Economia, società e guerra 1560-1648

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Caratteri dell’età
controriformistica
10
Capitolo10 Economia, società e guerra
1560-1648
1. L’indipendenza
olandese
2. Mediterraneo
e Atlantico
3. Un secolo di guerre
religiose (1560-1648)
4. La crisi del Seicento:
demografia, vita
materiale, orizzonti
di esistenza
RIF La pace tra le
religioni
Economia, società e guerra
Questo capitolo, come il precedente, è dedicato per la maggior parte al tema dei
conflitti religiosi. Anche dopo la pace di Augusta, infatti, questi continuarono a insanguinare l’Europa. Anzi, dalla Germania, dove soprattutto si erano concentrati
nella prima metà del Cinquecento, si estesero a molte altre parti del continente.
Per tutto un secolo, che non a caso è stato definito dagli storici come il secolo delle guerre di religione, eserciti fanaticamente istruiti a distruggere il nemico con
ogni mezzo devastarono città e villaggi. Il nemico non si identificava soltanto con i
componenti di eserciti avversari: era invece, molto spesso, la gente comune; la popolazione che professava una fede diversa da quella di chi, inquadrato militarmente, la passava a fil di spada o di picca, senza risparmiare donne, anziani, bambini.
Le guerre di religione di questo secolo, tuttavia, che poco aggiunsero a quanto
già sappiamo sotto il profilo dell’elaborazione dottrinaria e teologica, furono al
tempo stesso guerre politiche ed economiche. Da esse scaturì un nuovo assetto
territoriale dell’Europa, che la pace di Vestfalia (1648) stabilizzò nelle sue linee
fondamentali. È di questo, in primo luogo, che ci interessa ora occuparci.
1. L’indipendenza olandese
I motivi dell’inquietudine
Protesta religiosa e protesta fiscale: furono questi i motivi che spinsero una parte
della popolazione dei Paesi Bassi a iniziare negli anni Sessanta del Cinquecento
una lotta contro il dominio spagnolo, che si concluse nel 1609 con il riconoscimento ufficiale da parte di Filippo III di Spagna dell’indipendenza delle sette
Cornelis de Vos, Ritratto di famiglia, particolare, XVII secolo, Museo dell’Ermitage, San Pietroburgo.
Una ricca famiglia olandese si fa ritrarre dal pittore “alla moda” per trasmettere ai contemporanei e ai posteri la
gloria della propria opulenza, riflesso
della benedizione divina (secondo gli
insegnamenti del calvinismo).
Ritratto insieme concreto e ideale di
una società che è conscia della propria
forza economica, orgogliosa dei propri risultati, e che aspira alla conservazione del proprio prestigio e della consolidata ricchezza.
I Paesi Bassi spagnoli
GRONINGA
FRISIA
OLANDA
Haarlem
MARE
DEL NORD
Leida
L'Aja
Amsterdam
UTRECHT
Utrecht
Rotterdam
Arnhem
OVERIJSSEL
GHELDRIA
Re
no
ZELANDA
BRABANTE
Ostenda
Dunkerque
FIANDRE
Gand
LIEGI
Bruxelles
Lilla
ARTOIS
Arras
Il laboratorio dello storico
BORGHESIA E PITTURA IN OLANDA
IMPERO
GERMANICO
Anversa
Bruges
HAINAUT
Liegi
Aquisgrana
LIMBURGO
NAMUR
Cambrai
Cateau-Cambrésis
REGNO
DI FRANCIA
Paesi Bassi spagnoli
Territori ecclesiastici
LUSSEMBURGO
Lussemburgo
Unione di Arras
(1579)
Unione di Utrecht
(1579)
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10
province settentrionali, la cui componente più importante era rappresentata dall’Olanda, e che nel 1648, con la Pace di Vestfalia, poterono costituirsi in Repubblica con il nome di Province Unite.
Durante la prima metà del Cinquecento i Paesi Bassi, situati al crocevia tra l’oceano Atlantico e il mar Baltico e favoriti dal forte sviluppo della navigazione oceanica seguito alle scoperte e alle esplorazioni di fine Quattrocento, si erano imposti
come una delle aree più ricche d’Europa, affiancandosi in tal senso all’Italia centro-settentrionale.
L’ascesa dei Paesi Bassi
Per i porti di Anversa e di Rotterdam passava ormai la metà del traffico mondiale a
lunga distanza e le due città erano divenute i più fiorenti centri bancari del continente. Da queste sue ricche province, sotto forma di prelievo fiscale, Filippo II di Spagna (1527-1598, re di Spagna dal 1556) ricavava proventi pari a sei o sette volte quelli riscossi nelle Americhe, che, proprio nella stessa epoca, stavano conoscendo il momento più felice sotto il profilo della redditività delle miniere di oro e di argento.
Si trattava, peraltro, di province che Filippo II percepiva ormai in gran parte come
estranee, almeno sotto il profilo geografico, rispetto al cuore del suo dominio. Se suo
padre, Carlo V, era stato infatti un sovrano privo di specifici radicamenti territoriali
(→ cfr. cap. 8 par. 3), Filippo, che dopo la pace di Cateau Cambresis s’era assicurato
l’egemonia in Italia e qualche decennio dopo anche la corona del Portogallo, si sentiva ancorato soprattutto al mondo mediterraneo. Stabilitosi a Madrid, che era stata
fino a quel momento null’altro che un piccolo villaggio, aveva fatto della Spagna l’autentico baricentro del suo potere territoriale e a partire da lì si era impegnato nella
strenua difesa dell’ortodossia cattolica, rinnovando una tradizione che aveva profonde radici nella penisola iberica, sin dai tempi della reconquista.
La spedizione del duca d’Alba e il sacco di Anversa
Filippo II rispose alla ribellione inviando nei Paesi Bassi un potente esercito, guidato dal duca d’Alba (Alvarez de Toledo, 1507-1582). Quest’ultimo condusse a partire
dal 1567 una repressione talmente crudele e sanguinaria da suscitare la riprovazione della stessa grande nobiltà fiamminga di fede cattolica, sin lì fedele alla Spagna.
Molti cattolici, malgrado la differenza di fede, si unirono così ai protestanti, con
l’obiettivo comune di affermare l’autonomia della loro terra (e dei loro traffici) rispetto alla Spagna. La guida dell’insurrezione venne assunta da Guglielmo I d’Orange (1533-1584), il quale, durante alcune convulse fasi in cui parve che gli Spagnoli riuscissero ad avere il sopravvento, trovò riparo e protezione in Inghilterra.
Durante gli anni Settanta la guerra si svolse a correnti alterne. Nel 1576 le truppe
spagnole si resero tristemente protagoniste dell’orribile sacco di Anversa; due anni dopo, quando Alessandro Farnese (duca di Parma, 1545-1592), che guidava l’esercito di Filippo II, riuscì a produrre una divisione tra gli insorti riportando le
province meridionali all’obbedienza, la rivolta parve definitivamente domata.
Nascita di una repubblica
Ma nel 1581 gli Stati generali delle province settentrionali riaccesero la lotta, dichiarando Filippo II decaduto e costituendo la Repubblica delle Province Unite.
La Spagna si rifiutò, naturalmente, di riconoscere il nuovo Stato, ma non fu in
grado, nei lustri seguenti, di rioccuparne i territori. Nel 1609 si giunse così alla stipulazione di una tregua, di cui si fissò la durata in 12 anni. Come vedremo tra breve, il conflitto avrebbe conosciuto una nuova fase durante la guerra dei Trent’Anni (1618-1648). Ma intanto le Province Unite avevano di fatto conquistato l’autonomia per la quale avevano lungamente lottato.
Le agitazioni degli anni Sessanta
Franz Hogenberg, Espulsione dei gesuiti
da Anversa nel 1578, Bibliothèque publique et universitaire, Ginevra.
Ma in quei ricchi Paesi, così lontani dalla Spagna, a partire dal 1530 si erano insediate robuste comunità, prima di anabattisti poi di calvinisti (→ cfr. cap. 9 par. 3),
tanto le une quanto le altre particolarmente attive nella conduzione dei traffici
mercantili e degli affari di banca. Né la repressione dei regnanti (prima Carlo V,
poi Filippo II), che tra il 1523 e il 1566 comminarono in quest’area ben milletrecento condanne a morte per motivi religiosi, era riuscita
a fermare l’ulteriore espansione delle fedi riformate.
Negli anni Sessanta l’insofferenza delle popolazioni locali per il fiscalismo e per la persecuzione religiosa imposta dalle autorità spagnole giunse al culmine. Nel
1566 una folla guidata dalla piccola nobiltà, strato sociale sul quale il calvinismo, con il suo principio di dottrina
per il quale bisognava esercitare il diritto di resistenza
contro un sovrano iniquo, mostrava di fare particolarmente presa, diede l’assalto al palazzo della reggente,
Margherita d’Austria (1522-1586, duchessa di Parma e
Piacenza e governatrice dei Paesi Bassi), sorellastra di Filippo II. Poco più tardi, in diversi altri luoghi dei Paesi
Bassi, la popolazione di fede riformata seguì quell’esempio e insorse, devastando monasteri, chiese, conventi.
Economia, società e guerra
GRONINGA
Allegoria del governo del duca d’Alba, XVI
sec.
La percezione della condizione di oppressione esercitata dal governo spagnolo è significata là dove le Province
olandesi sono rappresentate come
donne incatenate ridotte nella più
umiliante delle schiavitù.
Nascita delle Province Unite
(1581-1648)
FRISIA
OLANDA
Haarlem
MARE
DEL NORD
Leida
L'Aja
OVERIJSSEL
Amsterdam
UTRECHT
Utrecht
Rotterdam
Arnhem
GHELDRIA
Re
no
ZELANDA
BRABANTE
Ostenda
Anversa
Bruges
Dunkerque
FIANDRE
LIEGI
Bruxelles
Lilla
ARTOIS
Arras
Maastricht
Gand
HAINAUT
IMPERO
GERMANICO
Liegi
LIMBURGO
NAMUR
Province Unite
(1581)
Territori conquistati
dalle Province Unite
(1626-1648)
LUSSEMBURGO
REGNO
DI FRANCIA
Paesi Bassi spagnoli
Lussemburgo
Vescovado di Liegi
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Il Paese della tolleranza
g
Censitario
Derivante da procedure di selezione basate sul censo, cioè sulla
ricchezza, e organizzate in modo
tale da escludere gli strati di popolazione meno abbienti.
g
Talmudico
In lingua ebraica talmud significa
“dottrina”, “studio”, “lezione” e
così è chiamata, in particolare, la
raccolta di trattati giuridici e religiosi del III-IV secolo dopo Cristo
nei quali è condensata la dottrina
giudaica post-biblica.
Attorno alle attività praticate nei grandi porti di Rotterdam e Amsterdam nasceva
così un Paese nuovo, contraddistinto dalla forma repubblicana del governo – esercitato congiuntamente dalla nobiltà e dalla grande borghesia dei traffici – e dalla
tolleranza religiosa.
Si trattava di una federazione di sette province, ciascuna delle quali munita di una
assemblea rappresentativa censitaria (Stati provinciali) presieduta da un Gran
Pensionario, affiancato da un luogotenente militare denominato Statolder. I vari
Stati provinciali nominavano rappresentanti presso gli Stati generali, riuniti a
L’Aja e muniti di potere legislativo, anche se destinati a rivestire un ruolo di secondo piano in caso di pericolo militare, quando gran parte dei poteri venivano
trasferiti nelle mani dello Statolder dell’Olanda, la maggiore delle sette province.
Calvinisti, luterani, anabattisti, cattolici, israeliti (questi ultimi affluiti a migliaia
durante il Cinquecento e provenienti essenzialmente dalla penisola iberica, da dove erano stati scacciati alla fine del Quattrocento) convivevano pacificamente in
una società nella quale gli odi e i fanatismi religiosi erano stati accantonati, al fine
di privilegiare un interesse comune: quello mercantile.
Lo sviluppo mercantile
Alla metà del Seicento, quando anche la Spagna si rassegnò infine a riconoscere la
Repubblica delle Province Unite(l’indipendenza delle province era stata riconosciuta nel primo decennio del secolo), la flotta mercantile olandese vantava un numero
di imbarcazioni pari a quello di Spagna, Portogallo, Francia e Inghilterra messe insieme. Durante le loro perlustrazioni dei mari d’Oriente, gli Olandesi avevano scoperto prima l’Australia (1606), poi anche la Nuova Zelanda (1642).
scheda35. La comunità ebraica in Olanda
L’insediamento di una comunità di
Ebrei sefarditi (cioè provenienti dalla
penisola iberica e quindi distinti dagli
Ebrei ashkenaziti, insediati in Germania e nell’Europa orientale) nei Paesi
Bassi cominciò a prendere corpo a fine
Quattrocento, quando prima la Spagna (1492), poi anche il Portogallo
(1496) espulsero gli israeliti dai rispettivi territori nazionali.
Grazie alla tolleranza religiosa praticata nelle Province Unite, l’afflusso proseguì nel secolo successivo, così che a
fine Cinquecento Amsterdam era divenuta il principale centro culturale ed
economico dei sefarditi europei. Lo rimase sino alla fine del Settecento.
La comunità ebraica di Amsterdam, ric-
ca di migliaia di membri, era la più fiorente del continente. Vi si parlava un
dialetto iberico integrato con alcuni
vocaboli di derivazione ebraica.
Pur essendo inserita in un contesto civile che attribuiva grande valore alla tolleranza religiosa, la comunità degli
Ebrei olandesi si mantenne tuttavia strettamente aderente a una ortodossia che
non tollerava manifestazioni di devianza. Il filosofo Baruch Spinoza (16321677), di origine portoghese, venne ad
esempio espulso dalla comunità nel
1656 e costretto a trasferirsi altrove. Si
era infatti avvicinato a una forma di libero pensiero – sarà tra i padri del laicismo moderno – che lo situava lontano
rispetto ai canoni a cui era stato educaAert de Gelder, La sposa ebrea (Ester si fa agghindare), 1684, Alte Pinakothek, Monaco.
Della grande espansione del traffico oceanico, insieme all’Olanda, l’altra grande protagonista, tra la seconda metà
del Cinquecento e l’inizio del Seicento, fu l’Inghilterra. E
dalla comune ascesa di questi due Paesi a padroni delle
grandi rotte che collegavano l’Europa all’America e all’Asia
derivarono due importanti conseguenze: da un lato il declino della potenza economica della Spagna, dall’altro il ridimensionamento del ruolo tradizionalmente svolto dal Mediterraneo e dai Paesi che si affacciavano su di esso.
2. Mediterraneo e Atlantico
La sfida inglese alla Spagna
Nell’ultima parte del Cinquecento la Spagna, che insieme al Portogallo era stata il
primo Paese a costruire un impero coloniale oltreoceano e a trarne ricchi profitti
(→ cfr. cap. 7, par. 2 e 3), vide prima messo in discussione e poi annullato il monopolio sui traffici transoceanici di cui aveva goduto fino a quel momento. Anche
l’Inghilterra e l’Olanda, divenuta indipendente, si dotarono infatti di flotte ben attrezzate.
Elisabetta I, sovrana di uno Stato ormai passato alla Riforma (→ cfr. cap. 9 par. 3)
favorì lo sviluppo del proprio Paese in direzione commerciale e giunse ad autorizzare l’esercizio della pirateria da parte dei propri sudditi; tra questi, il famoso
Francis Drake (1540-1596), terrore delle flotte spagnole impegnate nelle rotte
transoceaniche.
Elisabetta, regina d’Inghilterra
to presso la scuola talmudica, quando i
suoi genitori ancora pensavano di destinarlo all’esercizio della professione di
rabbino, cioè di ministro del culto.
Economia, società e guerra
Elisabetta era figlia di Enrico VIII e di Anna Bolena e, come abbiamo visto, nel
1558 era salita al trono alla morte della sorellastra Maria la Cattolica, moglie di Filippo II di Spagna.
La sua orgogliosa riconferma dell’autonomia della Chiesa anglicana da quella di
Roma le costò, nel 1570, la scomunica da parte del papa di Roma Pio V. Da quel
momento in poi ella inasprì la persecuzione dei cattolici in Inghilterra e fornì sistematicamente aiuto agli ugonotti in Francia e in Olanda.
Sia i contrasti in materia religiosa sia la concorrenza sul piano commerciale e coloniale resero inevitabile il conflitto militare tra l’Inghilterra elisabettiana (teatro
di una straordinaria fioritura letteraria e scientifica, legata tra l’altro ai nomi di
William Shakespeare e di Francesco Bacone) e la Spagna di Filippo II. Causa scatenante di questo conflitto fu la condanna a morte nel 1587 di Maria Stuart (15421587, regina di Scozia dal 1561, già imprigionata nel 1568), legata a doppio filo alla Spagna, da parte di Elisabetta.
La sconfitta dell’Invincibile Armata
Educata in Francia, di cui aveva sposato il re, Francesco II, nel 1558, dopo la morte di quest’ultimo, due anni più tardi, Maria Stuart era tornata in Scozia e vi aveva
avviata una politica filocattolica con il sostegno del re di Spagna.
Carta de “la discesa delle Indie” di Francis
Drake, XVI sec.
I successi del corsaro e pirata inglese ne
fecero un eroe leggendario. Nutriva
un odio feroce soprattutto nei confronti degli Spagnoli, che avevano attaccato la sua nave nel 1568.
Federico Zuccari, Elisabetta I, fine XVI
secolo.
Musèe du Château, Versailles.
La sovrana proseguì con determinazione le linee di politica religiosa tracciate dal padre Enrico VIII: al di sopra
di tutto, le sue scelte furono orientate
alla salvaguardia del regno da ingerenze esterne (fossero queste spagnole o
pontificie) e dall’esigenza di garantire
la più ampia autonomia di manovra alla monarchia e al governo del Paese. In
tal senso, la scelta del campo protestante fu confermata essenzialmente
per ragioni di politica interna e internazionale, rafforzando il più possibile
il ruolo del sovrano come capo della
Chiesa d’Inghilterra, con ampie deroghe rispetto al condizionamento delle
dottrine luterana e calvinista.
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Essendo legittima discendente della casa Tudor (mentre Elisabetta era stata dichiarata nel 1536 figlia illegittima di Enrico VIII), Maria era poi divenuta a partire dal 1568, (anno in cui era stata scacciata dalla Scozia in seguito a una rivolta degli aristocratici di quel paese, che l’avevano dichiarata decaduta), l’ideale “antiregina”, contrapposta dai cattolici inglesi a Elisabetta, che la fece giustiziare per
stroncare un complotto ai propri danni.
Nel 1588 Filippo II inviò la sua flotta militare, la così detta Invincibile Armata, fin
nel cuore del canale della Manica. La sua intenzione era duplice: da un lato difendere gli interessi economici spagnoli dalla concorrenza britannica, dall’altro
infliggere una dura lezione all’Inghilterra elisabettiana, che, oltre a segnalarsi in
chiave anticattolica, stava appoggiando gli sforzi degli Olandesi per conseguire l’emancipazione dalla Spagna. Ma l’Invincibile Armata dopo quella spedizione, dalla quale uscì dimezzata, non poté più dirsi tale. Essa venne infatti sonoramente
sconfitta dalla marina inglese.
G. Walsheim Graesner, La battaglia di
Lepanto, 1641, National Galerie, Berlino
Inizio del declino spagnolo
Cumulandosi con gli scacchi patiti da Filippo II nei Paesi Bassi, così come con
quelli – di cui tratteremo tra breve – inflittigli nel Mediterraneo orientale per opera dei Turchi, la disfatta dell’Invincibile Armata rappresentò il simbolico spartiacque tra un Cinquecento dominato, sul piano delle relazioni internazionali, dalla
Spagna, e un Seicento che fu invece contraddistinto dalla progressiva ma inarrestabile decadenza tanto economica quanto politica di questa potenza.
Sulle rotte oceaniche
sorgente primaria delle mitiche “spezie” sin lì giunte in Europa attraverso il Mediterraneo.
Nel 1600 venne fondata la Compagnia inglese delle Indie orientali; due anni
dopo la sua omologa olandese. Fecero, per tutto il secolo, affari d’oro, sia commerciando in proprio, sia, soprattutto quella olandese, noleggiando a mercanti di altri Paesi le imbarcazioni capaci di affrontare rotte così lunghe e rischiose.
Il Mediterraneo degli Ottomani
Philippe Jacques de Louthebourg, La
disfatta dell’Invincibile Armata a opera della flotta inglese, XVI sec., National Maritime Museum, Greenwich.
La flotta armata da Filippo II contro Elisabetta era tra le più formidabili della cristianità: una enorme “massa d’urto” costituita da centotrenta vascelli, grandi galeoni potentemente armati, che si opponevano a un numero molto inferiore di
navi inglesi. Tuttavia la vittoria arrise nel
1588 alla flotta britannica: sia per le avverse condizioni atmosferiche e le cattive
condizioni del mare; sia per la cattiva conoscenza dei mari settentrionali e la disorganizzazione dei comandanti spagnoli; sia per gli stratagemmi da “guerriglia
del mare” messi in atto dagli Inglesi (che
per esempio diressero contro le navi nemiche piccoli vascelli incendiari, carichi
solo di esplosivo); sia per la grande maneggevolezza delle navi di Elisabetta, rispetto ai pesanti e lenti galeoni spagnoli.
La bandiera di Henry Avery, XVII sec.
La bandiera del pirata inglese(1665
ca.-1728) è il classico esempio delle
bandiere pirata, con il minaccioso teschio su campo nero.
La Spagna, intanto, era impegnata anche su un altro fronte: quello mediterraneo, dove i Turchi ottomani per tutto il corso del Cinquecento avevano continuato a espandere i propri domini, incorporando in essi anche larghi tratti
della costa nord-africana (→ cfr. cap.5 par2). Anche qui il conflitto politicoeconomico si intrecciava con quello religioso. Ma in questo caso per il fronte
cattolico, guidato da Filippo II e da Venezia e Genova, tradizionali mediatrici
dei traffici con l’Oriente, l’avversario era rappresentato dall’Islam e non dalla Riforma.
Nel 1571 la battaglia di Lepanto, vinta da una flotta cattolica multinazionale guidata da don Giovanni d’Austria (1545-1578), figlio naturale di Carlo V, arrestò
provvisoriamente lo slancio della conquista turca delle acque del Mediterraneo.
Ma già negli anni seguenti esso riprese, anche se con minor forza. Nel 1573 i Turchi strapparono l’isola di Cipro a Venezia.
La pirateria
Da questo momento in poi Inglesi e Olandesi assunsero il controllo dei traffici
oceanici; non solo quelli che congiungevano Europa e America, ma anche quelli che transitavano per la rotta del Capo, che costeggiava il bordo occidentale dell’Africa per poi dirigersi, attraverso l’oceano Indiano, verso l’Asia orientale, la
Economia, società e guerra
Nell’ultimo quarto del Cinquecento il Mediterraneo era divenuto un mare insicuro, conteso tra più padroni e soggetto alle scorrerie dei pirati (→ cfr. Cap. 5
scheda 21)(per lo più musulmani), che eseguivano spesso aggressive puntate sulle coste italiane e spagnole. Nell’ultimo decennio del secolo le sue acque cominciarono a essere intensamente frequentate anche da Inglesi e Olandesi, decisi a ritagliarsi anch’essi una porzione dei profitti derivanti dall’esercizio del commercio
sulle sponde di quel mare.
Fu l’ultimo momento di splendore per quello specchio d’acqua, che per millenni
aveva costituito il tramite principale dei contatti economici e culturali tra Oriente
e Occidente, tra Asia e Europa.
La decadenza mediterranea e l’ “economia-mondo”
La vera decadenza, che comportò il contestuale declino delle città italiane più fiorenti (oltre a Venezia e a Genova, anche Milano e Firenze), fino a quel momento
forse i luoghi più ricchi d’Europa, iniziò nel secolo seguente, in seguito al consolidamento delle rotte oceaniche e alla fondazione delle compagnie inglese e olandese delle Indie orientali. Da quel momento in poi, infatti, gran parte degli scambi commerciali con l’Estremo Oriente transitò per la rotta del Capo; e come terminali europei di quelle correnti di traffico si imposero i porti atlantici dell’Europa nord-occidentale, gli stessi dai quali si irradiavano le rotte che portavano in
America.
A fronteggiarsi, sul Mediterraneo, in condizioni di instabile equilibrio, rimasero gli Spagnoli, gli Ottomani e, in posizione sempre più defilata, i Veneziani;
ma l’economia che poteva svilupparsi nello specchio di questo mare era ormai
Tiziano, Filippo II in armatura, 15481551, Museo del Prado, Madrid.
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limitata a una dimensione locale. I grandi mercati europei, situati al di là delle Alpi, erano infatti stati distolti dal Mediterraneo e attratti invece dalle dinamiche di quella che alcuni storici hanno di recente definito l’“economia-mondo”; l’insieme, cioè, delle correnti di traffico che, muovendo dalle coste asiatiche e americane, si affidavano alle capienti stive dei navigli olandesi e inglesi
in navigazione sulle superfici oceaniche distese tra i quattro continenti conosciuti.
FOCUS
I
Economia-mondo
Il termine economia-mondo, coniato negli anni Settanta del Novecento da storici come Fernand Braudel o da sociologhi come Immanuel Wallerstein (Il sistema mondiale dell’economia moderna.
L’agricoltura capitalistica e le origini dell’economia-mondo europea nel XVI secolo, 1978), allude alla preminenza del fattore economico rispetto a quello politico-militare nel favorire la coesione e
la compenetrazione tra le diverse aree del pianeta.
Secondo Braudel e Wallerstein si può parlare di economia-mondo
a partire dal Quattrocento, quando per la prima volta si venne delineando una trama di transazioni commerciali basata su un sistema di divisione del lavoro e della produzione operante su scala
pluricontinentale.
Ad attivare quel sistema furono, ancor più che i singoli Stati impegnati nella costruzione di imperi transoceanici, gli operatori economici di alcuni Paesi europei, capaci di tessere una rete di interscambi commerciali a lunga distanza distesa su spazi che vennero
a formare rispettivamente le periferie e le semiperiferie rispetto a
un centro economico costituito dall’Europa.
All’epoca dell’ascesa olandese il sistema raggiunse un livello di
profonda integrazione, dal momento che inglobò al proprio interno numerosi sottosistemi preesistenti: quello dell’Europa nord-occidentale e baltica, quello del Mediterraneo, quello americano,
quello nord-africano e quello dell’Estremo Oriente. Non tutte queste aree erano soggette al dominio politico europeo; tutte però
erano reciprocamente collegate da una rete di contatti economici,
i cui fili si riannodavano all’epoca tutti ad Amsterdam.
Il sistema dell’economia-mondo, avviato dai Portoghesi ancor
prima della scoperta dell’America e poi consolidatosi nei secoli
seguenti con l’ascesa dell’Olanda e in seguito con quella dell’Inghilterra, è fenomeno parallelo a quello della graduale affermazione in Europa del capitalismo e della sua logica di profitto. L’economia-mondo cominciò infatti a divenire percepibile contestualmente all’avvio del declino del sistema feudale, che era teso
a favorire l’autoconsumo e a limitare drasticamente, di conseguenza, l’interscambio economico tra le singole aree regionali o
locali.
La Spagna di Filippo II
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3. Un secolo di guerre religiose
(1560-1648)
Il calvinismo “nobiliare” in Francia
Un altro dei grandi scenari caratteristici dei conflitti religiosi divampati in
Europa tra la seconda metà del Cinquecento e la prima metà del Seicento
fu costituito dalla Francia.
Qui il calvinismo aveva incontrato una certa diffusione, soprattutto in alcune regioni (Guascogna, Delfinato, Linguadoca, Normandia, il Sud e
l’Ovest del Paese) e soprattutto presso l’aristocrazia, di cui circa la metà
dei membri aveva aderito a questa fede. In essa infatti gli aristocratici trovavano un forte motivo di legittimazione per la propria insofferenza nei
confronti dei monarchi.
Tra il 1562 e il 1570 si assistette a una prima sanguinosa fase di conflitti in
nome della fede, durante la quale si segnalarono come campioni dell’ortodossia cattolica i membri della famiglia dei Guisa. Questi ultimi, appoggiati esternamente dalla Spagna e dalla Chiesa di Roma, controllavano in quell’epoca l’esercito reale e lo mobilitarono a più riprese contro gli ugonotti, come abbiamo visto, denominazione francese dei calvinisti, organizzando spietati massacri
degli aderenti alla fede riformata. Tuttavia anche costoro godevano di forti appoggi internazionali, sia in Inghilterra, sia nelle province settentrionali dei Paesi Bassi,
che avevano allora avviato la propria lotta di emancipazione dalla Spagna.
Guisa contro Borbone
Nel 1570 Caterina de’ Medici (1519-1589), reggente di Francia dopo la morte del
marito Enrico II (1519-1559, re di Francia dal 1547), che era interessata ad affermare il proprio potere e ad evitare che il regno cadesse preda dei conflitti tra le fazioni nobiliari, riuscì a imporre una provvisoria pacificazione. Ma questa non durò
a lungo.
Nel 1572 Enrico di Borbone, rampollo di una delle principali famiglie ugonotte
del Paese, aveva sposato Margherita di Valois (1552-1615), figlia di Caterina, ponendo così una sorta di ipoteca sulla successione al trono di Francia. Temendo la
possibilità che salisse al trono un ugonotto, i Guisa tornarono alla carica. Pochi
giorni dopo le nozze, tra il 23 e il 24 agosto, venne organizzato il massacro della
notte di San Bartolomeo in cui perirono circa tremila ugonotti accorsi a Parigi
per il matrimonio.
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OCEANO
ATLANTICO
annesso nel 1580
Tago
no
L’eredità più pesante che Filippo II ricevette dal padre
Carlo V fu la necessità di continuare a impegnarsi in lunghi ed estenuanti conflitti per conservare e difendere i territori della corona. Enormi risorse, soprattutto quelle provenienti dai ricchissimi possedimenti americani, furono
così profuse per conservare le Fiandre e il ducato di Milano, per fronteggiare gli inglesi sui mari, per arginare la minaccia ottomana nel Mediterraneo.
Lepanto
1571
Economia, società e guerra
La rivolta degli ugonotti
A questo punto insorsero le province del Sud-Est della Francia, dove maggiormente il calvinismo si era radicato, e si proclamarono Repubblica indipendente.
In nome della religione (ma anche, indubbiamente in ragione del conflitto per
una eventuale successione al trono dei Valois, i cui discendenti maschi erano minorati mentali) la Francia si era dunque spaccata in due. E, sullo sfondo di uno
scenario contraddistinto dalla guerra civile, tale rimase fino alla morte di Caterina
de’ Medici, la quale, pure, nella parte finale del suo regno non risparmiò gli sforzi per far cessare l’anarchia nobiliare scaturita dal conflitto tra i cattolici Guisa e
gli ugonotti Borbone.
Ambroise Dubois, La strage della notte
di san Bartolomeo, fine XVI sec., Museo
cantonale delle belle Arti, Losanna.
Nella notte tra il 23 e il 24 agosto 1572
oltre tremila ugonotti vennero massacrati dai cattolici a Parigi. Nell’immagine il pittore, protestante, ritrae la
cruentissima strage. Confrontando l’iconografia francese del periodo, si
constata una tragica uniformità di rappresentazioni: le fonti visive prodotte
da ugonotti e cattolici rendono evidenti le più efferate violenze da parte
degli avversari. Ne ricaviamo così
un’immagine purtroppo fedele della
realtà storica del periodo, quella cioè
di migliaia di morti civili sacrificati alla
ragion di Stato e agli interessi delle fazioni, troppo spesso celati da motivazioni religiose.
Caratteri dell’età
controriformistica
10
Economia, società e guerra
La Francia nel periodo delle
guerre di religione
Valognes
Carentan
Pontorson
BRETAGNA
Pontivy
Domfront
Clermont
La Ferté Vidame
Blain
Dourdan
Troyes
ANGIÒ
Orléans
Loira
Saumur
Thouars
Sully
Loudun
Baugy
BORGOGNA
La Francia dei politiques
St-Amand
Mont-Rond
Chàtellerault
Maillezais Poibers
Poitiers
Marans
Montcenis
La Rochelle
Niort Melle-sur-Beronne
Argenton- BORBONESE
sede della resistenza St-Jean-d'Angely
sur-Creuse
MARCHE
ugonotta nel 1572
Taillebourg
Royan
Pons
St-Seurin
Rod
ano
Talmont
OCEANO
AT L A N T I C O
POITOU
Essonnes
na
Nantes
CHAMPAGNE
Houdan
Rozoy
Laval
La Roche-Bernard
Province della Lega Cattolica
(Guisa)
Martes-la-Jolle
Parigi
Rohan
Josselin
Beauvoir-sur-Mer
LeGarnache
Province degli ugonotti
Si assisteva così all’affermazione di un principio di libertà di coscienza dei singoli (a dispetto della religione di Stato), che la pace di Augusta, con il suo motto
cuius regio, eius religio, aveva a suo tempo drasticamente escluso. Ora l’appartenenza alla comunità nazionale non dipendeva più dalla religione da ciascuno
professata. Facendo propria questa nuova visione, la Francia riconquistava così
la propria pace interna e usciva politicamente rafforzata dal bagno di sangue della guerra di religione.
Rouen
NORMANDIA
Sen
Si rileva una corrispondenza tra i territori a maggioranza protestante o cattolica e i feudi controllati dai principi
ugonotti da una parte e dai Valois dall’altra. Si tratta cioè della versione francese del principio cuius regio eius religio,
affermato nei territori tedeschi fin dai
tempi della pace di Augusta (1555).
Lione
Caustillon Ste-Foyla-Grande
Calvinet
PÉR
Castets Monsegur
AUVERGNE
Grenoble Barraux
Belin
Albiec
Monflanguin
GUIENNA
Le Pouzin
Tournam
Exilles
Casteljaloux
Figeac Marvejost
Livron DELFINATO
Claxac
Privas
Briançon
Capdenac
Tartas
Nerac
Die
Gap
Alais
Vezins
Montelimar
LectoureCastelsagrat
Embrun
Mont-de-Marsan
Uzes
Millau
Bruniquet
Nimes Nyons Serres Tallard
Sauveterre Orthez Eauze
Mauvesin
Tolosa
Aimargues Villeneuve-lés-Avignon
Berlats
Navarrenx GUASCOGNA
Gignac
Caumont
l'Isle Jourdain
Castres
Mauleon
Montpellier
Loumarin
Montaut Puylaurens
ClermontFort de Peccais
Oloron Nay
Varilhes
l'Hérault
PROVENZA
Foix LINGUADOCA
Montgaillard
Tarascon
Bourg
Province neutrali
Città colpite dalla strage della
notte di S. Bartolomeo (1572)
EDITTO DI NANTES (1598)
Piazzeforti ugonotte
Città ugonotte
Sedi dei parlamenti ugonotti
Bordeaux
MAR
MEDITERRANEO
L’editto di Nantes
La conciliazione si produsse nel 1593, con una soluzione imprevista. Il trono di
Francia andò a Enrico di Borbone (1553-1610), che assunse il nome di Enrico IV,
ma questi, all’atto di salirvi, abiurò la propria fede, convertendosi al cattolicesimo.
La Francia, del resto, era un Paese che a dispetto della presenza di nutriti nuclei calvinisti era rimasto sostanzialmente cattolico. Alla fine del Cinquecento
solo il 5%o dei sudditi francesi praticava la fede elaborata dal riformatore di
Noyon ed era impensabile che il sovrano del restante 95% potesse essere un
calvinista.
Pur abbandonando la fede nella quale era cresciuto, Enrico IV riuscì comunque a offrire protezione ai suoi ex correligionari. Con l’editto di Nantes (1598) agli ugonotti
venne infatti accordata una serie di diritti (quello di praticare il proprio culto, tranne che a Parigi e in qualche altro luogo, e quello di allestire militarmente un centinaio di piazzeforti, a tutela della propria libertà religiosa) che resero di fatto possibile e rispettata sul suolo francese una pratica di fede diversa da quella cattolica.
La sanzione di nuovi principi
Malgrado la ripresa sporadica di una persecuzione antiugonotta (assedio della
piazzaforte ugonotta di La Rochelle, nel 1628, → cfr. vol 2, cap. 1) ai tempi di re
Luigi XIII (1601-1643, re di Francia dal 1610), almeno sino alla fine del Seicento
la Francia si sarebbe segnalata come un Paese nel quale, pur essendo il cattolicesimo la fede ufficiale, ai calvinisti veniva assicurata la possibilità di vivere religiosamente secondo i dettami della propria coscienza.
Insieme al suo ministro, l’ugonotto duca di Sully (1559- 1641), Enrico IV si accingeva dunque a modellare lo stato monarchico, trasformandolo in strumento ordinatore dell’assetto politico francese; una funzione che esso avrebbe assolto tanto
negli anni del suo regno quanto in buona parte del secolo seguente.
Per certi versi, la sua politica rappresentava la traduzione in pratica di principi che
già nei decenni precedenti i così detti politiques – soprattutto magistrati e funzionari che identificavano nell’interesse dello Stato il valore basilare, da mettere al riparo rispetto alle minacce provenienti dal conflitto religioso – avevano espresso, e
dei quali l’opera I sei libri dello Stato , pubblicata nel 1576 dal grande giurista Jean
Bodin (1530-1596), costituiva una sorta di sintetica summa destinata a sopravvivere a lungo al suo tempo.
Il calvinismo nell’Europa centro-orientale:
Germania, Polonia, Boemia
Ma il calvinismo (e, in misura minore, il luteranesimo) intanto continuava a
fare proseliti anche altrove. Si era affermato infatti anche in alcune aree della Germania (il Palatinato, in particolare) e più ancora nell’Europa centrale
e orientale; sia all’interno delle regioni che formavano il dominio degli
Asburgo d’Austria (Austria, Boemia, Ungheria) sia all’interno del regno di
Polonia, all’epoca, sotto il profilo territoriale, il più vasto d’Europa. Questo
regno nella seconda metà del Cinquecento si segnalò per qualche decennio
come un Paese contraddistinto da grande tolleranza, dal momento che nel
1573 vi era stata sancita la piena libertà di culto tanto per i luterani quanto
per i calvinisti.
L’iniziale tolleranza asburgica
Anche gli Asburgo d’Austria, del resto, nelle persone di re Massimiliano II (15271576, sovrano d’Austria e imperatore dal 1564) e re Rodolfo II (1552-1612, sovrano d’Austria e imperatore dal 1576), avevano assunto un atteggiamento tollerante nei confronti delle fedi riformate, che nei loro territori avevano incontrato un
forte radicamento soprattutto tra le fila dell’aristocrazia, per gli stessi motivi che si
sono poc’anzi illustrati in relazione al caso francese.
Rodolfo II, in particolare, nel 1609 aveva riconosciuto ufficialmente la libertà di
culto per i nobili e per i cittadini della Boemia, di cui buona parte era passata al
calvinismo.
Tuttavia, proprio nell’anno in cui questa decisione del sovrano austriaco pareva lasciar intravvedere la possibilità di un superamento del principio cuius regio, eius religio, in Germania, dopo decenni di relativa quiete, il conflitto religioso si faceva
avvertire di nuovo cupo e minaccioso.
Il tempio riformato di Lione, edificato
in seguito alla promulgazione dell’Editto di Nantes (1598) che garantiva libertà di culto agli ugonotti, XVII secolo.
Caratteri dell’età
controriformistica
10
Economia, società e guerra
La processione della Lega in Place de Greve,
fine XVI sec., Museo Carnavalet, Parigi.
Quest’immagine descrive efficacemente il clima di fortissima tensione civile e religiosa che caratterizzò la Francia sino alla fine del XVI sec. La situazione rimase immutata a livello europeo anche nei decenni immediatamente successivi: l’esasperazione del
confronto tra cattolici e protestanti,
che nascose sempre altri interessi e conflitti, esplose infine nel sanguinoso svolgimento della guerra dei Trent’anni.
Espansione protestante e controffensiva cattolica
Nelle città dell’Impero, là dove essa esisteva, la coesistenza tra le fedi da tempo
non era più pacifica. I protestanti avanzavano, esercitando nuove pressioni per
chiudere conventi e luoghi di culto cattolici. I cattolici, dal canto loro, cercavano
di organizzare una controffensiva, affidandosi all’opera dei gesuiti, molto attivi, a
partire dall’inizio del Seicento, anche in Polonia.
Trionfo del protestantesimo o ricattolicizzazione? Era questa l’alternativa di fronte alla quale sia la Germania, sia le province soggette al diretto dominio degli
Asburgo d’Austria, sia infine la Polonia si trovavano alla fine del primo decennio
del Seicento.
Unione evangelica contro Lega cattolica
Che non si trattasse di una alternativa ipotetica lo dimostrava il fatto che tra
il 1608 e il 1609 tanto i riformati quanto i cattolici avevano provveduto a collegarsi con patti militari sostenuti ciascuno da una parte degli altri Stati europei.
Nel 1608 era stata fondata l’Unione evangelica, guidata dai principi riformati e appoggiata esternamente dalla Francia (in funzione, come nel secolo
precedente, antiasburgica, malgrado la Francia fosse prevalentemente cattolica) e dalla nobiltà austriaca e boema. L’anno dopo era stata istituita la Lega cattolica, diretta dal re di Baviera e forte del sostegno del Paese che, come
abbiamo visto, si segnalava come il difensore a oltranza del cattolicesimo: la
Spagna.
Dieci anni più tardi all’interno dell’Impero divampò un conflitto che, sulla
base di motivazioni religiose e politiche (la ripresa del conflitto religioso in
Germania; l’aspirazione di alcune potenze europee a ridefinire a proprio vantaggio i rapporti di forza nel continente), coinvolse pressoché tutte le potenze e devastò la Germania, scenario principale della guerra, fino al punto di
causare lo sterminio di quasi il trenta per cento della sua popolazione. Solo
nel 1750 essa sarebbe tornata ai livelli demografici che aveva raggiunto nel
1618, alla vigilia della così detta guerra dei Trent’anni.
scheda36. La Polonia tra Cinquecento e Seicento
Il regno di Polonia era venuto prendendo forma a partire dalla metà del
Trecento e si era poi esteso nel secolo
seguente assorbendo territori già appartenenti all’Ordine Teutonico (→ cfr.
cap. 5).
Nel Cinquecento la sua superficie era
immensa, ma la sua popolazione (circa
otto milioni di persone) estremamente
sparsa sul territorio e divisa in comunità linguistiche e culturali diverse. Oltre che da Polacchi, il regno era popolato da Lituani, Lettoni, Bielorussi, Ruteni, Tedeschi, Ucraini. Alla varietà et-
nica corrispondeva una marcata varietà religiosa: cattolici, cristiano-ortodossi, luterani, calvinisti, israeliti, per
non ricordare che i raggruppamenti
più significativi sotto il profilo numerico.
La grande estensione del territorio, da
un lato, la poliedricità delle sue componenti culturali e religiose, dall’altro,
fecero della Polonia un Paese difficilmente governabile. Qui, più ancora
che in altri territori europei, l’aristocrazia (tra il 7 e l’8% della popolazione,
dunque eccezionalmente numerosa,
visto che altrove raramente superava
la percentuale dell’1%) era lo strato
dominante della società. Essa riuscì a
impedire il consolidamento della monarchia in istituzione ereditaria e mantenne il privilegio di procedere in prima persona all’elezione del re.
Dopo il 1573, quando si estinse la dinastia degli Jagelloni, sul Paese regnarono prima Enrico d’Angiò (divenuto
però re di Francia l’anno seguente),
poi il principe transilvano Stefano
Bathory (1575-1586), infine lo svedese
Sigismondo III Vasa (1586-1632).
La “defenestrazione” di Praga
e la guerra dei trent’anni
Mattia d’Asburgo (1567-1619, imperatore dal 1612), erede di Rodolfo, si era
rifiutato di confermare la politica di tolleranza religiosa praticata dal suo
predecessore e aveva inviato in Boemia (la cui corona era di fatto appannaggio degli Asburgo, ma che formalmente risultava elettiva, e dunque soggetta
al gradimento di chi la indossava da parte dell’aristocrazia locale) due rappresentanti incaricati di ricondurre le popolazioni di quel Paese all’obbedienza e soprattutto di domare l’aristocrazia del Paese, compattamente calvinista.
La risposta dei Boemi fu quella di gettare da una delle finestre del palazzo imperiale di Praga gli inviati di Mattia,
i quali peraltro si salvarono. L’anno seguente a Mattia
successe Ferdinando II (1578-1637, imperatore dal
1619), deciso a seguirne l’esempio e a cercare dunque di
ricattolicizzare il Paese. Ma l’assemblea dei ceti di Boemia, nella quale l’aristocrazia costituiva la forza dominante, si rifiutò di riconoscere come re del Paese il nuovo
imperatore e investì della corona del regno Federico V
del Palatinato (1596-1532), che era di fede calvinista.
La vittoria cattolica
alla Montagna Bianca
Da questa sfida scaturì un conflitto che oltre alla Boemia interessò anche vaste aree della Germania. La Lega cattolica si
schierò infatti accanto a Ferdinando e contro Federico del
Palatinato, il quale – a sua volta – chiese e ottenne il sostegno
dell’Unione evangelica. Nel 1620 i cattolici inflissero una rovinosa sconfitta ai protestanti presso una località denominata
la Montagna Bianca: ne conseguì la ricattolicizzazione forzata della Boemia, dalla quale centocinquantamila persone
(compresa tutta l’alta nobiltà) furono costrette a emigrare
verso altri Paesi.
La battaglia della Montagna Bianca, dipinto del XVII secolo.
Chiesa di Santa Maria della Vittoria,
Roma.
Caratteri dell’età
controriformistica
10
La guerra dei Trent’anni
Economia, società e guerra
La Svezia entra in campo
1618
La Boemia si ribella all’Impero: defenestrazione di Praga.
1619
Inizio del conflitto.
1620
Intermezzo italiano
1627
Muore Vincenzo Gonzaga, duca di
Mantova: la Spagna e l’Impero si
oppongono alla successione dell’erede
designato, Carlo, principe di GonzagaNevers, sostenuto da Richelieu.
1635
Pace di Praga: la Svezia abbandona il
conflitto.
Fase francese
1635
Presa di Mantova da parte degli
Imperiali.
Richelieu dichiara guerra agli Asburgo di
Spagna e Austria
Lega anti-asburgica di Francia, Olanda,
Parma, Mantova e Savoia. La Svezia sostiene la Lega.
1631
1642-43
Ferdinando II d’Austria sconfigge i Boemi.
Federico V, elettore del Palatinato schiera l’Unione protestante a fianco dei rivoltosi boemi.
Battaglia della Montagna Banca.
Ripresa della guerra fra Spagna e Province Unite: alleanza fra gli Asburgo di
Spagna e Austria.
Imperiali e Spagnoli occupano il Palatinato.
1630
Fase danese
1625-1629
Gustavo II Adolfo di Svezia dichiara
guerra all’Impero.
La Danimarca si allea con i protestanti.
Il generale Albrecht von Wallenstein
(1583-1634) guida alla vittoria gli Imperiali
contro le armate dell’Unione protestante.
Ritiro dalla guerra della Danimarca.
Pace di Lubecca.
1632
Trattato di Cherasco, favorevole alla
Francia.
Fase svedese
1630
Battaglia di Lützen: morte di Gustavo
Adolfo e sconfitta di Wallenstein.
1634
Assassinio di Wallenstein.
Mazzarino diventa primo ministro;
reggenza di Anna d’Austria per Luigi
XIV.
Vittoria francese sugli Spagnoli a Rocroi.
1644
Negoziati di Münster-Osnabrück.
1648
Vittoria francese a Lens.
Pace di Vestfalia.
Francia e Spagna proseguono la guerra
fino al 1659 (pace dei Pirenei).
Ripresa del conflitto tra Spagna e Olanda
La Lega cattolica, intanto, trionfava anche in Germania, dove le sue truppe avevano invaso il Palatinato e la Vestfalia, sterminando le popolazioni locali di fede
riformata.
Le condizioni di sbando in cui si vennero a trovare i principati tedeschi riformati,
presso i quali le Province Unite nei decenni precedenti avevano trovato appoggio,
indussero a questo punto la Spagna a cogliere l’occasione per tentare una riconquista dell’Olanda; tanto più che proprio nel 1621 scadeva la tregua di dodici anni concordata nel 1609.
Per tutto il corso degli anni Venti sia in Germania sia in Olanda si guerreggiò
aspramente. A soccorso delle Province Unite contro gli Asburgo di Spagna si erano subito schierate l’Inghilterra e la Danimarca, oltre ad alcuni principi protestanti tedeschi; poi, con la consueta intenzione di indebolire gli Asburgo, anche la
Francia cattolica. Ma nel frattempo gli Asburgo d’Austria, dopo aver piegato la
Boemia nel 1620 sulla Montagna Bianca, alle porte di Praga, invadevano insieme
alla Lega cattolica anche la Germania del Nord, cercando di imporre la restituzione alla Chiesa di Roma dei beni a essa sottratti in precedenza e secolarizzati dopo il 1552. La ricattolicizzazione era dunque imminente?
Ma, a questo punto, sollecitata dalla Francia, entrò in gioco anche un’altra potenza
protestante: la Svezia del luterano Gustavo II Adolfo Vasa (1594-1632, re di Svezia dal
1611). Già in precedenza il Paese si era trovato sotto la minaccia di essere ricattolicizzato forzatamente a opera di un ramo della dinastia dei Vasa, che deteneva anche
la corona di Polonia, e dopo aver respinto il tentativo polacco si stava avviando a diventare lo Stato dominante del mar Baltico.
Nel 1630 gli Svedesi invasero la costa orientale tedesca e di lì discesero fino a Monaco di Baviera. Le armate di Gustavo Adolfo, e di Wallenstein, cui nel frattempo erano
state di nuovo affidate le truppe di Ferdinando II, percorsero per un anno la Germania affrontandosi con alterne vicende e devastando ciò che trovarono lungo il loro cammino con la stessa ferocia mostrata negli anni precedenti dalle truppe cattoliche che avevano invaso i Paesi protestanti. La battaglia del 1632 a Lützen, conclusasi
con la vittoria svedese, segnò tuttavia un vantaggio per le truppe di Ferdinando, in
quanto in questa data perse la vita Gustavo Adolfo. La guerra continuò fino al 1634,
quando gli Svedesi furono sconfitti dai cattolici a Nordlingen e l’anno seguente, con
la pace di Praga, si giunse a una provvisoria composizione del conflitto, che già era
costato alla Germania impressionanti perdite materiali e umane.
Mentre i principi protestanti giurarono nuovamente sottomissione all’imperatore,
quest’ultimo dal canto suo si impegnò a rinunciare, almeno per il momento, a imporre loro la restituzione dei beni della Chiesa.
L’intervento francese: Luigi XIII e Richelieu
Allegoria della potenza e della giustizia del re
di Francia, assistito da Richelieu, stampa,
Bibliothèque Nationale, Parigi.
Il cardinale è il “centro geografico” di
questa illustrazione: emerge con chiarezza, anche nell’iconografia, il suo ruolo di attore principale della macchina
politica francese, di “potere dietro al trono” che muove i fili dell’azione regia nell’interesse dello Stato e della monarchia.
Aristocrazia di spada/
Ma il conflitto era solo apparentemente concluso. A questo punto, infatti, fu la Francia di Luigi XIII (1601-1643, re di Francia dal 1610) e del suo influente ministro, il
cardinale Richelieu (1585-1642), a prendere l’iniziativa e a dichiarare guerra agli
Asburgo, stipulando contemporaneamente un’alleanza militare con la Svezia. Così,
tra la fine degli anni Trenta e l’inizio degli anni Quaranta la Germania, ancora una
volta principale scenario delle ostilità, conobbe nuovi orrori. Mentre gli Svedesi vincevano nella Germania settentrionale, impedendo il tentativo di ricattolicizzazione in
corso, i Francesi dilagarono nella Germania meridionale, mettendola a ferro e fuoco.
g
di toga
Con aristocrazia di spada si indicano
i nobili che detenevano vasti poteri
come titolari di feudi. In epoca moderna si distinguono dagli appartenenti all’aristocrazia di toga che
traevano invece il loro potere dall’esercizio di cariche pubbliche talvolta
acquistate con moneta sonante.
scheda37. Richelieu
Richelieu (Armand-Jean du Plessis duca
di) nacque nel 1585, figlio cadetto di
una famiglia nobile che lo aveva inizialmente destinato alla carriera militare,
ma che si risolse in seguito ad avviarlo a
quella ecclesiastica.
Vescovo a soli 19 anni (diocesi di Luçon),
mise in luce le proprie qualità politiche
in occasione degli Stati Generali del 1614
e nel 1616, grazie ai favori della regina,
fu nominato Segretario di Stato alla
guerra e agli affari esteri. Nel corso degli
anni Venti si conquistò l’incondizionata
fiducia di Luigi XIII (che lo fece nominare
cardinale nel 1624) e ne guidò la politi-
ca, come primo ministro, fino alla morte.
Richelieu anticipò le linee di fondo di
quella politica assolutistica che si sarebbe sviluppata in Francia soprattutto durante il regno di Luigi XIV. Nel 1628 (assedio di La Rochelle) sferrò un duro attacco contro la minoranza ugonotta, riducendone prerogative e immunità, e
nei lustri seguenti contrastò con decisione sia l’aristocrazia di spada sia quella di
toga, rafforzando l’autorità dei funzionari regi sul territorio. Negli anni Trenta
represse le rivolte contadine causate dall’aumento della pressione fiscale, resa
necessaria dalla crescita dell’impegno
militare francese sullo scacchiere internazionale in occasione della parte finale
della guerra dei Trent’anni, quando la
Francia scese in campo insieme alle potenze protestanti per contrastare i piani
d’espansione degli Asburgo di Spagna e
d’Austria.
Alla morte di Richelieu (1642) la Francia
si avviava a entrare nel novero delle potenze vincitrici del lungo conflitto, ma la
sua situazione interna era vicina al collasso. Le rivolte passate alla storia come
“la Fronda” (di cui ci occuperemo nel
prossimo volume) lo avrebbero presto
evidenziato.
Caratteri dell’età
controriformistica
10
La pace di Vestfalia
Il trattato di pace di Westfalia.
Qualche anno più tardi la pace di Vestfalia (una serie di accordi separati tra le varie potenze siglati tra il 1645 e il 1648, ai quali non presero però parte Francia e
Spagna, che continuarono a fronteggiarsi militarmente fino al 1659) fissò un quadro politico-territoriale che teneva conto dei nuovi rapporti di forza maturati in
cent’anni di guerre di religione.
Uscivano sconfitti gli Asburgo di Madrid, costretti a riconoscere ufficialmente l’indipendenza delle Province Unite; e insieme a loro anche gli Asburgo di Vienna, ridimensionati dalla vittoriosa resistenza dei principi protestanti e costretti ad accettare la presenza istituzionale della Chiesa calvinista all’interno dell’Impero, pur
avendola distrutta in Boemia. La Germania risultava divisa in più di trecentocinquanta Stati e Staterelli, nei quali veniva in linea di massima riconosciuto il diritto
di praticare un culto diverso da quello ufficiale professato dal principe. Contemporaneamente si assisteva al tramonto del disegno centralizzatore perseguito dagli
Asburgo e si confermava per la Germania un assetto policentrico, destinato, per
certi versi, a durare fino alla Prima guerra mondiale.
La palma della vittoria spettava invece in primo luogo alla Francia di Richelieu,
che si assicurò significative acquisizioni territoriali oltre il Reno, raccogliendo l’eredità spagnola di grande potenza continentale; inoltre alla Svezia, che si garantì
una porzione cospicua della costa nord-orientale tedesca e rafforzò il proprio dominio sul Baltico, divenuto ormai una sorta di “lago” svedese; infine, naturalmente, alla Danimarca e all’Olanda.
La nuova coesistenza delle fedi
Economia, società e guerra
4. La crisi del Seicento: demografia,
vita materiale, orizzonti di esistenza
Crisi demografica ed economica in Germania
Qualsiasi viaggiatore che, dopo essere stato prima del 1618 nei luoghi teatro di guerra, tornasse a visitare la Germania trent’anni dopo, poteva facilmente constatare gli
effetti devastanti della guerra sul territorio e sugli assetti sociali.
La popolazione, come si è accennato, si era ridotta in quei trent’anni di quasi un terzo. E in seguito al calo della pressione demografica si era assistito a un arretramento
delle terre coltivate, un tempo dissodate e lavorate e ora tornate allo stato di pascolo.
Pestilenze e carestie nell’area mediterranea
La flessione demografica, per altro, in quegli stessi decenni non aveva colpito solo la Germania. Qui, infatti, a mietere milioni di vittime era stata essenzialmente la
guerra, accompagnata dalla sua tradizionale scorta di distruzioni, fame e pestilenze. Ma queste ultime avevano colpito gravemente anche altrove; per esempio nell’intera Europa mediterranea, che tra l’inizio e la fine del Seicento vide calare la
propria popolazione da 23,6 a 22,7 milioni di abitanti.
L’Italia, per esempio, era stata appena sfiorata dal flagello della guerra dei Trent’anni (solo uno degli scenari periferici di quel conflitto, la cosiddetta guerra di Mantova e del Monferrato, nel 1629, si era svolto nella penisola, vedendo contrapposti da
un lato i Francesi, dall’altro gli Spagnoli, gli imperiali e i sabaudi), ma le epidemie
di peste non l’avevano affatto risparmiata.
L’Europa nel 1648 dopo
la pace di Vestfalia
REGNO DI SVEZIA
REGNO
Helsinki
Oslo
DI
REGNO
Reval
IA
ON
DANIMARCA
DI SCOZIA
Stoccolma
EST
E
Edimburgo
LIVONIA
Riga
IRLANDA
MARE NORVEGIA
CURLANDIA
Copenaghen
DEL
A
York
Dublino
RB
NORD
REGNO
DUC. DI GRANDUCATO
MA
Amburgo
PRUSSIA
D'INGHILTERRA
DI
Brema
Stettino
L'Aia PROV.
Bristol
LITUANIA
RA
UNITE
H. DI B
RUSSIA
CO
Nel cuore dell’Europa continentale, cattolicesimo e protestantesimo conservarono così ciascuno un proprio ruolo, coesistendo nei decenni e nei secoli seguenti
secondo le regole fissate dalla pace di Augusta (1555), con le correzioni e i temperamenti apportati però ad esse dai patti di Vestfalia. L’Europa che conosceva finalmente la pace religiosa era tuttavia, in molte sue parti, un territorio profondamente segnato dal lungo conflitto.
ND
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I
Mosca
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Varsavia
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PR. DI
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Rouen PAESI BASSI SP.
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Magonza Francoforte Dresda ESIA
REGNO
Parigi
Treviri Norimberga Praga
Cracovia
R. DI
Verdun
ATLANTICO
Nantes
Bruxelles
Berlino
Colonia
DI POLONIA
DUC.DI BOEMIA
Avignone Torino
Roma
Sardegna
PRINC.DI
MOLDAVIA
PRINC. DI
TRANSILVANIA
Belgrado
Spalato
N
E Z Ragusa SERBIA
IA
Cattaro
Venez.
REGNO
GRAND.DI
TOSCANA Napoli
Azo
QANATO DI CRIMEA
Kaffa
PRINC.DI
Bucarest
VALACCHIA
E
DELLA
CHIESA
Corsica
IMPERO
MAR NERO
Costantinopoli
OTTOMANO
DELLE
DUE SICILIE
Sicilia
Confini degli Stati
dopo la pace di
Vestfalia (1648)
Confini del Sacro
Rom. Imp. nel
1648
Possedimenti degli
Asburgo d'Austria
Possedimenti degli
Asburgo di Spagna
Territori dei vassalli
dell'Imp. ottomano
Territori occupati
dagli Svedesi
ALBANIA Salonicco
Terre delle comunità
di Kazan e delle tribù
nomadi autonome
dello Stato russo
Palermo
Algeri
Tunisi
MAROCCO
V
Gibilterra
Ceuta
Melilla Orano
I
Port.
Genova Firenze
Marsiglia Lucca
STATO
Valencia I. Baleari
Granada
Tangeri
SAVOIA
D
P.
Siviglia
Venezia
RE
Tolosa
REGNO DI
ANDORRA
REGNO
PORTOGALLO
Saragozza
DI
Lisbona
Madrid
SPAGNA
REG
NO
D'
U
Digione Strasburgo BAVIERA Vienna
IA
REGNO
ER
GH
Monaco ARC.
FRANCA
DI CONTEA
Berna CONF.
D'AUSTRIA N
SVIZZERA
Budapest
FRANCIA Lione DUC.DIMilano
Gerard ter Borch, Il trattato di pace di
Münster, XVII secolo, Rijksmuseum
Amsterdam.
Con il giuramento degli ambasciatori
europei nel municipio di Münster, il
24 ottobre 1648, si concluse la pace di
Vestfalia che pose fine alla terribile
guerra dei Trent’anni.
COSAC
DEL D
Isole
Ioniche Atene
ALGERIA
Capitali degli Stati
MAR MEDITERRANEO
Creta
Cipro
Caratteri dell’età
controriformistica
10
Ve ne era stata una nel 1629-1630 (quella narrata da Alessandro Manzoni nei Promessi
sposi), che aveva colpito per lo più le regioni settentrionali, e un quarto di secolo più tardi, nel 1656, una seconda si era abbattuta nelle regioni del Meridione. Nel 1648-1649,
infine, anche la Castiglia, cuore della Spagna, era stata colpita dal medesimo flagello.
L’Italia sotto il dominio spagnolo
La Spagna e l’Italia sembravano essere divenute ormai parti di un medesimo sistema.
Dopo la pace di Cateau Cambresis, infatti, la corona di Spagna dominava direttamente quasi la metà della penisola italiana (i regni di Napoli, di Sicilia e Sardegna, il
ducato di Milano, qualche altro territorio minore) per mezzo di vicerè o governatori, ed esercitava comunque un forte controllo egemonico anche sugli altri Stati, che
ne dipendevano finanziariamente (è questo il caso, ad esempio, della Repubblica di
Genova) o politicamente (come i territori dei papi, i quali per l’attuazione della Controriforma facevano speciale affidamento sul sostegno della corte di Madrid).
Domenico Gargiulo, Piazza Mercatello a
Napoli durante la peste del 1656, Museo
di San Martino, Napoli.
L’immagine assai realistica delle durissime condizioni di vita in “tempo di pestilenza” è testimonianza esplicita di
come la cultura del tempo colleghi il
quotidiano alla dimensione religiosa.
Sulla città degli uomini si distende lo
sguardo misericordioso del Cristo e l’azione mediatrice della Vergine Maria,
invocata nella speranza di ottenere la
fine del flagello. Flagello percepito, al
tempo stesso, come punizione per i
peccati degli uomini e come prova della fede dei credenti. Questo tipo di sensibilità è impensabile, in Europa, al di
fuori dell’area mediterranea.
Dalla città alla campagna
L’Italia spagnola conobbe, specie nella prima metà del Seicento, una profonda trasformazione economica, che si espresse nel netto ridimensionamento della produzione manufatturiera, sconfitta dalla concorrenza esercitata dai Paesi dell’Europa nord-occidentale, e nella contestuale riconversione degli investimenti verso il settore agrario.
In un’atmosfera resa cupa tanto dai vuoti demografici determinati dalle pestilenze
(che risultarono più vistosi nelle città che nelle campagne), quanto dal pesante fiscalismo esercitato dalla corona spagnola specie a partire dalla guerra dei Trent’anni, la penisola si avviava così a smarrire quella vocazione borghese-mercantile di cui
i suoi ceti dirigenti urbani erano andati fieri durante i secoli precedenti, e a imboccare la strada di una ruralizzazione alla quale non tardarono ad associarsi fattori come l’espansione della feudalità e della mentalità aristocratica a essa connessa.
La “piccola” glaciazione del Seicento:
sue conseguenze produttive e sociali
momento in cui si sono occupati prevalentemente dei fatti politici (storia politica), esso è stato evidenziato da un nuovo settore della ricerca (storia del clima) solo di recente: la cosiddetta “piccola” glaciazione del Seicento, che comportò l’abbassamento di un grado della temperatura media dell’Europa, causando ritardi
nei raccolti e cali nelle rese, con il conseguente peggioramento delle prestazioni
della produzione agricola.
Questo fu un fenomeno che interessò l’intero continente e che ebbe al tempo
stesso drammatiche conseguenze sotto il profilo sociale. In particolare nell’Est europeo, a partire dalla Prussia per giungere fino alla Russia, nelle aree in cui il feudalesimo continuava più che altrove a costituire la base strutturale della vita rurale, lo sfruttamento esercitato dai signori sui contadini si fece infatti più duro e oppressivo.
L’Europa cambia baricentro
Eppure, malgrado l’insieme dei fattori sopra ricordati, è difficile parlare del Seicento come di un secolo uniformemente contraddistinto dalla crisi.
Mentre infatti aree come la Germania e il Mediterraneo conobbero un regresso,
Paesi come l’Inghilterra, l’Olanda, la Svezia furono protagonisti di uno slancio
che ne accrebbe la ricchezza e che contribuì allo sviluppo di un orientamento esistenziale improntato all’iniziativa e all’ottimismo.
Il Seicento europeo fu insomma un secolo a luci e ombre, durante il quale si assistette a una riformulazione globale dei rapporti di forza su scala continentale.
Se alla fine del Cinquecento il Mediterraneo cattolico poteva ancora essere considerato come l’autentico fulcro della civiltà europea, già mezzo secolo più tardi era
evidente che il baricentro di questa si era spostato altrove, verso le coste nord-occidentali, le cui acque brulicavano dei navigli olandesi e inglesi in arrivo da Paesi
lontani o in partenza verso uno di essi.
È una prospettiva quest’ultima, che avremo modo di approfondire anche nel prossimo capitolo, dedicato a ripercorrere in chiave storico-culturale i decenni che qui abbiamo analizzato sotto il profilo dei conflitti politico-economici e politico-religiosi.
Altri fattori, oltre quelli di cui abbiamo parlato, contribuivano a proiettare sul Seicento, in tutta Europa, l’ombra cupa della crisi e del regresso. Ne ricordiamo in
particolare uno, dal momento che, sostanzialmente ignorato dagli storici fino al
Novaja Zemlja
TERRITORI
CONQUISTATI
CORIACHI
dal 1533
al 1598
dal 1598
CIA
DA
L
MAR
C
ASP
IO
Ob
isei
Jen
a
russa e da rivolte contadine (gli anni tra
il 1610 e il 1613 furono detti “anni dei
torbidi”), nel 1613 venne eletto zar Michele III, capostipite dei Romanov. I suoi
discendenti riuscirono in seguito nella
non facile operazione di trasformare la
monarchia russa da elettiva – quale sostanzialmente era stata fino a quel momento – in ereditaria. La dinastia dei
Romanov sarebbe stata deposta dal
trono solo nel 1917, in occasione della
Rivoluzione bolscevica.
Anadirsk
1649
ˇ
Zasiversk
Verchne Kolymsk
al 1618
1639
1647
Obdorsk
1595
dal 1618
SIBERIA
*
SAMOIEDI
al 1689
Berezovo
Zigansk
Mosca
Ust-Viljujsk ORIENTALE
1593
1632
SIBERIA Mangazeja
I
1630
1601
EVENKI
OCCIDENTALE
nel 1650-60
Kamciatka
Verchoturje Pelym
Turuchansk
1598
1592 OSTIACHI
Okhotsk
Jakutsk
MAR DI
1607 TUNGUSI SIBERIA
IACUTI
Surgut
dal 1689
1649
1632
Turinsk TARTARI
CENTRALE
OKHOTSK
1594
al 1800
1600
Olekminsk Lena
Tobolsk
1635
Tiumen
1587
* abbandonati nel 1689
Orenburg
OSTIACHI
Narym
per
il
trattato
di Nercinsk
ˇ
1586
1743
Ienisejsk
Tara
LAMUTI
1598
ˇ
Isim
con la Cina
EVENKI
1619
1594
1570
Kirensk
KAZAKI
Tugursk
Gurev
1631
Verchne Angarsk
territorio soggetto
Krasnojarsk
1652
Tomsk
1647
all'impero russo
1628
Kosogorsk Sakhalin CIUKCI,... Popolazioni indigene
1604
Albazinsk
1655
Vercholensk
Tungirsk 1651
Ostrog (forti
Bratsk
1642
1647
e stazioni commerciali)
1630
Kuznetzk
Kumarsk
con data di fondazione
Nercinsk
ˇ
Barguzinsk
1618
1654
Balagansk
Lago
1648
Silsk 1658
1654
d'Aral
OCEANO
1654
Irkutsk
Udinsk
CINA
PACIFICO
1652
GIAPPONE
1647
lg
Vo
feroci tendenze autoritarie; la riprese
con decisione a fine secolo Boris Godunov, prima tutore del figlio di Ivan IV,
Fedor I (1584-1598), poi zar in prima
persona (1598-1605). Durante il suo regno ebbe luogo l’esplorazione e l’occupazione russa di vaste aree asiatiche e
venne avviata la colonizzazione della
Siberia.
Dopo il quindicennio iniziale del Seicento, contraddistinto da virulenti conflitti
interni tra le varie fazioni della nobiltà
Nizne
ˇ Kolymsk
1644
Sredne Kolymsk
1643
Jamal
Impero russo
nel 1533
CAM
scheda38. La Russia tra Cinquecento e Seicento
MAR DI LAPTEV
La Russia tra Cinquecento
e Seicento
CIUKCI
MAR GLACIALE ARTICO
MAR DI
BARENTS
MAR DI KARA
Tra Cinquecento e Seicento i contatti
della Russia (Moscovia) con l’Europa occidentale furono relativamente scarsi e
rapsodici. Essi si limitarono, sostanzialmente a una serie di conflitti ingaggiati
con la Polonia e con la Svezia allo scopo
di ottenere uno sbocco sul mar Baltico.
Vigorosa, invece, fu in quei decenni l’espansione del dominio degli zar (→ cfr.
cap. 5, par. 3) verso Oriente. La perseguì
durante il Cinquecento Ivan IV (15331584), detto Ivan il Terribile per le sue
Economia, società e guerra
Caratteri dell’età
controriformistica
IL TEMA
IL DOCUMENTO
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Economia, società e guerra
La pace
tra le religioni
Art. III – Noi ordiniamo che la religione cattolica apostolica e romana sia restaurata e ristabilita in tutti i luoghi e
L’Editto di Nantes
i distretti del nostro Regno e delle terre sotto il nostro dominio, nei quali la sua pratica è stata interrotta, così che
vi sia professata in pace e liberamente, senza disordini od opposizione. […]
Enrico, per grazia di Dio Re di Francia e di Navarra, a tutti i presenti e i posteri, salute.
Tra le infinite grazie che a Dio è piaciuto dispensarci, una delle più significative e notevoli è quella di averci dato la forza e il po-
5
diviso in tanti partiti e fazioni, che la più giusta di esse era in minoranza, e di averci nondimeno fortificati in tal modo contro que-
la loro coscienza riguardo alla religione o di essere per tal causa perseguiti nelle loro case e distretti, dove deside-
sta afflizione, che infine la superammo e ora abbiamo raggiunto il porto della salvezza e della quiete di questo Stato. […]
rano vivere, a patto che essi si conducano per il resto secondo le clausole del nostro rpesente editto.
Avendo veracemente e felicemente trionfato per grazia di Dio (nella guerra civile) ed essendo state da tutti deposte le armi e le
Art. IX – Concediamo pure a quelli della suddetta religione di realizzarne e continuarne la pratica nelle città e di-
tenzioni, e il premio che noi desideriamo per tutte le tribolazioni e le fatiche, che abbiamo sostenute nel corso della nostra vita.
Art. XIII – Proibiamo espressamente a tutti gli appartenenti alla suddetta religione di professarla, per quanto ri-
Delle suddette faccende, nelle quali è stato necessario portare molta pazienza, una delle più importanti sono state le lagnanze,
guarda ministero, regola, disciplina o pubblica istruzione dei ragazzi o altro, in questo nostro Regno e nei nostri
che abbiamo raccolte da molte delle nostre province e città cattoliche, in merito al fatto che la pratica della religione cattolica
domini, in materie concernenti la religione, fuori dei luoghi permessi e concessi dal presente editto.
45
Art. XXIII – Ordiniamo che non vi sia alcuna differenza o distinzione, a causa della suddetta religione, nell’accet-
no state rivolte suppliche e rimostranze dai nostri sudditi della cosiddetta religione riformata, sia per la mancata applicazione di
tazione degli studenti in università, collegi e scuole, o dei malati e poveri in ospedali. Infermerie e pubbliche isti-
quanto loro garantito nei suddetti editti, che per quanto essi desiderano sia a ciò aggiunto per la pratica della religione suddet-
tuzioni di carità.
ta, per la loro libertà di coscienza e per la sicurezza delle loro persone e beni; essi dichiarano di aver buoni motivi per nuovi e
Art. XXVII – Al fine di riunire più efficacemente le volontà dei nostri sudditi, come è nostra intenzione, e di evi-
maggiori timori a causa dei recenti disordini e correnti, che sono sorti sul pretesto e il fondamento della loro rovina.
tare ogni futura lagnanza noi dichiariamo che tutti coloro che professeranno la suddetta religione riformata, pos50
sono tenere ed esercitare ogni posizione pubblica, onore, carica e servizio qualsiasi, reale, feudale o altre cariche
mulgazione di leggi, noi abbiamo sempre rimandato tale compito da un’occasione all’altra. Ma ora che a Dio piace di dar-
nelle città del nostro Regno, paesi, terre e signorie a noi soggetti, nonostante ogni altro giuramento contrario, e
ci un poco più di pace, abbiamo giudicato di non poterla meglio impiegare che nell’occuparci di quanto concerne la glo-
devono esservi ammessi e accolti senza distinzioni; sarà sufficiente per le nostri Corti di parlamento e per gli altri
ria del suo Santo Nome e il suo servizio e nell’assicurarci che Egli possa essere venerato e pregato da tutti i nostri sudditi; e
giudici, indagare e accertarsi sulla vita, le abitudini, la religione e l’onesto comportamento di coloro, che sono e
se non gli è piaciuto concedere che ciò avvenga in una sola e comune religione, avvenga almeno in un solo intendimento e
saranno destinati alle cariche, sia di una religione che dell’altra, senza esigere da essi altro giuramento che non sia
55
quello di servire bene e fedelmente il re nell’esercizio delle loro funzioni e nel mantenimento delle disposizioni,
Per queste ragioni, […] proclamiamo, dichiariamo e ordiniamo:
secondo il solito uso.
Art. I – In primo luogo che sia estinto e soppresso il ricordo di qualsiasi azione compiuta dalle due parti dal principio del
E per maggiore garanzia del comportamento e della condotta, che ci attendiamo in seguito a questo editto, Noi vo-
mese di marzo 1585, sino alla nostra accessione alla Corona e durante gli altri precedenti disordini e al loro scoppio, come
gliamo, ordiniamo e desideriamo che tutti i governatori e i luogotenenti generali delle nostre province, i balivi, si-
se nulla fosse mai accaduto. […]
niscalchi e altri giudici ordinari nelle città del Regno suddetto, immediatamente dopo aver ricevuto questo editto,
Art. II – Noi proibiamo a tutti i nostri sudditi di qualsiasi rango o condizione essi siano, di rinnovare il ricordo di tali fatti, di
30
stretti sotto il nostro dominio, in cui era stata istituita e messa in atto pubblicamente parecchie distinte volte nell’anno 1596 e nell’anno 1597, sino alla fine del mese di agosto, nonostante ogni decreto o sentenza in contrario.
con un tale accordo, che non vi siano più disordini o tumulti tra di loro. […]
25
40
re in tal modo al consolidamento di una buona pace e di una perfetta quiete, che è stata sempre la meta di tutti i nostri voti e in-
Per non sovraccaricarci di troppi affari in una volta e poiché la violenza delle armi non è per nulla compatibile con la pro-
20
cediamo a quelli della suddetta religione riformata di vivere e risiedere in tutte le città e i distretti del nostro Regno e dei nostri domini, senza che siano importunati, disturbati, molestati o costretti a compiere alcunché contro
non è stata ovunque ristabilita secondo gli editti, precedentemente emanati per la pacificazione delle contese. Similmente ci so-
15
35
tere di non soccombere ai terribili turbamenti, confusioni e disordini, che esistevano quando salimmo al trono di questo Regno,
ostilità nel regno intero, ci conforta la speranza di avere un eguale successo in tutti gli altri affari da sistemare ancora e di arriva-
10
Art. VI – E al fine di eliminare ogni causa di discordie o contese tra i nostri sudditi noi abbiamo concesso e con-
60
giurino di farlo mantenere e osservare, ognuno nel suo proprio distretto; e parimente i sindaci, gli sceriffi, capita-
attaccare, osteggiare, ingiuriare o provocare vicendevolmente a rivendicazione del passato. […] Ma esortiamo tutti a con-
ni, consoli e magistrati delle città, annuali o perpetui. Noi inoltre ingiungiamo ai nostri suddetti balivi, siniscalchi,
tenersi e a vivere in pace come fratelli, amici e concittadini, sotto pena di essere passibili di punizione come perturbatori del-
ai loro luogotenenti e agli altri giudici di far giurare ai più eminenti cittadini di ambedue le religioni nelle sud-
la pace e della quiete pubblica.
dette città, di rispettare il presente editto, a partire immediatamente dalla sua pubblicazione. […]
Caratteri dell’età
controriformistica
DESCRIZIONE DEL
DOCUMENTO/FONTE
Ricavare Informazioni dalle Fonti
Repertorio bibliografico L’Editto di Nantes è riportato in Chiesa e Stato attraverso i secoli.
Documenti raccolti e commentati da Sidney Z. Ehler e John B. Morrall, introduzione di Giovanni Soranzo, Vita e pensiero, Milano 1958.
Tipo di testo L’editto è un atto emanato da una pubblica autorità. Il termine deriva dal diritto romano. In questo caso si tratta di un editto regio, in cui Enrico IV di Francia si pronuncia in materia religiosa concedendo la libertà di culto alla minoranza ugonotta a precise condizioni. Non si tratta di un atto unilaterale del sovrano, ma della sanzione giuridica
dei risultati di una complessa trattativa che tiene conto delle richieste avanzate dagli ugonotti. Anche i sovrani che precedono Enrico IV, (Carlo IX e Enrico III) utilizzano atti analoghi
per regolamentare la stessa materia. Il presente Editto consta di un preambolo e novantacinque articoli, ai quali poco dopo se ne aggiungono altri cinquantasei, e due “brevetti”
che integrano il testo con concessioni ulteriori.
Lingua originale Il testo originale è in francese e si trova in J. Dumont, Corps universel diplomatique du droit des gens, tomo V, parte I, Amsterdam-Aja, 1728.
Datazione Il 13 aprile del 1598 Enrico IV firma l’Editto di Nantes, dopo due anni di negoziati
con gli ugonotti. È questo il momento conclusivo di un lunghissimo periodo (quasi quarant’anni) di terribili scontri fra le opposte fazioni dei cattolici e degli ugonotti; alla firma
della pacificazione religiosa segue di poco la fine della guerra con la Spagna, grande alleata del partito cattolico: il 21 maggio Filippo II firma la Pace di Vervins.
Soggetto emittente Enrico di Borbone Navarra, capo, dal 1576, della fazione ugonotta, designato nel 1589 da Enrico III a succedergli al trono, fra il 1593 e il 1594 abbandona pubblicamente il calvinismo, viene consacrato re a Chartres e accolto finalmente a Parigi, avendo
rimosso, con la sua conversione al cattolicesimo, la opposizione della capitale schierata durante le guerre di religione su posizioni decisamente anticalviniste.
Scopo e contenuto generale Scopo dell’Editto è di regolare pacificamente la coesistenza delle due confessioni religiose concedendo alla minoranza ugonotta la libertà di culto nei luoghi dove questo era stato tradizionalmente praticato, con l’esclusione di Parigi e di un limitato numero di centri controllati dalla Lega cattolica. A garanzia della pacificazione, vengono date agli ugonotti in custodia più di un centinaio di piazzeforti e tribunali civili e penali autonomi.
ANALISI DEL TESTO
La guerra civile
Tutto il testo dell’Editto è percorso dal
ricordo della drammatica guerra civile appena conclusa e dal timore del
riaccendersi della violenza. Almeno
formalmente il documento si pone super partes, gli articoli I e II che impongono la fine delle passate lotte, implicitamente sostengono che è indistricabile l’intreccio dei torti e delle ragioni
delle due parti. A analizzare con più
attenzione si scopre però che nell’articolo I l’intero periodo delle guerre di
religione rimane sullo sfondo, mentre
l’arco temporale che viene preso a ri-
ferimento va solo dal 1585 al 1594 (riga 25) e corrisponde al periodo in cui,
prospettandosi ormai chiaramente la
successione dell’ugonotto Enrico di
Navarra al trono di Francia, il partito
cattolico si concentra sul tentativo di
escludere Enrico dal trono che fu di
san Luigi. Questo getta una luce speciale sulla “sanatoria” lanciata dall’Editto che non riguarda soltanto la divisione religiosa in generale, ma anche
il riconoscimento o meno del titolo di
re a Enrico, quasi un doppio atto di riconciliazione: fra il re e i suoi oppositori cattolici e fra le due confessioni.
La concezione del potere sovrano
L’Editto fin dalla premessa rivela
quale ruolo re Enrico si attribuisce e
enuncia una concezione generale del
potere del sovrano. L’obiettivo che
Enrico persegue, dopo aver concluso
positivamente il conflitto armato, è
la pacificazione politica. Già venti
anni prima, uno dei più importanti
teorici dell’assolutismo, Jean Bodin,
nel pieno delle guerre di religione,
per uscire da quella condizione intollerabile, aveva sostenuto la necessità
di una “monarchia regia”, un governo autorevole, forte ma temperato
dalle leggi, capace, non tanto di ridurre il Paese ad una unica religione
(secondo l’antico motto “una fede,
una legge, un re”) ma di pacificarlo
costruendo la nuova forza della monarchia sulla convivenza di confessioni diverse. Nel testo dell’Editto di
Nantes il re è il perno dell’unità nazionale, ha come meta (riga 8) il
«consolidamento di una buona pace
e di una perfetta quiete». Per questo
dichiara di dover mediare fra le «lagnanze» delle province e città cattoliche, che rivendicano la piena restaurazione del cattolicesimo e le
«suppliche e rimostranze» dei sudditi
riformati, preoccupati per l’insorgere
di nuove minacce (riga 10 e 13). L’Editto vuole garantire gli uni e gli altri, dare risposte a entrambi, collocarsi in una posizione agnostica, a
metà strada fra le due opposte ragioni.
La libertà di coscienza
Stando alla Premessa (riga 15) uno
degli obiettivi dell’Editto è il riconoscimento della «libertà di coscienza»,
espressione ripresa alla riga 34-35.
Tuttavia, pur cercando, non troveremo una definizione della libertà di
coscienza così come si era precisata
nella riflessione filosofica e teologica
del tempo. La scelta della soluzione
«politica» significa che il sovrano o lo
Stato rinunciano a disciplinare le coscienze, si limitano a intervenire sui
comportamenti, regolamentando l’esercizio del culto. Il passo su cui si regge la rinuncia dello Stato a distinguere fra vera e falsa religione è assai interessante: obiettivo del potere regio
è quello di fare in modo che Dio possa essere pregato e venerato da tutti i
sudditi; poiché a Dio non è «piaciuto
concedere che ciò avvenga in una
sola e comune religione» (riga 21)
(le differenze confessionali non sono
il frutto di errore, inganno del diavolo, ma quasi un fatto della Provvidenza), il sovrano fa in modo di preservare almeno l’unitarietà della intenzione: l’importante è che i sudditi adorino Dio, comunque esso venga rappresentato. Questo passo rappresenta un primo, rilevante elemento di
rottura rispetto alla politica della
Controriforma che, con il Tribunale
dell’Inquisizione, mirava a scrutare
nelle coscienze e divideva la religione
vera dalle false credenze.
La libertà di culto
Gli articoli IX e XIII ci mostrano che
cosa intende l’Editto per libertà di
culto. La Francia da tempo era divisa
in due aree: quella in cui si era diffuso
il calvinismo e quella tradizionalmente controllata dalla Lega Cattolica.
Nelle città e nei distretti (riga 39-40)
in cui in passato era ammesso pubblicamente il culto calvinista, viene concessa la libertà di culto e quindi si determina una situazione di pluralismo
religioso, negato invece nell’altra
parte di territorio francese (limitata
alla fine alla città di Parigi e dintorni).
La coesistenza delle due confessioni
religiose è senza dubbio un fatto importante, significa il superamento
della la territorialità della religione
sancita dalla pacificazione di Augusta
e la caduta del principio del cuius regio eius religio, per cui i sudditi sono
costretti a seguire la religione del
principe. Questo principio, come si vede dall’art. XIII soffre tuttavia di limitazioni. La limitazione della libertà di
culto a regioni sia pur estese ma che
non coincidono con l’intero territorio
dello Stato francese è il segno della
condizione di discriminazione di cui
soffre la minoranza ugonotta rispetto alla maggioranza cattolica, e di di-
Economia, società e guerra
suguaglianza delle due chiese, per
cui il culto riformato si dice che è
“tollerato”.
I diritti di cittadinanaza
Gli individui di cui l’Editto regola i
comportamenti religiosi sono sudditi (riga 27, 34, 48 ecc.) in quanto
sono sottomessi tutti egualmente alla legge del sovrano, ma, rispetto ai
cattolici, non soffrono di esclusioni
(come invece capita agli ebrei). Gli
articoli XXIII e XXVII attribuiscono
loro il diritto di accedere all’università e all’istruzione in generale, di
usufruire della pubblica assistenza,
di esercitare qualsiasi professione e
ricoprire qualsiasi carica pubblica; i
criteri di selezione non sono quindi
l’appartenenza religiosa bensì la
lealtà (fedeltà al sovrano) e la capacità personale (riga 54-55). Gli ugonotti sono quindi cittadini a tutti gli
effetti. Ma il lungo elenco di attività
e cariche a cui possono accedere ci
dice qualcosa di più: alcune funzioni
sono legate al tradizionale assetto
feudale, più che attività risultano essere privilegi. Il concordato fra re e
ugonotti non fissa sulla carta solo
dei diritti ma riconosce nello stesso
tempo la possibilità di accedere a
privilegi. A rafforzare questa condizione, il secondo Brevetto emanato
in coda all’editto concede «tutte le
piazze, città e castelli che essi occupavano alla fine del mese di agosto
scorso, nelle quali ci sarà guarnigione…». L’ottica entro cui si muove
l’Editto è ancora quella della società
divisa in corpi e della pluralità dei
poteri. Lo Stato moderno rivendicherà invece a sé il controllo dell’ordine interno e della forza e non consentirà che i cittadini dispongano di
armi proprie, piazzeforti e città fortificate.
IL
LABORATORIO
DELLO STORICO
Borghesia e pittura in Olanda
1
2
1. Harmenszoon Van Rijn Rembrandt, Un
banchiere olandese, 1639, incisione, Bibliotheque Nationale, Parigi.
2. Harmenszoon Van Rijn Rembrandt, Bue
squartato, 1655, Museo del Louvre, Parigi.
3. Harmenszoon Van Rijn Rembrandt, Ritratto di Nicolaes Bruyningh, 1652, Staatliche
Kunstsammlungen, Kassel.
4. Jan Vermeer, Fanciulla e due cavalieri,
1660 ca., Buckingham Palace, Londra.
5. Harmenszoon Van Rijn Rembrandt,
Anatomia del Dottor Joan Deyman, 1656,
Rijksmuseum, Amsterdam.
6. Frans Hals, Ritratto di coppia, 1622, Rijksmuseum, Amsterdam.
7. Paul Bloot, Lo studio di un avvocato nei Paesi Bassi, XVII sec., Rijksmuseum, Amsterdam.
Non un santo, né una figura uscita
da un passo biblico o evangelico; bensì un banchiere, che, mentre con la
mano destra consegna a un uomo inginocchiato accanto a lui un sacchetto
di denaro in prestito, con la sinistra
annota sul registro il nome del debitore e l’importo della somma 1 : la civiltà mercantile e finanziaria sorta in
Olanda tra fine Cinquecento e inizio
Seicento ebbe una sua inconfondibile
impronta anche nel campo delle arti
figurative.
Mentre nel resto d’Europa in quegli
stessi decenni la pittura restava infatti
prevalentemente ancorata a temi di
carattere religioso o mitologico – i primi prediletti nelle chiese, i secondi nel
mondo delle corti – nelle Province Unite prese forma un nuovo tipo di arte.
Le sue caratteristiche vengono descritte così da Arnold Hauser: «Le opere
dei pittori olandesi si possono trovare
dappertutto, salvo nelle chiese; e del
resto il quadro di devozione non esiste
nell’ambiente protestante. Le storie
bibliche hanno un posto relativamente modesto accanto ai soggetti profani
[…]. I temi preferiti sono invece quelli
tratti dalla vita quotidiana: il quadro
di costume, il ritratto, il paesaggio, la
natura morta, la scena d’interno, lo
studio di architettura. Mentre nelle monarchie cattoliche il genere prevalente
è ancora il quadro di storia, sacra e
profana, in Olanda si sviluppano in
piena autonomia i motivi sinora considerati accessori. Le scene di genere, i
paesaggi, le nature morte non sono
più semplici particolari di composizioni bibliche, storiche o mitologiche, ma
acquistano un valore autonomo: i pittori non hanno più bisogno di un pretesto per trattarli. E quanto più immediato, evidente e quotidiano è un tema, tanto più grande è il suo valore
per l’arte […]. Argomento dell’arte diventa innanzitutto ciò che è proprietà
dell’individuo, della famiglia, della comunità, della nazione: la stanza e l’andito, la casa e il cortile, la città e i suoi
dintorni».
Ed ecco, nelle opere di Rembrandt
(1606-1666), uno dei grandi maestri
della pittura olandese del Seicento, visualizzarsi immagini sino a quel momento senz’altro inconsuete, e improntate a un approccio estremamen-
te realistico con l’ambiente circostante. Con la sua raffigurazione di un bue
squartato e appeso 2 l’artista ci introduce all’interno di una bottega di
macellaio; poi 5 ci offre la possibilità
di entrare in uno studio chirurgico,
dove un gruppo di medici è al lavoro
su un cadavere; infine ci consegna il ritratto gaudente di un esponente della
borghesia mercantile 3 .
Un pittore come Rembrandt viveva
stabilmente immerso nel mondo che
raffigurava; le scene di vita borghese e
professionale che affiorano dalle sue
tele erano infatti quelle caratteristiche
dell’ambiente dei suoi committenti. E
questi ultimi volevano, per l’appunto,
vedere ritratti e rispecchiati essenzialmente se stessi, i propri luoghi, i propri scenari.
Nell’Olanda di quei decenni si manifestò un fatto nuovo non solo sotto il
profilo dei soggetti – profani, e non
più sacri o mitologici – ma anche sotto
quello del rapporto tra l’opera d’arte
e la sua collocazione spaziale. Come
abbiamo visto, infatti, le opere non
erano più destinate alle chiese, anche
perché le fedi riformate – diversamente da quella cattolica – non attribuivano alla raffigurazione pittorica una
funzione importante nel culto, dal momento che tendevano a favorire lo sviluppo di una religiosità tutta interiore. I luoghi sacri, dunque, non esercitavano più quel ruolo di committenza
semiesclusiva che per secoli era stato
da essi assolto e che per gli artisti aveva rappresentato al tempo stesso
un’occasione per sopravvivere e un
forte vincolo sotto il profilo tematico.
Ad accogliere le creazioni dei pittori sarebbero state invece ora prevalentemente abitazioni private: case di
mercanti, imprenditori, professionisti,
che nel mercato dell’arte individuavano tanto una opportunità di investimento quanto lo strumento per dare –
per così dire – un “tono” alle proprie
dimore. Non c’era, praticamente, in
Olanda casa borghese senza quadri.
Dalla grande pittura decorativa (affreschi, tele di enormi dimensioni) caratteristica della committenza ecclesiastica e di corte, si passò così ai dipinti di piccolo formato, ai così detti
quadri di gabinetto, adatti a essere
ospitati su una delle pareti domestiche
e a rifrangere, quasi come uno specchio, le scene che ogni giorno si svolgevano negli spazi contigui.
Oltre a Rembrandt, due furono i
grandi maestri della pittura borghese
olandese di quest’epoca. In una tela di
piccolo formato dipinta dal primo di
essi, Jan Vermeer (1632-1675), si può
apprezzare compiutamente quell’affermazione del realismo pittorico di
cui abbiamo parlato poc’anzi 4 . La
scena raffigurata ha un tono spiccatamente profano e l’ambientazione è
ricca di quegli arredi domestici, colti
fin nei minimi particolari, di cui la borghesia olandese andava tanto fiera. Si
notino gli abiti delle tre figure, raffinati ed eleganti, ma privi della pomposità aristocratica.
L’illustrazione 6 è anch’essa emblematica del baldanzoso piacere di
vivere ostentato dagli strati elevati
della società. Questo ritratto di coppia, opera di Frans Hals (1580 circa1666) – il terzo grande maestro della
pittura olandese – è ambientato sullo
sfondo di un parco e sembra alludere
a un’atmosfera di festa, la festa del
giorno di riposo dopo un’intera settimana spesa nel lavoro: un lavoro ricco
di profitti, a giudicare dallo sfarzo
dell’abbigliamento dell’uomo e della
donna, la cui serenità di espressione
pare riflettere la salda coscienza di sé
e del proprio ruolo sociale.
Ed eccoci infine 7 in uno studio
professionale. Questa immagine ci riconduce al punto da cui siamo partiti
1 ; a un mondo, dunque, fatto non
solo di persone di successo, ma anche
di poveri diavoli.
Come nel debitore inginocchiato
accanto al banchiere, così anche in
questa dimessa fila di persone in attesa del proprio turno di ricevimento, riconosciamo i tratti di un’umanità male
in arnese, che forma i ceti medio-bassi
della società mercantile olandese. Accanto all’Olanda dei grandi borghesi,
c’è insomma anche quella dei piccoli
borghesi e dei contadini; tutti convivono però all’interno di un ambiente
contraddistinto da valori fortemente
profani e mondani, quelli che variamente questo percorso nella pittura
locale del Seicento ci ha illustrato.
3
5
7
4
6
Strumenti per lo studio e la scrittura
Il tema storico
Il tema storico
va antichi diritti. La discesa di Carlo fu travolgente e lungo il cammino percorso dal suo esercito si assistette allo scatenarsi di una serie di
conflitti tra fazioni cittadine, alcune delle quali
sollecitarono l’aiuto di Carlo e dei suoi armati
per mettere a tacere le altre, mettendo così a
nudo la precarietà dei poteri costituiti in molti
degli Stati italiani.
A Milano un dissidio interno alla dinastia ducale
degli Sforza culminò nell’ascesa al potere di Ludovico il Moro (1452-1508), che sarebbe rimasto
duca dal 1494 al 1500, il quale colse l’occasione
rappresentata dall’arrivo dei francesi per appoggiarsi in un primo momento a loro e eliminare il
nipote, il quale gli contendeva lo scettro. A Firenze, dove Piero de’ Medici aveva appoggiato
PER SAPERE
1. Cos’è il tema storico
Il tema storico, così come quello letterario, scientifico, di attualità ecc., è un testo d’uso scolastico consistente nello svolgimento di un dato argomento per verificare le conoscenze e le
abilità espositive dello studente.
Caratteristiche comuni a tutti i tipi di tema sono la coerenza dell’organizzazione del testo e la
pertinenza all’argomento assegnato.
Il tema storico si qualifica in particolare per essere narrazione di eventi, descrizione e analisi
di processi, interpretazione e argomentazione di tesi.
●
Carlo VIII, dopo il passaggio delle truppe la popolazione insorse, venne cacciata la dinastia signorile e proclamata la Repubblica. A Napoli,
conquistata dalle truppe francesi nel 1495, i baroni del regno si schierarono a favore del nuovo
venuto e non esitarono a tradire la corona d’Aragona.
Poco dopo essersi impadronito di Napoli, tuttavia, temendo di venire bloccato al fondo della
penisola dalla lega che Venezia, Milano, Firenze, l’Impero, la Spagna e lo Stato pontificio avevano formato contro di lui e che cercò di sbarrargli la strada nella battaglia di Fornovo, Carlo
VIII si affrettò a ripercorrere a ritroso il tragitto
e tornò in Francia alla fine dello stesso anno.
Qui morì nel 1498.
Testo descrittivo
Capitolo 8, paragrafo 1
La permanenza delle strutture tradizionali: l’Impero
2. Le abilità richieste
La nuova situazione peraltro riguardava solo
una parte d’Europa. Altrove l’antico mosaico
territoriale di formazione medievale restava ancora sostanzialmente intatto.
Nominalmente l’intera area distesa tra il Reno e
la Polonia risultava far parte di un nesso unitario,
quello del Sacro Romano Impero, che inglobava
anche parte dell’Italia settentrionale. Ma alla dignità di imperatore, elettiva anche se ormai quasi sempre assegnata a un membro della dinastia
degli Asburgo, insediata in Austria, non corri-
Per svolgere al meglio questo tipo di prova si dovranno attivare principalmente le seguenti capacità:
1. capacità di leggere e analizzare la traccia delimitando l’argomento e individuando le
eventuali interpretazioni proposte.
2. capacità di selezionare tra le proprie conoscenze quelle pertinenti e adeguate
all’argomento proposto.
spondeva l’esercizio di un potere diretto su quei
territori. I sette “grandi elettori”, cui spettava il
compito di nominare il nuovo imperatore ogni
volta che quello in carica moriva (il re di Boemia,
i principi di Sassonia, Brandeburgo, Palatinato, i
vescovi di Magonza, Treviri, Colonia) vedevano
in lui una sorta di arbitro chiamato a comporre i
conflitti tra le quasi mille diverse unità territoriali che formavano l’Impero, ma non il titolare di
un dominio paragonabile a quello esercitato dalle teste coronate delle monarchie nazionali.
3. capacità di utilizzare fonti e materiale storiografico per la trattazione dell’argomento e a
sostegno delle proprie tesi interpretative.
4. capacità di costruire un testo coerente e organico.
5. capacità di scegliere la tipologia testuale più adatta alla trattazione o alle sue diverse parti
e di utilizzare un lessico appropriato.
3. Le tipologie testuali per lo svolgimento
Il tema storico utilizza le tipologie testuali espositivo-narrativa, descrittiva e argomentativa,
che possono trovarsi nello stesso testo poiché ciascuna ha una precisa funzione, necessaria
per la comprensione della storia.
Vediamo alcuni esempi tratti dal manuale.
●
●
Testo interpretativo/argomentativo
Capitolo 8, apertura
Da un lato le leggi, strumento di controllo dell’ordine interno di ciascun Paese; dall’altro la forza, il mezzo per conquistarne altri, sia con la violenza degli eserciti (il lione) sia con le astuzie della diplomazia (la golpe): tra la fine del Quattrocento e la prima metà del Cinquecento la storia
politica di alcuni Paesi europei fu contraddistinta
dalla felice combinazione di questi elementi. Accadde soprattutto nei territori che a fine Quattrocento, come abbiamo visto (vedi cap. 3), si erano
costituiti in monarchie nazionali, dotandosi di
una burocrazia (le leggi), di un esercito permanente (il lione), di un ben organizzato corpo diplomatico (la golpe). È soprattutto in considerazione degli sviluppi occorsi in quei Paesi (la Francia, la Spagna, l’Inghilterra) che è invalso l’uso di
considerare questi decenni come il periodo di avvio della cosiddetta età moderna, un’epoca che
convenzionalmente si fa terminare con il 1815,
data del crollo del sistema napoleonico.
Testo espositivo/narrativo
Capitolo 8, paragrafo 2
La discesa di Carlo VIII
La vulnerabilità italiana si manifestò chiaramente nel 1494 quando il re di Francia, Carlo
VIII (1470-1498, re dal 1483) varcò le Alpi con
circa ventiquattromila uomini ben armati, un’e-
sercito formidabile per quell’epoca, deciso a
conquistare il regno di Napoli, patrimonio della
corona spagnola d’Aragona, ma sul quale la casa d’Angiò, di cui Carlo era discendente, vanta-
I tre testi sono tratti dallo stesso capitolo del manuale (cap. 8, La formazione dell’Europa moderna); il primo narra la discesa di Carlo VIII in Italia; l’ordine in cui sono disposti i fatti è cronologico. Il secondo descrive l’Europa orientale, analizzando la trasformazione subita dal Sacro Romano Impero. Il terzo interpreta l’avvio dell’età moderna in relazione al costituirsi degli Stati nazionali (Francia, Spagna, Inghilterra) che si danno leggi, burocrazia e un corpo diplomatico come strumenti di esercizio del potere.
Strumenti per lo studio e la scrittura
Nel primo brano vediamo la storia in movimento, attraverso una successione di fatti, come se
guardassimo un film; nel secondo la storia si è come fermata in un luogo e in un tempo precisi, cosi da farci vedere la differenza tra Europa occidentale e Europa orientale, come se
guardassimo un quadro; nel terzo troviamo la chiave interpretativa dell’intero periodo, “l’età
moderna”, come se fossimo invitati a guardare dall’alto e la nostra visuale si allargasse, perdendo di vista i particolari, ma ampliando la visione a tutto l’insieme (tra la fine del Quattrocento e l’inizio dell’Ottocento).
Ciascuna di queste forme di scrittura ha dunque una sua funzione specifica, ma tutte sono importanti sia per la comprensione sia per la scrittura storica.
La scrittura espositivo-narrativa e la scrittura descrittiva hanno la funzione prevalente di riferire al lettore fatti, azioni, situazioni, fenomeni ecc., senza che su di essi chi scrive esprima un
giudizio esplicito.
La scrittura interpretativa ha invece come obiettivo principale quello di presentare una tesi sostenendo un’opinione che richiede di essere accompagnata da argomentazioni, ossia ragionamenti e prove che permettano di dimostrarne la validità.
4. La periodizzazione
Per la scrittura storica è bene avere presente che la storia è oggetto di suddivisione in periodi
a cura degli studiosi. Non sempre tali periodizzazioni coincidono per tutti gli storiografi e
quindi potranno risultare in parte diverse a seconda dei manuali. Inoltre è necessario tener
conto che il passaggio da un periodo all’altro non può essere datato in modo preciso e netto,
poiché si tratta, il più delle volte, di trasformazioni lente, in cui qualche cosa del passato rimane (o si trasforma) anche quando si afferma il nuovo. Inoltre bisogna ricordare che le periodizzazioni che noi seguiamo, ancorché con alcune opzioni differenti, valgono solo per la civiltà occidentale e non possono pertanto essere riferite alle storie di altri continenti, quali per
esempio quello asiatico o africano.
La periodizzazione è molto utile per identificare le caratteristiche di un unico fenomeno storico che si manifesta in più fasi. Dovendo ad esempio trattare un argomento quale “La figura
del monaco da san Benedetto all’ordine monastico-cavalleresco teutonico” è bene avere come
sfondo temporale i secoli che vanno dal VI al XII. Infatti, se da un lato san Benedetto da Norcia fondò il suo monastero a Montecassino intorno alla metà del VI secolo, dall’altro l’ordine
teutonico nacque alla fine del XII secolo nell’Europa nordorientale. Com’è evidente si tratta
di due periodi storici ben diversi tra loro (→ Cfr. Lessico del Medioevo e Scenario della Parte seconda, La crisi del Medioevo) ed è proprio da queste specificità di contesto che si possono evincere e argomentare le trasformazioni della figura del monaco.
5. Il lessico
La storia, come la maggior parte delle discipline, si caratterizza per avere un lessico specifico;
pertanto per scrivere di storia è importante tenere presente che termini d’uso comune spesso assumono nel discorso storico significati specifici. Qui di seguito ti indichiamo i principali
casi in cui il linguaggio storico si differenzia da quello comune e altri a cui dovrai prestare attenzione per non incorrere in errori durante la scrittura.
● Termini che sono realmente esistiti nel periodo del passato oggetto di studio e che, nel corso dei secoli, hanno cambiato significato. Esempio: “parlamento” (→ cfr. cap.4, par. 2).
● Termini che sono stati coniati in un’epoca successiva a quella oggetto di studio allo scopo di
descriverne aspetti, fenomeni, concetti ecc. Esempio: “feudalesimo” (→ cfr. Lessico del Medioevo , par. 1).
Il tema storico
Termini usati abitualmente anche oggi nel linguaggio comune, ma che possono risultare
imprecisi e generare confusione quando vengono usati in ambito storico. Ad esempio il termine “omaggio”, che nell’accezione d’uso comune significa “prodotto distribuito in regalo
a scopo pubblicitario”, mentre nel linguaggio storico indica, in riferimento all’epoca medioevale, “l’atto costitutivo del rapporto vassallatico” (→ cfr. Lessico del Medioevo, Glossario
dei termini istituzionali).
● Termini indicanti una periodizzazione che a seconda dei luoghi può variare nei limiti cronologici. Esempio: “Rinascimento” (→ cfr. cap. 7 Gli ideali dell’Occidente: Umanesimo e Rinascimento.).
● Termini che indicano luoghi geografici i cui confini sono diversi a seconda delle epoche
(ad esempio “Europa”) o che, addirittura, cessano di esistere nella realtà a partire da un dato momento storico (ad esempio “Prussia”).
Nell’elaborazione di un tema storico sarà quindi necessario fare attenzione all’uso delle parole, evitando la genericità che è spesso fonte di errori, cercando di non proiettare sul passato i significati odierni delle parole, e inoltre indicando, in caso di possibili ambiguità, il periodo o l’ambito geografico corrispondenti all’uso del termine. Esempio: L’Europa del X secolo (o di altro secolo); oppure: Il Rinascimento italiano (o europeo, o inglese).
●
6. Le fonti e i testi storiografici
Nell’elaborazione di un tema storico, specie se di natura argomentativa, si può far riferimento sia a fonti sia a testi storiografici a sostegno della tesi interpretativa proposta in relazione all’argomento assegnato.
Per esempio un tema che abbia come argomento la formazione degli Stati moderni dal titolo:
“La violenza degli eserciti e le astuzie della diplomazia sono, tra la fine del Quattrocento e la
prima metà del Cinquecento, insieme alla burocrazia e alle leggi, gli strumenti propri degli
Stati moderni” enuncia una tesi che può essere documentata ricorrendo alle seguenti fonti
presenti nel manuale:
● Documento contenuto nella RIF Un sistema di relazioni internazionali (Minuta del verbale del
Consiglio di Stato, Valladolid), cap. 8.
● Materiali contenuti nel Laboratorio dello storico dal titolo Diplomazia e guerra nel Cinquecento, cap. 8.
Il richiamo alle fonti non è sempre necessario nello svolgimento di un tema storico; è tuttavia
molto utile perché esse sono gli argomenti fondamentali che lo storico usa per costruire la sua
interpretazione. Così il citare una fonte equivale a usare “gli strumenti del mestiere” e dà forza alle argomentazioni.
Talvolta l’argomento di un tema storico può essere formulato ricorrendo a una citazione tratta da un testo storiografico oppure può chiedere di porre a confronto due tesi opposte di una
controversia storiografica. Una controversia è qualcosa di più forte rispetto alle differenze di
interpretazione dello stesso fenomeno storico da parte di due o più orientamenti storiografici. Le diversità d’interpretazione, il disaccordo e le controversie sono salutari per la crescita
della ricerca storica, come in qualunque altro campo del sapere.
Strumenti per lo studio e la scrittura
Il tema storico
PER
SAPER FARE
●
Tema su un fenomeno visto nel suo sviluppo (ad esempio: Lo sviluppo della borghesia mercantile tra il ‘300 e il ‘400 a Firenze)
- quali sono i limiti cronologici di tale fenomeno?
- in quale territorio si è sviluppato?
- quali sono le sue cause principali?
- quali sono le sue linee di sviluppo?
- quali sono i suoi aspetti più rilevanti?
●
Tema su un personaggio (ad esempio: “Lorenzo il Magnifico e la politica dell’equilibrio
nell’Europa della metà del ’400”)
- chi è il personaggio in questione?
- quali sono le sue principali caratteristiche?
- con quale/i evento/i storico/i va messo principalmente in relazione?
- qual è tale relazione?
1. Qualche esercizio preliminare
Prima di farti cimentare nella scrittura guidata di un tema storico ti proponiamo alcuni esercizi per autovalutare la tua comprensione degli argomenti finora affrontati.
1. Individua la tipologia di scrittura del seguente brano tratto dal manuale:
Capitolo 5, paragrafo 3
La struttura politica e sociale
dell’Europa centro-orientale
Nel corso del Trecento, mentre nell’Europa occidentale si consolidarono intorno all’autorità
del sovrano gli Stati nazionali, in Boemia, Ungheria, Polonia e Lituania si costituì un sistema
politico denominato “democrazia nobiliare”:
una democrazia parlamentare che si limitava alla rappresentanza di un unico ceto, quello dei
nobili. La nobiltà dell’Europa centrorientale
presentava però caratteri differenti da quella
dell’Europa occidentale. Numericamente più
consistente, era molto composita: c’erano nobili
grandi possidenti terrieri e signori di interi villaggi, altri con proprietà più piccole e sparse lavorate da un numero più o meno elevato di contadini; infine i nobili “nudi”, così denominati
perché privi di terre.
a testo espositivo-narrativo
b testo descrittivo
c testo interpretativo
2. Il tuo manuale ha diviso la storia in periodi: identificali attraverso l’indice.
3. Spiega perché in un tema avente un argomento riferito all’età medievale o moderna è opportuno usare i termini “parlamento” e “democrazia” specificandone il significato.
4. Nel capitolo 1 (Lessico del medioevo, Il laboratorio dello storico) La cattedrale: enciclopedia del Medioevo è una
fonte utile per argomentare una tesi interpretativa in un tema storico avente come argomento:
a
b
c
d
lo sviluppo dell’architettura gotica
la crisi del potere imperiale
l’affermarsi delle nuove società cittadina e mercantile
la storia del sapere e della cultura medievale
2. Fasi di stesura del tema storico
Leggere e analizzare la traccia del tema.
La lettura della traccia ti permette di identificare l’argomento principale e quindi di verificare le tue personali conoscenze. A seconda della tipologia dell’argomento proposto dalla
traccia poniti delle domande sul modello dello schema seguente:
● Tema su un evento o un fenomeno specifico (ad esempio: “Le caratteristiche sociali, politiche ed economiche del Comune nell’Italia del 1300”)
- in che periodo si colloca tale evento?
- in quale territorio?
- quali sono le sue cause principali?
- a quali altri eventi contemporanei si può collegare?
- di quali successivi eventi storici è stato causa o origine?
- quali sono i suoi aspetti più rilevanti?
●
Tema su un confronto tra più eventi o fenomeni o personaggi (ad esempio: “L’economia
del Comune e quella della Signoria”)
- quali sono gli eventi, i fenomeni, i personaggi da confrontare?
- sotto quali aspetti vanno confrontati?
- qual è il periodo di riferimento?
- qual è il territorio di rifermento?
- dal confronto emergono più somiglianze o differenze?
Valuta quindi se la traccia richiede uno sviluppo interpretativo (ad esempio: “Tra gli eventi
tragici del XX secolo emerge l’Olocausto degli ebrei. Ricostruiscine il contesto mettendone
in luce le cause, ripercorrine le fasi e gli eventi, ricordane gli esiti; sviluppa le tue riflessioni
servendoti anche di conoscenze extra-scolastiche: testimonianze, letture, film, documentari”) o se consente di trattare l’argomento assegnato anche solo in forma descrittiva (ad
esempio: “Illustra le conseguenze della peste del Trecento nell’Europa del tempo, indicando i mutamenti economici e sociali che contrassegnarono la ripresa del XV secolo”).
Raccogliere e selezionare le conoscenze.
In questa fase è opportuno che tu raccolga in forma di appunti o di mappa i dati storici (date, personaggi, eventi ecc.) che conosci sull’argomento.
Stendere la scaletta.
Metti in ordine logico e coerente le conoscenze e le idee che hai raccolto, sapendo che puoi
fare ancora qualche modifica, aggiungendo o scartando a seconda della rilevanza o della
scarsa significatività dei dati. Nella stesura della scaletta puoi indicare la successione delle
parti narrative, analitico-descrittive, argomentative, così da variare la tipologia di scrittura in
rapporto agli aspetti diversi del tema. Nella redazione della scaletta, in fase iniziale, occupati
più del corpo centrale dello svolgimento che della introduzione e della conclusione: queste
dipendono dal testo e possono essere scritte anche dopo.
I punti della scaletta che avrai elaborato saranno le parti fondamentali del testo e corrisponderanno ai paragrafi in cui esso verrà organizzato.
Sviluppare la scaletta.
Attenzione all’equilibrio delle parti e ai passaggi logici tra una e altra; poni sempre attenzione all’argomento principale; se introduci anche argomenti minori, non dare a questi eccessivo spazio; se
scegli un taglio interpretativo, ossia proponi una tua tesi personale riguardo il fenomeno storico oggetto del tema, ricorri a interpretazioni storiografiche e a fonti pertinenti di cui sei a conoscenza.
Scrivi quindi l’introduzione, che ha lo scopo di presentare in modo globale l’argomento, e la
conclusione, che deve riassumere il contenuto e gli scopi del testo talora introducendo ulteriori considerazioni.
Esercitazioni
CAPITOLO 10 - Economia, società e guerra
CAPITOLO 10
Economia, società e guerra
nevano lo Stato come valore superiore rispetto alle
confessioni religiose, motivo perenne di discordia e di
instabilità politica, ed emanò l’.........., con il quale veniva concessa libertà di culto agli ugonotti.
LESSICO E CONCETTI CHIAVE
1. Indica se le seguenti affermazioni
sono vere o false.
1 Il Gran Pensionario era il presidente dell’assemblea
rappresentativa di ciascuna delle sette province che
costituivano la federazione della Repubblica delle
Province Unite.
V
F
2 La comunità ebraica olandese era costituita in gran
parte da ebrei sefarditi.
V
F
3 L’Unione evangelica era l’unione di tutte le Chiese
nate dalla Riforma costituitasi con l’intento di formulare rituali religiosi comuni.
V
F
4 L’assemblea rappresentativa di cui era dotata ognu-
na delle Province Unite era di carattere censitario.
V
3. Rispondi alle seguenti domande
(3/5 righe).
1 Chi era lo Statolder?
2 Che cos’è il Talmud?
3 A quale esercito veniva attribuito l’appellativo di
“Invincibile Armata”?
4 Che cosa significa aristocrazia di spada?
Boemi, che avevano aderito al calvinismo, agli emissari del papa che volevano ricondurre il Paese alla
religione cattolica.
V
F
CAP. 10
a
b
c
d
4. Sviluppa gli argomenti indicati
(15 righe).
1 L’Inghilterra di Elisabetta I.
2. Completa il seguente testo con gli
3 Il massacro di san Bartolomeo.
inserimenti opportuni.
4 La Polonia tra Cinquecento e Seicento.
5 La Russia tra Cinquecento e Seicento.
CRONOLOGIA
5. Segna quale, tra le possibilità indicate, è quella corretta.
a nel 1572
b nel 1598
c nel 1610
d nel 1592
2 Il sacco di Anversa a opera dell’esercito spagnolo
avvenne:
a nel 1566
b nel 1576
c nel 1581
d nel 1600
V
F
5 La Svezia uscì dalla guerra dei Trent’anni nel 1635
nel 1573
nel 1648
nel 1555
nel 1571
con la Pace di Praga.
V
F
4 I cattolici, nella guerra dei Trent’anni, sconfissero i
protestanti nella battaglia della Montagna Bianca:
a
b
c
d
nel 1618
nel 1626
nel 1620
nel 1635
NESSI E RELAZIONI
8. Segna quale, tra le possibilità indicate, è quella corretta.
5 La Pace di Westfalia che pose fine alla guerra dei
Trent’anni venne firmata:
a
b
c
d
1 Le Province Unite furono uno Stato nuovo nel
panorama politico europeo della prima metà
del Seicento soprattutto per:
nel 1650
nel 1648
nel 1641
nel 1659
a lo straordinario sviluppo commerciale e manifat-
turiero unito a una grande forza militare.
b il carattere competitivo dei suoi centri finanziari e
lo sviluppo della cultura giuridico-economica.
c la forma repubblicana di governo e la tolleranza
date indicate a lato.
1 insurrezione dei Paesi
religiosa.
a 1568
d le dimensioni del suo impero coloniale.
Bassi contro la reggente Margherita d’Austria
2 cacciata
di Maria
Stuart dalla Scozia in
seguito a una rivolta di
aristocratici
3 concessione della li-
2 Il filosofo olandese Baruch Spinoza venne
espulso dalla comunità ebraica d’Olanda per:
a le sue posizioni laiche e la sua teorizzazione della
b 1566
libertà di pensiero, che lo allontanavano dall’ortodossia.
b la paura che le sue posizioni laiche e libertarie fornissero il pretesto per nuove persecuzioni a danno
della comunità ebraica.
c le pressioni del governo olandese, preoccupato
dalle opinioni democratiche del filosofo.
d la sua adesione a una versione dottrinale dell’ebraismo diversa da quella praticata dagli ebrei sefarditi.
c 1588
bertà di culto ai Boemi
da parte dell’imperatore Rodolfo II d’Asburgo
4 sconfitta dell’Invincibi-
d 1609
le Armata
5 pace dei Pirenei
1 L’Editto di Nantes venne emanato:
4 L’intermezzo italiano nella guerra dei Trent’anni si
aprì nel 1627 e si concluse nel 1631.
7. Collega gli eventi proposti con le
2 Il concetto storiografico di “economia mondo”.
I Paesi Bassi dalla metà circa del Cinquecento alla
metà del Seicento furono la prima potenza commerciale d’Europa e uno dei centri più importanti di diffusione del ........... L’insurrezione contro la dominazione .........., dovuta sia alla persecuzione religiosa sia
all’eccessivo fiscalismo, sfociò in una lunga lotta per
l’indipendenza guidata da .........., nel corso della quale gli Stati generali delle province settentrionali dichiararono decaduto Filippo II e proclamarono la ...........
Ogni provincia della federazione del nuovo Stato possedeva un’assemblea rappresentativa, gli .........., che
nominava suoi rappresentanti agli Stati generali, l’assemblea con potere legislativo che si riuniva a L’Aja.
Anche la Francia fu attraversata, nella seconda metà
del Cinquecento, da conflitti religiosi. In diverse regioni il calvinismo si era diffuso soprattutto presso i
.......... e aveva trovato sostegno anche presso la potente famiglia dei .......... Quando la lotta ebbe termine e salì al trono di Francia Enrico IV, ugonotto convertitosi al .........., questi mise in atto, insieme al suo
ministro Sully, i principi sostenuti dai .........., che po-
flotta cattolica multinazionale avvenne:
5 Che cosa significa aristocrazia di toga?
F
5 La “defenestrazione di Praga” fu la risposta dei
3 La battaglia di Lepanto contro i Turchi vinta da una
e 1659
6. Indica se le seguenti affermazioni sono vere o false.
ziare Maria Stuart perché:
a Maria aveva tentato una restaurazione del cattoli-
1 Nella lotta dei Paesi Bassi contro la Spagna la gran-
de nobiltà di fede cattolica si unì ai protestanti dopo il 1567.
V
F
2 La Spagna riconobbe ufficialmente l’indipendenza
dalle Province Unite nel 1581.
3 La regina Elisabetta d’Inghilterra fece giusti-
V
F
3 Nel 1632 le truppe imperiali guidate da Wallenstein
vennero sconfitte dagli svedesi nella battaglia di
Lützen.
V
F
cesimo in Inghilterra.
b Elisabetta temeva di essere sostituita sul trono da
Maria, sostenuta dai cattolici inglesi e dai suoi oppositori.
c la Scozia di Maria aveva sostenuto la lotta per l’indipendenza delle Province Unite contro la Spagna,
alleata dell’Inghilterra.
d Maria aveva tentato di sottomettere l’Inghilterra
alla Scozia, Paese di cui era regina.
CAP. 10
Esercitazioni
CAPITOLO 10 - Economia, società e guerra
4 Nel corso del secondo Cinquecento molti espo-
nenti della nobiltà europea, in Francia come in
Boemia, aderirono al calvinismo perché:
1 Perché fallì l’opera di ricattolicizzazione dell’Europa
sizione al potere dei sovrani.
b trovarono nel calvinismo la legittimazione di un
ordine sociale fortemente gerarchizzato di cui essi
si sentivano parte integrante.
c videro nel calvinismo l’espressione di un cristianesimo più puro e vicino alle origini, libero da ogni
forma di mondanizzazione.
d apprezzarono il principio moderno della separazione del potere religioso da quello politico presente nel calvinismo.
e si giunse piuttosto a una coesistenza tra cattolicesimo e protestantesimo?
Paese a prevalenza cattolica, si unì alla coalizione dei Paesi protestanti perché:
a non voleva entrare in conflitto con la popolazione
di fede calvinista presente sul suo territorio, temendo il ripetersi delle guerre di religione del secolo precedente.
b era legata ai paesi protestanti, Svezia e Inghilterra
soprattutto, da forti interessi commerciali.
c temeva che una completa ricattolicizzazione dell’Europa avrebbe dato troppo potere alla Chiesa.
d l’interesse politico, cioè la volontà di contrastare i
piani di espansione degli Asburgo d’Austria e di
Spagna, era più forte della motivazione religiosa.
9. Indica se le seguenti affermazioni sono vere o false.
LEGGERE E INTERPRETARE
LE FONTI
(3/5 righe).
a trovarono nel calvinismo uno strumento di oppo-
5 Durante la guerra dei Trent’anni la Francia,
2 Perché in Italia, nella prima metà del Seicento, si eb-
be una riconversione degli investimenti verso il settore agrario?
3 Perché Richelieu attaccò la fortezza ugonotta di La
Rochelle?
4 Perché non possiamo parlare del Seicento come di
un secolo interamente contrassegnato dalle crisi?
5 Quali conseguenze ebbe la “piccola glaciazione”
del Seicento?
11. Sviluppa gli argomenti indicati
(15 righe).
5
12. Esamina l’immagine indicata e rispondi alle domande.
1 Immagine 5 Il Laboratorio dello storico,
p. x del manuale.
1. Che cosa rappresenta la scena dipinta?
2. In quale atteggiamento sono raffigurati i
personaggi?
3. Quali sono le caratteristiche dell’ambiente?
4. Perché è importante conoscere anche le dimensioni del quadro?
5. A quale categoria di persone era destinato questo tipo di produzione artistica?
6. Che relazione c’era tra il soggetto di questi quadri e le persone a cui erano destinati?
1 Un secolo di guerre di religione.
2 Lo sviluppo economico della Repubblica delle Pro-
RIELABORARE E ARGOMENTARE
vince Unite.
3 Le conseguenze dell’ascesa commerciale e maritti-
ma dell’Olanda e dell’Inghilterra.
4 L’alternativa tra protestantesimo e ricattolicizzazio-
ne alla fine del primo decennio del Seicento in Polonia e nelle province dell’Impero.
5 Demografia ed economia nel Seicento.
Il tema storico
La guerra dei Trent’anni ridisegnò la mappa politica dell’Europa, stabilendo una nuova coesistenza delle fedi. Mostra come si giunse a questo risultato, illustrando le cause della guerra e l’intreccio tra politica e religione che fu una delle caratteristiche salienti del conflitto.
Il saggio breve
1 La pace di Vestfalia segnò il tramonto del disegno
centralizzatore perseguito dagli Asburgo, confermando in Germania un assetto policentrico destinato a durare a lungo.
V
F
2 Le guerre di religione si intrecciarono con i contrasti
di natura politica ed economica tra gli Stati europei.
V
F
3 La flessione demografica registrata in Germania al-
la metà del Seicento era stata provocata essenzialmente da una serie ininterrotta di carestie e di pestilenze.
V
F
4 Nella prima metà del Seicento l’Italia trasse molti
CAP. 10
10. Rispondi alle seguenti domande
benefici dalla dominazione spagnola, perché approfittò dei vantaggi derivanti dall’essere parte integrante di un vasto Impero.
V
F
5 La Lega cattolica costituita nel 1609 era una coali-
zione militare tra tutti gli Stati cattolici d’Europa
guidata dalla Francia.
V
F
Argomento
L’indipendenza olandese.
Documenti
●
DOC. 1
La dichiarazione d’indipendenza olandese
«È a tutti evidente che un principe è posto da Dio al governo di un popolo per difenderlo dall’oppressione e dalla violenza, come il pastore il suo gregge; e Dio non creò il popolo schiavo del suo
principe, per obbedire ai suoi ordini a ragione e a torto, ma creò piuttosto il principe per il vantaggio dei sudditi (senza i quali egli non potrebbe essere principe) e per reggerli secondo giustizia, per
amarli e aiutarli come il padre i suoi figli, o il pastore il suo gregge, e per difenderli e proteggerli finanche a costo della vita. E quando egli non si comporti così, ma al contrario, li opprime, tentando
di violare loro antiche consuetudini e privilegi esigendo la loro servile ubbidienza, allora egli non è
più un principe, ma un tiranno e i sudditi non devono considerarlo in altro modo. E in particolare,
quando ciò è fatto deliberatamente, senza autorizzazione degli Stati [Generali], essi possono non
soltanto rifiutarsi di riconoscere la sua autorità ma procedere legittimamente alla scelta di un altro
principe per la loro difesa.
CAP. 10
Esercitazioni
Questa è la sola via lasciata ai sudditi, le cui umili petizioni e rimostranze non riuscissero a persuadere il loro principe, o a dissuaderlo da provvedimenti tirannici; e questo è ciò che la legge
di natura impone per la difesa della libertà che noi dobbiamo trasmettere ai posteri anche a costo della nostra vita [...].
Non avendo alcuna speranza di riconciliazione e non trovando alcun altro rimedio, noi siamo
stati costretti in conformità della legge di natura, a nostra difesa e per mantenere i diritti i privilegi le libertà dei nostri concittadini, delle nostre mogli e dei nostri figli e dei nostri discendenti, siamo stati costretti per non essere resi schiavi dagli Spagnoli, a rifiutare l’obbedienza e
sudditanza al Re di Spagna e a prendere le misure che ci sembreranno opportune per conservare le nostre antiche libertà e privilegi.
Sia noto a tutti con questa dichiarazione, che essendo stati ridotti a questo estremo, come si è
detto innanzi noi abbiamo unanimemente e formalmente dichiarato, e con questo atto presente dichiariamo che il Re di Spagna ha perduto, ipso iure, ogni diritto ereditario alla sovranità
di questi paesi, e siamo decisi d’ora innanzi a non riconoscere la sua sovranità e giurisdizione
né alcun suo atto relativo ai territori dei Paesi Bassi, né a far uso del suo nome come principe,
né a sopportare che altri lo faccia.
In conseguenza noi dichiariamo anche che tutti gli ufficiali, giudici, signori, gentiluomini, vassalli e tutti gli altri abitanti di questo paese di qualsiasi qualità e condizione sono d’ora innanzi sciolti da ogni giuramento e obbligo nei confronti del Re di Spagna come sovrano di questi
paesi».
In Gaeta-Villani, Documenti e testimonianze, Principato, Milano 1978.
●
CAPITOLO 10 - Economia, società e guerra
●
DOC. 3
Jan Vermeer,
Il soldato e la fanciulla che ride, 1657.
DOC. 2
La Compagnia delle Indie orientali
CAP. 10
«Il commercio che gli Olandesi svolgono in Italia è vasto e importante; essi vi portano molte mercanzie dalle Indie, dal Nord e dalle loro manifatture; e esportano molta seta, stoffe di seta, e alcune derrate del paese; commerciano principalmente nei porti di Genova, di Livorno, di Venezia, di Napoli e di Messina. Queste cinque piazze sono, per così dire, i depositi di tutte le merci
che il resto dell’Italia fornisce agli stranieri, dove questi portano le loro, che sono poi distribuite
in tutta l’Italia. Genova è senza dubbio la città dove si svolge la maggior parte del commercio,
non solo perché le manifatture vi sono fiorenti e commercia molto con proprie navi presso gli
stranieri, soprattutto in Ispagna, ma anche perché il commercio di tutta la Lombardia con gli
stranieri passa di là.
Gli Olandesi si procurarono tutte queste merci per lungo tempo a Lisbona, dove quelle si trovavano in abbondanza; se non che, essendo stata unita nel 1580 la corona del Portogallo a quella di
Castiglia, le persecuzioni che seguirono contro di loro negli Stati sotto la dominazione di Filippo
II, li obbligarono ad abbandonare questo commercio, e furon causa che essi iniziassero la ricerca per loro conto nelle Indie di quelle mercanzie che erano abituati a prendere dai Portoghesi.
[...]
Agli inizi niente contribuì tanto al loro buon successo quanto l’accoglienza favorevole che ricevettero presso diversi principi indiani, nemici segreti dei Portoghesi. Poiché l’orgoglio di questi,
la loro tirannia, lo zelo indiscreto dei loro missionari avevano suscitato contro i Portoghesi un
gran numero di nemici, che da lungo tempo attendevano soltanto l’occasione per dichiararsi
contro di loro. Un Inglese dice che gli Olandesi mantennero una condotta molto prudente, e
non fecero nulla contro gli Indiani, ai quali non hanno mai imposto contribuzioni, come facevano i Portoghesi, contentandosi di stabilire il loro commercio sulla rovina di quello portoghese.
Varie compagnie olandesi commerciarono separatamente con le Indie fino all’anno 1602, quando gli Stati Generali giudicarono opportuno di unirle insieme affinché fossero in grado di resistere agli attacchi degli Spagnoli e dei Portoghesi e di attaccarli a loro volta, se fosse stato necessario. Fu da queste diverse compagnie che fu creata la Compagnia Generale delle Indie Orientali, che, sola, poteva navigare per la durata di venti anni al di là del Capo di Buona Speranza e dello Stretto di Magellano. Il suo patrimonio, che fu di circa 6 500 000 fiorini, è stato così bene amministrato da questi abili mercanti, che hanno distrutto il grande impero e il grande commercio
di cui i Portoghesi godevano nelle Indie, tanto che si sono impadroniti dell’uno e dell’altro e vi
hanno fondato uno stato la cui potenza può essere paragonata a quella della loro repubblica in
Europa».
in E. L. Coornaert, Le istituzioni economiche europee e il nuovo mondo,
in Storia economica Cambridge, vol. IV Torino, Einaudi 1992
Consegna
Tenendo presente le tue cono scenze relative alle motivazioni e ai momenti della lotta per l’indipendenza delle Province Unite, leggi e analizza i documenti proposti. I tre documenti ti saranno
utili per sviluppare e approfondire alcuni aspetti del problema: la questione del fondamento del
potere politico, la particolare realtà economica dell’Olanda e il significato dell’affermarsi di una
identità nazionale. L’elaborato, che avrà come destinazione una rivista specialistica, non dovrà superare la lunghezza di quattro colonne di foglio protocollo.
Guida allo svolgimento
●
Lettura e analisi dei documenti proposti
DOC. 1 - Nel documento del 1581 in cui si dichiara decaduto Filippo II è evidente il richiamo alle idee calviniste
che legittimano la ribellione al potere quando questo ha un carattere oppressivo nei confronti dei sudditi. C’è
in questo testo l’espressione di un processo politico che è andato maturando in alcuni decenni, creando una
precisa coscienza della propria identità di popolo come comunità politica che intende autogovernarsi.
DOC. 2 - Il secondo documento ci parla dell’Olanda commerciale e marittima, mostrandoci come essa, con i
suoi potenti strumenti quali la Compagnia delle Indie orientali, abbia allargato la rete dei propri traffici e abbia soppiantato il commercio portoghese in India. Viene sottolineato il diverso rapporto degli olandesi con i
popoli delle Indie, esclusivamente commerciale e lontano dall’oppressione economica e dallo zelo missionario portoghesi, segno, anche questo, di una diversa civiltà.
DOC. 3 - Il quadro di Vermeer del 1657, letto come documento storico, ci attesta la consapevolezza dell’identità nazionale olandese in un particolare che è divenuto emblematico: la carta geografica dell’Olanda appesa alla parete alle spalle dei due personaggi. Si tratta di un motivo che il pittore ripropone anche in altri suoi
quadri, come la Signora in azzurro che legge una lettera e l’Allegoria della pittura. La raffigurazione dell’Olanda, con i suoi porti e le navi che affollano il golfo, è la traduzione visiva di una consapevolezza civile che ha
nella propria terra e nella visibilità dei suoi commerci il principale motivo di orgoglio. Il fatto stesso che le ricche famiglie olandesi avessero spesso nelle proprie case la carta geografica del proprio Paese è una testimonianza significativa di questa realtà storica e politica.
CAP. 10
Moduli tematici operativi
Economia e società fra XIV e XV secolo
DOC. 1
Le epidemie di peste ridussero drasticamente la popolazione europea. Si calcola, ad esempio, che in Inghilterra gli abitanti siano diminuiti di circa un terzo, passando da 3.125.000 a 2.250.000. Una così massiccia perdita di popolazione
non poteva non provocare ripercussioni in campo economico e sociale. La borghesia delle città si sforzò di controllare
il commercio e i prezzi dei prodotti agricoli; i contadini e i lavoratori urbani più poveri cercarono di ottenere miglioramenti delle condizioni di lavoro, pensando di avere una maggior forza rivendicativa essendo meno numerosi. La crisi si
fece sentire anche da una parte della nobiltà feudale, poiché si erano ridotte le coltivazioni a causa dello spopolamento delle campagne e di interi villaggi. Gli aristocratici cercarono di trasformare in denaro i canoni di affitto (prima in natura e manodopera), aumentandone anche l’entità. In alcune zone la crisi della nobiltà favorì il trasferimento dei beni
terrieri alla borghesia cittadina, allentando i vincoli feudali. In Inghilterra la rivolta contadina più estesa ebbe luogo nel
1381. Uno dei suoi capi fu John Ball, un prete della diocesi di Canterbury, sostenitore di un ideale di uguaglianza sociale. La rivolta iniziò come una protesta contro la poll-tax, una nuova tassa imposta sulle persone, e si diffuse velocemente per quasi tutta l’Inghilterra. Scopo della rivolta era l’abolizione della servitù e degli obblighi personali imposti dai
signori feudali. Il movimento fu sconfitto dalla reazione dei nobili guidati dal vescovo Henry Despencer e dall’intervento militare della monarchia. Tuttavia la situazione delle campagne inglesi era destinata a cambiare da lì a pochi anni per
effetto delle recinzioni (enclosures) delle antiche terre comuni adibite a pascoli.
Sulla rivolta contadina vi presentiamo due brani tratti dall’opera del cronista francese Jean Froissart.
In Inghilterra e in molti altri paesi c’è la consuetudine che i nobili hanno grande franchigia sui loro uomini e li tengono in servitù: ciò vuol dire che per diritto e per usanza questi devono arare i campi dei signori, mietere il grano e portarlo al castello [...] e fare altri lavori del genere; e devono quegli uomini fare tutto questo per servitù ai signori, che in Inghilterra sono più numerosi che altrove, laici ed ecclesiastici che devono essere serviti, e specialmente nelle
contee di Kent, Essex, Sussex e Bedfordshire ce ne
sono più che nel resto dell’Inghilterra.
Quei malvagi nelle regioni che ho nominate cominciarono a sollevarsi perché dicevano che li si teneva
in troppo grande servitù e che all’inizio del mondo
non c’erano servi e signori [...] e che essi erano uomini come i loro signori ma erano tenuti come bestie, cosa che essi non volevano e non potevano sopportare, ma volevano essere tutti uniti, e, se aravano
o facevano qualche altro lavoro per i loro signori, volevano ricevere il salario.
Una predica di John Ball
Buona gente, le cose non possono andar bene in Inghilterra né andranno bene finché le proprietà non
saranno messe in comune e non ci saranno più né villani né nobili, e saremo tutti uguali. A che scopo
quelli che noi chiamiamo signori hanno più potere
di noi? Come l’hanno meritato? Perché ci tengono in
servitù? E, se è vero che noi veniamo tutti da un solo
padre e una sola madre, Adamo ed Eva, in che cosa si
può dire o mostrare che sono migliori di noi? Forse
perché ci fanno guadagnare col nostro lavoro ciò che
essi spendono? Essi sono vestiti di velluti e di stoffe di
seta foderati di vaio e di petit-gris, mentre noi indossiamo miseri panni. Essi hanno i vini, le spezie, il
buon pane e noi abbiamo la segale, il grano mediocre, la paglia e l’acqua. Essi posseggono dimore e bei
castelli e noi abbiamo la fatica, il lavoro, la pioggia, il
vento nei campi. Non può che venire da noi e dal nostro lavoro ciò che essi posseggono. Siamo chiamati
Oeuvres de Froissart,
a cura di K. de Lettenhove, Devaux 1869
1. Scrivete un breve testo mettendo in luce i seguenti punti dei due documenti:
a. Le rivendicazioni dei contadini.
d. La richiesta di uguaglianza.
b. Il giudizio che il cronista esprime sulle loro lotte.
e. La fiducia nella monarchia.
c. La condanna della servitù espressa da John Ball.
ATTIVITÀ
A. La rivolta dei contadini in Inghilterra
mati servi e che sono tenuti in servitù ci seguiranno
per essere liberati. E quando il re ci vedrà o ci ascolterà, per amore o per forza, una soluzione la troverà.
B. Un contratto toscano di mezzadria
Nell’Italia del Nord e del Centro, come in Francia e in Inghilterra, la crisi demografica intensificò il cambiamento sociale nelle campagne. L’indebitamento dei piccoli proprietari con usurai, monasteri e uomini d’affari di città favorì il trasferimento di terre alla borghesia. La proprietà venne organizzata in poderi, appezzamenti di terra vicini che facevano
riferimento a una casa rurale isolata nella campagna. Qui risiedeva la famiglia contadina che lavorava la terra con un
contratto di mezzadria in cui venivano stabiliti gli obblighi del contadino, specificando i prodotti da consegnare e le scadenze definite. Vi presentiamo una parte di un contratto toscano del 1417.
MCCCCXVII (MCCCCXVIII). Sia manifesto a qualunque persona leggerà o udirà leggere la presente
scrita, come oggi questo dì primo di marzo anno
1417 io Piero di Giovanni fattore della Badia di Pasignano, con volontà di messer l’abate e di Giovanni
Gianfigl(i)azzi, alluogho a Bartolo di Miglorato et a
Giovanni et Berto suo’ figliuoli un podere posto nel
popolo di (Sant’Andrea a) Poggialvento, luogho detto Campo a Sole, co’ suoi veri e usati confini, per
tempo e termine d’anni cinque. E essi debbono incominciare a llavorare per detto podere o tornarvi su
ora al presente, e finisce come seguita. E prometto-
no di lavorare il detto podere bene et diligentemente
e a uso di buoni lavoratori. Et nnoi gli doviamo dare
ogn’anno, per seme sul detto podere, di grano staia
otto [circa 135 kg] et fave staia quattro. Et essi debbono dare a mezzo quello e quanto vi si ricoglerà su.
Et debbono dare ogn’anno de’ detti cinque anni i
vantaggi soscritti. In prima: per la festa di San Giovanni Ghualberti paia due di chapponi. Nella detta
festa serque sei d’uova.
in G. Cherubini, Agricoltura e società rurale nel Medioevo,
Sansoni, Firenze 1977
1. Rispondete alle seguenti domande:
a. Qual è la scadenza del contratto?
b. L’uso del contratto a termine vi sembra una pratica tipica del sistema feudale o il frutto di una
mentalità borghese? Motivate la vostra risposta.
DOC. 2
Economia e società
fra XIV e XV secolo
servi e siamo battuti se non serviamo rapidamente; e
non abbiamo sovrano presso cui lagnarci e che ci voglia ascoltare o che lo debba fare. Andiamo dal re,
egli è giovane, parliamogli della nostra servitù e diciamogli che le cose devono andare diversamente, altrimenti troveremo noi un rimedio. Se ci andiamo effettivamente tutti insieme, tutti coloro che sono chia-
c. Quale impegno si assume il possessore del podere?
d. Quale classe sociale trae vantaggio dai contratti
mezzadrili?
ATTIVITÀ
TEMA 1
Moduli tematici operativi
Economia e società fra XIV e XV secolo
C. La rivolta dei ciompi
1. Scrivete un testo argomentativo sul seguente tema: “Le lotte contadine nel XIV secolo”.
ATTIVITÀ
DOC. 3
Poi, si chiamarono i sindachi, uno per arte, delle minore e delle maggiori.
E sì diliberarono d’accrescere l’arti minute: là dov’erano XIIII (cioè le cinque arti medie e le nove arti
minori dell’ultimo Duecento), che le fossono XVII, a
ciò che fossino più forti; e così si fece.
La prima arte nuova si furono ciascuno che stava ad
arte di lana: cioè fattori, lanini, istamaiuoli, garzone
ch’andasse a la tinta, o a tiratoio, o a telaia, rivenditori, isciglitori, divettini, iscamatini, vergheggiatori,
iscardassieri, pettinatori, e apenichini, e tessitori. Tutti costoro erono insieme a un’arte collegati; erono
per numero d’uomini novemila. D’arme questi portavano, per loro insegna, l’agnolo colla spada in mano e colla croce.
La seconda arte nuova si furono: tintori, e purgatori,
e cardatori, e cardaiuoli, e tessitori di sciamiti, e di
drappi. Questi furono tutti a un’arte. E sì portarono,
per loro segnia, un braccio con una spada in mano, e
scritto nella detta spada: Giostizia; e questo braccio è
bianco nel campo vermiglio.
La terza arte si furono: cimatori, e rimendatori, e tiratoiai, e lavatori, e farsettai, e sarti e calzaiuoli, e banderai. Tutti costori, collegati a un’arte, portarono per
loro insegna un braccio del nostro Signore, vestito,
ch’uscìa di cielo e teneva in mano un ramo d’ulivo.
E così s’accrescerono l’arti minute 13 migliaia d’uomini.
I signori priori e tutto il collegio diliberarono d’ardere tutti gli scuittini (scrutini) del comune; e così si
fe’. E sì si fece il nuovo. E si divisono gli ufici per questo modo: che l’arti nuove avessoro altri tre priori; e
confalone della giostizia andasse in catuna parte una
volta; e così tutti gli altri ufici andassoro per terzo; e
così rimasono d’accordo.
in Il tumulto dei Ciompi, a cura di G. Scaramella,
Zanichelli, Bologna 1934
1. Scrivete un breve testo articolato secondo i punti che seguono:
a. Il contesto storico in cui si sviluppa il tumulto dei
Ciompi.
b. Le rivendicazioni dei Ciompi.
c. Il ruolo delle corporazioni.
d. La differenza tra Arti maggiori e Arti minori.
e. Il significato simbolico delle insegne scelte dalle
nuove tre Arti minori.
Potete utilizzare i due testi relativi alle lotte contadine in Inghilterra, dopo aver ricostruito il contesto economico e sociale in cui si collocano.
2. Scrivete un testo argomentativo sul seguente tema: “Le trasformazioni economiche e
sociali tra XIV e XV secolo”.
a. Potete avvalervi del contratto toscano di mezzadria che attesta il mutamento delle relazioni sociali nelle campagne dell’Italia centrale. Un segno
implicito della rilevanza assunta dalle attività economiche commerciali nella società europea del
tempo è la loro presenza nelle arti figurative: potete dunque utilizzare i due testi figurativi che
hanno per soggetto il commercio e l’importanza
dello studio della matematica.
b. Potete rivolgere la vostra attenzione a un unico
episodio, la rivolta dei Ciompi a Firenze. Le trasformazioni sociali ed economiche conducono, in
questo caso, a un tentativo, fallito, di ridistribuzione del potere. Potete inserire il documento all’interno della storia di Firenze, ripercorrendola
sotto il profilo politico-istituzionale.
RIELABORAZIONE
Nella Firenze della seconda metà del Trecento erano esclusi dal governo cittadino i salariati e i piccoli artigiani che non
erano ancora organizzati in Arti.
Per questo motivo essi cercarono di conquistare il diritto di associarsi in corporazioni autonome e di avere accesso alla vita politica. Il patriziato si oppose a questa rivendicazione, impedendo ogni tentativo associazionistico e ricorrendo anche alla pena di morte. Nel 1378, i ciompi, lavoranti nell’industria laniera, si impadronirono con le armi del governo di Firenze, mantenendolo per oltre un mese. Si unirono a loro anche operai, garzoni, lavoranti a cottimo che svolgevano mestieri legati alla lavorazione della lana. Ottennero di associarsi in tre nuove corporazioni
(tintori, farsettai e ciompi) e imposero un sistema elettorale che permetteva loro di controllare, insieme alle Arti minori, due terzi delle cariche pubbliche. La reazione dell’oligarchia che dominava a Firenze fu particolarmente dura:
la rivolta fu repressa e nell’arco di tre anni circa trecento persone furono condannate, di cui un decimo a morte. Vi
presentiamo una testimonianza di come vennero istituite le tre nuove Arti, portando il numero delle Arti minori da
quattordici a diciassette. Per i ciompi fu questa una conquista importante, perché era proprio attraverso le Arti (o
corporazioni) che era possibile esercitare un’influenza politica sulla città, stabilendo la partecipazione alle cariche
pubbliche e la presenza negli organismi di direzione politica della città. Ogni Arte raggruppava più mestieri affini,
aveva diritto a una propria insegna e associava migliaia di persone che si sentivano così protette e rappresentate
nei loro interessi.
Il sentimento
religioso
Moretto da Brescia, Allegoria della
Fede, 1520-1530,
Pietroburgo, Museo dell’Ermitage.
La Chiesa è raffigurata nelle sembianze di una
sposa giovane e
bella (ne sono
simboli l’abito
arancio-vermiglio,
la cintura e il velo
leggero che sembra scivolarle dal
capo), nell’atto di
sollevare il calice
dell’Eucarestia e
di abbracciare la
croce. Il cartiglio
avvolto attorno ai
fiori riporta una
citazione dai Salmi: «Iustus rex
vivit», cioè “il re
giusto vive”, riferito all’esistenza
di Cristo. Dipinti
di tale genere
erano di facile
lettura agli occhi
dei contemporanei e, posti di
norma nelle chiese, servivano a
illustrare i
sermoni dei
religiosi.
O
ggi ci è difficile comprendere a pieno quanto pervasivo sia stato, nell’Europa di Antico Regime, il ruolo svolto dalla
religione, attraverso le sue varie forme di espressione, nel modellare l’identità individuale e collettiva degli esseri umani e nel
fissarne gli spazi e i modi di interrelazione e di socializzazione.
Qui cercheremo di mettere a fuoco, a titolo di esempio e senza
alcuna pretesa di esaustività, alcune delle numerosissime manifestazioni della centralità del sentimento religioso nella vita quotidiana di quei secoli, ricorrendo a una casistica tratta soprattutto
dai Paesi di fede cattolica. Dopo la Riforma protestante il cattolicesimo restava infatti, comunque sia, il credo più diffuso tanto in
Europa quanto nel Nuovo Mondo situato al di là dell’Oceano.
91
Le conoscenze
Il sentimento religioso
Gli spazi delle fedi
Il cattolicesimo dominava in Italia, in Francia, nella
penisola iberica, nell’America spagnola e portoghese,
nella vasta area dei domini degli Asburgo di Vienna, in
Polonia; ma conservava una robusta presenza anche in
Gran Bretagna – specialmente in Irlanda – e in Germania. All’interno dei confini attuali dell’Europa si davano
le seguenti altre fedi: quella cristiano-ortodossa (gran
parte della penisola balcanica e Russia); quelle variamente derivanti dal ceppo riformato; quella ebraica,
praticata da comunità sparse in vari Paesi d’Europa, dove esse venivano tollerate, salvo subire periodicamente
manifestazioni di insofferenza e brutali atti di aggressione da parte della rispettiva comunità cristiana ospitante;
quella islamica, in numerose porzioni della parte europea dell’Impero ottomano.
Fede e potere
Nei Paesi cattolici – ma, per molti versi, anche in
quelli riformati – prima ancora di essere suddito di un
potere temporale, ciascun individuo era un membro della comunità ecclesiastica. Lo stesso potere temporale,
del resto, traeva la parte più importante della propria legittimazione da quella che i contemporanei chiamavano
l’investitura per grazia divina.
I sovrani si autoraffiguravano come gli unti del Signore, chiamati a esercitare sulla terra un potere di deri-
Il tempio di Gerusalemme, luogo sacrale della religione ebraica, così come raffigurato in un’incisione
del XVIII secolo. Stanziati in varie regioni d’Europa,
dalla Polonia, all’Italia, alla Spagna, gli ebrei subirono ricorrenti persecuzioni nel corso del Medioevo e della prima età moderna. La loro condizione
migliorò nel Settecento, sulla scia della diffusione
dei princìpi illuministi che promuovevano la tolleranza religiosa.
92
vazione celeste. Il compito più importante che avevano
era quello di proteggere le comunità loro affidate, garantendo in primo luogo l’osservanza delle prescrizioni
cristiane. Erano i supremi dispensatori di una giustizia
in cui il confine tra il reato e il peccato – cioè l’insieme
dei comportamenti sanzionati dalla Chiesa – si faceva
assai labile, fin quasi a scomparire. Così, nella prassi penale di ogni giorno, la giustizia secolare si presentava
spesso come il braccio armato incaricato di comminare
una punizione ecclesiastica.
Ciò non impediva, per altro, ai sovrani di trovarsi periodicamente in conflitto con la Chiesa, a causa delle numerose prerogative e immunità di cui essa godeva. In
gran parte dei Paesi cattolici il patrimonio fondiario ecclesiastico era immenso, dal momento che poteva raggiungere estensioni pari alla metà e più della superficie
coltivata, ed esso sfuggiva, in quanto beneficio fruito da
un ceto privilegiato – quale era quello costituito dai
chierici – alla fiscalità ordinaria, ovvero allo strumento
che consentiva ai sovrani di incassare le risorse necessarie all’esercizio dell’azione di governo.
Autorità civile e
autorità ecclesiastica
Ma, del resto, quell’azione risultava per lo più indiretta e incompleta. Per gran parte dei sudditi, infatti, era
piuttosto l’autorità ecclesiastica a farsi garante dei loro
rapporti istituzionali con il mondo esterno.
Enrico IV di Borbone nell’atto di ricevere l’unzione. Egli era stato capo dei calvinisti francesi
dal 1569, ma aveva dovuto abiurare la sua fede
e abbracciare il cattolicesimo quando nel 1584,
rimasto unico successore al trono di Francia, si
rese conto che la conversione era l’unica maniera per ottenere il potere.
G. Antonio Pessina, Possessioni dei canonici lateranensi attorno al Naviglio grande all’altezza di Bernate,
1660, Milano, Archivio di Stato. La mappa descrive in modo assai dettagliato i beni dei canonici: ciascun campo è colorato in modo diverso a
seconda del tipo di coltivazione praticata. Nei
dintorni del convento sorgono alcuni edifici di
pertinenza dei canonici, tra cui cascine, un torchio e un mulino. L’insieme trasmette un’immagine di campagna ordinatamente coltivata e
sfruttata, e certo fonte di buone rendite.
Per i contadini, ad esempio, che costituivano almeno
il 90 per cento della popolazione europea di Antico Regime, era il parroco (o, nelle aree protestanti, il pastore)
a rappresentare la figura primaria di riferimento sia nel
ritmo ripetitivo della vita quotidiana, sia, e a maggior ragione, nei momenti centrali di scansione dell’esistenza.
Si cominciava a frequentare la Chiesa in occasione
del battesimo, che costituiva il momento di presentazione ufficiale di ogni nuova vita alla comunità, e che veniva celebrato prestissimo, dato che la fortissima incidenza
della mortalità infantile induceva a cautelarsi per tempo. Insieme al rito battesimale,
Sulle variegate possibilità il parroco celebrava una fundi interferenza delle norme
zione che in tempi a noi più vie delle regole ecclesiastiche
con quasi ogni aspetto della cini sarebbe stato invece l’ufficio dell’anagrafe ad assolvere.
vita quotidiana durante
l’Antico Regime si diffonde
Provvedeva, cioè, alla registralo storico del diritto canoni- zione dei nati in appositi regico Gabriel Le Bras.
stri. Ogni qual volta una perstoriograf ia 2
sona avesse poi avuto bisogno
di documentare la propria identità, era alla porta del
parroco che avrebbe dovuto bussare, per farsi rilasciare
la prova della propria esistenza, la fede di battesimo.
Il ruolo della Chiesa
nelle comunità locali
Oltre naturalmente al matrimonio, anche il rito del
fidanzamento veniva celebrato quasi sempre in chiesa,
in presenza dell’intera collettività paesana, e riceveva la
benedizione del sacerdote. Accanto alle mura parrocchiali, e affidato alla sorveglianza ecclesiastica, sorgeva
Pietro Longhi, Il battesimo, metà XVIII secolo, Venezia, Pinacoteca Querini Stampalia. Il battesimo è un sacramento essenziale, somministrato ai bambini appena nati. La scena
raffigurata dal Longhi è priva di sfarzo: il parroco battezza
il bimbo alla presenza di pochi familiari. La madre assiste
da dietro le colonne, in disparte perché le leggi ecclesiastiche considerano la puerpera impura.
infine in ogni villaggio il cimitero, un luogo di importanza straordinaria in una società protesa a un intensissimo
rapporto con un aldilà, reso sempre assai prossimo e incombente dalla precarietà delle condizioni di vita, e per
questo intimamente bisognosa di un contatto quotidiano con il mondo dei morti, popolato dalla presenza dei
molti familiari defunti. Per raggiungerli, con la preghiera, era ancora il curato a fare da guida.
Attraverso la fabbriceria parrocchiale, istituzione che
faceva da ponte tra il mondo dei chierici veri e propri e
quello dei fedeli, passava la rete di assistenza che garantiva la sopravvivenza ai membri disagiati di ogni comunità.
Questi riconoscevano, dunque, in essa un’ideale sponda
di riferimento, la provvidenziale irradiazione istituzionale
di una sensibilità collettiva incline a identificare nel povero una figura sacra, deputata a offrire una replica dell’esempio di Cristo, simbolo, con la sua sofferta testimonianza esistenziale, di una speranza di salvezza per tutti.
Così pure, consegnati alle cure ecclesiastiche erano gli
ospedali, luoghi concepiti – né v’è da stupirsene, in considerazione della modesta efficacia della scienza medica
del tempo – più come avamposti verso l’aldilà, snodi di
transizione spirituale tra la vita e la morte, che come le
cittadelle della ricostituzione terapeutica e della riconquista della salute.
Religione scritta
e religione
delle immagini
In un mondo quasi totalmente analfabeta, inoltre,
quel poco di rudimentale acculturazione che filtrava
verso il mondo rurale era tutto veicolato dai chierici, del
resto anch’essi, in misura crescente tra la fine del Seicento e la cessazione dell’Antico Regime, spesso prove-
Teodor Helmbreker, Distribuzione della minestra ai poveri, 1681, collezione privata. Un domenicano distribuisce un pasto ai poveri che gli si affollano attorno. Si noti una donna, sofferente e debilitata, che riceve il piatto mentre il bambino accanto a lei tende le braccia. Lo spettro
della fame, causato da carestie e guerre, perseguitava i poveri nel Seicento, costringendoli ad
affollare le città in cerca di elemosine.
93
Le conoscenze
nienti dalle fila di quel mondo popolare che era affidato
alle loro cure. Se prima della rivoluzione francese, come
è stato calcolato, l’80 per cento dei libri in circolazione
era costituito da opere di argomento religioso – raccolte
di preghiere, sermoni, vite di santi –, tale percentuale
nelle scarne biblioteche doÈ difficile parlare, per l’e- mestiche di campagna tendepoca che stiamo consideran- va a convertirsi nella totalità.
do, dell’esistenza di un netto
Quei pochissimi contadini che
confine tra arte profana e
avevano appreso, da un prete,
arte sacra, come si evince
osservando tanti esempi di
ad avventurarsi nel mondo
pittura apparentemente
delle parole scritte, ne veniva“mondana”, nei quali la tematica religiosa affiora qua- no a conoscere uno esclusivasi di soppiatto. fonte21 mente religioso.
Anche i temi e i soggetti della
pittura – questi, sì, accessibili a chiunque, con il solo beneficio della vista – erano tutti o quasi sacri e i dipinti si
trovavano prevalentemente nelle chiese o in altri edifici
religiosi.
Il controllo religioso
sul comportamento
Sottrarsi alle norme comportamentali sancite dalla
morale religiosa era quasi impossibile. La fede non era
un’opzione, bensì un obbligo, all’interno di una società
che in linea di principio si reggeva su un insieme di doveri, e non su un corpo di diritti. Così, rifiutarsi di frequentare la messa, schivare la confessione, evitare di
comunicarsi equivaleva al chiamarsi fuori dalla comunità e privarsi del sostegno del prossimo, in un mondo
in cui il singolo, preso per sé, contava poco o nulla.
94
Rembrandt, Sacra Famiglia, particolare, 1645, Pietroburgo, Museo dell’Ermitage. Maria è colta nell’atto di volgersi, distogliendo gli occhi da un libro di preghiere che appare un po’ consunto e inspessito dall’uso frequente. La lettura di testi sacri era una delle attività dell’intelletto che le
donne potevano svolgere tra le mura domestiche, nei momenti di tranquillità.
Il sentimento religioso
Ateismo e agnosticismo furono, di conseguenza, fenomeni quasi completamente sconosciuti nell’Antico Regime. Poterono permettersi di farsene banditori – e solo nel Settecento, quando il
processo di secolarizzazione, La società di Antico Regisi reggeva, dunque, in
cioè di laicizzazione della so- me
primo luogo sull’interiorizcietà, conobbe grazie al conte- zazione dell’obbedienza al
sto illuministico una forte ac- canone religioso e rifiutarsi
celerazione – unicamente al- di accettarla equivaleva a
sfidare lo stesso ordine cocuni intellettuali sorretti da stituito. fonte22
una solida rete di protezioni
ufficiali. Per l’uomo o per la donna comune l’indifferenza in materia di fede – un sentimento che, pure, sotto la crosta del conformismo religioso, pure dovette esistere – non fu, invece, un atteggiamento ostensibile.
L’ambiguità del
soprannaturale
L’ossessione conformistica e l’attitudine all’esercizio
di un serrato e quasi fanatico controllo sul comportamento religioso dei singoli fu uno dei tratti caratteristici
della Chiesa della controriforma, assai meno incline di
quella che l’aveva preceduta all’esercizio della tolleranza e per questo stabilmente in allarme nei confronti di
quelle manifestazioni del sacro, per esempio i miracoli,
che sfuggivano alla mediazione dell’istituzione ecclesiastica e che per certi versi parevano riproporre la drammatica ambiguità della presenza diffusa sulla terra non
solo di Dio, ma anche del suo doppio, il Demonio, anch’egli padrone dell’ambito del soprannaturale.
Certo, poteva accadere che coloro ai quali venivano
Jean-Baptiste Greuze, Una visita al prete, 1786, Pietroburgo, Museo dell’Ermitage. Un prete rimprovera una giovane, davanti alla madre e ai fratelli. La ragazza porta una mano al petto in atteggiamento preoccupato e sottomesso, mentre la madre approva le parole del religioso. I fratelli più piccoli, invece, appaiono distratti e annoiati. Si coglie nel dipinto un atteggiamento moralista,
ma soprattutto esso ci mostra come il ricorso alle severe parole di un uomo di
Chiesa fosse considerato lo strumento più efficace per moderare le irrequietezze giovanili.
attribuite dalla popolazione – a torto o a ragione – capacità soprannaturali, fossero, al termine di un lungo e
tortuoso processo di verifica e di canonizzazione, dichiarati santi dalla Chiesa. Ma nei confronti di gran parte di
essi quest’ultima provvedeva a far sì che venisse steso
un velo di silenzio e di oblio, interpretandone le doti eccezionali come fraudolente,
Molti di coloro che dichia- sortite allo scoperto di Satana
ravano di possedere capanel regno di Dio.
cità “miracolose” erano sottoposti al vaglio dell’Inquisi- È all’interno di questa chiave
zione e su di essi veniva eser- di lettura che deve essere insecitata la pratica dell’esorcirito quel fenomeno di isteria
smo, cioè del tentativo di
collettiva che va sotto il nome
liberarli dalla possessione
di caccia alle streghe.
diabolica. fonte23
La sopravvivenza
dell’antico
Tuttavia, malgrado il suono
delle campane della chiesa del
villaggio scandisse la percezione del tempo della comunità,
così come il calendario ecclesiastico, con le sue numerosissime festività, fissava i ritmi e i
modi del lavoro, la “conquista” clericale della spiritualità
popolare – specie nel mondo rurale – non poté mai dirsi completa. Nei riti agrari di fertilità, così come nelle
processioni per i raccolti che essa inglobò all’interno
della propria liturgia, sopravvivevano infatti i riverberi
di una più antica tradizione pagana, che la Chiesa tal-
Si trattava di una tradizio-
ne che attribuiva grande importanza alle forze della natura, alle quali i contadini di
tutta Europa continuarono
a tributare forme di devozione che contenevano molti elementi di sapore pagano. fonte24
Gian Lorenzo Bernini, Estasi di santa Teresa,
1647-1652, Roma, Santa Maria della Vittoria,
Cappella Cornaro. Fondatrice dei carmelitani
scalzi, la spagnola Teresa d’Avila morì nel 1582 e
fu proclamata santa nel 1622. A pochi anni dalla sua consacrazione il Bernini le dedicò questa
imponente scultura nella quale è messa in evidenza l’esperienza mistica della donna: lo sguardo della santa è rivolto all’alto ed ella pare sospesa su una nuvola. L’effetto drammatico della
scena è sottolineato dalla luce naturale che proviene da una finestra nascosta.
volta chiamò superstizione, ma con la quale in linea di
massima preferì convivere, a rischio di esporsi alle critiche di ispirazione razionalistica che nel Settecento le
vennero rivolte con crescente intensità.
Secolarizzazione
e individualismo
religioso
Anticipata per un verso dalla protesta illuminista,
animata da una percezione fondamentalmente materialista e utilitaristica della vita umana, e rafforzata dalle politiche livellatrici promosse dai sovrani illuminati, interessati a disarticolare quella società per ceti di cui il clero
costituiva uno dei perni più importanti, la secolarizzazione trovò, a fine Settecento, il suo momento culminante
nella rivoluzione francese, che la interpretò, per breve
tempo, nei termini estremi della scristianizzazione. Ma
quest’ultima fu un’esperienza transitoria. L’avocazione
allo Stato di molte delle funzioni che la Chiesa aveva sino
ad allora esercitato, inducendo nelle persone un sentimento di appartenenza primaria alla comunità cristiana,
più ancora che a quella nazionale, rappresentò, invece, un
tratto duraturo del processo di laicizzazione caratteristico dell’età contemporanea. Esso, però, a sua volta, ebbe per La prevalenza di un senso
risvolto la spinta alla forte spi- di appartenenza a una picritualizzazione di un sentimen- cola comunità, quella locale
incorniciata dall’istituto delto religioso ora consegnato alla la parrocchia, piuttosto che
libera discrezionalità dei singo- allo Stato, costituiva un’ulli, e non più imposto dalla teriore, importante variante
di questo atteggiamento.
struttura autoritaria dell’Anti- storiograf
ia 1
co Regime.
Dal De Lamiis, XVI sec. L’incisione raffigura
una strega nell’atto di compiere un maleficio
colpendo un uomo al piede.
Gerrit Berckheyde, Il groote Markt di Harleem, 1693, Firenze, Galleria degli Uffizi. La chiesa, a prescindere
dalla sua imponenza monumentale, è uno dei fulcri
della vita sociale sia nei Paesi cattolici, sia in quelli protestanti.
95
Le fonti
Le coordinate
●Il ruolo che le tematiche di ispirazione
religiosa interpretano nella storia dell’arte è difficilmente sopravvalutabile.
Nel Medioevo sostanzialmente non
esisteva pittura che non fosse sacra e
gli artisti dipingevano quasi soltanto su
riflesso della committenza religiosa,
nelle sue varie forme: quella esplicitamente clericale e quella sostenuta da
laici i quali, a titolo personale o collettivo (si pensi agli altari e alle cappelle
mantenuti nelle chiese da parte delle
confraternite, le istituzioni che affiancavano a fini devozionali le corporazioni d’arti e mestieri), decidevano di investire una somma di denaro, destinandola alla realizzazione di una tela, di
una pala d’altare, di un affresco.
●Anche nei primi secoli dell’età moderna l’arte di ispirazione religiosa,
che tematizzava e figurava passi della
Bibbia, del Vangelo, della storia dei
santi, rimase predominante. A essa
se ne venne accostando una di sapore mitologico e allegorico, così come
una ritrattistica a carattere privato.
Ma l’una era destinata per lo più ai
grandi palazzi, l’altra alla ideale galleria familiare di casate nobiliari o altoborghesi. La gente comune aveva
scarse occasioni di ammirarle, mentre, per converso, l’arte sacra era collocata in luoghi – le chiese – intensamente frequentati e accessibili a tutti.
●Per gli illetterati che costituivano
la gran parte della popolazione, le
immagini di vita religiosa restituite
dalle pareti delle chiese fungevano
da illustrazione di un racconto, denso di simboli oggi per noi inintellegibili senza un’adeguata preparazione, ma allora assai più facilmente
percepibili.
Il sentimento religioso
fonte21/l’iconograf ia
L A RELIGIONE DOMESTICA
Murillo e Chardin dipingono la famiglia
1
2
Leggere la fonte
96
Modello in legno per la facciata della chiesa di Santo Stefano dei Cavalieri,
1593, Pisa. Il modello fu eseguito secondo i disegni di don Giovanni de’ Medici, figlio naturale di Cosimo I. Le chiese, così come le cappelle, sorgevano
per volontà di confraternite, famiglie, personaggi illustri. In questo caso, il
committente fu l’ordine cavalleresco dei cavalieri di Santo Stefano, fondato
da Cosimo I de’ Medici nel 1557 e assai potente fino alla metà del Settecento.
I due dipinti che qui presentiamo (La Sacra Famiglia, 1650,
Madrid, Museo del Prado e Benedicite, 1744, Pietroburgo, Museo dell’Ermitage), testimoniano di un’evoluzione
rispetto al quadro che abbiamo appena delineato. Sono
stati realizzati rispettivamente nel Seicento e nel Settecento, dunque in un’epoca durante la quale un canone
secolarizzato aveva ormai affiancato quello religioso nell’ambito dell’espressione artistica. La loro destinazione
furono, invece, le mura domestiche dei ricchi committenti che ne avevano predisposto l’esecuzione. Dobbiamo
immaginarcele collocate, rispettivamente, in una signorile dimora spagnola secentesca e in un’elegante casa parigina del
Settecento.
I due autori, Bartolomé Esteban Murillo (Siviglia, 1618-1682) e Jean Baptiste Siméon Chardin (Parigi, 1699-1779), predilessero un’arte intensamente realistica, popolata di personaggi usciti dalla vita di ogni giorno, e di spiccate caratteristiche civilborghesi. Eppure, a ben vedere, anche le icone domestiche e intimistiche uscite dalla tavolozza dei due artisti sono a pieno
diritto da considerare come appartenenti al genere della pittura religiosa. La famiglia di Murillo, raffigurata in panni domestico-scherzosi, è in realtà una Sacra Famiglia, mentre il rito della tavola fermato sulla tela da Chardin è un Benedicite, consiste, cioè, nella preghiera domestica di una madre e delle sue due figlie appena prima di prendere il pasto. Le due tele ci raccontano dei modi nei quali il sentimento religioso si insinuò nello spazio della pittura profana; e di come, nell’Antico Regime, la vita secolare continuò a essere, per molti aspetti, vita religiosa.
97
Le fonti
Le coordinate
●Il
mondo antico, che pure era
stato intensamente pervaso, nell’accezione politeista, dall’incombenza della religione, aveva conosciuto e tollerato manifestazioni di
ateismo (ossia il rifiuto di credere
nell’esistenza di entità trascendenti quella degli esseri umani). Esplicitamente atei erano stati alcuni filosofi greci, come Protagora e Crizia; Epicuro, dal canto suo, aveva
affermato che gli uomini dovevano
comportarsi presupponendo l’inesistenza degli dèi, pur senza giungere a negarne recisamente l’esistenza.
●Affermatosi in Europa il cristianesimo, per tutto il Medioevo non
si erano avuti casi di ateismo dichiarato. Si cominciò, in buona sostanza, a sentirne di nuovo parlare
soltanto nel Settecento illuminista,
quando filosofi francesi od operanti in Francia come Julien Offroy
de La Mettrie (1709-1751), Claude-Adrien Helvétius (1715-1771),
Paul Henri Dietrich barone d’Holbach (1723-1789), sulla base di
presupposti di carattere materialista o sensista, lanciarono il guanto
della sfida alla morale corrente, attirandosi, talvolta, le critiche perfino degli esponenti di punta dello
stesso movimento illuminista, come Voltaire, che non ne condivideva l’irreligiosità assoluta.
●La Mettrie, in particolare, il primo ateo dichiarato del Settecento
francese, fu costretto nel 1747 a
fuggire prima in Olanda poi presso la corte prussiana di Federico II,
dopo aver pubblicato, nel 1745, la
sua Storia naturale dell’anima, opera
per la quale era stato condannato
all’arresto dal Parlamento di Parigi
postosi al servizio dell’ortodossia
religiosa.
●Trent’anni più tardi, tuttavia, il clima si presentava mutato e pensatori come Helvétius e D’Holbach, pur
duramente attaccati dalle autorità
tanto secolari quanto ecclesiastiche, non corsero gli stessi rischi ai
quali La Mettrie era faticosamente
riuscito a scampare.
98
Il sentimento religioso
fonte22/il documento
L A CHIESA DI FRONTE
ALL’ATEISMO
L’ammonimento dei vescovi di Francia
[...] Ma Dio riservava ai suoi ministri nuovi combattimenti. Egli ha permesso
che una congiura senza precedenti si levasse ai giorni nostri contro il Signore e
contro il suo Cristo. Non è qui la Divinità che si moltiplica e si figura; l’ateismo
vuole annientarla [...]; non è il testo né il senso della Rivelazione che si altera;
una ragione superba non ammette la Rivelazione; in una parola, non si tratta di
sapere se tra tutte le religioni quella di Gesù Cristo, professata nella Chiesa cattolica, sia la vera; l’empietà chiede se ve ne sia una che lo sia, e risponde che non
può esservi. Nei secoli passati ci sono stati talvolta degli empi, ma senza partito
e senza seguito; ci sono stati dei libri che insegnavano l’empietà, ma oscuri e in
piccolissimo numero. Oggi gli increduli formano una setta, divisa, così come doveva essere, negli oggetti della sua credenza, unita nella rivolta contro l’autorità
di una Rivelazione. Non ci sono energie che non faccia muovere per affermarsi
e perpetuarsi. Le opere che continua a pubblicare da molti anni, scritte in una
lingua familiare a tutti i lettori, riprodotte in mille forme diverse, distribuite con
una rapidità che supera ogni limite, spargono a larghe onde in questo regno il
veleno di cui sono gonfie [...].
La terra, dicono gli incredubili, è stata disgraziata solo per aver voluto occuparsi del cielo. L’uomo, non ha bisogno che di ciò che cade sotto i suoi sensi:
considerazioni soprannaturali non servono che a tormentarlo o ad abbatterlo.
Ecco tutta l’autorità delle leggi ridotte, con questo metodo, alla potenza dei legislatori. Se costoro non ne hanno alcuna che sia veramente giusta, se esercitano un potere usurpato, le leggi perdono il loro [imperio] o non conservano se
non quello della forza e della violenza. Ora, questa è la dottrina insegnata da molti scrittori increduli [...]. Il loro
odio per il potere sovrano, esercitato da uomini, non si limita alla monarchia. Se sono sinceri, riconosceranno che
il diritto di legiferare, in qualsiasi modo lo si eserciti, ripugna essenzialmente alla eguaglianza che vogliono introdurre tra gli uomini; e senza che essi lo riconoscano, questa eguaglianza lo mette in evidenza. Eguaglianza di natura [...], eguaglianza imprescrittibile che nessun uso, nessuna legge, nessun bisogno ha potuto alterare; cui nessun uomo ha potuto rinunciare; eguaglianza perciò indipendente da ogni potere umano [...]. La religione cristiana ha ben
differenti [principi] riguardo alle leggi. Essa riconosce nelle potestà terrene il diritto di stabilirle, non un diritto
imperioso di conquista, ma un diritto la cui origine è pura così come l’uso ne è salutare. Essa rispetta, e molto più
di una filosofia puramente umana, l’eguaglianza che dei comuni titoli pongono tra gli uomini. Quale prova più autentica di tale eguaglianza che uno stesso Creatore, un’anima della stessa natura, uno stesso tronco, uno stesso Redentore, lo stesso retaggio celeste! Nonostante questa eguaglianza esistono nella società umana dei ranghi e dei
gradi conformi ai disegni della Provvidenza, necessari alla conservazione dell’ordine pubblico: la religione li approva e li conserva. Così essa prescrive la sottomissione come assolutamente necessaria [...]. La necessità di cui si
tratta non è solo quella di evitare la collera del sovrano; è la necessità di compiere una obbligazione e un dovere di
coscienza [...]. Tutto ciò che propongono gli autori increduli, per costituire tra i sovrani e i sudditi un reciproco legame, è di rappresentar loro che vi sono tutti interessati. Ma il modo con cui trattano questo interesse rivela lo spirito sedizioso da cui sono animali [...]. Unitevi in spirito, carissimi fratelli nostri, voi che sapete ciò che può il coro
delle voci che gemono presso Dio; unitevi per domandargli la conservazione della fede cristiana in questo Regno;
è la fede di Clodoveo, di Carlo Magno, di San Luigi; è quella di tutti i nostri re; è sempre stata quella della nazione.
Essa ha abbattuto, in così lunga serie di secoli, le più pericolose eresie. Dio la lascerebbe soccombere agli attacchi
della incredulità?
in M. Rosa, Politica e religione nel ’700 europeo, Sansoni, Firenze 1974
Leggere la fonte
Adolf von Menzel, Tavola rotonda di Federico II il Grande a Sans-Souci, 1850, Berlino, Alte Nationalgalerie.
Il sovrano è raffigurato insieme a vari esponenti
dell’Illuminismo, tra i quali La Mettrie e Voltaire. Alla metà del Settecento, la corte prussiana era diventata luogo d’accoglienza di filosofi e pensatori che
avevano osato esprimere apertamente il proprio
ateismo e il dissidio nei confronti della Chiesa.
Carlo Maratta, Giuseppe Chiari, Andrea Procaccini
e Giuseppe Passeri, Madonna col Bambino e i santi Eusebio e Giovannni Battista, particolare di Sant’Eusebio,
1701-1708, Torino, San Filippo. Gli artisti scelsero
di rappresentare il santo, vescovo di Vercelli nel IV
secolo, in sontuose vesti settecentesche, come un
presule loro contemporaneo.
Clodoveo re dei Franchi in una miniatura quattrocentesca. Il sovrano si convertì al cattolicesimo nel 496 dopo
il matrimonio con Clotilde, nipote del re di Borgogna e
lei stessa professante la stessa fede. La conversione costituì uno stretto vincolo tra i Franchi e la popolazione
gallo-romana, già dedita al cattolicesimo, e contribuì a
rafforzare il regno. Per tale motivo, la figura di Clodoveo ebbe grande rilievo nella storiografia francese.
Le gerarchie ecclesiastiche reagirono spesso con durezza alle elaborazioni illuministe in materia religiosa, le quali, anche nella versione deistica propugnata da Voltaire, minavano comunque alla base la legittimazione delle istituzioni religiose. Contro gli esponenti dell’ateismo la loro presa di posizione
fu violentissima. Quelli di cui qui ascoltiamo qualche risonanza sono alcuni
passaggi del documento preparatorio redatto dai vescovi nel 1775, in occasione dell’Assemblea generale del clero di Francia tenutasi a Parigi. Esso era
esplicitamente indirizzato «ai fedeli di questo regno, a proposito dei benefici che provengono dalla religione e degli effetti perniciosi della incredulità».
Si noti, nel testo, la netta distinzione che viene tracciata tra le fedi concorrenti con quella cattolica – certo esecrate, ma comunque riconosciute come
appartenenti a pieno titolo all’ambito della religione – e l’ateismo, di cui è
avvertita la minaccia ben altrimenti radicale. Le dirigenze del clero francese
sanno di trovarsi di fronte a un fenomeno nuovo, frutto di quella che chiamano la “superbia” della ragione. E nella seconda parte del loro “avvertimento” vanno alla ricerca di un’alleanza con il potere secolare, ricordando il
ruolo nevralgico che la religione assolve in relazione al mantenimento «deli
ranghi […] e gradi conformi ai disegni della provvidenza», che sono il presupposto per la «conservazione dell’ordine pubblico». La sfida razionalista e
ateista – sembrano voler dire – non è rivolta solo contro i ministri del culto,
ma, più in generale, contro i regnanti tutti, chiamati all’appello evocando
uno scenario che parte dal mitico Clodoveo, simbolo della tradizione francese della regalità e della religione.
99
Le fonti
Le coordinate
●Nevralgiche in tutta la costruzione dell’immaginario cristiano, le figure dei santi, cioè degli esseri
umani ai quali, in virtù dell’eccezionalità religiosa della loro vita, la
Chiesa conferiva l’attributo – santo, per l’appunto – usualmente riservato a Dio, erano (e, del resto,
sono tuttora) destinatarie di un
culto particolarmente intenso e
partecipato a livello popolare.
●Ai santi erano intitolati i giorni
dell’anno; e ogni corporazione
d’arti e mestieri aveva il suo santo
protettore, oggetto di una speciale
devozione da parte della rispettiva
confraternita. Così pure, ogni villaggio se ne sceglieva uno e nel
giorno a lui (o a lei) dedicato si celebrava la festa del paese, annuale
momento di socializzazione comunitaria.
●Oltre che per la specchiatezza
morale della propria esistenza,
santi e sante erano famosi soprattutto per i loro miracoli. Si pensi,
per non ricordare che un esempio
molto noto, alla f igura di san
Francesco e alla sua vita “miracolosa”, restituitaci da splendidi cicli
di affreschi. Il miracolo, cioè l’accadimento soprannaturale, veniva
del resto considerato dalla Chiesa
come una diretta manifestazione
della volontà divina, una prova
tangibile della sua esistenza. Ma si
trattava, al tempo stesso, di un fenomeno ambiguo. Si riteneva, infatti, che talvolta attraverso la
chiave del soprannaturale, e delle
persone attraverso le quali esso,
per così dire, transitava, a rendersi
visibile fosse in realtà il Demonio.
Per questo esse venivano quasi
sempre sottoposte a esorcismi. Altre volte, infine, sorgeva il legittimo sospetto che dietro ai miracoli
ci fosse una ben costruita simulazione, tesa a sfruttare tanto la fede
quanto la credulità popolare.
100
Il sentimento religioso
fonte23/il fatto giudiziario
SANTI E “SANTOLILLI”
Il caso di Francesco Bartolomeo Belli
Die 9 mensis decembris 1675 Neapoli, in Tribunali Sancti Offici Curiae Archiepiscopalis, coram admodum Reverendo Domino Horatio Maltacena [...], assistente admodum Reverendo Domino Canonico Don Josepho Rodoerio, advocato fiscali ecc.
Vocata et examinata Ursola Ciaccia, neapolitana, [...]
Respondit: Il suddetto Francesco mio figlio quando stava nelle fascie non volse
mai succhiar latte da me né da altra donna nei giorni di venerdì e benché io li facessi forza con ponerli la zizza in bocca non fu mai <possibile> che volesse pigliarla tan vero che mio marito m’ingiuriava dicendo che questa creatura pateva e le mie zizze si gonfiavano et io ritornava a far le diligenze anco in presenzia
sua et <sempre> il figliuolo stava ostinato et non voleva pigliarla, anzi si lagnava et faceva forza scostandosi dalla zizza e così continuò fino a che lo smammai
che era di diece mesi [...].
Et molte volte la notte s’alza et credo che facci oratione avanti detto altare e
però detto figliuolo mai lo vuol dire dicendo che fa qualche bisogno o beve. Di
più molte volte detto figliuolo ha fatti atti come contrastasse col demonio dentro la casa mia et fuora, particolarmente una volta nella chiesa di San Pietro
Martire dove si faceva la protesta della morte alla quale detto figliuolo andò a
toccare una crocetta che solea portare appesa a lato e li demoni cominciorno a
fare gran strepito dicendo: ancora stai nella età dell’innocenza e ci vuoi tormentare però ti castigaremo prima di martedì; conseguente in effetto seguì, atteso in
detto giorno di martedì seguente essendosene ritornato detto mio figlio dalla
scola fece un gran moto di spavento et restò come morto per lo che io mandai a
chiamare molti medici quali me lo disperorno. Et hessendo stato così molte hore, venne un prete a casa mia quale stava a San Nicoliello alla Vicaria il quale è
buon servo di Dio et si chiama fra Giovan Battista et in vederlo disse che il demonio lo haveva spaventato et havendoli cominciato a parlare et dimandandoli
che cosa havea visto il figliuolo subito rivenette e rispose d’haver veduto un cervo grande a cinque corna che lo haveva spaventato, così da man in mano stiede meglio. [...]
Un’altra volta mio marito comprò uno tomolo di farina et havendone cominciato a far pane veniva negro del che me ne
lagnai col medesimo mio marito. La seconda volta poi mio marito assectava la detta farina di quella medesima, cioè del
medesimo forno, et havendone pigliati diece piatti, mentre stava attendendo s’accorse che detto figliuolo secretamente vi
fece sopra il segno della croce et in un medesimo instante dice che vidde crescere detta farina. Et havendo vista detta farina assectata, me ne lamentai dicendo come vole fare tanto pane et detto mio marito per allhora non vuolse dirmi cosa
alcuna, se non che havendosi levata la camisa, si pigliò la disciplinella che tiene detto mio figlio con la quale si batte ogni
sera et cominciò detto mio marito a piangere e disciplinarsi avanti detto altarino con la faccia per terra. Et la mattina poi
io feci il pane et ne feci quattordeci pezzi assai grossi, deinde detti quattordeci pezzi mezzani io li mandai al forno a cocere, ma poi il fornaio mi portò quattordeci pezzi grossi assai de pane bianco come una neve et io havendolo veduto restai
attonita et contrastavo con esso che non era il mio. Però detto Francesco mio figlio disse: pigliatello ch’è lo tuo. [...]
Un mese fa incirca, essendo smorzata la matina una lampa che tenemo accesa avante detta statua di San Francesco
et altri santi nell’altarino di detto figliuolo, il medesimo mi disse che ci havesse posto oglio et l’havesse accesa, del
che io mi disturbai dicendoli: m’hai tormentato con questa lampa, et altre parole per le quali il detto figliuolo si fe
rosso rosso et voltandosi a detto altarino disse: San Francesco mio, se vuoi la lampa falla allumare tu, perché la mamma mia non la vuole allummare. Et a capo di poco tempo, essendomi voltata facie di detta lampa, <la vidi> piena
d’oglio accesa, del che io restai assai meravigliata. Et havendo dimandato tutte le parti della casa se l’havessero allummata et postoci oglio dissero di non et questa lampa così accesa senza ponervi altro oglio durò ventiquatro hore accesa dove prima l’istessa quantità d’oglio soleva durare diece hore.
Un’altra volta si comprò in casa nostra un barrile di vino secondo il solito, et dove prima l’altri barrili ci erano durati 25 o 26 giorni, quello ci durò due mesi e diece giorni a causa che, disse mia madre ava di detto figliuolo haver visto far da quello sopra del vino il segno della croce, in <voc>ando il nome del buon Gesù. Et con il segno della croce similmente guarì dal dolore di stom<aco et di> testa una nostra vicina chiamata Ann<a>, et un’altra mia figlia,
chiamata <Arcangela>, che stava con pasterna al collo.
P. Scaramella, I Santolilli. Culti dell’infanzia e santità infantile a Napoli alla fine del XVII secolo,
Edizioni di storia e letteratura, Roma 1997
Leggere la fonte
Pieter Paul Rubens, Il miracolo di sant’Ignazio di Loyola, ca. 1617-1618, Vienna, Kunsthistorisches Museum. La miracolosa guarigione degli epilettici viene rappresentata con grande realismo. I gesti sofferenti dei malati, l’uso intenso del colore, il contrasto tra la pelle livida di una malata e il tendaggio
rosso alle spalle del santo, la monumentalità della
scena sono elementi che contribuiscono a conferire
drammaticità del dipinto e, insieme, energia e forza evocativa.
Jusepe de Ribera, Matrimonio mistico di santa Caterina,
1648, New York, Metropolitan Museum of Art. L’artista visse a lungo a Napoli dove trasse ispirazione
per i suoi quadri più celebri. Nella tela qui sopra,
Gesù è ritratto senza la consueta aureola. Tuttavia,
benché a un primo sguardo possa apparire come un
bambino qualsiasi, è il gesto di venerazione di santa
Caterina, china a baciargli la mano, a trasmettere la
sacralità del personaggio.
Giulio Cesare Penna, Giuseppe Zimbalo e Giuseppe
Cino, chiesa di Santa Croce e monastero dei celestini,
metà XVII sec., Lecce. Nel Seicento i monasteri erano
considerati luogo ideale per l’educazione dei figli, sia
per le famiglie più abbienti, sia per quelle di umile condizione che vi affidavano i figli nella prospettiva di un
miglioramento sociale. Talvolta, come nel caso del
“santolillo della fonte”, le famiglie consegnavano i
bambini affinché la loro esistenza fosse occultata.
Questa fonte, la deposizione resa dalla madre di un “santolillo” davanti al Tribunale del Sant’Uffizio di Napoli in occasione dell’inchiesta da questo condotta sul caso del piccolo Francesco Bartolomeo Belli, ci conduce nel cuore di un
fenomeno ambiguo e affascinante: quello del rapporto tra infanzia e santità.
Santolilli erano chiamati a Napoli i bambini ai quali venivano attribuite capacità
soprannaturali. Ma nel culto a essi tributato avevano modo di emergere due
aspetti entrambi basilari della dottrina cattolica, che non era facile conciliare l’uno con l’altro. Da un lato, infatti – ha scritto Piero Scaramella, l’autore dello studio da cui è tratta questa fonte – «in epoca moderna il bambino è percepito come possibile veicolo della grazia divina», per la sua prossimità alla dimensione
dell’innocenza, che richiama le atmosfere dell’infanzia di Cristo; dall’altro la religiosità della Controriforma, densa di aspirazioni disciplinatorie e pedagogiche,
stenta ad accettare l’idea che «individui non ancora giunti al pieno della ragione
potessero esercitare le (così dette) virtù eroiche, condizione indispensabile per
essere annoverati nella ristretta cerchia dei santi venerati dalla Chiesa di Roma».
La catena dei “miracoli” – talvolta anche molto semplici e scarsamente mirabolanti, come si deduce leggendo la deposizione – che videro protagonista il fanciullo napoletano, figlio di un pescatore, alimentò nei quartieri popolari della città a fine Seicento un culto spontaneo e incontrollabile, che indusse le autorità ecclesiastiche,
propense a interpretare i fatti alla stregua di un caso di possessione diabolica, a correre ai ripari. Sottratto alla famiglia a cinque anni, Francesco Bartolomeo fu consegnato a un monastero. Di lui, da quel momento, si perdono le tracce documentarie.
101
Le fonti
Le coordinate
●Il conflitto tra paganesimo e cristianesimo in Europa non si esaurì
nel momento in cui, durante i secoli tra la caduta dell’Impero romano e la costituzione del Sacro
Romano Impero, i regnanti della
parte occidentale del continente
aderirono ufficialmente alla fede
cristiana, imponendola al tempo
stesso ai loro rispettivi sudditi.
●Soprattutto nelle campagne, infatti, dove il controllo tanto dei
poteri temporali quanto di quelli
spirituali si rivelava in quei secoli
problematico e discontinuo, una
porzione consistente della popolazione rimase intimamente fedele
alle forme di religiosità tradizionali e continuò a celebrare sacrifici e
riti in onore delle vecchie divinità
pagane, oppure aderì solo esteriormente ai dettami della nuova
religione, riempiendone, per così
dire, le forme con contenuti che
rappresentavano in realtà la replica di quelli antichi.
●In quest’ultima fattispecie, tale
fenomeno continuò a riproporsi
per gran parte dell’età moderna e,
a partire dal XVI secolo, conobbe
un nuovo scenario di irradiazione
anche al di là dell’oceano, dove alla
conquista militare del Nuovo Mondo e allo smantellamento delle locali religioni precolombiane si accompagnò uno sforzo massiccio di
evangelizzazione delle popolazioni
indie. Questa dovette tuttavia
adattarsi alla constatazione che i
vecchi riti erano inestirpabili e che
conveniva, pertanto, inglobarli all’interno delle liturgie cattoliche,
smussandoli degli aspetti più conflittuali. Ma, mentre i missionari
nel Nuovo Mondo cercavano di
convertire al cristianesimo le popolazioni locali, nel cuore stesso d’Europa, a distanza di ormai un millennio dall’affermazione di tale religione, “altre Indie”, come le chiamarono predicatori e frati impegnati nel rafforzamento dell’evangelizzazione interna, mostravano
buone capacità di sopravvivenza.
102
Il sentimento religioso
fonte24/la testimonianza
L A SOPRAVVIVENZA
DELL’IDOLATRIA
L’amara ironia di un curato francese
Jay dice che gli abitanti della Sologne sono più superstiziosi che devoti. Chi potrebbe negarlo, vedendoli osservare tanto scrupolosamente moltissime pratiche
di culto che sono al tempo stesso deplorevoli e ridicole, e che servono soltanto
ad allontanarli da quella che è la vera pietà? Cominciamo col dire che penserebbero di offendere il Signore se setacciassero la farina il giorno di S. Tommaso; una falsa credenza che circola tra di loro sostiene infatti che questo santo
apostolo è stato martirizzato con un setaccio. Tanto è vero che ne hanno tratto
un proverbio: «Il giorno di S. Tommaso, Dio non vuole che si setacci!». Quando
soffrono di qualche malattia, implorano soprattutto S. Sulpicio, che chiamano
S. Supplizio, perché lenisca il supplizio che li tormenta. Si rivolgono invece a
S. Mauro quando hanno malati che deperiscono a poco a poco o sono in agonia,
perché li faccia vivere oppure morire subito. Pregano poi Santa Perpetua perché
dia il latte alle puerpere che si sono inaridite e Santa Cornelia se sono macilenti, scuri e deformi, per assonanza del nome con quello della cornacchia, un uccello scarno, magro e tutto nero.
Non c’è poi alcuna malattia del loro bestiame, per la quale non facciano pellegrinaggi: invocando volta a volta, S. Giovanni Battista se si tratta di pecore,
perché il santo è rappresentato in compagnia di un agnello; S. Paxent, che chiamano S. Pascolo, quando le loro bestie sono inappetenti e non vogliono più
brucare; St. Yves, che chiamano St. Yvre, se le loro pecore si comportano in
modo balordo; S. Firmino, che chiamano S. Febbrino, se le loro bestie tremano
per la febbre. Quando invece si diffonde qualche epidemia tra i bovini, invocano S. Aubin, e fanno fare al bestiame tre volte il giro della chiesa, comin-
ciando dalla parte sinistra e pretendendo che il curato lo asperga di acqua benedetta – la qual cosa è stata dichiarata pura superstizione da parte di Monsignor di St. Beuve e di altri dottori. Inoltre fanno voti di continuo, per
ogni genere di malattia, sia che colpisca le persone sia che colpisca gli animali. Non basta, a Natale conservano il
pane benedetto durante la messa di mezzanotte, per farlo mangiare alle loro vacche, perché credono che sia un
antidoto contro le malattie. La domenica innalzano croci di paglia e rami ai quattro angoli di ogni loro appezzamento.
Potremo rivolger loro, giustamente, lo stesso rimprovero che l’apostolo Paolo rivolgeva ai Galati: voi adorate i giorni e i mesi, le stagioni e gli anni. E infatti, essi credono che i loro figli morirebbero entro l’anno se li si battezzasse il
sabato precedente la Pasqua o la Pentecoste, ed è completamente impossibile strapparli a questa folle credenza. Sostengono anche che le mogli sarebbero infedeli, se i matrimoni avvenissero di mercoledì o di venerdì, giorni in cui,
tra l’altro, sarebbe pericoloso che la puerpera si alzasse per la prima volta dopo il parto.
E ancora, ritengono una colpa punibile in questa vita bruciare un timone di aratro e si è assistito spesso a poveri malati che se ne fanno mettere uno sotto il cuscino, mentre agonizzano nel loro letto, perché temono di averne fatto legna da ardere per sbaglio. Evitano poi scrupolosamente di fare il bucato se capita che un malato abbia ricevuto l’estrema unzione. Dubitano della salvezza eterna di una persona che muoia rivolta verso quel breve spazio che si trova tra il letto e il muro, pretendendo che il diavolo vi si trovi appostato di sentinella per impadronirsi dell’anima di
chi esali l’ultimo respiro in questa posizione. Insomma, sono vittime di ogni sorta di superstizione, tra le quali non va
omessa la credenza che le loro campane abbiano la virtù particolare di disperdere gli ammassi di nubi pericolose, e
si offendono terribilmente se si cerca di spiegar loro che le nubi si disperdono per cause del tutto naturali, e che le
campane non possono far altro che comprimere l’aria con il loro suono. Possiamo perciò ben dire, dopo tutto quello che abbiamo riferito, e senza sbagliarci, che in molte cose essi non sono altro che idolatri battezzato.
P. Goubert, D. Roche, L’Ancien Régime. Cultura e società,
Jaca Book, Milano 1987
Leggere la fonte
Inferno, scuola portoghese, prima metà del XVI secolo, Lisbona, Museo Nazionale dell’Arte Antica. Tra i diavoli, alcuni sono rappresentati come indios del Brasile. Tale rappresentazione è significativa dell’impatto che il contatto
con il Nuovo Mondo ebbe su alcune fasce della cultura europea. La diversità religiosa equivaleva infatti al Male.
Festa tradizionale dei Misteri a Campobasso,
metà XIX secolo L’incisione mostra la sopravvivenza di tradizioni remote e di infiltrazioni pagane: le processioni dei “misteri”
di Campobasso (strutture lignee che trasportano bambini e adulti, e sono a loro
volta trasportate a braccia da altri uomini),
sono assimilabili a manifestazioni simili che
si svolgevano in Inghilterra fino al principio
dell’età moderna e contro le quali la Chiesa
prese posizione nei concili del XVI secolo.
Joseph Heintz il Giovane, Festa popolare in piazza San Marco, metà XVIII
secolo, Roma, Galleria Doria Pamphilj. Durante il Carnevale, la principale piazza veneziana è luogo di svago per eccellenza: la animano
personaggi mascherati, spettacoli di musica e di danza, cantastorie e
perfino una caccia al toro. Anche in città, infatti, restano tracce delle ritualità pagane contro cui si scagliava una parte del clero.
«Idolatri battezzati» è l’appellativo che l’autore di questa testimonianza, scritta al confine tra il serio e il faceto, riserva a coloro che
compongono il suo stesso gregge, i contadini di una secentesca
profonda campagna francese. Il curato passa in rassegna, una per
una, le forme di superstizione che affollano le giornate e la fantasia dei suoi parrocchiani e li sorprende intenti a celebrare riti e
scaramanzie che affiorano da un lontano, ma non ancora sopito,
passato pagano, popolate da forze benigne o maligne che si tratta, rispettivamente, di evocare o di scongiurare.
L’adorazione dei «giorni e i mesi», delle «stagioni e gli anni»: questo il rimprovero mosso dal prete di Sologne ai frequentatori della sua chiesa, che vede divisi tra la perdurante adesione al pensiero magico proprio del mondo pagano e il vorace abbeveramento
alle credenze più ambiguamente scabrose che allignano all’interno
della stessa religione cristiana, come quella del Diavolo e nella sua
pervasiva presenza sulla terra; magari proprio nell’intercapedine
posta tra il letto di un ammalato e il muro che si trova di fronte ai
suoi occhi, pronto a impadronirsi dell’anima del moribondo.
Per questo prete di campagna, al quale del cristianesimo preme
evidentemente di valorizzare soprattutto gli aspetti razionalistici,
nei quali riconosce i presupposti di un’autentica adesione cosciente alla fede, il villaggio di cui gli è affidata la cura spirituale
resta insomma pervicacemente immobile (così recita il titolo dell’opera in cui per la prima volta è stata riprodotta questa fonte),
se non addirittura irrimediabilmente attratto dai fili del passato.
103
La questione storiograf ica
Il sentimento religioso
Il sentimento religioso
tra ideologia e accertamento
storiografico
La storia religiosa è stata molto influenzata dalle grandi contrapposizioni ideologiche otto-novecentesche. La storiografia di impostazione laico-liberale l’ha considerata essenzialmente nella chiave del prolungato conflitto fra Stato e
Chiesa e ha denunciato la tendenza, da parte delle istituzioni ecclesiastiche, per un verso a occupare ambiti che dal
tardo Settecento in avanti sono divenuti monopolio statale, per l’altro a soggiogare le coscienze, comprimendo la libertà individuale. La storiografia marxista non è stata certamente più benevola, considerando la religione come «oppio dei popoli». Infine, la storiografia di matrice propriamente confessionale – quella che, fino a tempi recenti, maggiormente si è occupata dell’argomento – ha in genere offerto una lettura apologetica e agiografica della storia ecclesiastica, presentando la Chiesa come una quasi astorica fonte del bene, minacciata dalla irreligiosità dei sovrani,
dalle “presunzioni” del razionalismo settecentesco e dal materialismo opposto, ma complementare, del capitalismo
e del comunismo. Oggi si può invece dire che, generalmente, l’approccio si è emancipato da orientamenti moralistico-ideologici, per proporre una spiegazione della religiosità di età moderna in tutta la sua complessità, come fenomeno in primo luogo storico.
Antropologia
e storia religiosa
Pierre Goubert e Daniel Roche, nell’opera da cui è tratto
questo brano, hanno cercato di offrire, in relazione al caso
francese, il ritratto di una civilizzazione costitutivamente diversa da quella contemporanea, perlustrandone senza pregiudizi i fondamenti materiali, mentali, psicologici. In queste
pagine dimostrano un approccio sfaccettato al tema, capace
di tenere insieme una prospettiva antropologica e una storica, facendole convergere in direzione di una ricostruzione
della religiosità di Antico Regime quanto più possibile aderente al profilo della mentalità collettiva dell’epoca.
Se si vuol capire in che momento una società intera
ha cessato di essere una funzione espressiva, un linguaggio, della religione, è utile chiedersi quando e come si è
consolidata questa sua vocazione al religioso. Capire che
nella concezione cristiana della vita ogni azione umana è
sottoposta a una regola di carattere religioso, significa
anche capire in che modo quasi senza avvedercene ne
siano usciti. Questo tipo di approccio rifiuta l’anacronismo e rompe probabilmente con due pregiudizi: il primo
vuole che gli uomini del XVII e XVIII secolo abbiano avuto un modo di pensare diverso dal nostro, impossibile da
capire, e considera come un modo arcaico di ragionare
ciò che ha invece una sua precisa motivazione culturale;
il secondo pretende che nei tempi passati abbia regnato
una mentalità più primitiva della nostra, mentre ciò che
cambia è soltanto il contesto sociale e culturale. Se, in altri termini, si crede meno all’astrologia oggi che ai tempi
di Newton, ciò non è dovuto a una nostra maggiore disposizione alla razionalità, ma al fatto che scuola e cultura hanno imposto – non sempre con pieno successo – un
modo di pensare razionale che prima era appannaggio
soltanto di alcuni. Lo storico non deve fare del religioso
l’arena di scontro tra razionale e irrazionale, ma deve
104
ammetterne una certa irriducibilità sia all’uno che all’altro, come ha dimostrato Kolakovski (Chrétiens sans Èglise). La religione non è soltanto «l’oppio del popolo», ma
una dimensione, un insieme di valori, in cui l’equilibrio
dell’uomo nel suo universo e la manifestazione della gloria di Dio non sono ancora, per il momento necessariamente antagonisti. Se i comportamenti religiosi si inscrivono, con la loro specificità, nell’ambito dei comportamenti sociali, si deve anche ammettere che essi possano
essere modi di percezione e di appropriazione messi in
atto dai diversi soggetti sociali, e che quindi siano comprensibili sia in loro stessi che geneticamente, nel loro intreccio cioè con tutto il resto del sociale.
Una storia religiosa in pieno rinnovamento ci permette oggi di sviluppare a fondo questo tipo di riflessione. Essa rompe con una duplice tradizione che ne faceva
spesso il prolungamento dell’apologetica e della polemistica: quella di una storia politica e cronachistica e quella
di una storia teologica e letteraria. Come storia politica
in senso lato, la storia religiosa è restata per lungo tempo
una storia di vertici, in cui venivano ostentati le grandi
azioni e i grandi uomini della Chiesa, e in cui il conflitto
secolare tra Stato e Chiesa veniva rappresentato conformemente a una sensibilità spesso antilaica. Appannaggio
di dotti ecclesiastici e di cardinali accademici, essa trovava nello studio della teologia il puntello per una concezione del progresso che conferiva all’ortodossia il posto
centrale, sia nelle idee che nei comportamenti pratici: la
contrapposizione tradizionale, tra fede riconosciuta e superstizione, era pienamente imperante. Tuttavia, l’enorme contributo degli storici delle idee e dei sentimenti religiosi, da Sainte-Beuve a Bremond non va sottostimato.
Sebbene questi storici della spiritualità si interessassero
soprattutto ai testi e trascurassero gli archivi, sebbene
guardassero innanzitutto alle grandi figure spirituali e
tendessero a valorizzare le influenze unificanti, essi ci
hanno lasciato qualcosa di più che un tipo di approccio: ci
hanno lasciato la percezione di un clima, la cui analisi, tenuto conto delle odierne ambizioni della ricerca storica,
permette di impostare meglio il dibattito sul funzionamento passato del linguaggio sociale in materia religiosa
e sulle leggi che l’organizzano. Questo dibattito ha un duplice obiettivo: da una parte, metter fine allo scontro religioso-antireligioso che, ai tempi delle necessarie lotte per
la laicità, dava per presupposta la possibilità di una distinzione trasparente fra le due sfere; dall’altra, ricollocare il fenomeno religioso nell’ambito del sociale privandolo di ogni posizione privilegiata. Questo significa non solo spogliarlo della presunzione di verità che, nella società
antica, gli conferiva il primato del teologico, ma permettere inoltre alla nostra storia di non essere più una storia
santa, dato che la nostra società non ha più bisogno di
concepire se stessa in conformità al modello religioso.
P. Goubert, D. Roche, L’Ancien Régime.
Cultura e società, Jaca Book, Milano 1987
Il ruolo delle istituzioni
ecclesiastiche nella
vita quotidiana
Gabriel Le Bras è stato uno dei più importanti storici del diritto ecclesiastico del dopoguerra. Influenzato dalle suggestioni fortemente “umanizzanti” della scuola storica parigina
dell’epoca, ha radicalmente innovato le prospettive di una
disciplina limitata a un ambito tecnico-erudito. Nel brano illustra la rilevanza del ruolo svolto dalle istituzioni ecclesiastiche in molti aspetti della vita quotidiana dell’età moderna,
evidenziando una parabola di lunga durata, che sembra
quasi confondersi con le letargiche inerzie e i prolungati immobilismi consuetudinari propri della psicologia di massa.
All’interno della famiglia l’individuo; al di sopra delle
nazioni la cristianità, sono sottomessi alla Chiesa. L’esistenza quotidiana di ogni fedele, come i rapporti fra gli
imperi, dipendono dal diritto canonico. Poniamoci successivamente alle due estremità della piramide, per osservare la vita di ogni uomo e la vita del mondo cristiano. [...]
Ad ogni istante della sua vita l’uomo occidentale subisce (il più delle volte inconsapevolmente) le direttive della legge canonica. Ognuna delle tre parti del campo che
abbiamo descritto contiene settori in cui il comportamento personale riceve ordini quotidiani: posizione nella Chiesa, relazioni con gli altri, prescrizioni liturgiche. Qual è, su
ogni punto, il grado di ubbidienza? Un’osservazione del
pubblico, una semplice introspezione ci procurerebbero
piccanti ed istruttive sorprese. Per facilitare questo lavoro
(raccomandabile quanto una ricerca di procedura) gettiamo uno sguardo sui modi di vita e sui rapporti sociali. [...]
La Chiesa assegna ad ogni fedele un domicilio. Lo
fa, in una diocesi, cittadino di una parrocchia, sede dei
suoi diritti e dei suoi doveri. Si dovrà prendere in considerazione la parte di questo statuto giuridico nell’esistenza dei cristiani. Nel medioevo, la parrocchia fu, con
la famiglia, il “conservatorio” della religione e del costume. La Chiesa locale era, insomma, l’abitazione comune: ha mantenuto questo privilegio nelle regioni fedeli.
Non mancheremo di rivolgerci ai sociologi per conoscere le conseguenze storiche del fenomeno sulla solidarietà e sulla stabilità della popolazione.
Come lo spazio, il tempo è sottoposto alle prescrizioni del diritto, che impone la lista delle festività, l’ordine della settimana e dei giorni. Adottando questo calendario, la società civile costringe i suoi membri a rispettare un ritmo fissato al momento della sua adesione al cristianesimo, che essa ha mantenuto, dopo sforzi vani per
infrangerlo. Una così lunga vittoria dell’ordine canonico, che si ripercuote su ciascuno di noi, ci interessa nella
stessa misura dell’esegesi dei testi trionfanti.
Sappiamo che tutta la compagine sociale è imposta:
lo Stato, la famiglia, la gerarchia; o quanto meno proposta: corporazione, confraternita. Il diritto cnonico tende
a stabilizzare il cristiano. Nutrimento, vestiti, svaghi, esso
prevede tutte le condizioni nella vita materiale. In quale
modo viene obbedito?
Il calendario ci interessa maggiormente in quanto
prescrive un regime alimentare. Nel capitolo del digiuno,
il nostro compito è spiegare l’interdetto e le sanzioni, ma
ci piacerà immaginarci i digiunatori, la loro propozione,
la loro tavola ed il loro spirito. Ascetismo o abitudine?
Persino nell’abbigliamento, ritroveremo i rigori del diritto. Quanti testi prendono di mira la tenuta dei chierici!
Monaci, religiose, beghine, portano l’abito della loro professione. Gli stessi laici sono soggetti alle regole della «modestia», insegnate dal Decreto, ed oggi ribadite dai vescovi.
«Né trucco, né amuleti!», con questa invettiva agostiniana
Graziano concludeva la sua opera. «Né scollature, né maniche corte», leggiamo nelle ordinanze episcopali del ventesimo secolo. Il canonista dotato di normale percezione
non disdegnerà di osservare le reazioni delle praticanti.
Osservando lo spettacolo domenicale, si chiederà
quale parte abbia avuto il canone Ut dominicis diebus
nella sospensione della vita corrente a favore delle chiese, degli stadi e dei ritrovi. Non è davvero umiliare una
disciplina il constatare che essa interessa oltre qualche
decina di specialisti, tutti gli europei.
Quanti usi si sono formati per ubbidienza alle leggi
canoniche, che dettano atteggiamenti nei riguardi della
vita e della morte.
Il diritto canonico presiede i quattro grandi avvenimenti: nascita, prima comunione, matrimonio ed ultimo
trapasso.Tutto lo svolgimento di ciascuna di queste solenni circostanze è previsto dai concili e dai sinodi: protagonisti e testimoni, ordine delle cerimonie, comportamenti.
Intorno all’avvenimento, le tradizioni popolari hanno dato origine ad una rete di abitudini ed anche di superstizioni a cui il diritto canonico, pur non incoraggiandole, ha fornito il pretesto: dovranno essere sorvegliati i
suoi rapporti con il folklore. [...]
Il diritto canonico è stato sempre considerato una
disciplina così rude da tutti coloro che ne fanno oggetto
di studio come da coloro che esso governa, che ci augureremmo che venissero messi sulla bilancia i suoi rigori
e i suoi benefici. Non per pronunciare una sentenza, ma
perché si possano intravedere le pene e le gioie, di cui
gli è stato debitore il mondo cristiano.
G. Le Bras, La Chiesa del diritto. Introduzione allo studio
delle istituzioni ecclesiastiche, il Mulino, Bologna 1976
105
Le conclusioni
Laboratorio
di scrittura
CONCLUSIONI E
NUOVE PROSPETTIVE
L
a storia del sentimento religioso è, a ben vedere, storia della società di Antico Regime tutta intera. O,
meglio, essa costituisce uno dei possibili angoli visuali –
e forse il più importante – a partire dai quali delineare
una storia “globale” di tale società, capace di rendere
conto tanto del ritmo quotidiano dell’esistenza quanto
delle cesure epocali.
Della prolungata centralità della dimensione religiosa nel legittimare gli assetti di potere della società ci
hanno parlato in termini eloquenti i vescovi francesi alle prese con l’inedita sfida dell’ateismo e, dietro a esso,
del razionalismo che è alla base della civiltà contemporanea. Mentre della presenza totalizzante della religione
nella vita di ogni giorno e nella dimensione domestica ci
hanno offerto una suggestiva dimostrazione i dipinti di
Murillo e di Chardin. I brani storiografici, a loro volta, ci
hanno guidato nella perlustrazione delle valenze giuridiche e istituzionali della liturgia, mostrandoci quali e
quante funzioni oggi assolte dal potere secolare siano
state un tempo esercitate da quello ecclesiastico.
Il sentimento religioso, che tuttavia la Chiesa si sforzava con ogni mezzo di instillare e canalizzare entro i binari dell’ortodossia, rivelava però una forte ambiguità di
fondo. Da un lato, infatti, al suo interno – come lamentava un parroco francese di campagna – continuava ad
allignare una percezione del sacro tributaria del paganesimo, un naturalismo religioso non completamente
assoggettabile ai canoni del monoteismo. Dall’altro – e
ce ne siamo accorti leggendo la deposizione in tribunale
della madre del “santolillo” napoletano – in esso trovava accoglimento una devozione popolare che, con la sua
comprensibile aspettativa nell’evento miracoloso, visto
come viatico per l’alleviamento delle molte e quotidiane
sofferenze terrene, pareva alle gerarchie ecclesiastiche
pericolosamente incline a spingere i fedeli nelle braccia
dell’Anticristo, quel Demonio che tormentava i sonni di
inquisitori ed esorcisti. Di conseguenza, non si può dire
che il processo di conquista della spiritualità popolare si
sia effettivamente completato, malgrado la centralità
della presenza e degli interventi ecclesiastici nella vita
quotidiana di quei secoli.
Vista la pervasivisità del sacro nella mentalità collettiva dell’Antico Regime europeo, è francamente difficile sopravvalutare l’importanza che la secolarizzazione
ha rivestito nel processo di formazione della società
contemporanea, contraddistinta da un orientamento esistenziale soprattutto di timbro mondano che è per molti versi antitetico rispetto a quello prevalente nell’Antico Regime.
Bibliograf ia e non solo
da leggere
G. Le Bras, La Chiesa del diritto. Introduzione allo studio delle istituzioni ecclesiastiche, il Mulino, Bologna 1976
Storia d’Italia Einaudi. Annali, vol. IX, La Chiesa e il potere politico
dal Medioevo all’età contemporanea, a cura di G. Chittolini e
G. Miccoli, Einaudi, Torino 1986
M. Rosa (a cura di), Clero e società nell’Italia moderna, Laterza,
Roma-Bari 1992
A. Prosperi, Tribunali della coscienza. Inquisitori, confessori, missionari, Einaudi, Torino 1996
●
Pietro Maurizio Bolckman, L’ostensione della Sindone in Piazza Castello a Torino, 1686, Racconigi (Cn), Castello. Il dipinto descrive in modo accurato e
realistico uno spaccato di vita cittadina di fine Seicento. L’enorme interesse suscitato dall’ostensione del Sacro Lino, in cui la tradizione identifica il
sudario di Cristo, conduce in piazza un numero immenso di persone. Ve
ne sono ovunque, gremiscono spazi pubblici e privati, affollano i balconi e
giungono ad arrampicarsi sui tetti.
106
da vedere
I diavoli, G. B. 1971, di Ken Russell
Mission, G. B. 1986, di Roland Joffé
●
da visitare
L’architettura religiosa d’Europa in tutte le sue espressioni
●
Il sentimento
religioso
Il tema storico
1.Nell’Europa d’Antico Regime la religione svolge un
ruolo importante nell’orientare i processi di socializzazione e di interazione sociale nelle loro varie forme,
culturali e politiche. Mostra la centralità di questo
sentimento nei Paesi cattolici, richiamandoti a fonti
pertinenti e a riflessioni storiografiche opportune.
Guida allo svolgimento
● Lettura
e analisi della traccia
La traccia è costituita dall’esposizione di una tesi di cui si chiede l’illustrazione attraverso prove documentarie, le fonti e i brani storiografici. La tesi consiste nel sostenere l’importanza della religione nelle relazioni sociali, nei loro molteplici aspetti, e quindi nella formazione dei processi di identità. Il problema viene circoscritto ai Paesi
cattolici, ma è implicito che si possa fare cenno anche a Stati nei
quali siano presenti altre confessioni religiose, benché tale limitazione possa essere assunta come criterio per selezionare le fonti.
● Selezione
delle informazioni e delle idee
Al fine di impostare l’analisi della religione sotto l’aspetto politico risultano utili i paragrafi Fede e potere, nel quale si mette a fuoco il
concetto di legittimazione del potere dei sovrani come investitura
divina, e Il controllo religioso sul comportamento, in cui si illustra
l’obbligo del rispetto delle norme rituali religiose imposto dall’autorità ecclesiastica. I paragrafi Autorità civile e autorità ecclesiastica, Il
ruolo della Chiesa nelle comunità locali e Religione scritta e religione
delle immagini sono particolarmente utili per l’impostazione dell’aspetto culturale della presenza della religione nella vita quotidiana.
Tra le fonti è opportuno fare riferimento alla fonte 21 La religione
domestica. Murillo e Chardin dipingono la famiglia, utile per provare
la persistenza di una mentalità religiosa anche di fronte al mutamento dei soggetti della pittura, da sacri a profani. Sono poi fondamentali entrambi i brani storiografici: quello di Pierre Goubert e Daniel Roche che, in chiave antropologico-culturale, ricostruisce la
mentalità religiosa dell’Antico Regime, e quello di Gabriel Le Bras il
quale analizza il tema religioso sotto l’aspetto giuridico-istituzionale.
● Proposta
di scaletta
1. Introduzione. Nella mentalità collettiva dell’Antico Regime, così
come negli assetti politico-istituzionali, la religione svolge un
ruolo di primaria importanza, tale da non apparire un fenomeno
storico tra gli altri, ma piuttosto una prospettiva da cui guardare all’insieme di quella società.
2. La religione nella vita politica:
– l’individuo sentiva di appartenere più a una comunità ecclesiastica che a una comunità nazionale;
– la stessa legittimazione del potere politico traeva il suo fondamento dalla religione, in quanto i re erano tali per investitura divina;
– l’autorità religiosa aveva anche la funzione di sanzionare i
comportamenti errati o pericolosi, così da far quasi coincidere il concetto di reato con quello di peccato;
– il controllo sul comportamento era in buona parte compito
dell’autorità ecclesiastica che si assicurava l’osservanza dei
doveri cristiani da parte di tutti i membri della comunità pena
l’esclusione del singolo da parte del gruppo;
– ne consegue che anche se autorità politica e autorità ecclesiastica potevano avere motivi di dissenso nell’esercizio del
potere, si trovavano in sintonia nell’opera di integrazione sociale del singolo rendendo socialmente intollerabili comportamenti estranei alle norme stabilite.
3. La religione nella vita culturale:
– la vita quotidiana era scandita, nei tempi e nei modi, dall’autorità ecclesiastica, attraverso il ruolo del parroco che
era la figura istituzionale di riferimento;
– il rito sottolineava in modo esclusivo tutti i momenti di passaggio della vita: nascita, battesimo, fidanzamento, matrimonio e morte avevano ciascuno cerimonie e rituali che
coinvolgevano l’intera comunità;
– i temi che alimentavano il mondo dell’immaginario collettivo
nel mondo contadino erano anch’essi di ispirazione religiosa, sia che fossero trasmessi attraverso una cultura scritta,
peraltro rarissima nelle campagne, sia che fossero veicolati
attraverso immagini, senz’altro più diffusamente presenti;
– la persistenza di una mentalità religiosa si coglie tuttavia
non solo tra i contadini, ma anche nel mondo aristocratico e
borghese dei secoli XVII e XVIII, come appare evidente nei
quadri di Murillo e Chardin che benché profani quanto al
soggetto, mostrano nella composizione alcuni elementi che
possono esseri intesi alla luce di un sentimento religioso allora dominante.
4. La storiografia contemporanea ci offre una chiave di lettura idonea a penetrare il significato storico dell’esperienza religiosa nell’epoca dell’Antico Regime, al di fuori di ogni anacronistica contrapposizione tra religioso-antireligioso o di un altrettanto obsoleto primato del religioso nei confronti di altre forme di esperienza.
Una prospettiva dalla quale è stato affrontato dagli storici contemporanei il problema del sentimento religioso è stata quella
suggerita dal diritto canonico in base al quale si può analizzare:
– il comportamento individuale;
– i rapporti sociali nella comunità;
– i rapporti tra le Nazioni.
Conclusione. Il diritto canonico, le arti figurative, le ricerche storiografiche contemporanee ci offrono un importante materiale
di analisi e riflessione per ricostruire il tema religioso tra i secoli
XVII e XVIII, sottolineando le permanenze e mostrando i molteplici nessi che collegano il quotidiano con le norme e le strutture delle istituzioni.
2.Nell’Illuminismo fa la sua comparsa, in campo
culturale, il tema dell’ateismo. Analizzane i caratteri fondamentali, illustrando la posizione dell’autorità ecclesiastica a questo proposito e mettendo
in luce il complesso delle argomentazioni messe in
campo dalla Chiesa al fine di combatterlo.
Il saggio breve
Argomento1. Il soprannaturale nel sentimento
religioso dell’Antico Regime.
Documenti
● Santi
e santolilli. Il caso di Francesco Bartolomeo Belli
(doc. 1, fonte 23, p. 100)
● La sopravvivenza dell’idolatria. L’amara ironia di un curato
francese (doc. 2, fonte 24, p. 102).
107
Laboratorio
di scrittura
Guida allo svolgimento
● Consegna
e indicazioni per la stesura
Per sviluppare l’argomento interpreta e confronta i documenti;
svolgi quindi su questa base la tua trattazione, anche con opportuni riferimenti alle tue conoscenze ed esperienze di studio. Puoi
ipotizzare, supponendo come destinazione del saggio una rivista
storica a carattere divulgativo, un titolo che unifichi i due aspetti presenti nei documenti proposti: Il soprannaturale tra ambiguità e sopravvivenza dell’antico.
● Lettura
e analisi dei documenti
La fonte Santi e santolilli è la deposizione resa dalla madre di un
“santolillo” davanti al tribunale del Sant’Uffizio di Napoli in occasione dell’inchiesta condotta sul caso del piccolo Francesco Bartolomeo Belli. La madre racconta una serie di episodi relativi alla
vita del figlio con l’intento preciso di difendere la santità, attestata da poteri “miracolosi” quali il fare durare più a lungo del solito
l’olio di una lampada o un barile di vino, miracoli che rispondevano ai bisogni più semplici della vita quotidiana di una famiglia di
peccatori. Il documento La sopravvivenza dell’idolatria è la testimonianza resa, nel Seicento, da un curato francese che definisce
«idolatri battezzati» i contadini della sua parrocchia; tale appellativo è giustificato dalle superstizioni che affondano le loro radici
nel lontano passato pagano attestando le tenaci resistenze dell’antica cultura che hanno impedito alla spiritualità cristiana di affermarsi pienamente, ancora dopo secoli.
● Proposta
Argomento2. Il sentimento religioso attraver-
so le immagini.
Documenti
● L’arrivo
Conclusione. Sostenere la pervasità del soprannaturale nei
comportamenti religiosi dell’Antico Regime non è sufficiente
per ricostruire il profilo religioso di quella società. Ciò che serve
è sottolineare le ambiguità, le differenze di livello di questo tipo
di percezione che esprimono modalità culturali diverse a seconda dei contesti sociali, a seconda dei filtri mentali che dipendono dalla cultura, dallo strato sociale, dalla sedimentazione
culturale nel tempo.
del cardinale Spinola a Bologna (doc. 1, vedi sotto)
● Carlo Saraceni, Il miracolo di san Benno (doc. 2, vedi sotto)
● Francisco
De Zurbaran, La Vergine bambina in preghiera
(doc. 3, vedi sotto)
doc. 1
di scaletta
1. Introduzione: i documenti proposti possono essere letti come
fonti storiche sotto un duplice aspetto: dalla parte del mondo
popolare e contadino e dalla parte dell’autorità ecclesiastica.
2. Il primo documento:
– sotto l’aspetto della mentalità contadina, è una testimonianza del bisogno del miracolo, dell’evento straordinario che
rende possibile ciò che non si osa sperare quale evento normale inserito nella uniforme catena dei fatti quotidiani;
– dalla parte della Chiesa che si avvale dell’intervento del
Sant’Uffizio è una prova della diffidenza dell’autorità ecclesiastica nei confronti della santità attribuita ai bambini i quali, per la loro età, non possono avere seguito il magistero della Chiesa, ma al contrario potrebbero essere vittime del demonio.
3. Il secondo documento rivela:
– la persistenza di credenze pagane, sotto la patina di un rituale cristiano acquisito solo in superficie;
– l’alto grado di cultura e di consapevolezza del parroco, il quale critica fortemente l’evocazione di forze della natura benigne, nonché gli scongiuri nei confronti di forze considerate
fonte di mali e di pericoli;
– l’esistenza di livelli culturali diversi nell’esperienza religiosa, più arcaica e contaminata tra vecchio e nuovo nelle
campagne, più innovativa e spiritualizzata tra i sacerdoti
colti.
108
Il saggio breve
doc. 2
doc. 3
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