“è la metafora della vita, rifugio, grotta, corazza” “lo scrittoio

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TRA
(PARENTESI
DIARIO
GIUSEPPE ZOIS
‘
ArmandoDadò
‘
DavideGai
EDITORE
NicolettaOssannaCavadini
IMPRENDITORE HI-TECH
Più che disordine creativo
regna il disordine tout court.
Libri, fascicoli, appunti e
carte ovunque. Mia moglie
non vi si avvicina nemmeno
DIRETTORE MAX MUSEO
Ho un rapporto bipolare con la
mia scrivania, passo da fasi di
completo disordine a periodi di
ordine maniacale. E uso due
monitor come muraglia cinese
È una stratificazione di interessi, di
passioni e di emozioni. In qualche
modo sembra un’opera d’arte.
Fortunatamente ho una grande
memoria fotografica e trovo tutto
PER L’ANTROPOLOGO IL DESK È...
COME UNA PLANCIA DI COMANDO
“È LA METAFORA DELLA VITA,
RIFUGIO, GROTTA, CORAZZA”
M
acché status symbol,
macché strumento di
lavoro, la scrivania è
un’estensione del nostro io.
Anzi è il “carbonio 14 della nostra vita”, secondo l’antropologo
Marino Niola, che non esita ad
usare l’isotopo radioattivo (lo
stesso usato in archeologia per
datare i reperti costituiti da materia organica) per descrivere
un vero e proprio processo
d’identificazione. “Sì, perchè si
tratta di una sorta di stratificazione ideologica di chi ci lavora,
indipendente che questa avvenga volontariamente o involontariamente - commenta il
docente di Antropologia culturale e mitologia contemporanea
all’università di Napoli -. Potremmo anche definirla il teatro
di una continua lotta tra memoria e oblio; infatti basta farci
caso, inevitabilmente nello
strato superiore delle carte, degli argomenti accumulati, galleggiano le cose più importanti
in quel momento. Sotto, invece,
finiscono le cose dimenticate. E
nella maggior parte dei casi perché é anche giusto che vengano
dimenticate, se lo meritano”.
Ma le figure simboliche che
l’antropologo riesce ad attribui-
suo lavoro alla scrivania di casa,
non c’è dubbio che mette al primo posto questa piuttosto che
l’auto - assicura l’autore di “Miti
d’oggi” edito da Bompiani -. Sicuramente la scrivania non è
LO PSICOTERAPEUTA PARLA
DEL RAPPORTO CON L’OGGETTO
“Nei momenti di
stanchezza è lì
che ci ritiriamo,
un po’ come per
difenderci”
re alla scrivania sono molteplici. Diventa guscio, corazza, bastione e qualsiasi altra cosa
meno di quello che apparentemente dovrebbe essere: un mobile. “Infatti è vissuta come una
grotta, un rifugio, una trincea
difensiva o offensiva - spiega
Niola -. Perché la viviamo proprio come un’estensione del
nostro io. E parlo soprattutto
delle scrivanie di casa, che offrono molte più possibilità di
‘personalizzazione’ di quelle
d’ufficio. È il nostro rifugio, ed è
lì che nei momenti di difficoltà,
di stanchezza ci ritiriamo perché coincide esattamente col
nostro sitema difensivo, la nostra plancia d’interazione con il
mondo visto che diventa postazione di comando. Insomma il
desk come metafora della nostra vita”.
Se dovesse stilare una classifica
dei luoghi-oggetto che diventano culto, l’antropologo metterebbe addirittura la scrivania
prima dell’automobile. Un altro
“oggetto simbolo” che, se letto
come metafora e specchio della
nostra esistenza, certo non
scherza. “Soprattutto per chi
svolge una professione intellettuale, e passa buona parte del
più sinonimo di lavoro, ma è il
tutto perchè seduti o meno al
suo fianco possiamo fare tutte
le attività, comunicare, produrre, interagire, giocare. Anzi,
comprendiamo pure quelle ludiche anche meno ortodosse,
visto che l’uso della scrivania
include pure i giochi erotici”.
E fortunatamente l’antropologo
della contemporaneità sorvola
sulla varietà dell’oggettistica,
che sull’argomento “scrivania”
fa capitolo a sè. “Eh sì, perchè
qui i simboli si moltiplicano nota divertito -. Parliamo di un
tempio, all’interno di un altro
tempio che é l’abitazione. Fotografie, soprammobili, souvenir
vari contribuiscono alla stessa
stratificazione ideologica e sulla
scrivania assumono ancor più
significato, più valore. Almeno
finché non ci chiediamo perché
diamine li abbiamo tenuti...”.
e.r.b.
“D
“LO SCRITTOIO
NON SI PUÒ
CONDIVIDERE”
iffido delle persone che hanno la scrivania sgombra: vuol dire che mettono
tutto nei cassetti”, diceva Walter Matthau nel film “Una notte con vostro onore” del
1981. La scrivania è un posto importante, perché
rappresenta il luogo di casa dove si pensa, ci si
arrabbia, ci si diverte, si compra, si lavora e si
prendono decisioni fondamentali. C’è chi la tiene in perfetto ordine, senza niente sopra tranne
computer, telefono e portapenne. Così come c’è
chi ama stiparla di gadget, peluche, foto e aggeggi vari. “La scrivania come posto dove si trova il
“Anche una semplice
pulizia può venir vissuta
come un’intrusione”
computer, dove si scrive e lavora è diventato il
sancta sanctorum – spiega al Caffè Fulvio Scaparro, psicoterapeuta, apprezzato anche in Ticino per i suoi libri e i numerosi interventi a incontri e conferenze pubbliche -. Centro dello studio
e luogo dove ci si siede per fare cose che sono
‘nostre’. Non si può condividere. Io, ad esempio,
ho l’impressione di essere un comandante nella
plancia di comando che sta davanti alla console
con tutta l’attrezzatura e porta avanti il convoglio. In questo caso il convoglio è da intendersi
come il mio lavoro: ciò che faccio e produco”.
I sostenitori dell’una o dell’altra fazione si sfidano ormai dalla notte dei tempi. Scrivania ordinata o meno, dipende da chi è l’osservatore. “Io,
per esempio ce l’ho solo nello studio – prosegue
lo psicoterapeuta -. Perché per me lo studio rap-
presenta un rifugio dove sono in rapporto con
me stesso, in solitudine. È organizzata in modo
piuttosto confusionario, ma per me è ordinatissima, perché so perfettamente come sono sistemate tutte le cose. Ad un estraneo può dare l’impressione di essere un’ammucchiata. Ma ricordate, la scrivania non è fatta per il pubblico. È
totalmente nostra, privata”.
Nel corso degli anni ci si affeziona alla propria
scrivania. La componente affettiva può diventare molto importante. Tant’è che poi si sceglie con
estrema cura tutto ciò che ha a che fare con quel
luogo: dal tavolo perfetto, alla sedia ideale fino
ad eventuali ornamenti e foto che la arricchiscono e abbelliscono. “La scrivania dovrebbe essere
un oggetto inanimato, ma in realtà è tutt’altro
continua Scaparro -. Per noi è animatissima. Se
non si è attaccati alla propria scrivania probabilmente è perché non ci si lavora spesso o perché è
una di quelle in condivisione”.
E veniamo ai “maniaci”, quelli che la tengono in
super ordine, che, addirittura, vanno a mettere a
posto quelle degli altri. O a fare pulizia... Un atteggiamento che fa letteralmente impazzire il legittimo proprietario perché, spiega lo psicologo,
vive questo gesto come una vera e propria intrusione. Ci si arrabbia se le cose non sono più al
loro posto e si fa attenzione ad ogni minimo
cambiamento. L’importante, però, è non esagerare con le ossessioni e le manie. “Per carità, prima di patologizzare una scrivania prendiamola
per quello che è - conclude Fulvio Scaparro -.
D’altronde, rimane pur sempre una scrivania! Le
patologie sono ben altro”.
c.c.
Un passo
indietro
davanti
al conclave
Caro Diario,
ci mancava solo Roger Mahony
ad agitare ulteriormente le acque di un mare già in tempesta,
dopo l’abdicazione a sorpresa di
Benedetto XVI al papato. Il cardinale, che oggi ha 77 anni,
quand’era arcivescovo di Los
Angeles (1985-2011), avrebbe
insabbiato almeno 129 casi di
pedocriminalità. La giustizia ha
smascherato quasi 500 storie di
molestie e abusi sessuali su minori, costati un fiume di denaro
alla più grande diocesi Usa, 600
milioni di dollari. Ben più gravi
restano le ferite che nessun risarcimento cancellerà. Il suo
successore, José Horacio Gomez, non è andato per il sottile,
rimuovendo Mahony da ogni
incarico. Un gesto di rottura
inequivocabile con il passato.
A RIDARE FUOCO alla miccia è
la partecipazione del prelato al
prossimo conclave che dovrà
eleggere il nuovo Papa. In America è stata lanciata una petizione, con raccolta di firme, per
impedire che l’ex-arcivescovo
sia tra i 117 porporati che entreranno nella Cappella Sistina. In
Italia il settimanale “Famiglia
Cristiana“, il più diffuso a livello
nazionale, con molto coraggio
ha promosso un sondaggio via
internet; responso quasi unanime: che il cardinale se ne stia a
casa. Va detto, a onor del vero,
che il “Los Angeles Time“ ha difeso Mahony, scrivendo che le
denunce partivano ma si infrangevano
ogni volta contro un muro di
gomma.
Con Papa Ratzinger le cose
sono cambiate e la fermezza nel
colpire “chi deturpa il volto della Chiesa“ ha portato alla rimozione di ben 60 vescovi. Una
svolta epocale. Dicono che per
evitare fughe di notizie o qualche incauta confessione agli
psichiatri curanti, il cardinale di
Los Angeles inviasse i preti pedofili lontano dalla California.
Come può entrare in conclave
una persona ritenuta responsabile di aver assicurato coperture
e protezioni a troppi suoi preti
indegni e colpevoli?
SPESSO LE GERARCHIE ecclesiali hanno fatto ricorso a
sotterfugi e mezzucci per soffocare ogni rischio di scandalo: atteggiamenti con cui si sono - e si
rendono - complici di reati gravi, che devono finire dritti davanti al giudice. Forse una linea
dura, di tolleranza zero, diventerebbe un efficace metodo dissuasivo per chi fosse incline a
certi comportamenti, di cui si sa
e si finge di non sapere. Ben difficilmente le autorità e il movimento d’opinione potranno impedire a Mahony l’entrata in
conclave. Dovrebbe esser lui ad
avvertire il dovere morale di un
passo indietro, con un sussulto
di decenza e di coerente umiltà.
Il cardinale può anche sentirsi
in pace con la coscienza, ma le
troppe vittime di orchi travestiti
da pastori esigerebbero una rinuncia esemplare. In genere però l’ambizione difficilmente arretra davanti a un salutare nascondimento, cui s’è votato lo
stesso Papa.
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