Simone de Beauvoir. Sui rapporti tra vita, scrittura

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N. 11, 2013 (I) - vite dai filosofi: filosofia e autobiografia
Articoli/7:
Simone de Beauvoir. Sui rapporti tra
vita, scrittura, saperi.
di Federica Giardini
Articolo sottoposto a peer-review Ricevuto il 01/02/2013 Accettato il 15/02/2013
Abstract: «There is no divorce between philosophy and life», writes Beauvoir in
1948. What can be developed from this assessment according to Beauvoir’s, as a
woman’s, work? The first answer is the most well known: a woman is condemned to
particularity, universality being accessible to men only. The way out of this destiny
cannot be given by a mere historical becoming: nowadays women are equal and have
now equal opportunities. Following Beauvoir’s writings another path can be opened,
the one asking for a revision of the philosophical Canon, of the style of thinking,
beyond the differences among genres – biographical, fictional and theoretical.
***
Non c’è divorzio tra la filosofia e la vita
S. De Beauvoir, L’existentialisme et la sagesse des nations
Si potrebbe iniziare parafrasando l’affermazione di Beauvoir – tale vita,
tale pensiero – intendendo questa indicazione in un primo senso tutt’altro
che edificante. A vita povera, simbolicamente misera, corrisponderebbe
un’altrettanta diminuita capacità di scrittura e di pensiero. In effetti nel
Secondo sesso la diagnosi è proprio questa: le donne, già inquadrate in
posizione seconda, non accedono a una creazione letteraria vera e propria.
Nessuna – attraverso i secoli – ha mostrato «genio creativo».
Per dipanare la questione si può iniziare da un esperimento, ottimo
antidoto contro l’espediente in modo astratto assume una parità oramai
data tra uomini e donne. Mettiamoci davanti a una biblioteca, come sono
distribuiti i libri? Quale posto hanno, rispettivamente, quelli scritti da
uomini e quelli scritti da donne? Al variare dell’epoca e dello stato della
differenza tra i sessi, varieranno le risposte.
Di fronte alla sua biblioteca, Virginia Woolf dialoga con un vescovo che
afferma che le donne non hanno scritto nulla di rilevante, e di fronte alle
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opere di Shakespeare immagina una sua sorella, figura immaginaria che,
dotata di un talento pari al fratello, in mancanza di educazione, di tempo
da dedicare a lavori diversi da quelli domestici, di un destino che la porta al
matrimonio e a mettersi nei panni dell’angelo del focolare, finisce per vedere
dissolversi quel talento, ancor prima di averlo anche solo potuto percepire1.
La condizione, l’inessenziale, il necessario, il particolare
In questo caso, la diagnosi su questo stato di minorità creativa è la più
nota: sono le circostanze, di più, la millenaria condizione di subalternità
che ha impedito a una donna di esprimersi pienamente. Woolf, e ancor più
Beauvoir, hanno in mente i ruoli previsti per le donne – che poco mutano
tra il 1931 e il 1949 – che confinano ai ritmi del quotidiano, ai tempi invasi
dalla cura degli altri, tempi spezzati, solo esecutivi, niente che somigli al
raccoglimento, alla indecorosa apparenza di improduttività che si chiama
concentrazione.
Si è fatto a gara nel sostenere che le donne non possiedono ‘genio creativo’
[...]. Come avrebbero potuto avere del genio le donne, se è stata loro negata ogni
possibilità di compiere un’opera geniale, o anche semplicemente un’opera?2
Condizione che è quella dell’angelo del focolare che Woolf vede
talmente contrapposto al demone della creazione da pensare di ucciderlo:
«La mia giustificazione, se mi avesse trascinata in tribunale, sarebbe stata
che avevo agito per legittima difesa. Non l’avessi uccisa, lei avrebbe ucciso
me»3. Tuttavia, il problema è ben più che materiale, fa segno alla corruzione
psichica che la posizione seconda – sempre risultante dei bisogni, esigenze,
desideri dell’altro – comporta. Se Woolf ne segnala le pieghe dell’intimo –
«secondo l’Angelo del focolare, le donne non devono parlare liberamente
e apertamente; devono ammaliare, devono conciliare, devono, per dirla
brutalmente, dire bugie se vogliono avere successo»4 – Beauvoir, per conto
suo, dispiega il grande affresco che implica la psiche quanto la situazione
d’esistenza: essere confinate al domestico, seconde al desiderio dell’Altro,
genera un essere che, a rigore, non è un soggetto, piuttosto un essere
dimezzato, perennemente al servizio.
vivendo ai margini del mondo maschile, [la donna] non la coglie sotto il suo
aspetto universale, ma attraverso una visione particolare; [...] fonte di sensazioni e
di emozioni [...] è risaputo che è chiacchierona, maniaca dello scrivere; trova uno
sfogo nelle conversazioni, nelle lettere, nei giornali intimi5.
V. Woolf, Una stanza tutta per sé, a cura di M.A. Saracino, Torino 1995, p. 95.
S. de Beauvoir, Il secondo sesso, trad. it. di R. Cantini e M. Andreose, Milano 2008.
3 V. Woolf, Professioni per donne, in Ead., Le donne e la scrittura, a cura di M. Barret,
Milano 1981, p. 55.
4 Ivi, p. 56.
5 S. De Beauvoir, Il secondo sesso, cit., pp. 676-677.
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Severità, spietatezza lucida – una donna è incapace non tanto e
soprattutto di un’opera di genio, ma ancor prima di un’opera degna di tale
nome. Beauvoir registra come sia pur vero che cultura ed educazione portino
le ragazze ad interessarsi ad attività creative6, ma spesso rimangono per
loro un piacevole passatempo o il mero prolungamento di una disposizione
amabile. Per loro «scrivere e sorridere è tutt’uno». È un’arte del vivere tra le
altre, come l’arte della tavola o della cucina, concretizzazione spontanea di
un senso della vita, che sembra escludere il confronto e l’affronto del lavoro.
Tutt’al più è l’espressione di un punto di vista soggettivo.
Il problema è dunque innanzitutto il rapporto tra vita e scrittura, un
rapporto privo di una dimensione di necessità, più diletto e passatempo,
ripiegamento soggettivistico, che rende la scrittura femminile ridondante,
sempre in odore di superfluità. In biblioteca ai libri-monumento del Canone,
secondo Beauvoir, potremmo giusto affiancare dei libri-ornamento – o,
oggi, libri-commento – a vocazione femminile. Questa la prima risposta di
Beauvoir che assume l’«inessenzialità» della scrittura di donne.
Ma l’esperimento della biblioteca può procedere oltre. Immaginiamoci
Beauvoir davanti alla propria. Ha sicuramente gli scritti di Woolf, Colette,
Alcott, Emily Brönte, Caterina da Siena, Vittoria Colonna, Madame du
Deffand e du Barry, de Gouges, Melanie Klein, Luxemburg, Teresa d’Avila…
solo per dirne alcune, delle tante citate in Il secondo sesso. Donne che delle
lacerazioni della propria condizione hanno fatto materia di scrittura, nulla
dunque di chiacchierato, ornamentale o soggettivistico. E tuttavia, insiste,
nessuna opera ha fatto storia, nessuna ha sviluppato una statura adatta al
Canone: «nessuna donna ha scritto il Processo, Moby Dick, Ulisse o I sette
pilastri della saggezza»7.
Il problema qui si complica e ha vari aspetti. Il primo da considerare è
la risposta stessa di Beauvoir:
volendo essere lucide, le donne scrittrici rendono il più grande servizio
alla causa della donna; ma – generalmente senza rendersene conto – rimangono
troppo attaccate a servire questa causa per assumere davanti all’universo
quell’atteggiamento disinteressato che apre gli orizzonti più vasti […]. Una
letteratura di rivendicazione può generare opere forti e sincere [...] non rimane
loro abbastanza forza per approfittare della vittoria e spezzare tutti i legami 8.
Dunque il rapporto tra scrittura e vita manca di produrre un’opera non
solo per mancanza di necessitazione. Più precisamente Beauvoir ha di mira
il rapporto tra particolare e universale, tra immanenza e trascendenza. Nel
caso delle donne il particolare, l’immanenza di una vita, anche quando sa
farsi spinta necessitante alla scrittura, non assume mai un valore universale:
non parla dell’umanità, ma di nuovo e soltanto di un soggetto in particolare.
La sua diagnosi, in questo caso, prende una direzione specifica:
Ivi, p. 676.
Ivi, p. 682.
8 Ivi, p. 681.
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vi sono donne pazze e donne di talento: nessuna ha quella follia nel talento
che si chiama genio [...] nessuna ha mai calpestato ogni prudenza per tentare di
emergere al di là del mondo dato9.
Le donne sono interdette alla grandezza, sia che soccombano alla loro
condizione, sia che debbano dedicarsi a chiarirla e combatterla, perché
continuano ad esperire il mondo da un punto di vista determinato. In questo
caso l’auspicio di Beauvoir è una sorta di morte dell’io che possa far affiorare
una soggettività capace di trascendenza. Scrive infatti che «ciò che manca
anzitutto alla donna è di fare nell’angoscia e nell’orgoglio il noviziato della
sua distensione e della sua trascendenza»10, e precisa:
ciò che manca essenzialmente alla donna d’oggi per fare delle grandi cose è
l’oblio di se stessa: ma per dimenticarsi bisogna prima essere solidamente sicuri
di essersi finalmente trovati. Nuova arrivata nel mondo degli uomini, scarsamente
sostenuta da loro, la donna è ancora troppo occupata a cercare se stessa11.
Non sorprende allora che auspichi «le lezioni della violenza»12, là dove
questa si presenta come una forza che travalica ciò che l’io può controllare
e dunque aprire a una soggettività non condannata ai limiti del contesto,
dell’empirico, una soggettività autonoma. L’indipendenza invece, suggerisce
Beauvoir, implica una posizione reattiva, cui sono destinati i gruppi dei
dominati quando vogliono sfuggire alla dominazione, che li conduce sulle
prime a vedere il mondo da questo solo punto di vista: lo sforzo della
liberazione che mira alla libertà è al contempo incompatibile con la libertà
in senso pieno. L’opera vera e propria, che è creatrice perché non si lega ad
alcuna forma e ad alcuna pratica già consolidata, che si colloca in un punto
indeterminato che è punto di innovazione a valenza universale, è l’opera che
«affronta l’abbandono, l’orrore della morte, il terrore. Accetta di non avere
appoggi. È senza garanzie»13.
Figura positiva in questo percorso è Teresa d’Avila quale esempio di
una posizione di abbandono totale e di affrontamento delle tenebre dalle
quali sorge la scrittura:
Santa Teresa è forse l’unica che abbia vissuto per suo conto, in un totale
abbandono, la condizione umana [...] Ponendosi al di là delle gerarchie terrestri,
non sentiva più di quanto lo sentisse san Giovanni della Croce un rassicurante
soffitto sopra la testa. Era per tutti e due entrambi la stessa tenebra, lo stesso
splendore di luce, in sé lo stesso nulla, in Dio la stessa pienezza14.
Story, history, genealogie
Ivi, p. 680.
Ivi, p. 682.
11 Ivi, p. 675.
12 Ivi, p. 683.
13 F. Collin, Il potere delle tenebre, in «DWF», 4, 2005, p. 56.
14 Ivi, p. 684.
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Torniamo davanti alla biblioteca. Certo, in attesa di una capacità
di trascendenza di quella portata, come accostare senza avvertire una
dissonanza, la Fenomenologia dello Spirito e L’eunuco femmina di Betty
Friedan? La diagnosi di Beauvoir continua ad essere penosamente vera,
forse meno evidente, ma non per questo meno penosa. Oggi, una biblioteca
– o una libreria - può avere uno o più scaffali dedicati agli studi delle donne,
sulle donne, ma ancora manca un ordine che tolga quella sensazione di
accostare monumenti e ornamenti, per dirla con Beauvoir. Tutt’al più, una
biblioteca può oggi riprodurre in piccolo la logica della democrazia liberale,
che procede per inclusione, dedicando quote alle minoranze, senza toccare
la grandezza costituita.
Eppure Beauvoir stessa – come sempre accade – nello scrivere un’opera
di denuncia offre indicazioni per aprire spazi diversi da quelli determinati
dalle coordinate prese in esame. La questione in effetti è cominciare a
decostruire il Canone15. Non le discipline, non gli autori e la letteratura
secondaria – che conta più firme femminili – ma una biblioteca ordinata
altrimenti. Come?
Una prima risposta viene dall’ampia produzione che Beauvoir dedica
alla sua esperienza di vita, che pur essendo autobiografica, difficilmente si
potrebbe assimilare alla diaristica. Se Memorie di una ragazza per bene
può ancora dare l’idea di una narrazione biografica – ma che già annuncia
e assume a ritroso una diversa luce nel leggere le pagine del Secodo sesso
sulla formazione di una donna – La forza dell’età, La forza delle cose ma
anche I mandarini sono degli affreschi d’epoca, discussioni narrate di
questioni politiche, sociali, intellettuali. E la questione non si risolve con una
patente suddivisione secondo i generi della biografia, della saggistica, della
narrativa16. Alcuni, come Octave Mannoni, hanno visto nella monumentale
documentazione di vita una «relazione autobiografica» che Beauvoir
intratteneva con se stessa17, una sorta di postura narcisistica, che si sdoppia
in chi osserva e chi è osservata; altri, sulla scorta di queste osservazioni,
potrebbero leggere la sua opera autobiografica alla stregua di una pulsione
alla confessione, così come è tratteggiata da Foucault in La volontà di sapere.
Ma, per l’appunto, significherebbe suddividere la Beauvoir romanziera,
dalla Beauvoir autobiografica e saggista. Occasione mancata, una volta che
si voglia trattare la relazione tra vita e pensiero a partire dall’opera e non
dall’individuo, volendo interrogare i paradigmi del sapere che generano a
monte le partizioni disciplinari.
In effetti la questione del rapporto tra vita e pensiero, nella tradizione
maschile – letteraria e non – perlomeno dall’epoca di Freud in poi ha
Cfr. A.M. Crispino (a cura di), Per una cartografia della scrittura femminile, Roma
2003, in particolare M. Farnetti, L’antibiografia di Dolores Prato e A. Riccio, Contro il
canone, rispettivamente pp. 33-46 e pp. 113-138.
16 Cfr. T. Moi, Simone De Beauvoir. The Making of an Intellectual Woman, Oxford 2008.
17 Cfr. O. Mannoni, Relation d’un sujet à sa propre vie, in «Les Temps modernes», 528,
juillet 1990, pp. 57-77, p.60 : «Il suffit de lire des Mémoires pour s’apercevoir comment
dès son enfance on peut dire qu’elle a toujours vécu dans un rapport autobiographique
avec ellemême».
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promosso l’idea che la richiesta di una connessione lineare, trasparente, tra
il chi della vita e il chi della scrittura, sia una richiesta impropria. L’opera di
Beauvoir apre in effetti – quanto al rapporto tra vita e scrittura - a ben altre
considerazioni.
Leggendo, attraverso Arendt l’inquietudine di Beauvoir quanto a quel
rapporto tra particolare e universale, che caratterizza un’opera degna di
questo nome, scopriamo un’ulteriore prospettiva: assumere la contingenza
di una vita non significa sottomettersi all’accidentale, all’intimo irrilevante.
A fronte dei danni che la passione per la storia monumentale – fatta di guerre
e trattati e delle masse che si muovono sulla scena universale – Arendt elogia
la singolarità: è l’amore per la fragilità del fattuale che invita a rendere conto
della realtà : «chi parla di ciò che è – λέγει τά έόυτα – racconta sempre una
storia e in questa storia fatti particolari acquisiscono un qualche significato
umanamente comprensibile»18. Una storia che non disdegna la contingenza
e che pure non è una mera collazione di fatti eterogenei: la narrazione è
«una trama che privilegia agenti umani piuttosto che processi impersonali
e che non fa mai derivare il significato del particolare dal generale»19. Ecco
allora che l’imputazione di immanenza che Beauvoir rivolge alle donne si
risolve nell’istanza di una diversa pretesa di universalità.
Ma questa storia raccontata ha un’altra caratteristica, dice Arendt,
«ha molti inizi ma nessun fine»20. A privilegiare gli attori della storia e
non processi impersonali – tanto più uniformi quanto più guadagnati
solo intellettualmente –, ecco che appare la moltitudine che contende,
lotta e genera le salienze di epoca in epoca. Detto altrimenti, la storia si fa
genealogia:
seguire la trafila complessa della provenienza, è al contrario mantenere ciò
che è accaduto nella dispersione che gli è propria: è ritrovare gli accidenti, le minime
deviazioni – o al contrario i rovesciamenti completi – gli errori, gli apprezzamenti
sbagliati, i cattivi calcoli che hanno generato ciò che esiste e vale per noi21.
Assumere la posizione di una donna nel Canone non sarebbe dunque
una questione di inserti, non sarebbe neppure una questione di accostare
autori e autrici di opere. Si tratterebbe piuttosto di ricostruire di volta in
volta il cosmo conflittuale entro cui donne e uomini si sono collocati, hanno
preso posizione su singole questioni, nella loro cogenza, nelle loro rispettive
vittorie e sconfitte.
Effetto di quest’ordine della libreria sarebbe di accostare opere non
secondo scale di grandezza – monumento-ornamento – bensì secondo linee
H. Arendt, Truth and Politics, in Ead., Between Past and Future, New York 1961, p.
262.
19 S. Forti, Vita della mente e tempo della polis, Milano 1994, pp. 276-277.
20 H. Arendt, Understanding and Politics, in Ead., Essays in Understanding, 1930-1954,
New York 1994, p. 320.
21 M. Foucault, Nietzsche, la genealogia, la storia, (1971) in Id., Il discorso, la storia, la
verità, a cura di M. Bertani, Torino 2001, p. 35.
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di tensione, quelle da cui emergono paradigmi e concetti caratterizzanti
singole epoche.
Sicuramente un Montaigne avrebbe, con i suoi Saggi, un posto di
rilievo nella capacità di trasformare un frammento nella chiave di diagnosi di
un’epoca intera. Una istanza non nuova, se la stessa Luxemburg, portatrice di
un’idea della storia che non scinde il presente dal futuro dell’obiettivo auspica
saggi di analisi politica, che abbiano la capacità descrittiva della letteratura e
la capacità prospettica del saggio storico22. Basta cessare di rivolgere all’opera
la richiesta di trascendenza di un Soggetto padrone della Storia, suo attore
perché suo interprete. E ancora una Mary Astell, conservatrice seicentesca
potrebbe ben trovare il suo posto accanto a I trattati sul governo di Locke;
accanto a Encore di Lacan potremo ben mettere le pagine sulla mistica della
stessa Beauvoir; accanto al Simposio di Platone, dove la ragione emerge dal
mito ma mantiene traccia dell’origine d’amore della conoscenza, potremo
accostare il saggio di di Wendy Doniger, La differenza sdoppiata23; accanto
alla Fenomenologia la Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina
non apparirebbe più come un’opera minore, ma una narrazione dei conflitti
da cui emerge l’universale ottocentesco.
È a prezzo di questo cambio di paradigma che possiamo liberare la
nostra biblioteca dagli scaffali dedicati – ovvero dalle quote di inclusione
– che la parola di una parte può assumere un valore di verità che eccede
l’interesse di chi lo pronuncia. Le ultime generazioni di studiosi hanno
già assunto, parzialmente, questa postura: quando sanno trarre partito da
opere a firma femminile non in nome di una difesa dell’altro sesso, bensì per
sviluppare la propria ricerca assumendo gli elementi di verità sui conflitti
che inevitabilmente costruiscono un sapere, le sue nozioni, nella loro
dimensione storica.
Filosofia, letteratura, pensiero dell’esperienza
Al di là di queste considerazioni di paradigma – che ripartiscono
altrimenti soggettivo e oggettivo, particolare e universale – che in qualche
modo smentiscono l’impostazione di Beauvoir ma insieme ne sviluppano
delle tracce pur presenti nella sua opera, l’autrice ci invita a un’ultima
considerazione. Sullo stile del pensiero nella scrittura. Prendiamo uno dei
passi del Secondo sesso che riguarda quella parte della vita di una donna
che Beauvoir considera il colmo dell’abiezione – superato forse solo dalle
pagine dedicate alla trasformazione del corpo durante la maternità. Eccoci
nel domestico, in quelle attività quotidiane che la filosofa, romanziera,
militante terrà accuratamente fuori dall’ambito delle sue competenze, per
raccontarci di caffè parigini, di cene fuori in conversazione e compagnia,
di pochi bocconi inghiottiti durante il lavoro di scrittura. In un’opera che
R. Luxemburg, Briefe an Freunde, Europäische Verlagsanstalt, Köln-Frankfurt am
Main 1976, p. 103.
23 W. Doniger, La differenza sdoppiata, trad. it. di A. Bertolino, Milano 2009.
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dovrebbe essere non la parte biografica bensì la parte saggistica, che stile
adotta l’autrice per descrivere ciò che massimamente avversa, non solo per
sé ma in virtù di un giudizio politico che nella reclusione del domestico vede
la radice del morbo psichico ed esistenziale che affligge le donne? Fossimo
in cerca di un lineare quanto ingenuo corrispettivo tra vita e pensiero
sarebbe lecito aspettarsi una sorta di denuncia cupa quanto monolitica della
situazione. Le cose non stanno affatto così. L’inizio della sezione è in stile
trattatistico :
L’ideale della felicità è sempre materializzato dalla casa, si tratti di una
capanna o di un castello; essa incarna la permanenza e la separazione. Tra le sue
mura la famiglia si costituisce in cellula a se stante e afferma la sua identità al di là
del passare delle generazioni24.
Ma subito, accanto al saggio storico di Henry Bordaux, La maison,
si affianca la vagabonda del romanzo Cannery Road di Steinbeck che –
posseduta dalla pulsione femminile al domestico al di là di ogni ragionevolezza
– arreda con tende e tappeti il tubo dove vive, e a stretto giro seguono i ricordi
di Rilke, delle sue visite a casa Rodin, per mostrare come l’uomo e ancor
più l’artista vive in una felice e produttiva negligenza della manutenzione
della casa: «egli trovava in se stesso il suo focolare: ombra, rifugio e pace»25.
Ritorna ancora una volta, declinato sullo specifico argomento del domestico,
il rovello di Beauvoir: l’uomo è casa a sé perché ha saputo andare oltre se
stesso, oltre la propria esistenza particolare e contingente; la casa dunque è
piuttosto dimora, signoria di sé che non si affida e dipende dall’esteriorità
delle circostanze, dell’ambiente. Mentre per una donna «la Natura si riduce
alle proporzioni di un vaso di gerani», rapporto con l’oggetto che mai si
supera attraverso la lotta che vittoriosamente ingaggia il Soggetto.
È così che la trattazione, appena agli inizi, si sviluppa ben oltre una
mera constatazione della pochezza femminile. Entra nelle pieghe della psiche
che fa tutt’uno con la situazione. Tralasciando i pur splendidi passaggi su
Ponge, «la lisciaviatrice» e la «lotta tra sporcizia e pulizia», che anticipano
Il puro e l’impuro di Mary Douglas, ecco che la dialettica interrotta del
divenire soggetto di una donna si svolge, tappa per tappa. Nel racconto di
un giornalista americano che ha vissuto a lungo tra i «poveri bianchi», una
donna lamenta che la casa appaia sempre irrimediabilmente disordinata. Il
commento di Beauvoir:
Pochi compiti si avvicinano al supplizio di Sisifo più di quello della massaia;
giorno per giorno bisogna lavare i piatti, spolverare i mobili, rammendare la
biancheria, tutte cose che domani saranno di nuovo sporche, polverose, rotte.
Fin qui la descrizione, l’elenco. Poi un primo passaggio filosofico:
24 25 Ivi, p. 433.
Ivi, p. 434.
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La massaia segna sempre il passo; non fa niente: perpetua solo il presente,
non ha l’impressione di conquistare un Bene positivo ma di lottare continuamente
contro il Male. È una lotta che si rinnova ogni giorno26.
E, a contrappunto, l’indipendenza maschile, anche nella forma della
parodia:
È nota la storia di quel cameriere che si rifiutava melanconicamente di
lucidare gli stivali al del padrone. «A che pro?» diceva «bisognerà ricominciare
domani»27.
Perché il maschile può assumere l’infinito della ripetizione solo con
malinconia, là dove per una donna diventa piena identificazione. Il culmine
della capacità di fare della letteratura occasione filosofica e politica, Beauvoir
lo raggiunge subito dopo citando un lungo passo di La poussière di Colette,
che così commenta:
Lavare, stirare, scopare, scovare i ricci di polvere sotto gli armadi significa
arrestando la morte rifiutare anche la vita: perché con un solo movimento il tempo
creato è distrutto; la massaia ne coglie solo l’aspetto negativo. Il suo atteggiamento
è quello di un manicheo. Caratteristica del manicheismo non è solo riconoscere
due principi, quello del bene e quello del male; ma di presupporre che il bene si
raggiunge con l’abolizione del male e non con un movimento positivo […] ogni
dottrina della trascendenza e della libertà subordina la sconfitta del male al
progresso del bene. Ma la donna non è chiamata a costruire un mondo migliore; la
casa, la stanza, la biancheria sporca, il pavimento sono cose fissate […] lotta contro
la polvere, le macchie, il fango, il grasso; combatte il peccato, lotta contro Satana28.
I passaggi sono fini, descrittivi, entrano nelle pieghe dell’esperienza
– come fenomenologia ed esistenzialismo richiedono – ma insieme, e
questo è il passaggio di genio compiuto da Beauvoir, la strappano alla sola
dimensione prosaica e contingente: la narrazione della pulizia della casa
assume una scala cosmogonica.
Va notato, di passaggio, il successivo riferimento alle sorelle Papin
– caso che fece scandalo nella Francia degli anni Trenta, commentato e
ripreso da Bataille, Lacan, fino a Genet che scrive Les bonnes – domestiche
che trucidarono la famiglia presso cui lavoravano, che permette a Beauvoir
di fare della casa un teatro insieme di pulizie e di odio di classe.
Ma la conclusione arriva con ulteriore finezza, attraverso quelli che per
Beauvoir sono i surrogati della signoria hegeliana che vengono riservati alla
donna, un barlume illusorio di trascendenza:
Un cavolo rigoglioso, un buon formaggio sono tesori che il commerciante
dissimula malignamente e che bisogna sottrargli abilmente; tra venditore e
compratrice si stabiliscono rapporti di lotta e di astuzia […] mentre ispeziona
sospettosamente le ceste la massaia è una regina; il mondo è ai suoi piedi con
Ivi, p. 437.
Ivi, pp. 437-438, mio il corsivo.
28 Ivi, p. 439.
26 27 349
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le sue ricchezze […]. Acceso il fuoco, ecco la donna cambiata in maga. Con un
semplice movimento della mano – quando sbatte le uova, stende la pasta – opera
la trasformazione delle sostanze29.
Il regime del tempo sembra finalmente infrangersi, uscire dalla
ripetizione dell’immanenza, la marmellata diventa «durata intrappolata
nello zucchero», si profila addirittura un trionfo sul tempo30. Ma è pura
illusione. Nella tesi di Simone de Beauvoir, solo il lavoro apre a una
autentica trascendenza che permette la costituzione del soggetto, questa la
conclusione de Il secondo sesso.
Quel che interessa qui è però non tanto il contenuto del testo, quanto
lo stile tenuto, che potremmo definire stile avversativo del pensiero, che
è il lavoro di Beauvoir. Il passaggio dalla narrativa che offre le risorse
dell’esperienza concreta, le permette, malgrado se stessa, di non procedere
a una piana illustrazione lineare di una tesi, ma di guadagnare la realtà e
la solidità di un concetto secondo un andamento che è più che dialettico,
che è capace cioè di rintracciare le connessioni tra parti singolari della
vita quotidiana, anche quando impongono deviazioni e contrastano
l’elaborazione puramente mentale. È un guadagno del pensiero che si dà nel
fare filosofia e letteratura, ad un tempo, e che ricorda l’invito deleuziano a
considerare i concetti alla stregua di personaggi filosofici. Quanto alla nostra biblioteca, stavolta L’iguana di Annamaria Ortese
potrà trovare posto accanto agli ultimi saggi sul confine linguistico tra
animali e umani, ad offrire qualche guadagno teoretico per vie esperienziali,
avversative e metonimiche.
29 30 Ivi, p. 442.
Ivi, p. 443.
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