OGNUNO PUO’ SCEGLIERE Józef e Wiktoria Ulma sono passati alla storia. Non erano dei politici o dei facoltosi imprenditori. Non erano dei filosofi o dei grandi pensatori. Dei membri dell’esercito o delle forze dell’ordine? No. Erano persone comuni. Con i loro sette figli coltivavano un piccolo podere nella campagna polacca. Il 24 marzo 1944 vennero fucilati dai nazisti assieme ai loro figli in tenera età e agli ebrei che nascondevano in casa. La loro colpa : aver protetto due famiglie ebraiche dalla deportazione. E’ stato inaugurato il 17 marzo, a Markova in Polonia, il primo Museo in memoria “dei Giusti” ovvero dei “Polacchi che salvavano gli Ebrei” dedicato a coloro che finirono per essere uccisi dai nazisti con la colpa di aver nascosto degli ebrei. Progettato dall’architetto Miroslaw Nizio, il museo, primo nel suo genere in Polonia, è dedicato in modo particolare alla famiglia Ulma. Sul monumento c’è una scritta: “Salvando le vite degli altri, hanno sacrificato le proprie: Józef Ulma, sua moglie Wiktoria e i figli Stasia, Basia, Władzio, Franuś, Antoś, Marysia, un bambino ancora non nato. Nascondendo otto dei nostri fratelli maggiori nella fede, ebrei delle famiglie Szall e Goldman, sono morti insieme a loro a Markowa il 24 marzo 1944 per mano della gendarmeria tedesca. Possa il loro sacrificio essere un appello al rispetto e all’amore dovuti a tutti!! Erano figli e figlie di questa terra, e rimangono nel nostro cuore. La comunità del distretto di Markowa”. La tragedia iniziò il 1° settembre 1939, con l’invasione della Polonia da parte dei nazisti, i successivi massacri di polacchi ed ebrei e la distruzione di sinagoghe e luoghi di preghiera. Dopo la fine delle operazioni militari vennero introdotte numerose restrizioni legali, soprattutto per quanti avevano origini ebraiche. Per scoraggiare i polacchi dall’aiutare gli ebrei, Hans Frank – Governatore Generale dei territori polacchi occupati – emise nel 1941 un regolamento in base al quale ogni cittadino accusato o sospettato di aiutare gli ebrei sarebbe stato giustiziato. Nella seconda metà del 1942, la maggioranza degli ebrei di Markowa era stata sterminata. Furono almeno 20 gli ebrei sopravvissuti a Markowa nascondendosi nelle case dei contadini. Il Governo polacco in esilio, con base a Londra, cercò invano di mettere in guardia gli Stati della coalizione antitedesca sul tragico destino degli ebrei. Dal dicembre 1942, il Consiglio per l’Aiuto agli Ebrei “Żegota” operò come parte dell’Autorità clandestina, dipendendo dal Governo in esilio e aiutando a salvare varie migliaia di ebrei. Probabilmente in quel periodo due famiglie ebree chiesero agli Ulma di nasconderle. Erano i Goldman – Gołda e Layka con una bambina – e gli Szall, un mercante di bestiame con i suoi quattro figli. Jozef e Wiktoria Ulma, morti rispettivamente a 44 e 32 anni, nascosero 8 persone nella soffitta della loro casa per un periodo fra l’estate del 1942, quando i nazisti avviarono le deportazioni di massa ai campi di concentramento, fino alla primavera del 1944 quando la soffiata di un informatore locale dei tedeschi li fece scoprire. Poco prima dell’alba del 24 marzo 1944, la polizia arrivò a casa Ulma, compiendo una strage di adulti e bambini. Nell’agosto 2003 è stato introdotto il processo di beatificazione della famiglia Ulma nella sua Diocesi di Przemyśl. Il museo racconta anche la storia della Subcarpazia attraverso le storie dei tanti che aiutarono gli ebrei, delle relazioni che si instaurarono fra polacchi e israeliti nel periodo prebellico; racconta l’invasione nazista, l’avvento del regime comunista e la rottura di relazioni sociali-politiche tra le due comunità e l’emigrazione dopo la fine del conflitto della gran parte degli ebrei sopravvissuti. Si deve ricordare che gli ebrei ed i polacchi, in termini brutalmente contabili, sono stati coloro che più hanno sofferto durante la seconda guerra mondiale: è soprattutto verso di loro rivolto il terrore degli occupanti tedeschi; durante gli anni del conflitto sono morti in tutto quasi sei milioni di ebrei, la metà dei quali polacchi. E altrettanti polacchi non ebrei persero la vita: altri tre milioni di persone! E’ importante ricordare le vittime della ferocia nazista, ed anche fascista e poi comunista; ricordare anche che molti, a differenza degli Ulma in quell’epoca buia chiusero gli occhi e voltarono le spalle alle vittime della persecuzione; ricordare anche che, però, ognuno può sempre scegliere: che con il coraggio si può reagire all’indifferenza, assumere delle responsabilità. E’ questo il messaggio che viene dal sacrificio della famiglia Ulma, un messaggio oggi, come allora, estremamente importante: che cioè ognuno di noi può sempre fare qualcosa, che non siamo necessariamente oggetti passivi del Male, ma che possiamo opporci con il nostro impegno e dare un esempio di coraggio e di dignità. Un coraggio che si concretizza non solo nella compassionevole storia della famiglia Ulma, ma anche nella stoica rivolta di Varsavia, città passata alla storia per la sua ribellione alle forze tedesche il 1° Agosto 1944, stroncata successivamente nel sangue a causa del mancato aiuto russo. Quelle che qui citiamo sono solo due fra le molte ammirevoli storie che non solo ci evidenziano la possibilità di scegliere, ma la necessità di fare la scelta giusta. Scegliere di opporsi alla sopraffazione dispotica per affermare la propria identità umana, culturalmente umana, significa scegliere di essere liberi. Ecco, il Memoriale sta come luogo di costante stimolo a confrontarsi con sé stessi, a mettere in pratica gli insegnamenti della Memoria : si può resistere al Male, si possono avere e realizzare grandi sogni anche nelle avversità e ognuno di noi ha il dovere di difendere la dignità umana e la vita di tutti coloro che sono vittime di persecuzioni e discriminazioni. Noi crediamo che la mostra fotografica “ I Samaritani di Markowa” dedicata alla Famiglia Ulma, allestita presso l’Ambasciata della Repubblica di Polonia a Roma, e la trasmissione in live streaming della cerimonia di inaugurazione del Museo a Markowa ci vogliono trasmettere questo messaggio: coltivare una Memoria viva, consapevole, il cui valore non è confinato al passato ma è strettamente attuale ed acquista un significato fondamentale per il futuro. E l’Ambasciatore della Polonia in Italia Signor Tomasz Orlowski, ha ben messo in risalto questo aspetto nel suo saluto ai presenti: “… Colui che salva una sola vita salva il mondo intero…La famiglia Ulma ha salvato il mondo al prezzo della loro propria vita. Certo, non ha preservato la vita di questi ebrei nascosti per due anni nella loro casa. Ma gli Ulma hanno fatto molto di più, il loro gesto ha salvato l’umanità nel periodo in cui sfortunatamente perdere il suo senso era fin troppo facile. E questo messaggio di umanità rimarrà sempre vivo: per onorare il passato e per tenerci preparati per un futuro ignoto che può metterci davanti a delle scelte di pari importanza. Per essere e rimanere, come diceva Slonimski, un uomo…” Capire come sia nata la Shoah, come quel meccanismo di emarginazione di chi era ritenuto diverso abbia aperto la strada alla disumanizzazione, ci può aiutare ad ovviare quegli stessi meccanismi che si ripropongono cambiati di forma ma uguali in sostanza attraverso la storia. Domandiamoci ora: cosa avremmo fatto noi al loro posto? Avremmo rischiato la nostra vita al pari della famiglia Ulma? Questo forse, in un’epoca già troppo distante come la nostra, non si può dire. Nello studio analitico della storia che svolgiamo a scuola, non possiamo dimenticare l’angoscia che si prova di fronte a scelte difficili: come ha detto una signora presente alla cerimonia,” la Storia è fatta di emozioni”. Scriveva Walter Benjamin: “…Il pescatore di perle è colui che si tuffa nel passato e riporta alla luce dal fondo degli abissi, dove sopravvivono in forme cristallizzate, pensieri ed azioni di uomini che hanno un valore universale. Se non ci fossero storici, poeti, narratori, pescatori di perle, che riportano in superficie un bene nascosto e sommerso le azioni migliori degli uomini si perderebbero nell’oblio. Così ci possiamo commuovere e stupire per delle azioni che altrimenti rimarrebbero nell’ombra e nonostante la loro grandezza sarebbero dimenticate. Gli uomini giusti non sono degli eroi e dei santi votati al sacrificio personale, ma semplicemente degli uomini che reagiscono all’indifferenza e si assumono una responsabilità per i perseguitati nei momenti bui dell’umanità…” Uno fra i più convinti sostenitori di questa idea è stato il giudice israeliano Moshe Bejski, il grande artefice del Giardino dei Giusti a Gerusalemme, il quale dopo il salvataggio nella lista Schindler, dedicò tutta la sua vita alla ricerca degli uomini e delle donne che durante la Shoah si erano prodigati nell’aiuto agli ebrei. Egli era animato da questa convinzione: “…ogni uomo ha sempre la possibilità di scegliere e di sentire il richiamo della propria coscienza, perché è prerogativa di ogni essere umano esercitare il suo piccolo potere personale per spingere la storia in una diversa direzione. Il destino non è mai scritto a priori, ma è il carattere della persona che lo può parzialmente determinare….”. Articolo a cura di: Tancredi Rapone, Lorenzo Scenna, Gaia Anziani, Alessio Nemore, Guglielmo Marzetti, Pier Giorgio Agostani, Prof.ssa Patrizia Bruno, Ed. Mario Strada