il bombardamento di Dresda - sito di LUCIO GENTILINI: benvenuti!

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Lucio Gentilini
IL BOMBARDAMENTO DI DRESDA
CRONISTORIA MINIMA
A meno di tre mesi dalla fine della seconda guerra mondiale, mentre il Terzo Reich
sconfitto ma non domo si dibatteva nella morsa degli eserciti nemici che lo
premevano da ovest, da est e da sud (in Italia), alle h. 22.08 del 13 febbraio 1945 le
sirene dell’allarme aereo suonarono a Dresda: era il martedì grasso (‘Fasching’ in
tedesco) e la città fu colta di sorpresa, tanto che i bambini (e non solo loro) erano
ancora mascherati ed era in corso uno spettacolo di clowns.
Pochi minuti dopo, 235 bombardieri Lancaster del 49° Squadrone inglese
scaricarono sulla città – praticamente indifesa e senza una contraerea di un qualche
rilievo (!) – il loro terribile carico di bombe soprattutto incendiarie: alle h. 22.30 tutto
era finito e la città bruciava di mille fuochi che, come previsto, ben presto si
sarebbero uniti per dar luogo ad un’ unica ed inarrestabile ‘perfetta tempesta di
fuoco’.
Alle h. 01.07 del 14 febbraio 1945 le sirene suonarono ancora e, ancora una volta
praticamente indisturbati, altri bombardieri Lancaster, oltre 550 e sempre inglesi,
scaricarono un nuovo pesantissimo nugolo di ordigni, ancora una volta
prevalentemente incendiari.
Alle h. 12.00 fu la volta degli americani: 311 Fortezze Volanti B17 sganciarono il
loro carico di bombe su una città che ormai non poteva più nemmeno definirsi tale.
In poco più di una mezza giornata Dresda aveva patito una devastazione che non
avrebbe mai immaginato le sarebbe potuta toccare: il bagliore dell’incendio era
visibile a centinaia di km. di distanza la colonna di fumo si elevava in cielo per 5 km..
Gli incendi durarono cinque giorni e poi si spensero praticamente da soli – gli uomini
non poterono nulla contro di essi.
In totale erano state riversate su Dresda 2.702 tonnellate di bombe: si trattava di un
quantitativo inferiore a quello caduto su altre città, ma questi ordigni, come già detto,
erano per la maggior parte incendiari e facevano parte di una nuova tattica bellica.
Ecco allora come F. Taylor (“Dresden – Tuesday 13 February 1945”, ed Bloomsbury,
London 2004) descrive gli effetti di un bombardamento simile:
“… una tempesta di fuoco … scoppia quando si crea un calore così intenso … che la
naturale tendenza dell’aria calda a salire le risucchia tutto l’ossigeno dal livello del
terreno. Così a qualche altezza da terra si sviluppa una colonna di fiamme, ma al di
sotto un vuoto che, ricercando ossigeno per riempirlo, corre orizzontalmente lungo il
suolo avvolgendo tutto sul suo cammino. Ci può essere un momento di calma prima
che la tempesta arrivi … Poi arriva un’ondata di aria bruciante che arrostisce i
polmoni e che lascia i pochi sopravvissuti con solo velenoso monossido di carbonio
da respirare.”
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Paolo Deotto chiarisce il concetto:
“La grande quantità di bombe incendiarie sganciate su un’area relativamente limitata
e ricca di fabbricati addensati e infiammabili e la mancanza di vento naturale sulla
zona, portarono alla formazione di una corrente ascensionale di aria calda di inaudita
potenza e temperatura. L’aria surriscaldata, a temperature da 600 fino a 1.000 gradi,
saliva verso il cielo e l’aria fredda circostante si precipitava a colmare il vuoto
lasciato a livello del suolo, surriscaldandosi a sua volta. Il fenomeno si esaurì in tre
ore, durante le quali si generarono venti diretti verso il centro dell’immane fornace a
velocità fino a 300 km/ora. Chi veniva ghermito da questo vento non poteva opporre
alcuna resistenza, ed era scaraventato al centro della zona incendiata, a temperature
che volatilizzavano tutto.”
“Lo spostamento d’aria causato dalla corrente ascensionale fu di tale potenza da far
oscillare i bombardieri pesanti … che incrociavano a 5.000 metri di quota.”
Mario Silvestri (“La decadenza dell’Europa Occidentale”, Einaudi Torino) racconta:
“La decina di migliaia di incendi si fusero in una sola gigantesca fiammata; dalla
periferia un vento artificiale, sempre più violento, puntò verso il centro, infuocandosi
e raggiungendo una velocità di 300 chilometri all’ora; chi si trovava all’aperto, sparì
trascinato nel cielo; a terra, intanto, tutto bruciava con tale violenza che venne meno
l’ossigeno necessario alla respirazione.”
Fin da subito il bombardamento di Dresda venne descritto come un vero e proprio
crimine contro l’umanità, un atto di pura barbarie contro una città ricca di tesori
d’arte e di architettura e senza importanza ai fini bellici; contro una città che,
oltretutto, era piena di sfollati in fuga davanti alla terribile avanzata dell’Armata
Rossa da est.
Uno sfogo di violenza su degli inermi.
La distruzione di un patrimonio culturale dal valore inestimabile.
Si sostenne che le vittime sarebbero state 200mila e questa cifra negli anni seguenti
sarebbe salita fino a 320mila, superiore a quella dell’olocausto atomico di Hiroshima
e Nagasaki.
Questa versione è circolata per decenni e ancora oggi giudizi come ‘inutile
massacro’, ‘record di disumanità’, ‘spaventoso cinismo’, ecc., sono comuni e
affermati.
Questa versione, tuttavia, non è sostenibile e Frederick Taylor (op. cit.) si è incaricato
di studiare razionalmente questo evento (sicuramente spaventoso e raccapricciante) e
di riportarlo nella dimensione della realtà storica.
Ed è davvero il caso di seguirlo.
Dresda fu capitale della Sassonia, piccolo stato tedesco dal 1697 al 1763 unito alla
Polonia-Lituania (Varsavia e Dresda divennero città ‘sorelle’) e, fino al 1918, retto
per 829 anni dalla dinastia dei Wettin: nel corso della sua lunga storia subì
devastazioni e rovine anche gravi, ma l’amore per l’arte e per la cultura dei suoi
regnanti le permise sempre di risorgere splendida e affascinante. Fu davvero per
secoli la ‘Firenze del nord’.
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Per quasi tutta la seconda guerra mondiale essa era effettivamente rimasta
praticamente illesa (i combattimenti avvenivano lontano) né aveva subito azioni
belliche di un qualche rilievo - e questo era dovuto a numerosi motivi.
Innanzitutto, per tutta la prima fase della guerra era stata la Wehrmacht ad essere
all’attacco ed era stata quindi la Luftwaffe a sviluppare e portare avanti la nuova
tattica militare dei bombardamenti a tappeto sulle città (tecnica già sperimentata, del
resto, durante la guerra civile spagnola): per tacere su quelli subiti da Londra, basti
ricordare che dopo quello su Coventry (il 14 novembre 1940) nacque addirittura un
nuovo termine, ‘coventrizzare’ appunto, cioè radere al suolo una città dall’aria.
In secondo luogo, Dresda, all’estremità orientale della Sassonia, era rimasta per lungo
tempo al di fuori del raggio d’azione dei bombardieri inglesi, così la guerra dall’aria e
i bombardamenti si erano concentrati ad ovest, nelle ricche e strategiche regioni
minerarie ed industriali della Ruhr e della Saar soprattutto.
Ma in questi primi anni di guerra gli inglesi (e gli americani con loro) avevano
imparato – dai tedeschi! - molte cose.
Per quanto possa sembrare strano i bombardamenti con ordigni esplosivi sugli
obiettivi strategici e militari non si erano rivelati molto efficaci: tali siti erano infatti
ben protetti, attaccarli costava quindi molte perdite, ed inoltre l’accuratezza e la
precisione dei bombardamenti stessi lasciavano molto a desiderare: si capì allora che
per indebolire e disarticolare lo sforzo bellico del nemico era molto più produttivo
concentrarsi sulle retrovie e sulle aree urbane e portare lì morte e distruzione.
E questa sarà sempre la linea sostenuta dal determinatissimo Maresciallo dell’Aria Sir
Arthur Harris, capo del ‘Bomber Command’ della R.A.F. inglese.
E non solo: per questo scopo erano molto più adatte le nuove bombe incendiarie
(soprattutto al fosforo, anche se su Dresda non furono queste ad essere usate): lo
scopo dichiarato era infatti quello di far scoppiare mille incendi locali che si
sarebbero poi dovuti unire in un’unica ‘tempesta di fuoco perfetta’: il danno
maggiore non sarebbe stato dunque quello provocato dalle esplosioni – quello
‘meccanico’ – ma ciò che sarebbe successo dopo - a bombardamento avvenuto; e per
questo era poi necessario far seguire alla prima ondata un secondo bombardamento
che impedisse ai soccorritori di spegnere gli incendi prima che questi potessero
unirsi nella generale ed unica conflagrazione. Il debutto di questa nuova tattica gli
inglesi lo fecero la notte del 16-17 dicembre 1940 a Mannheim - e fece scuola.
E’ appena il caso di notare come in questo secondo conflitto mondiale gli scrupoli per
cercare di risparmiare vite umane erano tenuti in nessuna considerazione: ogni
obiettivo era legittimo.
La popolazione civile era di cruciale importanza anche per un altro motivo: dopo la
prima ondata chiunque poteva contribuire allo spegnimento dei mille ‘piccoli’
incendi, impedendo così la catastrofe generale. Fu il caso, ad es., degli abitanti di
Lipsia che, disubbidendo alle direttive di non abbandonare i rifugi fino a che non
fosse suonato il cessato allarme, invece uscirono e si dettero a spegnere come
poterono i focolai, limitando così in modo sensibile i danni ed evitando di rimanere
sepolti vivi dopo la seconda ondata.
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Col progredire della guerra e col perfezionamento dei mezzi a disposizione le azioni
divennero sempre più devastanti: per es. Lipsia subì ben 38 bombardamenti e di
quello su Amburgo del 27-28 luglio 1943 basterà ricordare che venne chiamato
‘Gomorra’ e che le fosse comuni delle sue vittime arrivarono a contenere fino a
10mila cadaveri l’una. Per parte sua, Berlino in tutto il corso della guerra subì 363
bombardamenti - il più devastante dei quali avvenuto il 3 febbraio 1945 ad opera di
uno stormo di ben 917 Fortezze Volanti americane scortate da 613 caccia.
Da tutto questo orrore Dresda era effettivamente rimasta illesa e lontana.
Si diffuse così la convinzione che essa fosse un rifugio sicuro, protetta dai suoi tesori
artistici ed architettonici e dalla sua pretesa irrilevanza strategica e bellica.
Ma tutto questo non era affatto vero.
Con l’ Operazione ‘Barbarossa’, l’attacco all’U.R.S.S del 21-22 giugno 1941, la
guerra si era spostata a est e così il baricentro strategico dell’intero conflitto in
Europa – e Dresda era a est.
Essa era il principale snodo ferroviario in entrambe le direttrici est-ovest e nord-sud
(per es., durante la breve campagna polacca del 1939 la direzione ferroviaria di
Dresda aveva assicurato qualcosa come 15mila treni straordinari); importante era
anche il suo ruolo nel traffico fluviale sull’Elba; a Dresda si concentrava gran parte
dei servizi amministrativi; essa era una retrovia sempre più importante; ed era
importante anche come centro produttivo industriale, anzi, il suo ruolo cresceva con
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l’aumento dello sforzo bellico (fra il 1940 ed il 1944 tale produzione crebbe, come
del resto quella dell’intera Germania, di ben tre volte!).
Ora, finchè le armate tedesche avanzavano in profondità nell’immenso spazio russo
la guerra poteva ancora essere sentita come lontana, ma dopo Stalingrado (nei primi
mesi del 1943) essa si avvicinava sempre più, eppure la sensazione di sicurezza e di
intangibilità continuava a resistere. Continuava fino al punto che la città venne
lasciata senza difese di un qualche rilievo e senza rifugi sotterranei – tranne che per
le autorità naziste, a partire dal bunker del governatore Martin Mutschmann, il
‘Mussolini di Sassonia’ o ‘Re Mu’.
Più i sovietici, al contrattacco, avanzavano sull’immenso fronte che andava dalla
Prussia all’Ungheria, più il ruolo della città diveniva strategico; essa inoltre andava
riempiendosi di profughi, di sfollati, di gente che fuggiva terrorizzata di fronte
all’Armata Rossa ed alle terribili vendette di tutti i generi (sono rimasti famosi gli
stupri sistematici) che venivano perpetrate sulla popolazione civile; Dresda era poi
anche il rifugio per soldati feriti; serviva per lo stazionamento di truppe da inviare al
fronte; come snodo ferroviario (nell’ottobre 1944 partivano da qui 28 treni militari al
giorno); e centro produttivo e industriale.
Mentre doveva ormai essere chiaro a tutti che la guerra era persa e Hitler riteneva che
il popolo tedesco, se sconfitto, meritava allora di scomparire nella lotta per la
sopravvivenza del più forte, a Dresda si continuava invece a fare affidamento sulla
sicurezza della città tanto che i genitori rifiutarono di mandare in campagna - in
salvo! - i loro figli le cui scuole erano occupate da fuggitivi e soldati.
Effettivamente Dresda non era stata ancora veramente toccata né da combattimenti né
da bombardamenti, anche perché l’aviazione sovietica era poca cosa. E’ vero che un
primo bombardamento sulla città era avvenuto il 7 ottobre 1944, ma non era stato
particolarmente grave e sembra fosse stato come dimenticato.
Il 12 gennaio 1945 aveva però inizio la grande e definitiva offensiva sovietica,
travolgente ed inarrestabile, ed il generale Antonov, Vicecapo di Stato Maggiore
dell’Armata Rossa, chiese agli Alleati supporto aereo per danneggiare e
disarticolare le retrovie tedesche.
Ormai l’aviazione anglo-americana era in grado di effettuare voli più lunghi mentre
la produzione di aerei da guerra proseguiva al ritmo di centinaia al mese: il 16
gennaio 1945 Dresda (la cui contraerea era ancora minima ed era ancora senza un
vero sistema di rifugi sotterranei) subì un secondo bombardamento.
Il giorno seguente la Wehrmacht abbandonò finalmente Varsavia – la città ‘sorella’ –
ridotta ad un cumulo di macerie; a fine gennaio i sovietici penetravano in Slesia e l’8
febbraio attraversavano l’Oder: fiumane di disperati fuggivano davanti alle truppe
sovietiche ed alle loro furiose vendette. Dresda era piena di rifugiati.
Eppure i bombardamenti del 13 – 14 febbraio la colsero di sorpresa (!).
Dopo tali bombardamenti, nonostante l’orrore, le morti e le immense distruzioni, in
mezzo a difficoltà di tutti i generi, la macchina organizzativa del Reich moribondo
seppe però funzionare ancora in modo sorprendente e i soccorritori furono in grado –
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solo 72 ore dopo! – di distribuire 600mila pasti caldi al giorno alla popolazione
senzatetto; entro dieci giorni già 10mila corpi erano stati recuperati, identificati e
seppelliti mentre gigantesche pire bruciavano (sembra grazie all’opera di personale
‘esperto’ dal campo di sterminio di Treblinka) 500 cadaveri alla volta.
Ben presto anche i convogli ferroviari ricominciarono a viaggiare.
Un mese dopo – con grande meticolosità nelle registrazioni – una prima stima dei
caduti parlò di 25mila morti e di alcune altre migliaia ancora sotto le macerie:
ulteriori stime non andarono mai oltre la cifra massima di 40mila.
Ma lo shock era stato grande ed il (a modo suo) espertissimo Ministro per la
Propaganda e per l’Educazione Popolare Goebbels pensò subito di sfruttarlo ai
propri fini: le cifre dei caduti vennero gonfiate a dismisura – fino a 200mila e più - e
si diffuse la versione della pacifica città d’arte, innocente gioiello architettonico con
una popolazione civile estranea alla guerra, massacrata senza motivazioni belliche da
un nemico feroce e spietato.
Eppure il 16 aprile 1945 Dresda venne dichiarata ‘fortezza’, cioè luogo trincerato
interamente votato alla difesa ed a scopi bellici, ed il giorno seguente 600 Fortezze
Volanti americane ne bombardarono il suo sistema ferroviario mettendolo
completamente fuori uso.
L’opera di propaganda nazista non aveva poi solo lo scopo di screditare l’operato
delle Forze Armate alleate presso le loro opinioni pubbliche, ma lanciava anche un
messaggio ad uso squisitamente interno: alla popolazione stremata si diceva
chiaramente che la difesa doveva essere condotta ad oltranza perché il nemico non
agiva in modo terribilmente disumano solo ad est (l’Armata Rossa), ma anche da
ovest. Non c’era da attendersi alcuna pietà da nessuno - dunque bisognava
continuare a resistere a tutti i costi.
Per parte loro, con tali dimostrazioni di forza gli Anglo-americani miravano anche a
lanciare chiari avvertimenti agli ‘alleati’ sovietici perché prendessero atto della loro
potenza nell’ormai imminente complicato dopoguerra.
Comunque sia, questa versione propagandistica prese piede e, come si diceva più
sopra, è creduta ancora oggi.
Essa infatti venne alimentata (con cifre addirittura aumentate) da parte della
propaganda comunista dopo la rottura del 1948-49 con l’Occidente al quale
venne imputato di aver cinicamente ed indiscriminatamente distrutto la parte di
Germania destinata a rimanere nella sfera sovietica mentre l’U.R.S.S. la ricostruiva e
la salvava: nello scontro epocale della guerra ‘fredda’ era questo un buon argomento.
Né la storia di questa decuplicazione (o quasi) delle vittime finì col crollo del Muro e
del comunismo europeo e tedesco, perché fu poi la volta dei gruppi di estrema
destra cui non parve vero poter rinfacciare alle democrazie vincitrici eccidi e
distruzioni gratuite: dai più o meno convinti negazionisti dell’Olocausto e delle
nefandezze del nazifascismo una propaganda come questa è indubbiamente ben
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valutata per tutta la sua portata ed efficacia (come del resto, per fare un esempio,
Hiroshima e Nagasaki).
Ancor oggi le democrazie vengono accusate quantomeno di ipocrisia col loro puntare
il dito solo sulle colpe degli altri e mai sulle proprie.
E’evidente tuttavia che la versione di un’isola pacifica e inerme nel Terzo Reich
impegnato con tutti i mezzi e con tutta la disperata determinazione di cui era capace a
resistere e a continuare la (ormai persa) guerra non può godere di nessuna credibilità:
in realtà ci vuol poco a comprendere che Dresda – e come sarebbe potuto essere
altrimenti? – partecipò anch’essa allo sforzo bellico e, anzi, divenne sempre più
importante man mano che il fronte si avvicinava e lei rimaneva illesa.
Il suo fato era inesorabilmente segnato nella terribile necessità della guerra.
Il bombardamento di Dresda resta ovviamente una pagina orribile della seconda
guerra mondiale, ma appunto, una pagina: il suo destino è stato purtroppo quello di
tante altre città e il suo martirio è stato patito da tante altre popolazioni.
I bombardamenti a tappeto, le distruzioni sistematiche dal cielo, sono stati infatti
un dato comune ed una esclusiva del secondo conflitto mondiale: solo pochi anni
prima, durante la prima guerra mondiale, l’aviazione era ai suoi albori e il suo
velocissimo sviluppo ai fini bellici era inimmaginabile.
Si scoprì improvvisamente che “L’Europa è una fortezza. Ma una fortezza senza
tetto” e si colpì di conseguenza dall’alto.
Eppure, anche questa tattica è stata presto superata visto che da tempo siamo entrati
nell’era dei missili - più o meno ‘intelligenti’.
In ogni caso ripensare al bombardamento di Dresda non genera solo un’indicibile
tristezza, ma anche un senso di ulteriore pietà per quelle genti innocenti che fino
all’ultimo pensarono di essere relativamente al sicuro.
Risulta infine francamente difficile, e forse impossibile, riuscire a comprendere come
abbiano potuto (e non solo loro, ma anche i comandi militari!) illudersi tanto.
Sarebbe come cercare di capire la guerra.
Sottomarina 2009
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