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GIOVANNI BERLUCCHI
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IDENTITÀ PERSONALE,
CORPO, MENTE E CERVELLO
Alcuni argomenti classici della filosofia hanno acquisito
oggi aspetti alquanto nuovi alla luce dei progressi nelle conoscenze della biologia e della medicina, come attestano i
numerosi riferimenti alla letteratura biomedica specializzata
che compaiono nelle pubblicazioni filosofiche contemporanee. A loro volta i biologi e i medici sentono non raramente
la necessità di ricorrere ai filosofi per l’analisi razionale di
domande che sorgono dalle loro ricerche scientifiche ma che
non possono trovare risposta in reperti sperimentali o clinici
per il loro carattere metafisico, logico o etico. Non v’è dubbio che queste interazioni fra la filosofia da una parte e la biologia e la medicina dall’altra possano essere intellettualmente
molto fruttuose per entrambe le parti, a patto che i filosofi
non si arroghino il monopolio della razionalità, e i biologi e i
medici non pensino che basti qualche lettura pur diligente di
opere filosofiche per qualificarsi come filosofi professionisti.
Detto questo, e doverosamente dichiarata fin dall’inizio la
mia considerevole ignoranza e incompetenza in ambito filosofico, mi propongo di esporre alcune considerazioni di
natura biologica e alcune ricerche sul sistema nervoso che
hanno attirato l’attenzione di filosofi perché in qualche modo
vertono su problemi che per tradizione sono considerati di
natura primariamente filosofica.
1. L’identità personale fra filosofia e biologia
Uno di questi problemi riguarda l’identità della persona
umana. Di regola un individuo dotato di una mente carat(°)
Dipartimento di Scienze Neurologiche e della Visione, Sezione di
Fisiologia,Università di Verona.
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teristicamente umana, autocosciente e capace di esprimersi
e comunicare tramite il linguaggio, dichiara con assoluta
convinzione di sentirsi soggettivamente distinto dall’ambiente circostante, animato e inanimato, come entità autonoma senziente, pensante e agente che si modifica nel
tempo ma mantiene una natura unitaria e continua attraverso il susseguirsi dei minuti come degli anni. In altre
parole, c’è un “io” che emerge fin dall’infanzia e che l’individuo avverte come il soggetto unico e certo di tutte le sue
esperienze e tutte le sue azioni precedenti, attuali e previste.
Questo io vive in un corpo che, pur subendo come la mente
importanti trasformazioni nel corso di una intera vita, mantiene la continuità spazio-temporale propria di una unità
individuale. Il corpo di un ottantenne è qualitativamente
diverso dal corpo di quello stesso individuo quando aveva
vent’anni, ma è numericamente uguale ad esso: c’è un unico
corpo che cambia nel tempo.
Per i filosofi, e non solo per loro, un cadavere non è una
persona, e quindi sul piano logico non ha senso parlare di
identità personale dopo la morte. Per la medicina invece
l’attribuzione di una identità ad un cadavere di uno sconosciuto è un problema scientifico, oltre che un dovere professionale nei confronti dell’autorità giudiziaria e della polizia, e quindi dell’intera società. Alcune caratteristiche
somatiche, come ad esempio le impronte digitali e la struttura dell’iride, sono proprie di ciascun individuo, e poiché
persistono inalterate almeno per qualche tempo dopo la
morte, si prestano ad una identificazione personale scientifica. Una caratteristica biologica personale è anche la struttura della molecola del Dna, che però è condivisa dai
gemelli monozigotici e quindi non li distingue. Ma queste
costanti del corpo sono l’eccezione a fronte di molti caratteri che invece cambiano continuamente.
Che il corpo sia una struttura tutt’altro che stabile è attestato non solo dalle ovvie modificazioni che intercorrono
fra le condizioni prenatali di embrione e feto ai vari stadi
della vita postnatale, o dalle alterazioni più o meno estese e
vistose che le terapie chirurgiche di varie malattie o la sostituzione di organi, o la chirurgia estetica possono apportare
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all’anatomia di un individuo. La maggioranza delle cellule
del corpo dura in vita molto meno di quanto duri in vita il
corpo stesso. Nessuno dei globuli rossi che circola oggi nei
miei vasi sanguigni vi circolava qualche mese fa, e tutte le
cellule della mia attuale epidermide o della mia attuale
mucosa intestinale, tessuti che si ricostituiscono ininterrottamente, sono nate appena qualche giorno fa e moriranno
fra qualche giorno. Anche i neuroni, definiti cellule perenni perché mantengono la loro individualità durante tutta la
vita dell’organismo al quale appartengono, non rimangono
identici a se stessi ma modificano spesso e volentieri i loro
prolungamenti e le loro sinapsi con altri neuroni, al servizio
dell’apprendimento e della pratica. Se scendiamo poi dal
piano cellulare a quello molecolare, ogni cellula, neuroni
compresi, rinnova continuamente le molecole che la costituiscono, tanto che vi è una elevata probabilità che nel giro
di qualche decennio, se non di qualche anno, le molecole
del corpo vengano rimpiazzate nella loro totalità. Ma anche
indipendentemente da queste considerazioni, se in generale il corpo può a prima vista presentarsi come una componente fondamentale della persona, da solo esso non basta
ad identificarla, se non, come ho già accennato, nel senso
limitato, tecnico e pratico, dell’attribuzione di un nome ad
un cadavere.
Valgano alcuni esempi. Se parliamo al telefono con una
persona a noi da lungo nota, non abbiamo bisogno di
vederla per essere certi della sua identità, indubbiamente
perché ne riconosciamo la voce, ma soprattutto perché
quello che ci dice concorda con una personalità e una mentalità che ben conosciamo. Inoltre, la personalità e la mentalità di una persona possono mantenersi inalterate anche se
il suo corpo subisce gravi deformazioni o viene reso in vari
modi irriconoscibile. Per converso, se qualcuno va incontro
ad una modificazione radicale della sua mentalità e della
sua personalità, per esempio a causa di un tumore cerebrale, il commento frequente dei familiari e dei conoscenti è
che quell’individuo non è più lo stesso, è diventato un’altra
persona, anche se il suo corpo è identico a com’era prima
della malattia.
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Di conseguenza, l’identità di una persona sembrerebbe
meglio definita utilizzando un criterio psicologico anziché
un criterio somatico, in accordo con la tradizione filosofica
iniziata da Descartes e continuata da Hume. Le caratteristiche mentali di un individuo dipendono indubbiamente dal
funzionamento del suo sistema nervoso centrale, anche se
l’essenza intima di questo rapporto di dipendenza sfugge
ancora alla nostra piena comprensione. Se l’identità di una
persona è legata più alle sue caratteristiche psicologiche che
a quelle corporee, è possibile ricondurla direttamente alla
struttura ed al funzionamento dell’organo della mente?
2. Gli esperimenti della fantasia
I filosofi sono molto bravi ad ideare esperimenti di fantasia ispirati da evoluzioni tecnico-scientifiche, anche in
campo medico. Negli anni Cinquanta e Sessanta del secolo
scorso la medicina ha lanciato la pratica dei trapianti terapeutici di organi come il rene, il fegato e il cuore. Due anni
dopo il primo trapianto di cuore da uomo a uomo, il filosofo Puccetti (1969) argomentò che mentre il trapiantato di
cuore ovviamente non acquisisce le caratteristiche psicologiche del donatore e rimane la stessa persona dopo il trapianto, a parte le naturali reazioni all’aver visto la morte da
vicino, un ipotetico trapianto di cervello trasferirebbe la
mente, e di conseguenza l’identità personale del donatore
all’accettore: “Where goes a brain, there goes a person”.
Questa spavalda affermazione ha innescato fra i filosofi un
vivace dibattito che dura tuttora. La proposta delle uguaglianze “identità personale = identità mentale”, “identità
mentale = identità cerebrale” e, per proprietà transitiva,
“identità personale = identità cerebrale” ha degli aspetti
attraenti perché il sistema nervoso centrale, oltre ovviamente a costituire il substrato materiale della mente, possiede in
ciascun individuo una organizzazione unica e irripetibile, in
analogia con l’unicità e l’irripetibilità della singola persona.
Un cervello tipicamente umano, e per inferenza una
mente tipicamente umana, si costruisce seguendo le diretti4
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ve dei geni e interagendo con l’ambiente, incluso l’ambiente intrauterino prenatale. Nelle sue grandi linee il piano
generale dell’anatomia del sistema nervoso è lo stesso per
tutti gli individui di una stessa specie; nella specie umana, il
modello architettonico del cervello probabilmente si è mantenuto inalterato dalla comparsa dell’homo sapiens molte
decine di migliaia di anni fa. I processi fondamentali della
morfogenesi cerebrale sono controllati direttamente dall’azione dei geni, ma i fini dettagli delle modalità con cui i
neuroni si connettono fra di loro sono soggetti a complessi
meccanismi molecolari che si svolgono indipendentemente
dal controllo dei geni. L’elevata variabilità intrinseca di questi processi chimici dello sviluppo embrionale e fetale del
sistema nervoso implica che ciascun cervello umano, pur
avendo una architettura generale comune a tutti gli esemplari della specie, contenga già alla nascita combinazioni
uniche ed irripetibili di connessioni fra i neuroni. Pertanto
i cervelli di individui diversi differiscono fra di loro sia per
differenze genetiche, sia per la variabilità inerente nella formazione di un organo con centinaia di miliardi di cellule e
trilioni di sinapsi, sia per le continue modificazioni plastiche delle connessioni sinaptiche causate dalle esperienze
della vita individuale. I gemelli monozigotici, che condividono gli stessi geni e appaiono identici riguardo a molte
caratteristiche somatiche, hanno cervelli morfologicamente
diversi fin dalla nascita, e a queste differenze cerebrali sembra ragionevole ascrivere i tratti psicologici differenziati che
conferiscono a ciascuno dei gemelli una precisa identità
personale [Berlucchi, G., 2007].
Nella misura in cui la mente viene proposta come elemento definente l’identità personale, e il cervello è la struttura portante della mente di una persona unica ed irripetibile, il cervello può essere considerato l’essenza di quella
persona. Il principio secondo il quale “io sono il mio cervello” ha attratto e continua ad attrarre l’attenzione sia dei
filosofi che degli studiosi del sistema nervoso, con pareri
che variano dall’accettazione entusiastica al rifiuto più assoluto. Una posizione interessante è quella di Eric Olson,
autore di un libro dal titolo “The Human Animal”, con l’e5
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loquente sottotitolo “Personal Identity Without Psychology”
[Olson, E., 1997]. In accordo con la classica distinzione
fisiologica fra vita vegetativa e vita di relazione, Olson collega l’identità personale alla continuità biologica dell’organismo vivente, intesa come continuità della vita vegetativa,
del tutto indipendentemente dalla continuità psicologica,
cioè della vita di relazione. Egli prospetta un ipotetico trapianto di cervello limitato alla sua parte più importante per
le funzioni specificamente cognitive, il telencefalo. Questo
trapianto può lasciare in vita il donatore, anche se privo di
funzioni mentali, perché le porzioni del sistema nervoso
centrale rimaste in situ, cioè l’ipotalamo e il tronco dell’encefalo, continuano a sostenere la vita vegetativa: circolazione, respirazione, depurazione del sangue, metabolismo ecc.
Secondo Olson, in virtù della continuità biologica dei meccanismi fondamentali della vita è in questo vegetale umano
che si continua l’identità personale del donatore del telencefalo. Viceversa, anche se chi riceve il trapianto del telencefalo del donatore può assimilarne la psiche, la regolazione delle sue funzioni vitali resta sotto il controllo dei suoi
propri meccanismi nervosi, cosicché la continuità psichica
fra donatore ed accettore si dissocia da un’autentica continuità biologica: l’accettore rimane una persona diversa dal
donatore.
A parte l’implausibilità fisiologica di una separazione
assoluta fra i meccanismi nervosi della vita di relazione e
quelli della vita vegetativa, la proposta di Olson è interessante perché supera alcuni ostacoli logici (del tutto indipendentemente da considerazioni etiche) all’attribuzione
dello stato di persona al feto e ai pazienti cerebrolesi in
stato vegetativo persistente. In quest’ultima condizione,
susseguente a lesioni estese della corteccia cerebrale e assimilabile a uno stato di veglia senza coscienza, il paziente
appare totalmente distaccato dalla realtà circostante, non
risponde appropriatamente a qualsiasi tipo di stimolo, e
non parla né capisce ciò che gli si dice [Laureys, S., Owen
A.M., e Schiff, N.D., 2004]. Tuttavia le funzioni vitali continuano normalmente grazie all’integrità dei centri sottocorticali, e la questione se i pazienti possano essere consi6
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derati persone va posta non solo sul piano teorico discusso
da Olson, ma anche su quello pratico della medicina e della
legge. È noto che le leggi dei paesi civilizzati equiparano la
cosiddetta morte cerebrale alla morte della persona anche a
cuore battente, consentendo di conseguenza la cessazione
dei sostegni strumentali alle funzioni ancora presenti e l’espianto degli organi. Va specificato che in questo contesto
morte cerebrale indica una disfunzione irreversibile di tutto
il sistema nervoso centrale che azzera sia le attività psichiche che il controllo nervoso delle funzioni vitali di base.
L’accertamento della morte cerebrale è in realtà un accertamento della morte del solo tronco dell’encefalo (mancanza
di respiro spontaneo, assenza di riflessi mediati dai nervi
cranici ecc.), ma si sa che le porzioni del cervello specializzate nelle attività psichiche non possono assolutamente funzionare in assenza di interazioni dirette con il tronco dell’encefalo. A differenza della stato di morte cerebrale, che
non consente recuperi, l’esperienza medica dimostra che
v’è la possibilità di uscire dallo stato vegetativo persistente
con la ripresa spontanea delle funzioni psichiche anche a
lunga distanza dall’inizio della patologia. Il paziente in stato
vegetativo persistente può quindi qualificarsi come persona
non solo nel senso strettamente biologico di cui Olson è
fautore, ma anche nel senso del possesso della potenzialità
di riappropriarsi della propria attività psichica e di ritornare ad essere, nel linguaggio ordinario, la stessa persona di
prima della malattia. Quanto a lungo si debba prolungare la
vita vegetativa di questi pazienti in attesa di un eventuale
recupero della vita di relazione è uno spinoso problema di
carattere preminentemente etico che va al di là di una definizione sia metafisica che biologica della persona.
Le argomentazioni basate su ipotetici trapianti parziali o
totali del cervello sono stimolanti perché presentano sotto
una luce nuova antichi problemi filosofici riguardanti la
biologia e la medicina, ma corrono anche il rischio di raffigurare il sistema nervoso in modo totalmente non realistico.
Il cosiddetto cervello in un vaso, protagonista tanto di film
dell’orrore quanto di una famosa confutazione filosofica
dello scetticismo e del solipsismo [Putnam, H., 1981], non
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è realistico perché il cervello comunica con il corpo, inteso
come il complesso degli organi non nervosi, non solo tramite i nervi, ma anche tramite lo scambio nei due sensi di
una varietà di molecole che si muovono con il sangue o tramite la diffusione nel cosiddetto mezzo interno. Una separazione del cervello dal resto del corpo comporta di necessità il venir meno di regolazioni chimiche indispensabili per
il normale svolgersi delle attività cerebrali, ed è quindi
incompatibile con l’idea che un cervello così isolato possa
albergare una mente vera e propria, anche se i suoi nervi
afferenti vengono secondo l’ipotesi stimolati da un supercomputer che dovrebbe generare l’illusione di un mondo
esterno.
L’inscindibilità materiale e concettuale fra cervello e
resto del corpo ai fini di una visione filosofica della persona
che sia realistica da un punto di vista fisiologico è stata
sostenuta recentemente da Steinhart [2001] sulla base di
un’aggiornata conoscenza delle molteplici interazioni fra il
sistema nervoso centrale e gli altri organi.
Fra queste interazioni sembra importante prendere in
considerazione come il corpo proprio ed altrui sia rappresentato nel cervello. Fra le molte profonde osservazioni psicologiche di William James [1890] riguardo al corpo, due
mi sembrano appropriate in questa sede. La prima è che la
ricerca introspettiva del cosiddetto senso del sé produce
solo sensazioni corporee, soprattutto nella regione degli
occhi e della gola. La seconda è che quando usiamo il pronome personale io ci identifichiamo tacitamente con il
nostro corpo, mentre quando usiamo il pronome me il
nostro corpo diventa oggetto della nostra cognizione. In ciò
che segue riassumerò alcune conoscenze sul modo nel quale
il cervello rappresenta il corpo che lo contiene e quello di
altre persone.
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3. Il corpo nel cervello
Tutti i recettori di senso partecipano alla conoscenza del
proprio corpo e alla costruzione del cosiddetto schema corporeo, un costrutto mentale che include non solo l’insieme
della sensazioni somatiche, ma anche sensazioni visive, uditive e di altre modalità sensoriali, nonché componenti della
memoria e della sfera emotiva e motivazionale che il soggetto traspone nell’immagine di sé [Berlucchi, G., e Aglioti,
S.M., 1997]. Lo schema corporeo non si costituisce ex novo
dopo la nascita, dato che il neonato si dimostra già capace
di imitare movimenti oro-facciali e anche manuali di un
adulto, ad attestare l’esistenza di una capacità innata di rilevare implicitamente la corrispondenza fra i particolari dell’anatomia di un altro con quelli della propria [Meltzoff,
A.N, e Moore, M.K, 1983]. L’ulteriore sviluppo e affinamento dello schema corporeo dipende dalle esperienze
postnatali, e richiede la convergenza a livello cerebrale di
segnali di senso di diverso tipo che provengono da una stessa parte del corpo con una precisa coincidenza temporale.
Il bambino impara a riconoscere un arto come suo vedendolo in movimento e ricevendo allo stesso tempo i segnali
tattili e propriocettivi generati in quell’arto dal movimento
medesimo [Neisser, U., 1993]. Un adulto percepisce illusoriamente che una mano di gomma sia sua quando vede toccare questa mano in una posizione appropriata, mentre allo
stesso tempo la sua propria mano riceve al di fuori della
vista uno stimolo tattile in precisa sincronia con quello
applicato alla mano finta [Tsakiris, M., e Haggard, P.,
2005]. Sono stati descritti correlati cerebrali del senso di
proprietà del corpo o di parti di esso [Tsakiris, M., Hesse,
M.D, Boy, C., Haggard, P. e Fink, G.R., 2007].
Lo schema corporeo può ampliarsi per includere oggetti aventi rapporti di stretta contiguità con il corpo come
indumenti, ornamenti e strumenti. Quando si pianta un
chiodo con un martello l’estremità percepita dell’arto che
tiene il martello non è la mano ma la testa dello stesso martello. Anche in questo caso la visione dell’arto che opera,
compreso il martello, e i corrispondenti segnali propriocet9
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tivi che provengono sincronicamente da quello stesso arto
generano nello schema corporeo una rappresentazione
multisensoriale che incorpora anche il martello [Berlucchi,
G. e Aglioti, S.M., 1997, 2002]. Le basi nervose di queste
estensioni dello schema corporeo sono state esaminate e
dimostrate in termini di attività di singoli neuroni corticali
[Maravita, A., e Iriki, A., 2004].
Il corpo è rappresentato nel cervello in modo somatotopico (cioè con una corrispondenza spaziale punto a punto)
nelle aree corticali primarie motorie e somato-sensitive, ma
lo schema corporeo dipende da numerose altre regioni
cerebrali. La neuromatrice proposta da Melzack [1990]
come substrato dello schema corporeo include anche l’insula, la corteccia parietale posteriore, il sistema limbico e la
formazione reticolare. Ciascuno di questi componenti ha
probabilmente ruoli diversi nell’organizzazione dello schema corporeo. Per esempio, l’insula avrebbe il compito di
elaborare informazioni di natura cenestesica e affettiva legate al funzionamento omeostatico (il generico sentirsi bene o
male in assenza di sensazioni o sintomi specifici) [Craig,
A.D., 2002], mentre la corteccia parietale posteriore avrebbe funzioni più strettamente cognitive che riguardano l’organizzazione spaziale e la semantica generale del corpo, i
rapporti fra il sé psichico e il corpo materiale, nonché la
distinzione con i corpi altrui [Berlucchi, G. e Aglioti, S.M.,
1997; Shimada S., Hiraki, K. e Oda, I., 2005].
Sembra certo che le strutture e i meccanismi cerebrali per
la cognizione del corpo proprio o altrui siano specializzati e
distinguibili da quelli addetti alla conoscenza di oggetti non
corporei [Coslett, H.B., Saffran, E.M, e Schwoebel, J.,
2002]. A riprova di ciò, in seguito a lesioni cerebrali localizzate sono stati descritti, a seconda della sede, deficit selettivi della capacità di usare a vari livelli cognitivi o comportamentali le informazioni riguardanti il corpo proprio o di altri
[Suzuki, K., Yamadori, A. e Fujii, T., 1997], o, per converso,
il risparmio selettivo di queste capacità in presenza di gravi
deficit di elaborazione delle informazioni pertinenti ad altre
categorie cognitive [Shelton, J.R., Fouch, E. e Caramazza,
A., 1998]. I pazienti affetti da una rara sindrome chiamata
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autopoagnosia non sanno indicare su comando verbale parti
del corpo proprio o altrui, mentre eseguono bene il compito se sono invitati ad indicare una parte di un oggetto non
corporeo, per esempio il pedale di una bicicletta [Berlucchi,
G. e Aglioti, S.M., 2002].
Le tecniche di visualizzazione non invasiva dell’attività
regionale cerebrale hanno gettato una nuova luce sui substrati nervosi della conoscenza del corpo. In accordo al concetto che la cognizione del corpo proprio e altrui rappresenti un dominio semantico distinto, è stato dimostrato che
esistono due aree corticali attivabili in modo molto specifico dalla vista di parti del corpo. Un’area ubicata nel giro
fusiforme, sulla superficie inferomediale dell’emisfero cerebrale, è attivata in modo massimale da stimoli costituiti da
facce, e molto meno da altri stimoli configurati, incluse le
parti del corpo diverse dalla faccia [face fusiform area, Ffa:
Kanwisher, N., McDermott, J. e Chun, M.M., 1997; GrillSpector, K., Knouf, N. e Kanwisher, N., 2004]. Lesioni bilaterali di Ffa causano disturbi nel riconoscimento delle facce
e la ben nota sindrome prosopagnosica, nella quale va persa
selettivamente la capacità di riconoscere facce familiari.
Un’altra regione, ubicata sulla superficie laterale della corteccia occipito-temporale, è attivata in modo massimale da
stimoli costituiti da parti non facciali del corpo, e molto
meno da altre categorie di stimoli configurati, incluse le
facce [extrastriate body area, Eba: Downing, P.E., Jiang, Y.,
Shuman, M. e Kanwisher, N., 2001].
A conferma della squisita specializzazione dell’Eba per
la cognizione del corpo, la parziale disattivazione temporanea reversibile di quest’area tramite la stimolazione magnetica transcranica ripetitiva in soggetti normali ha rivelato un
allungamento selettivo del tempo di reazione per il riconoscimento di fotografie di parti del corpo, ma non di stimoli
non corporei, come parti di motociclette ed anche di facce
[Urgesi, C., Berlucchi, G. e Aglioti, S.M., 2004]. Per quanto riguarda una possibile partecipazione dell’Eba allo schema corporeo, Astafiev, S.V., Stanley, C.M., Shulman, G.L. e
Corbetta, M. [2004] hanno descritto un’attivazione di quest’area non solo quando si vedono parti del corpo di altre
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persone, ma anche in risposta a movimenti propri, anche se
compiuti al di fuori della vista. Tuttavia l’Eba sembra più
interessata nella rappresentazione statica che in quella dinamica del corpo [Urgesi, C., Calvo-Merino, B., Haggard, P.
e Aglioti, S.M., 2007].
La distinzione a livello cerebrale della rappresentazione
della faccia e di altre parti del corpo potrebbe ricollegarsi
alla preminenza della faccia nella comunicazione sociale.
Peraltro la faccia è speciale anche perché, pur essendo sorgente di importanti sensazioni esterocettive e propriocettive che contribuiscono al senso del sé, non è visibile direttamente e quindi non dà origine a sensazioni visive se non
quando ci si specchia. L’autoriconoscimento allo specchio,
basato soprattutto sulla faccia, si sviluppa nel bambino
intorno ai 15-18 mesi di vita; è una capacità che si acquisisce con la pratica delle superfici riflettenti ed è dimostrata
solo nella specie umana, negli scimpanzé e negli oranghi
[Gallup Jr., G.G., Anderson J.R., e Shillito, DJ., 2002].
4. La realtà dello schema corporeo e la ricerca delle basi cerebrali del senso del sé
L’esistenza di uno schema corporeo nel cervello è in un
certo senso comprovata dagli effetti delle lesioni cerebrali.
Fra i disturbi dello schema corporeo i più studiati sono la
emisomatoagnosia, la somatoparafrenia e l’arto fantasma
[Berlucchi, G. e Aglioti, S.M., 2002]. Nella emisomatoagnosia, susseguente a lesioni della corteccia parietale posteriore di destra, il paziente non presta attenzione alla metà
sinistra del corpo, ignorando gli stimoli tattili di quella
parte o localizzandoli erroneamente alla parte destra. La
disattenzione per l’emicorpo sinistro può far sì che il
paziente non indossi la manica sinistra della camicia o della
giacca o non si lavi o rada la metà sinistra della faccia. Nella
grave sindrome detta somatoparafrenia sembra che una
metà del corpo, in genere ancora la sinistra, sia stata espunta dallo schema corporeo. I pazienti negano l’evidente paralisi di senso e di moto di un lato e rifiutano il possesso del12
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l’arto o degli arti colpiti attribuendone assurdamente la
proprietà al medico o ad altri pazienti, pur mantenendo allo
stesso tempo la razionalità e la lucidità riguardo a qualunque altro argomento di discussione. Nella sindrome dell’arto fantasma [Berlucchi, G. e Aglioti, S.M., 2002] le persone
che hanno subito un’amputazione riferiscono sensazioni
complesse, spesso fortemente dolorose, provenienti apparentemente dalla parte del corpo amputata. Queste sensazioni fantasma, più frequenti dopo amputazioni di uno
degli arti o di sue parti, ma presenti anche nel caso di altre
asportazioni chirurgiche, per esempio del seno o del pene,
sono dovute probabilmente al fatto che le parti del cervello
naturalmente deputate alla rappresentazione della parte
amputata continuano ad essere attive, in modo generalmente anormale, e che il resto del cervello interpreti tali
attività come provenienti dalla parte amputata stessa. Il
fatto che bambini nati con assenza congenita di arti possano riferire sensazioni fantasma provenienti da parti del
corpo che non hanno mai posseduto è ovviamente rilevante per la discussione dell’antitesi filosofica fra concezioni
empiriste ed innatistiche della conoscenza [Melzack, R.,
1990; Brugger, P., e Funk, M., 2007].
La ricerca sulle basi nervose del senso del sé attualmente
è basata sulla visualizzazione di attività cerebrali localizzate di
soggetti normali la cui mente è in quel momento rivolta verso
di sé per varie ragioni: perché il soggetto è invitato a riflettere sui suoi stati mentali, o a eseguire compiti percettivi che
richiedono una prospettiva in prima persona, o a recuperare
episodi dalla sua memoria autobiografica, o ad autovalutarsi,
o ad agire sentendosi l’autore dell’azione, o a riconoscersi allo
specchio. Nessuno si aspetta di trovare in questi esperimenti
un io neurale sotto forma di un homunculus alloggiato in un
preciso punto del cervello, perché i filosofi e gli psicologi
contemporanei [ad esempio Dennett, D.C., 1991; Neisser,
U., 1993; Pinker, S., 1997] insegnano che il concetto dell’unità e della continuità dell’io è del tutto illusorio, e che l’io è
un’astrazione, un punto virtuale, un centro di gravità metaforico della miriade di narrazioni, attribuzioni ad interpretazioni che compongono la biografia di un corpo umano viven13
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te. Opinione già espressa negli anni Venti dall’ingegner Carlo
Emilio Gadda nell’abbozzo di una tesi di laurea in filosofia,
mai presentata per l’approvazione accademica e pubblicata
postuma dopo vari decenni con il titolo Meditazione milanese: “L’individuo umano non può pensarsi come unità, ma
come insieme (o grumo) di relazioni non perennemente
unite.” Anche se il panorama generale è ancora assai confuso, i dati di neuroimmagini mettono in evidenza alcune differenze specifiche nell’attività cerebrale fra condizioni in cui il
soggetto è rivolto verso di sé e condizioni nelle quali invece è
rivolto verso l’esterno. Tuttavia, come hanno giustamente
rilevato Gillihan e Farah [2005], non esiste ancora una vera
neuroscienza cognitiva del senso del sé, e forse è lecito chiedersi se essa potrà mai esistere in assenza di una soluzione
definitiva del problema dei problemi, tanto biologico quanto
filosofico: il problema mente-cervello.
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