Stagione 16/17 cartella stampa

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ELFOPUCCINI-STAGIONE2016|2017
30 settembre - 16 ottobre | sala Shakespeare,
sala Fassbinder e sala Bausch
MILANOLTRE XXX edizione
6 - 11 dicembre | sala Fassbinder
KARMAFULMINIEN. FIGLI DI PUTTINI
Generazione disagio
12 - 30 ottobre | sala Fassbinder
ORPHANS
di Dennis Kelly
regia Tommaso Pitta
coproduzione Marche Teatro/Teatro dell’Elfo
13 - 18 dicembre | sala Fassbinder
WEEK END
di Annibale Ruccello
regia di Luca de Bei
18 - 23 ottobre | sala Bausch
I CONIGLI NON HANNO LE ALI
scritto e diretto da Paolo Civati
Collettivo Attori Riuniti /Teatro del Carretto
20 ottobre - 13 novembre | sala Shakespeare
OTELLO
di William Shakespeare
regia Elio De Capitani e Lisa Ferlazzo Natoli
Teatro dell'Elfo
2 - 4 novembre | sala Fassbinder
DIECI MINI BALLETTI
Collettivo cinetico
8 - 20 novembre | sala Bausch
DOVE SEI, O MUSA
di William Shakespeare
regia Elena Russo Arman
Teatro dell'Elfo
15 novembre - 4 dicembre | sala Fassbinder
L’ECLISSE
di Joyce Carol Oates
regia Francesco Frongia
Teatro dell'Elfo
22 novembre - 4 dicembre | sala Shakespeare
SOGNO DI UNA NOTTE DI MEZZA ESTATE
da William Shakespeare
regia Elio De Capitani
Teatro dell'Elfo
22 novembre - 27 novembre | sala Bausch
SHAKESPEARE A MERENDA
da William Shakespeare
regia Elena Russo Arman
Teatro dell'Elfo
29 novembre – 11 dicembre | sala Bausch
IL RACCONTO DI NATALE
di Charles Dickens
con Ferdinando Bruni
Teatro dell'Elfo
13 - 22 dicembre / 27 dicembre - 8 gennaio | sala
Shakespeare
ALICE UNDERGROUND
da Lewis Carroll
Teatro dell'Elfo
10 - 29 gennaio | sala Bausch
STANZE DI SE’
di Elisabetta Faleni
Teatro dell'Elfo
13 - 22 gennaio | sala Shakespeare
IL GIUOCO DELLE PARTI
di Luigi Pirandello
regia Roberto Valerio
Compagnia Umberto Orsini srl, Fondazione Teatro
della Pergola
17 gennaio – 5 febbraio | sala Fassbinder
AFGHANISTAN: IL GRANDE GIOCO
di S. Jeffreys, R. Hutchinson, A. Gupta, D. Greig
regia Elio De Capitani e Ferdinando Bruni
Teatro dell'Elfo
26 gennaio – 5 febbraio | sala Shakespeare
SMITH & WESSON
di Alessandro Baricco
regia Gabriele Vacis
Teatro Stabile del Veneto e Teatro Stabile di Torino
7 - 19 febbraio | sala Shakespeare
SCANDALO
di Arthur Schnitzler
regia Franco Però
Teatro stabile del Fiuli Venezia Giulia
7 - 12 febbraio | sala Bausch
BERSAGLIO SU MOLLY BLOOM
da James Joyce
Marcido Marcidorjs e Famosa Mimosa
8 - 12 febbraio | sala Fassbinder
MARYAM
di Luca Doninelli
regia Marco Martinelli
Teatro delle Albe/Ravenna Teatro
14 - 19 febbraio | sala Fassbinder
LA PRIMA, LA MIGLIORE
testo e regia Gianfranco Berardi e Gabriella Casolari
Emilia Romagna Teatro Fondazione
20 – 26 febbraio | sala Shakespeare
FRATTO X
di Flavia Mastrella e Antonio Rezza
RezzaMastrella
21 - 26 febbraio | sala Fassbinder
COSPIRATORI ovvero PRIMA DELLA PENSIONE
di Thomas Bernhard
progetto, scene e regia Elena Bucci e Marco Sgrosso
Le belle bandiere
21 - 26 febbraio | sala Bausch
Sara Borsarelli
NINA
testo e regia di Nicola Russo
Monstera
28 febbraio – 6 marzo | sala Shakespeare
ANELANTE
di Flavia Mastrella e Antonio Rezza
RezzaMastrella
28 febbraio – 8 marzo | sala Fassbinder
I GIGANTI DELLA MONTAGNA
di Luigi Pirandello
regia Roberto Latini
Fortebraccio Teatro
7 - 12 marzo | sala Bausch
Cinzia Spanò
LA MOGLIE
di e con Cinzia Spanò
regia Rosario Tedesco
Associazione Culturale PianoinBilico
9 - 19 marzo | sala Fassbinder
ASSASSINA
di Franco Scaldati
riduzione e regia di Enzo Vetrano e Stefano Randisi
Emilia Romagna Teatro Fondazione
10 - 12 marzo | sala Shakespeare
DEMONI
di Lars Norén
regia Marcial Di Fonzo Bo
Teatro Stabile di Genova e Comédie de Caen
14 - 19 marzo | sala Shakespeare
I MALAVOGLIA
regia Guglielmo Ferro
produzione Progetto Teatrando
20 - 26 marzo | sala Fassbinder
GEPPETTO E GEPPETTO
testo e regia Tindaro Granata
Teatro stabile di Genova, Festival delle colline torinesi,
Proxima Res
21 - 26 marzo | sala Shakespeare
FAUST: UNA RICERCA SUL LINGUAGGIO
DELL’OPERA DI PECHINO
progetto e regia Anna Peschke,
Emilia Romagna Teatro Fondazione, China National
Peking Opera Company
27 marzo – 2 aprile | sala Fassbinder
ANIMALI DA BAR
drammaturgia Gabriele Di Luca
regia Gabriele Di Luca, Massimiliano Setti,
Alessandro Tedeschi
Carrozzeria Orfeo
28 marzo - 2 aprile | sala Shakespeare
COME NE VENIMMO FUORI
di e con Sabina Guzzanti
regia di Giorgio Gallione
Secol Superbo e Sciocco produzioni
28 marzo – 9 aprile | sala Bausch
ROAD MOVIE
di Godfrey Hamilton
traduzione Gian Maria Cervo
regia Sandro Mabellini
Teatro dell'Elfo
4 - 9 aprile | sala Fassbinder
NERDS
testo e regia di Bruno Fornasari
Teatro Filodrammatici
6 - 9 aprile | sala Shakespeare
IL MASCHIO INUTILE
Banda Osiris
18 aprile - 7 maggio | sala Shakespeare
LEAR DI EDWARD BOND
adattamento e regia Lisa Ferlazzo Natoli
Teatro dell'Elfo
2 – 21 maggio | sala Fassbinder
Ferdinando Bruni
FINCHÉ ESISTA IL SOLE DELLA MIA RAGIONE
uno spettacolo di Bruni/Frongia da Edgar Allan Poe
Teatro di Roma, Teatro dell'Elfo
3 – 21 maggio | sala Bausch
THE JUNIPER TREE dai fratelli Grimm
regia, scene e costumi di Elena Russo Arman
Teatro dell'Elfo
8 - 10 maggio | sala Shakespeare
MURI – PRIMA E DOPO BASAGLIA
testo e regia Renato Sarti
Teatro della Cooperativa
11 - 14 maggio | sala Shakespeare
GORLA FERMATA GORLA
testo e regia Renato Sarti
Teatro della Cooperativa
16 - 21 maggio | sala Shakespeare
LE STRATEGIE FATALI
testo e regia di Paolo Mazzarelli e Lino Musella
Marche Teatro
5 - 16 giugno | sala Fassbinder
FUGA IN CITTÀ SOTTO LA LUNA
da Favola di Tommaso Landolfi
e da Il lupo mannaro di Boris Vian
Teatro dell'Elfo
19 - 23 giugno | sala Fassbinder
MDSLX
regia Enrico Casagrande e Daniela Nicolò
Motus
19 - 23 giugno | sala Bausch
VEDI ALLA VOCE ALMA
con Lorenzo Piccolo
Nina's Drag Queens, Aparte, Danae Festival
NUOVESTORIE
gliappuntamenticongliautori,iregisti,eigruppiemergentiinsalaBausch
25 - 30 ottobre
LA SIRENETTA
regia Giacomo Ferraù
con la collaborazione registica di Arturo Cirillo
drammaturgia Giacomo Ferraù e Giulia Viana
con Riccardo Buffonini, Giacomo Ferraù,
Libero Stelluti, Giulia Viana
Eco di fondo/Campo teatrale
27 febbraio – 5 marzo
DE REVOLUTIONIBUS
Sulla miseria del genere umano
testi originali Giacomo Leopardi
con Giuseppe Carullo, Cristiana Minasi
Carullo-Minasi e Federgat
14 - 19 marzo
PETER PAN GUARDA SOTTO LE GONNE
testo e regia Livia Ferracchiati
con Linda Caridi, Luciano Ariel Lanza,
Chiara Leoncini, Alice Raffaelli
The baby walk
5 - 9 giugno
VA TUTTO BENE
regia Stefano Cordella
di e con Vanessa Korn, Dario Merlini
Alice Redini, Umberto Terruso, Fabio Zulli
Oyes
12 - 16 giugno
JOHN E JOE
di Agota Kristof
regia Valerio Binasco
con Nicola Pannelli, Sergio Romano
TeatroDue di Parma
Informazioni e prezzi
ELFO PUCCINI
C.SO BUENOS AIRES 33
tel. 02.00.66.06.06
[email protected] | www.elfo.org
BIGLIETTI
INTERO € 32,50
GIOVANI < 25 / ANZIANI > 65 € 17
SCUOLE E UNDER 18 € 12
MARTEDÍ POSTO UNICO € 21,50
NUOVE STORIE POSTO UNICO € 15
ABBONAMENTI
COPPIA • abbonamento per 7 spettacoli a scelta per due persone € 196
PRIMA SETTIMANA • abbonamento per 8 spettacoli (prime 6 repliche) € 84
PRIMA SETTIMANA IN DUE • abbonamento per 8 spettacoli per due persone (prime 6 repliche) € 168
PIÙ TRE • abbonamento per 3 spettacoli in un trimestre € 45
CARNET • carnet non nominale da 9 ingressi € 171
UNIVERSITÀ • abbonamento per 4 spettacoli € 36
SCUOLA/UNDER 18 • abbonamento per 3 spettacoli, riservato a scuole e giovanissimi € 30
LA NUOVA BIGLIETTERIA ONLINE DELL’ELFO PUCCINI
Da settembre 2016 sarà disponibile per il pubblico dell’Elfo Puccini la nuova biglietteria online,
sviluppata in collaborazione con Mentelocale. Il portale andrà ad integrare l’attuale sito elfo.org
per offrire agli spettatori uno strumento moderno e personalizzato con promozioni riservate,
contenuti speciali e di approfondimento.
Un nuovo canale per ottenere informazioni in modo più rapido ed efficace che semplificherà
l’accesso a teatro e migliorerà ulteriormente il dialogo tra l’Elfo Puccini e il suo pubblico.
Fuoriprogramma
17/25 settembre, sale Fassbinder e Bausch
Melting Milano
Rassegna di drammaturgia contemporanea: Ludwig, Idiot savant, Eco di fondo, Teatro Ma, Maniaci d’amore
30 settembre/16 ottobre, sale Shakespeare, Fassbinder e Bausch
Festival MilanOltre 30ª edizione ...La danza continua
www.milanoltre.org
Sentieri selvaggi in residenza all'Elfo Puccini
La rosa dei venti stagione 2017
Concerti di musica contemporanea - www.sentieriselvaggi.org
Per il 2017, anno del suo ventesimo compleanno, Sentieri selvaggi propone quattro ritratti in musica, due
Italiani (Luigi Nono e Paolo Castaldi) e due stranieri (Steve Reich e Michael Nyman), e due concerti dedicati
alle Cartoline che numerosi compositori hanno deciso di dedicarci per festeggiare i nostri vent'anni di attività:
si tratta di autori con cui l'ensemble ha un rapporto di amicizia da anni e compositori giovani e giovanissimi,
quasi tutti italiani. La rosa dei venti prevede anche un progetto speciale jazz a cura di Andrea Dulbecco,
vibrafonista e percussionista dell'ensemble.
Lezioni di storia
Sei lezioni magistrali a cura di Editori Laterza. Due cicli di appuntamenti dedicati alla storia.
Per il primo ciclo (30 ottobre,13 novembre e 27 novembre in sala Shakespeare) sul palcoscenico salgono
Franco Cardini, Emilio Gentile, Alessandro Barbero. Per il secondo ciclo (le cui date sono in via di definizione)
sono previste le lezioni di Massimo Montanari, Antonio Forcellino, Alberto M. Banti.
Gérard Grisey – Intonare la luce
25° Festival di Milano Musica Percorsi di musica d’oggi
6 novembre, sala Fassbinder mdi ensemble
7 novembre sala Shakespeare Jack Quartet
Sostenitori,partnerecollaborazioni
sostengono l’elfo puccini
Ministero dei Beni e delle Attività Culturali
Comune di Milano - Cultura/Teatro convenzionato
Regione Lombardia - Assessorato alla Culture, Identità e Autonomie
Fondazione Cariplo
sponsor
Coop Lombardia
collaborazioni
MeetMuseum
La fabbrica di Olinda Società Cooperativa sociale onlus
Doria Grand Hotel
Produzioni e coproduzioni
del Teatro dell'Elfo
ORPHANS
Milano: 12 - 30 ottobre
Tour: Ancona
OTELLO
Milano: 20 ottobre - 13 novembre
DOVE SEI, O MUSA
Milano: 8 - 20 novembre
L’ECLISSE
Milano: 15 novembre - 4 dicembre
SOGNO DI UNA NOTTE DI MEZZA ESTATE
Milano: 22 novembre - 4 dicembre
Tour: Cremona, Como, Pavia, Brescia,
Reggio Emilia, Vigevano, Mantova, Carpi
AFGHANISTAN: IL GRANDE GIOCO
Milano: 17 gennaio – 5 febbraio
ROAD MOVIE
Milano: 28 marzo – 9 aprile
Tour: Roma, Brescia
LEAR DI EDWARD BOND
Milano: 18 aprile - 7 maggio
Tour: Roma
CAFÈ BERLIN
Milano/Teatro della Contraddizione
18 aprile – 7 maggio
FINCHÉ ESISTA IL SOLE DELLA MIA RAGIONE
Milano: 2 – 21 maggio
SHAKESPEARE A MERENDA
Milano: 22 - 27 novembre
THE JUNIPER TREE dai fratelli Grimm
Milano: 3 – 21 maggio
GOLI OTOK
Milano/Teatro Della Cooperativa
22 – 27 novembre
FUGA IN CITTÀ SOTTO LA LUNA
Milano: 5 - 16 giugno
IL RACCONTO DI NATALE
Milano: 29 novembre – 11 dicembre
ALICE UNDERGROUND
Milano: 13 - 8 gennaio
Tour: Modena, Messina, Genova
STANZE DI SÈ
Milano: 10 - 29 gennaio
IL FANTASMA DI CANTERVILLE
Tour: Milano/Teatro Filodrammatici
MR PUNTILA E IL SUO SERVO MATTI
Tour: Roma, Venezia, Bologna, Trieste, Ravenna,
Sondrio, Lugano, Stradella
MORTE DI UN COMMESSO VIAGGIATORE
Tour: Saronno, Verona, Trieste, Crema,
Cesena, Varese
12/30 ottobre | sala Fassbinder
Orphans
di Dennis Kelly
regia di Tommaso Pitta
traduzione di Gianmaria Cervo
con Monica Nappo, Paolo Mazzarelli, Lino Musella
un progetto di Monica Nappo
produzione Marche Teatro / Teatro dell'Elfo
prima nazionale
Novità produttiva di Marche Teatro in coproduzione con Teatro dell’Elfo su un progetto di Monica Nappo,
Orphans, mette insieme un formidabile gruppo di artisti. Il testo scritto nel 2009 dal pluripremiato Dennis Kelly
è una storia nera che ha vinto premi e ottenuto ampi consensi al Fringe di Edimburgo; la regia è affidata a
Tommaso Pitta, che ha già lavorato con le Marche, ed è oggi affermato sia a teatro che al cinema per i suoi
corti. In scena vedremo tre attori: Monica Nappo regista e attrice premiata, Paolo Mazzarelli e Lino Musella
stimati e premiati come attori, autori e registi, qui alla terza produzione con Marche Teatro.
Valori e principi morali vengono messi a dura prova in questo thriller mozzafiato dai ritmi serrati, senza sosta
che prende lo spettatore e lo lascia senza fiato fino alla fine.
In una tranquilla serata, Helen e Danny, suo marito, stanno per iniziare una cena a lume di candela, quando
improvvisamente, irrompe nella loro casa, Liam, il fratello di Helen completamente ricoperto di sangue e in
evidente stato di shock. Liam afferma di aver trovato sulla strada un ragazzo ferito. Ma il resoconto di Liam
sull'accaduto, sotto le insistenti domande di Helen e Danny, comincia a cambiare. In un crescendo di tensioni,
si fa avanti il sospetto che le cose non siano effettivamente andate come Liam le ha descritte la prima volta.
Dennis Kelly, autore britannico di cinema, teatro e televisione. Nel teatro esordisce a trent' anni con Debris,
per poi proseguire con il controverso Osama the hero. Il suo After the end (2005) debutta a Edimburgo nel
2006 ed ha una lunga tournée internazionale; seguono Love and money, DNA, Taking care of baby e, nel
2009, Orphans. Per la Royal Shakespeare Company scrive The God's weep e vince un Tony Award per il
testo del musical Matilda. Ai testi teatrali affianca lavori per la televisione: Pullin per BBC3 e la serie cult
Utopia (Channel 4), con cui vince un Emmy Award. Per il cinema scrive la sceneggiatura del thriller Black sea
(2014), interpretato da Jude Law. È uno degli autori contemporanei più rappresentato.
Monica Nappo inizia come comica, firmando e dirigendo i propri pezzi e, poco più che ventenne, è la prima
donna a vincere un concorso nazionale per stand up comedian. A teatro lavora con Mario Martone, Carlo
Cecchi (Sik Sik – l'artefice magico, di Eduardo De Filippo, Le Nozze di Cechov), Pierpaolo Sepe, Cesare Lievi
e, per molti anni, con Toni Servillo. Al suo percorso come interprete (è la prima in Italia a portare in scena
4:48 Psychosis di Sarah Kane, East Coast di Tony Kushner) affianca sempre la sua esperienza come regista
prediligendo testi di teatro contemporaneo. Nel cinema lavora con molti registi, tra cui Paolo Sorrentino, Silvio
Soldini, Matteo Garrone, Peter Greenaway, Ferzan Ozpetek, Ivan Cotroneo; in To Rome with love di Woody
Allen recita con Roberto Benigni.
18/23 ottobre | sala Bausch
I Conigli non hanno le ali
scritto e diretto da Paolo Civati
musiche originali Valerio Camporini Faggioni
con Francesca Ciocchetti e Cristian Giammarini
produzione Collettivo Attori Riuniti - Teatro del Carretto
Merita di essere visto o rivisto questo spettacolo presentato in Nuove storie 2015/16 e riproposto in questa
stagione.
Un bambino getta il suo coniglietto dalla finestra dopo avergli infilato un paio di mutande da Superman, ma un
coniglio, si sa, non ha le ali e non può volare. Un gesto di ribellione ma anche una disperata richiesta di libertà
che scatena nei genitori un’improvvisa, inarrestabile violenza. Inizia così, durante la corsa in ospedale, la
dolorosa riflessione su se stessi di Richard e Marianne, una giovane coppia americana addormentata nella
società in cui vive, ripiegata su una quotidianità inzuppata di piccole violenze verbali e fisiche, di frustrazioni e
ossessioni per il loro futuro e quello dei loro figli: Lucas e Sarah.
Il testo di Paolo Civati indaga senza filtri la solitudine e la violenza che si nasconde nell'amara accettazione di
essere uguali a tutti gli altri, di essere normali. Un dramma, ispirato alle pellicole di Cassavetes e Allen e ai
romanzi di Franzen e Yates, che piano piano diventa un processo, senza sentenze, a due comunissimi,
normalissimi mostri.
I conigli non hanno le ali è la ricostruzione di come sia possibile perdere il controllo senza accorgersene; di
come la violenza possa nascere dentro di noi in maniera silente, imprevedibile, e scattare fuori, così,
apparentemente all'improvviso.
Tema centrale dello spettacolo è il perché intrinseco dell'essere coppia, dove finiscono le individualità che
l'hanno originariamente composta, cosa c'è di strano e inquietante in due persone che si forzano nello stare
assieme perché ormai è così... i ricordi del passato, l’amore ormai scomparso, i figli, la vita che si sognava, la
vita che si vive: in un crescendo straziante la storia di Richard e Marianne è, nella sua brutale banalità, il
paradigma di una società senza ascolto e senza consapevolezza.
Paolo Civati Laureato all'Accademia Nazionale D'Arte Drammatica Silvio D'Amico, allievo dell'Ecole des
Maîtres, ha lavorato con diverse compagnie e registi, tra cui il Teatro Del Carretto, Giorgio Barberio Corsetti,
Mario Martone, Manuela Cherubini, Carlo Lizzani, Jan Fabre. Ha debuttato come regista e autore con Luogo
Di Niente vincendo il premio Claudio Gora. Ha vinto il Premio Attilio Corsini "Salviamo i Talenti" con Emoticon.
Ha diretto Giuseppe Battiston in Otello-Lost in Cyprus, spettacolo d'apertura del Festival Shakespeariano al
Teatro Romano di Verona. Ha scritto con Giulia Moriggi il trattamento per il film di finzione Questi son signori e
ne ha girato un teaser che ha tra i protagonisti Vinicio Marchioni. È finalista del Premio Solinas Documentario
per il cinema 2014 con Incastro.
«La storia raccontata da Civati non è forse la lettura di tante pagine della nostra cronaca, madri che uccidono i
figli, figli capaci di massacrare la famiglia intera? Uno spettacolo crudo e crudele, che indaga senza mezzi
termini la solitudine e la violenza che si cela nella penosa ammissione di essere uguali agli altri. I protagonisti
sono vittime della mancata comunicazione, parlano senza raccontarsi veramente...».
Adele Labbate, recensito.net
20 ottobre/13 novembre | sala Shakespeare
Otello
di William Shakespeare traduzione di Ferdinando Bruni
regia Elio De Capitani e Lisa Ferlazzo Natoli
scene e costumi di Carlo Sala
luci di Michele Ceglia, suono di Giuseppe Marzoli
con Elio De Capitani (Otello), Federico Vanni (Iago), Camilla Semino Favro (Desdemona), Alessandro
Averone (Roderigo/Buffone), Cristina Crippa (Emilia), Angelo Di Genio (Cassio), Carolina Cametti (Bianca),
Gabriele Calindri (Brabanzio/Graziano), Massimo Somaglino (Doge/Montano)
produzione Teatro dell’Elfo
prima nazionale
Otello si aggiunge alla fitta collana di teatro shakespeariano “made in Elfo”, che conta ormai molti successi:
dal Sogno all’Amleto e al Mercante di Venezia, diretti da De Capitani, dalla Tempesta a Romeo e Giulietta di
Ferdinando Bruni, fino al più recente Racconto d’inverno diretto a quattro mani; senza contare il
divertissement di Shakespeare a merenda e il recital di sonetti Dove sei, o musa di Elena Russo Arman.
Elio De Capitani per la nuova produzione 2016/17 sceglie di mettere in gioco il suo talento di regista
unitamente a quello d’attore (premiato in questi anni con l’Hystrio, il Flaiano e il premio ANCT
dell’Associazione Nazionale Critici) calandosi nella parte del Moro di Venezia. Ha chiamato accanto a sé Lisa
Ferlazzo Natoli, una delle più vitali giovani registe del panorama italiano, fondatrice del gruppo La casa di
Argilla che nella scorsa stagione ha portato in scena la riscrittura del Lear di Edward Bond.
Nel solco del lavoro shakespeariano dell’Elfo, anche questo nuovo allestimento parte da un’analisi attenta
dell’originale e da una nuova traduzione a opera di Ferdinando Bruni, com’era accaduto per il Racconto
d’inverno, per rileggere il testo con occhi nuovi e “metabolizzarlo” spogliandolo della tradizione teatrale che
inevitabilmente ne riveste le parole e i versi. Completa il “gruppo di lavoro” Carlo Sala, scenografo autore di
molti degli Shakespeare della compagnia.
I registi affidano il ruolo antagonista di Iago a Federico Vanni, un attore proveniente dal Teatro Stabile di
Genova, che nelle ultime stagioni abbiamo visto in scena al fianco De Capitani nel suo Commesso
viaggiatore, in un confronto serrato tra i due amici-rivali Willy Loman e Charlie che ha commosso le platee di
mezza Italia. Il luogotenente Cassio è Angelo Di Genio, arrivato all’Elfo con The History boys e cresciuto
ottenendo un successo personale come Biff Loman e come protagonista del monologo Road Movie. Come lui
anche Camilla Semino, non ancora trentenne, approda al ruolo di Desdemona avendo già alle spalle
importanti ruoli nelle produzioni di casa: è stata Giulietta, Perdìta nel Racconto e l’adolescente Sarah in
Harper Regan. Cristina Crippa dà voce, corpo ed esperienza a Emilia, moglie di Iago. Completano il cast
Gabriele Calindri, Carolina Cametti e Massimo Somaglino.
Otello è il primo titolo che la compagnia di Shakespeare - divenuta Kings Men con l’ascesa al trono di
Giacomo I - recitò di fronte al nuovo sovrano d’Inghilterra tra il novembre 1604 e il febbraio del 1605. Come
molti capolavori del Bardo, ha avuto una fortuna enorme, riscritto per la lirica, per il cinema e per il balletto,
così denso com’è di sangue, passione e intrigo.
Lo spettacolo di Elio De Capitani e di Lisa Ferlazzo Natoli si muove tra due nuclei tematici: tragedia della
gelosia e tragedia del “veleno sociale”. Se Jago è un manipolatore, un “untore ideologico”, pochi personaggi
sembrano immuni dal suo contagio, come da quello dei pregiudizi sociali: lo stesso Otello riversa su
Desdemona il veleno che fino ad allora ha bevuto dalle labbra di Jago, in una scena che De Capitani
considera «nodale, un istante tragico che più di ogni altro mi affascina per la sua dimensione di precipizio».
Qui si saldano i due temi centrali: «Mettere in scena Otello, oggi, è un modo per fare i conti non solo colla
xenofobia, ma con la misoginia e il femminicidio». «Persino di Emilia, donna sagace e coraggiosa, ma
innamorata del marito, è vittima della macchina infernale che Jago ha allestito. Ma Shakespeare sceglie lei,
una donna, per svelare e smontare questo grumo di menzogna, gelosia, odio e morte, mostrando per
l’ennesima volta una sensibilità certamente femminista, non comune per la sua epoca».
2/4 novembre | sala Fassbinder
10 Miniballetti
regia, coreografia, danza Francesca Pennini
drammaturgia e disegno luci Angelo Pedroni, Francesca Pennini
musica J.S. Bach, B. Britten, Cher, G. Frescobaldi, G. Ligeti, H. Purcell, F. Romitelli, J. Strauss
coproduzione Le Vie dei Festival, Danae Festival, CollettivO CineticO
Selezione Aerowaves 2016
Il Miniballetto n.1 è selezionato NID Platform e classificato tra i 10 migliori spettacoli del 2014 da Paperstreet
CollettivO CineticO nasce nel 2007 come fucina di sperimentazione performativa negli interstizi tra teatro e
arte visiva. Nella forma di rete flessibile di artisti e ricercatori il collettivo indaga lo statuto dell’evento
performativo mettendone in discussione meccanismi e regole. Attorno alla direzione artistica e alla regia di
Francesca Pennini viene di volta in volta riformulato il rapporto di ruoli, relazioni e presenze in una continua
riconfigurazione che rende cinetica la struttura stessa della compagnia. Nel 2015 Francesca Pennini riceve la
nomination al Premio Ubu come miglior attrice/performer dell’anno e vince il premio Danza&Danza come
coreografa e interprete emergente.
10 Miniballetti è un’antologia di danze in bilico tra geometria e turbinio dove l’elemento aereo è paradigma di
riflessione sui confini del controllo.
Correnti e bufere, ventilatori e droni, uccelli e grand-jeté diventano allegorie sul legame tra coreografia e
danza in un’indagine che rimbalza tra la ripetibilità del gesto e l’improvvisazione, tra la scrittura e
l’interpretazione.
A fare da spartito un quaderno delle scuole elementari di Francesca Pennini con decine di coreografie
inventate e mai eseguite. Una macchina del tempo per un’impossibile archeologia che si declina sulla scena in
una serie di possibilità strampalate.
Il corpo viene messo alla prova prendendo in prestito i principi della termodinamica passando dalla plasticità
ginnica alla dinamica più vaporosa ed effimera. Tra contorsioni e sforzi asfittici si innesca uno scambio
respiratorio che mescola i volumi tra corpo e spazio, tra scena e pubblico in una geografia mobile, sospesa e
decisa, fluttuante e depositata.
«Tra tutte queste promesse di valore, da seguire particolarmente il folgorante CollettivO CineticO di Francesca Pennini e
Angelo Pedroni. Sono brevi quadri: la performer (una stupefacente Francesca Pennini) spiega, mostra, si piega, si
inarca, si ingroviglia e poi, su una musica barocca, scatta nel movimento che diventa immagine e immaginazione
profonda, rimpianto e desiderio. Poi arriva un ronzio, un drone, che ugualmente si muove secondo traiettorie
apparentemente instabili, dirette solo dall’occasione, dalla resistenza o dalla permeabilità dell’aria ferma, e muove un
mucchio di piume, avvolgendo la sala in un pulviscolo, in una bianca nube sottile, mentre anche il corpo fluttua, liquido,
mitologico. Emozionante».
Massimo Marino, doppiozero.com
«Il corpo umano che si esibisce con la precisione di una macchina – Francesca Pennini mostra doti da contorsionista
oltre che da danzatrice carismatica – e lo strumento tecnico che ambisce all’intelligenza umana sollevandosi in aria e
danzando su note sinfoniche. Ma non c’è la volontà di nascondere nulla, neanche il manovratore, che tutto è finzione
sembra dire la Pennini; ma non la preparazione, quella che il suo corpo necessita per improvvisare sulla musica barocca
è mostrata agli spettatori in tutta la sua efficienza con esercizi preparatori di ginnastica e acrobatica che anticipano la
danza. È insomma anche una piccola lezione semiseria questo prezioso spettacolo: la performer/autrice è protagonista
in prima persona aprendo a molteplici riflessioni che si accavallano e costantemente si superano lasciando lo spettatore
divertito e stupito».
Andrea Pocosgnich, Teatro e Critica
«10 miniballetti è uno spettacolo sulla danza e per la danza, ma destinato a tutti. Perché la grazia del gesto coreografico
di Francesca Pennini è universalmente fruibile; perché mantiene l’ironia e il disincanto di uno sguardo legato all’infanzia
e porta avanti un dialogo costante e inclusivo con il pubblico, rendendolo partecipe di un suo tributo personale alla
danza: un amore per qualcosa più grande di sé, domabile con la tecnica, ma pur sempre fuggevole. Invita ogni persona
in platea a cercare il proprio».
Sarah Curati, Paperstreet
8/20 novembre | sala Bausch
Dove sei, o musa
Sonetti e brani di Shakespeare
musiche di John Dowland
regia Elena Russo Arman
con Elena Russo Arman (voce)
Alessandra Novaga (chitarra)
produzione Teatro dell’Elfo
Un viaggio emozionante tra le parole dei Sonetti di Shakespeare e le musiche di John Dowland, che prendono
corpo attraverso la voce di Elena Russo Arman - qui anche regista - e la chitarra di Alessandra Novaga, che
esegue dal vivo le trascrizioni di componimenti scritti originariamente per liuto.
In scena voce e chitarra si alternano in un rimbalzo di emozioni, stati d’animo, allegorie e sentimenti.
L’Amore è protagonista in tutti i suoi aspetti: è inafferrabile, tradito, tormentoso, ma anche virtuoso e sublime.
Che si assista alle vicende drammatiche delle tragedie, che ci si imbatta negli incantesimi del folletto Puck,
che si parli di re e di regine, di corti o di mondi fatati, i temi affrontati da Shakespeare sono quelli che da
sempre coinvolgono il pensiero dell’uomo: l’amore, la morte, il tempo che fugge. Tanto dell’animo umano nelle
sue pièce, ma nulla di quello del suo autore.
I suoi sonetti, che si presentano come una delle raccolte poetiche più misteriose, costituiscono una fonte di
approfondimento dei temi a lui cari, ricca di riferimenti enigmatici che sembrano condurre a rivelazioni
autobiografiche mai pienamente decodificate.
La tentazione è dunque quella di rintracciare un po’ dell’animo di Shakespeare all’interno di questa raccolta di
154 composizioni in rima, scritte tra la fine del 1500 e l’inizio del 1600, pubblicate per la prima volta nel 1609.
La maggior parte dei componimenti è indirizzata a un giovane bello, forte, raffinato di cui forse Shakespeare
era innamorato, fatto che ha creato non pochi imbarazzi a critici ed editori che hanno persino tentato,
quarant’anni dopo la sua morte, di pubblicare la raccolta cambiando destinatario da un lui a una lei.
Dove sei, o musa ripercorre, attraverso 22 sonetti e 10 brani musicali, un’ipotetica vicenda dove l’Amore e
l’Amicizia sono narrati con passione e dolcezza. L’Amore, inizialmente appagato e contraccambiato, rivela ben
presto la sua duplice faccia. Il timore che esso finisca, i patimenti e la gelosia diventano un tormento di cui il
poeta non sa liberarsi.
«La definizione più bella dei Sonetti del Bardo di sicuro l’ha trovata Wordsworth: ‘La chiave con la quale
Shakespeare ha aperto il suo cuore’. (...) Essi hanno una lucentezza, una eleganza formale che altri non
conoscono. Per avvicinarsi alla loro grandezza bisogna tornare al Canzoniere di Petrarca. Il fatto è che essi
toccano davvero il nostro cuore. E dell’amore tutto approfondiscono. La passione, ma anche le illusioni, i
tradimenti e le ferite della separazione. La loro lettura apre orizzonti infiniti, ma forse ancora di più se ne coglie
la magia se li ascoltiamo «recitati» dal vivo come avviene da parte di Elena Russo Arman alla Sala Bausch
dell’Elfo».
Domenico Rigotti, Avvenire
«I più bei versi d’amore mai scritti in uno spettacolo che ne regge con grazia la sublime grazia poetica».
Sara Chiappori, La Repubblica
«Ventidue sonetti di Shakespeare intrecciati con brani di musiche di John Dowland eseguite in scena dalla
brava Alessandra Novaga. (…) Elena Russo Arman disegna una inquieta favola nera».
Magda Poli, Corriere della Sera
15 novembre/4 dicembre | sala Fassbinder
L’eclisse
di Joyce Carol Oates
regia di Francesco Frongia
con Ida Marinelli, Elena Ghiaurov, Cinzia Spanò e Osvaldo Roldan (tanghero)
costumi Ferdinando Bruni
produzione Teatro dell’Elfo
prima nazionale
L’eclisse di Joyce Carol Oates è un dramma in otto scene che inizia in un interno borghese. Due donne
rientrano dal supermercato dove hanno fatto la spesa. Sono una madre e una figlia; Muriel (Ida Marinelli) è
una stravagante, e un po’ sinistra ex professoressa di scienze e Stephanie (Elena Ghiaurov), sua figlia,
un’attivista che lotta per la formazione di un partito politico femminile. Francesco Frongia, invita il pubblico a
spiare questa storia come dal buco della serratura. Scopriremo il loro rapporto, i sogni segreti, le paure e le
ambizioni che ribalteranno i luoghi comuni e indagheranno nelle pieghe della nostra società.
Dopo Dissonanze, messo in scena nel 2010, L’eclisse è il secondo atto unico del dittico della scrittrice
americana Nel buio dell’America.
«Un testo commovente, caustico e divertente che racconta di una madre e di una figlia che imparano quanto è
difficile vivere insieme. Nello spettacolo le due donne si affrontano, si sfidano, divise dalle differenze
generazionali e dalle scelte personali. La madre non vuole chiedere aiuto, ha imparato il valore
dell’indipendenza, ma sente che il mondo intorno a lei sta cambiando, che i contorni sfumano e si alterano, si
sente accerchiata, controllata. Ha paura di avere bisogno. La figlia, brillante attivista per i diritti delle donne
all’apice della propria carriera, sente che il proprio ruolo, la propria affermazione dipendono anche dalla
relazione con la madre, anche se questa rifiuta di farsi chiamare ‘mamma’.
Chi siamo, cosa ci lega ai nostri genitori, come possiamo renderci utili quando ne hanno bisogno, come
dobbiamo agire quando li vediamo in difficoltà?
L’eterno tema del rapporto tra figli e genitori ne L’eclisse assume i toni di uno scontro.
Muriel Washburn è una donna combattiva e stralunata che sta scivolando verso una demenza che è
contemporaneamente un rifugio e una via di fuga. È alla costante ricerca di un equilibrio cosmico che influenzi
il suo squilibrio terrestre. Viene accudita da sua figlia Stephanie, dolce ma determinata, bisognosa di fare i
conti con la propria storia. Il loro rapporto si sviluppa tra i fantasmi del passato e i sogni sul futuro che
rischiano di trasformarsi in incubi.
Muriel è abile nel creare confusione intorno a sè per “depistare e distrarre il predatore”, per garantirsi la
sopravvivenza. La figlia non vuole rendersi conto che il limite della presunta “normalità” è stato superato dalla
madre, che è totalmente immersa in quel “sentimento tragico della vita” che non le permette più di vedere la
realtà per quello che è.
In questo contesto di differenti percezioni si muove L’eclisse che racconta con dialoghi e situazioni quotidiane
il passaggio dalla luce all’ombra nella mente umana. Muriel e Stephanie vengono travolte dal destino che le
lega l’una all’altra in un rapporto vittima-carnefice creato dalla dipendenza affettiva, ogni battuta del testo
diventa duplice: attrazione/repulsione, buio/luce, amore/odio, panico/serenità».
Francesco Frongia
22 novembre/4 dicembre | sala Shakespeare
Sognodiunanottedimezzaestate
di William Shakespeare traduzione di Dario Del Corno
regia di Elio De Capitani
con Enzo Curcurù, Sara Borsarelli, Marco Bonadei, Corinna Agustoni, Luca Toracca, Clio Cipolletta,
Sarah Nicolucci, Vincenzo Giordano, Loris Fabiani, Giuseppe Amato, Lorenzo Fontana, Emilia Scarpati
scene di Carlo Sala, costumi di Ferdinando Bruni, luci di Nando Frigerio
musiche originali di Mario Arcari, coro della notte di Giovanna Marini
produzione Teatro dell’Elfo
Un must della Compagnia dell’Elfo, terreno ideale per sperimentare, divertire e divertirsi, mettere alla
prova giovani talenti e nuovi ensemble. Un “sogno” nel quale ritornano memorie, tracce e citazioni del
passato.
Dopo le stravaganze rock di Salvatores (regista della prima edizione nell’81), Elio De Capitani ha
sperimentato con questo testo due approcci registici radicalmente distanti: partito dalle atmosfere dark
della messinscena del 1986, il regista ha virato verso una cifra stilistica nuova per la produzione del
1997, ottenendo un successo replicato per vent’anni. Da allora il Sogno dell’Elfo è uno spettacolo-festa
dalla leggerezza mozartiana nel quale si è fatta strada la libertà di abbandonarsi al piacere del racconto,
esaltando il gioco di simmetrie e di abili incastri che fanno di questa commedia uno stupefacente
congegno per il divertimento.
Il testo di Shakespeare intreccia le peripezie d’amore di uomini e donne, di elfi e fate, tra palazzi
nobiliari e foreste incantate, distruggendo l’idea romantica dell’amore e facendo piazza pulita di luoghi
comuni, senza per questo irridere ai sentimenti, ma dando conto della loro fragilità e della carica di
follia.
La regia amalgama felicemente la solarità della commedia dei quattro giovani amanti con le ombre
d’inquietudine proiettate dal mondo degli spiriti guidati dall’imprevedibile folletto Puck. Il tutto
corroborato dall’irresistibile comicità sprigionata dai personaggi degli artigiani, un gruppo squinternato di
aspiranti attori.
Il Sogno continua anche oggi a stimolare la creatività, il dialogo delle arti e la sperimentazione. Nel 2016
il teatro di prosa incontra il teatro lirico grazie ad un progetto di collaborazione tra Elfo e Circuito Lirico
Lombardo. De Capitani, oltre a riallestire con un cast rinnovato lo spettacolo che è stato “banco di
prova” per molti giovani attori, insieme a Ferdinando Bruni firma la regia dell’omonima opera di
Benjamin Britten. Sono stati ideati due impianti scenici diversi, ma con elementi trasformabili, che
permettono la rappresentazione contigua dei due spettacoli in giorni alterni, offrendo agli spettatori dei
teatri di Pavia, Como, Brescia e Reggio Emilia un inedito confronto tra generi.
«C’è una tangibile tenerezza nello smaliziato approccio di De Capitani e dei suoi attori al testo di Shakespeare,
scelto quasi come spettacolo delle “svolte” per questo gruppo, cambiato nel corso del tempo, riuscendo però a
restare fedele a un linguaggio teatrale personale pieno di forza e di gioco».
Maria Grazia Gregori, l’Unità
«Nell’elaborata stratificazione barocca del plot, dove il mondo degli elfi è il risvolto notturno, sfuggente della corte
di Teseo, e la recita degli artigiani ne incarna il controcanto grottesco, ogni segmento appare in felice armonia
con gli altri, per cui la tenerezza va di pari passo con lo sberleffo, e l’ironia ben si accorda con le componenti più
esplicitamente misteriose e soprannaturali».
Renato Palazzi, Il Sole 24 Ore
«La regia di De Capitani è tutta all’insegna dell’amplificazione. Che non è esagerazione né deformazione, bensì
l’unica possibile giusta misura trattandosi del Sogno. Tanti e tali sono, infatti, gli echi di questo capolavoro, che la
loro, sia pur parziale, amplificazione è la sola giustizia estetica che si può render loro».
Luca Doninelli, Avvenire
22/27 novembre | Sala Bausch
Shakespeare a merenda
scritto diretto e interpretato da Elena Russo Arman
suono di Giuseppe Marzoli, luci di Nando Frigerio
voce registrata Francesco Gagliardi
produzione Teatro dell'Elfo
Shakespeare a merenda è lo spettacolo scritto, diretto e interpretato da Elena Russo Arman, andato in scena
nel 2014 e definito da stampa e pubblico “un vero piacere per bambini e adulti”.
Il testo è ambientato all’epoca di Elisabetta I d’Inghilterra. C’è grande attesa per il nuovo spettacolo di Sir
William Shakespeare in scena al Globe, il famoso teatro di Londra. Il più grande interprete del teatro
elisabettiano, Mr Goodwin, è appena entrato in scena tra le grida e le ovazioni del suo variopinto e adorante
pubblico. Dietro le quinte c'è la sua piccola sarta tuttofare, Mary, che ha seguito ogni prova, cucito ogni abito,
pettinato, truccato e sistemato il grande attore affinché egli possa interpretare magistralmente il ruolo di
Giulietta. Questo fa Mary prima di ogni spettacolo, anche se il suo sogno è interpretare la parte di Giulietta,
che ormai conosce a memoria; pur sapendo che non lo potrà mai fare perché è una donna, e le donne non
possono recitare.
Mary ha un segreto: quando si ritrova sola, in camerino, lontana da occhi indiscreti, indossa un costume e si
diverte a dar sfogo alla sua passione. Ben presto il suo gioco è destinato a interrompersi, Mary deve tornare al
lavoro ma continuerà a sognare di poter recitare, e chissà che un giorno non troppo lontano questo sogno
possa avverarsi...
Attraverso lo sguardo ironico e scanzonato di Mary, Elena Russo Arman offre agli spettatori grandi e piccoli un
modo diverso di scoprire il gioco teatrale, i mestieri di chi sta "dietro le quinte", la magia del palcoscenico. È un
testimone privilegiato che, da un punto di osservazione particolare - un camerino ingombro di costumi,
parrucche, manichini, teschi, spade, pugnali e oggetti di ogni tipo - rievoca i più celebri successi del Bardo, le
scene più commoventi e quelle più divertenti e "spettegola" sui protagonisti della compagnia del Lord
Ciambellano, con cui lavora ogni giorno. Così ripercorre le storie affascinanti ed eterne raccontate da
Shakespeare, storie “da grandi”, che da secoli fanno sognare spettatori di tutto il mondo e di tutte le età.
«Shakespeare a misura di bambino. Ma raccontato con tale grazia, arguzia e passione teatrale da essere
vivamente consigliato a tutti. È Shakespeare a merenda spettacolo scritto, diretto e interpretato da Elena
Russo Arman, qui nei panni della giovane Mary, sarta tuttofare nel dietro le quinte del celeberrimo Globe
Theatre, dove assiste Mr Goodwin, star del teatro elisabettiano impegnato nel ruolo di Giulietta.
Ne viene fuori un affresco avvincente e ammaliante che attraverso Shakespeare racconta la magia del teatro,
il suo mistero, il suo artigianato amorevole e senza tempo. Uno spettacolo per bambini ma non da bambini.
Loro se ne vanno felici, portandosi via anche la locandina che sul retro si trasforma in una deliziosa tavola
disegnata con i personaggi, i costumi e alcuni cenni storici, mentre gli adulti, oltre a divertirsi, si fanno anche
un bel ripasso shakespeariano».
Sara Chiappori, TuttoMilano
29 novembre/11 dicembre | Sala Bausch
Il racconto di Natale
Ferdinando Bruni legge Charles Dickens
produzione Teatro dell’Elfo
prima nazionale
In questo piccolo libro di spiriti ho cercato di evocare lo spirito di un’idea, che non porterà malumore ai miei
lettori né verso se stessi, né l’uno verso l’altro, né verso l’anno, e neanche verso di me. Che esso possa
visitare con piacevolezza le loro case, e che nessuno si auguri di esorcizzarlo.
Il loro fedele e umile amico C.D., dicembre 1843
(Prefazione Un Canto di Natale)
Il Racconto di Natale (A Christmas Carol: A Goblin Story of Some Bells that Rang an Old Year Out and a New
Year In) è indubbiamente una delle opere più famose e popolari di Charles Dickens, una storia che
“conoscono tutti”.
È la vigilia di Natale: l’usuraio Ebenezer Scrooge è intento nel suo lavoro. Durante quella notte gli appaiono i
tre spiriti del Natale (passato, presente e futuro) preceduti dal fantasma di un vecchio socio, Jacob Marley,
consapevole di aver sprecato la vita. Scrooge rischia la stessa fine dell’amico e questa terribile eventualità fa
scattare in lui il cambiamento: la volontà di donare ai poveri se stesso e i propri averi.
Scritto in forma di romanzo breve di genere fantastico è uno degli esempi di Dickens di critica della società. Il
Racconto unisce infatti il gusto del gotico all'impegno nella lotta alla povertà e allo sfruttamento minorile,
attaccando l'analfabetismo.
Ferdinando Bruni, riprendendo il filone iniziato nel 2015 con Il fantasma di Canterville mette in scena Il
racconto di Natale in forma di one man show, in un’atmosfera tra sogno e allucinazione generata da giochi di
proiezioni, create con la tecnica della lanterna magica.
«Un piccolo gioiello che Dickens compone a trentun anni. (…) La preziosità del testo è evidente e percepibile
a “strati”: quelli esposti allo sguardo, relativi alla storia narrata e alla sua articolazione; quelli celati alla vista,
frutto di una ricerca artistica condotta su piani distinti che alla fine convergono, linee di percorsi autonomi che
si chiudono tutti sullo stesso punto. Come in Shakespeare. La storia è semplice nella sua ossatura, ingenua
perfino, leggibile come una delle tante fiabe dickensiane, dove le forze negative e ostacolanti risultano infine
sconfitte dagli agenti benefici.
(…) Ma tutt’altro che semplice è il modo attraverso il quale la storia si dipana. (…) Scrooge si presenta al
lettore in tutta la sua violenza ideologica, in tutta la sua chiusura a qualsiasi stimolo sentimentale; (…) Marley
apre la porta agli spettri che lo condurranno a guardare dentro se stesso, e il lettore a penetrare nell’oscurità
del racconto. Oscurità non solo intrinseca al tema delle ombre, ma determinata anche dalla complessità della
struttura temporale, lungo la quale si snodano i non problematici episodi della vita di Scrooge»
Maria Sestito
(dall’introduzione a Charles Dickens, Un canto di Natale, Letteratura universale Marsilio)
6/11 dicembre | Sala Fassbinder
Karmafulminien. Figli di puttini
di e con Enrico Pittaluga, Graziano Siressi, Luca Mammoli
regista e co-autore Riccardo Pippa
scene Anna Maddalena Cingi
costumi Daniela De Blasio e Anna Maddalena Cingi
luci Danilo Deiana
produzione Fondazione Luzzati Teatro della Tosse
L’ultimo spettacolo del collettivo Generazione Disagio parte dalla preghiera nichilista recitata dai protagonisti
alla fine del precedente lavoro Dopodiché stasera mi butto. Karmafulminien non lascia inascoltata quella
supplica e invia sul palcoscenico tre angeli, che appaiono al pubblico in tutto il loro sbiadito splendore. Tre
angeli aggressivi, pessimisti, cinici e caustici che si presentano agli umani come angeli 3.0 incarnazione della
spiritualità moderna.
L’uomo moderno identifica questi spiriti divini come creature funzionali alle proprie esigenze a cui votarsi per
raggiungere la realizzazione dei propri desideri e bisogni terresti. Una spiritualità usa e getta, comoda come
cliccare “mi piace” in un social. Nel 2015 i tre angeli sono tirati per la giacchetta solo per prendere un bel voto
all’università, rimorchiare oppure vincere al superenalotto. Un interesse momentaneo per il loro operato che
getta sulle “ali” sempre più fragili dei tre i mali e le brutture della vita contemporanea.
Tre angeli irrequieti, nostalgici estimatori dell'Empireo, della contemplazione e pace dei sensi, assorbono, loro
malgrado, le angosce del genere umano. Spugne, parafulmini, idrovore del mal di vivere, i nostri ripetitori
captano segnali di nevrosi e ritrasmettono potenti deliri e allucinazioni, convertono correnti avverse in good
vibrations. Strumenti di una qualunque volontà superiore, trasformano stati ansiosi in tisane e infusi, malesseri
in materassi, complessi in amplessi ambosessi, fobie in fiabe e stress in strass.
«Noi messaggeri divini, nostalgici della tromba, del fascio di luce, dell'agnello, del cespuglio in fiamme,
insomma, dell'analogico nella comunicazione, puntiamo stasera sul vis à vis, face to face, tête à tête. Dunque
cari uomini dissipiamo ogni dubbio sul motivo della nostra venuta. Non aspettatevi da noi redenzione alcuna:
con la vostra salvezza noi non c’entriamo una beata manna. Noi non siamo i vostri angeli custodi. Gli angeli
custodi non ci sono più: sono scaduti, superati, rottamati, smantellati. Sono morti. Ora ci siamo noi, angeli tre
punto zero e da oggi pregherete noi e testimonierete al mondo i nostri prodigi. Noi, a differenza degli angeli
custodi, non vi conosciamo da quando siete nati, non sappiamo la vostra storia, non vi amiamo e tra un'oretta
dobbiamo andare da altri protetti.»
13/18 dicembre | sala Fassbinder
Week end
di Annibale Ruccello
regia di Luca de Bei
con Margherita di Rauso, Giulio Forges Davanzati, Brenno Placido
scene Fancesco Ghisu
costumi Lucia Mariani
disegno luci Marco Laudando
produzione Ma.Di.Ra
Week end, scritto nel 1983, è l’ultimo testo della trilogia (assieme a Notturno di donna con ospiti e Le cinque
rose di Jennifer) che Annibale Ruccello definiva teatro da camera. È, come in altri suoi testi, ancora la storia di
una solitudine, di uno spaesamento, di uno sradicamento culturale che si trasforma nel corso della vicenda in
un’alienazione che ha dunque radici nel sociale oltre che nel privato.
Da molti è considerato il testo più perfetto e più profondo del drammaturgo campano anche se,
curiosamente, è una delle sue opere meno frequentate (se ne ricorda soprattutto e quasi
esclusivamente l’edizione diretta da Ruccello stesso nell’86 e interpretata da Barbara Valmorin e un’altra
sempre con la Valmorin diretta da Daniele Segre nel ‘95).
Storia che vive di un affascinante miscuglio di quotidianità, di rimembranze, e di pulsioni inconsce, Week end
ci racconta il fine settimana di Ida, un’insegnante quarantenne afflitta da un handicap fisico (una
malformazione al piede che la fa zoppicare).
La donna abita in una periferia romana ma è originaria di un piccolo paese del napoletano di cui si sente
irrimediabilmente orfana. Il sud da cui proviene però, sebbene in qualche modo agognato nel ricordo, è un
sud a sua volta infelice e mai riscattato, seppur di sapore antico, quasi mitologico.
In queste due grigie giornate in cui è compreso l’arco narrativo del testo, ida impartisce ripetizioni a un
goffo studentello, accoglie in casa un giovane idraulico e vive, o crede di vivere, con entrambi gli uomini
esperienze sessuali liberatorie ed estreme, con rito sacrificatorio finale. È una storia al tempo stesso di verità e
di rappresentazione che riesce a raggiungere lo spettatore proprio in virtù delle emozioni che mette in gioco e
della tecnica drammaturgica costantemente in bilico tra realtà e sogno.
«Margherita Di Rauso, da molti anni comprimaria di infallibile bravura, ha così modo di scavare proficuamente in una
creatura dalle molte sfaccettature - la vernice di rispettabilità, il retroterra paesano da cui costei si è emancipata ma che
riemerge nei momenti di tensione, la sensualità che si libera in un momento di baccante; ed è di volta in volta dimessa e
sexy, ispida e allettante, spaventata e aggressiva. È l'eccellente interprete della pièce scritta da Ruccello. Con lei Giulio
Forges Davanzati e Brenno Placido nei panni delle sue vittime».
Masolino d'Amico, La stampa
«Un testo molto interessante, delicato e duro, che ci racconta ancora una volta una storia di una solitudine estrema, di
una alienazione che diventa trasgressione e violenza. Stavolta ci pensa Luca De Bei a presentarlo affidando il racconto
di questo noir psicologico a un'attrice molto "ruccelliana", Margherita Di Rauso affiancata dal versatile Giulio Forges
Davanzati e dal giovanissimo Brenno Placido. Potente e intenso il monologo finale di Margherita Di Rauso, che seduta
su una sedia ci racconta una storia familiare e dal sapore antico».
Francesca De Sanctis, l’Unità
«Grazie a una regia attenta ed ispirata come poche, allo svariare delle atmosfere, la prorompente fisicità tra onirica e
ironica di un interprete suadente come Forges Davanzati che ben si sposa all'adolescente ansia nevrotica di Brenno
Placido, si colloca la grande prova di Margherita Di Rauso che piega la propria tecnica superlativa portata a livello di
creatività assoluta per conferire allo specchio oscuro di un eros maledetto a priori dalla morbosa sudditanza al corpo
tutto il sapore perverso di un'analisi freudiana. Uno spettacolo da vedere e rivedere, che è il caso di non trascurare nella
programmazione italiana».
Enrico Groppali, il Giornale
13 dicembre/8 gennaio | Sala Shakespeare
Alice Underground
da Lewis Carroll
uno spettacolo scritto, diretto e illustrato da Ferdinando Bruni e Francesco Frongia
con Elena Russo Arman, Ida Marinelli, Matteo De Mojana, Umberto Petranca
luci Nando Frigerio - suono e programmazione video Giuseppe Marzoli
direzione e arrangiamento delle canzoni Matteo De Mojana
produzione Teatro dell'Elfo
Le avventure di Alice nel paese delle meraviglie e Al di là dello specchio sono state rivisitate da generazioni di
artisti, filosofi, poeti, registi, ma da questi testi continuano ad emergere una moltitudine - o piuttosto una
"moltezza", una "muchness" come dice il Cappellaio Matto - di possibili interpretazioni.
Ferdinando Bruni e Francesco Frongia ne sono stati catturati e hanno ripercorso le suggestioni del testo e la
sua realtà 'insensata', sospesa e sovvertita: Alice Underground, andato in scena per la prima volta nel
dicembre 2012, ha sorpreso per le invenzioni sceniche, sospese tra tecnologia dei video e arte del disegno.
«Una lanterna magica. D'acquarelli ed effetti (non) speciali. Sorta di cartoon teatrale, dove trecento disegni
originali vengono proiettati su una struttura bianca, mondo di magia a prender vita interagendo con gli attori in
carne e ossa. E si rimane a bocca aperta. Come bambini. Alice Underground colpisce per la capacità di creare
meraviglia. La precisione dei dettagli. Ma in realtà, al di là dei (notevoli) risultati artistici, è la totalità del
progetto che sorprende. La passione che traspare nel concretizzare un'idea vagamente folle, di chi decide di
portare in scena Lewis Carroll rendendolo un gioiello di talenti e maestranze, inter generazionale per gusto,
leggibile da qualsiasi tipo di pubblico. E se si pensa ai recenti Angels in America, The History Boys o Rosso,
risulta evidente l'attenzione dell'Elfo a testi e ispirazioni le più diverse, declinando il tutto attraverso una
compagnia stabile che profuma d'altri paesi. E in un teatro che sa davvero parlare alle persone. Con qualità.
Ovvero rispettandole. Sensibilità non così scontata sui palcoscenici italiani. Per un ruolo di stampo quasi
sociale, su cui troppe istituzioni sorvolano. (...)
Uno spettacolo adulto, per estetica e tematiche. Dove gli interpreti si moltiplicano nel dar vita a un intero
mondo. Giocando sui più livelli della struttura. Spuntando da porte e feritoie. Trovando pure il tempo per
suonare dal vivo una colonna sonora firmata Roxy Music, Pink Floyd, Beatles e Rolling Stones. Per un'ora e
mezza, l'impressione è quella di essere fuori dal tempo e dallo spazio. In un'atmosfera vagamente lisergica. Di
purezza dark. E psichedelica».
Diego Vincenti, Hystrio
«L'idea dei due fantasiosi creatori di questo spettacolo allo stesso tempo delizioso e inquietante è proprio
quella di sottolineare la contemporaneità pur dando uno spazio grande al fantastico, costruendo sopra i punti
nodali della storia un'operina rock per ‘raccontare’, cantando, gli indovinelli e le filastrocche del testo.
Immaginario per immaginario il mondo fantastico creato per questo spettacolo si concretizza in una tavolozza
ricchissima di colori... Insetti esotici, alberi mai visti, animali sconosciuti, fra i quali un gatto del tutto speciale
dalla risata sardonica a tutto denti, un mondo sotterraneo - underground appunto - dove tutto è possibile,
fanno da sfondo alla scena vera e propria».
Maria Grazia Gregori, L'Unità
«Sarà davvero un viaggio meraviglioso o sotto sotto finiremo con l'annoiarci, perché vedremo più o meno
quello che ci aspettavamo di vedere? Ebbene, la risposta, nel caso di questo spettacolo, è: no, niente paura,
sarà davvero un viaggio meraviglioso. Divertente, sorprendente, esilarante. Un'ora e mezzo di puro piacere
visivo, di sorpresa continua, di suspence reiterata. Non solo: il mondo disegnato da Ferdinando Bruni, animato
da Francesco Frongia (che l'ha trasformato in un vero e proprio cartone animato) e interpretato da una
perfetta - perfettissima! - Elena Russo Arman nella parte di Alice e dal formidabile trio, è un mondo
magicamente ‘sovrapposto’ come non l'avete mai visto a teatro».
Maria Giulia Minetti, La Stampa
10/29 gennaio | sala Bausch
Stanze di sé
di Elisabetta Faleni
con Corinna Agustoni
voci Elena Callegari
scene e costumi Elisabetta Pajoro, Elisabetta Faleni
video e foto Celine Volonterio
produzione Teatro dell’Elfo
Preceduto da uno “studio” presentato nella scorsa stagione con il titolo Io - sé, arriva quest’anno al debutto la
creazione di Elisabetta Faleni, un lavoro in sottile equilibrio tra parola e gesto, tra azioni, immagini e musica.
Tra le pareti di una casa prende forma e corpo l’intimo viaggio di una donna, interpretata da un’intensa
Corinna Agustoni, alla ricerca della propria vocazione. La coreografa e regista Elisabetta Faleni ha costruito
con la protagonista uno spettacolo che svela i movimenti più profondi di questo percorso interiore di
trasformazione. È il rapporto tra il conscio e l'inconscio che viene drammatizzato, trovando espressione nei
molteplici linguaggi del teatro-danza.
Una simbolica caduta delle ali costringe la protagonista a confrontarsi con il proprio Io, un IO severo che
assume le fattezze di una figura femminile dal volto velato e interviene spostando pareti, amplificando e
deformando voci, lasciando filtrare l'acqua dalle crepe, fino a disorientare la donna che si perde nella propria
casa divenutale sempre più estranea.
L'IO, come un burattinaio manipolatore, riesce a soffocare ogni reazione animalesca e istintiva della
protagonista, scaturita da una forza nascosta. Ma il SÉ rivela la propria forza e in una fuga, dove non si sa più
chi insegue chi, l'IO manca la sua presa. Ecco che l'ombra della donna si stacca, come anima interlocutrice, e
un dolce dialogo tra le due restituisce la donna a sé stessa. E la vita non fa più paura.
Elisabetta Faleni ha una formazione di ballerina classica (Teatro Bolscioi e Teatro alla Scala) da cui si
allontana per dedicarsi alla danza contemporanea. Dopo due anni nella compagnia di Pina Bausch, inizia a
creare in proprio coreografie e spettacoli nei quali la drammaturgia del movimento è applicata al lavoro
dell’attore.
È co-fondatrice della compagnia Teatro in Polvere, un luogo dove approfondire il rapporto tra parola e gesto e
dove cercare simboli archetipi comuni. Tra le produzioni ricordiamo lo spettacolo Teatro-Cucina, di cui
Elisabetta Faleni firma la regia nel 2000, nel quale il pubblico viene fatto accomodare attorno a una tavola
imbandita per una cena che diventa rappresentazione (e viceversa). È uno dei primi esperimenti di questo
genere.
Attualmente vive a Monaco di Baviera, dove ha aperto un atelier per sviluppare le arti figurative.
Corinna Agustoni fa parte del Teatro dell’Elfo dal 1976 e da allora partecipa ai più importanti spettacoli della
compagnia, a partire dalla duplice versione del Sogno shakespeariano diretta da Salvatores e da De Capitani.
Tra gli ultimi lavori in seno alla compagnia: è stata una sensibile protagonista del Buio dell’America di J. C.
Oates (regia di Francesco Frongia) e ha interpretato Vee Talbott nella Discesa di Orfeo di T. Williams (diretta
da De Capitani); senza dimenticare l’esilarante personaggio della Nonna nello spettacolo e nel film Happy
family e il recente Mr Puntila e il suo servo Matti, regia di Bruni/Frongia.
13/22 gennaio | sala Shakespeare
Il giuoco delle parti
di Luigi Pirandello adattamento Valerio - Orsini – Balò
regia di Roberto Valerio
con Umberto Orsini
Alvia Reale, Totò Onnis, Flavio Bonacci, Carlo De Ruggieri, Woody Neri
scene Maurizio Balò
costumi Gianluca Sbicca
luci Pasquale Mari
produzione Compagnia Umberto Orsini e Teatro della Pergola
La vicenda della commedia è nota. I soliti tre: il marito, la moglie, l’amante. Leone Gala s’è separato
amichevolmente dalla moglie; continua a essere ufficialmente il marito, ma vive per conto proprio in una casa
che è quasi un romitaggio. Ogni sera tanto per salvare le apparenze, passa dal portinaio della sua signora,
domanda se c’è niente di nuovo e se ne va. Se ne va verso i suoi cari libri e verso le batterie della sua cucina,
perché egli coltiva con finezza la gastronomia e ama comporre salse preziose aiutato dal suo cameriere-cuoco
con il quale parla di Socrate e Bergson.
Mentre il marito prepara gli intingoletti, la moglie fa due cose: si prende, o continua a tenersi un amante preso
in precedenza, e si annoia. Si annoia perché è libera, sì, ma in fondo la sua libertà è relativa. È una libertà che
il marito le concede e ciò la irrita. Se almeno il marito si disperasse per essere lontano da lei! Se almeno fosse
geloso! Se almeno vivesse una vita acre e iraconda! Ma no, egli è tranquillo; egli s’è vuotato d’ogni
sentimento; è ormai uno spettatore del mondo. La signora Gala, indignata, vuole farlo diventare attore. Al
punto che, quando le si presenta una fortuita occasione – l’involontaria ma gravissima offesa fattale da un
gentiluomo – progetta di mettere a repentaglio la vita del marito, trascinandolo in un duello...
«Decidendo di rifare Il giuoco delle parti a distanza di una quindicina d’anni da una messa in scena di Gabriele
Lavia per il Teatro Eliseo, che all’epoca dirigevo con lui insieme a Rossella Falk, mi scopro nella stessa
posizione di quando riprendo un libro in mano e sento che molti pericoli sono in agguato primo fra tutti quello
di non trovare le stesse emozioni di quella prima volta.
Oggi che certamente sono più anziano, ma direi anche più maturo, mi chiedo con quale sguardo potrei
riprendere quella storia e trovarci qualcosa di trascurato prima e perciò d’inedito e di nuovo. Così, col mio
regista Roberto Valerio che proprio con me aveva debuttato come attore in quello spettacolo e che in seguito
dopo aver spesso lavorato accanto a me per una decina d’anni aveva deciso di proseguire il suo lavoro in
totale autonomia, e con ottimi risultati, ci siamo posti una domanda, fra le tante possibili, che subito ci ha fatto
scattare la corda matta che sta sempre in agguato nella mente di un teatrante. La domanda è la seguente: ma
questo protagonista della storia, questo Leone Gala, che dice di aver capito il gioco, questo famigerato “gioco
della vita” lo aveva poi veramente capito? Spesso è necessario partire da un tentativo di rovesciamento di
quello che appare evidente per poter arrivare a scoprire cosa c’è dall’altra parte della facciata».
Umberto Orsini
«La scelta fatta è di ricercare il cuore pulsante della commedia nella novella Quando si è capito il giuoco. La
novella è il vero, intimo laboratorio artistico di Pirandello; è lì che egli crea i suoi personaggi - impiegatucci,
piccoli funzionari statali, contadini – immersi nella realtà sociale “bassa” della Sicilia rurale; è lì che troviamo il
Pirandello più genuino e diretto e probabilmente quello più interessante oggi. (...)
Nello spettacolo Il giuoco delle parti, al centro della rappresentazione troviamo Leone Gala rinchiuso in una
sorta di “Stanza della tortura”; egli ripercorre i fatti; ma ricucire lo strappo è impossibile, impossibile continuare
la vita di prima, se non a patto di una lucida follia».
Roberto Valerio
17 gennaio/5 febbraio | sala Fassbinder
Afghanistan: il grande gioco
di Stephen Jeffreys, Ron Hutchinson, Amit Gupta, David Greig
regia Ferdinando Bruni ed Elio De Capitani
traduzione Lucio De Capitani
coproduzione Teatro dell’Elfo ed Emilia Romagna Teatro Fondazione
The Great Game - Afganistan è un affresco teatrale diviso in 13 stazioni che il Tricycle Theatre di Londra ha
commissionato ad altrettanti autori per raccontare il rapporto complesso e quasi sempre fallimentare che
l’Occidente ha avuto con l’Afghanistan, stato che per la sua posizione geografica ha da sempre rivestito
un’importanza strategica fondamentale nello scacchiere mondiale. Il progetto ha debuttato nell’aprile 2009 e
ha riempito le sale per tre mesi, elogiato dal Daily Telegraph, per il quale era “in cima alla lista dei migliori
spettacoli dell’anno”, come dal Guardian: “qualcosa di importante è accaduta al Tricycle dove la storia e la
cultura dell’Afganistan sono state portate in scena in un modo emozionante e provocatorio”. L’anno seguente
è stato replicato anche negli Stati Uniti (Washington, Minneapolis e New York).
Il Tricycle Theatre ha suddiviso questo spettacolo “day-long” in tre capitoli: Invasion and Indipendece 1842 –
1930, Comunism, the Mujahideen and the Taliban 1979 – 1996 e Enduring Freedom 1996 – 2010.
Il Teatro dell’Elfo continua la sua indagine sulla drammaturgia anglosassone e trova in questa grande epopea,
che copre un arco di tempo che va dal 1842 ai giorni nostri, una nuova e irrinunciabile occasione di teatro che
racconta il presente. Il progetto, suddiviso in due parti, viene realizzato in coproduzione con Emilia Romagna
Fondazione Teatro, partner dell’Elfo anche nell’altrettanto ambiziosa impresa di Angels in America.
Per la prima parte, che debutterà a Milano nel gennaio 2017, i registi Ferdinando Bruni ed Elio De Capitani
hanno scelto i testi di Stephen Jeffreys, Ron Hutchinson, Amit Gupta, che riguardano il periodo 1842 – 1930 e
il testo di David Greig Miniskirt of Kabul che appartiene già al periodo 1979 - 1996.
«Il londinese Trycicle Theatre diretto da Nicolas Kent e Indhu Rubasingham - spiega Bruni - è la più grande
officina di teatro politico inglese; nel 2004 ha messo in scena Guantànamo (per citare il testo più famoso,
rappresentato anche nel West End, a New York e al Congresso degli Stati Uniti). Il progetto The Great game è
però un caso clamoroso: il generale David Richards, capo delle Forze armate in Afghanistan, l’ha talmente
gradito da obbligare i reduci di quella guerra e i soldati in partenza ad assistere allo spettacolo. Se l`avessi
visto prima, scrisse sul Times il 3 agosto 2010, sarei stato un generale migliore. Era così convinto che
organizzò due recite per il personale del Pentagono».
«Il primo atto, Trombettieri alle porte di Jalalabad di Stephen Jeffreys – continua Bruni - è la storia di quattro
trombettieri che scrutano l’orizzonte: il figlio del khan ha promesso agli inglesi un ritiro in pace ma su 220 mila
arriveranno in India 70 uomini, gli altri furono trucidati. È metafora e parabola del disastro: questa terra è una
trappola geografica dalla quale non puoi più uscire». L’ultimo di questa prima parte è Minigonne a Kabul di
David Greig «su Najibullah, l’emiro filosovietico che negli anni Ottanta fece una fine orrenda per colpa degli
integralisti talebani. Greig ci parla di quella Kabul frequentata anche da italiani, il pittore Alighiero Boetti, di
quell’albergo chiamato One perché costava un dollaro. La prima parte del nostro spettacolo arriva alla fine
dell’influenza occidentale: abbiamo tenuto nel secondo tempo il capitolo sui talebani». Bruni conclude:
«Afghanistan, il Grande Gioco fa parte di quel teatro anglosassone che ci piace. La storia dei rapporti tra
Occidente e Afghanistan è metafora di tutti gli errori fatti in Medio Oriente e Asia anche per ignoranza: ci piace
che venga raccontato un periodo di cui si sa poco ma ci coinvolge tanto, riaffermando l’idea di un teatro che
parla di civiltà continuando a essere vivo». E aggiunge De Capitani: «Vorremmo trasmettere anche noi la
coscienza di quanto sia paradigmatica la storia di 180 anni di rapporti tra Occidente e Afghanistan».
L’espressione ‘il grande gioco’ è stata utilizzata per la prima volta nel 1827 da un ufficiale britannico per definire il
conflitto, caratterizzato soprattutto dall'attività delle diplomazie e dei servizi segreti, che contrappose Gran Bretagna e
Russia in Medio Oriente e Asia centrale nel corso di tutto il XIX secolo. Rudyard Kipling ha introdotto l’espressione ‘the
great game’ nel racconto Kim facendola diventare di uso comune.
26 gennaio/5 febbraio | sala Shakespeare
Smith&Wesson
di Alessandro Baricco
regia Gabriele Vacis
con Natalino Balasso, Fausto Russo Alesi, Camilla Nigro, Mariella Fabbris
scenofonia, luminismi, stile Roberto Tarasco
costumi Federica De Bona, video Indyca/Michele Fornasero
produzione Teatro Stabile del Veneto, Teatro Stabile di Torino
Ambientato agli inizi del ‘900 Smith&Wesson, rinnova il sodalizio Baricco/Vacis. Lo spettacolo, coprodotto dal
Teatro Stabile del Veneto e Teatro Stabile di Torino, narra “una folle impresa”. Una giovane giornalista
(Camilla Nigro), alla ricerca dello scoop della sua vita, si reca nei pressi delle cascate del Niagara; poiché qui
non accade mai nulla, decide di ‘fare notizia” lei stessa, lanciandosi nelle cascate in una botte con l’aiuto di
Smith (Natalino Balasso), sedicente meteorologo che ha inventato un metodo statistico per prevedere il tempo
intervistando le persone che incontra per strada, e Wesson (Fausto Russo Alesi), un pescatore che nel fiume
pesca cadaveri. Completa il quadro la Signora Higgins (Mariella Fabbris), voce fuori campo che riassume «nel
monologo quasi sul finale il senso vero dell’opera di Baricco e incarnando sul palcoscenico l’anima
riconoscibile dello scrittore» (teatrionline).
«È raro che io metta in scena testi teatrali. Di solito li scrivo con gli attori, i testi. Di solito, più che scritti, sono trascritti.
Cioè: parlo con gli attori, che di solito sono anche autori, o, come dicevo un tempo, autori della loro presenza in scena.
Poi improvvisiamo, costruiamo situazioni per l’azione e così nascono gli spettacoli. Cioè: di solito lavoro per
“composizione” più che per “mettere in scena” testi. I testi teatrali mi sembrano sempre “troppo scritti”.
Ho “usato”, per i miei spettacoli, testi di Shakespeare, di Goldoni, di Moliére... Ma sempre come pre-testo. Come
materiale per il lavoro di composizione.
C’è una sola eccezione. Un testo l’ho messo in scena: Novecento, di Alessandro Baricco. Ma è un’eccezione in tutti i
sensi. Baricco ha scritto quel testo perché lo mettessi in scena io, con Eugenio Allegri.
E la stessa cosa è accaduta per Smith & Wesson. Baricco ha visto molti dei miei spettacoli, conosce il mio lavoro, come
io conosco il suo. Negli ultimi vent’anni abbiamo condiviso molte esperienze, sul palcoscenico come nella scuola
Holden. Così si realizza uno scambio ideale che mi permette di “usare” quello che scrive come se fosse il frutto di una
composizione. Infatti, l’ho detto: Baricco non ha scritto un testo, ha scritto uno spettacolo». Gabriele Vacis
«‘Ci aspettavamo tutti qualcosa dalla vita, ma non abbiamo concluso niente’. Questa frase, tratta dal copione, racchiude,
più di tutte quelle che potremmo scrivere noi, l’essenza della pièce teatrale. La vita dell’uomo comune, che vuole
emergere dalle basse maree di un’esistenza incastrata tra grandi aspirazioni ed oggettive incapacità (economiche, ma
non solo), mettendo in pratica dei talenti forse inesistenti ma che in modo bizzarro e quasi grottesco, proprio per non
rassegnarsi alla stagnazione dell’esistenza, debbono essere esaltati. Insomma uno spettacolo divertente che fa riflettere
sul senso della vita, assolutamente da vedere!».
Nicola Bano, teatrionline
«I dialoghi si sviluppano con ritmo cinematografico, le azioni con l’essenzialità dei fumetti. Con la complicità
dell’ineffabile signora Higgins (Mariella Fabbris), spesso evocata dagli altri personaggi ma solo alla fine rivelata in un
monologo sul proscenio, i tre preparano la folle impresa: calcoli, stratagemmi, congetture, progetti di sfruttamento
commerciale dell’evento. E a questo punto diventa pregnante la “scenofonia” di Roberto Tarasco, che già funzionava da
perno di ogni azione grazie all’invenzione di una struttura centrale praticabile, una capanna in forma di cubo con profili
metallici e pareti di tela, che si alza su immaginarie cascate e ruota in aria con effetti che ricordano altre immagini aeree
negli spettacoli di Teatro Settimo (come in Libera Nos, prima con Paolini e poi con lo stesso Balasso). Sullo schermo
che scende a chiudere la scena passano infatti suggestive immagini d’archivio: volti, alberi, carrozze, foto d’epoca si
sovrappongono e s’inseguono in dissolvenze pastellate, mentre una voce fuoricampo scandisce l’evocazione di quanto
accaduto negli anni precedenti alla stessa data prevista per l’impresa di Rachel: 21 giugno».
Fernando Marchiori, ateatro
7/19 febbraio | sala Shakespeare
Scandalo
di Arthur Schnitzler
regia di Franco Però
con Stefania Rocca e Franco Castellano
e con Filippo Borghi, Adriano Braidotti, Federica De Benedittis, Ester Galazzi, Andrea Germani, Lara Komar,
Riccardo Maranzana, Astrid Meloni e Alessio Bernardi, Artur Cocetta
scene di Antonio Fiorentino
costumi di Andrea Viotti
musiche di Antonio Di Pofi
coproduzione Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia, Artisti Riuniti e Mittelfest 2015
Un amore giovane e profondo, che travolge gli schemi stantii della società: è quello che lega Hugo, rampollo
dell’alta borghesia e Toni, ragazza invece di bassa estrazione. È quello da cui nasce Franz, per quattro anni
tenuto nascosto alla famiglia di lui, come la loro felice relazione. Improvvisamente però Hugo ha un incidente
e, in fin di vita, chiede alla famiglia di accogliere il figlio e la donna. La famiglia affronta lo scandalo, crede di
poterne reggere i contraccolpi: Toni e il bimbo entrano nella ricca casa dei Losatti circondati d’affetto, tanto
che la giovane inizia a immaginare una nuova vita.
Ma in breve la presenza estranea inizia a suscitare insofferenza: si allontanano gli amici, muta il peso della
famiglia in società, e se le donne continuano a proteggere i nuovi arrivati, gli uomini mostrano sempre più
chiaramente il loro disappunto per la situazione. A far deflagrare il fragile equilibrio è l’improvvisa morte del
piccolo Franz: dopo nulla potrà più arginare la vigliaccheria e la volgarità di quell’ambiente dorato, né la sottile
violenza delle convenzioni sociali. E Toni ne sarà drammaticamente soffocata.
Nell’Italia di oggi o nella Vienna di Schnitzler, il sospetto, l’esclusione e il rifiuto per l’“altro” sono armi taglienti
che mietono vittime. È dunque antesignana e ancora incisiva la denuncia di Schnitzler, cui Franco Però
restituisce respiro e intensità in uno spettacolo avvincente, che si avvale di un’ottima compagnia d’interpreti,
capitanati da Franco Castellano e Stefania Rocca, nomi di primo piano nel cinema e nel teatro contemporanei.
7/12 febbraio | sala Bausch
BersagliosuMollyBloom
venendol’ultimocapitolodell’UlissediJoyce
amanovrarenelleacqueterritorialideicantantiMarcido
regia e adattamento drammaturgico di Marco Isidori
scena e costumi di Daniela Dal Cin
produzione Marcido Marcidorjs e Famosa Mimosa
con il sostegno di Sistema Teatro Torino
I Marcido ripresentano, dopo tredici anni dal suo debutto, la fortunatissima messa in scena di Bersaglio su
Molly Bloom, dall’ultimo capitolo dell’Ulisse di Joyce: quella Molly che con il suo fluviale e labirintico monologo
chiude l’Ulisse, capolavoro indiscusso di tutto il Novecento.
Con le parole di Joyce, Marco Isidori ha creato una vera e propria partitura, in cui il vivacissimo girotondo dei
pensieri di Molly diviene il pretesto per uno strepitoso concerto teatrale di otto voci d’attore, in tutte le possibili
combinazioni, dal terzetto al duetto al “tutti”, all’intensissimo “assolo” finale affidato a Maria Luisa Abate.
Lo spettacolo, premio Ubu 2003 per la scenografia, verrà riallestito nuovamente con l’istallazione deputata ad
ospitare questa torrenziale performance: la “Grande Conchiglia” di Daniela Dal Cin, un’architettura sbalorditiva
per fantasia e impatto visivo, composta da una serie di archi luminosi che inglobano gli attori,
imbrigliati/impigliati ciascuno nella sua propria nicchia, come santini nella teca votiva.
Questa poderosa “macchina da concerto” restituisce al pubblico l’immagine bidimensionale di una grande pala
d’altare che però, corredata com’è da una fitta serie di luci che ne sottolineano il disegno, sconfina nel
baraccone da fiera, e non può non essere vista come una sorta di visualizzazione del cervello di Molly Bloom,
un cervello vivo e pulsante in cui personaggi, ricordi, emozioni trovano incarnazione nelle voci degli interpreti
“incastonati” nella sorprendente installazione.
Le suggestioni della scrittura, i suoi più svariati umori e le più riposte dinamiche psicologiche dispiegate
dall’autore nel corso della narrazione, saranno rese teatralmente fauste da un approccio “barbaro” alle
difficoltà di un esperimento spettacolare, che dovrà misurarsi continuamente con i funambolismi della trama
poetico/linguistica espressa da Joyce.
Voci recitanti della performance, dirette letteralmente dal regista Marco Isidori, in scena appunto nelle vesti di
direttore d’orchestra, sono: Paolo Oricco, Valentina Battistone, Stefano Re, Virginia Mossi, Daniel Nevoso,
Francesca Rolli e Margaux Cerutti, insieme alla straordinaria Abate, interprete principale, “capo”, capitano
delle Molly, la quale terrà le fila della poliedricità narrante della nostra eroina.
«È un destino e non un peccato: l’avanguardia che riesce a rimanere a lungo rigorosamente fedele a se
stessa diventa classica. Lo prova anche Marcido Marcidoris e Famosa Mimosa, gruppo nato negli anni ’80
nell’esaltazione del culto di Carmelo Bene (ma anche dei Magazzini Criminali), quando di fronte a un grande
testo, il genio furente di Marco Isidori rinuncia a compiacersi dei suoi ghirigori barocchi più esasperati per
esporci l’essenza del lavoro, non senza qualche spiritosa divagazione, in una dizione personalizzata ma non
biecamente distorta, nell’esemplare cornice scenica puntualmente predisposta da Daniela Dal Cin».
Franco Quadri, la Repubblica
«La costrizione fisica che nega il movimento degli interpreti, limitandolo a uno scrollar del capo, a un rigido
gesto delle mani, ha il paradossale effetto di amplificare la meccanicità da marionette, la rigidità biomeccanica.
L’odissea della parola che apre la modernità si ribalta così nella sua deformazione parodistica, derisoria,senza
possibilità di riscatto».
Gianni Manzella, il manifesto
8/12 febbraio | sala Fassbinder
Maryam
di Luca Doninelli
ideazione Marco Martinelli e Ermanna Montanari
regia Marco Martinelli
in scena Ermanna Montanari
musica Luigi Ceccarelli
spazio e costumi Ermanna Montanari
produzione Teatro delle Albe/Ravenna Teatro
in collaborazione con Teatro degli Incamminati, deSidera Festival
La prima collaborazione tra le Albe e Luca Doninelli risale a La mano, nel 2005, quando Ermanna Montanari
interpreta una potente Isis, ricavata con la drammaturgia di Marco Martinelli dall’omonimo romanzo dell’autore.
Maryam, che debutta nel dicembre 2016, ruota intorno alla figura della Madre di Gesù, quella che nel Corano
è definita “la veritiera”: uscita dalla sua grotta di Nazareth, trova a invocarla delle donne palestinesi, che
condividono con lei il dolore per la morte di un figlio.
Ermanna Montanari dà voce ai monologhi straziati di tre di queste donne, e infine a Maria stessa. La
drammaturgia musicale, un intarsio elettroacustico di Luigi Ceccarelli, compositore-totem delle Albe, attinge da
suoni di guerra, dall’affiorare di motivi arabi nelle vibrazioni ascendenti delle architetture sacre. La casa in cui
Maria di Nazareth ha avuto la visione dell’angelo ospita le confidenze delle madri sopra questo abisso di tutti i
tempi.
«L’idea di Maryam viene da lontano – scrive Luca Doninelli – precisamente dalla Basilica dell’Annunciazione
di Nazareth dove mi recai tra il 2005 e il 2006. Lì assistetti allo spettacolo di una fila quasi ininterrotta di donne
musulmane che entravano nella basilica per rendere omaggio alla Madonna. Conoscevo già la devozione dei
musulmani per Maria, ma quella visione mi colpì ugualmente per la sua solennità, per la certezza fiduciosa
che quelle donne mi trasmettevano. Me la sono portata dentro per anni, finché, volendo scrivere un testo
teatrale su Maria, mi è balzata alla memoria.
Sono molto grato a Ermanna e Marco non solo per l’aiuto decisivo che mi hanno dato nella realizzazione della
drammaturgia, ma anche per diversi suggerimenti di lettura – primo fra tutti il bellissimo volume Innamorato
dell’islam, credente in Cristo di Padre Dall’Oglio. Grazie a Marco e Ermanna, ho potuto comprendere come
una scrittura possa essere “personale” senza essere necessariamente “solitaria”».
14/19 febbraio | sala Fassbinder
Laprima,lamigliore
testo e regia Gianfranco Berardi e Gabriella Casolari
con Gianfranco Berardi, Gabriella Casolari e Davide Berardi
produzione Emilia Romagna Teatro Fondazione
Oggi, nella patria della nostra giovinezza camminiamo come viaggiatori di passaggio. Gli eventi ci hanno
consumato siamo divenuti accorti come mercanti brutali come macellai noi siamo più spensierati ma
atrocemente indifferenti, sapremo forse vivere nella dolce terra ma quale vita?
«Volgendo lo sguardo agli spettacoli che dal 2003 a oggi abbiamo realizzato, ci accorgiamo che il conflitto,
con noi stessi e con la realtà circostante, è stato e continua a essere il motore della nostra ricerca. Le
dinamiche, i mutamenti e le opportunità da questo prodotte e derivate, sono attrazioni irresistibili verso cui
tendiamo come attori, autori ed esseri umani.
L’occasione questa volta è quella del centenario del primo conflitto mondiale che sconvolse l’Italia, l’Europa e
il pianeta intero. È incredibile come studiando un evento accaduto ormai tanto tempo fa ci si senta coinvolti da
situazioni e sensazioni che sembrano raccontare la nostra contemporaneità. Ed allora la condizione di una
generazione “perduta” per un’ideologia criminale, propagandata a tutto spiano, la distanza fra il popolo e chi
lo governa, il cambiamento epocale ed il conseguente smarrimento esistenziale diventano metafore per
raccontare la nostra condizione, il nostro tempo nel nostro paese.
L’idea ci è venuta qualche anno fa leggendo il romanzo confessione Niente di nuovo sul fronte occidentale di
E.M. Remarque. L’autore in maniera lucida e feroce racconta di popoli lanciati uno contro l’altro, per odio e per
orgoglio e al contempo riflette e fa riflettere sulla situazione di depressione e disperazione che avvolge senza
tregua la società ieri come oggi. Di qui è iniziata un’indagine, storico-letteraria, ancora in atto, che mescola le
materie di interesse, dal politico al sociale, dall’economico all’artistico, fornendo una contaminazione di
linguaggi, stili ed argomentazioni in cui è sempre più interessante avventurarsi per proseguire il nostro
cammino di ricerca, la nostra avventura alla scoperta di chi siamo, di chi siamo stati e di chi potremo un
giorno divenire». Gianfranco Berardi e Gabriella Casolari
«Vengano i mesi e gli anni, non mi prenderanno più nulla. Sono tanto solo, tanto privo di speranza che posso
guardare dinanzi a me senza timore. La vita, che mi ha portato attraverso questi anni è ancora nelle mie mani
e nei miei occhi. Se io abbia saputo dominarla, non so. Ma finché dura, essa si cercherà la sua strada, vi
consenta o non vi consenta quell’essere, che nel mio interno dice “io”».
Erich Maria Remarque
20 febbraio/6 marzo | sala Shakespeare
RezzaMastrella
La coppia Rezza Mastrella diventa un “classico” all’Elfo Puccini. Tornano in scena con il loro cult Fratto X e il
più recente Anelante, grande successo della passata stagione.
20/26 febbraio
Fratto_X
di Flavia Mastrella, Antonio Rezza
con Antonio Rezza
e con Ivan Bellavista
(mai) scritto da Antonio Rezza
habitat di Flavia Mastrella
assistente alla creazione Massimo Camilli disegno luci Mattia Vigo
organizzazione generale Stefania Saltarelli
una produzione RezzaMastrella
Fondazione TPE – TSI La Fabbrica dell’Attore Teatro Vascello
Si può parlare con qualcuno che ti dà la voce?
Si può rispondere con la stessa voce di chi fa la domanda?
Due persone discorrono sull’esistenza.
Una delle due, quando l’altra parla, ha tempo per pensare: sospetta il tranello ma non ne ha la certezza.
La manipolazione è alla base di un corretto stile di vita. Per l’ennesima volta si cambia forma attraverso la
violenza espressiva. Mai come in questo caso o, per meglio dire, ancora come in questo caso, l’odio verso la
mistificazione del teatro, del cinema, della letteratura, è implacabile. Il potere sta nel sopravvivere a chi muore.
Noi siamo pronti a regnare. Bisognerebbe morire appena un po’ di più.
28 febbraio/6 marzo
Anelante
di Flavia Mastrella, Antonio Rezza
con Antonio Rezza
e con Ivan Bellavista, Manolo Muoio, Chiara A. Perrini, Enzo Di Norscia
(mai) scritto da Antonio Rezza
habitat di Flavia Mastrella
disegno luci Mattia Vigo
una produzione RezzaMastrella – Fondazione TPE – TSI La Fabbrica dell’Attore Teatro Vascello
In uno spazio privo di volume, il muro piatto chiude alla vista la carne rituale che esplode e si ribella.
Non c’è dialogo per chi si parla sotto. Un matematico scrive a voce alta, un lettore parla mentre legge e non
capisce ciò che legge ma solo ciò che dice. Con la saggezza senile l’adolescente, completamente in contrasto
col buon senso, sguazza nel recinto circondato dalle cospirazioni. Spia, senza essere visto, personaggi che in
piena vita si lasciano trasportare dagli eventi, perdizione e delirio lungo il muro. Il silenzio della morte contro
l’oratoria patologica, un contrasto tra rumori, graffi e parole risonanti. Il suono stravolge il rimasuglio di un
concetto e lo depaupera. Spazio alla logorrea, dissenteria della bocca in avaria, scarico intestinale dalla parte
meno congeniale.
21/26 febbraio | sala Fassbinder
CospiratoriovveroPrimadellapensione
una commedia dell’anima tedesca
di Thomas Bernhard
progetto, scene e regia Elena Bucci e Marco Sgrosso
con Elena Bucci, Marco Sgrosso, Daniela Alfonso
luci Loredana Oddone, suono Raffaele Bassetti
costumi Ursula Patzak , immagini Alvaro Petricig
una produzione ERT Emilia Romagna Teatro Fondazione
in collaborazione con Le belle bandiere
Cos’è il teatro in confronto ad una corte d’assise?
«In una stanza austera con finestre socchiuse su una realtà misteriosa e nemica una famiglia di fratelli,
Rudolf, Vera e Clara, pratica e subisce con maniaca precisione i riti che ne costituiscono l’identità e ne
guidano i sentimenti. I tre paiono esistere soltanto in questo morboso incatenarsi l’uno all’altro, fantasmi che
sbiadiscono se lasciati in solitudine e, soprattutto, se lasciati senza parole da dire e da ascoltare. Le parole
sono la vita stessa, l’energia che racconta, affascina, travolge, si infila in ogni spazio, prende in giro, violenta,
lenisce, si erge a protezione contro il vuoto, le possibili fughe, il cambiamento, perfino la morte. Attraverso la
ripetizione dei racconti e dei rituali i fratelli, senza altre famiglie e discendenze, ricompongono momento per
momento il proprio ritratto immobile al di là dei mutamenti del tempo, trasformano il reticolato dei gesti
quotidiani nell’epica della loro esistenza, tracciano da soli il proprio mito, incastonandosi a forza nella storia
che li ha lasciati da parte. Disegnandoli tanto immersi nella loro miserabile devozione a una delle ideologie –
o religioni? – più folli e criminali che abbiamo conosciuto, Bernhard riesce, ancora una volta, a farci
innamorare dell’umano rivelandone l’orrore, magia nella quale è maestro. Ci pare di sentire, grazie alla
trasformazione della memoria in scrittura, come possano accadere, nella vita di ognuno e nella storia, gli
eventi incomprensibili alla ragione.
Nel giorno del compleanno di Himmler, il giudice Rudolf Holler, ex ufficiale delle SS prossimo alla pensione,
celebra la curiosa ricorrenza con un festino segreto, una “cena d’anniversario” allestita con cura meticolosa
per lui da sua sorella Vera, amante e musa devota, con la partecipazione ostile ma complice dell’altra sorella
inferma Clara, vittima e al tempo stesso carnefice dei suoi due congiunti.
Tra ambigue memorie d’infanzia e di guerra, un raccapricciante album fotografico risfogliato anno dopo anno,
recriminazioni incrociate, grottesche mascherate e brindisi spettrali, si consuma un rito fuori tempo che
precipita verso un finale sospeso tra il dramma e la tragica ironia, come tutta la commedia stessa, definita da
Benjamin Heinrichs “il più complicato, il più sinistro, il testo migliore di Bernhard”.
E, si tratti di farsa o tragedia, non c’è possibilità di interrompere la recita prima della penosa conclusione.
La stanza nella quale tutto si svolge è un mondo intero dove le geometrie sono segnate dai movimenti ripetuti
nel tempo, come accade in ogni luogo nel quale gli animali umani segnano i loro territori, le tane, le arene di
combattimento. Gli oggetti, gli abiti, i mobili emanano il mistero di strumenti per antichi rituali, mentre i gesti
quotidiani diventano a tratti danza e le parole, musica. Le finestre con le loro tende, vibrante diaframma che
separa dalla realtà, dominano la stanza in bianco e nero, immutabile e mai ferma.
Abbiamo seguito fin dal suo apparire in Italia questo autore schivo, capace di leggere in profondità le persone
e la storia e di registrarne le contraddizioni fino a farle esplodere in tragedia e risate di cuore. Attraverso i suoi
testi, pieni di odio e amore per il teatro e per gli attori, irti di ostacoli e di opportunità, abbiamo avuto
l’occasione di vedere molti artisti alla prova. Ora tocca a noi saltare».
Elena Bucci e Marco Sgrosso
21/26 febbraio | sala Bausch
Nina
testo e regia di Nicola Russo
con Sara Borsarelli
scene e costumi Giovanni De Francesco
luci Cristian Zucaro
video Lorenzo Lupano
produzione Monstera in collaborazione con Le Vie dei Festival e Radicondoli Festival
Con il suo nuovo spettacolo, Nina (in debutto a fine settembre alle Vie dei Festival), Nicola Russo ripercorre il
concerto di Nina Simone al Montreux Jazz Festival del 1976. In scena il punto di vista di Nina Simone durante
la performance, tutto ciò che vede, che pensa, che dice e che canta durante i 50 minuti del concerto.
Un monologo interpretato da Sara Borsarelli, un flusso di pensiero che racconta in prima persona un momento
della carriera della grande cantante e pianista Nina Simone e al tempo stesso diventa una riflessione sul
teatro, sullo stare in scena, su quel nucleo di necessità che permette a un artista di raggiungere la qualità nel
proprio lavoro.
«Montreux 1976. Nina Simone di ritorno dall’Africa, dove si era ritirata abbandonando le scene, tiene un
concerto al Montreux Jazz Festival. 50 minuti di performance unica. Il concerto è ripreso in un video che
segue in maniera insolita i gesti, gli sguardi, i movimenti del corpo e delle mani di Nina Simone.
Nina Simone si presenta al pubblico in uno stato di difficile interpretazione eppure portando sul palco una
presenza che sembra essere trasparente. Questa straordinaria performance è fatta non tanto dalle canzoni,
ma dalle pause tra un pezzo e l’altro, dalle parole improvvisate, dai brandelli di riflessioni con il pubblico, dai
cambiamenti di umore di Nina Simone, mai nascosti e allo stesso tempo mai esibiti, ma leggibili attraverso i
suoi occhi ed il suo corpo.
Raramente abbiamo visto un’artista occupare il palcoscenico con tale autenticità, e con una qualità di
trasparenza così preziosa da diventare quasi un saggio di come, a nostro avviso, bisognerebbe stare su una
qualsiasi scena. Nina pare ad una prima visione assente, distratta, ma guardando con attenzione capiamo che
invece è più presente che mai perché continuamente in contatto con i suoi pensieri e, come il pensiero salta e
a volte non ha logica, così la sua presenza in scena, le sue parole e a volte il suo modo di cantare sembrano
non seguire un percorso. In realtà assistiamo a qualcosa di unico, un’artista che si presenta in scena
mettendo a nudo non tanto la sua anima, ma i suoi pensieri, trasformando un concerto di soli 50 minuti in una
lezione di teatro.
Abbiamo ripercorso il concerto del 1976 attraverso un lavoro sul pensiero di Nina Simone. In scena Sara
Borsarelli che, seguendo la scaletta originale del concerto, mette in scena i pensieri di Nina intrecciati con le
sue vere parole e con le sue canzoni, con quello che lei vede dal suo punto di vista, con quello che percepisce
durante i 50 minuti della sua esibizione. Vorremmo portare fuori quello che di solito è dentro e, lavorando sulla
sua esibizione, mettere sotto una lente ciò che normalmente non si vede, i moti del pensiero, le riflessioni, la
soggettiva di uno sguardo, spostando il fuoco dall’esteriorità di una performance a quel nucleo di necessità
che permette ad un’artista di raggiungere la qualità nel proprio lavoro».
Nicola Russo
Monstera nasce nel 2010 con la direzione artistica di Nicola Russo. Il lavoro della compagnia si basa su
drammaturgie e scritture sceniche originali. Fanno parte della compagnia Isabella Saliceti (assistente alla
regia e organizzazione), Giovanni De Francesco (scene e costumi), gli attori Marco Quaglia, Laura Mazzi,
Sara Borsarelli e come collaboratori stabili Cristian Zucaro (disegno luci), Jean Christophe Potvin (suoni) e
Liligutt Studio per il progetto grafico. Tra i precedenti lavori della compagnia ricordiamo: Elettra, biografia di
una persona comune, Physique du rôle, La Vita oscena, Leonce e Lena, Vecchi per niente.
7/12 marzo | sala Bausch
LamoglieViaggioallascopertadiunsegreto
di e con Cinzia Spanò
regia di Rosario Tedesco
luci Giuliano Almerighi
produzione Associazione Culturale PianoinBilico
Ogni uomo ha dei ricordi che racconterebbe solo agli amici.
Ha anche cose nella mente che non rivelerebbe neanche agli amici, ma solo a se stesso, e in segreto.
Ma ci sono altre cose che un uomo ha paura di rivelare persino a se stesso,
e ogni uomo perbene ha un certo numero di cose del genere accantonate nella mente.
Fedor Dostoevskij
Un soffio di vento rapisce un giorno Psiche, la bella figlia del re, per portarla in un luogo lontano e solitario.
Nella dimora dove il vento l’ha portata le fa visita al calar delle tenebre il suo sposo e con lui trascorre nel
piacere le ore che la separano all’alba. Nella notte Psiche non vede il volto del suo amante e questa è l’unica
condizione che le viene data per poter continuare a vivere in quel luogo incantato assieme all’uomo che
ama…
Anno 1942. Stati Uniti, New Mexico. In pochissimi mesi viene costruito in mezzo al deserto un laboratorio
scientifico, e attorno a questo laboratorio abitazioni per ospitare le famiglie degli scienziati che vi lavorano.
Nasce così una cittadina senza nome, senza indirizzo, non segnata sulle mappe, alla quale non è possibile
accedere senza speciali permessi e dalla quale non è possibile uscire. Non ci sono telefoni e tutto è presidiato
e strettamente controllato dai militari americani. È quello a cui gli scienziati stanno lavorando nel laboratorio ad
essere oggetto di tanta segretezza. Nessuno sa di che cosa si tratti. Il mondo è in guerra. E in guerra il livello
di massima segretezza prevede il divieto di parlare del lavoro persino alle proprie mogli. Esse, come Psiche, in
quella cittadina lontana e senza nome attendono che arrivi la sera per incontrare i loro mariti di ritorno dal
laboratorio. E, come Psiche, anche a loro viene chiesto di non conoscere fino in fondo il vero volto dell’uomo
che hanno sposato.
Il mito racconta che la fanciulla una notte prende un piccolo lume e si prepara a far luce sul volto del suo
sposo, sceglie di disobbedire, sceglie di conoscere. E così anche La Moglie vuole scoprire cosa si nasconde
dietro al segreto di suo marito. Un segreto che ha cambiato per sempre la storia degli uomini e sui cui moventi
e conseguenze non smettiamo ancora oggi di interrogarci.
Il testo teatrale è liberamente ispirato alla vita di Laura, moglie del fisico Enrico Fermi. Prende in esame la sua
vita con particolare attenzione al periodo passato a Los Alamos durante la Seconda Guerra Mondiale per
l’attuazione del cosiddetto “Progetto Manhattan”. Numerosi testi teatrali si sono proposti di affrontare la
lacerazione che vive l'uomo di Scienza diviso tra il proprio amore per la conoscenza e i meccanismi di potere.
Questa lacerazione raggiunge uno dei suoi culmini a proposito delle ricerche che portarono alla costruzione
della bomba atomica nel deserto del New Mexico. Il testo si propone di offrire un punto di vista inedito. Quello
della moglie dello scienziato che, come realmente avvenne per tutte coloro che si trovarono al fianco degli
scienziati riuniti a Los Alamos, non seppe nulla di quello a cui stava lavorando il proprio marito fino al giorno in
cui il Presidente degli Stati Uniti Truman diede alla radio la notizia che la bomba atomica era stata sganciata
su Hiroshima.
9/19 marzo | sala Fassbinder
Assassina
di Franco Scaldati
riduzione e regia di Enzo Vetrano e Stefano Randisi
scene e costumi di Mela Dell’Erba
musiche e canti originali composti ed eseguiti in scena dai Fratelli Mancuso
con Enzo Vetrano (la vecchina), Stefano Randisi (l’omino)
e i Fratelli Mancuso (i genitori)
Emilia Romagna Teatro Fondazione
Il nuovo spettacolo di Vetrano e Randisi che debutta il 10 gennaio 2017 al Teatro delle Passini di Modena.
Una vecchina e un omino vivono nella stessa casa dove si preparano da mangiare, si lavano, parlano e
giocano coi loro animali: la gallina Santina e il topo Beniamino. Alla parete ci sono appesi i ritratti dei genitori,
che di tanto in tanto fanno sentire la loro voce con lirici assoli o divertiti commenti. Ma la vecchina e l’omino
non si conoscono, non si sono mai incontrati, anzi ignorano l’uno l’esistenza dell’altro. E quando
improvvisamente, una notte, si scoprono a dormire nello stesso letto, che ognuno ovviamente giura essere il
suo, comincia un’infinita sequenza di battibecchi, interrogatori, accuse e smentite, scambi di identità...
«È proprio la realtà a essere messa in dubbio in questo giallo sotterraneo della coscienza, dove ancora una
volta morti e vivi convivono»
Franco Quadri, sulla rappresentazione di Assassina
«Nel teatro di Scaldati siamo su un piano irreale o surreale, siamo con personaggi e in un mondo ritagliati
nella materia del fantastico o del sogno. Sogno come fuga da una realtà (storica ed esistenziale), da un
mondo inaccettabile e insopportabile».
Vincenzo Consolo, dall’introduzione a Il teatro del sarto, ubulibri
10/12 marzo | sala Shakespeare
Demoni
di Lars Norén
regia Marcial Di Fonzo Bo
musiche Etienne Bonhomme
con Marcial Di Fonzo Bo, Frédérique Loliée, Michele De Paola, Melania Genna
versione italiana Annuska Palme Sanavio
scene e luci Yves Bernard
costumi Anne Schotte
produzione Teatro Stabile di Genova, Comedie de Caèn
Presentato in prima nazionale nel marzo scorso dallo stabile genovese, dopo la prima francese presentata a
Parigi nel settembre 2015, Demoni di Lars Norén, è coprodotto dal Teatro Stabile di Genova e dalla Comedie
de Caèn.
Marcial Di Fonzo Bo, regista e attore franco-argentino diretto al cinema fra gli altri da Woody Allen, firma la
regia dello spettacolo ed è protagonista insieme con Frédérique Loliée, Melania Genna e Michele De Paola.
«La commedia esplora i legami più intimi e segreti che s’instaurano in una coppia – scrive Marcial Di Fonzo
Bo - ma anche la condizione della borghesia nella società contemporanea. Tra le due coppie s’instaura un
rapporto d’imitazione e dipendenza. Un rapporto lacerante e crudele, ma che in fin dei conti soddisfa entrambe
le coppie, pur precipitandole in un inferno irreversibile».
Una commedia moderna che coniuga drammaturgia classica e realtà contemporanea. Uno spettacolo che con
un linguaggio crudo e con ironia, riflette sul senso della vita, sulle dinamiche del desiderio, sul sesso e la
tensione erotica nella coppia.
«Della serie “ti amo ma non ti sopporto”, Demoni snocciola i postumi delle scena da un matrimonio da Strindberg, da
Bergman ma anche da Albee – Norén ammette che questo è il suo modo di reinventare Chi ha paura di Wirginia Wolf? –
contagiando anche i vicini dei protagonisti. In una bella scena leggera e rotante tra un letto e un divano, il regista Martial
Di Fronzo Bo dirige se stesso e la esuberante Frédérique Lolié e con mano che sa dare ritmo e creare spiazzamento a
sorpresa proprio là dove ci sembrava che ormai fosse tutto stato detto e scritto. Non per caso il regista è discendente di
una grande famiglia di attori franco argentini che hanno reso per anni scintillante il teatro di Alfredo Arias».
Rita Cirio, l’Espresso
«Metti due coppie in un appartamento: lo scontro di sessi e la lotta di classe saranno inevitabili. Sembra una regola,
forse è una legge, vista la frequenza con cui questa semplice combinazione esplode sulle scene. Eppure, come per ogni
coppia, la storia è diversa. Un conto è se la narra, che so, Yasmina Reza; un conto se ci mette le mani lo svedese Lars
Norén, dall’alto della sua bergmaniana (o strindberghiana) visione del mondo. Di Norén abbiamo imparato ad amare la
cifra livida, netta, e al tempo stesso lirica: la sua capacità di guardare, con una lingua aulica e ficcante, ai reconditi
meandri dell’animo umano, alle dinamiche omicide uomo-donna che dalla Scandinavia scivolano gelide sino ai nostri
palcoscenici. Così, seguendo e amplificando simili suggestioni, è di grande bellezza e travolgente coinvolgimento
l’operazione messa in campo dal Teatro Stabile di Genova, che ha proposto Demoni, con la regia del franco-argentino
Marcial Di Fonzo Bo».
Andrea Porcheddu, glistatigeneralidelteatro
«C’è un solo e banalissimo aggettivo per descrivere in una parola Demoni: stupendo. Un piccolo classico
contemporaneo – il testo è davvero molto recente – che sa parlare al cuore e al cervello dello spettatore in modo unico e
travolgente. Demoni però non è solo la messa in scena di una catastrofe sentimentale: in mezzo a queste macerie ci
sono anche dialoghi brillanti, talvolta al limite del nonsense e momenti di alta poesia. La regia di Marcial di Fonzo Bo –
anche protagonista e mattatore assoluto del dramma – è perfetta. Ogni particolare è studiato nei minimi dettagli.
Per tutta la sua durata Demoni mantiene una tensione – sessuale, ma non solo – piuttosto alta, disturba e scuote lo
spettatore, come solo il grande teatro riesce a fare. Ti scava un solco dentro, come I wanna be your dog nella versione
suonata dai Sonic Youth. Non è uno spettacolo per tutti, forse, ma è senza dubbio un’esperienza totale. Gli attori poi
sono uno più bravo dell’altro».
Diego Curcio, genovaquotidiana
14/19 marzo | sala Shakespeare
IMalavoglia
da Giovanni Verga
regia Guglielmo Ferro
con Enrico Guarneri
rielaborazione drammaturgica Micaela Miano
produzione Progetto Teatrando
I Malavoglia è il nuovo spettacolo di Progetto Teatrando per la stagione 2016/17. Dopo il Mastro don
Gesualdo, la messinscena de I Malavoglia è la seconda tappa della trasposizione teatrale dei romanzi del
ciclo dei Vinti di Giovanni Verga.
La riduzione di Micaela Miano centra il racconto sugli eventi più significativi che segnano la vita della Famiglia
Toscano di Acitrezza, lì dove, più di ogni altro passaggio narrativo, Verga punta a violentare ogni speranza di
emancipazione dei suoi personaggi.
Il cinismo di quello che passa alla storia come l’ideale dell’ostrica verghiano assume ne I Malavoglia, più del
Mastro Don Gesualdo, i toni di un’oscura fatalità di un imponderabile ancestrale e indomito. E in questa
visione la riscrittura teatrale pone al centro dell’azione drammaturgica la Natura. Scandendo lo spettacolo nei
passaggi narrativi delle tempeste, delle morti in mare: la tempesta dove si perde il carico dei Lupini e muore
Bastianazzo, la morte di Luca su una nave in guerra, la tempesta dove Padron ‘Ntoni si ferisce ed è poi
costretto a vendere la Provvidenza.
In questo impianto narrativo si inseriscono le vicissitudini di ‘Ntoni, nipote di Padron ‘Ntoni, uno dei personaggi
descritti da Verga per raccontare un altro tipo di violenza, quella sociale, di quella società cittadina aliena al
mondo marinaro de I Malavoglia.
L’impianto scenografico dello spettacolo rimodula l’iconografia del periodo come nel poetico bianco-nero de La
Terra Trema di Luchino Visconti.
Il patriarca Padron‘Ntoni, protagonista verghiano che fa della famiglia e del senso del dovere i suoi fondamenti
di vita, è interpretato da Enrico Guarneri, attore dotato di una innata vis comica e tecnicamente assurto al
ruolo di attore poliedrico, che si è dimostrato, nel corso di questi anni, capace di passare dal registro
drammatico a quello grottesco con grande maestria interpretando molti dei personaggi che hanno fatto la
storia della drammaturgia teatrale siciliana ed europea. Enrico Guarneri è dotato quindi di tutte le qualità
fisiche ed interpretative necessarie a incarnare perfettamente Padron ‘Ntoni, il saggio popolare, austero,
caparbio, che ha l’unico dovere di ripagare un debito, assicurare da mangiare alla propria famiglia e
contrastare il fato avverso con tutte le forze che ha in corpo.
La messinscena dello spettacolo è affidata a Guglielmo Ferro, figlio di Turi Ferro protagonista de I Malavoglia
la prima volta nel 1982, che, da anni, si dedica alla drammaturgia contemporanea adottando una tecnica
registica di respiro europeo. La sua profonda conoscenza del teatro contemporaneo, il gusto minimalista e
moderno delle sue messinscene sono indispensabili per un’operazione culturale che mira, nel rispetto
assoluto del valore storico-letterario del testo verghiano, a una trasposizione più attuale de I Malavoglia.
20/26 marzo | sala Fassbinder
GeppettoeGeppetto
scritto e diretto da Tindaro Granata
con Alessia Bellotto, Angelo Di Genio, Tindaro Granata, Carlo Guasconi, Paolo Li Volsi,
Lucia Rea, Roberta Rosignoli
allestimento Margherita Baldoni
luci e suoni Cristiano Cramerotti
movimenti di scena Micaela Sapienza
coproduzione Teatro Stabile di Genova, Festival delle Colline Torinesi, Proxima Rex
Geppetto e Geppetto è il terzo testo di Tindaro Granata sul tema della genitorialità omosessuale. Lo
spettacolo, debuttato in prima assoluta all’inizio di giugno 2016 al Festival delle Colline Torinesi, è da lui
stesso non solo diretto ma anche interpretato insieme ad un cast composto da Alessia Bellotto, Carlo
Guasconi, Paolo Li Volsi, Lucia Rea, Roberta Rosignoli e Angelo Di Genio, premio Mariangela Melato 2016.
«Una storia inventata, partorita, dalla mia fantasia e dalle paure della gente che ho incontrato per strada,
parlando di figli nati da omosessuali...
Questa è la storia di un papà che vuole fare il papà e di un figlio che vuole fare il figlio: tra i due, all’apparenza,
manca solo una mamma.
È la storia di uno scontro tra due uomini, uno giovane e uno adulto, che cercano entrambi il riconoscimento di
una paternità, che non può avere la stessa funzione che ha in una famiglia eterosessuale.
È il desiderio di un Geppetto di farsi amare da un figlio che non è sangue del suo sangue, ma generato dal
seme del proprio compagno.
È il desiderio di un ragazzo di ritrovare una figura paterna, vissuta nell'assenza di una figura materna, che lo
possa accompagnare nel mondo degli adulti senza il peso della mancanza.
È possibile che 1 Geppetto + 1 Geppetto possa fare = 1 figlio?
Certo che è possibile, come è possibile che 1 Fatina + 1 Geppetto possa fare = 1 figlio!
Anzi, sarebbe più facile, ma la storia avrebbe gli stessi problemi dei due Geppetti, se non ci fosse amore,
l’importante in queste storie è l’amore per i figli; “se ci sarebbe più amore…” dicono i personaggi di questa
storia.
Ecco, “se ci sarebbe più amore…” è la storia di Geppetto e Geppetto».
Tindaro Granata
«È sul tram n. 5 che Tindaro Granata, siciliano, uno dei talenti più premiati del teatro off, ha raccolto al volo
idee per Geppetto e Geppetto, primo dramma filiale ai tempi della (mancata) step child adoption, ma già sono
previsti film e altro. «Interviste volanti in giro, anche al Family Day — racconta — italiani e stranieri, uomini e
donne: se un gay volesse un figlio lei che farebbe? Ho registrato ignoranza, pregiudizi e superficialità ma
anche aperture: più disinformazione che razzismo».
Autore di spettacoli cult da nouvelle vague (Antropolaroid, Invidiatemi come io ho invidiato voi sulla pedofilia e
il nuovo La locandiera), Granata alza ora l’asticella con l’epico scontro generazionale tra il figlio di una coppia
gay che, cresciuto, rinfaccia al papà la mancanza di diritti e la difficoltà sociale del ruolo.
“Pretesto per porre domande fondamentali: cosa succede nella testa di un ragazzino cui non viene concessa
l’adozione se non per volontà di un singolo giudice?”. Gli sta a cuore il diritto all’infanzia serena: “Voglio far
parlare un figlio che non si accetta. Pur favorevole alle famiglie arcobaleno, mi pongo dubbi etico-sociali, non
religiosi, sull’utero in affitto: ok per l’adozione come per gli etero, sarebbe la soluzione”. Granata non vuol
essere partigiano: “Mostro il disagio di capire, spostare il pensiero della platea contraria”».
Maurizio Porro, Corriere della Sera
21/26 marzo | sala Shakespeare
Faustunaricercasullinguaggiodell’OperadiPechino
di Li Meini basato sul dramma Faust: prima parte di Johann Wolfgang Goethe
progetto e regia Anna Peschke, consulente artistico Xu Mengke
musiche originali composte da Luigi Ceccarelli, Alessandro Cipriani, Chen Xiaoman
scene Anna Peschke, costumi Akuan
luci Tommaso Checcucci, materiali scenici Li Jiyong, trucco e acconciature Ai Shuyun, Li Meng
coreografie Zhou Liya, Han Zhen
con Liu Dake, Xu Mengke, Zhao Huihui, Zhang Jiachun
musicisti: Fu ChaYina (yueqin), Vincenzo Core (chitarra elettrica ed elaborazione elettronica), Wang Jihui
(jinghu), Niu LuLu (gong), Laura Mancini (percussioni), Giacomo Piermatti (contrabbasso), Wang Xi (bangu)
Emilia Romagna Teatro Fondazione / China National Peking Opera Company
Frutto di un lungo lavoro di preparazione, Faust è un’importante sfida produttiva fortemente voluta da ERT e
realizzata grazie alla fiducia, al sostegno e all’entusiasmo della Compagnia Nazionale dell’Opera di Pechino.
Una sfida importante affidata alla giovane regista tedesca Anna Peschke e a un gruppo di altrettanto giovani
interpreti cinesi accompagnati da un ensemble musicale composto da musicisti italiani e cinesi, che eseguono
un repertorio musicale originale composto da Luigi Ceccarelli, Alessandro Cipriani e Chen Xiaoman.
Con questo lavoro Anna Peschke si propone di cercare un possibile nuovo linguaggio fra Oriente e Occidente.
Una sfida ambiziosa che si declina in diversi aspetti, dall’avvio di un fertile rapporto con la China National
Peking Opera Company, fino all’indagine gestuale e musicale del linguaggio scenico orientale.
Anna Peschke, è al suo secondo lavoro basato sullo studio del linguaggio dell’Opera di Pechino dopo un
Woyzeck, presentato a Pechino e a Francoforte.
«Lì dove l’Occidente perde la parola – è la visione della Peschke - può entrare in gioco l’espressività rituale
dell’Oriente; dove la rigidità della tradizione orientale si farà scalfire emergeranno pieghe di senso e di
espressività rivitalizzanti per la comprensione contemporanea.»
Le origini del J ngjù (termine cinese che indica l’Opera di Pechino) risalgono alla dinastia Tang (618-907 d.C.)
benché la «nascita del Jngjù» venga collocata nel 1790, anno in cui numerose compagnie provenienti dalla
Cina meridionale si radunarono a Pechino in occasione del compleanno dell’Imperatore. Queste compagnie
continuarono a collaborare per i sei decenni successivi, portando così alla creazione di ciò che ora è
conosciuto come J ngjù. Questa famosa arte performativa non solo combina canto e recitazione come avviene
nell’opera occidentale ma comprende anche danza, arti acrobatiche e marziali in uno stile affascinante. Per
questo motivo l’UNESCO ha incluso lo J ngjù nella lista del “patrimonio culturale immateriale dell’umanità”.
«Il mio progetto – ha dichiarato ancora Anna Peschke – si confronta con Faust di Johann Wolfgang Goethe
(1749-1832), di cui qui si indaga la prima parte. Pubblicato per la prima volta in Germania nel 1808, è
considerato un capolavoro fondamentale della letteratura tedesca. Tradotto per la prima volta in cinese grazie
al lavoro di Guo Moruo (1892-1978) solo nel Novecento è stato diffuso come testo di letteratura occidentale,
studiato nelle università, e ha raggiunto il grande pubblico. Nel 2010, nel corso di un convegno, Zhang Yushu,
studioso cinese specialista in studi germanici dichiarò: “Goethe sente, pensa e agisce come un poeta
mandarino cinese”. Questa frase mi ha incoraggiato a creare un ponte tra la cultura tedesca e quella cinese,
grazie alla tragedia di Faust.
Come regista – prosegue la Peschke – la mia sfida principale risiede nel lavorare con gli attori della China
National Peking Opera Company: questi performer possono raccontare un’intera storia con i movimenti,
attraverso la danza e le azioni. Tra le peculiarità dell’educazione dell’Opera di Pechino, c’è infatti
l’insegnamento della facoltà di comunicare grazie al corpo e al gesto, senza ricorrere all’uso della parola.»
27 marzo/2 aprile | sala Fassbinder
Animali da bar
uno spettacolo di Carrozzeria Orfeo
drammaturgia Gabriele Di Luca
regia Gabriele Di Luca, Massimiliano Setti, Alessandro Tedeschi
musiche originali Massimiliano Setti
con Beatrice Schiros, Gabriele Di Luca, Massimiliano Setti, Pier Luigi Pasino, Paolo Li Volsi
voce fuori campo Alessandro Haber
costumi Erika Carretta, luci Giovanni Berti
produzione Fondazione Teatro della Toscana
in collaborazione con Festival Internazione di Andria | Castel dei Mondi
Successo della stagione 2015/16, torna a grande richiesta Carrozzeria Orfeo con l’ultima produzione Animali
da bar, premiata dal pubblico anche con il Premio Hystrio Twister 2016.
Un bar abitato da personaggi strani: un vecchio malato, misantropo e razzista che si è ritirato a vita privata nel
suo appartamento; una donna ucraina dal passato difficile che sta affittando il proprio utero ad una coppia
italiana; un imprenditore ipocondriaco che gestisce un’azienda di pompe funebri per animali di piccola taglia;
un buddista inetto che, mentre lotta per la liberazione del Tibet, a casa subisce violenze domestiche dalla
moglie; uno zoppo bipolare che deruba le case dei morti il giorno del loro funerale; uno scrittore alcolizzato
costretto dal proprio editore a scrivere un romanzo sulla grande guerra.
Sei animali notturni, illusi perdenti, che provano a combattere, nonostante tutto, aggrappati ai loro piccoli
squallidi sogni, ad una speranza che resiste troppo a lungo. Come quelle erbacce infestanti e velenose che
crescono e ricrescono senza che si riesca mai ad estirparle.
E se appoggiati al bancone troviamo gli ultimi brandelli di un occidente rabbioso e vendicativo, fatto di
frustrazioni, retorica, falsa morale, psicofarmaci e decadenza, oltre la porta c’è il prepotente arrivo di un
“oriente” portatore di saggezze e valori… valori, però, ormai svuotati e consumati del loro senso originario e
commercializzati come qualunque altra cosa.
E quando l’alcol allenta un pochettino la morsa e ci toglie la museruola… è un grande zoo la notte… una
confessione biologica dove ognuno cerca disperatamente di capire come ha fatto a insediarsi tutta
quell’angoscia. Giorno dopo giorno. Da anni, da secoli. Come abbiamo fatto a non sentirla entrare? E per
quanto riguarda gli altri... beh, cerchiamo di essere realisti. Possiamo dire di conoscerci appena. Siamo tutti
degli estranei.
D’altronde almeno una mezza dozzina di Cristiani desidera la nostra morte ogni giorno o no? In coda sulla
tangenziale... il lunedì mattina in ufficio… chi non vorrebbe torturare il cane del vicino, o schiacciare qualche
ciclista di tanto in tanto? Se volete provare l’esatta inesistenza di Dio, salite in una metrò affollata di vostri
simili in pieno agosto.
S’affacciano la crudeltà squallida e poetica dei fratelli Coen, e l’elegia bassa del primo David Mamet, nel
nuovo lavoro di Carrozzeria Orfeo, Animali da bar. Nel parlare cui s'abbandonano i fissati e gli emarginati che
ruotano attorno al bancone di un locale, cogli il vocio visionario (a livelli assai più sgraziati) degli irlandesi al
pub di Conor McPherson. (…) Presenze tutte intense, con bei toni corali da blues della drammaturgia.
Rodolfo Di Giammarco, la Repubblica
Sceso nei bassifondi come già, tra i grandi, Gorkij e O'Neill, per tacere di Dostojevski, l'autore Gabriele Di
Luca, vi porta sarcasmo e bravura nei dialoghi botta e risposta, imprimendo un ritmo sostenuto ai circa 90
minuti filati, impeccabilmente recitati da tutti con menzione particolare per Beatrice Schiros come l'elemento
che ha passato le esperienze peggiori ma che è l'unico a non piangersi addosso.
Masolino d'Amico, La Stampa
28 marzo/9 aprile | sala Bausch
Road Movie
di Godfrey Hamilton
traduzione Gian Maria Cervo
regia Sandro Mabellini
con Angelo Di Genio
musiche di Daniele Rotella
pianoforte e violoncello Antony Kevin Montanari
produzione Teatro dell’Elfo
Torna in scena per il terzo anno consecutivo Road Movie dopo il “tutto esaurito” registrato nelle due passate
stagioni.
Angelo Di Genio in questo piccolo gioiello conferma replica dopo replica il suo talento, riconosciuto ancora una
volta tramite l’assegnazione del Premio Mariangela Melato 2016.
Un testo profondamente commovente che ci parla della paura dell'amore, della perdita e della morte,
sentimenti spesso inscindibilmente legati. Scritto per la compagnia angloamericana Starvig Artist Theater,
Road Movie ha vinto nel 1995 il Fringe First Award al festival di Edimburgo ed è stato rappresentato negli Stati
Uniti e in molti paesi europei.
Nell’allestimento curato da Sandro Mabellini, Angelo Di Genio interpreta tutti i personaggi, dialogando in scena
con Antony Kevin Montanari che esegue dal vivo al pianoforte e violoncello la partitura musicale composta da
Daniele Rotella.
Ambientato negli Stati Uniti degli anni Novanta, racconta di Joel, gay trentenne, e della sua avventura coast to
coast durata cinque giorni per rincontrare “il suo amore”, Scott. Un viaggio interiore costellato da incontri che
lo porteranno ad infrangere paure ed accorciare la distanza dagli altri e da se stesso, trasformandolo
profondamente.
«Allacciate le cinture di sicurezza, annullate la paure e tabù, si parte coast to coast sulle strade dell'anima al ritmo
poetico di Road Movie. Se il teatro è il luogo d'elezione di sorprese e riflessioni la performance in scena all'Elfo ne è
conferma tangibile».
Francesca Motta, ilsole24ore.it
Sandro Mabellini firma una regia asciutta e incisiva. A reggere questo viaggio che è – almeno così a me pare – una
sorta di presa di coscienza, del mutare dello sguardo di Joel sui sentimenti e dunque punto di partenza della sua
crescita esistenziale, è un bravissimo Angelo Di Genio che si dona al proprio personaggio con una totalità disarmante,
vivendo in scena anche situazioni non facili. Di Genio – che ricordiamo fra i ragazzi di The History Boys e come Biff in
Morte di un commesso viaggiatore –, provocatorio e dolce, inquieto e disarmato, cattura, senza mai compiacerlo, il
pubblico che lo segue con grande tensione, in una storia lontana dal paradiso, disperatamente vitale, che ci riguarda».
Maria Grazia Gregori, delteatro.it
«Impressionante interpretazione di Angelo Di Genio. Diretto con mano asciutta da Sandro Mabellini, il violoncello e il
pianoforte di Kevin Antony Montanari, pochi oggetti di scena, dà voce e corpo a tutti i personaggi con una portentosa
adesione emotiva multipla. Da vedere, per lui».
Sara Chiappori, la Repubblica
«È un'alchimia sottile, giocata fra luci e ombre non solo in senso letterale; è uno splendido equilibrio precario alla
Philippe Petit. Con maestria sapiente, Angelo Di Genio soppesa e centellina la variegata gamma dei colori dell'animo
umano, per poi prodigarsi in pennellate a tutto tondo.
E quando già vediamo sbriciolarsi i primi bricchi sotto alle nostre scarpe e quando il cuore sta per sciogliersi in un pianto,
che rischierebbe d'essere più di commozione che di catarsi, con sapiente colpo di coda registico ci riacciuffa con una
battuta o con un cambio di registro repentino.
Quel che il protagonista cerca, non è solo il pianto ecumenico e neppure la corale compassione: persegue invece, in
perfetto accordo alla sacralità laica del rito teatrale, un consapevole moto collettivo, capace di acchiappare per il bavero
le coscienze e sbatterle contro al muro della consapevolezza».
Francesca Romana Lino, rumorscena.com
28 marzo/2 aprile, sala Fassbinder
Come ne venimmo fuori
Proiezioni dal futuro
di e con Sabina Guzzanti
regia di Giorgio Gallione
scene di Guido Fiorato
musiche Paolo Silvestri
produzione Secol Superbo e Sciocco produzioni
Ci troviamo nel futuro. Un futuro finalmente armonico e civile, dove il denaro è tornato ad essere
semplicemente un mezzo. Una donna, SabnaQƒ2, sale sul palco tremolante, emozionata per l’incarico che le
è stato affidato. Tocca a lei quest’anno pronunciare il discorso celebrativo sulla fine del periodo storico più
buio che l’umanità abbia mai fronteggiato: il periodo che va dal 1990 al 2041, noto a tutti come “il secolo di
merda”.
Le celebrazioni della fine del secolo di merda, si svolgono ogni anno perché non si perda la memoria di quanto
accadde in quegli anni terribili e si scongiuri il pericolo che la storia possa ripetersi. Il fatto è che dopo tanto
tempo, nessuno ha più voglia di arrovellarsi a capire le ragioni che avevano spinto gli uomini e le donne
dell’epoca a cadere tanto in basso: frustrazione, ignoranza, miseria, compensate da ore e ore trascorse a
litigare su facebook e a guardare programmi demenziali, incapaci di reagire alle innumerevoli angherie a cui
venivano continuamente sottoposti. In questo futuro felice, si è diffusa l’idea che gli esseri umani vissuti nel
secolo di merda fossero semplicemente degli emeriti imbecilli e che studiarli sia una perdita di tempo.
Per confutare questa spiegazione sbrigativa, SabnaQƒ2 ha invece preparato una ricerca accurata: ha
esaminato la televisione dell’epoca, i suoi leader, le convinzioni economiche e politiche, i passaggi storici
nodali: per restituirci una imperdibile conferenza spettacolo sull’attualità politica e sociale, anche attraverso
l’interpretazione di una galleria di personaggi contemporanei… consentendo agli spettatori di farsi belle risate,
salutari e liberatorie!
Dopo aver concluso il lungo percorso della realizzazione del film La Trattativa, Sabina Guzzanti torna in teatro
per incontrare il pubblico con un monologo satirico esilarante. Uno spettacolo essenziale e incisivo, nato da
approfondite ricerche sul sistema economico post-capitalista o neoliberista su cui l’autrice sta lavorando già da
qualche anno. Anche in questo testo, come nei suoi precedenti, l’intento è di affrontare questioni complesse e
riflessioni importanti attraverso la comicità e la satira, mettendo il pubblico nella condizione di divertirsi e
capire qualcosa in più.
4/9 aprile | sala Fassbinder
N.E.R.D.s - Sintomi
di Bruno Fornasari
regia Bruno Fornasari
con Tommaso Amadio, Riccardo Buffonini, Michele Radice, Umberto Terruso
scene e costumi Erika Carretta
allestimento Enrico Fiorentino, Andrea Diana
direttore di scena Enrico Fiorentino
produzione Teatro Filodrammatici
Non è il più forte a sopravvivere e neppure il più intelligente,
ma sopravvive chi meglio si adatta al cambiamento. L’ha detto Darwin
N.E.R.D. (Non Erosive Reflux Desease) in medicina è l’acronimo che indica il reflusso non erosivo, un classico
bruciore di stomaco fastidioso ma apparentemente innocuo.
Siamo in un agriturismo famoso per banchetti e cerimonie. Ecco una famiglia tradizionale. Padre, madre e
quattro figli maschi. Oggi è il 50° anniversario di matrimonio dei genitori e per l’occasione i figli Nico, Enri, Robi
e Dani, insieme ad altri parenti e conoscenti, si ritrovano qui per festeggiare.
L’idea è quella che tutto sia perfetto, con tanto di torta nuziale, discorso dei figli e fotografie agli sposini nel
parco, vicino al laghetto con le paperelle.
I festeggiamenti si svolgeranno in tutta sicurezza perché il parco è stato da poco recintato per evitare che la
marmaglia di stranieri là fuori possa entrare a disturbare i clienti.
All’una in punto verranno serviti gli antipasti.
Ma fin da subito le apparenze, in questa micro comunità fatta di egoismi e tanti silenzi, sono bombe inesplose
pronte a detonare alla minima scintilla.
N.E.R.D.s racconta l’instabilità emotiva e culturale di una generazione che tiene a modello, suo malgrado, un
passato ormai anacronistico ed è incapace di un presente autentico. Sul futuro invece nessuno riesce a
sbilanciarsi, perché a guardare avanti, dicono, si vede solo sfuocato.
Sono proprio i quattro fratelli a interpretare tutti i ruoli coinvolti nell’ora di delirio che li separa dall’inizio del
pranzo, come se il vero nemico da sconfiggere fosse molto più vicino di quanto si possa immaginare.
Lo spettacolo è una commedia dal cuore nero, provocatoria e irresponsabile, che parte dalla famiglia come
rassicurante paradigma di una società sana per raccontarci il rovescio della medaglia: un quarto stato post
moderno che cerca di liberarsi da paure e inquietudini tutte contemporanee, nell’ansia di rimandare il futuro e
conquistarsi un presente a lunga scadenza.
«Bruno Fornasari, autore e regista di stampo britannico, associa il termine “nerd”, lo sfigato mutuato dall’anglosassone
che ha assunto un peso specifico diffuso e trasversale anche nella lingua di Dante, alla patologia (acronimo) che
descrive il rigurgito e la difficolta ad una corretta digestione, o se vogliamo il comune mal di stomaco, gastrite e bruciori
che attanagliano gran parte della popolazione, allora il testo, fin dai primi vagiti, subisce un’esplosione scenica. Da una
parte, tradotta con grande ironia british, fredda, cinica, brillante ma che mai scade in una discesa da gag fine a se
stessa, e dall’altra implode alla ricerca dei meccanismi, tutt’altro che sarcastici, di questa famiglia “normale” e borghese,
emancipata e consuetudinaria, che, come edera, si avviluppano moltiplicando bugie su menzogne, agli altri e a se
stessi, ipocrisie e finzioni sparse.
Quattro fratelli (Tommaso Amadio, Riccardo Buffonini, Michele Radice, Umberto Terruso, affiatati, eclettici, precisi in un
gioco al massacro condito con vitalità, spunto, brio e guizzi) per quattro modi diversi di stare al mondo per quattro
modalità di insicurezza e insoddisfazione per quattro standard di dolore alla bocca dello stomaco. (…) Tutto è
ammantato da una finta gioia, (…) a questa attuale versione, tradotta con il linguaggio del teatro di tradizione inglese
(ritmo e dialoghi e facilità alla battuta felice e amara) di un Sesso, bugie e videotape. Tutti insieme appassionatamente
sulla nave dell’irrisolutezza, nelle viscere delle ragnatele pazientemente costruite delle falsità».
Tommaso Chimenti, il fatto quotidiano
6/9 aprile | sala Shakespeare
Il maschio inutile
Banda Osiris
con Telmo Pievani e Federico Taddia
musica e testi di Banda Osiris, Federico Taddia, Telmo Pievani
prroduzione Banda Osiris snc
Sandro Berti (mandolino, chitarra, violino, trombone), Gianluigi Carlone (voce, sax, flauto), Roberto Carlone
(trombone, basso, tastiere), Giancarlo Macrì (percussioni, batteria, bassotuba), ovvero la Banda Osiris,
insieme a Federico Taddia e Telmo Pievani compiono un’analisi tanto esilarante quanto spietata della
condizione maschile contemporanea tra parodie cantate pop rock e d’operetta, improbabili lezioni di anatomia,
testimonianze “scientifiche” e talk show.
Che cosa significa essere maschi oggi? La condizione femminile è da tempo sotto i riflettori, ma pochi parlano
della crisi mondiale del maschio. Antiche certezze si vanno sgretolando. Nell’età della pietra, i maschi
facevano i maschi e le femmine facevano le femmine, o almeno così sembra. Adesso è tutto più complicato e
si affaccia la novità scientifica sconcertante secondo cui, in natura, il sesso debole è proprio quello maschile.
Negli animali non umani si scoprono storie raccapriccianti. In certi pesci, i maschi sono diventati “nani
parassiti”, appendici penzolanti dal corpaccione della femmina, scroti ambulanti. Neanche in un film di
fantascienza femminista ci sarebbero arrivati. In altri casi ancora le femmine fanno tutto da sole autofecondandosi come amazzoni, o cambiano sesso all’occorrenza. Decidono tutto loro. I maschi invece si
ammazzano di fatica per farsi scegliere dalle femmine, lottando gli uni contro gli altri o esibendo costosissimi
ornamenti. Una vitaccia.
Ne Il maschio inutile i quattro uomini della Banda Osiris decidono per la prima volta di costituire un gruppo di
auto-aiuto. Con il contributo di un narratore di storie, Federico Taddia, e di uno scienziato dell’evoluzione,
Telmo Pievani, attraversano i gironi infernali della mascolinità. E’ una terapia d’urto, una catarsi. Scoprono
così che i loro cromosomi stanno invecchiando, che il corpo maschile è pieno di parti inutili, che per non fare la
pipì fuori dal vaso hanno bisogno di una mosca finta dipinta nell’orinatoio, e che in natura c’è veramente di
tutto: eterosessualità, omosessualità, bisessualità, transessualità. Insomma, un’esplosione di diversità in cui il
maschio tradizionale si sente piccolo e periferico. Poco male: il mondo trabocca di inutilità e gli uomini
rientreranno a buon titolo nella categoria del superfluo. A meno che non decidano di smettere di fare i maschi
da cartolina, i maschi tutto testosterone. Ecco allora che emerge la domanda fatidica: perché nonostante tutto
i maschi sopravvivono? Nella parte finale del loro viaggio, i quattro maschi anonimi scopriranno il segreto
scientifico della loro esistenza, che qui non possiamo anticipare. Il futuro sta tutto nella diversità e la categoria
maschile sarà forse salvata proprio da quei maschi strambi e sorprendenti, un po’ assurdi e teneramente
umani, raccontati da Federico Taddia. Essere imperfetti tutto sommato non è così male, la perfezione è
noiosissima. La natura ci sta dicendo che “il” maschio non esiste nemmeno. Esistono i maschi, e non ce n’è
uno uguale a un altro. Linguaggi differenti come la musica, le storie (tutte vere!), la comicità, la scienza, la
satira sociale, conditi da una forte dose di auto-ironia, per la prima volta insieme per raccontare l’evoluzione
del sesso e le sue stranezze.
Federico Taddia è autore e conduttore radiofonico e televisivo. Scrive di libri per l'infanzia sul mensile Style piccoli e
collabora con il quotidiano La Stampa. Come autore televisivo ha scritto programmi per Disney Channel, Rai, Mediaset e
Sky ed è stato autore e conduttore di Screensaver, programma di Raitre. È inoltre uno degli autori del Fiorello Show e
collabora al programma di Giovanni Floris, Ballarò.
Dietelmo "Telmo" Pievani è un filosofo ed epistemologo. Dal 2005 è professore associato di Filosofia della Scienza
presso la Facoltà di Scienze della Formazione dell'Università degli Studi di Milano-Bicocca e dal 2007 è vicedirettore del
Dipartimento di Scienze umane per la formazione Riccardo Massa e vicepresidente del Corso di Laurea in Scienze
dell'educazione. Nel 2012 ha ricevuto la menzione speciale della giuria del Premio Scienza e letteratura-Merck Serono,
per il saggio La vita inaspettata. ll fascino di un'evoluzione che non ci aveva previsto.
18 aprile/7 maggio | sala Shakespeare
Lear di Edward Bond
adattamento e regia Lisa Ferlazzo Natoli
traduzione Tommaso Spinelli
con Elio De Capitani, Fortunato Leccese, Anna Mallamaci, Emiliano Masala, Alice Palazzi,
Pilar Perez Aspa, Diego Sepe, Francesco Villano
scene Luca Brinchi, Fabiana Di Marco, Daniele Spanò
costumi Gianluca Falaschi
luci Luigi Biondi
suono Alessandro Ferroni e Umberto Fiore
realizzazione immagini a china Francesca Mariani
disegno video Maddalena Parise
coproduzione Teatro di Roma, Teatro Elfo Puccini
La riscrittura contemporanea della celebre opera shakespeariana, il Lear di Edward Bond è una riflessione
sull’indissolubile rapporto tra uomo e potere. Una parabola della violenza, dell’orrore, delle guerre disseminate
nel mondo e dei rapporti di potere, pubblici e privati, che la regia di Lisa Ferlazzo Natoli traduce in scena come
una grande favola nera.
Nel suo Lear Bond racconta come la violenza si declini in forme private, così come in quelle più
sapientemente democratiche; non a caso l’intera vicenda ruota intorno a una compressione, a uno stato di
pericolo diffuso, in cui Lear – autocrate paranoico – costruisce il suo muro per tenere fuori i nemici.
Lo spettacolo ha debuttato al Teatro India nel dicembre 2015 e viene ripreso nel 2017 grazie a una
coproduzione Teatro di Roma e Teatro dell’Elfo. Lear - che si dipana lungo la costruzione di un muro, eretto
come difesa, frontiera e immenso monumento del potere - parla di Berlino, di quelle cortine di ferro che
potrebbero sembrarci un ricordo antico, ma costringe anche a rintracciare altre forme di mura che, sempre più
sottili, ci chiudono in un centro ridotto a una silenziosa periferia dell’anima. Trentacinque personaggi per otto
attori si muovono su un palcoscenico nudo, quasi fosse un cantiere e allo stesso tempo un palazzo in rovina,
le cui mura sono crollate lasciando visibile l’anima in ferro. E al centro le sanguinose violenze - linguistiche,
fisiche e allucinatorie - che le figure del racconto sembrano destinate a reiterare. In questa pericolosa
architettura, sempre sul punto di precipitare, si innesta il cast di attori con Elio De Capitani nel ruolo di Lear, a
cui si affiancano Fortunato Leccese (Il Consigliere; Soldato K; Un Sergente; Soldato Ribelle Ferito; Il Figlio del
Contadino), Anna Mallamaci (Il Capomastro; Cordelia; Susan), Emiliano Masala (Il Terzo lavoratore; Nord; Il
Ragazzo; Il Fantasma del Ragazzo), Alice Palazzi (Fontanelle), Pilar Peréz Aspa (Bodice; La Moglie del
Contadino), Diego Sepe (Un Ufficiale; Cornovaglia; Soldato A; Il Carpentiere; L’Inserviente; Thomas) e
Francesco Villano (Warrington; Il Giudice; Soldato I; Il Medico della Prigione; Un Contadino; L’Uomo Piccolo).
«I tre atti del testo, come un inquieto racconto post atomico, parlano di tre diverse stagioni politiche – racconta
la regista Lisa Ferlazzo Natoli – il governo autoritario di Lear, la debole e corrotta oligarchia delle sue figlie e
l’istituzione di un governo rivoluzionario che, fatalmente, riprenderà la costruzione del muro. Governi, desideri
individuali e piani politici si susseguono, come intrappolati in quello schema antico di sopraffazioni che sembra
ancora oggi essere l’unica forma per affermare e conservare qualsiasi potere. Lear ci lascia con l’eco terribile
della mappa di Crimea, nominata lungo tutto il testo, grazie a quella preveggenza con cui la grande
drammaturgia sa immaginare e prefigurare il più impensabile presente».
«Lisa Ferlazzo Natoli ha messo in scena il Lear in una sorta di fastoso cantiere. Impalcature di tubi metallici, su cui si
allungano veli leggeri. Porte e finestre che si aprono sul nulla. Condutture e vasche d’acqua. Carrelli mobili che
diventano improvvisati palchetti. E poi la luce, la luce artificiale e baluginante dei neon che illumina a fatica la notte
perenne.
Il Lear di Bond mette a confronto due realtà incomparabili, due sistemi politici anche temporalmente sfalsati, un regime
ancien fuori dalla storia e quello rivoluzionario che l’ha abbattuto, senza che nulla sia cambiato nel profondo. Quel muro
è sempre lì. Non ci sono poteri buoni. La regia di Lisa Ferlazzo Natoli ne dà conto con una crudeltà davvero
“elisabettiana”, da “tragedia di vendetta”».
Gianni Manzella, il manifesto
2/21 maggio | sala Fassbinder
Finché esista il sole della mia ragione
da Edgar Allan Poe
uno spettacolo di Ferdinando Bruni e Francesco Frongia
con Ferdinando Bruni e cast da definire
produzione Teatro dell’Elfo
prima nazionale
«Il pericolo è passato, e la febbre chiamata “Vita” è sconfitta infine...» con questi versi inizia la poesia A Annie,
in cui Poe immagina la propria morte, quel passaggio pericoloso che lo libererà dalle angosce del vivere
quotidiano, libero da quel mondo che non riconosceva il suo genio. Ed è con un visionario funerale solenne
che vogliamo accompagnare il pubblico a entrare in contatto con gli oscuri chiarori del poeta Edgar Allan Poe.
Teatro e poesia. Un binomio che Ferdinando Bruni ha già sperimentato con spettacoli rimasti nella memoria di
molti spettatori e che torna nella stagione 16/17 con uno spettacolo dedicato a Edgar Allan Poe.
Nel 1991 Bruni aveva portato in scena uno struggente monologo sui versi di Arthur Rimbaud intitolato Una
stagione all’inferno. Mentre nel 1997 aveva firmato un progetto dedicato alla poesia di Allen Ginsberg, Papà
respiro addio. Da Urlo a Kaddish, protagonista di una performance travolgente, accompagnato da due giovani
musicisti/attori. Lo spettacolo era stato pubblicato anche in cd dal Saggiatore.
Sotto la guida di Francesco Frongia aveva poi dato voce ai testi poetici di Pedro Salinas per comporre il
concerto-spettacolo La costruzione di un amore, a fianco dei La Crus.
E infine due anni fa nel Vizio dell’arte lo abbiamo visto protagonista nel ruolo del poeta Auden, un autore che
fa capolino anche nella personale versione della Tempesta di Shakespeare, oneman show firmato a quattro
mani con Francesco Frongia.
Ed è sotto il marchio dello stesso sodalizio che ancora una volta Ferdinando Bruni torna a moltiplicare le
possibilità della sua voce, inventa registri e suoni e suggestioni al servizio di un grande autore americano, alla
cui figura tragica e affascinante sono debitori tanta letteratura - a cominciare dai simbolisti e dai surrealisti - e
tanto cinema.
Attraverso un percorso fra le poesie, i racconti, le lettere di Edgar Allan Poe, Bruni e Frongia costruiscono uno
spettacolo che è un viaggio nel lato oscuro della mente umana e nella grande letteratura, in cui, come nel loro
recente Alice Underground, disegni e animazioni dilatano lo spazio e moltiplicano le dimensioni della scena
teatrale.
3/21 maggio | sala Bausch
The Juniper Tree dai Fratelli Grimm
regia, scene e costumi di Elena Russo Arman
con Lorenzo Fontana, Maria Caggianelli Villani, Elena Russo Arman
musiche di Alessandra Novaga
produzione Teatro dell’Elfo
prima nazionale
“Molto tempo fa, saran duemila anni, c’era un ricco che aveva una moglie bella e pia. Si volevano molto bene,
ma non avevano bambini...”
Così, in una sera come tante, Marilena legge al fratellastro l’antefatto della favola The Juniper tree dei fratelli
Grimm ma la lettura viene presto interrotta dal richiamo della madre che ha preparato la cena, e l’incanto di
quel momento si trasforma in una routine familiare tesa e poco rassicurante.
Sarà attraverso lo sguardo di Marilena che gli spettatori conosceranno la sua famiglia allargata: il padre, la
madre - sposata in seconde nozze - e il fratellastro - frutto del primo matrimonio del padre.
Addentrandosi nel racconto dei problemi quotidiani e degli equilibri precari di una normale famiglia ricostituita,
Marilena rivelerà poco a poco una realtà tutt’altro che normale, che prenderà presto una piega horror.
La storia di questa famiglia si andrà sempre più sovrapponendo alla tragica fiaba dei Grimm, forse la più nera
e proprio per questo poco conosciuta, dove la matrigna odia il figliastro al punto da decapitarlo, cuocerlo in
pentola e darlo in pasto al marito ignaro.
Marilena, testimone e vittima inconsapevole di un assassinio, troverà in sé il coraggio di proteggere le ossa del
fratellastro sotterrandole sotto il ginepro, l’albero che accoglie le spoglie della vera mamma del bimbo, morta
dandolo alla luce. L’albero, con il suo valore simbolico e magico, trasformerà le ossa del bambino in un
uccellino che, con il suo canto meraviglioso, condurrà la matrigna alla follia, fino all’inesorabile castigo.
C’erano una volta e continuano ad essere... le fiabe, piccoli e poetici specchi della società che da sempre
allietano il pubblico di grandi e piccini, raccontando un mondo spesso spietato, a volte generoso e magico che
esprime le paure, le speranze, le difficoltà della vita.
Perché continuare a raccontare le fiabe? Forse per mettere in scena l’orrore con la certezza che ci sarà il lieto
fine, per ritrovare il senso più antico della fiaba come metafora del presente, affidandole il compito di
parafrasarne la realtà, in cerca di significati e riflessioni sulla vita senza moralismi precostituiti, ma tentando di
osservare e comprendere gli aspetti più crudeli dell’animo umano, inspiegabili spesso per i bambini come per
gli adulti.
Elena Russo Arman
Nascita, morte e rigenerazione. Elena Russo Arman costruisce uno spettacolo fatto di attori, pupazzi e oggetti
animati. Affida il ruolo della matrigna a Lorenzo Fontana, legato all’Elfo da diversi anni (Michelin
in Capodanno di Copi e Tisbe nel Sogno) e il ruolo della figlia Marilena a Maria Caggianelli Villani, neo
diplomata alla Scuola d’Arte Drammatica Paolo Grassi.
8 / 14 maggio | sala Shakespeare
Giulia Lazzarini
8/10 maggio | sala Shakespeare
Muri prima e dopo Basaglia
testo e regia Renato Sarti
con Giulia Lazzarini
11/14 maggio | sala Shakespeare
Gorla fermata Gorla
testo e regia Renato Sarti
con Giulia Lazzarini
e Federica Fabiani, Matthieu Pastore
scene e costumi Carlo Sala
musiche Carlo Boccadoro
assistente alla drammaturgia Salvatore Burruano
produzioni Teatro della Cooperativa
Si rinnova quest’anno l’occasione di vedere in scena all’Elfo Puccini una grande interprete del teatro italiano:
torna Giulia Lazzarini, protagonista delicata ed essenziale di due spettacoli intensi e necessari, scritti da
Renato Sarti e prodotti dal Teatro della Cooperativa.
Gorla fermata Gorla, che il pubblico ha già acclamato lo scorso anno, ricostruisce la strage della scuola
elementare Francesco Crispi dove, per un tragico errore, nel 1944 vennero uccisi 184 bambini da una bomba
dell’aviazione inglese.
Muri racconta, attraverso lo sguardo e la testimonianza dell’infermiera Mariuccia, la rivoluzione dello psichiatra
Franco Basaglia che aprì i manicomi e trasformò l’approccio alla cura delle malattie mentali.
Ha scritto Giorgio Strehler:
«Giulia o della semplicità. Giulia o della misura, della grazia. Giulia o della felicità. Di tutte queste parole che
mi vengono alla penna per definire un’attrice che amo e che è stata la compagna fedele del mio lavoro per
molti anni, l’ultima, la “facilità”, è la più giusta per il pubblico, la più inesatta per Giulia Lazzarini. Perché per
Giulia, niente è facile, tutto il teatro, tutto ciò che fa sulla scena le appare difficile, problematico. Tutto le costa
una grande fatica interiore... Tutto costa il prezzo di una lotta con se stessa e le cose. Ma alla fine, sempre, il
risultato appare il più “facile” e ha il peso della profondità sotto l’aspetto della leggerezza e della felicità
dell’invenzione. (...)
... Allora: Giulia o di un modo “vero” di recitare la dialettica della vita. Un qualcosa che partendo da
Stanislawskj, tocca Brecht per far diventare il carattere e la verità della vita qualcosa che ha a che fare
continuamente con la storia in movimento per cambiare il mondo».
«Renato Sarti, con impegno civile e lievità drammaturgica che non scade mai nel didascalico, racconta questa terribile
storia e per farlo affida alla bravissima Giulia Lazzarini il ruolo di una bimba sopravvissuta che, ormai coi capelli bianchi,
racconta quel giorno lontano ma sempre vicino, e interloquisce con due bimbi, i bravi Federica Fabiani e Matthieu
Pastore, morti quel giorno, che appaiono dietro un velo tra pezzi di giostre rotte, vestiti di bianco, grassottelli e curiosi
della vita. Lei in proscenio racconta, evoca e il caso gioca col destino. Ecco il bimbo scavezzacollo che decide di non
andare a scuola e si salva, un altro riottoso si nasconde tra le ceste di verdura del padre che se ne accorge lo
riaccompagna a scuola. Una scheggia della nostra storia».
Magda Poli, Corriere della Sera
16/21 maggio | sala Shakespeare
Strategie fatali
scritto e diretto da Lino Musella_Paolo Mazzarelli
con Marco Foschi, Fabio Monti, Paolo Mazzarelli, Lino Musella, Laura Graziosi, Astrid Casali, Giulia Salvarani
costumi Stefania Cempini
sound design e musiche originali Luca Canciello
MARCHE TEATRO in collaborazione con Compagnia MusellaMazzarelli e EmmeA Teatro
È il Teatro, inteso sia come ambiente fisico che come ultimo possibile luogo di indagine metafisica, il grande
tema di Strategie fatali.
Ecco quindi tre storie che si intrecciano fra loro, sette attori, sedici personaggi, riuniti in un’unica multiforme
indagine che - nell’ambientazione comune di un Teatro - mette di fronte alcuni dei grandi temi del
contemporaneo (il terrore, il porno, i nuovi media) con alcuni temi eterni dell’essere umano (il maligno,
l’illusione, il fantasma, ancora il Teatro).
La Compagnia MusellaMazzarelli, con questo nuovo spettacolo, prova ad arricchire ulteriormente il suo gioco
teatrale, apre le porte - usando Shakespeare e Baudrillard come chiavi - a una scrittura che chiama in causa
un numero crescente di compagni di scena, ma tiene fede a quella sua caratteristica cifra stilistica che si
muove sul confine sottile fra comico e tragico. Un confine in cui la vita e il teatro si toccano fra loro e - insieme
- prendono aria, fuoco, luce.
La Compagnia MusellaMazzarelli nasce nel 2009 dall’incontro tra Lino Musella (premio Le Maschere del
Teatro come miglior attore emergente 2014 e premio Hystrio ANCT 2015) e Paolo Mazzarelli (premio speciale
Scenario 2001). Tra il 2009 e il 2011 realizzano Due cani, Figlidiunbruttodio (vincitore del premio Inbox 2010)
e Crack machine, tutti lavori basati su testi originali, ideati, scritti, diretti e interpretati a due. Negli ultimi anni
Marche Teatro ha prodotto La società, spettacolo vincitore del Premio della Critica 2014.
5/16 giugno | sala Fassbinder
Fuga in città sotto la luna
da Favola di Tommaso Landolfi e da Il lupo mannaro di Boris Vian
con Cristina Crippa e Gabriele Calindri
luci di Nando Frigerio
suono e musiche di Giuseppe Marzoli
produzione Teatro dell’Elfo
Diceva Groddeck, psicanalista irregolare e sgangherato, ma nella sua follia uno dei più chiaroveggenti e simpatici,
che è utile e necessario ogni tanto mettere la testa fra le gambe e guardarsi il mondo sottosopra. Un po’ l’idea del
penduto, la carta dei tarocchi, che non è affatto cattiva, ma indica una svolta, un cambiamento di prospettiva
anche benefico. E non preoccupatevi se la contorsione vi sembra eccessiva e la schiena non vi asseconda: non è
l’unico sistema.
Può bastare assumere lo sguardo di un altro, cosa che a noi attori viene semplice, infiltrarsi nel corpo di un
personaggio (o è il contrario, farsi abitare da lui?). Preferibilmente non troppo dissimile da sé, per non creare
schizofrenie e zuffe intestine, in senso metaforico e letterale. Poi tirarsi dietro compagni e spettatori.
E cosa può essere meglio per me di questa vecchia cagna moribonda che vuole, col poco fiato che ancora le
resta, narrare alla sua ultima cucciolata la più bella storia della sua vita?
Perché tale è, una femmina di cane, la protagonista di Favola di Tommaso Landolfi, autore (di cui condivido la
passione per la luna, le streghe, i sogni, gli animali parlanti, i perfidi e surreali paradossi) che negli anni ’70
godette di una insospettabile fama per l’adattamento a fumetti del suo Il mare delle blatte sulla rivista Frigidaire.
Questa cagna non ha nome, parla in prima persona, e questo facilita assai il gioco teatrale, lo slittamento
dell’attrice dentro la bestia, cioè la mia trasformazione nella narratrice. Inoltre possiamo mettere in chiaro fin
dall’inizio chi sono gli spettatori, io preferisco saperlo, sono i miei ultimi figli, cani cuccioli appunto, vivaci attenti,
forse un po’ scalpitanti.
Umana, troppo umana questa cagna, pure il suo essere comunque altra mette a fuoco stranezze e anomalie del
comportamento dei suoi padroni, e alcune profonde discrepanze nei codici di comunicazione.
Cosa vuol lasciare ai suoi figli questa madre? Vuole consegnare il ricordo di una fuga in una città del sud
illuminata dalla luna, rivivere la sua giovinezza, la scoperta del mondo con occhi incantati, l’innamoramento e la
felicità, che per ciascuno è diversa, e ti sconvolge la vita, non importa qual è l’oggetto del tuo amore. Vuole
parlare della necessità di inseguire il proprio sogno, a dispetto di regole sociali e comune buon senso.
Ma di più non voglio dire, sentirete il racconto.
Bene, io e la femmina di cane riunite in una sola donna, siamo sì spesso allegre e felici, ma anche un po’
malinconiche, e vorremmo udire e farvi udire, cari spettatori, anche una storia assai divertente, vorremmo
rallegrarci un po’, e lo faremo in compagnia di un lupo mannaro.
No, non è quello che pensate, si tratta di un lupo mite e gentile, ben disposto e curioso nei confronti degli uomini,
che, morso da un umano rabbioso, in una notte di plenilunio si trasforma in un uomo.
Un po’ costernato all’inizio, decide di far buon viso a cattivo gioco e di permettersi un’incursione nella vicina Parigi,
finché l’alba non lo riporterà alla sua tana e al suo abituale bell’aspetto.
Il padre di questa simpatica creatura non scherza per niente quanto a sguardo anomalo: è Boris Vian, artista
poliedrico e geniale, scrittore, musicista e cantante che passò con la sua amata tromba in mano a mettere
sottosopra la vita culturale e le notti della Parigi degli anni ’40-’50, finché a 39 anni un attacco cardiaco non se lo
portò via.
Gabriele Calindri si infilerà negli allampanati e mutevoli panni del lupo: è amico e compagno di lavoro da molti
anni. Da un lontano Sogno di una notte d’estate dell’’88, alla Bottega del caffè di Fassbinder, dove ci unì un
indissolubile legame coniugale rappresentato dalla catena con cui la mia decisa Placida si riportava a casa il
marito fedifrago e fuggitivo, al recentissimo Morte di un commesso viaggiatore.
Io so che lui sarà un perfetto umanlupo (come si rovescia licantropo?).
Cristina Crippa
19/23 giugno | sala Fassbinder
MDLSX
con Silvia Calderoni
regia Enrico Casagrande e Daniela Nicolò
drammaturgia Daniela Nicolò E Silvia Calderoni
suoni Enrico Casagrande
in Collaborazione Con Paolo Panella E Damiano Bagli
luci E Video Alessio Spirli
produzione Motus 2015
in Collaborazione con La Villette - Résidence D’artistes 2015 Parigi,
Create To Connect (Eu Project) Bunker/ Mladi Levi Festival Lubiana, Santarcangelo 2015 Festival Internazionale
del Teatro in Piazza, L’arboreto - Teatro Dimora di Mondaino, Marche Teatro
con il sostegno di Mibact, Regione Emilia Romagna
MDLSX è ordigno sonoro, inno lisergico e solitario alla libertà di divenire, al gender b(l)ending, all’essere altro dai
confini del corpo, dal colore della pelle, dalla nazionalità imposta, dalla territorialità forzata, dall’appartenenza a
una Patria.
Di “appartenenza aperta alle Molteplicità” scriveva R. Braidotti in On Becoming Europeans, avanzando la
proposta di una identità post-nazionalista.
Ed è verso la fuoriuscita dalle categorie – tutte, anche artistiche – che MDLSX tende. È uno “scandaloso” viaggio
teatrale di Silvia Calderoni che – dopo 10 anni con Motus – si avventura in questo esperimento dall’apparente
formato del Dj/Vj Set, per dare inizio a un’esplorazione sui confini che si catalizzerà in Black Drama (Un musical
tragico).
In MDLSX collidono brandelli autobiografici ed evocazioni letterarie e sulla confusione tra fiction e realtà MDLSX
oscilla – da Gender Trouble a Undoing Gender. Citiamo Judith Butler che, con A cyborg Manifesto di Donna
Haraway, il Manifesto Contra-sexual di Paul B. Preciado e altri cut-up dal caleidoscopico universo dei Manifesti
Queer, tesse il background di questa Performance-Mostro.
«Il cambiamento necessario è talmente profondo che si dice sia impossibile, talmente profondo che si dice sia
inimmaginabile. Ma l’impossibile arriverà e l’inimmaginabile è inevitabile.»
Paul B. Preciado, Manifesto Animalista
«Colpisce, tra l’altro, la sorprendente articolazione drammaturgica e visiva cui si presta quella che in fondo non è
che la performance solitaria di un’unica interprete. (...). Ma l’aspetto più interessante dello spettacolo è che esso
sembra prescindere da specifiche problematiche sessuali: ciò che affronta, in definitiva, è la più ampia questione
del cosa fare di sé, di quale posto trovare in un mondo che ingabbia la complessità dell’individuo in categorie
rigidamente definite».
Renato Palazzi, Il Sole 24 Ore
«…il pubblico resta ipnotizzato, commosso, stupito, non tanto per l’indubbia bellezza formale di quello che si vede
sul palcoscenico, ma per il coraggio, estremo e radicale della performer.
E anche per la sua bravura; che unisce la spontaneità quasi animalesca (da sempre la cifra della Calderoni) con
un controllo quasi maniacale di ogni gesto e movimento (...). Non è esibizionismo, ma al contrario una messa in
gioco radicale (ma senza autolesionismo come talvolta accade in questo tipo di messe in scena) della propria
identità di genere».
Wlodek Goldkorn, L’Espresso
5/16 giugno | sala Fassbinder
Vedi alla voce alma
uno spettacolo Nina's Drag Queens
drammaturgia e interpretazione Lorenzo Piccolo
regia Alessio Calciolari
disegno e realizzazione luci Andrea Violato
elementi di scena e costume Rosa Mariotti
tutor Daria Deflorian nell'ambito della residenza artistica: Fuori Zona / Officina LachesiLAB
produzione Aparte – Ali per l'Arte
co-produzione Danae Festival con il sostegno di Fondazione Cariplo, nell'ambito del progetto f-Under 35
si ringrazia Itfestival, progetto Open It
Vedi alla voce Alma, presentato in forma di studio a IT Festival 2015, è il primo esperimento di spettacolo solista
da parte delle Nina’s Drag Queens, che ha sempre lavorato su un'idea di ensemble. Idealmente, è il primo di una
serie. Questo progetto prevede un filone di “stanze”, di solitudini femminili, con piccoli spettacoli-assolo che
esaltino le peculiarità interpretative delle diverse anime del gruppo. L’idea della compagnia è di unire tante e
diverse solitudini in un unico spettacolo.
Sola in scena coi suoi fantasmi, una donna che donna non è, divisa tra l’amore e il disamore, tra la tragedia e la
farsa, tra le grandi muse e le piccole massaie. Tenuta in vita da un filo sottile, il filo di un telefono.
Lo spettacolo è un monologo/melologo per drag queen solista. Prende le mosse da La voce umana di Jean
Cocteau, dalla sua trasposizione in opera lirica, musicata da Francis Poulenc, ma anche da un fatto realmente
accaduto. La bella e volubile Alma Mahler, musa di tanti artisti del novecento, ebbe una tormentata relazione con
il pittore Oscar Kokoschka. Questi, da lei abbandonato, ne fece costruire una bambola a grandezza naturale.
Visse con la bambola, la ritrasse, le assegnò una cameriera, la portò in pubblico, finché un giorno, ubriaco, decise
di dare un epilogo tragico alla vicenda. Un amore assurdo, violento, epico.
La protagonista de La voce umana, al contrario di Alma, è una donna senza nome, senza identità. Niente di
eroico in lei, niente di speciale: questa donna è, sottolinea Cocteau, una “vittima mediocre”. Quest’atto unico è la
semplicità portata all’estremo: un interno, una donna, un telefono, l’amore. Eppure è diventato un vero e proprio
topos, ha cambiato per sempre la storia del teatro e delle attrici. Perché? Forse perché contiene qualcosa di non
pacificato. La tragedia, probabilmente non definitiva, di un mondo non pensato per creature di sesso femminile, la
freddezza con cui a volte si liquida il sentimento puro, l'emozione che non riesce a trattenersi.
“Davanti al letto, per terra, è sdraiata una donna, come assassinata. L'autore vorrebbe che l'attrice desse
l'impressione di perdere il sangue come una bestia ferita, di terminare l'atto in una camera piena di sangue”. La
“scena del crimine” che Cocteau presenta in questa lunga didascalia è il punto di partenza, il campo d'azione
della storia e al tempo stesso dell'attore/attrice che la racconta. Mentre la vicenda prosegue e si dipana nel corso
della telefonata (resa in playback a sottolineare come sia un “oggetto d'arte”) si muovono in trasparenza i
fantasmi di Oskar Kokoschka e Alma Mahler, ma anche di Jean Cocteau e Edith Piaf, e di muse e di artisti di ben
più bassa levatura.
È un lavoro a comporre e scomporre materiali. Come afferma lo stesso Cocteau: “Non si tratta qui di risolvere
alcun problema psicologico. Si tratta di risolvere questioni di ordine teatrale”.
«Non mancano bravura interpretativa, adattamento drammaturgico, felici tradimenti del testo, indovinate
scorribande poetiche intorno all’opera con playback esilaranti e tecnicamente perfetti. (...) Vien voglia di vedere
almeno un’altra ora e mezzo di spettacolo».
Martina Parenti, Lo Sguardo di Arlecchino
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