Inserto Influenza

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educazione sanitaria
CEFORMED
CENTRO REGIONALE DI FORMAZIONE
PER L’AREA DELLE CURE PRIMARIE
Via Galvani n. 1 – 34074 MONFALCONE (GO)
In questo numero di “Medicina e Sanità” continuiamo a pubblicare, analogamente ad altre riviste mediche, delle pagine di educazione sanitaria rivolta ai pazienti, che possono essere staccate, fotocopiate o esposte nelle sale d’attesa e consegnate ai pazienti
L’informazione per il paziente:
INFLUENZA E MALATTIE RESPIRATORIE
ACUTE FEBBRILI NON INFLUENZALI:
Che cosa è utile sapere?
A cura di
Doriano Battigelli*, Alberto Giammarini Barsanti*, Daniele Venier**
*) Medici di Medicina Generale, Ceformed
**) Pediatra di Libera Scelta, Ceformed
1. Che cos’è l’influenza?
L’influenza è una malattia infettiva delle vie respiratorie, di origine virale, molto contagiosa, che di solito guarisce spontaneamente. I più colpiti sono i bambini, ma quelli che rischiano di più, a causa delle frequenti complicazioni, sono gli anziani e i soggetti di qualsiasi età affetti da altre malattie che indeboliscono l’organismo o che
hanno difetti del sistema immunitario.
L’influenza è causata da virus specifici, contro i quali la migliore arma di difesa è la vaccinazione annuale. I virus influenzali
che causano l’epidemia umana sono di due tipi: A (di cui esistono diversi sottotipi) e B. Essi circolano in tutto il mondo.
(Foto: virus dell’influenza al microscopio elettronico)
E’ comune la comparsa di nuove varianti virali che derivano dai frequenti
cambiamenti delle strutture della superficie del virus contro le quali il
nostro organismo produce gli anticorpi. Questo fenomeno, chiamato
drift antigenico è dovuto a piccole mutazioni genetiche del virus, le quali
si verificano ad ogni stagione (e talvolta anche prima, nel corso della stessa epidemia): tali mutazioni fanno sì che gli anticorpi già presenti nell’organismo a causa di precedenti infezioni influenzali (o vaccinazioni) siano
poco efficaci contro il nuovo virus mutato e quindi ci difendono poco
dalla sua infezione. Ecco perché chi ha avuto l’influenza negli anni precedenti non è ben immunizzato contro le nuove varianti; per la stessa
ragione è necessario ripetere ogni anno la vaccinazione con un vaccino
nuovo, preparato appositamente a seconda della variante di virus in circolazione.
Molto più raramente, per fortuna, si producono delle grandi mutazioni
genetiche del virus, chiamate shift antigenici. Quando questo avviene nascono dei nuovi sottotipi di virus, contro i quali non
abbiamo proprio anticorpi per difenderci dall’infezione; l’infezione risulta spesso grave, coinvolge molte persone e rischia di
diffondersi facilmente in più aree geografiche del mondo, provocando una “pandemia” (diffusione del virus in molte parti del
mondo, con alto numero di casi di malattia e alta mortalità). Tipiche pandemie da influenza sono state quella cosiddetta “spagnola” nel 1918, l’”asiatica” nel 1957-60, la “cinese” nel 1968-69. Attualmente si teme che il virus dell’influenza aviaria possa
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modificarsi geneticamente ed adattarsi all’uomo, dando origine a una
nuova pandemia.
Gli shift (grandi mutazioni) responsabili delle pandemie possono avvenire in due modi:
1) per riassortimento genetico che finora si è verificato in occasione di
due pandemie, l’”asiatica” e quella del 1977, con il maiale come ospite
intermedio del virus
2) per trasmissione diretta all’Uomo dei virus che infettano gli animali e successivo adattamento all’uomo; ciò è successo per la “spagnola” nel 1918
L’ Organizzazione Mondiale della Sanità ritiene che quest’ ultimo possa
essere il meccanismo in causa nella possibile pandemia da virus aviario.
2. Come si manifesta l’influenza e come si diagnostica?
Negli adulti e negli anziani si ha la comparsa improvvisa di febbre alta (spesso la temperatura è maggiore di 38,5°C), e di
almeno un sintomo respiratorio (tosse secca o con catarro, bruciore diffuso alla gola, difficoltà a respirare, secrezioni dal naso) accompagnato
sempre da disturbi di tipo generale (stanchezza intensa, malessere generale, sensazione di freddo, inappetenza, forte mal di testa, dolori ai
muscoli, alle ossa e alle articolazioni). Negli adulti e negli anziani l’influenza non dà disturbi intestinali (non dolori addominali, nausea, vomito, diarrea: se sono presenti la diagnosi di influenza è poco probabile;
bisogna pensare piuttosto a una gastroenterite da altri virus o batteri o a
una tossinfezione alimentare o a malattie gastroenteriche).
Nei bambini invece si possono avere, oltre ai disturbi respiratori e generali, anche da nausea, vomito e diarrea e talora dolori alle orecchie (otite).
La gravità dei sintomi dipende dal tipo di virus, dalla presenza o meno
nell’organismo di anticorpi parzialmente efficaci (formati in precedenti
infezioni o vaccinazioni) e dalle condizioni cliniche di base del soggetto
infettato. I sintomi influenzali si risolvono entro 7 giorni nella maggior
parte delle persone adulte sane, anche se tosse, malessere generale e
spossatezza possono persistere per oltre due settimane.
Vi sono però più di duecento altri virus e ceppi virali in grado di provocare “malattie respiratorie acute febbrili non
influenzali”, caratterizzate sintomi simili a quelli dell’influenza, cioè tosse, raffreddore, difficoltà respiratoria, mal di
testa, dolori muscolari e articolari, febbre.
I soggetti adulti hanno in media 2-4 volte all’anno questi episodi di “malattie respiratorie acute febbrili non influenzali”,
mentre l’”influenza” vera e propria si prende una volta all’anno. Nei bambini, invece, specie se frequentano il nido o la
scuola materna, la frequenza di episodi virali simil-influenzali è molto maggiore (anche 5-10 in un anno).
Mentre negli adulti sani l’”influenza” vera e propria di solito si manifesta bruscamente, provoca febbre alta, grave spossatezza e malessere (“abbatte l’individuo”), nelle “malattie respiratorie acute febbrili non influenzali” l’inizio è di solito più
graduale, la febbre è meno alta, c’è meno stanchezza e malessere, le complicazioni gravi (per esempio polmonite)
sono più rare. Nei bambini, negli anziani e nei soggetti con malattie che indeboliscono l’organismo la differenza tra i
sintomi dell’”influenza” e delle “malattie respiratorie acute febbrili non influenzali” è meno chiara.
L’”influenza” si può prevenire con la vaccinazione e, a giudizio del medico, nei soggetti ad alto rischio, curare con farmaci
antivirali specifici (somministrati però entro 48 ore dall’inizio dei sintomi), le “malattie respiratorie acute febbrili non influenzali”, dovute ad altri virus, non si possono per ora né prevenire con vaccini efficaci, né guarire con farmaci virali specifici.
Il mezzo più sicuro per avere una diagnosi certa di “influenza” è l’isolamento del virus da materiali biologici che vengono
messi in coltura in laboratorio. Questo esame, però, richiede tempo (mentre l’influenza ha un decorso rapido) e viene utilizzato esclusivamente per scopi scientifici. L’uso di routine dei test rapidi (che danno l’informazione entro 30 minuti) per
identificare nelle secrezioni respiratorie il virus responsabile dei sintomi non è ancora diffuso; tuttavia, se il test risulta positivo, si può essere certi della diagnosi solo in 6-8 casi su 10, mentre se risulta negativo, si può avere lo stesso l’influenza in
un caso su 10. L’attendibilità diagnostica si riduce ancor più se il prelievo non viene effettuato subito dopo l’inizio dei sintomi e diventa nulla dopo i 4-5 giorni di malattia. Anche i nuovi test molecolari non sono per ora applicabili nella pratica medica quotidiana e vengono eseguiti in laboratori specializzati solo quando sia necessario escludere infezioni virali più gravi.
Per questo motivo, quando non è possibile identificare con precisione il virus responsabile, si preferisce parlare genericamente di “sindrome influenzale”.
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3. Come si cura la sindrome influenzale?
La terapia della sindrome influenzale è prevalentemente destinata a controllare la sintomatologia (farmaci antifebbrili, antidolorifici, anti-infiammatori) piuttosto che a combattere direttamente i virus coinvolti.
Nell’adulto contro la febbre e contro il dolore si consiglia di usare i farmaci a base dei principi attivi paracetamolo, ibuprofene e diclofenac. Sono tutti farmaci efficaci; in più, essendo in commercio da molti anni, sono stati sperimentati da milioni
di persone e i loro possibili effetti collaterali sono ben conosciuti. Prima di prenderli però è bene consultare il proprio medico di famiglia, per vedere se si rientra in qualche caso particolare. Infatti:
– Se si hanno problemi di cuore o si prendono anticoagulanti orali o si è in gravidanza il medico potrà suggerire il paracetamolo.
– Se invece si fa già uso di acido acetilsalicilico a basse dosi per problemi cardiovascolari (Aspirinetta, Ascriptin, Cardirene,
ecc.) il medico potrà consigliare di aumentarne la dose per sfruttarne l’effetto antifebbrile, antidolorifico e antinfiammatorio.
– Decongestionanti nasali per periodi non superiori ai 3-5 giorni negli adulti (senza controindicazioni, che sono rappresentate dalle malattie cardiovascolari o neurologiche).
– Riposo a letto e assunzione di liquidi in quantità maggiori rispetto al solito.
– Aggiustamenti delle terapie che vengono effettuate per eventuali malattie croniche concomitanti (li decide il Medico).
L’impiego degli antibiotici, solo su consiglio del medico curante, deve essere limitato alla cura delle complicanze di probabile natura batterica. E’ sconsigliato usarli per combattere i normali sintomi dell’influenza.
4. E se è un bambino ad avere la sindrome influenzale?
In questo caso è bene sentire il pediatra per telefono. Bisogna essere pronti a descrivere i sintomi (durata e intensità della
febbre, comportamento generale del bambino, gola arrossata, possibile male alle orecchie, eccetera). Raccolte le informazioni il pediatra stabilirà se è opportuno visitare il bambino.
Se avrà attribuito la febbre all’influenza o alla sindrome influenzale potrà proporre un farmaco contro la febbre, specificando quanto darne e ogni quante ore.
Prima dei 12 anni non va somministrato l’acido acetilsalilico (aspirina e altri nomi), per il rischio della sindrome di Reye
(vedi avanti). E’ sconsigliato l’impiego di antibiotici in caso di semplice raffreddore, mal di gola (a meno che non ne sia dimostrata l’origine batterica) e di sindrome influenzale non complicata, perché in questi casi non sono efficaci. Possono essere
invece indicati in caso di bronchite con febbre, tosse e catarro che persistano da almeno sette giorni.
I decongestionanti nasali sono sempre controindicati nei bambini al di sotto dei 12 anni, per il rischio di reazioni
gravi (reazioni cutanee diffuse, disturbi del sistema nervoso, del cuore, prolungamento dell’ostruzione nasale nel
tempo, ecc.) a fronte di una scarsa efficacia sui sintomi nasali.
Trattamenti più specifici potranno poi essere decisi dal medico nei singoli casi, sulla base di:
– età, condizioni di salute e precedenti malattie del paziente;
– tipo di influenza e gravità dei sintomi;
– tolleranza a farmaci e a procedure mediche specifiche;
– aspettative del paziente rispetto al decorso della malattia.
5. Ma non c’è un nuovo tipo di farmaci, antivirali, specifici contro l’influenza?
Ci sono i nuovi farmaci diretti contro i virus influenzali di tipo A e B. Se ne è parlato quando era alta la paura dell’influenza
aviaria (principi attivi: oseltamivir e zanamivir; nomi commerciali: Tamiflu e Relenza).
Gli studi clinici hanno dimostrato una modesta efficacia: riducono di un giorno e mezzo le giornate di febbre nell’adulto e di
un giorno nel bambino, solo se assunti entro 48 ore dall’inizio dei sintomi; tuttavia riducono il periodo di diffusione del virus
dalle secrezioni respiratorie e quindi la contagiosità, le sovrainfezioni batteriche e il rischio di complicanze e di morte dovute
all’influenza. Purtroppo incominciano a circolare ceppi di virus dell’influenza di tipo A divenuti resistenti a questi farmaci.
Quindi nel caso di normale influenza se ne sconsiglia l’uso, che può essere riservato a situazioni particolari:
– proteggere le persone ad alto rischio che sono state vaccinate dopo l’inizio della stagione influenzale, ma solo per il
periodo necessario a sviluppare livelli sufficienti di anticorpi protettivi;
– proteggere le persone ad alto rischio che non possono essere vaccinate;
– proteggere le persone a stretto contatto con persone ad alto rischio, ma solo durante il picco della stagione influenzale;
– proteggere le persone immunocompromesse che non possono sviluppare abbastanza anticorpi;
– controllare le epidemie in case di cura e di riposo.
– proteggere i soggetti anziani, non vaccinati, che vivono in comunità.
- trattare i soggetti colpiti da influenza e che potrebbero avere serie complicazioni (cioè tutti i soggetti con malattie che
indeboliscono l’organismo o il sistema immunitario).
Inoltre questo tipo di antivirali sono perfettamente inutili se la malattia è causata non dal virus A o B dell’influenza ma
da uno dei duecento altri tipi di virus responsabili di “malattie respiratorie acute febbrili non influenzali”.
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Pertanto gli antivirali:
– Non sono un’alternativa alla vaccinazione
– Devono sempre essere assunti su prescrizione e controllo del medico, in situazioni particolari
– Funzionano solo se vengono assunti entro 48 ore dall’inizio dei sintomi
– Sono inutili se la sindrome influenzale non è causata dai virus A o B dell’influenza
6. È utile ricorrere a terapie non convenzionali o a vitamine per curare la sindrome influenzale?
Gli studi clinici non mostrano una efficacia di farmaci non convenzionali quali l’Oscillococcinum e le erbe cinesi sia
nel ridurre le giornate di febbre sia nel mitigare i sintomi. La vitamina C e le altre vitamine non servono a nulla,
neanche ad alte dosi, e provocano effetti indesiderati (per esempio diarrea da vitamina C). Non servono neppure
contro la spossatezza, la quale è causata dall’azione del virus e soprattutto dalla reazione immunitaria e infiammatoria dell’organismo, non da una mancanza di vitamine. Il virus dell’influenza non “consuma” le vitamine dell’organismo. Le vitamine, come pure i cosiddetti “vaccini batterici” somministrati per via orale, non servono neppure a
prevenire l’influenza.
7. Quando è necessario il ricovero per una sindrome influenzale?
La decisione di ricoverare o meno un paziente spetta al medico curante. Alcune categorie di malati possono ricevere cure
più adeguate all’interno dell’ospedale, ma nella maggior parte dei casi la sindrome influenzale può essere curata a casa.
8. Come si trasmette l’influenza?
L’influenza si prende per contagio da persona a persona: i virus influenzali si trasmettono a breve distanza (meno di
un metro) principalmente attraverso le goccioline di saliva e muco emesse con la tosse e gli starnuti delle persone
infette (e il contatto con le loro mani, che spesso vengono imbrattate dalle secrezioni nasali e respiratorie). E’ molto
contagiosa.
Il contatto con oggetti contaminati dalle secrezioni respiratorie è un altro possibile modo di contagio (per es. mezzi di sostegno negli autobus, maniglie delle
porte, banchi di scuola, posate, bicchieri, asciugamani, fazzoletti, indumenti, lenzuola, cuscini, ecc.).
Dopo l’infezione possono trascorrere 1-4 giorni prima che i sintomi si manifestino, ma le persone contagiate sono in grado di trasmettere il virus ad altri già dal
giorno prima dell’inizio dei sintomi e per i 5-10 giorni successivi. I bambini restano contagiosi per oltre 10 giorni ed emettono con le secrezioni molte più particelle virali; gli individui con ridotte difese immunitarie possono restare contagiosi
anche per varie settimane o mesi.
Non si prende l’influenza esponendosi soltanto al freddo - anche se da noi l’epidemia è più frequente d’inverno e all’inizio della primavera - ma a causa del contatto tra persone infette e sane in ambienti chiusi, soprattutto se affollati (aule
scolastiche, cinema, teatri, sale di riunione, discoteche, ristoranti, negozi, uffici
pubblici, autobus, treni, aerei, stanze di ospedale o di casa di riposo, ecc.).
Non si prende l’influenza mangiando cibi avariati o “infettati” (a meno che una (il virus dell’influenza si trasmette attraverso le goccioline della saliva e delle secrezioni respiratorie)
persona contagiata ci abbia tossito o starnutito sopra subito prima!).
Per rilevare la diffusione delle sindromi influenzali, esiste in Italia dal 2000 INFLUNET, una rete di sorveglianza epidemiologica e virologica coordinata dal Ministero della Salute che si avvale della collaborazione dell’Istituto Superiore di Sanità (ISS),
del Centro Interuniversitario per la
Ricerca sull’Influenza (CIRI), di oltre
800 Medici di Medicina Generale e
Pediatri di Libera Scelta “sentinella”
(che hanno in carico oltre un milione
di assistiti, nell’ambito dei quali rilevano i casi), dei laboratori di riferimento per l’influenza e degli
Assessorati regionali alla Sanità.
L’obiettivo di INFLUNET è descrivere i
casi di sindrome influenzale, stimarne l’incidenza settimanale durante la (Il virus si trasmette anche attraverso il contatto
stagione invernale, in modo da valu- con oggetti contaminati dalle secrezioni respirato- (nei luoghi affollati è facile prendere il virus dell’influenza da qualche portatore)
tare la durata e l’intensità dell’epide- rie, per es. i banchi di scuola)
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I dati di tale rete di sorveglianza sono liberamente consultabili in Internet ai siti:
http://www.iss.it/iflu/risu/index.php?lang=1&tipo=5&anno=2008,
http://www.iss.it/iflu/dati/index.php?lang=1&tipo=13&anno=2008
http://www.ministerosalute.it/imgs/C_17_pubblicazioni_574_allegato.pdf;
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mia, e stabilire il tipo di virus influenzale in circolazione. Nel momento in cui scriviamo (dicembre 2008) l’attività dei virus
influenzali è ai livelli di base, cioè non c’è ancora un’epidemia; l’incidenza totale dei casi di sindrome influenzale è paragonabile a quella registrata negli anni precedenti nello stesso periodo.
Nella scorsa stagione 2007-2008 la fascia d’età maggiormente colpita è stata quella tra 0 e 4 anni (23 casi per mille soggetti),
seguita dalla fascia tra i 5 e i 14 anni (17 casi per mille), da quella tra i 15 e 64 anni (6 per mille) e infine da quella sopra i 65
anni (3 per mille). Il picco dell’epidemia influenzale si è verificato all’inizio del mese di febbraio, con in media 7 casi per mille
assistiti. Il livello d’incidenza è stato intermedio rispetto alla stagione 2004/2005 (livello massimo) e quello della stagione
2005/2006 (livello minimo, grazie alla maggior numero di vaccinazioni eseguite a causa del timore diffuso dell’influenza
aviaria).
9. Quali complicanze può dare l’influenza?
L’influenza ha un forte impatto sulla vita quotidiana producendo sofferenza, alterazione di molte abitudini della vita quotidiana, uso di farmaci con possibili effetti collaterali, perdita di giorni di scuola e di lavoro e complicazioni mediche.
Negli individui che hanno malattie croniche l’influenza può provocare una peggioramento della malattia di base (per esempio:
insufficienza respiratoria acuta nell’asma o nella bronchite cronica ostruttiva, scompenso acuto di cuore nei cardiopatici, scompenso del diabete mellito, della cirrosi epatica, crisi epilettiche e convulsioni febbrili scatenate dalla febbre alta, ecc.)
Inoltre in seguito all’influenza si può avere una polmonite causata dallo stesso virus influenzale oppure da altri virus o batteri che si sovrappongono all’infezione iniziale. Frequenti inoltre le otiti e le sinusiti.
I bambini piccoli con l’influenza possono avere sintomi iniziali che rassomigliano a una setticemia batterica con febbre elevata e convulsioni febbrili o quadri di bronchiolite che a volte richiedono il ricovero in unità di terapia intensiva.
L’influenza è stata anche associata a gravi malattie del cervello e del midollo spinale (encefalite, mielite transversa), sindrome di Reye, infiammazioni dei muscoli scheletrici e del cuore (miocardite e pericardite).
Nei pazienti anziani, per esempio, è stata descritta un’alta incidenza di miosite (infiammazione dei muscoli) nel corso dell’epidemia da virus A del 1998-1999.
L’encefalite è una complicazione rara, ma è spesso mortale e si accompagna nella metà dei casi a crisi epilettiche.
10. D’influenza si può morire?
Malgrado i grandi sforzi messi in atto per la sua prevenzione, ogni anno dal 5-al 10% della popolazione è colpito da sindromi
influenzali, circa l’1% arriva in pronto soccorso a causa dei sintomi influenzali e l’8% di coloro che vengono ricoverati in
ospedale muore. L’influenza è ancora oggi in Italia la terza causa di morte per malattie infettive, preceduta solo da AIDS e
tubercolosi.
Secondo i dati registrati dai Centers for Disease Control and Prevention (CDC) di Atlanta delle 23 epidemie che si sono verificate tra il 1972-1973 e il 1994-1995, 19 hanno portato a un numero significativo di morti in eccesso (vale a dire che i decessi
collegabili all’influenza sono stati più numerosi di quelli previsti in base ai calcoli statistici).
La maggior parte dei decessi attribuibili a influenza non si verificano però nella popolazione normale, ma in persone ad alto
rischio (anziani e soggetti di qualsiasi età con malattie che indeboliscono l’organismo o il sistema immunitario).
11. Quali persone sono più a rischio?
Durante le 19 stagioni influenzali citate sopra il numero stimato di morti associate all’influenza è aumentato da circa 30 a
più di 150 ogni 100.000 persone tra quelle di età uguale o superiore a 65 anni. In questa fascia di età si verificano più ricoveri
e oltre il 90% delle morti attribuibili all’influenza.
Probabilmente il numero delle morti per influenza sta aumentando in relazione all’aumento del numero di individui che
vive oltre i 65 anni. Spesso questi soggetti hanno malattie che indeboliscono l’organismo e lo rendono più suscettibile alle
complicazioni.
12. I diversi virus influenzali hanno lo stesso impatto?
Uno studio statunitense pubblicato nel 2000 riferisce, in base ai dati registrati dai CDC, che le ospedalizzazioni in eccesso
avutesi nel corso di 26 stagioni influenzali (dal 1970 al 1995) sono state da 8 a 102 ogni 100.000 persone. Tenendo, però,
conto dei diversi tipi di virus responsabili delle singole epidemie, si è visto che durante le epidemie da virus influenzale
A(H3N2) il numero medio di ospedalizzazioni è stato il doppio di quello registrato durante le epidemie da virus influenzale
A(H1N1) o da virus influenzale B.
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13. Quanto costa l’influenza?
Negli Stati Uniti è stato calcolato, sui dati di 75 ospedali, il costo medio per i pazienti arrivati in pronto soccorso a causa di
sintomi influenzali in un anno e mezzo (da gennaio 1997 a giugno 1998): i 1.362 pazienti trattati in pronto soccorso per
influenza sono costati ciascuno 141,89 dollari e quelli per i quali è stato necessario il ricovero (il 24,4% del totale) sono costati ciascuno 3251,04 dollari. Gli ultrasessantacinquenni vengono ospedalizzati in percentuale significativamente più alta e
quindi ingenerano i costi più alti.
14. Che cosa si può fare per prevenire l’influenza?
La strategia più efficace per prevenire l’influenza e le sue complicazioni è la vaccinazione effettuata ogni anno.
Ogni anno i vaccini antinfluenzali vengono preparati con i virus che si prevede circoleranno durante la stagione successiva.
La difficoltà principale nel produrre un vaccino efficace contro l’influenza sta nel fatto che ogni anno emergono varianti
virali diverse da quelle degli anni precedenti (a causa dei drift antigenici), quindi anche il vaccino deve essere continuamente
modificato.
Le informazioni sui ceppi di virus circolanti e l’andamento della loro diffusione sono raccolti dalla Rete Globale di
Sorveglianza sull’Influenza dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, che si avvale della collaborazione dei Centri Nazionali
per l’Influenza presenti in 83 Paesi del mondo (per l’Italia collabora l’Istituto Superiore della Sanità).
In base a queste informazioni, i vaccini preparati per la stagione invernale 2008/2009 includono le strutture di
superficie (“antigeni”) di due virus A (A/Brisbane /59/2007 e A/Brisbane/10/2007) e di e di un virus B
(B/Florida/4/2006).
Nei soggetti al di sopra dei 9 anni basta una sola iniezione all’anno di 0,5 ml, eseguita a livello intramuscolare (nel muscolo
deltoide della spalla).
I bambini dai 6 mesi ai 9 anni devono fare due iniezioni a distanza di 4 settimane se non sono mai stati vaccinati, e invece
una sola iniezione all’anno se sono stati vaccinati negli anni precedenti; l’iniezione viene fatta nella superficie antero-laterale
della coscia; dai 6 ai 36 mesi si usa mezza dose degli adulti (0,25 ml) oppure una formulazione pediatrica corrispondente.
La risposta immunitaria provocata dal vaccino è quindi diretta contro gli “antigeni” di superficie dei virus con i quali è stato preparato, e di conseguenza gli anticorpi che l’organismo produce in risposta alla vaccinazione combattono in modo specifico soltanto quei virus influenzali, mentre danno una protezione scarsa o assente nei confronti degli altri tipi e sottotipi virali.
I vaccini vengono normalmente preparati a partire da virus, coltivati in uova embrionale di galline provenienti da gruppi di
polli sani, che vengono purificati, inattivati o uccisi in modo da renderli non infettivi. Nel vaccino poi entrano solo parti di
virus (“split”) o con i soli antigeni di superficie (subunità) del virus. Il vaccino non contiene virus vivi (e neanche interi) e non
può perciò produrre mai l’influenza (neppure i soli sintomi respiratori), neanche nei soggetti in cui il sistema immunitario
funziona poco o che stanno facendo la chemioterapia antitumorale o la terapia anti-rigetto per un trapianto.
I vaccini vengono trattati con vari composti o con antibiotici (per prevenire le contaminazioni batteriche). Non contengono prodotti a base di mercurio come il thiomersal, ma possono contenere residui di uova, di proteine del pollo, di antibiotici e antisettici. Il
vaccino può essere somministrato con sicurezza nei soggetti a partire dai 6 mesi d’età, comprese le donne in gravidanza, nelle le
quali è stata dimostrata l’assenza di effetti negativi sul feto o sul decorso della gestazione.
Una singola dose di vaccino inattivato (o di subunità) produce anticorpi
che proteggono contro l’infezione influenzale nel 70-90% degli adulti
sani d’età inferiore ai 65 anni. Nei bambini e nei ragazzi fino ai 16 anni
l’efficacia preventiva è nel 60-70% dei soggetti. Negli anziani che vivono
in comunità o nelle strutture di lungo-degenza, l’efficacia della vaccinazione nel ridurre la mortalità legata all’influenza e alle sue complicazioni
varia dal 23% al 79%.
La vaccinazione pubblica viene effettuata ogni anno da ottobre a dicembre,
o al massimo entro gennaio. Fatta la vaccinazione, sono necessarie 2 o 3 settimane affinché si formino anticorpi protettivi. E’ però utile vaccinarsi anche
in corso di epidemia influenzale: se malauguratamente si vaccina un soggetto già contagiato e in fase d’incubazione, la malattia non sarà più grave (ne ci
saranno reazioni particolari al vaccino); se invece non è stato ancora contagiato, può avere il tempo di sviluppare gli anticorpi e prevenire l’influenza.
La vaccinazione rimane protettiva finché non cambia il ceppo di virus (in
genere l’anno successivo, più raramente al termine di una stessa stagione
epidemica).
Una buona igiene delle mani, lavandole molto spesso con acqua e sapone (o, in
assenza di acqua, usando gel alcolici), l’igiene delle secrezioni respiratorie (coprendo bocca e naso quando si starnutisce o tossisce, eliminando i fazzoletti e lavandosi
le mani subito dopo) gioca un ruolo importante nella diffusione dell’influenza.
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15. Chi dovrebbe vaccinarsi? E quando?
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Si raccomanda pure l’isolamento in casa delle persone con sindromi influenzali, fin all’ inizio dei sintomi e poi per circa una
settimana.
E’ opportuno che si vaccinino ogni anno tutte le persone d’età superiore ai 6 mesi di vita, al fine di ridurre il rischio di ammalarsi di influenza e/o di trasmetterla agli altri.
Tuttavia la vaccinazione è particolarmente raccomandata – e perciò viene offerta gratuitamente da parte del Servizio
Sanitario - nelle persone che hanno un maggiore rischio di complicanze e di morte in seguito all’influenza, oppure di
trasmetterla a queste ultime, oppure di creare disfunzioni nei servizi pubblici e sociali a causa dell’assenza dal lavoro per influenza.
E cioè:
– Nelle persone d’età pari o superiore ai 65 anni.
– Nelle persone di qualsiasi età (purché maggiore di 6 mesi di vita) affette da malattie o sottoposte a terapie che indeboliscono l’organismo o il sistema immunitario, nelle donne al secondo o terzo trimestre di gravidanza o in puerperio all’inizio della stagione epidemica, nonché nei famigliari e nei soggetti che vengono abitualmente a contatto con loro.
– Nei bambini d’età superiore ai 6 mesi che, dovendo assumere a lungo termine acido acetilsalicilico (aspirina e altri nomi),
per esempio per curare malattie reumatiche, se si ammalano d’influenza potrebbero sviluppare una sindrome di Reye. E’
una grave malattia che si presenta talora nei bambini che assumono aspirina in corso di sindrome influenzale o di varicella: si manifesta con nausea, vomito intenso, sintomi neurologici fino al coma, grave disfunzione del fegato.
– Nelle persone accolte in strutture per lungodegenti.
– Nei medici, infermieri e nel personale sanitario di assistenza, anche degli anziani o degli ammalati a domicilio.
– Nei soggetti addetti a servizi pubblici di primario interesse collettivo (insegnanti e personale di asili e scuole, polizia,
forze armate, vigili del fuoco, volontari dei servizi di emergenza, addetti alle poste, ecc.).
E’ pure fortemente raccomandata - e perciò offerta gratuitamente dal Servizio Sanitario - la vaccinazione dei soggetti che,
per motivi di lavoro, vengono a contatto con animali che sono serbatoi naturali dei virus influenzali, i quali potrebbero
quindi ammalarsi o diffondere l’infezione (allevatori, macellai, trasportatori di animali, veterinari, ecc.).
Lo scopo della vaccinazione offerta gratuitamente a queste categorie è dunque duplice:
1. ridurre il rischio per i singoli individui di ammalarsi , ricoverarsi e morire a causa dell’influenza
2. ridurre i costi per le famiglie e la società dovuti alla malattia e alla morte
16. A chi non dev’essere somministrato il vaccino anti-influenzale?
Non devono vaccinarsi:
– i lattanti sotto i 6 mesi di vita (mancano studi in questa fascia d’età)
– i soggetti che hanno avuto gravi reazioni allergiche ad una precedente vaccinazione o dopo assunzione di uova (cioè
shock anafilattico, crisi asmatiche, orticaria diffusa, estese eruzioni cutanee scatenate dal vaccino o dalle uova, ecc. – Non
soltanto febbre, malessere o dolore locale nella sede d’iniezione, oppure vomito e mal di pancia dopo aver mangiato
uova!)
– temporaneamente i soggetti che hanno in atto una malattia acuta media o grave, con o senza febbre; potranno però vaccinarsi dopo la guarigione.
– per prudenza i soggetti che hanno avuto in passato una malattia di Guillain-Barré (è un’infiammazione acuta dei nervi
periferici che si manifesta con paralisi progressiva agli arti e poi dei muscoli respiratori), poiché la malattia può essere
stata scatenata da una reazione immunitaria contro le strutture del virus influenzale, che per un errore del sistema
immunitario colpisce i nervi dell’organismo.
17. Ci sono false controindicazioni alla vaccinazione anti-influenzale,
che portano le persone a rinunciare al vaccino senza valido motivo?
Molte persone, compresi taluni medici e infermieri, rinunciano a vaccinarsi (o a eseguire la vaccinazione) sulla base di false
controindicazioni e di credenze errate, non dimostrate dai fatti. Tra queste ci sono:
– la storia di allergie alle proteine dell’uovo, ma senza una storia di reazioni gravi
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educazione sanitaria
– la presenza di malattie acute di lieve entità (per esempio tosse, mal di gola, raffreddore, diarrea, senza febbre o con lieve
febbricola, ecc.)
– l’AIDS
– la presenza di tumori, linfomi e leucemie, trapianti d’organo (nel vaccino il virus non è né vivo, né intero, né si riattiva, si
ricostituisce e si dissemina come gli “zombie”); la vaccinazione non favorisce lo sviluppo dei tumori né il rigetto dei trapianti
– il trattamento con cortisonici, immunosoppressori, chemioterapia antitumorale, terapie anti-rigetto del trapianto, radioterapia
– la storia di asma bronchiale (a meno che le crisi asmatiche non siano state sicuramente scatenate in precedenza dal vaccino o dall’assunzione di uova)
– la storia di malattie autoimmunitarie o reumatiche o di malattie infiammatorie croniche
– la somministrazione simultanea di altri vaccini
– l’attesa di interventi chirurgici importanti programmati
– La gravidanza (specialmente nel 2° e 3° trimestre) e il puerperio
– La credenza che per non aver “mai preso” prima l’influenza o di averla presa sempre in forma lieve renda immuni per
sempre
– La credenza che prendendo l’influenza e sviluppando gli anticorpi in seguito a infezione naturale, si rafforzi l’organismo
e ci si protegga meglio contro future epidemie
– La credenza che il vaccino faccia prendere di più l’influenza, e/o con manifestazioni più gravi
– La credenza che subito dopo una vaccinazione si sia manifestata la sindrome influenzale causata dal vaccino
– La credenza che la vaccinazione anti-influenzale produca gravi effetti indesiderati, subito o a distanza, o indebolisca l’organismo
– La credenza che la vaccinazione peggiori il decorso dell’asma o gli episodi di otite media
– La credenza che la vaccinazione scateni o peggiori l’epilessia, le convulsioni febbrili (che anzi, possono essere scatenate
dalla febbre alta causata dell’influenza) o favorisca l’autismo
E’ comunque stato dimostrato che il vero motivo psicologico (spesso inconscio) alla base del rifiuto della vaccinazione è in molte persone la paura della puntura con l’aghetto della siringa e l’inoculazione nel sangue di un
agente estraneo, interventi oltretutto effettuati non per curare una malattia in atto. Molti ancora sono convinti
che il virus inoculato sia intero, vivo e si moltiplichi nel corpo.
18. Quali sono i rischi e gli effetti indesiderati della vaccinazione anti-influenzale?
I vaccini anti-influenzali contengono soltanto parti dei virus inattivati dell’influenza A e B: pertanto non possono essere mai
responsabili di infezioni da virus influenzali.
Non proteggono contro le “malattie respiratorie acute febbrili non influenzali” causate da oltre 200 tipi diversi di virus, che
pertanto si possono avere lo stesso anche nei vaccinati, e non rappresentano un indizio dell’inefficacia del vaccino antiinfluenzale.
Gli effetti collaterali comuni dopo la vaccinazione possono essere dolore, arrossamento, gonfiore locale nella sede dell’iniezione (che dura al massimo 2 giorni). Essi si producono, normalmente, nel 5-20% dei vaccinati (soprattutto dopo la prima
vaccinazione) e non interferiscono con le attività della vita quotidiana. Ben più raramente, si hanno reazioni generali come
febbre, malessere generale, dolori muscolari, che iniziano 6-12 ore dopo la vaccinazione e durano 1-2 giorni, trattabili eventualmente con i soliti anti-febbrili.
Del tutto raramente si possono avere reazioni allergiche più gravi (orticaria, shock anafilattico, crisi asmatiche), soprattutto
nei soggetti allergici alle uova.
Per altri rarissimi effetti indesiderati segnalati in seguito alla somministrazione del vaccino non è stato dimostrato con sicurezza il nesso di causalità con questo, compresa la comparsa della sindrome di Guillain-Barré (che però, se si è già avuta,
costituisce una controindicazione al vaccino solo a scopo prudenziale).
Il numero e la gravità degli effetti avversi dovuti al vaccino anti-influenzale è di gran lunga minore che con moltissimi altri farmaci d’uso abituale, anche a libera vendita (per esempio aspirina e altri antifebbrili/anti-infiammatori, antispastici, decongestionanti nasali, lassativi, antibiotici, ansiolitici e ipnotici, ecc.)
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