La Grande Guerra: opinioni a confronto

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Questo materiale è riservato agli studenti regolarmente iscritti al corso di storia della Germania del CTP Petrarca di
Padova. E’ strettamente personale e non riproducibile. I materiali – tratti in parte da Wikipedia, dall’enciclopedia
Treccani online e da altre fonti - sono a cura del Prof. Sergio Bergami. Lezione XV: La Grande Guerra
La Grande Guerra: opinioni a confronto
Dal Corriere online:
Nel 1951, la commissione franco-tedesca chiamata a formulare raccomandazioni su come trattare
la Grande guerra nei libri di testo stabilì che a nessuna nazione poteva essere attribuita la volontà
predeterminata di causare un conflitto. Alla fine degli anni Cinquanta la comunità degli storici era
orientata per una ripartizione delle responsabilità sfumata, dove ogni attore aveva contribuito alla
catastrofe attraverso leggerezze ed errori di calcolo. Fu allora che scoppiò il caso Fritz Fischer, dal
nome del docente tedesco che nel 1961 tornò a sostenere che nel 1914 la Germania aveva cercato il
conflitto per imporre il suo dominio sul resto dell’Europa. Secondo Fischer, le cui tesi sono ora
parzialmente riprese da Max Hastings, gran parte della responsabilità andava quindi attribuita alla
Germania, che nel 1914 avrebbe perseguito obiettivi non diversi da quelli del 1939. Ne seguì un
dibattito infuocato, che si trascinò per anni, con la maggioranza degli storici tedeschi che
rigettavano le tesi di Fischer, e gran parte dei media che le appoggiavano.
Oggi, nonostante gli storici concordino sul peso della politica tedesca nello scoppio del conflitto,
la responsabilità è tornata a ridistribuirsi equamente tra le cancellerie delle potenze europee, che
portarono il continente alla catastrofe senza rendersene conto. Questo dibattito ha sempre avuto
profonde implicazioni politiche, fin da quando nel 1919 le nazioni alleate avevano messo per
iscritto la responsabilità di Berlino per imporle il peso delle riparazioni di guerra. In Germania, la
disputa sulle tesi di Fischer andò ben al di là della cerchia degli storici, arrivando a coinvolgere il
governo federale. Mentre proprio nel 1961 il processo ad Adolf Eichmann riportava l’attenzione sul
genocidio operato dai tedeschi, la tesi di Fischer rischiava di minare il tentativo della Germania
Ovest di presentarsi come un partner affidabile per gli alleati occidentali: se il Reich del 1939 non
era altro che una versione aggiornata di quello del 1914, diventava difficile presentare la parentesi
nazista come un’aberrazione, con la quale Bonn non aveva niente a che fare.
Nel 1964, nel pieno di un dibattito che non cennava a placarsi, il governo tedesco tentò di bloccare
un tour di presentazioni di Fischer negli Stati Uniti. Non ci riuscì, e così lo storico girò l’America
con addosso la veste del martire della libertà di pensiero. In Inghilterra la polemica scaturita dal
libro di Fischer fu meno accesa, anche perché il sentire comune non aveva mai smesso di attribuire
alla Germania la responsabilità della guerra. Oggi invece è proprio in Gran Bretagna che emergono
i nodi storico-politici più interessanti. In gioco vi sono i rapporti del Paese con l’Unione Europea,
ma anche una ridefinizione dell’identità nazionale inglese.
(da T. Piffer, Corriere della sera del 25/6/2014)
Chi ha cominciato la grande guerra
Di Paul Kennedy (Yale University)
Cento anni fa un nazionalista serbo di nome Gavrilo Princip assassinò l’arciduca Francesco
Ferdinando d’Austria, erede del vasto e decadente impero austroungarico. Nella rapida sequenza di
eventi che seguirono l’attentato, tutte le grandi potenze europee si ritrovarono sull’orlo dello scontro
armato. A causa di una serie di scelte infelici, i governi europei inasprirono i motivi di contrasto
iniziali e rimasero invischiati in una guerra devastante. Il conflitto si rivelò talmente massiccio e
diffuso da guadagnarsi nel giro di poco tempo il nome di prima guerra mondiale.
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Un secolo dopo dobbiamo ancora comprendere pienamente la portata dei suoi effetti. Anzi, in molte
regioni del mondo, specialmente in Medio Oriente, i popoli e gli stati continuano a fare i conti
con le sue conseguenze.
Convinta che dietro l’assassinio dell’arciduca ci fosse la Serbia, l’Austria-Ungheria presentò a
Belgrado delle richieste che ne avrebbero virtualmente cancellato l’indipendenza. La Russia zarista,
che si sentiva obbligata a proteggere gli slavi d’Europa contro le aggressioni austro-tedesche,
minacciò di intervenire e poco dopo cominciò a mobilitare il suo esercito.
La mossa di San Pietroburgo provocò l’inevitabile risposta della Germania, che in base ai suoi piani
militari attivò immediatamente la sua macchina bellica. La Francia, a sua volta, entrò nel conflitto al
fianco dell’alleato russo. Il piano di guerra tedesco prevedeva un attacco in massa verso occidente e
attraverso il Belgio per accerchiare Parigi, e la sua attuazione violò la tradizionale neutralità del
Belgio innescando la dichiarazione di guerra contro Berlino da parte dell’impero britannico.
La transizione dell’Europa dalla pace alla guerra fu incredibilmente rapida e drammatica. Nel
secolo successivo al 1815 c’erano stati alcuni conflitti limitati (le guerre d’unificazione tedesca e
italiana, la guerra di Crimea), ma in generale era stato un periodo di pace e prosperità.
Chi fu il vero responsabile di quella tragedia? La colpa va ripartita in ugual misura tra tutte le
potenze che entrarono in guerra nel 1914? Si è trattato solo di un orribile, enorme incidente? Di un
atto di stupidità collettiva, o di una serie di stupide decisioni che hanno scatenato un vortice
inarrestabile? Davvero non è possibile incolpare nessuno? Mentre ci avviciniamo al centesimo
anniversario dello scoppio della guerra, i mezzi d’informazione hanno riesumato il “grande
dibattito”, interpellando gli storici per far luce sull’accaduto.
Nel 1919 le nazioni vincitrici non avevano alcun dubbio che la responsabilità del conflitto dovesse
ricadere sulla Germania e l’Austria-Ungheria, e costrinsero gli sconfitti ad accettare la famosa
“clausola di colpevolezza di guerra” (articolo 231) contenuta nel trattato di Versailles. Tra le altre
cose, l’articolo giustificava le azioni punitive degli alleati come l’alterazione dei confini,
l’appropriazione delle colonie tedesche e l’imposizione di enormi indennizzi.
Naturalmente le nazioni sconfitte protestarono contro quell’univoca attribuzione di colpa, e verso la
fine degli anni venti, anche a causa delle opere di alcuni storici revisionisti statunitensi tanto
benintenzionati quanto male informati, si diffuse l’idea che la responsabilità fosse di tutti (il
capitalismo) o di nessuno (errori e ignoranza collettiva). Le guerre di aggressione della Germania
nazista cambiarono nuovamente l’opinione generale sui tedeschi, ma solo per un decennio. A metà
degli anni cinquanta, quando la Germania Ovest faceva ormai parte della Nato, aveva già ripreso
piede la teoria della “colpa condivisa”.
Oggi si potrebbe pensare che la mastodontica ricerca dello storico tedesco Fritz Fischer sulle
aspirazioni di Berlino prima e durante il 1914 (Assalto al potere mondiale. La Germania nella
guerra 1914-1918, Einaudi 1961) abbia confutato questa tesi una volta per sempre. Eppure alcuni
libri più recenti e ben accolti come The war that ended peace di Margaret MacMillan e I
sonnambuli di Christopher Clark (Laterza) ci stanno riportando ancora una volta verso la posizione
“neutrale”. A complicare ulteriormente le cose, due intriganti libri appena pubblicati hanno
dimostrato che a Vienna (Geoffrey Wawro, A mad catastrophe) e San Pietroburgo (Sean
McMeekin, July 1914: countdown to war) i leader politici speravano in una resa dei conti e presero
diverse decisioni avventate.
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Il piano tedesco. Tuttavia, per il bene della correttezza storica, non possiamo ignorare il fatto che
l’impero tedesco ha avuto un ruolo peculiare negli eventi del 1914, un ruolo che conferisce alla
Germania una responsabilità maggiore di quella delle altre potenze per lo scoppio della prima
guerra mondiale.
La particolarità delle azioni tedesche emerge da due elementi. Il primo riguarda i piani militari
preparati da Berlino prima della guerra e la loro attuazione durante i cosiddetti “cannoni di agosto”.
Nei burrascosi anni della corsa agli armamenti tutti i vertici militari e navali prepararono i loro piani
operativi nell’eventualità di un conflitto. Alcuni di questi progetti erano palesemente stupidi
(soprattutto quello dell’Austria-Ungheria), mentre altri, come il piano della Francia di mantenere le
truppe appena dietro il confine belga, erano semplicemente limitati. In ogni caso tutti i governi
(tranne uno) capirono che mobilitare l’esercito, per quanto rischioso, non significava
automaticamente mandare le prime linee in battaglia.
Il piano della Germania era diverso dagli altri, perché prevedeva l’invasione immediata del Belgio
nel momento in cui fosse arrivata la notizia della mobilitazione russa. Secondo lo stato maggiore
prussiano questo era l’unico modo per sconfiggere la Francia in sei settimane, per poi concentrarsi
sul fronte orientale e sul più lento esercito russo. Le esigenze militari prevedevano la violazione
della neutralità di uno stato vicino.
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Si potrebbe pensare che l’eccezionalità del comportamento della Germania nel 1914 si limiti
a questo dettaglio, ma non è così. Da alcuni documenti riservati sappiamo che già alla fine
del 1912 i generali tedeschi avevano scelto l’estate del 1914 come momento della resa dei
conti con l’alleanza franco-russa. Secondo i militari non si poteva aspettare oltre, perché
l’esercito russo era in espansione e presto sarebbe stato troppo forte. Allo stesso tempo gli
ammiragli non volevano uno scontro prima del 1914, quando l’allargamento del canale di
Kiel per far passare le nuove grandi navi da guerra tedesche sarebbe stato completato.
Il compito del ministero degli esteri era trovare una motivazione plausibile per un attacco, e
l’assassinio dell’arciduca d’Austria arrivò come un dono dal cielo. Al diavolo i trattati di neutralità!
L’ultimatum imposto al Belgio fu redatto dai generali, non dal ministero degli esteri. A quel punto
non restava che mandare il lunatico kaiser Guglielmo in crociera lungo le coste della Norvegia, per
evitare che compromettesse la situazione, e scatenare la macchina da guerra non appena la Russia
avesse emanato l’ordine di mobilitazione. Le folle esultarono stupidamente un po’ ovunque alla
vista dei soldati in marcia, ma non sono state loro a provocare l’escalation. Sono stati gli strateghi
militari.
In realtà la Germania aveva anche un secondo piano da attuare in caso di un conflitto su due fronti
(il grande stratega Helmuth von Moltke, conosciuto come “Moltke il vecchio”, ci aveva già pensato
negli anni ottanta dell’ottocento): restare sulla difensiva a ovest respingendo gli assalti francesi con
le mitragliatrici, e nel frattempo decapitare la lenta avanzata russa a est.
Secondo i calcoli degli strateghi, dopo aver logorato per un paio d’anni le armate nemiche Berlino
avrebbe gli presentato il conto. In questo modo la Germania non avrebbe violato la neutralità del
Belgio e di conseguenza non avrebbe trascinato nel conflitto altre potenze (a partire dall’impero
britannico). La guerra del 1914 sarebbe rimasta una semplice guerra europea tra la Serbia, l’AustriaUngheria, la Russia, la Germania, la Francia e gli stati balcanici decisi a buttarsi nella mischia.
Dunque non ci sarebbe stata nessuna guerra mondiale.
Durante il 1913, però, il secondo piano fu definitivamente accantonato (oggi sappiamo che gli
strateghi non lo avevano mai apprezzato più di tanto) e la Germania si ritrovò con una sola opzione:
anche se la scintilla scatenante del conflitto si fosse verificata a est, l’esercito tedesco avrebbe
lanciato un’offensiva verso ovest.
Il peso dell’impero. Il secondo motivo per cui le azioni tedesche nel 1914 furono diverse dalle altre
è che provocarono l’intervento britannico nel conflitto. In base ai trattati internazionali del 1830 e
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del 1839 Londra era infatti obbligata (separatamente e collettivamente) a difendere la neutralità del
Belgio, e l’esercito britannico sarebbe dovuto intervenire anche se gli altri firmatari dell’accordo si
fossero rifiutati di farlo.
Secondo alcuni articoli pubblicati di recente, Londra avrebbe fatto meglio a restare fuori dal
conflitto, lasciando che gli stupidi europei combattessero fino allo stremo (o fino a quando il
governo britannico non avesse avuto l’opportunità di intervenire per risolvere la faccenda). In
questo modo sarebbero state risparmiate le vite di migliaia di britannici morti sulla Marna, a Ypres
e nella battaglia della Somme.
Eppure l’idea secondo cui nel 1914 i britannici avrebbero dovuto restare in disparte è poco
realistica, e non tiene conto del difficile scenario politico che si presentò al vacillante governo
liberale del primo ministro Herbert Henry Asquith con l’escalation delle ostilità in Europa. Un’altra
grande guerra causata dalla morte di un arciduca sembrava una follia dopo i conflitti napoleonici,
ma come potevano i britannici restare neutrali mentre l’esercito tedesco marciava sul Belgio (e
verso il canale della Manica)? Alcuni ministri liberali radicali si opposero all’intervento, e due di
loro si dimisero. Ma all’atto pratico tutto questo non aveva alcuna importanza. Anche se il governo
di Asquith fosse caduto, i tory erano pronti a entrare in una coalizione di governo per portare avanti
il conflitto. L’impero britannico era in guerra. Una potenza mondiale era in guerra.
Pochi giorni dopo i cavi telegrafici sottomarini che collegavano la Germania al resto del mondo
furono tagliati. Le truppe dell’impero cominciarono ad attaccare le colonie tedesche, imitate in
estremo oriente dagli alleati giapponesi. Gli squadroni navali tedeschi furono presi di mira, e la
flotta commerciale fu sequestrata. Furono imposte pesanti sanzioni economiche globali. Volenti o
nolenti, gli uruguaiani che esportavano in Assia, per esempio, furono coinvolti.
Anche se la maggioranza dei soldati combatteva tra la Galizia e la Lorena, non si trattava più di una
semplice guerra europea ma della prima guerra mondiale, in cui tutti dovevano schierarsi. Alcuni
stati furono presto assorbiti nel conflitto (Italia, Bulgaria, Turchia, Grecia e perfino il Portogallo), e
tre anni dopo anche gli Stati Uniti entrarono in guerra. Mentre il conflitto diventava sempre più
ampio e i piani degli strateghi si rivelavano clamorosamente ottimistici, presto fu chiaro che la
battaglia sarebbe stata lunga e sanguinosa. Su questo le previsioni dei liberali britannici si
rivelarono esatte.
Avendone il tempo e lo spazio, ci sarebbe molto altro da aggiungere. Per esempio si potrebbe
parlare della debolezza del carattere dello zar, delle inopportune pressioni esercitate dalla Francia
sulla Russia o delle ansie imperiali dei britannici. Tuttavia, per spiegare come mai il conflitto sia
degenerato tanto rapidamente in una guerra mondiale, è sufficiente esaminare i piani militari
preparati a Berlino molto prima del 1914 e vedere come furono messi in pratica. Gli storici non
fanno bene il loro mestiere se lasciano che questo punto chiave sia oscurato dalle discussioni sulla
folle corsa dell’Europa verso il conflitto in quell’estate fatale.
Le premesse della Guerra
L'espansione coloniale della Germania
Quando iniziò la propria espansione coloniale, la Germania incontrò subito forti resistenze da
parte di Francia e Inghilterra, in Africa, Asia e Medio Oriente. Nonostante questo riuscì ad
occupare nel 1883-85 i seguenti territori:
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Togo e Camerun (Africa occidentale)
Africa sud-occidentale (Namibia)
Uganda e Tanganika (Africa sud-orientale)
Nuova Guinea e arcipelago "Bismarck" (oceano Pacifico)
Isole Marianne e Caroline (acquistate dalla Spagna)
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Baia di Kiao-Ciao (ottenuta in affitto dalla Cina nel 1898).
Guglielmo II provvide a costruire una flotta navale in grado di competere se non addirittura di
distruggere quella inglese, e cominciò a preparare la Germania a una guerra contro la Francia e
l'Inghilterra.
Infatti già durante un conflitto greco-turco per l'isola di Creta, la Germania spalleggiò i Turchi,
ottenendo in cambio la concessione di costruire la ferrovia di Baghdad, che dal Bosforo doveva
arrivare fino al golfo Persico, minacciando gli interessi inglesi in India. Per tutta la I guerra
mondiale
la
Germania
resterà
alleata
della
Turchia.
Nel 1893, la Francia, avendo già sentore di quanto stava avvenendo in Germania e intenzionata a
recuperare l'Alsazia e la Lorena perdute dopo la sconfitta di Sedan, si alleò con la Russia, cui si unì
nel
1907
anche
l'Inghilterra
(Triplice
Intesa).
Nel 1904 Francia e Inghilterra regolamentano, con l'"Intesa cordiale", i rispettivi interessi coloniali
in Africa, in modo da evitare dei contenziosi che avrebbero potuto essere nocivi nel caso fosse
scoppiata
una
guerra
contro
la
Germania.
Nella conferenza di Algesiras del 1906 la Francia può imporre il proprio protettorato sul Marocco,
ma in cambio deve riconoscere alla Germania alcune strisce di terra nel Congo.
Nel 1907 la Russia stipula un accordo con l'Inghilterra per regolamentare i rispettivi interessi in
Persia,
Afghanistan
e
Tibet.
Nel 1912-13 scoppiano due guerre balcaniche, per liberarsi definitivamente del dominio turco. Esse
furono condotte, la prima, dalla Lega balcanica (Serbia, Montenegro, Bulgaria e Grecia) che si
concluderà vittoriosamente, e la seconda condotta dalla Bulgaria (appoggiata dall'Austria) contro
Grecia, Montenegro e Serbia (cui poi si unirà anche la Romania) per questioni di ripartizione
territoriale. Poiché la Bulgaria perse la guerra, il territorio della Macedonia venne suddiviso tra
Serbia e Grecia, mentre la Romania ebbe dalla Bulgaria la Dobrugia meridionale. Dal canto suo
l'Austria era riuscita ad appoggiare con successo l'indipendenza dell'Albania dai turchi e a imporre
un principe tedesco a capo del governo.
Lo scoppio della guerra
Il conflitto regionale tra l'impero austro-ungarico e la Serbia per l'egemonia dei Balcani si trasformò
immediatamente in guerra mondiale per una serie di ragioni:
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le nuove potenze capitalistiche (Francia, Inghilterra, Germania, Italia,
Giappone),minacciavano sempre più il dominio dei vecchi imperi multinazionali e
assolutistici (austro-ungarico, russo e ottomano).
Le potenze capitalistiche formatesi per ultime, come la Germania e l'Italia, avevano
bisogno di colonie per espandersi e quindi venivano a contrastare gli interessi delle due
potenze più imperialistiche di quel momento: Francia e Inghilterra, che, insieme agli Usa e
al Giappone, si erano già spartite buona parte del mondo.
Esattamente un secolo dopo il Congresso di Vienna e la Santa Alleanza, la situazione europea aveva
subito importanti trasformazioni: ora infatti, sia la Germania (divenuta potenza capitalistica), sia
l'Austria (desiderosa di espandersi nei Balcani, impedendo alla Russia di trarre profitto dal grande
aiuto che aveva dato alle popolazioni slave per liberarsi dei turchi) erano diventate due irriducibili
nemiche dello zar.
L'Austria voleva decisamente sostituirsi ai turchi e arrivare all'Egeo. L'assegnazione del protettorato
su Bosnia ed Erzegovina assicurato al Congresso di Berlino (1878), poi trasformato in vera e
propria annessione nel 1908, era un chiaro segnale delle intenzioni dell'Austria nei Balcani. E
questa annessione, riconosciuta sia dalla Germania che dall'Italia, venne immediatamente rifiutata
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dalla Serbia, lo Stato slavo più influente dei Balcani, anche perché la politica austriaca in Bosnia era
proprio quella di eliminare l'elemento nazionale serbo-ortodosso (che trovò rifugio presso appunto
la Serbia) e quello musulmano (che emigrò verso il Kosovo e la Macedonia), favorendo invece la
minoranza croato-cattolica.
La prima guerra mondiale non scoppiò a causa dell'assassinio dell'arciduca ereditario d'Austria,
Francesco Ferdinando, da parte dell'irredentista bosniaco, Gavrilo Princip, ma a causa delle forti
esigenze imperialistiche che dovevano servire da un lato per consolidare poteri dei vecchi imperi
multinazionali assolutistici, dall'altro per consolidare poteri capitalistici vecchi e nuovi.
Fu l'Austria a dichiarare guerra alla Serbia (il 28 luglio 1914), dopo che questa aveva accettato tutte
le condizioni ultimative per trovare il colpevole dell'eccidio di Sarajevo, meno quella secondo cui
all'inchiesta giudiziaria e alla repressione delle attività antiaustriache in Serbia avrebbero dovuto
partecipare anche funzionari austriaci.
La Russia si schierò a difesa della Serbia e la Germania a difesa dell'Austria contro la Russia.
Pochi giorni dopo la Francia, già alleata della Russia, dichiarò guerra alla Germania per riprendersi
l'Alsazia e la Lorena, occupate dalla Prussia nel 1870.
Anche l'Inghilterra dichiarò guerra alla Germania, per una serie di ragioni:
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vedeva minacciato il suo predominio navale nel Mare del Nord;
vedeva minacciati i suoi interessi in India, dopo che la Germania aveva ottenuto dai turchi la
concessione della ferrovia di Bagdad, che dal Bosforo doveva arrivare al Golfo Persico;
i tedeschi avevano ottenuto in Cina la baia di Kiao-Ciao (1898), ponendosi direttamente in
concorrenza commerciale in Asia con gli inglesi;
in Oceania la Germania aveva già occupato o acquistato la Nuova Guinea, l'Arcipelago delle
Bismarck, le isole Marianne e Caroline;
in Africa la Germania aveva occupato Tanzania, Namibia, Togo e, dopo aver rinunciato al
Marocco, il Camerun.
L'Italia, in un primo momento restò neutrale, poiché il trattato di alleanza che aveva firmato con la
Germania e l'Austria (in funzione antifrancese) aveva soltanto carattere "difensivo", e in questo caso
era stata l'Austria a dichiarare guerra alla Serbia e per di più all'insaputa dell'Italia.
L'Italia dichiarò guerra all'Austria nel 1915 perché a Londra le avevano promesso, in caso di vittoria
dell'Intesa, il Trentino, la Venezia-Giulia, il Sud-Tirolo, parte della Dalmazia e un protettorato
sull'Albania. (da E. Galarico, www.homolaicus.com)
1914-2014, IL BANCO DI PROVA DELLA SINISTRA
(da Larepubblica.it del 4/1/2014)
Il 4 agosto 1914 fu una data nefasta per la sinistra europea. Su richiesta del kaiser Guglielmo II e
per "senso di responsabilità nazionale", i socialdemocratici della Spd, cioè la frazione
parlamentare maggioritaria del Reichstag, votaronoa favore dei crediti di guerra per finanziare le
operazioni militari contro Francia e Russia. Lo stesso giorno, a Parigi, i loro confratelli deputati
della Sfio aderirono all' Union sacrée, cioè la grande coalizione antitedesca invocata dal
presidente Raymond Poincaré. Quel 4 agosto, dunque, vennero ridotti in cenere i principi fondativi
della Seconda Internazionale ("nostra patria è il mondo intero"). Gli stessi popoli che l' ideale
socialista aveva riuniti in un solo movimento operaio, si accingevano a massacrarsi nelle trincee
della Grande Guerra. Per giustificare la cosiddetta "tregua interna" e la rinuncia alle precedenti
deliberazioni pacifiste, Friedrich Ebert, Albert Sudekum e gli altri dirigenti socialdemocratici
finsero di credere che la Germania conducesse una "guerra difensiva". Solo negli anni
successivi una minoranza di sinistra si oppose alla linea socialpatriottica, ma venne accusata di
"disfattismo"e duramente repressa. Stessa sorte toccò agli oppositori in Francia e in quasi tutti gli
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altri paesi impegnati nello sforzo bellico. La recente scelta della Spd di imbarcarsi in una Grosse
koalition per attraversare sotto la guida di Angela Merkel l' attuale bufera europea, sta suscitando
nella sinistra dell' Unione un malcelato imbarazzo e riecheggia queste reminiscenze storiche. Non
voglio sostenere che l' accordo stipulato con la cancelliera democristiana sia paragonabile ai
crediti di guerra del 1914. E però anch' esso si fonda su uno scambio asimmetrico: vengono
garantiti significativi miglioramenti ai lavoratori tedeschi; ma viene nettamente bocciata l' idea
socialdemocratica di un fondo europeo per la condivisione del debito. La Spd, dunque, delega per
intero la politica europea al rigorismo della Merkel. La Germania resterà inflessibile nei confronti
dei partner più poveri dell' Unione. Neppure la leader della sinistra interna, Andrea Nahles, si è
opposta a questo dietrofront strategico, intrapreso già prima delle elezioni di settembre quando
ormai la Merkel appariva imbattibile. Non una svolta repentina, ma piuttosto una capitolazione
rispetto alla severità con cui inizialmente il candidato socialdemocratico alla cancelleria, Peter
Steinbrueck, definiva egoista e grezza la politica europea della Merkel. Per questo è bene ricordare
il 1914, e la votazione dei crediti di guerra (che produsse una frattura insanabile nella sinistra
europea): aiuta a riconoscere quanto rapidamente possa consumarsi la dissolvenza dell'
internazionalismo. Che oggi preferiamo chiamare col nome di europeismo, ma che ovunque deve
pur sempre fronteggiare il medesimo spettro del nazionalismo sciovinista. Ciò spiega a mio parere
il fascino suggestivo assunto dalla candidatura alla presidenza della Commissione europea di
Alexis Tsipras, leader della sinistra di Syriza che si oppone al Memorandum della Troika e al
governo di larghe intese chiamato ad applicarlo in Grecia. Tsipras non ha alcuna chance di
successo. Ma suscita tanta voglia di parteggiare generosamente per il greco contro il tedesco:
ovvero contro la candidatura ben più solida di Martin Schulz, l' attuale presidente del parlamento
europeo, esponente di quella Spd che sembra appiattirsi nei luoghi comuni dell' ostilità tedesca ai
popoli spendaccioni e fannulloni. Il disagio viene accresciuto dalla ovvia imprescindibilità della
Spd: ancora oggi, come già nel 1914, la socialdemocrazia tedesca rimane la forza principale della
sinistra europea (e quando, per reazione, fu la Russia di Stalin a tentare "il socialismo in un paese
solo", mal ce ne incolse).
[…]
E a ben pensarci ci soccorre anche la memoria di quel fatidico 1914: quando la Spd votava i
crediti di guerra e quasi tutti gli altri partiti socialisti europei tradivano la reciproca fratellanza in
nome di un malinteso sentimento di lealtà nazionale, fu proprio il Partito socialista italiano l' unico
a mantenersi sulla linea non interventista e neutralista deliberata dal congresso di Stoccarda della
Seconda Internazionale. Non bastò per impedire la catastrofe di due guerre mondiali in meno di
trent' anni. Ma questa è una ragione in più per riprovarci oggi.
© RIPRODUZIONE RISERVATA
GAD LERNER
Gli eventi bellici nel 1914-15
Fronte occidentale. - Il conflitto ebbe inizio con l’offensiva tedesca contro la Francia attraverso il
Lussemburgo e il Belgio, secondo il piano elaborato nel 1905 da A. von Schlieffen, accolto dal capo
di Stato Maggiore H.J. von Moltke. La Germania, impegnata su due fronti, mirava a conseguire una
rapida vittoria sul fronte occidentale, puntando su Parigi. Le offensive in Lorena e verso le Ardenne
(18 agosto) e quella in direzione di Sarrebourg e di Morhange (14-19 agosto) lanciate dal generale
francese C.-J.-J. Joffre fallirono. Nella battaglia delle frontiere (22-25 agosto), lungo il confine
franco-belga, la V armata francese e il corpo di spedizione britannico furono battuti e costretti a
ritirarsi. La capitale francese fu salvata dal contrattacco di Joffre (battaglia della Marna 5-10
settembre), che costrinse i Tedeschi a ripiegare a Nord del fiume Aisne. Dopo la battaglia
dell’Aisne (13-17 settembre), che arrestò la spinta franco-inglese, le forze contrapposte diedero
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inizio a una serie di manovre in direzione dello Stretto di Calais, per guadagnare il controllo dei
porti sulla Manica. La cosiddetta ‘corsa al mare’ si arrestò nelle Fiandre: respinti fino allora dai
Tedeschi i tentativi di aggiramento franco-inglesi, nelle battaglie dell’Yser (18 ottobre-10
novembre) e di Ypres (23 ottobre-15 novembre), gli Alleati riuscirono a evitare lo sfondamento
nemico e a stabilizzare il fronte. Il bilancio delle perdite fu all’incirca di 200.000 uomini in ciascuno
schieramento. Il fronte occidentale si fissò su una linea trincerata che tagliò il continente dalla costa
belga fino alla neutrale Svizzera; alla guerra di movimento dei primi mesi sarebbero seguiti circa 3
anni di guerra di logoramento condotta dalle trincee e punteggiata da sortite offensive che si
concludevano in carneficine di inusuali proporzioni, senza significativi avanzamenti militari.
Fronte orientale. - A Est, le forze russe avanzate nella Prussia orientale dopo la vittoria di
Gumbinnen (19-20 agosto) subirono la catastrofe di Tannenberg (26-30 agosto) e la battaglia dei
Laghi Masuri (9-14 settembre) determinò la loro ritirata dalla Prussia. Dopo la prima offensiva
russa di Galizia (18 agosto-11 settembre; i cosacchi a cavallo si spinsero in Ungheria), la gravità
della disfatta austriaca indusse i Tedeschi a intervenire accanto agli Austriaci, ma furono costretti al
ripiegamento (20 ottobre), mentre i Russi sferravano la seconda offensiva in Galizia, fra Leopoli e
Przemyśl (18 ottobre-2 novembre). Con la seconda offensiva di Polonia, culminata nella battaglia di
Łódź (17-26 novembre), i Tedeschi impedirono l’invasione del proprio territorio, bloccando nel
contempo l’offensiva dell’avversario contro gli Austriaci. Il 23 gennaio 1915 gli Austriaci,
appoggiati dalle forze tedesche, accerchiarono e distrussero la X armata russa ad Augustów (17
febbraio). Caduta Przemyśl, la terza grande offensiva russa contro gli Austriaci (22 marzo-10 aprile
1915), culminata nella battaglia di Pasqua, costrinse l’armata di E. von Böhm Ermolli a ripiegare
dietro il crinale dei Carpazi, dove si stabilizzò temporaneamente il fronte.
L’offensiva austro-tedesca. Dopo lo sfondamento tedesco sul fronte (battaglia di Gorlice-Tarnów,
1-3 maggio 1915) e la successiva riconquista di Przemyśl e Leopoli, il 25 agosto cadde anche BrestLitovsk, massima fortezza del versante occidentale dell’Impero russo. Il capo di Stato Maggiore E.
von Falkenhayn ordinò (25 settembre) a gruppi dell’esercito tedesco di passare sulla difensiva a
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causa della pressione prodotta dall’offensiva francese nella Champagne e della necessità di forze
disponibili nei Balcani.
La Germania aveva conseguito un grande successo: i Russi avevano perso circa la metà degli
effettivi, con relativi armamenti, e avevano dovuto abbandonare circa 500.000 km2 di territorio;
tuttavia, non erano stati indotti alla pace separata, come speravano i generali P.L. von Hindenburg e
F. Conrad. L’ingresso della Bulgaria in guerra a fianco degli Imperi centrali (14 ottobre 1915)
segnò il crollo della Serbia (battaglia di Kosovo, 24-29 novembre), attaccata da ogni parte. Fallite in
primavera anche le azioni franco-inglesi nei Dardanelli e a Gallipoli, progettate da W. Churchill in
primo luogo per aprire una via di comunicazione diretta con la Russia, il 1915 si chiuse con il
rafforzamento delle posizioni degli Imperi centrali a oriente.
3. Gli sviluppi nel 1916
Fronte occidentale. - Mentre gli Anglo-Francesi erano costretti ad attendere l’inizio dell’estate per
lanciare un’offensiva sulla Somme (per difetto di materiali bellici e non essendo in grado gli alleati
russi e italiani di prestare loro aiuto prima), Falkenhayn prese l’iniziativa di una grande battaglia di
logoramento sul fronte di Verdun, tenuto dai Francesi, nella persuasione che la Francia,
demoralizzata, avrebbe chiesto la pace. La battaglia di Verdun, svoltasi fra il 21 febbraio e il 24
giugno 1916, risultò una grande vittoria difensiva francese e simbolo dell’invincibilità dell’Intesa,
anche se la Germania inflisse all’esercito nemico molte più perdite di quante ne subì, riducendo
insieme la partecipazione dei Francesi alla battaglia della Somme. Il disimpegno di Verdun venne
dall’offensiva scatenata dagli Anglo-francesi il 1° luglio, nella quale i mezzi messi in opera si
rivelarono i maggiori fino ad allora impegnati e apparve un’arma nuova, il carro armato. La
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battaglia della Somme (1° luglio-23 novembre 1916) comportò perdite imponenti di uomini e
mezzi, mentre in nessun punto si avanzò più di 5 km, su un fronte di 8-9 km.
Fronte orientale. - A Est, tra il 4 giugno e il 27 agosto su un fronte di 350 km fu sferrata in Volinia
l’offensiva di A.A. Brusilov, la quarta e ultima grande offensiva russa, concepita in origine in
funzione di alleggerimento del fronte italiano. I risultati, quasi nulli contro il settore tedesco, furono
grandiosi contro gli Austriaci, a danno dei quali i Russi conseguirono notevoli vantaggi territoriali e
soprattutto militari. Intanto avvenivano importanti mutamenti nell’alto comando delle potenze
centrali: Falkenhayn fu sostituito il 27 agosto da P.L. von Hindenburg ed E. Ludendorff, esponenti
della concezione strategica dell’annientamento.
Entrata la Romania in guerra contro gli Imperi centrali il 27 agosto 1916, il comando russo si
preparò a un attacco d’impeto con il concorso delle truppe romene contro l’Ungheria e la Galizia
con la speranza di infliggere alle potenze centrali una sconfitta decisiva. Conformemente alla
strategia del comando russo, i Romeni portarono il massimo sforzo offensivo in Transilvania. Ma
Hindenburg aveva formato due potenti gruppi di armate: uno a Nord, in Transilvania, sotto il
comando di Falkenhayn, e uno a Sud, sul Danubio, agli ordini di A. von Mackensen. Minacciato di
invasione sulla sua frontiera meridionale, lo Stato Maggiore romeno arrestò l’offensiva in
Transilvania e trasferì parte delle sue truppe verso il fronte meridionale. Falkenhayn il 29 settembre
passò all’offensiva e in 18 giorni, dopo tre battaglie, la Transilvania era liberata. Nonostante la
ripresa dell’offensiva di A.A. Brusilov (1-15 ottobre), delle operazioni francesi per la riconquista
del territorio perduto intorno a Verdun, e di azioni italiane con l’ottava e la nona battaglia
dell’Isonzo, lo Stato Maggiore tedesco diede inizio a una vasta operazione che, dopo la battaglia
dell’Argeş (1-3 dicembre) e il ricongiungimento delle due grandi armate, si concluse con
l’occupazione di Bucarest (6 dicembre).
La guerra sui mari. - In conseguenza dell’accordo franco-britannico del novembre 1913, la flotta
britannica (Grand Fleet) ebbe la difesa di tutti gli oceani, in particolare del Mare del Nord, del Passo
di Calais e del bacino orientale del Mediterraneo; alla flotta francese fu affidata la difesa della
Manica occidentale e del bacino occidentale del Mediterraneo. Il 29 luglio 1914, la flotta da
battaglia britannica aveva raggiunto Scapa Flow (Orcadi), base adatta per intervenire
tempestivamente contro la flotta tedesca.
Nel 1914 ebbero luogo il 1° novembre la battaglia di Coronel (Cile), nella quale l’ammiraglio
tedesco M. von Spee inflisse ai Britannici una dura sconfitta, e l’8 dicembre 1914 quella delle
Falkland, in cui l’ammiraglio F.C.D. Sturdee annientò le unità tedesche.
Nella guerra sul mare i Tedeschi si avvalsero di una nuova arma, quella del sottomarino
(Unterseeboote, da cui U-Boot), che fece la prima comparsa il 22 settembre 1914, all’altezza di
Hook of Holland, dove tre incrociatori corazzati britannici furono affondati in pochi minuti. La
guerra sottomarina si rivelò più fruttuosa di quella di corsa, ma dopo l’affondamento del piroscafo
statunitense Lusitania (7 maggio 1915), per evitare complicazioni con gli USA la Germania la
sospese sulle coste occidentali delle isole britanniche e nella Manica, mantenendola solo nel
Mediterraneo. Nel marzo 1916 E. von Capelle, succeduto alla guida della Hochseeflotte ad A. von
Tirpitz, teorico della guerra sottomarina illimitata, decise di impegnare le unità di superficie in una
condotta di guerra offensiva contro la flotta britannica: il 31 maggio 1916 si svolse la battaglia dello
Jütland, la sola grande battaglia navale del conflitto. La marina tedesca inflisse alla Grand Fleet più
danni di quelli ricevuti, ma l’effetto strategico della battaglia fu a favore della Gran Bretagna,
perché la Hochseeflotte non si arrischiò più in mare aperto. La guerra contro il traffico sul mare sarà
ripresa in grande dalla Germania il 31 gennaio 1917, ma per opera dei soli sommergibili, impiegati
per la prima volta senza restrizioni.
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Gli sviluppi nel 1917
Fronte occidentale. - L’offensiva generale prevista dalle potenze dell’Intesa per la primavera del
1917 non poté contare sul concorso della Russia, sconvolta dalla rivoluzione di febbraio: l’attacco
di R.-G. Nivelle (9 aprile-5 maggio), finalizzato alla rapida rottura del fronte tedesco, ne rimase
irrimediabilmente compromesso. I Francesi si impossessarono dello Chemin-des-Dames a prezzo di
sacrifici tali che l’offensiva, lungi dal raggiungere lo scopo, demoralizzò profondamente l’esercito.
Si verificarono importanti episodi di ammutinamento dopo l’offensiva di Nivelle. Metà delle
divisioni in linea sul fronte occidentale, vennero coinvolte, in vari modi, nell'ammutinamento. Il
nuovo comandante Philippe Pétain riuscì a ristabilire l'ordine parlando ai soldati, promettendo la
fine degli attacchi ad oltranza, riposo per le unità in prima linea, licenze a casa e la riduzione della
severità della disciplina. Furono istituite 3400 corti marziali, 550 ammutinati furono condannati a
morte, ma oltre il 90% delle sentenze furono commutate in pene detentive. Gli eventi furono tenuti
segreti al nemico ed all'opinione pubblica e la loro reale estensione fu resa nota solo dopo anni dalla
fine della guerra. Gli storici Gilbert e Bernard definiscono così le cause della ribellione: la causa
immediata fu l'estremo ottimismo e la seguente cocente delusione verso l'offensiva Nivelle della
primavera del 1917. Altre cause furono il pacifismo, sostenuto dalla rivoluzione russa e dai
sindacati ed il disappunto per il non intervento delle truppe statunitensi.
Gli Inglesi, molto più forti dei Francesi, insistettero per la continuazione della lotta con finalità di
sfondamento, ma il nuovo comandante in capo delle truppe francesi H.-P.-O. Pétain vi si oppose.
Fra le operazioni parziali intraprese dai Francesi, furono importanti la ripresa del Mort-Homme,
presso Verdun (20-25 agosto), e la battaglia della Malmaison (21-26 ottobre). Gli Inglesi, pressati
dalla guerra sottomarina a oltranza, avevano interesse ad allontanare i Tedeschi dalle coste del
Belgio e, forti dell’aiuto fornito loro dall’Impero coloniale, furono in grado di assumere da soli
l’iniziativa: le truppe britanniche non realizzarono che progressi locali, ma il comando e l’esercito
tedesco ne risultarono duramente provati. L’attacco di Cambrai (la prima battaglia, 20-23
novembre, in cui i carri d’assalto furono utilizzati in massa) consentì di realizzare un’avanzata di 10
km di profondità in 10 ore; ma la controffensiva tedesca del 23 annullò di colpo i vantaggi
conseguiti dagli avversari.
Fronte orientale. - L’attacco russo sferrato il 1° luglio nonostante il graduale dissolvimento
dell’esercito il 19 luglio, si arrestò del tutto sotto l’azione della controffensiva degli Imperi centrali
e l’occupazione tedesca di Riga (3 settembre) segnò lo sfacelo definitivo dell’esercito russo. Il 26
novembre i bolscevichi saliti al potere chiesero di trattare l’armistizio, stipulato il 15 dicembre. I
negoziati di pace si conclusero il 3 marzo 1918: con la pace di Brest-Litovsk la Russia rinunciava
alle province baltiche, alla Polonia e all’Ucraina. L’8 febbraio anche l’Ucraina concluse la pace, e il
7 maggio la Romania.
Intervento USA. La ripresa della guerra marina illimitata (febbraio) da parte dei Tedeschi affrettò
l’intervento in guerra degli USA, che una stretta comunanza di interessi economici legava alle
potenze dell’Intesa; il 6 aprile 1917 il governo di Washington dichiarò guerra alla Germania.
Mentre i sondaggi di pace da parte degli Imperi centrali fallivano per mancanza di accenni concreti
alle rivendicazioni italiane (marzo-maggio 1917), gli esponenti delle nazionalità dell’Impero austroungarico premevano in senso antiasburgico e il 20 luglio 1917 il Patto di Corfù fissava le linee per
la creazione di uno Stato serbo-croato-sloveno.
In Germania il desiderio di pace trovò espressione nella mozione votata al Reichstag il 19
luglio 1917 e anche il papa Benedetto XV invocò la conclusione della pace (1° agosto 1917). Ma i
punti di vista erano ancora troppo lontani perché si giungesse a un accordo. L’Intesa, che con i
Quattordici punti formulati dal presidente degli Stati Uniti T.W. Wilson, si era data un programma
di grande efficacia propagandistica e morale e si era orientata verso la dissoluzione dell’Impero
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austro-ungarico, riuscì a respingere l’estremo sforzo austro-tedesco concentrato sui fronti francese e
italiano, determinando finalmente il prevalere degli ambienti politici tedeschi favorevoli alla pace.
Un peso non indifferente in questi sviluppi politico-militari aveva avuto la politica militare delle
nazionalità, svolta soprattutto da Russia, Francia e Italia, con la costituzione e l’impiego di unità
nazionali polacche, ceche, romene, iugoslave, formate con prigionieri di guerra.
La guerra sui mari. La guerra sottomarina illimitata ripresa il 1° febbraio 1917 raggiunse il massimo
dell’intensità in aprile, quando fu affondato circa un milione di tonnellate di naviglio mercantile. Se
i sommergibili avessero potuto continuare con un tale ritmo di distruzione, la Gran Bretagna non
avrebbe potuto sopravvivere e gli USA non avrebbero potuto trasportare in Europa gli eserciti, i
viveri e i materiali, che furono poi fattore essenziale di vittoria nel 1918. Ma i mezzi di difesa si
mostrarono sempre più efficaci; il trasporto dell’esercito statunitense in Europa costituì il trionfo del
sistema dei convogli scortati. Dall’estate 1917 i mezzi offensivi aumentarono i rischi dei
sottomarini: nel Mare del Nord fu stabilito uno sbarramento di mine su un’estensione di 400 km;
speciali navi pattuglia munite di ecogoniometri scaricavano contro i sottomarini tedeschi granate
esplodenti.
Gli sviluppi bellici nel 1918
Fronte occidentale. - Dopo l’eliminazione della Russia e della Romania dal conflitto, il comando
tedesco passò alla messa a punto di un piano strategico, elaborato da Ludendorff, per conseguire
l’annientamento del nemico attraverso una serie di battaglie preparatorie. Tra marzo e giugno
furono lanciate tre offensive, con grande dispiegamento di uomini e mezzi che tuttavia non
portarono a nessuno degli obiettivi strategici intravisti da Ludendorff: né la separazione degli
Inglesi dai Francesi, né la sconfitta degli Inglesi sui porti della Manica, né la conquista di Amiens,
né il controllo della valle dell’Oise. Nel frattempo gli Statunitensi, per la pressione alleata,
decuplicavano gli effettivi in Europa: tra maggio e giugno sbarcarono in Francia 520.000 soldati.
Da marzo si era realizzato il comando unico nella persona del generale F. Foch, al quale furono
affidate anche ‘facoltà di coordinamento’ sul fronte italiano.
Vittoria alleata. - Alla quarta offensiva tedesca contro i Francesi sferrata il 15 luglio
contemporaneamente sulla Marna e a E di Reims e arrestata con forti perdite, il 18 Foch oppose un
attacco contro la sacca nemica dello Chemin-des-Dames-Marna: l’unica via di comunicazione per le
armate tedesche della Marna, quella Soissons-Fismey, era all’improvviso minacciata dal nemico.
Ludendorff riuscì ad attuare un ripiegamento progressivo sulla Vesle e l’Aisne e quando (3 agosto)
Foch ordinò la sospensione della controffensiva i Tedeschi avevano perduto quasi tutti i guadagni
realizzati con l’attacco dello Chemin-des-Dames del 1917.
Prima che l’offensiva generale sul fronte occidentale avesse inizio, sul fronte dei Balcani il 15
settembre fu sferrata l’offensiva che costrinse i Bulgari a chiedere l’armistizio, firmato il 29. In
conseguenza di questo evento tutto il fianco meridionale dell’Impero austro-ungarico era aperto
all’invasione dell’armata d’oriente. In una situazione generale così favorevole Foch iniziò
l’offensiva, preceduta da attacchi preparatori che determinarono la crisi morale dell’esercito nemico
(più reparti si ammutinarono, molti si impegnarono debolmente): tra il 26 e il 29 settembre le
armate alleate (forze ingenti statunitensi e britanniche erano ormai in Francia), eseguirono offensive
concentriche dal Mare del Nord alla Mosa; il 10 ottobre la linea di fortificazione Hindenburg era
spezzata e superata ovunque. Tra ottobre e novembre gli Alleati respinsero progressivamente le
forze tedesche da tutto il fronte occidentale.
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Gli armistizi e i trattati di pace.
La Bulgaria concluse l’armistizio il 29 settembre 1918, seguita dalla Turchia (30 ottobre). Il
governo tedesco, su sollecitazione dello Stato Maggiore, iniziò il 3 ottobre le trattative di pace sulla
base dei Quattodici punti; ottenuto il consenso generico di T.W. Wilson a nome degli Alleati, il
governo costituitosi dopo l’abdicazione di Guglielmo II firmò l’armistizio l’11 novembre (
Compiègne). Il 3 a Villa Giusti, presso Padova, era stato firmato l’armistizio italo-austriaco; l’11
l’imperatore Carlo I, dopo un estremo tentativo di trasformare l’Impero in uno Stato federale sulla
base di 4 regni nazionali (Austria, Ungheria, Polonia e territori iugoslavi), abdicò e il 12 fu
proclamata la repubblica in Austria, il 16 in Ungheria. Le varie nazionalità si davano governi
autonomi, sicché il vecchio Impero asburgico cessava di esistere.
Per stabilire le condizioni di pace fu riunita la Conferenza di Parigi, che ebbe inizio a metà gennaio
1919. Vi erano rappresentati tutti gli Stati vincitori, ma solo alle grandi potenze – Stati Uniti, Gran
Bretagna, Francia, Italia, Giappone – era riservato di deliberare su tutte le questioni, mentre i minori
intervenivano solo se direttamente interessati. Il programma di pace britannico, sostenuto da D.
Lloyd George, mirava a rendere innocua la Germania e a prenderle le colonie; quello francese,
impersonato da G. Clemenceau, tendeva a inferire un colpo decisivo al tradizionale nemico tedesco,
che vendicasse il 1870 e desse alla Francia durevoli garanzie; quello statunitense, propugnato da
Wilson, si concretava in una pace ispirata ai principi dei Quattordici punti, ma urtava contro una
rete d’interessi che ne rendevano difficile l’applicazione; quello italiano tendeva ad assicurare
all’Italia il confine alpino, la supremazia in Adriatico, una sfera d’influenza balcanica, compensi
coloniali. Il poco entusiasmo mostrato, in nome dei grandi sacrifici sofferti, per i principi
wilsoniani, finì con il creare all’Italia una situazione diplomatica difficile.
Si giunse così ai vari trattati: di Versailles con la Germania (28 giugno 1919), di Saint-Germain con
l’Austria (10 settembre 1919), di Neuilly con la Bulgaria (27 novembre 1919), del Trianon con
l’Ungheria (4 giugno 1920), di Sèvres con la Turchia (10 agosto 1920).
La Germania perse le colonie, la flotta militare e mercantile; perse il distretto di Eupen favore
del Belgio, il nord dello Schleswig a favore della Danimarca, il nord della Slesia e la città di
Danzica con il corridoio polacco a favore della neonata Polonia; l’Alsazia e la Lorena a favore
della Francia. Le fu imposto l’obbligo delle riparazioni e il divieto di tenere un esercito
superiore a 100.000 uomini. Avrebbe inoltre dovuto pagare 132 miliardi di marchi oro, ridotti poi
a 30 miliardi e poi ad una cifra indeterminata.
Sorsero nuovi Stati: la Polonia, la Cecoslovacchia, la Iugoslavia, la Finlandia, la Lituania, la
Lettonia, l’Estonia, l’Albania; e altri subirono profondi mutamenti di frontiere. L’Italia ottenne il
confine alpino, ma rimasero insolute la questione adriatica con il nuovo Stato iugoslavo e quella dei
compensi coloniali. Molte questioni furono rinviate e molte decisioni vennero modificate negli anni
successivi, con conseguenti motivi di persistente agitazione e irrequietezza.
Le conseguenze della guerra
Sul terreno della strategia militare la Prima guerra segnò una svolta epocale a motivo, in primo
luogo, della diffusione delle armi automatiche che resero estremamente dispendioso in termini di
vite umane il tradizionale attacco di fanteria o di cavalleria alle postazioni nemiche; ciò determinò
l’evoluzione dalla guerra di movimento alla guerra di posizione o di logoramento: luogo
privilegiato dell’aspetto militare del conflitto fu dunque la trincea. Sul piano delle innovazioni
tecnologiche nacque in questo periodo uno dei protagonisti dei futuri conflitti, il carro armato,
adottato dai Britannici nel 1916. Tra le altre novità relative agli armamenti vi furono i gas asfissianti
(che imposero l’obbligo della maschera antigas), l’aeroplano (sebbene armato di mitragliatrice, fu
usato prevalentemente a scopo ricognitivo), il sottomarino. L’esigenza di coordinare e muovere
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enormi contingenti su un fronte molto ampio diede luogo allo sviluppo delle telecomunicazioni e al
massiccio impiego dei mezzi motorizzati.
La leva di massa (furono mobilitati complessivamente 65 milioni di uomini) e le spese militari
determinarono il fenomeno, in quella misura inedita, della mobilitazione totale del paese
belligerante: dalla produzione industriale stimolata dalle commesse statali al razionamento dei
generi alimentari, dalla programmazione della produzione agricola alla censura sulla stampa, fino
all’identificazione del territorio patrio come ‘fronte interno’, la guerra penetrò in tutti i gangli
sociali delle nazioni, determinando in particolare l’inasprimento del controllo repressivo statale.
Questo assunse forme e contenuti particolarmente rilevanti attraverso la propaganda, l’imperio sui
meccanismi produttivi, l’arresto dei dissidenti o dei pacifisti.
L’adesione delle popolazioni alle rispettive politiche nazionali non fu omogenea né continua nel
tempo: il 1917 fu l’anno di maggior tensione sociale in molti Stati europei; in Russia il malcontento
popolare si legò ai disastri del fronte e alla determinazione dei rivoluzionari generando la
Rivoluzione d’ottobre.
Il disagio del dopoguerra, connesso al venir meno del controllo sociale e alle difficili riconversioni
delle economie di guerra, investì nuovamente le società europee nel loro insieme. Oltre alle
rivendicazioni del movimento operaio (che assunsero ampiezza e radicalità inedite), vanno
considerati i movimenti degli ex combattenti, i partiti e i movimenti contadini (soprattutto in Europa
orientale), i movimenti delle donne (che avevano diffusamente sostituito alla produzione gli uomini
mobilitati), le nuove formazioni politiche. In vari paesi l’insieme di queste tensioni causò
scompensi politici e istituzionali.
L’Europa nel suo complesso uscì dal conflitto indebolita dalle vittime dalle distruzioni, dai debiti.
Sulla scena mondiale, gli Stati Uniti per la prima volta erano usciti dall’isolazionismo (per rientrarvi
con la sconfitta del partito di Wilson nel 1920) coinvolgendosi nelle vicende politiche europee,
mentre la Russia sovietica rispondeva al tentativo di soffocamento durante la guerra civile con la
fondazione dell’Internazionale comunista (1919).
I trattati di pace non superarono le rivalità nazionali che erano state all’origine della guerra, creando
le premesse per ulteriori conflitti; in particolare, la dissoluzione dell’Austria-Ungheria e le
condizioni di resa imposte alla Germania riversarono le tensioni nazionali su molti dei nuovi Stati.
Densi di tensioni si presentavano anche i rapporti tra le potenze vincitrici e la Germania, cui furono
imposte condizioni politiche, economiche e militari talmente aspre da rivelarsi presto irrealistiche.
Più in generale, fallì il tentativo della Società delle Nazioni (istituita nel 1919) di costruire un
organismo per un nuovo sistema di rapporti internazionali.
Vittime nei confini del 1914
Popolazione
(in milioni)
Caduti
militari
Vittime
civili
Totale
morti
Morti in % sulla
popolazione
Belgio
7,4
58.637
62.000
120.637
1.63%
Francia
39,6
1.397.800
300.000
1.697.800
4.29%
Giappone
53,6
415
415
0.0008%
Alleati
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Grecia
4,8
26.000
150.000
176.000
3.67%
Italia
35,6
651.000
589.000
1.240.000
3.48%
Montenegro
0,5
13.325
13.325
2.67%
Portogallo
6,0
7.022
82.000
89.222
1.49%
Regno Unito
di Gran Bretagna
45,4
886.939
109.000
995.939
2.19%
Australia
4,5
61.966
61.966
1.38%
Canada
7,2
64.976
66.976
0.92%
India
britannica
315,1
74.187
74.187
0.02%
Nuova
Zelanda
1,1
18.052
18.052
1.64%
Sudafrica
6,0
9.477
9.477
0.16%
Terranova
0,2
1.570
1.570
0.65%
Regno Unito e
suoi dominion
(totale)
379,5
1.117.167
111.000
1.228.167
0.32%
7,5
250.000
430.000
680.000
9.07%
tra
1.500.000 3.311.000
e 3.754.369
tra 1.89%
e 2.14%
Romania
Impero russo
Regno di
Serbia
Stati Uniti
Totale Alleati
tra
175,1
1.811.000
e 2.254.369
2.000
4,5
369.815
600.000
969.815
21.55%
92,0
116.708
757
117.465
0.13%
tra
9.669.846
e
3.935.757
10.113.215
tra 1.2%
e 1.25%
tra
806,1
5.845.089
e 6.288.458
15
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Popolazione
(in milioni)
Caduti
militari
Vittime
civili
Totale
morti
Morti in % sulla
popolazione
AustriaUngheria
51,4
1.100.000
467.000
1.567.000
3.05%
Bulgaria
5,5
87.500
100.000
187.500
3.41%
Germania e
sue colonie
64,9
2.050.897
424.720
2.475.617
3.81%
Impero
Ottomano
21,3
771.844
2.150.000
2.921.844
13.72%
Totale Imperi
centrali
143,1
4.010.241
3.141.720
7.151.961
5%
Totale generale
tra
959.9
9.855.330
e 10.298.699
tra
16.936.404
7.081.074
e
17.379.773
tra 1.76%
e 1.81%
Imperi centrali
La rivoluzione in Germania: nascita della repubblica (1918-1919)
Dal 1916 in poi, l'Impero tedesco era stato all'atto pratico governato dai militari, guidati dall'Oberste
Heeresleitung (OHL, Comando Supremo dell'Esercito) tramite il Capo di Stato Maggiore Paul von
Hindenburg. Quando divenne evidente che la prima guerra mondiale era persa, l'OHL richiese che
venisse instaurato un governo civile. Ogni tentativo di continuare la guerra, dopo che la Bulgaria
aveva abbandonato gli Imperi centrali, avrebbe provocato l'occupazione del territorio nazionale. Il
nuovo cancelliere del Reich, principe Maximilian von Baden, offrì quindi un cessate il fuoco al
Presidente statunitense Woodrow Wilson, il 3 ottobre 1918. Il 28 ottobre 1918 la costituzione del
1848 venne emendata per rendere il Reich una democrazia parlamentare: diversamente da quanto
previsto dalla costituzione del 1871, il Cancelliere avrebbe risposto al Parlamento, il Reichstag, e
non più all'Imperatore.
Il piano allora in corso per trasformare la Germania in una monarchia parlamentare anche de iure
divenne ben presto obsoleto, mentre la nazione scivolava in uno stato di caos quasi completo. La
Germania era inondata da soldati di ritorno dal fronte, molti dei quali erano feriti sia fisicamente
che psicologicamente.
La ribellione esplose quando, il 29 ottobre, il comando della marina, senza essersi consultato con il
governo, ordinò alla Flotta d'alto mare (Hochseeflotte) una sortita che non solo era senza speranza
da un punto di vista militare, ma che avrebbe anche portato sicuramente a un arresto dei negoziati di
pace. Gli equipaggi di due navi ormeggiate a Wilhelmshaven si ammutinarono. Quando i militari
arrestarono circa mille marinai e li fecero trasportare a Kiel, la rivolta locale si trasformò in una
ribellione generale, che dilagò rapidamente in gran parte della Germania. Altri marinai, soldati e
persino operai solidarizzarono con gli arrestati, iniziando a eleggere consigli di lavoratori e soldati
modellati sui soviet della Rivoluzione Russa del 1917 e presero il potere civile e militare in molte
città. Il 7 novembre la rivoluzione aveva raggiunto Monaco di Baviera, provocando la fuga di
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Questo materiale è riservato agli studenti regolarmente iscritti al corso di storia della Germania del CTP Petrarca di
Padova. E’ strettamente personale e non riproducibile. I materiali – tratti in parte da Wikipedia, dall’enciclopedia
Treccani online e da altre fonti - sono a cura del Prof. Sergio Bergami. Lezione XV: La Grande Guerra
Ludwig III di Baviera in qualità di primo monarca di Germania decaduto. Inizialmente le
richieste dei consigli erano modeste, limitandosi alla liberazione dei marinai arrestati.
Contrariamente alla Russia dell'anno precedente, i consigli non erano controllati da un partito
comunista.
A quel tempo la rappresentanza politica della classe operaia era divisa; una fazione si era separata
dai Socialdemocratici, si chiamava "Social Democratici Indipendenti" (l'Unabhängige
Sozialdemokratische Partei Deutschlands, USPD) e spingeva verso un sistema socialista. I restanti
"Social Democratici Maggioritari" (MSPD), che appoggiavano un sistema parlamentare, decisero di
mettersi alla testa del movimento allo scopo di non perdere la loro influenza e, sempre il 7
novembre, chiesero all'Imperatore Guglielmo II di abdicare. Il 9 novembre 1918 la Repubblica
venne proclamata da Philipp Scheidemann, affacciatosi a una finestra del palazzo del Reichstag di
Berlino. Due ore dopo una "Repubblica Socialista" venne proclamata, a poche centinaia di metri, da
un balcone del Castello di Berlino da Karl Liebknecht.
Sempre il 9 novembre, con un atto discutibile dal punto di vista legale, il Reichskanzler, principe
Maximilian von Baden, trasferì i propri poteri a Friedrich Ebert, il capo della MSPD. Fu evidente
che questo atto non sarebbe stato sufficiente a soddisfare le masse, sicché il giorno dopo, venne
eletto un governo rivoluzionario chiamato "Consiglio dei Commissari del Popolo" (Rat der
Volksbeauftragten), composto da membri della MSPD e della USPD, guidato da Ebert per la MSPD
e da Hugo Haase per la USPD. Anche se il nuovo governo venne confermato dal consiglio dei
lavoratori e dei soldati di Berlino, fu avversato dagli spartachisti, l'ala sinistra della USPD guidata
da Rosa Luxemburg e Karl Liebknecht. Ebert chiese la convocazione di un Congresso Nazionale
dei Consigli, che ebbe luogo dal 16 al 20 dicembre 1918, e nel quale la MSPD aveva la
maggioranza. Ebert riuscì a imporre rapide elezioni per un'Assemblea Nazionale che doveva dar
vita a una costituzione per un sistema parlamentare, marginalizzando così il movimento che
richiedeva una Repubblica Socialista.
Per assicurarsi che il suo governo fosse in grado di mantenere il controllo sulla nazione, Ebert fece
un patto con l'OHL, ora guidato dal successore di Ludendorff, il generale Wilhelm Groener. Il Patto
Ebert-Groener essenzialmente stabiliva che il governo non avrebbe cercato di riformare l'esercito
fino a quando l'esercito giurava di difendere il governo. Da una parte, questo accordo
simboleggiava l'accettazione di un nuovo governo da parte dei militari, calmando le preoccupazioni
della classe media; dall'altra parte, venne considerato un tradimento degli interessi dei lavoratori da
parte della sinistra; inoltre stabiliva l'Esercito come un gruppo indipendente e conservatore
all'interno dello stato, in grado di influenzare il destino della neonata Repubblica. Questo fu uno dei
tanti passi che determinò la permanente suddivisione della rappresentanza politica della classe
operaia in SPD e comunisti. La divisione divenne definitiva dopo che Ebert fece richiesta all'OHL
di truppe per sedare un altro ammutinamento di soldati a Berlino, il 23 novembre 1918, nel quale i
soldati in rivolta avevano catturato il comandante della città e chiuso la Reichskanzlei, nella quale il
Consiglio dei Deputati del Popolo risiedeva. L'intervento fu brutale, con parecchi morti e feriti. Ciò
indusse l'estrema sinistra a invocare la scissione dalla MSPD che, nella loro visione, era sceso a
patti con i militari controrivoluzionari per sopprimere la rivoluzione. La USPD lasciò quindi il
Consiglio dei Deputati del Popolo dopo solo sette settimane. La spaccatura si approfondì quando,
nel mese di dicembre, la Kommunistische Partei Deutschlands (KPD) venne formata da un certo
numero di gruppi di sinistra, inclusa l'ala sinistra della USPD e i gruppi Spartachisti.
In gennaio ci furono ulteriori tentativi di stabilire uno stato socialista da parte dei lavoratori nelle
strade di Berlino, ma questi tentativi vennero soffocati nel sangue dalle unità paramilitari dei
Freikorps, truppe composte da ex-soldati e volontari solitamente di estrema destra. Gli scontri
culminarono il 15 gennaio con l’uccisione da parte dei Freikorps di Rosa Luxemburg e di Karl
Liebknecht. Con l'affermazione di Ebert, gli assassini non vennero processati davanti a una corte
civile, ma davanti a una militare, il che portò alla comminazione di pene molto lievi, che non
portarono precisamente a una maggiore accettazione di Ebert da parte della sinistra. Le elezioni
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Treccani online e da altre fonti - sono a cura del Prof. Sergio Bergami. Lezione XV: La Grande Guerra
dell'Assemblea Nazionale avvennero il 19 gennaio 1919. In questa occasione i nuovi partiti della
sinistra, inclusi la USPD e la KPD, furono a malapena in grado di organizzarsi, permettendo la
costituzione di una solida maggioranza delle forze moderate. Per evitare le continue lotte a Berlino,
l'Assemblea Nazionale si riunì nella città di Weimar, motivo per cui il nascente stato veniva in
seguito soprannominato Repubblica di Weimar (in tedesco: Weimarer Republik). La Costituzione di
Weimar creò una repubblica con un sistema semi-presidenziale, nel quale il Reichstag era eletto da
una rappresentanza proporzionale. Durante i dibattiti di Weimar, le lotte continuarono. Una
Repubblica Sovietica venne dichiarata a Monaco di Baviera, solo per essere abbattuta dai Freikorps
e da unità dell'esercito regolare; combattimenti sporadici continuarono a scoppiare in giro per il
paese.
Ci furono scontri anche nelle province orientali della Germania, che erano fedeli all'Imperatore e
non volevano far parte della Repubblica: la Grande Sollevazione Polacca nella Provincia di Posen e
tre sollevazioni slesiane nella Slesia Superiore. Nel frattempo, la delegazione di pace tedesca in
Francia firmava il Trattato di Versailles, accettando pesanti riduzioni dell'esercito tedesco, pesanti
pagamenti per le riparazioni, e la cosiddetta clausola della "Germania come unica responsabile dello
scoppio della guerra", che venne inserita su insistenza francese nonostante la contrarietà del
presidente statunitense Wilson. Particolarmente pesanti sul piano morale risultavano l'articolo 227,
in forza del quale l'ex imperatore Guglielmo II veniva messo in stato d'accusa di fronte a un venturo
Tribunale Internazionale "per offesa suprema alla morale internazionale" e l'art. 231, in cui appunto
"la Germania riconosce che essa e i suoi alleati sono responsabili per aver causato tutti i danni subìti
dai Governi Alleati e associati e dai loro cittadini a seguito della guerra, che a loro è stata imposta
dall'aggressione della Germania e dei suoi alleati".
L'accettazione del Trattato rappresenta una sorta di "peccato originale" della Repubblica di Weimar,
che alienò subito il favore di gran parte della popolazione tedesca, e che infine favorì l'impetuosa
ascesa elettorale dei nazisti. A testimonianza dell'odio che il Trattato suscitò in terra tedesca può
ricordarsi che nel 1921 venne assassinato Matthias Erzberger (politico cattolico che materialmente
lo aveva firmato), mentre nel 1922 analoga sorte spettò a Walther Rathenau (ministro degli esteri di
Weimar impegnatosi a pagare regolarmente le riparazioni di guerra alla Francia). Adolf Hitler
avrebbe più tardi dato la colpa alla Repubblica e alla sua democrazia per questo trattato. Il Primo
Presidente della Germania, Friedrich Ebert della MSPD, firmò la nuova costituzione tedesca l'11
agosto 1919.
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