luglio in
Ungheria il secondo Congresso
europeo di psicologia dedicato
al tema: Integrazione della differenza culturale e psicologia.
● Informazioni: National
Scientific
Organization
Committee of the 2nd European
Congress of Psychology, H1378 Pf. 4 Budapest, Izabella u.
46, Hungary.
Si tiene dal 9 al 13 luglio a Santa
Cruz il Secondo convegno internazionale di linguistica.
l Informazioni: Eugene Casad,
S.I.L., P.O. Box 8987 CRB,
Tucson, AZ 85738, USA.
La Spinoza-Gesellschaft organizza dall’11 al 14 luglio un
Incontro di studio sulla ricerca spinoziana, con l’intento di
promuovere e favorire i contatti
tra i giovani studiosi del pensiero di Spinoza.
● Informazioni: SpinozaGesell-schaft, Richard-Wagner
Str. 19, D-3000 Hannover 1.
Si terrà dal 17 al 20 luglio presso la Werner Reimers Stiftung
di Bad Homburg il convegno:
Storia delle idee della
neurobiologia, organizzato da
Olaf Breidbach (Bonn) e Ernst
Florey (Konstanz). Sono previsti interventi di E. Scheerer, E.
Holenstein, W. Köck, P. Janich,
E. Florey, A. Métraux, S.
Schmidt, B. Becker, O.
Breidbach, H. Schott, M.
Hagner, B. Lohff, O.-J. Grüsser,
H.-D. Henatsch, B. Fritsch, D.
Linke e O. Creutzfeld.
● Informazioni: PD Dr. Olaf
Breidbach, Institut für
angewandte Zoologie, An der
Immenburg 1, D-5300 Bonn 1.
Tema della Settimana della
Hochschule di Salisburgo 1991
(22 luglio - 3 agosto) è Il Cristo
del futuro - un mistico. Sono
previste tra le altre le lezioni di
J. Sudbrack, E. Bauer, Bernhard
Grom, Paulus Gordan, Hans
Waldenfels. Diversi i seminari,
tra cui si segnala quello su Giovanni della Croce.
● Informazioni: Salzburger
Hoch-schulwochen, Postfach
219, A-5010 Salzburg.
Si svolgerà dal 4 al 9 agosto a
Campinas in Brasile il secondo
incontro internazionale di filosofia del linguaggio sul tema:
Le inter-relazioni tra discorso
mentale e discorso verbale.
● Informazioni: CLE, Unicamp,
C.P.
6133,
BR-13081
Campinas, S.P., Brasile.
Si terrà dal 7 al 14 agosto a
Uppsala il IX Convegno di Logica, Metodologia e Filosofia
della scienza.
● Informazioni: Dag Prawitz,
Istituto di Filosofia, Università
di Stoccolma, S-10591
Stoccolma.
Si svolgerà dal 18 al 25 agosto
a Göttingen un convegno sul
sistema del diritto e la ragione
pratica.
● Informazioni: Roberta
Kevelson, Center for Semiotics
Research, Penn State, Reading,
PA 19610, USA.
Si terrà dal 12 al 16 agosto presso
l’Università dell’Oregon, a
Eugene, il Diciottesimo congresso humeano.
Informazioni: Prof. D.
Coleman, Dept. of Philosophy,
Bowdoin College, Brunswick,
ME 04011.
●
Si svolgerà dal 18 al 25 Agosto a
Kirchberg
am
Wechsel
(Niederöster-reich) il XV Convegno internazionale wittgensteiniano, dedicato al tema L’etica applicata e i suoi fondamenti.
CALENDARIO
Sono previste le seguenti sezioni:
“Etica dell’ambiente e bioetica”;
“Etica della medicina”; “Etica
della scienza e della tecnica”;
“Etica economica e del lavoro”;
“Etica della società, politica e
diritto”; “Obiettivi e fondamenti
dell’etica applicata”. E’ previsto
inoltre un gruppo di lavoro sui
temi: “Wittgenstein: nuove prospettive” e “La forma di vita
morale: l’importanza di
Wittgenstein per l’etica”. Nel corso del convegno si terrà anche un
seminario, organizzato in collaborazione con la Kurt GödelGesellschaft, sul tema: “A sessanta anni dal principio di incompletezza”.
Informazioni: Oesterreichische Ludwig Wittgenstein
Gesell-schaft, Dr. A. Hübner,
A-2880 Kirchberg am Wechsel.
●
Dal 20 al 30 agosto si terrà in
Grecia il terzo convegno internazionale sulla filosofia greca,
dedicato al tema: La filosofia
dei pitagorici.
● Informazioni: International
Asso-ciation for Greek
Philosophy, 5 Shimonidou,
17456 Almos, Grecia.
Dall’1 al 6 settembre si svolgerà a Stoccarda il IV Convegno
internazionale sul tema:
L’interazione uomo-macchina.
● Informazioni: FraunhoferInstitut, Nobelstr. 12, W-7000
Stuttgart 80.
Si terrà dal 3 al 5 settembre presso l’Università di Reading in Inghilterra un convegno su Le Meditazioni di Cartesio.
Informazioni: Dr. J.G.
Cottingham,
Dept.
of
Philosophy, University of
Reading, Reading RG6 1AH,
England.
●
Dal 9 al 13 settembre si terrà
presso l’Università di Treviri un
convegno internazionale sul tema:
Neokantismo: prospettive e problemi. L’intervento di apertura di
J. Vuillemin tratterà il tema “Il
neokantismo e l’idea della possibilità della fisica contemporanea”. Le relazioni saranno svolte
da F. Tenbruck, H. Wismann, W.
Flach, R. Malter, N. Hinske, F.
Bianco, H. Holzey, H.L. Ollig e
F. Fellmann.
● Informazioni: Prof. Dr. E.W.
Orth, Universität Trier,
Abteilung Philosophie, D-5500
Trier-Tarforst.
Si svolgerà dal 23 settembre al
4 ottobre a Dubrovnik un corso
sul tema: Uomo e società nella
prospettiva del razionalismo
critico. Tra i relatori Hans
Albert, Werner Becker, Dariusz
Aleksandrowicz, Fred Eidlin,
Volker Gadenne, Vladimir
Katasonov, Harald Ketuh,
Michael Schmid; Dieter
Wittich, Peter V. Zima.
● Informazioni: Prof. Dr. Kurt
Salamun,
Institut
für
Philosophie der Universität
Graz, Heinrichstr. 26, A-8010
Graz.
Si terrà dal 25 al 29 settembre il
Convegno biennale della Società Internazionale di Storia
e Retorica.
● Informazioni: Prof. N.
Struever, Humanities Center,
The John Hopkins University,
Baltimore, MD 21218.
Dal 30 settembre al 4 ottobre si
terrà a Goslar un convegno su:
Segni della cultura nell’ambito di apprendimento della natura, organizzato dalla sezione
di Antropologia della Società
tedesca di semiotica.
● Informazioni: Dietrich Röller,
Staatliches Studien-seminar,
Peterstr.
44,
W-2900
Oldenburg.
Nel mese di Ottobre E. Zolla
terrà a Venezia una conferenza
su: Il significato della luce, promossa dall’Organizzazione Internazionale Nuova Acropoli.
● Informazioni: Organizz.
Internaz. Nuova Acropoli, Piazza Colonna 355, Roma.
L’Istituto di Scienza e Arte, in
collaborazione con l’Istituto “Circolo di Vienna”, organizza dall’1
al 4 ottobre, in occasione del centenario della nascita di Rudolf
Carnap, Hans Reichen-bach e
Edgar Zinsel, un convegno internazionale sul tema: Vienna, Berlino, Praga. Lo sviluppo della
filosofia scientifica. Sono previste le seguenti sezioni: “Gli anni
viennesi di Carnap”; “Reichenbach a Berlino”; “Edgar Zinsel:
filosofia, riforma della scuola e
cultura popolare nella ‘Vienna
rossa’”; “Carnap a Praga”;
“Reichen-bach nell’esilio in Turchia”; “Zinsel: problema dell’applicazione, problema del genio e
unità della scienza”; “Carnap negli USA”; “Reichenbach negli
USA”; “Zinsel negli USA”.
La sezione Lucana della Società Filosofica Italiana organizza
a Matera, dal 3 al 5 ottobre, un
programma di conferenze sul
tema: Il dolore. Modi di interpretazione della sofferenza.
● Informazioni: Preside Rocco
Zagaria, c/o Liceo Scientifico
“D. Alighieri”, Viale Moro 1,
Matera.
Il Seminario di Filosofia e la
Facoltà di Diritto dell’Università di Ginevra, in collaborazione con la rivista “European
Yearbook for Philosophy”, organizzano dal 3 al 6 ottobre un
convegno sul tema: Giustizia
sociale: pro e contro.
● Informazioni: Christine
Tappolet, Université de Genève,
Faculté
des
Lettres,
Département de philosophie,
CH-1211 Genève.
Si svolgerà ad Hannover dal 7
all’11 ottobre il convegno della
“Associazione tedesca di scienze
politiche”, dedicato al tema: Stato e democrazia in Europa. Sono
previste le seguenti sezioni: “Il
futuro dello stato”; “Conflitto e
consenso”; “Il mondo degli stati
europei”.
●
Informazioni: Deutsche
Vereini-gung für Politische
W i s s e n s c h a f t ” ,
Residenzschloss, D-6100
Darmstadt, tel. 06151/163197.
La Società di Filosofia Analitica organizza dal 9 al 12 ottobre
a Saarbrücken un convegno sul
tema: Prospettive della filosofia analitica, articolato nelle seguenti sezioni: “Logica”, “Teoria della conoscenza”,
“Epistemologia”, “Storia della
scienza”, “Filosofia del linguaggio”, “Filosofia pratica”.
● Lehrstuhl für Systematik und
Ethik, FR 5.1., Universität des
Saarlandes,
D-6600
Saarbrücken.
Si terrà dal 17 al 20 ottobre
presso la Duke University,
Durham, USA il Settimo incontro annuale della Società
Internazionale di Psicofisica.
● Informazioni: Robert TeghtSoonian, Dept. of Psychology,
Smith College, Northampton,
Mass. 01063, USA.
DIDATTICA
DIDATTICA
a cura di Riccardo Lazzari
La filosofia e i manuali
La recente pubblicazione concomitante di alcuni manuali per l’insegnamento filosofico nei licei ripropone
alcune questioni di confine tra la didattica e la filosofia. Cercheremo di
metterle in evidenza nel corso di
un’analisi dei nuovi manuali, che ne
metta in luce le motivazioni di fondo e
i tratti salienti.
I grandi nodi della storia della filosofia.
Il primo testo che si segnala è la Storia della
filosofia in tre volumi di Enrico Berti
(Laterza, Roama - Bari 1991), scritta con la
collaborazione di Franco Volpi per la parte
contemporanea (3° vol., Ottocento e novecento). Berti è arrivato alla realizzazione di
questo manuale dopo un ampio ed approfondito impegno intellettuale non solo come
storico della filosofia - sono noti, e non solo
in Italia, i suoi studi sul pensiero aristotelicoma anche come docente che si è ripetutamente confrontato - prima nei licei,
poi, da venticinque anni, nell’università con i problemi connessi all’insegnamento
della filosofia. Potrebbe stupire - è lo stesso
autore a rilevarlo - che dopo aver sempre
sostenuto la necessità per i giovani di un
approccio diretto ai testi dei grandi filosofi,
in polemica con l’eccessivo manualismo
dell’insegnamento della filosofia nei licei,
egli stesso sia approdato alla stesura di un
nuovo manuale. Ma è stata proprio l’esperienza svolta a contatto con gli insegnanti,
specialmente nell’ambito della Società Filosofica Italiana - durante la sua presidenza
fu realizzata la nota inchiesta sull’Insegnamento della filosofia (a cura di L. Vigone e
C. Lanzetti, Laterza, Roma - Bari 1987) - a
convincerlo della insostituibilità del manuale come strumento di lavoro per i docenti e, soprattutto, per gli studenti.
Proprio gli studenti sono i naturali destinatari del manuale di Berti: un manuale che
pertanto non va incontro a specifiche esigenze dei docenti, se non a quelle strettamente didattiche; esso presuppone una figura di docente preparato sia sotto il profilo
culturale che didattico, che disponga di
conoscenze aggiornate sulla materia e soprattutto sappia orientarsi tra i testi filosofici. Dovendo servire innanzitutto agli studenti, è stato privilegiato da Berti il criterio
della chiarezza: chiarezza nell’uso del lessico e nella esplicitazione dei significati,
chiarezza e sobrietà espositiva, con la rinuncia intenzionale ad appesantire il testo
con citazioni dirette, con letture antologiche o con riferimenti al «conflitto delle
interpretazioni». A ciò si aggiungono un
considerevole rigore espositivo che si sottrae alla semplificazione divulgativa, una
precisione mai pedissequa nei riferimenti
agli autori, alle fonti e alle opere, un attento
richiamo alle cronologie: caratteristiche
queste che convergono nello scopo di abituare lo studente a uno studio non superficiale od occasionale della filosofia.
Come l’autore afferma espressamente, egli
ha seguito un criterio di esposizione storica, che non intende scadere nella semplice
dossografia, né avallare un criterio d’interpretazione storicistico: l’esposizione delle
idee, in riferimento alla situazione storica
in cui sono nate e alla loro genesi nell’evoluzione del pensiero dei singoli autori (dei
quali si dà sempre un profilo preciso della
vita), non conduce ad assumere, come criterio ultimo di valutazione teorica, la storia
stessa. La scelta di Berti di affrontare da
solo la redazione di questo manuale,
avvalendosi solo per la parte contemporanea della collaborazione di Franco Volpi,
ha consentito di raggiungere una maggiore
omogeneità didattica e coerente esposizione rispetto ad altri lavori dello stesso tipo
scritti “a più mani”. L’autore stesso, d’altra
parte, precisa che il suo testo non pretende
di insegnare tutto: «la storia della filosofia
non è un processo omogeneo e continuo, in
cui tutti i pensatori siano uguali, ma è come
una rete, fatta di tanti fili e di alcuni grandi
nodi». A questi nodi, alla loro conoscenza
il più possibile approfondita, è rivolto in
particolare il manuale di Berti. La scelta
dell’autore sembra dunque fondarsi su un
modello di insegnamento della filosofia
che privilegia soprattutto la conoscenza dei
«classici», cercando, attraverso l’esame
puntuale del loro pensiero, di mettere in
luce le strutture argomentative del discorso
filosofico, la sua specificità, nonché i nuclei problematici portanti dell’indagine filosofica, i quali fanno sì che, nonostante le
diverse soluzioni e l’evoluzione storica delle
dottrine, si possano riconoscere alcuni
aspetti permanenti della tradizione filosofica.
Il più ampio risalto è dato, nel primo volume, all’esposizione del pensiero di Platone
e Aristotele. Più concisa è la trattazione di
altre correnti del pensiero antico, sia perché
la loro conoscenza dipende essenzialmente
dalle testimonianze di Platone ed Aristotele
(i presocratici), sia perché di altri autori
possediamo conoscenze solo frammentarie
(le correnti dell’età ellenistica), sia perché
infine si tratta di sviluppi che dipendono in
larga misura dalle dottrine dei due maggiori filosofici greci (il pensiero medievale).
Anche i successivi volumi confermano la
scelta orientata verso un privilegiamento
della trattazione dei maggiori filosofi, relegando ad una funzione di subordine, non
però residuale, quella di filosofi che non si
situano intorno ai grandi nodi della storia
della filosofia. Le correnti e le tradizioni
sono delineate nelle loro linee portanti,
spesso rinunciando a schemi interpretativi
alquanto logori o ormai dubbi; si è scelto,
per esempio, di presentare il panorama
filosofico del '400 e '500 in modo cronologico, rinunciando alle grandi sintesi basate
sulle categorie filosofiche di «umanesino»
e «rinascimento», in modo da dare risalto
alla complessità degli indirizzi dell’epoca
ed al persistere, accanto alle novità, delle
tradizioni. Si troverà così che alle filosofie
innovatrici di Bruno e Campanella sono
dedicate poche pagine, pressappoco le stesse
dedicate al tema dell’aristotelismo
rinascimentale. Grande spazio è dato invece non solo alla trattazione dei sistemi del
'600 e dell’opera di Kant, ma anche alla
«rivoluzione scientifica» moderna. Una
cura particolare è stata rivolta al tema della
storia delle scienze, non da ultimo perché
essa trova attualmente, come unica possibilità di insegnarla, una collocazione nell’insegnamento storico-filosofico. Il terzo
volume risulta il più ampio, caratterizzandosi in particolare sia per la chiara e approfondita trattazione del pensiero di Hegel,
sia per l’ampia disamina delle filosofie del
'900. Franco Volpi ha curato i capitoli su
Nietzsche, sulla fenomenologia e su
Heidegger, sulle prospettive odierne della
razionalità filosofica.
Il fatto che la Storia della filosofia di Berti
non porti in appendice una selezione di
testi, come per lo più avviene nei manuali
recenti, non significa che intenda sostituirsi alla lettura diretta delle opere dei filosofi:
DIDATTICA
piuttosto essa l’affianca, facendo da necessario strumento di mediazione fra i testi dei
filosofi, il lavoro dell’insegnante e le esigenze di chiarezza, di decodificazione dei
contenuti, oltreché di sintesi, proprie dello
studente.
La filosofia e i “rimedi” del manuale.
Poiché il nuovo manuale per i licei di
Emanuele Severino Filosofia. Lo sviluppo storico e le fonti (3 voll., Sansoni, Firenze 1991) ricalca puntualmente, sino nell’articolazione dei capitoli e dei paragrafi,
con alcune brevi integrazioni, i suoi precedenti tre libri di storia del pensiero filosofico, già editi da Rizzoli: La filosofia antica
(1984), La filosofia moderna (1984), La
filosofia contemporanea (1986), ci sembra
opportuno richiamarci brevemente a quanto l’autore già scriveva nell’introduzione al
primo libro. L’opera, di cui inizialmente
erano stati progettati solo i due primi libri,
era rivolta «a chi non ha alcuna conoscenza
della filosofia, a chi ne ha poca e, anche, a
chi dovrebbe averne (...), ma ci si raccapezza poco». Oggigiorno sembra più difficile
che in passato ritrovare la «chiarezza essenziale del pensiero filosofico», giacché
sono andati smisuratamente moltiplicandosi le relazioni con gli altri settori culturali: se prima la filosofia era «una città dalla
quale si dipartivano molte vie che la collegavano a diverse contrade, oggi invece le
vie, oltre a moltiplicarsi, son divenute lunghe autostrade che portano a miriadi di
metropoli». La filosofia si presenta sempre
in compagnia delle diverse discipline scientifiche (della natura, dell’uomo e così via),
sicché «in questo affollamento» è difficile
scorgere ancora il suo volto. L’opera di
Severino intendeva pertanto aiutare il lettore a orientarsi, a ritrovare la radura, da cui
incominciare a «guardare in faccia alla
filosofia».
A questo fine, sosteneva Severino, occorre
anzitutto accostarsi alle grandi filosofie
apparse nella storia, e in particolare alla
filosofia greca: non esistono semplificazioni tali da rendere questo avvicinamento
all’ «alta montagna della filosofia» un compito facile, quasi un «gioco filosofico per
bambini» o un «gioco per bambini filosofi». Pertanto con questa sua opera Severino
si proponeva solo di diradare le nubi, «affinché la montagna, sia pur da lontano,
mostri il suo profilo».
Da queste premesse venivano poi tratti
alcuni spunti in merito all’immagine della
filosofia nelle scuole. Qui prevale il tentativo di mettere la filosofia in relazione alle
“scienze umane”, ovvero di trasformare i
problemi filosofici in problemi scientifici,
dimenticandosi come le radici della razionalità filosofica «provengano da quella
evocazione del senso stesso della “ragione”, in cui consiste il pensiero greco e che
si ripropone continuamente nella filosofia
... fino a Hegel». Sempre più è invalsa la
tendenza a presentare la storia della filosofia come una pluralità di tentativi teorici
succedutisi nel tempo, smarrendo la visua-
le per cui tale storia consiste in una struttura che unifica la loro molteplicità delle
teorie. Da qui Severino traeva lo scopo
della sua opera: «il profondo legame che
unisce le grandi filosofie: ecco quanto qui
si intende soprattutto indicare al lettore».
Quest’opera, egli aggiungeva, «non sostituisce quindi il manuale di storia della
filosofia o il dizionario filosofico. Non solo
non si parla qui di filosofi anche di grande
rilievo, ma non si parla nemmeno di interi
grandi periodi della storia del pensiero filosofico.» Le filosofie medievale e
rinascimentali, in quanto possono essere
intese come due grandi propaggini della
filosofia greca, rimangono al di fuori di un
discorso, il quale «mira a indicare la forma
originaria del legame che unisce tra loro i
grandi momenti della storia della filosofia».
A questa omissione, che dunque non era
una lacuna, ma una scelta ragionata,
Severino ha ovviato nella versione “scolastica” del suo lavoro con l’inserimento di
alcuni brevi capitoli di raccordo e con altri
brevi rimaneggiamenti. Ma nella sostanza
la disposizione della materia non cambia.
Non cambia per esempio la scelta di concludere la filosofia moderna con l’esposizione del pensiero di Hegel (di cui si ricostruiscono in 16 pagine le linee portanti del
sistema, omettendo del tutto un’analisi degli scritti giovanili e della Fenomenologia
dello spirito) e di far cominciare la filosofia
contemporanea con Schopenhauer (dopo
un riepilogo sulla Filosofia, il terrore e il
rimedio ed una anticipazione dei tratti
epocali della filosofia contemporanea); non
cambia l’impostazione dei tre volumi che
vedono frequenti paragrafi e capitoli di
riepilogo e di transito a nuove
problematiche, nei quali l’autore cerca di
fare il punto sul «problema autentico della
filosofia»; soprattutto, non cambia un’impostazione che a questo problema autentico sacrifica molti altri aspetti della ricerca
filosofica. Di nuovo troviamo invece una
scelta di letture antologiche e di messe a
punto biografiche sui filosofi a cura di
Giorgio Brianese.
Convinzione di Severino è che la filosofia
greca «apre lo spazio in cui cresce la civiltà
occidentale e quindi la scienza moderna».
Ora, la filosofia greca è quel pensiero che
«porta alla luce un senso del divenire che
non si era mai reso visibile lungo la storia
dell’uomo». L’esistenza del divenire, inteso come passaggio dal non essere all’essere
e dall’essere al non essere, diventa un’evidenza originaria dell’episteme. Questa costituisce il primo «rimedio» che la filosofia
appronta contro il «terrore» provocato dalla imprevedibilità del divenire, contro
l’uscire dal niente e il ritornarvi da parte
delle cose del mondo: svelando il senso e
l’origine del divenire, ponendo alla base di
questo una realtà immutabile, l’episteme è
capacità di previsione e anticipazione del
divenire. Ma in quanto la filosofia evoca il
«senso inaudito» del divenire, essa implica
anche l’ «estrema impossibilità di anticipa-
re in una Legge immutabile il divenire del
mondo». La storia della filosofia appare
come lo sviluppo dello scontro fra queste
due istanze in contrasto - dove però il
contrasto si inscrive nell’accoglimento del
senso greco del divenire. Se fino a Hegel la
filosofia si concepisce come episteme, come
elaborazione del principio che il divenire
può esistere solo se esiste l’immutabile,
dopo di lui si fa strada il principio che il
divenire può esistere solo se non esiste
alcuna realtà immutabile: la filosofia contemporanea è questa distruzione
dell’episteme, del primo grande riparo contro il terrore. In quest’ottica si giustifica il
criterio di far cominciare, espositivamente,
la filosofia contemporanea con
Schopenhauer; del resto lo stesso passaggio dalla filosofia antica alla filosofia moderna è solo una variazione che avviene
all’interno del contesto dell’episteme, riguardando solamente la diversa
dislocazione del mondo del divenire, che
viene dalla seconda identificato col pensiero.
Severino dichiara esplicitamente nell’Avvertenza al primo volume che l’interpretazione dello sviluppo del pensiero filosofico
da lui proposta nel manuale è consapevole
del proprio carattere ipotetico: l’autonomia dell’insegnante rispetto al manuale
non consisterà, come spesso avviene, nel
selezionare alcune parti significative, ma
nel discutere la proposta culturale che contenuta nel manuale, integrandola con quei
temi che egli ritiene indispensabili. Risulterebbe disorientante per lo studente confrontarsi con un manuale eclettico, fatto
per tesi contrastanti o non bene
armonizzantesi, o costruito in base ad
un’ipotesi (per es. il criterio
dell’«oggettività storica») data solo in maniera implicita. «E’ dunque preferibile conclude Severino - che l’atto unificante da
cui è prodotta l’interpretazione storica l’ipotesi ermeneutica - agisca alla luce del
sole e non nella penombra o alle spalle».
Con questo però non vien meno la domanda sulla reale validità didattica di una soluzione interpretativa che pone lo studente di
fronte a una sola ipotesi, così fortemente
caratterizzata rispetto alla pluralità degli
indirizzi e dei significati della filosofia,
con il rischio che dinanzi a questa proposta
lo studente possa trovarsi in una situazione
di semplice spettatore di un grande evento
il cui senso è già tutto esplicitato, sin dalle
prime pagine.
La filosofia come ricerca proteiforme.
Il manuale in tre volumi di Paolo Casini e
Mario Benvenuti, Ragione e storia. L’attività filosofica nella cultura delle società
occidentali (3 voll. Palumbo, Firenze 1991),
risponde all’intento degli autori di offrire
un filo conduttore per «orientarsi nel labirinto delle maggiori correnti e figure del
pensiero occidentale». Il lavoro non muove
da una definizione preliminare della filosofia, ma da un’ottica che la considera, più
semplicemente, come «un’attività intellet-
DIDATTICA
tuale tra le altre, multiforme, soggetta nel
tempo a profondi mutamenti d’immagine». Il titolo del manuale non pretende
certo ristabilire un rapporto d’identità fra
«ragione» e «storia», ma allude al tentativo
di rappresentare in modo credibile le «varie
avventure della ragione... sullo sfondo complesso del mondo storico circostante».
Occorre però liberarsi secondo gli autori da
alcune delle più frequenti «illusioni ottiche» legate all’impiego dei manuali.
La prima di queste deformazioni consisterebbe nella concezione che la filosofia, nel
suo sviluppo storico, «si sia costantemente
applicata alla soluzione di un certo numero
di problemi astratti, astrusi, immutabili, e
sostanzialmente insolubili: i cosiddetti
“Massimi Problemi”». A questa deformazione, che favorisce peraltro una visione
dogmatica della filosofia, occorre opporre
un’immagine per così dire più “relativista”,
più “laica” della filosofia, in funzione del
fatto che essa «ha subito ogni sorta di
trasformazioni» nel corso dei secoli, tali da
giustificare il vecchio adagio veritas filia
temporis.
La seconda deformazione tipica dei manuali consiste nella eccessiva semplificazione del racconto, nel disegnare solo i
tracciati interni della storia della filosofia:
«nasce allora l’illusione che la storia del
pensiero si possa ridurre ad alberi
genealogici di pure idee». Questa concezione di «una partenogenesi di pensieri
puri da altri pensieri» comporta una visione
“rivelativa” della filosofia, presentata come
un sapere che nasconde alcuni nuclei
invarianti di verità. Gli autori del manuale
non nascondono a questo proposito di aver
praticato una scelta per così dire
«esternista», e cioè opposta ad una visione
della filosofia come un sapere che si
autoproduce secondo linee solo interne.
Con questo essi non intendono cadere in
«vaghe generalizzazioni sociologiche», né
riattualizzare una concezione semplificata
del rapporto, di marxiana memoria, fra
struttura economica e sovrastruttura ideologica, ma mettere in luce come «la riflessione filosofica sia stata variamente influenzata dall’incidenza degli eventi storici e dalle novità che germogliano in altri
campi del sapere». In realtà questa scelta
«esternista» sembra qui più giustificata per
ciò cui si oppone criticamente (il mito della
generazione spontanea delle idee), che non
per motivazioni che chiariscano il senso
dell’impresa filosofica rispetto a quello di
altre imprese intellettuali.
La terza prospettiva deformante richiamata
dagli autori è quella per cui si tende ad
attualizzare il passato, nel senso di proiettare sulla cultura filosofica di altri tempi
parametri valutativi odierni. Anche qui
l’obiettivo polemico è costituito da qualsiasi approccio che riproponga una visione
della philosophia perennis, finendo invero
solo per attribuire, sulla base del primato
della pura speculazione, concezioni attuali
al passato. E’ il caso delle filosofie
nichilistiche ed irrazionalistiche del nostro
Un'incisione di Gian Pietro Birago dal "Livre scolaire de Maximilien
Sforza", 1496-199 (Milano, Bibliot. Trivulziana)
secolo, le quali travestono, sub specie
aeternitatis, il malessere della nostra civiltà. Per gli autori l’illusione del primato
della filosofia, come scientia scientiarum,
è non solo anacronistica, ma inaccettabile
per la comprensione della multiforme vicenda del pensiero umano.
Dall’illuminismo in poi non esiste più una
filosofia sistematica o gerarchica, una filosofia speculativa, capace di «dare il la alle
singole discipline». Per gli autori, dinanzi a
questo stato di cose, non bisogna,
spinozianamente, «né piangere, né disperarsi, ma comprendere». «Ed è appunto
compito della ricerca storica tentare di ricostruire la crescita di quello che si definiva fino a due secoli fa l’arbor scientiarum».
Ma, potremmo osservare, se la filosofia
così come si è configurata per diversi secoli
costituisce ormai solo un episodio trascorso della cultura umana, la cui eredità più
viva è da cercarsi nelle infinite branche che
dal suo tronco si sono sviluppate, perché
occuparsene ancora, almeno dal punto di
vista dello studente liceale, se non per un
puro interesse storico?
I testi dei filosofi e la loro salvaguardia.
L’antologia in tre volumi di Sergio
Sabbadini e Marco Manzoni, La biblioteca dei filosofi (Marietti Scuola, Casale
Monferrato 1991), nasce da una viva esperienza didattica e vuole colmare una lacuna
dell’insegnamento tradizionale della filosofia, di solito centrato su un apprendimento puramente manualistico e su una lettura
dei testi solo occasionale o esemplificativa
del pensiero dei filosofi. La proposta degli
autori non intende sostituirsi all’uso del
manuale tradizionale, ma ridimensionarne
la centralità finora pressocché esclusiva e,
in questo modo, riqualificare le finalità
dell’insegnamento filosofico.
Per sua natura il manuale tende a ricorrere
ad un’esposizione per lo più assertoria anziché problematica, a fornire risposte laddove allo studente non sono ancora chiari i
quesiti che le precedono. In questa direzione la consuetudine all’analisi dei testi presenta il vantaggio di permettere allo studente di acquisire specifiche abilità relati-
DIDATTICA
ve alla conoscenza del pensiero e allo stile
speculativo dei filosofi, nonché di acquisire un metodo di lettura e di comprensione
che lo rende progressivamente autonomo
nell’interpretazione dei testi. L’incontro
con i testi non deve avere peraltro natura
occasionale, ma costituire parte integrante
della lezione e della programmazione didattica: la “lezione frontale” tende a trasformarsi in una lezione propedeutica al
lavoro di lettura, ogni testo diventa un’opportunità di approfondimento e di riflessione. Alla lettura e allo studio del solo manuale subentra uno studio integrato del
testo e del manuale; a sua volta la verifica
degli obiettivi didattici può condursi secondo una gamma di possibilità più ampia
della tradizionale interrogazione, e appare
vincolata all’effettiva acquisizione di abilità e di conoscenze relative ai testi filosofici, piuttosto che agli aspetti “metatestuali”
del manuale.
Come chiarisce Salvatore Natoli nella sua
“Presentazione”, La biblioteca dei filosofi
ha inteso tenere «in giusto equilibrio ed in
perfetta circolarità la sicurezza e la lucidità
dei criteri con le istanze dei destinatari e,
nella specie, degli studenti e degli insegnanti»: la selezione dei testi, mai ridotti a
scarni frammenti, ma attenta a conservare
il «ritmo interno» della scrittura degli autori, non si basa solo su criteri di ordinamento
intrinseci alla disciplina, ma tiene conto
soprattutto della utilizzabilità didattica dei
testi. Precisano gli autori che, se l'antologia
presenta un numero non cospicuo di brani,
«tuttavia offre una panoramica rappresentativa in grado di valorizzare i testi scelti
nella loro integrità. I testi presentati non
hanno subito tagli interni e ricomposizioni.
I più brevi sono completi, di tutti gli altri si
è conservata l’integrità interna». Il merito
principale di questa antologia consiste proprio nel tentativo di salvaguardare i caratteri peculiari del testo filosofico di fronte ai
rischi di frammentazione che deriverebbero da una scelta troppo vasta.
L’antologia si articola per unità didattiche.
I testi sono preceduti da introduzioni e da
schede di presentazione degli autori e delle
loro opere. Ogni scelta testuale è corredata
da numerose note esplicative; al termine vi
è una sezione di «analisi del testo», dedicata alla messa a fuoco di alcuni passaggi
fondamentali rispetto ai quali vengono elaborati dei quesiti: lo studente è così sollecitato a riflettere sullo svolgersi dei pensieri
dell’autore, sulle procedure argomentative,
a rilevare l’uso delle metafore e il loro
significato nel testo filosofico, a comprendere il lessico, e soprattutto ad esercitare
una personale coscienza critica, «riconoscendo, grazie al testo, pregiudizi e
precomprensioni personali, sino ad esprimere valutazioni argomentate». A
completamento delle sezioni dedicate all’analisi dei testi vi è un repertorio lessicale
e un avviamento alla lettura di brevi, ma
significativi testi critici. Una «Guida per
l’insegnante» offre spunti per la programmazione didattica e propone, per ogni anno,
percorsi specifici attraverso i testi, che
vertono intorno alle forme e agli stili della
razionalità filosofica, etico-politica, scientifica.
A queste finalità, sebbene con una fisionomia originale, si avvicina il testo di C.
Ciancio, G. Ferretti, A. Pastore, U.
Perone, Filosofia: i testi, la storia (3 voll.,
SEI, Torino 1990), che non vuole essere
solo un’antologia, ma un intero corso di
filosofia, strutturato per scelte di ordine
testuale. Su di esso abbiamo già riferito nel
numero precedente della rivista.
Filosofia e storia della filosofia
Qual è il rapporto tra il pensiero dei
filosofi, il dibattito storiografico e le
immagini manualistiche? In che misura la storia della filosofia può dirsi
«filosofica»? Da che cosa nascono e a
che servono le «semplificazioni» offerte dai manuali? Questi interrogativi
sono alla base del recente studio di
Silvia Parigi, Tra filosofia e storia della filosofia. Il dibattito razionalismo-empirismo (La
Nuova Italia, Firenze 1991), pubblicato
nella collana “Laboratorio didattico”,
diretta da Benedetto Vertecchi.
In apertura del lavoro l’autrice sottolinea
come lo studente che intraprende lo studio
della filosofia si trovi davanti «un manuale
diviso in capitoli occupati dalla presentazione di periodi e correnti, scuole o tradizioni di pensiero, ma più spesso dedicati
ciascuno ad un filosofo». Da qui si passa,
nell’insegnamento liceale, alla lettura di
alcuni classici, ritenuti accessibili allo studente della scuola superiore, e se lo studente accede agli studi universitari, si abitua
anche a padroneggiare la letteratura critica
per analizzare e comprendere le opere dei
filosofi. Solo come possibilità-limite lo studente è portato a rendersi conto che, «a
partire dalla crisi della storiografia idealistica (...), esiste un acceso dibattito
“metafilosofico” sulla natura della filosofia e sui suoi rapporti con la storia della
filosofia». All’analisi di questo problema è
rivolto il lavoro di Silvia Parigi.
Si parte da una presentazione comparata
degli approcci manualistici tradizionali al
dibattito “razionalismo-empirismo” nella
filosofia moderna (esemplificati sulla base
del Sommario di storia della filosofia di M.
Dal Pra, della Storia della filosofia di F.
Adorno, T. Gregory e V. Verra, del Pensiero occidentale dalle origini ad oggi di
G. Reale e D. Antiseri), per tentare di
ridisegnarne i contorni attraverso i testi dei
filosofi che ne sono protagonisti, portando
alcuni esempi di approcci contemporanei
(Popper, Rorty e altri) ed esponendo infine
l’ipotesi interpretativa che ha sorretto il
lavoro.
Convegni
Organizzato dal Dipartimento di Filosofia e Scienze dell’Università di Macerata, si è tenuto a Firenze nei giorni
8 e 9 marzo un convegno sul tema: Il
testo e la parola. L’insegnamento della filosofia nell’Europa contemporanea.
Il convegno si è sviluppato attraverso una
serie di relazioni di carattere teorico e si è
concluso con una tavola rotonda centrata
su argomenti più specificamente legati alla
didattica. Tutti i relatori hanno sottolineato
come per insegnare filosofia sia necessario
porsi alcune domande preliminari sui caratteri della disciplina. Tali domande riguardano anche la natura del testo filosofico, quali peculiarità debba possedere per
essere definito «classico», quali strategie
sia necessario mettere a punto per farne
emergere gli aspetti più rilevanti, quali i
rapporti tra i testi e le società.
Ha aperto i lavori Ugo Perone (“Testo,
interpretazione, verità”), che ha subito incentrato l’attenzione sul testo come luogo
privilegiato per l’apprendimento della filosofia. Solo attraverso l’analisi del testo è
possibile un approccio critico, storico ed
ermeneutico, evitando il pericolo di
schematizzazioni e banalizzazioni. Perone
ha sottolineato l’intenzionalità totalizzante
propria del testo filosofico, criticando la
tendenza estetizzante di chi vuole analizzarlo semplicemente in base al criterio dell’originalità e lo sottrae così al controllo
dialettico.
La relazione di Janös Petöfi (“Teoria del
testo ed analisi dei testi filosofici”), di
natura strettamente tecnico-linguistica, ha
individuato tre possibili approcci al testo,
che presentano un notevole interesse didattico: analitico, quando l’oggetto è dato,
sintetico, quando partendo dall’oggetto si
permette allo studente di produrre liberamente, anticipatorio, quando si ricostruisce l’oggetto e si cercano le connessioni.
Enrico Berti nella sua relazione (“La
classicità di un testo”) si è interrogato sulla
natura specifica del testo filosofico, individuandola nell’argomentatività filosofica,
che non parte da premesse, conferendo così
alla filosofia una radicalità superiore ad
ogni altro ambito di sapere.
L’argomentatività è legata alla pretesa di
verità; la lettura di un testo filosofico non
può dunque limitarsi alla comprensione del
senso, ma deve tentare di ricostruire le
strategie di verità di ciò che si vuol dimostrare. Si può dire che un testo è classico in
filosofia quando ha una tenuta, cioè una
coerenza, una validità logica che deduce e
controlla le implicazioni dei passaggi. La
verità filosofica non ha nulla a che fare con
una verità dogmatica e definitiva.
Remo Bodei (“Testo e contesto per la
storia della filosofia”) ha fortemente criticato il metodo di insegnamento della filosofia nei licei, simile ad una filastrocca di
DIDATTICA
opinioni, dove i sistemi filosofici vengono
artificialmente miniaturizzati. Secondo
Bodei la classificazione cronologica degli
argomenti è la più povera possibile, in
quanto la filosofia intrattiene con il proprio
tempo un rapporto scomodo. La filosofia
deve piuttosto essere intesa come atopia.
Leggere un testo significa riattivare strati
di senso che giacevano muti attualizzandoli
e al tempo stesso mantenendo l’alterità nei
confronti del passato. Anche la relazione di
Sergio Givone (“Filosofia ed esperienza di
verità”) è stata fortemente critica contro la
storia della filosofia, intesa come sviluppo
unidirezionale. Al contrario, un insegnamento interessante si articola secondo piste
nuove, autori poco conosciuti, tematiche
meno vincenti, costruendo autonomamente una sorta di controstoria della filosofia.
Alla fine dei lavori, la tavola rotonda ha
dato interessanti informazioni sul metodo
di insegnamento della filosofia nelle scuole europee. Franco Bianco ha anche sostenuto che è giunto il momento di prendere
congedo dal modello storicistico di insegnamento della filosofia, pur senza tornare
al modello sistematico. Bisogna insegnare
a praticare filosofia partendo dalla vita
quotidiana degli alunni fino a far loro raggiungere argomenti teorici di grande
rilevanza, come ad esempio la natura della
giustizia. A.F.R.
In data 10 e 11 aprile si è tenuto a
Roma, presso la sala Ripetta, il convegno organizzato dal CIDI e dalla
Sansoni sul tema Sapere filosofico e cultura della scuola negli
anni ‘90.
Nel suo intervento (“Il futuro della filosofia”) Emanuele Severino ha ripreso la
propria nota linea interpretativa, secondo
la quale la filosofia è stata l’invenzione del
senso profondo delle cose come oscillanti
fra l’essere e il niente e, insieme, di ciò che
possa trattenere nell’essere ciò che, fondamentalmente, è visto come il niente. L’eredità dell’episteme classica (sapere filosofico e teologico), ormai incapace di funzionare da farmaco per l’uomo moderno contro la malattia e l’angoscia del nichilismo,
è oggi stata pienamente assunta dalla scienza, avviatasi verso il paradiso della tecnica.
Quest’ultima sembra, anzi, l’ultimo «immutabile» rimasto dopo il crollo del comunismo. Ma la tecnica, ancorché capace come
non mai di affrontare e risolvere grandi
problemi produttivi, medici e di natura specifica, rimane tuttavia impotente di fronte
all’esigenza di conferire il senso all’esistenza, alla produzione, alla malattia e così
via. Rimanere a guardia delle categorie
fondamentali dell’essere e della loro storia
che volge verso il tramonto, essere pronta a
far da testimone, dopo il crollo del paradiso
della tecnica, all’emergere di un altro senso
della verità e di un altro destino storico
dell’uomo: questo, secondo Severino, è il
compito attuale e futuro della riflessione
filosofica.
Per Sergio Moravia (“La filosofia nella
cultura contemporanea”) il misurarsi col
finito, col particolare, con l’empirico dovrebbe costituire la dimensione fondamentale della filosofia contemporanea, cioè di
una teoria la quale, smettendo i panni totalizzanti e legati all’hybris, sia finalmente
capace di tener conto delle non-teorie. Ciò
significa riabilitazione del punto di vista
soggettivo; riabilitazione dell’esistenza
come limite e, quindi, del confronto e della
comunicazione; riabilitazione della realtà
come alterità; riabilitazione dell’aspetto
pratico-ermeneutico. Sulla scia della lezione di Lévinas, il discorso filosofico, centrato sul soggetto («viaggiatore nel tempo»),
dovrebbe por capo alla responsabilità ed a
una concezione del sapere come comprensione.
Dopo queste grandi proposte introduttive,
il convegno si è occupato dei problemi
legati all’insegnamento. Così Cesare
Quarenghi nella sua relazione (“L’inchiesta tra gli insegnanti della Società Filosofica Italiana”), basata sull’indagine dell’86
(AA.VV., L’insegnamento della filosofi,
Laterza, 1987) e sui primi dati dell’indagine in corso sull’insegnamento della filosofia nelle sperimentazioni, ha da un lato
ricordato il plebiscito dei docenti a favore
dell’autonomia e dell’irriducibilità
dell’insegnanento filosofico, oltre che del
metodo storico, dall’altro ha sottolineato i
tre grandi nodi su cui dovranno sempre più
misurarsi i docenti di filosofia: a) il rapporto diretto coi testi classici dell’insegnamento; b) il rapporto con gli altri saperi e la
riflessione su di essi; c) l’aggiornamento
delle programmazioni in modo da dare un
giusto peso al pensiero del ‘900.
Ethel Serravalle, componente della Commissione Brocca per la riforma dei curricoli
della scuola secondaria, ha confermato nella
sua relazione (“Verso nuovi programmi di
filosofia?”) l’orientamento della commissione di potenziare le conoscenze culturali
e, in coerenza con questo obiettivo, di inserire l’insegnamento della filosofia anche
negli indirizzi tecnologici (gli attuali istituti tecnici) e nei licei artistici.
Per quanto riguarda le conclusioni delle tre
commissioni di lavoro che hanno operato
al convegno, coordinate da Gianna di Caro,
Marcello de Bartolomeo e Giorgio Brianese
vanno segnalati alcuni punti. Per la commissione “Lettura dei classici” il rapporto
diretto coi testi è ineludibile; esso però
deve essere “impiantato” didatticamente
(predisponendo le operazioni da fare prima, durante e dopo) perché possa veramente avvenire il recupero dei vari livelli
del testo (lessicale, argomentativo, storicoconnotativo). Per la commissione “Problemi della valutazione” è indispensabile acquisire un’ottica di differenziazione degli
strumenti valutativi da utilizzare: così all’interrogazione orale si potrebbero affiancare le prove oggettive, alla valutazione
formativa quella sommativa, al mero controllo di capacità riproduttive quello di
capacità produttive. Per la commissione
“La filosofia nella cultura della scuola:
linee e tendenze nei libri di testo”, al di là
dei vari orientamenti emersi, comune è la
convinzione che il manuale rappresenti uno
strumento ineliminabile dell’insegnamento filosofico, al quale non si deve però
attribuire un ruolo troppo centrale o, addirittura, monopolistico.
Infine, tra i vari temi toccati nella tavola
rotonda conclusiva, quello che in particolare merita di essere ricordato è riconducIbile
all’interrogativo: qual è il tipo di manuale
più utilizzabile? Per Moravia quello più
completo possibile, onde lasciare ai docenti la massima libertà di scelta degli argomenti; per Berti e Severino meno ponderoso è il manuale, più possibilità ha l’insegnante di innestare percorsi personali e
letture di testi originali (d’altronde ogni
manuale nasce da una scelta); per Severino,
inoltre, il manuale deve occuparsi del pensiero filosofico in senso proprio, e non
configurarsi come un improponibile tentativo di mettere a fuoco il pensiero umano
nel suo insieme; per gli altri intervenuti,
seppur con varie sfumature, è invece
riduttivo non dar conto del pensiero anche
non filosofico almeno quando esso, a vario
titolo, è in connessione col pensiero filosofico stesso. Una concordia generale, invece, si è registrata nel ricondurre il manuale
al suo ruolo di strumento di una programmazione attraverso la quale il docente,
avvalendosi anche di altri strumenti, possa
realizzare un vero insegnamento filosofico. C.Q.
La rivista “Nuova Secondaria” organizza un corso di aggiornamento nazionale sul tema: ‘Filosofia’ e ‘filosofia di’ - Ruolo e funzioni
della filosofia nella nuova
secondaria superiore.
Il corso, organizzato con la Fondazione
“Giuseppe Tavini”, si terrà a Brescia i
giorni 28 e 29 ottobre, presso la Camera di
Commercio (via L. Einaudi 23). L’iniziativa prende spunto dal dibattito suscitato
dalle ipotesi di piani di studio predisposti
dalla Commissione Brocca, che assegna
uno spazio significativo all’insegnamento
della filosofia, della filosofia delle scienze
e delle dimensioni fondative, che caratterizzano i saperi disciplinari dei diversi indirizzi. Il corso si propone di ricercare le
coordinate teoriche e i riflessi operativi di
questa scelta, discutendone la validità alla
luce delle più recenti linee di ricerca.
I lavori inizieranno il giorno 28 ottobre con
le seguenti relazioni: “ ‘Filosofia’ e ‘filosofia di oggi’: alla ricerca di uno statuto
epistemologico e formativo (ore 9,00); “La
filosofia della scienza” (ore 10,00); “La
filosofia dell’arte (ore 11,30); “La filosofia
DIDATTICA
delle scienze sociali” (ore 15,00); “La filosofia della politica” (ore 16,00). Proseguiranno il giorno successivo, 29 ottobre, con
le seguenti relazioni: “La filosofia e la
tematica morale” (ore 9,00); “La filosofia
della religione” (ore 10,00); “La filosofia e
l’educazione” (11,30); “La filosofia e la
cultura classica” (ore 15,00); “Filosofia,
cultura e progettazione del futuro” (ore
16,00).
Informazioni: Ufficio Corsi e Convegni,
Editrice “La Scuola”, Via Cadorna 11, Brescia - tel. 030/2993.237-219.
Importanti spunti per l’applicazione
dell’informatica all’insegnamento delle discipline umanistiche, fra cui la
filosofia, sono emersi da alcune iniziative recenti. A distanza di poco più di
un mese si sono svolti due importanti
e significativi convegni sull’informatica nella scuola: uno ad Arezzo dal 7 al
9 marzo intitolato: Il computer nell’educazione umanistica - dalla scuola primaria all’università; l’altro a Milano dal 16 al 19
aprile dal titolo: Prima Mostra-Convegno Nazionale di informatica, telecomunicazioni, telematica ed editoria per la scuola.
Più specifico il primo, a carattere nazionale il secondo, entrambi hanno
avuto il merito di fare il punto sulla
situazione attuale dell’informatica nell’ambito della didattica, riscuotendo
notevole successo di pubblico e di
interesse.
A sei anni di distanza dall’annuncio del
Piano Nazionale per l’Informatica, che solo
all’interno degli insegnamenti di matematica e fisica prevedeva l’introduzione nel
biennio della scuola secondaria superiore
delle tecnologie informatiche, urgeva da
un lato la verifica del lavoro svolto e dall’altro la messa a fuoco delle nuove prospettive. Dalle diverse sezioni del Convegno Nazionale di Milano, che ha avuto il
patrocinio dell’Associazione Nazionale
Presidi, è emersa una valutazione positiva
intorno all’applicazione del Piano e già
sono in corso i lavori di una Commissione
ministeriale per predisporre un progetto di
estensione del Piano Nazionale alle discipline umanistiche, in particolare all’italiano e alle lingue straniere nel biennio.
L’impressione generale di chi ha partecipato ad entrambi i Convegni è che siamo di
fronte ad una svolta significativa nelle applicazioni didattiche dell’informatica: dopo
un timido approccio iniziale con macchine
e programmi non sempre adeguati e con
incertezze negli obiettivi didattici, insegnanti e ricercatori si stanno convincendo
dell’utilità dell’informatica e del suo utilizzo nei diversi ambiti disciplinari. Come ha
sottolineato al convegno di Milano Maria
Ferrraris nella sua relazione Il computer
nella didattica dell’italiano, un elemento
di cambiamento è rappresentato senz’altro
dall’evoluzione tecnologica nel settore dei
computer. Lo strumento informatico ha
smesso i suoi vecchi abiti di calcolatore per
presentarsi come elaboratore di simboli,
strumento per comunicare utile e utilizzabile anche in ambiti tradizionalmente lontani dalla tecnologia, come quello
umanistico. A sostegno di queste considerazioni si potrebbero elencare le molteplici
ed interessanti esperienze condotte da ricercatori e docenti di discipline umanistiche
sull’uso di programmi applicativi più o
meno complessi, dai word-processor (ossia programmi di scrittura per auto-correzioni e costruzioni di dizionari elettronici),
ai data-base (programmi di archiviazione
dati per l’analisi linguistica, tematica,
stilometrica dei testi), ai futuribili ipertesti.
Chi scrive ha condotto un esperimento di
uso applicativo di un data-base in filosofia
nelle classi prime del Liceo classico Parini
di Milano, ottenendo notevoli risultati sia
sul piano didattico, che disciplinare. In
breve, con la collaborazione degli studenti
che hanno lavorato in gruppo e con l’appoggio del preside che ha messo a disposizione sin dagli inizi (la sperimentazione è
nata cinque anni fa) gli strumenti necessari,
sono stati archiviati per parole-chiave ed
abstract (“sintesi” ragionate del testo) tutti
i dialoghi di Platone e parte delle opere di
Aristotele con relativi testi critici, con particolare attenzione al significato originario
greco delle parole. Il risultato più interessante di questo esperimento consiste nel
fatto che lo studente, spinto dalla necessità
di archiviare in modo intelligente il testo,
conduce una vera e propria esperienza filosofica, che va ben oltre un apprendimento
storico e manualistico. I risultati di questa
esperienza presentata al Congresso di Milano sono stati confrontati con esperienze
simili condotte da insegnanti di altre discipline umanistiche, dalla storia della letteratura al latino.
“Il testo e la lettura del testo”: è stato questo
uno dei temi centrali dei due Convegni e
senz’altro uno dei più dibattuti. In una
realtà che va modificandosi con grande
rapidità, che significati deve assumere la
lettura dei testi nella scuola superiore per
combattere il bombardamento di immagini
e di informazioni? Il computer non è forse
un ulteriore pericolo per la sopravvivenza
del libro stampato? Una riflessione su questi problemi che stanno alla base del rinnovamento nell’insegnamento delle discipline dell’area umanistica ed in particolare
della filosofia, è emersa dalle relazioni di
Andronico (Università di Siena) L’informatica e le sue valenze nelle scuole medie
superiori, di Graziella Tonfoni (Università di Bologna) Laboratorio di
multimedialità attiva e tecniche di visualizzazione dei percorsi di scrittura e lettura
dei testi al Convegno di Milano, e dalle
esperienze di costruzione di libri elettronici condotte da Calvani (Università di Fi-
renze) e presentate al Convegno di Arezzo.
Accenniamo qui solo ad alcuni temi di
riflessione. La scuola oggi non ha più lo
scopo di trasmettere conoscenze, ma di
costruire delle conoscenze; essa deve quindi fornire agli studenti capacità intellettive
atte a risolvere i problemi adeguati ai mutamenti e alle novità che provengono dal
campo delle conoscenze. Le valenze
formative dell’informatica possono assolvere in parte questi compiti. Così pure lo
studio dell’intelligenza artificiale ha portato considerevoli vantaggi alle scienze
cognitive, che cercano a loro volta di applicare le nuove conoscenze sulle dinamiche
del pensiero e dell’apprendimento ai più
recenti programmi di costruzione e di lettura dei testi. L’idea-chiave che sta alla base
di queste considerazioni è che il testo è
qualcosa che si viene costruendo: la costruzione di un testo è vista quindi come un’operazione di conoscenza, di approfondimento e di presa di coscienza dei significati
specifici dei vari passaggi necessari alla
sua elaborazione.
In quest’ottica le riflessioni sull’uso didattico degli ipertesti assumono un valore
particolare: l’ipertesto non è solo un nuovo
programma, ma introduce una concezione
del tutto nuova del libro. Siamo abituati
alla lettura e alla scrittura lineari, invece
l’ipertesto interrompe la linearità e ci conduce in una sorta di «navigazione» tra
diversi testi, offrendoci l’opportunità di
seguire interattivamente diverse ramificazioni, favorendo associazioni tra documenti
anche di natura diversa. Quindi il fruitore
di un ipertesto può muoversi in un ambiente a più gradi di libertà rispetto al testo
tradizionale e in alcuni casi l’autore di un
ipertesto può limitarsi a fornire un prodotto-base che può essere modificato dal
«navigatore».
Siamo ormai nel futuro della didattica, con
la prospettiva di laboratori multimediali al
posto delle aule scolastiche. Ma il futuro è
prossimo: infatti in entrambi i Convegni
già sono stati presentati interessanti programmi di ipertesti di greco, latino, storia e
di progettazione didattica.
La previsione di alcuni anni fa si è avverata:
l’introduzione dell’informatica nella scuola sta provocando una silenziosa rivoluzione nella didattica. S.C.V.
Il prossimo congresso dell’Association
Internationale des Professeurs de
Philosophie si terrà a Lucerna, in Svizzera, dal 30 ottobre al 3 novembre.
Tema del congresso sarà: La filosofia e il suo linguaggio. Il
linguaggio della filosofia e il
linguaggio dell’insegnamento
della filosofia; il linguaggio
dei testi filosofici; il linguaggio del docente; il linguaggio dello studente.
Sono previste tre relazioni in seduta plena-
NOTIZIARIO
NOTIZIARIO
SALOMON MAIMON (1754-1800), il cui
vero nome era Salomon Ben Josua, poi
cambiato per l’ammirazione nutrita nei
confronti di Mosé maimonides, è stato
senz’altro uno dei pensatori postkantiani
più originali. Sposatosi a 11 anni, padre a
14, visse in situazione perenne di indigenza
e fu occasionalmente aiutato da
Mendelssohn e da Marcus Herz. Anche
Kant lo aiutò, apprezzandone, come risulta
da una lettera a M. Herz, le qualità filosofiche. Maimon è noto nella storia della
filosofia soprattutto per la sua trasformazione del concetto kantiano di “cosa in sé”.
In tal senso sono interessanti soprattutto il
Versuch über die Traszendentalphilosophie
(1790), il Philosophisches Wörterbuch
(1791), il Versuch einer neuen Logik (1794)
e le Kritischen Untersuchungen über den
menschlichen Geist (1797). Da ricordare è
anche la sulla Lebensgeschichte (17921793), che quando apparve rappresentò un
piccolo evento letterario.
Grazie a Valerio Verra disponiamo da anni
di una accurata edizione di tutte le sue
opere (Gesammelte Werke, 7 voll.,
Hildesheim, Olms, 1965-1971). Recentemente, nel saggio Fichte, Maimon un Jacobi:
Transzendentaler Idealismus und
Realismus (contenuto in: Transzendentalphilosophie als System. Die Auseinandersetzung zwischen 1794 und 1806, hg. von
Albert Mues, Hamburg, Meiner, 1989,
p.243 sgg.), Klaus Hammacher ha però
denunciato una presunta “lacuna” di tale
edizione. Si tratterebbe del saggio di
Maimon Über die Weltseele, apparso nel
1790 nel “Berlinische Journal für
Aufklärung”, che Verra avrebbe dimenticato. Il saggio recepisce la dottrina
spinozistica, in particolare la determinazione del rapporto tra sostanza ed accidenti, ed esso sarebbe stato importante soprattutto per Fichte - più importante persino
della nota esposizione di Spinoza fatta da
Jacobi in Über die Lehre des Spinoza (1785).
Klaus Hammacher dice che questo trattato
di Maimon gli è stato «gentilmente segnalato da A. Mues quasi all’ultimo minuto
prima del convegno [di cui il citato volume
raccoglie gli atti]».
La cosa si presenta come molto interessante, ma fa specie quel «quasi all’ultimo
minuto». Andando a vedere nell’edizione
di Verra, ci si rende in realtà presto conto
che l’annunciata “scoperta” di Hammacher
altro non è che un abbaglio. Il saggio a cui
Hammacher fa riferimento, fu in effetti
ripreso da Maimon nel suo Philosophische
Wörterbuch, e si trova nel III volume dell’edizione Verra (il passo su cui Hammacher
insiste sta qui alle pp. 223-224). Non solo,
ma nelle note, Verra spiega molto chiaramente il tutto e le ragioni che rendevano
superflua una duplice riproduzione dello
stesso testo all’interno dell’edizione delle
opere (vol, VII, pp. 722-723).
E’stato conferito al filosofo polacco LESZEK
KOLAKOWSKI il premio Ernst Bloch della
città di Ludwigshafen, con cui viene riconosciuto “il ruolo significativo” di questo
pensatore “nei rivolgimenti politici e culturali dell’Europa dell’Est”. Un premio volto a sostenere economicamente l’attività
dei ricercatori, che si affianca al premio
principale, è andato alla traduttrice
Francoise Wuilmart (Bruxelles), per la sua
versione francese dell’opera di Ernst Bloch
Das Prinzip Hoffnung (Il principio speranza). Entrambi i premi dovrebbero essere
consegnati ai vincitori nel novembre o dicembre 1991.
Diverse iniziative editoriali hanno accompagnato il centenario della nascita di ANTONIO GRAMSCI. In Italia si segnala la
pubblicazione presso l’editrice Queriniana
di Brescia dello studio di Antonio La Rocca
su Gramsci e la religione. Nel volume viene presentato uno studio esaustivo e sistematico della visione gramsciana del problema della religione, dagli scritti giovanili, ai Quaderni del carcere fino alle Lettere.
In un tentativo di attualizzazione del pensiero gramsciano, lo studioso analizza la
letteratura critica sulla questione religiosa
in Gramsci, non tralasciando di porre il
problema di una verifica dell’influsso nel
secondo dopoguerra delle idee gramsciane
in materia religiosa. Di particolare interesse in una prospettiva storico-critica la pubblicazione da parte degli Editori Riuniti
dell’edizione completa in sei volumi dei
Quaderni del carcere (Roma 1991), che,
rivista e integrata sulla base dell’edizione
critica del 1975 dell’Istituto Gramsci, a
cura di Valentino Gerratana, sostituisce
l’incompleta edizione Einaudi del 1948.
Di Gramsci si è parlato anche in Germania.
Mentre presso l’editore Argument è iniziata la pubblicazione della prima edizione
completa in lingua tedesca dei Quaderni
del carcere, l’opera di Gramsci è stata
discussa in un convegno intitolato “Gramsci
e la società civile”, tenutosi il 21 e 22
marzo presso la Humboldt-Universität di
Berlino. Tra i partecipanti al convegno:
Frank Deppe (Marburg), Valentino
Gerratana (Roma), Wolfgang Fritz Haug
(Berlino), Claudia Mancina (Roma), Anne
Showstack Sassoon (Londra).
I commenti più contrastanti ha suscitato la
serie di documentari televisivi diretti da
Bernard Henry-Levy intitolata LES
AVANTURES DE LA LIBERTE’. Si tratta di
un bigino cinematrografico di storia delle
idee, una serie di profili biografici dei
maggiori intellettuali francesi, da Zola a
Malraux, da Sorel fino a Foucault, illustrato e romanzato con una tecnica che il regista-filosofo descrive nei termini di “quasi
fiction”. In termini diversi aveva pensato
ad un progetto simile anche Jean-Paul
Sartre, che nel 1975 si era visto rifiutare
dalla televisione francese una “storia del
secolo dalla parte di chi l’ha fatta”. A chi
gli contesta una certa ricostruzione romantica della storia, con i buoni da una parte e
i cattivi dall’altra, Henry-Levy risponde
che sebbene il manicheismo sia un tratto
decisivo del suo carattere, in questo lavoro
ha cercato di mantenere viva una visione
problematica e non convenzionale della
vicenda dei grandi intellettuali, criticandone il ruolo di pontificato laico e di custodi
del senso universale. Il talento e l’indipendenza di giudizio di questi intellettuali che
sono innanzittutto degli scrittori - considera Henry-Levy - si volge in un pericoloso
ed arbitrario magistero nel momento in cui
essi rinunciano alla sovranità del loro punto di vista per acquisire un ruolo sociale. Il
compito, «più modesto ma più essenziale»
dell’intellettuale contemporaneo, secondo
Henry-Levy, consiste nel pensare la complessità delle cose rinunciando a semplificarle in parole d’ordine. In negativo, il
NOTIZIARIO
profilo del “nouveau intellectuel” lo troviamo tra le pagine dell’ultimo libro di
Bernard Henry-Levy, che si può leggere
anche come un commentario della sua impresa televisiva. Il titolo, insieme
chiarificatore e apologetico è: Les aventures
de la liberté, une histoire subjective des
intellectuels (Le avventure della libertà,
una storia soggettiva degli intellettuali,
Grasset, Parigi 1991).
Sorte nel seno dell’Université de Lille III
(lettere e giurisprudenza) nel 1971, le
PRESSES UNIVERSITAIRES DE LILLE vi
sono poi rimaste e si sono sviluppate ai
sensi di una delle illuminate leggi francesi
che consente loro di essere una casa editrice praticamente autonoma anche se il proprio consiglio di amministrazione tende a
coincidere con quello dell’Università. Con
il risultato che gli insegnanti collaborano
alle diverse collane a titolo benevolo e che
la produzione, di circa trenta titoli all’anno,
non si limita né agli autori francesi né a testi
relativi ai corsi universitari. Naturalmente
tale risultato si è raggiunto anche grazie
allo sviluppo della stessa università, decisamente e da tempo uscita dal novero delle
cosiddette università minori o di provincia:
da qualche anno dispone di una nuova sede,
una specie di campus, ricca di attrezzature
(compresa, ovviamente, una moderna biblioteca), a Villeneuve d’Ascq, una comunità a una decina di kilometri dal centro,
collegata da una metropolitana ultra-moderna. Vale la pena di ricordare alcuni degli
insegnanti più autorevoli, alcuni ancora
attivi, che non si sono lasciati attrarre dal
fascino di Parigi: il grecista Jean Bollack; il
filosofo Eric Weil (1956-1968); Jean
Vercoutter, egittologo e archeologo; Patrick
Rafroidi, anglista; Joseph Venturini, scrittore, poeta e italianista; Jean-Paul Dumont,
editore dei presocratici nella Pléiade di
Gallimard; gli editori dell’eccellente e ben
nota “Revue des Sciences Humaines”, di
letteratura e storia della cultura; Ph.
Bonnefis e J. Decottignies. Ma non dimentichiamo che sono passati da Lille anche R.
Polin, Y. Belaval, Suzanne Bachelard, M.
Conche, ecc..
Tra le pubblicazioni delle P.U.L. merita
una segnalazione la rivista “Germanica”,
diretta da G. Ueberschlag, giunta al n. 8/
1990, dedicata al tema Culture et violence
dans la philosophie allemande du XXeme
siècle (in collaborazione con il “Centre
Weil”, a cura di G. Kirscher e J. Quillien).
Riportiamo, riassumendolo, l’indice, che
presenta testi a mio avviso di prim’ordine:
P. Trotignon su Nietzsche interprete di
Platone; D. Losurdo su la comunità e la
morte nella cultura tedesca 1914; B. SaintSernin su Simmel; P. Pralat su Cassirer; J.F. Robinet su Jaspers; J. Quillien su
Heidegger, il nazismo e la filosofia francese; L. Bescond sul Platone di Heidegger; J.M. Buée su Gadamer; D. Adams su Hans
Blumenberg; Pierre Belaval sulla Dialetti-
ca dell’Illuminismo di Horkheimer-Adorno e A. Rousseau su alcuni aspetti della
filosofia del linguaggio.
Tra i fascicoli precedenti, tutti monografici
(escono una o due volte all’anno) segnaliamo: Figure delle città nella letteratura
tedesca del XX secolo, I valori della terra
nella letteratura scandinava moderna, La
Rivoluzione francese nell’immaginario tedesco. Nel quadro delle pubblicazioni che
fanno capo alla rivista sono annunciati gli
atti del Convegno internazionale del marzo
1991, organizzato dal “Centre Weil”, su La
réception de la philosophie allemande en
France aux XIXeme et XXeme siècles: un
incontro assai interessante per il tema, per
la qualità delle relazioni e per la discussione che ne è seguita. Indico sommariamente
partecipanti ed argomenti: D. Bourel su
Kant (un volume di Bourel De Königsberg
à Paris è in corso di stampa presso Vrin), P.
Clavier su Kant-Laplace, e chi scrive su
Weil interprete di Kant; J. D’Hondt sull’ingresso di Hegel presso il pubblico dei non
filosofi; P. Vermeren e J.-P. Cottin su
Cousin; D. Losurdo sugli stereotipi della
rivoluzione; P. Trotigno su Bergson e la
propaganda di guerra; J.-F. Courtine su
Ravaisson e Schelling; P. Vaydat su Albert
Camus; A. Rousseau su Frege; A. Renaut,
Sartre e Heidegger; D. Janicaud su J.
Beaufret tra Sartre e Merleau-Ponty come
interprete di Heidegger, e A. Stanguennec
su Kant e Hegel nella fenomenologia di
Paul Ricoeur.
Notizie sulla vita e sulle opere, sulle traduzioni e bibliografia di ERIC WEIL nonchè un
testo inedito (L’avvenire della filosofia,
1974) e una silloge di scritti sulla sua opera
(saggi di M. Barale, A. Burgio, G. Kirscher,
S. Parasiliti, P. Salvucci e F. Valentini) si
leggono negli atti della giornata di studio
presso l’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici, Napoli, novembre 1987: Eric Weil
in “Differenze”, n. 13/1989 (presso l’editore QuattroVenti, Urbino).
Weil ha insegnato a Lille dal 1956 al 1968
e vi ha lasciato una fitta schiera di ottimi
allievi, ma anche di amici ed estimatori che
hanno raccolto il suo insegnamento filosofico e la sua lezione di vita. Il “Centre Weil”
(diretto da Jean Quillien) promuove, come
si è visto, incontri culturali e ricerche filosofiche, e dispone di una buona biblioteca.
Cito qui i primi Cahiers Eric Weil (sempre
a cura delle P.U.L.): il primo, 1987, raccoglie studi su Weil di studiosi francesi e
stranieri; il secondo, 1989, è dedicato a
Weil et la pensée antique, e si chiude con un
contributo di P. Aubenque sui lavori
aristotelici di Weil (antropologia, logica e
metafisica, ora raccolti a cura di chi scrive
nel volumetto Aristotelica, presso Guerini
e associati, Milano 1990).
In collaborazione con il “Centre Weil” il
“Collège International de Philosophie” (Parigi) ha organizzato nel novembre 1989 un
colloquio e una discussione su Discours,
violence et langage: un socratisme d’Eric
Weil. Vi hanno partecipato P. Canivet, A.
Burgio, M. Perine (che ha pubblicato subito le relazioni in portoghese nella rivista
brasiliana “Sintese. Nova fase”, n.46, 1989),
J.-F. Robinet, P.-J. Labarrière, E. Naert,
M.S. Roth (dagli Stati Uniti, autore di
Knowing and History, su Hegel in Francia
nel XX secolo; Hyppolite, Kojève, Weil:
Cornell U.P. 1988), G. Kirscher (autore di
La philosophie d’E.W. Systématicité et
ouverture, P.U.F. 1989), J. Quillien e chi
scrive. Ora possiamo leggere le relazioni e
la discussione, raccolte sotto lo stesso titolo del convegno, nei quaderni del Collège:
n. 9-10, 1990, presso éd. Osiris, Parigi.
Sarà bene ricordare, per chiudere, che il
“Collège International de Philosophie” è
una delle tante benemerite istituzioni francesi, pubbliche, ma del tutto esterne all’Università, che svolgono intensa attività
di ricerca scientifica e di diffusione e formazione culturale. E lo dimostra il catalogo di Édition Osiris che si occupano delle
pubblicazioni e della loro diffusione (118,
Boulevard de Courcelle, 75017 Paris).
Il 12 giugno a Roma, nella sede dell’Associazione della Stampa Estera (Via della
Mercede 55) è stato presentato alla stampa
il progetto dell’EDIZIONE NAZIONALE DELLE OPERE DI BENEDETTO CROCE. Hanno
illustrato il piano dell’edizione - promossa
con Decreto dell’allora Presidente della
Repubblica Sandro Pertini su proposta del
Ministero dei Beni Culturali e Ambientali
- il presidente del comitato scientifico,
Mario Scotti, il segretario Piero Craveri, il
direttore dell’Istituto Italiano per gli Studi
Storici, Gennaro Sasso, e Francesco del
Franco, titolare della Casa Editrice
Bibliopolis.
In conformità ai criteri cui si vanno
attenendo queste Edizioni nazionali, e dovendo tener conto dei loro problemi specifici, si è ritenuto indispensabile non alterare il disegno attuato dallo stesso Croce e
raccogliere perciò in un corpus sistematicamente strutturato le sue Opere, così come
furono pubblicate dal filosofo. Il testo
crociano di ciascuna opera è quello dell’ultima edizione pubblicata dall’Autore. Ogni
volume è corredato: da una breve nota in
cui il curatore delinea la genesi storica
dell’opera, avvalendosi soprattutto delle
informazioni contenute nei Taccuini di lavoro; da un elenco delle più significative
varianti del testo rispetto alle precedenti
edizioni; dall’indice delle opere citate e
dall’indice dei nomi. Imminente l’apparsa
in libreria dei primi due volumi: Il carattere della filosofia moderna, curato da Massimo Mastrogregori, e Il carteggio CroceVossler, curato da Emanuele Cutinelli; per
la fine di giugno si prevede anche l’uscita
dei Nuovi saggi di estetica, affidati a Mario
Scotti, e della Poesia popolare e poesia
d’arte, a cura di Pietro Cudini.
RASSEGNA DELLE RIVISTE
RASSEGNA DELLE RIVISTE
a cura di Silvia Cecchi
REVUE DE METAPHYSIQUE
ET DE MORALE
95/3, luglio-settembre 1990
A. Colin, Paris
Questo numero della rivista affronta il tema:
ermeneutica ed ontologia del diritto.
L’institution juridique: imposition et
interprétation, di R. Sève: l’ontologia giuridica moderna nasce nel XVII sec. nel più
ampio contesto filosofico della critica al
pensiero aristotelico. A partire dall’opera
di Kelsen, il più celebre teorico positivista
del XX sec., l’autore propone un’ontologia
del diritto alternativa, fondata sulla nozione di autointerpretazione.
Jugement juridique et jugement pratique:
de Kant à la philosophie du langage, di J.
Lenoble e A. Berten: Dworkin, negli Stati
Uniti, e Habermas, in Germania, hanno
criticato il positivismo giuridico analitico.
Queste critiche si basano sulle
reinterpretazioni contemporanee della ragione pratica di stampo kantiano, ma, secondo l’autore, presentano numerose insufficienze.
John Rawls: de l’autonomie morale à la
fiction du contrat social, di P. Ricoeur: un
esame di Théorie de la justice di J. Rawls.
Le locutoire et l’illocutoire dans les
énonciations relatives aux normes
juridiques, di P. Amselek: analisi del significato di termini giuridici quali normativ e
performativ alla luce di teorie etiche e
giuridiche.
REVUE INTERNATIONALE
DE PHILOSOPHIE
Vol. 44, n. 174, 3/1990
Universa, Wetteren
Il tema affrontato in questo numero é Le
Questionnement.
Kant et l’histoire de la philosophie: la
vision problématologique, di B.
Timmermans: a partire dalle ricerche
“problematologiche” di Michel Meyer vie-
ne affrontata la questione della filosofia
come eterno tentativo di rispondere ad una
domanda. L’importanza del paradosso nella storia della filosofia tematizzata da Meyer
in Science et métaphysique chez Kant
(1988).
Problématicité,
rationalité
et
interrogativité, di M.M. Carrilho: l’importanza della nozione di problema nella riflessione contemporanea; le principali obiezioni di cui é oggetto il rapporto tra
problematicità e razionalità; il ruolo del
domandare nella vita e nel pensiero degli
uomini: Rorty, Gadamer, Popper, Laudan,
Mach, Apel, Habermas ed altri.
Meyer’s theory of problematology, di J. L.
Golden e D. L. Jamison;
Le problématologique devant la faculté de
juger, di H. Parret;
Epistémologie et questionnement: le modèle
en tant que forme de l’interrogation
scientifique, di S. Borutti: tutti e tre questi
articoli prendono le mosse dalle ricerche
problematologiche di Michel Meyer. Con
tale termine di problematologia ci si richiama qui all’analisi delle questioni teoriche
concernenti i procedimenti del pensiero
filosofico e scientifico come sono state
sviluppate da M. Meyer nel suo Décuverte
et justification en science. Kantisme, néopositivisme et problématologie, (Klincksiek, Paris 1979).
Estetica e interrogazione, di E. Garroni:
una storia critica dell’estetica; il problema
della comprensione dell’estetica, l’interrogazione che essa contiene, il tentativo di
comprensione del problema dell’arte, la
confluenza di problema estetico e problema critico in Kant.
tendenza interrogativa (Heidegger, Valéry)
e i filosofi dell’interrogarsi (Deleuze,
Meyer); i problemi dell’interrogarsi in rapporto alle questioni di filosofia giuridica,
politica ed economica. L’interrogarsi come
carattere fondamentale dell’essere dell’uomo.
LES ETUDES PHILOSOPHIQUES
luglio-settembre 1990
PUF, Paris
Questo numero della rivista, a carattere
monografico, é dedicato alla figura e al
pensiero di Martin Heidegger.
La physique de Heidegger, di C. Chevalley.
Heidegger et Lévinas: la question du
Dasien, di J. Colléony.
Prolégomènes à l’intelligence du tournant
chez Heidegger, di J. Grondin: i problemi
filosofici della Kehre analizzati in funzione dell’evoluzione del pensiero di
Heidegger nella sua la consequenzialità a
partire dalla Lettera sull’Umanismo.
Heidegger lecteur d’Aristote: dynamis et
énergeia dans le regard phénomenologique,
di P. Rodrigo.
Constitution du sens et justification de la
validité. Heidegger a-t-il dépassé la
philosophie trascendentale par sa
conception de “l’histoire de l’être “?, di K.
O. Apel.
La philosophie comme science rigoreuse et
la philosophie politique, di L. Strauss.
Alternatives et questions dans la littérature
romanesque, di S. P. Cometti.
REVUE PHILOSOPHIQUE DE LOUVAIN
Questioning “the romantic ideology”:
Wordsworth, di S. J. Wolfson.
Die Figuren des Menschlichen, di M.
Meyer.
Le questionnement, comme synthèse de
l’humain, di A. Lempereur: i filosofi a
Tomo 88, novembre 1990
Institut supérieur de philosophie
Louvain-La-Neuve
Aristote admet-il un infini en acte et en
puissance en Physique III, 4-8?, di A. Côté:
la dottrina aristotelica dell’infinito dà origine a due possibili interpretazioni appa-
RASSEGNA DELLE RIVISTE
rentemente inconciliabili nella domanda:
Aristotele ammetterebbe un infinito solo in
potenza, o anche in atto?. Attraverso una
ricerca che si snoda su due piani distinti,
uno di ordine metafisico e uno di ordine
fisico, l’articolo mostra come per Aristotele
anche l’infinito, come tutti i fenomeni naturali, esista sia in atto, sia in potenza.
La réception de Spinoza dans la littérature
néderlandaise, di R. Henrard.
Nature et liberté dans l’ontologie fondamentale de Heidegger, di R. Brisart: in
polemica con la tesi di Merleau Ponty,
secondo cui Essere e Tempo non sarebbe
che un’ esplicitazione della Lebenswelt di
Husserl, e a partire dai testi heideggeriani
di Marburgo coevi a Essere e Tempo, l’autore mostra come l’analitica esistenziale
del Dasein derivi da un’estrema
radicalizzazione della tipica antinomia della filosofia moderna tra natura e libertà.
Proprio partendo da questa riflessione
Heidegger intraprende l’elaborazione della questione dell’essere e della sua ontologia
esistenziale.
Mythe et raison, di L. Fontaine De Visscher:
il rapporto tra mito e ragione come schema
del dibattito tra scienze umane e filosofia.
A partire dalle riflessioni di Heidegger,
Otto e Vernant ci mostra come i fenomeni
della natura umana siano oggetti, senza
alcuna chiave di lettura privilegiata, sia di
una spiegazione scientifica, sia di una riflessione sulle loro condizioni di possibilità.
Le soi agissant et l’être comme acte, di
B.Stevens: recensione dell’opera di P.
Ricoeur: Soi-même comme un autre
(Editions du Seuil, Parigi 1990).
Métaphysique de la subjectivité et tradition
judaïque, di J. L. Lannoy: recensione dell’opera di F. Ciaramelli: Trascendance et
éthique. Essai sur Lévinas (Ousia, Bruxelles 1989).
ARCHIVES DE PHILOSOPHIE
Tomo 54, n. 1, gennaio-marzo 1991
Beauchesne, Paris
L’ontogenèse de l’individu: ses aspects
scientifiques et philosophiques, di R.
Bernier: analisi dell’ontogenesi dell’individuo a partire da tre punti di vista:
morfogenetico o formativo, immunologico,
psicologico. In questa prospettiva la radice
ultima dell’individualità, in quanto proprietà di ogni creatura, dall’essere
unicellulare all’uomo, deve essere cercata
nella dimensione ontologica dell’essere
vivente, che é all’origine delle proprietà
del sistema biologico: unità, sussistenza
dinamica, autonomia, indipendenza, capacità di autoorganizzazione.
Les présupposés métaphysiques de la
“lisibilité” de l’être, di R. Kühn: la lettura
“de-creativa” proposta da Simone Weil,
una non-lettura senza nomi e senza forme,
come chiave per giungere ad una manifestazione ontologica pura. E’ in quest’ottica
che la Weil precisa il rapporto tra pensiero
e religione e arriva a un’idea più lucida di
un’autentica filosofia della religione.
L’affirmation de l’existence de Dieu selon
Austin Farrer , di E. H. Henderson: l’esistenza di Dio nelle principali opere di Ferrer;
prendendo le mosse dall’epistemologia
volontaristica e dai suoi principi essenziali,
l’autore si propone di mostrare come questi
si applichino all’esistenza dell’individuo
finito e si aprano all’esistenza di Dio.
La sezione finale della rivista é dedicata al
“XIX Bollettino cartesiano”.
L’uomo come oggetto di indagine scientifica, di A. Ayer, a cura di E. G. Rudneva.
La trattazione della logica formale negli
idealisti dialettici tedeschi J. G. Fichte, G.
W. J. Hegel, F. W. J. Schelling e dei loro
allievi, di N. I. Stjazkin, a cura di K. N.
Ljubutin e I. S. Naraskiy.
Completano il fascicolo: comunicazioni,
note, lettere, recensioni e schede.
VESTNIK MOSKOVSKOGO
UNIVERSITETA
Serija 7, Filosofija, n. 1, 1991
Ed. dell’Università di Mosca
Il problema della correlazione dell’essere
sociale ed individuale nell’etica di H.
Bergson, di N. A. Tel’nova.
n. 1, 1991
Ed. Vyssaja skola, Mosca
Dalla “nuova sinistra” alla “nuova destra” (L’etica della gioventù USA dalla
fine degli anni ’50 agli ’80 del XX sec.), di
S.I. Levikova.
La coscienza tecnocratica: appartiene alla
società sovietica?, di L.G. Titarenko.
Ancora sull’”enigma” dell’induzione, di
S. E. Krjuckova.
Per il problema dello studio complesso
dell’uomo, di N.M. Bereznoj.
La sinergetica: lenuove frontiere, di N.K.
Kusiev.
Il rapporto gnoseologico: status e struttura, di A.A. Tichonov.
Nazionalità ed arte professionale, di T. V.
Kuznecova: le relazioni dei rappresentanti
sovietici, A. M. Karinskij e N. S. Julina, e
dell’americano John Reider alla conferenza internazionale di Buffalo (New York, 14 Marzo 1990), sulla tradizione filosofica
americana.
FILOSOFSKIE NAUKI
Le concezioni della elementarità nella
scienza contemporanea (cosa, evento, processo), di F.M. Efendiev.
Kant e l’attualità: sulla logica dell’applicazione dell’imperativo categorico nalla
pratica morale, di A. N. Troepol’skij.
Il poststrutturalismo femministico: teoria
e pratica, di S. N. Nekrasov.
Per il centenario della nascita di Antonio
Gramsci: bilancio di una discussione, di
M.N. Greckij: riprendendo la discussione
sul rapporto Lenin-Gramsci, discussione
viziata fino a qualche anno fa dalle interpretazioni marxiste prevalenti dei due
pensatori, l’autore sostiene che il vero Lenin
é politicamente l’ultimo, quello di Bucharin;
pertanto la vera filosofia di Lenin non é da
ricercarsi
in
Materialismo
e
empiriocriticismo, ma nei Quaderni filosofici: «in questo senso proprio Gramsci, in
maggior grado che chiunque altro, é il
continuatore di Lenin».
Nel gran tempo della cultura: M. M.
Bachtin, di E. V. Volkova e E. A.
Bogatyreva: un “ritratto filosofico” del
pensatore con la presentazione di due testi,
uno dei primi anni ’20 (ma pubblicato nel
1986), Per una filosofia dell’azione, e uno
del 1959-61, Il problema del testo nella
linguistica, nella filologia e nelle altre scienze umane. Si tratta di testi che offrono la
possibilità di farsi un’idea delle particolarità della lingua e dello stile di Bachtin,
esprimendo bene la logica dello sviluppo
delle sue idee.
ZEITSCHRIFT FÜR
PHILOSOPHISCHE FORSCHUNG
Vol 44, n. 2, 1990
Klostermann Verlag, Frankfurt a/M.
Gramsci e il problema dello storicismo, di
O. V. Illarion.
Hegel über die Rede vom Absoluten. Teil I:
Urteil, Satz und spekulativer Gehalt, di A.
Graeser.
Le radici generalmente umane dell’idealismo, di P. Florenskij: seconda ed ultima
parte di una lezione del 1908 apparsa nel
fascicolo 12 (1990).
Zur Frage der Vereinbarkeit von Freiheit
und Determinismus, di R. Rheinwald: ai
termini di necessità e libertà sono connessi
RASSEGNA DELLE RIVISTE
concetti spesso contrastanti tra loro, che
aprono diverse possibili concezioni del
mondo. Come è possibile allora conciliare
una visione deterministica del mondo, in
cui tutto appare concatenato in un nesso di
necessità causale, con la consapevolezza
dell’agire libero e responsabile dell’uomo?
Dalla discussione sulla tesi della
conciliabilità dei due concetti proposta da
Hume e rielaborata da Moore agli attacchi
mossi a questa tesi da Ginet e Von Inwagen.
Handlungstypen und Kriterien, di A.
Dorschel: una analisi di Theorie des
Kommunikativen Handelns (1985) di
Jürgen Habermas.
Zur sozialphilosophischen Bedeutung des
Sprachbegriffs Wilhelm Von Humboldts,
di H. E. Schiller: la riflessione sul linguaggio di Humbolt e le discussioni di Marcuse,
Adorno e Habermas.
On Justice and Legitimation, di O. Balaban:
la controversia Socrate-Trasimaco nella
Repubblica di Platone come base per una
critica all’interpretazione di Habermas.
Innere Autonomie oder Zurechnungsfähigkeit?, di G. Schönrich.
Die Möglichkeit der Kooperation unter
Egoisten, di R. Schüssler.
Zu Hans Reiners Wertethik, di G. Thamm.
“Nachmetaphysisches Denken” oder
“kritische Mataphysik”?, di A. Wüstehube:
resoconto del convegno: “Metaphysik und
Politik. Kolloquium über Bedingungen und
Gründe politischen Handelns” (Münster
5-8 marzo 1989).
Aufklärung als Mission. La mission des
Lumierères, di S. Zurbuchen: resoconto di
un convegno tenutosi in Lussemburgo (5-8
marzo 1989).
ARCHIV FÜR GESCHICHTE
DER PHILOSOPHIE
Vol. 72, n. 2, 1990
Walter de Gruyter, Berlin, New York
Misunderstanding the “What is F-ness?”
question, di H. H. Benson: le ricerche di
Alexander Nehamas sul problema universale/particolare in Socrate e le questioni
rimaste aperte alla luce delle ricerche logiche di Belnap e Steel.
Plato’s “Third Man” arguments in the
Parmenides, di M. Mignucci.
Limits of teleology in Theophrastus’
Metaphysics?, di L. Repici: la riflessione di
Teofrasto e il rapporto con il pensiero
aristotelico sulla natura.
Ein unbeachtet gebliebener Brief von David
Hume, di W. Stark e H. Klemme.
Schellings Begegnung mit den
Naturwissenschaften in Leipzig, di M.
Durner: il soggiorno schellinghiano a Lipsia
é fondamentale per acquisire importanti
conoscenze nel campo delle scienze della
natura, conoscenze particolarmente rilevanti per fondare i presupposti della sua
prima filosofia della natura. Ricostruzione
degli importanti incontri del filosofo con
docenti di fisica e medicina.
MAN AND WORLD
Vol. 24, n. 1, gennaio 1991
Kluwer Academic Publishers
Dordrecht, Boston, London
Language, physics, and geology (and a few
words on theology), di J. V. Brogan: la
complementarietà tra fisica, geologia e teorie del linguaggio. Un esame di recenti
opere in campo geologico e fisico di impronta popolare.
The antinomy of perception: Merleau Ponty
and causal representation theory, di L.
Hass: la percezione è un fenomeno interno
o dipende da una causa esterna? Il contributo di Merleau-Ponty all’alternativa tra una
visione cartesiana ed una aristotelica della
percezione e la sua critica alla teoria della
rappresentazione causale (CRth).
Washington University, St. Louis
Aristotelian Mimesis reevaluated, di S.
Halliwell: il concetto aristotelico di mimesis
ha giocato un ruolo fondamentale nella
storia dell’estetica. La presente proposta
vuole delineare, indipendentemente da
interpolazioni o sovrapposizioni successive, alcuni aspetti del concetto di mimesis
artistica, al fine di chiarificare una sorta di
storia delle categorie della rappresentazione artistica. In quest’ottica appare rilevante
non solo una rilettura della Poetica, ma
anche di alcuni passaggi della Politica.
Locke on mathematical knowledge, di P.
Cicovacky: la concezione lockeana della
matematica a partire da alcuni particolari e
“sorprendenti” riferimenti kantiani a determinati passaggi del Saggio sull’intelletto
umano.
Leibniz’s analisys of multitude and
phenomena into unities and reality, di D. P.
Rutherford.
Two-steps-in-one-Proof: the structure of
the trascendental deduction of the
categories, di J. C. Evans: analisi del saggio di Dieter Henrich, Die Beweisstruktur
von Kants transzendentaler Deduktion (in
id., Kant. Zur Deutung seiner Theorie von
Erkennen und Handeln, 1973) e le critiche
di Allison e Robinson.
William James’s theory of mind, di W. E.
Cooper.
On the paradoxical inception and
motivation of trascendental philosophy in
Plato and Husserl, di B. C. Hopkins.
Moore’s moral rules, di R. Perkins
Gadamer’s concrete universal, di A. P.
Kerby: analisi dei temi centrali di Verità e
Metodo con particolare attenzione alla teoria della concreta universalità: il rapporto
con il trattato De visione Dei (1453) di
Cusano e la lezione di Hegel.
INTERNATIONAL PHILOSOPHICAL
QUARTERLY
Sartre’s Being-for-Heidegger; Heidegger’s
Being-for-Sartre, di S. Martinot.
The anomaly of world: from Scheler to
Heidegger, di F. Schalow: Scheler,
Heidegger e la critica a Husserl; l’esame
della natura umana da un punto di vista
fenomenologico, la relazione uomo-mondo nel binomio microcosmo/macrocosmo
e finito/infinito.
Seeing our seeing and knowing our
knowing, di A. Ben-Ze’ev.
Vol. XXX, n. 4, dicembre 1990
Fordham University, New York
Mystical experience, hermeneutics and
rationality, di J. Shear: l’approccio non
mistico alle esperienze mistiche e l’interpretazione ermeneutica di Steven Katz.
The structure of Self-Commentary in
Hegel’s dialectical logic, di R. H. Gaskins.
Divine irony and the natural law:
speculation and edification in Aquinas, di
T. S. Hibbs: a partire da un’analisi dialettica e retorica vengono presi in esame i
praeambula fidei di Tommaso e la loro
funzione all’interno della filosofia pratica;
il carattere ironico della pedagogia divina
di Tommaso.
A note on jural relation, di K. Butler.
Rejoining Aletheia and Truth: or truth is a
five-letter word, di L. J. Hatab: Heidegger
e la meditazione sul concetto di Aletheia.
JOURNAL OF THE HISTORY
OF PHILOSOPHY
Vol. XXVIII, n. 4. ottobre 1990
Eric Voegelin’s view of history as a drama
of transfiguration, di G. Hughes.
RASSEGNA DELLE RIVISTE
Schelling’s Treatise on the essence of human
freedom and Heidegger’s thougth, di W. J.
Froman: perchè Heidegger legge il Trattato di Schelling come un aspetto della fondamentale questione dell’Essere?
Hindu doubts about God: towards a
Mimamsa deconstruction, di P. Bilimoria.
J.B.S.P.
Vol. 21, n. 1. gennaio 1991
University of Manchester, Manchester
Tema monografico di questo numero della
rivista: “Japan, Ethics, and the a priori”.
Heidegger and the japanese connection , di
P. Bilimoria: i rapporti di Heidegger con i
pensatori cinesi e indiani e il suo interesse
per il taoismo.
Foundationalism, Holism, or Hegel?, di D.
S. Stern: sulla riflessione epistemologica
hegeliana.
The question of ethics in Foucault’s thought,
di C. E. Scott.
Merleau- Ponty on taking the attitude of the
other, di M. J. Matustik: l’analisi intenzionale di Merleau-Ponty e la trasformazione
delle nozioni di corpo e coscienza; l’accordo con Habermas in relazione al problema
del
linguaggio;
il
necessario
riavvicinamento tra analisi intenzionale e
teoria della comunicazione.
Problems whit fregean interpretation of
Husserl, di C. S. Brown.
The search for an elusive a priori, di M.
Capek: H. Driesch e H. Dingler e la teoria
kantiana della conoscenza.
Nietzsche; Heidegger and the critique of
humanism, di J. Hodge.
Never say “never”. A response to Reeder’s
Wittgenstein never was a phenomenologist,
di N. F. Gier.
STUDI FILOSOFICI
Voll. VIII-IX
Bibliopolis, Napoli
Il fascicolo riporta le relazioni tenute nel
corso delle “Giornate plutarchee” di Napoli (13-14 Maggio 1988), in occasione delle
quali sono stati presentati i primi due volumi del Corpus Plutarchi Moralium, un’iniziativa editoriale del Dipartimento di Scienze dell’Antichità e del Dipartimento di
Filosofia e Politica dell’Istituto Universitario Orientale dell’Università di Salerno.
Amicizia e adulazione in Plutarco. di E.
Valgiglio.
Considerazioni sulla dottrina del pathos
nel medioplatonismo, di C. Moreschini.
Filosofia e retorica nel De Cohibenda Ira
di Plutarco, di L. Montoneri.
La semantica grammaticale di Prisciano
nello sviluppo della grammatica speculativa, di D. Curtotti: l’evoluzione della grammatica medievale e la sua progressiva
“logicizzazione” nelle Institutiones di
Prisciano. A partire da una breve analisi
degli aspetti di fondo della sistemazione
grammaticale di Prisciano e da un rapido
confronto con i commenti che essa suscitò
nei secoli X e XI, viene proposta l’ipotesi di
una coerenza e continuità tra il modello
delle Institutiones e la grammatica speculativa medievale; viene inoltre analizzato
l’intreccio dell’influenza di Prisciano e di
Boezio nei secoli IX-XI, in relazione alle
origini della grammatica filosofica.
Contributo alla bibliografia di La Mothe
Le Vayer, di D. Taranto.
Scienza, erudizione e storia nell’Accademia di Medina Coeli. Spunti provvisori, di
M. Conforti.
Vico and human science, di A. M. Montuori:
recenti interpretazioni della filosofia di
Vico.
Celestino Galiani e i matematici italiani
del primo Settecento, di F. Palladino.
L’a priori e il giovane Peirce, di M. A.
Bonfantini: in relazione al programma di
ricerca di un modello di a priori come
possibile strumento di analisi dei testi,
Bonfantini ha proposto un modello di a
priori basato sul modulo del tre per tre.
L’ipotesi fondamentale che sta alla base di
questa proposta è la non comunicabilità del
senso dall’essere al segno, ipotesi che dà
adito a un possibile confronto con la posizione espressa da Peirce sin dai suoi primi
saggi.
Gramsci interprete del moderno, di F. Izzo:
il termine “moderno” non soltanto ricorre
frequentemente nei Quaderni di Gramsci,
ma il tema del moderno nei suoi caratteri,
nelle sue periodizzazioni, é stato anche
oggetto di costante attenzione da parte del
filosofo. L’immagine gramsciana della
modernità non può tuttavia emergere da
una semplice raccolta di queste osservazioni, bensì dalla connessione dei concetti di
soggettivismo e Stato nazione, che conferiscono alla visione gramsciana del moderno
la sua forza e originalità.
Prospettiva e aspettativa. Sull’inversione
simbolica del tempo, di G. Marramao: le
dimensioni linguistiche, concettuali e simboliche dei termini “prospettiva”, implicante un riferimento di ordine spaziale, e
“aspettativa”, implicante un riferimento di
ordine temporale, vengono affrontate alla
luce di un’analisi che va dalla riflessione
antica a quella contemporanea.
If (not, la nonna ha gli occhi grandi)
then...Favole, computers e mondi possibili, di G. Gigliozzi.
Chi dice che “dire è fare”? Note di filosofia del linguaggio nella teoria degli “atti
linguistici”, di A. Martone.
STUDI DI ESTETICA
XVIII, Fasc. 1, 1990
Mucchi, Modena
Per un’estetica della poesia. Alcune ipotesi, e procedure, di L. Anceschi.
Baumgarten: l’invenzione dell’estetica (con
una nota di E. Mattioli), di J. Y. Pranchère.
Ragion critica ed estetica (schema di una
ricerca), di L. Rossi: i problemi di ordine
teorico-metodologico sollevati dalla prospettiva fenomenologica-critica in ambito
estetico.
Norma, stile e senso, di S. Briosi.
Ricordo di Antonio Banfi, di G. M. Bertin.
Riflessione e poesia, di C. Gentili: la nuova
fenomenologia critica e il problema della
poesia. Il dialogare con la poesia come
salvaguardia delle sue peculiarità essenziali.
L’artificio barocco in El Héroe ed in El
Discreto di Baltasar Gracian, di R. Riccio.
Romanticismo tedesco: ermerneutica e
storiografia, di S. Benassi.
Una poetica della malattia: Jacopo da
Pontormo, di S. Spadoni.
Testimonianza per uno studioso, di L.
Rampello: un’originale recensione de Gli
specchi della poesia di L. Anceschi.
Nel fascicolo 2 compare una rassegna degli
indici della rivista dal 1973 al 1989.
TEORIA
Scaravelli, Croce e la crisi bloccata, di M.
Agrimi: alla luce di un rinato interesse per
la filosofia italiana post-bellica, viene proposto l’approfondimento di alcune questioni particolari di Critica del capire.
Vol. X, n. 1, 1990
ETS, Pisa
Questo numero della rivista si occupa di
filosofia politica nelle sue prospettive teo-
RASSEGNA DELLE RIVISTE
riche e nei suoi interventi storiografici.
Rileggendo Marx: “diritti” e “bisogni”, di
N. Badaloni: a partire dalla critica a Max
Stirner, Marx si pone la questione dei diritti
che, in ultima analisi, possono essere determinati a partire dai bisogni che mutano in
relazione a nuovi rapporti materiali e
interpersonali. In quest’ottica le potenzialità
umane si riappropriano delle proprie capacità pratico-creative e teorico-appropriative
del mondo.
zu G. W. F. Hegels Interpretation von
Aristoteles De Anima III 4-5 und
Metaphysica XII 7 u. 9 (“Perspektiven der
Philosophie” 12, 1986, pp. 209-236); M.
Sanchez Sorondo, Aristoteles y Hegel,
Dialéctica convergente divergente en la
nocion de sujeto come potencia activa
(Herder, Buenos Aires-Roma 1987); L.
Samonà, Dialettica e metafisica: prospettive su Hegel e Aristotele (L’epos, Palermo
1988).
Tra Kant ed Hegel: per una riaffermazione
dell’antico concetto di società civile, di G.
Marini: un confronto tra la concezione
kantiana e quella hegeliana di società civile
attraverso un colloquio ideale che, al di là
della reale successione cronologica, parta
dalla concezione hegeliana ed articoli una
possibile replica kantiana.
Note sulle recenti traduzioni di Essere e
Tempo in Francia, di P. Marrati.
Questioni di filosofia politica, di S. Veca:
la giustificazione come carattere essenziale della filosofia politica, impegnata a legittimare scelte e preferenze che determinano valori; il pluralismo come valore e la
questione della legittimazione delle istituzioni politiche .
Epistemologia e teoria politica, di D. Zolo:
l’attuale pluralismo dei paradigmi politici
e delle teorie politiche è stato determinato
soprattutto dalla riflessione epistemologica
generale che si è sforzata di precisare il
“senso” della conoscenza e della ricerca
scientifica, mettendo in crisi le
epistemologie di tipo positivistico e liberando nel contempo la ricerca sociale e
politica dalla dipendenza ai modelli
cognitivi delle “scienze esatte”. Attraverso
un breve esame del dibattito epistemologico
attuale e della riflessione politologica, con
particolare riferimento al panorama italiano, vengono individuati due opposti modelli fondamentali: quello “empiristico”
della scienza politica e quello
“postempiristico” della riflessione politica.
Lo statuto della filosofia politica nel dibattito italiano, di L. Baccelli: ricostruzione
del dibattito sullo status teorico ed
epistemologico della filosofia politica nella cultura italiana contemporanea ed in
particolare negli ultimi vent’anni, prendendo le mosse dalla concezione di Croce
della filosofia politica.
La logica di Hegel come testo filosofico, di
F. Costa: la concezione hegeliana del negativo nella sua duplice accezione, la concezione della finitezza della cose, la proposizione speculativa.
Metafisica e dialettica: quattro saggi sull’interpretazione hegeliana di Aristotele,
di A. Ferrarin: recensione dell’opera di P.
Guillaumaud, La méditation chez Aristote
(“Revue Philosophique de Louvain”, 85,
1987, pp. 457-474); H. Seidl, Bemerkungen
Per un’analisi del discorso dichiarativo, di
B. Celano: descrizione di un modello di
analisi del discorso apofantico, a partire da
alcune riflessioni di filosofia analitica.
What is wrong in inverting spectra, di R.
Casati.
RIVISTA DI FILOSOFIA
NEOSCOLASTICA
Anno LXXXII, n. 1, gennaio-marzo 1990
Vita e Pensiero, Milano
Filosofia e ascesi nel Seicento. Il caso
francese, di D. Bosco.
Charles Renouvier e le scuole di morale in
Francia nel XIX secolo, di F. Rossi: nel
corso del nostro secolo si è verificato un
progressivo e diffuso abbandono degli studi sul pensiero di Renouvier dovuto, secondo una recente indagine di Arturo
Deregibus, sia alla prolissità delle sue opere, sia alla polemica anticattolica presente
nella sua riflessione politico-religiosa.
Questo saggio si propone pertanto di recuperare quella sezione dell’opera di
Renouvier dedicata alla “filosofia morale”
contenuta in alcuni articoli de “La Critique
philosophique” del 1872-1873, che analizzano da un punto di vista storico-critico le
scuole di morale in Francia nel XIX sec.
L’emozione creatrice. Il significato della
morale nella prospettiva di Bergson, di A.
Pessina: l’ipotesi di una morale assoluta,
sopraintellettuale, al di là della condizione
sociale dell’uomo e in grado di dare nuove
prospettive a tutta l’umanità. Connettendo
questione etica e questione metafisica e
religiosa, questa riflessione di Bergson circa una morale dell’aspirazione appare legata a un assiduo contatto del filosofo con
la letteratura mistica.
Aspetti di attualità teoretica del pensiero
procliano negli studi di Werner Beierwaltes,
di N. Scotti.
Ontologia e creazione in Filone
Alessandrino. Dialogo con Giovanni Reale e Roberto Radice, di J. P. Martin: l’importanza di Filone per la storia della filoso-
fia occidentale; il problema della ricerca
come nucleo centrale della filosofia di Filone; le riflessioni sul problema
dell’ontologia.
PARADIGMI
Anno IX, n. 25, gennaio-aprile 1991
Schena Editore, Brindisi
Ricerca come ricontestualizzazione:
un’analisi antidualistica dell’interpretazione, di R. Rorty: testo di una conferenza
tenuta l’11 Dicembre 1990 presso il Dipartimento di Filosofia e Teoria delle Scienze
Umane dell’Università di Roma “La Sapienza”.
Uguaglianza e Potere, di E. Rambaldi: il
problema di un potere “buono” capace di
instaurare una possibile eguaglianza tra gli
uomini. Questo tema, oggetto di riflessione
fin dall’antichità, trova oggi un importante
punto di riferimento nel marxismo che, al
di là delle aberrazioni relative all’idea del
partito guida distruttore delle libertà formali fondamentali e del recente e conseguente crollo dei regimi di socialismo reale, presenta come tratto imprescindibile
una particolare concezione dell’uomo. A
partire dalla riflessione di Veca, Bobbio,
Rawls, von Hayek viene proposta la teoria
marxiana dell’individuo empirico-universale legata inscindibilmente a una teoria
della libertà individuale che, indipendentemente dalla presenza di una forte componente escatologica, fonda un’eguaglianza
basata sulle peculiarità di ciascun individuo e ne salvaguarda i diritti formali. Tutto
ciò parallelamente alla concezione
utopistica dell’”uomo nuovo” che si apre
ad una concezione autoritaria e “pedagogica” del potere.
La presenza del soggetto nella semiosi:
considerazioni peirceane, di P. Facchi.
La prova ed il potere. Saggio su Michel
Foucault, di L. Daddabbo: dalla crisi delle
tradizionali chiavi interpretative di
Foucault, strutturalismo ed “effetto politico”, alla nuova scoperta del versante filosofico della sua opera, centrato su una
ricerca sul soggetto, più precisamente sull’analisi del nesso soggettività/
assoggettamento, scomponibile nelle relazioni soggetto e linguaggio, soggetto e potere, soggetto e forza. Una riflessione che
prende le mosse da Hegel e Nietzsche, più
in particolare dalla distruzione
nietzscheiana della possibilità di integrazione del soggetto in una totalità e la scoperta della sua finitudine radicale. E’ in
questa prospettiva che viene riproposto un
excursus sulle principali opere del filosofo
francese.
Note sul convegno “Conoscenza e matematica” (Pavia, 11-12 Maggio 1989), di
RASSEGNA DELLE RIVISTE
V. M. Abrusci.
Wittgenstein: mente e linguaggio, di B.
Steri: nota su un convegno dedicato al
pensiero maturo di Wittgenstein, tenutosi a
Roma nel Novembre 1989.
Recenti studi su Franz Brentano, di M.
Sinatra: una rilettura del pensiero di
Brentano, la cui attualità è connessa non
solo all’importanza delle sue ricerche psicologiche e filosofiche, ma anche alla
rilevanza della sua riflessione nella genesi
della filosofia di Husserl e Heidegger. In
questa prospettiva vengono qui presi in
esame alcuni contributi storiografici italiani ed esteri comparsi nel corso dell’ultimo
decennio.
Sull’essenza del nichilismo. Leggendo Ernst
Jünger-Martin Heidegger, Oltre la linea,
di C. Esposito.
Nella sezione Università e Scuola compaiono i seguenti contributi:
Autonomia universitaria e meccanismo
concorsuale, di A. Ponzio.
La didattica della filosofia, di S. Belvedere
e G. Magistrale.
A proposito di Croce storico dell’estetica,
di P. D’Angelo.
pensiero filosofico e tempo, le scienze del
tempo, il tempo della storia, l’eternità.
Il cristallo, il pianto e la conciliazione.
Nota su Schubert nella filosofia della musica di Adorno, di A. Arbo.
FILOSOFIA
Claude Lévi-Strauss sull’arte. Rilettura di
un’esistenza, di R. Salizzoni.
AUT-AUT
n. 241, gennaio-febbraio 1991
La Nuova Italia, Firenze
Questo numero della rivista si occupa prevalentemente della figura di Edmond Jabès
e raccoglie le relazioni di un convegno
tenutosi a Napoli il 26 Aprile 1989 presso
l’Istituto Suor Orsola Benincasa e dedicato
all’ultima opera di Jabès dal titolo: Un
étranger, avec, sous le bras, un livre de
petit format (Gallimard, Paris 1989; trad.
it. di A. Folin, Uno straniero con, sotto il
braccio, un libro di piccolo formato, con
uno scritto di P. A. Rovatti, SE, Milano
1990).
Jabès, lo straniero, di A. Folin.
Lo straniero. Seconda conversazione con
Marcel Cohen (1989), di E. Jabès.
RIVISTA DI ESTETICA
Anno XXIX, n. 33, 1990
Rosemberg & Sellier, Torino.
A Edmond Jabès: un commento, di M.
Cacciari.
Tema della rivista: “Arte e tecnologia”.
Edmond Jabés: poeta dell’estraneità, di R.
Stamelman.
Lettera aperta di Max Pellegrini: documento di una poetica.
La scrittura del frammento. La teologia
apofatica di Edmond Jabès, di V. Vitiello.
Gli affetti come disturbi della percezione e
del pensiero, di R. Wiehl: prendendo le
mosse dall’etica di Spinoza e dalla filosofia
trascendentale di Kant, vengono sviluppati
alcuni aspetti di una teoria della razionalità
relativa alle classi degli affetti, delle percezioni, dei pensieri.
Il nome del libro e la sua assiomatica, di F.
Laruelle.
Gli specchi platonici e le metafore della
poesia, di R. Papini: la metafora platonica
dello specchio nel X Libro della Repubblica come metafora di una prassi poietica e
indagine critica sulle modalità e le possibilità della poesia.
Percorsi dell’assenza, di R. De Benedetti.
Tempo e melanconia: l’istante della visione nel pensiero poetico di William Blake, di
A. Fiori.
Ricognizione della Lebensphilosophie, di
M. Vozza: la filosofia della vita nella pluralità delle sue accezioni filosofiche; la
visione biologico-energetica nietzscheana,
ripresa anche da Bergson e Simmel,
l’accentuazione del vissuto interiore in
Dilthey: una panoramica critica.
Anno XLII, Fasc. 1, gennaio-aprile 1991
Mursia, Milano
Il linguaggio ideologico della rivoluzione,
di V. Mathieu: è il linguaggio una componente di un mutamento rivoluzionario?
Analisi dell’operatività del linguaggio rivoluzionario dalle prime e più antiche forme linguistiche al caso emblematico della
Rivoluzione francese.
Dire e ascoltare nella tipologia del
“sofista”, del”filosofo re” e del pensatore
socratico, di G. Marchetti: gli studi di filosofia del linguaggio hanno sempre ignorato i problemi relativi all’ascolto per dedicarsi esclusivamente ad evidenziarne la
valenza espressiva; fin dalla riflessione
greca il linguaggio è sempre apparso come
suono significante, espressione appunto,
ed ancor oggi appare questa la direzione
fondamentale delle ricerche. Esiste tuttavia, accanto alla considerazione del linguaggio come discorrere, anche una dimensione dell’ascolto: l’articolo si propone appunto di analizzare il problema dell’ascolto in rapporto a quello dell’espressione, facendo riferimento a tre diverse
accezioni del ruolo del filosofo nella tradizione filosofica: sofista, filosofo re,
pensatore socratico.
Sulla matrice della teoria della sostanza
nel Discorso di metafisica di Leibniz, di A.
Delcò: Il Discorso di metafisica rappresenta non tanto un’esposizione organica e integrale della filosofia leibniziana, quanto
una prima sistemazione della teoria della
sostanza, una sorta di matrice del sistema
completamente articolato e strutturato;
un’analisi dei contenuti dell’opera.
L’esilio, la parola, di A. Prete.
L’io straniero e il silenzio della parola, di
P. A. Rovatti.
Edmond Jabès: da un passaggio all’altro,
di S. Mosès.
Segue una nota bio-bibliografica curata da
E. Manfredotti.
Temporalità ed eterno presente nei Cahiers
di Valéry, di G. Polizzi: un itinerario tra le
varietà di tempo proposte da Valéry. Il
carattere proteiforme e frammentario dei
Quaderni e la stessa non linearità della
riflessione del filosofo-poeta permettono
di illuminare la sua concezione del tempo
attraverso nove chiavi di lettura: il tempo
del corpo, i sistemi viventi e la morte, la
temporalità psicologica, topologie comparate del sogno e della veglia, l’invenzione,
Dall’attualismo al tensionalismo, di A.
Simone: riproposta dell’attualismo
gentiliano in chiave tensionalista.
Cristianesimo tragico, cristanesimo ludico:
i due volti della fedeltà al Dio dialettico, di
M. Gargano: il cristianesimo tragico di
Pareyson, il cristianesimo non religioso di
Bonhoeffer, il cristianesimo ludico di Cox
e Moltmann: quale rapporto?
Per una nuova edizione della Epistola
lockiana sulla tolleranza, di M. Montuori.
NOVITA' IN LIBRERIA
NOVITA' IN LIBRERIA
AA. VV.
Die Französische Revolution
und klassische deutsche Philosophie
Akademie Verlag, Berlin aprile 1991
pp. 320, DM 38
AA.VV.
Guerra virtuale e guerra reale:
riflessioni sul conflitto del Golfo
Mimesis Edizioni, Milano
febbraio 1991.
pp. 94, L. 17.000
Testi di: M. Perniola, C. Formenti, P.
Dalla Vigna, T. Villani, F. Guattari,
AA.VV.
Il destino della famiglia nell’utopia
a cura di Arrigo Colombo
e Cosimo Quarta
Edizioni Dedalo, Bari marzo 1991
pp.452, £. 40.000
IL problema della famiglia, della sua
evoluzione, del suo futuro viene affrontato attraverso i grandi maestri dell’utopia e a fronte degli esiti della
sperimentazione utopica, l’esperienza
comunitaria. In questo quadro si apre
l’interrogativo se essa debba conservarsi nella sua individualità oppure
aprirsi alla comunione universale di
una società fraterna.
AA.VV.
Le grandi correnti
dell’estetica novecentesca
a cura di Maria Grazia Marchianò
Guerini e Ass., Milano giugno 1991
pp.466, £. 65.000
Il volume raccoglie gli atti di un convegno internazionale tenuto nel maggio
1990 dall’Università di Siena che ha
visto la partecipazione di studiosi di
quattordici paesi. Integrato da ulteriori
contributi che fanno il punto sulla riflessione estetica in corso in Oriente, il
libro costituisce una ricognizione critica a compasso aperto su scuole e protagonisti di questa branca moderna della
filosofia.
Albert, Hans
Traktat über kritische Vernunft.
J.C.B. Mohr, Tübingen aprile 1991
pp. 250, DM 80 (ed. ec. DM 19,80)
Il “manifesto” del razionalismo critico.
Pubblicato per la prima volta nel 1968,
più volte ristampato con migliorie e
aggiornamenti, viene ora riproposto in
un’edizione tascabile.
Albrecht, Erhard
Sprachphilosophie
Dt. Vlg. der Wissenschaften
Berlin marzo 1991
pp. 576, DM 55
Il tentativo di fornire un prospetto il più
completo possibbile della storia della
filosofia del linguaggio, dei moderni
concetti di semiotica, delle questioni di
strutture linguistiche e dell’interdi-pendenza di lingua e politica.
Alliez, Eric
Les Temps capitaux
1. Récits de la conquête du temps
prefaz. di Gilles Deleuze
Cerf, Paris aprile 1991
pp. 342, F 220
Interrogandosi sulla città greca, la scienza, l’arte bizantina, la civiltà bizantina
e feudale, l’autore ci fa partecipi dei
tentativi di padroneggiare il tempo fisico, psicologico, sociale, storico che va
di pari passo con i sistemi di pensiero e
l’economia.
Ambesi, Alberto Cesare
Scienze, Arti e Alchimia
Xenia Edizioni, Milano 1991
pp. 187, L.20.000
Lo scarto tra l’alchimia e la fisica moderna si misura sul carattere sapienziale
della prima, irriducibile al metodo sperimentale della seconda.
Anders, Günter
Uomo senza mondo.
Scritti sull’arte e la letteratura
Spazio Libri Editori, Ferrara 1991
pp. 235, L. 30.000
Raccolta di testi di critica artistica e
letteraria su Döblin, Brecht, Heartfield,
Broch e Grosz, di un filosofo “non
professionista”. Le sue analisi, frutto
dell’intr eccio fra il r adicalismo
marxiano e l’analitica heideggeriana,
conoscono oggi in Italia un momento di
fortuna, grazie anche all’impegno di
Anders per il pacifismo e contro la
catastrofe ecologica.
Aron, Raymond
Les articles du Figaro.
Tome I. La guerre froide, 1947-1955
Editions de Fallois, Parigi 1991
pp.1418, FF 350
La vastissima raccolta di editoriali apparsi sul “Figaro” e firmati da Aron nel
periodo della guerra fredda.
Aubenque, Pierre
Le Problème de l’être chez Aristote
PUF, Paris aprile 1991
pp. 560, F 70
Una riedizione in collana tascabile.
Bachmaier, H. - Fischer, E. P.
(a cura di)
Glanz und Elend der zwei Kulturen.
Über die Verträglichkeit
der Natur- und Geisteswissenschaften
Univ.-Vlg., Konstanz aprile 1991
pp. 264, DM 48
Badiou, Alain
Manifesto per la filosofia
Feltrinelli, Milano maggio 1991
pp.93, L. 18.000
Un manifesto arguto e vivace per sostenere la possibilità della filosofia nelle
condizioni concrete della nostra epoca.
A partire dalla proposizione di una categoria assolutamente nuova di verità
sottratta al sospetto nietzscheano e che
precede la formalizzazione linguistica,
Badiou polemizza con le posizioni che
riducono la filosofia ad un tecnicismo
logico-linguistico o ne decretano la
morte per una presunta consunzione del
criterio di verità.
Barbaras, Renaud
La Dimension
comme être du phénomène:
sur l’ontologie de Merleau-Ponty
J. Millon, Brignoud aprile 1991
pp. 392, F 155
Un tentativo di lettura e una valutazione dell’«intra- ontologia» di MerleauPonty, scomparso nel 1961 lasciando
incompiuta un’opera essenziale che
doveva fissare il significato ultimo delle sue precedenti ricerche, che sono alla
base di numerose correnti della filosofia contemporanea.
Barbera, Sandro
Goethe e il disordine.
Una filosofia dell’immaginazione
Marsilio, Venezia marzo 1991.
pp.160, £. 24.000.
Una analisi della struttura filosofica
sottesa al mondo politico di Goethe. In
particolare del concetto di immaginazione e del modo con cui, attraverso di
esso, si fonda la dialettica tra salvezza e
catastrofe, tra ordine e disordine, ragione e passione, le polarità fondamentali
dell’universo poetico del grande tedesco.
Barrett, T. H.
Li Ao: Buddhist, Taoist
or Neo-confucian?
Oxford UP, Oxford marzo 1991
pp. 192, £ 20
Il pensiero di Li Ao, generalmente riconosciuto come precursore del
Neoconfucianesimo, si continua a ritenere sia stato influenzato dal
Buddhismo. Le ragioni storiche della
reputazione di cui gode Li Ao vengono
esaminate a precedere una serrata analisi di Fu-hsing shu, il lavoro che ha
esercitato la maggiore influenza sul
Neoconfucianesimo primitivo.
Barth, Bernhard
Schellings Philosophie der Kunst.
Göttliche Imagination
und ästhetische Einbildungskraft
Alber, Freiburg aprile 1991
pp. 250, DM 68
Bauman, Zygmunt
Modernity and Ambivalence
Blackwell, Oxford aprile 1991
pp. 304, £ 35
Il declino delle fedi tradizionali non è
stato coronato da un credo universalmente accettato nella razionalità.
Bauman esamina le ragioni di questo
fallimento.
Benjamin, Andrew (a cura di)
The Problems of Modernity
Routledge, London marzo 1991
pp. 232, £ 9,99
Questa raccolta riunisce i lavori di diversi filosofi contemporanei dell’area
della filosofia europea radicale nel tentativo di analizzare i problemi della
modernità e della postmodernità. Gli
argomenti trattati spaziano dall’arte, la
letteratura e la musica, al femminismo
e al giudaismo.
Bertolini, Meletti Mara
Il Pensiero e la Memoria.
Filosofia e psicologia nella “Revue
Philosophique” di Théodule Ribot
Franco Angeli, Milano aprile 1991
pp.464, L. 40.000.
Bigelow, J. - Pargetter, R.
Science and Necessity
Cambridge UP, Cambridge
marzo 1991
pp. 448, £ 35
Il libro espone una teoria innovativa del
realismo scientifico in cui si dà il giusto
peso alla logica e alla matematica.
Biser, Eugen
Glaubenprognose. Orientierung
in postsäkularistischer Zeit
Verlag Styria, Graz/Wien/Köln
aprile 1991
pp. 400, DM 59 - ÖS 420
La determinazione critica della posizione di un grosso pensatore del nostro
tempo e la nostra situazione nell’ambito della fede.
Bobbio, Norberto
Una guerra giusta?
Sul conflitto del Golfo
Marsilio, Venezia marzo 1991.
pp.96, £. 10.000
Gli articoli, le interviste ed i discorsi
pronunciati dal filosofo torinese con
l’intento di chiarire due domande fondamentali sul conflitto del golfo: questa
guerra si poteva fare? E, posto che si
potesse fare, si doveva fare?
NOVITA' IN LIBRERIA
Bohlmann, Otto
Conrad’s Existentialism
Macmillan Press, Londra marzo 1991
pp. 256, £ 35
Questo studio degli aspetti filosofici
dei racconti di Conrad prova una forte
inclinazione esistenzialista degli stessi,
che prefigura numerosi concetti centrali del modernismo del XX secolo. L’autore rivela come l’opera narrativa di
Conrad sia ricca di idee derivate da
Sartre, Camus e Nietzsche.
Bohnen, A. - Musgrave, A. (a cura di)
Wege der Vernunft. Festschrift
zum 70. Geburtstag von Hans Albert
J.C.B. Mohr, Tübingen aprile 1991
pp.319, DM 98
Il volume propone con i suoi molteplici
contributi un’ampia panoramica sulle
idee di fondo e l’uso della filosofia del
razionalismo critico.
Bonetti, Paolo
L’etica di Croce
Laterza, Bari marzo 1991
pp.167, L. 32.000
Dell’etica crociana, rivisitata nella convinzione di una sua attualità, viene evidenziato il legame in essa sottolineato
fra l’uomo e il mondo; la moralità non
consiste nell’isolamento, ma nella
pulsione verso l’azione e la storia.
Borghi, Giuliano
La politica e la tentazione tragica.
La “modernità” in Macchiavelli,
Montaigne e Gracian
Franco Angeli, Milano aprile 1991
pp.200, L. 25.000
Una fenomenologia del “tragico” in
un’analisi che ne discute i temi fondamentali, le motivazioni etiche e politiche e le ragioni della sua attualità.
Bornet, Gérard
Naive Semantik und Realismus.
Eine sprachphilosophische Untersuchung der Frühphilosophie von
Bertrand Russell
(1903-1904)
Haupt, Bern/Stuttgart aprile 1991
pp. 315, DM 58 - Frs 48
Bottani, Andrea - Penco, Carlo
(a cura di)
Significato e Teorie del linguaggio
Franco Angeli, Milano 1991
pp.285, L. 38.000
Panoramica, attraverso una raccolta di
saggi a livello specialistico sullo stato
attuale della filosofia del linguaggio.
Oltre agli ultimi sviluppi del filone
modellistico, vengono presi in esame
gli approcci alternativi a esso, quali le
semantiche procedurali e la semantica
situazionale. Ciascun saggio è introdotto da una breve presentazione sulla
posizione dell’autore e sulla sua collocazione nel dibattito contemporaneo.
Bouillon, Hardy
Ordnung, Evolution und Erkenntnis.
Hayeks Sozialphilosophie
und ihre erkenntnistheoretische
Grundlage
J.C.B. Mohr, Tübingen aprile 1991
pp. 160, DM 98
L’ordine spontaneo e l’evoluzione culturale sono elementi centrali della filosofia sociale di Hayek. Se ne scopre il
pieno significato solo nel contesto della
teoria della conoscenza di Hayek, che
porta con sé anche alcune implicazioni
di teoria della scienza.
Brandt, Reinhard
Die Urteilstafel. Kritik
der reinen Vernunft A 67-76; B 92-201
Meiner, Hamburg aprile 1991
pp. 129, DM 48
Questo saggio poco compreso su un
problema centrale della sistematica della
Critica della ragion pura offre una deduzione basata direttamente sul testo
della completezza delle tavole del giudizio kantiane.
Braudel Fernand
Scritti sulla storia, II
Il Saggiatore, Milano aprile 1991
pp. 285, L. 50.000
“La mia formazione di storico”, del
1972,chetocca alcuni temi della
metodologia storiografica della scuola
degli Annales, funge da presentazione a
tre saggi sui “Prezzi in Europa dal 1450
al 1750”, su Carlo V e su Filippo II.
Bubner, R. - Cramer, K. - Wiehl, R.
- Hartmann, Kl. - Recki, B.
Metaphysik und Erfahrung
Vandenhoeck & Ruprecht
Göttingen marzo 1991
pp. 171, DM 48
Bubner, Rüdiger - Cramer, Konrad Wiehl, Reiner - Hartmann, Klaus Recki, Birgit (contributi di)
“Neue Hefte für Philosophie” 30/31:
Metaphysik und Erfahrung
Vandenhoeck & Ruprecht
Göttingen/Zürich aprile 1991
pp. 171, DM 48
Buckle, Stephen
Natural Law and the Theory of Property
Clarendon Press, London
marzo 1991
pp. 344, £ 35
Offre una prospettiva storica delle filosofie politiche di Locke e Hume, individuando elementi di continuità nello sviluppo della teoria politica del XVII e
XVIII secolo. Sostiene che la teoria del
senso morale di Hume fu un tentativo di
puntellare la legge naturale con un’adeguata psicologia morale.
Budd, Malcolm
Wittgenstein’s Philosophy
of Psychology
Routledge, London marzo 1991
pp. 208, £ 9,99
Un resoconto sul concetto di filosofia
della psicologia in Wittgenstein, che
illustra la strada intrapresa da
Wittgenstein per spiegare come gli eccessi di dualismo e comportamentismo
potessero evitati senza fare ricorso al
materialismo.
Buhr, M. - Losurdo, D.
Fichte: die Französische Revolution
und das Ideal vom ewigen Frieden
Akad. Verlag, Berlin aprile 1991
pp. 139, DM 38
Burkert, Walter
Mito e rituale in Grecia
trad. it. di Maria Rosaria Falivene
Laterza, Bari maggio 1991
pp.290.
Cassirer, Ernst - Couturat, Louis
Kant e la matematica
a cura di C. Savi
Guerini e Associati, Milano
marzo 1991
pp. 144 L. 22.000.
I testi raccolti nel volume sono un articolo di Louis Couturat del 1904, La
filosofia della matematica di Kant, e
uno di Ernst Cassirer del 1907, Kant e
la moderna matematica. Il confronto
fra Couturat e Cassirer su Kant presuppone quello su Leibniz. Nel 1903
Couturat, d’accordo in ciò con Bertrand
Russell, aveva accusato Cassirer di aver
letto Leibniz attraverso la prospettiva
kantiana, e di non avere con ciò compreso né la specificità della logica
leibniziana, né la sua importanza per la
logica matematica contemporanea;
Cassirer non aveva compreso, soprattutto, l’inconciliabilità dell’una e dell’altra con i presupposti della dottrina
kantiana della matematica. La discussione non fu infeconda, almeno per
Cassirer: in seguito all’accusa, neppur
troppo velata, di essere arrivato per
ignoranza della logica matematica all’identificazione fra gnoseologia e logica, Cassirer riformulò il problema del
rapporto tra la logica formale e la logica
intesa, kantianamente, come teoria della conoscenza.
Cavada, Eduardo - Connor, Peter Nancy, Jean-Luc (a cura di)
Who Comes after the Subject?
Routledge, London marzo 1991
pp. 256, £ 9,99
Offre un’ampia indagine sul pensiero
contemporaneo francese riguardo alla
questione del «soggetto» così come viene studiato in campo filosofico, politico, storico e psicanalitico. Filosofi francesi del calibro di Deleuze, Derrida,
Lyotard, Nancy, Descombes, Kofman
e Balibar presentano le loro considerazioni circa il soggetto.
Clark, Maudemarie
Nietzsche on Truth and Philosophy
Cambridge UP, Cambridge aprile 1991
pp. 220, £ 25 (ed. ec. £ 10)
Un resoconto analitico di tutti gli argomenti centrali dell’epistemologia e della metafisica di Nietzsche, tra cui le sue
idee sulla verità e sul linguaggio, il suo
prospettivismo e le sue dottrine sulla
volontà di potenza e sull’eterno ritorno.
Condrau, Gion
Der Mensch und sein Tod.
Certa moriendi condicio
Kreuz-Verlag, Stuttgart aprile 1991
pp. 480, DM 98
Un classico riccamente illustrato sugli
aspetti religiosi, psicologici, storico contemporanei e artistici della morte.
Cothey, A.L.
The Nature of Art
Routledge, London aprile 1991
pp. 224, £ 35
Un resoconto sistematico delle principali idee filosofiche sull’arte e sull’estetica, dall’antichità ai giorni nostri, che
propone una nuova teoria della soddisfazione estetica e dell’abilità artistica
che spiega anche come mai le esperienze estetiche non possono essere descritte completamente dalla parola.
Crowther, Paul
The Kantian Sublime
Clarendon Press, London marzo 1991
pp.192, £ 9,95
Una monografia dedicata esclusivamente alla teoria del sublime del filosofo
tedesco, argomento che sta suscitando
un rinnovato interesse tra i filosofi europei in relazione al dibattito sulla natura del postmodernismo.
D’Alfonso Ernesto - Franzini, Elio
Metafora Mimesi Morfogenesi Progetto.
Un dialogo tra filosofi e architetti
Guerini e Associati, Milano
maggio 1991
pp.144, L. 22.000
Nel dialogo tra architettura e filosofia è
comune la tensione verso il
disvelamento di una “legge delle cose”
che permetta di comprendere il senso
oggettivo e intersoggettivo, di “piacere” e di “fruizione” di tutte gli oggetti
distribuiti nelle dimensioni dello spazio. In questo contesto il dialogo non è
quindi semplicemente esercizio di una
generica “tolleranza” ma reciproco insegnamento finalizzato a un comune
progetto.
Devereux, Daniel - Pellegrin, Pierre
Biologie, logique et métaphysique
chez Aristote
Ed. du CNRS, Paris aprile 1991
pp. 536, F 370
Contributo alla rilettura contemporanea dell’opera di Aristotele.
Dietzsch, Steffen
Dimensionen
der Transzendentalphilosophie.
Studien zur Entwicklung
der klassischen
deutschen bürgerlichen Philosophie
Akademie Verlag, Berlin aprile 1991
pp. 290, DM 48
Dobmeier, G. (a cura di)
Angst vor der Technik Vertrauen die Schöpfung?
Techniker und Theologer im Dialog
Pfeiffer, München aprile 1991
pp. 128, DM 19,80
Düffel, Johann von
Intentionalität als Absichtlichkeit.
Erkenntnistheoretische
Untersuchungen im Rahmen eines
einheitlichen
Grundverständnisses von Subjektivität
Kohlhammer, Stuttgart marzo 1991
pp. 134, DM 49,80
Dufrenne, Mikel
L’Oeil et l’Oreille
J.M. Place, aprile 1991
pp. 208, F 140
Sostenere l’importanza dell’orecchio di
fronte all’importanza data all’occhio e
proporre l’idea di un «transen-sibile»,
che sarebbe la radice comune del visibile e dell’udibile.
Dümpelmann, L. - Hüntelmann, R.
Sein und Struktur.
Eine Auseinandersetzung
der Phänomenologien Heideggers
und Rombachs
Centaurus Vlg., Pfaffenweiler marzo
1991
pp. 184, DM 38
Ebeling, Hans
Martin Heidegger.
Philosophie und Ideologie
Rowohlt, Reinbek aprile 1991
DM 17,80
L’allievo di Heidegger Ebeling si addentra nel rapporto fra filosofia e ideologia in Heidegger, dentro e fuori dall’impasse difficilmente sopportabile che
affligge la filosofia contemporanea.
Eibl-Eibesfeldt, Irenäus
Fallgruben der Evolution.
Der Mensch zwischen Natur und Kultur
Picus Verlag, Wien marzo 1991
NOVITA' IN LIBRERIA
pp. 66, DM 14,80 - ÖS 98,00
Conferenza tenuta nel municipio di
Vienna; edizione condotta sui manoscritti integrati e aggiornati dall’autore.
Engelhardt, Hugo Tristram jr.
Manuale di bioetica
introduzione di Umberto Veronesi
Il Saggiatore, Milano maggio 1991
pp. 452, L. 70.000
Autonomia, beneficenza, proprietà, autorità sono i principi-guida che servono
a Engelhardt per definire il concetto di
“pesona”, sulla cui base egli poi affronta alcuni problemi cruciali dell’etica
della medicina.
Engin-Deniz, Egon
Vergleich des Utilitarismus
mit der Theorie der Gerechtigkeit
von John Rawls
Tyrolia Vlg., Innsbruck marzo 1991
pp. 208, DM 29 - ÖS 264,00
Ernst, Germana
Religione, ragione e Natura
Ricerche su Tommaso Campanella
e il tardo Rinascimento
Franco Angeli, Milano aprile 1991
pp. 296, L. 36.000
Alcuni aspetti centrali della filosofia di
Campanella, sono tematizzati nel saggio che mette in rilievo i rapporti tra
l’opera di Campanella ed il pensiero di
altri autori contemporanei, quali Della
Porta, Cardano, Vanini e lo stesso
Galileo.
Eurich, Claus
Die Megamaschine. Vom Sturm
der Technik auf das Leben
und Möglichkeiten des Widerstands
Luchterhand, Neuwied marzo 1991
pp. 240, DM 16,80
Le nuove tecnologie minacciano sempre più la nostra vita. Claus Eurich
elabora un’etica della responsabilità per
una resistenza di successo.
Fallot, Jean
L’Angoisse devant la mort: journal
Presses Universitaires de Lille
Lille aprile 1991
pp. 335, F 120
L’autore, cresciuto con i filosofi occidentali, grande conoscitore della cultura italiana e dei maestri dell’Estremo
Oriente, medita sul proprio caso.
Festugière, Jean-André
Ermetismo e mistica pagana
Il Melangolo, Genova marzo 1991
pp. 336
Il volume si articola in tre parti, la prima
dedicata alla tradizione ermetica vera e
propria, la secondo all’astrologia ed
una terza all’alchimia. Ha il pregio di
rendere accessibile al lettore un mondo
del passato tra i più affascinanti e misteriosi. L’autore coniuga in quest’opera
la sua strordinaria dottrina a una singolare capacità di esporre temi e argomenti complessi e difficili.
Figal, G. - Sieferle, R.-P. (a cura di)
Selbstverständnisse der Moderne.
Formationen der Philosophie, Politik,
Theologie und Ökonomie
Metzler, Stuttgart marzo 1991
pp. 160, DM 32
Figal, Günther
Das Untier und die Lebe.
Sieben platonische Essays
Metzler, Stuttgart marzo 1991
pp. 120, DM 32
Filipuik, Marion - Laine, Michael Robson, John M. (a cura di)
Collected Works of John Stuart Mill:
vol. 32. Additional Letters
Routledge, London marzo 1991
pp.496, £ 80
Contiene la trascrizione completa delle
375 lettere scritte da John Stuart Mill.
Tra i momenti più importanti della collezione vanno citati la serie di lettere a
Henry Cole, la corrispondenza con
Theodor Gomperz, traduttore di Mill in
Germania, e una corrispondenza interna dalla Compagnia delle Indie Orientali, che getta luce sulla carriera di Mill.
Fischer, E. P. (a cura di)
Auf der Suche
nach der verlorenen Sicherheit
Piper, München aprile 1991
pp. 177, DM 16,80
Intervengono a questo primo volume
sul tema della “sicurezza perduta”: un
filosofo (H. Lübbe), un teorico della
scienza (G. Vollmer), un biologo
molecolare (W. Schaffner), un esperto
di ricerche tecnologiche (G. Ropohl) e
un teologo (F. Böckle).
Fleischer, Margot
Die Zeitanalyse in Heideggers
Sein und Zeit. Aporien, Probleme
und ein Ausblick
Königshausen & Neumann
Würzburg marzo 1991
pp. 74, DM 28
Fontenelle, Bernard Le Bovier de
Entretiens sur la pluralité des mondes
prefaz. di François Botte
Ed. de l’Aube, Paris marzo 1991
pp. 138, F 89
La grande novità del libro di Fontenelle
(1657-1757) sta nella relazione molto
originale che mette in scena tra il sapere
e l’urbanità.
Fornari, Fabrizio
Essere ed evento in Heidegger
Franco Angeli, Milano aprile 1991
pp. 200, L. 25.000
La “svolta” del pensiero heideggeriano
oltre l’interruzione-fallimento di Essere e tempo.
Forum für Philosophie
Bad-Homburg
(a cura di)
Übergang. Untersuchungen
zum Spätwerk Immanuel Kants
Klostermann, Frankfurt aprile 1991
pp.250, DM 68
Negli ultimi anni di vita, Kant abbozzò
la stesura dell’opera Passaggio degli
elementi metafisici fondamentali della
scienza naturale alla fisica, con la quale
si proponeva di turare quella che lui
riteneva una falla fra la filosofia
trascendetale e la fisica empirica. Il
volume raccoglie i saggi per chi in
questo momento è impegnato nella ricerca sull’opera postuma di Kant.
Fox, Warwick
Toward a Transpersonal Ecology:
Developing New Foundations
for Environmentalism
Century Stationery (Random)
London marzo 1991
pp.328, £ 7,99
Filosofia dell’ambiente, o ecofilosofia,
un nuovo indirizzo in campo filosofico
che costituisce un radicale cambiamento rispetto all’antropocentrismo che ha
informato le principali correnti filoso-
fiche occidentali sin dai tempi della
Grecia classica.
ne etico-politica di Aristotele nella storia del pensiero occidentale.
Franz, Herbert
Auf dem Weg
zu einem ganzheitlichen Weltbild
Böhlau, Wien/Köln aprile 1991
pp. 149, DM 34 - ÖS 240
L’autore analizza l’avvicinamento di
scienze naturali e scienze dello spirito
ancora da verificare, un superamento
che si va delineando della rottura
cartesiana. Gli elementi teologici rappresentano un aspetto particolare della
ricerca nella concezione scientifico naturale moderna.
Gondicas, Myrto (a cura di)
Epictète. Ce qui dépend de nous:
manuel et entretiens
trad. dal greco di Myrto Gondicas
Arléa, Paris marzo 1991
pp. 203, F 95
L’essenziale dell’insegnamento di
Epitteto così come venne raccolto da
uno dei suoi discepoli. Annesso vi è
l’Entretien de Pascal avec M. de Sacy,
dove l’autore dei Pensieri mette a confronto l’insegnamento di Epitteto con
quello di Montaigne.
Fulda, H. Fr. - Holz, H. H. Pätzold, D.
Perspektiven auf Hegel
Dinter, Köln marzo 1991
pp. 96, DM 24,80
Gräfrath, Bernd
“Moral Sense” und praktische
Vernunft.
David
Humes
Ethik
und
Rechtsphilosophie
Metzler, Stuttgart aprile 1991
pp. 196, DM 58
Garelli, Jacques
Rythmes et mondes:
au revers de l’identité et de l’altérité
J. Millon, Brignoud aprile 1991
pp.384, F 165
Discussione circa la situazione dell’individuo, cosa o persona, nei suoi processi di formazione in seno a una totalità, secondo una quadruplice dimensione: storica, epistemologica, tecnica
e artistica.
Gava, Giacomo
Scienza e Filosofia della coscienza
Franco Angeli, Milano maggio 1991
pp. 240, L. 30.000
Il volume presenta le principali concezioni di neuroscienziati, studiosi del
comportamento animale e dell’intelligenza artificiale, di psicologi e di filosofi che si sono particolarmente dedicati al problema della coscienza. Viene
messo particolarmente in rilievo il ruolo guida svolto nell’ambito delle neuroscienze dalla teoria dell’identità, evidenziando i pericoli insiti nell’ambiguità di usi e significati attribuiti spesso
al termine coscienza.
Geach, P. (a cura di)
Logic and Ethics
Kluwer Academic Publ.
Dordrecht marzo 1991
pp. 320, Dfl 180
Gethmann, C.Fr. (a cura di)
Lebenswelt und Wissenschaft.
Studien zur Verhältnis von Phänomenologie und Wissenschaftstheorie
Bouvier, Bonn marzo 1991
pp. 350, DM 86
Goetz, Georg
Philosophie und Judentum. Vorträge
und Aufsätze aus den Jahren 19241968.
(Im Auftrag des Internationalen
Constantin-Brunner-Instituts
herausgegeben.)
Hansa-Vlg, Husum aprile 1991
pp. 218, DM 17,80
Gomez Muller, Alfred
Chemins d’Aristote
Editions du Félin, Paris 1991
pp. 163, Fr. 110
Un’introduzione al pensiero di
Aristotele in cui l’autore presenta alcune delle principali linee tematiche dell’opera del pensatore greco (logica,
ontologia, metafisica, etica e politica).
La parte conclusiva (“Libertà e schiavitù”), segue alcune tracce della riflessio-
Grondin, Jean
Einführung
in die philosophische Hermeneutik
Wiss. Buchges., Darmstadt aprile 1991
pp. 229, DM 36
Hablicher, Alfred
Reich Gottes als Thema des Denkens
bei Kant. Entwicklungsgeschichtliche
und systematische Studie
zur kantischen Reich-Gottes-Idee
Grünewald, Mainz marzo 1991
pp. 304, DM 48
Hammer, Thomas
Einheit und Vielheit
bei Heraklit von Ephesus
Königshausen & Neumann
Würzburg aprile 1991
pp. 224, DM 48
Hastedt, Heiner
Aufklärung und Technik.
Grundprobleme einer Ethik
der Technik
Suhrkamp, Frankfurt/M. aprile 1991
pp. 340, DM 44
Il lavoro si propone, davanti alla marea
di scritti pubblicati negli ultimi anni
che danno alla valutazione della tecnica
un carattere da tema di moda, una solitaria fermezza di visuale e una
sistematizzazione che rendano plausibile un programma illuministico.
Hecht, H. (a cura di)
Gottfried Wilhelm Leibniz
im philosophischen Diskurs
über Geometrie und Erfahrung
Akademie Vlg., Berlin marzo 1991
pp. 220, DM 58
Il volume di saggi è dedicato ai temi
cruciali dello sviluppo della filosofia e
della scienza nei secoli XVII e XVIII,
che strutturavano attraverso l’interpretazione filosofica della geometria la
discussione sul metodo da Cartesio a
Kant.
Hemecker, Wilhelm W.
Vor Freud. Philosophiegeschichtliche
Voraussetzungen der Psychoanalyse
Philosophia, Wien aprile 1991
pp. 208, DM 68
Henning, Kl. - Bitzer, A.
Ethische Aspekte
von Wirtschaft und Arbeit
BI Wissenschaftsvlg.
Mannheim/Wien/Zürich aprile 1991
pp. 184, DM 19,80
NOVITA' IN LIBRERIA
Hennis, Wilhelm
Il problema Max Weber
Laterza, Bari 1991
pp. 267, L. 44.000
Sulla base di importanti manoscritti inediti, Hennis propone un’interpretazione radicalmente nuova di Weber che va
oltre alla tradizionale collocazione di
classico della sociologia, e lo riconduce
alla sua problematica di fondo che è più
ampia, etico-pedagogica ed antropologica.
Henry, Michel
Marx
1. Une Philosophie de la réalité (II vol)
Gallimard, Paris aprile 1991 F 75
Svela l’intuizione fondante dell’opera
di Marx: la soggettività corporale dell’individuo, che definisce al tempo stesso la sua esistenza e la sua condizione di
lavoratore.
2. Une Philosophie de l’économie F 75
Una fenomenologia della vita concreta
costituisce in Marx la messa a nudo di
tutto il sistema e il principio unitario
della sua spiegazione. Il valore è prodotto esclusivamente dal lavoro vivo. Il
destino del capitale è dunque quello
della prassi soggettiva dell’individuo.
Herbrand, S. - Khaled, S.
Geschlechterdifferenz.
Zur Feminisierung
des philosophischen Diskurses
Centaurus Vlg., Pfaffenweiler aprile
1991
pp. 140, DM 28
Hoffmann, Daniel
Die Erkenntnis auf dem Weg
zur Vollkommenheit. Wunderwissen
und Gotteserkenntnis
in Maimonides More Nebuchim
W. Fink, München marzo 1991
pp. 120, DM 48
Hoffmann, Ernst
Il linguaggio e la logica arcaica
Spazio Libri Editori, Ferrara 1991
pp. 182, L. 24.000
Dopo che, con Pitagora ed Eraclito,
l’oggetto della filosofia non è più solo il
mondo, ma il discorso dell’uomo sul
mondo, la dicibilità e l’intelligibilità
razionali di quest’ultimo sono diventate un problema; anzi, il problema della
filosofia. E’ la prima traduzione italiana di un testo ormai classico del 1925,
che tocca le questioni epocali della metafisica riguardanti logos, mondo, verità.
Holderegger, A. (a cura di)
Ethik der Medienkommunikation.
Grundlagen
Herder, Freiburg aprile 1991
pp. 160, DM 29,80
Hölz, Bernhard
Tractatus poetico-philosophicus.
Über Simulation
Vlg. Die Blau Eule, Essen marzo 1991
pp. 72, DM 19
Holz, Norbert
Eine kurze Geschichte des Scheins
W. Fink, München marzo 1991
pp. 138, DM 28
Le odierne tecnologie di simulazione
mettono in discussione la differenza
tradizionale fra reale e immaginario. Il
libro di Bolz parte da qui per una
ridefinizione filosofica del rapporto fra
essere e apparire.
Hösle, Vittorio
Philosophie der ökologischen Krise.
Moskauer Vorträge
C.H. Beck, München aprile 1991
pp. 136, DM 16,80
Hösle ricava le conseguenze etiche, economiche e politiche dalla crisi ecologica ed espone alcuni provvedimenti concreti per fondare un’economia di mercato ecologico-sociale.
Hotman, François
La Gaule française: 1574
Fayard, Paris aprile 1991
pp. 185, F 130
Celebre giureconsulto, F. Hotman professava la religione riformata e venne
salvato dai suoi studenti all’epoca degli
avvenimenti di San Bartolomeo. Insegnò diritto a Berruyer, poi si ritirò a
Ginevra e a Basilea. La sua opera mette
in discussione l’assolutismo monarchico sostenendo che in Francia la monarchia dev’essere elettiva e non ereditaria.
Humboldt, Wilhelm von
La diversità delle lingue
a cura di Donatella di Cesare
Laterza, Bari aprile 1991
pp. 380.
Iser, Wolgang
Das Fiktive und das Imaginäre.
Perspektiven literarischer
Anthropologie
Suhrkamp, Frankfurt/M. aprile 1991
pp. 360, DM 44
Se l’uomo è in grado di rivelarsi a se
stesso solo attraverso le possibilità del
proprio io, senza consumarle nella
pragmatica di volta in volta dominante
del compimento della vita, allora la
finzione letteraria si dimostra una necessità antropolgica. Quindi solo mettendo in scena realtà che non sono disponibili per l’uomo si può attraversare
questo confine.
Ishiguro, Hide
Leibniz’s Philosophy of Logic
and Language
Cambridge UP, Cambridge aprile 1991
pp.240, £ 28
Per questa nuova edizione, l’autore ha
aggiunto capitoli nuovi su infinitesimali e condizionali, tenendo conto
delle critiche alla prima edizione.
Jacquette, Dale
Meinongian Logic. The Semantics
of Existence and Nonexistence
Philosophia Vlg, München marzo 1991
pp. 332, DM 148
Jankélévitch, Vladimir Berlowitz, Béatrice
Quelque part dans l’inachevé
Gallimard, Paris marzo 1991
Jaspers, Karl
Nachlaß zur Philosophischen Logik
A cura di H. Saner e M. Hänngi
Piper, München marzo 1991
pp. 560, DM 128
Karl Jaspers riuscì a completare solo il
primo volume della sua opera principale, la Logica filosofica. Hans Saner, il
curatore del lascito jaspersiano, e Marc
Hänngi hanno ricostruito gli altri volumi progettati sulla base degli appunti di
Jaspers: una teoria della categorie, una
teoria del metodo e una teoria della
scienza.
Johnson, Lawrence E.
A Morally Deep World.
An Essay on Moral
Significance and Environmental Ethics
Cambridge UP, Cambridge marzo 1991
pp. 304, £ 25
L’autore sostiene che gli animali non
umani e gli ecosistemi stessi siano essere significativi da un punto di vista
morale, con interessi e diritti.
Johnston, Paul
Wittgenstein and Moral Philosophy
Routledge, London marzo 1991
pp. 254, £ 9,99
Applicazione del metodo di esame dei
problemi filosofici di Wittgenstein ad
alcune delle questioni centrali della filosofia morale. L’autore esamina problemi come la possibile presenza di
verità nell’etica, e di cosa realmente
significhi l’obiettività in questo contesto.
Jolivet, Jean - Kaluza, Zénon Libera, Alain (a cura di)
Hommage à Paul Vignaux
(1904-1987):
lectionum varietates
prefaz. Charles Pietri
Vrin, Paris aprile 1991
pp. 342, F 375
Vecchi studenti, amici e collaboratori
stretti ringraziano il loro maestro in
materia di storia della filosofia e teologia medievale, con studi dedicati agli
autori o ai problemi alla cui lettura
erano stati avviati.
Jonas, Hans
Il diritto di morire
Il Melangolo, Genova marzo 1991.
pp. 64.
IL diritto di morire al quale Jonas si
riferisce in questo saggio non ha a che
fare con la scelta di un soggetto attivo il suicidio - bensì con la situazione del
paziente moribondo, artificialmente tenuto in vita dalle tecniche della medicina. Il riconoscimento del diritto di vivere come fonte di tutti i diritti, correttamente inteso contempla anche il diritto
di morire.
Jung, Carl G.
Psicoanalisi e psicologia analitica
Bollati Boringhieri, Torino aprile 1991.
pp. 340, L. 90.000.
Il terzultimo volume delle opere di Jung
raccoglie le lezioni universitarie tenute
dallo psichiatra zurighese: I fondamenti della psicologia analitica e La vita
simbolica, un saggio di divulgazione
teorica: Simboli e interpretazione dei
sogni e due brevi scritti sulla persona e
sulle teorie di Freud.
Kain, Philip J.
Marx and Ethics
Clarendon Press, London marzo 1991
pp.232, £ 10,95
Questo studio traccia lo sviluppo dell’etica in Karl Marx con i mutamenti e
i cambiamenti che essa subì durante i
diversi periodi della sua vita.
Kant, Immanuel
Bemerkungen in den Beobachtungen
über das Gefühl des Schönen und
Erhabenen
a cura di Marie Rischmüller
Meiner, Hamburg aprile 1991
pp. 294, DM 86
Kenny, Neil
The Palace of Secrets. Beroalde
de Verville and the Transformation
of Renaissance Encyclopaedism
Oxford UP, Oxford marzo 1991
pp. 306, £ 30
Kinter, Achim
Rezeption und Existenz. Untersuchungen
zu Sören Kierkegaards Entweder-Oder
Lang, Frankfurt/Bern aprile 1991
pp. 142, DM 48
Kirwan, Christopher
Augustine
Routledge, London marzo 1991
pp.224, £ 10,99
Un’indagine critica del pensiero filosofico di Sant’Agostino, che prende in
esame i suoi scritti su temi di grande
rilievo come lo scetticismo, la natura
dell’uomo, l’universo e la creazione, il
problema del rapporto tra il corpo e la
mente, la natura del tempo, e il problema del libero arbitrio.
Klein, Richard
Solidarität mit Metaphysik. Ein Versuch
über die musikphilosophische
Problematik
der Wagner-Kritik Theodor W. Adornos
Königshausen & Neumann
Würzburg aprile 1991
pp. 401, DM 86
Köchler, Hans
Politik und Theologie bei Heidegger.
Politischer Aktionismus und theologische Mystik nach Sein und Zeit
Arbeitsgem. f. Wiss. u. Politik,
Innsbruck aprile 1991
pp. 50, DM 15 - ÖS 100
Kondylis, P. (a cura di)
Der Philosoph und die Lust
Suhrkamp, Frankfurt aprile 1991
pp. 170, DM 28
Koselleck, Reinhardt Maier, Christian
Progresso
Marsilio Editori, Venezia maggio 1991
pp. 130, L. 20.000
La voce “Progresso”, quasi interamente redatta dallo stesso Koselleck, è forse
l’esempio più controverso della
problematicità dei concetti della teoria
politica nel mondo attuale. Lo scritto
traccia una storia dell’idea di progresso
dall’antichità greca ai nostri giorni, dove
si presenta come un’idea precaria, addirittura difficilmente sostenibile, punto critico di ogni concezione lineare e
finalistica del processo storico.
Kozlowski, Richard
Die Aporien der Intersubjektivität.
Eine Auseinandersetzung mit Edmund
Husserls Intersubjektivitätstheorie
Königshausen & Neumann
Würzburg marzo 1991
pp. 314, DM 58
Kühlewind, Georg
Vom Umgang mit der Anthroposophie
Vlg. Freies Geistesleben
Stuttgart marzo 1991
pp. 67, DM 19
Kühn, Rolf
Sinn-Sein-Sollen. Beiträge
zu einer phänomenologischen
Existenzanalyse in Auseinandersetzung
mit dem Denken Viktor E. Frankls
Junghens, Cuxhafen marzo 1991
pp. 197, DM 35
Kunna, Ulrich
NOVITA' IN LIBRERIA
Das “Krebgeschwür der Philosophie”.
Komenskys Auseinandersetzung
mit dem Cartesianismus
Academia Vlg. Richarz
Sankt-Augustin marzo 1991
pp. 304, DM 48
L’espace et le temps
Atti del XXII congresso dell’Association des sociétés de philosophie de
langue française, Digione, 29-31 agosto 1988
Vrin, Sociétés bourguignonne de
philosophie, Paris aprile 1991,
pp. 495, F 327
Specialisti nel campo delle scienze della vita, delle scienze matematiche, delle
scienze fisiche confrontano le loro idee
su questa problematica.
L’Homme et l’Autre:
de Suso à Peter Handke.
Actes/colloque organisé par le Centre
de recherches germaniques et
scandinaves de l’Université de Nancy
II, mars 1988
Presses Universitaires de Nancy
Nancy aprile 1991
pp. 171, F 220
Analizza le manifestazioni dell’Altro
nei testi letterari e filosofici. L’Altro
viene studiato nelle sue differenti forme: l’altro sesso, l’inconscio, il doppio,
l’alter ego, l’eretico e il nemico mortale...
Laruelle, François
En tant qu’un: la non-philosophie
expliquée aux philosophes
Aubier, Paris aprile 1991
pp. 264, F 130
Una raccolta di brevi scritti sulla nonfilosofia. Non si tratta né di una negazione, né di una distruzione della filosofia, ma dell’istituzione di un pensiero
più rigoroso e reale che dovrebbe superare le insufficienze teoriche della filosofia e la sua superiore sufficienza.
Le Gaufey, Guy
L’incomplétude du symbolique: de René
Descartes à Jacques Lacan
EPEL, Paris aprile 1991
pp. 230, F 135
La prospettiva di fondare una lingua
dalla quale fosse esclusa qualunque
arbitrarietà fu la pretesa della logica,
rappresentata da Frege nel 1870, ma
definitivamente rimessa in discussione
da Gödel, in una dimostrazione
dell’incompiutezza del sistema. La concezione lacaniana del simbolico esprime la medesima frattura del discorso.
Le Poldevin, Robin
Change, Cause and Contradiction.
A Defense of the Tenseless Theory of
Time
Mac Millan Press, London aprile 1991
pp. 186, £ 35
Studio delle teorie filosofiche sul tempo e la causalità e le loro implicazioni
sul nostro concetto di cambiamento.
Lehrer, Keith
Thomas Reid
Routledge, London marzo 1991
pp.316, £ 12,99
Descrive a grandi linee e analizza le
riflessioni del filosofo Thomas Reid su
temi che spaziano dalla filosofia della
mente e l’estetica alla teoria dell’azione
e della filosofia morale, in uno sforzo di
illustrare le teorie di Reid sulle operazioni della mente umana.
Lemaire, Jacques (a cura di)
“La pensée et les hommes”, 16:
Le Cours de la morale:
aspects pédagogiques
Ed. de l’Université de Bruxelles Bruxelles aprile 1991
pp. 136, FB 400
Risposte alle questioni pedagogiche relative all’insegnamento della morale
non confessionale.
Lepore, Ernest - Van Gulick, Robert
John Searle and his Critics
Basil Blackwell, Oxford aprile 1991
pp. 450, £. 35
L’importanza e l’influenza delle due
opere embrionali del pensatore John
Searle, Speech Acts e Intentionality.
Una valutazione globale del suo apporto alla filosofia del linguaggio, della
mente, della giustificazione sociale e di
referenza e intenzionalità.
Leroux, Pierre
Le ragioni dell’uguaglianza
a cura di Angelo Prontera
Milella Editore, Lecce marzo 1991
pp. 218
Apologia dell’egualitarismo condotta
da un pensatore che raggiunse una certa
popolarità intorno al 1848. Una prima
parte è dedicata all’analisi della situazione sua contemporanea; una seconda
alla ricerca delle origini e della legittimità storiche del concetto di uguaglianza. Sulla base di queste premesse Leroux
delinea una filosofia della storia orientata sul progresso dell’uomo verso il
“dogma dell’avvenire”, l’uguaglianza.
Lessing, Gotthold Ephraim
La religione dell’umanità
a cura di Nicolao Merker
Laterza, Bari 1991
pp. 185, L. 29.000
Vasta scelta di testi (quattordici) di filosofia della religione di Lessing, con
un’ampia introduzione, una bibliografia
ragionata, un glossario di termini e un
indie biografco dei personaggi citati.
Liebmann, Otto
Kant und die Epigonen.
Eine kritische Abhandlung
Fischer, Erlangen aprile 1991.
(rist. dell’edizione di Stuttgart, 1865)
pp. 220, DM 48
Lipton, Peter
Inference to the Best Explanation
Routledge, London aprile 1991
pp. 240, £. 35
La prima trattazione di ampio respiro di
una controversa idea di grande interesse nella filosofia della scienza.
Lloyd, Geoffrey E. R.
Smascherare le mentalità
Laterza, Bari 1991
pp. 209, L. 26.000
IL problema generale affrontato in questo libro riguarda la validità e l’utilità
del concetto di mentalità. L’opinione
dell’autore è che, per alcune delle questioni discusse sotto la rubrica delle
mentalità, sia più produttivo vedere i
problemi in termini sociologici piuttosto che psicologici. Ne è un esempio il
problema del rapporto tra magia e scienza: invece di far appello a postulate
differenze di mentalità, l’autore pone
l’accento sugli stili di discorso e sui vari
contesti in cui essi erano usati, dove un
fattore cruciale per la valutazione sia
degli stili che dei contesti è la questione
dell’esistenza e dell’impiego di esplici-
te categorie concettuali d’ordine linguistico e altro.
Loche, Anna Maria
Jeremy Bentham
e la ricerca del buongoverno
Franco Angeli, Milano marzo 1991
pp. 264, L. 30.000
La ricerca del buongoverno costituisce
un motivo costante nella filosofia politica di Jeremy Bentham, il primo conseguente teorico della democrazia parlamentare. Caposcuola della filosofia
utilitaristica e radicale, severo critico
del sistema giuridico i istituzionale britannico dei suoi tempi, fu sempre un
convinto assertore della necessità di
riformare sia la scienza e il linguaggio
politici e giuridici, sia i meccanismi
istituzionali allora dominanti.
Longino
Del sublime
trad. it. di Francesco Donadi
Rizzoli, Milano marzo 1991
pp. 300, L. 12.000
Concepito nell’inquieta temperie della
prima età imperiale, il trattato fa suoi i
grandi temi letterari del tempo, segnati
dall’amara riflessione sul declino morale che insidia le fonti stesse dell’arte.
L’anonimo autore vuol contribuire al
recupero della potenza espressiva
svilita: attraverso un fitto ordito di confronti e di citazioni, il discorso delinea
i modi di una critica originale sentita
come educazione alla grandezza.
Lyotard, Jean-François
Leçons sur l’analytique du sublime:
Kant, Critique de la faculté de juger,
paragraphes 23-29
Galilée, Paris aprile 1991
pp. 294, F 185
L’analitica del sublime occupa un posto modesto nella Critica del giudizio di
Kant. Tuttavia offre la via a una critica
estetica del tutto differente da quella
del gusto. Queste lezioni sono destinate
ad aiutare studenti e ricercatori di filosofia.
Magnard, Pierre
Pascal: la clé du chiffre
Ed. universitaires, aprile 1991
pp. 380, F 245
Definisce con precisione l’asse del pensiero pascaliano: cercare non tanto di
fare apparire un senso al posto del nonsenso, ma manifestare il senso del nonsenso, la chiave della cifra.
Maimon, Salomon
A Kant
Edizioni Guerini, Milano maggio 1991
pp. 96, L. 14.000
Queste brevi lettere di Maimon a kant
costituiscono forse una delle più acute
interpretazioni della Critica della ragion
pura. Viene messo in rilievo particolarmente il concetto di “noumeno”, sul
quale l’autore si misurò con i contributi
più originali e profondi, frutto di una
appassionata speculazione filosofica.
Maiocchi, Roberto
Non solo Fermi
Le Lettere, Firenze 1991
pp. 261, L. 45.000
L’opera vuole mettere in discussione
due convinzioni radicate: il disinteresse della cultura filosofica italiana fra le
due guerre verso i problemi scientifici,
e il carattere solitario della ricerca di
Enrico Fermi. Al contrario, la scuola di
Fermi è solo una delle componenti del-
l’ambiente scientifico italiano del periodo; la più importante dal punto di vista
scientifico, ma non da quello filosofico,
in un dibattito su grandi problemi filosofici e metodologici sollevati dalla
meccanica quantistica che coinvolge
anche i filosofi idealisti
Malighetti, Roberto
Il filosofo e il confessore. Antropologia
ed ermeneutica in Clifford Geertz
Unicopli, Milano 1991
pp. 112, L. 16.000
Prendendo spunto dall’elaborazione di
Geertz della tradizione ermeneutica ma
anche dalla sua sintesi di argomentazioni
e concetti elaborati da diverse fonti,
dalla fenomenologia alla filosofia analitica, dalla filosofia della scienza alla
critica letteraria, l’autore discute criticamente i fondamenti epistemologici
dell’antropologia e delle scienze sociali in generale.
Marion, Jean-Luc
L’idole et la distance
LGF, 1991 F 45
Una riflessione che sconvolge profondamente un buon numero di schemi
della teologia cristiana classica e
s’inscrive nella ricerca di una soluzione
alla crisi intellettuale che attraversa il
pensiero contemporaneo.
Marquard, Odo
Apologia del caso
Il Mulino, Bologna, marzo 1991,
pp. 162, L.18.000
L’area tematica che l’autore esplora si
situa all’incrocio tra filosofia, antropologia e scienze della religione. Centrale
nella riflessione di Marquard, il concetto di «compensazione», secondo cui le
scienze umane compensano il vuoto, la
perdita che la tecnica - sentita come
diabolica - provoca nel mondo. In una
prospettiva che riporta le grandi questioni della metafisica alla misura della
finitudine umana, l’autore privilegia
un’osservazione critica relativistica e
disincantata.
Una
vocazione
asistematica che emerge con forza nella
trattazione dei temi affrontati, in un
confronto aperto con l’attualità, dove,
all’idea di «demitologizzazione» viene
opposta quella di «polimiticità illuminata».
Marsilio da Padova
Il difensore della pace. Primo discorso
Marsilio, Venezia maggio 1991.
pp. 416, £. 35.000.
Il Defensor Pacis di Marsilio dei
Menardini è un’opera tra le più celebri
del pensiero politico medievale. L’argomento “topico” che afferma la superiorità del “tutto” sulla “parte” assume
in Marsilio un esplicito significato politico e si traduce nel pricipio che vede
nella legge pubblica, emanata dal popolo, la norma alla quale sono soggetti
tanto i cittadini che i legislatori ed i
governanti. Il concetto di sovranità popolare nella sua universalità e autonomia costituisce così il baluardo a difesa
della pace civica, contro le ingerenze
del potere religioso.
Marten, Rainer
Heidegger lesen
W. Fink, München marzo 1991
pp. 240, DM 48
Per tutta la sua vita filosofica, Rainer
Marten si è occupato (prima come
interlocutore, poi sempre più come suo
critico) di Martin Heidegger. L’intento
NOVITA' IN LIBRERIA
di questo libro è quello di portare a
compimento questa lunga riflessione.
Mascioni, Grytzko
La pelle di Socrate
Leonardo. Milano aprile 1991
pp. 288, L. 29.000
Una biografia di Socrate schizzata con
tecnica romanzesca che ripropone la
figura del grande filosofo greco nei
suoi tratti più umani.
Mathews, Freya
The Ecological Self
Routledge, London aprile 1991
pp. 208, £ 30
la prima trattazione di ampio respiro
dei fondamenti metafisici dell’etica ecologica.
Matuschek, Stefan
Über das Staunen.
Eine Ideengeschichtliche Analyse
Niemeyer, Tübingen aprile 1991
pp. 275, DM 78
Il saggio indaga su una doppia traccia
(la teoria della conoscenza e la
poetologia, che non vengono viste separate, ma in reciproca dipendenza) la
storia spirituale dello stupore. E’ fondamentale la differenza fra tradizione
platonica e aristotelica.
Maurach, Gregor
Seneca - Leben und Werk
Wiss. Buchges, Darmstadt marzo 1991
pp. 218, DM 49
Mayaud, Pierre-Noël (a cura di)
Le Problème de l’individuation
Vrin, Paris aprile 1991
pp.185, F 162
Il problema dell’individuo, e dunque
dell’individuazione, si trova al centro
di ogni ontologia. Il pensiero di diversi
autori (Aristotele, Tommaso d’Aquino,
Duns Scoto, Leibniz...) viene esaminato da questo punto di vista.
Meinwald, Constance C.
Plato’s «Parmenides»
Oxford UP, Oxford marzo 1991
pp.224, £ 24
Questo saggio offre una nuova soluzione del celebre problema della cosiddetta «ginnastica» a cui è dedicata una
metà del Parmenide di Platone. L’autore dimostra che il lavoro serve a introdurre una metafisica ormai liberata dei
problemi comunemente associati ai dialoghi della maturità, creando un ponte
con il suo ultimo lavoro.
Meo, Oscar
Il Contesto. Osservazioni
dal punto di vista filosofico
Franco Angeli, Milano marzo 1991
pp. 200, L. 24.000
Avvalendosi soprattutto dell’emergere
dell’interesse per la dimensione
“pragmatica” del linguaggio e tenendo
conto delle principali teorie linguistiche e critiche contemporanee, il volume si propone di investigare il problema del contesto alla luce dell’evoluzione subita dai concetti di “testo”, “significato” e “comunicazione”.
Merker, Nicolao
Introduzione a Lessing
Laterza, Bari maggio 1991
pp. 210.
Mersch, D. (a cura di)
Gespräche über Wittgenstein
Passagen-Verlag, Wien aprile 1991
pp. 176, DM 39,80 - ÖS 280
Metz, Wilhelm
Kategoriendeduktion und produktive
Einbildungskraft in der theoretischen
Philosophie Kants und Fichtes
Fronmann-Holzboog
Stuttgart-Bad Canstatt marzo 1991
DM 194
Meyer, Michel
Le Philosophe et les passions
LGF, Paris aprile 1991
F 45
L’autore fa una preziosa messa a punto
del termine stesso di passione, poi presenta l’evoluzione di questa nozione in
funzione delle differenti concezioni filosofiche in Platone, Aristotele,
Sant’Agostino, Cartesio, Spinoza,
Machiavelli, Kant, Freud...
Miller, Fred - Keyt, David (a cura di)
A Companion to Aristotle’s Politics
Basil Blackwell, Oxford marzo 1991
pp.380, £ 50
Gli scritti di questo volume sono
statiraccolticon l’intenzione di fornire
un comprensibile supporto alla lettura
della Politica di Aristotele. Uno è del
XIX secolo, quattro sono stati scritti
appositamente
per
questo
volume,irimanentisono statiriveduti e
pubblicati adattandoli alle caratteristiche dell’opera.
Mohr, Georg
Das sinnliche Ich.
Innerer Sinn und Bewußtsein bei Kant
Königshausen & Neumann
Würzburg aprile 1991
pp. 222, DM 48
Moretto, Giovanni (a cura di)
Preghiera e filosofia
Morcelliana, Brescia aprile 1991
pp. 438, L. 40.000
I saggi raccolti nel volume dedicato ad
Umberto Caracciolo, si pongono nella
prospettiva di una interrogazione filosofica della preghiera. Nell’epoca del
nichilismo la crisi culturale della preghiera, del suo invocare, non tocca la
stessa filosofia in quanto sguardo stupefatto sull’esistente? Che il pregare
ammutolisca davanti al male non ha lo
stesso significato dell’autori-flessione
della filosofia al cospetto delle situazioni limite? A questi problemi cruciali
gli autori del volume hanno provato a
rispondere interrogando il pensiero filosofico e l’arte contemporanei.
Morresi, Ruggero
Historica. Dal pensiero del Novecento
ai “Topici” di Aristotele
con e oltre Eric Weil
Il Lavoro Editoriale, Ancona aprile 1991
pp. 121, L. 35.000
“Historica” è un percorso a ritroso che
l’autore compie da quello che egli considera l’ultimo dei grandi sistemi di
filosofia, quello di Eric Weil, alle origini della ricerca filosofica, la logica dei
Topici aristotelici.
Müller, H.-P. (a cura di)
Wissen als Verantwortung.
Ethische Konsequenzen des Erkennens
Kohlhammer, Stuttgart aprile 1991
pp.159, DM 38
Nancy, Jean-Luc
Une Pensée finie
Galilée, Paris aprile 1991
pp.365, F 195
Un pensiero compiuto pone la questione: come pensare il senso a partire dal
momento in cui la chiave di volta metafisica di tutti i sensi disponibili è scomparsa (niente più Dio, niente più uomo,
niente più storia...).
Nasemann, Beate
Theurgie und Philosophie
in Jamblichs De Mysteriis
Teubner, Stuttgart aprile 1991
pp. 320, DM 68
di)
Zur philosophischen Aktualität
Heideggers.
Bd.I: Philosophie und Politik.
Symposium der Alexander von
Humboldt-Stiftung, April 1990 in BonnBad Godesberg
Klostermann, Frankfurt aprile 1991
pp.460, DM 112
Definizione dei compiti del pensiero; il
problema etico; filosofia e filosofia sociale; il nodo politico.
Oesterreich, Peter L.
Fundamentalrhetorik. Untersuchung
zu Person und Rede in der Öffentlichkeit
Felix Meiner, Hamburg aprile 1991
pp. 146, DM 54
Un contributo concettualmente preciso
e ridotto per la ricerca retorico filosofico, che affronta il poco chiaro impiego
del concetto.
Papenfuss, D. - Pöggeler, O. (a cura
di)
Zur philosophischen Aktualität
Heideggers.
Bd.III: Im Spiegel der Welt.
Sprache, Übersetzung, Auseinandersetzung
Klostermann, Frankfurt 1991
pp.320, DM 78
Olding, Alan
Modern Biology and Natural Theology
Routledge, London marzo 1991
pp. 224, £ 30
Il saggio indaga il modo in cui le visioni
teologiche della natura umana riescono
a far fronte alle scoperte della scienza
moderna, sottolineando le implicazioni
metafisiche della biologia ed esaminando criticamente l’argomento in oggetto e il rapporto ch Dio ha con il
mondo da lui creato.
Pascher, Manfred
Kants Begriff “Vernunftinteresse”
Institut. f. Sprachwiss.
Innsbruck aprile 1991
pp. 107, ÖS 280
Olson, Richard
Science Deified and Science Defied.
The Historical Significance of Science
in Western Culture.
Vol. II: From the Early Modern Age
through the Early Romantic Era ca.
1640 to ca 1820
California UP, Berkeley marzo 1991
pp. 448, $ 40
Qual è la connessione tra “filosofia
meccanica” e lo sviluppo del romanticismo? Tra la fisica newtoniana e la
lettera biblica? Tra la psicologia
associazionista e il socialismo?
Pancaldi, Maurizio - Trombino, Mario (a cura di)
L’Apologia di Socrate di Platone
e il problema della giustizia
da Omero a Platone
Paravia, Torino 1991
pp. 246, L. 17.600
Il volume presenta una nuova traduzione dell’Apologia di Socrate di Platone
corredata da un commento critico che
ha lo scopo di chiarire la complessità
filosofica e storica del testo e di presentare le diverse interpretazioni della figura di Socrate. Segue una raccolta di
testi poetici, letterari e filosofici da
Omero a Platone che evidenzia lo sviluppo dell’idea di giustizia all’interno
del mondo greco, nell’età arcaica e classica.
Paneth, Josef
Vita Nuova. Ein Gelehrtenleben
zwischen Nietzsche und Freud.
Autobiographie - Briefe - Essais
a cura di W. W. Hemecker
Rodopi, Amsterdam aprile 1991
pp. 250, Dfl 75
Josef Paneth (1857-1890), anatomo e
fisiologo a Vienna, fu uno dei più stretti
amici di Siegmund Freud dei più intimi
interlocutori di Friedrich Nietzsche, e
quindi anche il più importante e finora
inosservato “missing link” tra i due.
Papenfuss, D. - Pöggeler, O. (a cura
Pawlas, Andreas
Freiheit - Erfolgsprogramm oder
Illusion der Neuzeit?
Ein Sozialethischer Überblick über die
neuzeitliche Freiheits-geschichte
Luther-Vlg., Bielefeld aprile 1991
pp. 272, DM 36
Peperzak, Adriaan
Filosofia e Politica.
Commentario alla Prefazione
della Filosofia del Diritto di Hegel
Guerini e Ass., Milano maggio 1991
pp. 160, L. 26.000
La “Prefazione ai “lineamenti di filosofia del diritto” è uno dei testi di Hegel
più impegnati sul piano politico: in essa,
infatti, accanto al discorso di metodo
introduttivo alla comprensione dell’opera, è chiaramente espressa la posizione
di Hegel sulla situazione politica della
Prussia nel 1820. L’accurato
commentario di Paperzak mette in luce
appunto come la “Prefazione” costituisca una sorta di manifesto del pensiero
politico di Hegel nel quale è possibile
trovare la risposta ai problemi legati al
rapporto tra individuo e stato.
Pera, Marcello
Scienza e Retorica
Laterza, Bari maggio 1991
pp. 320.
Périco, Yvette
Genèse du sens
Ed, universitaires, aprile 1991
pp.380, F 195
L’azione umana è essa stessa portatrice
di senso. Uno spirito audace e sincero
può fare scaturire dalla coscienza, all’interno, esigenze che sulle prime gli
apparivano imposte dall’esterno.
Piana, Giovanni
Filosofia della musica
Guerini e Associati, Milano marzo 1991.
pp. 295, L. 38.000
Il percorso teorico tracciato da Piana
riprende sul piano della riflessione filosofica quel ritorno alle origini che fa
parte del senso profondo della storia
musicale novecentesca. Un itinerario
che rigetta le troppo immediate e
costrittive riduzioni filosofiche della
semiologia musicale per indagare le
strutture portanti dell’Universo dei suo-
NOVITA' IN LIBRERIA
ni, la sua materia, il suo tempo e il suo
spazio, arrivando a concludere che solo
attraverso l’operare dell’immaginario
simbolico la musica, esprimendo se stessa, entra in risonanza col mondo.
Pigeaud, Jackie (a cura di)
Longin, Du sublime
trad. dal greco di Jackie Pigeaud
Rivages, marzo 1991
pp. 149, F 55
Si può educare al sublime? Questa è la
domanda alla quale tenta di rispondere
lo scrittore greco. La traduzione è stata
fatta sul testo dell’edizione di D. A.
Russel, 1968.
Platz, Hermann
Pascal in Deutschland
a cura e con una nota di H.R. Schlette
Otto Müller Vlg., Salzburg marzo 1991
pp. 320, DM 42,80
Ristampa dei libri distrutti a causa della
guerra del romanista e filosofo della
cultura di Bonn Hermann Platz su Pascal
e i suoi influssi su Conrad Ferdinand
Meyer, Friedrich Nietzsche e Max
Scheler.
Prechtl, Peter
Husserl zur Einführung
Junius, Hamburg aprile 1991
pp. 184, DM 17,80
Proust, Françoise
Kant le ton de l’histoire
Payot, Paris aprile 1991
pp.372, F 150
Grazie all’arco formato dalla Critica
della ragion pura e dalla Critica della
facoltà di giudicare, Kant offre la possibilità di elaborare non tanto una filosofia della storia, ma un pensiero della
storia, perché l’essenziale non è mai il
cosa né il come, ma il tono dell’avvenimento.
Putallaz, François-Xavier
La Connaissance de sol au XIIIe siècle:
de Matthieu d’Aquaspartaà Thierry de
Freiberg
Vrin, Paris aprile 1991
pp.444, F 264
Il potente movimento di oggettivazione
del sé appare come uno dei tratti dominanti della storia intellettuale della fine
del XIII secolo, fino a Guglielmo
d’Ockham.
Putallaz, François-Xavier
Le Sens de la réflexion
chez Thomas d’Aquin
prefaz. Ruedi Imbach
Vrin, Paris aprile 1991
pp.343, F 210
Esauriente analisi dei testi che Tomaso
d’Aquino ha consacrato alla conoscenza che l’anima ha di se medesima.
Pybus, Elisabeth
Human Goodness.
Generosity and Courage
Harvester Wheatsheaf,
Brighton marzo 1991
pp. 176, £. 35
Analisi del significato della bontà nell’essere umano e riconciliazione dei
differenti approcci della scuola di pensiero kantiana e aristotelica.
Quarta, Cosimo
Tommaso Moro. Una reinterpretazione
dell’«Utopia»
Edizioni Dedalo, Bari marzo 1991,
pp.434, £. 40.000
Sulla base di una rigorosa analisi stori-
ca e filologica, gli aspetti più significativi del progetto utopico di Moro sono
esposti in una ricostruzione critica che
intende liberarli dai frantendimenti di
cui sono stati oggetto. All’antropologia
pessimistica dell’«homo homini lupus»,
Moro contrappone il concetto cristiano
dell’«homo homini salus», affermando
l’unicità dei principi etici, cui devono
conformarsi tanto gli individui quanto
gli stati. La sostanza teorica del progetto moriano è l’occasione per un utile
confronto con i temi critici dell’attualità.
Rabinow, Paul (a cura di)
Michel Foucault, The Foucault Reader
Penguin Books, London marzo 1991
pp.400, £ 8,99
Introduzione al pensiero di Foucault
che include materiale inedito.
Ragland-Sullivan, Ellie (a cura di)
Lacan and the Subject of Language
Routledge, London marzo 1991
pp.224, £ 35 (ed. econ. £ 9,99)
Selezione di saggi presi da una conferenza sul tema «Lacan, linguaggio e
letteratura», che illustrano l’applicazione delle teorie lacaniane alla cultura,
al linguaggio e alla differenza sessuale.
Reck, Hans Ulrich
Grenzziehungen.
Ästhetiken in aktuellen Kulturtheorien
Königshausen & Neumann
Würzburg marzo 1991
pp. 286, DM 68
Reinwald, Heinz
Mythos und Methode. Zum Verhältnis
von Wissenschaft, Kultur un Erkenntnis
W. Fink, München marzo 1991
pp. 520, DM 98
Reinwald mette in discussione il presupposto antropologico della logica nel
campo minato dell’universalità e
regionalità del pensiero. Oltre alla logica degli atti, si spinge a investigare tra
l’altro il cosiddetto “pensiero puro” nella
sua pretesa di universalità.
Renouvier, Charles
Les Dilemmes de la métaphysique pure
PUF, Paris aprile 1991
pp.288, F 240
Riedizione nella collana Dito di un classico della PUF, scritto dall’autore di
Derniers entretiens e Uchroine.
Reznek, Lawrie
The Philosophical Defence
of Psychiatry
Routledge, London marzo 1991
pp.240, £ 35
Copre un’ampia fascia di problemi filosofici, dal concetto di malattia mentale
e abuso politico della psichiatria al libero arbitrio e alla responsabilità. Il libro
dovrebbe avere grande interesse per i
clinici e gli studenti di psichiatria e
psicologia.
Richir, Marc
Le Sublime en politique
Payot, Paris aprile 1991
F 150
Affronta la questione del baratro della
fondazione politica, quando vacillano
tutti i punti di riferimento, quando la
società sembra ritornare alle sue origini
utopiche, prendendo come esempio la
Rivoluzione francese e appoggiandosi
agli scritti di Fichte, Schelling o
Heidegger.
Richter, Frank
Philosophie in der Krise
Oletz Berlin, Berlin aprile 1991
pp. 200, DM 22
Il titolo è volutamente ambiguo: far
filosofia in un mondo in crisi e la crisi
della filosofia, non solo di quella
marxista. Così viene presentato la domanda su cosa possa fare la filosofia,
non dal proprio tavolo, per migliorare il
mondo e l’intervista ai filosofi più diversi per un contributo costruttivo.
Richter, Götz
Die lineare Zeit. Eine Untersuchung
zum Zusammenhang von Zeitform
und Entfremdung
Argument-Vlg., Hamburg marzo 1991
pp. 106, DM 24
Richter, Jean-Paul
L’arte di prender sonno
Il Melangolo, Genova marzo 1991.
pp. 112.
«Quattordici manovre per cullare la propria mente» illustrate con arguzia da
Jean-Paul. Autoterapie in forma di nenia per abilitarsi alla riposante arte di
prender sonno.
Riess, Klaus
Gott zwischen Begriff und Geheimnis.
Zu einem Ende natürlicher Theologie
als Aufgang neuzeitlicher
Religionsphilosophie
EOS-Verlag, St.Ottilien aprile 1991
pp. 420, DM 98
Röd, Wolfgang
Erfahrung und Reflexion.
Theorien der Erfahrung
in transzendentalphilosophischer Sicht
C. H. Beck. München aprile 1991
pp. 240, DM 48
Wolfgang Röd espone qui una critica di
diverse teorie dell’esperienza. Confrontandosi con queste sviluppa una propria
filosofia trascendentale antodogmatica
e antifondamentalistica come
metateoria dell’esperienza.
Roochnik, David
The Tragedy of reason.
Toward a Platonic Conception of Logos
Routledge, London aprile 1991
pp. 256, £ 35
Invece di abbandonare la ragione e adottare le posizioni decostruttive tanto
popolari al giorno d’oggi, questo libro
propone una forma di platonismo come
praticabile e coerente “via di mezzo”.
Rorty, Richard
Philosophical Papers:
vol. 2. Essay on Heidegger and Others
Cambridge UP, Cambridge marzo 1991
pp.250, £ 27,50
Questo secondo volume di saggi raccolti da Richard Rorty prosegue i temi
del primo volume nel contesto delle
discussioni della filosofia europea più
recente, focalizzando l’attenzione sul
lavoro di Heidegger e Derrida.
Rossi, Pietro
Storia e storicismo
nella filosofia contemporanea
Il Saggiatore Milano 1991
pp. 413, L. 55.000
Riedizione di un classico della
storiografia filosofica italiana, la cui
prima edizione risale al 1960. Dilthey,
Spengler, Weber e Meineke sono i punti di rierimento di una forma di
storicismo che, a cavallo fra Ottocento
e Novecento, si affermò nella cultura
tedesca, e con la quale entrò in corto
circuito l’analisi sociologica di
Mannheim e quella ontologica di
Heidegger. Lo “storicismo assoluto” di
Croce e le posizioni neopositiviste da
una parte e pragmatiste dall’altra, che si
sono affermate nel mondo anglosassone, completano il panorama di origini e
riflessi teorici dello stoicismo del Novecento.
Rousseau, G.S. (a cura di)
The Languages of Psyche.
Mind and Body
in Enlightenment Thought
California UP, Berkeley marzo 1991
pp. 504, $ 55
Dieci eminenti studiosi indagano il complesso rapporto mente-corpo in una serie di contesti illuministi: scienza, medicina, filosofia, letteratura e vita quotidiana.
Ruh, Hans
Argument Ethik.
Orientierung für die Praxis in
Ökologie,Medizin, Wirtschaft, Politik
Theologischer Vlg., Zürich aprile 1991
pp.368, DM 43 - Frs 36
Rüsing, Karl-Heinz
Das Glücksmotiv bei Walter Benjamin.
Für eine Theorie des Erwachens
Vlg. Die Blaue Eule, Essen aprile 1991
pp. 136, DM 34
Sandrini, Maria Grazia
Probabilità e induzione
Franco Angeli, Milano marzo 1991
pp. 128, L. 12.000
Il volume si propone innanzitutto di
esporre e di chiarire i concetti basilari
della fondamentale opera di Carnap
Logical Foundations of Probability, situandoli nel più ampio orizzonte
semantico nel quale Carnap stesso li ha
concepiti.
Sartre, Jean-Paul
Verità e esistenza
Il Saggiatore, Milano 1991
pp. 126, L. 38.000
Un importante inedito filosofico di
Sartre composto nel 1948. Il tema è il
ruolo dell’idea di verità meditato da
Sartre attraverso il confronto critico
con lo scritto di Heidegger Dell’essenza della verità. Alla solidità ontologica
della nozione heideggeriana di verità,
Sartre oppone un’idea di verità come
libera costruzione di un sistema di rappresentazioni la cui verifica è
intersoggettiva e storicamente situata
Sass, H. M. - Viefhues, H. (a cura di)
Güterabwägung in der Medizin.
Ethische und ärtzliche Probleme
Springer, Berlin aprile 1991
pp. 240, DM 78
Il significato della responsabilità etica
nella nostra civiltà supertecnologizzata
viene mostrato in questo lavoro di ricerca interdisciplinare, il cui punto cruciale è la diagnosi differenziale e l’etica
differenziale in medicina.
Scaramuzza, Gabriele (a cura di)
La Fenomenologia e le arti
Guerini e Associati, Milano maggio
1991
pp. 120, L. 18.000
Un panorama di estremo interesse offerto è da questa raccolta di scritti di
filosofi che si richiamano all’estetica
fenomenologica. Per la prima volta tradotti in italiano alcuni saggi inediti di
NOVITA' IN LIBRERIA
Husserl, Ingarden, Biemel, Scheler,
Fellmann, Habasque.
Bernward, Hildesheim marzo 1991
pp. 200, DM 28
Scheffczyk, L. (a cura di)
Evolution. Probleme und neue Aspekte
ihrer Theorie
Alber, Freiburg aprile 1991
pp. 250, DM 68
Il sorgere di un nuovo tipo di filosofia e
insieme di una teologia della speranza,
di cui è chiaro che si sono arrestate alla
rappresentazione del processo
evolutivo, dipende dagli orientamenti
futuri del pensiero moderno e dalla gioia di vivere. Sei specialisti si misurano
qui con temi centrali delle scienze naturali, filosofici e teologici di questa serie
di interrogativi.
Schramm, Michael
Prozeßtheologie und Bioethik.
Reproduktionsmedizin und Gentechnik
im Lichte der Philosophie
Herder, Freiburg aprile 1991
pp.320, DM 54
Schischkoff, G. (a cura di)
Philosophische Wörterbuch.
(begründet von H. Schmidt)
Alfred Kröner, Stuttgart aprile 1991
pp. 817, DM 34
Il ben noto e affermato dizionario con
2900 lemmi risponde a innumerevoli
domande di tutto il campo della filosofia e quelli a esso limitrofi.
Schmid Noerr, G. Lutz-Bachmann, M.
(a cura di)
Kritischer Materialismus.
Zur Diskussion eines Materialismus
der Praxis
Hanser, München aprile 1991
pp. 320, DM 48
Schmid, Wilhelm
Auf der Suche nach einer neuen
Lebenskunst. Die Frage nach
dem Grund und die Neubegründung
der Ethik bei Foucault
Suhrkamp, Frankfurt/M. aprile 1991
pp.420, DM 48
Schmid-Kowarzik, Wolfdietrich
Rosenzweig. Existentielles Denken
und gelebte Bewährung
Alber, Freiburg i.Br. marzo 1991
pp. 240, DM 48
Schmidt, Norbert
Die Evolution von Geist
und Gesellschaft.
Hoffnung, Chance und Aufgabe
prefazione di Eugen Drewermann
Walter-Verlag, Olten/Freiburg marzo
1991
pp. 400, DM 46
La validità di questo libro sta nel fatto
che il nuovo pensiero delle scienze naturali ha delle conseguenze sulle scienze dello spirito, ma richiede anche un
ripensamento radicale del campo culturale.
Schnädelbach, Herbert
Philosophie in Deutschland
1831-1933.
Suhrkamp, Frankfurt/M. aprile 1991
pp.337, DM 20
Scholz, Oliver R.
Bild, Darstellung, Zeichen.
Philosophischer Theorien
bildhafter Darstellung
Alber, Freiburg aprile 1991
pp.200, DM 34
Uno sguardo critico sulla teoria filosofica dell’immagine partendo dall’attuale
urgenza di una teoria generale della
rappresentazione e del segno.
Schönberger, Rolf
Was ist Scholastik?
con una presentazione di P. Koslowski
Schrift, Alan
Nietzsche
and the Question of Interpretation
Routledge, London marzo 1991
pp.256, £ 35 (ed. econ. £ 9,99)
Questo studio allinea Nietzsche con la
tradizione ermeneutica, sostenendo che
una tensione nelle differenti osservazioni sull’interpretazione anticipa l’alternativa ermeneutica pluralista a cui si
giunge con Heidegger e la
decostruzione.
Schrödter, H. (a cura di)
Die neomythische Kehre.
Aktuelle Zugänge zum Mythischen
in Wissenschaft und Kunst
Königshausen & Neumann
Würzburg marzo 1991
pp. 310, DM 58
Schulte, Christoph
Radikal Böse. Die Kariere des Bösen
von Kant bis Nietzsche.
Fink, München marzo 1991
pp. 360, DM 39,80
«Restituisce al Maligno la sua dignità,
rintracciandolo nel pensiero di Kant, di
Franz von Baader, di Schelling, di
Kierkegaard e di Nietzsche, in modo da
rimettere in gioco la sua inafferrabilità
come altro dalla ragione.»
Seebohm, Th.M. (a cura di)
Prinzip und Applikation
in der praktischen Philosophie.
(Vorträge der wissenschaftlichen
Tagung des Engeren Kreises der
Allgemeinen Gesellschaft für
Philosophie
in Deutschland in der Akad. d. Wiss.
u. d. Literatur, Mainz, 28-30.9.1989)
Steiner, Stuttgart marzo 1991
pp. 326, DM 128
Seel, Martin
Eine Ästhetik der Natur
Suhrkamp, Frankfurt aprile 1991
pp.384, DM 48
La disastrata estetica della natura si
rivela una parte di un’etica generale del
buon vivere. In questa implicita
interdipendenza si trova la tesi proposta
da questo libro. Il bello naturale è comprensibile solo quando in esso si rivela
una esemplare possibilità di vita dell’uomo.
Senofonte
Economico
a cura di Fabio Roscalla
Rusconi, Milano aprile 1991
pp. 256, L. 12..000
In un tempo che pone l’economia fra le
discipline fondamentali della cultura,
l’Economico di Senofonte appare interessante non solo come testimonianza
di aspetti e condizioni sociali altrimenti
poco conosciute dell’Atene del V-IV
secolo a.C, ma anche come una delle
più antiche “lezioni” di gestione
patrimoniale che il mondo greco ci abbia lasciato.
Serres, Michel
Il contratto naturale
trad. di Alessandro Serra
Feltrinelli, Milano maggio 1991
pp. 144, L. 25.000
Questo Contratto naturale vuole stipulare un armistizio, indicare la possibilità che tra l’uomo e il mondo, nella sua
globalità, si stabilisca un rapporto non
di parassitismo, ma di pacifica simbiosi,
rispettoso dei diritti dell’uno e dell’altro. Un discorso quindi non puramente
“ecologico”, ma che sposta il discorso
sul campo del diritto, considerando la
natura come un nuovo soggetto giuridico.
Serres, Michel
Jouvences sur Jules Verne
Minuit, Paris aprile 1991
pp.288, F 125
Accolte favorevolmente dalla critica,
queste analisi studiano l’opera del sognatore scientifico per trovarvi tesori di
esplorazione epistemologica.
Sherman, Nancy
The Fabric of Character
Clarendon Press, London marzo 1991
pp.232, £ 10,95
Facendo luce sull’attuale rinascita di
interesse verso la teoria etica di
Aristotele, questo testo contribuisce al
dibattito affermando che, nella visione
del filosofo greco, l’eccellenza del carattere è costituita sia dai sentimenti
che dalla ragione pratica.
Skorupski, John
John Stuart Mill
Routledge, London marzo 1991
pp.448, £ 14,99
Un’esauriente rivalutazione di Mill che
lo ristabilisce come uno dei maggiori
filosofi le cui idee sono di grande
rilevanza per le discussioni e gli interrogativi filosofici dei giorni nostri.
Smith, Joseph Wayne
AIDS, Philosophy and Beyond.
Philosophical Dilemmas
of a Modern Pendemic
Avebury, London aprile 1991
pp.250, £ 32
I principali problemi filosofici legati
all’epidemia di AIDS e in particolare la
sfida che le malattie globali portano
alla società moderna e ai sistemi politici.
Spaventa, Silvio
Filosofia, diritto, politica
Atti del Convegno dell’Istituto Italiano
per gli Studi Filosofici, Napoli 1991
pp. 435
Gli atti del convegno sulla figura e
l’opera di Silvio Spaventa tenutosi a
Bergamo il 26-28 aprile 1990, organizzato dall’Istituto italiano per gli studi
filosofici, dal Comune di Bergamo e
dalla Biblioteca civica “Angelo Mai”.
Speck, J. (a cura di)
Grundprobleme
der
großsen
Philosophen
Philosophie der Neuzeit V. Comte,
Mach,
James, Dewey, Mill, Peirce
Vanderhoeck & Ruprecht
Göttingen marzo 1991
pp. 250, DM 25,80
Speth, Rudolf
Wahrheit und Ästhetik. Untersuchungen zum Frühwerk Walter
Benjamins
Königshausen & Neumann
Würzburg marzo 1991
pp. 322, DM 68
Steila, Daniela
Genesis and Development
of Plekhanov’sTheory of Knowledge.
A Marxist between Anthropological
Materialism and Physiology
Klostermann, Dordrecht aprile 1991
pp.252, Dfl 140
Stein, Edith
Einführing in die Philosophie
a cura di L. Gelber e M. Linssen
Herder, Freiburg aprile 1991
pp.400, DM 88
Sternberger, Dolf
Immagini enigmatiche dell’uomo
Il Mulino, Bologna marzo 1991.
pp. 203, L. 25.000
Muovendo da un approccio di volta in
volta filosofico, storico-politico e politico teorico, gli scritti presentati, costituiscono una breve summa della riflessione sulla filosofia morale di
Sternberger, animata da una forte tensione anti-idealistica. Temi come il rilievo politico dell’utopia religiosa, l’apprendimento della morte, il diritto dell’uomo ad aspirare alla felicità scandiscono un percorso critico aperto ad ogni
sollecitazione: se infatti l’impegno preminente dello studioso tedesco è stato
incentrato alla rifondazione del pensiero politico in Germania, dopo gli anni
del Reich, Sternberger attinge a tutti gli
ambiti della cultura umanistica, alla
filosofia così come alla letteratura e alla
storia.
Taureck, Bernhard
Nietzsches Alternativen
zum Nihilismus
Junius-Vlg., Hamburg aprile 1991
pp.544, DM 78
Teichert, Dieter
Erfahrung, Erinnerung, Erkenntnis.
Untersuchung zum Wahrheitsbegriff
der Hermeneutik Hans-Georg
Gadamers
Metzler, Stuttgart marzo 1991
pp. 232, DM 58
Theile, Leslie P.
Friedrich Nietzsche and the Politics of
the Soul. A Study of Heroic
Individualism
Princeton, Lawrenceville aprile 1991
pp.224, $ 35 (ed. ec. $ 10)
Leggendo le opere di Nietzsche come
una “biografia politica della sua anima”, Thiele presenta un saggio originale e accessibile sui tentativi del grande
pensatore di condurre una vita eroica
come filosofo, artista, santo, educatore
e solitario.
Thiele, Michael
Negierte Katarsis.
Platon-Aristoteles-Brecht
Lang, Frankfurt/Bern marzo 1991
pp. 166, DM 48
Thöle, Bernhard
Kant und das Problem
der Gesetzmäßigkeit der Natur
de Gruyter, Berlin marzo 1991
pp. 324, DM 148
Tiffreau, Philippe
Cioran ou la Dissection du gouffre
Ill. Santiago Arranz, Jacques Barry,
Sergio Birga et al.
Veyrier, aprile 1991
pp.181, F 195
Filosofo prepotente, scettico per eccel-
NOVITA' IN LIBRERIA
lenza, ma altrettanto iconoclasta e insolente, amaro e ironico, Cioran è uno dei
pensatori più lucidi e corrosivi del nostro secolo.
gione, mano a mano che il pensiero
logico si organizzava, scopriva le proprie categorie già preformate nelle rappresentazioni mitiche.
Toulmin, Stephen
Cosmopolis
trad.it. di Pietro Adamo
Rizzoli, Milano marzo 1991
pp. 368, L. 34.000
Per aiutarci a comprendere la nostra
epoca e il suo profondo disagio, Toulmin
ritorna alle origini della modernità,
quando si delineò il sogno di una nuova
“Cosmopolis”, il progetto di una società ordinata secondo i principi della nuova scienza della natura. Questa concezione ci lascia oggi in eredità il crollo
delle ideologie in campo politico, la
crisi delle certezze in campo scientifico, un vuoto preoccupante in campo
etico. Questo saggio vuole proprio essere un convincente manifesto di un
riscoperto umanesimo, un nuovo progetto che ci permetta di affrontare le
grandi sfide del nostro tempo.
Van Cleve, J. - Frederick, R. E.
(a cura di)
The Philosophy of Right and Left.
Incongruent Counterparts
and the Nature of Space
Kluwer Academic Publ.
Dordrecht marzo 1991
pp. 376, Dfl 190
Il libro raccoglie alcune delle migliori
risposte critiche ai principali scritti di
Kant sul significato di destra e sinistra.
Trettin, Käthe
Die Logik und das Schweigen.
Zur antiken und modernen Epistemotechnik
VCH, Weinheim aprile 1991
pp.160, DM 64
Trione, Aldo
L’ostinata armonia. Filosofia
ed Estetica tra Otto e Novecento
Laterza, Bari aprile 1991
pp. 130.
Una riflessione critica sulla poiesis come
essenza della poesia. Essa è frutto della
ragione calcolante, dove il pensiero viene condotto ai propri limiti. Logica
poetica e logica discorsiva, pur nella
differenza dei rispettivi statuti
ontologici, mirano entrambe alla fondazione di una scienza della natura che,
come tale, è scienza dei rapporti. Emerge così, nell’orizzonte di una
“cosmologia del simbolico”, il carattere razionale della poiesis, per indagarela
quale è necessaria una vera e propria
“estetica della mente”.
Troncon, Renato
Studi di antropologia filosofica.
1 - La filosofia dell’inquietudine
Guerinie Ass., Milano febbraio 1991.
pp. 248, L. 35.000.
In cinque documentati capitoli dedicati
al motivo dell’inquietudine, alla letteratura di viaggio, alla danza, alla biologia dell’uomo e all’antica scienza della
fisiognomica (la divinazione del carattere attraverso i segni del corpo e del
volto) , l’autore propone una
riorganizzazione del pensiero filosofico intorno a una più concreta idea dell’uomo come unità di corpo, anima e
spirito. Altri due volumi, rispettivamente dedicati all’uomo corporeo e alla
significatività della filosofia faranno
seguito a questo, costituendo il primo
sistematico lavoro dedicato all’antropologia filosofica che si offre al lettore
italiano.
Untersteiner, Mario
La fisiologia del mito
Bollati Boringhieri, Milano
maggio 1991
pp. 564, L. 42.000
Che cos’è il Mito? Nel definire il concetto, la maggiore difficoltà sta nel punto di contatto tra mito e religione: se vi
è all’origine un’identità tra mito e reli-
Veca, Salvatore
Questioni di vita
e conversazioni filosofiche
Rizzoli, marzo 1991
pp. 256, L. 30.000
Un esercizio di riflessione su alcuni
aspetti ricorrenti e ordinati che possono
fare problema per chiunque di noi abbia
una vita finita da vivere. Frammenti di
teorie che riguardano tentativi di fornire un resoconto filosofico di come noi e
il mondo siamo e di come noi e il mondo
dovremmo essere se fossimo degni di
essere.
Vincent, Jean-Marie
Poesis and Praxis:
a Critique of Abstract Labour
Macmillan Press, London marzo 1991
pp.144, £ 35
Questi cinque saggi filosofici intendono costituire un insieme unitario, dal
punto di vistacritico nonché strutturale.
Vincent indaga la crisi del senso, la
ripetitività dei processi e dei meccanismi teconologici e il declino del senso
di realtà nella vita politica.
Waithe, M.E. (a cura di)
A History of Women Philosophers.
Modern Women Philosophers,
1600-1900
Kluwer AP, Dordrecht aprile 1991
pp. 344, Dfl 170
Walter, Christian
Eschatologie als Theorie der Freiheit.
Einführung in neuzeitliche Gestalten
eschatologischen Denkens
de Gruyter, Berlin aprile 1991
pp.307, DM 128
Indagine storico-sistematica sul rapporto fra il moderno concetto di libertà e
determinati modelli interpretativi dell’attesa cristiana della fine del mondo.
Critica della conseguenza da ciò ricavate, specialmente etiche, in riferimento al pensiero della superiorità dell’uomo sulla natura e sul mondo.
Warnke, Georgia
Gadamer, herméneutique:
tradition et raison
De Boeck-Wesmael, Paris aprile 1991
pp.222, F 265
H.G. Gadamer è uno dei filosofi contemporanei di maggior rilievo. La sua
riflessione sull’ermeneutica ha fortemente influenzato numerose discipline: le scienze umane come la critica
letteraria, la teologia come la giurisprudenza.
Warnock, G. J.
J. L. Austin
Routledge, London marzo 1991
pp. 240, £ 9,99
Un esame critico del lavoro di J. L.
Austin, una delle figure maggiormente
innovative della filosofia inglese, specie nel campo della filosofia del linguaggio, ma anche nell’epistemologia
e nella filosofia della mente, dal 1945
alla precoce scomparsa nel 1960.
Waterlow Broadie, Sarah
Ethics with Aristotle
Oxford UP, Oxford marzo 1991
pp. 496, £ 45
Un’esauriente esposizione e interpretazione della teoria etica di Aristotele
così com’è sviluppata nell’Etica
eudemea e nell’Etica nicomachea.
Weber, Max
L’etica protestante
e lo spirito del capitalismo
trad. it. di Anna Maria Marietti
Rizzoli, Milano aprile 1991
pp. 416, L. 12.000
La fortuna di questo saggio, ripresentato
in un’edizione critica corredata da un
importante saggio di E. Fischoff, è
senz’altro dovuta a tre fattori principali: 1) l’aver messo in luce una relazione
tra un fenomeno culturale (la Riforma)
e un fenomeno economico (il capitalismo moderno); 2) l’essere una concezione globale della genesi dell’economia del nostr o secolo, in
contrapposizione con quella di Marx;
3) l’accostarsi ad un problema ben più
vasto, quello delle caratteristiche distintive del capitalismo moderno considerato in un quadro comparativo.
Weger, Karl-Heinz
Religionskritik
Verlag Styria, Graz/Wien/Köln aprile
1991
pp.300, DM 29,80 - ÖS 198
Weier, Winfried
Religion als Selbstfindung.
Grundlegung
einer
existenzanalytischen
Religionsphilosophie
Schöning, Padernborn/Wien/Zürich
marzo 1991
pp. 310, DM 58
Weinmayr, Elmar
Entstellung. Die Metaphysik
im Denken Martin Heideggers.
Mit einem Blick nach Japan
W. Fink, München marzo 1991
pp. 304, DM 78
Il tema del presente lavoro è l’interpretazione heideggeriana della metafisica,
cioè l’analisi critica di Heidegger della
storia del pensiero europeo occidentale, il suo ritirarsi dalla realtà e la sua
esperienza del mondo.
Welsch, W. - Pries, Chr. (a cura di)
Ästhetik im Widerstreit. Interventionen
zum Werk von Jean-François Lyotard
VCH, Weinheim aprile 1991
pp. 230, DM 62
Contributi di H. Danuser, J. Früchtl, M.
Geier, H.-J. Lenger, J.-F. Lyotard, Chr.
Pries, H.U. Reck, B. Taureck, J. Vogl,
W. Welsch e J. Zimmermann.
White, Alan
Within Nietzsche’s Labyrinth
Routledge, London marzo 1991
pp.192, £ 30
Questa monografia cerca di andare oltre le fiammeggianti ma ambigue parole di Nietzsche di elogio alla violenza e
all’oppressione, alla ricerca del fine
maestro. Passando poi a valutare le
implicazioni etiche e politiche della
sua dottrina di rivitalizzazione monda-
na, e della sua potenza affermativa.
Whitford, Margaret
Luce Irigaray: Philosophy in the
Feminine
Routledge, London marzo 1991
pp.304, £ 35
Un’introduzione al pensiero e al lavoro
di Luce Irigaray. Considerandola come
filosofo della differenza sessuale,
Margaret Whitford indica il suo lavoro
come elaborazione di una filosofia del
femminile.
Williams, C. J. F. (a cura di)
Paul of Venice, Logica Magna:
part 1, fascicule 8
Oxford UP, Oxford marzo 1991
pp.348, £ 20
La Logica magna di Paolo Veneto
(pseud. di Paolo Nicoletti) è un prezioso repertorio delle teorie logiche del
XIV secolo. Questa è una traduzione
del suo trattato sulla necessità e la contingenza, che riunisce una vasta gamma
di argomentazioni sulla questione della
predeterminazione del futuro.
Witzany, Günther
Transzendentalpragmatik un Ek-istenz.
Normenbegründung- Normendurchsetzung
Vlg. Die Blaue Eule, Essen marzo 1991
pp. 179, DM 48
Yolton, J.S. (a cura di)
A Locke Miscellany. Locke Biography
and Criticism for All
Thoemmes, Bristol marzo 1991
pp. 392, £ 37,50
Jean Yolton, noto studioso di Locke, ha
raccolto numerosi scritti sconosciuti e
interessanti, articoli e schizzi descrittivi che offrono una nuova visione di
Locke.
Zaghi, Silvio (a cura di)
Il Trattato sulla natura umana di Hume
e il problema della causalità
nel XVII e XVIII secolo
Paravia, Torino 1991
pp. 269, L. 18.500
Il testo humeano che costituisce un classico nelle riflessioni filosofiche sul tema
della conoscenza e della causalità viene
analizzato e dibattuto in riferimento
non soltanto alle tematiche empiriste,
ma al più ampio dibattito epistemologico
sul ragionamento probabile e induttivo.
Zitko, Hans
Nietzsches Philosophie
als Logik der Ambivalenz
(Nietzsche in der Diskussion)
Konigshausen & Neumann
Würzburg marzo 1991
pp. 256, DM 48
NOVITA' IN LIBRERIA
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