Storia del ritrovamento della villa di Tigellio tra falsi ed errori storici

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Storia del ritrovamento della villa di Tigellio tra falsi ed errori storici.
Linea del tempo
Nel 1865 lo storico Pietro Martini pubblicò una raccolta di pergamene e codici antichi, in
questa raccolta era compresa una “Vita di Tigellio”, opera di uno sconosciuto autore latino di nome
Sertorio. In quest'opera si raccontava che Tigellio, famoso musico e cantante sardo era amico di Cesare ed aveva acquistato poderi presso l'Anfiteatro di Cagliari, costruendovi una grande casa abbellita da marmi, stucchi e mosaici, tra i quali uno con la raffigurazione di Orfeo tra gli animali ed un
altro con Ercole che strozza il leone Nemeo. La notizia suscitò l'interesse del Canonico Giovanni
Spano, che nel 1876 decise di intraprendere scavi alla ricerca dell'abitazione di Tigellio. L'area di
indagine fu circoscritta alla zona compresa tra la chiesa della SS Annunziata e l'attuale Corso Vittorio Emanuele perché nella seconda metà del 1700, lì erano stati trovati due mosaici “casualmente”
identici a quelli poi descritti nella “Vita di Tigellio” dallo sconosciuto autore latino Sertorio, documento poi rivelatosi ben presto un falso ottocentesco.
Dopo infruttuosi tentativi lo Spano decise di spostare le ricerche più a sud, dove portò alla
luce i resti di una domus che, per la ricchezza dei finissimi marmi e stucchi dorati, convinse lo
Spano di aver ritrovato la Villa di Tigellio, ora la domus viene chiamata “Casa degli Stucchi”.
Villa o Domus, di Tigellio perché
La “Villa di Tigellio” si estende longitudinalmente seguendo il pendio del terreno e comprende i resti di tre abitazioni romane e di alcuni ambienti termali, separati dalle case da uno stretto
vicolo. L'area faceva parte di un elegante quartiere residenziale della Karales romana, situato tra il
foro, l'attuale piazza del Carmine, e l'anfiteatro.
Le fasi di vita del sito presentano numerosi rifacimenti e adattamenti, compresi tra il I secolo
a.C. ed il VI secolo d.C.
La denominazione “Villa di Tigellio” presenta due equivoci fondamentali: il termine “villa”
in ambito romano, viene usato per indicare un edificio rurale nel quale, oltre alla residenza del padrone, trovano posto gli ambienti dedicati all'attività agricola. La Villa di Tigellio, invece, è perfettamente inserita nell'area urbana della città romana.
Il secondo equivoco parte dai così detti falsi di Arborea, documenti ottocenteschi di cui
abbiamo già parlato, è relativo al nome del proprietario, comunemente identificato nel cantore sardo
Tigellio, vissuto nel I secolo a.C. Tigellio era dotato di un notevole talento musicale ed aveva un
carattere volubile, divenne amico di potenti personaggi quali Cesare, Cleopatra e Ottaviano,
rimanendo tuttavia sgradito ai grandi letterati, quali Cicerone e Orazio. Nelle satire oraziane è
ricordato un altro personaggio omonimo, Marco Tigellio Ermogene, anch'esso musico, forse un
liberto del cantore sardo, con il quale viene spesso erroneamente scambiato, ma nessun elemento
testimonia che in questo sito vi fosse una proprietà del musico Tigellio.
LA DOMUS ROMANA
Gli esempi di domus romana che noi abbiamo considerato ci giungono dagli scavi di Pompei. La domus risulta una combinazione dell'antica Domus Italica, formata da un solo cortile aperto
(l’atrium) su cui si aprivano le stanze e da un giardinetto (l’hortus), alla quale è stata aggiunta
l'antica casa greca incentrata sul peristiylium.
È caratteristico notare come i nomi dei vari elementi del corpo anteriore siano rimasti quelli
latini dell'antica domus italica: dall'ingresso troviamo ostium, vestibolum, fauces, cubiculum,
atrium, alae, lararium, tablinium, compluvium e impluvium, mentre quelli del corpo posteriore
siano derivati dalla antica casa greca (andron, peristylium, triclinium, exedra, ecc).
La domus romana era di pianta rettangolare, costruita su un solo piano con mattoni e calcestruzzo (impasto di sabbia, ghiaia e cemento) ed era orientata verso l'interno sull'atrium ed il
peristylium. Ciò significava che gli ambienti prendevano aria e luce dal compluvium, apertura del
soffitto in corrispondenza dei due principali ambienti interni: l'atrium e il peristylium.
Il soffitto era a cassettoni (lacunari) intarsiato o decorato con stucchi. Le pareti erano
abbellite da affreschi, stucchi e decorazioni con mosaici e vetri colorati. Il pavimento era ricoperto
da mosaici.
Le ricche domus romane erano grandi e spaziose, areate ed igieniche, fornite di bagni e
latrine, dotate di acqua corrente, calda e fredda, riscaldate d'inverno da un riscaldamento centrale:gli
ipocausti facevano passare,infatti, correnti d'aria calda sotto i pavimenti.
La casa del tablino dipinto viene cosi chiamata per l'affresco ritrovato appunto nel tablino, la
camera da letto del padrone, interessante anche il pavimento in signino (particolare forma di
mosaico).
La casa degli stucchi presentava delle decorazioni alle pareti e pavimenti a mosaico ed
anche il soffitto era decorato.
Le terme
La casa del tablino dipinto era costeggiata da un vicolo che la separava da un edificio
termale.
Le terme romane erano degli edifici pubblici polifunzionali, rappresentavano uno dei
principali luoghi di ritrovo e socializzazione dell'antica Roma, dove i romani dedicavano grande
cura al benessere fisico.
Lo sviluppo interno tipico era quello di una successione di stanze: il calidarium, il
tiepidarium ed il frigidarium
Attorno ad esse si sviluppavano gli spazi accessori: l'apodyterium (uno spazio non riscaldato adibito
a spogliatoio), la sauna, la sala di pulizia, la palestra. All'interno delle terme più sontuose (come le
Terme di Caracalla) si poteva trovare spazio anche per piccoli teatri, biblioteche, sale di studio e
addirittura negozi.
Il calidarium poteva avere forma rotonda o rettangolare, con una o più vasche (piscinae) di
acqua calda, o bagni individuali, veniva edificato nel lato sud o sud-ovest delle terme, per sfruttare
anche il calore naturale del sole.
Nelle strutture più antiche il calore era ottenuto con semplici bracieri. Col tempo venne sempre più
utilizzato un sistema di riscaldamento per mezzo di aria calda circolante sotto il pavimento, formato
da uno strato di calcestruzzo, che poggiava su pilastri di mattoni (suspensurae)e attraverso le pareti
per mezzo di condotti in laterizio (tubuli).
Negli scavi archeologici, la presenza delle strutture dell'ipocausto, le suspensurae in mattoni
ed i tubuli nelle pareti , permettono di identificare i calidarii, e quindi le terme.
Il calidarium poteva comprendere il laconico, il sudatorio, ambienti surriscaldati per
provocare la sudorazione e l'alveo, vasca per il bagno in acqua calda.
Il tepidarium era la parte destinata ai bagni in acqua tiepida. Riscaldato moderatamente da
una corrente d'aria calda che passava sotto il pavimento sorretto da suspensurae, era un ambiente di
passaggio tra le sale del calidarium e del frigidarium.
Il frigidarium, solitamente circolare e con copertura a cupola o anche rettangolare, aveva una
o più vasche di acqua a temperatura bassa. Poteva essere raggiunto dopo aver sostato nel calidarium
e nel tepidarium.
Per mantenere la temperatura ottimale, i frigidarii erano sul lato nord delle terme, con
piccolissime aperture verso l'esterno, quel tanto sufficiente a garantire l'illuminazione e a impedire
il riscaldamento attraverso il calore solare.
Testi tratti e riadattati da Anamnesys S.r.l. www.anamnesysil e
Wikipedia: http://it.wikipedia.org/wiki/Terme_romane
http://it.wikipedia.org/wiki/Calidario
http://it.wikipedia.org/wiki/Tepidario
http://it.wikipedia.org/wiki/Frigidario
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