Gli ebrei dal ghetto alla corte

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Gli ebrei dal ghetto alla corte
La religione come elemento unificante
Gli ebrei sono uno dei pochi popoli, che seppur soggetti ad una diaspora, hanno conservato la propria identità
di popolo pur avendo perso quella di nazione, tutto ciò grazie alla religione, che ha permesso la
sopravvivenza della loro coscienza di popolo: solo gli Armeni e pochi altri popoli che sono stati vittima di
una diaspora sono riusciti a conservare la propria identità.
Dopo la distruzione del tempio di Gerusalemme è cominciata la diaspora vera e propria di questo popolo, che
dapprima si è recato verso l’Italia, allora cuore dell’impero romano, e da lì ha raggiunto l’Europa
Occidentale e Orientale, inoltre troviamo comunità ebraiche anche negli Stati Uniti e, adesso, c’è anche lo
stato di Israele, in Palestina, creato ad hoc per dare uno stato agli ebrei dopo la seconda guerra mondiale
come una sorta di risarcimento per l’olocausto.
Fondamenti della religione ebraica
Il testo fondamentale della religione ebraica è la Bibbia, o meglio l’Antico Testamento, ma all’interno di
questo, una parte importantissima è la Toràh o Pentateuco, che è a sua volta composta da cinque libri
(Genesi, Esodo, Levitico, Numeri e Deuteronomio), i quali rappresentano il nucleo della legge della religione
ebraica. Molto importante è anche il Talmud, nel quale ci sono i commenti elaborati dai rabbini proprio alla
Toràh stessa, e comprende sia specificazioni circa il retto comportamento da seguire sia alcune storielle
allegoriche integrative della lettura della Toràh.
Gli ebrei furono il primo popolo che abbandonò la via del politeismo, dell’animismo, allora molti diffuso in
medio oriente, e consacrò la propria religione ad un unico Dio, un dio metafisico, e per questo essi
ripudiavano sia l’idolatria sia la magia, proprio perché esse sono un prodotto dell’uomo e non possono essere
superiori alla divinità: un idolo è stato fabbricato dall’uomo, allora come può essere un dio? Oppure la
magia, anch’essa tentativo dell’uomo di governare e assumere poteri paranormali, non può conciliarsi con
questo Dio che sta sopra di tutto?
Questo Dio, inoltre, imponeva un comportamento retto agli uomini, non perché voleva vietare a loro
determinate cose, ma perché essi seguissero la via giusta. Quindi nella religione ebraica la giustizia, l’idea
dell’etica, essendo espressione essa stessa del Dio, viene resa sacra come sacro è il Dio che l’ha proposta
all’uomo.
Fin dai sette comandamenti noetici (cioè quelli assegnati a Noé) possiamo notare come le leggi di Dio siano
date all’uomo non come proibizione ma come “indicazione” per seguire una via giusta: non praticare
l’idolatria; rifiutare la vendetta; non fare uso del nome di Dio; non praticare l’idolatria; non darsi alla
fornicazione; non commettere omicidio; non compiere furto; non cibarsi della carne viva e del sangue.
Questi comandamenti, che saranno poi sostituiti dai Dieci Comandamenti consegnati a Mosé sul Sinai come
simbolo del patto fra Dio e l’uomo, sono strettamente legati ad un’idea di comportamento etico, che è valida
indipendentemente dalla religione (a eccezione dei comandamenti che parlano del nome di Dio o
dell’idolatria). Molto importante per l’ebraismo è il rispetto del prossimo, infatti il comandamento “Ama il
prossimo tuo come te stesso” non è altro che la traduzione dall’ebraico di una frase che è formulata in questo
modo: “Ama il tuo prossimo, egli è come te”. Il significato originario è ben diverso, infatti non indica la
misura in cui bisogna amare l’altro ma ne spiega l’essenza di questo sentimento, che è inteso non come una
profusione affettiva ma come il riconoscimento agli altri degli stessi diritti di cui noi stessi godiamo.
Da questo stesso concetto nasce anche il profondo senso della vita radicato nella religione ebraica, proprio
perché l’uomo è a immagine e somiglianza di Dio e pertanto la vita che lo anima è preziosa. Recita il
Talmud: “Ogni uomo vale quanto tutto il mondo. Chiunque distrugge una vita, la Scrittura lo giudica come
se avesse distrutto il mondo intero; e chiunque salva una vita, la Scrittura lo giudica come se avesse salvato il
mondo intero”. Anche qui abbiamo la conferma che questo comportamento di per sé è giusto
indipendentemente dalla religione, infatti nei nostri tempi ci sono legislazioni fondamentali (tipo la
Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino e le altre costituzioni dei paesi che aderiscono a questa
linea di pensiero politico) che tutelano la vita di ogni persona in quanto persona e le riconoscono determinati
diritti che sono uguali per ognuno.
Tutti questi comportamenti etici per gli ebrei non rappresentavano un mezzo per accaparrarsi la vita
ultraterrena, il vero culto, infatti, era la coltivazione della vita morale, recita infatti il Talmud “La ricompensa
per il dovere è il dovere, la ricompensa per il peccato è il peccato stesso”. L’ebraismo non crede a
speculazioni sulla vita ultraterrena, che potrebbero annacquare il valore dell’etica, vissuta come ricerca di un
comportamento morale nella vita.
Il Dio biblico ha creato il mondo in funzione dell’uomo, infatti nel Genesi c’è proprio la frase “Siate fecondi,
moltiplicatevi e riempite le acque e i mari”, con la quale possiamo vedere la visione antropocentrica, Dio che
ha creato il mondo per l’uomo, che appunto doveva essere una sorta di “affittuario” della terra, che doveva
essere rispettata come creazione di Dio. Fondamentale fu anche l’idea che Dio aveva bisogno della
cooperazione dell’uomo per operare sulla Terra, in particolare sugli altri uomini. L’azione morale, l’etica, è
quindi una santificazione del nome di Dio in quanto espressione di Lui stesso. Questa collaborazione tra
uomo e Dio viene sancita da un patto, rappresentato dalla circoncisione degli uomini come simbolo
dell’associazione tra l’uomo e Dio. Gli Ebrei erano, per questo motivo, erano una sorta di “sacerdoti di Dio”,
con la loro vita, con i loro comportamenti che dovevano santificarlo e professarlo a tutti i popoli. In questo
senso gli ebrei sono il popolo eletto: sono coloro che sono stati designati da Dio per ricevere e vivere la
rivelazione, che dovevano diffondere a tutti gli uomini mediante affinché tutti si potessero convertire. La loro
è quindi una missione e le leggi di Mosé non sono altro che una sorta di “promemoria” che Dio ha fatto al
suo popolo per ricordargli l’alta missione di cui è stato insignito.
L’importante per poter esercitare questa missione è rimanere puri, restare entro i limiti del kasher, del puro:
si spiegano in questo modo tutte quelle regole che molti spiegano interpretandole come norme igieniche. Ad
esempio una regola afferma di non cuocere il capretto nel latte di sua madre, intendendo il divieto di non
cucinare la carne nei latticini, ma celando in realtà un senso più profondo di rifiuto della crudeltà. Così la
necessità di uniformarsi al kasher animava tutta la vita di un ebreo, rendendo ogni attività giornaliera un
momento di riflessione più profonda sul significato etico; per questo i rabbini avevano elaborato “le cento
benedizioni quotidiane”, che dovevano spingere in una giornata alla continua meditazione in qualsiasi
momento.
La vita dell’ebreo deve essere sempre accompagnata da una vigile attesa del Messia, cioè l’Unto, il
messaggero di Dio, il quale avrebbe segnato il tempo della riconciliazione, il teshuvah, il quale avrebbe
rappresentato il momento finale della giustizia. Ma gli uomini stessi dovevano preparare tale tempo, per cui
era compito dello stesso popolo sacerdotale far sì che ciò avvenisse.
Il popolo sacerdotale, inoltre, doveva distinguersi dagli altri per lo studio della legge, che permetteva con
tutte le sue regole di vivere la vita in santità: lo studio quotidiano della legge era un obbligo inderogabile
anche per gli adulti, ed è per questo che mentre nel Medioevo in Europa si diffondeva l’analfabetismo, le
comunità ebree del vecchio continente erano altamente alfabetizzate.
In materia sessuale gli ebrei avevano molti meno vincoli di quanti non ne abbiano i cattolici: il rabbino
poteva e anzi doveva sposarsi perché lo stato di “single” era considerato una condizione alquanto imperfetta
e quindi sconsigliabile per un rabbino. I rapporti sessuali erano vietati solo nel periodo delle mestruazioni
femminili, perché il sangue era considerato l’essenza vitale della persona. La donna godeva di buoni diritti,
nonostante la società fosse di tipo patriarcale. Ella, infatti, poteva divorziare e inoltre la discendenza era
madrilineare.
Le comunità ebraiche in Europa
Le comunità ebraiche in Europa si diffusero a partire da Roma dopo la diaspora del 70 d.C. Esse si
svilupparono in tutta Italia, Spagna (da cui poi gli ebrei vennero cacciati, con grande danno per “Il colosso
dai piedi d’argilla”), Francia, Germania e nei paesi dell’Est, dove addirittura diedero vita ad una nuova
cultura con una propria lingua, lo yiddish, un misto tra ebraico e tedesco che venne usato per le composizioni
letterarie. I problemi di integrazione di questa maggioranza in Europa altamente cristianizzata furono
molteplici e il più delle volte a prevalere fu l’intolleranza: costruzione di appositi ghetti, possibilità di
svolgere solo alcune attività (ad esempio nel Medioevo solo gli Ebrei potevano prestare i soldi a interesse,
perché ai cristiani era vietato), a volte addirittura cristianizzati a forza, con violenze inaudite (a volte
venivano strappati dalle madri i bambini perché potessero essere educati secondo il cattolicesimo). Gli Ebrei
venivano ritenuti colpevoli dai cristiani di deicidio (avevano ucciso Gesù Cristo) e per tanto molti pregiudizi
e violenze nacquero appunto da questa convinzione: c’era una preghiera del venerdì Santo che malediva gli
Ebrei e fu abolita solo agli inizi del secolo. Ovunque furono numerose le persecuzioni, anche prima della
soluzione finale di Hitler: in Russia, ad esempio, avvenivano sistematicamente e avevano proprio un nome
specifico cioè pogrom.
Altrove si tentò l’integrazione, ma tra gli Ebrei stessi ci fu un rifiuto perché essi erano fieri della loro identità
e non volevano essere assimilati a tutti gli altri cittadini: da questa esigenza di conservare la propria identità
di minoranza nacque il movimento sionista, che fu il grande artefice anche della costituzione dello stato di
Israele: fu grazie all’organizzazione sionista che alla fine dell’Ottocento alcuni gruppi sparuti di ebrei
cominciarono a riabitare la Palestina grazie ai soldi provenienti dalle comunità sioniste degli Stati Uniti. Essi
divennero via via sempre di più sotto le persecuzioni naziste e solo dopo la seconda guerra mondiale venne
costituito un vero e proprio stato grazie al sostegno di USA e paesi dell’Europa occidentale, Inghilterra in
primis.
Le comunità ebraiche medievali in tutta Europa mantennero quella struttura simile a quella delle prime
comunità cristiane: c’era una sorta di fondo comune che permetteva di aiutare le persone in difficoltà;
c’erano, inoltre, attorno alla sinagoga, centro vitale della comunità, scuole per l’insegnamento della Legge,
su cui si basava il regolamento comunitario, e forni e macellerie dove veniva preparato il cibo secondo le
prescrizioni della Toràh.
Molto importante per queste comunità, come detto, era la solidarietà reciproca, che si basava appunto sul
comandamento “Ama il prossimo, egli è come te”. C’erano proprio delle regole per evitare l’ostentazione del
lusso e quindi squilibri all’interno della comunità e l’invidia dei cristiani. A volte le comunità erano delle
vere e proprie confraternite, che si incaricavano, gestendo una sorta di fondo comune, di assicurare alcuni
servizi collettivi come la sepoltura o l’assistenza alle ragazze madri.
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