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ALBERTO DI GERUSALEMME
VESCOVO E LEGISLATORE DEL
C ARMELO
Nacque da nobile famiglia - ma non è documentata la sua appartenenza agli Avogadro - nel
territorio della diocesi parmense. I necrologi cosiddetti eusebiani precisano che nacque "de Castro Gualterii",
a cui possono corrispondere oggi con eguale probabilità le due località di Gualtieri nella diocesi di Guastalla o
di Gualtirolo nella diocesi di Reggio Emilia.
Dopo studi letterari e giuridici entrò fra i canonici regolari di S. Croce nel convento di Mortara, di
cui divenne priore verso il 1180. Eletto vescovo di Bobbio, fu subito trasferito alla sede di Vercelli nel 1185. In
questa città, dopo aver ottenuto dal papa Urbano III che prendesse la diocesi sotto la sua protezione, assunse
un notevole rilievo per i buoni rapporti che riuscì a stabilire (come del resto aveva fatto con Federico
Barbarossa a Bobbio) con Enrico VI, da cui vide confermati il 30 novembre 1191 i beni della sua Chiesa.
Accanto all'imperatore rimase anche più tardi, sottoscrivendo un diploma imperiale per la Chiesa di Novara il
9 agosto 1196 e seguendolo poi subito dopo nell'Italia meridionale, a Taranto, ove Enrico VI andava
ammassando uomini e mezzi per una crociata.
Durante questo viaggio Alberto ebbe da Enrico VI l'importante incarico di guidare un'ambasceria di
alti dignitari, con pieni poteri per trattare ed eventualmente concludere un accordo col papa Celestino III su
tutte le questioni relative ai rapporti tra Papato ed Impero.
Alberto non era stato meno attivo nel governo e nell'amministrazione della sua diocesi, fissando nel
1185 il cerimoniale per il primo ingresso dei vescovi in Vercelli e tenendo nel 1191 un sinodo diocesano. Ci sono poi giunti di lui numerosi documenti, che lo indicano abile ed accorto nel disbrigo degli affari, per cui riuscì a ricuperare molti beni malamente alienati dai suoi predecessori. Va anche ricordata la decisione di mantenere nel capitolo tre maestri, un teologo, un grammatico e uno "scriptor" che insegnassero gratuitamente.
Incaricato da Innocenzo III di varie e delicate mansioni, Alberto vide pienamente riconosciuti i suoi
meriti quando fu eletto dai canonici regolari del S. Sepolcro a patriarca di Gerusalemme. Alberto, che vide
confermata la sua elezione da Amalrico II, re di Gerusalemme e da Pietro, patriarca di Antiochia, fu
consacrato il 17 febbraio 1205, ricevendo il pallio e la nomina a legato pontificio per quattro anni. Prima
ancora di partire per la Terra Santa, Alberto veniva esentato dalla visitatio ad limina e riceveva altre
facilitazioni per il migliore svolgimento della sua missione. Giunto in Terrasanta nei primi mesi del 1206 e
posta la sua residenza a S. Giovanni d'Acri - Gerusalemme dal 1187 era nelle mani dei Turchi - Alberto,
validamente sorretto da Innocenzo III, acquistò ben presto un grandissimo rilievo.
Nell'intento di arginare la pressione turca e nell'interesse della cristianità, Alberto si sforzò prima di
tutto di mantenere la pace fra i principi crociati, spingendoli anche ad un'unione coi principi locali.
Intervenne perciò presso Boemondo IV, conte di Tripoli, per ottenere la liberazione del patriarca d'Antiochia,
Pietro, secondo quanto aveva chiesto il papa nella sua lettera del 13 febbraio 1208; nel 1211 si preoccupò
perché fosse rigorosamente rispettato in tutta la Palestina il decreto di scomunica contro il re d'Armenia,
Leone II, per le sue azioni contro i templari, ottenendo l'approvazione del papa, che intervenne anche, in
favore di Alberto, presso il patriarca d'Antiochia e gli altri prelati di Terrasanta; nello stesso anno ebbe,
ancora dal papa, l'incarico di esaminare la regolarità dell'elezione dell'arcivescovo di Nicosia e di riconciliare
tra loro Ugo I di Cipro e Gualtieri di Montbéliard, connestabile del Regno di Gerusalemme. Per
interessamento del pontefice, si preoccupò, nei primi mesi del 1213, di ottenere la liberazione dei cristiani
prigionieri ad Alessandria.
Morta nel 1213 Maria di Monferrato unica erede del Regno di Gerusalemme, che lo stesso Alberto
aveva unito in matrimonio il 14 settembre 1210 con Giovanni di Brienne, Alberto riuscì ad ottenere che i
principi crociati rimanessero uniti intorno a Giovanni.
Alberto non ha meno rilievo ed importanza per la vita religiosa della Palestina: a lui si deve la
redazione della regola destinata agli eremiti sparsi sul Monte Carmelo (confermata poi, il 30 gennaio 1226,
da Onorio III), donde ebbe origine il monachesimo carmelitano, che considera perciò a ragione Alberto da
Vercelli suo legislatore.
Controversa è la data della compilazione della regola: scartata quella insostenibile del 1171, indicata
dal documento, perché Alberto giunse in Palestina solo nel 1206, gli studiosi tendono oggi a collocarla
appunto tra il 1206 ed il 1209.
Dopo aver vanamente tentato d'ottenere una restituzione di Gerusalemme mediante negoziati -- ed
appoggiò anche una delegazione pontificia a Seif-ed-Din Malik al-Muazzam --, mentre si disponeva a
ritornare in Italia, per prender parte al concilio ecumenico indetto da Innocenzo III per il novembre 1215, ove
si doveva discutere anche la grave situazione della Terrasanta, Alberto da Vercelli fu assassinato il 14
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settembre 1214, nella chiesa di S. Croce in S. Giovanni d'Acri, da un chierico (probabilmente piemontese),
che egli aveva deposto, per indegnità, dalla sua carica di maestro dell'ospedale dello Spirito Santo.
Il culto di Alberto, assai antico nell'ordine carmelitano, venne approvato dalla Congregazione dei
riti, il 20 giugno 1609; la sua festa già celebrata nell'ordine l'8 aprile in ricordo della data di consegna della
regola, è stata recentemente trasferita al 17 settembre per i carmelitani dell'osservanza ed al 25 dello stesso
mese per quelli scalzi, mentre il patriarcato latino di Gerusalemme ne celebra l'ufficio il 26 settembre e la
diocesi di Vercelli l'8 aprile.
D ALLA R EGOLA DEL C ARMELO
[1] Alberto, chiamato per grazia di Dio ad essere Patriarca della Chiesa di Gerusalemme, agli amati
figli in Cristo B[rocardo] e gli altri eremiti che vivono sotto la sua obbedienza presso la Fonte, sul Monte
Carmelo, salute nel Signore e benedizione dello Spirito Santo.
[2] Molte volte e in diversi modi i santi Padri hanno stabilito in che modo ognuno – a qualunque
stato di vita egli appartenga o quale che sia la forma di vita religiosa scelta – deve vivere nell’ossequio di Gesù
Cristo e servire Lui fedelmente con cuore puro e totale dedicazione.
[3] Ma poiché ci chiedete di darvi una formula di vita in consonanza con il vostro progetto comune
e alla quale restare fedeli in avvenire:
[4] Stabiliamo, anzitutto, che abbiate uno di voi come Priore, il quale venga eletto a questo compito
per unanime consenso di tutti o della parte più numerosa e matura. A lui ognuno degli altri prometterà
obbedienza e si preoccuperà di mantenere la promessa con i fatti, insieme alla castità e alla rinuncia alla
proprietà. [...]
[9] La cella del Priore sia presso l’entrata del luogo di abitazione, così che egli possa essere il primo
ad accogliere coloro che vi giungono da fuori; tutto ciò che, di conseguenza, sarà opportuno fare, tutto
avvenga secondo il suo volere e la sua decisione.
[10] Rimanga ciascuno nella propria cella, o vicino ad essa, meditando giorno e notte la legge del
Signore e vigilando in preghiera, a meno che non debba dedicarsi ad altri giustificati impegni.
[12] Nessun dei fratelli dica che qualcosa è di sua proprietà, ma tutte le cose siano tra voi in
comune, e si distribuisca a ciascuno quello di cui ha necessità, per mano del Priore – cioè dal fratello da lui
designato a questo compito – tenendo conto dell’età e delle necessità di ciascuno.
[13] L’oratorio costruitelo in mezzo alle celle, se si può fare con una certa comodità, e là vi dovrete
riunire ogni giorno, di mattina, per partecipare alla celebrazione eucaristica, quando le circostanze lo
permettono.
[15] E nelle domeniche, o in altri giorni se è necessario, riunitevi per trattare dell’osservanza nella
vita comune e del bene spirituale delle persone. E in questa occasione si correggano con carità le
trasgressioni e le colpe che eventualmente si fossero riscontrate in qualcuno dei fratelli.
[...]
[18] Poiché la vita terrena dell’uomo è tempo di tentazione e tutti coloro che vogliono vivere
piamente in Cristo vanno soggetti alla persecuzione, e inoltre (poiché) il vostro avversario, il diavolo, va in
giro come un leone ruggente, cercando chi divorare: con tutta diligenza adoperatevi per rivestirvi
dell’armatura di Dio, così da poter resistere alle insidie del nemico.
[19] I vostri fianchi siano cinti col cingolo della castità; il petto sia fortificato con religiosi pensieri,
poiché sta scritto: il pensiero santo ti custodirà. Rivestitevi della corazza della giustizia, per poter amare il
Signore Dio vostro con tutto il cuore, e con tutta la mente e con tutta la forza, e il prossimo vostro come voi
stessi. In ogni circostanza tenete in mano lo scudo della fede, e con esso potrete spegnere tutti i dardi
infuocati del maligno: infatti non si può essere graditi a Dio senza la fede. Inoltre ponete sul capo l’elmo della
salvezza, affinché attendiate salvezza dall’unico Salvatore: sarà lui a liberare il popolo dai suoi peccati.
Infine, la spada dello Spirito, che è la Parola di Dio, dimori in tutta la sua ricchezza sulla vostra
bocca e nei vostri cuori, e tutto quello che dovete fare, fatelo nella Parola del Signore.
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