stagione di prosa 2010-2011

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ASSESSORATO ALLA C ULTURA E SPETTACOLO
STAGIONE DI PROSA 2010-2011
Teatro Donizetti
dal 7 al 12 dicembre 2010
LA TEMPESTA
di William Shakespeare
adattamento e regia Andrea De Rosa
spazio scenico Alessandro Ciammarughi, Andrea De Rosa, Pasquale Mari
scene e costumi Alessandro Ciammarughi
luci Pasquale Mari
suono Hubert Westkemper
musica Giorgio Mellone
con Umberto Orsini
e con Flavio Bonacci, Rino Cassano, Gino De Luca, Francesco Feletti, Carmine Paternoster,
Rolando Ravello, Enzo Salomone, Federica Sandrini, Francesco Silvestri, Salvatore Striano
produzione Teatro Stabile di Napoli,
ERT - Emilia Romagna Teatro Fondazione e Teatro Eliseo
Andrea De Rosa approda a La tempesta di William Shakespeare. I temi cardine - vendetta, perdono, morte,
rinascita, colpa, schiavitù e ricerca della libertà - sono affrontati alla luce dell’illusione e del sogno, mentre il mondo
misterioso e indecifrabile dei versi shakespeariani diventa terreno ideale per il regista, che esprime, attraverso la trama
dell’opera, il racconto dell’uomo che vive e agisce tra mondi paralleli. «La tempesta somiglia ad un labirinto. Come in
una casa di specchi, ogni volta che intravedi una via d’uscita, essa si rivela essere dalla parte opposta a quella che avevi
immaginato. Come in un miraggio o in un sogno, ogni volta che provi ad afferrare qualcosa, l’oggetto su cui credevi di
aver messo le mani si dilegua. Finché capisci che ciò che conta non è l’uscita e che non c’è nulla da afferrare. Stare ad
ascoltare le domande che il testo ti pone e restarci dentro (restare dentro alle domande, al labirinto) è l’unica via».
Teatro Donizetti
dall’11 al 16 gennaio 2011
LA LOCANDIERA
di Carlo Goldoni
progetto Elena Bucci e Marco Sgrosso
regia Elena Bucci
con Elena Bucci, Marco Sgrosso, Daniela Alfonso, Maurizio Cardillo, Gaetano Colella, Nicoletta
Fabbri e Roberto Marinelli
produzione CTB - Teatro Stabile di Brescia e Compagnia Le Belle Bandiere
L’enorme fortuna de La locandiera, testo studiato nelle scuole e messo in scena da moltissime compagnie,
rischia di rendere muti. Elena Bucci, regista dello spettacolo e autrice del progetto insieme a Marco Sgrosso, ci
racconta di come si siano «divertiti a metterlo in scena, ritrovando le radici della più lucida commedia all’italiana del
Novecento, spiando, attraverso un Goldoni che di certo ne è stato un avido testimone oculare, i segreti dei comici
dell’Arte, dei quali sappiamo poco o nulla. Abbiamo provato ad uscire dalla strada comoda della corretta dizione
italiana per avventurarci nelle consapevoli sporcature del dialetto, che hanno immediatamente reso più concrete le
battute e più vive le situazioni. Di certo, quando scriveva Goldoni, l’italiano era ancora più colorato di ora. Ancora oggi,
un’energica rilettura di questo testo ce ne fa comprendere la fortuna e la perplessità del pubblico che lo vide in scena la
prima volta. Il suo meccanismo perfetto, che muove a tratti la commozione pur facendola brillare tra le risate, non dà
alcuna soluzione, ma pone continue domande. Da una parte vediamo il mondo sicuro del benessere, dall’altro quello
rischioso dell’avventura fuori dai canoni, ma entrambi stanno facendo lo stesso viaggio, su una grande nave che
scricchiola e sempre più sbanda, sia essa la storia o la vita». Nonostante la sua fama di “riformatore” del teatro,
nonostante i suoi inviti a guardarci dalle lusinghe d’amore, Goldoni, volente o nolente, ci consegna un’opera dalla quale
traspaiono insieme tutte le umane complesse debolezze e la disperata e anarchica vitalità del mondo della Commedia
dell’Arte, «e lo sguardo dell’autore, che pare condannarle o giudicarle, invece le abbraccia quasi silenzioso, con una
lacrima di incanto che non vuole scendere né asciugarsi».
Teatro Donizetti
dal 25 al 30 gennaio 2011
GIAN BURRASCA
testo e supervisione registica Lina Wertmuller
musiche Nino Rota trascritte per quintetto da Giacomo Scaramuzza
con Elio (voce)
e con Corrado Giuffredi (clarinetto), Cesare Chiacchiaretta (fisarmonica), Giampaolo Bandini
(chitarra), Enrico Fagone (contrabbasso) e Danilo Grassi (percussioni)
produzione Parmaconcerti
NUOVA PRODUZIONE
In questa nuova produzione di Parmaconcerti Elio vestirà i panni di Gian Burrasca, lo scatenato protagonista
del romanzo di Vamba scritto nel 1907, e lo farà cantando ed interpretando i momenti salienti della storia dello
scatenato Giannino Stoppani, alias Gian Burrasca. Il testo e la supervisione registica saranno a cura di Lina
Wertmuller, già autrice del celeberrimo sceneggiato televisivo della metà degli anni Sessanta. «Adoro Elio e da
quando abbiamo lavorato assieme in Storia d’amore e d’anarchia in teatro nel 2004 ho pensato e immaginato che prima
o poi ci sarebbe stata un’altra occasione: è arrivata con la sua proposta di portare in teatro il Gian Burrasca. Come
potevo non entusiasmarmi all’idea di rimetter mano dopo più di quarant’anni al testo del Giornalino immaginando Elio
vestire i panni che furono di Rita Pavone? Ed ecco quindi che è nato questo spettacolo divertente, con Elio come unico
cant-attore in scena e cinque straordinari musicisti che suonano dal vivo le canzoni più celebri dello sceneggiato
televisivo composte dal grande Nino Rota. Sto pensando ad una regia abbastanza semplice, ad un ritmo veloce dello
spettacolo perché la musica sia la grande protagonista della serata ed Elio, imprevedibile e irresistibile giocherellone, il
Gian Burrasca del nuovo millennio….».
Teatro Donizetti
dall’8 al 13 febbraio 2011
IL MISANTROPO
di Molière
regia Massimo Castri
scene Maurizio Balò
con Massimo Popolizio
e con Graziano Piazza, Sergio leone, Federica Castellini, Laura Pasetti, Ilaria Genatiempo e
Tommaso Cardarelli
produzione Teatro Stabile di Roma
NUOVA PRODUZIONE
Come noto, Molière ebbe il coraggio di iniziare un nuovo genere di teatro, che descriveva senza veli i costumi
del suo tempo. I suoi personaggi, presi dalla vita di tutti i giorni, erano avari, sciocchi, ipocriti, scaltri, misantropi, ma
tutti avevano in comune un pregio: erano vivi, veri e, per di più, comici. Sembrerebbe che il Duca di Montasieur,
precettore del Delfino di Francia, avesse minacciato Molière di bastonarlo per averlo preso a modello come l’Alceste,
protagonista de Il Misantropo, salvo poi cambiare idea e ringraziarlo dell’onore concessogli. Sin dal loro primo
apparire sulle scene, le commedie di Molière piacquero al pubblico proprio per la novità che rappresentavano anche se,
come nel caso citato, egli raramente inventava trame e soggetti originali, sfruttando piuttosto il patrimonio di autori
vissuti prima di lui. La sua grandezza è quella di far diventare le storie comuni storie universali, valide per ogni epoca e
località. Il Misantropo è, allora, la storia di chi, contro il parere e i consigli degli amici, non scende mai a compromessi,
pone sempre la sincerità al di sopra di tutto, anche a costo di urtare le varie e deboli personalità, con il rischio, quindi, di
perdere ogni possibile protezione. È questo il retroterra che Massimo Castri, uno dei nostri più importanti registi,
affronta con questa nuova messa in scena, accostandosi per la prima volta a un Molière, in un percorso di
collaborazione con il Teatro di Roma che ha già visto altre importanti tappe come, Tre sorelle, Porcile, Finale di
Partita, Quando si è qualcuno, Questa sera si recita a soggetto. Nel ruolo di protagonista Massimo Popolizio, un’altra
presenza che, così come quella di Castri, segna la continuità di un rapporto di lavoro e di ricerca con due tra i più
importanti artisti della scena teatrale italiana.
Teatro Donizetti
dal 22 al 27 febbraio 2011 (domenica 27 febbraio doppia replica, alle ore 15.30 e alle ore 20.30)
BOTHANICA
uno spettacolo concepito e diretto da Moses Pendleton
co-direttore Cynthia Quinn
coreografie Moses Pendleton
costumi Phoebe Katzin, Moses Pendleton e Cynthia Quinn
disegno pupazzi Michael Curry
realizzazione attrezzi e art work Pedro Silva
luci Joshua Starbuck e Moses Pendleton
proiezioni video Moses Pendleton
montaggio video Woodrow F. Dick III
con gli acrobati della Compagnia MOMIX (Tsarra Bequette, Jennifer Chicheportiche, Simona Di
Tucci, Sarah Nachbauer, Cassandra Taylor, Joshua Christopher, Jon Eden, Donatello Iacobellis,
Robert Laqui, Steven Marshall)
produzione La Cenicienta
distribuzione Duetto 2000 ROMA
Lo spettacolo nasce dalla passione per la natura del coreografo Moses Pendleton, fondatore dei Momix. «Mi
sono ispirato per prima cosa a Vivaldi e al suo ciclo delle Quattro Stagioni», dice infatti il coreografo. Lo spettacolo è
diviso in due parti: Winter Spring (il nome delle due prime stagioni Inverno-Primavera, ma anche, in inglese, “lo slancio
(spring) dell’inverno”) e Summer Fall (Estate-Autunno, ma anche “la caduta dell’estate”). E in questo semplice ma
affascinante gioco linguistico si nasconde molta della elementare ma accattivante filosofia Pendletoniana. Le
coreografie sono un insieme di elaborati giochi ottici, intessuti di efficaci strutture dinamiche proprie della modern
dance americana. Il panorama sonoro è impressionante per varietà: ben trentacinque diverse fonti sonore. Alla base di
Bothanica c’è però anche il desiderio di trarre lezione dall’osservazione della natura nel senso, appunto, un po’ ingenuo
e forse ancora “hippy” del termine. «Questa – dice Pendleton – è l’essenza dei Momix: si vede un fiore in un uccello, un
essere umano in una roccia, una donna in un uomo. Bisogna usare la fantasia, l’immaginazione, la creatività. Nei nostri
spettacoli cerchiamo di provocare quella che io chiamo “optical confusion”: un modo per eccitare i nervi del cervello e
stimolare la creatività».
Teatro Donizetti
dall’8 al 13 marzo 2011
DONA FLOR E I SUOI DUE MARITI
liberamente tratto dal romanzo di Jorge Amado
regia e drammaturgia Emanuela Giordano
musiche originali eseguite dal vivo dalla Bubbez Orchestra
impianto scenico Andrea N. Cecchini
installazioni visive Claudio Garofalo
coreografie Juan Diego Puerta
luci Michelangelo Vitullo
con Caterina Murino, Paolo Calabresi e Max Malatesta
e con Simonetta Cartia, Claudia Gusmano, Serena Mattace Raso e Laura Rovetti
produzione Compagnia Mario Chiocchio
Dona Flor, come molti sanno, è una dolce e pudica creatura bahiana che convola in prime nozze con un
adorabile mascalzone, giocatore e sciupafemmine. Alla morte del primo marito, dopo un anno di sofferta vedovanza, si
risposa con un affettuoso, devoto e morigerato farmacista. Dona Flor scopre, nell’incanto di un luogo dove
l’impossibile si palesa e si colora, che il desiderio può compiere prodigi inaspettati. Grande maestra di cucina, Dona
Flor, natura onesta e schiva, scopre che il suo appetito d’amore non si può saziare con un solo marito, ce ne vogliono
due. Per un idillio perfetto occorre mettere insieme il meglio di entrambi: onestà e premure da una parte, fantasia ed
erotismo dall’altra, o, come suggerirebbe James Hillman, l’animo saturnino e quello mercuriale. Lo spiritello vivace del
primo amore si intrufolerà nel letto del secondo legittimo marito, regalando a Dona Flor l’illusione di una pienezza
altrimenti irraggiungibile. Il capolavoro di Amado sprigiona incandescente ilarità e poesia visionaria. Non è traducibile
per intero sulla scena, tanti sono i personaggi che si affollano nelle case, per i vicoli del Pelorinho, quartiere popolare di
Bahia, dove la vita si consuma tra la gente. «La nostra trasposizione teatrale, fedele, crediamo, allo spirito dell’autore ci racconta la regista Emanuela Giordano - immagina un luogo che abbiamo nella memoria. Bahia, che ho conosciuto
e amato enormemente, resta Bahia ma diventa anche una Genova, una Napoli, o una Palermo dei primissimi anni
Sessanta. Una città di mare, solare e segreta al tempo stesso, dove il quartiere è ancora teatro della vita. Morti,
matrimoni, amori e tradimenti riguardano tutti, con una morbosa, affettuosa, indecente partecipazione di cui ora
sentiamo, forse, la mancanza».
Teatro Donizetti
dal 22 al 27 marzo 2011
IL MARE
due tempi di Paolo Poli da Anna Maria Ortese
regia Paolo Poli
scene Emanuele Luzzati
costumi Santuzza Calì
con Paolo Poli
e con altri attori da definire
produzione Produzioni Teatrali Paolo Poli
NUOVA PRODUZIONE
I racconti di Anna Maria Ortese, composti nel lungo arco di tempo che va dagli anni Trenta agli anni
Settanta, affiancando la produzione dei grandi romanzi, riflettono sorprendentemente la complessa personalità
dell’autrice. Storie quasi senza storia che dipingono una realtà tragica come attraverso un sogno. Spesso sono stati
paragonati al fantastico viaggio dantesco nell’aldilà. A una rilettura odierna sembrano piuttosto rievocare la teatrale
tenerezza del Tasso o la cinematografica leggerezza dell’Ariosto. Gli avvenimenti narrati sono visti attraverso il ricordo
struggente: l’infanzia infelice, ma luminosa, l’adolescenza insicura, ma traboccante, l’amore sfiorato, ma mai
posseduto. Sentimenti che ricordano il dispettoso rifiuto di Kafka e le illuminazioni improvvise di Joyce. Figure e
figurine di un’ “Italietta” arrancante nella storia, dove le canzonette fanno la parte del leone. Accanto a Paolo Poli gli
attori che da sempre lo accompagnano in un tipo di teatro personalissimo. Le scene del grande Emanuele Luzzati
enfatizzano la pittura novecentesca. I costumi fantasiosi di Calì sorprendono ancora una volta. Le musiche di Perrotin
persuadono arditamente. Insomma una nuova produzione della premiata ditta Sorrisi e Veleni.
Teatro Donizetti
dal 5 al 10 aprile 2011
BOLLYWOOD LOVE STORY
di Sanjoy K. Roy
regia Sanjoy K. Roy
coreografie Gilles Chuyen
scene Sanjoy K. Roy & Sharupa Dutta
set visuals Oroon Das
costumi Gilles Chuyen & Sharupa Dutta
direzione video Manoj Kumar
arrangiamenti musicali Sony Bmg, Yashraj Music, T-series, Eros Multimedia
produzione Live Arts Management
Bollywood Love Story è una storia d’amore e di sogni. Un uomo giovane, Rahul, emigra dal suo villaggio
verso una grande città in cerca di un brillante futuro. Nel mezzo della confusione creata dall’incontro con nuove
persone, nuovi posti, nuovi suoni e nuove visioni, Rahul conosce la donna dei suoi sogni, Priya. Tra i due giovani
sboccia l’amore, ma il padre di lei, Don, il boss del villaggio, cercherà di ostacolarli. A Bollywood, tuttavia, il lieto fine
è d’obbligo. In quasi tutti i film bollywoodiani ci sono giovani innamorati, malvagi oppressori, rapimenti, lacrime,
disperazione, scontri e promesse. Gli stessi ingredienti elettrizzeranno il pubblico di Bollywood Love Story. Il musical è
un pittoresco alternarsi di danza e musica, un’esplosiva miscela di coreografia moderna e danza folcloristica,
intrattenimento allo stato puro, che richiede l’interazione del pubblico. Inutile dire che musica e danza giocano un ruolo
fondamentale proprio perché sono da sempre parte integrante della cultura indiana. Bollywood Love Story regala uno
splendido viaggio nell’India moderna attraverso le tradizioni che contraddistinguono una storia del cinema che
abbraccia danza, teatro e musica. Una produzione che riunisce sulla scena trenta artisti, tra attori, ballerini e cantanti e
che contagia e trasmette un irresistibile entusiasmo al pubblico di tutto il mondo. Elogi e riconoscimenti sono arrivati
dall’Europa e dal Sudafrica, dove la produzione ha effettuato una lunga tournée nel corso della passata stagione.
Teatro Donizetti
dal 3 all’8 maggio 2011
NIENTE PROGETTI PER IL FUTURO
di Francesco Brandi
regia Francesco Brandi
con Giobbe Covatta e Enzo Iacchetti
produzione La Contemporanea
in coproduzione con Sosia&Pistoia
NUOVA PRODUZIONE
Niente progetti per il futuro è un gioco teatrale surreale, una parabola contemporanea, che cerca di raccontare,
con i toni della leggerezza e del paradosso, una società in crisi, dove i valori dell’Uomo appaiono lisi e sfilacciati sullo
sfondo di un progressivo impoverimento spirituale. Due uomini si incontrano di notte su un ponte della periferia di una
grande città. Li accomuna la singolare circostanza che nello stesso momento hanno pensato di compiere il medesimo
gesto: suicidarsi gettandosi dal ponte. Tobia è un vip della tv, psicologo di nascita ma opinionista-tuttologo di adozione
(televisiva). È un uomo colto e ironico, ma anche estremamente egoista ed egocentrico. Ultimamente è finito in
disgrazia dopo aver involontariamente offeso un alto papavero della televisione in una delle solite schermaglie dei
salotti televisivi. Sebbene, pentito dell’incauto gesto, abbia cercato di porvi rimedio con scuse e genuflessioni, subisce
ormai da mesi un pesante ostracismo che lo ha logorato lentamente, facendo emergere la sua parte più cinica e
nichilista. Su consiglio del suo agente ha speso gli ultimi denari per sposare in sontuose nozze una starlette della tv con
cui era fidanzato da tempo, più che per amore per fare un po’ di “rumore” intorno alla propria immagine. Ma il gesto a
poco è servito. Oltre allo sbriciolamento della sua carriera Tobia non sopporta di essere stato improvvisamente
abbandonato da tutti. Porta con sé un’agendina dove, accanto al nome di ogni persona che conosce, annota se questa lo
ami o se non lo ami, come fosse un’enorme margherita da migliaia di petali. E ormai i “m’ama” sono scesi per la prima
volta sotto il 3%, un dato nefasto quanto le percentuali auditel dei suoi programmi televisivi. La sua popolarità è
definitivamente annientata. Quindi è arrivata l’ora di farla finita. Ma proprio nel fatidico instante in cui sta per lasciarsi
andare giù dal ponte appare Ivan. Garagista, uomo semplice e di una piacevole concretezza, religioso praticante, di
estrazione sociale bassa, con una cultura non certo ricca, ma nutrita da un’insopprimibile curiosità che alimenta le sue
velleità speculative e finanche filosofiche, un filosofo del paradosso ovviamente! E proprio certe sue speculazioni
vittimistiche lo hanno portato a concludere che il modo più consono di reagire al tradimento della fidanzata sia levarsi la
vita. Adesso che però ha conosciuto di persona Tobia, di cui è da sempre grande fan, ha deciso che la sua ultima buona
azione da vivo sarà impedirgli il suicidio. Dall’incontro-scontro di questi due personaggi – a interpretarli Giobbe
Covatta e Enzo Iacchetti – provenienti da mondi così lontani, con prospettive di vita tanto distanti, con aspettative
diverse, nasce il dramma (o la commedia?) di Niente progetti per il futuro. Che sia dramma o commedia dipende dal
punto di vista di chi guarda la pièce, dalla diversa lettura degli stessi avvenimenti.
ASSESSORATO ALLA C ULTURA E SPETTACOLO
ALTRI PERCORSI 2010-2011
Teatro Sociale
21 dicembre 2010
E PENSARE CHE C’ERA IL PENSIERO
di Giorgio Gaber e Sandro Luporini
regia Emanuela Giordano
con Maddalena Crippa
produzione TIEFFE Teatro Milano e Fondazione Giorgio Gaber
«Il secolo che sta morendo è un secolo piuttosto avaro nel senso della produzione di pensiero. Dovunque c’è un
grande sfoggio di opinioni, piene di svariate affermazioni che ci fanno bene e siam contenti, un mare di parole un mare
di parole ma parlan più che altro i deficienti». (E pensare che c’era il pensiero, 1994). Dopo le fortunate esperienze di
Sboom e di A sud dell’alma, Maddalena Crippa torna al teatro-canzone, e questa volta dalla porta principale,
confrontandosi con uno spettacolo culto per molte generazioni, E pensare che c’era il pensiero, nato dal genio di
Giorgio Gaber e Sandro Luporini. Un titolo che segna, insieme ad altri grandi titoli gaberiani, un preciso spartiacque
sul fare e pensare teatro e che rappresenta forse il punto più alto dell’opera della coppia. «Quello che sembrava fosse un
inarrestabile processo rivoluzionario sul piano delle coscienze, prima ancora che su quello storico e politico, comincia a
mostrare i suoi limiti, le sue incertezze, i suoi tentativi un po’ patetici di nascondere contraddizioni sempre più evidenti.
L’appiattimento dell’individuo preconizzato dai vari Adorno e Marcuse, è qui presentissimo. Si comincia ad avvertire
un senso di impotenza, di incapacità a contrapporre istanze diverse al modello americano e alla sua trionfale avanzata.
Si percepisce il disagio di una sconfitta collettiva che ci ostiniamo ancora a non voler riconoscere come tale».
Teatro Sociale
18 gennaio 2011
DIES IRAE _ 5 episodi intorno alla fine della specie
creazione collettiva di Teatro Sotterraneo
testi Daniele Villa
luci Roberto Cafaggini
costumi Lydia Sonderegger
graphic design costumi Claudio Paganini
con Sara Bonaventura, Iacopo Braca, Matteo Ceccarelli e Claudio Cirri
produzione Teatro Sotterraneo/Fies Factory One
coproduzione Centrale Fies, AREA06, OperaEstate Festival Veneto
in collaborazione con Inteatro/Scenari Danza 2.0 AMAT Regione Marche
«Non potrai mai camminare a fianco di un neandertaliano. Non potrai mai nemmeno parlare con un
mesopotamico oppure osservare il cielo con un maya. Non vedrai l’arrivo di una delegazione aliena sul maxischermo e
non vedrai il sole diventare supernova. In realtà non ti sei visto nascere e non ti vedrai nemmeno morire. Il presente è un
tempo storico. Il presente è una convenzione. Il presente è soprattutto un perimetro d’azione. Per colonizzare passato e
futuro possiamo immaginare due archeologie opposte: una che dissotterri il passato e una che sotterri il presente in
attesa di un dissotterramento futuro. Abbiamo sempre seguito delle tracce e non potremo non lasciarne di nuove.
Ognuno viva e canti il suo tempo e poi torni alla polvere. Alleluia». Dies irae _ 5 episodi intorno alla fine della specie
è un lavoro sull’estinzione della civiltà, sull’esaurimento dell’esperienza umana, sulla scomparsa intesa non come
evento traumatico, ma come prospettiva, come sguardo archeologico, proveniente da un tempo successivo al nostro. Se
dovessimo sparire adesso, la nostra capacità di colonizzare il futuro starebbe negli oggetti che ci cadrebbero di mano,
nelle strade che stavamo percorrendo e nelle opere che stavamo osservando. Prima che la natura si riappropri del
pianeta, prima che le costruzioni crollino e i lasciti del nostro linguaggio diventino indecifrabili, si potrebbero ancora
ritrovare e raccogliere materiali e reperti, predisponendo una sorta di museo in cui le nostra vestigia direbbero di noi,
lasciando comunque quasi tutto inspiegato, sopra un pianeta solitario, in orbita, pieno di cose. Dies irae _ 5 episodi
intorno alla fine della specie, attraverso pezzi diversi per formato e impianto estetico ma attraversati da un unico
discorso, tenta un’operazione di archeologia del presente. Attraverso la ricodificazione di porzioni d’immaginario
collettivo, Teatro Sotterraneo interroga la forza e la tenuta della traccia, del reperto che racconta di qualcosa che non
c’è più e, quindi, della memoria contrapposta all’oblio.
Teatro Sociale
3 febbraio 2011
2984
di Enrico Remmert e Luca Ragagnin
tratto da 1984 di George Orwell
regia Emanuele Conte
impianto scenico Davide Sorlini e Emanuele Conte
luci Cristian Zucaro
musiche Einsturzende Neubauten a cura di Tiziano Scali
video art Gregorio Giannotta
regia video Luca Riccio
attrezzeria Renza Tarantino
con Enrico Campanati, Andrea Di Casa, Marina Remi e Carla Buttarazzi, Alessandro Damerini,
Luca Ferri, Gianni Masella, Sara Nomellini.
si ringrazia per la video‐partecipazione Enrico Ghezzi
collaborano al progetto Amedeo Romeo e Bruno Cereseto
interventi video e voce Pietro Fabbri, Alice Scano, Antonio Zavatteri
produzione Teatro della Tosse
«Uno spazio neutro, nero, nudo non è un teatro - non ci sono poltrone né palcoscenico – si tratta di un tubo
chiuso che si snoda nell’intestino delle nostre paure. Ecco, siamo nel tubo catodico digerente del Grande Fratello, quello
vero! Intorno ci sono presenze inquietanti, animali impagliati, pareti oppressive che annebbiano anche la nostra fantasia,
noi, pubblico o attori non importa, non riusciamo più a immaginare, non sappiamo quasi pensare, sembra reale solo
quello che ci restituiscono i televisori ingabbiati che sono dappertutto. Lì, anzi qui, tutto è felicità, sorrisi rassicuranti
montati su bocche rosso Ferrari. Finché il televisore è acceso naturalmente. E se si spegnesse? Il buio ci mangerebbe?
La paura ci corroderebbe dall’interno? Oppure semplicemente… ma tanto non è possibile spegnere questo mondo
perfetto, e poi perché farlo?». 2984 è una coproduzione tra il Teatro della Tosse e il Festival della Scienza, che da
diversi anni collaborano insieme con crescente successo. Il testo di 2984 è di Enrico Remmert, scrittore e
sceneggiatore, e Luca Ragagnin, poeta, scrittore e autore di testi musicali. Lo spettacolo celebra il 60° anniversario
della pubblicazione del libro dello scrittore inglese, che concludeva la sua ideale trilogia sulla dittatura comunista
iniziato con Omaggio alla Catalogna e proseguito con La Fattoria degli animali. Come Orwell scrive il suo libro nel
1948 e inverte le ultime cifre della data per raccontare un futuro prossimo pericoloso e inquietante, così nello spettacolo
il numero 1 del titolo diventa un 2. Il protagonista Winston Smith vive in un mondo dominato dai ministeri dell’Amore,
dell’Abbondanza, della Verità e della Pace, e per le strade risuonano gli slogan «La Guerra è Pace», «La libertà è
schiavitù», «L’ignoranza è forza». Tutto ci ricorda sinistramente il nostro tempo e il continuo ricorso alla Paura e alla
Propaganda per limitare sempre più la libertà di scelta.
Teatro Sociale
1 marzo 2011
L’INGEGNER GADDA VA ALLA GUERRA
(o della tragica istoria di Amleto Pirobutirro)
un’idea di Fabrizio Gifuni
da Carlo Emilio Gadda e William Shakespeare
regia Giuseppe Bertolucci
disegno luci Cesare Accetta
direttore tecnico Hossein Taheri
con Fabrizio Gifuni
produzione Associazione Culturale Esplor/Azioni
Quattro anni dopo ‘Na specie de cadavere lunghissimo, spettacolo che, a partire dai testi di Pasolini e
Somalvico, poneva le basi di una riflessione teatrale sulla trasformazione del nostro paese negli ultimi quarant’anni,
Fabrizio Gifuni e Giuseppe Bertolucci riprendono il loro discorso guidati dalla lingua e dal pensiero di uno dei più
grandi scrittori del ‘900. I Diari di guerra e di prigionia – resoconto fedele della partecipazione di Gadda alla prima
guerra mondiale – e l’esilarante Eros e Priapo, scritto-referto sulla psicopatologia erotica del ventennale flagello
fascista, tracciano la rotta di un viaggio che ci conduce fino al nostro presente, alla scoperta di un popolo mai cresciuto.
E, in ultima analisi, di noi stessi. «Un Amleto ormai vecchio, solo, senza più un padre o una madre da invocare o da
maledire, sempre più debole di nervi, collerico. Solo con i suoi fantasmi. La lingua squassata da lampi di puro genio
proteiforme. Sempre sull’orlo di una follia tragica eppure, a tratti, comicissima. E ricca di metodo. Ah sì, ricca di
metodo. Così inizio a immaginare L’ingegner Gadda va alla guerra. Un “Amleto Pirobutirro”, che riavvolge il nastro
delle sue nevrosi camminando a ritroso – come un granchio – sulle tavole della memoria. Una discesa agli inferi che
riapre antiche ferite, mai rimarginate. Fino ad arrivare alla ferita originaria. A ciò da cui tutto discende. Nel male e nel
bene. Al pozzo nero della sua futura infelicità ma anche, forse, all’involontaria miniera della sua immensa arte».
Teatro Sociale
29 marzo 2011
LA MALATTIA DELLA FAMIGLIA M
di Fausto Paravidino
regia Fausto Paravidino
scene Laura Benzi
costumi Sandra Cardini
con Jacopo-Maria Bicocchi, Iris Fusetti, Emanuela Galliussi, Nicola Pannelli, Fausto Paravidino,
Paolo Pierobon e Pio Stellaccio
produzione Teatro Stabile di Bolzano
Fausto Paravidino è uno dei migliori autori teatrali italiani di oggi. Rappresentato ovunque, tradotto in molte
lingue, con la sua scrittura è l’esempio vivente di un teatro, quello italiano, che può ancora fare scuola all’estero. In soli
nove anni, da quando Paravidino è approdato per la prima volta allo Stabile di Bolzano con la messinscena di Due
Fratelli, ha fatto davvero molta strada. Questo giovane autore, attore e regista si è cimentato con il teatro ma anche con
la fiction televisiva e, soprattutto, con il cinema, dirigendo Texas, opera prima prodotta da Fandango che ha riscosso un
grande successo di critica e di pubblico. La malattia a cui si allude nel titolo è in realtà il disagio esistenziale di una
famiglia allo sbando che vive in una città di provincia. La madre scomparsa, due sorelle che tirano avanti tentando di
dare forma alla loro vita tra fidanzati non equamente ripartiti e dividendosi tra un padre alla deriva e un fratello minore,
Gianni, che guarda la vita come un gioco dal quale uscirà in modo drammatico e improvviso. Cristofolini, il cechoviano
medico del paese, è testimone implicato in questa storia a più voci, dove ciascuno dialoga con l’altro ma rimane in
solitudine, incapace di risolvere le proprie difficoltà nel comunicare. Per la prima volta in un lavoro teatrale di Fausto
Paravidino oltre ai giovani compaiono gli adulti, insieme protagonisti di questo viaggio all’interno della provincia
italiana con i dialoghi che scorrono veloci e semplici, con le parole che si susseguono l’una all’altra apparentemente
banali, ma che, al contrario, vanno a scavare proprio dove ci sono ferite aperte e situazioni, come ha detto lo stesso
autore, di normale anormalità. Ma nel testo ci sono anche tanta ironia e autoironia generazionale capace di attirare lo
spettatore e catapultarlo in una trama che non lo lascerà fino a quando, sulla storia, non calerà il sipario.
Teatro Sociale
28 aprile 2011
MADE IN ITALY
di Valeria Raimondi e Enrico Castellani
scene Gianni Volpe
costumi Franca Piccoli
luci e audio Ilaria Dalle Donne
movimenti di scena Luca Scotton
con Valeria Raimondi e Enrico Castellani
produzione Babilonia Teatri e Operaestate Festival Veneto
con il sostegno di Viva Opera Circus e Teatro dell’Angelo
VINCITORE DEL PREMIO SCENARIO 2007 E DEL PREMIO VERTIGINE 2010
Made in italy non racconta una storia. Affronta in modo ironico, caustico e dissacrante le contraddizioni del
nostro tempo. Lo spettacolo procede per accumulo. Fotografa, condensa e fagocita quello che ci circonda: i continui
messaggi che ci arrivano, il bisogno di catalogare, sistemare, ordinare tutto. Procede per accostamenti, intersezioni,
spostamenti di senso. Le scene non iniziano e non finiscono. Vengono continuamente interrotte. Morsicate. Le
immagini e le parole nascono e muoiono di continuo. Gli attori non recitano. La musica è sempre presente e detta la
logica con cui le cose accadono. Come in un video-clip. Made in italy è un groviglio di parole. È un groviglio di tubi
luminosi. È un groviglio di icone. Per un teatro pop. Per un teatro rock. Per un teatro punk. Un teatro carico di input e di
immagini sovrabbondante di suggestioni, ma privo di soluzioni. Babilonia Teatri, la giovane compagnia veronese
autrice dello spettacolo, che irride le convenzioni, i luoghi comuni, i clichet della vita moderna e del teatro
contemporaneo, mette insieme le contraddizioni della realtà in cui è nata, cresciuta e si è moltiplicata. Essere pop-rockpunk è evidentemente una provocazione, uno di quegli ossimori di cui Babilonia Teatri nutre la propria originale
drammaturgia, affrontando così il teatro di parola e di critica sociale con un sereno ma feroce distacco.
ASSESSORATO ALLA C ULTURA E SPETTACOLO
OPERETTA 2010-2011
Teatro Donizetti
31 dicembre 2010 e 1 gennaio 2011
HELLO DOLLY!
di Michael Stewart e Jerry Herman
adattamento e regia Corrado Abbati
scene Stefano Maccarini
costumi Artemio Cabassi
coreografie Giada Bardelli
direzione musicale Marco Fiorini
con Compagnia Corrado Abbati
produzione inScena - produzione spettacoli
Dolly Levi è un’affascinante vedova, sensale di matrimoni, che, stanca di essere sola, decide di riprendere
marito. L’uomo che le interessa è un suo cliente, Orazio Vandergelder, un ricco parsimonioso commerciante di mezza
età, proprietario di un negozio di mangimi dove lavorano i due giovani commessi Barnaby e Cornelio, anche loro alla
ricerca dell’anima gemella. Orazio, che è ostile alle nozze della nipote Ermenegarda con il giovane Ambrogio, la cui
professione di pittore è per lui sinonimo di povertà, si rivolge a Dolly perché conduca la ragazza lontana dal suo
innamorato. Dolly è pronta ad aiutare Orazio prendendosi cura della nipote Ermengarda, ma apprende che lui ha
intenzione di andare a New York per chiedere la mano della graziosa modista Irene Mallow. Dolly decide allora di
mandare all’aria questo proposito di fidanzamento: se una donna Orazio deve sposare, questa sarà lei. Inizia così una
divertente serie di colpi di scena grazie ai quali Dolly mette in atto un piano geniale. Orazio si converte così all’idea che
il denaro non è l’unico scopo della vita ed accetta il matrimonio di Ermenegarda con Ambrogio, mentre i due commessi
trovano la felicità l’uno tra le braccia di Irene, l’altro tra quelle della sua amica Minnie, ma, soprattutto, Dolly fa cadere
ai suoi piedi il “nuovo” Orazio.
Hello Dolly! è uno dei più grandi musical di tutti i tempi. Solo a Broadway al suo debutto superò le 3000
repliche, facendo incetta di premi e stabilendo un record con ben 10 Tony Awards (gli oscar del teatro). Il brano del
titolo diventò ben presto una hit internazionale, grazie anche al film con Barbra Streisand. Hello Dolly! È, dunque, una
pietra miliare del teatro musicale leggero. Questo sicuramente grazie alla briosa commedia dove l’intraprendente ed
autorevole protagonista dà vita a spassosi equivoci, sorprendenti colpi di scena e romantiche parentesi sentimentali, il
tutto amplificato dall’immediatezza della musica di Herman. Questa nuova produzione di Hello Dolly! prende spunto
proprio dalla simpatia e dall’esuberanza straripante sia del testo che della musica, ponendo l’accento sul brio dei
dialoghi, sull’energia delle coreografie e sull’eleganza dei costumi e delle scene, trasponendo il tutto in un’epoca
spavalda e carica di sogni in anni scatenati e segnati dalla forte impronta dell’alta moda, da un’esuberante voglia di
vivere e da una fantasia e un’allegria contagiose. Questi ingredienti fanno di Hello Dolly! uno spettacolo senza età dove
giovani e meno giovani ritrovano il piacere della trasgressione, i turbamenti del primo amore e la scoperta o la memoria
musicale delle belle canzoni di Jerry Herman.
Teatro Donizetti
20 febbraio 2011
LA PRINCIPESSA DELLA CZARDA
operetta in due atti di Emmerich Kàlmàn
regia Silvia Felisetti
orchestra Cantieri d’Arte diretta da Stefano Giaroli
coreografie Costanza Chiappori
corpo di ballo Accademia
con Susie Georgiadis, Claudio Corradi, Alessandro Brachetti, Silvia Felisetti, Fulvio Massa,
Francesco Mei e Giuliano Scaranello
produzione Compagnia Teatro Musica Novecento
Presentata al Teatro Johann Strauss di Vienna il 13 novembre 1915, proprio nei giorni dell’assassinio di
Sarajevo e dello scoppio della prima guerra mondiale, La Principessa della Czarda ottenne uno dei più grandi successi
della storia dell’operetta (successo che si è rinnovato intatto fino ai nostri giorni). Il libretto si rifà alla tipica atmosfera
del crepuscolo dell’Impero Asburgico, ispirandosi alle più frequenti conversazioni da salotto e all’argomento più
popolare in quell’epoca: quello dei matrimoni impossibili tra rampolli dell’aristocrazia viennese e belle ed affascinanti
primedonne del varietà. Anche se l’operetta riporta il conflitto nei termini di una brillante commedia, tuttavia la materia
ha un suo nucleo di realismo e di credibilità.
Il giovane principe di Lyppert-Weylersheim, Edvino, trascorre le sue serate in un celebre locale notturno di
Budapest, l’Orpheum. Qui si innamora di Sylva, diva del momento. Purtroppo il suo romanzo d’amore è destinato a
durare poco. Infatti suo padre, contrario a questo legame, ha preparato per il figlio un fidanzamento ufficiale con la
contessina Stasi. Ma Sylva ed Edvino si amano profondamente e, prima di lasciarsi, il principe stipula un contratto di
nozze col quale promette di sposarla entro otto settimane…...
Teatro Donizetti
6 marzo 2011
LA VEDOVA ALLEGRA
libretto di Victor Leon e Leo Stein
da un soggetto di Henri Meilhac
musica Franz Lehàr
adattamento e regia Corrado Abbati
scene Stefano Maccarini
costumi Artemio Cabassi
coreografie Giada Bardelli
direzione musicale Marco Fiorini
con Compagnia Corrado Abbati
produzione inScena - produzione spettacoli
Centocinquanta anni fa, nel 1861, il commediografo e librettista francese Henri Meilhac (lo stesso della
Carmen di Bizet), scrisse un piacevole vaudeville che però divenne famosissimo solo molti anni dopo, nel 1905, grazie
alla musica di Franz Lehàr: era nata La Vedova Allegra. L’opera è un capolavoro di genuina ispirazione, dove i
protagonisti sono coinvolti in un vorticoso e divertente scambio di coppie, di promesse, di sospetti e di rivelazioni. Un
parapiglia che, come è naturale che sia in un’operetta, al termine si ricompone nel migliore dei modi, con il matrimonio
fra la bella vedova Anna Glavari e l’aitante diplomatico Danilo. Così, nel finale, tutti cantano la celeberrima marcetta È
scabroso le donne studiar! in una Parigi elegante e spensierata, come elegante e spensierata vuole essere questa
edizione de La Vedova Allegra, dove si va da “Maxim” (ancora oggi simbolo mondano-turistico parigino), si danno
nomi capricciosi alle donnine che allietano le serate piccanti dei diplomatici, si cantano valzer pervasi da un erotismo
scintillante, si ballano indemoniati can-can e si ama con assoluta gaiezza in un’atmosfera spensierata e contagiosa che
assimila attori e pubblico. Ed è in questa sinergia che l’operetta vola sulle ali del canto, della danza, della prosa, della
maschera, del gesto, facendosi teatro perfetto o, in modo meno presuntuoso, perfettamente teatrale. E, dopo 150 anni, la
storia della Vedova Allegra è ancora qui fra di noi ed è ancora oggi uno degli spettacoli più rappresentati al mondo.
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